Tredicesima AVS: il PPD scopiazza!

Adesso vogliamo proprio vedere con quale smaccata arrampicata sui vetri gli azzurri settimana prossima in Gran Consiglio giustificheranno il loro voto contro la proposta leghista

 

Le contraddizioni tornano indietro e il PPD, al proposito, è alla resa dei conti.

Venerdì il Granconsigliere popolare democratico Gianni Giudicelli ha presentato una mozione al Consiglio di Stato  per l’attenuazione degli effetti soglia nelle prestazioni complementari AVS, e per una diversa considerazione della sostanza nelle zone periferiche.

Gli argomenti addotti, a quanto si legge sulla stampa, sono i seguenti. Da un lato si osserva che gli anziani con un reddito poco sopra la soglia della PC perdono il diritto a varie prestazioni finanziate dalla Complementare.

D’altro canto, si segnala il fenomeno degli anziani, e citiamo, «che giunti al pensionamento dopo aver lavorato una vita, generalmente residenti nelle zone periferiche, non possono beneficiare della PC perché in sede di valutazione di diritto viene considerata anche la sostanza (abitazione primaria o beni immobiliari, quali terreni o rustici, spesso ricevuti in eredità, privi di ipoteca e con scarso valore commerciale)». Questi argomenti paiono copia-incollati dal Mattino: si tratta infatti dei famosi anziani con casetta, che tirano la cinghia dovendo vivere della sola AVS: non ricevono la Complementare a causa della casetta.

La Tredicesima AVS proposta dalla Lega dei Ticinesi è proprio destinata, tra l’altro, alle categorie indicate dalla mozione PPD. Ossia, gli anziani che pur non beneficiando della PC hanno un reddito analogo (ad esempio tramite un magro secondo pilastro) e a quelli con una modesta sostanza immobiliare (abitazione, rustico, terreno, eccetera).

E’ evidente quindi che le due proposte si coprono ampiamente. Si basano sulle medesime considerazioni.

 Eppure, anche in tempi recenti, a denigrare la Tredicesima AVS dicendo che sono tutte fregnacce sono stati proprio esponenti del PPD, improvvisatisi esperti in problemi sociali! E magari questi stessi esponenti hanno pure firmato la mozione Guidicelli, non rendendosi conto di dimostrare, in questo modo, che il re è nudo.

Qui i conti proprio non tornano, mentre appare in tutta la sua evidenza quello che abbiamo già avuto modo di scrivere a più riprese; ossia che il PPD si oppone alla Tredicesima AVS solo perché a proporla è la Lega. Del resto non è certo la prima volta che il PPD prima denigra le proposte della Lega, poi le fotocopia: è successo con i controlli al confine, è successo con i ristorni dei frontalieri, adesso accade con la Tredicesima AVS.

La Tredicesima AVS parte dal presupposto che ci sono degli anziani di condizione economica modesta che vanno aiutati, ciò che vale in particolare per i proprietari di una casetta. Che sono poi gli stessi argomenti portati dalla mozione PPD.

La prossima settimana il Gran Consiglio dovrà esprimersi sull’iniziativa popolare, lanciata dalla Lega, per la Tredicesima AVS. L’esito è scontato. Inutile dire che il PPD ha firmato compatto il rapporto contrario. Poi però se ne esce con questa mozione. Si converrà che, quando ci si oppone in maniera categorica ad una proposta, e la si denigra e demonizza pure come ha fatto e  fa il PPD con la Tredicesima AVS, bisogna allora proporre qualcosa di radicalmente diverso e non delle sfumature sul tema.

Altrimenti si fa una figura barbina, rendendo plateale che l’opposizione alla proposta leghista è un’opposizione di principio e per partito preso: semplicemente perché alla Lega bisogna SEMPRE dare torto, qualsiasi proposta avanzi!

E’ dunque chiaro che, dopo aver presentato questa mozione, nei prossimi giorni i popolari democratici hanno un solo modo per non perdere  la faccia in Gran Consiglio: votare sì alla Tredicesima AVS.

Un referendum per salvare migliaia di posti di lavoro

Il dado è tratto o, meglio, il referendum è lanciato. Stiamo parlando ovviamente del referendum contro gli accordi fiscali con Gran Bretagna, Germania ed Austria. Accordi che prevedono liberatorie con tassi esorbitanti, anche superiori al 40%, che non contemplano la reciprocità, che spalancano la porta alle fishing expeditions e che – ciliegina sulla torta – obbligano la Svizzera a fungere da esattore fiscale per Stati che non sono in grado di far pagare le imposte ai propri cittadini: cosa, questa, che non sta né in cielo né in terra.

I citati accordi fiscali, conclusi dalla ministra delle Finanze del 5% Eveline Widmer Schulmpf – che fa una politica di sinistra poiché dalla sinistra è stata eletta, in flagrante violazione delle più elementari regole democratiche – avranno conseguenze catastrofiche sulla piazza finanziaria svizzera in generale e ticinese in particolare.

Nicolas Pictet, presidente dei banchieri privati, ha parlato di un terzo dei posti di lavoro a rischio. Il minimo che si può dire, naturalmente, è che Pictet poteva anche svegliarsi prima, invece di tentare di chiudere la stalla quando i buoi sono già scappati e gli accordi già votati alle Camere federali. Lo stesso discorso vale per i delegati cantonali e federale alla protezione dei dati, che a mezzanotte meno cinque si sono svegliati a difendere il segreto bancario in quanto tassello essenziale della protezione della sfera privata. Dov’era il signor Pictet, dov’erano i delegati alla protezione dei dati negli ultimi due anni, quando il segreto bancario veniva smontato per pezzo dal Consiglio federale?

Un paio d’anni fa l’allora ministro delle Finanze Merz dichiarava: “Il segreto bancario non è negoziabile”. Adesso il Consiglio federale, a suon di cedimenti quotidiani, autorizza addirittura le fishing expeditions. Sì perché l’accordo con la Germania permette a quest’ultima di effettuare ogni anno 500 controlli campione sui conti di cittadini tedeschi. Se questa non è una fishing expedition ne è per lo meno una stretta parente. E – poco ma sicuro – il peggio deve ancora venire.

 

Le grandi banche

Le grandi banche possono non piacere. Ma il referendum contro questi accordi non è affatto un favore alle grandi banche le quali, anzi, appoggiano la svendita della piazza finanziaria svizzera operata dalla ministra delle Finanze abusiva. Alle grandi banche  interessa mettere una pietra su irregolarità passate e garantirsi l’accesso senza problemi ai mercati degli Stati firmatari. A loro, poco importa lo sfascio della piazza finanziaria svizzera e la perdita di un terzo (se non di più) dei suoi posti di lavoro. Quello che non guadagnano qui, lo guadagneranno altrove. Ad esempio a Singapore. O a Londra. Sì, perché mentre il governo svizzero cala pavidamente le braghe davanti alle pretese di un’Unione europea fallita, all’interno dell’UE i paradisi fiscali rimangono. Rimangono e si rafforzano.

 

Precedente deleterio

E’ poi evidente che gli accordi sottoscritti con Germania, Gran Bretagna ed Austria rappresentano un pericoloso precedente per le trattative con l’Italia. Infatti, poco ma sicuro è che la ministra del 5% andrà a promettere liberatorie del 40% e cederà su tutta la linea anche con un paese in bancarotta quale è la vicina Penisola. La quale, sia detto per inciso, da eventuali accordi Rubik otterrà comunque solo briciole poiché il cittadino italiano, e a ragione, non ha più alcuna fiducia nel proprio governo non eletto, avendo quest’ultimo sfacciatamente infranto la parola data: i capitali scudati sono infatti stati tassati, ritassati, e tassati ancora.

 

Salviamo migliaia di posti di lavoro

Lanciare il referendum contro gli accordi fiscali non significa affatto fare un regalo alle grandi banche. Significa, invece, difendere svariate migliaia di posti di lavoro in Ticino. Posti che andranno semplicemente persi se i trattati in questione dovessero entrare  in vigore. Chi vuole migliaia di bancari disoccupati in più? Chi vuole una caduta del gettito fiscale e dei consumi generati da questi bancari? Noi no di certo! Dov’è la $inistra con i piedi al caldo, sempre pronta ad inveire contro gli sgravi fiscali, quando qui si preparano enormi perdite anche per l’erario pubblico?

 Per cui, se non volete buttare a mare migliaia di posti di lavoro, firmate e fate firmare il referendum!

 

Lorenzo Quadri

Consigliere nazionale

Lega dei Ticinesi

 

 

 

 

Turismo e negozi aperti di domenica

I negozianti di Locarno hanno lanciato l’appello: hanno chiesto di poter, almeno nella stagione estiva, aprire i battenti la domenica, e in settimana fino alle 22.30. Come c’era da aspettarsi, la petizione è stata respinta.

La diatriba sugli orari di apertura dei negozi si infittisce in Svizzera e in Ticino, dove sul tema si discute da ormai un ventennio. Fino agli ultimi sviluppi noti, che mettono a rischio l’apertura domenicale del Foxtown. Una patata bollente che, tra l’altro, il DFE ha anche tentato di scaricare sulla Deputazione ticinese alle Camere federali.

Se in Ticino come nel resto della Svizzera la situazione rimane caotica, appena oltreconfine hanno , invece, idee sono ben chiare. Infatti si costruiscono grandi centri commerciali aperti sette giorni su sette con l’intento dichiarato di attirare la clientela ticinese. Non solo approfittando del “frontalierato della spesa” (che starebbe alla coscienza del singolo evitare) legato all’euro e al differenziale dei prezzi, ma anche puntando, e lo si dice apertamente, sugli orari d’apertura decisamente più estesi.

Il lavoro domenicale, purché adeguatamente retribuito e purché il tempo libero possa venire recuperato, non è più un tabù in molti settori. Si lavora di domenica negli ospedali, nelle cliniche, nelle case anziani, si lavora di domenica in polizia, si lavora di domenica nel trasporto pubblico, si lavora di domenica nell’informazione, si lavora di domenica nella ristorazione e nell’albergheria,  si lavora di domenica nelle carceri, si lavora di domenica negli impianti sportivi, si lavora di domenica nel settore degli spettacoli, dei congressi, dei musei, solo per citare gli esempi più ovvi. Il numero delle persone che lavorano la domenica aumenta. Lo fanno tutti controvoglia? Si sentono tutti dei forzati o delle vittime? Sicuramente no. Il lavoro domenicale permette di creare dei posti di lavoro. Molte donne madri di famiglia arrotondano – o potendo arrotonderebbero – volentieri con delle ore domenicali.

Uno dei conclamati punti deboli del turismo nel nostro Cantone è la schematicità degli orari d’apertura dei negozi.

Tra euro, brutto tempo e collegamenti ferroviari interrotti, il turismo ticinese – che ormai si trova in concorrenza diretta con le mete più rinomate raggiungibili con voli low cost – non si può permettere di andare avanti per forza d’inerzia. Perché non consentire a quei commercianti che vogliono lavorare la domenica di farlo? La richiesta locarnese di deroghe speciali estive pro-turismo non era certo un’eresia. Che orari d’apertura dei negozi più adatti ai ritmi del turista (anche del visitatore di giornata, in gita “fuori porta”) e meno simili a quelli di uno sportello bancario gioverebbero al settore turistico, che non è  proprio il più irrilevante del Cantone, è fuori di dubbio. Oltretutto si tratta di una deroga limitata ad un preciso periodo dell’anno. Perché non pensare ad una serie di aperture straordinarie finalizzate al turismo,  vincolate al rispetto dei diritti dei lavoratori e all’impiego di residenti?

Fa specie sentire i $indakati ro$$i, noti per l’intransigenza delle loro posizioni, tirare in ballo a giustificazione del categorico njet al lavoro domenicale anche la Messa, quando torna comodo, ed inneggiare alla sacralità della domenica, chiosando con magniloquenza che il divieto di lavoro domenicale sarebbe una questione “di civiltà”. E quelli che già adesso lavorano la domenica (compresi i preti, tra l’altro), cosa sono, tutti incivili?

Lorenzo Quadri

Controlli nelle banche: e poi?

Per la serie, meglio tardi che mai, il Consiglio di Stato comincia a sospettare che nel settore amministrativo, comprese le banche, stia avvenendo una sostituzione di dipendenti ticinesi con frontalieri. Ma va?

Per questo il Consiglio di Stato, rispondendo ad un’interrogazione, ipotizza dei controlli. Del resto ignorare il problema non porterebbe a nulla. L’unico   a non averlo capito è il famigerato segretariato di Stato dell’Economia (SECO). Quello dell’”immigrazione uguale ricchezza”. Quello che, ancora nei mesi scorsi, preparava per il Consiglio federale una velina in cui si leggeva: non risulta che in Ticino sia in atto un soppiantamento dei residenti da parte di personale frontalieri.

Come no. Il numero totale dei frontalieri presenti in Ticino è passato, dal 1999 al 2011, da 26mila a 54mila; quello  dei frontalieri nel terziario è esploso da 10mila a 29mila (+180%); e secondo la SECO questo sarebbe possibile senza un soppiantamento dei residenti.  I conti non tornano proprio. Del resto basta ricordare una semplice cifra relativa all’anno scorso: il numero di posti di lavoro creati in Ticino nell’arco del 2011 è stato di ca 3000 unità, ma i frontalieri sono aumentati di 6000. Fossero aumentati di 3000, come è stato il caso nel 2010, ciò avrebbe significato che tutti i nuovi posti di lavoro creati sono andati a dipendenti in arrivo da oltreconfine. Un aumento di 6000 vuole invece dire che, dove prima lavoravano dei ticinesi, adesso lavorano dei frontalieri. Quindi una sostituzione – o soppiantamento che dir si voglia.

Che il Consiglio di Stato,  dopo averne mangiate dieci fette, si accorga che era polenta, non può che essere valutato positivamente. Peccato che lo stesso Consiglio di Stato, quando prese posizione, prima dell’ultima votazione popolare sul tema, a favore della libera circolazione delle persone (quando per principio il CdS non dà indicazioni di voto su temi federali) non abbia affatto indicato il rischio di soppiantamento dei residenti sul mercato del lavoro, e l’abbia anzi smentito ad oltranza. Del resto in buona compagnia. Vero kompagni? Vero partiti $torici?

Tuttavia, i controlli servono a qualcosa se associati con possibilità di sanzioni. E’ infatti stato proprio questo uno dei principali temi di discussione nel dibattito in Consiglio nazionale sul potenziamento delle misure accompagnatorie ai Bilaterali, dibattito tenutosi nella sessione parlamentare conclusa venerdì. In questa occasione si sono giustamente denunciate le sanzioni irrisorie nei confronti dei falsi indipendenti. Nei confronti della banca, dell’assicurazione, della fiduciaria eccetera che assume dipendenti frontalieri e lascia a casa i ticinesi non esiste però nessuno tipo di sanzione. Se qualcuno pensa che ricevere  una telefonata da parte dell’Ufficio del lavoro costituisca, per il datore di lavoro  con pochi scrupoli, un deterrente in grado di arginare l’increscioso fenomeno di soppiantamento, forse si stanno coltivando delle pericolose illusioni. Le misure accompagnatorie lo dimostrano: i controlli (che vanno fatti) non sortiscono i risultati sperati dove ci sono le sanzioni;  figuriamoci dove non ci sono.

Va bene controllare, ma poi? La morale è sempre la stessa. Se non si fa in modo che il residente abbia la precedenza nelle assunzioni, e questo a titolo obbligatorio, non se ne uscirà mai.

Lorenzo Quadri

 

L’UE fallita vuole imporci le sue leggi

E il Consiglio federale, pur di accontentare i suoi padroni di Bruxelles, si inventa compromessi cervellotici a spese dei cittadini svizzeri

 

 

L’Unione europea è ormai giunta al capolinea. Un cospicuo numero di Stati membri è ad un passo dalla bancarotta, o è già fallita come la Grecia. L’implosione dell’euro, per puntellare il quale la Banca nazionale spende decine di miliardi, è considerata un’ipotesi sempre più plausibile.

La libera circolazione delle persone si è dimostrata un fallimento. I  premier europei, contro il parere dei balivi di Bruxelles, hanno deciso per il ripristino dei controlli al confine. La società multikulturale è completamente fallita.

 I governi di $inistra recentemente eletti sono al potere con il voto islamico. Come emerge dallo studio condotto al proposito dal politologo Kern, che non ci risulta iscritto alla Lega dei Ticinesi, «musulmani e $inistra condividono l’avversione per i tradizionali valori giudaico-cristiani» e «l’Islam sostiene con convinzione il dogma multikulturale dei $ocialisti, e intende utilizzarlo per promuovere l’islamizzazione dell’Europa».

L’UE non è in grado di dare lavoro ai suoi cittadini, e se ne sono accorti perfino i finti rifugiati magrebini, alcuni dei quali, giunti in Europa con chissà quali intenti, dopo un tour tra Italia, Spagna, Francia, hanno commentato: «siete finiti».

Questa Unione europea artificiale, deleteria per i popoli cui è stata imposta e chiaramente vicina allo sfascio, ha ancora il coraggio di avanzare delle pretese e di imporre dei Diktat. E con chi fa la voce grossa? Ma naturalmente con la Svizzera, l’unica che ancora le dà retta.

L’UE vorrebbe imporci la ripresa automatica di una barcata di sue leggi. Eh già. Cosa ce li abbiamo a fare un parlamento e soprattutto dei diritti popolari, se le leggi ci vengono calate dall’alto dai balivi di Bruxelles, non eletti da nessuno e quindi privi di qualsiasi legittimazione democratica, e senza la possibilità, per il popolo sovrano, di emettere un cip? Mentre noi andiamo a votare per poter sottoporre al giudizio popolare gli accordi internazionali, l’UE allo sfascio vuole imporci le sue leggi. Naturalmente con la complicità della $inistra che, perdente davanti popolo con le sue smanie multikulturali ed internazionaliste, tenta di imporle tramite UE, bypassando la volontà dei cittadini.

E il Konsiglio federale cosa fa? Un governo degno di questo nome avrebbe mandato l’UE, che pretende di imporci le sue leggi, a quel paese nel giro di venti secondi. Invece l’Esecutivo elvetico, servile come sempre, si inventa escamotage cervellotici, assurdi, antidemocratici e naturalmente a danno dei cittadini svizzeri, pur di accontentare i suoi padroni europei – i quali, come da copione, non sono soddisfatti.

Noi di leggi dell’UE non ne vogliamo. La centralistica ed antidemocratica UE, oltre ad essere finita (se ne accorgono perfino i finti rifugiati magrebini) ha portato solo sventure ai popoli che ne fanno parte. Il nostro motto è: più euroincompatibili siamo, meglio è. Bisogna mettere con ogni mezzo i bastoni tra le ruote all’omologazione europea, bloccando la marcia di avvicinamento della Svizzera a Bruxelles. Altrimenti, sarà la nostra rovina.

Vertice Roma-Berna: fumo tanto, ma l’arrosto…?

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Se per fine giugno i negoziatori elvetici non avranno portato a casa niente di concreto, i ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri andranno nuovamente bloccati, e questa volta nella misura del 100%

 

Malgrado le dichiarazioni ottimistiche, che ormai lasciano il tempo che trovano, si prende atto che anche l’incontro dello scorso martedì  12 giugno tenutosi a Roma tra la ministra delle Finanze del 5% Eveline Widmer Schlumpf e il premier italiano non eletto Mario Monti si è concluso con un nulla di fatto. A parte, ovviamente,  le attestazioni di buona volontà che però valgono come il due di briscola. Il fatto che si parli di trattative “lunghe” indica in maniera evidente la volontà italiana di diluire il brodo.  Ancora una volta dunque i negoziatori svizzeri, compresa la ministra delle Finanze del 5%, si fanno portare a spasso dagli “amici” d’oltreconfine. Ovvero,  si fanno infinocchiare senza ottenere nulla in cambio.

In Ticino lavorano 54mila frontalieri;  i quali guadagnano, e parecchio nel paragone con gli standard italiani, grazie al nostro paese. Il Ticino versa i ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri senza i quali, e lo si è ben visto, i comuni italiani della fascia di confine (che dovrebbero essere i più ricchi), sono sott’acqua.

La bilancia degli scambi commerciali tra Svizzera ed Italia è favorevole all’Italia. Il Bel paese è in bancarotta. Questo stato di cose deve pur avere un peso contrattuale. Ma naturalmente a Berna si finge di non sapere (o non si sa proprio, ciò che non stupirebbe visto l’interesse dimostrato Oltregottardo per le questioni ticinesi).

Ma i negoziatori, a partire dalla ministra delle Finanze del 5%, non sanno far valere nemmeno questi elementari argomenti. Si fanno dettare agenda e tempi dall’Italia. E’ evidente che il presupposto minimo per il proseguimento delle trattative è la cancellazione della Svizzera dalle black list italiane e la rottamazione dei fiscovelox.  Si è mai visto un paese che dà lavoro ad oltre 54mila cittadini di uno Stato estero, ciò che avviene a scapito dei residenti, e ciononostante tollera tranquillamente di finire sulle liste nere illegali di tale Stato?

Al di là dei fumogeni, c’è una dichiarazione fatta dal premier italiano non eletto che è meritevole di nota. Monti, riferendosi al blocco dei ristorni, ha parlato di una situazione “che creava disagio” e il cui sblocco ha portato all’avvio delle trattative. Dunque:  1) il blocco dei ristorni è servito eccome; 2) il blocco dei ristorni è uno strumento efficace; 3) senza il blocco dei ristorni – voluto ed ottenuto dalla Lega con grande stizza di kompagni ed ex partitone – l’Italia avrebbe continuato a trattare impunemente la Svizzera da Stato canaglia. Approfittando contemporaneamente, a nostro danno, di tutti i vantaggi che comporta, per la Penisola, la libera circolazione delle persone con il nostro paese. Perché tanto “gli svizzeri sono fessi e non si accorgono di niente”.

Noi non abbiamo la benché minima fretta di concludere accordi fiscali con l’Italia, e certamente non nei termini di quelli siglati con Germania, Gran Bretagna ed Austria. E’ chiaro, ed è emerso anche dalle dichiarazioni di martedì, che Monti pensa che i ristorni non verranno più bloccati. Da ciò si deduce che la ministra del  5% non ha nemmeno ventilato l’ipotesi di un nuovo blocco a fine mese nel caso in cui le trattative non dessero esito. Come è appunto il caso finora. Ancora più inquietante è che, evidentemente, nemmeno la direttrice del DFE, pure presente all’incontro, abbia menzionato questa opzione.

Manca poco al momento della verità. Ossia al momento in cui sapremo se il Consiglio di Stato ha sbloccato i ristorni per dare una possibilità all’Italia, come dice la versione ufficiale, oppure se ha, semplicemente, calato le braghe. A fondo perso.

Va da sé che se a fine mese vigesse ancora l’attuale situazione di stallo, occorrerà bloccare nuovamente i ristorni, nella misura del 100%.

Lorenzo Quadri

 

Gottardo: il completamento non pregiudica il trasbordo

La situazione sull’asse del Gottardo si fa sempre più critica. La frana di Gurtnellen, la seconda in un paio di mesi, ha dimostrato la fragilità del collegamento ferroviario  nord – sud. Secondo la versione ufficiale tuttora in vigore, i binari saranno chiusi per un mese. Tuttavia già da qualche giorno circolano voci secondo cui la ferrovia potrebbe rimanere chiusa per addirittura tre mesi. La sola ferrovia, dunque, non è in nessun modo una garanzia che il Ticino non resterà completamente tagliato fuori dal resto della Svizzera se la galleria autostradale sarà chiusa per più di tre anni a seguito dei noti lavori di risanamento.

 Morale: non è in nessun caso accettabile chiudere il tunnel autostradale per oltre tre anni tentando di far credere che si supplirà tramite la ferrovia. La quale, tra l’altro, non dispone nemmeno della capacità sufficiente per caricare tutte le auto ed i camion sul treno. C’è da sperare che il Consiglio federale, la cui decisione in materia di secondo traforo autostradale è imminente, abbia tratto le dovute conclusioni dalla frana.  Del resto sulla stampa d’Oltralpe anche il kompagno Pedrina, fautore di tre anni e mezzo di chiusura del tunnel, ha dichiarato di essere preoccupato per il rischio di isolamento del Cantone. Bene, allora che si comporti di conseguenza!

 

Il vento è cambiato

Visto il tema “caldo”, giovedì  sul mezzogiorno  la LITRA, servizio d’informazione per il trasporto pubblico, ha organizzato un evento informativo sul traffico nord-sud. Presente il direttore dell’Ufficio federale delle strade (USTRA) Rudolf Dieterle. Dal cui intervento tutti hanno capito che l’ipotesi del completamento del Gottardo  negli ultimi tempi è diventata sempre più realistica. In particolare il direttore dell’USTRA, che “in proprio” non è certo un sostenitore  del secondo traforo, ha smontato in pochi secondi uno dei principali argomenti dei kompagni ro$$overdi, fautori di tre anni di chiusura del tunnel. Ossia che la realizzazione del secondo traforo del Gottardo pregiudicherebbe  la politica di trasbordo dalla strada alla ferrovia. Al proposito, Dieterle ha parlato chiaro: sono tutte balle. Tutte balle, perché 1) con due tunnel ad una sola corsia bidirezionale non aumenterebbe  la capacità del traforo e 2) già adesso la capacità del traforo per i tunnel non è esaurita, ma ciononostante si trasborda. Quindi il trasbordo non dipende dall’esaurimento delle capacità.

Dieterle ha inoltre sottolineato l’ovvietà che il secondo traforo risolverebbe anche il problema di tutte le future ristrutturazioni.  Come valutare questi interventi?

“E’ un segnale positivo, un segnale che il vento sta cambiando – commenta il consigliere nazionale leghista Lorenzo Quadri, membro della Commissione dei trasporti della Camera del popolo -. I discorsi che si sentivano, anche in Commissione dei trasporti, ad inizio legislatura, erano di tenore ben diverso. Anche gli interventi dello stesso Dieterle. Non dico che l’ipotesi di raddoppio venisse irrisa, ma certamente era considerata assai remota. Poi la situazione è cambiata”.

Per quali motivi? “Sicuramente una serie di fattori oggettivi, e le richieste di approfondimento arrivate dal Ticino hanno contribuito a mettere a nudo  gli studi federali sballati che volevano presentare  come efficace il sistema di navette con cui si accompagnerebbe la chiusura triennale.  Però anche i deputati ticinesi hanno fatto la propria parte. Nella Commissione dei trasporti del Nazionale a rappresentare il Ticino ci siamo io e Fabio Regazzi; in quella degli Stati Filippo Lombardi. Tutti siamo convinti sostenitori del completamento del  traforo del Gottardo. D’altra parte non c’è alternativa. E tutti ci siamo dati, e ci stiamo dando da fare per perorare la causa del secondo tubo. Il Ticino si è dunque presentato compatto. Nello scorso quadriennio non era il caso. Basti pensare che nella Commissione dei trasporti del Nazionale sedeva Fabio  Pedrina”.

MDD

 

Lo sfascio della piazza finanziaria

Le “brillanti” politiche del Consiglio federale e della FINMA (in mano alla $inistra) stanno portando al crollo dell’occupazione nelle banche

 

Ma chi l’avrebbe mai detto! Nelle banche è cominciata, e già da tempo, l’emorragia di posti di lavoro. L’inquietante fenomeno emerge in modo chiaro dai dati pubblicati dalla nefanda SECO, ossia la Segretaria di Stato dell’economia; quella del capo economista kompagno ex $indakalista ro$$o Serge Gaillard, autore della notoria frase “immigrazione uguale ricchezza”. La SECO, essendo specializzata in studi ed analisi addomesticate pro sacoccia Consiglio federale, è assai poco sospetta di dipingere un quadro peggiore della realtà.

E’ quindi evidente che la situazione effettiva si presenta a tinte più fosche di quelle che figurano nelle cifre divulgate nei giorni scorsi. Cifre che sono in ogni caso inquietanti: a fine maggio i disoccupati del ramo bancario erano 3732, quasi il 20% in più rispetto all’anno scorso. Il dato rilevante è quello percentuale relativo all’aumento; le cifre assolute, apparentemente basse, dipendono dalle modalità di calcolo impiegate dalla SECO per abbassare artificialmente il numero dei senza lavoro.

Ancora più allarmanti le cifre dell’offerta dei posti di lavoro: -36% in 12 mesi. I posti offerti dalle banche private erano, in maggio, il 60% in meno rispetto a quelli del maggio 2011. Nei singoli comparti, si segnala la débâcle dell’investment banking (-54%) e dell’informatica bancaria (-51%).

 

“Emorragia di capitali”

I commenti raccolti dall’Ats al proposito di questa vera e propria morìa sono esattamente quello che ci si poteva aspettare. Di più: corrispondono in toto a ciò che da svariati mesi viene pubblicato sul tema da queste colonne (ma come? Non dovevano essere tutte balle della Lega populista e razzista?).

 Balz Stückelberger, direttore dell’Organizzazione padronale della banche in Svizzera, punta il dito contro la pletora di nuove regolamentazioni, che costano ciascuna barcate di milioni. Denise Chevret, segretaria centrale dell’Associazione svizzera degli impiegati di banca, concorda e aggiunge, papale-papale: “E’ in atto un’emorragia di capitali verso i paradisi fiscali”. Il risultato della caduta della cifra d’affari, naturalmente, è che vengono tagliati i posti di lavoro in “basso”, in particolare nel back office, con l’obiettivo di risparmiare, mentre i superstipendi e superbonus restano allegramente intatti.

Sergio Ermotti, CEO di UBS, ed il suo predecessore Oswald Grübel, alcune settimane fa hanno dichiarato che la politica del Consiglio federale metteva in pericolo 25mila posti di lavoro sulla piazza finanziaria (quante migliaia in Ticino?).

 

Chi possiamo ringraziare?

E chi possiamo ringraziare per tutto questo? Come volevasi dimostrare, la famigerata strategia del denaro pulito, che la Svizzera è la sola ad applicare in uno dei suoi continui rigurgiti di masochismo, e lo sfascio del segreto bancario a suon di accordi fiscali deleteri (vedi quelli con Germania, Gran Bretagna ed Austria), stanno demolendo una delle principali ricchezze del nostro paese. E visto che il Consiglio federale con la ministra delle Finanze del 5% (specializzatasi in politica di $inistra per conservare la cadrega in barba alle più elementari regole democratiche) ancora non bastava, ci si doveva mettere anche la FINMA, ovvero l’autorità di vigilanza sui mercati finanziari, anch’essa in mano alla $inistra. La FINMA vigilava così bene che nel 2008 non si era minimamente accorta dell’avvicinarsi del crack delle grandi banche; ma adesso si inventa ogni giorno nuove regole volte ad ostacolare gli istituti di credito svizzeri, regole che naturalmente non esistono da nessun’altra parte al mondo e che contribuiscono all’emorragia di clienti, di capitali e soprattutto – ed è quello che più ci importa – di posti di lavoro.

 

L’unica “soddisfazione”

Con l’UE e con gli USA siamo in guerra economica. Invece di difenderci, abbiamo fatto harakiri. Chi darà un nuovo lavoro alle decine di migliaia di bancari svizzeri che rimarranno disoccupati? Il Consiglio federale? La ministra delle Finanze del 5%? I kompagni con i piedi al caldo della FINMA? La $inistra?

Ricordiamoci poi che in Ticino, grazie alla devastante libera circolazione delle persone, una succosa e crescente fetta dei posti di lavoro rimasti sulla piazza finanziaria locale verrà occupata da frontalieri a basso costo, che soppianteranno i ticinesi.

 L’unica soddisfazione, se così si può dire, è che il bottino che l’UE sull’orlo del baratro pensava di ottenere dall’assalto alla piazza finanziaria svizzera sarà ben misero. Dei governi di Stati falliti il cittadino non si fida. Basta vedere come è andata a finire con gli “scudi” italiani. I soldi non dichiarati di cittadini stranieri depositati presso banche svizzere verranno, semplicemente, trasferiti in altre piazze finanziarie (dove già da mesi ci si frega le mani). Magari asiatiche, o in qualche isoletta strada. I posti di lavoro seguiranno i capitali.

E da questi paradisi fiscali, i balivi europei non otterranno un copeco. Perché lì non c’è un Consiglio federale pronto ad alzare bandiera bianca addirittura davanti a Paesi bancarottieri.

Lorenzo Quadri

CN Lega

Sussidi cassa malati: si ammetta di aver sbagliato

Il nuovo sistema di calcolo dei sussidi di cassa malati in base non più al criterio “fiscale” del reddito imponibile (cantonale), ma fondato sul criterio “sociale” del reddito disponibile semplificato ha causato una lunga serie di problemi. Problemi di cui ha dovuto prendere atto anche il Consiglio di Stato. Intendiamoci: il nuovo sistema, sulla carta e agli occhi del profano, si presentava bene. Era anche stato “venduto” in maniera efficace, sottolineando come esso avrebbe permesso di rendere più mirati ed effettivi gli aiuti erogati.

La realtà si è però dimostrata diversa dalle aspettative. Gli inghippi si sono manifestati fin da subito. La grande maggioranza dei titolari di sussidi di cassa malati se li sono visti ridurre, anche in maniera molto pesante. Ci sono persone – e non certo abbienti! – che sono passate dal sussidio massimo o giù di lì, a nessun sussidio. C’è chi, tra lo stupore e l’indignazione, si è visto assegnare, dopo mesi di attesa, una riduzione del premio di un Fr al mese, ossia 12 Fr all’anno:  si tratta dei cosiddetti “sussidi bagattella”, che suscitano stupore ed indignazione tra chi se li vede accollare.

Il Consiglio di Stato ha quindi dovuto correggere il tiro. Adottando tra l’altro (ma non lo ammetterà mai, figuriamoci…) delle proposte presentate dalla Lega. Quale, appunto, l’abolizione dei sussidi bagattella. E’ però rimasta in vigore una delle, se non la, misura più penalizzante di tutte: l’abrogazione delle franchigie per la piccola proprietà. In sostanza, detto in parole povere, la “legnata” sul groppone dei proprietari della propria casetta o appartamento non viene cancellata.  Ricordiamo che la Lega dei Ticinesi ha chiesto, tramite mozione, il ripristino di queste franchigie.

Il nuovo sistema in pochi mesi ha già portato con sé una bella dose di grattacapi. Non è usuale, infatti, che il governo si ritrovi a fare il pompiere in tempi così brevi su una riforma. Anche perché è leggermente imbarazzante. Ma a questo punto, imbarazzo per imbarazzo, tanto vale saltare il fosso e ammettere di aver “toppato”. Sbagliare non è vietato. E forse è davvero il caso di interrogarsi subito se non sia il caso di accantonare l’esperimento e cambiare cavallo, ossia tornare a calcolare i sussidi di cassa malati in base ad un criterio diverso, dato che quello del reddito disponibile semplificato non ha mantenuto le promesse.

Bruno Cereghetti, già capo dell’Ufficio assicurazione malattia, ed ora consulente in proprio, ha anche indicato quale potrebbe essere la base di calcolo alternativa: l’imponibile federale, con qualche correzione.

Una cosa è certa, il disagio tra la popolazione – e i titolari di sussidi di cassa malati sono circa un terzo dei ticinesi – è reale ed è già presente ora. Non ci si può permettere di attendere due o tre anni per avere le risultanze dell’ennesimo studio addomesticato dell’USI o della SUPSI che, per non far sfigurare il committente (Cantone) dirà che “Tout va bien, Madame la Marquise” (un po’ come i rapporti della SECO sulla libera circolazione delle persone, per intenderci).  Bisogna intervenire prima.

Lorenzo Quadri

Frana al Gottardo: potenziare i collegamenti aerei verso il Ticino

Interpellanza al Consiglio federale

 

A causa della frana caduta nei giorni scorsi sui binari, purtroppo con esito tragico, tra Erstfeld e Göschenen, i collegamenti ferroviari tra il Ticino e il resto della Svizzera resteranno interrotti per un mese; è quindi stato reso operativo  un sistema di bus navetta.

Tuttavia i bus navetta prevedono dei disagi non di poco conto per chi giunge in Ticino da Nord delle Alpi per turismo o business:

       maggiore durata del viaggio

       un numero nettamente superiore di cambi, particolarmente problematico per le persone anziane e/o  che viaggiano con bagaglio.

E’ chiaro che la prospettiva di dover effettuare la trasferta a queste condizioni costituisce un deterrente, che non mancherà di nuocere alla stagione turistica ticinese, già chiaramente negativa.

I problemi annunciati nel traffico merci su ferrovia porteranno poi giocoforza ad un aumento dei TIR in autostrada, rendendo più disagevole, per chi arriva da nord delle Alpi, anche il viaggio verso in Ticino in autostrada. Dunque un ulteriore deterrente.

L’accaduto dimostra inoltre come non sia pensabile chiudere il tunnel autostradale del S. Gottardo per oltre tre anni per i noti lavori di manutenzione, facendo affidamento solo sulla ferrovia.

E’ quindi importante promuovere in tempi rapidissimi delle azioni speciali per il trasporto aereo verso il Ticino.

Chiedo al lod. Consiglio federale:

       il Consiglio federale è disposto a partecipare finanziariamente ad azioni volte ad intensificare (con voli supplementari) e a rendere più conveniente il viaggio aereo sulla tratta Zurigo – Lugano per parzialmente rimediare ai danni che la chiusura della linea ferroviaria del Gottardo provocherà alla stagione turistica ticinese, già negativa?

 

Con la massima stima

Lorenzo Quadri

CN Lega

Ripristinare i controlli in dogana

Mozione al Consiglio federale

 

Ripristino dei controlli doganali in considerazione della decisione del Consiglio dei ministri europei (7 giugno 2012)

 

Oggi 7 giugno 2012  gli Stati Schengen hanno deciso di conferirsi maggiore autonomia in materia di ripristino dei controlli alle frontiere, contro il parere della Commissaria europea agli affari interni.

 

Il modello di decisione centralizzato, che toglie autonomia ai singoli Stati in una questione di vitale importanza per la loro stessa esistenza, quale è appunto la sorveglianza ai confini, viene dunque ulteriormente annacquato: dimostrazione che non funziona.

 

Dimostrazione pure che quanto era stato detto ai tempi della votazione popolare sull’adesione della Svizzera agli accordi di Schengen, ossia che i controlli all’interno del territorio avrebbero aumentato la sicurezza sul territorio, come prevedibile non corrisponde alla realtà.

 

In particolare nelle zone di confine si assiste ad un aumento della criminalità transfrontaliera. In Lombardia i reati contro la persona e la proprietà sono fonte di preoccupazione.. A ciò si aggiungono i ben noti flussi di asilanti; al proposito di recente il ministro degli Esteri libico ha annunciato al suo omologo italiano una nuova impennata di arrivi per l’estate. Da qui l’esigenza di un sensibile potenziamento dei controlli sui nostri confini, ed in particolare su quelli a sud.

 

Con la seguente mozione si chiede al Consiglio federale:

 

         di stabilire, in considerazione anche della decisione del 7 giugno dei Consiglio dei ministri europei, un sensibile potenziamento dei controlli al confine.

 

 

Lorenzo Quadri

Consigliere nazionale

Lega dei Ticinesi

Sì ad un’iniziativa per il ceto medio

Il prossimo 17 giugno saremo chiamati alle urne per votare sull’iniziativa sul risparmio per l’alloggio. Qualcuno a questo punto verrà colto da una sensazione di déjà-vu. E’ infatti vero che un’iniziativa simile, molto simile, è stata posta in votazione  lo scorso 11 marzo. A livello federale è stata respinta con il 55.8% dei No contro il 44.2% dei No. In Ticino le cose sono invece andate diversamente. L’iniziativa, nel nostro Cantone, è stata approvata dal 63% dei votanti: quindi da una solida maggioranza.

La differenza tra le due iniziative, che sono state messe in votazione a così poca distanza una dall’altra per una serie di circostanze più o meno fortuite, risiede in sostanza nel fatto che, se quella votata a marzo riguardava anche il risanamento degli edifici, questa contempla solo l’acquisto della casa d’abitazione.

Gli avversari dell’iniziativa per il risparmio alloggio non hanno mancato di suonare la campana, questa sì populista, del regalo ai ricchi. Si tratta di una panzana grossa (già che siamo in tema) come una casa. In effetti, l’iniziativa risparmio-alloggio permette di defiscalizzare un importo di al massimo 10mila Fr all’anno, per 10 anni: ovvero 100mila Fr. Ma forse che qualcuno può credere seriamente che il ricco abbia voglia di aspettare 10 anni per cumulare 100mila Fr esentasse per acquistarsi la casa d’abitazione? No di sicuro. Tanto per cominciare, gli standard abitativi del “borsone” non sono di sicuro soddisfatti da un oggetto che si può acquistare con 100mila Fr di capitale proprio. Sono assai più elevati. Con 100mila Fr di capitale proprio non si acquista né un attico né una villa, ma solo un’abitazione modesta. E con altrettanta sicurezza, il “borsone” non aspetta 10 anni!

Del resto, la prova del nove viene dal Cantone Basilea Campagna dove il risparmio-alloggio esiste da 20 anni. Ebbene, la media delle persone che vi fa ricorso ha un imponibile annuo di 56mila Fr.

Quindi non stiamo parlando di ricchi, stiamo parlando di ceto medio e di giovani (visti i tempi d’attesa decennali). Non solo: stiamo parlando di ceto medio che è disposto a fare dei sacrifici per “metter via qualcosa”. La rosa dei potenziali beneficiari si restringe dunque sempre più. Accantonare 800 Fr al mese (10mila Fr all’anno) significa disporre di un reddito medio e di buone dosi di parsimonia.

Così come non stiamo parlando di ricchi, nemmeno  stiamo nemmeno parlando di regalo. Infatti il costo stimato dell’iniziativa è di 96 milioni di Fr per tutti i Cantoni e di 36 per la Confederazione, il che si traduce nello 0.25% (!) del gettito totale della Svizzera. Ma soprattutto: i 100mila Fr accantonati esentasse verranno poi trasformati in mattoni, ossia in sostanza “al sole” che viene tassata, ritassata, e tassata ancora. Un affare anche per l’erario, dunque. Senza contare che i proprietari di un appartamento o di una casetta in futuro (ad esempio al momento di entrare in una residenza per anziani) non beneficeranno di prestazioni complementari.

C’è poi anche un altro elemento su cui è necessario attirare l’attenzione. Gli avversari del risparmio alloggio dicono che l’iniziativa non serve in quanto, per acquistarsi la casa, è già possibile prelevare i fondi previdenziali. Ma qui – come sull’accusa di voler fare regali ai ricchi – l’asino casca nuovamente, e casca a ripetizione. Primo: nella maggioranza dei casi i fondi previdenziali prelevati per acquistare casa non vengono reintegrati. Quindi, chi li usa per l’abitazione paga poi pegno a livello pensionistico. Ma sia la previdenza sociale che l’alloggio di proprietà sono due obiettivi costituzionali distinti. Non è quindi normale che, come oggi, vadano uno a scapito dell’altro. Ma soprattutto: nel suo rapporto sul futuro del II pilastro, datato dicembre 2011, il Consiglio federale propone di ridurre drasticamente la possibilità di prelevare fondi previdenziali per comprare casa. Quindi, questa possibilità potrebbe venire a cadere. Di modo che, senza l’opzione offerta dall’iniziativa risparmio-alloggio, di incentivi per l’abitazione di proprietà non ce ne sarebbero più!

Per questo il 17 giugno mettiamo nell’urna un bel sì al risparmio-alloggio. Che del resto è una delle poche iniziative a vantaggio del bistrattato ceto medio;  e già questo sarebbe motivo sufficiente per sostenerla.

Lorenzo Quadri

CN Lega

Gottardo: non ci sono alternative

La frana caduta sulla ferrovia tra Erstfeld e Göschenen nei giorni scorsi, purtroppo con esito drammatico, ha messo in luce con prepotenza come non sia pensabile, nel modo più assoluto, chiudere il tunnel autostradale del San Gottardo per oltre tre anni a causa dei famigerati lavori di ristrutturazione.

A seguito della frana, la linea ferroviaria rimarrà chiusa non per un giorno o una settimana, ma addirittura per un mese. Si tratta della seconda frana in due mesi. Il risultato sono evidenti disagi per i viaggiatori, costretti a venire sbalzati da treni a bus navetta, con allungamento del tempo di trasferta. Ovviamente l’accaduto non giova affatto al turismo ticinese, che già si trova in difficoltà: l’ennesima tegola era, dunque,  proprio l’ultima cosa che ci voleva.

La frana e la conseguente interruzione ferroviaria per un mese dimostrano come il collegamento su binari da solo non basti nemmeno lontanamente ad impedire l’isolamento del nostro Cantone dal resto della Svizzera. Immaginiamoci dunque quale sarebbe la situazione se la frana fosse caduta a traforo autostradale chiuso. Il Consiglio federale, nella sua ormai imminente decisione sulla realizzazione o meno di un secondo tunnel autostradale al Gottardo senza aumento di capacità (quindi nel rispetto dell’articolo costituzionale sulle Alpi) dovrà considerare che, alla luce di questi due precedenti, oltretutto verificatisi a pochi mesi di distanza uno dall’altro,  pensare che la ferrovia possa supplire al collegamento su gomma è una pia illusione; o (a voler pensar male) una panzana. La ferrovia non offre alcuna garanzia.

 

Investimento sul lungo termine

Nei giorni scorsi il Consigliere federale Schneider Ammann ha dichiarato di essere favorevole al secondo tunnel. Ma  è normale, se solo si pensa che Schneider Ammann è il ministro dell’economia e la chiusura del Gottardo sarebbe, per il Ticino e non solo, una catastrofe economica. Inoltre, negli ultimi mesi è apparso chiaro come la differenza sia di costi che di tempistica tra la variante “realizzazione di un nuovo traforo” e quella “chiusura per tre anni con treni navetta sostitutivi” si faccia sempre più sottile. Con la differenza, però, che i 700 e rotti milioni per le cosiddette misure fiancheggiatrici (definizione che già suona funesta, si pensi solo alla libera circolazione delle persone) sarebbero gettati al vento, sarebbero spesi “per il gatto” (für die Katze, come dicono Oltralpe).

Infatti il Consiglio federale, rispondendo ad una domanda del sottoscritto, ha dichiarato che le megastazioni di trasbordo – quella di Biasca sarebbe di quasi 100mila metriquadri – una volta risanato il Gottardo, verrebbero smantellate. Non c’è, infatti, alternativa. Tenerle significherebbe affossare la costruzione di stazioni di trasbordo in Italia (la quale avrebbe buon gioco nel dire di utilizzare la struttura già esistente a Biasca). Col risultato di vanificare l’obiettivo del  “camion sul treno da confine a confine”.

Inoltre, è già appurato che le citate misure fiancheggiatrici, proprio come quelle applicate ai Bilaterali, sarebbero un disastro. La strada ferrata non dispone, ma neppure lontanamente, della capacità sufficiente, nemmeno con AlpTransit aperto, per caricare camion ed automobili sul treno.

Per contro, il secondo tunnel autostradale costituirebbe un investimento a lungo termine, che permetterebbe inoltre di garantire la stabilità del collegamento e soprattutto – cosa che i kompagni ro$$overdi dimenticano spesso e volentieri – la sicurezza. Fa specie dunque che da un lato, in nome della sicurezza sulle strade, il citato $inistrume pretenda tutte le misure più talebane e deresponsabilizzanti nei confronti degli automobilisti, ma che contemporaneamente chiuda però gli occhi sulla trappola mortale costituita da un tunnel bidirezionale di 16 Km.

Insomma, il completamento del tunnel autostradale del San Gottardo non è più nemmeno una decisione politica. Non è nemmeno una decisione, dal momento che le scelte alternative sono inesistenti.

 

 

Legge sull’asilo, vi aspettiamo al varco…

Ordinaria amministrazione in quel di Chiasso. La scorsa domenica alle 17, quindi in pieno giorno, un’anziana di 77 anni è stata rapinata mentre tornava dalla messa. Alla signora è stata strappata la collana d’oro che stava indossando, di grande valore sentimentale (e non solo). Intervistata il giorno dopo dal CdT, la vittima della rapina ha dichiarato: “vivo a Chiasso da 50 anni ma una cosa del genere non mi era mai successa”.

Ora arriva il bello: indovinate un po’ chi è l’autore della rapina? Forse un oriundo di Pedrinate? Un patrizio di Morbio Inferiore? Un attinente della Valle di Muggio? No: trattasi, per l’ennesima volta, di un richiedente l’asilo, ossia di un finto rifugiato. Uno di quei signori (tutti giovani uomini soli) che arrivano in Svizzera non certo perché perseguitati politicamente, ma per farsi mantenere dagli svizzerotti fessi e, non ancora contenti, pure per delinquere.

Giovedì nel tardo pomeriggio, quasi alla stessa ora, l’episodio si ripete, con modalità ancora peggiori. In via Franscini (quindi in una) il criminale “non patrizio” (si sospetta si possa trattare sempre della stessa persona, se di “persona” si può parlare) avvicina un’altra anziana, questa volta di 74 anni, ma non si limita a strapparle la collana. Prima la strattona, poi la prende a pugni (!) e poi si impossessa del monile. Capito? Questi galantuomini, che la $inistra naturalmente difende, prendono a pugni le ultrasettantenni!

 

La misura è colma

Di questi soggetti, che hanno reso Chiasso un posto dove si deve aver paura ad andare in giro e non solo la sera o la notte, ma anche in pieno giorno, non se ne può davvero più. Simili figuri hanno trovato in Svizzera il paese del Bengodi grazie ad un ordinamento giuridico $inistroide, lassista e buonista, in base al quale dei delinquenti vengono considerati alla stregua di perseguitati politici, con risultati catastrofici sia per chi ha la sfortuna di abitare dove ci sono dei centri asilanti, ma pure per i veri rifugiati, i quali finiscono nello stesso calderone assieme ad individui il cui posto sarebbe in una prigione; e  non certo a nostre spese in Svizzera, ma al loro paese d’origine.

La prossima settimana, dopo un parto lungo e laborioso, il Consiglio nazionale dibatterà sulla riforma della legge sull’asilo.  La riforma prevede finalmente qualche inasprimento ed un maggiore sostegno finanziario della Confederazione ai Comuni che si trovano ad ospitare i famigerati centri di registrazione, Chiasso in primis, facendosi carico delle spese d’ordine pubblico provocate dai sedicenti rifugiati.

Alcune proposte nel senso di un necessario giro di vite saranno presentate dalla Consigliera nazionale leghista Roberta Pantani, membro della Commissione delle Istituzioni politiche del Consiglio nazionale, ossia di quella Commissione che ha esaminato la riforma, portandovi anche vari correttivi.

 

Il njet del Consiglio federale

Naturalmente il Consiglio federale non si smentisce e dice njet ad una delle modifiche più importanti. Ossia internare o rinviare immediatamente i richiedenti l’asilo che delinquono. Secondo la kompagna $imonetta $ommaruga queste misure non sarebbero possibili in uno Stato di diritto.

Bene, allora noi alla Konsigliera federale $ocialista diciamo che in uno Stato di diritto non è neppure possibile che delle signore anziane vengano malmenate e rapinate da un asilante in pieno giorno ed in mezzo ad una strada, in uno Stato di diritto non è possibile che finti rifugiati causino risse quotidiane, in uno Stato di diritto non è possibile che sedicenti asilanti rubino nei negozi minacciando le commesse, in uno Stato di diritto non è possibile che finti rifugiati ubriachi da mattina a sera aggrediscano dipendenti comunali che fanno il proprio lavoro, in uno Stato di diritto non è possibile che finti rifugiati molestino i chiassesi, in uno Stato di diritto non è possibile che finti rifugiati esproprino la popolazione residente dei suoi giardini e spazi pubblici pagati dai contribuenti e non certo per gli asilanti ma per i cittadini e le famiglie di Chiasso, in uno Stato di diritto non è possibile che finti rifugiati spaccino in tutto il Cantone circolando sui treni (chi paga il biglietto?) e muniti di telefonini (forniti e pagati da chi?), in uno Stato di diritto non è possibile che sedicenti profughi urinino, defechino e commettano atti di vandalismo sulla proprietà pubblica e privata, in uno Stato di diritto non è possibile che persone che arrivano in Ticino senza avere alcun diritto di rimanerci approfittino delle vistose lacune di leggi-colabrodo per mettere a ferro e fuoco una città e restando nella più totale impunità!

L’autorità federale settimana prossima dovrà capire che non si può sacrificare la qualità di vita di intere comunità di contribuenti chiedendo “sacrifici” e “comprensione”, perché in quello che accade a Chiasso (e non solo) di comprensibile non c’è proprio nulla e la gente non vede – a ragione – alcun motivo di continuare a fare sacrifici per dei delinquenti e per un Consiglio federale che si ostina a difenderli in sfacciata violazione di ogni decenza e buon senso.

Lorenzo Quadri

CN Lega

10 anni di Bilaterali: proprio niente da festeggiare!

Il 1° giugno gli Accordi bilaterali hanno compiuto 10 anni. 10 anni al cui proposito c’è ben poco da festeggiare, almeno per il Ticino. Infatti il decennio ha comportato un netto peggioramento sia a livello di sicurezza che di mercato del lavoro.

Furti e rapine nelle abitazioni si sono moltiplicati, specie ai danni di anziani. L’ultima si è consumata venerdì a Lugano. E  non veniteci a dire che la libera circolazione delle persone non c’entra.

Confrontati con un’UE allo sfascio economico e sociale, che, incapace di creare lavoro per i suoi abitanti, li spinge apertamente ad emigrare; trovandoci a fare i conti con un’UE che ha permesso la creazione di banlieues e campi rom in cui la polizia nemmeno osa entrare, avremmo dovuto potenziare le frontiere invece di fare l’esatto contrario. Come disse un saggio visitatore straniero: «Una nazione che non difende i propri confini è una nazione morta».

Si potrà obbiettare che un decennio fa la crisi attuale non era prevedibile. E’ allora drammatico che non si sia in grado di adattarsi alle mutate circostanze che impongono un drastico cambiamento di rotta.

Per quel che riguarda il mercato del lavoro, poi, la situazione è fin troppo chiara, in barba alle panzane messe in giro dalla SECO nei suoi rapporti avulsi dalla realtà e redatti per permettere al Consiglio federale di andare in giro a dire che “tout va bien, Madame la marquise”. Infatti le cose vanno così bene che il Consiglio nazionale martedì ha approvato in fretta e furia una serie di adattamenti alle famose ed inutili misure accompagnatorie alla libera circolazione delle persone. Si tratta del classico cerotto sulla gamba di legno, naturalmente. Ma è anche un segnale evidente che il bilancio di dieci anni di libera circolazione delle persone non è affatto positivo. A proposito, chissà come mai nessuno dice più che con la libera circolazione delle persone i nostri giovani potranno trovare lavoro a Milano?

 

Frontalieri e terziario

Intanto, dal 1999 ad oggi, il numero dei frontalieri  presenti in Ticino è passato da 26’500 a 54mila, quindi è più che raddoppiato.  E il 1999 non è propriamente nell’alto medioevo. Il settore in cui il numero dei frontalieri è maggiormente esploso è il terziario. Si è passati dai 10mila del 1999 agli attuali 28’500. Grazie alle brillanti strategie del Consiglio federale e della ministra del 5%, Eveline Widmer Schlumpf, sulla piazza finanziaria ticinese andranno perse migliaia di posti di lavoro. In effetti, l’emorragia è già cominciata. E chi resterà a casa? I frontalieri o i ticinesi?

E, tanto per tappare la bocca ai politikamente korretti, fautori della libera circolazione delle persone, secondo i quali senza frontalieri la sanità ticinese crollerebbe, vale la pena ricordare che i frontalieri nel settore della sanità e dell’assistenza sociale sono 2900, ossia un decimo di quelli nel terziario.

A questo si aggiungono i rapporti con l’UE e con l’Italia in particolare. Con la vicina ed ex amica Penisola siamo in guerra economica ma ciononostante il Ticino  è uno dei principali datori di lavoro per cittadini della vicina Penisola. La quale però, quando fa comodo, se ne dimentica. Senza che l’autorità federale, che della situazione del Ticino se ne infischia, faccia un cip.

10 anni di Bilaterali, ma per noi proprio niente da festeggiare. In Lombardia, ovviamente, al proposito la situazione è ben diversa.

Lorenzo Quadri

 

 

Trattati fiscali: verso il referendum

 

Come c’era da aspettarsi, le Camere federali hanno approvato a maggioranza i famigerati accordi fiscali con Gran Bretagna, Germania e Austria, hanno però respinto la legge d’applicazione che serve a metterli in pratica. Il che è certamente una situazione bizzarra. Quindi passano gli accordi ma non la legge per applicare questi accordi… boh. Non è propriamente una situazione chiara, né usuale. Ne esce tuttavia un segnale di sfiducia della politica rispetto ad accordi con tassi di liberatoria superiori al 40%, quindi confiscatori e tali da spingere i titolari non certo alla regolarizzazione in Svizzera, bensì alla fuga.

E’ poi chiaro che simili accordi non sono in nessun caso applicabili all’Italia: sarebbe il colmo se ad uno Stato in bancarotta si facessero concessioni del genere, che peraltro avrebbero conseguenze deleterie per la stessa Italia dal momento che il risultato sarebbe, semplicemente, che i capitali andrebbero a finire in qualche piazza asiatica dove nessuno si sogna di sottoscrivere accordi Rubik né di fare l’esattore fiscale per Stati bancarottieri che non sono in grado di farlo in proprio. Inoltre, non si vede  per quale motivo i cittadini italiani che hanno conti non dichiarati in Svizzera dovrebbero fidarsi del governo italiano non eletto, il quale si è accanito a più riprese sui capitali già scudati, mandando in frantumi qualsiasi possibile rapporto di minima fiducia che poteva ancora esistere tra Stato (autorità fiscale) e cittadino.

Intanto è significativo l’atteggiamento dei soliti kompagni con i piedi al caldo che, non contenti di sostenere lo scambio automatico di informazioni, volevano che venisse offerto (!) un accordo Rubik, ovviamente alle stesse condizioni di Germania, Gran Bretagna ed Austria, anche ai paesi in via di sviluppo. Capita l’antifona? Non solo bisogna calare le braghe davanti a Stati falliti come l’Italia, ma perfino davanti al Terzo Mondo. Chi lavora sulla piazza finanziaria (mica solo i manager; anche i dipendenti nelle mansioni più umili) prenda nota.

Gli accordi fiscali sono referendabili: evidentemente la Lega ci sarà. L’ASNI, Associazione per una Svizzera neutrale ed indipendente, ha già annunciato il ricorso ai diritti popolari.

Al proposito, il presidente centrale ASNI, Pirmin Schwander, Consigliere nazionale Udc, ci ha dichiarato che la decisione sul lancio del referendum “verrà presa immediatamente dopo le votazioni finali, previste venerdì 15 giugno, così da poter se del caso partire con la raccolta di firme, senza perdere tempo, non appena gli accordi verranno pubblicati sul foglio ufficiale, presumibilmente nell’ultima settimana di giugno”. Sul lancio del referendum, Schwander è ottimista: “Il referendum è necessario: gli accordi approvati dalle Camere federali sono contrari all’interesse del popolo svizzero”.

Per la riuscita del referendum occorre raccogliere 50mila firme in 100 giorni.

 

Sussidi cassa malati: bisogna cambiare sistema?

Cereghetti: «Un’alternativa potrebbe essere l’imponibile federale, con qualche correttivo»

 

Il nuovo sistema di calcolo dei sussidi di cassa malati basato non più sul criterio del reddito imponibile, bensì su quello del reddito disponibile semplificato, entrato in vigore ad inizio anno, si presentava bene ed era anche stato “venduto” bene, ma nella messa in pratica ha dimostrato pesanti limiti.

Questi limiti erano stati  segnalati tempestivamente dalla Lega e dalle colonne di questo giornale. In particolare, è stato più volte sottolineato come un buon tre quarti dei titolari di sussidi di cassa malati col nuovo regime stia peggio, anche nettamente peggio di prima (c’è chi è passato dal sussidio massimo a nessun sussidio). Si deplorava poi l’abolizione della franchigia per i proprietari di una casetta o di un appartamento, i quali si ritrovano, ancora una volta, pesantemente penalizzati. Si stigmatizzavano infine anche i cosiddetti sussidi bagattella: infatti con la nuova legge ci sono persone che ricevono sussidi di 12 Fr all’anno, ossia un Fr al mese. Questi sussidi non servono assolutamente a nulla, fanno arrabbiare chi se li vede attribuire (che si sente preso in giro) e comportano costi amministrativi molto superiori agli importi erogati. Un autogol su tutta la linea, dunque.

Sui sussidi bagattella e sulla franchigia per la piccola sostanza immobiliare, la Lega dei Ticinesi ha presentato puntualmente degli atti parlamentari.

Adesso il Consiglio di Stato, dando di fatto ragione alla Lega, ha introdotto dei correttivi, raddoppiando i limiti di reddito per ottenere il sussidio massimo, abolendo i sussidi bagatella e snellendo le procedure. Si va nella giusta direzione, ma certamente non basta.

«Sono delle misure che vanno nel senso giusto, essendo nell’interesse degli assicurati – concorda Bruno Cereghetti, già capo dell’Ufficio assicurazione malattia del DSS ed attualmente consulente in proprio -. In effetti ad alcuni di questi correttivi si poteva anche pensare prima, vedi il caso dei sussidi bagattella. Tuttavia, pur andando nella direzione giusta, bisogna anche chiedersi se effettivamente con questi aggiustamenti si risolve qualcosa. Rilevo inoltre che l’abolizione della franchigia sulla sostanza, che è la misura più penalizzante, rimane in vigore. Forse – prosegue Cereghetti – bisognerebbe chiedersi se non sia il caso di passare ad un altro sistema. Il criterio del reddito disponibile è infatti pensato per misure sociali volte a colmare le lacune di reddito. Ma con la riduzione del premio non si colma una lacuna poiché costerebbe troppo, ed infatti si applica il coefficiente cantonale di riduzione del sussidio. E allora c’è da chiedersi se vale la pena utilizzare uno strumento così impegnativo, complesso e non trasparente nei confronti del cittadino,  per poi arrivare alla conclusione che il risultato teorico ottenuto non si può applicare per motivi di costi, e bisogna dunque ridurlo».

Ma quali sono le alternative?

 Cereghetti: «Si potrebbe basare il calcolo del sussidio sull’imponibile federale, che costituisce uno strumento di misurazione oggettivo della forza economica, magari apportando qualche correttivo».

Dubbi vengono sollevati anche sulla semplificazione amministrativa, che rischia di rendere il calcolo del sussidio ancora meno aderente alla situazione reale del singolo.

E’ tuttavia certo che, dopo aver annunciato in pompa magna il nuovo sistema di calcolo dei sussidi di cassa malati, che avrebbe dovuto essere più mirato ed efficace, ben difficilmente si ammetterà di aver sbagliato cambiando sistema dopo poco tempo…

Accordi internazionali: il popolo deve poter decidere

Il prossimo 17 giugno saremo chiamati alle urne per decidere sull’iniziativa “Accordi internazionali, decida il popolo”.

Il testo in votazione è complesso ed apparentemente macchinoso, tuttavia il suo significato è molto chiaro. Gli accordi internazionali importanti devono essere sottoposti al giudizio popolare.

Una proposta che dovrebbe rasentare la banalità. Si fatica quasi a comprendere come la si possa avversare. Tanto per citare un esempio: gli accordi bilaterali mostrano in tutta evidenza quali pesanti, pesantissime conseguenza possano portare con sé dei trattati internazionali. Com’è allora possibile che un popolo, ed in particolare uno che dovrebbe essere “sovrano” come è il caso di quello svizzero, non sia chiamato a dire la sua? A seguito del dilagare dei trattati internazionali si sconfina così nel paradosso di un popolo sovrano a cui però viene sottratta la sovranità su questioni fondamentali e gravide di conseguenze.

Questa deriva, proprio a seguito del proliferare numerico e dell’aumento del “peso” dei trattati internazionali, deve venire fermata. La posta in gioco è fondamentale. Si tratta, nientemeno, che della possibilità di decidere sul nostro futuro. Ricordiamo che – tanto per fare un esempio – sull’allargamento ad est degli accordi bilaterali si poté votare solo su referendum. Ma su trattati del genere, la chiamata alle urne non dovrebbe essere obbligatoria? E’ accettabile nascondersi dietro la foglia di fico della possibilità di lanciare un referendum, operazione alla portata solo dei maggiori partiti politici?

 In questi mesi sono in discussione trattati fiscali con pesanti conseguenze sul segreto bancario e, quindi, sulla piazza finanziaria. E’ in gioco il futuro di decine di migliaia di posti di lavoro. Non solo. In generale, i trattati internazionali ipotecano la nostra neutralità e la nostra sovranità. Come pure il nostro mercato del lavoro e la nostra sicurezza.

Su oggetti di tale importanza, e con tali implicazioni, la chiamata alle urne non dovrebbe essere cosa scontata ed automatica?

La nostra democrazia diretta è una specificità elvetica che va protetta e potenziata. Il voto popolare ci ha salvato dall’adesione all’Unione europea. Una strada che però certa classe politica insiste nel non voler abbandonare. La tendenza a mettere progressivamente fuori gioco la democrazia spostando le decisioni sulla scala internazionale è pericolosa e perniciosa. Equivale a spostare sempre più il potere dal popolo ad enti sovranazionali privi di qualsiasi legittimazione democratica. Traduzione: comandano burocrati che nessuno ha eletto. A meno che i contrari all’iniziativa “Accordi internazionali, decida il popolo” ritengano che sia questa la via del futuro. Che la democrazia abbia fatto il suo tempo e che le forme decisionali d’ora in poi debbano essere altre. Che il popolo elvetico è sì sovrano, ma solo su questioni di poco conto. Su quelle importanti, è meglio che non decida. Se così è, i fautori di simili tesi abbiano il coraggio di uscire allo scoperto. La realtà è che la sovranità popolare, come pure la nostra indipendenza e la nostra neutralità, vengono smantellate con la tattica del salame: una fetta alla volta. Votando sì all’iniziativa “Accordi internazionali, decida il popolo”, si mettono i bastoni tra le ruote a questo andazzo. Un’occasione da non perdere!

Lorenzo Quadri

Consigliere nazionale

Lega dei Ticinesi

Dai fiscovelox alle telecamere fisse?

Interpellanza al Consiglio federale


A quanto risulta, e non è stato smentito, l’Italia è intenzionata ad installare delle postazioni di videosorveglianza fissa ai valichi con la Svizzera.

Pubblicamente vengono – come scontato – addotti motivi di sicurezza; c’è però il sospetto che i nuovi impianti (di cui al momento si starebbe discutendo il finanziamento) serviranno in realtà da surrogato dei famosi fiscovelox. Vale a dire, serviranno quali strumenti volti ad identificare, ed in seguito indagare, basandosi sulla cilindrata e il modello del veicolo, cittadini italiani facoltosi “pizzicati”  a varcare il confine con il nostro Paese. Si tratta quindi di impedire, con discutibili misure deterrenti e persecutorie, ai cittadini italiani facoltosi di portare un contributo all’economia ticinese.

Il fiscovelox viene da tempo contestato come simbolo della rottura unilaterale, da parte della vicina Penisola, dei rapporti di buon vicinato tra Italia e Svizzera. Rottura che ha portato alla diatriba notoria. La creazione di postazioni di fiscovelox (o surrogati di fiscovelox) fisse sarebbe pertanto in palese contraddizione con le trattative attualmente in corso tra i due Stati.

Va inoltre rilevato che i fiscovelox potrebbero configurare una violazione degli Accordi di Schengen. Essi costituiscono infatti una forma di controllo sistematico, motivato con la sola circostanza dell’attraversamento del confine.

Chiedo al lodevole Consiglio federale:

       Il CF è al corrente dell’intenzione italiana di collocare degli impianti di videosorveglianza fissa ai valichi con la Svizzera?

       Impianti analoghi sono previsti anche ai confini tra l’Italia e altri Stati?

       Quali garanzie ci sono che non si tratterà di una forma di impianti fiscovelox fissi?

       Nel caso la possibilità che si tratterà effettivamente di fiscovelox fissi venga ritenuta concreta: quale sarebbe l’atteggiamento del CF a questo proposito?

Con la massima stima

Lorenzo Quadri

CN Lega dei Ticinesi

Collocamento frontalieri, abolire la direttiva SECO

Mozione al Consiglio federale

 

In base alla direttiva della SECO in vigore dal 1° aprile scorso, gli Uffici regionali di collocamento (URC) sono tenuti ad accettare l’iscrizione anche dei frontalieri, e pertanto a fornire i loro servizi anche a questi ultimi.

Se tale  direttiva dovesse venire effettivamente applicata in modo rigoroso, ne conseguirebbe l’ennesimo, rilevante danno ai  Cantoni di confine, Ticino in primis,  portato dalla libera circolazione delle persone.

Infatti l’applicazione della direttiva presupporrebbe un importante e costoso potenziamento degli organici degli URC: si dovrebbero quindi assumere nuovi funzionari con la missione di collocare frontalieri. Collocamento che però, almeno in Ticino, può avvenire in un solo modo, ossia a scapito dei residenti. Infatti il mercato del lavoro è saturo ed in Ticino, come dimostra l’evoluzione del numero dei frontalieri specie nel settore terziario, è in atto un fenomeno, inaccettabile, di sostituzione di frontalieri con residenti. La direttiva della SECO mira ad aggravare ulteriormente la situazione, ed è quindi insostenibile su tutta la linea.

In sostanza, dunque, gli effetti negativi si cumulano: applicare la direttiva SECO significherebbe spendere di più per collocare frontalieri a scapito dei residenti, aumentando la disoccupazione tra questi ultimi.

La valutazione di questa iniziativa non può, quindi, che essere totalmente negativa. C’è inoltre da chiedersi se la SECO abbia considerato e calcolato da un lato i maggiori costi, dall’altro l’ulteriore danno al mercato del lavoro dei cantoni di frontiera, in particolare del Ticino, che la direttiva arrecherebbe.

Con la presente mozione chiedo pertanto al Consiglio Federale:

–  di provvedere all’abrogazione della direttiva in oggetto, o quanto meno di prevedere delle eccezioni alla sua applicazione per i Cantoni di confine.

 

Lorenzo Quadri

CN Lega dei Ticinesi