Mini-taglio per gli statali, licenziamenti per i bancari

A volte si fatica veramente a comprendere certe logiche.
Si fa un gran parlare dei “tagli” inseriti dal Consiglio di Stato nel Preventivo 2013 sugli stipendi dei funzionari e dei docenti. Il sacrificio richiesto, del 2%, ha fatto insorgere gli insegnanti liceali, che di certo non faticano a tirare la fine del mese: questi ultimi hanno minacciato di rifarsi cancellando le passeggiate scolastiche. Un comportamento assai poco educativo da parte di chi dovrebbe essere, per l’appunto, educatore. Il messaggio trasmesso è infatti lampante: se il tuo superiore ti toglie qualcosa, tu minacci di vendicarti su chi sta sotto.
Gli annunciati risparmi a carico dei dipendenti cantonali hanno però dato adito anche a manifestazioni, prese di posizioni, dibattiti, servizi giornalistici. E stiamo parlando non già di licenziamenti di massa, bensì di una piccola riduzione salariale, della durata di un anno, che andrebbe a toccare chi, comunque, beneficia di indubbi e sempre più preziosi vantaggi. Primo fra tutti il posto di lavoro sicuro. Che non giustifica evidentemente qualsiasi taglio, ma dovrebbe invitare qualche sindacalista alla riflessione prima di strillare allo scandalo. A maggior ragione quando si tratta di stipendi di tutto rispetto, quali sono quelli dei docenti liceali.
C’è chi guadagna meno, anche molto meno, e deve temere ogni giorno per il proprio impiego. Qui si viene al punto.
Mentre infatti da un lato si fa un gran rumore sulla limatura del 2% dello stipendio dei dipendenti statali per un anno, dall’altro tutto tace sui licenziamenti (non piccoli sacrifici: perdita definitiva del posto di lavoro) sulla piazza finanziaria. Licenziamenti che sono già in atto, ovviamente a piccole “tranche” per non dare troppo nell’occhio, e che sono la conseguenza diretta della cosiddetta “Weissgeldstrategie” del Consiglio federale (come se finora fosse stato tutto Schwarzgeld, ossia denaro nero) nonché del cedimento su tutta la linea in materia di segreto bancario.
Da un lato, dunque, sceneggiate e piazzate per un piccolo taglio temporaneo; dall’altro, licenziamenti nella più totale indifferenza. Licenziamenti che sono solo le prime avvisaglie della valanga in arrivo. L’ex CEO di UBS Oswald Grübel (non proprio esente da pecche…) ha stimato che la citata Weissgeldstrategie, abbinata agli accordi fiscali internazionali, porterà alla cancellazione di 50mila posti di lavoro in Svizzera. Parecchie migliaia saranno in Ticino. Di questo però non si parla. Il problema non sembra interessare a nessuno. Eppure le conseguenze occupazionali, sociali e fiscali saranno devastanti. Anche per il nostro Cantone. Il referendum contro gli accordi fiscali con Germania, Gran Bretagna ed Austria non è riuscito; e qui la politica, come pure le associazioni di categoria, porta pesanti responsabilità. Come si prepara il Ticino allo tsunami che sta per piombargli addosso? Non se ne trova traccia nel Preventivo 2013, ma nemmeno nel dibattito pubblico, troppo impegnato a rincorrere farfalle: perfino la sparizione di ombrelli in Gran Consiglio ha avuto il diritto alle prime pagine. Anche la telenovela dei candidati al municipio di Lugano, che ormai tiene banco un giorno sì e l’altro pure, col risultato di aver già rotto le scatole ed altro a mesi di distanza dalle elezioni, è ben poca cosa in confronto a quello che succederà, ed anzi ha già cominciato a succedere, sulla piazza finanziaria.
Nel silenzio generalizzato si distingue tuttavia l’incredibile faccia di bronzo del partito socialista svizzero. Da un lato il PSS dichiara “urbis et orbis” di volere lo scambio automatico d’informazioni bancarie, quindi la fine del segreto bancario ed un’ ecatombe di posti di lavoro in Svizzera; dall’altro tenta – maldestramente ed in sprezzo del ridicolo – di spacciarsi per difensore degli impiegati di banca. Anche gli insulti all’intelligenza dei cittadini dovrebbero avere un limite.
Lorenzo Quadri
Consigliere nazionale
Lega dei Ticinesi

 

 

Sulla croce non si cede di un millimetro

Il multiculturalismo, l’hanno riconosciuto i principali governi europei, è completamente fallito. E i segni di questo fallimento si vedono quotidianamente.
In Ticino non se ne è parlato, forse per decenza, forse per non rischiare di dar ragione alla Lega. Ma la nuova campagna pubblicitaria della Swiss non ha mancato di fare scalpore in Svizzera interna. Per un motivo che deve far suonare non uno, ma vari campanelli di allarme. Infatti il nuovo slogan della compagnia di trasporto è: “Kreuz ist Trumpf”, ossia più o meno “la croce è un atout”, affiancato dall’immagine di un velivolo con una grande bandiera elvetica dipinta sulla coda. Ebbene, la campagna pubblicitaria ha scatenato la reazione di un certo numero di musulmani residenti in Svizzera, i quali hanno pensato bene di dare la stura alla propria indignazione (sic!) tramite i social network. A scatenarne le ire funeste, il fatto che la compagnia area “di bandiera” abbia parlato di semplicemente di croce e non di croce svizzera. La Swiss si è affretta a precisare che la sua pubblicità non veicola alcun messaggio religioso né politico.
Ora, qui c’è qualcuno che ha perso la trebisonda.
Punto primo: sulla bandiera svizzera compare una croce e in Svizzera la nostra bandiera la si pubblicizza ad oltranza, e senza doversi giustificare con nessuno, men che meno con cittadini musulmani, ospiti in casa nostra. I quali sanno benissimo come è fatta la nostra bandiera. Per cui la Swiss non doveva affatto scusarsi, poiché non ce n’era alcun motivo.
Punto secondo: si dà inoltre il caso che questo paese sia cristiano da circa 1500 anni. Quindi, in un paese di tradizione cristiana più che millennaria, non c’è alcun motivo di nascondere, o di aver paura di mostrare, i simboli della nostra religione e tradizione per non offendere (?) gli ultimi arrivati. Sicché, se anche lo slogan “la croce è un atout” fosse stato riferito, come non era il caso, non già alla croce svizzera ma a quella cristiana, non ci sarebbe comunque stato proprio nulla da obiettare. Le vignette sull’Islam possono essere offensive e di cattivo gusto. Ma venire a sostenere che pronunciare, in Svizzera – e sottolineiamo: in Svizzera, ovvero in casa nostra – la frase “la croce è un atout” costituirebbe un affronto per la religione islamica, è una fregnaccia che va stroncata sul nascere. Senza aprire il minimo spiraglio. Ci mancherebbe che, nel nostro Paese, i cittadini elvetici fossero gli unici a non avere il diritto di difendere la loro religione in casa propria, mentre minoranze in arrivo da paesi lontani spadroneggiano in nome della bufala del politikamente korretto!
Chi viene in Svizzera sa benissimo che questa è una nazione cristiana e se la croce – o i riferimenti alla medesima – lo disturba, non ha che da tornare da dove è venuto, perché nessuno lo obbliga a rimanere nel nostro Paese, anzi. L’immigrato che, in Svizzera, si sente offeso dalla croce, elvetica o cristiana che sia, qui non è al suo posto, e dimostra di non volersi integrare. Se per caso, tra gli internauti musulmani che hanno espresso scandalo per la nuova campagna della Swiss, ci fosse qualche aspirante cittadino svizzero, la naturalizzazione di costoro andrebbe bloccata all’istante.
Non bisogna, inoltre, farsi trarre in inganno da sottili distinguo destinati a non durare. Chi si scandalizza per la croce non può pensare di farci credere di avere obiezioni solo sulla croce cristiana ma non su quella elvetica: è chiaro che la croce sulla bandiera svizzera trae ispirazione dalla croce cristiana per cui presto ci saranno cittadini musulmani (o qualche convertito invasato) che cominceranno a contestare anche la nostra bandiera. Pretendendo, magari, di farcela cambiare in nome del politikamente korretto. E ci sarà chi, a $inistra, sarà pronto ad assecondare l’ennesima pretesa antisvizzera.
E’ chiaro quindi che sulle croci non si cede nemmeno di un millimetro.
Lorenzo Quadri

Cassa malati: si torna ai piedi della scala?

Spese milionarie ed ingente lavoro amministrativo per tornare… alla situazione precedente?

E’ inutile girare attorno alla torta. L’anno prossimo, 2013, la cassa malati graverà parecchio di più sul groppone dei cittadini. Come noto è stato annunciato un aumento medio dei premi compreso tra l’ 1.1 e il 2.4%. Trattandosi di medie, c’è chi si troverà a fare i conti con rincari ben superiori a questo. Come è stato detto più volte, l’aumento in questione è ingiustificato. Il nostro Cantone avrebbe avuto diritto ad una diminuzione o quanto meno di un aumento zero.
E quello che non fanno gli assicuratori malattia, lo fa il Cantone. Infatti quale misura di risparmio per abbellire (?) il preventivo 2013 il Consiglio di Stato propone tagli anche ai sussidi per la riduzione del premio di cassa malati, in ragione del 3.5%.
Non è il primo anno che il cittadino ticinese deve fare fronte ad aumenti di premio ingiustificati. E’ invece il primo anno che deve fare i conti con tagli lineari ai sussidi per motivi di risparmio.
Come noto dal 2012 è in vigore il nuovo sistemo di calcolo dei sussidi di cassa malati basato non più sul criterio del reddito imponibile ma su quello del reddito disponibile semplificato. Il cambiamento, che “suona bene” in teoria, comporta una radiografia della situazione finanziaria del cittadino per poter calcolare nel modo più preciso possibile il sussidio di cui necessiterebbe. Fin qui tutto bene. Ma poi la teoria si scontra con l’applicazione pratica, in quanto: a) non è possibile eseguire una radiografia così precisa come la si vorrebbe e soprattutto b) non ci sono i soldi per coprire tutta la lacuna di reddito; addirittura con il Preventivo 2013 si vogliono ridurre i fondi ulteriormente. E allora c’è da chiedersi quale possa essere il bilancio dell’operazione. E soprattutto c’è da chiedersi a cosa sia servito mettere in piedi un imponente apparato amministrativo e informatico con l’intenzione di calcolare i sussidi con precisione centesimale se già si sa che non li si potrà pagare!

Il ritorno dei morosi
Analoga situazione di verifica con i morosi di cassa malati. Con il 1° gennaio 2012 è entrata in vigore la modifica della LAMal che ha portato all’abolizione della sospensione automatica dalla copertura assicurativa per gli assicurati in mora con il pagamento dei premi o delle partecipazioni: i cosiddetti morosi, appunto. In cambio di questa rinuncia i Cantoni si sono visti imporre l’obbligo di rimborsare alle assicurazioni malattia l’85% dei crediti sfociati in attestati di carenza beni. Un’operazione dal costo stimato di una dozzina di milioni. I Cantoni hanno la facoltà di reintrodurre la sospensione per quegli assicurati che sarebbero finanziariamente nella condizione di pagare i premi ma non lo fanno. Questa facoltà è stata utilizzata dal Ticino quale mezzo di pressione per “invogliare” la gente a pagare regolarmente il dovuto. Tuttavia l’accertamento della reale capacità finanziaria degli assicurati che sono rimasti indietro coi pagamenti di cassa malati da inizio 2012 è un compito amministrativo complesso, che è stato scaricato sui Comuni, i quali lo svolgono dietro compenso da parte del Cantone.
A Lugano ad esempio per svolgere questo nuovo compito è stata necessaria l’assunzione di un’unità e mezzo in più. C’è però da chiedersi a cosa serva veramente tutto l’esercizio – oltre a generare burocrazia, s’intende. Immaginando che al moroso che dovrebbe pagare ma non lo fa venga sospesa la copertura, poi cosa succede? Appena questa persona si ammala con un certa gravità, deve venire curata comunque nelle strutture pubbliche. Non può certo essere lasciata in mezzo alla strada. Morale: dopo aver speso molti soldi e svolto abbondante lavoro amministrativo, si rischia di trovarsi in una situazione simile a quella precedente alla modifica legislativa LAMal. E allora come dicevano i latini: cui prodest? A chi giova?
Lorenzo Quadri

Consiglio federale a nove, si riapre uno spiraglio

La Commissione delle istituzioni politiche del Consiglio degli Stati ha approvato la proposta ticinese di Consiglio federale a nove membri. Certo, l’ha approvata di misura, con 6 voti a 4. E l’ha approvata contro il parere della maggioranza del Consiglio nazionale che in settembre aveva votato contro un aumento del numero dei Consiglieri federali.
La proposta viene motivata con la necessità di meglio distribuire il carico di lavoro tra i vari membri dell’esecutivo, ed è vero che attualmente la composizione dei dipartimenti non è equilibrata. Ma naturalmente, e non se ne è mai fatto mistero, l’aggiunta di “due posti a tavola” serve anche a far sì che l’adeguata rappresentanza delle varie regioni linguistiche non resti lettera morta all’interno della Costituzione federale, come accade da ormai 13 anni per il Ticino. Da tanto infatti la Svizzera italiana non ha più un proprio rappresentante nel massimo esecutivo elvetico. Ciò danneggia la nostra regione in particolare ora che i rapporti con la vicina ed ex amica Penisola si sono fatti decisamente “problematici”. E Berna continua a dar prove di incapacità nelle trattative con l’Italia. La ministra del 5% Widmer Schlumpf non è infatti nemmeno stata capace di indicare la cancellazione immediata della Svizzera dalle black list italiane illegali come premessa minima per l’apertura di trattative su accordi internazionali sulla fiscalità del risparmio (sia chiaro, per inciso, che di mandare soldi all’Italia non se ne parla neppure).
Per non parlare della drammatica situazione ticinese sul fronte del frontalierato e dei padroncini, provocata dalla devastante libera circolazione delle persone. Le sue conseguenze sono disoccupazione, dumping salariale, disagio sociale, sostituzione di lavoratori residenti con frontalieri. Tutte realtà ben presenti in Ticino che Berna e la nefasta SECO, lontane anni luce dal nostro Cantone, si ostinano a negare, o quando va bene a minimizzare.
C’è poi ovviamente da considerare anche la questione del rispetto del plurilinguismo a Berna. Che, in mancanza di un rappresentante ticinese, viene sempre più bistrattato. Basti pensare al malvezzo sempre più frequente nell’amministrazione federale di redigere i concorsi pubblici solo in tedesco ed in francese, discriminando così una parte dell’economia nazionale.
Eppure la Svizzera, senza la sua parte italofona, non sarebbe più la Svizzera.

A mali estremi…
E’ alquanto deludente dover giungere al punto da proporre un aumento del numero dei Consiglieri federali per poter avere un rappresentante ticinese. Tuttavia a mali estremi, estremi rimedi.
A tal proposito, la Commissione delle istituzioni politiche del Consiglio degli Stati ha riaperto uno spiraglio, ma naturalmente la strada per avere un domani un Consiglio federale a nove membri con un ticinese è ancora irta d’insidie. Se alla fine non se ne dovesse fare niente, allora tanto vale puntare con decisione all’elezione popolare dei Consiglieri federali. Visto che i Ticinesi vengono comunque tagliati fuori, allora, assenti per assenti, meglio avere un governo con legittimazione democratica che uno, come quello attuale, che ne è vistosamente privo.
Lorenzo Quadri

Ennesima dimostrazione che l’invasione è ancora più grave di quel che sembra

E’ notizia di questi giorni che 1200 frontalieri, in precedenza attivi in Ticino, avrebbero perso il lavoro: 700 di essi provengono dalla Provincia di Varese, 500 da quella di Como. Questo però non vuol dire che il numero dei frontalieri attivi in Ticno stia diminuendo: al contrario, continua ad aumentare. L’ultimo dato, quello del secondo trimestre del 2012, indica infatti la presenza di 55mila frontalieri presenti in Ticino: aspettiamo di conoscere la prossima informativa, che naturalmente segnerà un ulteriore incremento, il quale per l’ennesima volta interesserà, poco ma sicuro, le soliti professioni amministrative. Quelle per cui non c’è alcuna necessità di importare frontalieri dal momento che la manodopera residente non solo basterebbe, ma avanzerebbe per coprire le esigenze dell’economia.
Ai frontalieri in senso “classico” vanno poi aggiunte le 15.300 notifiche di lavoro temporaneo (meno di tre mesi) da parte di artigiani, padroncini, eccetera in arrivo da Oltreconfine, che costituiscono anch’esse una forma di frontalierato. Va poi da sé che le cifre indicate, essendo dati ufficiali, non considerano (nemmeno sottoforma ipotetica) il lavoro nero. Che pure esiste, e di certo non in quantitativi marginali.
Questo solo per indicare l’enormità del fenomeno in un Cantone di 320mila abitanti.
Da notare che la presenza sproporzionata di frontalieri in settori in cui non ce ne sarebbe affatto bisogno, costituisce non solo un grave problema occupazionale per il Ticino, ma ha anche conseguenze negative per le finanze pubbliche. Infatti: a) circa un quarto (!) della forza lavoro attiva su territorio cantonale è tassata alla fonte con un prelievo che potrebbe essere più leggero rispetto a quello che grava sui residenti (a dipendenza delle deduzioni…) ed inoltre il 40% del prelievo torna Oltreconfine. Quindi un perdita per le casse pubbliche; b) l’aumento dell’imposta alla fonte per i bislacchi meccanismi della perequazione federale rende il nostro Cantone un Cantone pagante, mentre gli “amici” bernesi (intesi come Cantone) si cuccano un contributo annuale di un miliardo di franchetti; c) ovviamente l’aumento delle persone in disoccupazione ed in assistenza a causa della sostituzione di dipendenti residenti con frontalieri causa costi sociali molto importanti. A maggior ragione se si pensa che i residenti titolari di un permesso B per l’esercizio di un’attività lavorativa, se l’attività lavorativa e con essa il motivo di rilascio del permesso viene a cadere, mica viene obbligata a lasciare il paese: vi rimane a carico del nostro Stato sociale.

Valanga di nuove assunzioni oltreconfine
L’aumento del numero dei frontalieri malgrado in 1200 abbiano perso il lavoro non fa che evidenziare quanto sia insostenibile il flusso delle assunzioni attingendo al mercato del lavoro Oltreconfine. Se infatti il saldo aumenta in maniera esponenziale malgrado 1200 siano rimasti a casa, vuol dire che le nuove assunzioni di frontalieri proseguono a tamburo ancora più battente di quello che si potesse immaginare. Sarebbe poi interessante sapere che tipo di frontalieri vengono lasciati a casa. E’ probabile, e dai sindacati giungono indicazioni in questo senso, che si tratti di frontalieri di “vecchia data” che vengono sostituiti da altri assunti a condizioni salariali ben inferiori, e ciò “grazie” alla libera circolazione delle persone.
E’ sempre più evidente la necessità per l’ente pubblico di arginare quella che è una vera e propria invasione, a tutela non solo dell’occupazione in Ticino e quindi anche della pace sociale, ma pure delle finanze pubbliche.
Una cosa da fare è cambiare l’imposizione fiscale dei frontalieri. I quali andrebbero assoggettati in base alle aliquote fiscali italiane (ovviamente la riscossione la farebbe quello svizzero, altrimenti…) ben superiori a quelle elvetiche. La Svizzera tratterrebbe l’equivalente del totale dell’attuale imposta alla fonte, quindi senza alcun ristorno: ciò che si tradurrebbe in un aumento del gettito di circa 60 milioni. All’Italia verrebbe “girata” la differenza (che sarebbe comunque superiore agli attuali ristorni). Enti pubblici – al di qua e al di là dal confine – felici e contenti. Meno i frontalieri, che dovrebbero pagare più tasse. Ma ci sta. In questo modo oltretutto sarebbe necessario alzare gli stipendi dei frontalieri. Sicché il vergognoso giochetto del licenziamento di dipendenti ticinesi subito sostituiti con frontalieri pagati la metà non sarebbe più così conveniente.
Se a questa sessantina di milioni di Fr di entrate extra ne aggiungiamo un’altra settantina di ecotasse per frontalieri e padroncini, ci rendiamo subito conto che, con queste due semplici proposte, gli enti pubblici ticinesi potrebbero incrementare senza un “cip” le proprie entrate fiscali di 130 milioni di Fr all’anno! E scusate se sono pochi…
Lorenzo Quadri

 

Furti con scasso ad opera di minorenni stranieri

In Ticino anche questa settimana è stata caratterizzata dalle consuete razzie da parte di delinquenti stranieri. Sì, delinquenti stranieri: quelli che avrebbero dovuto essere solo un’invenzione della Lega populista e razzista.
Come di consueto, tra i furti da parte di finti asilanti alle rapine messe a segno da malfattori “non patrizi”, c’è solo l’imbarazzo della scelta.
Un caso in particolare merita di essere approfondito. Non certo perché si tratta dell’episodio più grave verificatosi (anzi…) ma perché contiene dei segnali preoccupanti che non ci si può permettere di ignorare.
Teatro del misfatto è una palazzina di Corso Elvezia a Lugano dove, lo scorso fine settimana, è stato commesso un furto con scasso con prelievo di un’intera cassaforte. Autrici due minorenni straniere (rumene?), di 14 e di 16 anni. Questa forma di crimine organizzato si serve di minorenni puntando sulla loro non punibilità, ma non è affatto credibile che le ragazzine abbiano agito da sole. Infatti usando come esca la refurtiva nascosta nei paraggi, la polizia ha individuato e fermato due giovani appena maggiorenni di nazionalità rumena.

Criminalità organizzata
Questi furti sono evidentemente il risultato del “lavoro” di un’organizzazione, che ha la sua sede Oltreconfine. Le minorenni straniere – utilizzate a seguito della loro quasi impunità – vengono istruite e portate sul posto. Non arrivano di sicuro a piedi, per conto loro. Poi bisogna organizzare il trasporto della refurtiva, spesso molto pesante. Abbiano dunque a che fare con un racket che avvia delle ragazzine e dei ragazzini alla delinquenza, fin dalla più tenera età.
Anche i ladri stranieri minorenni tuttavia prima o poi raggiungono la maggiore età. Sicché il giochetto dell’impunibilità non funziona più. Che succede? Finito il cinema? No di certo. Come in tutte le società che si rispettino, si organizzano i ricambi.
Ed è proprio quello che starebbe succedendo ora. Secondo fonti bene informate, nel Nord Italia sono arrivati i ricambi di giovani rumeni e balcanici che vanno a sostituire quelli diventanti maggiorenni e quindi perseguibili.
Non ci vuole dunque molta fantasia ad immaginare che presto alle nostre latitudini si vedranno anche i frutti di tale ricambio, sottoforma di un’impennata dei furti con scasso negli appartamenti. Gli osservatori più attenti hanno notato un incremento, sulle nostre strade, di macchine con targhe “strane”, non certo di proprietà di turisti. Si tratta di giri di ricognizione? Di sopralluoghi per individuare i prossimi bersagli?
E’ evidente che la pressione delinquenziale ai nostri confini si fa sempre più forte. La Svizzera, che per conformarsi ai padroni di Bruxelles smantella i controlli in dogana invece di potenziarli, fa sempre più gola. Un vero paese dei balocchi per la criminalità d’importazione. Tanto più che commettere dei furti con scasso nelle nostre case è “un gioco da ragazzi”: nel senso letterale del termine, come indicano i fatti di cronaca.
Se non vogliamo infilarci in un tunnel senza ritorno di micro e macrocriminalità importata, dobbiamo sospendere gli accordi di Schengen (che il Ticino non ha mai votato) e tornare a presidiare “comme il faut” i nostri confini.
Lorenzo Quadri

Lugano: fontane sul lago, respinto il ricorso

Il Consiglio di Stato ha respinto il ricorso presentato da due privati contro la licenza edilizia per il ritorno delle fontane sul lago, previste in zona LAC. Il ricorso verteva sulle immissioni foniche generate dall’impianto; il governo ha stabilito che esse sono abbondantemente nei limiti del consentito. Resta da vedere se i ricorrenti si rivolgeranno al Tram.
Il macchinoso processo di ritorno delle fontane sul lago, dopo oltre 20 anni di assenza – naturalmente il ritorno avverrebbe in forma adeguata alle tecnologie attuali – compie dunque un passo avanti.
Soddisfazione viene espressa dal capodicastero turismo Lorenzo Quadri: «Le fontane sul lago, oltre ad animare il lungolago a beneficio dei residenti, hanno un’indiscussa valenza turistica. Basti pensare che le “vecchie” fontane, pur nella loro semplicità, figuravano su metà delle cartoline di Lugano. E’ importante che questa attrazione ritorni, tanto più che con un investimento relativamente contenuto, nell’ordine di grandezza di un paio di milioni di Fr, è possibile disporre di un prodotto molto valido. Naturalmente le difficoltà tecniche da affrontare sono parecchie; a partire da quelle relative all’allestimento del bando di concorso per un oggetto così particolare».

 

I frontalieri aumentano malgrado i licenziamenti

E’ notizia di questi giorni che 1200 frontalieri, in precedenza attivi in Ticino, avrebbero perso il lavoro: 700 di essi provengono dalla Provincia di Varese, 500 da quella di Como. Questo però non vuol dire che il numero dei frontalieri attivi in Ticno stia diminuendo: al contrario, continua ad aumentare. L’ultimo dato, quello del secondo trimestre del 2012, indica infatti la presenza di 55mila frontalieri presenti in Ticino: aspettiamo di conoscere la prossima informativa, che naturalmente segnerà un ulteriore incremento, il quale per l’ennesima volta interesserà, poco ma sicuro, le soliti professioni amministrative. Quelle per cui non c’è alcuna necessità di importare frontalieri dal momento che la manodopera residente non solo basterebbe, ma avanzerebbe per coprire le esigenze dell’economia.
Ai frontalieri in senso “classico” vanno poi aggiunte le 15.300 notifiche di lavoro temporaneo (meno di tre mesi) da parte di artigiani, padroncini, eccetera in arrivo da Oltreconfine, che costituiscono anch’esse una forma di frontalierato. Va poi da sé che le cifre indicate, essendo dati ufficiali, non considerano (nemmeno sottoforma ipotetica) il lavoro nero. Che pure esiste, e di certo non in quantitativi marginali.
Questo solo per indicare l’enormità del fenomeno in un Cantone di 320mila abitanti.
Da notare che la presenza sproporzionata di frontalieri in settori in cui non ce ne sarebbe affatto bisogno, costituisce non solo un grave problema occupazionale per il Ticino, ma ha anche conseguenze negative per le finanze pubbliche. Infatti: a) circa un quarto (!) della forza lavoro attiva su territorio cantonale è tassata alla fonte ed inoltre il 40% del prelievo torna Oltreconfine. Quindi un perdita per le casse pubbliche; b) l’aumento dell’imposta alla fonte per i bislacchi meccanismi della perequazione federale rende il nostro Cantone un Cantone pagante, mentre gli “amici” bernesi (intesi come Cantone) si cuccano un contributo annuale di un miliardo di franchetti; c) ovviamente l’aumento delle persone in disoccupazione ed in assistenza a causa della sostituzione di dipendenti residenti con frontalieri causa costi sociali molto importanti. A maggior ragione se si pensa che i residenti titolari di un permesso B per l’esercizio di un’attività lavorativa, se l’attività lavorativa e con essa il motivo di rilascio del permesso viene a cadere, mica viene obbligata a lasciare il paese: vi rimane a carico del nostro Stato sociale.
L’aumento del numero dei frontalieri malgrado in 1200 abbiano perso il lavoro non fa che evidenziare quanto sia insostenibile il flusso delle assunzioni attingendo al mercato del lavoro d’ Oltreconfine. Se infatti il saldo aumenta di continuo malgrado 1200 siano rimasti a casa, vuol dire che le nuove assunzioni di frontalieri proseguono a tamburo ancora più battente di quello che si potesse immaginare. Sarebbe poi interessante sapere che tipo di frontalieri vengono lasciati a casa. E’ probabile, e dai sindacati giungono indicazioni in questo senso, che si tratti di frontalieri di “vecchia data” che vengono sostituiti da altri assunti a condizioni salariali ben inferiori, e ciò “grazie” alla libera circolazione delle persone.
E’ sempre più evidente la necessità per l’ente pubblico di arginare quella che è una vera e propria invasione, a tutela non solo dell’occupazione in Ticino e quindi anche della pace sociale, ma pure delle finanze pubbliche.
Una cosa da fare è cambiare l’imposizione fiscale dei frontalieri. I quali andrebbero assoggettati in base alle aliquote fiscali italiane (ovviamente la riscossione la farebbe quello svizzero, altrimenti…) ben superiori a quelle elvetiche. La Svizzera tratterrebbe l’equivalente del totale dell’attuale imposta alla fonte, quindi senza alcun ristorno: ciò che si tradurrebbe in un aumento del gettito di circa 60 milioni. All’Italia verrebbe “girata” la differenza (che sarebbe comunque superiore agli attuali ristorni). Enti pubblici – al di qua e al di là dal confine – felici e contenti. Meno i frontalieri, che dovrebbero pagare più tasse. Ma ci sta. In questo modo oltretutto sarebbe necessario alzare gli stipendi dei frontalieri. Sicché il vergognoso giochetto del licenziamento di dipendenti ticinesi subito sostituiti con frontalieri pagati la metà non sarebbe più così conveniente.
Se a questa sessantina di milioni di Fr di entrate extra ne aggiungiamo un’altra settantina di ecotasse per frontalieri e padroncini, ci rendiamo subito conto che, con queste due semplici proposte, gli enti pubblici ticinesi potrebbero incrementare senza un “cip” le proprie entrate fiscali di 130 milioni di Fr all’anno! E scusate se sono pochi…
Lorenzo Quadri
Consigliere nazionale
Municipale di Lugano
Lega dei Ticinesi

Accordi di Schengen-Dublino: sfacelo su tutta la linea

100 milioni all’anno per spalancare le porte alla criminalità straniera

Certo che gli Accordi di Schengen-Dublino sono proprio un ottimo affare, come no! A seguito di tali trattati i controlli ai nostri confini sono stati smantellati, e il risultato è una vera e propria manna per la criminalità transfrontaliera oltre che, naturalmente, per i finti rifugiati.
Si è venduta la risibile panzana che i nuovi mirabolanti sistemi informatici avrebbero sopperito ed anzi, avrebbero addirittura garantito maggiore sicurezza rispetto ai controlli alle frontiere! Sì, perché i delinquenti in entrata sul nostro territori si fermano con un “click”!
Ma naturalmente solo la Lega e l’Udc sono insorte contro l’ennesima baggianata; per tutte le altre forze politiche, i fallimentari Accordi di Schengen-Dublino erano il non plus ultra, e chi sosteneva il contrario era un becero populista e razzista.
Poi, improvvisamente, il voltafaccia: all’esplosione della prima ondata di rapine ai danni dei distributori di benzina del Mendrisiotto, rapine messe a segno da delinquenti in arrivo da Oltreconfine, ecco che – si stavano avvicinando le elezioni cantonali – i PPD ed ex partitone hanno cominciato a fare a gara nel chiedere il ripristino dei controlli doganali. Ma come, fino al giorno prima non erano tutte frottole della Lega populista e razzista? L’epilogo è noto e ben riassunto dal detto meridionale “passata la festa gabbato lo santo”: dopo le elezioni della criminalità transfrontaliera e delle sue vittime ticinesi i partiti $torici sono tornati ad infischiarsene bellamente.
E’ evidente che la sottoscrizione degli Accordi di Schengen-Dublino non serve affatto alla sicurezza del paese ma anzi, è unicamente un passo per portarci nell’Unione europea.
Questi fallimentari accordi non solo hanno gravemente nuociuto alla nostra sicurezza, ma ci costano uno sproposito. Proprio così: paghiamo cifre folli per essere MENO sicuri. Ecco cosa ci si guadagna con i continui avvicinamenti all’UE!

Cittadini truffati
Che il Consiglio federale avesse ingannato i cittadini sui costi degli Accordi di Schengen-Dublino in occasione della votazione del 2005 era risaputo da tempo. Adesso si scopre l’enormità dell’imbroglio. I devastanti accordi costano 14 volte più del previsto! Per l’anno 2013 sono stati messi a preventivo 100 milioni di Fr. 100 milioni di Fr all’anno non già per allontanare la criminalità straniera, ma per diventarne il terreno di caccia! E poi si ha il coraggio di minacciare tagli sociali a danno dei cittadini elvetici? Ce ne sarebbe più che abbastanza per ordinare inchieste non solo amministrative ma anche penali all’interno degli uffici federali. Ma di questo, naturalmente, nessuno parla. La kompagna Simonetta Sommaruga, ministra della Giustizia, se ne esce seraficamente a dire ai microfoni della radio statale che il sistema informatico costa più del previsto e, udite udite, che è aumentato l’onere a carico del nostro Paese per la difesa delle frontiere esterne dell’UE.
Cose che gridano vendetta: i nostri soldi vengono sperperati per difendere le frontiere dell’UE che ci tratta da Stato canaglia e ci ha dichiarato una guerra economica che creerà almeno 50mila senza lavoro sulla piazza finanziaria svizzera (ma anche di questo, nessuno ne parla). Invece di usare questi soldi per difendere le nostre, di frontiere. E per difenderle in prima linea proprio dall’UE!
Lorenzo Quadri

Assicurazione malattia, il controprogetto non convince

Ci vuole la cassa malati unica

Il Consiglio federale ha annunciato un controprogetto all’iniziativa popolare che chiede la creazione, per l’assicurazione malattia di base, di una cassa malati unica e pubblica. Il controprogetto è stato presentato per sommi capi dal ministro dell’interno Berset, non ne sono dunque ancora noti i dettagli. Tuttavia il primo impatto non convince della validità della proposta.
Purtroppo il sistema attuale di assicurazione malattia ha dimostrato di essere inguaribile (tanto per restare in tema). Gli indicatori al proposito abbondano. Già il fatto che per pagare un’assicurazione sociale ed obbligatoria, un terzo dei ticinesi necessiti di sussidi pubblici, è una preoccupante anomalia. A questo si aggiungono:
– i continui aumenti di premio non giustificati dall’evoluzione dei costi della salute;
– il fatto che i ticinesi abbiano pagato e paghino premi troppo elevati che servono a tappare i buchi in altri Cantoni dove i premi sono invece insufficienti;
– l’apparente incapacità, o mancanza di volontà, dell’autorità federale di mettere un freno agli appetiti degli assicuratori e di garantire premi equi;
– il comportamento delle casse malati nelle sospensioni della copertura nei confronti degli assicurati morosi, che tende a scivolare nella manifesta illegalità (ad esempio sospensione della copertura a bambini);
– la mancanza di trasparenza su formazione dei premi e riserve;
– eccetera eccetera.
Tutti questi elementi inducono a ritenere che il sistema attuale non possa più essere corretto a suon di cerotti sulla gamba di legno. Tanto più che la concorrenza tra le casse non ha fatto diminuire i premi, ha però fatto sì che queste esse si imbarcassero da un lato in campagne pubblicitarie costose (finanziate sempre con i premi) per strapparsi l’una con l’altra i buoni rischi (ossia gli assicurati che pagano senza mai usufruire) e, dall’altro, una serie di manovre per scoraggiare dall’affiliarsi, rispettivamente per scaricare, i cattivi rischi (anziani e malati cronici, che consumano cure e quindi costano).

Possibilità di finanziamento
La cassa malati unica e pubblica di per sé non influisce sui costi della salute, se non nella misura in cui permette di risparmiare sui costi amministrativi delle singole casse malati (ad esempio tramite economie di scala, e creando una direzione unica invece di tante direzioni con tanti supermanager strapagati).
La cassa unica e pubblica permette però trasparenza ma soprattutto, dà la possibilità allo Stato di intervenire sui premi di cassa malati. Anche tramite l’utilizzo di miliardi di Fr della Banca nazionale allo scopo di ridurre i premi. Come noto infatti, per moderare la forza del franco, la Banca nazionale si sta stipando di euro, rischiando in questo modo di polverizzare decine di miliardi.
Ma, se si vuole evitare l’eccessivo rafforzamento del franco, bisogna stampare moneta. Stampare moneta, e utilizzarla a vantaggio della gente. Ad esempio, appunto, per finanziare una cassa malati pubblica, alleggerendo così in modo rilevante il premio di cassa malati, che grava come un macigno su troppe economie domestiche. Visto che la cassa malati è di fatto diventata un’imposta, quanto proposto costituirebbe anche una forma di sgravio fiscale.
Lorenzo Quadri

 

 

Lugano: se ne sentono di tutti i colori…

Palazzo dei congressi è una risorsa importante e non una bruttura

La politica è fatta anche di proposte balzane. Ad esempio, quella di demolire il Palazzo dei Congressi – operazione che vista la tipologia dell’edificio avrebbe costi spropositati – ed addirittura di preparare un piano di smobilitazione. Proposta che il Municipio ha giustamente respinto al mittente, pur con la dovuta diplomazia.
Il Palazzo dei congressi (PCL) attuale può piacere o non piacere, ma una cosa è certa: sarà in funzione ancora per svariati anni. Se infatti in futuro i congressi resteranno dove sono o si sposteranno in una nuova sede, segnatamente al Campo Marzio, dipenderà dalle risultanze del concorso per l’urbanizzazione di quell’area. Né si può pensare di poter fare astrazione dalla situazione finanziaria cittadina, perché un Palazzo dei congressi nuovo non si costruisce con quattro soldi. In città l’edificio che può costituire un termine di paragone in quanto a costi è in cantiere: e si tratta del LAC. Il quale, tanto per sgombrare il campo da ogni equivoco, non è strutturato per fungere da sede congressuale, né mai potrà diventare tale.
La piega che prenderà il concorso al Campo Marzio dirà se la costruzione di un nuovo PCL – che dovrà essere, oltre che ovviamente più moderno, anche più grande e più attrattivo di quello attuale, altrimenti l’operazione non ha senso – su quel sedime, sarà sostenibile anche dal profilo economico.
La scelta fatta da Lugano negli anni Settanta di costruire un Palazzo dei congressi è stata certamente coraggiosa ed innovativa. Il turismo congressuale non è meteodipendente e non è stagionale. E – evoluzione forse non prevedibile quarant’anni fa – con l’esplosione dei viaggi low cost che permettono di raggiungere mete sempre più lontane con sempre meno soldi, il settore congressuale costituisce un’alternativa.
La EZA Associates (International Conference Market Research & Consulting) di Ginevra ha realizzato uno studio sulle ricadute dei congressi, dal quale emerge che per ogni meeting a livello nazionale della durata di due giorni il ritorno economico per partecipante si aggira attorno ai 600 Fr. Per un congresso di tre giorni il ritorno pro-capite per partecipante viene cifrato sui 1350 Fr, mentre per un congresso internazionale della durata di quattro giorni si sale a 2400 Fr per partecipante.
Il Palazzo dei congressi di Lugano ospita annualmente una ventina di congressi nazionali ed internazionali, ai quali vanno aggiunti circa 160 tra riunioni e conferenze, 80 spettacoli, 100 banchetti e 40 tra esposizioni e manifestazioni varie. Quando il LAC sarà in esercizio, vi verranno trasferiti la maggior parte degli spettacoli e dei concerti. Sicché al PCL gli spazi a disposizione per i congressi aumenteranno: si creerà un potenziale di crescita che dovrà assolutamente venire colto. Per far questo, occorre cominciare a lavorare già ora.
Il Palazzo dei congressi per Lugano costituisce quindi una risorsa preziosa, un “tesoretto”. Di conseguenza, davanti ad improvvide “boutade” (eufemismo) che lo considerano come una semplice bruttura da abbattere, non posso evitare di provare una sensazione di forte fastidio. A maggior ragione quando poi a perorare demolizioni a sproposito sono gli stessi che puntualmente insorgono, a torto o a ragione, non appena vedono profilarsi all’orizzonte la sagoma di una ruspa. Magari chi suggerisce di demolire il PCL per poi piantumare a margherite e gladioli, farebbe bene a chiedere prima un parere agli operatori economici presenti sul territorio, quelli che pagano le tasse e creano lavoro: albergatori, esercenti, commercianti…
C’è poi un altro elemento che deve essere preso in considerazione. Pur con tutti i suoi limiti, anche di dimensioni, e la sua vetustà che impone investimenti ingenti, in un punto importante il Palazzo dei congressi attuale sarà sempre superiore a qualsiasi nuova edificazione al Campo Marzio: ed è proprio l’ubicazione, nel parco di una villa davanti al lago.
Se anche si deciderà di dare una nuova “casa” ai congressi luganesi al Campo Marzio, questa non sarà pronta per domani. In ogni caso il PCL dovrà comunque ancora essere operativo per anni. Ciò significa che ci sono dei lavori urgenti che andranno fatti per garantire l’operatività dell’edificio. Per questo, in relazione al Palazzo dei congressi, bisogna semmai parlare di investimenti e non di demolizioni, che peraltro costerebbero ancora di più.
Lorenzo Quadri
Municipale di Lugano

 

Minacce a Norman Gobbi ed ai suoi familiari: ecco il livello dei nemici della Lega

Le minacce, naturalmente anonime, ricevute da Norman Gobbi ed indirizzate anche ai suoi familiari – il massimo della vigliaccheria – ben evidenziano il livello cui ultimamente è scaduto l’antileghismo.
Per questo possiamo ringraziare il “partito dell’odio” formato dalla sinistra in senso ampio (che non ha mai tollerato la denuncia leghista del politicamente corretto, bavaglio di comodo a tutela di politiche fallimentari in campo d’immigrazione, di stranieri e di socialità) dai moralisti a senso unico in stile Bel (?) Ticino e dall’area mediatica – vedi il plateale esempio della trasmissione Falò contro il Mattino – che ha fatto della denigrazione della Lega il proprio leitmotiv. Area mediatica che include organi d’informazione finanziati col canone radioTV, quindi con soldi pubblici.
Per costoro, il leghista è il nemico da abbattere e contro il quale ogni mezzo è legittimo.
I mezzi in questione sono sostanzialmente due. Uno è l’abuso della magistratura a scopi partitici. Nella citata trasmissione di Falò l’intenzione di continuare a percorrere tale strada è stata indicata senza possibilità di equivoci. Interessante notare che l’andazzo non è sfuggito alla Camera dei ricorsi penali, che non risulta essere un covo di beceri leghisti populisti e razzisti. In una recentissima sentenza su un reclamo di Nenad Stojanovic, la citata Corte ribadiva significativamente che compito della giustizia è sanzionare i reati e non intervenire nel dibattito politico.
Il secondo mezzo è l’utilizzo a sproposito, naturalmente con la complicità dei consueti organi d’informazione politicizzati, di strumenti quali: raccolte di firme, petizioni, pagine a pagamento sui giornali. Obiettivo: esercitare indebite pressioni partitiche o sulla giustizia (alla faccia della separazione dei poteri) o su organi istituzionali. In genere scadendo nel ridicolo, vedi ad esempio la segnalazione alla presidenza del Consiglio nazionale (come se non avesse nient’altro da fare) di un’immagine comparsa nella mia pagina facebook senza alcun intervento da parte mia che anzi l’ho fatta rimuovere: un ennesimo tentativo, malamente abortito, di fomentare sul nulla una polemica contro la Lega.
In un clima avvelenato dal “partito dell’odio” che considera il leghista come il nemico da abbattere, le minacce e le violenze fisiche sono la logica conseguenza. Quest’estate Boris Bignasca è stato malmenato in un esercizio pubblico di Locarno solo in quanto leghista, senza la minima provocazione da parte sua. Naturalmente di sanzioni ai responsabili finora nemmeno l’ombra. Altre minacce di morte erano arrivate in precedenza a Giuliano Bignasca, con tanto della realizzazione di croci “intestate”, a cui vanno aggiunti gli atti vandalici contro la sede della Lega e del Mattino. Gli scritti anonimi al direttore del Dipartimento delle istituzioni non sono nemmeno l’ultimo capitolo. Sabato mattina qualche imbecille – di sicuro non di destra – ha rotto con un sasso la vetrata della redazione del Mattinonline.
Eh già: la Lega ed il Mattino danno fastidio, rompono le uova nel paniere alla partitocrazia, denunciano l’ipocrisia politicamente corretta: per questo vanno criminalizzati, minacciati, messi costantemente sotto attacco.
Nello sgrammaticato scritto minatorio a Norman Gobbi si vaneggerebbe di “cambiamenti nella linea editoriale del Mattino” che il Consigliere di Stato dovrebbe imporre (?) pena ripercussioni sui suoi familiari. Una minaccia in perfetto stile mafioso ma che ben evidenzia da un lato il livello dei nemici della Lega, dall’altro la vera natura della questione: al nostro Movimento si pretende di negare la libertà d’espressione.
Così, mentre l’avv. Paolo Bernasconi descrive come “pagliacci” i Consiglieri di Stato e “teppisti” i deputati alle Camere federali – ma lui è antileghista e quindi tutto è permesso, etico, e moralmente corretto – alla Lega arrivano condanne e minacce.
A questo punto ci si aspetterebbe una dura condanna, senza né “se” né “ma”, degli scritti minatori indirizzati a Norman Gobbi da parte di tutto l’arco costituzionale. Soprattutto da parte di quei moralisti a senso unico che non perdono occasione per riempirsi la bocca con termini quali “etica” e “degrado”. Naturalmente questo non accadrà. Come non è accaduto nei casi precedenti. Perché? Ma perché qui si parla di leghisti. Che quindi meritano le minacce e le aggressioni.
Lorenzo Quadri
Consigliere nazionale
Lega dei Ticinesi

 

Il Partito $ocialista vuole cancellare decine di migliaia di impieghi sulla piazza finanziaria

Altro che fingere di difendere i bancari!

Quando si dice la tolla (che, come dicevano i nostri vecchi, vale più dell’oro).
Ormai l’hanno capito anche i paracarri che sulla piazza finanziaria svizzera ci sono almeno 50mila posti di lavoro che “ciurlano nel manico”. Ciò a seguito dei continui e deleteri cedimenti del Consiglio federale in materia di segreto bancario, parte integrante del diritto alla privacy. Cedimenti costellati e giustificati con balzane teorie sulla Weissgeldstrategie: come a dire che quello che c’era prima era tutto “Schwarzgeld”! In realtà la Weissgeldstrategie avrebbe dovuto chiamarsi “Weissfahnestrategie”, ossia “strategia della bandiera bianca”.
E’ chiaro quindi, ed è impossibile non accorgersene, che tutti quelli che erano gli atout, i punti forti, le specificità della Svizzera, vengono semplicemente ceduti senza resistenza alla minima pressione in arrivo dall’estero. Di più: in materia di piazza finanziaria e di segreto bancario, si cede ancora prima che vengano delle pretese. Un atteggiamento che suscita sdegno all’interno dei nostri confini e somma perplessità fuori. Perché una simile debolezza e, sia consentito dirlo, una tale mancanza del benché minimo orgoglio nazionale, non ha precedenti. Né mancano le prese di posizione di cittadini stranieri residenti in Svizzera che si stupiscono per un atteggiamento così passivo.
In tale sfacelo generalizzato rientra l’autorizzazione illegale da parte del Consiglio federale alla trasmissione dei dati di almeno 10mila collaboratori ed ex collaboratori di banche svizzere alle autorità inquirenti USA.
Il referendum contro gli accordi fiscali internazionali, non riuscito per insufficiente sostegno della politica da un lato e delle categorie professionali dall’altro, avrebbe costituito un segnale chiaro nei confronti di un andazzo che pagheremo a carissimo prezzo. E questo vale sia per i cittadini che perderanno il lavoro, che per gli enti pubblici che perderanno entrate fiscali.
Veniamo ora alla premessa della tolla che vale più dell’oro. Questa tolla l’ha dimostrata il partito $ocialista di Ginevra che ha promosso un’iniziativa cantonale contro la trasmissione di dati dei bancari ad autorità estere. Senz’altro giusto evitare che questo accada, dal momento che tale trasmissione di dati è un vero e proprio tradimento autorizzato dal Consiglio federale senza peraltro che ci fosse la base legale necessaria. Tuttavia c’è un problema. Che il P$, il quale a più riprese ha dichiarato di essere favorevole allo scambio automatico d’informazioni, adesso tenti di ergersi a difensore dei bancari, grida vendetta.
Infatti, lo scambio automatico di informazioni equivale a molte decine di migliaia di bancari senza lavoro, e questo deve essere ben chiaro. Chi vuole lo scambio automatico di informazioni non può dunque in nessun modo pretendere di ergersi a difensore dei bancari. E’ quindi una totale contraddizione che il presidente di ASIB (Associazione svizzera impiegati di banca) per la Romandia, Jean Christophe Schwaab, sia deputato socialista in Consiglio nazionale dove ha dichiarato di essere a favore dello scambio automatico di informazioni, e quindi al licenziamento di decine di migliaia di bancari, aggiungendo pure di essere per il rispetto della sovranità fiscale degli Stati esteri. Ma come, un deputato federale non dovrebbe magari preoccuparsi prima del rispetto della nostra, di sovranità?
Una cosa deve essere ben chiara. Il partito $ocialista non è minimamente nella condizione di ergersi a difensore dei bancari dal momento che vuole distruggere i loro posti di lavoro.
Lorenzo Quadri

“Rivoluzioni” turistiche

Chi pensava che alla fine la contrapposizione tra gli enti turistici del Luganese e del Locarnese, appoggiati dalla Città di Lugano da un lato, e Ticino turismo e il DFE dall’altro sul futuro assetto del settore turistico si sarebbe conclusa a “tarallucci e vino” ha fatto male i conti.
Come era stato promesso, dunque, l’azione “ di rottura” dello scorso luglio, con la decisione della Destinazione Lugano e dell’ente del locarnese di non presentare candidati per il CdA di Ticino Turismo, ha avuto il seguito dovuto.
Sulle rive del Ceresio si sono fatti i compiti, sviluppando un nuovo concetto d’organizzazione turistica, condividendo i principi cardine con Locarno, poi coinvolgendo il maggior numero possibile di operatori privati.
La proposta è stata presentata giovedì a Bellinzona al gruppo di lavoro tecnico per la revisione dell’organizzazione turistica cantonale, dove pare abbia trovato larga condivisione.
Il Corriere del Ticino di venerdì, scrivendo sulla proposta “luganese” (la chiamiamo così per semplicità) parla di una “rivoluzione”. Non esagera poi molto. Essa prevede infatti l’implementazione di un sistema organizzativo del tipo “Botton up”, la creazione di quattro destinazioni forti cui attribuire anche i compiti di propaganda (ora improvvidamente delegati a Ticino Turismo) e le risorse corrispondenti. Le quattro destinazioni nasceranno dall’aggregazione tra gli attuali 11 enti locali, considerato come attualmente gli enti del Luganese e del Mendrisiotto già costituiscano delle destinazioni.
A livello cantonale non si prevede il nulla, nessuno peraltro ha mai perorato la sparizione totale di un organo cantonale. Si richiede, però, una struttura assai diversa dall’attuale Ticino Turismo. Si postula infatti la creazione di un’agenzia del turismo, professionalizzata e spoliticizzata. Che agisca in base a criteri di efficacia e di efficienza. Che sia centrata sui progetti e non sulla spartizione politica delle risorse nella logica, molto cantonticinese, dell’”una fetta a te ed una me”; un sistema ad innaffiatoio la cui prima vittima è l’incisività dell’azione.
I poli trainanti del settore turistico devono essere in grado di trainare davvero, quindi non devono venire ostacolati come invece vogliono, o vorrebbero, certe logiche cantonali. I marchi turistici forti, Locarno, Lugano, Ascona, che sono internazionalmente noti, vanno valorizzati e non disciolti – scelta che costituirebbe un suicidio – in un fantomatico “marchio Ticino” che, dal punto di vista turistico, non è neppure debole: è proprio inesistente.
L’agenzia cantonale, come suggerisce il nome, deve fornire delle prestazioni, professionali e qualificate, alle destinazioni che lo richiederanno. Un supporto quindi, anche importante; ma senza obbligo di farvi ricorso per cose che si saprebbero fare meglio “in casa”. Soprattutto, non una messa sotto tutela delle destinazioni o, peggio ancora, una palla al piede. E’ chiaro che si tratta di un ridimensionamento rispetto alla situazione attuale.
Di questa costruzione, schizzata per sommi capi nelle righe precedenti, una sola cosa era già presente nel documento elaborato dal gruppo tecnico condotto dal DFE: la riduzione degli 11 enti turistici locali a 4 destinazioni. Per tutto il resto, invece, il progetto di Lugano e Locarno butta all’aria i disegni cantonali centralistici.
Che fra le altre elucubrazioni prevedeva la creazione di fumose strutture dai nomi fantasiosi quali TTH (Ticino Turismo Holding), TMC (Ticino marketing e communication ), SST (società per servizi turistici), con altrettanti direttori.
Per questo, il comunicato stampa che il DFE si è affrettato a diramare venerdì pomeriggio (in funzione “paramento di…”?) fa sorridere.
Da un lato fa piacere che anche il Dipartimento sposi, o sembri sposare, gli indirizzi proposti; c’è però il sospetto che non li abbia ben capiti…
Dall’altro, sostenere, e citiamo, che gli “orientamenti presentati (…) corrispondono in linea generale a quanto finora discusso (…) e ne completano gli indirizzi” è una bufala grande come una casa. In realtà la proposta “cucinata” a livello cantonale, centralistica e politicizzata, improntata al proseguimento, o addirittura al peggioramento, della situazione attuale, viene stravolta nell’impianto generale e pressoché in ogni suo punto. Se il DFE si affretta a tentare di far passare la tesi, invero ridicola, che invece gli orientamenti “corrispondono” può voler dire solo una cosa, anzi due. La prima ipotesi è che, semplicemente, non abbia capito. La seconda è che non si sente in grado di opporsi alla “rivoluzione”, come la chiama il CdT, e quindi a titolo preventivo mette una gamba sul carro. Vecchia tattica.
L’importate, comunque, non è attribuire paternità, ma riformare il sistema turistico ticinese per farlo funzionare meglio e per permettere di lavorare a chi è in grado di farlo. Vale comunque la pena ricordare ai vertici del DFE, come pure a quelli di Ticino Turismo, il vecchio proverbio napoletano ripreso magistralmente da Totò: «Accà nisciuno è fesso!».
Lorenzo Quadri
Capodicastero turismo
Città di Lugano

 

“Rivoluzioni” turistiche

Chi pensava che alla fine la contrapposizione tra gli enti turistici del Luganese e del Locarnese, appoggiati dalla Città di Lugano da un lato, e Ticino turismo e il DFE dall’altro sul futuro assetto del settore turistico si sarebbe conclusa a “tarallucci e vino” ha fatto male i conti.
Come era stato promesso, dunque, l’azione “ di rottura” dello scorso luglio, con la decisione della Destinazione Lugano e dell’ente del locarnese di non presentare candidati per il CdA di Ticino Turismo, ha avuto il seguito dovuto.
Sulle rive del Ceresio si sono fatti i compiti, sviluppando un nuovo concetto d’organizzazione turistica, condividendo i principi cardine con Locarno, poi coinvolgendo il maggior numero possibile di operatori privati.
La proposta è stata presentata giovedì a Bellinzona al gruppo di lavoro tecnico per la revisione dell’organizzazione turistica cantonale, dove pare abbia trovato larga condivisione.
Il Corriere del Ticino di venerdì, scrivendo sulla proposta “luganese” (la chiamiamo così per semplicità) parla di una “rivoluzione”. Non esagera poi molto. Essa prevede infatti l’implementazione di un sistema organizzativo del tipo “Botton up”, la creazione di quattro destinazioni forti cui attribuire anche i compiti di propaganda (ora improvvidamente delegati a Ticino Turismo) e le risorse corrispondenti. Le quattro destinazioni nasceranno dall’aggregazione tra gli attuali 11 enti locali, considerato come attualmente gli enti del Luganese e del Mendrisiotto già costituiscano delle destinazioni.
A livello cantonale non si prevede il nulla, nessuno peraltro ha mai perorato la sparizione totale di un organo cantonale. Si richiede, però, una struttura assai diversa dall’attuale Ticino Turismo. Si postula infatti la creazione di un’agenzia del turismo, professionalizzata e spoliticizzata. Che agisca in base a criteri di efficacia e di efficienza. Che sia centrata sui progetti e non sulla spartizione politica delle risorse nella logica, molto cantonticinese, dell’”una fetta a te ed una me”; un sistema ad innaffiatoio la cui prima vittima è l’incisività dell’azione.
I poli trainanti del settore turistico devono essere in grado di trainare davvero, quindi non devono venire ostacolati come invece vogliono, o vorrebbero, certe logiche cantonali. I marchi turistici forti, Locarno, Lugano, Ascona, che sono internazionalmente noti, vanno valorizzati e non disciolti – scelta che costituirebbe un suicidio – in un fantomatico “marchio Ticino” che, dal punto di vista turistico, non è neppure debole: è proprio inesistente.
L’agenzia cantonale, come suggerisce il nome, deve fornire delle prestazioni, professionali e qualificate, alle destinazioni che lo richiederanno. Un supporto quindi, anche importante; ma senza obbligo di farvi ricorso per cose che si saprebbero fare meglio “in casa”. Soprattutto, non una messa sotto tutela delle destinazioni o, peggio ancora, una palla al piede. E’ chiaro che si tratta di un ridimensionamento rispetto alla situazione attuale.
Di questa costruzione, schizzata per sommi capi nelle righe precedenti, una sola cosa era già presente nel documento elaborato dal gruppo tecnico condotto dal DFE: la riduzione degli 11 enti turistici locali a 4 destinazioni. Per tutto il resto, invece, il progetto di Lugano e Locarno butta all’aria i disegni cantonali centralistici.
Che fra le altre elucubrazioni prevedeva la creazione di fumose strutture dai nomi fantasiosi quali TTH (Ticino Turismo Holding), TMC (Ticino marketing e communication ), SST (società per servizi turistici), con altrettanti direttori.
Per questo, il comunicato stampa che il DFE si è affrettato a diramare venerdì pomeriggio (in funzione “paramento di…”?) fa sorridere.
Da un lato fa piacere che anche il Dipartimento sposi, o sembri sposare, gli indirizzi proposti; c’è però il sospetto che non li abbia ben capiti…
Dall’altro, sostenere, e citiamo, che gli “orientamenti presentati (…) corrispondono in linea generale a quanto finora discusso (…) e ne completano gli indirizzi” è una bufala grande come una casa. In realtà la proposta “cucinata” a livello cantonale, centralistica e politicizzata, improntata al proseguimento, o addirittura al peggioramento, della situazione attuale, viene stravolta nell’impianto generale e pressoché in ogni suo punto. Se il DFE si affretta a tentare di far passare la tesi, invero ridicola, che invece gli orientamenti “corrispondono” può voler dire solo una cosa, anzi due. La prima ipotesi è che, semplicemente, non abbia capito. La seconda è che non si sente in grado di opporsi alla “rivoluzione”, come la chiama il CdT, e quindi a titolo preventivo mette una gamba sul carro. Vecchia tattica.
L’importate, comunque, non è attribuire paternità, ma riformare il sistema turistico ticinese per farlo funzionare meglio e per permettere di lavorare a chi è in grado di farlo. Vale comunque la pena ricordare ai vertici del DFE, come pure a quelli di Ticino Turismo, il vecchio proverbio napoletano ripreso magistralmente da Totò: «Accà nisciuno è fesso!».
Lorenzo Quadri
Capodicastero turismo
Città di Lugano

 

Lettera aperta di UNIA ai consiglieri nazionali ticinesi

In merito alla lettera aperta indirizzata dal sindacato UNIA ai deputati ticinesi in Consiglio nazionale, con l’invito a questi ultimi a sostenere il modello di responsabilità solidale delle imprese subappaltanti approvato dal Consiglio degli Stati nella sezione autunnale, non abbiamo alcun problema a confermare il nostro sostegno a quel modello.
Siamo infatti ben consapevoli delle ripercussioni negative dei subappalti a catena. Essi costituiscono peraltro solo una delle numerose conseguenze negative della libera circolazione delle persone, alla quale i sottoscritti deputati si sono sempre opposti, contrariamente ad UNIA ed al partito di riferimento di questo sindacato (PSS).
Sosterremo pertanto le misure pensate a ridurre il malandazzo legato ai subappalti a catena, nella consapevolezza però che si tratterà sempre di “cerotti”: il difetto sta nel manico, ossia nell’accordo bilaterale sulla libera circolazione delle persone, che deve essere denunciato e disdetto.

Roberta Pantani, LdT
Lorenzo Quadri, LdT
Pierre Rusconi, Udc

In tutta la Svizzera: E’ allarme spesa oltreconfine

La scoperta non è certo di quelle piacevoli. L’Unione svizzera delle arti e mestieri USAM si è accorta che il fenomeno della spesa transfrontaliera a) esiste in tutta la Svizzera (e quindi non si tratta della solita paturnia dei Ticinesi con manie di persecuzione) e b) è ben più ampio del previsto. Se infatti uno studio del Credit Suisse cifrava il fenomeno in 5 miliardi di Fr all’anno, adesso ci si rende conto che il montante deve venire portato ad 8 miliardi. 8 miliardi di Fr che potrebbero venire spesi nei commerci elvetici ma che, invece, tornano a beneficio di quelli d’Oltreconfine. Siano essi italiani, o francesi o tedeschi.
Questi 8 miliardi di traducono, ovviamente, anche in posti di lavoro persi o non creati. Swiss Retail calcola che ad ogni 300mila Fr corrisponda ad un posto di lavoro. Di conseguenza 8 miliardi equivalgono a quasi 30mila impieghi. Che potremmo avere in Svizzera, ma che non abbiamo.
L’USAM ha quindi dato il via ad una campagna per sensibilizzare la gente a fare la spesa senza andare oltreconfine. Una campagna che comincia a raccogliere qualche frutto. Il problema è che, vista la forza eccessiva del franco, fare la spesa all’estero, soprattutto per i ticinesi, diventa assai attraente. All’aspetto economico si aggiunge l’annosa questione degli orari di apertura dei negozi. Mentre da noi in Ticino tali orari sono rigidi, vetusti, lontani dalle esigenze di abitanti e turisti e, colmo dei colmi, l’unico centro commerciale aperto la domenica da quasi un ventennio rischia di venire chiuso “manu militari” dalla direttrice del DFE per la quale evidentemente il pedissequo rispetto dei cavilli è più importante dell’economia del Cantone, appena oltreconfine fioriscono i centri commerciali aperti 7 giorni alla settimana, fino alle dieci di sera, dietro decreto comunale. Centri che – e i loro promotori lo indicano apertamente – puntano con decisione alla clientela ticinese, potendo contare su orari flessibili e prezzi chiaramente concorrenziali.
A questo si aggiunge che un’ex regia federale tenuta in piedi con soldi pubblici, ovvero le FFS che hanno appena “staccato” un credito della bellezza di 9.5 miliardi di Fr per il quadriennio 2013-2016, sono riuscite a partorire, in alcuni Cantoni della Svizzera centrale, la geniale trovata di creare dei biglietti sconto per chi va a far la spesa in Germania. Un’iniziativa a dir poco insultante che trasuda una miopia economica e politica sconvolgente.

In Ticino
In Ticino il frontalierato della spesa è assai diffuso. Per molti è purtroppo una necessità per far quadrare i conti. E’ inutile raccontarsi storielle. La popolazione, a seguito della libera circolazione delle persone e dei suoi regali avvelenati come disoccupazione e dumping salariale, è sempre più povera. I salari ticinesi non crescono ma semmai diminuiscono a causa della pressione provocata dalla presenza, appena “fuori porta”, di un bacino pressoché sterminato di manodopera a basso costo. Gli impieghi si fanno sempre più precari. In quelli che una volta erano considerati posti sicuri (banche, assicurazioni,…) i dipendenti, compresi quanti possono vantare decenni di onorato servizio, devono aspettarsi di venire lasciati a casa e sostituiti da un giorno all’altro con un frontaliere pagato la metà. Sui costi della vita, evoluzione dei premi di cassa malati in primis, stendiamo un velo pietoso.
Non per tutti quelli che la fanno, però, la spesa in Italia è necessaria. E allora bisogna fare tutto il possibile perché questo fenomeno venga ridotto al massimo. La campagna dell’USAM è un primo passo. Ma bisognerà pensare anche a misure più incisive. Perché il circolo è vizioso: spesa in Italia uguale danno all’economia ticinese uguale licenziamenti e perdita di entrate fiscali uguale maggiore povertà.
In questo contesto si inserisce giocoforza una maggiore elasticità degli orari di apertura dei negozi in Ticino, previe garanzie contrattuali ai dipendenti.
Sembra lapalissiano, ma i primi a dover dare il buon esempio evitando lo shopping transfrontaliero dovrebbero essere quanti ricoprono una carica pubblica. Il fatto che nemmeno questo obiettivo, veramente minimalista, sia raggiunto, è una spia di quanto lavoro ci sia da fare per disincentivare la spesa oltreconfine.
Lorenzo Quadri

In Ticino sgravi da troppo tempo nel limbo: Una fiscalità attrattiva è necessaria

In Consiglio nazionale, durante la sessione in corso, si è discusso anche dell’ennesima iniziativa fuori di zucca della $inistra, iniziativa volta ad abolire l’imposizione forfettaria per i ricchi stranieri che non esercitano attività lucrativa in Svizzera. La proposta è stata affossata dalla maggioranza, e ci sarebbe mancato altro: in Ticino, ad esempio, i “globalisti” sono quasi 800, per un gettito di quasi 80 milioni di Fr annui. Secondo la $inistra, bisognerebbe rinunciare a queste entrate, perché i ricchi stranieri, se pagano le tasse a forfait in Svizzera, poi non le pagano nel paese d’origine sicché a questi Stati mancano delle entrate. Qui qualcuno ha veramente perso la bussola. Noi facciamo gli interessi del nostro paese; se gli stati d’origine dei globalisti hanno un fisco predatorio al punto da mettere in fuga i migliori contribuenti, il problema è solo loro e non nostro. Di certo non siamo masochisti al punto da ridurre le nostre entrate fiscali per aiutare paesi che oltretutto ci hanno dichiarato guerra economica. Stati che ci mettono su liste nere illegali, che comprano dati bancari rubati, che vogliono mandare a catafascio la nostra piazza finanziaria. L’unica risposta a simili paesi è quello di rendere ancora più attrattivo il nostro per gli stranieri ricchi. Quelli che ci portano tanti soldi. Perché di stranieri che vengono in Svizzera per attingere al nostro stato sociale ce ne sono già troppi ed anzi, è tempo di rimandarne a casa qualcuno.

Fermi al palo da un decennio
Questa parentesi federale ci ricorda che in Ticino da troppo tempo non si procede a sgravi fiscali: ormai siamo fermi al palo da un decennio. Ancora una volta, l’unica forza politica a proporre sgravi fiscali è la Lega dei Ticinesi, con l’iniziativa popolare, riuscita con ampio margine, da 115 milioni a vantaggio dei redditi bassi (tramite innalzamento del livello d’esenzione), come pure del ceto medio ed alto; delle persone giuridiche (per 47 milioni di Fr) come pure di quelle fisiche (il rimanente).
L’iniziativa popolare della Lega è pendente in Gran Consiglio dove, come di consueto, si fa melina.

Non si svuotano le casse
Il Gran Consiglio del Canton Vallese ha di recente approvato una revisione della legge fiscale a vantaggio soprattutto del ceto medio, per un ammontare di ca 40 milioni. Non si tratterà di mega-sgravi, ma meglio di niente. In particolare, meglio del niente che da un decennio caratterizza la politica fiscale di questo Cantone.
Evidentemente alle nostre latitudini non ci si rende conto che un fisco competitivo è un elemento essenziale. E, soprattutto, che non è affatto vero che gli sgravi fiscali svuotano le casse pubbliche. E al proposito le cifre parlano chiaro. Infatti la politica di sgravi fiscali attuata dal 1996 al 2003 ha fatto aumentare le entrate cantonali. Il gettito delle persone fisiche è passato da 655 milioni nel 1996 a 785 nel 2010 (+19,8%). Quello delle persone giuridiche è aumentato da 188 milioni (1996) a 322 (2010): +71.3%.
Gli sgravi, dunque, fanno aumentare il gettito fiscale attirando buoni contribuenti. E i buoni contribuenti sono preziosi, soprattutto per il Ticino, dove il 2% dei contribuenti paga il 27% delle imposte. Al proposito, il centro di competenze tributarie della ro$$a SUPSI, che di sicuro non è un covo di leghisti, parla di “conseguenze devastanti sulle entrate cantonali” se non si tiene in considerazione, e si previene, il possibile esodo di ricchi.
E come bisogna tenere conto degli alti redditi, bisogna pure tenere conto del ceto medio, quello che non riceve alcun aiuto (né di cassa malati, né altro) e paga le tasse fino all’ultimo centesimo.
Gli sgravi fiscali proposti dalla Lega, del valore di 115 milioni, costituiscono meno del 4% delle entrate cantonali.
Tentare di far credere che a seguito di questo 4%, che verrà peraltro presto ampiamente recuperato con l’arrivo di nuovi contribuenti, come dimostra l’esperienza passata, si chiuderanno scuole ed ospedali, non è che l’ennesima fandonia in funzione antileghista messa in giro dal partito trasversale delle tasse.
Lorenzo Quadri

Finirà mai la spirale discendente? – DFE: ennesimo regalo ai commerci italiani

Njet alla richiesta di Federcommercio di poter aprire i negozi sabato fino alle 18 anche nel periodo invernale

E’ di appena una settimana fa la notizia che il turismo della spesa a livello svizzero ammonta a 6-8 miliardi di Fr all’anno. La stima di partenza era quella di 5 miliardi, elaborata dal Credit Suisse. Dunque un fenomeno di proporzioni non solo molto importanti, ma addirittura più importanti di quel che si sarebbe potuto immaginare. Un fenomeno davanti al quale non si può continuare a chiudere gli occhi, anche perché esso equivale a 30mila posti di lavoro che non vengono creati in Svizzera ma nelle regioni di confine dei paesi limitrofi. Si tratta quindi di trovare la strada corretta per far sì che chi vive in Svizzera spenda anche in Svizzera.
La scelta di andare a fare la spesa in Italia dipende da vari fattori. Certamente è in prima linea una questione di costi, ma ci sono anche altri elementi. Ad esempio gli orari d’apertura. Che oltreconfine ci siano grandi magazzini aperti sette giorni alla settimana e fino alle 10 di sera, ciò a seguito di decreti comunali, non è certo più una sorpresa per nessuno. Da noi invece gli orari d’apertura dei negozi sono, per usare un eufemismo, ormai lontani da una realtà in cui il lavoro fuori dagli orari canonici si fa sempre più diffuso e che, oltretutto, dovrebbe anche avere delle aspirazioni turistiche.
Tuttavia in Ticino siamo anche bravissimi nel farci male da soli. Il DFE, non contento di aver tentato di far chiudere in quattro e quattr’otto l’unico centro commerciale aperto la domenica sostenendo che “non c’è altra soluzione” e venendo poi sconfessato nel giro di 24 ore dal Consiglio di Stato, venerdì è uscito con un’altra performance: dire njet alle aperture dei negozi di sabato fino alle 18 anche nel periodo invernale, richiesta formulata dalla Federcommercio in funzione anticrisi. Quindi quest’inverno di sabato i negozi chiuderanno alle 17. Avanti di questo passo e gli orari di apertura dei negozi saranno quelli di certi uffici postali discosti: due ore al giorno e non di più…
Prima dunque lo stop alle aperture domenicali. Adesso il njet ad aprire i battenti un’ora in più il sabato sera d’inverno.
Lo scenario è a dir poco allucinante. A maggior ragione se si pensa che a partorirlo è chi dovrebbe promuovere l’economia. Ci si trova confrontati con un fenomeno preoccupante di pendolarismo della spesa verso la vicina Penisola, che danneggia l’economia e il turismo. E come si reagisce? Facendo chiudere i negozi, alla faccia del promovimento economico.
Mai una volta che si riesca a prendere una decisione politica negli interessi del Paese, che ne avrebbe bisogno. Macché, si ragiona con mentalità da contabili. A cosa servono i politici se decidono da funzionari? Il cavillo legale conta più dell’interesse generale del territorio. Peccato che il resto del mondo ragioni molto diversamente. E anche vicino a noi Oltrefrontiera si ragiona molto diversamente. Il risultato è che noi continuiamo a perdere su tutta la linea. Mentre i nostri vicini ridono a bocca larga.
La decisione di non concedere ai negozi di rimanere aperti sabato fino alle 18 anche durante l’inverno costituisce l’ennesimo regalo al commercio italiano, a danno di quello ticinese. Forse qualcuno a Bellinzona si diverte a farsi male da solo. Problema suo. Ma che per il masochismo di alcuni debba pagare un intero Paese, proprio non ci sta bene.
A meno, beninteso, che a Bellinzona qualcuno non abbia buoni sconto speciali di Bennet, Esselunga e compagnia…
Lorenzo Quadri

Referendum contro gli accordi fiscali non riuscito: responsabilità politiche e di categoria

La comunicazione ufficiale da parte della Cancelleria federale della non riuscita del triplo referendum contro gli accordi fiscali internazionali con Germania, Gran Bretagna ed Austria viste le premesse non sorprende (esiste comunque la possibilità di ricorso).
Tali accordi, se entreranno effettivamente in vigore, non mancheranno di avere pesanti ripercussioni occupazionali. E’ evidente che il settore bancario perderà molti pezzi. Verranno cancellate decine di migliaia di posti di lavoro ed i relativi indotti fiscali.
Del resto è significativo che, pressoché in contemporanea con l’annuncio della Cancelleria federale, si sia appreso dei pesanti tagli occupazionali cui intenderebbe procedere UBS. Tagli che, stando a quanto riferito dal TagesAnzeiger, potrebbero portare alla cancellazione di 4500 impieghi in Svizzera.
La non riuscita del referendum è la conseguenza di mancanze da parte della politica a livello federale, ma anche da parte delle associazioni di categoria dei dipendenti della piazza finanziaria, le quali avrebbero dovuto “salire sulle barricate” a tutela dei posti di lavoro dei propri affiliati. Invece, al contrario, accade addirittura che il presidente dell’Associazione degli impiegati di banca (ASIB) sezione Romandia, in veste di Consigliere nazionale, sostenga pubblicamente lo scambio automatico di informazioni, che avrebbe conseguenze occupazionali devastanti proprio per gli impiegati di banca. C’è da chiedersi come questo sia possibile.
Che le grandi banche, multinazionali interessate non già alla salvaguardia di posti di lavoro in Svizzera, ma a procurarsi il libero accesso ai mercati USA ed UE a costo di sacrificare la piazza elvetica, sostengano gli accordi fiscali internazionali non deve sorprendere. E nemmeno l’atteggiamento del Consiglio federale, che fa concessioni all’estero senza nemmeno aspettare che vengano richieste, dal momento che il suo obiettivo rimane l’adesione all’UE.
E’ invece evidente che l’accettazione, senza una vera resistenza, degli accordi Rubik – peraltro peggiorati da cedimenti pressoché quotidiani da parte svizzera – spalanca le porte all’introduzione dello scambio automatico d’informazioni, che USA ed UE non mancheranno di pretendere a breve (c’è chi non ne fa nemmeno mistero).
La Svizzera ha dimostrato di non sapersi o di non volersi difendere contro la guerra economica in atto nei suoi confronti. E, come ci ricorda la saggezza popolare, chi si fa pecora il lupo lo mangia.
Lorenzo Quadri
Consigliere nazionale
Lega dei Ticinesi