La Svizzera è in guerra

Come spesso accade, i nodi vengono al pettine e dimostrano che ancora una volta, l’ennesima, la Lega e il Mattino avevano ragione.

Sergio Ermotti, CEO di UBS, nelle sue dichiarazioni dello scorso fine settimana non l’ha mandata molto a dire: da quattro anni, ha detto Ermotti, è in corso una guerra economica contro la piazza finanziaria elvetica da parte di Stati e banche straniere. L’obiettivo è quello di impossessarsi di una fetta – il più possibile grossa – dei capitali stranieri gestiti dalla piazza elvetica, che il CEO di UBS cifra a 2200 miliardi  di Fr (che non sono noccioline).

Siamo quindi in guerra. Ed era ora che qualcuno del ramo lo confermasse senza troppi giri di parole, concordando con quello che da tempo dice la Lega (altro che “balle populiste e razziste”).

In effetti, la guerra economica contro la Svizzera è cominciata assai prima, con la vicenda dell’oro ebraico: la questione morale era, come sempre, una  foglia di fico per nascondere interessi di tutt’altro genere. E non certo legati a questioni belliche.

 

25mila posti di lavoro

La guerra economica contro la Svizzera non sarà senza conseguenze. Ermotti in questo senso ha confermato le previsioni fatte le scorse settimane dal suo predecessore Oswald Grübel: la piazza finanziaria elvetica lascerà sul campo almeno 20-25mila posti di lavoro.

Con la differenza però che sotto la direzione Grübel UBS, con certi comportamenti, ha prestato il fianco ai nemici della Svizzera, sicché l’ex CEO non è molto nella condizione di pontificare.

Siamo in guerra, ma il Consiglio federale e il parlamento invece di reagire hanno ceduto su tutta la linea, alzando bandiera bianca ancora prima che il “nemico” facesse a tempo a fare cip. La calata di braghe è stata immediata e su tutta la linea. Come se non bastasse, si calano le braghe davanti a Stati falliti, vedi il caso dell’Unione europea.

 

Ubbidire ad un’UE fallita

Proprio così: l’Unione europea è fallita, la stessa Europa ha ormai imboccato, e da un pezzo, la strada del tramonto. Non è più in grado di creare lavoro per i suoi cittadini, non ha più il controllo sulle frontiere, è invasa da moltitudini di finti rifugiati in arrivo dal Nordafrica, ad alto tasso di criminalità. Metà degli Stati membri è sull’orlo del fallimento o è già fallita. Nei pressi delle principali capitali si sono create Banlieues impenetrabili, da terzo mondo. E’ chiaro che siamo alla frutta. Il sipario sta per calare.

E il governo elvetico ancora ubbidisce agli ordini di un’Europa fallita, in una clamorosa corsa al cedimento ad oltranza – e a catena. Si cede sulle percentuali di liberatoria con uno stato: giocoforza si deve cedere con tutti gli altri. L’europarlamento (istituzione di nullafacenti strapagati con benefits da mille e una notte, finanziati con i soldi di cittadini che non sanno più da che parte voltarsi per arrivare a fine mese) adesso farfuglia di scambi automatici. Poco ma sicuro, il Consiglio federale è pronto ad alzare bandiera bianca anche su questo, seguito pecorescamente dai partiti $torici e, di conseguenza, dal parlamento.

 

L’internazionale comunista

Non solo è uno scandalo che l’autorità politica svizzera, dopo che i suoi cittadini hanno lavorato duro per decenni per costruire il paese, adesso lo svenda cedendo alle pressioni di Stati falliti.

Ancora più scandaloso è che si prospetti la perdita di 25mila posti di lavoro sulla piazza finanziaria svizzera, senza che nessuno faccia un cip. Peggio: la $inistra, che ormai non ne azzecca una nemmeno per sbaglio, da un lato finge di scaldarsi per ogni ristrutturazione, dall’altro è assolutamente d’accordo di buttare a mare 25mila posti di lavoro nella piazza finanziaria. Anzi, sull’altare dell’ubbidienza ad oltranza ad un’UE fallita ne vorrebbe distruggere ancora di più, passando direttamente allo scambio automatico d’informazioni. Ennesima dimostrazione che questa parte politica non si è mai mossa dall’internazionale comunista. Anche quando tenta di darsi una patina di apparente “moderazione”.

Urge un referendum che spazzi via la politica finora praticata dal Consiglio federale, ciò che dovrebbe di conseguenza portare alle dimissioni chi l’ha praticata e promossa, ossia la ministra del 5% Eveline Widmer Schlumpf, che peraltro siede in Consiglio federale senza alcuna legittimazione.

 

Mr.Dati

Fa poi sorridere, amaramente, la presa di posizione, sempre nei giorni scorsi, di Mr. Dati, ossia l’ex consigliere nazionale dei Verdi Hanspeter Thür, il quale “difende al 100% il segreto bancario, quale espressione di un principio fondamentale dello Stato di diritto elvetico, ossia la protezione della sfera privata di cui fa parte anche quella finanziaria”. Ineccepibile nei contenuti, meno per quel che riguarda la tempistica. Dov’eri fino adesso, Mr Dati ex Consigliere nazionale verde? A contare i girini negli stagni?

Lorenzo Quadri

 

I ristorni dei frontalieri non sono più dovuti

La Commissione delle finanze e dei tributi del Consiglio degli Stati a larga maggioranza (8 a 3) ha deciso nei giorni scorsi di respingere l’iniziativa cantonale ticinese che mira a ridurre dall’attuale 38.8% al 12.5% il tasso di ristorno delle imposte alla fonte dei frontalieri. Una brutta sorpresa? Brutta sicuramente, sorpresa un po’ meno, visto che la citata Commissione è recidiva. E’ infatti la seconda volta che il paludato gremio affossa l’iniziativa ticinese, opponendole una mozione annacquata ed assolutamente inutile, al limite della presa per i fondelli, patrocinata a suo tempo dall’ex senatore Dick Marty.

Che cosa è cambiato, però, tra il primo e il secondo Njet da parte della Camera alta? E’ cambiato che nel frattempo il Consiglio nazionale ha accettato l’iniziativa cantonale ticinese, in un dibattito che ha visto l’intervento convinto di 7 deputati ticinesi su 8.

Ci si sarebbe quindi potuti legittimamente attendere una riflessione da parte dei senatori. Così non è stato, ed il segnale che giunge è pessimo.

Da un lato infatti il secondo njet costituisce l’ennesimo schiaffo al Ticino ed al federalismo; e proprio non ce n’era bisogno.

Dall’altro, è inutile che i senatori, dall’alto delle loro cariche, vengano a raccontarci storielle. Il ristorno al 38.8%, un tasso allucinante, è diventato privo d’oggetto e quindi non è più dovuto. Negare che sia così significa, semplicemente, misconoscere la realtà dei fatti (ed abboccare, ancora una volta, all’esca italiana).

 

Due motivi

Il tasso di ristorno al 38.8% è diventato privo d’oggetto per due motivi.

1) Il tasso al 38.8%, inizialmente fissato al 40%, era stato accordato come contropartita all’Italia in cambio del riconoscimento del nostro segreto bancario: si trattava, in altre parole, di un “pizzo”. Un pizzo versato pressoché interamente dal nostro Cantone (visto che la stragrande maggioranza dei frontalieri italiani sono attivi in Ticino). Non per nulla al Ticino, in occasione del dibattito del 1974, il Consiglio federale promise un indennizzo (per ottenere l’accordo della Deputazione ticinese) per poi rimangiarsi la parola nel giro di breve tempo.

Visto però che l’Italia non riconosce più il segreto bancario elvetico, ed anzi a causa di esso ha inserito la Svizzera nelle famose black list dalle quali non sembra intenzionata a toglierla, un tasso di ristorno superiore a quello stabilito con l’Austria (12.5%: l’unico tasso concordato in regime di libera circolazione delle persone con l’UE) non ha alcuna ragione di esistere.

2) Come detto, nel 1974 il tasso di ristorno era del 40%. Poi, verso la metà degli anni Ottanta, venne leggermente ridotto al 38.8%. Ohibò, e perché? Perché ci si accorse che, malgrado ai tempi (la deleteria libera circolazione delle persone era ancora di là da venire) i frontalieri fossero obbligati a rientrare quotidianamente al loro domicilio, qualcuno non rientrava. Di conseguenza, si ritoccò la percentuale verso il basso. Quindi il tasso di ristorno si calcola sulla base del rientro quotidiano del frontaliere in Italia. L’obbligo di rientrare al domicilio ogni sera è però venuto a cadere a seguito della devastante libera circolazione delle persone. Quanti degli oltre 54mila frontalieri presenti in Ticino tornano ancora tutte le sere in Italia? Mistero. Il controllo non esiste. A questo punto l’unico termine di paragone diventa il solo accordo sui ristorni concluso nell’”era” dei Bilaterali. Vale a dire quello austriaco, che fissa il tasso di ristorno al 12.5%. Da qui l’iniziativa cantonale ticinese.

 

La beffa dell’Emmental

Anche in materia di ristorni dei frontalieri non poteva mancare quel tocco finale che aggiunge la beffa al danno. C’è infatti anche un ulteriore motivo, chiaramente marginale rispetto al riconoscimento del segreto bancario, che contribuì, nell’ormai remoto 1974, alla fissazione dello stratosferico tasso di ristorno al 40%. Trattasi, udite udite, dell’aumento dei contingenti di esportazione di Emmental Svizzero in Italia. Quindi il Ticino per quasi 40 anni ha pagato con i propri soldi la vendita in Italia di un formaggio prodotto a Berna!

 

Bloccare definitivamente

Per tirare le somme: La Commissione dell’economia e dei tributi del Consiglio degli Stati vuole imporre al Ticino di pagare un indennizzo non dovuto, in quanto ormai privo d’oggetto. E’ ovvio che il nostro Cantone non può in nessun caso accettarlo.

Un motivo in più, dunque, per risolvere il problema alla radice bloccando definitivamente il versamento dei ristorni.

 Lorenzo Quadri

CN Lega

Lugano: sempre più persone in assistenza

Sul fronte delle persone in assistenza, qualcosa sta cambiando; purtroppo in negativo. A Lugano il loro numero aumenta. E’ illusorio immaginare che la situazione della “city” rappresenti un caso isolato e non rispecchi, invece, quel che accade a livello cantonale.

Il numero dei casi d’assistenza aperti ha subito un’impennata negli scorsi mesi. Abituati a navigare, negli ultimi anni, su una media tra i 750 e gli 800 casi, a fine 2011 a Lugano si era superata la quota mille. E l’ultimo dato, di questi giorni, parla di 1150 casi aperti.

Se le persone in assistenza aumentano, i motivi possono essere due. O crescono i nuovi casi, o diminuiscono i casi chiusi, ossia le persone che non sono più a beneficio dell’assistenza. Il che ancora non vuole per forza dire che queste persone si siano rese economicamente indipendenti. Una parte di esse potrebbe semplicemente essere finita a carico di altri aiuti sociali; ad esempio l’invalidità.

In concreto a Lugano si osservano entrambi i fenomeni, con particolare incidenza del secondo: chi entra in assistenza fa sempre più fatica ad uscirne, ciò che suggerisce un mercato del lavoro grippato. Ad esempio: se nel primo trimestre 2011 si sono chiusi 73 casi d’assistenza, nello stesso periodo di quest’anno erano solo 51, ovvero la cifra più bassa del quadriennio.

E’ evidente che l’aumento esponenziale del numero dei frontalieri in settori professionali in cui non c’è certamente carenza di forza lavoro residente gioca la sua parte, non di poco conto, nei problemi occupazionali del Cantone.

Notizie poco entusiasmanti giungono  anche dal fronte dell’età delle “new entry” in assistenza.

Infatti, tra le 420 nuove domande  presentate a Lugano nel corso dell’anno 2011, la fascia d’età più rappresentata è quella dai 21 ai 25 anni, con 69 casi. In precedenza non era così. Se a queste 69 domande si aggiungono quelle inoltrate da persone di età compresa tra i 26 ed i 30 anni, che sono 40, arriviamo a 109 nuove richieste di assistenza presentate da persone tra i 21 e i 30 anni.

Traduzione: sempre più giovani non riescono ad entrare nel mondo del lavoro.

C’è poi un altro elemento di cui bisogna tenere conto. La città di Lugano da tempo compie un grande sforzo sul piano dell’inserimento professionale, mettendo a disposizione oltre 200 programmi di lavoro. Senza di essi, le persone in assistenza sarebbero ancora più numerose.

Senza voler fare del catastrofismo, appare chiaro che compito dell’ente pubblico è impegnarsi per alleviare questa spiacevole situazione; pur nella consapevolezza di non disporre, purtroppo, della bacchetta magica.

In primo luogo, sarebbe buona cosa che il Consiglio comunale approvasse in tempi brevi il secondo credito quadro anticrisi (il messaggio è stato licenziato ormai da mesi).

Al di là di questo, è importante 1) conoscere meglio i motivi che portano un numero crescente di persone a finire a carico dello Stato sociale; 2) intensificare i contatti con i datori di lavori presenti sul territorio; 3) creare una rete di domanda ed offerta; questo tanto per citare alcuni semplici esempi. A Lugano si fa già parecchio. Ma le cifre dicono che bisogna fare ancora di più. Non è né semplice né scontato: la città si sta attrezzando. Con l’obiettivo non già di limitarsi ad accrescere le conoscenze teoriche o statistiche sul fenomeno dell’assistenza, per quanto queste ultime costituiscano la base di partenza, ma di fornire degli strumenti operativi e delle risposte concrete.

Lorenzo Quadri

Municipale di Lugano

Lo Stato lucra sul pericolo

Prosegue a ritmo serrato la criminalizzazione dell’automobilista con l’obiettivo di incassare le contravvenzioni. Non sapendo più dove attaccarsi per mungere ad oltranza il traffico privato ed i suoi annessi e connessi, evidentemente considerato dai ben(?)pensanti(?) e dai politikamente korretti la causa di tutti i mali, ecco che a Berna ci si arrampica sui vetri.  Al punto di accanirsi contro chi segnala la presenza di controlli sulla velocità. Quello che in altri paesi è giudicato un servizio di pubblica utilità, o addirittura un obbligo, da noi, a seguito della consueta impostazione talebana, diventa un reato. Addirittura un reato grave.

Partiamo dagli antefatti. Il programma Via Sicura consiste nell’elevazione a legge di due principi:

        La criminalizzazione dell’automobilista

        La messa sotto tutela dell’utente della strada.

Concetti come libertà e responsabilità, che stanno alla base  della nostra identità elvetica, vengono ancora una volta obbrobriosamente defenestrati. E’ lo stesso modus operandi che sta dietro ad altre “riforme” (o sedicenti tali), applicate o abortite, negli ambiti più svariati.

Ad esempio la famosa iniziativa che voleva vietare agli svizzeri la custodia a domicilio delle armi legalmente detenute: sportive, militari o da collezione che fossero.

Nel caso dell’iniziativa contro le armi legali, i  cittadini, chiamati a votare il 13 febbraio 2011, hanno sventato il tentativo di scardinamento dei principi di libertà e responsabilità che stanno alla base della nostra cultura elvetica. Tuttavia tali tentativi proseguono, essendo la conseguenza di una mentalità che ha il chiaro obiettivo di sfasciare il nostro Paese. Di sfasciarlo a partire dai principi che tradizionalmente lo reggono. Principi che danno fastidio proprio perché specifici  –  e pertanto non eurocompatibili.

E questa mentalità, ammantata del solito politikamente korretto, è ormai diffusa a tutti i livelli della politica e dell’amministrazione.

Il programma Via Sicura ne costituisce dunque un’altra manifestazione, in un ambito del tutto diverso rispetto alle armi: quello dell’automobile.

Il programma Via Sicura vieta categoricamente gli avvertimenti  sui controlli radar. E’ chiaro: l’automobilista, che si ostina ad usare il proprio veicolo invece del bus, del tram, della bicicletta ad energia solare, del monopattino, dell’aliante o del cavallo, è cattivo. Dunque deve pagare.

In campo di segnalazione dei controlli radar, il Consiglio federale voleva addirittura punire i casi gravi (?) con il carcere. Il che costituisce un controsenso grottesco. Infatti, l’automobilista avvisato del controllo rallenta. E proprio questo dovrebbe essere lo scopo dei controlli radar:  far rallentare. Ma evidentemente non è così. La volontà è invece quella di lasciare che l’automobilista commetta l’infrazione, quindi che crei la situazione di pericolo, per poi poterlo multare ed incassare la contravvenzione. Con la criminalizzazione degli avvisi dei controlli radar questo principio viene dunque benedetto con tutti i crismi. L’ente pubblico lucra di proposito sulle situazioni di pericolo, invece di cercare di evitarle!

E’ poi il colmo che allo stato attuale, con le recenti (e già disconosciute) revisioni di legge, di fatto prima di andare in prigione bisogna avere commesso come minimo una strage. Mentre i delinquenti vengono depenalizzati, si criminalizza chi segnala la presenza di controlli radar. Quale sarà la conseguenza? L’automobilista che, dopo aver superato una postazione radar, “biluxa” a quelli che arrivano in senso opposto, andrà incontro ad una mega-multa?

Il Consiglio nazionale aveva almeno avuto la decenza di ammorbidire l’indecente proposta. Ossia, aveva deciso che il massimo della pena poteva essere la sanzione pecuniaria.

Poi è arrivato il Consiglio degli Stati con la brillante pensata: specificare nella legge che la sanzione massima è di 180 aliquote giornaliere. La conseguenza, fin troppo prevedibile, sarebbe un appiattimento sulla sanzione massima, che verrebbe appioppata a go-go. L’aliquota giornaliera dipende dal reddito. Un reddito medio deve fare i conti con 400 Fr. 400 Fr per  180 fa 72mila Fr di multa!

E questa versione è stata approvata a maggioranza dalla commissione dei trasporti e delle telecomunicazioni del Consiglio nazionale, riunita lunedì e martedì. Quindi prepariamoci al trionfo dell’incongruenza: criminali depenalizzati, megamulte per chi avvisa dei controlli radar, quindi contribuisce ad aumentare la sicurezza sulla strada. Tutto in nome del politikamente korretto.

Lorenzo Quadri

 

 

 

 

 

La nostra bandiera non è un “non-problema”

Con la (prevedibile) bocciatura da parte del Gran Consiglio della mozione, presentata nel 2007 dal sottoscritto e da Norman Gobbi, che chiedeva che una bandiera straniera potesse essere esposta solo a condizione di accompagnarla con una bandiera svizzera di dimensioni almeno pari, il legislativo cantonale non rimedia una bella figura.

 

La proposta contenuta nella mozione non costituiva né una limitazione della libertà di espressione, né un divieto. Avrebbe invece offerto la possibilità di affermare la nostra identità nazionale e le nostre specificità, valorizzando il simbolo della nostra nazione. Questa è una necessità reale, essendo l’identità elvetica costantemente sotto attacco da parte di chi, in nome dell’internazionalismo e del politicamente corretto, questa identità e queste specificità vorrebbe eliminarle per renderci sempre più eurocompatibili. Con l’obiettivo di far aderire il nostro paese ad un’UE sull’orlo del baratro.

 

L’esposizione della nostra bandiera è quindi lungi dall’essere un non-problema – a parte il fatto che la politica cantonale è piena di non-problemi. Come detto, riaffermare la nostra identità svizzera è una scelta politica importante e necessaria.

Se poi ci sono cittadini stranieri che ritengono eccessivo ed insostenibile l’obbligo di dover eventualmente accompagnare la bandiera del loro paese con la nostra, questi cittadini dovrebbero se del caso interrogarsi sulla loro permanenza in Svizzera.

 

Ma estremamente deludente e  fuori posto è  stato il comportamento di alcuni deputati (ex colleghi), che hanno creduto intelligente creare, durante il dibattito, un clima di sfottò: come se la bandiera svizzera potesse essere oggetto di scherno. Questi deputati possono solo vergognarsi.

 

In ogni caso, il discorso sulle bandiere è lungi dall’essere concluso, dal momento che una mozione analoga a quella respinta dal Gran Consiglio è stata presentata, mesi fa, in Consiglio nazionale, dove è tutt’ora pendente.

 

Lorenzo Quadri

Consigliere nazionale

Già deputato in Gran Consiglio

Volontariato: persa un’altra occasione!

Volontariato: persa un’altra occasione!

 

Il Gran Consiglio ha respinto un’iniziativa parlamentare dell’ex deputato Lorenzo Quadri che voleva rendere deducibili fiscalmente le spese legate all’esercizio del volontariato. La colpa dell’iniziativa? Probabilmente, la solita: quella di venire da un esponente del nostro Movimento…

 

Lo squallore della politica dei partiti storici, il cui fil rouge è quello di non dare MAI ragione all’odiata Lega, emerge in certi casi con prepotenza inquietante.

E’ quanto accaduto questa settimana in Gran Consiglio con il rifiuto, da parte della maggioranza del Legislativo cantonale, di un’iniziativa parlamentare generica presentata nel novembre 2010 dall’allora deputato leghista Lorenzo Quadri, poi ripresa da Michele Guerra, che si è assunto l’onere di difenderla – con energia e competenza – davanti alla Commissione tributaria del Gran Consiglio.

Si trattava di un’iniziativa volta a venire incontro a chi si impegna nel volontariato sociale.

Ne abbiamo parlato con l’autore dell’atto parlamentare, Lorenzo Quadri.

Qual era la richiesta dell’iniziativa?

Cito dal testo: si chiede di “elaborare ed inserire nel diritto tributario cantonale una base legale affinché le spese occasionate dall’esercizio del volontariato possano essere dedotte fiscalmente”.

E il perché dell’iniziativa?

L’obiettivo della proposta era, ovviamente, oltre a quello di riconoscere la preziosa attività fornita dai volontari, di dare un incentivo in più, che potesse tornare utile nel reclutamento di nuove forze dedite al volontariato.

In molti campi infatti i volontari costituiscono una preziosa risorsa, un complemento all’attività dei professionisti. Pensiamo ad esempio alle residenze per anziani. Un settore di cui ho una conoscenza diretta, essendone capodicastero a Lugano. Il personale degli istituti, pur con tutta la dedizione e buona volontà, ha delle disponibilità di tempo limitate, per cui non può fermarsi a chiacchierare con l’anziano solo, o intrattenerlo al bar. Né chiaramente può, al di là delle attività programmate, accompagnarlo a fare una passeggiatina o a comprare qualcosa. Questi sono invece i compiti che si può assumere il volontario o la volontaria, che in questo modo fornisce un sostegno prezioso a  molti anziani soli. Nel quartiere di Viganello le volontarie e il volontario dell’associazione PIA esercitano da oltre un ventennio un’attività molto valida e strutturata. Costituiscono un modello che sarebbe bello poter “esportare” anche negli altri quartieri. Purtroppo è molto difficile riuscirci.

E quindi?

Vista l’importanza assunta dal volontariato, e visto il valore aggiunto che esso porta alla qualità di vita di molte persone sole, rendere fiscalmente deducibili le spese connesse a questa attività mi pare proprio il minimo. Come detto in questo modo si fornirebbe, oltre ad un doveroso riconoscimento, anche un piccolo incentivo. Forse non determinante, ma tutto aiuta. Dal voto parlamentare devo però dedurre che, al di là delle parole al vento, in fondo alla politica cantonale questo tema non interessa. Oppure, per l’ennesima volta, non si è voluto dare seguito ad una proposta che aveva la gravissima ed insanabile pecca di essere stata presentata da un leghista.

E questo la sorprende ancora?

No, anzi. Mi sarei stupito del contrario. Ciononostante, non nascondo un po’ di delusione. Sono anni che, anche a livello federale, si discute di agevolazioni, anche fiscali, del volontariato, senza però mai riuscire a venirne ad una. Adesso c’era la possibilità di fare qualcosa in concreto, a livello cantonale. Invece, nascondendosi dietro le solite scuse e dietro il consueto frasario ritrito (è vero che… ma lo strumento fiscale non è adatto… e poi ci sono difficoltà di applicazione), si respingono tutte le proposte costruttive, colpevoli di venire dalla parte sbagliata. Col pretesto del “si potrebbe fare diversamente”, non si fa proprio un bel niente. Come di consueto. Ci tengo comunque a ringraziare Michele Guerra per l’impegno messo nel difendere la proposta, purtroppo invano.

MDD

 

 

Ristorni: le bufale di Roma

Secondo il sottosegretario dell’Economia e delle Finanze del governo italiano non eletto Vieri Ceriani, l’accordo sull’imposizione dei frontalieri del 1974 costituirebbe “una questione non collegata né collegabile ai negoziati fiscali”.

Uscirsene con simili dichiarazioni significa, semplicemente, raccontare panzane.

L’accordo del 1974, con il  suo tasso di ristorno esorbitante (40%,  graziosamente ridotto al 38.8% una decina di anni dopo a seguito della constatazione che un certo, ai tempi piccolo, numero frontalieri, malgrado gli obblighi, non rientravano quotidianamente al domicilio) è nato proprio come contropartita al segreto bancario: la Svizzera non fornisce informazioni all’Italia sui conti elvetici, ma le versa, a titolo di compensazione, una quota ingente ed inaudita dei ristorni. A pagare il prezzo di questo accordo è il Ticino al quale, ai tempi del dibattito alle Camere federali, era stato promesso un indennizzo da parte della Confederazione. Promessa che il Consiglio federale, però, si rimangiò in breve tempo.

I ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri, dunque, erano la contropartita per il riconoscimento del segreto bancario svizzero da parte dell’Italia. Altro che “questione non collegata e non collegabile”! Di conseguenza, visto che oggi la vicina ed ex amica Penisola non riconosce più la legittimità del nostro segreto bancario, ed il premier non eletto Mario Monti vuole lo scambio automatico d’informazioni, i ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri non sono più dovuti. Più chiaro di così.

Da questo granitico punto di partenza si possono dipanare considerazioni collaterali di vario tipo. Ad esempio:

– poiché la Svizzera fa lavorare 55mila frontalieri italiani, è vergognoso che l’Italia inserisca il nostro paese sulle black list e si aspetti pure che le paghiamo i ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri;

– I ristorni sono direttamente collegati al rientro quotidiano al domicilio dei frontalieri, come dimostra il leggero abbassamento del tasso di ristorno, a metà degli anni 80, proprio a seguito della constatazione che non tutti rientravano a domicilio. Tale obbligo d rientro è però decaduto con l’entrata in vigore della nefasta libera circolazione delle persone. Di conseguenza l’unico termine di paragone è l’accordo firmato con l’Austria nel 2006 che prevede ristorni del 12.5% e non certo del 38.8%!

La fregnaccia secondo la quale i ristorni non sarebbero “collegati né collegabili ai negoziati fiscali” è stata detta dal sottosegretario del governo  non eletto alla Camera dei deputati, rispondendo ad un’interrogazione di Franco Narducci.

Fa almeno piacere che nella sua replica l’interrogante abbia dichiarato che «Visti i precedenti, si deve ritenere che con il perdurare del muro contro muro che caratterizza le relazioni tra Roma e Berna, nel mese di giugno, prossima scadenza per il ristorno fiscale, si arriverà al blocco totale dell’erogazione a favore dei Comuni italiani». A parte che Berna di fare muri, purtroppo, proprio non è capace: anche in Italia hanno capito che a giugno i ristorni delle imposte dei frontalieri verranno bloccati nella misura del 100%, e se lo aspettano. Non vorremmo mica deluderli?

Lorenzo Quadri

Depressione fa rima con libera circolazione

Il Ticino si trova in cima alla lista delle regioni svizzere colpite da sintomi depressivi medi e gravi, con il 5.6% della popolazione affetta da queste patologie. Segue la regione lemanica con il 4.4%. Lo indica il terzo rapporto di monitoraggio dell’Osservatorio sulla salute (Obsan) pubblicato di recente. Si tratta dell’ennesima coincidenza? Siamo jellati in tutto? Ci ha “orinato addosso l’allocco (o il gufo)” (traduzione letterale del detto dei nostri vecchi) anche questa volta? Siamo piagnoni ad oltranza?

Probabilmente no, e anche senza grandi studi scientifici non è difficile immaginare che il record di casi depressivi sia strettamente correlato al  degrado generale causato, come al solito, dalla libera circolazione delle persone.

Infatti il nesso tra depressione e mancanza di lavoro è immediato. E non ci si deve lasciare trarre in inganno dalle statistiche ufficiali farlocche che indicano ad esempio, per questo mese, un calo della disoccupazione. Il calo della disoccupazione è semmai stagionale ed è legato all’avvio della stagione turista. Non indica però nemmeno lontanamente una ripresa dell’occupazione. Ed infatti le cifre della disoccupazione, grazie ai tagli federali, si abbelliscono a scapito di quelle dell’assistenza e dell’AI. Basti pensare che a Lugano, nella “ricca” Lugano, nel 2011 si è toccato il record di 1000 casi d’assistenza, ovvero 200 in più rispetto all’anno precedente; valuta la scorsa settimana, erano 1100.  Cifra che sarebbe ancora più alta se non ci fossero i programmi di lavoro della città, che impiegano 200 persone. La tendenza cantonale non è di sicuro diversa.

Già negli anni scorsi inoltre, rispondendo ad interrogazioni parlamentari sull’elevato numero di invalidi per motivi psichici in Ticino, il Consiglio di Stato rilevava come i tassi di disoccupazione superiori alla media nazionale del nostro Cantone si traducessero poi in depressioni che potevano portare fino all’invalidità psichica.

Con il passare del tempo la situazione sul fronte del mercato del lavoro è peggiorata ad oltranza. Nel 2006 i frontalieri in Ticino erano 38mila, a fine 2011 erano 54mila e continuano ad aumentare. C’è quindi stata, in 5 anni, una crescita del 40.1% dei frontalieri. Crescita che non si rispecchia affatto in un aumento analogo degli impieghi. Ciò significa dunque che i Ticinesi faticano sempre più ad inserirsi sul mercato del lavoro; sul mercato del lavoro del loro Cantone. Circostanza che viene confermata, ancora una volta, dalle cifre dell’assistenza a Lugano. Nel 2011 sono state presentate 420 nuove domande; e la fascia d’età più rappresentata, con 69 casi, è quella dei giovani tra i 21 ed i 25 anni. Questi giovani, quindi, non riescono nemmeno ad iniziare ad esercitare un’attività lucrativa. Ed entrare in assistenza già a 20 anni significa rischiare di non uscirci più. Contando poi le nuove domande d’assistenza presentate  (sempre a Lugano  nel 2011) da persone sotto i 30 anni, si arriva a 109. Si stanno creando dei casi sociali.

I segnali sono chiari: a seguito della libera circolazione delle persone il mercato del lavoro ticinese si degrada sempre di più e, con esso, quale logica conseguenza, anche la salute psichica della popolazione del nostro Cantone.

Clausole di salvaguardia: non facciamoci fregare!

Il Konsiglio federale, ma anche i partiti $torici, di questi tempi, visto che la situazione sul fronte della migrazione si fa sempre più esplosiva (in particolare per quel che riguarda i frontalieri) hanno cominciato a riempirsi la bocca con l’applicazione della clausola di salvaguardia prevista dagli Accordi bilaterali.

Al proposito bisogna dire le cose come stanno: le clausole di salvaguardia sono “cosa buona e giusta” nel senso che costituiscono un segnale importante sia all’indirizzo del governo federale che a quello degli eurobalivi di Bruxelles. Tuttavia, oggi come oggi, la loro utilità pratica oscilla tra il nullo e l’irrisorio: infatti, vi pare forse plausibile che i sette di Berna potessero prendere seriamente delle misure in grado di dare fastidio ai padroni europei? Ma non sia mai!

Quindi, è importante che nessuno si faccia infinocchiare: le clausole di salvaguardia hanno, di fatto, una pura funzione declamatoria e non sono in nessun caso un’alternativa ai contingenti, che vanno assolutamente reintrodotti, né ad altre misure volte a far sì che la Svizzera torni ad avere il controllo sull’immigrazione. Controllo che, come noto, è andato a farsi benedire a seguito degli Accordi bilaterali: cosa assolutamente vergognosa ed inaccettabile.

Ma perché le clausole di salvaguardia sono, all’atto pratico, prive di effetto (se così non fosse il Consiglio federale non si sognerebbe di anche solo pensare ad una loro applicazione)?

Prima di tutto, non si applicano ai frontalieri, ma solo ai permessi L (durata 4-12 mesi) e ai permessi B (durata da 12 mesi a 5 anni). Quindi il principale problema del Ticino non viene nemmeno toccato.

Ma non è tutto: la clausola di salvaguardia prevede infatti che, se il numero dei nuovi permessi di soggiorno  nelle categorie L o B è superiore al 10% rispetto alla media dei tre anni precedenti, la Svizzera, per i due anni successivi, può porre un tetto massimo ai nuovi permessi nella categoria in cui tale requisito è adempiuto. Il tetto massimo corrisponde al numero medio dei permessi rilasciati nei tre anni precedenti, più il 5%.

La clausola  viene applicata separatamente ai permessi L o B.

Ora, l’esplosione dei permessi B con l’UE a 17 (“vecchia UE”) è avvenuta nel 2007, con la caduta dei contingenti alla sciagurata libera circolazione delle persone. Prima, infatti, i permessi B erano contingentati a 15’300 all’anno. Nell’anno 2007 sono esplosi a 94mila, per poi assestarsi attorno ai 50 – 55mila.

Quindi, invocare la clausola di salvaguardia sarebbe stato possibile e sensato nel 2008, o al più tardi nel 2009. Non nel 2012, visto che la media dei tre anni precedenti, tutti appartenenti all’era “post-contingenti”, è più o meno stabile. Quindi per la migrazione dai vecchi Stati UE la clausola di salvaguardia non può essere invocata.

Diverso il discorso per gli 8 nuovi Stati membri della (dis)unione europea Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Slovacchia, Slovenia, Repubblica ceca e Ungheria (per Romania e Bulgaria è ancora in vigore il contingentamento).

I permessi B rilasciati a cittadini dei citati 8 Stati sono passati da 1800 nel 2009 a 5000 nel 2011.

In questo caso sarebbe dunque possibile invocare la clausola si salvaguardia sui permessi B. Non però sui permessi L, dove l’evoluzione dal 2009 al 2011 non la giustifica. Visto che però, come detto, la clausola deve essere invocata separatamente per ogni categoria (e qui sta l’ulteriore fregatura!) anche applicandola ai permessi B rilasciati a cittadini dei citati 8 Stati, il risultato sarebbe che i permessi B verrebbero sostituiti da quelli L. Ci sarebbe, in altre parole, un travaso dall’una all’altra categoria. In ogni caso, non sarebbero qualche migliaio di permessi B in meno a risolvere i problemi d’immigrazione della Svizzera. Men che meno quelli del Ticino, che sono in massima parte provocati da frontalieri e padroncini.

E’ quindi importante non lasciarsi infinocchiare. Le clausole di salvaguardia possono (e devono) essere invocate, ben coscienti però che si tratta di pure azioni dimostrative: l’effetto pratico è pressoché nullo. Urge continuare a puntare con decisione sui contingenti!

SECO: una direttiva indecente!

Come volevasi dimostrare, eravamo ben informati. La scorsa settimana da queste colonne riferivamo dell’ultima sortita della nefanda SECO, ossia il Segretariato di Stato dell’Economia; quello del “non risulta che i  frontalieri sostituiscano i ticinesi nelle assunzioni”, “non risulta che in Ticino si verifichino dei fenomeni di dumping salariale legato alla libera circolazione delle persone” e soprattutto della disgraziata equazione ”immigrazione uguale ricchezza”.

L’ennesima malefatta della SECO consiste in nuova direttiva che prevede che anche i frontalieri possano avere accesso ai servizi offerti dagli Uffici regionali di collocamento (URC) senza però ottenere le indennità di disoccupazione (ci sarebbe mancato anche questo).

Il mancato diritto alle indennità poco toglie all’indecenza della prescrizione. Che in pratica si traduce così: i collocatori ticinesi dovranno lavorare per piazzare dei frontalieri. La sola idea grida vendetta. Ci troviamo con 54mila frontalieri, in crescita esponenziale specie nel settore terziario, dove si sostituiscono ai ticinesi i quali rimangono, di conseguenza, senza lavoro. Infatti non è di certo un caso se a Lugano le persone in assistenza hanno raggiunto quota mille casi.

 E lo Stato, con i soldi pubblici, dovrebbe impegnarsi, secondo le direttive della SECO, nella collocazione di frontalieri, ovviamente a scapito dei ticinesi in cerca d’impiego, dal momento che i posti di lavoro non si moltiplicano magicamente e – soprattutto – sono lungi dal bastare per tutti. A questo proposito, basta indicare un paio di cifre. Nell’anno 2011 in Ticino sono stati creati circa 3000 posti di lavoro, mentre i frontalieri sono aumentati di 5600 unità, ossia quasi del doppio. Il saldo per i residenti è, evidentemente, negativo. La citata sostituzione è una realtà.

Vista la situazione, dunque, compito dell’ente pubblico non può che essere quello di tutelare l’occupazione dei residenti. Ed invece, succede esattamente il contrario. Ecco che gli uffici di collocamento, secondo la direttiva della SECO, si vedono incaricati di creare posti di lavoro per i frontalieri. Come se non bastassero già  i reiterati inviti italiani (da parte dei sindacati, della stampa, delle associazioni economiche…) ai propri concittadini ad approfittare dei vantaggi offerti dal frontalierato.

Al danno si aggiunge la beffa se si pensa che l’applicazione della direttiva SECO, come spiegava domenica scorsa da queste colonne, da noi intervistato, il capo della Sezione del lavoro del DFE Sergio Montorfani, necessiterebbe un congruo potenziamento del personale degli URC. Quindi non solo l’ente pubblico ticinese dovrebbe impiegare risorse per collocare frontalieri a scapito dei ticinesi, ma, per farlo, dovrebbe spendere ancora di più!

Tutto questo avviene, come al solito, in nome del principio della non discriminazione applicato, sempre come al solito, in modo autolesionista dalla Svizzera, mentre Oltreconfine vigono ben altri parametri: occorrerebbe prendere esempio.

La direttiva della SECO è semplicemente vergognosa, l’ennesimo pesce in faccia al Ticino in arrivo da Oltregottardo. Non applicarla è, a maggior ragione nelle circostanze occupazionali attuali, un  dovere civile.

 

Povertà: a Lugano 1000 casi d’assistenza

In Ticino 35mila persone vivono sotto la soglia della povertà. Il dato, pubblicato nei giorni scorsi dall’Ufficio federale di statistica, non è certo rallegrante. Il problema, ovviamente, è in prima linea il lavoro: non ce n’è per tutti.

Non è una sorpresa apprendere che ad essere  particolarmente toccate sono le economie domestiche senza figli. La presenza di situazioni di bisogno tra le persone sole emergeva anche dallo “studio sulla povertà” realizzato dalla Città di Lugano nel 2009 e pubblicato ad inizio 2010; uno studio che verrà aggiornato nei prossimi mesi.

Da quell’indagine emergeva che circa il 60% dei bisognosi era composto da persone sole, mentre un altro 20% da nuclei di due persone. In altre parole: l’80% dei poveri residenti a Lugano era (è) costituito da economie domestiche composte da una o due persone.

Sul fronte della povertà la situazione in questi due anni non è certamente migliorata. I dati attuali, e non solo quelli cantonali citati in entrata, non danno motivo di ottimismo.

A Lugano i casi aperti di assistenza sono ormai un migliaio; nel 2010 erano 200 di meno, dal momento che navigavano attorno agli 800.

Le nuove domande nel corso del 2011 sono state 420, mentre nel 2010 erano 303: il che equivale ad una crescita del 39%.

Tale significativo incremento che non trova purtroppo riscontro nei casi chiusi, ossia tra quanti escono dall’assistenza: 262 nel 2011 contro 245 nel 2010. Questo significa che chi entra in assistenza fa poi sempre più fatica ad uscirne.

Si nota inoltre come il numero dei casi d’assistenza in gestione sia cresciuto in modo significativo nel corso dell’anno 2011: se infatti nel primo trimestre essi erano ancora “solo” 830, nel quarto erano saliti a 1084.

I dati inquietanti proseguono sul fronte dell’età delle persone in assistenza.

Infatti, tra le 420 nuove domande presentate a Lugano nel 2011, la fascia d’età più rappresentata è quella dai 21 ai 25 anni, con 69 casi. Negli scorsi anni non era così. Se a queste 69 domande si aggiungono le domande inoltrate da persone di età compresa tra i 26 ed i 30 anni, che sono 40, arriviamo a 109 nuovi casi di persone in assistenza tra i 21 e i 30 anni.

Traduzione: sempre più giovani non riescono ad entrare nel mondo del lavoro.

Quasi settanta ragazzi tra i 21 ed i 25 anni in assistenza in più rispetto al 2010 non sono un’evoluzione che lascia tranquilli. A maggior ragione se si pensa che il dato è ulteriormente mitigato dai programmi occupazionali organizzati dalla città. Manifesta dunque la necessità di incrementare questi programmi tramite approvazione e messa in vigore del nuovo credito quadro anticrisi.

Non ci vuole la bacchetta magica per immaginare che la causa principale di questa situazione sia la mancanza di lavoro, oppure la precarietà del medesimo. E la riforma della Legge sulla disoccupazione ci ha messo del suo. Infatti 111 dei 420 nuovi casi d’assistenza registrati a Lugano lo scorso anno ricorrono all’aiuto pubblico a causa di reddito insufficiente, 80 perché non hanno alcun reddito, e 132 perché hanno terminato le indennità di disoccupazione: di questi ultimi, 62 sono imputabili alla riforma della LADI.

Cifre eloquenti, dunque, che rendono ancora più evidente, se ancora ce ne fosse bisogno, la necessità di creare occupazione per i residenti. Una necessità che è però incompatibile con la libera circolazione delle persone. Infatti nel corso del 2011 sono stati creati in Ticino 3000 nuovi posti di lavoro, ma i frontalieri sono aumentati di 5600 unità.

Bisogna dunque scegliere cosa si vuole: o ritorno della priorità dei residenti nelle assunzioni, oppure continua ed allarmante crescita delle persone in assistenza.

Lorenzo Quadri

 

47.6 milioni ben spesi

47.6 milioni di Fr sono una cifra molto importante; anche a Lugano. Una cifra molto importante per un progetto molto importante, che ha ottenuto martedì sera il beneplacito del Consiglio comunale. Parliamo della nuova casa anziani di Pregassona, che ha ottenuto la “luce verde” dopo una gestazione durata oltre un quarto di secolo.

Una struttura che però non sarà solo una residenza per anziani, bensì un vero centro polifunzionale. Perché, oltre alla casa anziani “classica” (con apposito reparto per persone affette da demenze senili e giardino separato dedicato a questi pazienti) ci sarà il centro diurno Alzheimer, ci sarà un asilo nido e ci sarà la sede dello SCUDO (servizi cure a domicilio) ciò che permetterà, tra l’altro, importanti collaborazioni con il personale della residenza per anziani.

I nuovi posti letto creati saranno 114, ciò che permetterà alla Città di Lugano di disporre, a partire dal 2015, di 646 posti suddivisi su sei istituti (Casa Serena, La Piazzetta, Residenza Gemmo, Residenza alla Meridiana, il Castagneto e, appunto, Pregassona).

La nuova struttura risponde ad un’esigenza manifesta, legata all’invecchiamento della popolazione. Non sarà però un edificio chiuso in se stesso, ma un centro di quartiere, con un parco ed una piazza che, oltretutto, riqualificheranno il contesto urbano in cui il nuovo edificio si inserirà.

 

Una sfida non facile

Una sfida non facile, quella della nuova residenza di Pregassona. Da un lato si avevano delle richieste di contenuti, da parte della Città, decisamente ambiziose. Dall’altro a disposizione c’era un terreno grande sì, ma non immenso, e leggermente in discesa. Non, dunque, i 40mila metriquadri del parco di Casa Serena in cui è relativamente facile inserire di tutto e di più, ma qualcosa di più difficile da gestire.

Inoltre, gli obiettivi di contenuto dovevano essere raggiunti non solo dal profilo quantitativo, ma anche da quello qualitativo: la nuova casa per anziani – centro polifunzionale doveva offrire il “top”.

Il progetto scelto permette di risolvere al meglio la difficile equazione. La complessità di rispondere a molteplici esigenze, la necessità di trovare varie “quadrature del cerchio” e l’aspetto innovativo dell’opera hanno comportato delle modifiche al progetto iniziale, ciò che ha causato un aumento dei costi rispetto a quelli ipotizzati tramite le stime di massima effettuate in sede di credito di progettazione. Lì si parlava di una spesa di 38milioni; adesso che il progetto è stato analizzato in tutte le sue parti, la spesa sale ai 47.6 milioni citati in apertura. Che tuttavia si traducono, e questo va sottolineato, in un costo per posto letto che è nella media cantonale.

Si può parlare di sforamento? No: perché si spenderà di più non per ottenere lo stesso risultato, ma per fare di più e meglio. La qualità di vita degli ospiti ne trarrà indubbio beneficio – e parliamo degli anziani di oggi come di quelli di domani – e lo stesso vale per le condizioni di lavoro dei dipendenti (che a loro volta influenzano la qualità di vita dei residenti).

Lugano, fin dalla nascita, nel lontano 1910, del Ricovero di assistenza comunale, ha dimostrato lungimiranza pionieristica e attenzione nei confronti della popolazione anziana.

La nuova residenza per anziani – centro polifunzionale si inserisce perfettamente in questa tradizione, dandole ulteriore lustro.

47.6 milioni di Fr sono tanti. Ma, in questo caso, sono ben spesi.

Lorenzo Quadri

Capodicastero Istituti Sociali

Città di Lugano

Iniziative popolari: due pesi e due misure

Come mai Berna ha così fretta di mettere in vigore l’iniziativa contro le case di vacanza mentre se la prende moooolto comoda con quella che prevede l’espulsione dei delinquenti stranieri?

 

Come volevasi dimostrare, c’è grande preoccupazione per le conseguenze dell’iniziativa contro le residenze secondarie – quindi contro i rustici e contro il turismo – approvata a livello federale con maggioranza risicata (50.6%) lo scorso 11 marzo. In Ticino l’iniziativa è stata respinta.

Nel caso di altre iniziative approvate dal popolo con margine ben più ampio e in tempi precedenti, la Confederazione ben si guarda dall’attivarsi come dovrebbe. Sicché la concretizzazione degli articoli votati è ancora in alto mare. Si pensi ad esempio a quel che accade, o piuttosto non accade, nel caso dell’iniziativa per l’espulsione degli stranieri che delinquono o che abusano del nostro Stato sociale.

L’iniziativa anti-rustici, invece, sembra godere di un canale preferenziale a dir poco sospetto. Lo zelo messo in campo dalla direttrice del DATEC Doris Leuthard – che i maligni paragonano ad un grosso uccello bianco che non è un cigno –  non ha precedenti.

Intanto gli iniziativisti, mentre da un lato dichiarano di auspicare “norme d’applicazione intelligenti e non troppo rigide”, dall’altro giocano al rialzo appena possibile.

Chiariamo subito una cosa: il Consiglio federale, prima di sognarsi di bloccare anche solo una licenza edilizia per una nuova casa di vacanza in Ticino, deve tradurre in realtà l’espulsione degli stranieri delinquenti, così come votata dal popolo.

 

Comuni sotto tutela

I Cantoni turistici, per lo meno, si sono attivati subito. Quale sia il rischio per il Ticino lo sappiamo. Nel nostro Cantone il tetto massimo del 20% di residenze secondarie è superato pressoché ovunque; nelle regioni discoste lo è ampiamente. L’iniziativa mette queste regioni sotto tutela. I Comuni non possono più decidere autonomamente quante case di vacanza vogliono sul proprio territorio. I primi a rischiare di cadere sotto la falce talebana sono i rustici. 7-8000 oggetti si trovano (si trovavano?) sulla rampa di lancio per l’ottenimento della sospirata licenza edilizia, in base al PUC-PEIP 2 che dovrebbe venire votato in Gran Consiglio nel giro di un mesetto. Un lavoro immane che, a meno di chiari correttivi nell’applicazione dell’iniziativa, si dimostrerà del tutto inutile perché di rustici, a seguito della quota massima del 20%, non se ne potrà ristrutturare nemmeno uno.

A ciò va aggiunto che l’iniziativa contro le residenze secondarie penalizzerà pesantemente anche l’industria alberghiera, privata della possibilità di finanziarsi tramite gli Aparthotel, come pure le aziende edili locali.

 

Iniziativa discriminatoria

L’iniziativa non esplica i propri effetti in modo uniforme sul territorio nazionale, ma penalizza in modo particolare pochi Cantoni: in prima linea il nostro (e ti pareva), il Vallese ed i Grigioni. Con questo  agire discriminatorio si tira pesantemente la corda del federalismo. Il Vallese ha già minacciato la disobbedienza civile, dicendo che, semplicemente, si rifiuterà di applicare l’eventuale blocco edilizio. Lo ha fatto forte di un risultato “bulgaro” all’interno del Cantone. In Ticino il popolo ha rifiutato l’iniziativa, ma con una maggioranza meno netta. Resta il fatto che l’unica risposta ad una Berna federale che si dimostrasse sorda alle esigenze dei Cantoni sarebbe lo strappo. Strappo tanto più giustificato nella misura in cui – come emerge dal caso dell’iniziativa per l’espulsione degli stranieri che delinquono –anche in materia di iniziative popolari approvate vige il sistema dei due pesi e delle due misure, in base al quale le proposte $inistrorse godono di sfacciati canali preferenziali. Chissà come mai?

Lorenzo Quadri

Libera circolazione: ecco cosa ci si guadagna

Ve le ricordate le storielle raccontate da tutti i partiti $torici prima delle varie  votazioni sulla libera circolazione delle persone e sugli accordi di Schengen/Dublino? Non ci sarà affatto un aumento della delinquenza, si predicava; sono tutte frottole della Lega populista e razzista, anzi: smantellando i controlli in dogana  la sicurezza aumenterà. Sissignori, si è perfino avuto il coraggio di venire a dire che smaltellando i controlli ai confini la sicurezza sarebbe aumentata.

Ovviamente la Lega e il Mattino non sono stati zitti ed hanno puntualmente denunciato – sia dalle pagine di questo giornale, sia tramite il lavoro politico nei vari livelli istituzionali in cui abbiamo l’onore di essere rappresentati – quello che stava accadendo sul territorio. Ossia, aumento macroscopico della criminalità.

Allora si è inventata la nuova storiella, ossia quella della  “percezione”: non è vero che i reati sono aumentati, dicevano gli internazionalisti, è solo un problema di percezione. La gente ha l’impressione fallace di essere meno sicura, e perché ha questa percezione? Ma naturalmente perché la Lega populista e razzista continua a mettere la pulce nell’orecchio alla gente. Quindi era ancora colpa della Lega.

Purtroppo però, come sosteneva qualcuno, i fatti sono testardi. E anche le cifre. Cosa dicono le cifre? Dicono che in Ticino, nell’anno di grazia 2011, i furti con destrezza sono passati da 588 a 807 (con una crescita del 37%), i borseggi sono stati 691 e quindi hanno segnato un aumento addirittura dell’82%, i furti nei veicoli sono cresciuti anch’essi del 37% da 1116 a 1536 casi, e i furti con scasso sono invece passati da 2135 a 2379 (+11%).

Adesso speriamo che qualcuno abbia almeno la decenza di non venirci a raccontare che il +82% di  borseggi, il + 37% di furti con destrezza, il + 37% di furti nei veicoli, e così via, sono stati commessi da delinquenti patrizi di Frasco o di Corzoneso.

E’ chiaro ed evidente che gli autori di questi reati arrivano da Oltreconfine, dove il controllo sul territorio è andato perso da un pezzo. Tra l’altro, si ricorderà che in aprile, ma anche in ottobre in occasione delle elezioni federali, i controlli alle frontiere erano un tema “forte” di tutti i partiti (esclusi i kompagni). Ovvero: dopo aver denigrato le tesi leghiste sulla sicurezza ai confini, i partiti $torici le hanno sfrontatamente fotocopiate a scopo elettorale. La resa dei conti non ha però tardato ad arrivare: quando infatti in Consiglio nazionale, nella sessione appena conclusa, si è trattato di votare su un’iniziativa che chiedeva di impedire un’ulteriore indebolimento della sorveglianza di frontiera tramite trattati internazionali, i partiti $torici hanno votato contro.

Oltretutto, ad ulteriore conferma che gli aumenti spropositati dei reati sopra citati sono la diretta conseguenza della deleteria libera circolazione delle persone e degli accordi di Schengen, c’è anche un’altra cifra. Quella relativa ai clandestini. Solo nelle ultime settimane, sui treni internazionali che hanno fatto sosta a Chiasso sono stati individuati ben 590 clandestini: lo riportato il Corrierone nei giorni scorsi. Di questi 590 oltre 300, ossia più della metà, erano persone ricercate dalle autorità svizzere o estere per reati anche gravi (quali rapine). A costoro sono stati inoltre sequestrati numerosi tirapugni, coltelli, taser e altri simpatici gingilli analoghi.

Questi sono, messi nero su bianco e cifrati, i regali della libera circolazione delle persone, dello smantellamento dei controlli al confine e degli Accordi di Schengen; accordi da cui perfino il presidente francese Sarkozy dichiara di voler uscire –  e la Francia, contrariamente alla Svizzera, è uno Stato membro della catastrofica UE. Altro che “frottole della Lega populista e razzista”!

 

 

 

 

 

 

Accordi internazionali, uno scempio per la democrazia

Non è certo una sorpresa apprendere che il Consiglio federale è contrario al voto popolare obbligatorio sugli accordi internazionali. Sul tema si voterà il 17 giugno, data in cui verrà sottoposta al giudizio delle urne l’iniziativa popolare “Accordi internazionali, decida il popolo!”.

Il Consiglio federale non ha mai dimostrato particolare simpatia nei confronti dei diritti popolari, ciò che peraltro, per un governo, è quasi fisiologico. Ma questo Consiglio federale ha un motivo particolare per temere il giudizio dei cittadini: ed è il fatto che non li rappresenta per nulla. L’Esecutivo elvetico viene infatti eletto tramite inciuci parlamentari, e quello attualmente in carica non rispetta in alcun modo la forza elettorale dei partiti: l’Udc, principale forza politica svizzera, si trova ad avere un solo rappresentante, a parimerito con il Partito borghese democratico che, in un regime per l’appunto “democratico”, con il suo 5% di consensi, un Consigliere federale non se lo potrebbe sognare nemmeno dopo una scorpacciata di funghi allucinogeni.

La Svizzera si ritrova dunque con un governo chiaramente di centro-sinistra: ossia un governo il cui programma contraddice la volontà popolare, che alle elezioni di ottobre non ha assolutamente dato al paese un orientamento di questo tipo (per fortuna). Sicché  ad ogni chiamata alle urne il rischio di sconfessione, per i Consiglieri federali, è altissimo.

E il rischio cresce in maniera esponenziale in materia di trattati internazionali. Il perché è presto detto: il diritto internazionale è la negazione della democrazia. Questi trattati sono infatti partoriti, o meglio abortiti, da un gruppuscolo di superburocrati di Bruxelles che non sono stati eletti da nessuno ma che impongono le loro regole agli Stati membri, esautorandone gli organi politici i quali, essendo eletti dal popolo, sono gli unici legittimati a legiferare, al contrario degli euroburocrati.

E’ rarissimo che i trattati internazionali vengano sottoposti al giudizio del Sovrano e quando accade solitamente non la spuntano. Perché gli accordi internazionali esautorano il popolo, facendogli piovere addosso regole che non ha voluto e contro le quali poi non può più difendersi. Si potrebbe obiettare che i Bilaterali vennero approvati dai cittadini svizzeri (ma mai dai ticinese): si votasse adesso, però, il risultato sarebbe diverso, come emerge dai sondaggi più recenti.

Per un Consiglio federale che ha più volte dimostrato di non essere nemmeno lontanamente in grado di difendere le prerogative della Svizzera e della sua gente (plateale la calata di braghe su tutta la linea in materia di segreto bancario), è meglio gettarsi tra le braccia dell’UE in modo da non aver più niente da difendere. Così ci si facilita la vita. Far votare dal popolo gli accordi internazionali, che limitano gravemente la possibilità di autodeterminazione del popolo medesimo, rischia però di rovinare questo bel progettino, mandando all’aria qualche trattato e addirittura – orrore! – rischiando di far fare ai camerieri di Berna qualche figuraccia nei confronti dei padroni di Bruxelles.

Con la ben nota sicumera, i politicanti ripetono che l’elettore non deve votare sugli accordi internazionali perché “non capisce”. Ma la vera spiegazione è proprio opposta: non deve votare perché rischierebbe di capire benissimo.

Lorenzo Quadri

«Italienisch, was?»

Aziende romande e ticinesi di fatto tagliate fuori: alla faccia del plurilinguismo e del federalismo!

 

Che il Consiglio federale del plurilinguismo svizzero se ne impipi alla grande non è certo una novità. Del resto, se ne impipa di tutto il federalismo, dal momento che le prerogative del Ticino vengono bellamente ignorate. Invece di tutelare l’economia del nostro Cantone, da Berna si vuole fomentarne l’impoverimento, e trasformarlo in una regione depressa ridotta a vivere di sussidi. E’, d’altra parte, proprio questo il programma della $inistra (ma per i kompagni vivere alle spalle dello Stato è la normalità). $inistra che anela all’adesione all’UE, che vuole tre anni di isolamento del Ticino dal resto della Svizzera tramite chiusura del tunnel autostradale del Gottardo, che sabota il turismo con l’iniziativa contro le residenze secondarie e contro i rustici, che mira a sfasciare la piazza finanziaria, che mette in fuga gli stranieri ricchi per tenersi quelli delinquenti e quelli a carico del nostro stato sociale e che, tanto per mettere la ciliegina sulla torta, ha pure in programma l’abolizione dell’esercito.

Fatto sta che la ministra delle Finanze del 5%, Eveline Widmer Schlumpf-Puffo, eletta con i voti del Centro-$inistra, non solo ha mandato a ramengo il segreto bancario, ma sta pure discriminando alla grande le ditte ticinesi e romande negli appalti pubblici.

A sottolineare l’ennesima situazione indecente sotto il profilo del federalismo, è l’Hebdo sull’edizione del 22 marzo. Gli è che lo scorso 28 febbraio il Consiglio federale ha nominato la Commissione acquisti della Confederazione. Si tratta di una Commissione interdipartimentale, la cui totalità dei membri è, udite udite, svizzero tedesca.

Nel corso dell’anno 2010, nel 36% dei concorsi della Confederazione la lingua ufficiale era unicamente il tedesco: ciò significa che tutto il personale della ditta vincitrice deve conoscere il tedesco sia parlato che scritto. Ci sono poi dipartimenti che, nell’ambito dell’informatica, hanno ingaggiato dei capiprogetto che parlano il tedesco e nessun’altra lingua nazionale.

Il risultato di questi criteri “a misura di svizzero-tedeschi” è che le ditte “latine” di trovano, spesso e volentieri, tagliate fuori dai concorsi della Confederazione. Prova ne sia che – come emerge dalle cifre pubblicate dall’Ufficio federale della logistica e riprese dall’Hebdo – nel 2010 le aziende romande hanno partecipato solo 9% dei concorsi pubblici della Confederazione, e quelle ticinesi solo al 3%.

Evidentemente l’onnipresenza del tedesco scoraggia le Piccole e medie imprese latine a farsi avanti, considerando inoltre il grande dispendio di tempo che comporta, per una piccola azienda, la presentazione di un’offerta redatta in un’altra lingua.

Morale: le ditte ticinesi, ma anche quelle della Svizzera francese, risultano di fatto escluse dalla maggioranza degli appalti della Confederazione. La Ministra delle Finanze nonché presidente Widmer Puffo,  malgrado ci sia una legge sulle lingue, non solo non ha fatto nulla per migliorare la situazione all’atto pratico, ma l’ha addirittura peggiorata. «In materia di plurilinguismo, la presidente della Confederazione delude su tutta la linea» titola l’Hebdo, che non è il Mattino della domenica.

Questo tanto per chiarire dove si va a finire a nominare Consiglieri federali che rappresentano a malapena il 5% della popolazione, solo per “farla” all’odiata Udc (primo partito  nazionale) e all’odiato Blocher. E oltretutto pretendendo di far credere di aver nominato dei “fulmini di guerra” quando invece la realtà è ben diversa. Non c’è proprio nulla che possa giustificare, o anche solo attenuare, la vergognosa violazione delle più elementari regole democratiche che ha portato alla nomina della ministra del 5%.

Lorenzo Quadri