Casse malati: morosi e black list

Bruno Cereghetti, già capo dell’Ufficio assicurazione malattia del DSS, molto critico nei confronti della proposta governativa di creare delle “liste nere” di insolventi di cassa malati

 

A partire dall’anno prossimo sono attese novità importanti sul fronte degli assicurati sospesi di cassa malati, ossia coloro che, non avendo pagato il premio (o altro) si sono visti sospendere la copertura dall’assicuratore.

Semplificando molto, in base al nuovo regime in vigore dal 1° gennaio 2012, non ci dovrebbero più essere sospesi e il Cantone si prende a carico l’85% dell’importo degli insolventi in carenza beni. L’attestato di carenza beni rimane a disposizione dell’assicuratore malattia il quale, se il moroso dovesse in futuro addivenire a miglior fortuna e pagare, dovrà versare al Cantone il 50% di quanto incassato.

Il Consiglio di Stato ha approntato un messaggio che prevede l’introduzione di una black list (un concetto che ci ricorda molto l’ex ministro Tremonti), ossia una lista in cui andrebbero inseriti coloro che non pagano “per scelta”: ossia quanti non pagano il premio anche se ne avrebbero i mezzi. Nei confronti delle persone inserite nella black list rimarrà possibile sospendere la copertura assicurativa, ma devono restare coperte le cure urgenti.

 

Grattacapi per i comuni

Un’ impostazione che sta suscitando grattacapi nei Comuni, i quali, esaminando le liste di morosi fornite dal Cantone, dovrebbero indicare, in base alla situazione patrimoniale dei singoli, chi va inserito sulla lista nera. Già a questo livello nascono i guai: non solo si tratta di lavoro burocratico in più, ma il Comune non ha poi la possibilità di sostanziare quello che afferma poiché i dati fiscali sono protetti dal segreto fiscale. Va a finire che il Comune di domicilio rischia di beccarsi querele per aver rivelato cose che non era autorizzato a rendere note.

 

Arricchimento delle casse malati

E questo è solo l’inizio delle difficoltà secondo l’ex capo dell’Ufficio assicurazione malattia del DSS Bruno Cereghetti, il quale è totalmente contrario alla proposta del Consiglio di Stato.

«Una proposta – spiega Cereghetti – che crea grossi problemi a vari livelli e che porta a delle incongruenze. Pensiamo al caso della persona inserita sulla cosiddetta black list. Essa si ritrova con la copertura sospesa, ma se è in carenza beni il Cantone paga comunque l’85% di quanto dovuto all’assicuratore malattia. Che incassa senza coprire le spese. Se poi un domani l’insolvente migliora la propria posizione e salda il debito nei confronti dell’assicurazione malattia, quest’ultima, dopo aver incassato l’85% del Cantone, incassa il 100% dal debitore, per un totale del 185%. Anche restituendo la metà di quanto ottenuto al Cantone, la cassa malati si trova con un arricchimento del 35%. Non sta in piedi. Inoltre una considerazione di carattere generale: il termine black list è veramente poco rispettoso per persone che in ogni caso versano in gravi difficoltà sociali. Molto più rispettoso della dignità umana delle persone toccate, e molto più appropriato in rapporto alla vera natura del fenomeno, sarebbe stato il termine “liste sociali”.».

 

Quale deterrente?

Inoltre c’è da chiedersi dove sarebbe l’effetto deterrente della sospensione gestita in questo modo. «Finché il sospeso che si ritiene non paghi “per scelta” è sano, continuerà a non pagare. Dovesse ammalarsi seriamente, bisognerà curarlo comunque perché non si può costituzionalmente fare altrimenti. L’effetto deterrente nei confronti di chi potrebbe pagare è dato semmai dal pignoramento, ma non dalla sospensione della copertura assicurativa. I Comuni riceverebbero inoltre le liste dei sospesi quando parte la procedura d’esecuzione ma, come detto, l’eventuale moroso “con disponibilità” si metterà in regola nel momento in cui si giungerà al precetto esecutivo, oppure verrà intimato il pignoramento: perché sono questi i veri deterrenti. Insomma, la così infelicemente chiamata lista nera finirà col diventare una grida spagnola. Nel frattempo, i Comuni avranno lavorato per niente, investendo per di più tempo, soldi e energie amministrative. ».

E si tratta di un lavoro non semplice. I Comuni infatti non potranno sostanziare le loro indicazioni sulle persone da inserire nella black list usando i dati fiscali in quanto questi sono protetti dal segreto fiscale. Finiranno quindi col dare delle indicazioni arbitrarie, con parametri di giudizio che potrebbero cambiare in modo importante da un Comune all’altro, violando con ciò il principio della parità di trattamento. Ed esponendosi al rischio di azioni giudiziarie da parte di chi è stato segnalato come non pagatore per scelta.

Anche per il Cantone da questo punto di vista la situazione non si presenta rosea, poiché chi reputa di essere stato sospeso ingiustamente si difenderà con ricorsi e azioni giudiziarie, cui il Cantone dovrà far fronte. «La così tristemente definita black list – spiega Cereghetti – comporterà dunque oneri e costi burocratici importanti sia per il Cantone che per i Comuni. E questo proprio oggi quando, per risparmiare, si pensa di ridurre lo spillatico negli istituti per anziani e invalidi. Un vero e proprio paradosso!Questi soldi potrebbero essere investiti più utilmente in vere misure sociali di prevenzione e di intervento diretto per incentivare al pagamento degli oneri LAMal, così come nel monitoraggio del fenomeno.Ma senza arrivare alla sospensione del diritto alle cure: una vera e propria misura inumana e ben poco civile, anticostituzionale perchè infrange il diritto fondamentale e inviolabile alle cure necessarie, e che in pratica equivale alla legge del taglione. Il tutto nel Terzo Millennio, non in certe epoche buie della storia. Di questo, di certo, c’è ben poco da andar fieri».

 

Tempi non così stretti

C’è tuttavia un problema di tempistica: la modifica di legge federale entrerà in vigore il prossimo 1° gennaio; cosa succederà se per quella data il Ticino non sarà pronto? «In realtà – risponde Cereghetti – ci sono ancora alcuni mesi di margine dopo il 1° gennaio. Col 1° gennaio infatti i sospesi attuali verranno re-integrati nella copertura. Dunque, passeranno ancora mesi prima che si ponga il problema di persone diventate nuovamente morose; e questo in ragione dei procedimenti di diffida che devono precedere le misure di incasso fortato. Intanto, c’è tutto il tempo per trovare delle soluzioni più confacenti dell’infelice, sia di nome che di fatto, black list. Misure sociali e di accompagnamento, in luogo di certe derive punitive che rischiano di situarsi al di là dei limiti di civiltà».

 

 

Ciao Rodolfo

 

Rodolfo Pantani non c’è più. Se ne è andato all’improvviso, “dopo breve malattia” direbbero i necrologi, per complicazioni cardiache. Nessuno se lo sarebbe aspettato: per questo il dolore e lo sconforto sono ancora più grandi. E’ stato libero ed indisciplinato fino all’ultimo, e se ne è andato fedele a se stesso.

La politica era la sua passione e l’ha sempre vissuta con il suo spirito da “toscanaccio”. Casinista, fuori dalle righe – perfino per gli standard della Lega che non sono mai stati quelli della Camera dei Lord – ma soprattutto buono e generoso sotto la scorza burbera, Rodolfo ha dato 20 anni della sua vita al nostro Movimento, di cui è stato aderente della prima ora.

Amato dagli amici e odiato dai nemici, come tutte le personalità forti non lasciava nessuno indifferente. Con la sua energia, che pareva inesauribile, ha portato la Lega al successo a Chiasso, ha condotto infinite battaglie in Gran Consiglio e progettava di rientrare in Consiglio comunale della sua città dove era pronto a tuonare contro l’esecutivo in cui sua figlia Roberta è vicesindaco. “E chi se ne frega – rispondeva Rodolfo – io in politica non guardo in faccia a nessuno”.

Ha avuto opinioni forti, per lui non esistevano le vie di mezzo ed i bizantinismi; ha sempre messo fuori la faccia in prima persona e, quando ha commesso errori, li ha pagati fino in fondo. Col suo modo burbero a volte poteva ferire senza volerlo. Era anche capace di scusarsi, dote rara in un politico; e, dote ancora più rara, lo faceva senza imbarazzo né rancore.

Nel suo impegno non trascurava l’aspetto ludico della politica e amava organizzare con i colleghi più fidati trasferte nella natìa toscana per pantagrueliche scorpacciate. Se ne infischiava invece dell’aspetto economico: spesso, quando era relatore parlamentare, nemmeno fatturava le ore di lavoro.

Soprattutto, a Rodolfo piacevano i giovani e gli piaceva stare con i giovani: forse perché è sempre rimasto giovane dentro. L’entusiasmo e lo spirito di ribellione tipici dei ragazzi in lui non si erano mai spenti, e mai avevano lasciato spazio a posizioni misurate e politichesi. Le nuove leve della Lega hanno sempre potuto contare sul suo concreto appoggio. L’entrata in politica di Norman Gobbi e di Lorenzo Quadri è in gran parte opera sua. In aprile era contento come un bambino per il raddoppio della Lega in Consiglio di Stato e per l’ingresso del “suo” Norman in governo. In ottobre ha lavorato con la consueta energia nel sostenere le candidature di Lorenzo Quadri e della figlia Roberta al Consiglio nazionale. E’ stata la sua ultima vittoria.

Rodolfo se ne è andato come ha vissuto, portando scompiglio e senza preavviso. Già ci manca terribilmente, come un amico insostituibile. E questo articolo, comunque, non gli sarebbe affatto piaciuto. Se potesse leggerlo, ci manderebbe fragorosamente affanc… Anzi:  da dove si trova ora, lo sta sicuramente facendo.

Ciao, “don Ciccio”.

 

Giuliano Bignasca

Lorenzo Quadri

 

Il governo non ha la coscienza a posto

  

Troppo facile pretendere di riscuotere da Comuni e cittadini quando ci si è lasciati e ci si lascia scappare da sotto il naso decine di milioni

 

Mettere le mani nelle tasche dei Comuni e/o dei cittadini. Questo il programma che si prepara a Palazzo delle Orsoline con il Preventivo 2012. Un Preventivo in cui si è arrivati persino a proporre – anche se c’è da sperare che l’ignominiosa misura verrà stralciata già in sede di esame commissionale – un ulteriore taglio allo spillatico degli anziani e degli invalidi a beneficio della Complementare ospiti in istituto. A queste persone, per risparmiare un paio di milioni all’anno, si vorrebbe precludere perfino il caffè al bar e il regalo di Natale ai nipotini.

Un Preventivo che parte con una simile premessa non poteva che celare il peggio, ed infatti ecco arrivare la manovra di 40 milioni buttati sulle spalle dei Comuni, ed in particolare di uno, ossia Lugano. Che al Cantone  torna comodo solo quando c’è da mungere.

Forse è il caso di ricordare che la Città di Lugano già versa una cifra vicina ai 30 milioni all’anno di contributi perequativi: ma i costi di centralità che è chiamata a sopportare (come erogatrice di servizi di cui beneficiano anche altri comuni che però non partecipano a pagarli) non vengono affatto riconosciuti, contrariamente a quanto avviene, ad esempio, a Zurigo.

Al di là di questo: il Consiglio di Stato, dopo essersi pervicacemente rifiutato di procedere a sgravi fiscali, vuole ora mettere le mani in tasca alla gente. Non c’è però motivo di consentirglielo, dal momento che l’esecutivo cantonale non ha la coscienza pulita, premessa indispensabile ad operazioni di questo tipo. Solo qualche esempio.

1) Premi di cassa malati. Il governo si è seriamente battuto per ottenere le diminuzioni di premio di spettanza dei ticinesi a seguito delle riserve in esubero e del nuovo sistema di finanziamento delle cliniche private? Premi meno cari avrebbero comportato anche un risparmio importante per il Cantone alla voce sussidi di cassa malati. Ma, in materia di premi d’assicurazione malattia, l’attitudine governativa è stata fin dall’inizio rassegnata. Morale: i Ticinesi, nella fissazione dei premi di cassa malati del 2012, sono stati fregati per l’ennesima volta.

2) Dividendi della Banca nazionale. La BNS sta polverizzando miliardi come noccioline nel tentativo di evitare un eccessivo rafforzamento del franco nei confronti dell’euro. E il prezzo lo devono pagare i Cantoni? La ministra della finanze ticinese siede nel Consiglio di banca della BNS. Quali passi ha intrapreso per salvaguardare i 72 milioni annui di spettanza ticinese?

3) La piazza finanziaria è una fonte di importanti entrate per l’erario cantonale. Sia per le tasse pagate da banche, fiduciarie, eccetera, ma anche per quelle versate dai circa 15mila contribuenti che devono la pagnotta proprio alla piazza finanziaria. La quale, come ormai sanno anche i paracarri, è stata oggetto di vergognosi e illegali attacchi da parte del per fortuna ex ministro delle finanze italiano, Giulio Tremonti. Attacchi che non sono rimasti senza conseguenze: vista la malparata, sempre più operatori spostano rami d’attività e posti di lavoro dal Ticino all’estremo oriente. Davanti alle scandalose iniziative tremontiane, che si sono estese a tutta la piazza economica ticinese con conseguenze negative anche per l’erario, il Consiglio di Stato è rimasto inattivo. Ha fatto da palo al saccheggio, nascondendosi dietro la foglia di fico della competenza federale per le questioni internazionali. Troppo facile adesso pretendere di estorcere ai Comuni e/o ai cittadini le risorse che ci si è lasciati portare via.

4) Domicilio fiscale di assicurazioni, grandi magazzini, ecc. Non poche di queste attività commerciali hanno filiali importanti in Ticino, ma pagano nel nostro Cantone tasse ridicole, in nessun modo proporzionate alla cifra d’affari realizzata alle nostre latitudini. Un problema irrisolto da anni. Cosa ha fatto il Cantone per convincere questi attori economici a pagare le imposte da noi? Anche qui, decine di milioni persi ogni anno.

5) Ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri. Il problema è arcinoto: il Ticino riversa attualmente all’Italia 56 milioni di imposte alla fonte dei frontalieri all’anno a seguito di tassi di ristorno spropositati (38,8%). Il nostro Cantone paga almeno 30 milioni all’anno di troppo. Ma il CdS è forse insorto? Macché: ancora una volta è rimasto a guardare.

E quelli citati sono solo alcuni esempi. Ce ne sarebbero parecchi altri. Esempi che dimostrano in modo palese come il governo, dopo essersi fatto scappare da sotto il naso entrate per decine e decine di milioni all’anno, non è in nessun modo legittimato ad arrivare a battere cassa.

Lorenzo Quadri

 

CdS: accanimento contro gli anziani con la Complementare

                                                                                        

 

Oltre alla  proposta di tagliare sullo spillatico dei beneficiari di Prestazioni complementari (PC) che vivono in Istituto (si pensi in particolare agli anziani che risiedono in case per anziani) il Preventivo cantonale 2012 propone pure di risparmiare sulla presa a carico, da parte del Cantone, dei premi di assicurazione malattia dei beneficiari di PC.

 

Se, fino al 31 dicembre 2011, ai beneficiari di PC il Cantone prenderà a carico il premio effettivo, cioè quello dovuto alla cassa malattia, nel caso in cui il Parlamento dovesse adottare la modifica proposta nel P2012, dal 1° gennaio del prossimo anno il Cantone prenderà a carico il premio soltanto fino a concorrenza dell’importo forfettario.

Nei casi in cui il premio fosse superiore all’importo forfettario, dal 1° gennaio 2012 la cassa malattia fatturerà la differenza direttamente al beneficiario di PC.

 

Il taglio sullo spillatico mette a rischio, per gli anziani in istituto, il regalo di Natale ai nipotini, o le scarpe nuove, o i caffè al bar offerti ai parenti in visita.

 

Il taglio sulla presa a carico dei premi di cassa malati scarica sui beneficiari PC una spesa in più. Se si pensa che le due misure si sommano…

 

Al proposito appare particolarmente goffo il comunicato ufficiale del Consiglio di Stato, divulgato il 18 novembre, con cui si invitano i beneficiari di PC, molti dei quali sono anziani (anche estremamente anziani), a cambiare cassa malati entro il 30 novembre per evitare di doverci mettere di tasca propria, a partire dal 1° gennaio, la differenza tra il premio effettivo e il premio forfetario.

 

Si propone in sostanza, a persone anche molto anziane e poco pratiche di questioni burocratiche, rispettivamente con difficoltà nell’affrontarle, di cambiare cassa malati nel giro di una decina di giorni!

 

Misure di risparmio come quelle in oggetto, inserite nel Preventivo cantonale 2012, vanno a colpire in modo poco decoroso fasce di popolazione – in particolare gli anziani a beneficio della PC – che meriterebbero invece di venire sostenute.

 

C’è da sperare, nell’interesse generale del Cantone, che la maggioranza del Gran Consiglio dimostri maggior senno di chi ha concepito simili risparmi, e li cancelli.

 

Il rischio è infatti quello di creare una disparità di trattamento a danno degli anziani e degli invalidi con PC: i Comuni ricchi potrebbero magari introdurre misure compensatorie per rimediare almeno parzialmente al danno fatto dalla scure cantonale. Quelli poveri non sarebbero in condizione di provvedere.

 

Lorenzo Quadri

 

Capodicastero Istituti Sociali

Città di Lugano

 

 

 

Raddoppiati gli aspiranti docenti frontalieri

Nel concorso per l’anno scolastico 2010-2011 erano 190; in quelli per l’anno scolastico 2011 – 2012 erano 337

 

Come volevasi dimostrare, grazie alla brillante sentenza del Tram che ha cancellato il requisito della conoscenza delle lingue nazionali quale criterio d’ammissione per partecipare ai concorsi di docente di scuola cantonale, il numero di aspiranti docenti frontalieri è esploso.

La situazione prima della decisione del Tram era la seguente: chi non aveva le competenze linguistiche richieste veniva scartato fin dall’inizio. Una soluzione tutt’altro che discriminatoria, dal momento che non veniva introdotto un requisito speciale in più per i candidati non svizzeri. Il requisito valeva per tutti. Se poi le scuole italiane non insegnano il francese e il tedesco, il problema non è certo nostro, ma degli amici d’Oltreconfine.

Ovviamente si trattava di un escamotage volto a favorire gli aspiranti insegnanti ticinesi. Favorire l’assunzione di Ticinesi nella situazione occupazionale attuale è una priorità assoluta ed indiscutibile. Perché non ci si venga a raccontare la storiella che non si trovano aspiranti docenti ticinesi e quindi è necessario “importare” insegnanti dalla Vicina Penisola.

Il Tram tuttavia nei mesi scorsi ebbe brillantemente a decidere che il requisito delle conoscenze linguistiche inserito nei concorsi d’assunzione ostacolava la libera circolazione delle persone. Infatti. Nessuno lo nega. Era stato creato proprio per questo. Tanto per una volta che il Consiglio di Stato ci aveva azzeccato…

Ostacolare la libera circolazione delle persone è una priorità politica, economica e sociale in Ticino, e non sta né in cielo né in terra che a mettersi di traverso, sabotando gli interessi del Cantone, sia un tribunale ticinese. Va da sé che la sentenza in questione ha avuto in Italia ampia eco mediatica. Nel caso in cui ci fosse qualche disoccupato italiano che non aveva ancora trovato la via della dogana.

 

Soluzione-bidone

La soluzione proposta in alternativa dal Tram è un  bidone inverosimile. Utilizzare le lingue come requisito preferenziale. Ciò significa, e lo ammette lo stesso governo cantonale rispondendo ad un’interrogazione leghista sul tema, che bisogna iniziare tutta la procedura d’assunzione del docente frontaliere (lavoro in più per il Cantone) e poi con la scusa del requisito preferenziale si potrà forse evitare di assumerlo, andando naturalmente incontro a ricorsi.

Ci si dimentica inoltre di dire che il docente frontaliere non solo non conosce le lingue nazionali, ma non conosce nemmeno il nostro territorio. Anzi, magari viene pure qui a sputare nel piatto dove mangia, ossia a parlar male della Svizzera. Ci sono docenti universitari frontalieri che fanno proprio questo. Per cui non si vede perché la stessa cosa non dovrebbe capitare anche a livello di docenti cantonali.

 

In ogni caso, carta canta: in particolare, cantano le cifre dei concorsi per docenti delle scuole cantonali per l’anno scolastico 2011 – 2012, specie se raffrontate a quelle dell’anno precedente.

Per l’anno scolastico 2010 – 2011 infatti al concorso per docenti cantonali i partecipanti totali sono stati 1863, di cui 190 frontalieri.

Per l’anno scolastico 2011 – 2012, invece, i partecipanti erano in totale 2064 ed i frontalieri 337. Morale della favola: dopo la sentenza del  Tram, gli aspiranti docenti frontalieri, se non sono raddoppiati, poco ci manca.

E con la situazione occupazionale italiana sempre più allo sfascio, con sempre più giovani laureati che lavorano come precari nei call center per 800 euro al mese, non ci vuole molta fantasia per immaginare cosa ci riserva il futuro.

Senza dimentica che ad ogni occasione le principali testate giornalistiche italiane invitano i propri lettori a cercare lavoro in Ticino. Una scuola ticinese in mano a docenti frontalieri sarebbe una catastrofe. Ed è proprio questo lo scenario che il Tram ci ha preparato.

 

Frontalieri: no allo sblocco dei ristorni

Sbloccare i ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri è un’eventualità che non deve nemmeno entrare in linea di conto, piaccia o non piaccia alla Consigliera federale Widmer Schlumpf.

La quale, peraltro, nemmeno con uno sforzo ginnico di fantasia può essere ritenuta nella condizione di esercitare pressioni su chicchessia, data la precarietà del suo seggio governativo, probabilmente giunto al capolinea.

Il blocco del 50% dei ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri (ma li si sarebbe anche potuti bloccare integralmente) è stata una mossa azzeccata e doverosa. Una mossa resa necessaria dalla deplorevole passività del Consiglio federale nell’intervenire a tutela del Ticino, della sua piazza finanziaria ed economica finite nel mirino di Giulio Tremonti, ministro delle finanze di un governo ormai caduto. Era impensabile assistere passivamente a simili attacchi senza reagire. Ma è quello che avrebbe continuato a fare il Consiglio federale, malgrado fosse l’autorità competente in materia di relazioni internazionali. Da qui la necessità di assumere un ruolo attivo: un risultato che solo il raddoppio leghista in Consiglio di Stato ha reso possibile.

Alzare bandiera bianca ora, sbloccando i ristorni, sarebbe una catastrofe.

La situazione politica ed economica dell’Italia, rimasta senza governo, è nota a tutti. Che senso ha, per la Svizzera, negoziare adesso?

Eppure pare che, contro ogni logica, siano in corso delle trattative, le quali sarebbero addirittura in fase avanzata (?).

Il rischio è evidente: ossia la conclusione di accordi contrari all’interesse del Ticino, dettati dalla foga federale di stipulare trattati per il puntiglio, fine a se stesso e tutto svizzero-tedesco, di poter dire di “essere in regola”. E poco importa se gli interessi ticinesi vengono sacrificati sull’altare delle fregole regolarizzatrici.

Il precedente è ormai famigerato: il tasso dei ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri, fissato nel 1974 al 40% (in seguito è sceso al 38.8%): percentuali assurde, che nel corso dei decenni hanno pesantemente penalizzato il Ticino, nell’interesse generale (indiscutibile; ma, appunto, generale) del segreto bancario. Insomma: il nostro Cantone ha pagato per tutti. Una verità emersa nella sua crudezza dallo studio che il Municipio di Lugano ha commissionato al prof Marco Bernasconi (ma dev’essere sempre e  solo il Municipio di Lugano a muoversi?).

Il rischio di un bis è dietro l’angolo. Siamo rimasti scottati a più riprese: se il Consiglio di Stato ci ricasca nuovamente, c’è davvero di che preoccuparsi.

A pagare il prezzo di accordi sballati tra Roma e Berna non è la Romandia e nemmeno la Svizzera tedesca. E’ il Ticino. E il Ticino rischia di ritrovarsi ancora una volta ingabbiato in contratti capestro conclusi sopra le nostre teste.

L’autorità ticinese ha dato delle indicazioni a chi starebbe negoziando con Roma – e starebbe negoziando in un momento in cui farlo è un’assurdità completa? In che misura l’autorità ticinese è coinvolta delle presunte trattative con l’Italia? E soprattutto: in che misura ha preteso di essere coinvolta? Questi sono alcuni interrogativi che necessitano di una risposta.

Le pressioni di Widmer Schlumpf non preannunciano nulla di buono. Trattare adesso è un nonsenso completo. Vorrebbe dire, appunto, che l’obiettivo non è raggiungere un accordo vantaggioso per il Ticino, ma raggiungere un accordo qualsiasi, e poi “chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato”. Ma non è così che può funzionare.

L’Italia cominci a dimostrare di essere in grado di esprimere un governo e di non essere in bancarotta, poi se ne riparla. Ed in nessun caso i ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri, bloccati dopo tante battaglie, vanno liberati prima della conclusione, e della messa in vigore, di un accordo sulla doppia imposizione e sul ristorno delle imposte alla fonte dei frontalieri che salvaguardi gli interessi ticinesi e che garantisca la cancellazione della Svizzera da ogni lista nera o grigia concepita dal creativo estro italico. Decidere altrimenti sarebbe, da parte del Consiglio di Stato, un tradimento degli interessi del Cantone.

Lorenzo Quadri

 

 

 

 

I cinque “pagliacci”

Paolo Bernasconi, distributore part-time di pubblicazioni taroccate, non se la prenderà se mutuiamo  il termine da lui utilizzato per definire i Consiglieri di Stato nell’ambito della fallimentare, oltre che ridicola, causa penale contro il  blocco dei ristorni dei frontalieri. Purtroppo, sempre per parafrasare Bernasconi, la nostra giustizia si è dovuta occupare anche di tale robaccia. Potrà pertanto prendersi il tempo anche per esaminare eventuali cause penali e/o civili nei confronti dei promotori del finto Mattino e del finto 10 Minuti.

Colti come bambini (e nemmeno tanto svegli) con le mani nella marmellata da una galeotta telecamera di videosorveglianza, i patrocinatori delle pubblicazioni tarocche “ad alto contenuto culturale” sono dovuti forzatamente uscire dall’anonimato dietro cui si erano “coraggiosamente” nascosti. Se la Lega ha potuto beneficiare, a seguito di tali iniziative, di ampia pubblicità gratuita, gli autori delle campagne anti-Lega e anti-Mattino ne escono invece con le ossa rotte. L’accaduto dimostra infatti che:

         L’etica dei nostrani “moralizzatori” è a senso unico: alla luce del sole fingono di indignarsi per il sedicente degrado del dibattito politico, e naturalmente si indignano in modo selettivo, ovvero soltanto nei confronti del “nemico”. Di nascosto, sempre nel tentativo di colpire il “nemico”, stampano pubblicazioni con contenuti razzisti, calunniosi e offensivi nei confronti delle donne. L’ “etica” e la “morale” di questi personaggi è come le loro pubblicazioni: una taroccatura.

         Quali sono gli strumenti con cui i finti moralisti vogliono innalzare il livello del dibattito politico? Pubblicazioni con le caratteristiche di cui sopra. Chi ripete ogni tre per due di essere “migliore” dovrebbe anche dimostrarlo.

         Sul sito internet gestito da un membro della Commissione federale contro il razzismo si trova una pubblicazione che offende i mussulmani e le donne.

         Un ex procuratore pubblico che ama spacciarsi per paladino della legalità ha più volte tentato di strumentalizzare la magistratura a scopi di campagna elettorale “contro”, ed  è complice di numerose infrazioni al codice penale.

         Un personaggio strasussidiato dall’ente pubblico, il clown Dimitri, partecipa ad iniziative che invitano al boicottaggio economico del “nemico da abbattere”: verrà ripagato con la stessa moneta. Se poi il suo senso della comicità sono il finto Mattino e il finto 10 Minuti…

         Uno dei cinque promotori ha già preso le distanze.

         Se questi sono i virtuosi nemici della Lega e del Mattino, ci aspettano 100 anni di vittorie.

Lorenzo Quadri

Trattative Svizzera – Italia: fregati ancora una volta?

Interrogazione al Consiglio di Stato

 

Trattative tra Svizzera e Italia e coinvolgimento del Ticino

 

Numerose fonti di informazione danno per imminente la conclusione dell’accordo fiscale tra Svizzera ed Italia per regolare lo scambio di informazioni tra le quali quelle bancarie sono certamente le più importanti.

Su questo tema, il Municipio di Lugano ha commissionato al prof Marco Bernasconi ed alla docente SUPSI Donatella Ferrari uno studio che analizzasse da un lato lo scambio di informazioni fiscali nel contesto delle convenzioni internazionali sulle doppie imposizioni e, dall’altro, la misura del ristorno delle imposte alla fonte dei frontalieri.

Lo studio, effettuato nell’ottica dei difficili rapporti Svizzera-Italia, e consegnato tra l’altro anche al lod. Consiglio federale, costituisce un’analisi specialistica ed approfondita che, per la prima volta, illustra la genesi delle due tematiche trattate e le strette correlazioni tra esse esistenti.

 

Va rilevato che al momento non sussiste alcuna fretta, data la situazione politica ed economica della vicina Penisola, di concludere accordi Svizzera-Italia in materia di doppia imposizione. Ed in ogni caso, il CdS non può accettare che tali trattative – se effettivamente in essere ed addirittura nelle loro fasi conclusive – si svolgano senza il suo fattivo coinvolgimento, essendo il Ticino parte direttamente in causa.

Oggetto delle trattative sarebbe la ricerca con l’Italia di  una soluzione analoga a quelle recentemente negoziate con la Germania e il Regno Unito. Come è noto le banche svizzere incassano per conto della Germania e del Regno Unito due imposte:

·       un’imposta per regolare i capitali collocati in Svizzera e non dichiarati al fisco del loro Paesi da parte di residenti in Germania e nel Regno Unito, e

·       un’imposta ricorrente, per gli anni a venire, sui redditi dei capitali (dividendi, interessi, utili in capitali, ecc.).

Con la conclusione di questi accordi fiscali si rinuncerebbe da parte di Germania e Regno Unito a richiedere lo scambio di informazioni automatico. Non si vuole entrare nei dettagli di questi accordi fiscali poiché non lo riteniamo necessario ai fini della richiesta oggetto di questo atto parlamentare. Infatti sembra che i negoziati in corso con l’Italia vogliono regolare lo scambio di informazioni conformemente a quanto pattuito con Germania e Regno Unito senza affrontare contestualmente l’esame dell’accordo fiscale sui frontalieri. Questa sensazione, che auspichiamo sia smentita dai fatti, la si ricava dalla lettura dei giornali italiani, che danno peso soltanto al problema dello scambio di informazione e dall’aumento di gettito che ne deriverebbe per l’Italia, senza accennare minimamente alla questione riguardante l’accordo sui frontalieri.

Siccome non è possibile, per il momento almeno, conoscere il contenuto dei negoziati, siamo persuasi che sia necessario riaffermare alcuni criteri riferiti all’accordo sui frontalieri. A nostro modo di vedere sia lo scambio di informazioni, stabilito dall’art. 27 della convenzione fiscale generale con l’Italia, sia la questione del ristorno dei frontalieri, regolato dall’art. 15 cpv. 4 della medesima convenzione, devono essere oggetto di un’unica trattativa. Questo perché la soluzione dello scambio di informazioni fiscali riguarda tutti i Cantoni della Confederazione, che ne avrebbero un sicuro giovamento, mentre l’accordo sui frontalieri riguarda marginalmente i Cantoni del Vallese e dei Grigioni, ma in modo molto importante il Canton Ticino. Basti ricordare che dal 1974 ad oggi sono stati versati ai Comuni di frontiera italiani più di un miliardo di franchi e, annualmente, il Ticino versa tra i 50 e i 60 milioni di franchi. Non vorremmo che – in considerazione dell’interesse preponderante della Confederazione di risolvere la questione dello scambio di informazioni – l’interesse del Ticino a ridurre la propria partecipazione finanziaria al ristorno delle imposte sui frontalieri venisse trascurato oppure venisse risolto con una diversa impostazione, il cui risultato sarebbe comunque quello di penalizzare il nostro Cantone.

La mancata revisione dell’accordo sui frontalieri in termini contingenti diverrebbe più difficile a medio termine, poiché verrebbe a mancare la forza contrattuale riferita all’interesse dell’Italia di poter beneficiare di un introito importante derivante dalla sanatoria dei capitali non dichiarati e dall’imposta ricorrente.

Ma il pericolo potrebbe derivare anche da una modifica sostanziale dell’accordo sui frontalieri.

Le possibilità sono molteplici come attestano i diversi accordi che la Svizzera ha pattuito per i frontalieri residenti con gli Stati limitrofi. A nostro giudizio l’unico trattato al quale si può fare riferimento è quello sottoscritto con l’Austria poiché è stato negoziato dopo l’entrata in vigore della libera circolazione delle persone conclusa tra Svizzera ed UE nel 2002. Con l’Austria è stato convenuto un ristorno a carico della Svizzera pari al 12.5% delle imposte pagate in Svizzera dai residenti in Austria.

Potrebbe anche essere ipotizzata una soluzione che stabilisca il diritto di imposizione dell’Italia per i residenti nelle zone di frontiera italiane che lavorano in Ticino. In tal caso dall’imposta italiana pagata dai frontalieri, dovrebbe essere dedotta l’imposta pagata in Svizzera. In questo modo verrebbe risolta una disparità di trattamento tra i residenti della fascia di confine italiana, che a norma dell’art. 1 dell’accordo sui frontalieri, pagano le imposte soltanto in Svizzera, e i residenti in altre zone d’Italia che pagano le imposte in Italia con la deduzione di quelle pagate in Svizzera. Se Svizzera ed Italia trovassero un accordo in tal senso il Ticino potrebbe continuare ad imporre il reddito del lavoro dipendente dei frontalieri senza essere più obbligato a ristornare il 38.8 delle imposte ai Comuni di frontiera italiani. È evidente che con questa impostazione i frontalieri, residenti nella fascia di frontiera, pagherebbero imposte più elevate di quelle attuali poiché la progressione delle aliquote in Italia sui redditi medio alti è molto più incisiva di quella svizzera.

Per i Comuni di frontiera l’ammontare delle imposte a loro favore sarebbe determinato dalla legislazione interna italiana e quindi dai rapporti con lo Stato centrale. Questa soluzione non era possibile nel 1974 poiché l’art. 3 comma 3 del Testo unico delle imposte sui redditi esentava dall’imposta i redditi del lavoro conseguiti all’estero in via continuativa da parte di residenti in Italia. L’abrogazione dell’esenzione di tali redditi a decorrere dal 2003 rende ora praticabile questa via.

 

Da quanto sopra risulta che le conclusioni dei negoziati tra Svizzera ed Italia potrebbero limitarsi soltanto a regolare lo scambio di informazioni (e magari nemmeno in modo soddisfacente) escludendo l’accordo sui frontalieri, oppure a trovare per questa questione, alternative di diversa natura. Indipendentemente dall’impostazione che sarà negoziata dalle parti, è essenziale che il Cantone Ticino veda ridotto in modo sostanziale il proprio impegno finanziario. Se la Confederazione, al fine (ovviamente corretto) di salvaguardare il segreto bancario nell’ambito dello scambio di informazioni ritiene di non modificare l’onere finanziario a carico del Ticino, essa dovrà indennizzare adeguatamente il Ticino, ciò per salvaguardare la parità di trattamento tra i Cantoni, che è una componente essenziale del federalismo.

 

Chiediamo pertanto al lod. Consiglio di Stato:

                       Il CdS è stato coinvolto nelle trattative in essere tra Svizzera ed Italia, e in che misura?

                       Il CdS ritiene di essere sufficientemente coinvolto?

                       Qual è lo stato delle trattative Svizzera-Italia a quanto risulta al CdS?

                       Quali indicazioni concrete ha fornito il CdS alla delegazione svizzera?

                       E’  intenzione del CdS rendere partecipe la delegazione svizzera delle riflessioni contenute nel presente atto parlamentare?

 

Con la massima stima

 

Lorenzo Quadri

Paolo Sanvido

Sergio Morisoli

Amanda Rückert

Michele Guerra

Andrea Giudici

Eros Mellini

Fiorenzo Dadò

Marco Chiesa

Sergio Savoia

Marco Passalia

Roberto Badaracco

Wimder Schlumpf: permanenza ingiustificata

La Consigliera federale (per ora) Eveline Widmer Schlumpf ha annunciato la propria ricandidatura. Non che ci fossero dubbi al proposito, era impensabile che gettasse la spugna ancora prima di sottoporsi al giudizio dell’Assemblea federale. Il problema della signora, che ha usurpato il posto di Christoph Blocher vincitore delle elezioni del 2007 partecipando ad uno schifoso golpe parlamentare ordito dalla $inistra e dagli uregiatti, sono i numeri. Proprio non ci sono, visto che il PBD, neo partituncolo della Consigliera federale, è fermo ad attorno il 5% dei consensi.

Poiché, inoltre, è evidente che Udc e P$$ hanno diritto a due seggi in governo, la cadrega di Widmer Schlumpf andrebbe se del caso sottratta al Plr. E la capogruppo Gabi Huber ha già detto, evidentemente, che il suo partito non si sogna nemmeno di regalargliela.

La presunta qualità del lavoro svolto da Widmer Schlumpf non è un argomento. Primo: che la signora sia stata così brava come vuole far credere è ancora tutto da dimostrare. Il fatto che, con lei alla guida delle Finanze, la Confederazione sia andata a siglare accordi di doppia imposizione, ossia a calare le braghe, con Stati del livello del Kazakistan, indica piuttosto il contrario. Neppure il pasticcio dello stitico pacchetto anticrisi per contrastare il franco forte (prima due miliardi, comunque troppo pochi, poi meno di uno) depone a suo favore.

In ogni caso, di gente capace di lavorare ce n’è a bizzeffe: fosse anche brava, la signora non ha di certo l’esclusiva.

Punto secondo: in politica, piaccia o no, i seggi li ottiene chi ha i voti. Niente voti, niente seggio. Punto. La permanenza in carica di un Consigliere federale senza i voti è uno scandaloso aggiramento della democrazia. Che, se la democrazia conta ancora qualcosa in questo Paese, non può essere tollerato.

La cosa che più fa imbufalire è però il tentativo di Widmer Schlumpf di giustificare il perseguire della simbiosi tra la cadrega governativa e le proprie natiche adducendo l’argomento della continuità.

Una dichiarazione – peraltro fatta in termini analoghi dal presidente del PPD nazionale Darbellay, ciò che non gioca a favore della grigionese – che denota una faccia di tolla al limite dell’inconcepibile. Con quale coraggio chi ha estromesso Christoph Blocher, che aveva vinto le elezioni, dal Consiglio federale, viene adesso ad appellarsi alla continuità?

La continuità di Widmer Schlumpf è come la morale del gruppo Salavaticino: strettamente a senso unico. Se la continuità fosse un argomento valido, allora, proprio in nome della continuità, Widmer Schlumpf non avrebbe dovuto usurpare un seggio che non le spettava.

Quando ha accettato si partecipare attivamente al complotto per l’estromissione di Blocher dal Consiglio federale, Widmer Schlumpf sapeva benissimo a cosa andava incontro. Sapeva perfettamente che, a fine legislatura, il suo posto in Consiglio federale non ci sarebbe più stato, a meno di un’improbabile riconciliazione con l’Udc.

Widmer Schlumpf ha scelto di lasciare la comoda e sicura cadrega di ministro delle Finanze grigionese per una carica più alta, ma più instabile (non per la natura della carica, ma per le circostanze assolutamente aberranti a seguito della quale l’ha ottenuta). E’ stata per quattro anni Consigliera federale. Adesso, semplicemente, il gioco è finito. Sic transiit gloria mundi.

Lorenzo Quadri

 

Gran Bretagna e “integrazione”

Dalla multiculturale Gran Bretagna il Daily Mail lancia l’allarme su quel che accade nelle scuole islamiche. I bambini colpevoli di non aver fatto un compito, di non aver memorizzato a dovere un verso del Corano, o di non aver pregato a volume sufficientemente alto, vengono presi a pugni o a sberle, o costretti ad accovacciarsi coprendosi le orecchie con le mani nella posizione detta “del pollo” e poi percossi.

Sarebbero oltre 400 le denuncie  presentate negli ultimi tre anni alle autorità britanniche, ma solo due di queste sono giunte ad una sentenza. La giustizia preferisce sorvolare per non essere accusata di razzismo e le famiglie temono che, denunciando i maltrattamenti subiti dai figli, dovrebbero poi fare i conti con le rappresaglie della comunità musulmana. «Paure giustificate – scrive il Daily Mail – in quanto in alcuni casi i genitori che si sono rivolti alle forze dell’ordine hanno subito intimidazioni e aggressioni».

E non è tutto, perché in talune scuole islamiche inglesi ai bambini verrebbe insegnato a disprezzare lo stile di vita britannico “ispirato da Satana”, a “stare lontani da chi non porta la barba come si sta lontani dai serpenti” e altre amenità di questo genere. Insomma, una vera e propria ghettizzazione, altro che integrazione, mentre i doposcuola islamici si svolgono sei giorni su sette e durano due ore per volta: un indottrinamento in piena regola.

Questi sono gli amari frutti di una politica migratoria incontrollata; come quella che certuni soggetti dal facile moralismo a corrente alternata tuttora si ostinano a predicare anche alle nostre latitudini. Invece di pretendere che chi arriva da paesi da lontani e da culture diverse si conformi alle nostre regole, al nostro modo di vita, alle nostre usanze e ai nostri costumi – e chi ritiene di non poterlo fare non è obbligato a rimanere in Svizzera -, si impone alla popolazione residente di essere lei ad adattarsi e a tollerare. Si pongono così le basi per la creazione di enclavi dove non vigono le regole dello Stato ospitante, ma altre, con esse incompatibili. E, in nome del politicamente corretto, e guidati dalla fobia patologica di passare per razzisti, si tollerano sempre più eccezioni ai principi cardine del nostro Stato di diritto. Si rinuncia a far valere le nostre regole, anche le più elementari: libertà d’espressione, libertà di credo, parità fra uomo e donna, separazione tra religione e Stato. Due secoli e mezzo di lotte per i diritti civili vengono così buttati a mare senza troppi patemi d’animo: l’importante  è non rischiare di passare per xenofobi.

Al punto che anche in Svizzera qualcuno (e stiamo parlando di accademici, che non hanno la scusante della mancanza di istruzione) arriva ad ipotizzare di recepire forme di Sharia nell’ordinamento giuridico elvetico. Ovvero, arriva ad ipotizzare una giustizia a due velocità, diritti diversi, pene diverse a dipendenza della religione dell’imputato. Un’aberrazione assolutamente intollerabile, che oltretutto spianerebbe la via a molte altre a seguire.

La situazione britannica, riportata dal Daily Mail nei termini sopra indicati, deve servire da monito anche alle nostre latitudini. O si cambia paradigma, si riprende il controllo dei flussi migratori e si chiarisce al di là di ogni dubbio che chi si trasferisce in Svizzera deve anche sposarne le regole, le leggi, le usanze (e non solo lo Stato sociale assai largheggiante nei confronti dei migranti), o si rende evidente che non ci si inventa norme ad hoc per venire incontro a persone in arrivo da culture diverse (che non sono minimamente obbligate a rimanere in Svizzera, se ritengono di non potersi adattare) oppure quello che il Daily Mail scrive oggi sulla situazione britannica lo potrà scrivere un domani anche la stampa svizzera sulla situazione elvetica. (Solleviamo invece dal compito la radiotelevisione di cosiddetto servizio pubblico, irrimediabilmente indottrinata).

Lorenzo Quadri

 

Delinquenti stranieri: si dicano le nazionalità!

 

Interrogazione al Consiglio di Stato

 

Fino a quando si continuerà a nascondere la nazionalità degli autori di reati?

 

Ancora una volta si pone il problema della nazionalità degli autori di reati e della scelta  ufficiale, non condivisibile, di non renderla nota, limitandosi ad indicare, nei comunicati di polizia (e non necessariamente in modo sistematico) se si tratta di cittadini svizzeri o di cittadini stranieri.

 

Una distinzione che non è sufficientemente precisa e non si capisce quale controindicazione ci possa essere nel rivelare la nazionalità di persone che commettono reati – trattandosi di un’informazione che di certo non rientra nella sfera privata delle persone – se non quella di tentare di nascondere che, troppo spesso, le nazionalità dei delinquenti attivi su suolo ticinese sono sempre le medesime: poche e ricorrenti.

 

Anche nel caso dell’inseguimento automobilistico avvenuto lo scorso venerdì sera e conclusosi a Camorino, che ha portato all’arresto di tre persone tra cui una minorenne per i reati di furto e danneggiamento (nella vettura è stata rinvenuta della refurtiva ed attrezzi per lo scasso) ci si è limitati a dichiarare che gli arrestati sono di nazionalità straniera e che l’automobile ha targhe francesi.

Il che ancora non vuol dire che le persone arrestate siano di nazionalità francese, ma semmai solo che risiedono in Francia.

L’informazione dunque non solo non è completa ma rischia pure di risultare fuorviante.

 

L’argomentazione addotta in passato dal CdS a giustificazione dell’omertà sulla nazionalità degli autori di reati, ossia la necessità di proteggere l’identità di prevenuti, non regge, dal momento che è solo in casi estremamente rari dalla nazionalità e da altre circostanze eventualmente divulgate qualcuno potrebbe risalire all’identità dell’autore; ed anche in quei casi con tutta probabilità non a seguito dell’informazione sulla nazionalità, ma di quella sulle altre circostanze.

 

Chiedo pertanto al lod. Consiglio di Stato:

 

       Per quali motivi ci si ostina a non voler rivelare la nazionalità di autori di reati, se non per tacere informazioni “scomode” sotto il profilo del politicamente corretto?

       Di che nazionalità sono le persone arrestate a seguito dell’inseguimento indicato nella premessa?

 

Con la massima stima

Lorenzo Quadri

 

Esperti d’esame pagati come docenti?

Interrogazione al Consiglio di Stato

 

Settore sociosanitario della Divisione della formazione professionale, esperti d’esame pagati con la tariffa docenti?

 

 

Il Mattino della domenica del 23 ottobre us segnalava che, in seno alla Divisione della formazione professionale, settore sociosanitario, si sarebbe verificata una rilevante e costosa disfunzione, la quale sarebbe proseguita per anni.

 

Gli esperti di questo settore sarebbero infatti stati remunerati, invece che con la tariffa da esperto, con quella da docente. Le differenze sono notevoli: l’indennità di insegnamento è di 120 Fr all’ora, quella da docente di 190 Fr al giorno.

 

Di conseguenza, gli esperti che hanno potuto beneficiare di questo errore da parte della Divisione della formazione professionale, hanno conseguito un guadagno che, in realtà, non era dovuto.

 

Esprimendosi sull’articolo citato in apertura in una lettera aperta al presidente della Lega dei Ticinesi Giuliano Bignasca, il direttore del DECS Manuele Bertoli invitava a chiedere chiarimenti “tramite strade un po’ più dignitose (dell’articolo), ad esempio con atti parlamentari”.

 

Accogliendo volentieri l’invito del direttore del DECS, chiediamo dunque al lod. Consiglio di Stato:

 

       corrisponde al vero che gli esperti del settore sociosanitario del DFP sono stati remunerati con la tariffa docenti invece che con quella di esperti (decisamente meno elevata)?

       Se sì, quando è cominciato questo errore, e quando vi si è posto fine?

       Quanti periti sono stati remunerati come se stessero insegnando, e per quale somma totale?

       La differenza tra la tariffa incassata e quella dovuta, dovrà essere restituita? Se sì in quali tempi e modi?

       Come mai la direzione della DFP, la Sezione delle finanze e il controllo cantonale delle finanze non si sono accorti dell’errore?

       Sono previste inchieste amministrative sull’accaduto?

 

Con la massima stima

Michele Guerra

Lorenzo Quadri