Le FFS deragliano sul marketing

Ci sono cose che non dovrebbero proprio succedere. Una di queste è l’iniziativa che qualche “genio” (si fa per dire) del marketing FFS, ex regia federale, ha messo in atto nella Svizzera centrale: offrire biglietti a metà prezzo a chi va a fare la spesa in Germania.

Obiettivo della brillante pensata: aumentare l’occupazione dei convogli negli orari di “stracca”.

E’ davvero il colmo: le FFS, che si apprestano a chiedere alle Camere federali di votare a loro beneficio un credito quadro, per il periodo 2013-2016, della stratosferica cifra di 9.5 miliardi di Fr, si permettono di contribuire fattivamente a danneggiare l’economia elvetica, inventandosi sconti per chi fa shopping oltre confine.

Comprensibile e più che giustificata l’ira degli ambienti economici della Svizzera centrale, i quali non si capacitano di come le FFS, ampiamente foraggiate con denaro pubblico, per aumentare l’occupazione dei loro convogli non sappiano fare di meglio che rivoltarsi contro chi le tiene in vita artificialmente (perché la realtà è questa).

Le giustificazioni fornite dall’addetta marketing interpellata al proposito dalla SSR sono state di una nullità disarmante, non avendo la signora saputo dire altro che: “preferiamo allora che la gente vada a fare la spesa a Costanza in auto?”. Un livello tanto basso da parte di chi è pagato fior di quattrini (pubblici) per rilanciare la redditività dei treni rossocrociati deve preoccupare.

Ma le ex regie federali cascano male. Il motivo è quello citato poc’anzi: si trovano nell’imminenza di dover chiedere alle Camere federali di votare una paccata di miliardi a loro vantaggio. E’ evidente che, in quelle sede, come pure all’interno della Commissione dei trasporti del Consiglio nazionale (in cui chi scrive ha il piacere e l’onore di sedere), alle FFS verrà chiesto di render conto delle loro balorde pensate promozionali ai danni dell’economia e del territorio.

C’è per lo meno da sperare che le ex regie abbiano imparato la lezione e che l’iniziativa messa in atto nella Svizzera centrale costituisca uno scivolone isolato. Segnatamente, c’è da sperare, ma per il bene delle FFS in primis, che nessuno si sogni di inventarsi, in Ticino, biglietti a metà prezzo per andare a fare la spesa in Italia. Perché, se una simile aberrazione dovesse vedere la luce alle nostre latitudini anche per un solo giorno, un pubblico invito al boicottaggio delle Ferrovie federali è il minimo, ma proprio il minimo, che potrebbe capitare.

 

Lorenzo Quadri

Membro commissione trasporti e telecomunicazioni

del Consiglio nazionale

Completamento del Gottardo: la sicurezza lo impone

Nei giorni scorsi sul Corriere del Ticino è stata pubblicata una lettera del signor Mattia A. Ferrari di Bellinzona. Lo scritto racconta una disavventura avvenuta nel tunnel autostradale del Gottardo, fortunatamente conclusasi con soli danni materiali. Un automezzo pesante è entrato in avaria e ha preso fuoco. Gli occupanti dei veicoli (compreso un autobus) che seguivano sono stati prima fatti scendere dai loro mezzi poi invitati a risalire mentre il traffico nella corsia di contromano proseguiva.

Il guasto avrebbe potuto finire in tragedia. Le fiamme si sarebbero potute propagare, oppure un conducente che viaggiava sull’altra corsia si sarebbe potuto spaventare perdendo il controllo del veicolo. Molte cose sarebbero potute succedere; non sono accadute per fortuna, per caso o per miracolo.

Il Signor Ferrari osserva con disappunto come l’accaduto sia stato di fatto “nascosto” ai cittadini. In effetti, viene nascosto molto più di questo. Nel 2011, i guasti all’interno del tunnel autostradale del Gottardo sono stati 244. E il 2011 è stato un anno particolarmente fortunato. Infatti nel 2010 si sono registrate 293 panne, nel 2009 307, nel 2008 377 e nel 2007 373. Questi sono i dati ufficiali dell’Ufficio federale delle strade.

Dunque, in media, si può dire che all’interno del tunnel autostradale del Gottardo si verifica un guasto al giorno. Questo non significa solo che di fatto ogni giorno la galleria rimane chiusa per un periodo più o meno lungo, con conseguenti perturbazioni del traffico. Questo significa soprattutto che ogni giorno la tragedia è in agguato. Non è dato di sapere in quante di queste panne ci siano dei mezzi che prendono fuoco. E’ legittimo, tuttavia, immaginare che, magari grazie all’intercessione dell’omonimo santo, di miracoli nel tunnel del Gottardo ne accadano parecchi. Ma non può sempre andar bene.

La sicurezza del traforo è una preoccupazione primaria. Per cui, fa estremamente specie che la $inistra, sempre pronta ad inventarsi nuove misure vessatorie a danno degli automobilisti dicendo che esse servono ad aumentare la sicurezza, con totale incoerenza ora si opponga al completamento del tunnel autostradale del Gottardo sostenuto, adesso, anche dal Consiglio federale.

Giovedì, in occasione della cerimonia d’apertura del tunnel Vedeggio-Cassarate, la ministra dei Trasporti Leuthard non ha mancato di sottolineare la volontà del Consiglio federale di realizzare la seconda canna sotto il Gottardo, per non tagliare fuori il Ticino dal resto della Svizzera e anche per motivi di sicurezza.

Quando si parla del completamento del Gottardo, si cita l’assoluta insostenibilità della proposta di chiudere la galleria per oltre tre anni per i ben noti lavori di risanamento, sopperendo alla chiusura con un sistema di treni navetta e stazioni di trasbordo votato al fallimento e dal costo vicino al miliardo, che verrebbe smantellato dopo tre anni; quindi un miliardo di Fr di proprietà dei contribuenti gettati dalla finestra. Si cita come né il Canton Uri né il Ticino vogliano, giustamente, saperne di farsi devastare il territorio dalle stazioni di trasbordo. Si parla degli ingenti ed irreparabili danni che la chiusura triennale arrecherebbe all’economia del nostro Cantone, e non solo al turismo.

Insomma, gli argomenti a favore del secondo tunnel sono così tanti che a volte viene tralasciato quello della sicurezza. Quando invece, essendo in ballo delle vite umane, dovrebbe essere costantemente messo in cima alla lista.

 

Turisti cinesi: tutto a posto? Proprio per niente!

E’ ormai nota la questione dei controlli effettuati dalla Guardia di Finanza italiana sui torpedoni di turisti cinesi provenienti dal nostro Cantone che varcano il valico di Chiasso Brogeda.

In sostanza, accade che i pullman in questione vengano fermati e gli occupanti perquisiti, alla ricerca di acquisti di beni di lusso (effettuati in Ticino) su cui far pagare l’IVA al 21%. Da pagare subito ed in contanti. L’indicazione è poi quella di farsi risarcire in aeroporto, cosa che però non funziona mai. E questo non deve affatto stupire. Su un Rolex da 10mila Fr fanno 2100 Fr di IVA. Ammettiamo che da un torpedone vengano “prelevati” 21mila Fr di IVA (l’equivalente di 10 Rolex). Ve lo immaginate l’apposito sportello dell’aeroporto di Fiumicino che 1) è aperto quando serve e 2) che rimborsa somme di questo genere? Ma mai più…

Il risultato è ovviamente shock e malcontento tra i turisti costretti a subire la brutta avventura, come pure tra i tour operator, i quali tutela se stessi ed i loro clienti con la misura più ovvia: tagliare fuori il Ticino dagli itinerari per il 2013 e, da subito, far partire la parola d’ordine: “niente shopping nel nostro Cantone”.

Sul tema si è mossa Svizzera Turismo, come pure Ticino Turismo e la SECO (Segreteria di Stato dell’Economia).

Naturalmente da parte italiana si minimizza; il dramma è che qualcuno ancora abbocca.

Allo stesso modo, pure la SECO tenta di gettare acqua sul fuoco, parlando di “casi sporadici”. Ricordiamo che la SECO, quella dell’ “immigrazione uguale ricchezza” è la stessa che per lungo tempo ha negato ad oltranza che le liste nere italiane costituissero un problema per le aziende svizzere. E la SECO tutt’ora nega o, nella migliore delle ipotesi, minimizza l’esistenza di un grave problema di dumping salariale legato alla sciagurata libera circolazione delle persone: anche questi sono “casi sporadici”.

Con una battuta si potrebbe dunque dire che, se sulla questione dei controlli a danno dei turisti cinesi, la SECO non nega i fatti ma si limita a gettare acqua sul fuoco, vuol dire che il problema è plateale. Al punto da non poter essere negato senza scadere nel ridicolo.

Secondo la SECO, come c’era da aspettarsi, è quasi tutto a posto e il mercato del turismo cinese – su cui il Ticino, ma anche la Svizzera, ha investito parecchio; investimenti di cui si cominciavano ora a cogliere i frutti – non sarebbe in pericolo. Figuriamoci se la SECO poteva dare una risposta diversa dall’ormai consueto, stucchevole e per nulla credibile “Tout va bien, Madame la Marquise”. “Tout va bien” sulle black list della vicina ed ex amica Penisola, “Tout va bien” sui Bilaterali, “Tout va bien” sui turisti cinesi.

Invece non “va bien” proprio niente, come dichiara Mario Tamborini, segretario dell’Associazione via Nassa e della Società dei commercianti di Lugano.

“Contrariamente a quello che sostiene la SECO, non è affatto vero che le perquisizioni di torpedoni cinesi a Chiasso Brogeda da parte della Guardia di Finanza italiana sono casi sporadici e che non ci saranno conseguenze. Le gioiellerie, ad esempio, ricevono segnalazioni molto preoccupanti dai tour operator cinesi. Come spesso accade, la SECO finge di non vedere il problema, ma non è così che lo si risolve. La realtà – conclude Tamborini – è che la SECO non la racconta giusta: ci stiamo erodendo il mercato cinese, e presto e ne pagheremo le dolorose conseguenze”.

Lorenzo Quadri

Turismo: una battaglia da combattere

I due principali enti turistici, quello del Luganese e del Locarnese, hanno iniziato la loro battaglia contro un sistema non più sostenibile di gestire la risorsa turismo. Una risorsa che è importante non solo di per sé, ma anche come veicolo di promozione di tutto il territorio.

L’organizzazione attuale, e ancora di più quella che l’ente cantonale vorrebbe per il futuro, sottrae soldi e competenze alle destinazioni-polo per darli a Ticino Turismo.  Il quale poi li distribuisce con l’innaffiatoio del contentino politico, in modo inefficace dal punto di vista operativo. Invece di sostenere le destinazioni forti, quelle che costituiscono dei marchi internazionali, consentendo loro di fare da poli trainanti nell’interesse anche di tutte le altre, le si ostacola per “non creare squilibri”. Ciò accade nell’ottica del consueto, e deleterio, livellamento verso il basso. Ticino turismo vorrebbe promuovere un inesistente “prodotto Ticino”, che non è un marchio turistico e che fuori dai nostri confini nessuno conosce. Una tattica chiaramente fallimentare – e i risultati si vedono – dal punto di vista aziendale, ma che risponde ad esigenze politiche.

Ebbene, questi giochetti non ce li possiamo più permettere. Come non ci si può più permettere di lasciare che posti nel CdA e cariche dirigenziali di Ticino Turismo vengano attribuite per meriti politici e/o perché c’è il trombato di turno da sistemare. La parola d’ordine dev’essere: gestione di tipo aziendale.

Ticino Turismo deve limitarsi ad un ruolo di coordinamento, di osservatorio e di supporto, e lo deve svolgere su base professionale. Non è sostenibile che il gremio politicizzato di turno possa dettare legge mortificando l’iniziativa di chi lavora sul territorio e che ha le risorse e le capacità per lavorare.

 

Revisione da bloccare

La revisione della legge sul turismo, attualmente nelle sue fasi finali prima della consultazione, va nella direzione sbagliata. Con il consueto giochetto, si vuole imporre un progetto preconfezionato da un professore dell’Università di San Gallo, ma dalle origini chiaramente peninsulari, sulle cui conoscenze del nostro territorio si potrebbero aprire vari capitoli, fingendo di coinvolgere gli enti principali ma menando in realtà il can per l’aia.

Chi l’ha detto che i contributi dell’accademico di turno, slegato dalla realtà, sono di miglior qualità rispetto a quelli di chi lavora sul terreno da anni e ne conosce le difficoltà, i pregi ed i difetti?

Si pretende poi di rinviare gli enti principali (e principali finanziatori di Ticino turismo con circa 3.3 milioni all’anno) ad esprimersi sul progetto di legge in fase di consultazione, vale a dire quando ormai i giochi sono fatti e i buoi sono fuori dalla stalla; ed oltretutto, ad esprimersi assieme ad una pletora di altri soggetti, in modo da poterne diluire l’opposizione. Eh no, non ci siamo proprio!

Il progetto di revisione di legge attualmente sul tavolo, va nella direzione di una centralizzazione ancora maggiore, oltretutto propone di creare delle strutture senza nemmeno averne mai valutato i costi! Senza contare che essa è a dir poco fumogena nei punti chiave, ad esempio sulle reali competenze di  bislacche holding cantonali dai nomi rigorosamente inglesi.

 

Tutelare autonomia e progettualità

E’ quindi ovvio che questa revisione va bloccata, per poi ripartire su nuove basi. Nel progetto da mettere in consultazione, le destinazioni-faro devono avere molta più voce in capitolo. La loro autonomia e la loro progettualità devono venire tutelate. 

Per questo gli enti di Locarno e di Lugano creeranno un gruppo tecnico di lavoro che farà pervenire i propri risultati per fine settembre.

La gestione politicizzata del turismo in Ticino ha fatto il suo tempo. In tempo di crisi, è un lusso che non ci possiamo più permettere. Deve adesso fare spazio ad una visione imprenditoriale, basata su risultati, su progetti concreti e su fondi per finanziarli. Questo è l’obiettivo dei due principali enti regionali, che – con l’appoggio dei municipi di riferimento – non si fermeranno senza averlo raggiunto.

Di conseguenza, se qualcuno si illude di poter ignorare quanto accaduto dal 6 luglio (data dell’assemblea di Ticino turismo) in poi, se qualcuno pensa di poter risolvere la vertenza a tarallucci e vino e senza dei cambiamenti strutturali, se qualcuno ritiene di poter squalificare un’azione molto seria dei due enti come un malumore estivo di poche persone o addirittura come una manovra partitica, questo qualcuno farà bene a scendere dal mirtillo e a confrontarsi con la (per lui) dura realtà.

Il Consiglio federale svende 10mila concittadini

Il Consiglio federale, ormai l’hanno capito anche i paracarri, in materia di segreto bancario e quindi di tutela della piazza finanziaria svizzera e delle persone che vi lavorano, ha adottato la linea (se di linea si può parlare) del cedimento ad oltranza su ogni fronte.

Ad ogni cip prodotto da Washington, da Bruxelles o da altri organismi sovranazionali, ha fatto, fa e – c’è da esserne purtroppo certi – farà seguito la calata di braghe integrale da parte elvetica.

USA e UE hanno dichiarato, ormai da anni, una guerra economica alla Svizzera e il governo elvetico risponde alzando bandiera bianca su tutta la linea, screditando così il nostro paese a livello internazionale.

E’ poi chiaro che adesso si cede ad oltranza sulla piazza finanziaria; il prossimo capitolo, quale sarà?

Come abbiamo più volte ripetuto, il Consiglio federale ha sacrificato, senza nemmeno abbozzare una parvenza di difesa, almeno un terzo dei posti di lavoro sulla piazza finanziaria. Per il Ticino ciò significa la sparizione di almeno 4000 impieghi. Direttamente. Indirettamente ne spariranno anche molti altri, poiché varie attività commerciali, di ristorazione, eccetera, vivono grazie alla piazza finanziaria.

Per non parlare poi degli introiti fiscali, e non solo quelli delle persone giuridiche (banche e fiduciarie) ma anche quelli delle persone fisiche, che sulla piazza finanziaria lavorano.

 

E l’incubo è ben lungi dall’essere finito. Il Consiglio federale ha infatti autorizzato 11 banche svizzere, sotto inchiesta negli USA a trasmettere (evidentemente in funzione “paramento di natiche”) alle autorità statunitensi i nominativi di 10mila impiegati: tra l’altro semplici esecutori di ordini superiori.

Ciò significa che 10mila persone, a grande maggioranza cittadini svizzeri, o comunque residenti, si ritrovano iscritti nei registri della magistratura yankee.  Di conseguenza il signor Bernasconi, o il signor Müller o il signor Porchet di turno, bancari, se un domani dovessero arrivare a New York o a Miami o in qualsiasi angolo degli States, rischiano di venire fermati da un poliziotto ed invitati a seguirlo (“please, follow me”) fino alla più vicina centrale. Per poi magari – caso Chico Frigerio docet – finire per mesi in una cella assieme ad altre 120 persone (altro che la Stampa e la Farera, con le televisioni in camera, palestra a disposizione e il menù vegetariano a scelta); senza nemmeno sapere il perché!

E per questo si può ringraziare il Consiglio federale che ha svenduto 10mila sui concittadini. Una cosa del genere non ha, probabilmente, precedenti. E c’è da ritenere che nessun altro paese si sarebbe comportato in questo modo  – se non eventualmente una qualche dittatura africana. Invece stiamo parlando del governo elvetico.

 

Le perle dei kompagni

Naturalmente i kompagni non potevano esimersi dall’ennesima figuraccia.

Come noto, e come loro stessi si preoccupano di ribadire ad ogni pie’ sospinto, il P$ è favorevole allo scambio automatico di informazioni e quindi alla fine del segreto bancario e allo sfascio della piazza finanziaria (ergo: decine di migliaia di disoccupati in più). In questo contesto tale kompagno Jean Christophe Schwab, konsigliere nazionale $ocialista, ha pensato bene di diventare il nuovo presidente della sezione romanda dell’ASIB, ossia dell’Associazione svizzera degli impiegati di banca. Sì, proprio uno di quelli che vuole creare decine di migliaia di disoccupati tra gli impiegati di banca tramite smantellamento della piazza finanziaria, si propone come loro paladino! Ma le perle non sono finite.

Il buon Schwab infatti, nella sessione speciale del Consiglio nazionale di inizio maggio, ha presentato un’interpellanza al Consiglio federale sulla trasmissione dei dati personali di 10mila bancari ai balivi USA. In realtà nessuno se ne era accorto: è la stessa ASIB a diffondere l’informazione in una sua circolare. Ora, tramite il sito www.admin.ch, è facile avere accesso all’atto parlamentare in questione. E a leggerlo c’è davvero da rimanerci di sasso e anche di altri meno nobili materiali!

Infatti il kompagno Schwab  si preoccupa unicamente del fatto che i bancari oggetto dello scandaloso provvedimento non siano stati preventivamente informati. Come se il problema fosse quello! Inoltre, il deputato si premura di chiedere sommessamente al Consiglio federale «se è disposto (sic!) ad adottare di concerto con le parti sociali provvedimenti a sostegno degli impiegati di banca che si trovassero confrontati a procedimenti giudiziari causa la trasmissione dei loro dati personali».

Capita l’antifona? Il problema, secondo il kompagno presidente della sezione romanda dell’ASIB, non è che il Consiglio federale abbia svenduto agli USA 10mila impiegati di banca. Macché. Secondo il P$, il Consiglio federale ha fatto benissimo a sacrificare 10mila suoi concittadini. Ci mancherebbe altro che la Svizzera non ubbidisse all’istante a qualsiasi ordine in arrivo da qualche autorità straniera meglio ancora se sovranazionale ed anzi, che non facesse ancora di più di quanto viene richiesto! Ci mancherebbe altro che ci si difendesse da chi vuole distruggere, per proprio tornaconto, una delle nostre principali risorse! Soprattutto, ci mancherebbe che il Consiglio federale difendesse i propri concittadini! Ma quando mai! Il problema è che i 10mila impiegati di banca, prima di venire mandati al macello, non sono stati “informati”. Certo che con cotanta difesa gli impiegati di banca sono una botte di ferro, non c’è che dire…

 

Lorenzo Quadri

Consigliere nazionale

 

Tredicesima AVS: riconoscere i meriti dei nostri anziani

Il prossimo 23 settembre, ad oltre due anni dalla riuscita dell’iniziativa popolare lanciata dalla Lega “Un aiuto concreto agli anziani in difficoltà”, il popolo ticinese sarà chiamato alle urne. Da notare che l’iniziativa, meglio nota con il nome esplicativo “Tredicesima AVS”, ha raccolto oltre 10mila firme, quando per la sua riuscita ne sarebbero bastate 7000.

La richiesta formulata è quella di erogare, agli anziani svizzeri o domiciliati da almeno 12 anni, con reddito analogo o inferiore a quello garantito dalla prestazione complementare (PC), un contributo annuo di 1200 Fr per le persone sole e 1700 per le coppie. Contributo che, va da sé, non è imponibile fiscalmente né pregiudica il diritto del beneficiario a ricevere sussidi.

Il costo dell’operazione è stimato ad una quindicina di milioni di Fr all’anno, di cui la metà a carico del Cantone, l’altra metà a carico dei Comuni.

L’aiuto proposto è un aiuto mirato, infatti non va a tutti gli anziani, bensì ai meno abbienti  tra loro. In particolare, a beneficiare del sostegno sarebbero anche gli anziani che non hanno diritto alla prestazione complementare in quanto titolari di una piccola proprietà immobiliare (appartamento in cui vivono, casetta, rustico,..) e che pertanto devono arrangiarsi con la sola rendita AVS. Va rilevato che questi anziani, già sfavoriti, sono stati duramente colpiti anche dal nuovo sistema di calcolo dei sussidi per la riduzione dei premi di cassa malati, che non prevedono più la franchigia per la piccola sostanza immobiliare. Ciò che ha portato alla decurtazione, o addirittura alla soppressione, dei sussidi.

Della “Tredicesima” beneficerebbero pure quegli anziani che dispongono di un reddito analogo a quello garantito dalla PC, ma proveniente da altre fonti (ad esempio un modesto secondo pilastro) e che pertanto non possono usufruire delle agevolazioni riservate ai titolari della Complementare.

Da notare che queste situazioni problematiche, cui la “Tredicesima AVS” permetterebbe di dare una risposta concreta, sono riconosciute anche da altre forze politiche. Ad esempio dal PPD, che al proposito ha presentato una mozione al Consiglio di Stato. Ciononostante, tutti si oppongono alla proposta della Lega. Un comportamento che si può spiegare solo con la preclusione a priori in base al principio del “mai dare ragione alla Lega”.

Il contributo proposto, come detto 1200 Fr all’anno per le persone singole e 1700 per le coppie, non è una cifra esorbitante, ma permette comunque di fare fronte a spese impreviste. Del resto gli aiuti che in base al Regolamento sociale comunale di Lugano vengono erogati a persone anziane confrontate con spese straordinarie che fanno saltare il budget, sono in quest’ordine di grandezza. La proposta è dunque adeguata.

Certo, si potrebbe obiettare che gli anziani poveri non sono “i più poveri tra i poveri”, poiché il reddito garantito dalla PC è superiore a quello dell’assistenza (e anche a quello della LAPS). Ma la “Tredicesima AVS”, e qui sta la scelta politica, contiene un importante elemento di meritocrazia. Essa vuole infatti riconoscere, con un modesto “bonus” annuale (in questo senso il termine “Tredicesima” rende bene l’idea) il merito di chi, col proprio lavoro – e le condizioni di allora erano spesso decisamente più disagevoli di quelle attuali – ha costruito la nostra società. Ma, ciononostante, si trova a dover contare il centesimo anche in vecchiaia. Questo deve pur valere qualcosa. Ciò significa, e nessuno lo nasconde, fare delle differenze. Del resto, che l’anziano ticinese riceva “un po’ di più” – ad esempio – del cittadino straniero da poco giunto in Svizzera ma diventato rapidamente fruitore del nostro Stato sociale senza avervi mai contribuito, non è certo un difetto della proposta leghista. E’ un pregio.

Lorenzo Quadri

Svizzeri sfrattati per alloggiare asilanti!

 

E il padrone di casa che ha messo a segno la scandalosa operazione non è uno speculatore immobi­liare con pochi scrupoli, ma nien­temeno che il Comune di Berneck

Proprio vero che non c’è limite al peggio. E nel Canton San Gallo, se­gnatamente nel Comune di Berneck (3700 abitanti) si è toccato il fondo.

Capita infatti che il Comune sia pro­prietario di uno stabile storico, peral­tro recentemente risistemato, in cui si trovano due appartamenti e degli uf­fici pubblici.

Ebbene, nella seconda metà di giugno gli inquilini dei due appartamenti, tutti cittadini svizzeri, in un caso una coppia anziana, si sono visti arrivare la disdetta del contratto di locazione. Per il 30 settembre devono lasciare la loro abitazione.

Lo scritto municipale cita solo che gli spazi servono al Comune “per uso proprio”.

Da notare che gli sfrattati sono inqui­lini di lungo corso, che hanno sempre pagato l’affitto senza mai dare pro­blemi.

Eppure si sono visti piombare ad­dosso la disdetta, in modo del tutto inaspettato e senza alcun preavviso.

Ma lo shock e la rabbia degli inquilini sfrattati ha raggiunto il culmine quando hanno scoperto a quale “uso proprio” il Comune intende destinare i loro appartamenti: ALLOGGI PER ASILANTI!

Sì, avete capito bene. E’ successo proprio questo: degli inquilini SVIZ­ZERI sono stati sfrattati dal Comune, padrone dello stabile, per fare spazio a degli ASILANTI!

La conclusione può essere una sola: in Svizzera i cittadini elvetici contano meno dei sedicenti rifugiati!

Quanto accaduto nel Comune di Ber­neck è uno scandalo di proporzioni immani. A denunciarlo è il Blick, che non è propriamente una pubblica­zione di destra. Anzi: l’editore ebbe modo di dichiarare che: «chi è con­trario all’UE non lavorerà mai nelle mie redazioni». Tanto per chiarire su­bito…


Gli svizzeri contano meno degli asilanti

Il vergognoso sfratto, da parte di un’autorità comunale, di suoi concit­tadini SVIZZERI per fare spazio a SEDICENTI ASILANTI, dimostra chiaramente la voragine in cui ci ha condotti la politica delle frontiere spalancate e dello scellerato interna­zionalismo voluta dai partiti $torici, $inistra in primis!

I cittadini elvetici, nel proprio paese, nel Comune dove vivono e pagano le tasse, hanno meno diritti degli asi­lanti. E vengono buttati fuori di casa di punto in bianco per fare spazio a dei finti rifugiati. Situazioni del ge­nere non si verificavano nemmeno nella Russia bolscevica.

Il colmo è che a mettere a segno l’in­decente operazione non è uno specu­latore immobiliare privato con pochi scrupoli, magari allettato da un ente pubblico che gli propone dei canoni d’affitto più elevati. No: è il Comune di domicilio degli sfrattati, al quale questi ultimi hanno pagato anni ed anni d’imposte! Ed ecco il ringrazia­mento!

Come se non bastasse, tra le persone cui è stato imposto di levare le tende c’è anche una coppia anziana. I due vecchietti dovranno quindi cercarsi un altro appartamento e sobbarcarsi i disagi e le fatiche di un trasloco; im­presa che, per persone di età avan­zata, non è certo delle più semplici. Tutto per fare spazio a degli asilanti.

Il punto

Ciliegina sulla torta: a fare il punto della situazione, sempre sul Blick, ci pensa una vicina di casa degli sfrat­tati, che commenta così: « Esther (una delle persone buttate fuori di casa dal Comune) è svizzera, ma non ha diritti nel proprio paese. Questo davvero non lo capisco ». E ad esprimersi in questo modo, e qui viene il bello, non è una leghista populista e razzista, bensì una donna TUNISINA.

E con questo si è proprio detto tutto!

LORENZO QUADRI

Turismo: urge una gestione aziendale

 

Il turismo in Ticino nelle ultime settimane ha tenuto banco. Come c’era da aspettarsi, a seguito della dura presa di posizione dei due enti turistici maggiori – quello del Locarnese e quello del Luganese con l’appoggio del Municipio di Lugano – nei confronti di Ticino Turismo e di una revisione della Legge sul turismo mirante ad un ulteriore accentramento, si è scatenata la consueta ridda di prese di posizione a mezzo stampa. E, soprattutto, di commenti faziosi.

Malauguratamente perfino un quotidiano blasonato quale è il Corriere del Ticino, nell’editoriale “La vacanza del signor K.Z in Ticino” pubblicato mercoledì,  è caduto nella trappola di una lettura superficiale e qualunquista dell’accaduto. Un tipo di lettura alimentata – ovviamente pro sacoccia – dai vertici di Ticino turismo e dagli organi di stampa ad essi vicini (quelli della cricca $inistroide, R$I compresa). Ma soprattutto: una lettura completamente sbagliata.

 

Sei punti inequivocabili

Parlare di diatribe, di “guerre di potere locale” invocando come un mantra la pretesa necessità di “stare uniti” e – sotto sotto – di lavare i panni sporchi in casa, significa essere lontani anni luce dalla realtà dei fatti.

Alcuni punti devono essere chiariti al di là di ogni dubbio.

Primo: chi, come il presidente di Ticino Turismo Marco Solari, crede (o finge di credere) che “in Ticino queste cose si aggiustano”, va incontro ad un amaro risveglio. Secondo: non si sta giocando e meno che meno si sta scherzando. Terzo: non si torna indietro. Quarto: parlare di “lotte di potere locale” significa travisare i fatti; dare un’immagine fuorviante che, come tale, va rimandata al mittente per direttissima. Quinto: la contrapposizione, naturalmente creata ad arte dai soliti ambienti e nell’ormai consueta funzione anti-Lugano, tra città e valli, è una bufala. Sesto: i goffi tentativi di far balenare, dietro l’accaduto, battaglie personali o partitiche sono così ridicoli da non meritare nemmeno un commento.

 

La vera contrapposizione

Nel turismo cantonale la contrapposizione c’è, ed è una sola. E’ tra chi – i due principali enti locali – vuole un turismo gestito in maniera aziendale, vuole lavorare in base a progetti e a risultati misurabili, e chi invece insiste per perpetuare una gestione politicizzata ed inconsistente.

Il turismo è in crisi. Il turismo è una risorsa preziosa. Esso è veicolo della promozione di tutte le attività economiche del territorio. Turismo vuol dire promozione economica. Pertanto, non possiamo più permetterci di lasciarlo in ostaggio della politica, la quale ne utilizza risorse e cariche dirigenziali come merce di scambio partitocratrica. Questo tipo di gestione, o piuttosto di non gestione, deve finire.

Che la realtà attuale sia proprio questa, lo ha ammesso anche il direttore uscente Tiziano Gagliardi lo scorso 6 luglio nel suo discorso di commiato dicendo di essere stato a più riprese “esasperato dall’eccesso di politica”. Solo i criteri di gestione aziendale, dell’efficacia e dell’efficienza, devono valere. Quindi, altro che cianciare di “battaglia politica”. E’ tutto il contrario. E’ una battaglia “contro” la politica. 

 

Quali sono i marchi?

L’attuale gestione politica e accentratrice di Ticino turismo, condotta nell’ottica del consueto livellamento verso basso tutto cantonticinese (per la serie: chi è in grado di tirare il carro deve venire “rallentato per non creare squilibri”, teorie a dir poco suicidali ma che vengono propalate con la massima naturalezza a Bellinzona e non solo in ambito turistico) misconosce in maniera plateale la realtà.

E la realtà è che, piaccia o non piaccia, il Ticino non è affatto un marchio turistico. Quindi pretendere di costruire – per accanimento politico – su questa base che non c’è, significa disperdere risorse ed energie senza arrivare a nulla. Ovviamente come ticinese spiace a dirlo, ma a sud di Como e a nord di Lindau, il Ticino non l’hanno mai nemmeno sentito nominare. Per questo, tra l’altro, l’esempio scelto dal Corriere del “turista germanico K.Z.” è particolarmente infelice ed evidenzia la non comprensione del problema. In Germania nessuno sa cos’è il Ticino. In tantissimi sanno però cosa sono Locarno, Lugano e Ascona. Anni fa c’era addirittura un’ Opel Ascona. Qualcuno ha mai sentito parlare di Opel Ticino?

 

Lavorare su progetti

Del resto le cifre lo dimostrano impietose. I marchi turistici conosciuti a livello nazionale e soprattutto internazionale sono Locarno, Lugano, Ascona. Ed è quindi su questi poli d’attrazione che bisogna puntare e costruire, a beneficio di tutto il territorio. Perché il turista attratto dai  poli poi viene, ovviamente, indirizzato anche nelle valli. Tentare di far credere che le città misconoscano il potenziale delle zone montane è l’ennesima fandonia che si è sentita nei giorni scorsi. Una fandonia contraddetta dai fatti. La presenza di Lugano nei Comuni di Airolo/Nante e Blenio, con investimenti concreti, è tangibile. Dal 2013 la Val Colla entrerà a far parte di Lugano. L’ente turistico del Luganese si è di recente fusionato con quello del Malcantone. Non si tratta forse di valli e di montagne? Oppure queste a livello cantonale non contano perché sono nel Sottoceneri, e quindi tenute per definizione ad arrangiarsi?

Gestione aziendale significa lavorare su progetti. E questo vuol dire che i poli trainanti locali, con capacità progettuale – in altre parole: gli enti turistici locali forti – vanno sostenuti e valorizzati. Non espropriati di competenze e di risorse da poi disperdere senza ritorno con l’innaffiatoio della politica. Bisogna voltare pagina. Questo non vuol dire che Ticino turismo va cancellato con un colpo di spugna. Ma i suoi compiti devono venire limitati a quelli di coordinamento, di osservatorio e di aiuto alle regioni meno favorite (ma non a scapito di quelle trainanti). E vanno professionalizzati.

 

Un primo esempio

Il turismo luganese ha conosciuto e sta ancora conoscendo una profonda riorganizzazione, volta a dotarlo di competenze e di mezzi. Obiettivo: migliorare sempre più il prodotto e venderlo sempre meglio. Con i fatti, e non a parole. E con le risorse necessarie, anche in soldoni. Il progetto “Lugano cambia”, che vede la collaborazione del Dicastero Turismo della città di Lugano, dell’Ente turistico del Luganese, dell’agenzia di comunicazione cittadina, di esperti esterni e soprattutto degli attori economici presenti sul territorio (albergatori, esercenti, commercianti) è stata la prima reazione – la prima di una lunga serie: chiaro che da solo non basta – ad un problema: il calo dei turisti svizzero tedeschi. Un progetto pensato, realizzato e finanziato in tempi brevissimi. Azioni. Non bla-bla.

Lorenzo Quadri

Capodicastero turismo

Città di Lugano

 

Invasione frontalieri: è ora di essere creativi

L’esempio di Ginevra è da seguire; ma è solo un punto di partenza

 

Ginevra è un Cantone di $inistra. A Ginevra, grazie alla società multikulturale, la sicurezza è andata a ramengo. Al punto che, come scrivevamo le scorse settimane su queste colonne, la “ville” teme pesanti cali turistici. In sostanza, infatti, gli esponenti del corpo diplomatico di stanza nella città sul Lemano sono stati vittime, a più riprese, della criminalità di strada. E dunque i diplomatici in questione, per quanto diplomatici, non sono muti, e quindi stanno facendo presente ai propri connazionali che Ginevra non è più una meta sicura.

Ginevra è però anche un Cantone di confine, confrontato quindi con i devastanti effetti negativi della libera circolazione delle persone. Per quanto confinare con la Francia non sia come confinare con l’Italia. Quindi anche Ginevra ne sa qualcosa in materia di frontalierato.  Ed  è consapevole della necessità di porre dei limiti al fenomeno, salvaguardando i posti di lavoro dei residenti.

A Ginevra negli enti pubblici e parapubblici è stata creata la regola che prima di assumere un frontaliere bisogna andare a vedere se ci sono dei disoccupati con profilo adatto iscritti agli uffici regionali di collocamento. In questo modo, dunque, si crea una corsia preferenziale per i disoccupati locali rispetto ai frontalieri. Ciò significa che l’ente pubblico deve svolgere delle verifiche sistematiche tra i disoccupati locali prima di procedere a delle assunzioni di frontalieri.

Si tratta quindi di darsi una regola chiara e, soprattutto, di attenervisi. Per quanto, trattandosi di settore pubblico e parapubblico, la precedenza nelle assunzioni ai residenti dovrebbe essere cosa di per sé scontata. E’ preoccupante che non lo sia.

 

Tuttavia, perché limitarsi alle sole assunzioni? Anche quando si tratta di distribuire mandati a ditte, lo Stato dovrebbe verificare il numero dei dipendenti frontalieri che hanno le aziende che hanno partecipato al concorso. Chi ha meno frontalieri ottiene punti positivi e risale nella classifica.  Si tratta di un accorgimento minimo, ma che, proposto dalla Lega a livello federale, viene rifiutato per presunta violazione della libera circolazione delle persone. Ma è ora di finirla di essere più papisti del papa. L’esempio di Ginevra è sicuramente interessante da seguire, e va seguito. Non deve però essere un punto d’arrivo, ma un punto di partenza.

Anche il sostegno economico elargito dall’ente pubblico deve essere fortemente mirato alla creazione di posti di lavoro per i residenti. Vuol dire dunque che le agevolazioni fiscali o gli aiuti pubblici devono tener conto, in misura consistente, del numero di frontalieri che lavorano presso la ditta richiedente. Più frontalieri uguale meno, o nessun aiuto. Il fatto poi di avere dei frontalieri tra i quadri dirigenti deve costituire un ulteriore malus (i dirigenti frontalieri tendono infatti ad assumere altri frontalieri).

Questi sono solo alcuni esempi. Ce ne potrebbero essere molti altri. E’ certo che bisogna fare sfoggio di un minimo di creatività. Governo, se ci sei…

Lorenzo Quadri

Piazza finanziaria: svendono anche la nostra sovranità

Tutti a firmare il referendum per rompere la spirale discendente di cedimenti e concessioni ad un’Unione europea fallita

 

Almeno in Ticino, ma speriamo anche Oltregottardo, la raccolta di firme contro gli accordi fiscali con Gran Bretagna, Germania ed Austria è partita. Per la riuscita del referendum servono 50mila sottoscrizioni, da raccogliere in 100 giorni.

Questo referendum è indubbiamente uno dei più importanti degli ultimi anni. Sono in gioco – solo sulla piazza finanziaria ticinese! – migliaia di posti di lavoro, con i relativi indotti. Ma è in gioco anche la sovranità e l’indipendenza del nostro paese.

Infatti il Consiglio federale – il cui motto è ormai diventato “cedere alle pretese di un’ UE fallita e di Stati Uniti che non sono poi messi tanto meglio, ancora prima che tali pretese vengano formulate” – non si è limitato a sacrificare la piazza finanziaria. Ha svenduto anche il nostro Stato di diritto. Grazie al Consiglio federale la Svizzera, reputata internazionalmente anche per la propria affidabilità e quale esempio di democrazia, è ormai scesa al rango di Repubblica delle banane.  Si è tramutata in un  paese pronto a svendere i propri concittadini ad autorità estere per reggere la coda a pochi potenti. Una delle più antiche democrazie del mondo, grazie all’incapacità del suo governo, si è comportata come una dittatura africana.

 

Da due anni non si fa che cedere

La Finma, feudo della $inistra, nel marzo 2009 autorizzò UBS a trasmettere i dati di 250 clienti americani all’autorità fiscale USA. Una procedura del tutto illegale; illegalità accertata anche in via giudiziaria. Le trasmissioni di dati avvennero senza disporre della base legale per effettuarle. Questa infatti venne inventata alla chetichella dal Consiglio federale… a posteriori.

E questa malefatta non fu che l’inizio di una vertiginosa spirale discendente. Una catena inarrestabile di cedimenti.

Da qualche settimana è online un sito molto interessante, creato e gestito da un gruppo di blasonati professionisti della piazza finanziaria ginevrina. Il sito, in francese e quindi fruibile a tutti, si chiama www.swissrespect.ch. Vale davvero la pena andare a visitarlo, poiché vi si trovano contributi estremamente interessanti e di alto livello.

Ad esempio l’intervento dell’avv. Douglas Hornung sulla trasmissione alle autorità USA, ovviamente autorizzata dal Consiglio federale e dalla ministra del 5% Eveline Widmer Schlumpf, dei nominativi di 10mila dipendenti, ex dipendenti e collaboratori di banche svizzere.

Questa trasmissione di dati grida vendetta. Il Consiglio federale, nella foga di obbedire ai suoi padroni di Washington, – e poco importa se poi questi ultimi, con vergognosa incoerenza, tollerano i paradisi fiscali al loro interno: dice niente il nome Delaware? – fa tabula rasa di ogni fondamento dello Stato di diritto e soprattutto del principio della fiducia tra Stato e cittadino, che è la base dell’esistenza stessa dell’ente pubblico. Invece di difendere i proprio concittadini, il Consiglio federale li mette, oltretutto a loro insaputa, alla mercé di autorità penali straniere.

Da un governo che scende fino a questi livelli non ci si può aspettare che il peggio del peggio. E’ ormai palese anche a “quello che mena il gesso” che, pur di accontentare i padroni internazionali, il Consiglio federale, che già ha sacrificato 10mila concittadini, non si fermerà davanti a nulla.

Far saltare gli accordi fiscali con Gran Bretagna, Germania ed Austria significa mettere un sasso nell’infernale ingranaggio della spirale discendente. Significa far capire alla fallita UE, come pure a Washington, che il Consiglio federale non è legittimato a distruggere la nostra piazza finanziaria e la nostra sovranità per ubbidire a loro.

Lorenzo Quadri

 

Turisti cinesi: il problema varca il Gottardo

I nodi vengono al pettine. E, ancora una volta, quello che è stato scritto sul Mattino le scorse settimane viene puntualmente dimostrato dai fatti.

Le perquisizioni dei torpedoni di turisti cinesi alla dogana di Chiasso Brogeda stanno diventando un problema sempre più grosso. In sostanza, i pullman vengono fermati dalla Guardia di finanza italiana, e gli occupanti rivoltati come un calzino, alla ricerca di beni di lusso acquistati in Ticino, su cui far pagare l’IVA del 21%. Su un rolex da 10mila Fr, fanno 2100 Fr. Da pagare in contanti. Sull’unghia. E’ già successo che un pullman rimasse bloccato per ore in dogana proprio perché non c’era il “cash”. L’indicazione data ai malcapitati turisti è quella di farsi poi risarcire in aeroporto, cosa che non funziona mai per un motivo o per l’altro. Perché nello sfruttare la burocrazia per il proprio tornaconto, i nostri vicini a sud sono bravissimi, e noi abbiamo solo da imparare.

Il primo a segnalare pubblicamente il problema è stato il sottoscritto. Naturalmente da Oltreconfine hanno tentato di negare l’evidenza. E i soliti media hanno tentato, allo stesso modo, di squalificare la vicenda come l’ennesimo delirio anti-italiano del solito leghista. Ma, ancora una volta, l’ennesima, gli è andata buca.

 

Problema reale

Il problema esiste ed è concreto e reale. Tanto che sono mobilitati Svizzera Turismo, Ticino turismo, la SECO. Come detto la pratica adottata in Italia non è illegale. Ma viene abusata con un obiettivo preciso. Il solito. Quello di danneggiare l’economia ed il turismo elvetico. Ed infatti i controlli a danno dei turisti cinesi avvengono solo ai confini con il Ticino.

Ecco come viene ripagato lo sblocco dei ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri. Inutile dire, poi, che la Svizzera rimane sulle quattro black list italiane illegali.  Intanto la  ministra del 5% Eveline Widmer Schlumpf ancora si allude che i rapporti tra Svizzera ed Italia siano sulla via della normalizzazione.

 

Tempo di contromisure

Adesso le perquisizioni dei turisti cinesi hanno varcato il Gottardo. Anche a Lucerna monta la protesta. Alla vicenda, il TagesAnzeiger ha dedicato un esteso articolo. Anche il Municipio di Lugano ha deciso di scrivere a Berna, ai Consiglieri federali Burkhalter (titolare del Dipartimento degli Esteri) e Schneider Ammann, ministro dell’Economia.

Il rischio che si corre è noto: la perdita dei turisti cinesi, un mercato interessante, in crescita, e su cui si è investito parecchio. Ed infatti i tour operator cinesi già progettano di stralciare il Ticino dalle loro destinazioni per il 2013, e da subito la parola d’ordine è: niente shopping da noi!

Per questo bel risultato, possiamo ringraziare la vicina ed ex amica Penisola, la quale non perde neanche mezza occasione per boicottarci. Senza che, va da sé, da parte nostra ci sia una qualsivoglia reazione. Ad esempio, cominciare a bloccare in dogana e a controllare sistematicamente  54mila frontalieri che ogni giorno entrano in Ticino, e migliaia di padroncini.

Facciamo così: per ogni turista cinese perquisito al valico di Chiasso Brogeda, noi alla dogana svizzera rivoltiamo come calzini, bloccandoli per ore, 100 frontalieri. Poi vediamo se la controparte italiana non scenderà a più miti consigli! Ma finché subiremo senza reagire, è poco ma sicuro che continueremo a perdere. E a farci fregare.

 

 

L’Italia ci fa perdere i turisti cinesi

Comunicato stampa

 

Turisti cinesi in arrivo dal Ticino perquisiti alla dogana italiana di Chiasso Brogeda: la situazione peggiora

 

A rischio l’intero segmento di mercato turistico e gli importanti investimenti promozionali che vi sono stati effettuati

 

Il problema relativo ai controlli cui vengono da qualche tempo sottoposti, al valico di Chiasso Brogeda, da parte della Guardia di finanza italiana, i torpedoni di turisti cinesi che entrano in Italia dal Ticino, lungi dal risolversi, si sta invece acuendo.

In sostanza, i torpedoni di turisti cinesi vengono fermati, e gli occupanti perquisiti, alla ricerca di acquisti di valore effettuati in Ticino. Su tali acquisti viene fatta pagare l’IVA al 21%, con l’indicazione di farsi risarcire all’aeroporto: ma il risarcimento, notoriamente, non funziona mai.

Le cifre prelevate quale IVA possono anche essere decisamente consistenti (pensiamo al 21% del costo di un orologio “Rolex”). Sarebbe peraltro un errore ritenere che il problema interessi solo i turisti cinesi che fanno shopping al Foxtown poiché il raggio dello shopping si estende almeno fino a Lugano.

Da informazioni assunte risulta inoltre che questa prassi venga applicata unicamente ai valichi col Ticino. Si tratterebbe dunque di nuova, ulteriore misura discriminatoria applicata dall’Italia ai danni dell’economia del nostro Cantone. Questo quando i rapporti dovrebbero “normalizzarsi”.

Va rilevato che la base legale per effettuare tali controlli esiste. Ma viene applicata, come rileva anche Svizzera Turismo, solo da qualche tempo e solo a danno del Ticino.

Come previsto, le conseguenze negative delle perquisizioni ai danni dei torpedoni di turisti cinesi che entrano in Italia dal Ticino si stanno facendo sempre più concrete. Infatti, i tour operator cinesi, per evitare ai propri clienti nuove disavventure, superato il primo shock stanno predendo contromisure. Contromisure che consistono nell’escludere il Ticino dai propri itinerari, per lo meno in prospettiva 2013. E già ora il motto è: “niente shopping in Ticino”.

Si prospetta così un danno doloroso al nostro commercio e al nostro turismo, che già non se la passa nel migliore dei modi. Va ricordato che il mercato cinese è un segmento su cui si sono investite parecchie risorse. Tutto il lavoro svolto e gli sforzi profusi rischiano ora di venire annullati a seguito delle perquisizioni italiane, se non si troverà una soluzione in tempi brevi.

Sul tema è stato sensibilizzato anche il Consigliere federale Burkhalter, ministro degli Esteri, tramite lettera del sottoscritto inviata nei giorni scorsi. Svizzera turismo e Ticino turismo sono già all’opera. La SECO è stata anch’essa coinvolta.

C’è da chiedersi se non sia il caso di cominciare ad applicare, da parte elvetica, misure di controllo sistematico altrettanto legali di quelle messe in campo dalla dogana italiana,  ma da svolgersi quotidianamente ed in modo approfondito sui 54mila frontalieri e sulle migliaia di “padroncini” e distaccati che quotidianamente entrano in Ticino.

E’ comunque evidente, e la vicenda dei turisti cinesi non è che un ulteriore esempio, che i rapporti tra Svizzera ed Italia sono lungi dalla normalizzazione. E certamente non per colpa della Svizzera. 

A subirne i danni sono, ancora una volta, il turismo e l’economia ticinese. Che si spera verranno ora adeguatamente ed efficacemente difesi anche a livello federale.

 

Lorenzo Quadri

Consigliere nazionale

Lega dei Ticinesi

Gottardo: non facciamoci fuorviare

Visto che sappiamo già che la posizione  espressa dal governo del Canton Uri  sul completamento del tunnel autostradale del Gottardo verrà ampiamente strumentalizzata dalla $inistra, mettiamo le mani in avanti.

Premessa: la $inistra vuole tagliar fuori per tre anni il Ticino dal resto della Svizzera, sostenendo che i lavori di risanamento al tunnel autostradale del Gottardo devono essere svolti senza disporre di un secondo tubo. Questo modo di procedere porterebbe un danno incalcolabile alla nostra economia, cosa che però  non preoccupa più di tanto la $inistra essendo quest’ultima composta in massima parte da funzionari statali e docenti. Del resto solo il fatto che il Consiglio federale abbia cambiato radicalmente impostazione  e sia ora a favore del secondo tunnel, la dice lunga. Al proposito va sottolineato il ruolo svolto nel cambiamento di rotta dal lavoro congiunto del Consiglio di Stato, e segnatamente del direttore del Dipartimento del territorio Marco Borradori, della Deputazione ticinese alle Camere federali (in particolare dei rappresentanti ticinesi alle Commissioni dei Trasporti degli Stati e del Nazionale, ossia, rispettivamente, Filippo Lombardi agli Stati e Lorenzo Quadri e Fabio Regazzi al Nazionale), del mondo economico, turistico,  delle associazioni di categoria, di molti Comuni, eccetera.

Perfino a Berna si sono dunque resi conto che la chiusura per oltre tre anni con misure accompagnatorie inefficienti, già  votate al fallimento in partenza, sarebbe un disastro. Un disastro anche finanziario: per costruire le megastazioni di trasbordo per auto e tir si spenderebbe  fino ad un miliardo di Fr. Interamente a fondo perso, perché le strutture dovrebbero essere smantellate a risanamento ultimato.

Se il Consiglio federale ha cambiato radicalmente posizione, ciò che non è di sicuro usuale, vuol dire che l’opzione sostenuta ancora solo dalla $inistra del risanamento con tre anni di isolamento del Cantone – poi le migliaia di disoccupati in più che saranno la logica conseguenza di una simile operazione potranno andare a chiedere un lavoro direttamente alla $inistra – è del tutto insostenibile. Comporterebbe costi immani a fondo perso ed inoltre non risolverebbe in nessun modo il problema della sicurezza.

Ora, venerdì è stata divulgata la notizia, che verrà sicuramente amplificata dai contrari al completamento del Gottardo, che il Consiglio di Stato del Canton Uri si è espresso contro il secondo tunnel.

In realtà questa presa di posizione non rispecchia affatto la volontà del Cantone. L’esecutivo urano ha giocoforza dovuto adeguarsi all’esito di una votazione popolare, estremamente malgestita e tenutasi sulla scorta di informazioni parziali, da cui è emerso un no al secondo tunnel. Ma il governo urano è da sempre a favore del completamento del traforo. Ma soprattutto, il Cantone è ferocemente contrario alle mega-stazioni di trasbordo, elemento essenziale del rifacimento senza seconda galleria.

E’ quindi evidente che la presa di posizione del Consiglio di Stato del Canton Uri non costituisce in alcun modo una vittoria per chi vuole isolare il Ticino per oltre tre anni dal resto della Svizzera e fargli perdere migliaia di posti di lavoro. Al contrario: nel Canton Uri si sta formando un comitato interpartitico a favore del completamento…

Lorenzo Quadri

 

Accordi fiscali: un referendum per evitare il baratro

Ci è voluto un po’ di tempo per iniziare concretamente, ma alla fine ci siamo. La raccolta delle firme per il referendum contro gli Accordi fiscali con  Gran Bretagna, Germania ed Austria è partita da una settimana e procede ormai a pieno regime.

Questo referendum è sicuramente uno dei più importanti della politica svizzera degli ultimi anni. Perché la posta in gioco è altissima. Ne va non solo della nostra Piazza finanziaria – che è una delle risorse più importanti del Paese – ma anche della nostra sovranità nazionale. Si tratta inoltre di far giungere dal popolo, a questo Consiglio federale campione intergalattico di cedimento ad oltranza, un messaggio chiaro ed inequivocabile: così non si va avanti.

I rapporti con un’UE sull’orlo del baratro e con gli USA anch’essi in declino (con tanto di Stati falliti) non possono essere improntati ad una simile base. Con l’UE e con gli Stati Uniti siamo in guerra economica. Costoro hanno inoltre a più riprese dimostrato che le concessioni fatte da Berna, per quanto avvenute a tambur battente, non saranno mai sufficienti ad accontentarli: vorranno sempre di più.

Le conseguenze degli accordi fiscali sulla piazza finanziaria svizzera e ticinese le abbiamo indicate più volte, ma le ripeteremo ad oltranza affinché nessuno possa fingere di non sapere. Un terzo dei posti di lavoro sono in pericolo. Per il Ticino, vuol dire ritrovarsi con almeno 4000 disoccupati in più nel settore finanziario. E cosa faranno questi futuri disoccupati, che magari hanno lavorato in banca o in una fiduciaria per due decenni e adesso hanno cinquanta o più anni e famiglie a carico? Per dirla in burocratese: in che ambito professionale potranno essere riciclati questi profili? E soprattutto, chi li assumerà? Davanti a migliaia di persone si sta aprendo un baratro: sarà bene che ce ne rendiamo tutti conto. Non solo i lavoratori direttamente toccati, ma anche il resto della popolazione. Perché perdere 4000 impieghi sulla piazza finanziaria equivale ad una catastrofe sociale, oltre che economica.

E’ a dir poco sconvolgente sentire i soliti politicanti dei partiti storici parlare con leggerezza, in riferimento alla piazza finanziaria, di “attività che hanno fatto il loro tempo”, di “situazione che doveva finire”, e dell’”opportunità (sic!) di riorientarsi su nuove risorse”.

Punto primo: il fatto che si parli di “opportunità” in relazione alla cancellazione di 4000 posti di lavoro – e di posti di lavoro ben retribuiti, che permettono ai loro titolari di far girare l’economia – è roba, come diceva quel tale, da «metter mano alla pistola».

Punto secondo: chi li riqualifica e li fa lavorare i 4000 futuri disoccupati (tra cui molti ultracinquantenni) del settore finanziario ticinese? Forse i politicanti di cui sopra?

La nostra piazza finanziaria va difesa con ogni mezzo. E non per fare un favore alle grandi banche, le quali della Svizzera e del Ticino se ne infischiano (la Svizzera la usano solo per il marchio, mentre di tutto il resto chissenefrega) bensì per salvare migliaia di posti di lavoro. E non solo, ma per salvare anche decine di milioni di entrate fiscali e di indotti economici. E per evitare a migliaia di famiglie ticinesi di finire nel baratro della disoccupazione e dell’assistenza.

E che dire poi dell’obbligo che si vorrebbe imporre alla Svizzera, tramite gli accordi Rubik con Germania, Gran Bretagna ed Austria, di fare da esattore fiscale per conto di questi Stati? Cosa siamo noi, i lacché dell’UE?

Firmare massicciamente il referendum non vuol dire solo darsi da fare per salvare migliaia di posti di lavoro. Significa anche mandare un segnale chiaro al Consiglio federale: la politica del cedimento ad oltranza deve finire.

Lorenzo Quadri

 

 

Cassa malati: l’amnistia per morosi rischia di svanire nel nulla

Tutto come da copione. Dal sito comparis.ch risulta che l’anno prossimo i premi di cassa malati aumenteranno ulteriormente del 3%. Si tratta di una previsione a livello nazionale. Non è dato al momento di sapere, dunque, cosa succederà in Ticino. Tuttavia è chiaro che la musica è sempre la stessa. Ossia che i premi crescono. E crescono, a questo punto, tendenzialmente all’infinito. 

Eppure c’è stato un momento in cui sembrava – o per lo meno: si voleva far credere – che la tendenza si sarebbe potuta invertire, almeno per i ticinesi, che hanno pagato per anni premi eccessivi.

I (pochi) fautori del managed care tenteraano ora di sostenere che con il loro sistema la musica sarebbe cambiata. Non è vero. Infatti, anche a voler prendere per buone le tesi dei sostenitori, i costi globali sarebbero diminuiti dell’1%, il tutto senza influenza alcuna sui premi di cassa malati.

 

Morosi

C’è anche un altro problema non di poco conto, ed è quello dei morosi di cassa malati. I quali da inizio anno sono stati “amnistiati”:  nel senso che il Cantone rifonde agli assicuratori l’85% dei premi (e delle partecipazioni,…) arretrati dei morosi in carenza beni, ed in cambio l’assicuratore ripristina la copertura. L’obiettivo dell’esercizio dovrebbe però essere, a questo punto, che il moroso amnistiato (se non proprio tutti, almeno una buona fetta…)  che è tornato ad avere la copertura, versi regolarmente il premio. In caso contrario rischia di venire nuovamente sospeso, se il Cantone giudicherà – in base a parametri rigorosi – che avrebbe potuto pagare e non l’ha fatto per cattiva volontà.

 

L’amnistia semisconosciuta

Il rischio è che molti morosi, con buona probabilità nemmeno sanno di essere stati amnistiati e quindi, pensando di essere sospesi come prima, e ritenendo il debito ormai comunque irrecuperabile, e quindi la copertura definitivamente persa, continuano a non pagare.

Il risultato è che torneranno sospesi un’altra volta, con penalizzazioni ancora più pesanti di prima, senza essere riusciti a cogliere l’opportunità unica che è stata loro offerta. Ai Comuni è stato dato (dal Cantone) il compito di contattare i morosi che nonostante l’amnistia non si sono messi in regola, ossia che non hanno pagato regolarmente i premi, per far sì che si rimettano in carreggiata.

 

Gli elenchi che non arrivano

Per svolgere il proprio compito tuttavia i Comuni devono disporre dell’elenco di chi non ha pagato i premi di cassa malati. Questa informazione, che è in possesso, ovviamente, degli assicuratori, avrebbe dovuto essere disponibile per fine marzo. Siamo a metà luglio e gli elenchi non ci sono ancora.

Il risultato è che nel frattempo il debito verso la cassa malati di chi non ha pagato i premi è già cresciuto, diventando probabilmente già irrecuperabile. Si tratta di un debito che cresce in fretta e che, dunque, non ci mette molti mesi ad uscire dalla portata di persone che in genere si trovano già vicine alla soglia di povertà.

Il risultato è che queste persone finiranno nuovamente sospese e il Cantone, una volta spiccato l’atto di carenza beni, si troverà a dover pagare l’85% del debito al loro posto.

Morale: l’amnistia di inizio anno rischia di concludersi con un fallimento. Ed il continuo aumento dei premi di cassa malati di certo non aiuta.

Lorenzo Quadri

13a AVS: nessun motivo plausibile per rifiutarla

 

Finalmente, dopo due anni d’attesa, il prossimo 23 settembre si potrà votare sulla Tredicesima AVS. Ossia sull’iniziativa popolare lanciata dalla Lega dei Ticinesi dal nome: “un aiuto concreto agli anziani in difficoltà”. Si tratta, come tutti sanno, di un vecchio cavallo di battaglia del nostro Movimento che viene – oggi come ieri – avversato unicamente per motivi partitici: MAI dare ragione alla Lega. Lo si è visto in maniera plateale a Lugano, quando il Consiglio comunale ha bocciato con argomentazioni vacue il messaggio licenziato all’unanimità dal Municipio.

Poi a Lugano, grazie anche all’impegno della Lega, ci si è potuti attivare diversamente, tramite revisione e potenziamento del regolamento sociale comunale, che adesso tutti lodano: va ribadito che nulla di tutto questo sarebbe avvenuto senza l’impulso leghista pro-Tredicesima AVS.

Si tratta però di due tipi d’intervento molto diversi, che possono benissimo convivere: il regolamento sociale comunale è un aiuto puntuale per far fronte a spese concrete (con tanto di fattura), la Tredicesima AVS è un contributo annuale ricorrente destinato ai nostri anziani (svizzeri o residenti in Svizzera da almeno 12 anni) di condizione economica modesta. Quindi non ai milionari, ma a quelli che beneficiano della prestazione complementare o che hanno un reddito analogo o inferiore a quello garantito dalla PC senza ottenerla. Si tratta di un problema che il nostro Movimento, “vox clamans in deserto”, solleva da molti anni ormai, da sempre inascoltato: e non perché l’argomento non sia reale, ma sempre per il solito motivo citato sopra, ossia che non bisogna MAI dare ragione alla Lega.

Questi anziani, quelli che non ricevono la PC ma hanno un reddito analogo o addirittura inferiore (ma rimangono “fregati” perché proprietari di una casetta, dell’ appartamento in cui vivono, di un terreno o di un rustico magari ereditato che fa “saltare” il diritto a ricevere la complementare) sono i più sfavoriti. Dopo la cinquecentesima fetta, se ne è accorto anche il PPD il quale, proprio nelle scorse settimane, ha presentato una mozione a tema in Gran Consiglio. Poi però, in plateale contraddizione – ma in perfetta coerenza col sacro dogma del “non bisogna MAI dare ragione alla Lega” – i rappresentati pipidini in Parlamento sono riusciti nell’acrobatica impresa di votare contro la Tredicesima AVS.

 

L’aspetto “meritocratico”

La Tredicesima AVS contiene anche, ed è un pregio, una componente di meritocrazia. Tra i poveri (o relativamente poveri visto che in Ticino nessuno, per fortuna, dorme sotto i ponti) gli anziani non sono necessariamente quelli messi peggio – con l’eccezione però dei proprietari di casetta costretti, causa sostanza immobiliare, a tirare a campare con la sola AVS. Il reddito minimo garantito dalla Prestazione complementare è infatti superiore a quello garantito dall’assistenza. Gli anziani poveri non sono, di regola, i più poveri dei poveri. E allora? Vogliamo paragonare l’anziano ticinese che, con il suo lavoro e con i suoi sacrifici, ha costruito la nostra società, il nostro (sempre più relativo) benessere e che, giunto all’ultima parte della sua esistenza si trova ancora, per tutto ringraziamento, a dover tirare la cinghia dopo una vita di privazioni, allo straniero arrivato l’altro ieri in Svizzera per mettersi a carico del nostro Stato sociale, e che prontamente – grazie ai soliti noti – vi attinge senza mai aver versato un centesimo di contributi? Noi la differenza la vogliamo fare. Eccome che la vogliamo fare!

 I nostri anziani meno fortunati meritano un riconoscimento, un “plus”. Sottoforma, appunto, di Tredicesima AVS. Per questo il nome “Tredicesima AVS”, per quanto tecnicamente scorretto per indicare l’iniziativa leghista, è però molto esemplificativo.

Anche la Tredicesima è una forma di riconoscimento. Un riconoscimento che i “noss vecc” meritano più di altri e che, dal punto di vista dei costi, è assolutamente sostenibile.

Lorenzo Quadri

Gottardo: i perché di una decisione

L’iniziativa popolare con l’obiettivo di portare sempre alle urne i cittadini sui trattati internazionali importanti non l’ha spuntata. Questo non vuole però dire che su tali accordi non si voterà. Dovrà però esserci qualcuno che si sobbarcherà il compito, di certo non leggero, di raccogliere le firme: perché un referendum riesca, ce ne vogliono 50 mila in 100 giorni.

Quel qualcuno ci sarà nel caso degli accordi fiscali con Gran Bretagna, Germania ed Austria. L’ASNI ha annunciato il referendum e in Ticino la Lega sarà della partita.

Gli accordi approvati a maggioranza dalle Camere federali altro non sono che il frutto della politica del cedimento ad oltranza del Consiglio federale davanti alle pretese di un’UE sull’orlo del baratro.

I Confederati nel 1291 resistettero agli Asburgo che avrebbero dominato l’Europa per un millennio; oggi il Consiglio federale alza bandiera bianca anche davanti a nazioni fallite. I tempi sono proprio cambiati!

I trattati con Gran Bretagna, Germania ed Austria, con liberatorie al 30-40%, rappresentano un pericoloso precedente per le negoziazioni in corso con l’Italia. Non solo, ma avranno un prezzo altissimo: i banchieri privati parlano di anche il 30% dei posti di lavoro a rischio, le cifre avanzate dai fiduciari non sono più allegre.

Questo vuol dire migliaia di disoccupati sulla piazza finanziaria ticinese. Con il corollario che ne consegue. Precarietà, sostituzione di ticinesi con frontalieri. Inoltre, caduta del potere d’acquisto e degli indotti creati dai bancari e, ovviamente, netta perdita di gettito fiscale. Fa specie che la Sinistra, sempre pronta a scagliarsi istericamente contro ogni ipotesi di sgravio fiscale, sembri non rendersi conto di quest’ultimo aspetto (nemmeno degli altri, per la verità).

Il Consiglio federale, come pure le Camere, non hanno fatto il proprio dovere nei confronti del Paese. Invece di difenderne le risorse ed i posti di lavoro hanno ceduto davanti a tutte le pressioni internazionali in arrivo da UE, OCSE e compagnia bella. Le conseguenze, se gli accordi conclusi diventeranno realtà, non tarderanno a manifestarsi, e saranno tragiche. Se qualcuno poi si illude che simili trattati taciteranno gli appetiti di un’Europa farcita di Stati in bancarotta, che ha messo gli occhi sulla nostra piazza finanziaria, per questo qualcuno si prepara un amaro risveglio. La Svizzera rispetta i patti. Gli altri no.  Oltretutto non passa quasi giorno senza che si apprenda di qualche nuovo cedimento federale nei confronti dell’UE. Gli accordi sottoscritti, ben lungi dal mettere la parola fine alla débâcle della piazza finanziaria svizzera in generale e ticinese in particolare, non saranno che l’inizio. Il fatto che l’accordo con la Germania spalanchi le porte alle fishing expeditions creando la possibilità di controlli a campione, la dice lunga.

Da sottolineare, poi, la mancanza di reciprocità: forse che in Austria – nazione che si tiene ben stretto il proprio segreto bancario pur essendo membro dell’Unione europea – non ci sono capitali elvetici? E come la mettiamo con la piazza londinese e con le bizzarre isolette nella Manica? Il fatto che da queste “location” non confluirà in Svizzera un centesimo, è un ulteriore chiaro indizio che i tre trattati “benedetti” a Berna non sono frutto di una negoziazione, ma di una resa unilaterale da parte elvetica.

Che poi la Svizzera si impegni a fungere da esattore fiscale per conto di paesi che non sono in grado di far pagare le imposte ai propri cittadini, ponendosi così in una funzione servile, è anche lesivo della nostra sovranità.

Né deve trarre in inganno il sostegno che gli accordi Rubik riscuotono presso le grandi banche, la cui priorità è mettere una pietra su trascorsi imbarazzanti (eufemismo). A queste multinazionali il futuro della piazza elvetica interessa poco. Gli accordi approvati porteranno, semplicemente, ad una fuga di capitali (e di conseguenza di posti di lavoro) dalla Svizzera verso lidi esotici. Le grandi banche compenseranno in tali lidi ciò che non guadagneranno più  nel nostro Paese. Senza danno per l’utile globale.

I posti di lavoro sulla nostra piazza finanziaria – e a rischio ci sono migliaia di impieghi – meritano di venire difesi con forza contro una simile politica della bandiera bianca. Per questo il referendum deve riuscire.

Lorenzo Quadri

Consigliere nazionale

Lega dei Ticinesi 

 

 

Accordi fiscali: la politica della bandiera bianca

L’iniziativa popolare con l’obiettivo di portare sempre alle urne i cittadini sui trattati internazionali importanti non l’ha spuntata. Questo non vuole però dire che su tali accordi non si voterà. Dovrà però esserci qualcuno che si sobbarcherà il compito, di certo non leggero, di raccogliere le firme: perché un referendum riesca, ce ne vogliono 50 mila in 100 giorni.

Quel qualcuno ci sarà nel caso degli accordi fiscali con Gran Bretagna, Germania ed Austria. L’ASNI ha annunciato il referendum e in Ticino la Lega sarà della partita.

Gli accordi approvati a maggioranza dalle Camere federali altro non sono che il frutto della politica del cedimento ad oltranza del Consiglio federale davanti alle pretese di un’UE sull’orlo del baratro.

I Confederati nel 1291 resistettero agli Asburgo che avrebbero dominato l’Europa per un millennio; oggi il Consiglio federale alza bandiera bianca anche davanti a nazioni fallite. I tempi sono proprio cambiati!

I trattati con Gran Bretagna, Germania ed Austria, con liberatorie al 30-40%, rappresentano un pericoloso precedente per le negoziazioni in corso con l’Italia. Non solo, ma avranno un prezzo altissimo: i banchieri privati parlano di anche il 30% dei posti di lavoro a rischio, le cifre avanzate dai fiduciari non sono più allegre.

Questo vuol dire migliaia di disoccupati sulla piazza finanziaria ticinese. Con il corollario che ne consegue. Precarietà, sostituzione di ticinesi con frontalieri. Inoltre, caduta del potere d’acquisto e degli indotti creati dai bancari e, ovviamente, netta perdita di gettito fiscale. Fa specie che la Sinistra, sempre pronta a scagliarsi istericamente contro ogni ipotesi di sgravio fiscale, sembri non rendersi conto di quest’ultimo aspetto (nemmeno degli altri, per la verità).

Il Consiglio federale, come pure le Camere, non hanno fatto il proprio dovere nei confronti del Paese. Invece di difenderne le risorse ed i posti di lavoro hanno ceduto davanti a tutte le pressioni internazionali in arrivo da UE, OCSE e compagnia bella. Le conseguenze, se gli accordi conclusi diventeranno realtà, non tarderanno a manifestarsi, e saranno tragiche. Se qualcuno poi si illude che simili trattati taciteranno gli appetiti di un’Europa farcita di Stati in bancarotta, che ha messo gli occhi sulla nostra piazza finanziaria, per questo qualcuno si prepara un amaro risveglio. La Svizzera rispetta i patti. Gli altri no.  Oltretutto non passa quasi giorno senza che si apprenda di qualche nuovo cedimento federale nei confronti dell’UE. Gli accordi sottoscritti, ben lungi dal mettere la parola fine alla débâcle della piazza finanziaria svizzera in generale e ticinese in particolare, non saranno che l’inizio. Il fatto che l’accordo con la Germania spalanchi le porte alle fishing expeditions creando la possibilità di controlli a campione, la dice lunga.

Da sottolineare, poi, la mancanza di reciprocità: forse che in Austria – nazione che si tiene ben stretto il proprio segreto bancario pur essendo membro dell’Unione europea – non ci sono capitali elvetici? E come la mettiamo con la piazza londinese e con le bizzarre isolette nella Manica? Il fatto che da queste “location” non confluirà in Svizzera un centesimo, è un ulteriore chiaro indizio che i tre trattati “benedetti” a Berna non sono frutto di una negoziazione, ma di una resa unilaterale da parte elvetica.

Che poi la Svizzera si impegni a fungere da esattore fiscale per conto di paesi che non sono in grado di far pagare le imposte ai propri cittadini, ponendosi così in una funzione servile, è anche lesivo della nostra sovranità.

Né deve trarre in inganno il sostegno che gli accordi Rubik riscuotono presso le grandi banche, la cui priorità è mettere una pietra su trascorsi imbarazzanti (eufemismo). A queste multinazionali il futuro della piazza elvetica interessa poco. Gli accordi approvati porteranno, semplicemente, ad una fuga di capitali (e di conseguenza di posti di lavoro) dalla Svizzera verso lidi esotici. Le grandi banche compenseranno in tali lidi ciò che non guadagneranno più  nel nostro Paese. Senza danno per l’utile globale.

I posti di lavoro sulla nostra piazza finanziaria – e a rischio ci sono migliaia di impieghi – meritano di venire difesi con forza contro una simile politica della bandiera bianca. Per questo il referendum deve riuscire.

Lorenzo Quadri

Consigliere nazionale

Lega dei Ticinesi 

 

 

Turismo: basta con il livellamento verso il basso!

Intervista pubblicata sul MDD dell’8 luglio 2012;

argomento: la rottura tra gli enti turistici del Locarnese e del Luganese e Ticino Turismo

 

*****


Il Municipio di Lugano sostiene la posizione degli enti turistici del Locarnese e del Luganese. I motivi?

A Lugano il settore turistico è stato oggetto, negli scorsi mesi, di un’ importante ed impegnativa riorganizzazione, che ha visto da un lato la fusione tra l’ente turistico di Lugano e quello del Malcantone, dando vita al nuovo Ente Turistico del Luganese. Dall’altro, è stato creato un vero Dicastero turismo della città, con la competenza primaria per quel che riguarda il territorio comunale. E’ chiaro quindi che sul Ceresio non si ha la benché minima intenzione di lasciarsi spossessare di risorse e di competenze, visto che attualmente in direzione di Ticino turismo partono milioni senza che si vedano, in ritorno, dei risultati apprezzabili. Da qui il sostegno del Municipio all’iniziativa dei due enti turistici regionali. Spero che a Bellinzona ci si renda conto che la questione non potrà essere appianata con conciliaboli o pour parler. Serve un radicale cambiamento di rotta.

Il direttore uscente di Ticino Turismo, Tiziano Gagliardi, ha dichiarato nel corso dell’assemblea che non ci si può far prendere dal mantra: “chi ha i soldi comanda”.

Premessa: non si tratta di entrare in polemica con Gagliardi, perché il problema è di strutture e non di persone. Detto questo: il direttore di Ticino Turismo si aspetta forse che chi paga milioni sia disposto ad accettare tranquillamente di farsi espropriare e di farsi comandare? Non raccontiamo barzellette…

Ma l’unione non fa la forza?
No, se unione significa frenare chi va troppo veloce perché bisogna portare tutti sullo stesso piano. Con impostazioni di questo tipo si entra nelle solite logiche di livellamento verso il basso. Chi ha le risorse per tirare il carro deve essere messo nelle condizioni di poterlo fare. Nell’interesse di tutti. Senza poli trainanti questo Cantone non andrà da nessuna parte. Nemmeno nel settore turistico.

L’alleanza Lugano-Locarno è per lo meno insolita…

Ticino Turismo è riuscito a mettere d’accordo Lugano e Locarno: non è un’impresa da poco…

 

 

Turismo: non fermiamo le locomotive

Il turismo, croce e delizia di questo Cantone, ultimamente più croce che delizia, è uno degli argomenti di discussione preferiti, fornendo a schiere di tuttologi lo spunto per dire la loro, magari autoproclamandosi “esperti”.

Da tempo è in corso una nuova revisione della Legge cantonale sul turismo. All’orizzonte si prospettano progetti misteriosi e sigle che ricordano modelli di telefonino (TMC, TTH, SST, DMO,…).

La procedura ufficiale di consultazione non è ancora avviata. Tuttavia quel che trapela dai vari gruppi di lavoro non pare esattamente rassicurante.

A titolo “preventivo” (come disse quell’ex presidente USA) vale la pena evidenziare alcuni aspetti.

Riforme in senso centralistico, volte ad attribuire ancora più risorse e competenze a Ticino turismo, non sono accettabili. Il prodotto turistico è strettamente collegato al territorio. Una definizione poco elegante dal punto linguistico, ma illustrativa è la seguente: “il prodotto turistico è composto da una serie di elementi disposti ed organizzati, in una determinata area, che hanno lo scopo di soddisfare il turista”. Emerge quindi in modo chiaro la competenza dell’ente di prossimità. Ovvero Comuni ed Enti regionali. Essi conoscono il territorio con le sue specificità. Devono quindi avere le competenze e le risorse per creare il prodotto turistico, ed anche promuoverlo e propagandarlo. I diversi aspetti non possono essere scissi, come invece avviene ora.

In Ticino esistono alcune destinazioni che costituiscono un marchio turistico forte e di valenza nazionale ed internazionale. Questi punti di forza – per quanto possa sembrare banale dirlo – vanno valorizzati. Per farlo sono però necessari dei margini di manovra reali e non di facciata. Ad esempio: Lugano è un marchio turistico, Locarno è un marchio turistico, Ascona idem. Il Ticino di per sé, invece, non lo è. Ognuna delle destinazioni “forti” sopra citate ha delle sue peculiarità ed un suo pubblico. Le differenti vocazioni dei comprensori non possono essere semplicemente ignorate con accorpamenti contronatura (ad esempio: mettere assieme Lugano e Locarno, come qualcuno progetta di fare). Men che meno possono essere diluite in castranti sovrastrutture cantonali. Le quali dovrebbero semmai limitarsi a compiti di coordinamento e di osservatorio.

Invece, ancora una volta si rischia di incappare nel deplorevole vizio del livellamento verso il basso. Vizio peraltro visibile anche in materia di politica comunale. I poli forti, quelli che hanno (avrebbero) le competenze e le risorse per emergere, vengono frenati “per non creare disparità”. Perché tutti devono essere “portati sullo stesso piano”. Ma chi l’ha detto?

Una simile politica comporta la perdita delle “locomotive” e la caduta nella mediocrità. Con danno per tutti. Josep Acebillo, in una conferenza di un paio di anni fa, disse: «non può esistere un Cantone forte senza un polo forte».

Che il turismo non se la passi nel migliore dei modi è manifesto. Del resto si tratta di un fenomeno generalizzato. A Lugano, per rilanciare il settore, è stata messa in campo un’importante riorganizzazione: da un lato la nascita del Dicastero Turismo della Città, dall’altro la fusione tra Lugano Turismo e l’Ente turistico del Malcantone. Questa riorganizzazione, la collaborazione tra Dicastero ed Ente e – elemento molto importante – di entrambi con gli attori economici presenti sul territorio, si è rapidamente tradotta in progetti concreti: dal potenziamento delle manifestazioni all’azione “Lugano Cambia” attualmente in “tournée” nella Svizzera tedesca. Non è che l’inizio. Le autonomie locali, là dove funzionano e sono forti, vanno valorizzate. E’ quindi evidente che un’esautorazione, sotto qualsiasi forma, a vantaggio di fumogene strutture di valenza cantonale, non entra nemmeno in linea di conto. Né si è disposti ad entrare nel merito di ulteriori logiche (s)perequative miranti a sottrarre risorse a chi non solo le produce, ma è anche in grado di farle rendere: ciò che non necessariamente è il caso dell’ente turistico cantonale.

Lorenzo Quadri

Capodicastero turismo

Città di Lugano