Nuovo diritto del divorzio: quale bilancio?

 

 

Mozione

 

Nuovo diritto del divorzio: bilancio in Ticino dopo oltre un decennio d’applicazione

 

Dal 1° gennaio 2000 è in vigore il nuovo diritto del divorzio che ha portato numerose novità sia a livello sostanziale che a livello procedurale.

 

Tra le novità di natura sostanziale, si può citare l’abolizione del principio della colpa, anche per quel che riguarda la definizione dell’ammontare del contributo alimentare, l’obbligo di sentire i figli da parte del giudice, la divisione a metà della prestazione di libero passaggio accumulata durante il matrimonio, ecc.

 

Essendo trascorso ormai più di un decennio dall’entrata in vigore del nuovo diritto del divorzio, sussistono i presupposti per una sua valutazione per rapporto alla realtà ticinese, paragonando la situazione di vita complessiva degli ex coniugi in base al vecchio diritto con quella in base al nuovo, verificando se e dove vi siano stati miglioramenti e peggioramenti.

 

L’Osservatorio sulla vita familiare potrebbe farsi capofila dell’ipotizzata indagine.

 

Con la presente mozione si chiede al lod Consiglio di Stato:

 

         di  incaricare l’Osservatorio sulla vita familiare di promuovere un’indagine sulle condizioni sociali, economiche, familiari, psicologiche degli ex coniugi (ex mariti ed ex mogli) a seguito del nuovo diritto del divorzio, per rapporto alla situazione precedente.

 

Lorenzo Quadri

Frontalieri: contingentare subito!

Mozione

 

Frontalieri sopra quota 51mila, il CdS chieda urgentemente alla Confederazione misure di salvaguardia del mercato del lavoro ticinese

 

 

Nei giorni scorsi l’Ufficio federale di statistica ha pubblicato le statistiche sui frontalieri relative al II semestre 2011.

 

Le cifre che emergono sono allarmanti. In Ticino i frontalieri sono ulteriormente aumentati ad oltre 51mila, di cui ben 27mila  attivi nel settore terziario.

 

La principale impennata la si registra dunque nel settore terziario, ovvero proprio quello in cui la forza lavoro residente abbonda, e non ci sarebbe pertanto alcun bisogno di ricorrere, se non forse in casi isolati, a quella d’Oltreconfine.

 

In questo ambito infatti i lavoratori frontalieri si sostituiscono a quelli residenti, potendosi proporre a paghe inferiori, fenomeno ulteriormente aggravato dalla debolezza dell’euro e dall’assenza di contratti collettivi di lavoro.

 

Poiché statisticamente anche le agenzie di lavoro interinale ricadono sotto il settore terziario, il dato pubblicato dall’ufficio federale di statistica evidenzia pure il continuo aumento dei frontalieri impiegati da queste agenzie, con i conseguenti fenomeni di dumping salariale.

 

E’ chiaro a tutti che 51mila frontalieri – a cui bisogna aggiungere oltre 12mila notifiche di lavoro temporaneo (meno di tre mesi) all’anno – costituiscono un fenomeno insostenibile per un Cantone di 320mila persone.

 

Davanti al continuo ed incontrollabile aumento dei frontalieri in Ticino, un intervento urgente nell’ottica di un contingentamento, specie nel settore terziario, non è più procrastinabile.

 

Con la seguente mozione si chiede pertanto al lod. Consiglio di Stato:

 

       Di attivarsi urgentemente nei confronti della Confederazione chiedendo l’introduzione di misure di salvaguardia del mercato del lavoro ticinese;

       Di bloccare il rilascio di nuovi permessi per frontalieri fino a quando tali misure non saranno in vigore.

 

Con la massima stima

 

Lorenzo Quadri

Massimiliano Robbiani

 

Nuova politica regionale: persi milioni!

Interrogazione

 

Nuova politica regionale e fondi persi

 

La nuova politica regionale, che avrebbe dovuto entrare in vigore ed essere attuata nel periodo 2008-2011, si è dimostrata un vero e proprio un flop. A fine luglio infatti, si è venuti a conoscenza, quasi per vie traverse, che dei 51,6 milioni di franchi messi a disposizione dal Cantone e dalla Confederazione ne sono stati distribuiti solo 5,6 milioni, quindi il 90% dei fondi messi a disposizione è semplicemente andato perso, dal momento che – come ha dichiarato il direttore della Divisione dell’economia, Arnoldo Coduri –  tale somma non verrà riportata nel prossimo credito quadro.

 

Da notare che nella Convenzione firmata con la SECO, nell’importo  di  20’364’000 franchi assegnato dalla Confederazione al  Cantone Ticino, vi sono 6’800’000 franchi  quali contributi a fondo perso, ciò che costituisce una perdita secca per il nostro Cantone, oltre che una perdita d’immagine verso i cittadini e anche di credibilità verso la Confederazione.

 

In un momento in cui si chiede giustamente alla Confederazione di assumere un ruolo incisivo per rafforzare e difendere gli interessi del Ticino, quanto non fatto in ambito di sviluppo regionale (che interessa dunque tutto il Cantone) la dice lunga sulla progettualità e la volontà dei nostri governanti cantonali.

 

Se queste cifre fossero definitivamente confermate, per il nostro Cantone questa situazione rappresenterebbe un vero e proprio smacco, che ha cause e responsabilità politiche che non possono e non devono essere relativizzate o nascoste.  

In un momento delicato per la nostra economia e per lo sviluppo di tutto il Ticino, il non essere riusciti a far partire i progetti sul piano regionale e sul territorio, che pur ci sono, per i ritardi accusati  nell’allestimento  del Regolamento d’applicazione della legge –  e di riflesso nella costituzione degli Enti Regionali di Sviluppo  e delle relative agenzie – non è certamente accettabile.

 

In altri Cantoni, come Vallese e Grigioni, l’iter è stato decisamente meno macchinoso e, a quanto è dato sapere, i fondi messi a disposizione sono stati in gran parte utilizzati.

 

In Ticino, il ritardo  nell’approvazione della Legge cantonale d’applicazione, la mancata gestione di un periodo ponte nel passaggio dalle Regioni di montagna alle Agenzie di sviluppo e la decisione – assai sospetta – presa all’indomani delle elezioni cantonali del 2007 di attribuire congiuntamente la politica regionale al Dipartimento delle Istituzioni (DI) e al Dipartimento Finanze ed Economia (DFE) hanno di fatto bloccato tutto.

 

Nei confronti di questa situazione e di questo flop, la Direzione del DFE ha le principali, per non dire esclusive, responsabilità, se si considerano pure le resistenze e la mancanza di flessibilità da parte della Divisione dell’economia nell’integrare il programma di attuazione, in particolare per quanto concerne  il sostegno e il finanziamento dei progetti regionali. Tali procedure risultano infatti molto complicate e burocratiche.

 

Sintomatiche sono al riguardo le considerazioni dell’ex Capoufficio dell’Ufficio cantonale  delle regioni di montagne, Tarcisio Cima, che, sul GdP del 19 agosto 2011, oltre ad evidenziare le mancanze del DFE, mettono bene in luce  le inadeguatezze di tutto il progetto, sostenendo addirittura che se i fondi a disposizione non sono stati utilizzati è anche perché “…uno non sapeva neppure a chi rivolgersi per riceverli. E chi ha trovato l’interlocutore (in genere le vecchie Regioni LIM) si è visto  confrontato con condizioni impossibili e con un iter burocratico che sembra fatto apposta per scoraggiare chiunque.”

 

 

Chiedo pertanto al lod. Consiglio di Stato di:

 

          Fornire dati precisi (sussidi a fondo perso, mutui agevolati ecc.) sul totale dei fondi assegnati al Ticino  da Cantone e Confederazione nell’applicazione della politica regionale nel periodo 2008-2011,  e sul relativo utilizzo.

          Spiegare i motivi reali per cui non sono stati utilizzati i fondi concessi e gli ostacoli incontrati.

          Spiegare cosa non ha funzionato nella promozione.

          Indicare, alla luce di quanto sopra esposto, perché, all’interno della Divisione Economia esistono al momento problemi tali da impedire un normale ed efficiente funzionamento dell’attività e cosa intende fare per il futuro.

          Fare il punto della situazione sugli ERS.

          Specificare cosa intende fare per scongiurare altri quattro anni di inattività, con il rischio di bloccare iniziative pubbliche e private.

 

 

 

Con la massima stima

Lorenzo Quadri

 

 

Il lupo perde il pelo…

Interrogazione

 

L’asilante spacciatore caduto dall’autosilo Motta durante un inseguimento è guarito… ed è tornato a spacciare?

 

Nel giugno 2009 un asilante spacciatore intercettato alla stazione FFS di Lugano, durante il conseguente inseguimento cadde dal sesto piano dell’autosilo di via Motta, rimanendo ferito in modo grave.

La vicenda diede adito a discussioni di vario tipo.

Secondo alcune prese di posizione “particolarmente acute”, la colpa dell’accaduto non era dell’asilante che, oltre a spacciare, invece di consegnarsi alle forze dell’ordine si era dato alla fuga con le conseguenze del caso, bensì del “clima di chiusura” (?) creato (?) da atti parlamentari sulla criminalità straniera.

 

Ora, a due anni di distanza, risulta che il presunto rifugiato, dopo un periodo di cure (finanziate da chi?) è guarito: a questa notizia positiva ne fa seguito una meno positiva, ossia che il richiedente l’asilo, oltre ad essersi ristabilito, sarebbe tornato a spacciare: e sarebbe stato di recente fermato dalla polizia per questo reato.

 

Chiedo pertanto al lod. Consiglio di Stato:

 

         corrisponde al vero che il richiedente l’asilo oggetto del presente atto parlamentare, ristabilitosi dopo la caduta dall’autosilo di via Motta, invece di comportarsi onestamente – anche in considerazione dello scampato pericolo! – è tornato a spacciare?

         Quante volte è già stato fermato dalle forze dell’ordine dopo la guarigione? Quando e dove?

         Gli sono state comminate sanzioni? Se sì quali?

         Il richiedente l’asilo in questione risulta iscritto ad un’assicurazione malattia? In caso contrario, chi ha finanziato le cure di cui ha beneficiato?

         Con quale tipo di permesso la persona in questione risiede in Ticino? Esercita attività lucrative legali (oltre a quelle illegali) o è al beneficio di prestazioni sociali?

         Quali le conseguenze della recidiva sulla futura permanenza in Svizzera della persona in questione?

 

Con la massima stima

Lorenzo Quadri

 

Cassa malati: fregati ancora una volta?

Nei giorni scorsi il Ministro dell’Interno Didier Burkhalter si esprimeva in questi termini: «Gli aumenti dei premi di cassa malattia, che si temevano molto forti nel 2012, dovrebbero essere abbastanza moderati».

A parte che come al solito non si capisce perché gli aumenti di premio nel 2012 avrebbero dovuto essere molto forti, non si capisce nemmeno cosa si intenda per “abbastanza moderati”.

Una cosa invece la si capisce benissimo, ossia che qui vogliono farci fessi ancora una volta. Infatti in Ticino per il 2012 i premi di cassa malati non dovranno “aumentare moderatamente”, ma dovranno invece diminuire. Burkhalter, parlando di “aumenti moderati” faceva un discorso generale, su scala nazionale, ma se ci fossero stati dei Cantoni con diminuzioni, è verosimile che li avrebbe segnalati, ragion per cui…

 

Nuovo sistema e vecchi furti

In Ticino i premi devono diminuire perché nel 2012 entrerà in vigore il nuovo sistema di finanziamento delle cure ospedaliere, in base al quale gli assicuratori malattia risparmieranno 85 milioni di Fr, i quali saranno scaricati sul Cantone. Di conseguenza i premi dovranno diminuire per l’intero equivalente di questo ammontare.

Non solo: per anni, lo abbiamo scritto ormai innumerevoli volte ma in questo Cantone è meglio ripetere le cose, il Ticino, ossia i cittadini ticinesi, hanno pagato premi di cassa malati troppo elevati, che sono stati utilizzati dagli assicuratori per costituire riserve gonfiate, alle quali si è attinto per tappare i buchi fatti in altri Cantoni dove i premi di cassa malati erano bassi al punto da non coprire nemmeno i costi del sistema sanitario. Quindi, i ticinesi finanziavano i premi di cassa malati agli abitanti di Cantoni in cui il potere d’acquisto è decisamente superiore al nostro: un vero e proprio sistema da Robin Hood al contrario.

Se si arrivati a questo punto è perché l’autorità federale, non si è mai degnata di verificare, come invece sarebbe stato suo dovere,  l’ammontare dei premi nei vari Cantoni. Ha sempre benedetto, senza grandi discussioni, le proposte di aumento formulate dalle casse malati: e chi s’è visto s’è visto. Ma allora a cosa servono i superpagati funzionari federali, per tacere del Capodipartimento, se gli assicuratori hanno mano libera su tutto?

Il risultato è che per anni abbiamo pagato troppo e il sistema di restituzione previsto da Berna, come spiega Bruno Cereghetti, già capo dell’Ufficio assicurazione malattia del DSS su La Regione di venerdì, è ferraginoso, parziale ed iniquo.

In conclusione, dunque, siamo stati turlupinati in passato e verremo “risarciti” solo per modo di dire. Adesso rischiamo di rimanere fregati anche per il futuro, se i premi non diminuiranno. Un aumento moderato (?) come quello annunciato da Burkhalter sarebbe comunque un furto. La dimostrazione che quando il ministro in questione viene in Ticino a “portare in giro la faccia” dicendo di “voler capire”, in realtà racconta frottole. Oppure  che proprio non capisce.

Lorenzo Quadri

 

 

 

Cosa ci facevano i tre rumeni in Ticino?

Interrogazione

 

Cosa ci facevano in Ticino i tre (presunti) malviventi rumeni?

 

Una donna moldava nei giorni scorsi ha fatto arrestare a Chiasso tre cittadini rumeni, con l’accusa di averla fatta venire in Svizzera con la promessa di lavorare in un casinò mentre in realtà si intendeva obbligarla a prostituirsi.

 

I tre rumeni, secondo quanto comunicato dagli organi d’informazione,  sarebbero “ufficialmente residenti all’estero, ma da poco stabiliti nel Mendrisiotto”.

 

Chiedo pertanto al lod. Consiglio di Stato:

 

       con quale tipo di permesso, se ne avevano uno, i tre rumeni risiedevano nel Mendrisiotto?

       Nel caso non vi fosse alcun permesso: come si è potuto verificare il trasloco “abusivo” dei tre, e quando sarebbe avvenuto? Quali conclusioni trarne quo a controllo del territorio e alla possibilità per malviventi in arrivo da oltreconfine di insediarsi da noi indisturbati? Non si tratta di un segnale preoccupante?

       I tre rumeni sono persone già note alla giustizia?

 

Con la massima stima

Lorenzo Quadri

 

Ricorsi a scopo elettorale

   In tempi recenti abbiamo assistito a reiterati tentativi di strumentalizzare la Magistratura a scopo politico. Tentativi aventi sempre la medesima fonte d’ispirazione.

Le denuncie penali contro il CdS per il blocco del 50% dei ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri si sono concluse con degli scontati decreti di non luogo a procedere, essendo manifestamente infondate. Mancavano i più banali elementi costitutivi di qualsivoglia reato.

E’ tuttavia prassi normale che i costi dei decreti di non luogo a procedere vengano messi a carico dello Stato. Quindi i contribuenti pagano il conto delle denuncie tarocche sul blocco dei ristorni dei frontalieri. Questo a meno che il Ministero pubblico decida di mettere a carico dei denuncianti i costi provocati. Cosa che nel caso concreto sarebbe necessario, e non solo perché le denuncie erano completamente prive di ogni fondamento, ma soprattutto perché si trattava di tentativi di uso strumentale della Magistratura con l’obiettivo di contrastare forze politiche sgradite.

Lo squallido teatrino si ripete ora con la denuncia di nove frontalieri contro la campagna Balairatt. A questi ultimi la Pretura ha accollato  tasse di giustizia per 350 Fr. Il patrocinatore dei frontalieri, ossia l’avv. Paolo Bernasconi, ispiratore anche delle denuncie infondate contro il CdS per il blocco dei ristorni, ha dichiarato che intende ricorrere. Perché reputa la sentenza giuridicamente infondata? No: si tratta di un ricorso contro un fantomatico “partito dell’odio” che sarebbe composto dal “binomio Udc/Lega”. Una motivazione quindi non solo politica, ma addirittura partitica: si  presentano ricorsi non per correggere sentenze ritenute sbagliate ma con l’obiettivo dichiarato di fare campagna elettorale “contro”. Più strumentale di così…

Fa sorridere poi la pomposa dichiarazione dell’avv Bernasconi secondo la quale occorrerebbe «utilizzare ogni occasione per riaffermare il diritto di ogni individuo, sia svizzero che straniero, al rispetto della propria personalità». Peccato che lo stesso avv. Bernasconi abbia appena insultato una grossa fetta di ticinesi tacciandoli di seguaci del fantomatico “partito dell’odio”. Fa sorridere, ma non più dei balzani tentativi di spacciarsi per campioni di tolleranza da parte di persone che invece dimostrano di non essere neppure in grado di tollerare chi osa sbugiardare le loro visioni ideologiche contrapponendole alla realtà dei fatti. Ma guai, dire verità scomode stanno significa “incitare all’odio”.

Come ciliegina sulla torta, a tutto questo va aggiunto che i citati tentativi di strumentalizzazione della Magistratura a scopo di campagna elettorale finiscono, totalmente o parzialmente, a carico dei contribuenti ticinesi. Sarebbe pertanto interessarne conoscerne la fattura totale.

Lorenzo Quadri

 

 

 

Sempre più frontalieri anche tra gli apprendisti

Interrogazione

 

Apprendisti frontalieri

 

Da tempo le aziende segnalano un’impennata delle richieste di posti d’apprendistato da parte di giovani residenti oltreconfine (o piuttosto: da parte delle loro famiglie).

 

E’ evidente che l’attuale numero di lavoratori frontalieri, più di 50mila in un Cantone di 320mila anime, a cui bisogna aggiungere le oltre 12mila notifiche di lavoro temporaneo presentate annualmente, è insostenibile e va molto al di là di quelle che sono le necessità del mercato, generando in molti settori, e specialmente nel terziario, quella che, con un’azzeccata metafora, viene definita una “guerra tra poveri”: ossia una “guerra” tra i cercatori d’impiego residenti in Ticino e quelli residenti in Italia.

“Guerra” dalla quale i residenti non possono che uscire perdenti, necessitando di stipendi che permettano di affrontare i costi della vita ticinesi, mentre la controparte non solo non è confrontata con detti costi, ma può inoltre avvantaggiarsi anche del crollo dell’euro.

 

Ora questa “guerra tra poveri” si sta estendendo anche al settore dell’apprendistato, coinvolgendo dunque dei giovani di 15-16 anni.

Un fenomeno le cui conseguenze sociali si possono facilmente immaginare e cha va pertanto sventato.

 

Chiedo al lod Consiglio di Stato:

 

         Il CdS, per il tramite dei suoi servizi, monitora regolarmente l’evolversi del numero degli apprendisti frontalieri?

         Quanti sono attualmente i posti d’apprendistato occupati da frontalieri? Qual è la loro evoluzione?

         Quali misure intende adottare il CdS per preservare ai giovani ticinesi i posti d’apprendistato disponibili nel Cantone?

 

Con la massima stima

Lorenzo Quadri

 

 

Norvegia: le campagne d’odio della $inistra

La campagna elettorale per le federali è già iniziata. Lo dimostrano i tentativi di sfruttare a scopo – per l’appunto -elettorale la tragedia di Oslo e dell’isola di Utoya. I maestri del “politically correct” approfittano senza ritegno di decine di morti (ma la Norvegia è lontana, e allora “si può”) per demonizzare la controparte, che essi intendono sempre come il nemico da abbattere: ennesima dimostrazione di come la “correttezza politica” sia a senso unico.

E così ecco nascere una fantomatica “destra nazionalista internazionale”, già di per sé una contraddizione in termini. Una fantomatica  “destra nazionalista internazionale” ritenuta colpevole di intolleranza, odio, razzismo e di ogni altra nefandezza possibile ed immaginabile (allo sterminato elenco delle presunte malefatte mancano solo l’abigeato e l’alitosi, ma non tarderanno  ad arrivare).

E su questa fantomatica “destra nazionalista internazionale” accusata di intolleranza, di odio e di razzismo, la sinistra “buonista” (?) scarica, ma guarda un po’, camionate di intolleranza, di odio e di razzismo. Ovviamente in chiave elettorale.

Certa sinistra (alle nostre latitudini tutta) non ha ancora digerito il fallimento, peraltro ammesso anche da Angela Merkel e da David Cameron, di politiche migratorie scriteriate, orientate all’accoglienza illimitata ed incondizionata di qualsiasi persona in arrivo da paesi stranieri vicini e lontani. Nell’illusione di poter allegramente ignorare ogni differenza ed ostilità di cultura, di identità, di religione, di usi e costumi, di volontà lavorativa, e così via. Va da sé che i costi – economici, sociali e di qualità di vita  – di tali politiche vengono poi scaricati sulla popolazione “indigena”. La quale non può far altro che conformarsi, e chi si azzarda a protestare diventa automaticamente razzista.

E così ecco che chi osa denunciare questo stato di cose e le sue conseguenze viene dipinto come la fonte di tutti i mali. I nostrani maître à penser, abituati a volare alti nelle loro elucubrazioni, nel caso concreto precipitano miseramente, approfittando senza remore della tragedia norvegese.

Parlano, costoro, di “campagna d’odio”; ed infatti una campagna d’odio c’è: la loro. Una campagna d’odio messa in atto da una sinistra che si illude forse, in questo modo, di potersi vendicare sul “nemico” (razzista, fascista, populista, xenofobo, e via farneticando) dei propri ripetuti insuccessi elettorali. Insuccessi imputabili ad una manifesta perdita di contatto con i problemi e le esigenze della cosiddetta “base”, e alla pretesa di imporre al cittadino scelte ideologiche lontane dalle realtà.

Davanti alla tragedia di Oslo, i politici avrebbero dovuto fare una sola cosa: tacere. Non l’hanno saputo fare – anche perché sfruttando drammi come questo è facile, fin troppo facile, ottenere audience – e ne è nato un festival delle strumentalizzazioni di cui si sarebbe volentieri fatto a meno.

Strumentalizzazione per strumentalizzazione, allora accusare le politiche migratorie norvegesi di essere la vera causa del dramma, come pure qualcuno ha fatto (attirandosi il disdoro universale), non è più squallido che tentare di attribuire la medesima colpa alla destra.

La campagna denigratoria di sinistra, incentrata sul solito trito cliché della “destra razzista” con cui ad ogni pie’ sospinto certuni tentano di imbavagliare il “nemico”, non porterà comunque lontano. Politiche migratorie sballate hanno provocato e provocano gravi problemi economici e sociali anche da noi. La correzione di queste politiche fallimentari è una priorità. Il problema sono queste politiche; tentare invece di demonizzare chi le contesta, allo scopo di sviare l’attenzione dal nocciolo della questione, è un vecchio trucchetto, che però funziona sempre meno. Lo dimostra il fatto che i fautori di queste “visioni” si sono spinti fino a sfruttare una tragedia per denigrare l’avversario politico, ossia il “nemico da abbattere”. Simili squallidi espedienti non cambiano la realtà. Sono  però utili a strappare qualche velo sui “politicamente corretti” che non si fanno problemi a strumentalizzare, in funzione elettorale, drammi che avrebbero meritato maggior rispetto. Drammi che, nei loro abissi, sono lontani anni luce dalla politichetta pre-elettorale.

Lorenzo Quadri

 

 

Cassa pensioni e superfranco: quanti soldi polverizzati?

Interrogazione

 

Quanto ha perso la Cassa pensioni dello Stato a seguito dell’apprezzamento del franco?

 

In un’intervista pubblicata il 14 agosto us sul settimanale Der Sonntag, l’economista dell’ Unione sindacale svizzera (USS) Daniel Lampart stima che negli ultimi 20 mesi presso le casse pensioni sarebbero stati polverizzati fino a 50 miliardi di Fr  (su un totale di circa 700) a seguito dell’apprezzamento del franco. Situazione chiaramente imputabile ad investimenti all’estero effettuati in valuta estera. Da notare che la Lega dei Ticinesi da 20 anni predica che le casse pensioni dovrebbero investire in Svizzera e in franchi svizzeri.

 

Chiedo pertanto al lod. Consiglio di Stato:

 

         A quanto si ritiene ammontino, negli ultimi 20 mesi, le perdite per la Cassa pensioni dello Stato dovute all’apprezzamento del franco?

 

Con la massima stima

Lorenzo Quadri

Sul balcone di palazzo civico

No ai “fetidi balzelli” sul pattume

Il Tribunale federale in una recente sentenza ha stabilito che i costi di raccolta e smaltimento rifiuti dovrebbero essere coperti per il 70% da tasse causali che tengano conto dei rifiuti prodotti: in altre parole, da tasse sul sacco. In sostanza dunque il TF prescrive l’introduzione di fetidi balzelli sull’immondizia, ossia di ulteriori tasse a carico dei contribuenti. In questo paese però ad essere “sovrano”, almeno per il momento, è ancora il popolo e non i giudici.

Al proposito va rilevato che il famigerato principio di causalità viene gestito in modo quanto meno fantasioso, e proprio dalla stessa autorità federale: si vedano al proposito le proposte di far pagare il canone radiotelevisivo a tutti, anche a chi non possiede un apparecchio di ricezione.

La raccolta e smaltimento rifiuti è un servizio di base alla popolazione. Di conseguenza, sarebbe assolutamente coerente che il suo finanziamento avvenisse tramite le imposte ordinarie.

Va poi considerato che, con l’entrata in funzione del termovalorizzatore di Giubiasco, i costi di smaltimento rifiuti si sono ridotti da 280 a 175 Fr/t. A ciò deve quindi corrispondere un’importante diminuzione delle tasse sui rifiuti (sia sul sacco o per nucleo familiare): i politici che, all’indomani della sentenza del TF, sono subito corsi a sollecitare esecutivi di vario ordine e grado rivendicando l’introduzione di una nuova, ulteriore tassa a carico del contribuente, avrebbero fatto meglio a chiedere quanti comuni hanno adeguato il proprio prelievo riducendolo sostanzialmente sulla base dei “nuovi costi”, quanti non l’hanno invece ancora fatto e perché.

Chi poi, sempre tra i politici, freme per caricare sul groppone del cittadino contribuente  una nuova, ulteriore tassa – per l’appunto quella sul sacco dei rifiuti, nota anche come “fetido balzello” – dovrebbe anche ricordare che, per fortuna, esistono ancora i diritti popolari.

E i diritti popolari costituiscono uno scoglio che l’eventuale introduzione di nuove, ulteriori tasse – ammesso e non concesso che si trovino esecutivi e legislativi disposti a licenziare regolamenti di tale tenore – dovrà certamente affrontare. Per prevedere l’esito dell’esercizio, basta andare a guardarsi i risultati delle più recenti votazioni sul tema, quelle di Bioggio e Capriasca, dove i “fetidi balzelli” sono stati “termovalorizzati” a furor di popolo.

Che gli schieramenti rosso-verdi bramino l’introduzione di una nuova, ulteriore tassa non sorprende affatto; sarebbe anzi stato strano il contrario. Fa specie però che, nel caso concreto, ne sostengono una che ha, quale dimostrato ed immediato effetto collaterale, la creazione di antiecologiche discariche abusive in luoghi pubblici, magari discosti (prati, boschi, giardinetti, ecc). Ma, si sa, le vie del balzello sono infinite…

Lorenzo Quadri

Deputato e municipale

Lega dei Ticinesi

 

AET e lo sfacelo dei parchi eolici in GRECIA

Tramite il fondo REI, Renewable energy investments, con sede alle isole Cayman, AET partecipa ad investimenti in parchi eolici.

AET detiene, nel fondo REI, una partecipazione al 20.09%.

In effetti AET sta al momento investendo in parchi eolici situati nientemeno che Grecia; con tutti i rischi che ciò comporta data la disastrosa situazione economica e politica di quel Paese.

 

In particolare risultano fonti d’incognite i parchi eolici Makedonias, Mitikas, Kaditza, Solar Hellas e Wippendorf (quest’ultimo situato in Germania).

 

Il progetto Wippendorf risulta infatti essere stato abbandonato; PurEnergy (di cui AET era azionista, prima di cedere la propria partecipazione ad un prezzo simbolico ad una società presieduta dall’ex direttore di AET Paolo Rossi), avrebbe avviato una procedura giudiziaria contro la Vestas Deuschtland GmbH con la quale era in essere un contratto per la fornitura di 5 turbine. Per queste turbine sarebbe stato versato da PurEnergy un acconto di 3.8 milioni di euro. Oggetto del contendere sarebbe la restituzione di tale acconto, che pare quanto mai incerta.

 

Il parco eolico Makedonias risulta essere in costruzione – costruzione che, a quanto pare,  comporterà probabilmente spese superiori a quelle preventivate – ed in attesa di sussidi dal governo greco. A quanto pare le “dead lines” fissate dal governo greco per ottenere licenze e sussidi sarebbero molto strette e non è chiaro se potranno essere mantenute.

 

Il parco eolico Mitikas è operativo e sarebbe anch’esso in attesa di (incerti) sussidi dalla Grecia.

 

Per Karditza sarebbero in corso trattative per la vendita alla Reninvest, società presieduta fino al 2010 dall’ex direttore di AET Paolo Rossi, ed in cui AET deteneva una partecipazione del 20%.

 

Il progetto Solar Hellas invece si troverebbe nella più grande incertezza, al punto che il suo valore sarebbe già stato portato a zero.

 

Per ovvi motivi legati alla situazione politica ed economica della Grecia, il valore dei parchi eolici greci risulterebbe assai difficile da determinare (per usare un eufemismo).

A quanto pare, l’intenzione del fondo REI sarebbe quella di ultimarne la costruzione e poi di venderli. E’ però ovvio che non sarà facile, nella situazione attuale, trovare degli acquirenti.

 

Pare altresì ovvio che, per i già citati motivi, i sussidi governativi ventilati ben difficilmente si concretizzeranno; ed in ogni caso, a quanto risulta, l’ipotetica vendita potrebbe dare adito ad obblighi di restituzione parziale o totale dei sussidi eventualmente percepiti.

 

E’ chiaro che gli investimenti in parchi eolici greci, in cui AET si trova coinvolta, appaiono altamente a rischio per ovvi motivi; come pure a rischio appaiono quelli nel progetto Wippendorf.

 

Si possono quindi facilmente pronosticare perdite plurimilionarie a carico di AET e, di conseguenza, dei cittadini ticinesi.

 

Chiedo pertanto al lod. Consiglio di Stato:

 

–         Quanti milioni di AET sono a rischio nel progetto Wippendorf?

–         Quanti nel parco eolico Mitikas?

–         Quanti nel parco eolico Makedonias?

–         Quanti nel parco eolico Karditza?

–         Quanti nel progetto Solar Hellas?

–         Come valuta il CdS gli investimenti di AET (tramite il fondo REI) in parchi eolici in Grecia?

–         E’ normale ed accettabile il coinvolgimento di AET in investimenti in Paesi altamente a rischio come la Grecia?

 

Con la massima stima

Lorenzo Quadri

 

Bari: la guerriglia dei clandestini africani

Questa mattina un gruppo di 150 immigrati africani ha bloccato la statale 16 bis, la ferrovia ed ha aggredito la polizia con spranghe e sassi. I clandestini VOGLIONO lo status di rifugiati politici; ma rifugiati politici non sono. Non c’è motivo di ritenere che i sedicenti asilanti arrivati in Ticino siano di “pasta” diversa.

 

A Bari i clandestini africani, tutti falsi rifugiati, stanno letteralmente mettendo a ferro e fuoco la città. Questa mattina un gruppo di 150 immigrati ha bloccato la statale 16 bis e la ferrovia, nei pressi del centro d’accoglienza. Armati di spranghe di ferro e di sassi, i clandestini hanno poi aggredito la polizia intervenuta sul posto. Il bilancio è di 30 feriti, tra i quali anche dei semplici passanti, oltre ai danni materiali.

L’accaduto si commenta da sé. Ma a cosa si deve questa vera e propria guerriglia urbana? Semplice: gli immigrati vogliono la regolarizzazione e, udite udite, lo statuto di rifugiato politico. Solo che questi signori non sono affatto dei perseguitati politici. Si tratta invece di rifugiati economici, che di conseguenza non hanno alcun diritto all’asilo. Questi immigrati arrivano clandestinamente in Europa e pretendono, vogliono, esigono. E se non ottengono? Blocchi stradali e ferroviari, spranghe, sassi. Questo non è affatto un comportamento da perseguitati politici. E’, invece, un comportamento da delinquenti. Ed infatti nelle sommosse verificatesi nel Nordafrica sono state prese d’assalto (e svuotate) anche le carceri.

A Chiasso non siamo ancora giunti a simili livelli. Tuttavia il comportamento di troppi sedicenti asilanti ospiti del centro di registrazione è ben lungi dall’essere accettabile. Furti, aggressioni, minacce, zuffe, ubriachezza, molestie, orina su edifici privati e pubblici, chiese comprese: la lista delle malefatte dei presunti “perseguitati politici” è scandalosamente lunga. E non ci si venga per favore a raccontare la fregnaccia $inistrorsa della “diversità culturale”. Perché il principio che, quando si è ospiti in casa d’altri (nel caso concreto ospiti autoinvitati ed indesiderati) ci si deve comportare bene, è comune a tutte le culture a tutti i contenienti. Né bisogna dimenticare una cosa: non c’è alcun motivo per ritenere che gli asilanti delinquenti siano solo quelli di Bari, e che quelli giunti a Chiasso siano invece i “buoni”. Al contrario: per un criminale è più facile spostarsi sul territorio e attraversare clandestinamente i confini. Sicché non c’è alcun motivo per ritenere che i sedicenti profughi che si trovano su territorio ticinese siano fatti di una pasta diversa da quelli che a Bari creano guerriglie urbane perché VOGLIONO uno status cui non hanno diritto o da quelli che a San Remo occupano e devastano le case di vacanza.

E’ chiaro che, alle nostre latitudini, ai livelli di Bari non vogliamo che si giunga mai, e allora ci sono almeno tre misure che sono immediatamente applicabili:

1)      aumentare la sorveglianza ai confini, di modo che i clandestini in Ticino proprio non ci arrivino;

2)      espellere immediatamente, e senza tanti se né ma, i sedicenti rifugiati che ringraziano per l’ospitalità ricevuta commettendo reati;

3)      Rinviare verso l’Italia il maggior numero possibile di asilanti, e il Belpaese fa il piacere di riprendersi i clandestini di sua spettanza.

Oltre a questo, per i sedicenti rifugiati bisogna creare dei campi di lavoro in zone discoste, così da evitare a queste persone di rendere la vita impossibile ai residenti, e anche da scoraggiare i troppi asilanti di comodo (che sono oltre il 90% dei richiedenti).

In tutto questo discorso manca però un attore: i ricchi paesi islamici.

Perché gli immigrati africani (musulmani) se li deve prendere tutti l’Europa degli “infedeli” cristiani? Vuoi vedere che c’è sotto un preciso disegno? Non certo da parte della grande maggioranza dei clandestini, i quali probabilmente della religione se ne infischiano. Ma magari da parte di altri sì.

 

Lorenzo Quadri

Intervento 1° agosto a Campo Blenio

Cari amici e care amiche leghisti e Udc,

 

Arriva un altro primo agosto, un altro giorno di festa per commemorare la nostra patria.

E di queste occasioni non ce ne sono mai abbastanza: al nostro paese, dovremmo pensare tutti i giorni dell’anno.

 

E’ arrivato un altro primo agosto, ma troppi problemi del Ticino e dei Ticinesi sono ancora irrisolti.

 

Quando a fine maggio ho messo piede per la prima volta nel Consiglio nazionale, una delle prime cose che deputati di altri Cantoni mi hanno chiesto è se è proprio vero che il Ticino non viene ascoltato a Berna.

 

La risposta non può che essere affermativa. E la mia per il momento breve esperienza sotto le cupole federali  me l’ha riconfermato.

 

I principali problemi del Ticino, soprattutto legati alla libera circolazione delle persone e alle sue disastrose conseguenze per il nostro Cantone, vengono minimizzati quando non addirittura negati.

 

Non è vero che i frontalieri sono un problema,

non è vero che essi lavorano al posto dei Ticinesi,

non è vero che c’è un problema di dilagante criminalità straniera,

non è vero che in Ticino si pagano premi di cassa malati fuori misura,

non è vero che le black list di Tremonti danneggiano le ditte ticinesi,

non è vero che chiudere il tunnel autostradale del Gottardo per 3 anni significa infliggere un colpo letale alla nostra economia,

non è vero che i ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri sono troppo alti,

non è vero che i finti asilanti mettono sottosopra Chiasso.

E così via.

 

Per lorsignori del Consiglio federale non è mai vero niente: sono tutte invenzioni. Storielle. Frottole populiste.

Intanto i frontalieri sono oltre 50mila, mentre nel 1998 erano la metà. Nel 1998, non nel Medioevo.

Intanto perfino la Sezione del lavoro del Dipartimento delle finanze del nostro bel Cantone, che di certo non è popolata da leghisti, ammette che nel 2010 in Ticino sono stati creati 3000 posti di lavoro, e nel contempo il numero dei frontalieri è aumentato di 3000 unità: fate voi i conti.

 

Intanto che agli svizzeri nel bisogno si fa tirare la cinghia, ad esempio tagliando sulla disoccupazione, la Banca nazionale nei primi sei mesi di quest’anno è già riuscita a sperperare 11 miliardi di Fr dei nostri soldi nel tentativo, del tutto inutile, di puntellare un euro ormai fallito, specchio di un’Unione europea fallita.

 

La Lega e l’Udc ticinese meritano di contare di più a Berna. Perché, spiace dirlo ma è un dato di fatto: l’attuale Deputazione ticinese alle Camere federali non ha saputo o non ha voluto difendere gli interessi del nostro Cantone. Ed è, tanto per dirne una, rimasta inattiva davanti agli  attacchi italiani.

Basta vedere cosa è successo sul blocco dei ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri: chi vi parla è rimasto l’unico a sostenere questa misura necessaria per far scendere il pittoresco ministro Tremonti a più miti consigli.

 

A Berna servono dei deputati ticinesi che difendano il nostro paese, che dicano davvero quello che vuole la gente del Ticino:

No alla svendita della Svizzera alla fallimentare Unione europea,

basta frontalieri laddove possono venire assunti dei Ticinesi,

basta con le frontiere a colabrodo,

basta migranti economici che arrivano da noi per farsi mantenere, difesa della nostra cultura, delle nostre radici e anche di quel che ancora resta del nostro benessere, costruito a prezzo di grandi sacrifici.

 

Ad ottobre spero – naturalmente –  di venire riconfermato in Consiglio nazionale, dove il lavoro da fare non manca;

e proprio perché il lavoro non manca, spero di non essere solo.

 

Come ha detto il nostro presidente, abbiamo la possibilità di portare a casa, anche in ottobre, un risultato strepitoso, sulla scorta di quello di aprile: magari addirittura quattro deputati federali, tra Lega e Udc: tre al Consiglio Nazionale e uno al Consiglio degli Stati.

E allora diamoci da fare perché anche questo sogno si avveri! Per la nostra Svizzera, per il nostro Ticino e per il nostro futuro!

Buona festa a tutti!

 

Lorenzo Quadri