Mettiano l’Italia in una Black list



La  famigerata agenzia delle entrate italiana, nota per le performance illegali (vedi fiscovelox) insiste nel considerare la Svizzera uno Stato canaglia. L’impostazione emerge chiaramente dalle dichiarazioni rilasciate dal direttore centrale dell’accertamento dell’Agenzia delle entrate a margine di una conferenza stampa.

Secondo il citato alto funzionario, non c’è motivo per levare la Svizzera dalla black list italiana dei paesi che non collaborano sotto il profilo fiscale. Questo malgrado il segreto bancario sia stato progressivamente smantellato.

Bene, speriamo che questa ed altre affermazioni analoghe aprano finalmente gli occhi anche alla Confederazione ed al Consiglio federale, che ancora culla illusioni su una vicina normalizzazione dei rapporti con l’Italia. Non solo, ma riteneva pure ingiustificata l’iniziativa cantonale ticinese, approvata invece dal Consiglio nazionale durante la scorsa sessione, che chiedeva una drastica riduzione della quota dei ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri.

 Tale normalizzazione dei rapporti è invece ancora al di là da venire, ciò che implica in primo luogo che il blocco dei ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri deve venire mantenuto anche per quel che riguarda gli importi del 2011, e nella misura del 100%.

Ancora una volta, Oltreconfine ci si dimentica che il solo Canton Ticino dà lavoro a 54mila frontalieri italiani;  circostanza, questa, che imporrebbe un trattamento ben diverso. A ciò si aggiungono svariate migliaia di padroncini. Un simile numero di addetti non solo è tutt’altro che necessario all’economia ticinese, ma costituisce, al contrario, un pregiudizio per il nostro mercato del lavoro. Pregiudizio ampiamente dimostrato dall’aumento dei casi di assistenza: solo a Lugano si è raggiunta a fine 2011 la quota mille, mentre nel 2010 c’erano 200 casi in meno.

Dato che la vicina Penisola insiste nell’inserire la Svizzera in black list arbitrarie, allora non si vede per quale motivo, in nome della tanto decantata reciprocità che dovrebbe informare i rapporti bilaterali, la Svizzera non dovrebbe a sua volta inserire l’Italia in una lista nera, parimenti arbitraria. Una lista che preveda, ad esempio, importanti limitazioni unilaterali della libera circolazione delle persone con il Belpaese. Magari stabilendo che, da subito, non viene più rilasciato alcun permesso per frontalieri a cittadini italiani per quel che riguarda il settore terziario.

Ma si potrebbe anche pensare di mettere in difficoltà i negozi italiani della fascia di confine (in particolare i grandi magazzini) che apertamente puntano alla clientela ticinese, tramite l’introduzione di franchigie molto basse per la spesa transfrontaliera.
Trattare con i guanti chi, dal canto suo, non perde occasione per prenderci a pesci in faccia, è chiaramente contrario al principio della reciprocità. Un principio che deve valere anche nel campo delle ritorsioni.

Lorenzo Quadri

Consigliere nazionale

Lega dei Ticinesi

 

Gottardo: e la sicurezza?

Un evento tragico, come è stato lo schianto di un bus carico di scolari in un tunnel a Sierre, riporta con prepotenza l’attenzione sulla sicurezza all’interno delle gallerie.

Qualche ora prima dell’incidente, a nome del Comitato 2 tunnel, i deputati federali Filippo Lombardi, Fabio Regazzi e Lorenzo Quadri, co-presidenti del Comitato, e il direttore della Camera di commercio Luca Albertoni, hanno consegnato (a bordo della storica diligenza del San Gottardo) 21 mila firme a favore della realizzazione di un secondo traforo autostradale a Gottardo per evitare al nostro Cantone tre anni di isolamento durante i lavori di rifacimento della galleria attuale. Da notare che il secondo traforo verrebbe realizzato senza aumento di capacità, quindi nel pieno rispetto dell’articolo costituzionale sulle Alpi.

Da notare che, il giorno dopo l’incidente, 14 associazioni ambientaliste non trovavano di meglio che perorare la causa della chiusura triennale del Gottardo e, di conseguenza, del proseguimento ad oltranza, anche per il futuro, con la galleria bidirezionale, vale a dire una trappola mortale lunga 16 Km. Complimenti per il senso di responsabilità. A certa gente nemmeno l’attualità insegna nulla.

Per ora si è parlato principalmente delle conseguenze economiche deleterie che deriverebbero da tre anni di chiusura del traforo autostradale del San Gottardo. Ma questa chiusura sarebbe un disastro anche ambientale. Anche con il traforo di base AlpTransit del Ceneri in funzione, sulla ferrovia non c’è neppure lontanamente la capacità sufficiente per caricare i camion sul treno (si parla di 1.4 milioni di transiti all’anno). Il risultato dell’operazione, che finirà per costare un miliardo, sarà la devastazione del territorio a Biasca ed Airolo per creare le stazioni di trasbordo per camion rispettavimente auto, e l’intasamento del Cantone di camion da Biasca in giù. Altro che  tutela dell’ambiente.

Né si può continuare a raccontare la storiella della popolazione ticinese che sarebbe contraria al raddoppio perché, ai tempi della votazione sull’iniziativa  Avanti, non solo non si disse che sarebbe stato necessario chiudere il tunnel autostradale del Gottardo per tre anni a seguito dei lavori di risanamento, ma anzi un’ipotesi di questo genere venne esclusa.

 

A lungo termine

Un altro aspetto fondamentale a favore del secondo tunnel al Gottardo è quello dello scenario a lungo termine, ossia di cosa succederà una volta risanato il traforo attuale. Scavando una seconda galleria si otterrebbe un tunnel in ogni senso di marcia, ognuno ad una corsia. Il vantaggio sotto il profilo della sicurezza sarebbe evidente. Almeno si eviterebbe il rischio di uno scontro frontale tra due pullman, o tra un pullman e un camion. Con conseguenze ancora più tragiche rispetto a quanto accaduto a Sierre. Un rischio che invece, senza completamento, sarebbe sempre dietro l’angolo.

Non c’è quindi alcun argomento valido a favore dell’isolamento triennale del nostro Cantone, che comporterebbe un danno irreparabile all’economia ticinese, e a favore del mantenimento di un tunnel bidirezionale di 16 km.

Lorenzo Quadri

 

I sindacati italiani invitano ad emigrare

La pubblicazione degli annunci di lavoro in Ticino sui giornali italiani (a volte solo sui giornali italiani e non su quelli ticinesi) non bastava. Gli inviti verbali, da parte dei collocatori italiani, ai loro utenti che non hanno un impiego, ad andare a cercarlo in Ticino, non bastavano. La messe di articoli sui principali organi d’informazione della Vicina Penisola che esortano i lettori peninsulari a candidarsi per posti di lavoro nel nostro Cantone, non bastava. Ad aggiungersi a queste ed altre iniziative analoghe arriva ora la nuova pensata della triade $indakale Cigl-Cisl-Uil la quale, assieme alla Camera di commergio di  ha pensato bene, per il godimento dei suoi iscritti, di pubblicare un vademecum in cui si spiega per filo e per segno cosa bisogna fare per diventare frontaliere.

A giudicare dalla continua ed allarmante esplosione del numero dei frontalieri in Ticino, una simile guida non pareva strettamente indispensabile: su come si fa a diventare frontalieri,  i nostri vicini a Sud sembrano già ampiamente informati. Tra parentesi, l’esplosione del numero dei frontalieri attivi in Ticino pare cominciare a suscitare una qualche preoccupazione anche a livello di Consiglio federale: forse qualcuno inizia a rendersi conto che la pace sociale nel nostro Cantone è minacciata, che il giorno dell’esplosione dell’ira popolare, avanti di questo passo, non è lontano e che allora non ce ne sarà più per nessuno.

A parte il fatto che gli italiani, come detto, non sembrano certo soffrire di un deficit informativo sulle brillanti opportunità che il frontalierato offre loro – opportunità il cui prezzo è pagato dal lavoratore residente in Ticino, dal momento che gli impieghi non aumentano neppure lontanamente di pari passo con il numero dei frontalieri e dei padroncini – le “sponsorizzazioni” più o meno ufficiali del lavoro frontaliero, che si moltiplicano in Italia, costituiscono un chiaro fallimento. Fallimento dell’Italia che ammette di non essere in grado di creare posti di lavoro per i suoi concittadini, al punto da spingerli alla migrazione; e, adesso, fallimento dei $indakati.

Compito dei $indakati italiani dovrebbe infatti essere quello di aiutare i propri concittadini a trovare un’occupazione. Nel loro paese, non in casa d’altri. Ecco invece che ora li invitano all’assalto del mercato del lavoro di un altro Stato, il nostro appunto, che (per fortuna) non è neppure  un membro della disastrosa e disastrata UE.

I $indakati italici ammettono (seppur in modo implicito) di aver clamorosamente fallito nel proprio compito: invece di risolvere il problema occupazionale in Italia, si adoperano per scaricarlo sul Ticino. Poi saranno “cavoli” dei Ticinesi.

Davanti a questa ennesima offensiva da sud, da parte nostra deve arrivare una forte risposta protezionistica a tutela dei posti di lavoro nel nostro Cantone,  i quali devono essere destinati ai ticinesi e  non ai frontalieri. E visto che la libera circolazione delle persone teoricamente non permette questo tipo di favoritismo, vuol dire che la libera circolazione delle persone deve venire aggirata o violata – come del resto sanno benissimo fare, quando ciò torna loro comodo, Oltreconfine: prendiamo esempio. A’ la guerre comme à la guerre.

Concorsi pubblici: favorire le aziende che assumono residenti

L’aumento del numero dei frontalieri a 54mila, di cui 28mila nel settore terziario, è un segnale preoccupante. Questo aumento corrisponde infatti ad una crescita del  40.1% rispetto alle cifre del 2006. Tuttavia, il numero di posti di lavoro in Ticino, nello stesso periodo, è ben lungi dall’essere aumentato del 40.1%. Ciò significa che è in atto un fenomeno di “sostituzione” di lavoratori residenti con frontalieri. Un fenomeno che nemmeno il Consiglio federale, dopo averlo negato ad oltranza, oggi si sente più di escludere (l’ultima affermazione ufficiale al proposito è del seguente tenore: “dai dati in nostro possesso non risulta (…) ma non è neppure possibile escluderlo”: una formulazione che, per chi conosce un po’ il “burocratese”  federale, è molto eloquente).

Significativo, e preoccupante, è poi il dato relativo al 2011: lo scorso anno, in Ticino sono stati creati circa 3000 nuovi posti di lavoro (più o meno la stessa cifra del  2010); per contro, se nel 2010 i frontalieri erano aumentati, rispetto al 2009, di 3000 unità – e quindi il saldo, se così si può dire, era uguale a zero – ora la situazione appare nettamente peggiorata. A fronte di 3000 posti di lavoro creati, si registra un aumento dei frontalieri di 5600 unità: quasi il doppio. Il bilancio è quindi chiaramente negativo per quel che riguarda l’occupazione dei residenti:  i frontalieri sono aumentati in misura molto maggiore rispetto agli impieghi; questo significa che posti di lavoro che prima erano occupati da ticinesi sono ora occupati da frontalieri. E non necessariamente a seguito di pensionamenti. Le cifre dimostrano quindi che la – fino a poco tempo fa negata ad oltranza – sostituzione di residenti con frontalieri è invece una realtà. Ma naturalmente, come di consueto, chi suonava il campanello d’allarme era bugiardo, populista ed irresponsabile: quasi un criminale.

Allo stesso modo, nel 2011 le giornate di lavoro svolte in Ticino da artigiani e ditte in arrivo da Oltreconfine sono state ben  628mila, suddivise in 13’200 notifiche di lavoro di breve durata (sotto i 90 giorni). Anche qui un aumento allarmante, vale a dire un raddoppio in pochi anni,  che si traduce in una perdita di lavoro per gli operatori locali, dal momento che l’evoluzione del mercato ticinese (come peraltro confermato dal direttore della CCIA-Ti, Luca Albertoni) non giustifica affatto una simile evoluzione.

Davanti a questa situazione, a mio giudizio non ci sono alternative all’introduzione di forme di contingentamento per frontalieri (in particolare in settori  come il terziario, in cui di sicuro non c’è carenza di manodopera residente) e padroncini.

Nell’attesa, occorre cogliere tutte le occasioni per favorire le aziende che assumono residenti. La presenza di residenti nell’organico deve quindi diventare uno dei criteri di valutazione nell’attribuzione di appalti pubblici. Nell’ottenimento di lavori o di forniture per lo Stato (ma anche per il parastato), la ditta che impiega residenti deve risultare avvantaggiata rispetto a quella che fa ricorso a frontalieri. Al proposito, da parte della Lega dei Ticinesi, sono stati inoltrati atti parlamentari ai vari livelli istituzionali: federale, cantonale, comunale (a Lugano).

Lorenzo Quadri

 

 

Ristorni dei frontalieri: vittoria ticinese

A livello federale il Ticino ha segnato un punto, portando a casa il sostegno del Consiglio nazionale all’iniziativa cantonale che chiedeva l’introduzione della reciprocità nei ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri e la riduzione del tasso di ristorno dall’attuale 38.8% (insostenibile) al 12.5% concordato nel 2006 con l’Austria. Si ricorderà che il tasso del 40%, poi ridotto al 38.8%, era stato deciso nel 1974 a mo’ di “pizzo” riconosciuto all’Italia, perché il Belpaese accettasse di non ricevere informazioni sui conti bancari svizzeri di suoi concittadini a seguito del segreto bancario. Segreto bancario che costituisce una norma di tutela della privacy dei cittadini, e non un regalo alle banche.

Da allora ad oggi tutto il mondo è cambiato, i frontalieri non rientrano più al domicilio ogni sera ma basta che lo facciano una volta alla settimana, e non devono più provenire dalle fasce di confine. Inoltre  per 40 anni, invece di utilizzare i fondi dei ristorni per misure infrastrutturali, scopo cui erano destinati, i Comuni italiani beneficiari li hanno allegramente gettati nella gestione corrente.  Il tasso del 38.8% avrebbe dovuto venire radicalmente decurtato in ogni caso, poiché la libera circolazione delle persone ha stravolto le regole del gioco rispetto alla situazione in essere nel lontano 1974. Nel frattempo però l’Italia si è lanciata in una guerra economica contro la Svizzera in generale ed il Ticino in particolare. Sicché i ristorni sono stati, doverosamente, bloccati nella misura del 50% per quel che riguarda il versamento 2010. E vista la situazione creatasi con la vicina Penisola, e certamente non voluta da noi, è evidente la necessità di bloccare anche  i ristorni 2011. Sicché si potrebbe dire che l’iniziativa cantonale approvata dal Consiglio nazionale perde un po’ della sua valenza, dal momento che i ristorni sono bloccati, e bloccati devono rimanere. Ma non è così. Da un lato, l’accettazione di un’iniziativa cantonale da parte del Consiglio nazionale è un fatto più unico che raro. Iniziative presentate da Cantoni ben più influenti del nostro (e che dispongono di un numero ben maggiore di parlamentari federali)  vengono trombate in quattro e quattr’otto. E’ successo più volte negli scorsi giorni. Che un’iniziativa cantonale ticinese l’abbia spuntata è già uno “scoop” di per sé.

A ciò si aggiunge che il Consiglio federale, ed in prima linea la ministra delle finanze del 5%, Eveline Widmer Puffo, era ferocemente contrario alla proposta ticinese. Il sottoscritto, nella sua pur recente presenza a Berna, ha presentato degli atti parlamentari sul tema della riduzione del tasso di ristorno. Perché, e questo va ribadito chiaro e forte,  quelle appena approvate dal Nazionale  sono proposte della Lega che il PPD, come spesso accade ai partiti $torici, prima ha tacciato di delirio populista, poi ha fotocopiato (leggasi iniziative-Xerox). Negli atti parlamentari chiedevo pure che il Consiglio federale, nel caso ritenesse di non abbassare il tasso di ristorno dal 38.8% al 12.5%, versasse il Ticino la differenza. La risposta è sempre stata un njet secco. Njet ribadito in aula lunedì dalla citata ministra del 5%.

Il Consiglio nazionale invece ha bocciato il governo e seguito il Ticino. Non è un gesto da poco. Si potrebbe obiettare che ci sono temi più importanti per il nostro Cantone, come – se si vuole restare in tema di frontalieri – l’invasione del nostro mercato del lavoro da parte di questi ultimi;  oppure il risanamento del tunnel autostradale del Gottardo. Non bisogna però neppure peccare di modestia, perché ridurre i ristorni al tasso austriaco significa pur sempre mantenere in Ticino una trentina di milioni all’anno, e scusate se sono pochi.

 Ma soprattutto, questo successo riportato dal Ticino dimostra che le potenzialità per ottenere qualcosa da Berna ci sono.

Lorenzo Quadri

 

Residenze secondarie: Ticino fregato!

Ticino fregato ancora una volta dagli “amici” (si fa per dire) d’oltralpe. Questo è l’esito della votazione della scorsa domenica sull’iniziativa contro le residenze secondarie.

Un voto da cui la Svizzera è uscita, per l’ennesima volta, spaccata: con i Cantoni  alpini che si vedono imporre l’ennesimo Diktat dalle grandi aree urbane. Il federalismo, già traballante, si becca un ulteriore duro colpo. L’iniziativa “Stop alla costruzione sfrenata di abitazioni secondarie” è antifederalista e giacobina. E il nome era, naturalmente, uno specchietto per le allodole. Ai Cantoni e soprattutto ai Comuni viene tolta la possibilità di autodeterminarsi in materia di residenze secondarie, e quindi di turismo. I Comuni ticinesi non saranno più liberi di decidere quante residenze secondarie vogliono. Il tetto massimo del 20% di residenze secondarie in ogni Comune ci viene imposto da Oltregottardo. La coesione nazionale ne esce a pezzi.

 Il Ticino si è già visto imporre la devastante libera circolazione delle persone, rischia di vedersi imporre tre anni di isolamento tramite la chiusura del tunnel autostradale del Gottardo;  adesso arriva il tetto massimo delle residenze secondarie. Gli amici d’Oltralpe, evidentemente, vogliono desertificare economicamente il nostro Cantone e trasformarci in una riserva indiana.

La prima conseguenza della votazione della scorsa domenica sarà che le residenze secondarie esistenti, non potendosene aggiungere altre, aumenteranno di valore. Affari d’oro dunque per gli speculatori immobiliari.

La seconda sarà il blocco totale delle ristrutturazioni dei rustici. Eh sì. Decenni di lotta con i burocrati bernesi per poter trasformare la cascina del bisnonno in residenza secondaria, discussioni a non finire per preparare il famoso PUC –PEIP già trasformato in PUC-PEIP due:  e adesso che si vedeva una soluzione, ci si accorge che tutti gli sforzi sono diventati inutili. Nelle valli montane in cui si trovano i rustici papabili di venire trasformati in residenze secondarie, infatti, il tetto massimo talebano del 20% è già superato; a dire il vero, lo è in praticamente tutti i comuni ticinesi, salvo poche eccezioni. Risultato: adesso che il PUC-PEIP “riveduto e corretto” è in dirittura d’arrivo, ci si accorge che di rustico non se ne potrà ristrutturare nemmeno uno. I proprietari di rustici si ricordino di ringraziare i ro$$o-verdi.

Se poi                  qualcuno pensa che lo stop alle residenze secondarie stimolerà la creazione di nuovi posti letto alberghieri, ebbene questo qualcuno si illude, ma alla grande. Senza la possibilità di finanziamento legata alla messa sul mercato appartamenti di vacanza, di nuovi alberghi non se ne vedranno proprio.

In compenso, poiché le residenze secondarie, ovviamente in un quantitativo ragionevole – ma per questo bastavano i piani regolatori e non c’erano bisogno di iniziative talebane, giacobine e antifederaliste – sono una componente importante del turismo e dei suoi indotti economici, questa possibilità di sviluppo, specie per le regioni discoste, viene a cadere.

Da notare che ancora una volta, per tutto questo, il Ticino può ringraziare il partito $ocialista, il cui obiettivo è, evidentemente, lo sfascio di questo Cantone.

Il partito $ocialista infatti sostiene:

        L’adesione della Svizzera all’UE;

        Tre anni di chiusura del tunnel autostradale del Gottardo e conseguente isolamento del Ticino dal resto della Svizzera;

        Il blocco totale delle ristrutturazioni dei rustici.

Altri commenti diventano, a questo punto, superflui.

Lorenzo Quadri

 

Viabilità del Malcantone: e l’Italia…?

Interpellanza al Consiglio federale

 

Come noto i progetti  transfrontalieri Italia-Svizzera si scontrano con problemi legati alla scarsa disponibilità della controparte nel “fare i compiti”. L’esempio di AlpTransit è eclatante, ma non isolato. Secondo recenti informazioni, risulta infatti che i progetti in materia di viabilità del Malcantone, inseriti nel piano dei trasporti del Luganese, per quanto in cantiere da decenni, non trovano continuità sul fronte italiano, fuori Ponte Tresa. Pare infatti che Oltreconfine non ci sia alcun progetto di proseguimento degli interventi che verranno effettuati su territorio ticinese, pregiudicandone quindi l’efficacia.

Chiedo al CF:

   Corrisponde al vero che sul fronte italiano non esiste attualmente alcun progetto per il proseguimento su territorio italiano dei piani di viabilità del Malcantone?

    Se sì, il CF intende attivarsi affinché, anche in quest’ambito della politica internazionale dei trasporti, la controparte italiana venga richiamata ai suoi compiti?

 

Lorenzo Quadri

CN Lega dei Ticinesi

 

Abusi sociali alla luce del sole

Interpellanza al Consiglio federale

 

Nelle scorse settimane è diventata di pubblico dominio una clamorosa truffa messa a segno ai danni delle assicurazioni sociali da parte di Azem Syla, cittadino kosovaro.

Syla, giunto in Svizzera nel 1994 spacciandosi per asilante, era un uomo di punta dell’UCK dal passato torbido. Nel 2010 è stato eletto nel parlamento kosovaro.

Ciononostante in Svizzera risultava invalido al 100% per presunti “motivi psichici” e  nel  corso degli anni ha percepito prestazioni sociali per quasi mezzo milione di Fr, principalmente dal canton Soletta.

Non ha ottenuto rendite AI per mancanza di contributi versati.

Syla non solo era un politico di punta nel suo Paese già al momento del suo arrivo in Svizzera come rifugiato, ma percepiva prestazioni sociali e risultava invalido al 100% mentre in Kosovo era attivo in parlamento.

Syla non truffava le assicurazioni sociali lavorando in nero di nascosto: la sua attività si svolgeva alla luce del sole, addirittura sotto i riflettori, in barba alla presunta completa inabilità lavorativa.

L’accaduto indica chiaramente l’esistenza di gravi lacune negli accertamenti sulla capacità lavorativa, come pure sullo stato di bisogno, di sedicenti asilanti.

Chiedo al CF:

          Come valuta il CF l’accaduto per quanto attiene ai controlli sull’abilità lavorativa effettuati su cittadini stranieri?

          Come si pretende di scoprire finti invalidi che lavorano in nero, se nemmeno si scoprono casi di persone, presunte inabili al lavoro in ragione del 100%, che all’estero svolgono attività addirittura pubbliche?

          Quanti sono al momento della  risposta gli invalidi psichici in Svizzera suddivisi per nazionalità?

Lorenzo Quadri

CN Lega dei Ticinesi

Appalti pubblici: favorire le aziende che assumono residenti

Mozione al Consiglio federale

 

Il numero dei frontalieri attivi nei Cantoni di confine aumenta in maniera insostenibile a seguito della libera circolazione delle persone.

In Ticino i frontalieri sono attualmente 54mila con una crescita del 40.1% rispetto al 2006. A Ginevra a fine 2011 erano 75’800.

L’aumento esponenziale dei titolari di permessi G attivi in Ticino ha spinto il governo cantonale a chiedere l’applicazione della clausola di salvaguardia. Ciò con l’obiettivo di dare un segnale, dal momento che la citata clausola non si applica ai frontalieri.

L’ente pubblico, a partire dalla Confederazione, deve cominciare a dare il buon esempio favorendo, nell’aggiudicazione di appalti pubblici, quelle aziende che assumono residenti. Per contro, chi assume frontalieri quando potrebbe assumere residenti va sfavorito.

Con la presente mozione si chiede al Consiglio federale:

          di inserire tra i criteri d’aggiudicazione degli appalti pubblici contemplati nella LAPub e nelle relative ordinanze, un nuovo criterio relativo alla presenza, nell’organico, di personale residente, che ogni offerente dovrà indicare. L’azienda che fa lavorare residenti deve risultare avvantaggiata rispetto a quella che ha inserito nel proprio organico un numero elevato di frontalieri. Il nuovo criterio di aggiudicazione, per essere efficace, deve anche avere un peso appropriato: si propone il 30%. Il nuovo criterio di aggiudicazione va applicato anche agli enti pubblici cantonali e comunali.

Lorenzo Quadri

CN Lega dei Ticinesi

Complementari e casse malati: si è tagliato il triplo?

Quello attuale, che avrebbe dovuto essere un anno di relativo “sollievo” dal profilo dei premi di cassa malati si sta invece dimostrando un anno da incubo. Ultima sorpresa in ordine di tempo, l’aumento di premio del 20% annunciato dalla cassa malati EGK nei giorni scorsi: evento inopinato e raro, ma purtroppo permesso dalla famigerata LAMal.  Gli assicurati, si dice, potranno cambiare cassa malati. Ma se altre casse dovessero seguire l’esempio? Senza contare che poi gli assicuratori malattia utilizzano varie tattiche per scoraggiare i cattivi rischi che chiedono di venire affiliati.

Le brutte notizie vengono però dal campo sussidi per il pagamento dei premi di cassa malati. Infatti, ancora in questi giorni alcuni abbiamo appreso di situazioni preoccupanti. Ad esempio, ad una nostra lettrice che fino all’anno scorso riceveva il sussidio massimo, è stato comunicato che quest’anno non prenderà nulla. Malgrado le sue entrate siano sempre le stesse. La signora si chiede come farà a pagare.

Questa situazione è la conseguenza del nuovo sistema di calcolo dei sussidi entrato in vigore quest’anno, e basato sul reddito disponibile semplificato e non più sull’imponibile. Nell’ambito di questo passaggio è stata tra l’altro presa una misura assolutamente riprovevole:   l’abolizione della franchigia sulla piccola proprietà immobiliare ossia, in altre parole, a beneficio dei proprietari di una casetta o di un appartamento, che si sono visti piombare addosso una bella “scoppola”. La Lega dei ticinesi, tramite mozione della deputata Amanda Rückert, ha opportunamente chiesto al Consiglio di Stato di ripristinare la franchigia.

 

Risparmi sulle spalle degli anziani

Nell’anno di disgrazia 2012 è però stata presa, a livello cantonale, anche un’altra misura, che prevede tagli ai sussidi di cassa malati per i beneficiari di prestazioni complementari ossia di PC (soprattutto anziani, ma anche invalidi). Sicché persone anche ultranovantenni si sono viste tagliare i viveri: nel senso che, se prima il Cantone, ai titolari di PC, pagava l’intero premio di base, oggi copre solo fino al forfait, calcolato dalla Confederazione. In Ticino ci sono due regioni per i premi e, di conseguenza, anche due forfait.  La differenza tra il premio riconosciuto (forfait) e quello effettivamente pagato, da inizio anno ce lo mette l’assicurato di tasca propria. Non sono noccioline, ma fino a 1800 Fr annui. Le casse malati più care sono Kolping e Helsana.

Ora, questo vero e proprio taglio a danno degli anziani (e degli invalidi) con la PC è stato venduto dal Cantone come una misura di scarsa incidenza. Invece le cifre che si stanno delineando raccontano tutta un’altra storia. Il DSS aveva infatti dichiarato che il risparmio sarebbe stato di ca 1’100’000 Fr a livello cantonale. Il che puzzava di bruciato già in partenza: che senso avrebbe applicare una misura così impopolare per risparmiare così poco? Se già si devono fare delle scelte atte a scatenare vespai, almeno che il santo valga la candela.

Ora i sospetti che il governo non l’avesse raccontata giusta stanno puntualmente prendendo forma. Da quello che si può osservare sulla situazione di Lugano, se ne deduce che in realtà il taglio a livello cantonale potrebbe essere anche del triplo della cifra ufficialmente annunciata, ossia oltre tre milioni; altro che poco più di uno!

Oltre tre milioni decurtati sulle spalle degli anziani e degli invalidi con la PC. A questo punto una domanda nasce spontanea: vistoso errore di calcolo da parte del DSS oppure taroccatura volontaria, confidando nel fatto che la verità non sarebbe venuta a galla? Se, come diceva quel tale, a pensar male si commette peccato ma ci si azzecca quasi sempre…

 

 

Allarme abusi sociali

Poi dicono che non è vero che in Svizzera ci sono abusi nel sociale da parte di stranieri! Tutte invenzioni della Lega populista e razzista! Un po’ come gli stranieri che delinquono!

Ed infatti nei giorni scorsi è stato reso di dominio pubblico un caso eclatante: quello di Azem Syla, un finto asilante che ha percepito  in Svizzera abusivamente 426mila Fr di aiuti sociali, e questo malgrado il diretto interessato sia nientemeno che deputato al parlamento kosovaro.

E non è finita perché Sila non solo è un deputato ma nella seconda metà degli anni 90 apparteneva alle figure di spicco dell’UCK ed è accusato di essere stato il mandante di diversi omicidi dopo la fine della guerra. Accuse che il diretto interessato respinge.

Lo scempio degli abusi si è consumato nel Canton Soletta.

Sila è giunto in Svizzera nel 1994 ed ha ottenuto lo statuto di rifugiato. Ha vissuto di aiuti sociali e dal 2002 ha ottenuto pure le prestazioni complementari.

Ora, l’accaduto dimostra in modo clamoroso come troppo spesso le prestazioni sociali a cittadini stranieri vengano elargite senza uno straccio di controllo. I servizi sociali di Soletta non si sono accorti che stavano foraggiando indebitamente, con i soldi dei contribuenti, addirittura un parlamentare kosovaro. Sila non lavora in nero, di nascosto. Sila svolge un ruolo pubblico che più pubblico non si può. E’ stato addirittura eletto in un parlamento. Se non ci si accorge nemmeno che si versano aiuti sociali indebiti a persone che svolgono attività lucrative alla luce del sole, come si pensa di individuare abusi un po’ meno sfrontati?

L’accaduto è un campanello d’allarme gravissimo. Si sono versati aiuti sociali non dovuti per quasi mezzo milione di franchi ad un approfittatore, considerato in patria una persona pericolosa; oltretutto una persona che guadagnava denaro alla luce del sole con una funzione pubblica (e chissà quanti altri  soldi incassava in nero). L’andazzo è durato anni. Vuol dire che in tutto questo tempo non si è svolto lo straccio di un controllo. Ma allora, non osiamo nemmeno immaginare quanti cittadini stranieri che abusano in modo un po’ più “discreto”, vale a dire un po’ più difficile da scoprire, ci possano essere in circolazione!

L’accaduto non può finire a tarallucci e vino. Chi, nei servizi sociali, non si è accorto dell’abuso plateale, deve venire lasciato a casa. Ovunque occorre cambiare registro: non è tollerabile continuare a farci sfruttare da persone straniere che si approfittano della nostra dabbenaggine. Finiamola una buona volta di farci turlupinare da tutti solo per paura di passare per razzisti!

Lorenzo Quadri

 

Frontalieri: i contingenti non possono più attendere

E’ quasi imbarazzante ripeterlo, ma le cose stanno proprio così. Purtroppo stanno così. Proprio come scrivevamo da queste colonne. Infatti il numero di frontalieri attivi in Ticino è nuovamente aumentato in maniera insostenibile. Ormai abbiamo raggiunto quota 54mila. Avanti di questo passo e per fine anno saremo tranquillamente a 60mila. Nel 2006 i frontalieri in Ticino erano 38mila, questo significa che c’è stato un aumento del 40.1% in 5 anni. E’ evidente che questo aumento non ha alcun nesso con la crescita economica del nostro Cantone. Infatti i posti di lavoro in Ticino negli ultimi 5 anni non sono di sicuro aumentati del 40%; magari lo fossero!

Questo significa dunque che il soppiantamento, nelle assunzioni, dei residenti da parte dei frontalieri è una realtà, e questo in barba alle arrampicate sui vetri del Consiglio federale, che è solito servirsi di formulazioni  fumose del tipo “dai nostri dati non emerge che… ma non si può nemmeno escludere”. Fatto sta che davanti all’evidenza perfino il Consiglio federale ha dovuto abbandonare la linea della negazione ad oltranza.

Da notare – l’abbiamo già detto e scritto varie volte, ma giova ripeterlo – che ai 54mila frontalieri vanno aggiunti i padroncini, distaccati, ecc in arrivo dalla vicina Penisola che entrano nel nostro Cantone a lavorare tramite semplice notifica: anch’essi in aumento esponenziale, tant’è che nel 2011 hanno totalizzato (cifre dell’Ufficio del lavoro, non del Mattino della domenica) 628mila giornate lavorative alle nostre latitudini. Le quali, calcolando a spanna, si traducono in un giro d’affari di mezzo miliardo.

Davanti allo sfacelo annunciato che si va vieppiù concretizzando in Ticino, è perfettamente inutile che i partiti $torici, che hanno sempre sostenuto la libera circolazione delle persone, fingano di indignarsi, mentre è vergognosamente ipocrita che lo facciano i $ocialisti i quali non solo vogliono, ed hanno sempre voluto, la libera circolazione delle persone più spinta ma addirittura vogliono l’adesione all’Unione europea: lo sconcio è inserito tra i punti cardine del programma P$$.

E’ chiaro a questo punto che l’invasione di frontalieri, destinata a peggiorare viste le condizioni economiche dell’Italia (perfino in Lombardia, motore della Penisola, si moltiplicano come funghi le saracinesche abbassate e i senza lavoro) va arginata. Il che vuol dire contingenti e, finché questi contingenti non ci saranno, misure dissuasive: ad esempio blocco unilaterale da parte del Cantone del rilascio di nuovi permessi  per frontalieri  a cominciare da quelli richiesti per il settore terziario. Sì perché, come ormai sanno anche i paracarri, è proprio in questo settore, in cui di sicuro non manca la manodopera ticinese, che i frontalieri sono aumentati in misura maggiore. Basti pensare che ben il 52% dei 54mila frontalieri lavorano nel terziario. Settore in cui sono occupati 28mila frontalieri, mentre ci sono, in questi settori, 5500 disoccupati ticinesi.

Violazione degli accordi internazionali? No: basta dire che c’è stata una panne burocratica, che tutti i funzionari preposti sono  in vacanza o in congedo maternità, che stanno seguendo dei corsi di perfezionamento, eccetera…

Il Consiglio di Stato ha chiesto nei giorni scorsi al Consiglio federale l’adozione delle clausole di salvaguardia per arginare l’arrivo di nuovi cittadini UE. Questo è senz’altro positivo, ma non basta, perché i frontalieri non ne vengono toccati. Le clausole riguardano solo i permessi di dimora. I quali i sono in effetti anch’essi un problema. Ad esempio nella misura in cui non di rado viene rilasciato il permesso B per svolgimento di un’attività lavorativa ad un cittadino UE, ma l’attività lavorativa  dopo pochi mesi viene a mancare. Ciononostante il permesso B, per quanto divenuto privo d’oggetto, perché il suo titolare non lavora più, non viene ritirato, ed il cittadino UE rimane in Svizzera a carico del nostro Stato sociale, finanziato con i nostri soldi.

La clausola di salvaguardia non concerne i frontalieri, ma è comunque un segnale chiaro al Consiglio federale. Naturalmente il $inistrume è contrario. Cui però deve fare seguito l’unica soluzione possibile, ossia quella sopra indicata e più volte invocata: contingentamento di frontalieri e padroncini. Alternative non ce ne sono. A meno che si voglia assistere con le mani in mano allo sfascio del tessuto sociale ticinese.

 

Ristorni e iniziative fotocopia

Domani  in Consiglio nazionale si dibatterà sull’iniziativa cantonale ticinese presentata un anno fa, ma incentrata su un tema quanto mai attuale: i ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri.

L’iniziativa cantonale chiede che i ristorni vengano rinegoziati con l’Italia in modo da tenere conto del principio della reciprocità e di abbassarne il tasso, ancora assurdamente fissato al 38.8%, allineandolo al 12.5% stabilito nel 2006 con l’Austria.

Sulla reciprocità: come noto oggi essa non esiste, visto che il Belpaese, per i (pochi) frontalieri al contrario, all’erario ticinese non versa un copeco.

Il tasso di ristorno al 38.8%, cifra astronomica, era invece stato deciso nel remoto 1974: si trattava di un “pizzo” all’Italia, la quale, in cambio della ricca compensazione, si impegnava ad accettare il segreto bancario elvetico. Al proposito abbiamo visto come è andata a finire: essendo l’Italia, assieme agli USA, il nemico numero uno del nostro segreto bancario, è chiaro come il sole che non c’è più alcun motivo per pagare il “pizzo”. E nemmeno per pagare i ristorni, che si auspica verranno bloccati in eterno.

L’iniziativa cantonale contiene anche una terza richiesta: se la Confederazione ritiene di non poter abbassare il tasso di ristorno dal 38.8% al 12.5% austriaco, la differenza al Ticino la deve versare Berna.

A qualcuno queste richieste sembrano familiari?

Niente di strano: la Lega batte da anni questi chiodi. Ed è stata la prima a presentare sottoforma di atti parlamentari le richieste confluite nell’iniziativa cantonale. Iniziativa che è stata bellamente copiata dagli atti parlamentari leghisti: trattasi dunque dell’ennesima iniziativa fotocopia, o Xerox che dir si voglia, da parte dei partiti $torici: i quali prima denigrano le proposte leghiste come populiste e razziste, poi le copiano senza ritegno. Lo abbiamo visto sui frontalieri, lo abbiamo visto sulla criminalità transfrontaliera, lo abbiamo visto sui ristorni – e la lista delle fotocopiature non è finita.

Ironia della sorte, a seguito delle rigide procedure organizzative del Consiglio nazionale, l’unico  deputato ticinese che domani potrà prendere la  parola in aula su questo tema sarà Fulvio Pelli, che è relatore. Gli altri non potranno intervenire (se non, al limite, ponendo delle domande).

Ovviamente nessuno si fa illusioni su quale sarà il destino dell’iniziativa cantonale.

Poiché bisogna a dare a Cesare quel che è di Cesare, è importante sottolineare che la paternità delle richieste che verranno discusse domani al Nazionale, richieste nell’interesse del Ticino, è della Lega dei Ticinesi;  non certo del PLR né di Fulvio Pelli.

Lorenzo Quadri

Roberta Pantani

CN Lega

 

Segreto bancario: lo sfacelo annunciato

Fermezza nel cedimento. Ancora una volta, come prevedibile, il Consiglio nazionale a larga maggioranza (110 contro 56) si è accodato questa sera al Consiglio federale nel decretare la fine del segreto bancario elvetico nei confronti degli USA. Analoghi smantellamenti seguiranno,  a non averne dubbio, nei confronti dell’UE.

Il governo ed il parlamento elvetico accettano senza battere ciglio ogni Diktat degli USA, i quali mantengono i paradisi fiscali al loro interno, e neppure si sognano di avanzare pretese nei confronti di piazze finanziarie “esotiche”, le quali stanno già approfittando dei continui colpi inferti ai rimasugli del segreto bancario svizzero.

La perdita in materia di posti di lavoro sarà sensibile. Il substrato fiscale e sociale ne patirà duramente. La disoccupazione nel settore terziario aumenterà, come aumenterà la sostituzione di residenti con frontalieri.

Il Consiglio nazionale non ha voluto nemmeno dare un segnale a difesa dei posti di lavoro della piazza finanziaria; che, evidentemente, vengono reputati impieghi di serie B.

Chi si è opposto a questo smantellamento avrà ancora una volta la magra consolazione di sentirsi dare ragione a posteriori.

 

Lorenzo Quadri

Roberta Pantani

Consiglieri nazionali

Lega dei Ticinesi

Libera circolazione: ma non andava tutto bene?

Proseguono, da parte del Consiglio federale, i cerotti sulla gamba di legno in materia di libera circolazione delle persone.

Il governo nazionale ha infatti annunciato urbis et orbis di aver trasmesso al Parlamento il pacchetto per l’adeguamento delle misure collaterali alla libera circolazione delle persone. Ma come: la famigerata SECO, quella del dirigente ed ex sindacalista ro$$o Serge Gaillard noto per la brillante affermazione “immigrazione uguale ricchezza”, non diceva che andava tutto bene? E questa posizione  fuori dal mondo non è forse stata pappagallata per anni dai Consiglieri federali titolari del dipartimento dell’economia, vedi Doris Leuthard (che i maligni paragonano ad un grosso uccello bianco che non è un cigno) e Schneider Ammann? Dumping salariale in Ticino? “Dai nostri dati non emerge”! Frontalieri che soppiantano i ticinesi nelle assunzioni? “Dai nostri dati non emerge!” Abusi nel terziario? “Dai nostri dati non emerge!” Però 52mila frontalieri in continuo aumento, come pure le 15’300 notifiche di lavoro temporaneo da parte di artigiani d’Oltreconfine, che si traducono in 628mila giornate lavorative, che a loro volta si traducono in una cifra d’affari di mezzo miliardo (cifra andata persa agli operatori locali e finita in tasche d’Oltreconfine), quelli emergono! E com’è possibile, secondo la SECO e il Consiglio federale, che dati del genere, in un Cantone di 320mila abitanti, rimangano senza conseguenze nefaste?

Sicché, dopo la lunga serie di “non emerge”, ed in palese contraddizione con la medesima, adesso il Consiglio federale propone il pacchetto d’adeguamento delle misure collaterali. Ma come: non andava tutto a meraviglia?

Il pacchetto d’adeguamento, comune, non deve dare adito ad illusioni di sorta: si riduce a qualche cerottino qua e là. Ad una serie di proposte che, per avere un minimo di efficacia, necessiterebbero di risorse finanziarie ed umane enormi, che evidentemente Berna non si sogna di mettere a disposizione.

Queste misure accompagnatorie hanno tutta l’aria del contentino che, in nome del politicamente corretto, “bisognava” accordare ai Cantoni di confine. Ma lì tutto comincia e lì tutto finisce. Non sarà con simili proposte che si risolveranno i gravissimi problemi causati dalla libera circolazione delle persone al mercato del lavoro ticinese. Perché questi problemi non sono risolvibili. Se non buttando all’aria la libera circolazione delle persone. Nessuna misura fiancheggiatrice ci porterà fuori dal pantano. Queste misure hanno ampiamente dimostrato di non funzionare. La realtà è che per il Ticino, proprio come avevano previsto la Lega e il Mattino, la libera circolazione delle persone è stata una sciagura. L’unica via d’uscita consiste nel buttare all’aria la libera circolazione delle persone, reintroducendo clausole preferenziali per i residenti e contingenti sulle notifiche per lavoro di breve durata. Alternative non ce ne sono.

 

Aperture dei negozi: siamo all’harakiri

Come c’era da temere, il Consiglio di Stato ci ricasca e non autorizza l’apertura straordinaria dei negozi al 19 marzo (festa del papà) come pure al 15 aprile. Aperture straordinarie saranno possibili solo nel periodo natalizio.                         

Ancora una volta, dietro c’è lo zampino del Tribunale amministrativo (Tram) già prodottosi in perle analoghe a detrimento dell’economia e del tessuto lavorativo cantonale: pure l’anno scorso all’ultimo momento, a seguito di un ricorso, era stato posto il veto all’apertura dei negozi il giorno di San Giuseppe. Vale anche la pena ricordare, in altro ambito, la scintillante decisione, sempre del Tram, di radiare dal bando di concorso per i docenti cantonali il requisito della conoscenza delle lingue nazionali, che permetteva di scremare già in partenza un buon numero di candidati docenti frontalieri dalla scuola pubblica ticinese.

Mentre nel Paese si dibatte sui problemi del turismo ticinese, confrontato con dati poco rallegranti, ecco che arriva la decisione governativa che sega le gambe a due giornate molto interessanti per il turismo di giornata e non solo.

La prima conseguenza concreta di questa improvvida decisione si è già vista: la cancellazione a Lugano da parte dell’Associazione via Nassa, della manifestazione “Nassa in fiore”, in calendario dal 12 al 15 aprile: ovvero in concomitanza con l’apertura dei negozi, poi negata, del 15 aprile nell’ambito di Emozioni Ticino. Una manifestazione interessante che avrebbe trasformato in un giardino fiorito il “salotto di Lugano”,  a beneficio di residenti e turisti.

Serve a poco interrogarsi e almanaccare sui problemi del turismo e dei commerci se poi, con decisioni come quella del Consiglio di Stato sulle aperture straordinarie, ci si tira la zappa sui piedi da soli. Ormai non si può nemmeno più dire che “si perdono delle occasioni”. Le occasioni le si sbattono proprio via. Volontariamente.

Il tutto, va da sé, per la gioia del commercio d’Oltreconfine, che se la ride, e alla grande, della cavillosità ticinese: per la concorrenza italiana una vera miniera d’oro. Proprio in questi giorni a Lavena è stato inaugurato un nuovo centro commerciale aperto 7 giorni su 7. Il quale può ovviamente contare, oltre che sugli orari d’apertura, sui vantaggi dati dal cambio. E sulla fattiva collaborazione del Tram e del CdS.

In queste condizioni, non c’è da scandalizzarsi se i commerci annunciano licenziamenti. Licenziamenti per i quali si potranno ringraziare il Tram, il Consiglio di Stato ed i ricorrenti contro le aperture straordinarie.

Per quel che riguarda Lugano, ma evidentemente non solo, la decisione di sbarrare le saracinesche impedendo di lavorare a chi vuole farlo, e questo anche a tutela dell’occupazione e a vantaggio del turismo, è un’aberrazione. Farsi male da soli? No, ormai siamo già all’harakiri.

Lorenzo Quadri

Capodicastero turismo

Città di Lugano

 

Il Consiglio federale “toppa” ancora

Per l’ennesima volta, il Consiglio federale dimostra di avere completamente perso la bussola in materia di rapporti con l’Italia. Il 15 febbraio scorso rispondendo ad un’interpellanza del sottoscritto sul tema del contenzioso fiscale tra Svizzera ed Italia, il CF metteva nero su bianco: «Secondo recenti dichiarazioni, il governo Monti è in procinto di studiare la possibilità di un accordo di cooperazione in materia fiscale (imposizione alla fonte in ambito internazionale) con la Svizzera sul modello di quelli firmati con la Germania e il Regno Unito». Senza indicare chi avrebbe rilasciato simili dichiarazioni, ed in che occasione.

Quindi il Consiglio federale, e non è la prima volta, appena un paio di settimane fa lasciava intravvedere la possibilità di una prossima conclusione di un accordo italo-svizzero. Con un chiaro messaggio sottointeso: esercitare pressioni sul Consiglio di Stato ticinese per lo sblocco dei ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri.

Invece, ancora una volta, la realtà si rivela una doccia fredda per le illusioni elvetiche.  Al termine del Consiglio europeo di Bruxelles, le dichiarazioni del capo del governo italiano non eletto sono di tenore diametralmente opposto rispetto alle dichiarazioni ufficiali di Berna. “L’Italia – ha infatti detto Monti – non intende sottoscrivere Accordi bilaterali con la Svizzera sul tema fiscale”. Si punta sull’impostazione comunitaria.

E’ chiara quindi l’intenzione italiana di continuare a considerare la Svizzera una sorta di Stato canaglia. Altrettanto chiaro è che il Consiglio federale, per l’ennesima volta ha preso un grosso abbaglio: riteneva la soluzione bilaterale vicina, mentre invece propria questa soluzione viene ora esclusa da Monti.

Queste continue smentite dimostrano  in modo purtroppo inequivocabile che i rapporti con l’Italia sono fuori controllo. Il Consiglio federale non ha in mano la situazione e viene continuamente preso in contropiede. L’incapacità di Berna nel rapportarsi con i vicini a sud raccoglie sempre nuove e sconcertanti conferme. Il Consiglio federale non sarebbe uscito allo scoperto, mettendo nero su bianco su un atto ufficiale che «il governo Monti è in procinto di studiare la possibilità di un accordo di cooperazione in materia fiscale (imposizione alla fonte in ambito internazionale) con la Svizzera sul modello di quelli firmati con la Germania e il Regno Unito» se non fosse stato effettivamente convinto di questa presunta intenzione. Per l’ennesima volta ha preso lucciole per lanterne.

Questi abbagli a ripetizione non sono limitati al tema degli accordi fiscali, ma si estendono ad altri dossier di grande importanza per il Ticino, vedi il proseguimento a sud di AlpTransit.

In questo contesto il Ticino, primo bersaglio delle misure di pressione (leggi atti ostili) di Roma nei confronti di Berna, che quest’ultima dimostra di non sapere né contrastare né prevedere, deve quindi sapersi difendere.

Ovvio il mantenimento del blocco dei ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri e la sua conferma anche per i ristorni del 2011.

Tuttavia, in prospettiva di nuovi attacchi comunitari alla Svizzera mirati a sfasciare i rimasugli del segreto bancario (chissà come mai questi attacchi non sono mai diretti verso piazze come Hong Kong, Macao, Singapore…?) si impongono misure nell’ambito della libera circolazione delle persone. Non si può porgere l’altra guancia all’infinito. Il fatto che il  Ticino dia  lavoro a 52mila frontalieri e a decine di migliaia di artigiani italiani, che sia quindi uno dei datori di lavoro più importanti per la vicina Penisola, non può essere considerato un dato acquisito e men che meno una realtà scontata ed immutabile. Soprattutto in considerazione delle gravi e pericolose distorsioni che la libera circolazione delle persone sta producendo sul mercato del lavoro ticinese, come pure sulla sicurezza del territorio.