Frontalieri: non raccontiamo storielle…

Interrogazione al Consiglio federale

Salari dei frontalieri: quali verifiche, e dove?

 

Nella sua risposta del 22.02.2012 all’interpellanza  11.4113, “Libera circolazione in Ticino, davvero non ci sono problemi?” il Consiglio federale si produce in una serie di affermazioni che non possono essere condivise, in quanto non corrispondono alla realtà del territorio ticinese così come viene rilevata dall’Ufficio del lavoro.

Il Consiglio federale scrive che «non ha trovato alcun elemento di prova di un soppiantamento dei lavoratori residenti da parte dei frontalieri. Tuttavia i dati non consentono neppure di escludere un fenomeno di questo tipo». Quest’ultima frase rappresenta una pregevole novità, purtroppo subito contraddetta da quella successiva: «Dall’analisi dei dati suddetti non è emersa l’esistenza di una particolare pressione salariale nei Cantoni di confine».

Il CF informa inoltre che nel 2012 «presterà particolare attenzione all’andamento dei salari d’ingresso nelle regioni di confine. A tale scopo sono previste verifiche dei salari versati ai frontalieri occupati nei settori più vulnerabili di alcuni Cantoni di confine, come il Cantone Ticino».

Chiedo al CF:

1)       Quali sono i settori “più vulnerabili” e nei quali verranno effettuate delle verifiche dei salari versati ai frontalieri?

2)       Cosa si intende in concreto con “verifiche”? Con quale frequenza verrebbero effettuate le verifiche? Con quali mezzi? Con quali sanzioni?

3)       Come  valuta  il CF il risultato della recente inchiesta Vimentis, dalla quale emerge un vasto malcontento nei confronti della libera circolazione delle persone (il 43% degli Svizzeri vorrebbe rinegoziare l’accordo, il 36% mantenerlo, il 16% disdirlo, mentre il 5% non esprime un’opinione)?

4)       In Ticino nel 2011 secondo i dati dell’Ufficio del lavoro del DFE sono state svolte ben 628mila giornate lavorative da artigiani e ditte italiane, nell’ambito delle notifiche di breve durata (max 90 giorni), per una cifra d’affari stimabile a mezzo miliardo di Fr. Non ritiene il CF che questa situazione renda necessari degli interventi?

5)       Il CF non reputa che la presenza, sulla piazza luganese, di segretarie frontaliere pagate poco più di 1000 euro al mese per un impiego a tempo pieno costituisca una pressione sui salari?

6)       Il CF è consapevole che la libera circolazione delle persone in Ticino causa non solo problemi vistosi, ma si scontra con un crescente rifiuto da parte della popolazione?

 

 

Lorenzo Quadri

Lega dei Ticinesi

Gottardo: passo avanti da non sprecare!

A causa dei lavori di risanamento al tunnel autostradale del Gottardo, il traforo in questione rischia di rimanere chiuso per almeno tre anni. Questo significherebbe per il Ticino tre anni e più di isolamento dal resto della Svizzera. Ma non si tratta solo di un problema regionale, bensì nazionale ed internazionale.

 E’ chiaro dunque che nel nostro Cantone, contro lo scenario di chiusura triennale, deve avvenire una mobilitazione in grande stile. Una mobilitazione che coinvolga non solo i vari livelli istituzionali (Consiglio di Stato, deputazione alle Camere federali,  Comuni) ma anche le associazioni economiche di categoria: principalmente del turismo – Ticino turismo, enti locali, hotelleriesuisse, gastroticino,… – ma non solo. In caso di chiusura triennale del Gottardo a finire molto male non sarebbe  infatti solo il turismo (che già non se la passa bene), ma anche tutti gli altri settori economici.

 

Scelta politica

Nei prossimi mesi a livello federale verrà fatta una scelta politica della massima importanza per le ripercussioni che avrà sul nostro Cantone. O chiusura triennale del San Gottardo con misure fiancheggiatrici (che però si sa già in anticipo che non funzioneranno, ma in compenso costeranno uno sproposito), oppure completamento del traforo autostradale. Per completamento si intende la costruzione di un nuovo tunnel senza però che questo porti ad un aumento di capacità, altrimenti sarebbe necessaria una modifica della Costituzione. Si tratterebbe dunque di avere due tunnel monodirezionali, ciascuno con una sola corsia. Ciò che  costituirebbe tra l’altro un enorme passo avanti anche sotto il profilo della sicurezza rispetto all’attuale galleria bidirezionale.

 

Varianti “alla pari”

Inizialmente, a Berna si escludeva la realizzazione di una nuova “canna” e si parlava solo di chiusura per tre anni. Ma adesso, dopo aver approfondito il tema, anche sotto le cupole federali si comincia a realizzare che le cosiddette “misure fiancheggiatrici” (un nome che già di per sé porta jella, vedi le misure fiancheggiatrici degli Accordi bilaterali, completamente fallite) volte a mitigare i danni della chiusura triennale, costerebbero quasi come una nuova galleria. Anche la tempistica non sarebbe molto diversa, dal momento che le citate misure prevedono la costruzione di stazioni di trasbordo per caricare i veicoli sul treno a Biasca (per i camion) e ad Airolo per le auto. Stazioni che occuperebbero superfici di centinaia di migliaia di metri quadri. E’ evidente che contro l’edificazione di queste mostruosità ci saranno ricorsi e referendum a tutto andare, con tutte le conseguenze del caso per quel che riguarda la tempistica dell’eventuale realizzazione.

Ora, lunedì e martedì della scorsa settimana si è riunita a Berna la Commissione dei trasporti e delle telecomunicazioni del Consiglio nazionale. Tra i temi all’ordine del giorno c’era anche il risanamento del tunnel autostradale del Gottardo. Ebbene la citata Commissione ha votato, all’unanimità, un postulato che chiede al Consiglio federale un confronto approfondito tra la variante “chiusura per tre anni con misure accompagnatorie” e la variante “realizzazione di un secondo traforo senza aumento di capacità”. Ciò costituisce, senza con questo farsi illusioni, un passo avanti interessante. Infatti, il messaggio uscito dalla Commissione all’indirizzo del Consiglio federale è chiaro: il secondo tunnel autostradale del Gottardo non costituisce un’ipotesi balzana ed irrealizzabile, come era considerata fino a qualche mese fa, ma un’opzione concreta e fattibile. Un’opzione sullo stesso piano della chiusura triennale, e di pari dignità. I prossimi mesi saranno decisivi. Se il Ticino vuole evitare tre anni e più di isolamento dal resto della Svizzera, con conseguenze deleterie, deve dunque muoversi ora.

Lorenzo Quadri

Consigliere nazionale

Membro commissione Trasporti e Telecomunicazioni

Padroncini: urgono contingenti

Mentre a livello federale l’indagine Vimentis rivela che la maggioranza degli intervistati è insoddisfatta dell’accordo bilaterale sulla libera circolazione delle persone – il 43% degli Svizzeri vorrebbe rinegoziare l’accordo, il 36% mantenerlo, il 16% disdirlo, mentre il 5% non esprime un’opinione – dall’Ufficio del lavoro del DFE giunge una notizia allarmante. Ossia che nell’anno 2011 gli artigiani italiani hanno svolto in Ticino 628mila giornate lavorative. Una cifra da far accapponare la pelle.

 

Giornate lavorative

Queste 628mila giornate lavorative sono il frutto delle oltre 15’300 notifiche di lavoro di breve durata inoltrate da padroncini, artigiani, distaccati UE in Ticino lo scorso anno. Da notare che nel 2010 erano il 30% in meno. Da notare pure che quelli indicati sono i dati ufficiali: quelli reali sono ben più elevati. Secondo gli Accordi bilaterali, questi operatori economici UE possono lavorare in Ticino fino a 90 giorni senza bisogno di alcun permesso, ma semplicemente notificandosi. La notifica può avvenire addirittura tramite e-mail: quando si dice stendere il tappeto rosso…

 

Esplosione ingiustificata

L’evoluzione dell’economia ticinese non giustifica affatto una simile esplosione dei “notificati”. E nemmeno si può venire a raccontare la storiella che costoro sarebbero specialisti che non si trovano in Ticino. Lo scorso anno abbiamo potuto dare un’occhiata di sfroso alla lista dei lavori svolti da questi  “notificati”. Ebbene si trattava di opere di giardiniere, di montaggio mobili, di posa piastrelle. Lavori per cui di sicuro l’offerta ticinese non manca.

Degno di nota poi il fatto che tra chi si era rivolto ad artigiani d’Oltreconfine ci fossero i nomi di noti esponenti dei partiti $torici. Quando si dice “dare l’esempio”…

 

Mezzo miliardo perso

L’informazione recentemente partorita dall’Ufficio del lavoro è molto importante. Tant’è che da queste colonne l’avevamo richiesta già da mesi. 628mila giornate lavorative, immaginando – e non è una stima fuori di testa – che una giornata di lavoro abbia un valore di 800 Fr – equivalgono a mezzo miliardo di franchi di cifra d’affari.

Ciò significa che, solo nell’anno 2011, una cifra d’affari di mezzo miliardo è andata persa all’economia ticinese, a beneficio di quella d’Oltreconfine.

Per quel che riguarda il genere di lavoro svolto ed i committenti, non c’è motivo di credere che la situazione sia diversa rispetto al 2010.

 

Residenti soppiantati

Poiché questi padroncini fanno quello che vogliono, e le tasse e gli oneri sociali non li pagano (anche perché mettersi in regola con il fisco predatorio della Vicina Penisola significa andare incontro alla rovina), essi possono proporsi a prezzi decisamente inferiori rispetto a quelli necessari alla concorrenza ticinese che vive in Ticino. Controllare tutti i cantieri è impossibile. Anche perché molti sono in ambienti interni (verniciatura, falegnameria) e dall’esterno mica si vedono.

Naturalmente il prezzo inferiore proposto dagli artigiani notificati comporta anche una componente di rischio. Se a lavoro finito sorgono dei problemi, andare a ripescare il padroncino d’oltreconfine non è certo uno scherzo. Ma l’esplosione del numero delle notifiche testimonia che, a quanto pare, in genere si reputa che il santo valga la candela.

Le cifre ufficiali, inferiori a quelle reali, dimostrano che una simile incondizionata – e tutt’altro che reciproca – libertà d’accesso di operatori italiani al bacino Ticinese porta alla catastrofe. Perché, come nel caso dei frontalieri “classici”, anche qui chi arriva da Oltreconfine lavora al posto dei residenti. I contingenti si fanno sempre più urgenti.

Consiglio federale e frontalierato: cerotti sulla gamba di legno

La risposta del Consiglio federale all’interpellanza del sottoscritto sui gravi problemi in cui il Ticino si dibatte a seguito della libera circolazione delle persone (dumping salariale, lavoratori residenti sostituiti da frontalieri, concorrenza sleale dei padroncini italiani a danno degli artigiani ticinesi,…) e le proposte in esso contenute,  hanno tutta l’aria del classico cerotto sulla gamba di legno.

In effetti, l’intero documento è molto più “menavia” rispetto a come viene presentato dai riassunti apparsi nei media. A credito dell’esecutivo federale va detto che, nella sua risposta, si intravvede quanto meno un  vago cambiamento d’impostazione. Finora, secondo il Consiglio federale, in Ticino con i Bilaterali andava tutto a meraviglia. Frontalieri che lavorano al posto dei residenti? Ma quando mai! Adesso la versione è leggermente diversa, in compenso più contorta. Infatti il Consiglio federale scrive di «non aver trovato alcun elemento di prova di un soppiantamento dei lavoratori residenti da parte dei frontalieri. Tuttavia i dati non consentono neppure di escludere un fenomeno di questo tipo». Poi, però, si torna a negare clamorosamente l’evidenza: «Dall’analisi dei dati suddetti non è emersa l’esistenza di una particolare pressione salariale nei Cantoni di confine». Forse che le segretarie a 1000 euro al mese non sono forse una pressione sui salari?

Quella che mediaticamente è stata presentata, in modo piuttosto azzardato, come una grande rivelazione è però l’informazione seguente: «Nel 2012 il Consiglio federale presterà particolare attenzione all’andamento dei salari d’ingresso nelle regioni di confine. A tale scopo sono previste verifiche dei salari versati ai frontalieri occupati nei settori più vulnerabili di alcuni Cantoni di confine, come il Cantone Ticino». Meglio di niente, si dirà. Bella scoperta. Ma quali sono, secondo il Consiglio federale, i “settori più vulnerabili”? Non viene detto da nessuna parte. E poi: cosa si intende per “verifiche”? Verifiche a tappeto? Verifiche a campione di un permesso su 10mila? Verifiche una volta e poi chi si è visto si è visto?

Come si vede, si rimane parecchio sul vago.

Piaccia o non piaccia, dalla situazione attuale non si esce se non tornando a ridare la priorità ai lavoratori indigeni. Ovvero: si rilascia il permesso per l’assunzione di un frontaliere solo se è dimostrato che non si è trovato un residente. Ma di questo il Consiglio federale non vuole proprio sentir parlare: perché, sottolinea, l’accordo sulla libera circolazione non lo permette. Grazie tante: lo sapevamo da un pezzo. Ed è per questo che l’accordo in questione va rivisto o fatto saltare.

Concludere poi con l’affermazione «Il Consiglio federale ritiene che l’attuale sistema offra ai Cantoni sufficienti strumenti per impedire ricadute negative della libera circolazione delle persone sui salari» denota scarsa della situazione ticinese. D’altra parte, è interessante notare che non vengono citate le ricadute negative sull’occupazione.

E’ ancora una volta evidente che a Berna i problemi del Ticino  vengono considerati – a voler essere generosi – con una buona dose di superficialità.

Lorenzo Quadri

Consigliere nazionale

Lega dei Ticinesi

Le case di vacanza sono il nemico?

Sull’iniziativa “Basta con la costruzione sfrenata di abitazioni secondarie” decideranno i cittadini svizzeri il prossimo 11 marzo. L’iniziativa vuole fissare il numero delle residenze secondarie in ogni Comune ad un massimo del 20%. Il Ticino è quasi tutto in zona rossa. Ossia, a parte nei centri urbani, quasi ovunque il valore soglia è già raggiunto.

L’iniziativa viene proposta come mirata a tutelare i cantoni turistici, ma se così fosse non si spiegherebbe come mai Grigioni e Vallese sono sul piede di guerra. In effetti, le residenze secondarie sono un elemento importante del turismo. Senza di esse regioni discoste già spopolate sarebbero ancora più abbandonate. Il problema è, come sempre, di misura. Ricordiamoci poi che nelle nostre valli la maggioranza delle residenze secondarie sono di ticinesi.

C’è poi un problema non di poco conto. Trattasi della telenovela, se così si può chiamare, dei rustici. Come noto il Ticino si trova di fatto messo sotto tutela dalla Confederazione. L’ARE, Ufficio federale per lo sviluppo territoriale, fa opposizione di principio contro qualsiasi domanda di costruzione per la ristrutturazione di rustici. Dopo infinite difficoltà, si intravede una soluzione. Il Gran Consiglio ha votato il PUC PEIP 1, cui però dovrà fare seguito il PUC PEIP 2, e allora forse si riuscirà finalmente a rilasciare le licenze edilizie per la ristrutturazione dei rustici e per la loro trasformazione, appunto, in residenze secondarie. Ma se si mette il tetto del 20%, di rustici ne potranno venire ristrutturati assai pochi.

Che in passato ci siano stati degli eccessi cementificatori è difficile da negare. Questo non vale però solo per le residenze secondarie. Al  momento infatti più che delle case di vacanza, bisognerebbe preoccuparsi per la continua costruzione di palazzoni che non si sa chi andrà ad abitare. Tornando alle residente secondarie,  dal 1° luglio scorso è in vigore la revisione  della legge federale sulla pianificazione del territorio, che rende obbligatorio, entro il 2014, l’aggiornamento dei piani direttori, allo scopo di limitare il numero di nuove abitazioni di vacanza. La legge prevede inoltre di promuovere l’industria alberghiera, le abitazioni primarie a prezzi moderati e di incrementare l’occupazione delle residenze secondarie.

Dunque, per evitare gli eccessi di letti freddi sono sicuramente meglio misure mirate e calibrate secondo la realtà dei singoli Cantoni e Comuni, e non i Diktat giacobini come quelli proposti dall’iniziativa: calati dall’alto e uguali per tutti,  questi Diktat sono lesivi del federalismo e delle specificità del territorio, e vanno attualmente per la maggiore in certi ambienti, in particolare quelli rosso-verdi.

Del resto il fatto che perfino gli uffici federali – quelli che per principio fanno opposizione contro ogni domanda di ristrutturazione di rustici che proviene dal Ticino in nome della “tutela del territorio” – siano contrari all’iniziativa “Basta con la costruzione sfrenata di abitazioni secondarie”, reputandola eccessiva, parla da sé. Se è eccessiva per loro…

“Immigrazione di massa”: un problema reale

L’iniziativa popolare “contro l’immigrazione di massa”, lanciata dall’Udc e supportata in Ticino dalla Lega ha raccolto oltre 136mila firme in appena sette mesi. Un risultato “coi fiocchi” e non solo a causa della stagione. Segno evidente che la Svizzera ha un problema stranieri. Del resto le cifre parlano da sole. Nel nostro Paese, malgrado le naturalizzazioni facili, la percentuale di stranieri è del 23%. Quarant’anni fa la famigerata “iniziativa Schwarzenbach”, che raccolse il 46% dei consensi, ipotizzava come quota massima il 10%, ossia meno della metà del tasso attuale.

Flusso oceanico di finti rifugiati magrebini troppo spesso dediti alla criminalità grande e piccola; espulsione degli stranieri che delinquono pressoché impossibilitata; nel solo Ticino 52mila frontalieri e oltre 15’300 notifiche di lavoro temporaneo in un anno; il 40% delle persone in assistenza non è svizzera; le carceri pullulano di delinquenti “non patrizi”; eccetera eccetera. Da tutti questi tasselli emerge un mosaico inequivocabile: si è perso il controllo sull’immigrazione. Ed è, questa, una logica conseguenza degli accordi internazionali sciaguratamente sottoscritti da Berna, a cominciare dai famosi Bilaterali. Ma la popolazione non ci sta. Le 136mila firme in sette mesi per l’iniziativa “contro l’immigrazione di massa” non sono evidentemente state raccolte tutte in Ticino. Non si tratta, quindi, della – comprensibile e giustificata – esasperazione di un Cantone di frontiera, confinante con l’Italia, che si trova a pagare lo scotto carissimo delle frontiere spalancate e della cancellazione, al limite del criminoso, delle misure che servivano a tutelare il nostro mercato del lavoro a beneficio dei residenti.

Si tratta invece di un allarme generalizzato. Il tutto, naturalmente, per buona pace dei $ignori dei partiti $torici, secondo i quali non è vero che in Svizzera c’è un problema di stranieri, sono tutte frottole della Lega populista e fascista. Pur di non dare ragione alla Lega hanno negato ad oltranza la realtà. Adesso raccolgono i frutti.

Particolarmente positivo è che l’iniziativa “contro l’immigrazione di massa” parli anche di frontalieri, o piuttosto di frontalierato. E che punti quindi il dito contro chi ha permesso che persone residenti Oltreconfine, e come tali in grado di mettersi sul mercato a stipendi più bassi di quelli necessari per vivere in Ticino, possano non già colmare le lacune dove manca la manodopera residente, ma proprio sostituirsi a quest’ultima.

Tra l’altro, si sta ancora aspettando che il Consiglio federale concretizzi l’iniziativa popolare “per l’espulsioni degli stranieri che delinquono”, approvata dalle Svizzere e dagli Svizzeri in votazione popolare.

Negli ultimi anni il territorio ha dato ripetutamente delle indicazioni chiare alla politica: l’attuale migrazione scriteriata non può essere tollerata oltre. Il Consiglio federale dovrà adesso tenerne conto: soprattutto, deve essere chiaro che non si tollereranno i soliti richiami-fregnaccia al diritto internazionale. Il popolo è sovrano: e le iniziative popolari le ha votate il sovrano, mentre il diritto internazionale non l’ha votato nessuno.

Cassa malati: molti più tagli di quel che si era detto!

 

Come c’era del resto da aspettarsi data la politicizzazione del tema, la maggioranza dei partiti, all’insegna del “mai dare ragione alla Lega”, rifiuta la Tredicesima AVS agli anziani economicamente più sfavoriti. Non pensando che, avanti di questo passo,  e la Tredicesima AVS neppure basterebbe per compensare i tagli apportati alla socialità con l’inizio del 2012.

Pensiamo al tormentone dei premi di cassa malati. Oggi più nessuno sembra ricordarsi di quel che si diceva circa nove mesi fa, prima delle elezioni cantonali. Allora si sottolineava come il 2012 sarebbe stato l’anno dello sgravio: nel senso che, a seguito degli 85 milioni di Fr annui legati al finanziamento delle cure in clinica privata finiti a carico dello Stato (prima ce li mettevano gli assicuratori malattia) i premi sarebbero scesi. Invece non solo i premi non sono diminuiti ma i sussidi sono stati tagliati sicché, colmo della beffa, la gente non solo non sta meglio, come era stato promesso, ma sta peggio.

Esempio lampante lo costituiscono – e qui si torna a riallacciarsi al discorso della Tredicesima AVS – i tagli ai sussidi di cassa malati per  i beneficiari di una prestazione complementare (PC). Ossia anziani o invalidi di condizione economica modesta.  Da quest’anno infatti il Cantone non copre più la totalità del premio, ma la copertura arriva solo fino al forfait stabilito dalla Confederazione. Chi paga un premio più caro ci mette la differenza di tasca propria, e questo finché non riesce a migrare ad una cassa malati più conveniente. Non si tratta affatto di bruscolini, ma di cifre che possono superare i  1400 Fr all’anno. Un buco superiore a quella che sarebbe la Tredicesima AVS…

Importante rilevare che, al proposito di questo taglio, il Cantone non l’ha raccontata giusta. Ne ha infatti crassamente sottostimato la portata. E e a questo punto, per la serie “a pensar male si commette peccato ma ci si azzecca quasi sempre”, nasce il sospetto che ciò sia accaduto di proposito, per vendere come “più digeribile” un taglio che invece digeribile proprio non è.

La dimostrazione di quanto sopra la si sta vivendo a Lugano. Come noto il Municipio ha deciso di intervenire in sostegno dei propri cittadini anziani (o invalidi) penalizzati dal taglio cantonale sui sussidi di cassa malati, compensandolo per sei mesi.  Per stimare i costi dell’operazione, ci si era basati sulle uniche indicazioni disponibili, ossia quelle fornite dal Cantone. In base alle quali, fatte le dovute proporzioni, a Lugano sei mesi di compensazione sarebbero dovuti costare circa 150mila Fr.

Ebbene, la messa in pratica della misura sta dimostrando che si andrà a parare sul doppio di tale cifra. Intendiamoci: la decisione a favore di anziani ed invalidi sarebbe stata presa comunque, anche se si fosse saputo fin dall’inizio quello che si sa ora. Tuttavia l’accaduto dimostra che le cifre vendute dal Consiglio di Stato al Parlamento sono fasulle. E non di poco. Il taglio è molto più incisivo di quello che si è voluto far credere. E qui torna la domanda: tutto ciò è avvenuto in buona fede? Ai posteri…

Casinò di Lugano: per i licenziamenti ringraziamo Berna!

Come volevasi dimostrare, al Casinò di Lugano si annunciano licenziamenti.

Questi tagli occupazionali sono una diretta conseguenza dell’esagerata pressione fiscale con cui la Confederazione grava le case da gioco, ed in particolare quelle titolari di una concessione di tipo A.

Da inizio 2010 il Consiglio federale ha modificato l’Ordinanza sulle case da gioco, col risultato di aggravare ulteriormente il prelievo fiscale sui Casinò A, tra cui appunto quello di Lugano, che si è trovato a dover sborsare ca 4 milioni di Fr in più all’anno.

Il cambio Euro/Franco (data l’alta percentuale di giocatori italiani) e la crisi generalizzata hanno fatto il resto, sicché ora, per far fronte al prelievo fiscale federale, si devono tagliare posti di lavoro.

Personalmente in Consiglio nazionale avevo sollevato la questione in occasione di un’ora delle domande, chiedendo al Consiglio federale se non intendeva ritornare sui propri passi e rinunciare almeno alla tassazione extra introdotta dal primo gennaio 2010, visto che l’eccessivo prelievo fiscale avrebbe rischiato di causare dei licenziamenti; licenziamenti dei quali il Consiglio federale avrebbe portato la responsabilità.

La Consigliera federale Sommaruga, PSS, direttrice del Dipartimento di Giustizia e Polizia, rispose che non ci sarebbe stato alcun ripensamento, e che la situazione particolare del Casinò di Lugano non sarebbe stata tenuta in alcun conto. A questo punto l’epilogo era fin troppo prevedibile.

L’accaduto costituisce l’ennesima dimostrazione di disinteresse da parte della Confederazione per la situazione occupazionale ticinese, e merita dunque di venire ricordato, affinché chi, al Casinò di Lugano, perderà il posto di lavoro sappia chi ringraziare.

 

Lorenzo Quadri

Consigliere nazionale

Lega dei Ticinesi

Lugano: tornano le fontane sul lago?

Da un ventennio Lugano è privo delle fontane a Lago. La valenza turistica di questi impianti è sicuramente data: le vecchie fontane, per quanto “elementari” (erano delle semplici pompe d’acqua con delle luci) figuravano su tutte le cartoline della città. Vennero rimosse per posare il San Carlino ma poi, una volta smantellata questa struttura – dopo un lungo tira e molla “San Carlino su / San Carlino giù” – non vennero più ripristinate.

Lugano ha così perso un’attrattiva, che però si può riguadagnare con una spesa relativamente contenuta, nell’ordine di 2 – 2.5 milioni di Fr.

Scartati dunque per questioni di fattibilità sia tecnica che finanziaria progetti esagerati da 35 milioni di dollari canadesi, ci si ritrova ora con una proposta interessante, dal costo adeguato (come detto attorno ai due milioni di Fr) e dalle molteplici possibilità. In effetti, dai tempi delle “vecchie” fontane ad oggi di acqua sotto i ponti – tanto per restare in tema…  – ne è passata parecchia. E la tecnologia ha fatto dei passi da gigante. Oggi non si parla più di semplici spruzzi colorati, ma di giochi d’acqua gestiti da una centrale computerizzata, che potranno dar vita ad un elevatissimo numero di combinazioni e a dei veri e propri spettacoli: compresi delle fiamme d’acqua e degli schermi d’acqua su cui proiettare immagini.

Le fontane verrebbero collocate al largo dei giardini Belvedere, una “location” coerente con il progetto di risistemazione del Lungolago e che permetterebbe di contribuire all’attrattività e all’animazione di quella parte di centro urbano. Un’area dove sorgerà la nuova grande piazza del LAC. Nel prossimo futuro sarà infatti indispensabile far vivere anche quella parte del centro cittadino, che attualmente si “spegne” dopo la piazza Battaglini.

Va anche aggiunto che il progetto in questione è tecnicamente fattibile, è modulabile (se il Comune desidererà potrà in futuro ingrandirlo) è compatibile con le rotte dei battelli della Navigazione. Inoltre, il Cantone lo ha già esaminato in maniera approfondita (è stato valutato perfino l’impatto fonico dell’acqua che ricade nell’acqua…) ed è pronto a rilasciare la licenza edilizia.

Sta quindi ora alla politica comunale decidere se, al di là delle affermazioni di principio, si vuole che le fontane tornino a Lugano in tempi brevi oppure se, per l’ennesima volta, invece di costruire, ci si arenerà in discussioni sul sesso degli angeli, e le fontane le dovremo aspettare per un altro ventennio. Quando si potrebbe riaverle in un paio d’anni. E come detto, si tratterebbe di giochi d’acqua infinitamente più avanzati delle vecchie e gloriose fontane. Adesso è davvero solo una questione di volontà politica.

Lorenzo Quadri

Capodicastero Turismo

Città di Lugano

 

Il “ritorno” dei Fiscovelox

 

I fiscovelox torneranno in piena ufficialità a presidiare i valichi varesini. Lo ha annunciato  la Guardia di Finanza di Varese nel corso dell’annuale conferenza stampa di bilancio.
Il mandato viene direttamente dall’Agenzia delle Entrate.

In effetti, i fiscovelox non erano mai spariti, ma apparivano saltuariamente qua e là. Adesso agli apparecchi sono stati confermati tutti i crismi dell’ufficialità: una provocazione nei confronti della Svizzera in generale e del Ticino in particolare.

Uno sgarbo che va ad aggiungersi ad altre iniziative poco simpatiche: ultime in ordine di tempo le “nuove regole” sulla riammissione  degli asilanti riconsegnati all’Italia nell’ambito degli accordi di Schengen-Dublino, “nuove regole” in base alle quali sono ammessi rinvii solo sull’aeroporto della Malpensa, e non più su Roma Fiumicino. Con ovvie ed immediate conseguenze sui rientri in Ticino dei richiedenti l’asilo espulsi.

La ricomparsa “ufficializzata” dei Fiscovelox denota la volontà, da parte italiana, di sabotare non solo la piazza finanziaria ticinese, ma anche quella commerciale, terrorizzando i cittadini della Penisola che fossero intenzionati a fare acquisti in Ticino.

Ancora una volta, pare che Oltreconfine non si tenga conto del fatto che il Canton Ticino, grazie al quale 52mila frontalieri hanno un’occupazione, è da annoverarsi tra i principali datori di lavoro per i  cittadini italiani. Ai 52mila frontalieri vanno aggiunte le notifiche di breve durata per padroncini e distaccati in arrivo dalla vicina Penisola, salite nel 2011 ad oltre 15’300 (quasi il 30% in più rispetto all’anno precedente). Tale circostanza imporrebbe atteggiamenti ben diversi.

Poiché l’afflusso di frontalieri avviene in misura sempre maggiore a danno dei cittadini residenti, che si trovano soppiantati nella ricerca di un impiego, è evidente la necessità di intervenire su questo fronte. Il trattamento che da parte italiana viene riservato alla Svizzera invita ulteriormente all’azione.

Date le circostanze, ed in considerazione degli ultimi spiacevoli sviluppi, la misura più semplice da prendere dal profilo pratico (basta una decisione della maggioranza del Consiglio di Stato) consiste  in:

a)     mantenere bloccato il versamento dei ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri per l’anno 2010;

b)    bloccare anche il versamento dei ristorni 2011, meglio se in misura del 100%.

Nell’attuale stato di cose, decisioni diverse costituirebbero uno schiaffo ai cittadini ticinesi.

 

Lorenzo Quadri

Consigliere nazionale

Lega dei Ticinesi

L’asilante pistolero



Proseguono le prodezze dei finti asilanti. Prodezze che non sono limitate a Chiasso, ma hanno una diffusione su scala cantonale. La nuova trovata italiana, ossia quella di non accettare più all’aeroporto di Roma-Fiumicino gli asilanti rinviati, ma solo alla Malpensa, sembra fatta apposta per inguaiare il Ticino. E probabilmente non solo “sembra”, ma è proprio così.

Infatti è ovvio che, data la vicinanza col confine elvetico, il finto asilante consegnato alla Malpensa torna nel nostro Cantone nel giro di un paio d’ore ad esagerare. Basti pensare che tra i rimpatriati a Fiumicino il tasso di rientro è superiore al 20%.

I regali della vicina ed ex amica Penisola non sono però che la ciliegina sulla torta. Le malefatte dei richiedenti l’asilo sul nostro territorio, infatti, si arricchiscono di sempre nuovi capitoli. E non parliamo solo degli asilanti collocati a Chiasso, ma anche di quelli dispersi nel resto del Cantone, che sono circa 260.

Ebbene: naturalmente nessuno ha detto niente, ma qualche giorno fa a Locarno la polizia ha fermato un asilante in possesso di una pistola. L’arma, a quanto si è scoperto, è il frutto di un furto in un veicolo; probabilmente in un veicolo militare. E il finto rifugiato in questione, con la pistola cosa pensava di farci? L’intenzione era quella di venderla, o magari quella di usarla? Fatto sta che l’asilante pistolero – che a quanto ci risulta, alloggiava in albergo – dopo 48 ore era già stato rimesso in libertà, in quanto l’arresto non è stato confermato. Rimesso in libertà, e naturalmente alloggiato… in un altro albergo. Dove è libero di farsi gli affari ad oltranza, senza alcun controllo. Complimenti, questo sì che è un modo efficace di amministrare la giustizia: l’effetto deterrente non mancherà di farsi sentire…

Da notare che un asilante collocato in albergo costa, tra tutto, circa 100 Fr al giorno. La Confederazione versa però, al Cantone, un contributo di soli 50 Fr al giorno. La differenza? Ce la mette il contribuente ticinese, è ovvio! Per cui ci piacerebbe proprio sapere quanto si è speso, a questa voce, negli ultimi 12 mesi.

 

Integrazione fallita

Se vogliamo poi parlare di asilanti che non sono ospiti del centro di Chiasso, ma sono già alla fase successiva, ossia hanno ottenuto un permesso di ammissione provvisoria (permesso F): questi ultimi sono tutti alloggiati in appartamento.

Tra loro, ce ne sono di quelli che risiedono in Ticino da 10 anni senza aver imparato una parola di italiano, e che lavoricchiano in nero: manifesto e totale fallimento della tanto decantata politica della multikulturalità e dell’integrazione.

Da notare che dopo sette anni di permesso F la Confederazione non versa più un copeco al Cantone per il mantenimento dei sedicenti rifugiati. Tutte le spese sono dunque a carico del Cantone. Il bello è che questi presunti rifugiati vanno anche in vacanza (cosa del tutto comprensibile: stare in assistenza, a carico del contribuente, stanca…). E dove vanno in vacanza? Proprio nel paese d’origine, ossia in quel paese in cui, stando a loro, non potrebbero rientrare perché la loro vita sarebbe in pericolo. Naturalmente anche quando sono in ferie, lontani dal suolo elvetico i signori continuano a percepire le prestazioni assistenziali.

Sarebbe interessante sapere come mai questi sedicenti profughi, visto che vanno in vacanza nel paese d’origine, non vi vengono mandati definitivamente. Forse perché anche qui si è perso il controllo sulla situazione?

 

 

Sussidi di cassa malati: la Ferrari e la Smart

Il passaggio dal calcolo dei sussidi per il pagamento dei premi di cassa malati basato sul reddito imponibile a quello basato sul reddito disponibile era stato venduto, e recepito, come un grande passo avanti nell’ottica di giungere ad aiuti più mirati. Che è poi quello che tutti vorrebbero: una socialità che vada a vantaggio di chi davvero ne ha bisogno, senza sprecare danaro pubblico facendo piovere sul bagnato. Purtroppo la realtà si sta dimostrando ben diversa dalle aspettative.

Intanto la maggioranza dei beneficiari di sussidi quest’anno se li è visti ridurre. Col risultato che nel 2012, anno in cui i Ticinesi avrebbero dovuto addirittura beneficiare di una diminuzione dei premi di cassa malati (!) – ve li ricordate i dibattiti pre-elettorali di aprile ed ottobre? – ci si ritrova invece con un aumento, anche rilevante, della fattura a carico dell’assicurato.

 

Sostanza immobiliare

Particolarmente urtante è poi la penalizzazione dei proprietari di una casetta, che quest’anno si vedono annullare o decurtare il sussidio di cassa malati. Motivo? Presto detto: è stata abolita franchigia esistente sulla sostanza immobiliare, che ammontava a 150mila Fr per le persone singole e 200mila per le famiglie, riferita al valore imponibile. Una franchigia relativamente generosa quindi, et pour cause. Pensiamo in particolare al caso degli anziani proprietari della loro casetta o appartamento, frutto dei risparmi di una vita, che proprio per questo non beneficiano della complementare, ma vivono (tirando la cinghia) con la sola AVS. Il sussidio di cassa malati si giustificava ampiamente poiché queste persone, se invece di risparmiare ed investire poi i risparmi in mattoni, si fossero “mangiate fuori tutto”, avrebbero avuto diritto alla complementare, oltre che al sussidio per il pagamento dei premi di cassa malati. Quindi avrebbero causato una spesa non indifferente al settore pubblico. A seguito della casetta, lo Stato risparmia: non versa la PC. Si lasci dunque almeno il sussidio di cassa malati. Questo il ragionamento che stava dietro alla franchigia, un ragionamento che non può certo dirsi obsoleto. Anzi, malgrado la franchigia fosse relativamente generosa, negli anni scorsi erano anche state avanzate delle proposte per estenderla ancora un po’. E invece la si è abolita tout-court.

 

Comuni chiamati ad intervenire

Il problema dei sussidi di cassa malati è che, nel tentativo di voler fare “meglio”, si è sfasciato un sistema che tutto sommato funzionava. Si sarebbe fatto meglio ad aggiustarlo con qualche correttivo, invece di volerlo rivoluzionare. In tanti si sono lasciati abbagliare. Adesso ci si accorge che, per fare un paragone automobilistico, si è voluto montare una carrozzeria da Ferrari sul motore di una Smart.

I Comuni, quelli le cui finanze lo consentono, dovrebbero a questo punto sentirsi moralmente obbligati a mettere dei cerotti dove possono. Lugano ha già cominciato, intervenendo sui tagli fatti ai sussidi di cui beneficiano gli anziani e gli invalidi titolari di PC (si tratta di un problema slegato da quello del passaggio dai sussidi basati sull’imponibile a quelli basati sul disponibile, ma comunque di una nuova penalizzazione a danno di persone economicamente fragili). C’è da sospettare che bisognerà andare oltre.

 

Reintrodurre le fanchigie

Intanto, però, almeno un provvedimento deve essere rivendicato chiaramente: la reintroduzione delle franchigie sulla sostanza.

Una domanda nasce infine spontanea: è possibile che tra gli addetti ai lavori nessuno si sia accorto che dentro la scatola luccicante del reddito disponibile si nascondevano amare sorprese? Oppure gli avvertimenti ci sono stati, ma si è preferito fare orecchie da mercante?

Lorenzo Quadri

 

Gottardo: vogliamo davvero farci tagliare fuori?

 

Nei prossimi mesi, o addirittura nelle prossime settimane, a Berna si compiranno delle scelte politiche decisive sul risanamento del tunnel autostradale del Gottardo e, di conseguenza, gravide di conseguenze per il Ticino: per il suo turismo, per la sua industria, per i suoi posti di lavoro.

Tre le opzioni al momento sul tavolo: 1) chiusura integrale per tre anni, 2) chiusura con eccezione dei tre mesi estivi per circa quattro anni, 3) realizzazione di un secondo traforo senza aumento di capacità e senza chiusura.

Inutile sottolineare quale sia l’opzione fortemente desiderata da Berna, trattasi della numero 1). Il fatto che come alternativa si proponga la chiusura con l’eccezione estiva, per salvaguardare il turismo in Ticino, la dice lunga su come sia stato approfondito il tema. Evidentemente gli uffici federali non si sono ancora accorti che in Ticino la stagione turistica dura ben più di tre mesi, ma va da Pasqua ad ottobre, e che l’esito pasquale e quello autunnale non hanno, numericamente, nulla da invidiare a quelli estivi.

Quella appena citata è solo la prima di una lunga serie di mistificazioni con cui si tenta di minimizzare le conseguenze per il nostro Cantone di una chiusura triennale della via delle genti. Intanto la Confederazione ha dovuto ammettere che l’obiettivo di ridurre gli automezzi pesanti in transito attraverso il Gottardo a 650mila per il 2020 – ossia per quando il traforo dovrebbe venire chiuso per risanamento – è clamorosamente fallito. Nella migliore delle ipotesi i transiti saranno il doppio, 1,3 milioni. Tra “migliore” e “realistico” ci corre tuttavia una bella differenza. Quale cifra è dunque realistica? E qual è l’ipotesi peggiore? Non viene detto da nessuna parte.

Ma è chiaro che basta questa semplice realtà a far saltare la fattibilità delle misure fiancheggiatrici (trasferimento dei veicoli su treno) che si vorrebbero adottare durante la vagheggiata chiusura triennale. Oltretutto, con le “misure fiancheggiatrici” ci siamo già scottati una volta, libera circolazione delle persone docet, al punto che ormai la goffa quanto abusata locuzione può agevolmente essere tradotta con un più prosaico  ma efficace “cerotti sulla gamba di legno”.

E a proposito di misure fiancheggiatrici, si glissa sul fatto che queste ultime avrebbero un impatto devastante, quindi assai poco “ecologico”, sul territorio ticinese da Biasca in su, e costerebbero svariate centinaia di milioni di Fr. Svariate centinaia di milioni per smontare tutto dopo tre anni? No di certo. E qui si apre sotto i nostri piedi un altro trappolone.  Perché la presenza di una stazione di trasbordo per camion a Biasca avrà l’evidente conseguenza di pregiudicare il trasbordo fuori dai nostri confini nella famosa ottica del “da Chiasso a Basilea camion sul treno”.

Nessuno disse ai ticinesi, quando bocciarono il controprogetto parlamentare all’Iniziativa Avanti che prevedeva, tra l’altro, il raddoppio del Gottardo, che il tunnel autostradale sarebbe stato chiuso per 900 giorni. Si disse anzi il contrario: ovvero che il risanamento era molto lontano nel tempo e che avrebbe preso, alla peggio, qualche mese.

E poi: con quale logica, o con quale faccia tosta, si possono da un lato salutare misure sempre più persecutorie nei confronti degli automobilisti motivate con esigenze di sicurezza e dall’altro rifiutare la trasformazione di una trappola mortale quale è un tunnel bidirezionale di 16 Km in una galleria a due “canne” monodirezionali, senza aumento di capacità?

Lorenzo Quadri

Consigliere nazionale

Lega dei Ticinesi

Frontalieri e Commissione europea

L’Eurodeputata varesina Pdl Lara Comi, segnalatasi già in passato per le sue esternazioni sui rapporti Svizzera-Italia e sulla questione dei frontalieri e dei ristorni delle loro imposte alla fonte, sarebbe ora intenzionata a portare davanti alla Commissione europea (?) la decisione presa di recente a Ligornetto di chiusura al traffico in alcune fasce orarie. Una decisione dettata dalla volontà di ridare vivibilità ad un nucleo devastato dal traffico provocato dai frontalieri che ogni giorno entrano in Ticino a lavorare, in genere uno per macchina.

 

Ci mancherebbe che un Comune non potesse difendere la propria qualità di vita da questo genere di traffico parassitario. All’on. Comi converrebbe comunque attendere, perché c’è la possibilità, e anche l’auspicio, che altri Comuni prendano decisioni analoghe a quelle di Ligornetto.

 

Personalmente non ho nulla contro la Signora Comi, che nemmeno conosco; ma l’esponente del Pdl non dovrebbe sorprendersi se certe sue iniziative, da questa parte del confine, suscitano reazioni di rifiuto. Soprattutto da parte di chi ritiene proprio dovere attivarsi affinché si possa porre rimedio alle  conseguenze oltremodo negative che la libera circolazione delle persone sta avendo sul mercato del lavoro ticinese – e non solo su quello.

 

Sarebbe pertanto utile che l’on. Comi tenesse presente quanto segue:

 

1)      In Ticino lavorano circa 52mila frontalieri, in continua crescita soprattutto nel settore terziario, ossia proprio in quel settore in cui la manodopera residente basterebbe e avanzerebbe a coprire le esigenze dell’economia;

2)      In Ticino nel 2011 le notifiche di lavoro di breve durata (meno di 90 giorni) sono state 20mila, quando fino a pochi anni fa erano la metà;

3)      I due dati sopra indicati sono semplicemente insostenibili dal profilo occupazionale per un Cantone con 320mila abitanti (ed infatti il malcontento tra i residenti cresce); essi comportano inoltre conseguenze negative, localmente anche molto pesanti, sotto il profilo della viabilità (vedi l’iniziativa di Ligornetto);

4)      Dal 1° gennaio al 30 giugno 2011, il Varesotto ha esportato verso la Svizzera beni e servizi per un valore di ca 450 milioni di Fr, mentre il flusso contrario è stato di appena 150 milioni: ci troviamo dunque confrontati con un saldo positivo di 300 milioni a vantaggio della bilancia commerciale varesina;

5)      Il Ticino è dunque da considerarsi uno dei più importanti datori di lavoro per i cittadini del Belpaese, come pure per le aziende della fascia di confine, e come tale andrebbe trattato dalla controparte italiana;

6)      In flagrante contraddizione con il punto 5, l’ex ministro delle Finanze italiano Giulio Tremonti ha adottato una serie di misure vessatorie nei confronti della Svizzera e delle sue aziende. Tra queste misure si segnalano i Fiscovelox e le black list (tra l’altro illegali);

7)      Dopo aver ricevuto per anni un trattamento da “Stato canaglia” da parte della vicina Penisola, e confrontato con l’inerzia ed il disinteresse della Confederazione (competente per i rapporti internazionali), il governo ticinese a maggioranza ha finalmente deciso di reagire,  bloccando lo scorso giugno il 50% dei ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri. Ciò anche in virtù del fatto che, dal 1974 (anno in cui è stato stabilito l’ammontare dei ristorni) ad oggi, le circostanze internazionali sono profondamente mutate, rendendo oggettivamente obsoleti gli accordi siglati quasi quattro decenni orsono (i quali, tra l’altro, nemmeno prevedono la reciprocità);

8)      Il nuovo governo italiano non eletto del premier Mario Monti non sembra, almeno stando a quanto si è visto finora, voler adottare un atteggiamento diverso nei confronti della Svizzera rispetto a quello tenuto dai suoi predecessori, prova ne sia che i Fiscovelox sono tornati a “rifiorire” alle frontiere;

9)      A fronte di tale stato di cose, è a mente del sottoscritto imprescindibile che non solo i ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri rimangano bloccati, ma che si blocchi anche il versamento del 2012.

 

Si comprenderà dunque come le iniziative della Signora Comi (per quanto politicamente legittime) suonino, ad orecchie elvetiche, piuttosto peregrine. Probabilmente una migliore conoscenza della situazione creatasi in Ticino non guasterebbe.

 

Lorenzo Quadri

Consigliere nazionale

Lega dei Ticinesi