Stranieri e invalidità psichiche: le cifre nascoste

Si ricorderà, e sarà bene ricordarlo perché queste cose tendono a venire dimenticate troppo in fretta, che meno di tre mesi fa è esploso l’ennesimo scandalo in relazione a falsi invalidi stranieri. Trattasi del caso di Azem Syla, entrato in Svizzera nel 1994 come asilante, malgrado fosse persona nota in patria e dal discutibile passato quale membro dell’UCK. Per anni Syla, che tutto era tranne che un rifugiato, ha ricevuto prestazioni sociali in quanto presunto invalido al 100% per motivi psichici. Motivi psichici che l’avrebbero reso inabile a svolgere qualsivoglia attività professionale.

Solo che il diretto interessato era così invalido che nel frattempo ha svolto studi universitari  ed è pure stato eletto nel parlamento kosovaro. Quindi: in Kosovo parlamentare, in Svizzera finto invalido al 100%.

Lo scandalo è che, mentre Syla – che avrebbe dovuto essere inidoneo al lavoro al 100% – faceva il parlamentare in Kosovo e non certo di nascosto, bensì alla luce del sole e addirittura sotto quella dei riflettori, in Svizzera nessuno si accorgeva di niente e il signore in questione continuava a cuccarsi le sue rendite finanziate da noi.

Ovviamente il fattaccio è stato oggetto di interpellanza leghista al Consiglio federale, interpellanza in cui si chiedevano alcune informazioni non proprio irrilevanti.

Dalla risposta governativa, giunta nei giorni scorsi, emergono un paio di punti degni di nota, a parte il prevedibile rosario di assicurazioni che casi come quello in oggetto oggi non potrebbero più ripetersi, dichiarazioni valide fino al prossimo scandalo.

Punto primo, e questo è allarmante. In Svizzera, dove si fanno statistiche anche sui lombrichi, non si dispone di statistiche sui titolari di prestazioni d’invalidità suddivisi per nazionalità e per motivo di invalidità. Come se non si trattasse di un tema importante! Come se  non fosse essenziale sapere quanti invalidi e di quale nazionalità ci sono per cause nebulose ed indimostrabili quali “motivi psichici” e “mal di schiena”. Perché davanti a cifre sospette, bisogna anche avere il coraggio di prendere in mano la situazione senza preoccuparsi della solita fregnaccia del presunto razzismo. O forse queste informazioni non sono a disposizione perché non sarebbe politikamente korretto pubblicarle da parte di uffici federali come quello delle Assicurazioni sociali alla cui testa fino all’altro giorno c’era quell’Yves Rossier uscitosene con la seguente dichiarazione: “L’immigrazione è una benedizione”?

Si hanno delle informazioni solo in relazione alle nuove domande di AI. E qui infatti i conti non tornano. E così arriviamo al secondo punto: Nel 2010, ben il 43% delle nuove domande di invalidità sono state presentate per motivi  psichici.

E particolarmente interessante è il terzo punto: questo tasso sale al 46% per le persone provenienti dall’ex Jugoslavia e addirittura al 55% per i turchi.

Ma guarda un po’. Come mai queste percentuali inquietanti? Non sarebbe il caso di porsi qualche domandina? Per quali strani motivi tra le persone di certe nazionalità i disagi psichici invalidanti sarebbero così frequenti? Non è che ad essere superiore alla media è, invece, la percentuale dei “furbi”, o di quelli che sono capaci a far valere, magari con metodi non propriamente ortodossi, invalidità tarocche?

Gottardo: non c’è alternativa al completamento

Ormai manca poco alla decisione del Consiglio federale sul tunnel autostradale del San Gottardo: o chiusura per oltre tre anni (con conseguente isolamento del Ticino dal resto della Svizzera), o completamento tramite costruzione di un secondo tubo senza aumento di capacità.

Il Consiglio federale aveva infatti annunciato che la propria decisione sarebbe arrivata entro l’estate.

E’ chiaro che per il Ticino l’unica soluzione che entra in linea di conto è quella del secondo tubo. L’altra opzione prevede infatti un groviglio di misure complicatissime ed inefficaci. Le quali prendono tra l’altro il nome di “misure accompagnatorie”: proprio come quelle, totalmente inefficaci, dei Bilaterali. Il che già la dice lunga. Si tratterebbe infatti di creare delle navette su cui caricare i veicoli. Ciò presuppone la costruzione di stazioni di trasbordo (per il trasferimento dalla strada alla ferrovia) a Biasca e Rynächt (Erstfeld) per i veicoli pesanti, e ad Airolo e Göschenen per le automobili. Né per gli uni né per le altre si disporrebbe di capacità sufficiente ad assorbire il transito.

Attraverso la Svizzera nel  2020 transiteranno infatti 1.4 milioni di Tir all’anno, di cui 900mila sotto il Gottardo. L’obiettivo di ridurre i transiti attraverso la Svizzera, entro il 2018, a 650mila all’anno, è miseramente fallito. Di questa realtà bisogna tenere conto. Come pure bisogna tenere conto del fatto che sotto al tunnel del Gottardo passano fino a 34mila veicoli leggeri al giorno, mentre le navette potrebbero trasportarne al massimo 20mila. Questo nella migliore delle ipotesi.

Inoltre non solo i treni navetta non sarebbero in grado di assorbire il traffico, ma sui binari non ci sarebbero nemmeno le tracce necessarie per farli passare. Immaginare, come fa Berna, di far transitare i treni più lentamente all’interno del tunnel di base AlpTransit per poter inserire un numero superiore di treni navetta, significa far saltare i collegamenti con mezza Europa.

Questo sistema già di per sé insufficiente è così complicato che ogni imprevisto lo manderebbe in tilt.

 

Tempi e costi

Ora, se fino a qualche mese fa andare davanti al Consiglio federale a parlare di completamento del Gottardo equivaleva di fatto a pronunciare un’eresia, adesso la musica è cambiata. Non certo perché il Consiglio federale abbia iniziato a degnare il Ticino di maggior considerazione, ma perché anche a Berna ci si accorge che, quanto a costi e a tempistica, la variante “secondo tubo senza aumento di capacità” e quella “chiusura per tre anni con navetta” si avvicinano sempre più.

Per i tempi: le stazioni di trasbordo, specie quelle per i Tir, sono degli autentici mostri. Basti pensare che a Biasca si vorrebbe cementificare un’area di oltre 80mila metriquadri. Ovvio quindi che la popolazione locale, sia al di qua che al di là delle Alpi, non ne voglia proprio sapere di simili devastazioni e annunci battaglia. E si sa bene che, a suon di ricorsi e controricorsi, queste battaglie possono durare anni.

Per i costi: la variante secondo tubo costerebbe ca 2.7 miliardi di Fr, quella “chiusura per tre anni con navetta” ne costerebbe 1,9. Ci sono quindi “solo” 800 milioni di differenza. Ma tra le due opzioni c’è un abisso in quanto il secondo tubo risolverebbe i problemi di collegamento del Ticino con il resto della Svizzera, aumenterebbe – e di molto – la sicurezza e costituirebbe un investimento a lungo termine. Investire nelle stazioni di trasbordo significa invece gettare un miliardo a fondo perso. Come ha precisato il Consiglio federale, infatti, una volta terminati i lavori nella galleria, l’impianto di Biasca verrebbe smantellato. Si spendono centinaia di milioni per poi fare piazza pulita dopo pochi anni.

A ciò si aggiunge che la chiusura triennale del Gottardo, secondo una stima realizzata dalla Camera di commercio, porterebbe alla perdita di 2000 posti di lavoro in Ticino, e avrebbe conseguenze devastanti la nostra economia.

Resta il maggior costo di 800 milioni di Fr. Ma vogliamo proprio vedere con quale coraggio Berna, che sperpera annualmente miliardi all’estero, avrebbe il coraggio di venirci a dire che non ci sono 800 milioni per il Ticino!

Lorenzo Quadri

Hanno imboscato l’iniziativa anti-burqa?

La trattazione parlamentare delle iniziative popolari segue binari e tempistiche molto diversi a dipendenza dell’indice di gradimento che le iniziative incontrano negli ambienti istituzionali.

E’ quindi evidente che, se i promotori sono sgraditi (esempio classico: Lega dei Ticinesi o Udc) o se il tema proposto non è all’insegna del politikamente korretto (spesso, anche se non necessariamente, le due cose vanno di pari passo), la tempistica si dilata ad oltranza; ben al di là dei tempi legali di due anni tra consegna delle firme e votazione popolare.

 

Due pesi e due misure

A livello nazionale la questione si pone al momento in tutta evidenza con l’iniziativa contro le residenze secondarie e contro i rustici da un lato, e con quella per l’espulsione degli stranieri che delinquono o che abusano del nostro stato sociale, dall’altro.

Mentre i balivi bernesi vorrebbero mettere in atto subito la prima iniziativa – e qualche funzionario, più furbo di altri, ha perfino proposto di denunciare penalmente (!) i Comuni che, nell’attesa della concretizzazione dell’iniziativa, continuano a rilasciare licenze edilizie per case di vacanza pur avendo superato il “quorum” – sull’espulsione degli stranieri delinquenti si glissa, si temporeggia, si fa melina.

Per non parlare poi dell’esempio più eclatante, ossia l’iniziativa popolare della Lega – recentemente ritirata in quanto snaturata dal rapporto tendenzioso approvato dal Gran Consiglio –: in quel caso, il tempo massimo di due anni che per legge dovrebbe trascorrere tra la consegna delle firme e la messa in votazione si è trasformato in due decenni.

 

Politikamente scorretti

C’è poi un’iniziativa su cui è calata una cappa di “assordante silenzio” e non è difficile capirne il motivo: la violazione del sacro dogma del politikamente korretto.

L’iniziativa in questione è quella per il divieto del burqa, presentata da un comitato partiticamente trasversale presieduto da Giorgio Ghiringhelli e consegnata ormai da un anno. Cos’è successo da allora? Lo scorso ottobre due rappresentanti del comitato d’iniziativa sono stati audizionati dalla preposta commissione del Gran Consiglio. Sul clima all’interno della commissione meglio stendere un velo pietoso. Del resto, entrare nello specifico di penosi commenti fatti dall’uno o dall’altro commissario (del livello: ma d’inverno quando fa freddo non potrei più indossare una sciarpa perché mi nasconderebbe in parte il volto?) equivarrebbe ad una violazione della confidenzialità dei dibattiti commissionali.

 

Il precedente dei minareti

Il silenzio calato sull’iniziativa anti-burqa fa però nascere il sospetto che in effetti la commissione parlamentare abbia semplicemente infilato lo scomodo dossier in un cassetto. Dossier scomodo perché non politikamente korretto. La sola idea di andare a dire ad un immigrato che in casa nostra certe cose che al suo paese sono usuali non si possono fare (perché le leggi svizzere valgono per tutti e non si fanno eccezioni in base alla religione o, peggio ancora, ad una particolare interpretazione di un precetto religioso) per i fautori della fallita multikulturalità è al livello di un’eresia. Guai a lasciar solo intendere che chi viene a stare in Svizzera deve adattarsi alle nostre regole e non può pensare di importare le sue.

Ma soprattutto, il dossier è scomodo perché con tutta probabilità l’iniziativa contro il porto del burqa, se sottoposta al voto popolare, passerebbe alla grande: vedi il precedente del divieto di costruire minareti, richiesta respinta con le solite dosi di sdegno e spocchia dalla maggioranza del Gran Consiglio, e poi plebiscitata in sede popolare. Il divieto di burqa passerebbe “come una lettera alla posta”, costituendo un’ulteriore batosta – l’ennesima – per fautori della fallita multkulturalità e del politikamente korretto.

Quindi meglio evitare, procrastinare, imboscare.

Ma se qualcuno in Gran Consiglio crede che i promotori dell’iniziativa si siano dimenticati della loro “creatura”, o che non intendano impegnarsi fino in fondo per una proposta in cui credono, questo qualcuno ha sbagliato i calcoli.

Lorenzo Quadri

Membro del comitato promotore

 

Di fiscovelox e di videocamere

Il fiscovelox, introdotto dall’ex ministro Tremonti d’infausta memoria (politicamente parlando, ovvio) è diventato un po’ il simbolo della guerriglia italiana contro la Svizzera in generale ed il Ticino in particolare. Ne abbiamo parlato con il Consigliere nazionale leghista Lorenzo Quadri, che è stato uno dei primi a sollevare il problema a livello politico: prima con Bellinzona come deputato in Gran Consiglio, poi con Berna quale parlamentare federale.

«Il fiscovelox è chiaramente una misura intimidatoria, da regime stalinista – esordisce Quadri – ; fa quindi specie che sia stato introdotto dal governo Berlusconi, un governo di destra. Dimostrazione che il fine giustifica i mezzi. E il fine italiano era, ed ancora è, indebolire la piazza finanziaria ed economica svizzera, per portarsene a casa una fetta, il più consistente possibile. Il fiscovelox si basa sulla presunzione di colpevolezza: l’italiano abbiente che si reca in Svizzera è un evasore fino a prova del contrario. E, poiché dall’Agenzia delle entrate “mi guardi Iddio”, stante che una volta che si finisce, anche senza aver commesso alcun illecito, nelle sue grinfie, si è bollati a vita ed oltre, l’italiano abbiente e propenso a spendere rinuncia a varcare il confine ticinese, fosse solo per venire a pranzo o per fare shopping a Lugano. Non si sa mai a cosa si può andare incontro se si viene immortalati da  un fiscovelox. E la prudenza non è mai troppa. A maggior ragione nell’attuale clima italiano di criminalizzazione del cittadino benestante».

Lei è consigliere nazionale, Berna come vede i fiscovelox?

Li vede come tutti i problemi che l’Italia causa al Ticino. Ovvero, non li vede proprio. O finge di non vederli. Lo stesso discorso vale per le liste nere, per l’esplosione del numero dei frontalieri e dei padroncini, per i ristorni spropositati (e senza reciprocità) delle imposte alla fonte dei frontalieri versati per quarant’anni dal Ticino.

Ma adesso con l’Italia si tratta, nei giorni scorsi c’è stato il primo incontro Tremonti – Wimder Schlumpf.

Se l’Italia vuole trattare – o, per meglio dire: se l’Italia vuole dei soldi dalla Svizzera, che quest’ultima dovrebbe “girarle” facendo da esattore fiscale in sua vece – deve dare delle prove concrete di distensione. Due sono fornibili subito, poiché si tratta di decisioni politiche. La prima è la cancellazione della Svizzera dalle black list. La seconda è, per rimanere in tema, la rottamazione dei fiscovelox.

I fiscovelox sono compatibili con gli Accordi internazionali?

A mio giudizio no. Costituiscono infatti una sorveglianza sistematica, la cui unica motivazione è l’attraversamento del confine. Proprio ciò che gli accordi di Schengen proibiscono. Ma anche in questo caso, a Berna si finge di non accorgersi di nulla.

Ma è vero che, lungi dal voler eliminare i fiscovelox, l’Italia intende invece  sostituirli con degli impianti fissi di videosorveglianza?

Fonti affidabili d’Oltreconfine mi dicono proprio questo. A quanto risulta, le videocamere fisse dovrebbero venire installate su tutti i valichi italosvizzeri entro fine anno: l’unico ostacolo ancora da superare sarebbe quello della ripartizione dei costi.

Le autorità doganali italiane dicono che si tratta di “normale” videosorveglianza…

Beh è ovvio che la “vendano” così! Una volta che le telecamere saranno installate, voglio proprio vedere che genere di immagini riprenderanno, oltre a fare funzione di “videosorveglianza per motivi di sicurezza”. A proposito, chissà come mai questi “motivi di sicurezza” si scoprono solo ora?

Se fosse davvero come sospetta lei?

Se fosse davvero così, i ristorni dovrebbero venire bloccati integralmente e definitivamente.

MDD

Socialità a Lugano, ancora un passo avanti

Dallo scorso primo aprile (dopo la conclusione degli iter di approvazione da parte del Cantone) è in vigore la versione riveduta del Regolamento sociale comunale di Lugano.

Il Regolamento sociale comunale, basato sulla filosofia dell’aiuto puntuale e (possibilmente) risolutivo, esiste dal 2007. Dopo qualche anno di prova, sono stati ora apportati dei correttivi, volti a definire meglio le spese per le quali può essere richiesto un aiuto, e a rendere più generosi i parametri d’accesso alle prestazioni, come pure l’ammontare delle cifre massime erogabili. Questo in conseguenza del crescente disagio economico che si diffonde tra la popolazione ticinese – e quindi anche tra quella di Lugano.

Con la differenza che Lugano ha reagito in tempi relativamente rapidi (per quanto possano essere rapidi i tempi della politica). Altri no.

L’impulso al potenziamento degli aiuti puntuali ai luganesi in difficoltà è venuto da un lato dal Municipio che, nell’ambito del primo credito quadro anticrisi (2009), ha proceduto ad adeguamenti transitori. Il “tiro” è stato ulteriormente corretto alla fine dello scorso anno, con l’approvazione da parte del Consiglio comunale del messaggio municipale sulla revisione del regolamento sociale comunale. Revisione che costituiva una risposta anche alle richieste della cosiddetta “mozione interpartitica”.

Nel corso degli anni l’impegno della città di Lugano in questi aiuti puntuali a favore dei suoi abitanti in difficoltà economica è aumentato notevolmente, passando dai circa 350mila Fr dell’anno 2008 ad una spesa attuale di un milione di Fr.

Le ultime novità sono come detto entrate in vigore lo scorso primo aprile. E’ dunque importante che il cittadino luganese le conosca, poiché non è – ovviamente – nell’interesse di nessuno creare un bel regolamento e poi tenerlo nascosto ai potenziali beneficiari. Informazioni dettagliate sul regolamento sociale comunale si possono dunque ottenere gratuitamente chiamando il numero verde 0800 6900 00, e presto anche su internet sarà on-line un “redditometro” che permetterà all’interessato di scoprire se, in linea di principio, ha diritto agli aiuti sociali comunali.

 

Un’altra iniziativa importante presa nei mesi scorsi dalla città di Lugano riguarda gli anziani e gli invalidi a beneficio della prestazione complementare, ai quali da quest’anno il Cantone non copre più l’intero premio dell’assicurazione malattia di base, ma solo fino ai forfait stabiliti dalla Confederazione.

Il Municipio ha deciso di sopperire al taglio cantonale accollandosi la differenza, che non è irrisoria: si parla, per persona, di cifre anche di oltre 700 Fr in sei mesi. Per un anziano a beneficio della PC, non è certo una somma da poco. Quello della Città è stato un gesto necessario ma costoso, poiché il Cantone, nel cifrare il taglio ai sussidi di cassa malati agli anziani ed agli invalidi con la complementare, l’ha vistosamente sottostimato.

 

Record di persone in assistenza

Sul fronte delle persone in assistenza, come noto la situazione peggiora. A Lugano numero dei casi aperti è ormai vicino ai 1200, quando negli anni scorsi si navigava su medie annue tra i 750 e gli 800 casi. L’aumento è dovuto sia alla crescita delle nuove domande, che alla diminuzione dei casi chiusi. Particolarmente rappresentati – e questo preoccupa – i giovani: tra le 420 nuove domande  presentate a Lugano nel corso dell’anno 2011, la fascia d’età più rappresentata è quella dai 21 ai 25 anni, con 69 casi. Se a queste 69 domande si aggiungono quelle inoltrate da persone di età compresa tra i 26 ed i 30 anni, che sono 40, arriviamo, nel 2011, a 109 nuove richieste di assistenza inoltrate da persone tra i 21 e i 30 anni.

Questo significa che sempre più giovani non riescono ad entrare nel mondo del lavoro.

 

La nuova “Area”

Per rispondere ancora meglio alle esigenze del territorio è nata da un paio di mesi all’interno degli Istituti sociali comunali l’Area di promozione e di intervento sociale.

L’obiettivo della nuova Area è quello di individuare e riconoscere i problemi, analizzare i bisogni, mettere in rete le informazioni disponibili e, soprattutto, fornire al municipio delle proposte di intervento concreto.

Dunque possiamo tranquillamente dire, senza timore di venire smentiti, che l’impegno sociale della città di Lugano è in continua crescita, con vari progetti innovativi. Un “work in progress” che, ne siamo convinti, darà i suoi frutti. E che, magari, costituirà anche un esempio per altri.

 

Lorenzo Quadri

Capodicastero Istituti sociali comunali

 

 

 

 

Accordi fiscali a boomerang

Il blocco dei ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri, non lo si sottolineerà mai abbastanza, è stata una mossa doverosa e necessaria. Senza questo intervento non ci sarebbe stata nessuna trattativa con l’Italia.

E’ chiaro però che non abbiamo alcuna premura di mandare soldi alla vicina ed ex amica Penisola. Sappiamo fin troppo bene che quando il Consiglio federale ha fretta, ha solo fretta di cedere. Cosa che con l’Italia non va assolutamente fatta, dal momento che si tratta di uno Stato in bancarotta. E i cordoni della borsa li abbiamo in mano noi. Quindi è evidente che non entrano in linea di conto  liberatorie del 41% come quelle concesse a Gran Bretagna, Germania ed Austria, peraltro nell’ambito di accordi “Rubik” che ciurlano nel manico. Infatti nei giorni scorsi la Commissione degli Esteri del Consiglio degli Stati questi accordi  li ha sì approvati, ma veramente di misura: 5 a 4 e un’astensione. L’ipotesi di una bocciatura nel plenum non è dunque peregrina.

E’ chiaro che il risultato di un tasso di liberatoria del 41% sarebbe quello di spingere gli italiani a portare i loro soldi su qualche piazza asiatica, dove di scambi di informazioni proprio non ce ne sono. Del resto l’italiano di amnistie e scudi ormai non si fida più visto che si è già ampiamente scottato: nel senso che i capitali scudati sono stati tassati e ritassati.

Fa poi specie che nell’accordo con l’Austria, nazione che per ora conosce anch’essa il segreto bancario, non si parli di reciprocità. Idem per la Gran Bretagna (isole della Manica). Sicuramente non ci sono svizzeri con soldi in Italia. Svizzeri con soldi in Austria, invece, ce ne sono. E da questi conti, la Svizzera non riceve nulla?

 

Il bubbone è destinato ad esplodere

Negli accordi fiscali internazionali c’è poi un altro aspetto particolarmente problematico. Un aspetto che al momento viene fatto passare più o meno sotto silenzio per non creare altro scompiglio; ma il bubbone è destinato ad esplodere.

Ossia il fatto che ai governi esteri vengono/verrebbero fornite informazioni sui conti bancari elvetici di propri cittadini. Per contro, ai governi cantonali non vengono fornite queste indicazioni sui patrimoni non dichiarati di cittadini svizzeri.

E’ chiaro che le autorità fiscali cantonali non staranno zitte a lungo: quindi anche quei cittadini svizzeri che hanno denaro non dichiarato rischiano di vedersi levato il segreto bancario. Soprattutto, in considerazione del fatto  che in Svizzera (all’esatto opposto di quello che accade in Italia) di amnistie non si vuole sentir parlare (non se ne fanno da oltre quarant’anni), c’è da sospettare che il segreto bancario verrebbe smantellato a danno dei conti di cittadini svizzeri senza nemmeno permettere a questi ultimi di mettersi in regola tramite un’amnistia.

Come si vede, dunque, non ci sono di mezzo solo svariate decine di migliaia di posti di lavoro sulla piazza finanziaria elvetica, ma anche la privacy dei cittadini svizzeri. Perché le informazioni sulle relazioni bancarie fanno parte del diritto alla privacy, come hanno dichiarato di recente vari “mister dati”. Peccato che negli scorsi mesi, quando il Consiglio federale, ed in particolare la ministra del 5% Eveline Widmer Schlumpf, eletta dalla $inistra e dal PPD in spregio delle più elementari regole democratiche, smontavano il segreto bancario, i citati “mister dati” fossero, evidentemente, in viaggio sul pianeta Marte. Solo così si spiega il loro prendere posizione solo adesso, quando i buoi sono già fuori dalla stalla!

 

 

NO al managed care

Tornando indietro di un anno e qualche mese, ai tempi dei dibattiti per le elezioni del Consiglio di Stato,  si ricorda chiaramente che il 2012 per quel che riguarda i costi della sanità veniva presentato come l’anno che avrebbe finalmente portato ad un miglioramento: premi di cassa malati inferiori a seguito del noto trasferimento di oneri dalle casse malati al Cantone per il finanziamento delle cure nelle cliniche private, e, contemporaneamente, qualità delle cure inalterata.

Sta invece accadendo l’esatto contrario. A seguito di riforme sia federali che cantonali allettanti sulla carta ma molto meno nella pratica,  i sussidi per la riduzione del premio di cassa malati si sono ridotti, di modo che per molti il conto da pagare invece di diminuire è aumentato.

Al peggioramento finanziario rischia adesso di aggiungersi il peggioramento della qualità delle cure se il managed care supererà lo scoglio della votazione popolare.

Il managed care comporta vari punti negativi.

 In primo luogo, la limitazione della libertà di scelta del medico: i diritti della personalità del singolo, già “sotto attacco “ in altri ambiti (penso in particolare alle discussioni sul segreto bancario) verrebbero ulteriormente erosi.

Eroso sarebbe il diritto, veramente fondamentale, di potersi rivolgere al medico di fiducia.  Al medico che magari ci cura da decenni, e col quale si è instaurato un rapporto di confidenza. Penso in particolare a settori delicati come può essere la psichiatria, dove la rete imporrebbe ai pazienti un percorso veramente problematico, al limite del deleterio, dal punto di vista personale; oppure al settore ginecologico.

Più in generale, il problema esiste per le persone lungodegenti, specie se anziane.

Di fatto, dunque, la libertà di scelta del medico – che reputo un diritto fondamentale – in regime di managed care diventerà un privilegio. Un privilegio riservato a chi può permettersi di pagare il lusso di non aderire ad una rete.  Non credo sia questa la direzione da prendere.

Altrettanto negativo è che chi aderisce ad una rete va incontro al rischio di razionamento delle cure. In sistema di managed care la rete di curanti ha un budget per paziente: se lo supera viene chiamata a metterci dei soldi, se spende meno si suddivide la differenza. Tra l’altro se la suddivide senza il paziente…

E’ chiaro che in questo modo la tentazione di monetizzare il paziente è forte. Le ragioni economiche si inseriscono e rischiano di prevaricare le valutazioni di tipo sanitario. E qualcuno potrebbe chiedersi: chi me lo fa fare di rischiare di sforare il budget per curare nel migliore dei modi il paziente anziano e molto malato?

Il managed care contiene l’invito, e nemmeno tanto implicito, al razionamento delle cure. Questo, dal punto di vista non solo della medicina, ma anche della civiltà, è chiaramente un passo indietro.

Vale poi la pena citare anche la spinosa questione della libertà di scelta dell’assicuratore malattia, anch’essa ostacolata in regime di managed care. E qui la politica cade in una nuova contraddizione.  Da un lato l’ente pubblico non solo esorta, ma in certi casi  (vedi anziani e invalidi a beneficio della PC) pretende che il cittadino trasmigri, se necessario anche annualmente od ogni pochi anni, presso una cassa malati meno cara. Dall’altro però con il managed care si pongono ostacoli importanti proprio a questo passaggio.

C’è quindi da sperare che il 17 giugno il popolo respingerà, con scienza e coscienza, il managed care: un sistema i cui vantaggi economici sono tutti da dimostrare, e soprattutto un sistema che intacca i diritti del cittadino e spalanca le porte al razionamento delle cure.

 

Lorenzo Quadri

CN Lega

Cassa malati: la riscossa… al contrario

L’anno 2012 avrebbe dovuto essere l’anno della riscossa in materia di premi di cassa malati. Da un lato il travaso di oneri dagli assicuratori al Cantone per ca 85 milioni, dall’altro il passaggio, nel calcolo dei sussidi, dal sistema fiscale basato sull’imponibile a quello sociale fondato sul reddito disponibile semplificato, avrebbero dovuto segnare un alleggerimento della spesa gravante sul singolo. Così non è stato. In troppi casi è anzi successo proprio il contrario.

In generale i premi non sono diminuiti, come avrebbero dovuto; sono invece diminuiti i sussidi. Il nuovo sistema di calcolo, persa ben presto la patina politicamente corretta, ha cominciato a mostrare i propri limiti. Ed ha portato, alla maggioranza, un chiaro peggioramento della situazione.

Particolarmente negativa l’eliminazione della franchigia sulla sostanza immobiliare, che si è tradotta nell’ennesima fustigazione a danno dei proprietari dell’appartamento o della casetta in cui vivono. Una scelta politicamente e praticamente improvvida: una retromarcia è necessaria (al proposito la Lega dei Ticinesi ha già presentato una mozione).

Ma non è tutto. Il nuovo sistema di calcolo dei sussidi, che avrebbe dovuto essere più mirato del precedente, si risolve all’atto pratico proprio nel vituperato sistema ad annaffiatoio. Anzi a rugiada, dal momento che si distribuisce poco con grande costo.

Infatti, se nel “regime” precedente il sussidio minimo versato era di 200 Fr all’anno per gli adulti e di 100 Fr annui per i bambini, queste soglie, dettate dal buon senso, sono state abrogate. Sicché il nuovo minimo è di 12 Fr all’anno per persona: vale a dire un franco al mese (!). Il risultato è dunque la distribuzione di una pletora di sussidi bagattella, anche di un Fr al mese. E, se il beneficiario di un simile “generoso” aiuto nemmeno si accorge di aver ricevuto cotanta manna, l’ente pubblico che lo deve corrispondere se ne accorge eccome. Perché, dal punto di vista del lavoro amministrativo, distribuire un sussidio di un franco e distribuirne uno di 400 è la stessa cosa. Sicché, con il “nuovo regime” vengono corrisposti degli aiuti i cui costi di gestione sono nettamente superiori alla cifra versata. Per questo, sarebbe interessante sapere quanti di questi sussidi bagattella, diciamo sotto i 20 Fr al mese, vengono elargiti, e quanto si è speso (e si spenderà) per versarli. Soprattutto, sarebbe interessante sapere dal Consiglio di Stato se reputa che questo sia un modo efficiente di gestire i soldi pubblici.

Ma le meraviglie regalateci da questi primi mesi di 2012 in campo di cassa malati non sono finite. E’ infatti noto che da quest’anno il CdS ha deciso di tagliare sui sussidi agli anziani ed agli invalidi a beneficio della Complementare: non viene più coperta la totalità del premio, ma si giunge solo fino al forfait calcolato dalla Confederazione. Chi è affiliato ad una cassa malati più cara, ci mette di tasca propria la differenza tra il premio coperto e quello effettivo. La novità è stata introdotta senza dare il tempo alle persone colpite dal taglio di trovarsi un altro assicuratore.

Ora arriva il bello. La cifra che il Cantone avrebbe in questo modo risparmiato sulle spalle di anziani ed invalidi, secondo il governo, sarebbe stata di circa 1.1 milioni di Fr all’anno. Peccato che invece, a conti fatti, sulla scorta dell’esperienza della Città di Lugano che è intervenuta per colmare il buco, si stia delineando una somma che ammonta ad almeno il triplo di quella dichiarata dal CdS al Parlamento. Errore grossolano o malafede?

 

Lorenzo Quadri

Municipale di Lugano

Consiglio federale e frontalieri, altro njet al Ticino!

Ancora una volta, il Consiglio federale dimostra di infischiarsene dei problemi del Ticino e della situazione occupazionale sempre più grave  nel nostro Cantone a seguito della devastante libera circolazione delle persone, voluta in prima linea proprio dal Consiglio federale.

Così l’esecutivo federale, probabilmente ispirandosi ad una delle consuete veline prodotte dalla SECO (quella dell’equazione immigrazione = ricchezza) risponde njet agli atti parlamentari del sottoscritto e della collega Roberta Pantani, con cui si chiedevano misure di contingento per i frontalieri, ed in particolare si proponeva di inserire, tra i criteri di aggiudicazione degli appalti pubblici, un nuovo criterio relativo alla presenza nell’organico aziendale di personale residente.

Come di consueto, il njet del Consiglio federale viene infiocchettato con le solite, vacue attestazioni di “comprensione” per la situazione del Ticino, e con le assicurazioni che si sta “monitorando”: probabilmente intendendo dire, con questo, che si sta a guardare senza fare nulla!

Con la “comprensione” e il “monitoraggio” di Schneider Ammann e colleghi non si crea neanche mezzo posto di lavoro per i ticinesi giovani e meno giovani: e intanto in tutto il Cantone le nuove domande d’assistenza aumentano a ritmo esponenziale.  Il Ticino non sa che farsene di attestazioni di comprensione un tanto al chilo. Il Consiglio federale si trova infatti in una situazione di grave imbarazzo. La libera circolazione delle persone, sempre e sistematicamente respinta dal nostro Cantone, ha causato un disastro sul mercato del lavoro, come pure sotto il profilo della sicurezza.

Per restare nel campo del mercato del lavoro, basti pensare che nel 2005, non nel Medioevo, in Ticino c’erano 35mila frontalieri di cui 17mila nel terziario. Oggi i frontalieri sono oltre 54mila, di cui ben 29mila (!) nel terziario. Nel corso dell’anno 2011 i frontalieri sono aumentati di 6000 unità, mentre i nuovi posti di lavoro creati sono solo 3000. E’ evidente, quindi, che è in corso proprio quel fenomeno che il Consiglio federale si ostina a negare contro ogni evidenza, ossia la sostituzione dei lavoratori residenti con frontalieri.

Ed è inutile che il Consiglio federale continui a ripetere la solita trita manfrina sul divieto di favorire i lavoratori residenti rispetto ai frontalieri contenuto negli Accordi bilaterali. Proprio questo divieto di non discriminazione deve essere forzato tramite delle regole “ad hoc” in considerazione della situazione unica in cui si trova il nostro Cantone, a diretto contatto con una nazione bancarottiera. Perché se confinare con la Francia o con la Germania è un problema, confinare con l’Italia costituisce un problema doppio.

Il Consiglio federale non si illuda di potersi lavare la coscienza con la clausola di salvaguardia applicata ai permessi B rilasciati ai cittadini di 8 nuovi Stati membri UE, perché tale misura, pur interessante sotto il profilo del segnale politico ai balivi di Bruxelles, è priva di effetti pratici.

A Berna forse non se ne rendono ancora conto, ma la pace sociale in Ticino è minacciata a seguito della libera circolazione delle persone.

Se il Consiglio federale continua a rifiutare l’idea di forme di contingentamento dei frontalieri, rispettivamente di precedenza ai lavoratori residenti, vuol dire solo una cosa: che intende sacrificare il Ticino sull’altare dell’obbedienza ai suoi padroni dell’Unione europea. E la ministra Widmer Schlumpf pretendeva addirittura che issassimo la bandiera blu stellata in occasione delle giornate dell’Europa…

Lorenzo Quadri

CN Lega

Sblocco ristorni: decisione prematura?

La decisione del CdS di sbloccare i ristorni delle imposte dei frontalieri ci lascia oltremodo perplessi. Visto poi l’impegno con cui la Deputazione ticinese a Berna, a grande maggioranza, si è chinata sui problemi dei rapporti Svizzera-Italia, intervenendo più volte presso il Consiglio federale,  stupisce che il CdS non l’abbia preventivamente avvisata.

 

E’ un dato di fatto che col gesto attuale il CdS si è privato dell’unico mezzo di pressione efficace nei confronti della vicina Penisola. Il governo cantonale ha calato il suo asso: speriamo che non l’abbia fatto invano.

 

Da parte nostra riteniamo che lo sblocco deciso in data odierna costituisca l’ennesimo favore a senso unico concesso alla vicina Penisola. Lo sblocco è infatti avvenuto sulla scorta di vaghe e fumose assicurazioni, in cui la controparte è peraltro maestra, e lo si vede in un’infinità di ambiti (ad es. proseguimento a sud di AlpTransit, ferrovia Stabio-Arcisate, eccetera). Assicurazioni che, con tutta probabilità, non si concretizzeranno. Inevitabilmente il CdS si troverà, a fine giugno, a bloccare i ristorni 2011 nella misura del 100%; sarebbe gravissimo se ciò non succedesse.

 

Auspichiamo dunque che il CdS, o la maggioranza di esso, oltre allo sblocco dei ristorni, abbia formalmente deciso il nuovo blocco, e nella misura del 100%, nella più che probabile ipotesi in cui la controparte, una volta ottenuti i 28 milioni, non ottemperasse agli impegni presi.

Il primo tavolo di trattativa in agenda per il 24 maggio sarà già un banco di prova.

 

Se il CdS, nelle prossime settimane, si lascerà abbindolare da promesse ingannevoli senza riscontri concreti e misurabili, e sulla base di queste dovesse rinunciare a bloccare i ristorni 2011, avrà prestato un pessimo servizio al Paese.

 

Lorenzo Quadri

Roberta Pantani

Consiglieri nazionali

Lega dei Ticinesi

Quando le iniziative popolari non sono tutte uguali…

Lo scorso 11 marzo è stata approvata, a livello federale, l’iniziativa che limita le residenze secondarie: al massimo il 20% per Comune e non una di più!

L’iniziativa venne tuttavia saggiamente respinta dalla maggioranza dei ticinesi, e questo per vari motivi. Innanzitutto perché, in un federalismo che già mostra più di una crepa, l’ultima cosa di cui c’era bisogno era un ulteriore schiaffo ai poteri locali, ora finiti sotto tutela nell’ambito della pianificazione del territorio. Come se Cantoni e Comuni, nell’anno di grazia 2012, non fossero in grado di regolarsi da soli, trovando l’equilibrio più conveniente, e dovessero invece attendere l’ennesimo diktat giacobino, che pretende di trattare tutti allo stesso modo: Cantoni turistici e Cantoni industriali, regioni urbane e regioni rurali, come se non sussistesse alcuna differenza!

Purtroppo, da due mesi la frittata è fatta (ancora una volta, ci viene imposta da altri) e ora per il nostro Cantone (Consiglio di Stato, Deputazione alle Camere federali, Gran Consiglio) si tratta di impegnarsi nella “riduzione del danno”.

Le premesse non sono favorevoli. Infatti, la prima vittima dell’iniziativa anti-residenze secondarie rischiano di essere i nostri rustici. Dopo tre decenni di discussioni con la Confederazione, dopo la faticosa (e non ancora finita) elaborazione del PUC-PEIP, si cominciava a vedere una luce in fondo al tunnel.  Adesso tutto rischia di andare a pallino un’altra volta.

Nella recente “due giorni” del Consiglio nazionale, più di un atto parlamentare è stato presentato nell’intento di contribuire ad evitare che l’iniziativa del 20% portasse anche allo sfacelo dei rustici. I deputati ticinesi hanno avuto il loro daffare a spiegare ai colleghi d’Oltralpe il concetto di “rustici”, termine che non ha un equivalente in un’altra lingua (ed infatti, anche alle Camere federali, si parla in genere di “rustici”, usando la parola italiana). Se, almeno all’apparenza, a livello parlamentare sembrerebbe esserci una certa dose di buona volontà collettiva (ma non vorremmo essere smentiti), è per contro allucinante l’iniziativa dei soliti burocrati dell’ARE, l’ufficio federale dello sviluppo territoriale. I quali, ancora una volta, si sono fatti riconoscere per l’incredibile arroganza. Al punto da proporre al DATEC nientemeno che di denunciare penalmente (!) i Comuni i quali, malgrado abbiano superato la quota del 20% di abitazioni secondarie, rilasciano ancora licenze edilizie. Questo quando l’iniziativa Weber è ancora ben lontana dall’essere stata tradotta in norme di legge applicabili! Un simile comportamento è assolutamente inaccettabile – come si permettono dei burocrati di minacciare, mo’ di “guerra preventiva”, delle autorità democraticamente elette? –  e ci aspettiamo che venga stigmatizzato a dovere dal livello politico: ossia dalla Consiglio federale, o per lo meno dalla direttrice del DATEC. Tanto più che qualcuno sembra dimenticarsi – perché così gli fa comodo – che, assai prima dell’iniziativa Weber,  è riuscita l’iniziativa per l’espulsione dei cittadini stranieri che delinquono o che abusano dello stato sociale svizzero. Nella concretizzazione di questa iniziativa la Berna federale sta colpevolmente nicchiando, e allora, se tanto ci dà tanto, adottiamo anche qui il “modello ARE”: denuncia penale, a titolo preventivo, per le autorità amministrative e/o giudiziarie che non decretano immediatamente l’espulsione di cittadini stranieri che hanno commesso reati od abusi ai sensi dell’iniziativa accettata dal popolo. Altrimenti è troppo facile giocare sul doppio binario a seconda delle preferenze personali…

Cassa malati: l’occasione unica dell’amnistia

Con l’anno corrente sono entrate in vigore varie novità in materia di cassa malati. In genere non si è trattato di buone notizie. Pensiamo ad esempio ai tagli sulle spalle degli anziani o degli invalidi beneficiari della prestazione complementare. Oppure pensiamo al passaggio al sistema di calcolo dei sussidi basato sull’imponibile a quello basato sul reddito disponibile semplificato: una modifica che “suona” particolarmente bene, ma che nella pratica porta a risultati decisamente meno positivi. Vale a dire, ad una riduzione dei sussidi per il pagamento dei premi di cassa malati, e questo per una buona parte dei beneficiari. In particolare per i proprietari di una casetta o di un appartamento.

Tuttavia, l’inizio del 2012 ha portato anche ad un’altra novità molto importante, che si basa sulla revisione federale della LAMal. Fino al 2011 chi non pagava i premi di cassa malati, o le franchigie o le partecipazioni, si vedeva sospendere la copertura assicurativa. Con l’inizio 2012 gli assicurati sospesi sono stati amnistiati, nel senso che anche loro sono tornati ad essere coperti (fatte salve eventuali irregolarità da parte degli assicuratori). Ovviamente questo non significa che il loro debito per premi o franchigie o partecipazioni non pagate sia cancellato. Il debito c’è ancora, e l’assicuratore tenterà di incassarlo fino all’attestato di carenza beni. Ma la copertura è stata ripristinata. A condizione però che il moroso “amnistiato” paghi regolarmente i premi da inizio anno via. Si tratta quindi di un’occasione  irripetibile per mettersi in regola, che non va sprecata.

 

Infatti, il Cantone ha deciso tuttavia che da inizio di quest’anno chi, pur essendo nelle condizioni di farlo, continua a non pagare i premi (o le franchigie, o le partecipazioni), si vedrà nuovamente sospeso. Il compito di effettuare le verifiche su chi non paga, per stabilire se sarebbe in condizione di farlo e quindi se il mancato pagamento sia imputabile a cattiva volontà, è stato caricato sui Comuni che dovranno svolgere una serie di accertamenti.

Importante è però sottolineare l’unicità dell’opportunità che è stata data per rimettersi in regola. Un’opportunità che quindi va colta, rimettendosi a pagare regolarmente. Anche perché non ce ne saranno altre.

 

Informazione carente

C’è però da temere che i cittadini non siano sufficientemente informati. Ossia che un numero elevato di sospesi, nemmeno si sia accorto di essere stato “amnistiato” e quindi, invece di approfittare di quest’unica occasione per ricominciare a versare regolarmente i premi e il resto, continui a non pagare .

Sorprende che il Cantone non abbia pensato di mettere in atto una compagna informativa in grande stile, alfine di evitare di trovarsi una parte – si teme ampia – degli “amnistiati”  di nuovo sospesi nel giro di qualche mese.

«Non si può non rilevare che in questo campo ci sono state delle carenze – osserva Bruno Cereghetti,  già capo dell’ufficio assicurazione malattia del DSS -. L’informazione sul nuovo sistema, e dunque sulla possibilità che esso offre per rimettersi in regola, è nell’interesse sia degli assicurati che dell’ente pubblico. La campagna sarebbe dovuta partire già nella seconda metà del 2011. Specie in considerazione della tipologia dei morosi , che sono tendenzialmente refrattari agli interventi, l’informazione avrebbe dovuto essere capillare e si sarebbe dovuta svolgere non solo sui media, ma anche tramite tutti i canali possibili ed in particolare i servizi sociali».

Invece l’informazione è stata tardiva e scarsa.  E’ infatti chiaro che, vista la tipologia dei morosi, se questi, dopo essere stati “amnistiati”, non riprendono subito i pagamenti, ma cominciano già col rimanere indietro di tre o quattro mesi, poi non recupereranno più.

E’ quindi importante che si sappia che chi a fine 2011 si trovava con la copertura di cassa malati sospesa poiché moroso, è tornato ad averla con l’inizio del 2012.

Ma, se non paga regolarmente, lasciandosi sfuggire questa occasione, rischia di tornare ad essere sospeso.

 

L’urlo di sgomento della $inistra

Mercoledì e giovedì il Consiglio nazionale ha tenuto una sessione straordinaria. Tema pressoché unico: il programma di legislatura della Confederazione. Nell’allucinante massa di bla-bla su fumose  dichiarazioni di principio che vogliono dire tutto e niente, una decisione merita di venire segnalata. Una  decisione arrivata così, apparentemente quasi per caso, senza grandi discussioni. Una sorpresa emersa  al momento della votazione. Che, però, ha causato il levarsi, dai banchi della $inistra, di un’esclamazione di sgomento. 

Gli è che un articoletto inserito nel programma di legislatura dalla maggioranza del Consiglio nazionale al capitolo dedicato alla collaborazione internazionale recita: “la collaborazione allo sviluppo è collegata ad accordi di riammissione degli asilanti respinti (dalla Svizzera)”.  Questa norma suona familiare. Si tratta infatti, nella sostanza, della famosa mozione rocambolescamente bocciata dal Consiglio degli Stati nella sezione di primavera, a seguito di una procedura di voto  che ha suscitato sfottò a largo raggio. Infatti, prima la proposta era stata accettata “di misura”, poi un paio di senatori si annunciarono dichiarando candidamente di aver sbagliato a votare: pensavano si stesse decidendo su un altro oggetto.

Rifatta la votazione, il risultato iniziale venne ribaltato e la mozione silurata. Non sia mai che si pretenda qualcosa in cambio degli aiuti all’estero! Non sia mai che si abbia il coraggio di stabilire che chi si cucca dei bei soldoni pubblici del contribuente elvetico deve, in cambio, riprendersi i suoi concittadini venuti in Svizzera a fare i finti asilanti! Non sia mai che ci si faccia valere almeno una volta! No: la contrattualizzazione non è politikamente korretta. Bisogna elargire soldi pubblici all’estero senza chiedere nulla in cambio; nemmeno il minimo vitale!

 I soldi pubblici, spiegano i $inistri ed i politikamente korretti, sono una cosa; e la Svizzera deve sempre pagare. Gli obblighi nei confronti del nostro Paese da parte di chi riceve i nostri soldi sono invece tutt’altro; e, soprattutto,  sembrano essere un optional.

Ebbene la proposta che era stata affossata con parole di disdoro – e a larga maggioranza – dai Senatori, è stata invece fatta propria, e senza tante discussioni, dal Nazionale.  Da qui l’esclamazione sgomenta della $inistra. La maggioranza della Camera del popolo ha dunque precisato che la collaborazione allo sviluppo presuppone che chi riceve faccia la propria parte nella riammissione dei finti asilanti.

Il rovescio della medaglia

Per una notizia positiva, non poteva mancare quella negativa.

 Infatti, sempre a maggioranza il Consiglio nazionale ha rifiutato di inserire nel programma di legislatura l’impegno per il Consiglio federale di presentare entro un anno il messaggio sull’iniziativa, approvata in votazione popolare, per l’espulsione degli stranieri che delinquono o che abusano del nostro Stato sociale. Capita l’antifona? I deputati rifiutano di sostenere l’iniziativa votata dal popolo, su cui il governo sta dormendo alla grande. Invece, sull’iniziativa contro le residenze secondarie (e quindi contro i rustici) si è messo subito il turbo, pretendendo oltretutto applicazioni talebane. Al punto che i balivi dell’ARE hanno avuto il coraggio di proporre che i Comuni che continuano a rilasciare licenze edilizie per abitazioni secondarie malgrado abbiano già superato la quota del 20%, vengano denunciati penalmente.

 Un sistema dei due pesi e delle due misure, un doppio binario che è semplicemente vergognoso e che non fa che dimostrare, per l’ennesima volta, l’insipienza di questo Consiglio federale e dei suoi burocrati tirapiedi.

Ristorni dei frontalieri: i capricci del presidente

Il presidente italiano Napolitano non vuole venire in visita ufficiale in Svizzera a causa del blocco dei ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri. A parte che la mancata visita del presidente della Repubblica italiana di sicuro non ci toglie il sonno, anzi, quest’ultimo – o chi gli consiglia simili prese di posizione – dovrebbe interrogarsi sul perché si è giunti a quel blocco. Esso è infatti  la conseguenza degli attacchi italiani alla Svizzera, attacchi che hanno l’obiettivo di nuocere alla nostra piazza economica e finanziaria. Dai fiscovelox alle liste nere dei paradisi fiscali, dagli spioni della Guardia di finanza  all’additamento al pubblico ludibrio europeo, dalle accuse di essere un paradiso fiscale ai paragoni con la grotta di Alì Babà:  i nostri vicini a Sud non si sono fatti mancare nulla. E tutto questo, caro presidente Napolitano, è  stato messo in atto nei confronti di uno Stato che dà lavoro a 54mila frontalieri italiani, e a svariate migliaia di padroncini. Tutte persone che, senza la Svizzera,  non avrebbero di che mangiare. Loro e i loro familiari.

A ciò va aggiunto che, indipendentemente dai problemi  internazionali tra Svizzera ed Italia, un tasso di ristorno al 38.8% non è comunque più dovuto. Infatti, questo tasso è stato fissato prima (molto prima) dell’entrata in vigore della libera circolazione delle persone. Esso presupponeva il rientro quotidiano a domicilio dei frontalieri. Infatti quando, una decina di anni dopo la stipula dell’accordo, ci si rese conto che non tutti i frontalieri rientravano al domicilio ogni sera,  il tasso di ristorno, inizialmente fissato al 40%, venne portato al 38.8%.

 Con la libera circolazione delle persone l’obbligo di rientro quotidiano è venuto a cadere e con esso  le basi del tasso di ristorno al 38.8%. A questo punto l’unico termine di paragone è il solo accordo concluso in regime di Bilaterali, ossia quello con l’Austria, il quale come noto prevede un tasso di ristorno del 12.5%.

E’ poi opportuno ricordare ai nostri vicini a sud che gli Accordi di Schengen, di cui sono firmatari, prevedono quanto segue: non sono ammessi controlli sistematici sulle persone per il solo fatto che varcano il confine.

Allora i nostri vicini a sud ci potranno anche spiegare cosa sono i fiscovelox, se  non proprio dei controlli svolti su delle persone per il solo fatto che varcano il confine. Quindi, i fiscovelox sono contrari agli Accordi di Schengen. E il Consiglio federale, invece di pretendere che tali accordi vengano rispettati solo da noi in maniera unilaterale ed autolesionistica, dovrebbe cominciare ad intervenire sui nostri vicini che, invece, non li rispettano.

La Svizzera e di conseguenza (ed in prima linea) il Ticino è dunque da tempo oggetto di attacchi italiani che sono illegali ed inoltre denotano una scandalosa ingratitudine nei confronti di uno dei principali datori di lavoro di cittadini italiani.

Il rifiuto del presidente della Repubblica italiana – che, ribadiamo, di sicuro non ci toglie il sonno – è dunque, oltre che fuori luogo, oltremodo puerile.  Da parte della più alta carica dello Stato a noi vicino ci si sarebbe potuti legittimamente attendere un comportamento più consapevole delle circostanze e soprattutto di ciò che le ha provocate. Ma evidentemente si preferisce ignorare i fatti (anche i più ovvi) – o fare finta di ignorarli.

Lorenzo Quadri

Esporre la bandiera europea? Neanche per sogno!

lettera aperta alla Presidente della Confederazione, Eveline Widmer Schlumpf

 

Gentile Signora Presidente della Confederazione,

 

Mi sia consentito significarLe il mio disappunto per il Suo invito ad issare bandiere europee in occasione della Giornata d’Europa. Ho la presunzione di ritenere tale disappunto condiviso dagli elettori che ho l’onore di rappresentare in Consiglio nazionale.

 

Non posso che rimanere perplesso davanti all’atteggiamento del Consiglio federale, che pare chiudere gli occhi davanti ad una realtà evidente, peraltro esplicitata sui media dal CEO di UBS Sergio Ermotti: numerosi paesi UE, invidiosi e prossimi alla bancarotta, da tempo hanno dichiarato guerra alla Svizzera. Non una guerra convenzionale, naturalmente. Ma sempre una guerra.

 

Si tratta nel caso concreto di una guerra economica, volta a smontare – con tutte le conseguenze occupazionali del caso: si parla infatti di oltre 20mila impieghi a rischio – la nostra Piazza finanziaria, che gestisce ca 2200 miliardi di Fr di capitali stranieri. Smontare la nostra Piazza finanziaria, e “portarsene a casa” una fetta il più consistente possibile.

 

Come se non bastasse, di recente il Consiglio d’Europa ha annunciato l’inasprimento delle misure di lotta contro i paradisi fiscali basandosi su un documento, a dir poco assurdo, che “gratifica” il nostro Paese del titolo di peggior paradiso fiscale del mondo. Peggiore delle piazze asiatiche. Anche se ormai, del segreto bancario elvetico, non è rimasto granché. Non risulta peraltro che il Consiglio federale abbia stigmatizzato con la dovuta energia tale insensato ed oltraggioso modo di procedere del Consiglio d’Europa nei confronti della Svizzera.

 

Sempre di recente, il Ministro degli Esteri della Polonia, Stato fruitore di ben 500 milioni di Fr di contributi di coesione pagati da noi contribuenti elvetici, ha invitato i suoi concittadini a boicottare il nostro Paese a seguito dell’invocazione elvetica – contemplata dagli accordi bilaterali! – della clausola di salvaguardia in materia di permessi B ad abitanti di 8 “nuovi” Stati membri UE.

 

Nei giorni scorsi, il presidente della Repubblica italiana Napolitano ha rifiutato una visita ufficiale  nel nostro Paese adducendo a motivazione la “querelle” sui ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri.

 

Quelli elencati sono solo alcuni esempi, tra i molti possibili, di come, con sempre maggiore frequenza, in nazioni e in gremi europei, la Svizzera venga trattata quasi come uno “Stato canaglia”.

 

Un’ultima riflessione. Il Consiglio federale propone di respingere una mozione che chiede che le bandiere straniere possano venire esposte solo se accompagnate da quella elvetica, di dimensioni almeno pari.

Il Consiglio federale dunque non si preoccupa di promuovere la bandiera svizzera, ma invita ad esporre quella europea?

 

Stanti le circostanze sopra indicate, Gentile Signora Presidente della Confederazione, non posso che trovare inaccettabile il Suo invito ad issare la bandiera europea.

Inaccettabile e, mi si perdoni la franchezza, anche irritante.

 

Con osservanza.

 

Lorenzo Quadri

Consigliere nazionale

Lega dei Ticinesi

 

Frontaliere pregiudicato: e noi ce lo teniamo!

Interpellanza al Consiglio federale

 

Il Canton Ticino ha rifiutato di rinnovare il permesso G ad un cittadino italiano, in quanto a carico di quest’ultimo erano state pronunciate in Italia ripetute condanne per un totale di svariati anni di detenzione, e la persona risultava inoltre latitante nella vicina Penisola.

Il cittadino italiano colpito dal provvedimento l’ha impugnato fino al Tribunale federale. Il TF, con disappunto dell’autorità cantonale, ha tuttavia accordato l’effetto sospensivo al ricorso.

Il fatto che nemmeno in casi come questi risulti possibile una revoca efficace e tempestiva del permesso G,  ma venga concesso l’effetto sospensivo (di modo che il pregiudicato rimane legalmente su territorio elvetico), è un’ulteriore e preoccupante conferma di come, a seguito della libera circolazione delle persone, il controllo sull’immigrazione sia andato perso.

 

Chiedo pertanto al lod. CF:

1)   non ritiene il CF che sarebbe necessaria una modifica legislativa onde garantire che – per lo meno in casi della gravità di quello sopra indicato – l’effetto sospensivo del ricorso possa venire escluso?

2)   Non ritiene il CF che situazioni come quelle di cui sopra siano indice di una preoccupante deriva della libera circolazione delle persone?

 

Con la massima stima

Lorenzo Quadri

Lega dei Ticinesi

Quanti impieghi a rischio sulla piazza finanziaria?

Interpellanza al Consiglio federale

 

Nei giorni scorsi il CEO di UBS Sergio Ermotti ha dichiarato che, a seguito della recente evoluzione politica in materia di segreto bancario (accordi fiscali e strategia del denaro pulito), sarebbero a rischio fino ad un quarto dei posti di lavoro sulla piazza finanziaria svizzera, vale a dire 20-25mila impieghi.

Le dichiarazioni di Ermotti confermano quelle rilasciate in precedenza dal suo predecessore ai vertici di UBS, Oswald Grübel.

Il CEO di UBS ha inoltre deplorato la fretta dell’autorità politica nell’adeguarsi alle pretese UE, diventate sempre più pesanti dopo ogni cedimento sul fronte elvetico, quando si sarebbe potuto temporeggiare.

A lato di quanto sopra, il Consiglio d’Europa nei giorni scorsi ha votato una risoluzione in cui si prospetta l’aumento della pressione sui paradisi fiscali. In base alla lista stilata da un’ong, la Svizzera risulterebbe in cima alla graduatoria dei paradisi fiscali, ancora prima di Hong Kong o delle piazze asiatiche.

Chiedo pertanto al lod. CF:

1)     Come commenta il CF le dichiarazioni mediatiche dell’attuale e del precedente CEO di UBS, secondo cui la recente evoluzione politica in materia di segreto bancario, come pure la strategia del denaro pulito, metterebbero a rischio 20-25mila posti di lavoro sulla piazza finanziaria svizzera? Il CF condivide questa stima? Se no, qual è la stima corretta a mente del CF?

2)     Nelle dichiarazioni in oggetto, viene pure stigmatizzata la velocità dell’autorità politica nell’adeguarsi alle pretese, peraltro sempre più ingorde, dell’UE. Qual è la posizione del CF al proposito? Sarebbe stato possibile temporeggiare? Se no, perché? Se sì, per quale motivo non lo si è fatto?

3)     Come valuta il CF la risoluzione del Consiglio d’Europa contro i presunti paradisi fiscali, e come intende reagire alla lista, utilizzata nella stesura di tale risoluzione, che colloca impropriamente la Svizzera in testa ai paradisi fiscali?

4)     Come valuta il CF il fatto che la “strategia del denaro pulito”, con ogni probabilità, resterà un unicum a livello mondiale?

 

Con la massima stima

Lorenzo Quadri

Lega dei Ticinesi

 

 

Un brutto modo di commemorare il 1° maggio

 

Yves Rossier, fino a ieri direttore dell’UFAS (Ufficio federale delle assicurazioni sociali) e da oggi segretario di Stato del DFAE, nei giorni scorsi si è prodotto in dichiarazioni di questo tenore: “l’immigrazione è una benedizione per la Svizzera e non solo per le assicurazioni sociali: basti pensare al personale negli ospedali, nelle case anziani, nelle università e nelle nostre aziende in generale”.

E’ piuttosto singolare che l’ex direttore dell’UFAS non si renda conto del fatto che, per citare solo un esempio  in un ambito che ben conosce, ossia le assicurazioni sociali, in Ticino il 40% delle persone in assistenza è straniera, ma gli stranieri non sono affatto il 40% della popolazione residente nel nostro Cantone, bensì ca il 26%. Sono dunque ampiamente sovrarappresentati tra i beneficiari di prestazioni sociali, ciò che ben difficilmente può essere considerata una benedizione per le finanze di queste ultime.

 

Ancora più preoccupante è però che la persona che da oggi è il numero due del Dipartimento affari esteri se ne esca con dichiarazioni – di tipo evidentemente politico –  del tenore:  “l’immigrazione è una benedizione”. Asserzioni che denotano o ignoranza o disinteresse o mancanza di rispetto nei confronti dei problemi, proprio legati all’immigrazione, che affliggono le regioni di confine quali il Ticino: aumento della disoccupazione, criminalità d’importazione, delinquenza transfrontaliera, esplosione degli ingressi clandestini (metà dei quali da parte di pregiudicati).

Un capitolo a sé potrebbe poi essere aperto sui problemi che l’immigrazione ha causato negli Stati a noi confinanti.

 

Anche il frontalierato è migrazione, e venire a dire ai Ticinesi che oltre 54mila frontalieri sono “una benedizione”, che 15’300 notifiche per lavoro di breve durata sono “una benedizione”, e via elencando, è un atteggiamento allarmante. A maggior ragione quando tali improvvide dichiarazioni vengono dal neo numero 2 del DFAE, Dipartimento il cui ruolo in materia migratoria non è irrilevante. Fa inoltre specie che Rossier, ancora prima di assumere il nuovo incarico, contraddica in modo plateale il datore di lavoro cui deve la promozione, ossia il Consiglio federale. Il quale, come noto, ha invocato la clausola di salvaguardia a limitazione del rilascio dei permessi B a cittadini in arrivo da 8 nuovi Stati membri UE.

 

Il primo maggio coincide ironicamente con l’entrata in funzione, ai vertici del DFAE, di un funzionario che sembra voler ignorare gli effetti altamente negativi della migrazione eccessiva e fuori controllo – come è quella attuale – sul mercato del lavoro, specie nelle zone di confine: non è certo un bel modo per festeggiare la giornata dei lavoratori.

 

Lorenzo Quadri

Consigliere nazionale

Lega dei Ticinesi