“Bel”(?)ticino raschia il fondo del barile

Al gruppuscolo “Bel”(?)ticino, nella sua smania di creare un clima da caccia alle streghe nei confronti dell’odiato leghista inteso come il nemico d’abbattere, è scivolata la frizione.
Mi riferisco ovviamente alla segnalazione, addirittura alla presidenza del Consiglio nazionale, sul fotomontaggio “famiglia musulmana” che sarebbe in qualche modo brevemente comparso nei mesi scorsi (!) nella mia pagina facebook. Presa di posizione che la presidenza del Nazionale ha già respinto al mittente.
Come si potrà facilmente immaginare, non mi occupo da solo del mio profilo facebook (cosa peraltro comune tra i parlamentari) non disponendo del dono dell’ubiquità.
Sul fotomontaggio in questione, che non condivido, non formulo ulteriori commenti (che peraltro nessuno ha richiesto), per il semplice fatto che il mio unico ruolo in tutta la vicenda è stato di farlo rimuovere non appena l’ho visto. Il fotomontaggio è dunque comparso sul mio profilo senza alcuna azione da parte mia (“taggato” da terzi?), che anzi l’ho fatto togliere.
Visto tuttavia che, a quanto risulta, il fotomontaggio è ancora in rete, chiedo a “Bel”(?)ticino se ha denunciato il web, o quantomeno scritto una lettera di protesta, come avrebbe dovuto immediatamente fare se la sua non fosse una semplice a guerriglia partitica e se la sua morale non fosse a senso unico. So già la risposta…
Il gruppuscolo “Bel”(?)ticino, volendo a tutti i costi denigrare l’odiato avversario, in mancanza di argomenti plausibili, si è dunque ridotto a montare un caso sul nulla.
Positivo di questa vicenda è che tale gruppuscolo, con la sua iniziativa, ha mostrato addirittura alla presidenza del Consiglio nazionale la nullità dei propri argomenti e l’ipocrisia della propria “morale”.
Va da sé che il sottoscritto si riserva di adire le vie legali nel caso in cui “Bel”(?)ticino si producesse, nella propria guerriglia partitica che nulla ha a che vedere con la morale, in risibili teorie su violazioni di legge o di obblighi costituzionali da parte del sottoscritto. Sarebbe la seconda denuncia penale che presento nei confronti di questi ambienti. La prima è infatti quella, inoltrata ad inizio anno e tuttora pendente, contro la pubblicazione calunniosa “5 minuti”, volantino che ben dimostra quale sia la “morale” dei suoi promotori. Sempre che, beninteso, in ottemperanza ai propri trascorsi politici, qualche “moralista”, non accontentandosi più della caccia alle streghe, non abbia nel frattempo fatto riaprire i gulag.
Lorenzo Quadri
Consigliere nazionale Lega

Referendum contro gli Accordi fiscali

L’ultima occasione per difenderci

Giovedì sono state consegnate a Berna le firme del triplo referendum contro gli accordi fiscali con Germania, Gran Bretagna ed Austria.
Si resta in attesa della convalida da parte della Cancelleria federale; non dovrebbero però esserci brutte sorprese. Sicché sullo spinoso problema il popolo potrà dire la sua. Con la consapevolezza della posta in gioco: non solo oltre 50mila posti di lavoro sulla piazza finanziaria svizzera, ma anche il futuro della nostra indipendenza, della nostra sovranità e del nostro Stato di diritto.
Dal lancio del referendum infatti la situazione si è ulteriormente e pesantemente compromessa. Logica conseguenza dello scandaloso cedimento ad oltranza del Consiglio federale su tutti i fronti, che può avere un solo obiettivo: distruggere tutte le nostre specificità, quelle che hanno fatto il nostro benessere (o quel che ne resta) per farci entrare nell’Unione europea.
Solo nelle ultime settimane, l’escalation è stata devastante. La possibilità di presentare domande raggruppate sui conti esteri di propri concittadini, concessa agli USA, lo sarà anche a tutti gli Stati con cui la Svizzera sottoscriverà accordi fiscali internazionali. La differenza tra le domande raggruppate e le fishing expeditions, che costituiscono la fine del segreto bancario, è solo una questione di sofismi accademici.

La situazione precipita
La scorsa settimana, poi, la batosta, che ha immediatamente travalicato i nostri confini, dove è stata letta per quello che è: la fine del segreto bancario anche per gli svizzeri.
Infatti, a seguito di un’ovvia reazione a catena, quello che – calando le braghe – il Consiglio federale ha concesso agli USA, deve venire concesso pure agli altri Stati. A questo punto era chiaro che i Cantoni avrebbero preteso di poter accedere anche loro, repubbliche elvetiche, ad informazioni che vengono accordate ad autorità fiscali straniere. Quindi il segreto bancario viene smontato anche per i cittadini svizzeri. E oltretutto senza nemmeno parlare di amnistie: ossia senza dare la possibilità di mettersi in regola.
In questa vera e propria débâcle si inserisce la vergognosa vicenda della trasmissione all’autorità inquirente USA dei dati di 10mila collaboratori ed ex collaboratori di banche svizzere, autorizzata dal Consiglio federale senza avere la base legale per farlo. Il delegato alla protezione dei dati ha sottolineato, naturalmente a scoppio ritardato, l’illiceità dell’operazione. L’accaduto ha fatto sì che alcune banche, anche non implicate in questioni americane, sconsigliassero vivamente a tutti i propri collaboratori di recarsi negli USA.

Il tradimento
Il comportamento del Consiglio federale, che ha svenduto 10mila concittadini ad un’autorità estera, oltre ad essere una macchia indelebile ha un nome ben preciso: tradimento.
E’ evidente che ad un governo che svende i propri concittadini non si può fare alcuna fiducia. Men che meno ci si può aspettare che difenderà la nostra autonomia, la nostra sovranità, la nostra indipendenza, dagli Stati falliti che ci circondano e che hanno messo gli occhi sulla Svizzera in un vero e proprio assalto alla diligenza. Un assalto cui l’Esecutivo elvetico ha spalancato le porte.
Gli accordi referendati sono molto più di trattati fiscali. Farli saltare significa tutelare non solo una delle nostre risorse più importanti, ovvero la piazza finanziaria, e 50mila posti di lavoro. Significa anche rifiutare una linea di condotta volta alla distruzione di tutto ciò che ha fatto la fortuna del nostro Paese. Con l’obiettivo di ridurlo al livello di uno Stato membro di un’UE che ha fallito su tutta la linea.
Lorenzo Quadri

Iniziativa cantonale Argovia in Consiglio nazionale: Divieto di burqa respinto sì, ma per un pelo

Venerdì in Consiglio nazionale l’iniziativa del Canton Argovia per l’introduzione del divieto di portare il Burqa è stata sì bocciata, ma con uno scarto di pochi voti. 93 contrari, 87 favorevoli e 3 astensioni. A ciò si aggiunge il fatto che la votazione si è svolta in un momento particolarmente sfavorevole: il venerdì mattina proprio alla fine dei lavori, quando l’attenzione è ridotta al minimo (e il brusìo di sottofondo al massimo).
Premessa ovvia: le votazioni è sempre meglio vincerle che perderle, comprese quelle parlamentari. Tuttavia, una bocciatura con così poco scarto è comunque un risultato notevole; anche se un’accettazione sarebbe stata un risultato storico.
Se perfino un parlamento impregnato di politikamente korretto è stato sull’orlo di accettare il divieto di burqa (naturalmente i kompagni erano compatti contro), ci si può facilmente immaginare quale potrebbe essere il risultato di una votazione popolare.
Anche in Consiglio nazionale si fa dunque strada la necessità di difendere la nostra società da modi di vita che contrastano con i principi fondamentali di una democrazia occidentale. Sì perché, malgrado nel dibattito commissionale sull’iniziativa argoviese si sia ingentilito il messaggio parlando di divieti di mascheramenti per motivi di sicurezza, era per tutti di un’evidenza solare quale fosse il vero obiettivo: il burqa, appunto.
In sostanza, anche in Consiglio nazionale comincia a farsi strada il dubbio che non si può, in nome delle libertà del cittadino, tollerare che ci si appelli a queste libertà per poi estirparle. Il burqa non è solo un pezzo di stoffa. Rappresenta il rifiuto dei valori e dei modi di vita occidentali e quindi non lo possiamo tollerare in casa nostra. Perché chi rifiuta il nostro modello di società, frutto di secoli di lotte per i diritti dei cittadini, e addirittura vorrebbe imporre il proprio, non è al suo posto in Svizzera.
Chi viene in Svizzera pensando di viverci come a Kabul (ma beneficiando dello Stato sociale elvetico) non deve venire in Svizzera: deve andare a Kabul.
In fondo, il voto del Consiglio nazionale dimostra che anche tra i parlamentari federali si sta facendo strada una consapevolezza altrove ormai acquisita: ossia che la società multikulturale è completamente fallita.
In Ticino il popolo dovrà esprimersi, si spera in tempi brevi, sull’iniziativa popolare “antiburqa” che ha raccolto ben 12mila sottoscrizioni. Dato il precedente del voto sui minareti, l’esito è prevedibile. E allora anche i fautori del politikamente korretto e delle frontiere spalancate dovranno guardare in faccia alla realtà.
Intanto in Germania, a Kassel, la corte amministrativa ha stabilito che anche le allieve musulmane devono frequentare i corsi di nuoto con gli altri alunni. Non possono sottrarvisi adducendo motivi religiosi. Queste sentenze devono fare scuola, affinché sia chiaro che in Occidente le regole le fa la maggioranza autoctona e non una minoranza in arrivo dall’estero che non si vuole integrare. Ma, se non si vuole integrare, nessuno la obbliga a rimanere. Anzi.
Lorenzo Quadri

Italia-Svizzera: meglio nessun accordo che un cattivo accordo

“I problemi restano irrisolti”

Della delegazione parlamentare per i rapporti con l’Italia, presieduta da Fulvio Pelli, fa parte anche il consigliere nazionale leghista Lorenzo Quadri. Come si sono svolti i colloqui?
“Premetto – risponde Quadri – che non ho partecipato a tutti gli incontri, dal momento che parte che di essi si svolgevano in contemporanea alle votazioni in Consiglio nazionale su argomenti importanti quali l’autorità parentale congiunta, che sono evidentemente prioritari rispetto ai pour-parler con parlamentari esteri pressoché sprovvisti di margine di manovra su questioni che si decidono a livello governativo e che, oltretutto, sono in scadenza. Ero presente quando si discuteva di accordi fiscali, liste nere e fiscalità dei frontalieri”.
Con quale esito?
Non accetto che mi si venga a raccontare che 55mila frontalieri in Ticino sono necessari all’economia del Cantone e che l’Italia, fornendoli, ci farebbe ancora un piacere, per cui è corretto che venga indennizzata tramite i ristorni. In generale, mi ha infastidito il clima da “volemose bene” instauratosi, come se i problemi non ci fossero. Ed è troppo facile dare tutte le colpe al precedente governo italiano quando il premier attuale, non eletto, non ha cambiato di molto la situazione.
E quindi?
Quindi mi sono permesso di guastare il clima puntualizzando alcune cosette. Ad esempio, che sicuramente c’è la soluzione per fare contenti entrambi gli Stati sulla fiscalità dei frontalieri, ma questa soluzione passa per un aggravio del carico fiscale sui frontalieri. Dovendo pagare più imposte, oltretutto, i frontalieri non potranno più accettare salari così bassi, e il deplorevole giochetto della sostituzione dei residenti con frontalieri per pagarli meno diventerà più difficile. Inoltre ho pure fatto notare che i frontalieri certamente non sono il frutto di un “complotto oscuro”, come qualcuno aveva ironizzato, ma sicuramente, specie in certi settori, sono un problema, visto che il loro numero è esploso in particolare negli uffici: ossia proprio dove non c’è alcun bisogno di ricorrere a manodopera estera; pertanto il movimento politico che rappresento si pone come obiettivo di ridurne il numero. Infine, sugli accordi fiscali internazionali, ho sottolineato che non necessariamente un cattivo accordo è meglio di nessun accordo, ovvero, non c’è tutta questa fretta di concludere trattati ad ogni costo. E ho pure rilevato che la probabilità di referendum contro l’eventuale accordo è altissima.
MDD

Premi di cassa malati: confermato l’aumento anche per il Ticino

L’ennesima presa in giro

Come volevasi dimostrare, anche per l’anno prossimo i premi di cassa malati sono destinati a salire. L’aumento annunciato per il 2013 è dell’1.1%, mentre i premi per i giovani adulti aumenteranno del 2.3%. Si tratta naturalmente di medie: ciò significa che, nel concreto, ci saranno persone che si troveranno a fare i conti con un aumento ben più marcato di questo.
Il colmo però è che, come ripetuto più volte, l’aumento in questione è ingiustificato. Qualsiasi aumento sarebbe ingiustificato per il nostro Cantone che ha pagato troppo per anni e che, di conseguenza, potrebbe legittimamente pretendere una diminuzione. Diminuzione che però non arriverà mai. E allora, per lo meno un aumento zero sarebbe stato il minimo.
Invece niente. Oltretutto, le riserve create con i premi dei ticinesi continuano ad aumentare, in tre anni si sono cumulati 350 milioni. La restituzione invece si allontana, perché ci sono dei Cantoni che ovviamente non sono d’accordo. Perché a loro verrebbe presentato il conto. Il principio del “chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, scurdammoce u’ passato” non può imporsi anche questa volta!
A dare particolarmente fastidio è poi che il Canton Berna dovrà aspettarsi l’anno prossimo un aumento inferiore all’1%. Questo irrita, non perché abbiamo qualcosa contro i bernesi, ma perché in quel Cantone per anni si è goduto di premi troppi bassi; la differenza veniva colmata attingendo dalle riserve cumulate con i premi in esubero praticati in altri Cantoni, a cominciare dal Ticino. Al danno si aggiunge la beffa se si pensa che i Ticinesi a causa dei premi alti venivano accusati di essere degli spendaccioni… mentre invece finanziavano chi all’apparenza era virtuoso ma invece campava sulle spalle altrui!
E la legnata sui cittadini rischia di essere ancora più dura perché causa i conti in rosso annunciati per il 2013, il Consiglio di Stato vuole tagliare anche sui sussidi di cassa malati. Come se in questo ambito non si fossero già fatti sufficienti pasticci… Prima col nuovo sistema di calcolo basato sul reddito disponibile semplificato si è decurtato il sussidio per la riduzione del premio ai tre quarti dei beneficiari. In particolare si sono martellati i soliti proprietari di casetta, tramite l’eliminazione della franchigia sulla sostanza immobiliare. Poi si sono annunciati correttivi per il 2013, intesi al rialzo. Adesso invece si parla di tagli. Chi ci capisce è bravo, ma una sola cosa è certa: la fregatura se la prenderanno, come al solito, gli assicurati. E i premi di cassa malati graveranno in modo sempre più pesante sui bilanci dei ticinesi. L’aumento annunciato per il Ticino è l’ennesima dimostrazione di impotenza dello Stato davanti agli assicuratori. Nessuno sembra avere le risorse per intervenire: né quelle umane per fare le pulci ai conti delle casse, né quelle legali per imporre di trattare i cittadini in modo equo. Si conferma quindi una debolezza strutturale in un settore fondamentale quale quello preposto al controllo dei premi di cassa malati. E la sfiducia del cittadino cresce. Parallelamente all’assottigliarsi del suo borsellino.
Lorenzo Quadri

Tredicesima AVS :Sconfitta per la socialità ticinese, non certo per la Lega

Come c’era purtroppo da aspettarsi la Tredicesima AVS non ha superato lo scoglio della votazione popolare. Ha, tuttavia, ottenuto un risultato più che dignitoso, incamerando il consenso del 40% dei Ticinesi. Meglio della proposta del 1993, che aveva ottenuto il 37%.
Questo 40% di voti – con, oltretutto una partecipazione non eccelsa (41%) – sono tutti della Lega. Questa è una realtà incontrovertibile che, evidentemente, alla $inistra ed ai suoi organi di stampa (LaRegione) ha dato molto fastidio. Per questo hanno goffamente tentato di negarla, senza peraltro trovare alcun argomento a sostegno della propria tesi.
La disparità dei mezzi in campo era evidente. I partiti $torici si sono mobilitati in massa per sbarrare la strada alla proposta della Lega, inondando i quotidiani di contributi in cui si affermava tutto e il contrario di tutto. Da un lato si accusava la proposta di essere ad innaffiatoio, dall’altro di essere destinata solo al 20% degli anziani (ma allora era mirata!). La $inistra, che ha fatto della mistificazione dell’aiuto ad innaffiatoio il proprio cavallo di battaglia anti-tredicesima AVS, nello stesso momento sosteneva l’aumento del 10% dell’AVS a tutti, milionari compresi!
C’è poi chi, quando si dibatteva della Tredicesima AVS a Lugano, sosteneva che se del caso tale aiuto andava introdotto a livello cantonale, per non creare disparità tra anziani che vivono in un Comune che può finanziariamente permettersi di versar loro un sostegno extra e quelli che vivono in un Comune le cui finanze non consentono l’elargizione di meritati “bonus” agli anziani che devono contare il centesimo ancora in tarda età.
Argomentazioni incoerenti ed esagitate sono la chiara dimostrazione di ostruzionismo partitico. Davanti ad una simile disparità delle forze in campo, le speranze di riuscita erano ridotte al lumicino. Fin dai tempi dei pamphlet della rivoluzione francese, la reiterazione degli argomenti, a mo’ di bombardamento mediatico, ne rimpiazza la verità. In questo senso, il 40% dei Sì alla Tredicesima AVS è bene lungi dal costituire una sconfitta per il Movimento Lega. E’, per contro, una sconfitta per la socialità ticinese.
Adesso, ovviamente, aspettiamo che i campioni di “benaltrismo” – quelli che nelle scorse settimane si sono sciacquati la bocca dicendo che bisogna fare “ben altro” ma naturalmente senza mai indicare cosa (perché non ne hanno la più pallida idea) – estraggano dal cilindro la soluzione ottimale. Quella che abbia tutte le caratteristiche da loro invocate nel dibattito: che sia, al tempo stesso, mirata e per tutti, che non costi nulla, che non crei differenze tra chi riceve l’aiuto e chi no, e via elencando. Auguri.
Non c’è bisogno di essere il Mago Otelma per profetizzare che non arriverà assolutamente nulla. Nella denegata ipotesi in cui qualche proposta dovesse miracolosamente spuntare, sarà, anche in questo caso, esclusivo merito della Lega. Sì perché, senza il dibattito sulla Tredicesima AVS, nessuno si sarebbe sognato di chinarsi sui problemi finanziari degli anziani.
La Lega da parte sua ha fatto tutto il possibile per aiutare i nostri anziani. Ha combattuto la battaglia di inizio anni Novanta, poi quella in Municipio di Lugano, poi quella dell’iniziativa “un aiuto concreto agli anziani in difficoltà”. Sono state battaglie lunghe e faticose. Per questo, passata l’amarezza iniziale, un doveroso ringraziamento a chi ci ha sostenuti con il suo voto.
Lorenzo Quadri

 

Iniziativa cantonale di Argovia al voto il 28 settembre in Consiglio nazionale

Il divieto di burqa arriva a Berna

Nell’ultima giornata della sessione parlamentare delle Camere federali attualmente in corso, vale a dire il 28 settembre, il Consiglio nazionale voterà anche su un’iniziativa cantonale presentata dal Canton Argovia nel settembre 2010, che chiede di vietare il burqa nei luoghi pubblici.
Il gesto del Canton Argovia è senza dubbio coraggioso. E deve far riflettere. Perché viene da un legislativo cantonale.
In Ticino, un’iniziativa popolare costituzionale dai contenuti analoghi è stata presentata da un comitato presieduto dal Guastafeste Giorgio Ghiringhelli (in cui la Lega era ben rappresentata) ed ha raccolto ben 12mila sottoscrizioni. Ne sarebbero bastate 10mila. Le firme sono state consegnate nell’aprile dello scorso anno.
L’iniziativa non è ancora approdata davanti al Parlamento. La Commissione delle Petizioni del Gran Consiglio ha audizionato, qualche mese dopo, alcuni rappresentanti del Comitato promotore. Dopodiché è calato un velo (integrale) di silenzio. Inutile dire che, nel corso dell’audizione, alcuni commissari della solita parte politica si sono segnalati per le imbecillità politikamente korrette profferite a sbalzo.

Il precedente
Si ricorderà che la maggioranza del Gran Consiglio ticinese respinse a larga maggioranza un’iniziativa volta a vietare la costruzione di minareti in Ticino. Gli iniziativisti vennero come di consueto trattati da razzisti e delinquenti. Qualche mese dopo il popolo votò sul tema, e approvò il divieto a larga maggioranza: sconfessando così nella maniera più clamorosa possibile i parlamentari politikamente korretti, sostenitori della multikulturalità «completamente fallita» (Merkel dixit) nonché spalancatori di frontiere. Tutto lascia supporre che il copione si ripeterà per l’iniziativa contro il porto del burqa nei luoghi pubblici. Con i parlamentari che strilleranno al razzismo ed il popolo che, invece, approverà la proposta.

Il “clic”
Nel Canton Argovia, invece, a chiedere l’introduzione del “divieto di burqa” un parlamento cantonale. Un parlamento ben più realista della maggioranza di quello ticinese, succube del sacro dogma del politikamente korretto. Il Legislativo argoviese si è accorto che non si può tollerare che cittadini islamici residenti in Svizzera vi importino delle usanze, che nemmeno sono precetti religiosi (ma se anche lo fossero, non cambierebbe nulla) che fanno a pugni con i principi più elementari del nostro stato di diritto; a partire dal tanto decantato principio della parità tra uomo e donna. Perché il burqa è molto più di un pezzo di stoffa. Forse qualcuno non si rende conto che si comincia col burqa e poi si finisce con la creazione di leggi speciali, in casa nostra, per i musulmani. E questo stesso qualcuno, non si rende nemmeno conto che se il problema burqa non viene bloccato subito sul nascere, tra qualche decennio, visto l’aumento esponenziale dei musulmani in Svizzera, anche le donne elvetiche saranno costrette a portare il burqa nel proprio paese se non vorranno venire trattate da svergognate ed aggredite, magari non solo verbalmente, per strada.
Nel Canton Argovia il “clic” è scattato. Su quello che deciderà la Camera del popolo il prossimo 28 settembre, non ci si possono fare troppe illusioni. Ma qualcuna, piccola piccola, magari sì. Proprio un anno fa, nel settembre 2011, il Consiglio nazionale approvò a maggioranza – contro il parere del Consiglio federale; ma che strano! – una mozione dell’udc vallesano Oskar Freysinger che chiedeva l’introduzione di un divieto di burqa “parziale”, limitato agli sportelli pubblici. Chissà che magari non cominci a farsi strada, anche nei deputati federali, una qualche illuminazione?
Lorenzo Quadri
Consigliere nazionale
Lega dei Ticinesi

 

Consiglio federale sempre peggio:Vogliono distruggere il segreto bancario anche per gli svizzeri

Proprio come avevamo previsto da queste colonne, il Consiglio federale, dopo aver sfasciato il segreto bancario per i clienti esteri della piazza finanziaria elvetica, lo vuole sfasciare anche per gli svizzeri.
Intanto, grazie al Consiglio federale e alla ministra del 5%, la piazza finanziaria svizzera è diventata una delle meno competitive a livello mondiale.
I Cantoni potranno quindi accedere ai dati bancari anche in caso di evasione fiscale; non solo di frode come adesso.
E’ ovvio che si tratta solo di un ulteriore passo verso lo smantellamento totale del segreto bancario svizzero, ciò che è l’obiettivo del Consiglio federale. Col segreto bancario, anche la piazza finanziaria ne uscirà con le ossa rotte. Questo significa almeno 50mila posti di lavoro cancellati in Svizzera.
E’ chiaro quindi che il Consiglio federale vuole la fine del segreto bancario per portarci nell’Unione europea, che è fallita. Il popolo non ha mai voluto l’adesione all’UE, ma i turbo europeisti non hanno mai rinunciato. Inquietante è che non desistano nemmeno davanti allo sfascio dell’Unione europea, che ha portato nei paesi membri povertà e disoccupazione. Se la Svizzera ancora se la passa meglio di altri, è perché è rimasta fuori dall’UE.
Era evidente che la calata di braghe sul segreto bancario avrebbe avuto un effetto domino. Il Consiglio federale si inginocchia davanti agli USA, arrivando al punto di autorizzare la trasmissione di dati di collaboratori delle banche svizzere alle autorità inquirenti americane. Secondo il solito principio della parità di trattamento quello che viene concesso ad uno “deve” essere concesso a tutti. Sicché Berna, in materia di segreto bancario, calerà le braghe davanti a tutti gli Stati esteri, paesi falliti compresi.
In materia di segreto bancario e non solo: adesso che la vergognosa debolezza del governo elvetico davanti alle pressioni internazionali è conclamata, tutti ne approfitteranno, in base al vecchio proverbio: “chi si fa pecora il lupo lo mangia”.
E ovviamente, sfasciando il segreto bancario per i cittadini stranieri, era chiaro che si sarebbe fatta la stessa cosa nei confronti degli svizzeri. Era scontato che i Cantoni avrebbero sollevato la prevedibile obiezione: perché noi, Cantoni svizzeri, non dovremmo poter avere accesso a delle informazioni bancarie che vengono concesse a paesi stranieri?

Diritto alla privacy
I vari delegati alla protezione dei dati, sia quello federale che quelli cantonali, hanno a più riprese ripetuto che il segreto bancario va difeso, poiché costituisce una componente del diritto alla privacy. Naturalmente il rispetto dei diritti fondamentali è a geometria variabile. Sicché i pareri dei Mr Dati sono rimasti allegramente inascoltati.
Per la sua debolezza e volendo aderire all’UE contro il parere dei cittadini, il Consiglio federale, che dovrebbe promuovere lo sviluppo del Paese, ne sta invece distruggendo specificità e risorse. Sta creando decine di migliaia di disoccupati. Vuole che del benessere elvetico, frutto del nostro Alleingang, non resti più nulla.

Nessuna possibilità di regolarizzare
C’è poi anche un altro fatto che non può passare sotto silenzio. Il Consiglio federale vuole demolire il segreto bancario anche per gli svizzeri. Ma senza nemmeno permettere a questi ultimi di mettersi in regola. Quindi, senza neppure prevedere un’amnistia fiscale che permetta a chi ha soldi in nero di regolarizzarsi, pagando qualcosa. Sono più di quarant’anni che in Svizzera non i fanno amnistie generali. Dire che siamo messi sempre peggio è banale. Ma, purtroppo, realis

 

Referendum contro gli accordi fiscali verso le battute finali.Difendiamoci dal tradimento del Consiglio federale

Ormai anche la raccolta di firme per il triplo referendum contro gli accordi fiscali con Germania, Gran Bretagna ed Austria si avvia verso la conclusione. Il termine scade in questi giorni.
Nel frattempo le prospettive per la piazza finanziaria svizzera sono andate continuamente deteriorandosi. Il Consiglio federale, come pure il parlamento, ha proseguito imperterrito sulla strada imboccata: quella del cedimento su tutta la linea. Da tempo l’associazione Swissrespect, costituitasi per combattere la svendita della nostra piazza finanziaria, ma anche del nostro Stato di diritto, denuncia che, a seguito della convulsa involuzione giuridica nel solco della deleteria Weissgeld Strategie, la piazza finanaziaria svizzera è diventata una delle meno competitive del mondo. Per questo risultato catastrofico possiamo ringraziare il Consiglio federale ed in particolare la ministra del 5%, Eveline Widmer Schlumpf, eletta con i voti della $inistra e contro il volere del popolo.
Nelle scorse settimane l’ex CEO di UBS Oswald Grübel (che, sia detto tra parentesi, qualche responsabilità in tutta questa brutta storia ce l’ha) ha parlato di 50mila posti di lavoro a rischio in Svizzera. Il Consiglio federale non ha smentito. E, come se non bastasse, nel frattempo la situazione è ulteriormente degenerata.

Malafede USA
Nella prima settimana di sessione il Consiglio nazionale ha deciso a maggioranza che della possibilità di presentare domande raggruppate, già concessa agli USA, potranno beneficiare anche tutti gli Stati con i quali la Svizzera sottoscriverà degli accordi fiscali internazionali.
Di fatto siamo alla fine del segreto bancario. La differenza tra le domande raggruppate e le “fishing expeditions” è solo una questione di sofismi accademici.
Nel giro di un paio d’anni il Consiglio federale è riuscito a distruggere una delle principali risorse della Svizzera, cedendo in modo scandaloso a pressioni esercitate in perfetta malafede. Pensiamo al caso degli Stati Uniti. Negli USA alcune banche svizzere hanno se del caso accettato percentuali minime dei patrimoni non dichiarati di cittadini americani, si parla del 2%. Eppure solo la Svizzera è finita nel mirino, mentre nessun provvedimento è stato preso, ad esempio, contro banche americane, per recuperare il restante 98%. Chissà come mai?

Stato di diritto violato
Autorizzando senza base legale la trasmissione dei dati di 10mila impiegati di banca, la maggioranza dei quali non c’entra nulla con le vicende americane, agli inquirenti statunitensi, il Consiglio federale è riuscito a fare strame del nostro Stato di diritto. Poi i sette signori hanno ancora il coraggio di salire sul pulpito e di riempirsi la bocca di concetti quale la “legalità”. Quello compiuto dal Consiglio federale è un vero e proprio tradimento dei propri concittadini.
Ed infatti alcune banche, anche quelle che negli USA non hanno mai messo piede, hanno inviato a tutti i dipendenti una circolare in cui li si sconsiglia vivamente di recarsi negli Stati Uniti. Per qualsiasi motivo. Grazie al Consiglio federale, dunque, gli USA sono off limits per chiunque lavori in una banca svizzera, anche come addetta alle pulizie.
Per frenare questo disastro, ed evitare al Consiglio federale di combinarne altri, costringendolo finalmente a fare il proprio dovere ossia difendere gli interessi di questo paese, il popolo ha un solo mezzo. Ossia il triplo referendum contro gli accordi fiscali con Gran Bretagna, Germania ed Austria. L’alternativa è la perdita di almeno 5000 posti di lavoro solo in Ticino. Oppure l’insurrezione.
Lorenzo Quadri

Tribunale federale: dire “basta Islam” non è razzismo. Un colpo alla morale a senso unico della $inistra

In un periodo in cui il “razzismo” e il moralismo a senso unico vengono impiegati come mezzo di censura nei confronti di chi osa mettere in dubbio la politica della società multikulturale, delle frontiere spalancate, e dello sfascio dell’identità svizzera e di tutto quello che la contraddistingue, la sentenza del Tribunale federale che stabilisce che dire «basta Islam» non è razzismo, è sicuramente benvenuta.
Bisogna precisare una cosa: l’articolo 261 bis, quello sulla discriminazione razziale, ha un campo d’applicazione più restrittivo di quello che auspicherebbero i moralizzatori a senso unico. I quali se ne sono sempre serviti come di un mezzo di censura per colpire l’avversario politico. Razzismo si ha solo nel caso in cui un’affermazione intenda denigrare un’intera etnia, facendola apparire come inferiore.
D’altra parte anche un’altra cosa va detta: che la $inistra è riuscita ad imporre la sua morale interessata anche alla destra. La destra si fa dettare dalla $inistra cosa è moralmente sostenibile e cosa no. Un errore strategico capitale, oltre che un segno di debolezza. Tanto più che la $inistra non ha proprio alcun argomento atto a giustificare una propria autocertificata superiorità morale. Al contrario, non passa giorno senza che quest’area, ed i suoi addentellati, non dimostri che la propria morale è a senso unico, ed esiste solo in funzione di guerriglia partitica.

Ma quale “superiorità morale”?
Il Tribunale federale ha stabilito che dire che “occorre porre fine all’estensione dell’Islam in Svizzera” non è un’affermazione razzista. In effetti, non si esprime alcun giudizio di valore sull’Islam o sui musulmani. Non li si accusa di essere peggio di altri. Si sottolinea, semplicemente, la differenza che intercorre tra la società occidentale, i suoi principi ed i suoi valori, e quelli dei paesi islamici. E’ evidente che si tratta di due mondi diversi, la cui conciliabilità è dubbia. «Sottolineare una differenza tra due individui o gruppi non è razzismo» ha stabilito il TF. E ci sarebbe mancato altro.
L’aspetto preoccupante, dunque, è che per stabilire una simile ovvietà ci voglia una sentenza della più alta istanza giudiziaria svizzera. Questa è la dimostrazione più lampante di come l’accusa di “razzismo” venga strumentalizzata dalle solite aree per fini squallidamente partitici. Si è così creato un vero e proprio clima da caccia alle streghe. Né ci si può illudere che la sentenza del Tribunale federale possa servire a far riflettere qualcuno. Ce ne vorranno molte, e molte ce ne saranno, prima di arginare l’abuso che la $inistra tenta di fare dell’articolo 261 bis del codice penale per i propri interessi di bottega.
L’importante è, nel frattempo, non cadere nella trappola di chi vuole criminalizzare e censurare in base ad una morale a doppio binario che persegue unicamente fini partitici. La $inistra non ha nessuna autorità per imporre ad altri cosa è moralmente giusto e cosa no.

Lorenzo Quadri

Lega dei Ticinesi

 

Vignetta autostradale a 100 Fr: mani in tasca agli automobilisti

Come c’era da aspettarsi, il Consiglio degli Stati ha fatto rientrare dalla finestra la vignetta autostradale a 100 Fr; il Consiglio nazionale l’aveva plafonata a 70 Fr.
Accanto alla vignetta annuale da 100 Fr ci sarà quella da 40 Fr della durata di due mesi.
Qualcuno potrebbe anche sostenere che 60 Fr all’anno in più non sono un dramma; tuttavia non si vede perché bisognerebbe supinamente accettare di pagare sempre di più per tutto, quando gli stipendi sono fermi al palo da anni. Peggio: i salari diminuiscono a seguito del dumping provocato dall’esplosione del numero dei frontalieri.
Inoltre, è inutile continuare a raccontare storielle ideologiche contro la strada. I soldi per le strade nazionali ci sono senza bisogno di aumentare alcunché ai già tartassati automobilisti! La strada (dazi e sopraddazi sui carburanti) travasa miliardi alla ferrovia. Quest’ultima si cuccherà un credito quadro di 9 miliardi e mezzo per gli anni 2013 -2016. Non solo. La Confederazione ha annunciato, per il 2012, conti in attivo di 1.5 miliardi di Fr, e scusate se sono pochi.
Inoltre e soprattutto, gli aiuti all’estero continuano ad esplodere. Entro il 2015 raggiungeranno lo 0.5% del PIL perché, naturalmente, bisogna fare “bella figura” internazionale. Anche se poi veniamo trattati da Stato canaglia! Si dà perfino un miliardo di coesione alla Polonia il cui ministro degli Esteri ha invitato i propri concittadini a non venire in vacanza in Svizzera. Ci vuole proprio tutta!
Morale della favola: tra il 2013 e il 2016 quasi 11 miliardi e mezzo di Fr di proprietà del contribuente elvetico verranno sperperati in aiuti all’estero. Invece di servire alla Svizzera.
Venire a dire, in queste condizioni, che non ci sarebbero i soldi per le strade nazionali e quindi, per l’ennesima volta, bisogna mettere le mani in tasca agli automobilisti, è una vera e propria presa in giro. Che, quindi, avrebbe dovuto venire respinta al mittente.

Turismo di giornata
C’è poi un altro problema, quello relativo al turismo di giornata, fenomeno molto diffuso per quanto difficile da quantificare statisticamente. Il turismo di giornata riveste un ruolo non trascurabile nell’economia delle regioni di frontiera, Ticino ovviamente compreso. Secondo il nuovo regime il turista di giornata dovrà tuttavia comprarsi la vignetta di due mesi, del prezzo di 40 Fr. Se in un anno viene tre volte in Ticino (una in primavera, una in estate ed una in inverno) il turista in questione dovrebbe acquistare tre vignette di due mesi, pagando 120 Fr. Decisamente troppi. Quindi, delle due l’una: o il turista di giornata rinuncia al Ticino o, se lo fa, si serve delle strade cantonali, già intasate. La discussione sulla vignetta autostradale sarebbe quindi stata l’occasione per introdurre una vignetta giornaliera del prezzo di 10 Fr: soluzioni del genere già esistono in vari paesi europei. Naturalmente non se ne è fatto nulla!

Targhe trasferibili
E pure irrisolto rimane il problema delle targhe trasferibili. Chi ha due auto con targa trasferibile (le quali, pertanto, non potranno mai essere in circolazione contemporaneamente) si pagherà 200 Fr annui di vignetta. 100 per macchina. Decisamente fuori misura! Ma visto che l’automobilista in nome del politicamente corretto è una mucca da mungere, tutto diventa lecito.
Lorenzo Quadri
Consigliere nazionale

Sicurezza dell’alloggio per i pensionati

Un atto di giustizia nei confronti degli anziani

I proprietari della propria abitazione non sono una categoria favorita. Se anziani, si vedono negare la prestazione complementare: che si “mangino prima fuori” la sostanza immobiliare, frutto dei risparmi di una vita. Di recente poi, con il nuovo sistema di calcolo dei sussidi per la riduzione del premio di cassa malati, è stata sciaguratamente cancellata la deduzione per i proprietari di casetta. Risultato: altra stangata per questi ultimi.
Inoltre, come noto, il proprietario della casa in cui vive si vede appioppare l’imposta sul valore locativo: di fatto una tassa (ben reale) su un reddito fittizio. Un prelievo che non ha eguali e che è stato a più riprese giustamente messo in discussione. Ed infatti, con i redditi fittizi non si mangia. E nemmeno si pagano le imposte; neanche quelle sul valore locativo.
La situazione dei proprietari anziani è peggiore di quella degli altri. Infatti i pensionati, dopo aver risparmiato giudiziosamente per decenni per abbattere il debito ipotecario, non possono più – quale logica conseguenza – dedurlo. In contemporanea, la cessazione dell’attività lavorativa comporta un calo di reddito. Inoltre ancora, la casetta pregiudica, come detto, il diritto alla PC.
Risultato: i proprietari pensionati si trovano a dover pagare il valore locativo, senza poter più dedurre il debito ipotecario (perché quest’ultimo si è ridotto nel corso degli anni) e con un reddito inferiore rispetto a quello di quando lavoravano.
Dei correttivi a questa situazione sono dunque più che opportuni. Da qui la proposta dell’iniziativa “sicurezza dell’alloggio per i pensionati” in votazione il prossimo fine settimana: permettere al proprietario pensionato di scegliere: o continuare a pagare il valore locativo, oppure venirne esentati. Come contropartita, però, il proprietario non potrà più dedurre gli oneri ipotecari, i premi assicurativi e le spese di manutenzione al di sopra dei 4000 Fr.
La scelta, una volta fatta, è irrevocabile.
Si tratta quindi di creare un diritto d’opzione limitato al proprietario anziano, quello che ha lavorato per tutta la vita, ha contribuito alla società, ha diminuito il proprio debito ipotecario e si trova, in conseguenza di questo comportamento “virtuoso”, penalizzato: causa cessazione dell’attività lavorativa dispone di un reddito inferiore e non può più dedurre, o comunque può farlo solo in misura minore, il debito ipotecario nel frattempo ridotto o estinto.
Sostenere l’iniziativa è dunque un gesto doveroso nei confronti degli anziani che hanno costruito la nostra società riempiendo tutti i propri doveri civici. E’ tempo che questo comportamento da “formica” venga riconosciuto e premiato, invece di diventare fonte di penalizzazione.
L’iniziativa comporta inoltre un elemento di meritocrazia, analogo a quello contenuto nella Tredicesima AVS, che si voterà lo stesso giorno. Un buon motivo per votare SI’ ad entrambi gli oggetti.
Lorenzo Quadri
Consigliere nazionale

 

Pasticciaccio Foxtown: quando le scelte devono essere politiche

E’ banale dire che la gestione del “caso” Foxtown da parte del DFE è stata catastrofica. Anche presso le Camere federali, attualmente in sessione – dove naturalmente la notizia è rimbalzata anche al di fuori degli ambienti della Deputazione ticinese – le reazioni sono state di stupore. Stupore che si è poi tramutato in sorrisi sardonici alla notizia del “contrordine, si indice la tregua”.
Sta di fatto che il Ticino a Berna ha rimediato ancora una figuraccia. L’agire del DFE non ha fatto che confermare la reputazione di Cantone inaffidabile e poco serio: “ i soliti ticinesi”.
Intendiamoci: la decisione di ordinare repentinamente la chiusura domenicale ad un’azienda di successo, che costituisce un attrattore turistico, crea lavoro e non solo per i frontalieri, e che risponde comunque ad una richiesta dei ticinesi, è stata un errore clamoroso. In queste condizioni, si sarebbe imposta una decisione politica: il Foxtown rimane aperto la domenica. Lo è rimasto per quasi un ventennio. Alla luce del sole, e con il beneplacito di tutti, SECO compresa. Si può quindi parlare di diritti acquisiti. E, in ogni caso, finché non c’è una decisione giudiziaria di ultima istanza e cresciuta in giudicato, non si deve andare a toccare nulla.
Ancora una volta in casa DFE si sono prese decisioni affrettate, da contabili e non da politici, contrarie agli interessi del Cantone. Fa poi specie come un giorno si dica pubblicamente, a giustificazione dello stop pressoché immediato alle aperture domenicali (1° ottobre), che non c’erano altre soluzioni. Meno di 24 ore dopo, tutto è cambiato e si rimane aperti la domenica per decisione del Consiglio di Stato per un periodo di mediazione. Quindi le altre soluzioni c’erano. Ciò conferma, oltretutto, che la direttrice del DFE ed i suoi funzionari hanno preso una decisione come quella di ordinare le saracinesche abbassate senza coinvolgere il Consiglio di Stato.
La ciliegina sulla torta del “pasticciaccio” è stata poi il tentativo, invero piuttosto squallido, di addossare colpe alla Deputazione ticinese alle Camere federali. La quale, secondo la Consigliera di Stato, avrebbe dovuto estrarre la bacchetta magica e cambiare una legge federale nel giro di qualche settimana.
Tentare di spalmare su altri le proprie responsabilità è un atteggio umano quando si è “in tilt”. Tuttavia da una Consigliera di Stato ci si sarebbe attesi un comportamento un po’ più decoroso. Tanto più che la Signora Sadis, essendo stata lei stessa consigliera nazionale, sa benissimo che cambiare una legge federale a partire da un atto parlamentare (fosse anche quello più pesante, ossia l’iniziativa parlamentare) è un’operazione che dura anni; ammesso che ci siano poi le maggioranze necessarie nel plenum, cosa tutt’altro che scontata su un tema quale il lavoro domenicale, nel cui merito non solo la sinistra è assolutamente contraria, ma lancia referendum per ogni cip.
E’ chiaro che la Deputazione ticinese a Berna nulla poteva fare per cambiare la situazione, e la direttrice del DFE lo sapeva benissimo. Evidentemente la Consigliera di Stato non ha gradito che la Deputazione non le abbia dato la possibilità di scaricarsi delle proprie responsabilità, o di parte di esse, a spese dei rappresentanti ticinesi a Berna. Che proprio allocchi fino in fondo non sono. Da qui la rancorosa – e completamente “a sbalzo” – reazione pubblica.
Il caso andava gestito a livello ticinese. Lo stesso Silvio Tarchini in maggio aveva mandato una comunicazione alla Deputazione, con l’invito a “restarne fuori”. La Deputazione, pur nelle diverse sensibilità in materia di lavoro domenicale dei membri che la compongono, non si tirerà comunque indietro. Nell’interesse del Ticino, non certo della Consigliera di Stato.
A questo punto bisognerà comunque chiedersi se non sia il momento di puntare con decisione ad una modifica di legge che permetta a tutti i negozi che lo desiderano, dietro precise e documentate garanzie del rispetto dei diritti dei lavoratori, di aprire liberamente la domenica.
La società è cambiata, il lavoro domenicale è ampiamente diffuso (ospedali, case anziani, ristorazione, turismo, polizia, trasporti pubblici, servizi urbani, stampa, radio, televisione, teatro, congressi e chi più ne ha più ne metta). E la vicina Penisola ci sta bagnando il naso per l’ennesima volta con le aperture dei centri commerciali 7 giorni su 7. Senza contare che la tanto decantata vocazione turistica del Ticino dovrebbe anche poi tradursi in qualcosa di concreto. I negozi chiusi non sono mai stati un incentivo per i turisti.
Lorenzo Quadri

Migrazione fuori controllo

L’Olanda dice basta alla multikulturalità

In sempre più paesi europei si fa strada la consapevolezza che la multikulturalità è completamente fallita. Il buonismo internazionalista ha portato ad un risultato aberrante: a comandare sono minoranze in arrivo da culture diverse. Minoranze che non vogliono integrarsi, ma anzi: vogliono imporre le proprie regole nel paese ospite.
Il governo olandese, primo in Europa, ha deciso di voltare pagina, promuovendo un nuovo sistema di integrazione. Un sistema di integrazione che esclude il fallimentare modello multikulturale, attribuendo invece un ruolo centrale ai valori fondamentali del popolo olandese.
Il nuovo modello nasce da una constatazione quasi banale, ma molto importante: i cittadini olandesi non si sentivano più a casa loro nel proprio paese. Un problema che non è solo olandese, anche se è pur vero che, a quelle latitudini, i campanelli d’allarme sarebbero dovuti scattare ben prima. Ovvero, al più tardi nel 2005 quando un regista, Theo Van Gogh, venne ammazzato in pieno giorno in mezzo ad una strada per aver realizzato un documentario di denuncia contro l’integralismo islamico. Si trattava del famoso “Submission”, che il festival del film di Locarno rifiutò di proiettare per paura.
Il nuovo modello olandese si traduce, per l’immigrato, in una serie di obblighi precisi.
Prima di tutto, il migrante in arrivo da altre culture, e si pensa in particolare ai musulmani, si scordi di potersi comportare nel paese ospite come si comportava a casa sua. Del resto, se voleva continuare a seguire le proprie regole, impipandosene di quelle di una democrazia occidentale, a casa sua doveva rimanerci.
Quindi: obbligo di imparare la lingua, tanto per cominciare, e deciso inasprimento dei provvedimenti nei confronti dell’immigrato che non rispetta le leggi ed i valori del luogo. Verranno inoltre tagliati gli aiuti all’integrazione dei musulmani in quanto «non è compito del governo integrare gli immigrati». Questi infatti devono integrarsi per conto loro o, se non vogliono farlo, tornare da dove sono venuti. Misure severe sono inoltre previste contro gli islamici che diminuiscono volontariamente le proprie possibilità di trovare un lavoro con le loro scelte d’abbigliamento.
L’esecutivo intende inoltre, udite udite, introdurre un divieto di portare il burqa nei luoghi pubblici a partire dal primo gennaio 2013.
Su questo tema in Ticino un comitato interpartitico presieduto dal “Guastafeste” Giorgio Ghiringhelli ha condotto in porto, con ampio successo (ben 12mila le firme raccolte), un’iniziativa popolare che mira ad introdurre un analogo divieto. L’audizione di alcuni promotori presso la Commissione delle petizioni del Gran Consiglio ha solo dimostrato la nullità di taluni commissari. E’ ovvio che gli iniziativisti non tollereranno che si faccia melina. Intanto, nella sessione che inizierà domani, il Consiglio nazionale deciderà sull’iniziativa cantonale argoviese che chiede, anch’essa, l’introduzione di un divieto di portare il burqa nei luoghi pubblici. Una decisione che costituirà un’interessante cartina di tornasole sull’orientamento delle camere federali.
Tornando in Olanda, il nuovo modello di integrazione costituisce un passo decisivo, poiché è la prima volta che un esecutivo europeo prende chiaramente e concretamente posizione a favore del proprio popolo ed ammette i danni arrecati dall’immigrazione. Non una sortita estemporanea di qualche premier in campagna elettorale, ma un vero programma di governo. Che va seguito con attenzione.
Lorenzo Quadri

 

Grazie, Consiglio federale! Grazie, ministra del 5%!: Bancari svizzeri “vivamente sconsigliati” di andare negli USA

Fatti inauditi
La malafede insita negli attacchi contro la Svizzera e contro la sua piazza finanziaria è plateale. A partire da quella degli USA, che hanno dichiarato guerra economica al nostro paese senza incontrare la minima resistenza. A voler esagerare, le banche svizzere possono essere coinvolte nel 2% dei casi di evasione che si verificano negli USA. Ma solo nei confronti del nostro paese gli States fanno la voce grossa. E il restante 98% dell’evasione? Ah beh, quello evidentemente non è un problema.
Il Consiglio federale, campione intergalattico di calata di braghe, ha autorizzato illegalmente la trasmissione agli USA di 10mila nominativi di bancari elvetici, e non certo manager ma spesso e volentieri semplici impiegati che non c’entrano nulla con attività sospette Oltreoceano. La notizia ci ha messo poco a fare il giro del mondo. Giustamente. Perché una cosa del genere non si era mai vista: uno Stato che svende i propri concittadini ad un altro che fa la voce grossa. C’è un termine preciso per questa azione. Il termine è tradimento.
L’accaduto non è sfuggito nemmeno ai vignettisti americani che si sono sbizzarriti sul tema del governo elvetico che trasmette dati a go-go. Grazie al Consiglio federale ed in particolare alla ministra del 5% Eveline Widmer Schlumpf (addentellata del partito $ocialista) lo sfascio della nostra piazza finanziaria, per noi un fatto gravissimo – l’ex CEO di UBS Oswald Grübel, non il Mattino della domenica, ha parlato di 50mila impieghi a rischio – è diventato oggetto di sfottò.

Nuovo capitolo
Nei giorni scorsi è giunta l’ennesima notizia allarmante. Alcune banche (anche se non implicate in questioni americane) si sono sentite in dovere di mandare a tutti i propri dipendenti una circolare in cui li si sconsiglia vivamente di recarsi negli Stati Uniti.
A questo punto siamo arrivati: chiunque lavori in una banca elvetica, se va negli USA, lo fa a proprio rischio e pericolo. Tutti i bancari svizzeri sono considerati dei delinquenti. Ecco dove ci hanno portato i continui cedimenti del Consiglio federale che, per accontentare il padrone a stelle e a strisce (e con l’UE la musica non cambia), viola i più elementari principi dello Stato di diritto.
Per ottenere cosa poi? Il ministro delle finanze belga ha parlato chiaro: gli accordi Rubik sono solo una tappa intermedia. L’UE, che è fallita, punta infatti allo scambio automatico di informazioni. E con questo Consiglio federale lo otterrà, poiché l’obiettivo del governo è quello di annientare tutte le nostre specificità – neutralità, sovranità, democrazia diretta, segreto bancario, esercito di milizia con arma d’ordinanza in casa, eccetera – per portarci nell’Unione europea. Il Consiglio federale e la ministra del 5% non hanno la benché minima intenzione di difendere la Svizzera, il suo benessere ed i suoi posti di lavoro. Al punto che potrebbe concludere deleteri accordi Rubik perfino con la Grecia, che è fallita: è notizia degli scorsi giorni. E a questo punto ogni commento diventa tragicamente superfluo.
Lorenzo Quadri

No ai 9 Consiglieri federali proposti dal Ticino: Il posto a tavola non è stato aggiunto


Il Ticino – o meglio: la Svizzera italiana – non ce l’ha
fatta. Il Consiglio nazionale a maggioranza ha deciso di archiviare le due
iniziative cantonali ticinesi che chiedevano di aumentare il numero dei membri
del Consiglio federale da 7 a 9. Il risultato non è una sorpresa. Tutti
sapevano che aria tirava. Varie proposte sono state fatte, negli ultimi anni,
per riformare la composizione del Consiglio federale (c’era anche chi proponeva
di ridurne i membri). Nessuna l’ha spuntata. Quella del nostro Cantone aveva
una particolarità: l’elemento federalista.

Il Ticino manca ormai da 13 anni dal Consiglio federale e,
viste le premesse, l’assenza è destinata a durare. Come rimediare?
Evidentemente non si può contare sulla solidarietà latina che non solo è una
clamorosa bufala – basti pensare all’ostruzionismo romando sul completamento
del tunnel autostradale del San Gottardo – ma in questo caso è pure un
boomerang, specie qualora il rappresentante ticinese rischiasse di andare a
scapito di uno svizzero francese.

L’accusa più frequente che viene rivolta al Ticino, e che
spesso il Ticino si rivolge da solo, è quella di non preparare delle
personalità politiche alla “scalata” al Consiglio federale. In effetti a
tutt’oggi, si fa molta fatica ad immaginare chi tra i politici ticinesi
potrebbe fare il consigliere federale. E tuttavia, se il risultato della
“preparazione” e dell’”addestramento” che in altre parti della Svizzera si terrebbe,
ma in quella italofona no, sono gli attuali 7 membri dell’esecutivo, beh vuol
dire che Oltregottardo, quanto a materia prima, sono messi ancora peggio di
noi. L’unico Consigliere federale diventato tale per merito proprio è stato
Christoph Blocher. Abbiamo visto come è andata a finire. Dimostrazione che il
merito non paga. Non siamo in una meritocrazia. Semmai in un “inciuciocrazia”.
Gli altri Consiglieri federali sono piuttosto la conferma della circostanza,
ovvia, che una carriera politica dipende in massima parte da circostanze
fortuite e non prevedibili, men che meno pianificabili. L’esempio più lampante
è stato quello di Ruth Metzler (qualcuno se la ricorda ancora?). L’ex ministra
di giustizia nel 1999 venne proiettata in Consiglio federale dall’Esecutivo di
Appenzello interno;  di fatto
l’equivalente di un municipio di Locarno. Si trovava nel posto giusto al
momento giusto. Quattro anni dopo venne estromessa dall’Esecutivo: si trovava
nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Si tratta ora di capire se per il Ticino è possibile dare una
mano al caso e tornare ad essere rappresentato nel principale esecutivo
elvetico. La proposta di un Consiglio federale a 9 membri era un gesto
d’allarme, una proposta che ha il sapore dell’ultima spiaggia. Visto che con
sette non ce la facciamo ad entrare, aumentiamo il numero dei “commensali”. Un
aumento del numero dei Consiglieri federali avrebbe potuto essere sensato anche
per altri motivi. Ma era chiaro che l’argomento principe era quello di fare
spazio al Ticino. Non è tuttavia un argomento così debole come si è voluto far
credere. Senza la sua componente italofona, la Svizzera non è più tale. A
maggior ragione ora: a seguito della devastante libera circolazione delle
persone il nostro Cantone, confinando con uno stato bancarottiero e con la
disoccupazione alle stelle come l’Italia, si trova in una situazione che non ha
eguali in Svizzera. Da qui la necessità ancora maggiore di poter essere
presenti  nell’esecutivo nazionale.

L’argomento del federalismo amputato è forte. Dove porterà,
non è dato di sapere. Tuttavia una cosa è certa: se l’attuale sistema di
elezione del Consiglio federale in base ad inciuci parlamentari non è neppure
in grado di garantire la salvaguardia del federalismo allora, se il Ticino è comunque
destinato a rimanere fuori, tanto vale puntare con decisione all’elezione
popolare del Consiglio federale. Al meno si avrà, forse, un governo che
rispecchia le aspettative degli elettori e non uno, come quello attuale, che le
prende sistematicamente a pesci in faccia. E che non rispecchia neanche
lontanamente l’orientamento politico del paese, visto che la $inistra ha almeno
tre Consiglieri federali: Berset, Sommaruga e la ministra del 5% Eveline Widmer
Schlumpf.

 

Scuola e formazione: più peso alla realtà

Bisogna promuovere l’eccellenza ed orientarsi al mercato del lavoro. E farla finita con il mito del lavoro d’ufficio e del liceo ad ogni costo

In un contesto professionale sempre più difficile, la formazione dei giovani riveste un ruolo fondamentale. Se in passato, in tempi di pressoché “piena occupazione” e senza la devastante libera circolazione delle persone, ci si poteva ancora permettere ragionamenti del tipo “studia quello che più ti piace che tanto un qualche lavoro lo troverai” oggi la situazione è drasticamente precipitata. I dati parlano chiaro: sempre più giovani sono in disoccupazione e/o in assistenza.
A Lugano – e di sicuro non si tratta di un unicum, bensì di un trend cantonale – il numero delle persone in assistenza è cresciuto in maniera preoccupante, e continua a crescere. Se a fine 2008 i casi aperti navigavano attorno ai 750, adesso siamo vicini ai 1200. Avanti di questo passo e a fine anno si rischia di non essere lontani da 1400. Praticamente il doppio rispetto a quattro anni fa! Un risultato negativo cui anche i tagli federali effettuati all’assicurazione contro la disoccupazione hanno contribuito.
Tra i giovani, non c’è bisogno di essere dei dottori in sociologia per saperlo, il principale motivo di entrata in disoccupazione prima ed in assistenza poi, è la mancanza di una formazione, o – e qui sta il punto cruciale – la mancanza di una formazione spendibile sul mercato del lavoro. Perché ci sono dei percorsi mitizzati, che un tempo andavano per la maggiore, che oggi conducono a vicoli ciechi. L’apprendistato di commercio, ad esempio. Con il pesante ridimensionamento cui andrà incontro la piazza finanziaria ticinese a seguito dello smantellamento del segreto bancario operato dal Consiglio federale, smantellamento che provocherà in Ticino la perdita di almeno 5000 posti di lavoro, e con l’arrivo massiccio di frontalieri per il quale possiamo ringraziare la libera circolazione delle persone, il lavoro in ufficio diventerà sempre più merce rara.
Il mito dell’impiego d’ufficio deve dunque cadere. Quello del lavoro presso le ex regie federali, che in Ticino non hanno fatto altro che smantellare, è già caduto. Altro mito che va sradicato è quello del “liceo a tutti costi”. Il Ticino è uno dei Cantoni con il più alto tasso di “liceizzazione”. E guarda caso, è anche uno dei Cantoni con il più alto tasso di disoccupazione.
Per sgonfiare tutti questi miti occorre un cambiamento di mentalità. I cambiamenti di mentalità però richiedono molto tempo. E questo tempo non l’abbiamo.
La scuola a partire da quella dell’obbligo deve puntare sulle formazioni che rispondono alle richieste del mercato e quindi permettono di lavorare. E deve anche promuovere l’eccellenza. Nel senso che è ora di finirla con la deleteria mentalità – $inistrorsa e sessantottina – del “tutti allo stesso livello”. Obiettivo che viene raggiunto con una deleteria operazione di livellamento verso il basso. Tutti uguali sì, ma nella mediocrità. Una mentalità che impregna questo Cantone a tutti i livelli ed in ogni campo. Dalla politica delle aggregazioni comunali a quella turistica passando per quella fiscale: le locomotive, quelli che potrebbero tirare il carro, vanno ostacolati perché “non bisogna creare troppe disparità”.
Un conto è la parità di opportunità. Tutt’altra cosa è la parità dei risultati: ma è in quest’ultima che, a suon di buonismi politikamente korretti, si è scivolati.
La scuola non ha altra possibilità che puntare alla promozione dell’eccellenza ed essere orientata al mercato del lavoro. Le chimere sessantottine dello “studia quello che vuoi che tanto un lavoro lo troverai” non sono più adeguate alla nostra realtà. A dare il colpo di grazia sono peraltro stati proprio i sessantottini medesimi che, internazionalisti e spalancatori di frontiere, hanno sostenuto ad oltranza la libera circolazione delle persone, la quale ha ridotto drasticamente le possibilità d’impiego per i nostri giovani. Esponendoli, di conseguenza, ad una concorrenza spietata.
Con la scuola politicamente in mano alla $inistra, un cambiamento nel senso indicato e necessario risulta però assai difficile. Infatti, in nome del consueto egualitarismo giacobino c’è addirittura chi vuole abolire i “livelli” della scuola media. Sempre all’insegna del “tutti uguali nella mediocrità”.
E il peggio non è di certo finito. Da Zurigo è infatti arrivata l’ennesima dimostrazione di insipienza $inistrorsa. La sezione $ocialista della Città sulla Limmat vuole abolire i compiti nella scuola. Perché? Perché non tutti gli allievi sono seguiti dai genitori nel loro svolgimento, per cui “si creano delle disparità.”
Avanti con pensate di questo genere, improntate all’egualitarismo bolscevico e del tutto avulse dalla realtà, l’esplosione dei giovani in disoccupazione ed in assistenza non è certo una sorpresa. E’ una logica conseguenza. Ma poco male: lavoreranno i servizi sociali. I quali, per la serie “ma tu guarda i casi della vita”, sono spesso e volentieri in mano alla $inistra.
Lorenzo Quadri

Frontalieri ormai quasi a 55mila: ci vuole uno stop

Intanto la stampa italiana continua a magnificare, a beneficio dei propri lettori, i vantaggi del vivere in Italia lavorando in Ticino (a stipendi ticinesi)

Il numero dei frontalieri presenti in Ticino è ancora esploso. Ormai, come indicano le cifre divulgate la scorsa settimana, siamo quasi a quota 55mila, assolutamente insostenibile in un Cantone di 320mila persone.
L’aumento, dicono le statistiche, è stato di 1200 unità rispetto al primo semestre 2012, di 3200 rispetto allo stesso periodo del 2011 e di 22mila rispetto a 10 anni fa. Come da copione, la crescita ha riguardato soprattutto il settore terziario. Compresi dunque gli uffici dove, di principio, visto che la forza lavoro residente basta e avanza a rispondere alle esigenze dell’economia, di frontaliere non ce ne dovrebbe essere nemmeno uno.
Nel corso dell’anno 2011, dicevano le statistiche di qualche mese fa, i frontalieri presenti in Ticino sono aumentati ci circa 6000 unità, mentre i nuovi posti di lavoro creati nel nostro Cantone nel medesimo periodo sono stati 3000.
Questo vuol dire che nel 2011 3000 dipendenti ticinesi sono stati sostituiti da frontalieri. Non c’è ragione di credere che il 2012 sarà migliore. Anzi, probabilmente sarà peggiore.

Prospettive cupe
E’ evidente che, con simili premesse, le prospettive professionali dei giovani ticinesi si fanno sempre più cupe. In quale futuro possono sperare i nostri giovani che vanno ora a scuola?
E’ quindi un dovere politico del governo ticinese mettere un freno a quella che ha tutti i connotazione di una vera e propria invasione, caratterizzata – appunto – dalla sostituzione di lavoratori ticinesi con frontalieri. Ovvero, i dipendenti ticinesi vengono licenziati con il pretesto di “ristrutturazioni” e al loro posto si assumono frontalieri, ad uno stipendio inferiore. A questo punto la via è una sola: decretare subito lo stop ai nuovi permessi G, per lo meno negli uffici.

Stop ai nuovi permessi
Come da copione gli uffici di collocamento della vicina Penisola, come pure la stampa italiana, continuano nella loro propaganda a sostegno del frontalierato. La scorsa settimana è stato il turno della rivista femminile a larga diffusione, Anna, di magnificare i vantaggi di risiedere in Italia a costi italiani beneficiando contemporaneamente di uno stipendio svizzero.
Adesso arriva il periodico A, dell’editore Rizzoli, con un servizio di quattro pagine. Pagine da far accapponare la pelle. Ne citiamo alcuni interessanti passaggi.
– “Tutti dalle mie parti (Milano) sanno che in Svizzera ci sono buone possibilità, col cambio si guadagna e se sei bravo vai avanti (…)”.
– “Ora si cercano ingegneri, tecnici, architetti. Tutti molto giovani, dopo tre anni di lavoro in Italia si guarda alla Svizzera: è una tendenza in crescita. Anche perché, con le nostre competenze, siamo molto richiesti al di là dal confine”.
– “La casa non è più una stanza in condivisione, ma una villetta a tre piani in un quartiere residenziale di Varese”.
– “Tornerei in Italia, ma non c’è paragone con quello che mi offrono in Svizzera”.
– “Dopo quattro anni di frontalierato ho comprato casa”.
– “In azienda (in Ticino, ndr) i colleghi svizzeri sono solo il 20%. Il 60% sono frontalieri e il rimante 20% americani, indiani, inglesi”.
– E un frontaliere 33enne di Arcisate che ha un non meglio precisato “posto di responsabilità in un’azienda di arredo bagno in Canton Ticino” dichiara serafico: “In ufficio riceviamo cinque, sei curricola alla settimana: sono italiani che vogliono sconfinare”.
Quest’ultima testimonianza evidenzia un altro elemento inquietante, ossia il fatto che in parecchie aziende ticinesi i responsabili delle risorse umane sono frontalieri: non ci vuole dunque molta fantasia per immaginare a quali candidati andranno le loro preferenze al momento delle assunzioni.
E’ quindi il momento, almeno per alcuni settori professionali ed in particolare per le professioni d’ufficio, che il Ticino dichiari unilateralmente lo stop al rilascio di ulteriori permessi G. Non se ne emettono più. Fine. Chiuso Milano. Illegalità? No, legittima difesa. Del futuro nostro e dei nostri giovani.
Lorenzo Quadri

Gli eventi luganesi funzionano eccome!

L’abitudine di montare in cattedra senza averne il titolo è tipico di
questo Cantone, ed è l’atteggiamento in cui cade Mauro Rossi in un bilioso,
gratuito e pure menzognero attacco agli eventi estivi a Lugano pubblicato in
prima pagina (!) sul Corriere del Ticino di giovedì.

Secondo Mauro Rossi, delle iniziative realizzate (e che si stanno
ancora realizzando) quest’estate a Lugano “non importa a nessuno e non
producono alcunché”.

Evidentemente Rossi non solo, contrariamente a quanto scrive, a queste
manifestazioni non c’è mai stato, ma neppure ha mai chiesto un parere a
qualcuno: né luganese né turista né albergatore.

Prima di tutto, contrariamente a quanto si afferma sul CdT, non è
affatto vero che si tratta solo di piccole manifestazioni, dal momento che
l’estate luganese ha visto e ancora vedrà manifestazioni di tutte le
dimensioni, sia grandi che piccole: ad esempio il concerto di Capareza, con
oltre 8000 spettatori, non può definirsi esattamente “di nicchia”. Ma anche gli
eventi più piccoli hanno registrato comunque affluenze di pubblico notevoli per
il tipo di appuntamento (ad esempio 400 persone ad una matinée di musica
classica non è propriamente un risultato usuale).

In generale, nei 25 giorni di Longlake festival, gli eventi di cui,
secondo Rossi, “non importa a nessuno e non producono alcunché” hanno attirato
almeno 150mila persone.

Se poi Rossi, prima di sputare le sue sentenze, si fosse preoccupato di
chiedere un’opinione ai luganesi, giovani ma non solo, o ai turisti,
dell’offerta di eventi in città, magari si sarebbe accorto che il suo giudizio,
oltre che malevolo, è pure campato in aria. C’è da dire che sulle rive del
Ceresio la campagna elettorale è già iniziata, per cui non ci sarebbe da
stupirsi troppo se l’articolo in questione fosse stato suggerito da qualcuno.

Naturalmente, premesso che offrire ai Luganesi ed ai turisti oltre 200
eventi gratuiti secondo Rossi è una schifezza, ecco che l’articolista se ne
esce anche con la sua illuminante proposta per raddrizzare le cose: puntare su
due grandi manifestazioni, Estival Jazz (con il quale, per la serie “ma tu
guarda i casi della vita”, Rossi collabora) e il Blues to bop!

Accidenti, nessuno ci aveva mai pensato! Questo sì che è un
suggerimento inedito! Una vera rivoluzione copernicana!

Stranamente a Rossi sembra essere sfuggito – curioso, perché i
comunicati di Estival li prepara lui – che sulle due manifestazioni citate si
sta già puntando parecchio.

Estival Jazz si è infatti evoluto in Estival Eventi: con la
collaborazione della RSI, la Città di Lugano ha affiancato alla grande
manifestazione estiva una serie di appuntamenti culminanti in Aspettando
Estival, una due giorni primaverile di concerti gratuiti nel centro di Lugano e
nei suoi esercizi pubblici, ed Estival Nights, un  vero 
festival “indoor” che di terrà dal 6 al 10 di novembre al Cittadella.

Anche il Blues to bop da quest’anno è cresciuto con l’aggiunta di  nuovi concerti a Tesserete e Sessa assumendo
un’estensione regionale.

Piaccia o non piaccia a Mauro Rossi, non si può che confermare la
validità turistica e aggregativa degli oltre 200 eventi estivi luganesi grandi
e piccoli, quelli di cui “non importerebbe a nessuno” e che “non porterebbero
nulla”.

A parlare sono le cifre, proprio quelle che Rossi ammette di non avere.
Tra l’altro, detto per inciso, nel mese di agosto i pernottamenti nel
comprensorio di Lugano Turismo presentano un aumento del 6% rispetto all’agosto
2011.

Lorenzo Quadri

Municipale di Lugano

Tredicesima AVS: le opposizioni sono partitiche

Il prossimo 23 settembre i cittadini ticinesi voteranno sull’iniziativa popolare “un aiuto concreto agli anziani in difficoltà”, meglio nota come Tredicesima AVS.
L’iniziativa propone di versare agli anziani a beneficio della prestazione complementare (PC), o che, pur non beneficiandone, dispongono di un reddito inferiore o analogo , ed hanno (se l’hanno) una sostanza immobiliare inferiore ai 150mila Fr (“anziani con casetta”) un modesto ma molto utile contributo annuo: 1200 Fr per le persone singole, 1700 per le coppie.
Si tratta quindi di un aiuto destinato agli anziani meno favoriti. E che, è bene sottolinearlo, non fa – ovviamente – perdere ai beneficiari il diritto alla complementare, e non è neppure imponibile fiscalmente.
Particolare attenzione è data a quegli anziani che sono proprietari di una casetta, o appartamento, o terreno (magari ereditato) e che, per questo motivo, non beneficiano della prestazione complementare: devono pertanto arrangiarsi con la sola AVS. Come pure alle persone che, non beneficiando della PC, hanno tuttavia un reddito analogo.
La cosiddetta tredicesima AVS non è di per sé un corpo alieno. Si tratta di un tipo di aiuto che esiste in alcuni comuni da svariati anni, con denominazioni diverse, come “assegno complementare comunale (ACC)”. Il caso più noto è quello di Mendrisio dove l’ACC è stato riconfermato pochi anni fa, senza che vi fosse alcuna opposizione.
Ciò dimostra tre cose:
1) Che la Tredicesima AVS è assolutamente fattibile;
2) Che funziona;
3) Che l’opposizione alla proposta leghista è dettata da pure motivazioni partitiche. I partiti storici non vogliono in nessun caso permettere alla Lega di vincere una battaglia ormai ventennale, e poco importa se a fare le spese di questa sterile ed interessata opposizione sono i nostri anziani.
L’iniziativa “un aiuto concreto agli anziani in difficoltà” si pone anche come forma migliorativa degli assegni comunali citati, che non tengono conto di chi non riceve la PC perché proprietario della propria abitazione e quindi tira la cinghia, né di chi ha un reddito analogo, anche se non derivante dalla PC.
Si può poi disquisire a lungo sul quanto siano poveri gli anziani poveri. Uno studio recente dell’amministrazione federale evidenzia come a livello nazionale il 16% degli anziani viva al limite della soglia di povertà. A Lugano un terzo dei beneficiari degli aiuti puntuali erogati tramite il regolamento sociale comunale sono persone anziane. E l’aiuto elargito ammonta in media a ca. 1500 Fr: proprio l’ordine di grandezza proposto dall’iniziativa cantonale leghista.
Il bisogno è dunque dato. Con l’aggravante che l’anziano, contrariamente al giovane, non ha più la possibilità di migliorare la propria situazione economica.
Ma la “tredicesima AVS” contempla anche un aspetto di meritocrazia. Gli anziani hanno costruito la nostra società con il loro lavoro ed i loro sacrifici. Meritano quindi un riconoscimento. Un “bonus”. Ci sono bonus per i figli, per chi usa i mezzi pubblici, la tredicesima per chi lavora, eccetera; perché non crearne uno per chi ha costruito la nostra società – gli anziani – oltretutto limitato a quelli che ne hanno maggiormente bisogno?
Lorenzo Quadri