Insegnamento: ticinesi discriminati?

A seguito della decisione di adeguarsi alle direttive della Conferenza dei direttori della pubblica educazione, per poter partecipare ad un concorso per l’insegnamento occorre disporre della relativa abilitazione. In passato il vincitore del concorso poteva effettuare l’abilitazione in un secondo tempo.

Non tutte le abilitazioni si possono però effettuare in Ticino. E’ il caso ad esempio del latino.

Capita dunque che si apra un concorso per insegnare latino al liceo. Alcuni laureati ticinesi che già insegnano nelle scuole medie vorrebbero parteciparvi, ma non possono in quanto non dispongono dell’abilitazione. E nemmeno possono conseguirla in Ticino, poiché tale abilitazione non viene offerta. Non essendoci neppure più l’abilitazione en emploi, i candidati ticinesi di cui sopra sono esclusi dalla partecipazione al concorso. Rimangono per contro i candidati italiani. Ed infatti pare che al concorso in oggetto abbiano partecipato una quarantina di candidati, tutti in arrivo dalla vicina Penisola, quale logica conseguenza del sistema.

A questo vanno aggiunte le conseguenze negative della sentenza del Tram che notoriamente ha annullato il requisito della conoscenza della lingue nazionali per poter partecipare ai concorsi d’insegnamento nella scuola cantonale; sentenza che apre ulteriormente le porte della scuola ticinese ai candidati in arrivo dall’Italia.

Chiedo pertanto al lod. Consiglio di Stato:

       Il CdS conferma i problemi di discriminazione dei candidati ticinesi creati in alcuni ambiti (come quello citato) dalla decisione di conformarsi alle direttive della CDPE sulla necessità di disporre dell’abilitazione per poter partecipare ad un concorso?

       Non ritiene il CdS, proprio nell’ottica della priorità di non discriminare, ma anzi di favorire, i candidati residenti in Ticino, ed in considerazione anche delle conseguenze negative al proposito della sentenza del Tram sui requisiti linguistici, di considerare l’ipotesi di un ritorno alla possibilità dell’abilitazione “en emploi”?

       Corrisponde al vero che in un recente concorso per insegnare latino al liceo, hanno partecipato solo candidati italiani (pare una quarantina), per i motivi indicati nel presente atto parlamentare?

 

Con la massima stima

Lorenzo Quadri

 

Superstipendi dei supermanager: la crisi non ha insegnato nulla?

Si potrebbe dire che il lupo perde il pelo ma non il vizio. Soprattutto se di mezzo ci sono i soldoni sonanti. E così non sono passati nemmeno tre annetti dai mea culpa e dalle autofustigazioni legati all’esplosione della crisi bancaria, che ha poi trascinato nella palta tutta l’econoomia, che tutto è già tornato allo stato precedente. Come prima, più di prima, ti… pagherò. Stiamo infatti parlando delle paghe dei manager, spesso indecenti.

Malgrado le promesse di autoregolamentazione, siamo ancora al punto di partenza, se i risultati dello studio effettuato dalla centrale sindacale Travail.suisse corrispondono alla realtà. Travail.suisse rileva infatti che lo scorso anno i salari dei manager sono tornati a schizzare verso l’alto, in maniera sproporzionata rispetto all’andamento delle paghe dei dipendenti degli scalini bassi.

Come c’era da temere, i buoni propositi di remunerazioni dei manager meno oltraggiose (per gli altri) sono finiti nel cestino. Passata la festa, ossia la parte acuta della crisi, gabbato lo santo.  Tra le aziende che razzolano male ci sono anche Posta e Swisscom, ex regie federali. Cosa particolarmente grave. Che a dare un esempio negativo di divari salariali non sostenibili  siano simili aziende controllate dalla Confederazione è assurdo e non può passare sotto silenzio. E’ ovvio che, se questo è il messaggio che arriva dal settore pubblico, ossia quello di proprietà dei contribuenti, i privati si sentiranno giocoforza autorizzati (per usare un termine giovanile) a sbragare ad oltranza.

Non solo chi fa guadagnare…

Ora, si possono fare tanti discorsi sul fatto che il manager che permette all’azienda che dirige di guadagnare tanti soldi, debba anche venire adeguatamente ricompensato. Vero, ma da qualche parte un limite dettato dalla decenza ci deve pur essere. Inoltre a beccarsi le paghe milionarie non sono solo i manager che fanno guadagnare le loro imprese, ma anche quelli che le fanno perdere, i quali spesso e volentieri vengono sì congedati, ma con buonuscite a 6 zeri, mentre il tapino dipendente di basso livello, se fa danni, viene lasciato a casa con un calcione là dove non batte il sole. E questo è un vero e proprio furto ai danni degli azionisti.

 

Follie remunerative

Ma anche se l’azienda va bene, non può essere il motivo per dare la stura alla follia remunerativa. Giusto pagare tanto chi ha tanta responsabilità, ma con un minimo di criterio. Un noto imprenditore ticinese asseriva che un rapporto sensato tra lo stipendio medio dei membri della direzione e lo stipendio più basso dovrebbe aggirarsi attorno a 7:1. Ma facciamo pure 10:1. Ebbene nella realtà ci sono manager che guadagnano 313 volte il salario del dipendente meno pagato.

Si capisce dunque che qui il limite del comune buonsenso è ampiamente superato. Seneca diceva che il tempo è l’unica ricchezza dell’uomo. Con che diritto allora qualcuno può decidere che il tempo di una persona – e quindi, di fatto, la sua vita – vale 313 volte quella di un’altra?

Ed è possibile che questa persona, che guadagna 15 o 20 milioni all’anno, non provi nemmeno un po’ di vergogna davanti a simili introiti? E’ deludente che, neppure davanti a simili eccessi,  la tanto decantata autoregolamentazione funzioni; perché il rischio è poi quello di trovarsi „costretti“ a rimediare vararando l’ennesima legge sostanzialmente illiberale (non in senso partitico); come se non ce ne fossero già a sufficienza.

Naturalmente si potrà dire che chi guadagna 20 milioni all’anno pagherà anche tasse elevatissime (sì, ma dove le paga?). Si potrà altresì dire che il manager da 20 milioni deve rispondere di migliaia di posti di lavoro, mentre ci sono attori o cantanti o sportivi che guadagnano anche di più senza avere uno straccio di responsabilità. Ma non è perché c’è un’aberrazione che le aberrazioni devono proliferare all’infinito. Il miglior rimedio sarebbe il buonsenso, particolarmente auspicabile da chi lavora nell’economia reale. E poi, diciamocelo, cosa se ne fa uno di 20 milioni all’anno?

Lorenzo Quadri

 

Expo 2015 sempre più incerta: ma noi ci ingaboliamo!

 

 

Letizia Moratti, dopo la perdita del sindacato a Milano, ha anche dato le dimissioni dal suo incarico di commissario straordinario per expo 2015.

 

Nei giorni scorsi il Bureau International des Expositions (BIE) di Parigi ha lanciato l’allarme sui ritardi nel progetto: “Consideriamo indispensabile – ha dichiarato il presidente del comitato esecutivo del BIE Steen Christensen – lanciare le gare entro luglio e iniziare i lavori al più tardi a ottobre o non sarà possibile arrivare in tempo” per l’apertura del 1° maggio 2015 e “dovremo prendere le decisioni conseguenti”.

 

A questo si aggiunge la sempre più precaria situazione delle finanze pubbliche italiane, che ha spinto l’agenzia Moody’s ad annunciare il taglio del rating della Vicina Penisola, e il presidente dell’Eurogruppo Juncker a dichiarare che un fallimento della Grecia (la quale, secondo alcuni illustri osservatori come il prof Barone Adesi, sarebbe peraltro già fallita) avrebbe pesanti ricadute sull’Italia, ancor prima che sulla Spagna.

Un quadro che certamente non è di buon auspicio per la realizzazione di un progetto dai costi miliardari quale è expo 2015.

 

In queste circostanze il futuro di expo 2015 si presenta quanto mai incerto.

 

Avendo il Cantone un proprio delegato al progetto nella persona dell’ex Consigliere di Stato Luigi Pedrazzini, chiedo al lod Consiglio di Stato:

 

         Come valuta il CdS il quadro sopra esposto in relazione alle prospettive di effettiva realizzazione di expo 2015?

         Quali passi sono stati finora (data della risposta) intrapresi dal Cantone in vista alla partecipazione ad expo 2015, e per quali spese?

         Quanto si pensa di spendere in totale per la partecipazione ad expo 2015?

 

Con la massima stima

Lorenzo Quadri

Ristorni dei frontalieri: non molliamo adesso!

Sulla decisione in merito al blocco dei ristorni dei frontalieri è conto alla rovescia. In effetti la data prevista per il versamento sarebbe il 25 giugno: è quindi verosimile che il Consiglio di Stato decida sul da farsi già martedì.

Sarebbe a mio giudizio un errore fare retromarcia, ossia sganciare il malloppo, dopo essere arrivati a questo punto, suscitando anche una certa preoccupazione Oltreconfine. Soprattutto, sarebbe fatale credere che le due mozioni recentemente votate dalla Camera dei deputati italiana per il riavvio delle trattative tra Berna e Roma costituiscano un segnale di distensione dei rapporti tra Svizzera ed Italia. Le due mozioni in questione contano, con tutto il rispetto parlando, come il due di briscola. La guerriglia alla Svizzera in generale ed al Ticino in particolare, condotta a suon di misure vessatorie, di liste nere illegali, di vergognose contumelie internazionali, è un chiodo fisso e personale di Tremonti. Su questo concorda chiunque abbia trattato con lui. Ergo, finché Tremonti sarà ministro, non cambierà nulla. Neanche se il Parlamento italiano votasse una mozione al giorno.

La cronaca recente ha confermato che il blocco del ristorno delle imposte alla fonte dei frontalieri è uno strumento di pressione dotato di una certa efficacia; e allora dimostriamo di avere il coraggio di continuare sulla via intrapresa. In caso contrario, poco ma sicuro che il giorno successivo il versamento dei ristorni, le ostilità “tremontiane” ricominceranno con virulenza ancora maggiore: perché, come si dice nel Belpaese, passata la festa (incassati i soldi dei ristorni) gabbato lo santo.

E’ poi interessante rilevare che da Singapore, Tremonti, nell’accordo appena siglato, non pretende lo scambio automatico d’informazioni, che invece esige dalla Svizzera. Come mai questa disparità di trattamento? Non sarà perché la mancanza di reazioni elvetiche ai suoi atti di guerriglia ha convinto il ministro italiano di aver “trovato il molle”? E allora è doveroso chiarirgli che non siamo poi così “molli”, né così affetti da obbedienza cieca ed autolesionista a norme che siamo rimasti i soli a rispettare.

La maggioranza del parlamento cantonale, sottoscrivendo le due mozioni – una della Lega, una del Plr – che chiedono il blocco dei ristorni, ha indicato al governo la via da seguire. Il Consiglio di Stato, dopo anni di colpevole sonnolenza, non sembra del tutto sordo al richiamo: la sua decisione al proposito la sapremo presto. Auguriamoci che sia la volta buona.

La nota stonata ce la mette invece la maggioranza della Deputazione ticinese alle Camere federali, la quale è contraria al blocco dei ristorni, temendo chissà quali ritorsioni. Come dire che se Tremonti avesse davvero nascoste da qualche parte altre armi contro la Svizzera, non le avrebbe già usate, o non le userebbe comunque.

 Questa scelta della maggioranza della Deputazione, che non condivido, contraddice la posizione maggioritaria del Gran Consiglio ed indebolisce la posizione del Ticino, che si presenta diviso davanti all’autorità federale. Fornendole così dei fin troppo comodi pretesti per continuare con la politica dell’inazione quando a chiamare è il nostro Cantone.

Lorenzo Quadri

Consigliere  nazionale

Lega dei Ticinesi

Bandiere straniere solo se accompagnate da quella svizzera!

Mozione al Consiglio federale

 

Le bandiere straniere devono poter essere esposte solo se accompagnate da quella svizzera

 

Testo

Il Consiglio federale è incaricato di modificare l’art 11 della Legge sulla protezione dello stemma della Svizzera e di altri segni pubblici con l’aggiunta di una lett. c del seguente tenore:

 

c bandiere di paesi stranieri possono essere esposte da privati solo se affiancate da una bandiera svizzera, di dimensioni almeno pari.

 

Motivazione

In Svizzera si è purtroppo radicata da tempo l’abitudine, da parte di privati cittadini o persone giuridiche, di esporre bandiere straniere, non accompagnate da quella svizzera.

Un’abitudine che urta la sensibilità di quei cittadini elvetici che sono, fortunatamente, ancora legati alle proprie origini.

L’esposizione di una bandiera è tutelata dal diritto costituzionale alla libertà d’espressione; diritto che però nel caso concreto non si vuole limitare. Non si pretende infatti di proibire a privati l’esposizione di bandiere straniere; si richiede però che una bandiera straniera debba essere esposta accompagnata da una bandiera elvetica, di uguale misura.

Ciò rappresenterebbe un piccolo segno di rispetto per la nazione ospitante. Un segno di rispetto che non pare eccessivo né sproporzionato richiedere, specialmente a cittadini stranieri che dichiarano di volersi integrare nel nostro Paese.

Disposizioni come quella proposta non sono peraltro sconosciute in Europa: norme analoghe risultano infatti essere in vigore in Danimarca ed in Polonia, e potrebbero quindi essere prese a modello nell’evasione della richiesta contenuta nel presente atto parlamentare.

 

Lorenzo Quadri

Lega dei Ticinesi

 

Le fregnacce del presidente dell’Europarlamento

Nella sua recente visita in Svizzera, visita che si sarebbe benissimo potuto risparmiare, il presidente dell’Europarlamento Jerzy Buzek (si pronuncerà “Busecc”?) si è prodotto in uno scandaloso tentativo di mettere sotto pressione la Svizzera. O meglio, in un tentativo che sarebbe scandaloso se il “Busecc” contasse qualcosa, ciò che non è però il caso.

Il presidente dell’europarlamento ha infatti dichiarato che gli Accordi bilaterali sono troppo pesanti e complicati e quindi andrebbero sostituiti da un Accordo quadro tra la Svizzera e l’UE: di fatto dunque un’adesione del nostro paese alla fallimentare Disunione europea. Non ancora contento, il “Busecc” ha voluto ostentare ulteriormente il suo acume degno di un’aquila con la seguente affermazione, che grida vendetta: «Ne va del benessere dei cittadini svizzeri ed europei, che approfittano ampiamente del mercato unificato e della libera circolazione delle persone».

Ora, che il “Busecc” non sappia un tubo della situazione svizzera, è anche comprensibile. Ma allora abbia almeno il pudore di risparmiarci le sue indegne corbellerie. Uno che da Bruxelles viene a dirci  che gli svizzeri starebbero «approfittando della libera circolazione delle persone» merita di essere cosparso di pece e di piume e messo alla gogna sulla pubblica piazza, come si usava ai bei tempi.

Per gli svizzeri, ed in particolare per i ticinesi, la libera circolazione è una catastrofe, che ha portato solo disoccupazione, dumping salariale, povertà e delinquenza, come era peraltro ampiamente prevedibile. Ad aver approfittato ad oltranza della libera circolazione delle persone con la Svizzera sono stati invece frontalieri, padroncini e distaccati italiani, la criminalità transfrontaliera grande e piccola oltre che i clandestini magrebini. Quindi, è senz’altro vero che gli Accordi bilaterali non sono più sostenibili; ma la soluzione – contrariamente a quanto va cianciando il “Busecc” – non è di sicuro un folle accordo quadro. La soluzione è disdire gli Accordi bilaterali ed in particolare la libera circolazione delle persone!

 

Richiudere le frontiere

Se il presidente dell’Europarlamento vuole andare in giro a promuovere la causa di un’Unione europea ormai fallita su tutta la linea, abbia almeno la decenza di farlo negli Stati membri e non a casa di chi – e grazie a questo si è salvato – ha sempre e sistematicamente votato NO all’adesione all’UE.

A livello da temino di terza elementare, poi, la chiosa moraleggiante del “Busecc” che propina siffatta perla di saggezza: «l’ultima volta che i paesi si sono chiusi in sé stessi, 80 anni fa, vi è stata la guerra». E allora, per rimanere sullo stesso livello, diciamo che l’ultima volta che si sono create Unioni di stampo sovietico come quella che ci vuole propinare Bruxelles, 90 anni fa, ci sono state stragi e campi di concentramento.

Non ancora contento, il presidente dell’Eurocianciamento ha poi aggiunto che «la crisi finanziaria e la primavera araba hanno creato un clima propizio al cambiamento».

Piaccia o non piaccia al “Busecc” (che peraltro conta come il due di briscola) e ai suoi padroni, le frontiere si chiuderanno: ed è proprio questo il “clima propizio” creato dalla crisi finanziaria e dalla primavera araba, da lui citate a sproposito.

Non c’è alcun motivo per cui paesi che già non sono in grado di garantire occupazione, benessere e sicurezza ai propri cittadini, si aprano all’invasione della forza lavoro a basso costo, di chi arriva per mettersi a carico della socialità del paese ospite, e della delinquenza straniera, europea o nordafricana che sia, per star dietro alle paturnie internazionaliste del “Busecc” di turno.

Lorenzo Quadri

 

L’autogol della deputazione

(Intervista pubblicata sul Mattino della domenica del 19 giugno 2011)

 

Lorenzo Quadri, ma c’è qualcuno che, all’interno della deputazione ticinese alle Camere federali, sostiene il blocco dei ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri?

Da quanto ho capito, solo io. Anche se nelle due riunioni in cui si è toccato questo argomento, la deputazione non era al completo.

E perché questa posizione della maggioranza della deputazione?

Si crede nella via delle trattative. Per conto mio, una pericolosa illusione. E’ chiaro che, finché Tremonti sarà ministro, gli attacchi alla Svizzera in generale e a Lugano in particolare continueranno. Non saranno di sicuro le due mozioni votate recentemente dalla Camera dei deputati a cambiare le cose. Non cambieranno proprio niente. Si tratta solo di diversivi per incassare i ristorni e poi, una volta portati a casa i soldi… chi si è visto si è visto.

Come valutare la posizione della maggioranza della deputazione ticinese alle Camere federali?

Un autogol per il Ticino. Tanto per una volta che, dopo un parto durato anni, dal nostro Cantone esce un segnale forte, sostenuto dalla maggioranza del Gran Consiglio e, forse, anche da quella del Consiglio di Stato, ecco che i rappresentanti federali di queste stesse forze politiche (con l’eccezione ovviamente della Lega) a Berna remano contro. Il Ticino avrebbe dovuto presentarsi compatto nel chiedere, finalmente, delle contromisure concrete ed energiche alla vergognosa guerriglia di Tremonti, che dura ormai da anni. Tanto più che, come si è visto, e come ammette la stessa maggioranza della deputazione, fare la voce grossa con l’Italia ha permesso di smuovere un po’ le acque.

E adesso?

La posizione della maggioranza della deputazione ticinese otterrà il risultato di far sentire il Consiglio federale legittimato a procedere sulla strada della passività finora tenuta nei confronti degli attacchi italiani. Non solo: il fatto che la maggioranza della deputazione alle Camere federali sconfessi la maggioranza del Gran Consiglio e (forse) del Consiglio di Stato rinforzerà il Consiglio federale nell’inveterata convinzione che le proteste del Ticino in fondo sono solo sceneggiate latine; e questo non solo nel caso concreto, ma in ogni ambito. La maggioranza della deputazione ticinese alle Camere federali a mio giudizio ha perso un’occasione per farsi interprete delle esigenze del Ticino davanti all’autorità federale.

MDD

 

Ristorni dei frontalieri: perché non stanno in piedi

 

E’ indubbio che l’accordo sui ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri costituisca un mezzo di pressione efficace sul governo italiano nell’ambito delle trattative sulla doppia imposizione.

Al  momento della stipulazione di tale accordo (1974), era fatto l’obbligo ai frontalieri di rientrare quotidianamente al proprio domicilio. A seguito della libera circolazione delle persone, tale obbligo è venuto a cadere e i frontalieri sono tenuti a rientrare solo una volta alla settimana.

 

Inizialmente, come rileva il fiscalista prof. Marco Bernasconi sul Giornale del popolo di venerdì 10 giugno 2011, il tasso di ristorno era stato fissato al 40%. Nel 1984 tuttavia esso venne leggermente ridotto. Infatti le delegazioni svizzera ed italiana, come risulta dal processo verbale sottoscritto dagli allora ministri Stich e Visentini, rilevarono che non tutti i frontalieri tornavano effettivamente al proprio domicilio con cadenza quotidiana. Di conseguenza venne deciso in via presuntiva di ridurre il ristorno dal 40% al 38.8%, attualmente in vigore.

 

Tale accordo dimostra che il tasso di ristorno è legato al rientro quotidiano dei frontalieri italiani in patria. Ciò che però, a seguito della libera circolazione delle persone che prevede il rientro solo settimanale, è ormai lungi dall’essere il caso per tutti gli oltre 50’500 frontalieri italiani attualmente attivi in Ticino.

Di conseguenza, essendo mutate le premesse iniziali, si impone una sostanziale riduzione del tasso di ristorno del 38.8%.

Nel caso in cui la delegazione elvetica non intendesse far valere questa circostanza nelle trattative con l’Italia, il Ticino – sacrificato nell’interesse generale – deve essere indennizzato dalla Confederazione.

 

Chiedo pertanto al lod. Consiglio federale:

          Il CF è a conoscenza del processo verbale relativo all’accordo del 1984 sopra citato?

          Il CF conferma che il tasso di ristorno è legato al rientro quotidiano al domicilio dei frontalieri?

          Nelle trattative con l’Italia, la delegazione elvetica farà valere la decadenza, a seguito degli accordi bilaterali, dell’obbligo di rientro quotidiano dei frontalieri quale argomento per la riduzione del tasso di ristorno?

          In caso contrario, il Canton Ticino verrà indennizzato dalla Confederazione? Se no, perché?

 

Lorenzo Quadri

Lega dei Ticinesi

Il balzello di Montebello!

L’Ente turistico di Bellinzona ha scelto di introdurre il pagamento di un “pedaggio” di 5 Fr per superare il secondo ponte levatoio del Castello di Montebello – di proprietà del Cantone – e visitare il monumento.

Come noto i castelli di Bellinzona sono da anni riconosciuti patrimonio mondiale dall’UNESCO.

 

L’introduzione del nuovo dazio pare discutibile, in quanto ostacola l’accesso ad un bene culturale della massima importanza, oltre che ai turisti, anche alla popolazione locale.

 

La promozione turistica dovrebbe semmai più opportunamente muoversi nella direzione opposta, ovvero quella della riduzione dei prezzi d’ingresso a mostre e monumenti. A maggior ragione se si considera che, a seguito della revisione della Legge sul turismo, da inizio anno gli Enti turistici beneficiano di maggiori risorse.

A ciò si aggiunge che rendere a pagamento ciò che fino al giorno prima era gratuito, non è mai un bel segnale.

Si ricorda poi di transenna l’esempio dei musei londinesi (British Museum, National Gallery, ecc), che sono gratuiti.

 

La scelta dell’Ente turistico di Bellinzona, dunque, non servirà di certo ad avvicinare i castelli ai visitatori, ed è peraltro stata contestata anche dal sindaco della Città in un’opinione pubblicata sul CdT del 4 giugno us.

 

Chiedo pertanto al lod, Consiglio di Stato:

 

   come valuta il CdS – essendo il Cantone proprietario del Castello di Montebello – l’introduzione del nuovo “dazio” di 5 Fr a cura di Bellinzona Turismo?

   Il CdS reputa che questa scelta contribuirà ad avvicinare il castello ai turisti e soprattutto alla popolazione locale?

   In che misura il CdS è stato coinvolto nella decisione e si è espresso in tale fase?

 

Con la massima stima

Lorenzo Quadri

 

 

Chiasso: mozione al Consiglio federale contro il centro asilanti

 

Mozione

 

Centro di registrazione asilanti di Chiasso, situazione insostenibile

 

Testo

 

Il Consiglio federale è incaricato, vista la situazione insostenibile che esso crea sul territorio, di spostare il Centro di registrazione asilanti di Chiasso in una zona discosta, adeguatamente sorvegliata, in modo che l’incolumità della popolazione locale non venga più messa a rischio, sfruttando allo scopo strutture pubbliche – civili o militari – libere, che sono disponibili su tutto il territorio della Confederazione.

 

Subordinatamente, nel caso intendesse mantenere il Centro di registrazione nell’attuale ubicazione, il Consiglio federale è incaricato di stanziare un milione di Fr all’anno, da consegnare all’autorità comunale di Chiasso, vincolando detta cifra al finanziamento di un apposito ed efficace servizio di sorveglianza che garantisca il comportamento corretto degli “ospiti” del Centro.

 

 

Motivazione

 

A Chiasso a causa del Centro di registrazione asilanti la situazione sta degenerando. Al punto da spingere il Municipio di Chiasso a scrivere alla Consigliera federale Sommaruga, chiedendo lo spostamento del Centro “presso altre strutture pubbliche o militari libere, disponibili su tutto il territorio della Confederazione”.

Il peggioramento, rileva il municipio, è collegato agli ultimi afflussi di clandestini in arrivo dal Nordafrica.

 

Troppi sedicenti rifugiati violano anche le più elementari regole di convivenza civile. Ubriachezza permanente, minacce, molestie, orina sui stabili privati e pubblici (compresi quelli sacri) sono ormai all’ordine del giorno.

Oltre ai comportamenti incivili, sul territorio chiassese si registra un’allarmante escalation degli atti delinquenziali: furti e aggressioni in particolare.

Di recente due asilanti hanno ferocemente picchiato un operatore ecologico comunale.

Il Municipio di Chiasso nel suo scritto alla CF Sommaruga, rileva di non essere intenzionato ad “aspettare di essere confrontato con un caso di morte”.

Ed infatti, dopo il pestaggio ai danni del dipendente comunale, una persona molto anziana è stata aggredita e derubata.

 

Gli ospiti del centro di registrazione asilanti, inoltre, disponendo della più ampia libertà di movimento, si spostano sul territorio del Cantone dando vita a fenomeni di spaccio di stupefacenti in particolare alla stazione FFS di Lugano.

 

E’ quindi evidente che una simile situazione non può essere tollerata oltre.

 

Lorenzo Quadri

Lega dei Ticinesi

Centro asilanti Chiasso: che fa il Cantone?

Come noto, il Municipio di Chiasso ha chiesto tramite lettera alla Consigliera federale Sommaruga lo spostamento immediato del centro di registrazione per richiedenti l’asilo.

 

Ciò avviene a seguito di una situazione diventata ormai insostenibile per la popolazione residente: una situazione fatta non solo di sedicenti asilanti sempre ubriachi, ma anche di furti, molestie, minacce, zuffe, atti d’inciviltà (orina su edifici privati e pubblici, compresi quelli sacri), e, ultimamente, anche di aggressioni ad opera di queste persone. Persone che evidentemente non rispettano le più elementari regole di convivenza civile, comuni a tutte le culture.

 

La situazione, rileva l’autorità cittadina, è degenerata in particolare a seguito dell’importante afflusso di clandestini magrebini; i quali, come ha avuto modo di dichiarare la stessa ministra degli Esteri Calmy-Rey, “non sono profughi”.

 

Poiché i clandestini nordafricani continuano a sbarcare a centinaia sulle coste di Lampedusa, e poiché – come prevedibile – l’UE non intende mettere in atto alcun intervento serio per contenere il fenomeno, è evidente che la situazione, per Chiasso, non potrà che peggiorare. Da qui la giustificata preoccupazione dell’autorità comunale.

 

Chiedo pertanto al lod. Consiglio di Stato:

 

         E’ intenzione del CdS appoggiare il Municipio di Chiasso nella sua richiesta alla Confederazione di spostamento del centro di registrazione per richiedenti l’asilo in una zona discosta (meglio se situata fuori Cantone)?

 

Con la massima stima

Lorenzo Quadri

Stranieri delinquenti, ecco cosa succede in pochi giorni

Per la serie “ma non erano tutte frottole populiste?” proseguono le gesta, penalmente rilevanti, di cittadini “non patrizi”. La cronaca dei giorni scorsi è illuminante.

Tanto per cominciare, è esploso il bubbone del centro di registrazione per asilanti di Chiasso. A seguito degli arrivi massicci di clandestini magrebini (che non sono rifugiati, come ha ammesso la stessa Calmy-Rey, e pertanto non hanno alcun diritto di rimanere in Svizzera) la situazione è degenerata. Non passa giorno senza che si affastellino le segnalazioni di polizia sulle malefatte di questi signori, al punto da spingere il Municipio a chiedere al Consiglio federale lo spostamento urgente del centro di registrazione, prima che ci scappi il morto (perché è a questo che siamo arrivati) e prima che la popolazione, esasperata, cominci a farsi giustizia da sola.

Al proposito settimana prossima verrà depositato in Consiglio nazionale un postulato del deputato leghista Lorenzo Quadri per far sloggiare il centro.

 

Dalla cronaca

Ovviamente il centro asilanti di Chiasso era solo il primo capitolo. Nei giorni scorsi è infatti stato celebrato il quarto processo per spaccio di eroina di un bravo giovane albanese di 25 anni. Un soggetto che il PP Respini ha definito “incallito spacciatore, introdotto nel mestiere già dalla tenera età”. Adesso ci piacerebbe proprio sapere se l’ennesimo delinquente straniero, chiaramente incorreggibile, verrà finalmente espulso dalla Svizzera (provvedimento che avrebbe dovuto essere preso già da tempo). Ci piacerebbe pure sapere con che tipo di permesso costui risiede in Ticino, se il signore è a carico del nostro Stato sociale e se gli abbiamo pagato anche l’avvocato d’ufficio. Al proposito temiamo già di conoscere le risposte.

Subito a seguire, il capitolo relativo alla rapina alla banca Raiffaisen di Cadenazzo, avvenuta il 31 maggio. A quanto sembra le persone fermate, ancora una volta, non sono attinenti di Genestrerio. Pare infatti che le indagini si concentrino su tre giovani stranieri residenti in Ticino e senza attività professionale: più precisamente si tratterebbe di un italiano, un portoghese ed un ungherese e pare inoltre – al proposito il deputato leghista Massimiliano Robbiani ha presentato un’interrogazione al Consiglio di Stato – che uno di questi signori “non patrizi”, malgrado la giovane età,  abbia pesanti precedenti penali per violenza carnale, pornografia, furti e spaccio.

Ovviamente aspettiamo di sapere il resto.

Sempre nei giorni scorsi il Consiglio di Stato conferma che i responsabili della rissa al carnevale di Novazzano sono dominicani naturalizzati nel 2007 quindi, ancora una volta, persone in arrivo da paesi lontani, e il passaporto rosso con l’inchiostro ancora bagnato (e non perché fuori piove) nulla cambia a questo stato di cose.

Non poteva mancare la notizia del venerdì: un detenuto cileno di 42 anni, condannato a 3 anni e dieci mesi di reclusione per infrazione aggravata alla Legge sugli stupefacenti, trascuranza degli obblighi di mantenimento e truffa, non è rientrato allo Stampino dal congedo, ed è tutt’ora uccel di bosco. Poi hanno anche il coraggio di dire che non è vero che, a seguito di una politica migratoria scriteriata, abbiamo riempito il nostro paese di feccia in arrivo dai quattro angoli del globo.

 

Non lontano da noi…

Per finire, tanto perché non si dica che consideriamo il Ticino l’ombelico del mondo, andiamo a dare un’occhiatina a quello che capita non lontano dai nostri confini, e cosa scopriamo? Che il 30 maggio alla stazione di Brignole (Genova) un 40enne italiano è stato aggredito a cinghiate e sprangate da quattro equadoregni di età compresa tra i 16 e i 17 anni. I bravi giovani stranieri sono stati arrestati con l’accusa di tentato omicidio.

Motivo dell’aggressione? Per salire di grado nella gang latino-americana di cui fanno parte, i bravi giovani dovevano pestare una persona a caso.

Da notare che è la terza aggressione di questo tipo, la più grave, che si verifica in tre giorni a Genova.

Ma andiamo avanti con la politica delle frontiere spalancate e dei ricongiungimenti familiari facili, e vedremo che tra non molto questi episodi edificanti si verificheranno anche da noi.

SECO: basta con le frottole!

 

Nei giorni scorsi la SECO, segreteria di Stato dell’economia, in materia di libera circolazione delle persone e delle sue conseguenze, si è prodotta nella consueta manfrina: va tutto bene, non c’è alcun problema, positiva per l’occupazione, ecc.

 

Ironia della sorte, lo stesso giorno in cui venivano pubblicate le dichiarazioni SECO, venivano anche pubblicate le statistiche sull’evolversi del numero dei frontalieri. Statistiche dalle quali emerge che attualmente in Ticino i frontalieri sono oltre 50’500, con una crescita del 10% nel 2010; la metà dei nuovi frontalieri sono impiegati nel terziario ossia in quel settore in cui la forza lavoro ticinese da sola basta ed avanza a coprire la domanda: ciò significa che questi frontalieri sostituiscono i lavoratori residenti.

 

La situazione risulta ulteriormente peggiorata dalla debolezza dell’euro, che consente a persone residenti in Italia di proporre le proprie prestazioni lavorative ad un costo ancora inferire, espresso in franchi, potendo poi recuperare sul cambio.

Il dumping salariale e sociale a danno dei residenti si fa dunque ancora più acuto.

 

La SECO non è certo nuova nel minimizzare, vedi negare, le difficoltà che incontra il nostro Cantone trovandosi a confinare con l’Italia. Emblematico al proposito il trattamento riservato all’indagine della Camera di commercio ticinese tra i suoi associati sulle difficoltà provocate dalle Black list italiane.

 

Un simile atteggiamento da parte della SECO è particolarmente nocivo in quanto non può che influenzare l’autorità federale, Consiglio federale in primis, diffondendo una visione distorta ed edulcorata di una realtà ticinese che è invece alquanto problematica, e minaccia di diventarlo sempre più.

 

Chiedo pertanto al lod. Consiglio di Stato:

 

         Come valuta il CdS le dichiarazioni della SECO secondo cui la libera circolazione delle persone non porterebbe con sé problemi di sorta?

         Non reputa il CdS che questo atteggiamento della SECO sia pericoloso in quanto fornisce all’autorità federale una visione edulcorata e distorta della realtà ticinese, le cui difficoltà continueranno pertanto a venire minimizzate?

         Quali passi intende intraprendere il CdS, magari di concerto con la Deputazione ticinese alle Camere federali, per chiarire alla SECO e all’autorità federale la reale situazione sul territorio?

 

Con la massima stima

Lorenzo Quadri