Stop immediato alla trasmissione di dati di bancari o ex bancari ad autorità estere

Come noto il Consiglio federale ha finora autorizzato la trasmissione dei dati di oltre 10mila bancari ed ex bancari, dipendenti o ex dipendenti di 11 banche, alle autorità inquirenti USA.
Senza l’autorizzazione del CF, tale trasmissione sarebbe stata punibile ai sensi dell’articolo 271 del codice penale. L’autorizzazione accordata dal CF viene da più parti, tra cui Mr Dati, giudicata abusiva.
Le persone il cui nome figura su tali elenchi non vengono neppure informate al proposito.
L’autorizzazione concessa avrà effetto fino al 31 marzo 2014: è facile supporre che, prima di quella scadenza, altre migliaia bancari ed ex bancari verranno “sacrificate” sull’altare di una politica federale in materia di piazza finanziaria improntata al cedimento immediato e continuo nei confronti di Stati ed autorità estere.
La trasmissione di dati finora effettuata ha avuto per conseguenza anche azioni penali da parte di persone che hanno scoperto di essere state inserite negli elenchi inviati a Washington.
Il Consiglio federale, autorizzando la trasmissione in oggetto, è venuto meno ai propri doveri di tutela dello Stato di diritto e della sovranità elvetica. Il governo ha infatti dato il proprio nullaosta ad una vera e propria “svendita in blocco” di migliaia di propri concittadini ad un’autorità straniera.
Le persone il cui nome figura sui documenti consegnati agli USA, come pure i loro familiari, rischiano pesanti conseguenze nel caso si recassero negli Stati Uniti. Non si può escludere che, per costoro, magari a seguito di domande di assistenza internazionali, gli stessi rischi non potranno un domani concretizzarsi già immediatamente all’uscita dalla Svizzera!
Con la seguente mozione si chiede al Consiglio federale:
1) di adottare delle disposizioni legali che impediscano la trasmissione raggruppata o automatica ad autorità estere di dati concernenti collaboratori od ex collaboratori di imprese svizzere;
2) di adottare subito delle disposizioni legali chiare e vincolanti che annullino le autorizzazioni precedenti, concesse abusivamente dal Consiglio Federale ;
3) di fornire assistenza giuridica e finanziaria alle persone vittime della trasmissione abusiva di dati che li concernono alle autorità estere.
Lorenzo Quadri
Lega dei Ticinesi

Lorenzo Quadri

Padroncini e distaccati: ulteriore esplosione delle notifiche nel 2012

In pochi anni, il numero delle notifiche della durata di meno di tre mesi presentate da padroncini, distaccati e aziende italiane che entrano in Ticino a prestare la propria opera, è passato da 7-8 mila all’anno alle 15’300 registrate nel 2011. Queste 15’300 notifiche hanno destato parecchia, e giustificata, preoccupazione.

Ma i primi dati del 2012 risultano ancora più allarmanti. Infatti i primi sei mesi dell’anno in corso hanno fatto conteggiare (dall’Associazione interprofessionale di controllo) 11mila notifiche. Contro le 9700 dello stesso periodo dell’anno precedente. Lo rivela l’edizione odierna del Mattino della domenica.

Quindi, a fine anno e tirando le somme, potremmo tranquillamente ritrovarci con 18-20mila notifiche. Senza che l’economia, ed in particolare il settore edile ticinese, dimostri una crescita tale da giustificare simili numeri.

E’ quindi sempre più urgente, oltre ad un miglioramento dei controlli, mettere subito in campo delle misure anche di tipo burocratico, che rendano meno semplice l’entrata in Svizzera per i citati operatori in arrivo dalla vicina Penisola.
Ciò anche in considerazione del fatto che l’Italia, nella pratica, appoggiandosi alla propria burocrazia in ottica protezionistica a tutela del mercato del lavoro interno, non concede la reciprocità alle aziende ticinese, tali e tanti sono gli ostacoli posti sul cammino di chi volesse avventurarsi sul mercato italiano.
L’utilizzo della burocrazia a tutela di artigiani ed aziende ticinesi, sull’esempio di paesi a noi confinanti, deve essere il primo passo nell’attesa di opportune misure di tipo legale, volte al contenimento dell’insostenibile crescita delle notifiche, e del necessario potenziamento dei mezzi a disposizione per i controlli.

Lorenzo Quadri
Consigliere nazionale
Lega dei Ticinesi

 

Notifiche di lavoro di breve durata: ancora crescita esponenziale

“Situazione preoccupante, le associazioni professionali devono intervenire”

Come volevasi dimostrare, il numero di padroncini, distaccati e compagnia bella, ossia le persone che, tramite semplice notifica – che può essere inoltrata per e-mail! – possono venire in Ticino dalla vicina Penisola a prestare la propria opera per un tempo massimo di 90 giorni, è esploso in tempo di record.
Nel giro di pochi anni si è passati da 7-8000 notifiche annuali alle 15’300 del 2011. Senza che l’andamento economico cantonale giustificasse in nessun modo un tale incremento: è quindi evidente che anche qui, come nel caso dei frontalieri del terziario (del resto pure questa è una forma di frontalierato) si assiste ad una sostituzione: nel caso concreto di artigiani e ditte “local” con aziende e padroncini in arrivo da oltreconfine, che lavorano al loro posto.
Ebbene – e qui sta la notizia – nei primi 6 mesi del 2012 il numero delle notifiche è ulteriormente esploso. Infatti se ne sono contate 11’072, contro le 9770 dello stesso periodo 2011. Ne consegue che, a fine dell’anno corrente, si arriverà attorno alle 18-20mila notifiche. I settori più toccati risultano essere quello delle metalcostruzioni, (3343 notifiche), quello della falegnameria (2281) e quello della tecnica della costruzione (1490).

Manca ancora il “nero”
Se già le 15’300 notifiche del 2011 sono state una cifra che ha fatto scalpore, figuriamoci allora le 20mila con cui rischiamo di trovarci a fare i conti a fine dicembre.
E al proposito va pure rilevato che questi sono solo i dati ufficiali. Non comprendono quindi tutti quelli – e sono parecchi, anche se, per definizione, è impossibile quantificarli – che entrano in Ticino a lavorare in nero.
E’ pur vero che il solo numero delle notifiche è un dato incompleto, perché ancora non dice in quante giornate lavorative si sono tradotte dette notifiche. Tuttavia non c’è particolare motivo per ritenere che la durata media delle notifiche si sia ridotta rispetto all’anno scorso. In altre parole, tutto sembra indicare che ci troviamo davanti ad un’ennesima impennata del lavoro effettuato in Ticino da operatori in arrivo da Oltreconfine, a scapito di quelli che vivono, assumono e pagano le tasse da noi.
Cosa pensare di questo fenomeno?

“Non c’è una strategia”
«In assenza di ulteriori dati è difficile capire cosa stia succedendo, soprattutto nel settore dell’edilizia secondaria – commenta Meinrado Robbiani, segretario sindacale OCST -. Tuttavia, se questi distaccati, padroncini, eccetera arrivano in Ticino è perché qualcuno li chiama, e allora bisogna capire come mai. Potrebbe trattarsi di imprese del luogo che si appoggiano a questi operatori perché altrimenti non riuscirebbero a restare nei tempi d’esecuzione promessi. Oppure che ricorrono a ditte e artigiani italiani per abbassare i prezzi. Il sospetto e il timore è che non ci sia una strategia. Ossia, si fa ricorso a questi notificati non perché si pensa in questo modo di guadagnarsi l’accesso al mercato italiano o perché si vogliono acquisire le loro competenze per poi metterle in pratica “in proprio”, ma per un ragionamento speculativo di riduzione dei costi sul corto termine. Occorre quindi sottolineare le responsabilità delle categorie professionali che non sembrano essere in grado di gestire in modo lungimirante la libera circolazione delle persone, la quale deve essere governata se non si vuole venirne travolti. La prima vittima rischia di essere la formazione, poiché il ricorso massiccio a prestatori d’opera italiani a basso costo disincentiva a formare i nostri giovani. Al di là di queste prime riflessioni – conclude Robbiani – è però difficile farsi un quadro chiaro di quello che sta accadendo, senza disporre di ulteriori dati oltre a quello sul numero delle notifiche».

“Più preoccupante dei frontalieri”
Preoccupazione viene espressa anche da Luca Albertoni, direttore della Camera di commercio, dell’industria, dell’artigianato e dei servizi ticinese (CCIA-Ti).
«L’impennata del numero dei padroncini è un fatto che ho sempre considerato preoccupante, anche più preoccupante del numero dei frontalieri propriamente detti: è infatti evidente la sottrazione di lavoro agli artigiani e alle imprese indigene. L’esplosione dei padroncini, in generale, viene sottovalutata, quando invece dovrebbe far suonare i campanelli d’allarme, in particolare in relazione all’ulteriore massiccia crescita che emerge dalle cifre delle notifiche della prima metà dell’anno».
E’ pur vero che padroncini e ditte italiane qualcuno li chiama a lavorare in Ticino… «Evidentemente – risponde Albertoni – vengono chiamate dai ticinesi, e questo è un inghippo che non so come risolvere. Mi chiedo se in certi ambienti imprenditoriali ci sia la capacità di gestire la libera circolazione delle persone. Si assiste quindi ad una contraddizione nel mondo imprenditoriale: da un lato ci si lamenta dei padroncini italiani che portano via il lavoro, dall’altro non si esita a chiamarli. Cosa sta succedendo? Si potrebbe immaginare che ci siano alcuni ambiti in cui le aziende ticinesi non vogliono più “sporcarsi le mani”, e quindi delegano il lavoro Oltreconfine».

Quadro difficile
E cosa si potrebbe fare allora? «Da un lato sappiamo che, con l’attuale quadro legislativo di libera circolazione delle persone, introdurre dei sistemi di controllo è molto difficile quando non impossibile – rileva Albertoni -. Ma, con le associazioni categoria, un discorso su un monitoraggio più attento di queste notifiche va pur fatto, in particolare per i rami d’attività che risultano più toccati. In quest’ambito, le associazioni professionali devono verificare cosa fare. Ad esempio, i piastrellisti hanno introdotto le cauzioni, che non costituiscono la panacea, ma possono servire. E altrove?».
Lorenzo Quadri

Libera circolazione delle persone: altro che “ricchezza”!Per noi il danno è doppio

Intanto a Lugano s’impenna il numero delle domande d’assistenza presentate da stranieri

Mentre l’Unione Svizzera delle arti e mestieri (USAM), l’Unione Svizzera degli imprenditori (USI) ed economiesuisse se ne vanno i giro a declamare, con credibilità prossima allo zero, quant’è bella la libera circolazione delle persone, la realtà del territorio ticinese racconta tutt’altra storia. L’assurda equazione “immigrazione uguale ricchezza” è una panzana che, oggi, non inganna più nemmeno i bambini.
Una recente risposta del Consiglio di Stato ad un’interrogazione del deputato leghista in Gran Consiglio Paolo Sanvido, dimostra che lo stipendio medio dei frontalieri si è abbassato. Sicché con la libera circolazione delle persone ci troviamo a dover fare i conti con più frontalieri (quindi soppiantamento dei lavoratori residenti) pagati meno (dumping salariale).
Il risultato di questa situazione, inutile girarci attorno, è arcinoto: sempre più ticinesi in disoccupazione ed in assistenza, come emerge chiaramente anche dalle cifre ufficiali. Cifre che, almeno per quel che riguarda la disoccupazione, sono edulcorate, poiché lungi dal comprendere tutti quanti sono rimasti senza un’occupazione. I numeri dell’assistenza, invece, parlano da sé: i beneficiari erano 6600 a dicembre 2011 ed il loro numero è salito a 7300 a fine agosto. Non ci sono le premesse per una diminuzione.

Stranieri in assistenza
Si verifica però, a seguito della libera circolazione delle persone, un fenomeno nuovo, che la Lega aveva ampiamente previsto (ma naturalmente erano tutte frottole populiste e razziste): ossia un’impennata degli stranieri in assistenza. E si tratta proprio di quegli stranieri UE che sarebbero dovuti arrivare in Svizzera solo per lavorare e che assolutamente – così gli spalancatori di frontiere – non sarebbero mai finiti a carico dello Stato sociale ticinese, ma quando mai!
Invece queste persone finiscono proprio a carico dello Stato sociale ticinese, pagato da noi, e al cui finanziamento i nuovi fruitori non hanno mai contribuito: esattamente come annunciava la Lega. A dirlo non è il Gigi di Viganello, ma sono le cifre delle domande d’assistenza presentate a Lugano nel corso del 2012. Queste domande non solo sono aumentate ma anche la struttura di chi le ha presentate comporta un’inquietante novità.
Da tempo infatti tra svizzeri e stranieri la “torta” dell’assistenza veniva spartita al 60%-40%. Traduzione: il 60% dei beneficiari di prestazioni assistenziali sono svizzeri, il 40% stranieri. Già così gli stranieri risultano sovrarappresentati, poiché essi non costituiscono il 40% della popolazione residente. Nelle nuove domande si assiste però al rovesciamento delle proporzioni. Infatti, ben il 60% delle domande d’assistenza inoltrate a Lugano da inizio 2012 ad ora proviene da stranieri, mentre solo il 40% da Svizzeri. Se questa non è una plateale dimostrazione di immigrazione nello stato sociale!
Particolarmente rilevante, poi, che il 14% delle citate nuove domande sia presentata da titolari di permessi B, ossia quelli che – spergiuravano gli spalancatori di frontiere – sarebbero dovuti arrivare in Svizzera solo per lavorare e giammai per attingere allo stato sociale da noi finanziato. Frottole. Infatti, se il contratto di lavoro a seguito del quale il cittadino UE ha staccato il permesso B per – appunto – esercizio di attività lucrativa viene a mancare, ad esempio a seguito di licenziamento, il suo titolare dovrebbe essere tenuto a lasciare la Svizzera. Ma questo non succede affatto: e il diretto interessato rimane da noi in disoccupazione e/o in assistenza.
Non c’è poi bisogno di una mente particolarmente perversa per immaginare che anche questi stranieri dimoranti paghino lo scotto dell’invasione di frontalieri, ossia che anche loro vengano licenziati e sostituiti da frontalieri. Col risultato che i Ticinesi, a seguito per l’appunto dell’esplosione di lavoratori che risiedono oltreconfine, non solo restano disoccupati, ma devono pure pagare le prestazioni sociali agli stranieri che subiscono lo stesso destino senza essere tenuti, come invece dovrebbe accadere, a tornare al paese d’origine. Quindi per noi danno doppio. Grazie, libera circolazione delle persone!
Lorenzo Quadri

Riforma della legge sul turismo

Le orecchie sono ben ritte

La scorsa settimana in occasione del pomeriggio “obiettivo turismo” tenutosi al Palazzo dei congressi di Lugano si è parlato anche della riforma della legge sul turismo, attualmente in corso d’opera.
La legge in questione deciderà la futura suddivisione di risorse e competenze nell’ambito turistico. Di conseguenza, essa avrà un ruolo determinante per il futuro del settore in Ticino. Non ci si può permettere di sbagliare.
Fermo restando che a parlare dovrà essere il progetto di legge che verrà partorito dal governo, quanto al proposito si è sentito ad Obiettivo turismo non convince.
Come noto, la riforma della legge si era avviata su un cammino “pericoloso” e centralizzatore; poi i due principali enti turistici cantonali, quello del Luganese e del Locarnese, hanno dato l’alt.
L’alt, segnalato con un gesto simbolicamente forte (il ritiro delle candidature dei rispettivi presidenti in occasione dell’assemblea di Ticino turismo) non era un semplice petardo fine a se stesso. E nemmeno la manifestazione di un malumore temporaneo che potesse rientrare con quattro moine. Non era, insomma, una di quelle frequenti polemiche cantonticinesi che poi finiscono a tarallucci e vino, magari con l’aiuto di qualche cadreghino collocato sotto le natiche “giuste”. Non si trattava di fuoco di artificio estivo. Ed infatti, come promesso, dalle rive del Ceresio la controproposta è arrivata puntuale.
La tattica adottata al proposito a Bellinzona, e ben lo si è visto e sentito ad Obiettivo turismo, è sempre quella del tout va bien, madame la marquise. All’inizio si diceva: “In Ticino queste cose si sistemano” nella convinzione di avere a che fare solo con una boutade da parte dei due enti principali. Quando ci si è resi conto che non era così, la strategia è cambiata ora si dice: “ma dov’è il problema? In fondo la proposta cantonale e quella luganese, condivisa dall’ente locarnese, si coprono”. Tale era il messaggio veicolato da un comunicato stampa del DFE subito dopo la presentazione del documento luganese. La direttrice del DFE a Obiettivo Turismo nel suo intervento ha riletto quel comunicato.
In realtà non è vero che le proposte si coprono perché le intenzioni iniziali del Cantone e di Ticino turismo erano ben altre. Con orrore nella capitale ci si è accorti che i due enti principali avevano convinto delle loro tesi anche la maggioranza degli operatori sul territorio, i quali peraltro devono avere un ruolo determinante nella creazione del prodotto turistico. Occorreva pertanto adeguarsi, rinnegare il passato e salire sul carro.
Tuttavia la partita su cui si giocherà il futuro del settore turistico è ben lungi dall’essere decisa. Ed è ovvio che una sbagliata ripartizione di risorse e competenze avrebbe esiti fatali, non essendo più possibile contare sul turista che arriva “in automatico”: oggi il nostro territorio si trova in concorrenza con il mondo intero, e le vacanze da noi hanno in più l’handicap di non essere proprio “low cost”. E allora, per far scegliere al turista le destinazioni ticinesi, bisogna fornire dei validi argomenti.
Il turismo è un’azienda, che deve portare risultati e che deve muoversi in base a criteri di efficacia e di efficienza. Non può più essere terreno di spartizione su criteri politici.
Di questa “rivoluzione” (la definizione è del Corriere del Ticino) il DFE parla il meno possibile, idem Ticino turismo: si vorrebbe dare l’impressione che non stia accadendo nulla di particolare.
Non potendo sminuire la “rivoluzione” con la teoria del fuoco di paglia in quanto smentita dai fatti, si è passati alla tesi del malinteso; ossia del “ma in fondo eravamo d’accordo fin dall’inizio, solo che non ci siamo capiti”. Chi ha visto il “dietro le quinte” sa bene che non è affatto così e che sulle rive del Ceresio, come pure su quelle del Lago Maggiore, la vigilanza è massima e le orecchie ben ritte.
Lorenzo Quadri

 

Adesso il Consiglio federale lo dichiara ufficialmente

Segreto bancario al capolinea anche per gli svizzeri

Prima il Consiglio federale lo ha dichiarato, poi ha ritrattato e adesso lo ha confermato nero su bianco. Berna, non ancora contenta di aver smantellato il segreto bancario per i clienti stranieri della piazza finanziaria svizzera, adesso lo vuole smantellare anche per gli svizzeri. Bell’affare veramente!
Si ricorda che il segreto bancario fa parte del diritto alla privacy dei cittadini: un diritto che la $inistra spesso e volentieri invoca ad esempio nei confronti degli stranieri che commettono reati contro l’integrità fisica, o per opporsi alla videosorveglianza per beccare i vandali.
L’epilogo era del resto scontato. Berna ha calato le braghe ad oltranza nei confronti di Stati esteri ed organizzazioni sovranazionali che hanno dichiarato guerra (economica) alla Svizzera, vedendo nella nostra piazza finanziaria un tesoretto da saccheggiare impunemente per rimpolpare le esauste casse di Stati bancarottieri ed incapaci di far pagare le imposte ai propri concittadini.
Di conseguenza, ringalluzzite dalla totale mancanza di difesa da parte elvetica, queste nazioni ed organizzazioni sovranazionali ora pretendono sempre di più. Probabilmente nessuno di costoro immaginava che il governo elvetico, menato a spasso dalla ministra del 5% Eveline Widmer Schlumpf, avesse così fretta di sbarazzarsi della piazza finanziaria e delle sue decine di migliaia di posti di lavoro (con, evidentemente, le ricadute fiscali ed economiche del caso).

La logica conseguenza…
Adesso si pone però un problema: a seguito di accordi fiscali internazionali suicidi, all’insegna dello smantellamento del segreto bancario e di conseguenza della piazza finanziaria, gli esattori stranieri ottengono maggiori informazioni sui conti elvetici dei loro concittadini rispetto al fisco dei Cantoni. Questi ultimi dunque insorgono, vedendosi negare quello che è invece concesso a paesi esteri.
Rispondendo ad un’interpellanza del sottoscritto, il Consiglio federale scrive: «La nuova politica di assistenza amministrativa causa un’evidente discrepanza rispetto alle possibilità di accesso delle autorità di quei Paesi ai quali la Svizzera concede assistenza amministrativa (…)». Ohibò, e chi l’ha voluta questa politica di assistenza amministrativa che causa evidenti discrepanze? Chi ha ceduto, immediatamente e su tutta la linea, facendo pure strame della nostra sovranità, invece di difendere i posti di lavoro dei bancari svizzeri? Chi, fino ad un paio di anni fa, affermava «il segreto bancario non è negoziabile» mentre adesso lo svende senza ritegno? Il Gatto Arturo? Il Gigi di Viganello? O forse il Consiglio federale con la complicità di tutte le forze politiche tranne Lega ed Udc? E con che coraggio il partito $ocialista, che vuole addirittura lo scambio automatico di informazioni, si permette ancora di tentare di spacciarsi per difensore dei posti di lavoro in banca, quando del settore se ne è sempre apertamente infischiato ed anzi, ha sempre fatto quel che era in suo potere per danneggiarlo con regolamentazioni autolesioniste che solo la Svizzera conosce, e ciò grazie all’attiva collaborazione della FINMA presieduta, ma guarda un po’, da una kompagna?
Sicché adesso, in nome della parità di trattamento tra autorità fiscali, il Consiglio federale vuole procedere allo smantellamento del segreto bancario anche per gli svizzeri, senza nemmeno concedere un’amnistia ad hoc: quindi gli svizzeri in casa propria si troverebbero trattati peggio degli stranieri. Amnistie?, dichiara infatti il governo rispondendo all’interrogazione citata sopra: ma non se ne parla nemmeno. «La possibilità di effettuare un’autodenuncia senza essere perseguiti penalmente» basta e avanza per gli svizzerotti fessi, cornuti e mazziati in ogni occasione. Prendere su e portare a casa.
Lorenzo Quadri

Anche i “pirati” a favore del segreto bancario

Vuoi vedere che la Lega aveva ragione?

Il segreto bancario svizzero, componente della tutela della privacy dei cittadini (come esiste il segreto fiscale o il segreto medico) è oggetto di continuo e quotidiano smantellamento da parte del Consiglio federale ed in particolare della ministra del 5% Eveline Widmer Schlumpf.
Naturalmente nemmeno i partiti stanno indietro, anzi. PLR e PPD hanno votato i vari accordi fiscali internazionali e appoggiano proposte quali gli accordi Rubik e la Weissgeldstrategie. Con la $inistra è peggio che andar di notte: vuole lo scambio automatico di informazioni ossia la fine del segreto bancario, ossia ancora lo sfascio della piazza finanziaria elvetica. E questo è risaputo. Inaccettabile è che la stessa $inistra che vuole quanto indicato sopra, abbia ancora il coraggio di tentare, maldestramente, di ergersi a sostenitrice dei bancari che vuole privare del posto di lavoro. Succede però proprio questo. A dimostrazione che alla tolla non c’è limite il presidente dell’Associazione impiegati di banca (ASIB) sezione Romandia è infatti tale Jean Christophe Schwaab, Consigliere nazionale P$ che in parlamento dichiara di essere favorevole allo scambio automatico di informazioni e al rispetto della sovranità fiscale di stati esteri. Della sovranità elvetica, per contro, ai kompagni non potrebbe fregare di meno. Del resto, come i Paesi esteri rispettino la nostra sovranità, ben lo dimostra l’esempio della Francia che invia in Svizzera spioni fiscali, nella più totale illegalità, alla ricerca di evasori.
L’Udc nazionale, dal Canto suo, ha sì votato contro gli accordi fiscali con Germania, Austria e Gran Bretagna, ma poi non ha in alcuno modo sostenuto il referendum (l’hanno sostenuto singolarmente la sezione ticinese ed alcuni deputati) ma anzi, gli ha messo i bastoni tra le ruote.
La Lega dei Ticinesi come noto è l’unica forza politica che si è schierata fin dall’inizio a difesa del segreto bancario, che significa difendere la privacy dei cittadini elvetici, oltre che difendere una importante specificità svizzera da attacchi interessati in arrivo da Oltreconfine.
Adesso giunge però una sorpresa. Si saprà che sulla scena elvetica esiste un piccolo partito, che fa parte di un movimento internazionale, chiamato “partito pirata”. Una formazione che è per la libera circolazione delle informazioni e della conoscenza, e di certo non è di destra. Ebbene: a sorpresa questo partito ha preso chiaramente posizione a favore del segreto bancario e contro la scellerata politica del Consiglio federale in materia.
E i “pirati”, sul segreto bancario, sostengono esattamente quello che dice la Lega. Anche al proposito delle continue concessioni del Consiglio federale. Concessioni di cui i paesi esteri che mirano allo scambio automatico d’informazioni non si accontenteranno affatto. Vorranno sempre di più, e la Svizzera di questo passo continuerà a cedere, grazie in particolare alla ministra del 5%. Cederà fino a quando lo scambio automatico non sarà diventato realtà. E allora sulla piazza finanziaria si verificherà una catastrofe occupazionale. Del resto i licenziamenti sono già in corso.
Questo, secondo il partito pirata, non deve assolutamente accadere.
Ma guarda un po’: vuoi vedere che quanto finora detto e scritto dalla Lega non sono tutti deliri populisti e razzisti?
Lorenzo Quadri

 

25 miliardi spesi per niente?

AlpTransit senza sbocco a sud

AlpTransit Gottardo è un’opera faraonica dai costi monumentali: 25 miliardi di Fr. Un’opera che però come sappiamo rischia di rimanere monca, poiché su quello che accadrà a sud di Vezia, ossia dopo l’uscita del tunnel del Ceneri, regnano le nebbie.
La direttrice principale scelta, quella che passa per Chiasso e Milano, ha dei gravi problemi di sbocco a sud. Occorrerebbe infatti aggirare Milano tramite la cosiddetta Gronda Est, i cui costi sono di 5 miliardi e i tempi di realizzazione stabiliti alle calende greche. Ma già prima si pongono problemi perché è evidente che attraverso l’agglomerato di Lugano non potranno transitare 200 treni merci al giorno da 750 metri. La linea ferroviaria attuale passa nel bel mezzo di centri abitati. Men che meno si potrà intasare il Luganese, dopo l’apertura di AlpTransit, di treni merci in uscita dalla galleria del Ceneri che non si sa poi come e dove far proseguire per l’Italia.

Preoccupazioni diffuse
I Comuni del Gambarogno sono giustamente preoccupati poiché si trovano sulla direttrice ferroviaria Bellinzona-Luino (Gronda Ovest) e quindi, con AlpTransit Gottardo in funzione, rischiano di trovarsi di fatto (se si contano i vagoni) con il doppio del carico ferroviario rispetto ad ora, senza che ci siano le infrastrutture necessarie affinché il potenziamento non abbia conseguenze pesanti sulla vivibilità e sul valore turistico della regione. Si pensa in particolare alla famosa galleria.
In sostanza, tutti vogliono le merci sul treno, ma poi nessuno vuole i treni, o più treni, sotto casa.
E’ chiaro che in un megaprogetto come AlpTransit Gottardo in cui sono coinvolti attori istituzionali di vario livello, le FFS e pure numerose controparti italiane – dalle Ferrovie dello Stato alla Regione Lombardia, dai Comuni al governo di Roma – che non brillano per affidabilità e che non hanno i soldi per fare la propria parte, i grattacapi sono giocoforza infiniti.

Cosa non quadra?
Tuttavia da parte elvetica un nodo centrale che non quadra c’è, ed è la maxigalleria AlpTransit al Ceneri a due tubi, come se si volesse far passare tutti i treni, sia merci che passeggeri, da lì. Questo quando già si sapeva benissimo, del resto è messo nero su bianco in accordi internazionali antecedenti al 2000, che di riffa o di raffa una parte rilevante delle merci sarebbe dovuta transitare per il Gambarogno in direzione Luino, e questo per una serie di motivi pratici:
– la direttrice di Luino è l’unica ferrovia di pianura sul corridoio Rotterdam-Genova, con una pendenza massima del 12 per mille, mentre quella di Chiasso raggiunge il 20 per mille. Questo vuol dire che sulla linea di Luino è possibile trascinare un treno da 1800 t con una sola locomotiva, mentre dalla linea di Chiasso ce ne vogliono due, con il conseguente aumento dei costi. E se il trasporto merci su ferrovia non è economicamente concorrenziale, le merci tornano semplicemente su strada;
– I grandi terminal di trasbordo merci (Novara, Busto Arsizio-Gallarate, Oleggio) si trovano sulla linea di Luino e non sono raggiungibili dalla direttrice su Milano;
– La capacità della linea di Luino può essere aumentata con investimenti relativamente modesti (in confronto ai miliardi che servirebbero per l’altra).
Al di là dei ripensamenti politici, questi ed altri sono dati di fatto con cui inevitabilmente si sarebbe arrivati a dover fare i conti. Se non si fosse realizzato un traforo AlpTransit del Ceneri sovradimensionato, con i soldi risparmiati si sarebbe potuto investire sulla linea di Luino, concordando la soluzione in galleria.
Al momento ci si trova in una situazione difficile da districare con però una certezza: se si vuole che l’Italia faccia degli investimenti per allacciare la sua Alta capacità ad AlpTransit – presupposto perché quest’opera faraonica e già nata vecchia abbia una ragione di essere – i soldi ce li dovrà mettere la Svizzera. In altre parole: E nümm a pagum.
Lorenzo Quadri
CN Lega

 

Iniziativa popolare cantonale “antiburqa”

L’appuntamento con le urne si avvicina

Si avvicina (mancano circa sei mesi) il termine per la messa in votazione dell’iniziativa popolare costituzionale per il divieto di burqa, iniziativa promossa dal Guastafeste e supportata da un comitato interpartitico in cui, come si immaginerà, la Lega era ben rappresentata.
L’appuntamento obbligato con le urne (e che nessuno si sogni di schivare o di rinviare l’oliva) si avvicina, senza che ci siano per ora prese di posizione del Consiglio di Stato e/o del Gran Consiglio sul tema.
Ci sono però alcuni indicatori che devono fare riflettere. In particolare sul fatto che l’iniziativa, bollata dai politikamente korretti come un’iniziativa su un non-problema, diventa invece sempre più attuale. E’ del resto ovvio che rifiutarsi di vedere un problema finché non è troppo tardi per affrontarlo è il modo più sicuro per arrivare alla catastrofe.
Il primo indicatore è il numero di firme raccolte dall’iniziativa costituzionale cantonale “antiburqa”, ossia ben 12mila. E chi cerca di sminuire questa cifra tentando di far passare la tesi che la gente firmerebbe qualsiasi cosa, mente in modo sfacciato. Raccogliere 12mila firme in Ticino è maledettamente difficile e se il tema del Burqa, con tutti i suoi annessi e connessi – perché è chiaro che non stiamo parlando solo di un pezzo di stoffa – fosse un “non problema”, queste firme non sarebbero mai state raccolte. Neanche a piangere in cinese (o in arabo).
Il secondo indicatore è il precedente della votazione popolare sul divieto di costruzione di minareti.
In base all’autodichiarata, ma del tutto inesistente, superiorità morale degli spalancatori di frontiere, multikulturali e politikamente korretti, in Gran Consiglio i firmatari (tra cui chi scrive) di un’iniziativa parlamentare dai contenuti analoghi all’iniziativa popolare federale vennero trattati da razzisti e delinquenti, e l’iniziativa venne silurata. Dalle urne, invece, l’iniziativa è uscita stra-vincente, alla faccia della maggioranza parlamentare che è stata clamorosamente sconfessata.

Il voto federale
Segue, in ordine di tempo, la recente votazione in Consiglio nazionale su un’iniziativa cantonale argoviese che chiedeva appunto l’introduzione di un divieto di nascondere il viso. Iniziativa che è stata sì bocciata dalla Camera del popolo durante l’ultima sessione; ma solo per un paio di voti.
Il problema della difesa della nostra cultura di democrazia occidentale da spinte che vanno nella direzione diametralmente opposta, e che sono incompatibili con i nostri diritti fondamentali, per non parlare dei nostri usi e delle nostre tradizioni, si fa sempre più attuale.
Occorre chiarire, e dimostrare, che non siamo terra di conquista. Soprattutto non si può in nessun caso tollerare che i nostri diritti fondamentali vengano abusati da chi mira a smantellarli in casa nostra per imporre le proprie regole.
La cosiddetta primavera araba, che ha provocato una brusca sterzata in direzione estremismo islamico (altro che democrazia), non è un evento lontano che ci possiamo permettere di ignorare; e non è solo una questione di ondate di finti asilanti troppo spesso dediti alla delinquenza. In Egitto si parla di sharia, di presentatrici televisive e di hostess velate, ciò che in passato era proibito. Idem in Turchia (quella che ha il coraggio di venire a fare le pulci alla Svizzera sul rispetto dei diritti umani).
E’ chiaro dunque che la votazione sul divieto di burqa costituirà una battaglia in difesa dei nostri valori. Tentare di squalificarla come “non problema” è un atteggiamento ipocrita ed irresponsabile, da respingere con decisione al mittente politikamente korretto e, ci si consenta, pure un po’ gnucco.
Lorenzo Quadri

 

 

Iniziativa contro i globalisti: vogliamo mandare a ramengo un altro tesoretto?

E’ stata depositata di recente l’iniziativa popolare contro i forfait fiscali per i ricchi stranieri che risiedono in Svizzera senza esercitarvi un’attività lavorativa e sono quindi tassati in base al dispendio.
Una definizione calzante per questa iniziativa sarebbe “iniziativa Tafazzi”, dal nome del personaggio televisivo che si martellava sui “gioielli di famiglia”.
Tanto per cominciare, i “globalisti” (così vengono chiamati i ricchi stranieri che vivono di rendita in Svizzera) non sono evasori legalizzati. Le tasse le pagano eccome. Certo, poche per rapporto alla loro forza finanziaria. Ma molte in cifre assolute. Nel 2010 i 5445 globalisti hanno versato in Svizzera quasi 700 milioni di Fr di imposte, a cui si sommano 200 milioni confluiti nelle casse dell’IVA e dell’AVS. Bisogna poi aggiungere le donazioni e le imposte di successione.
Questo per quanto concerne la parte fiscale. Che è solo uno degli aspetti. C’è anche il côté occupazionale. I “superricchi” costruiscono residenze sfarzose, acquistano beni di lusso, frequentano ristoranti e alberghi, teatri, concerti e musei, e via elencando. In questo modo generano – così le stime della Confederazione – quasi 25mila posti di lavoro in Svizzera.
Tutto questo a fronte di un utilizzo di servizi pubblici minimo: di sicuro i globalisti non beneficiano di aiuti sociali, in genere non hanno più figli in età scolastica, spesso passano in Svizzera, pur pagandovi le tasse, solo pochi mesi all’anno, disponendo di varie residenze sparse per il mondo. In questo senso, sono molto mobili: ci metterebbero un “cip” a spostare il domicilio fiscale in un altro Paese.
Ora, questi contribuenti, checché ne dicano i compagni, non sono uno scandalo. Sono una fortuna. E’ vero che pagano poco per rapporto alla loro ricchezza. Ma questo “poco” equivale comunque, in cifre assolute, a somme ingenti. Che si riversano nelle casse pubbliche senza nessuno sforzo, con contropartita pressoché nulla.
Con questi soldi si finanziano i servizi pubblici, la socialità, le infrastrutture a vantaggio dei residenti. La Sinistra vorrebbe ora mettere in fuga questi “contribuenti jolly”. Un atteggiamento che ha per lo meno il vantaggio di chiarire a tutti quale sia la politica degli stranieri di quella parte politica: ci teniamo e spalanchiamo le porte a quelli che delinquono e/o che dobbiamo mantenere, e facciamo scappare quelli che invece ci riempiono le casse pubbliche.
I globalisti, come detto, sono molto mobili. Se dunque la Svizzera abolirà le tassazioni sul dispendio, queste “galline dalle uovo d’oro” semplicemente se ne andranno altrove, dove verranno accolte a braccia aperte.
Una cosa va poi sottolineata. La tassazione forfettaria non è un unicum svizzero, ma esiste in molti paesi europei. L’UE non sta facendo pressioni sulla Svizzera per ottenerne l’abolizione. Diversamente da quanto succede col segreto bancario. Eppure c’è già chi vuole calare le braghe in funzione “proattiva”.
Lorenzo Quadri
Consigliere nazionale
Lega dei Ticinesi

 

 

Morosi di cassa malati: tanto lavoro per nulla?

Fino all’anno scorso era, senza dubbio, uno dei temi principe della cronaca, ma anche della politica. Se ne parlava e se ne scriveva un giorno sì e l’altro pure. Ci riferiamo ai famosi morosi di cassa malati ossia quei cittadini che, non riuscendo a pagare i premi (sempre più esorbitanti) dell’assicurazione malattia, rimangono indietro con i versamenti e, pertanto, si ritrovavano con la copertura assicurativa sospesa.
I morosi di cassa malati erano arrivati ad essere, in Ticino, circa 20mila. Poi c’è stata la revisione della LAMal con conseguente “amnistia” e gli assicuratori malattia che si sono impegnati a non sospendere la copertura del debitore fino all’attestato di carenza beni; dopodiché interviene il Cantone prendendosi a carico l’85% dello scoperto.
In Ticino è stata tuttavia reintrodotta la possibilità di sospendere – facoltà concessa dalla legge federale – quegli assicurati che non pagano i premi o le partecipazioni per cattiva volontà in quanto la loro situazione finanziaria non giustifica difficoltà o ritardi nei pagamenti. A prima vista il ragionamento sembra filare, nell’ottica di disporre di un deterrente – la sospensione della copertura assicurativa, appunto – che spinga chi può pagare a farlo.

Elenchi scadenti
Il problema è che, come spesso accade, quel che in teoria è lineare nella pratica si dimostra di attuazione molto più difficile. Chi infatti stabilisce se il moroso sarebbe o no in grado di pagare i premi? Il Cantone ha affibbiato il compito ai Comuni (dietro compenso di un tot per ogni pratica). In sostanza i Comuni sono stati incaricati di convocare i morosi di cassa malati e di verificarne la situazione finanziaria caso per caso, facendo poi rapporto al Cantone.
Qui cominciano i guai. Per convocare i morosi, bisogna infatti sapere chi sono. Ogni Comune deve dunque disporre di un elenco dei morosi che risiedono sul proprio territorio. Ora, chi è, o dovrebbe essere, a conoscenza dei nominativi dei morosi? Ovviamente le casse malati. Le quali però, per motivi misteriosi, fanno molta fatica a fornire gli elenchi richiesti. Quando si ottiene qualcosa, ed in clamoroso ritardo, si tratta di liste striminzite, clamorosamente incomplete e spesso pure sbagliate. Vi figurano o morosi che non lo sono più perché hanno già saldato gli arretrati, o minorenni che per legge non possono essere sospesi, come pure persone in arretrato per somme ridicole (c’è chi viene inserito tra i morosi per 10 Fr).

Mancanza di collaborazione
A ciò si aggiunge un’altra difficoltà: chi non paga i premi di cassa malati non perché non ha soldi ma perché proprio se ne infischia, ovviamente nemmeno risponde agli inviti dei Comuni di presentarsi per gli accertamenti richiesti. Oppure si presenta con documentazione incompleta menando di proposito il can per l’aia. La cosa non sorprende: pensare che qualcuno collabori di buona volontà ad una procedura il cui obiettivo non è già portargli un vantaggio, bensì un danno (ossia la sospensione della copertura assicurativa) è piuttosto illusorio – per usare un eufemismo. Quando il Comune, dopo aver effettuato verifiche che comunque necessitano di abbondante quantitativo di scartoffie e lavoro di funzionari, fornisce il nominativo dei “malpaga” al Cantone (e si tratta comunque di pochi casi rispetto al numero reale, per i problemi indicati sopra) a costoro dovrebbe venire sospesa la copertura assicurativa.
Tuttavia c’è il sospetto che, a 10 mesi dall’entrata in vigore del nuovo regime, i sospesi, ammesso che ce ne siano, si contino sulle dita di una mano.

Un pugno di mosche?
Quindi, il lungo, faticoso e costoso iter messo in atto fa a finire in niente. E poi: cosa succede al moroso che dovesse venire sospeso? Quello che succedeva fino all’anno scorso. Ossia in caso di malanno di una qualche gravità le strutture sanitarie pubbliche sono comunque tenute a curarlo a spese dello Stato, che tenterà poi di recuperare i soldi dal paziente (campa cavallo).
A ciò si aggiunge un altro elemento importante. Ossia: non si sa quanti tra i morosi “amnistiati” con la modifica di legge di inizio anno abbiamo poi, da allora, pagato con regolarità i premi.
C’è il sospetto che molti nemmeno sappiano di aver beneficiato dell’amnistia e pertanto abbiano continuato a restare indietro con i pagamenti, come prima. Ridiventando subito morosi.
Altro aspetto da considerare è che tra i morosi ci sono anche persone che ricevono un sussidio per la riduzione del premio di cassa malati; ma restano indietro con il pagamento della parte di premio a loro carico. Col risultato che il Cantone paga il sussidio ma l’assicurato è moroso lo stesso.
In conclusione. Col nuovo sistema di accertamento dei morosi messo in campo dal Cantone si spendono soldi ed energie per un risultato vicino allo zero. Con gran parte dei morosi di fine 2011 che a fine dell’anno in corso, malgrado le amnistie e tutto il resto, saranno tornati ad essere tali.
Lorenzo Quadri

$inistra e piazza finanziaria

Quando il silenzio sarebbe d’oro…

I kompagni perdono un’altra occasione per tacere. Sicché sul Corrierone di venerdì tocca leggere le elucubrazioni sulla piazza finanziaria del presidente del partito $ocialista ticinese, Saverio Lurati, il quale si permette addirittura di dare dell’ottuso ad un riconosciuto e stimato professionista quale Fabio Poma (che forse di piazza finanziaria ne capisce un po’ di più di Lurati).
E’ quindi bene per l’ennesima volta tornare a ripetere alcuni semplici concetti che devono però rimanere bene impressi.
Punto primo: il P$ della piazza finanziaria se ne è sempre fregato alla grande. Anzi, secondo l’etica (?) $ocialista, chi lavora in banca è sempre stato un po’ sospetto, uno che fa un lavoro sporco, e comunque un dipendente di serie B: non certo al livello di un funzionario statale o di un docente (ormai le uniche categorie che la $inistra nostrana rappresenta).
Punto secondo: chi, come il partito $ocialista, vuole lo scambio automatico di informazioni e quindi lo sfacelo della piazza finanziaria con conseguente distruzione di migliaia e migliaia di posti di lavoro in Ticino (non a livello svizzero: solo in Ticino) non è in nessun modo in condizione di ergersi a paladino dei bancari che finiranno in disoccupazione. Stiamo parlando di impiegati, non di supermanager. Gente che ha semplicemente fatto quello che gli veniva detto, nel rispetto delle nostre leggi. Questo “proletariato della piazza finanziaria” (per usare la terminologia dei kompagni) perderà il lavoro grazie alla $inistra e grazie a chi sostiene belle pensate quali la “Weissgeldstrategie” della ministra del 5% Widmer Schlumpf, eletta con i voti della $inistra, e del Consiglio federale che si fa portare a spasso dalla citata signora.
Punto terzo: vogliamo proprio vedere come e dove si ricicleranno professionalmente le migliaia di bancari ticinesi che perderanno il lavoro grazie alla politica di smantellamento del segreto bancario e quindi della piazza finanziaria che la $inistra fortemente vuole. Non c’è bisogno di grandi studi per sapere che, tra queste persone, ci sono parecchi cinquantenni o ultracinquantenni che hanno lavorato per tutta la vita in banca. Siamo curiosi di vedere quale nuovo impiego troveranno, considerando che il mercato del lavoro nel settore terziario è intasato di frontalieri a basso costo; ciò a seguito della libera circolazione delle persone fortemente voluta, ma guarda un po’, sempre dalla $inistra. Ci penseranno i kompagni a trovare lavoro per tutti?
Punto quarto: la “Weissgeldstrategie” che tanto piace ai kompagni ha portato alla svendita, autorizzata dal Consiglio federale, di 10mila dipendenti di banca alle autorità inquirenti USA. E la scriteriata trasmissione di dati a Washington non è mica finita. Un governo che svende i propri concittadini in questo modo non si era mai visto. Ma naturalmente per il P$$ va tutto bene.
Punto quinto: a Berna il P$$ dice non solo di volere lo scambio automatico d’informazioni e quindi il licenziamento di migliaia di dipendenti della piazza finanziaria ticinese (dipendenti, mica supermanager, che quelli cadono sempre in piedi) ma di volere anche il rispetto della sovranità fiscale di Stati stranieri. Dov’è la ferma condanna per le sfacciate ed inqualificabili violazioni della nostra sovranità da parte dell’autorità italiane (guardie di finanza mandate a filmare i clienti delle banche ticinesi), francesi (spioni del fisco travestiti da turisti) e tedesche (acquisto di CD di dati rubati e insulti assortiti alla Svizzera)? Risposta: silenzio tombale della $inistra, per ovvi motivi: secondo la visione ro$$a, la sovranità elvetica va smantellata per portarci nell’UE.
Punto sesto: con simili premesse, quando si parla di posti di lavoro sulla piazza finanziaria, il P$ non è minimamente nella condizione di montare in cattedra, ma anzi, può solo tacere.
Lorenzo Quadri

 

Spioni fiscali: la Francia viola le nostre leggi e la nostra sovranità

Ma da Berna nessuna reazione!

Visto che l’Italia non bastava, giustamente ci si deve mettere anche la Francia.
Si ricorderà infatti degli spioni dell’Agenzia delle entrate italiana dell’era Tremonti che, in borghese, filmavano gli ingressi delle banche ticinesi allo scopo di individuarne i clienti italiani potenziali evasori.
Poiché questi maldestri “007” sono stati pizzicati a più riprese, la Lega dei Ticinesi ha varie volte chiesto ufficialmente che si intervenisse per far cessare la scandalosa pratica della vicina ed ex amica penisola, pratica che viola la nostra sovranità e le nostre leggi (articolo 271 del codice penale).
Naturalmente si trattava delle solite paturnie della Lega populista e razzista, e non era vero niente. Gli spioni italiani erano frutto di manie persecutorie.
Adesso invece, per la serie “ma tu guarda i casi della vita”, la SonntagsZeitung come pure il Matin Dimanche, tramite un’inchiesta congiunta, rivelano che anche la Francia si serve degli stessi metodi illegali sul nostro territorio.
Ispettori del fisco francese, travestiti da turisti, arrivano in Svizzera a spiare presunti evasori.
Il colmo è che le autorità elvetiche, interpellate, ammettono di essere a conoscenza di questi fatti gravissimi, ma dichiarano di non poter intervenire poiché, secondo il Ministero pubblico della Confederazione, è difficile trovare delle prove.
E’ proprio per colpa di questi atteggiamenti che la Svizzera è diventata il punching ball del mondo.
E’ per colpa di questi atteggiamenti che tutto il mondo si permette di violare impunemente le nostre leggi e la nostra sovranità. Tanto gli svizzeri sono fessi e non si accorgono di niente.
Se il Consiglio federale ed il Ministero pubblico della Confederazione sono al corrente che paesi esteri violano la nostra legge e la nostra sovranità tramite spioni fiscali, non possono rimanere con le mani in mano. Invece accade proprio questo.
Il Consiglio federale dovrebbe a questo punto, per correttezza nei confronti dei cittadini elvetici, rispondere ad alcune domande:
– Il Consiglio federale ha protestato con Parigi contro questa pratica scandalosa, oppure qualsiasi paese straniero può violare impunemente le nostre leggi e la nostra sovranità, e la Svizzera subisce?
– Sono state prese contromisure nei confronti della Francia? E’ stato convocato l’ambasciatore francese a Berna? Oppure, per l’ennesima volta, si preferisce accettare tutto senza reagire?
– Il Consiglio federale, visto che “sa”, ha pensato di richiamare (temporaneamente) l’ambasciatore svizzero dalla Francia, tanto per dimostrare che non ci si fa menare per il naso proprio fino in fondo?
– Al prossimo presunto spione fiscale francese individuato, si chiuderanno le frontiere per un giorno con la Francia, tanto per vedere l’effetto che fa?
– Quali altri Stati intraprendono azioni di spionaggio fiscale sul nostro territorio, senza che le autorità elvetiche, pur essendone a conoscenza, reagiscano?
– Sono stati segnalati, su territorio ticinese, ulteriori “inviati” dell’agenzia delle entrate italiana da quando sono iniziate le trattative con la vicina Penisola in materia di accordi fiscali internazionali? Se sì, perché le trattative non sono state immediatamente interrotte?
– Ci si rende conto che simili atteggiamenti dell’autorità elvetica non fanno che indebolire ulteriormente il nostro Paese da tempo oggetto di una guerra economica che lo vede soccombente per mancanza di capacità di reazione?
– Il vecchio detto “chi si fa pecora il lupo lo mangia” non insegna nulla?
Lorenzo Quadri

 

Anche la Francia viola le leggi e la sovranità svizzere senza che l’autorità federale reagisca né prenda provvedimenti?

Quando si pensa di aver toccato il fondo ci si accorge che si può sempre scavare… dopo l’Italia, adesso arriva la Francia: tramite un’inchiesta giornalistica della SonntagsZeitung e di Matin Dimanche veniamo a sapere che il fisco francese, IN VIOLAZIONE DELLA LEGGE E DELLA SOVRANITA’ SVIZZERA, manda suoi ispettori tributari in incognito nel nostro Paese alla ricerca di eventuali evasori. Il Consiglio federale e il Ministero pubblico della Confederazione sanno ma… si dichiarano impotenti!
Da restare senza parole. Poi ci si chiede come mai la Svizzera è diventata il “punching ball” del mondo.
Il Consiglio federale dovrebbe a questo punto, per correttezza nei confronti dei cittadini elvetici, rispondere ad alcune domande:
Il Consiglio federale ha protestato con Parigi contro questa pratica scandalosa, oppure qualsiasi paese straniero può violare impunemente le nostre leggi e la nostra sovranità, e la Svizzera subisce?
Sono state prese contromisure nei confronti della Francia? E’ stato convocato l’ambasciatore francese a Berna? Oppure, per l’ennesima volta, si preferisce accettare tutto senza reagire?

Quali altri Stati intraprendono azioni analoghe, senza che le autorità elvetiche, pur essendone a conoscenza, reagiscano?
Ci si rende conto che simili atteggiamenti non fanno che indebolire ulteriormente il nostro Paese da tempo oggetto di una guerra economica che lo vede soccombente per mancanza di capacità di reazione?
Il vecchio detto “chi si fa pecora il lupo lo mangia” non insegna nulla?
Lorenzo Quadri
Consigliere nazionale
Lega dei Ticinesi

Il centro di Bellinzona è una novità positiva

Finti asilanti, avanti con i deterrenti

Dalla scorsa fine luglio in quel di Bellinzona, e meglio in via San Gottardo 58, è aperto – senza troppo clamore – un centro asilanti “particolare”: nella struttura sono alloggiati sedicenti rifugiati che devono lasciare la Svizzera, che sono in regime di aiuto d’urgenza, come pure richiedenti l’asilo che non rispettano le nostre regole.
Dall’apertura ad oggi sono transitate per questo centro un centinaio di persone, la presenza media è di una decina di ospiti al giorno. Gli orari di presenza al centro sono regolati strettamente. Il rientro degli ospiti è dalle 19, e alle 07.30 di mattina fanno colazione, ricevono il pranzo al sacco e devono lasciare la struttura fino alla sera. Il centro, quando è occupato, è sorvegliato in permanenza e non si è a conoscenza di problemi di vicinato da esso generati.
Il centro costituisce una novità interessante e positiva. Da un lato permette di liberare, almeno in piccola parte, le pensioni. Gli asilanti che arrivano al centro prima alloggiavano in pensioni, ad un costo medio di 95 Fr al giorno.
Dall’altro ha un indispensabile effetto deterrente. Poiché la situazione d’emergenza in materia di asilanti non è né di ieri né di oggi, è chiaro che questa struttura avrebbe dovuto essere realizzata da anni. Ha visto la luce solo ora perché la guida partitica al DSS nel frattempo è cambiata, e alcuni kompagni che prima si trovavano in posti chiave non ci sono più!

Asilanti in albergo
Il collocamento di asilanti – anche quelli che si comportano male – in pensioni è una prassi che la Lega ha sempre deplorato. E’ evidente che gli asilanti in albergo costano e non sottostanno ad alcun controllo: quindi possono fare tutto quello che vogliono. Anche alloggiare connazionali clandestini e dedicarsi a traffici di vario genere. Senza contare il fatto che troppi ticinesi non possono permettersi di andare una settimana in vacanza in albergo perché non hanno soldi. Ma intanto, con i danari del contribuente, si pagano soggiorni in albergo, anche di svariate settimane o mesi, a dei finti rifugiati!
Il regime nel centro di Bellinzona è ben diverso da quello di un albergo e questo è doppiamente “benefico” poiché, oltre ad essere un deterrente, stimola il richiedente l’asilo che deve lasciare il paese a farlo. Ci sono dei costi di sorveglianza, è vero, ma il santo vale la candela.
E’ infatti per noi prioritario attuare delle misure dissuasive per i finti rifugiati. Misure che ci facciano apparire meno “paese della cuccagna”. Ciò è indispensabile per frenare il flusso continuo di rifugiati economici, che non hanno alcun diritto di rimanere nel nostro paese.
Altrettanto indispensabile è poter allontanare in modo rapido ed efficace chi deve lasciare la Svizzera.

Italia e Algeria
In materia di rimpatri, come noto la situazione non è rosea. La vicina ed ex amica Penisola fa di tutto e di più per evitare di riprendersi i finti asilanti, come invece sarebbe tenuta a fare a seguito degli Accordi di Dublino.
I sistemi utilizzati dalla Penisola per non fare la propria parte sono sempre gli stessi: ostacoli burocratici a tutto andare, assenza perenne dei responsabili, in agosto chiusura estiva per tutto il mese, e via elencando. Col risultato che noi svizzerotti continuiamo a mantenere finti rifugiati che non sono di nostra spettanza. Ma figuriamoci se la Svizzera si sogna di farsi valere con i vicini a Sud. Ma non sia mai, ci si limita alla costante calata di braghe…
Assolutamente paradossale è poi il problema dell’Algeria. In pratica questo paese non riammette un proprio concittadino finto rifugiato se quest’ultimo non dichiara di voler rientrare in patria, cosa che come si immaginerà non è certo frequente! Ciò causa infinite difficoltà ,e ci piacerebbe proprio sapere cosa si sta facendo a livello federale per risolvere il problema, che va regolato sulla base di accordi internazionali. Ovviamente l’interrogazione leghista sul tema al Consiglio federale non mancherà.
Lorenzo Quadri

Leuthard vuole potenziare la libera circolazione delle persone

Un insulto agli svizzeri

Qui i conti proprio non tornano. L’attuale sistema di elezione del Consiglio federale tramite inciuci parlamentari mostra tutti i suoi limiti, con il risultato che vengono elette persone che poi vanno in giro a raccontare cose e a sostenere teorie che non hanno nulla a che vedere con la volontà della popolazione, ed anzi la contraddicono in modo plateale.
La Consigliera federale Doris Leuthard, – che i maligni paragonano ad un grosso uccello bianco che non è un cigno – aveva guadagnato qualche punto con la decisone a favore del secondo traforo autostradale del San Gottardo. Decisione presa perché alternative plausibili non ce ne sono. Per lo meno Leuthard, e questo va detto a suo merito, non ha avuto paura di ammettere di aver cambiato idea. Prima la ministra del trasporti sosteneva la chiusura triennale con misure accompagnatorie costosissime e fallimentari; poi si è resa conto che questa opzione è una belinata, e ha almeno avuto l’onestà di riconoscerlo e di cambiare cavallo.
I punti guadagnati li ha però dissipati ora con un’uscita oltre ogni decenza sulla libera circolazione delle persone che sta mettendo la Svizzera a ferro e fuoco. A partire dalle regioni di frontiera, ma non solo.
A grande maggioranza la popolazione elvetica chiede una cosa al suo governo. Che la devastante libera circolazione delle persone venga limitata. C’è chi come noi vuole farla saltare, dati gli effetti deleteri esplicati in Ticino; c’è chi, Oltregottardo, assume posizioni più “sfumate”. Può permettersi di farlo poiché non vive sulla propria pelle l’invasione di frontalieri e padroncini (perché di invasione si tratta), Nemmeno sperimenta quotidianamente il frontalierato del crimine per il quale possiamo ringraziare gli smantellamenti dei controlli doganali. Per non parlare poi della massiccia immigrazione nel nostro stato sociale: altro che “arriverà in Svizzera solo chi avrà un lavoro”, come veniva raccontato prima delle votazioni popolari. Pure in Svizzera tedesca, peraltro, si comincia a pagare pegno. Pegno che nel concreto si traduce nell’arrivo in grande stile di manager e dirigenti germanici. E ben gli sta agli amici d’Oltregottardo, si potrebbe dire: avete voluto la bicicletta, ossia la libera circolazione delle persone (che il Ticino invece in votazione popolare ha sempre rifiutato), e adesso pedalate anche voi. Sta comunque di fatto che di rafforzamento della libera circolazione delle persone, ossia di frontiere ancora più spalancate, nessuno parla. Ne parla invece Doris Leuthard che ha ancora il coraggio di uscirsene con l’abusata fregnaccia della libera circolazione che avrebbe favorito la crescita. Un teorema che altri traducono con l’aberrante equazione: “immigrazione uguale ricchezza”. Ma la “velina” è sempre la stessa.
Evidentemente al Consiglio federale comincia a “venir fredda la camicia”. La recente riuscita alla grande dell’iniziativa Ecopop contro la sovrappopolazione – e quindi, ovviamente, contro l’immigrazione incontrollata – è un segnale che comincia a far accendere lampadine. Tanto più che per lungo tempo l’iniziativa in questione sembrava votata al fallimento (la raccolta firme ha conosciuto un rush finale). Non è un caso che l’improvvida sortita leuthardiana sia stata fatta a pochi giorni dalla consegna delle 120mila firme a sostegno di detta iniziativa. Il Consiglio federale si rende conto con orrore che il consenso popolare per la libera circolazione delle persone si sgretola anche dove c’era. Che le panzane raccontate per anni a giustificare quella che è semplicemente una svendita del nostro Paese all’UE si infrangono contro la dura realtà.
In Ticino la situazione è catastrofica. 6000 frontalieri in più all’anno (nel corso del 2011) quando nel medesimo periodo i nuovi posti di lavoro creati sono stati 3000, non è crescita, è un disastro. Vuol dire che ci sono 3000 impieghi che prima erano occupati da residenti che sono andati a frontalieri.
Venire a dire che la libera circolazione delle persone deve essere potenziata è un affronto a chi non ha, diversamente da Leuthard, il posto di lavoro sicuro in Consiglio federale e poi la pensione a vita di 200mila Fr all’anno una volta lasciata la carica. Un affronto che non può essere tollerato. A Leuthard, compari e comari va ricordato che sono lì a rappresentare il popolo svizzero e non le proprie balorde e fallite ideologie internazionaliste. Altrimenti che lascino il posto ad altri.
Lorenzo Quadri

 

Lugano: un passo necessario per la Città

Credito da 8 milioni per il Palacongressi

Per il turismo luganese e non solo, il settore congressuale è una risorsa di grande importanza. Piaccia o non piaccia architettonicamente, l’attuale Palazzo dei congressi (PCL) è un “tesoretto” per la Città e per gli operatori turistici. Tanto più che il settore congressuale non è legato né alle stagioni né ai capricci della meteo. Tuttavia l’attuale struttura ha ormai oltre 35 anni, durante i quali si è fatto ben poco dal profilo della manutenzione. Per volerlo rimettere a nuovo, e adattarlo alle esigenze che vengono formulate per gli stabili pubblici, sarebbero dunque necessari investimenti molto importanti, nell’ordine di grandezza di 34 milioni di Fr. La ristrutturazione permetterebbe però di aumentare lo spazio disponibile solo di poco.
Con il progetto di nuova urbanizzazione al Campo Marzio, l’idea sarebbe quella di realizzarvi un nuovo Palazzo dei congressi. Mercoledì scorso il municipio ha approvato un messaggio di 8 milioni di Fr sempre per il PCL. Di cosa si tratta?
“Si tratta in sostanza – risponde il capodicastero turismo della città di Lugano, Lorenzo Quadri – di un credito-ponte. Ossia di un credito atto a garantire l’operatività della struttura per i prossimi anni. Ad essere interessata è soprattutto l’impiantistica, in cui è urgente intervenire”.
Come si inserisce questo credito di 8 milioni di Fr nel discorso sul futuro del Palazzo dei Congressi?
Per il PCL ci sono due alternative. Quella che va per la maggiore è l’inserimento di un nuovo Palazzo dei Congressi nel futuro polo-turistico alberghiero del Campo Marzio. Va da sé che, se si edifica un nuovo Palazzo, allora bisogna farlo più bello e soprattutto più grande di quello attuale. Ed è difficile immaginare che una costruzione di questo tipo possa costare meno di 100-120 milioni. Del resto il termine di paragone è il Polo culturale che di milioni ne costerà 180-200. Tutto quindi si giocherà sulla possibilità di trovare dei sistemi di finanziamento nell’ambito delle trattative con i gruppi privati che costruiranno al Campo Marzio.
E qual è la seconda alternativa?
E’ risanare la struttura attuale, spendendo 34 milioni, ipotesi che fa storcere il naso a molti. Tanto più che il risultato sarebbe quello di avere sempre il PCL odierno, anche se “liftato”. Va tuttavia rilevato che un’edificazione a nuovo rischierebbe di costare quattro volte tanto. In ogni caso, è chiaro che l’eventuale nuovo PCL al Campo Marzio aprirà i battenti, se ci sarà, solo tra vari anni. Ma sul Palazzo attuale occorre intervenire subito. Non si può più aspettare. Da qui la richiesta di credito ponte di 8 milioni, che spero il Consiglio comunale potrà esaminare ed approvare in tempi brevi. In questo modo l’operatività del PCL sarebbe garantita per i prossimi anni.
E’ stato citato prima il Polo culturale. C’è chi sostiene che questa struttura, costosissima e destinata ad essere sottoutilizzata, dovrebbe fungere anche da Palazzo dei congressi…
Impensabile. Il LAC non è strutturato per fare il Palazzo dei congressi. Non potrebbe funzionare. Senza contare che si è voluto realizzare il LAC anche per evitare l’attuale conflitto tra l’uso congressuale e l’uso teatrale e concertistico del Palazzo dei congressi, poiché se gli spazi sono già prenotati per uno spettacolo bisogna rinunciare ad eventuali congressi (e quindi pernottamenti) in contemporanea, e viceversa. Sarebbe insensato aver speso 200 milioni per il Polo culturale e poi ritrovarsi ancora nella medesima situazione; le tariffe LAC sarebbero inoltre fuori mercato per una struttura congressuale. Ma questi sono ragionamenti accademici poiché portare i congressi al LAC sarebbe comunque impossibile a causa dell’organizzazione degli spazi dell’edificio.
Lei si dimostra sempre cauto sull’ipotesi di un nuovo PCL al Palazzo dei Congressi al Campo Marzio, come mai?
In qualità di Capodicastero turismo, il “giocattolo nuovo”, naturalmente, mi piacerebbe. Tuttavia sono preoccupato per l’aspetto dei costi. Inoltre non bisogna nemmeno avere gli occhi più grandi dello stomaco: non si può pensare di ospitare congressi “mega” se poi in tutta la regione non ci sono sufficienti posti letto per alloggiare i congressisti. Infine, non bisogna dimenticare che l’attuale PCL ha un punto di forza che sul mercato ha grande valore: ossia il fatto di trovarsi nel parco di una villa sul lago. Pochi altri centri congressuali possono vantare una cornice così suggestiva. Purtroppo è proprio a causa di questo “atout” che alcuni vorrebbero semplicemente demolire il Palazzo dei congressi.
Al proposito il Municipio ha respinto nei mesi scorsi una mozione che chiedeva la demolizione del PCL e l’allestimento di un piano di smobilitazione…
Ci sarebbe mancato altro. Il Municipio nella sua risposta ha usato toni fin troppo cortesi. Parlare di demolizione, che peraltro costerebbe molti milioni, di una struttura che per la città costituisce un “tesoretto” è del tutto fuori strada.
MDD

 

Revisione della legge sulle naturalizzazioni NO deciso a qualsiasi ammorbidimento

Bisogna invece andare nella direzione opposta, poiché siamo in un regime di naturalizzazioni facili

A Berna le Commissioni parlamentari preposte stanno esaminando la revisione della legge sull’acquisto della cittadinanza svizzera. Che la legge abbia ormai oltre cinquant’anni è assodato, come pure il fatto che presenti delle incongruenze. Tuttavia è importante che la revisione non diventi in nessun caso un pretesto per allargare le maglie o cedere alle consuete baggianate politikamente korrette.
Ogni anno in Svizzera vengono naturalizzate 50mila persone. In Ticino in due decenni il numero dei passaporti rossi concessi annualmente è più che triplicato, passando dagli 800 del 1990 ai 2500 attuali. Questi numeri non indicano affatto, come pretenderebbero i $inistri spalancatori di frontiere, una legislazione troppo rigida, bensì l’esatto contrario: siamo in regime di naturalizzazioni facili. La riuscita, malgrado le iniziali difficoltà nella raccolta firme, dell’iniziativa popolare di Ecopop contro la sovrappopolazione è un segnale chiaro su quale politica degli stranieri vuole la gente: è ora di chiudere i rubinetti. Anche nelle naturalizzazioni, usate peraltro come escamotage per abbellire le statistiche degli stranieri residenti in svizzera: i naturalizzati, infatti, da queste statistiche spariscono, mitigando così i risultati di un’immigrazione fuori controllo. Fuori controllo perché la Svizzera, con i devastanti Accordi bilaterali, ha vergognosamente abdicato da uno dei compiti fondamentali di uno Stato: decidere quanti stranieri vuole accogliere.
Tornando alle naturalizzazioni, su alcuni punti occorre essere granitici.
1) La naturalizzazione è un atto politico e non un atto amministrativo. La comunità decide liberamente chi vuole accogliere come nuovo cittadino svizzero. Non esiste un diritto all’ottenimento del passaporto rosso.
2) Tra i requisiti di naturalizzazione deve figurare l’autonomia finanziaria. Non si naturalizzano persone a carico dello Stato sociale.
3) Il sistema federalista va confermato: prima decidono i Comuni, che conoscono i candidati, poi il Cantone.
4) Le commissioni comunali devono avere la possibilità di visitare il candidato al proprio domicilio, poiché in questo modo emergono degli ulteriori elementi utili a valutare l’integrazione del candidato.
5) Si decide se naturalizzare o meno un richiedente in base alla sua effettiva integrazione e non di sicuro in base alla capacità di imparare a memoria i vari “bigini” sulla nostra realtà, generosamente offerti da alcuni Comuni (e nümm a pagum). Non è perché un candidato la sera prima dell’esame si è studiato a memoria il nome del fiume X o della valle Y o dei Consiglieri federali che è integrato.
6) Le votazioni si devono fare sul singolo candidato e non a blocchi, come accade invece in Gran Consiglio.
7) Le votazioni in Consiglio comunale sulla concessione o meno del passaporto rosso devono essere segrete, questo per non esporre i membri del Legislativo a rischi di rappresaglie o a pressioni indebite da parte dei candidati o del loro parentado.
Queste sono solo alcune delle molte considerazioni che vanno fatte quando si parla di concessione della cittadinanza Svizzera, che è un atto politico della massima importanza. Pertanto, non deve assolutamente venire sminuito o svalutato da quelle forze politiche che regalerebbero il passaporto rosso a chiunque lo chieda, nel tentativo di farsi nuovi elettori!
Lorenzo Quadri

 

In Svizzera sempre più stranieri

Ma come, non eravamo un paese di razzisti?

Le contraddizioni proseguono.
All’ONU, Paesi campioni del rispetto dei diritti umani quali il Pakistan e la Turchia, si permettono di puntare il dito contro la Svizzera accusandola di razzismo. Una volta si diceva che “il ridicolo uccide”. Evidentemente nel frattempo si è trovato l’antidoto.
La tesi, invero ridicola, della Svizzera razzista è accreditata “in casa” dalla $inistra. Questo accade un po’ per questioni professionali (creare per i kompagni posti di lavoro nei gremi antirazzismo lautamente pagati dal contribuente), un po’ per interesse politico, ossia reclutare nuovi elettori tra i neo-svizzeri.
I campioni di diritti umani Turchia e Pakistan i quali, dalle loro cadreghe onusiane, credono di poter calare lezioni alla Svizzera vengono comunque, ahiloro, rapidamente smentiti dai dati statistici, e questo a “stretto giro di posta”.
Infatti dai dati pubblicati di recente dalla Confederazione si “scopre” che il numero di stranieri residenti in Svizzera continua a crescere a ritmo forsennato. Gli stranieri residenti sono infatti ormai quasi 2 milioni, per l’esattezza 1 milione e 804mila, pari al 22.7% della popolazione.
Questa cifra è tuttavia taroccata per almeno due motivi.
1) non tiene conto delle naturalizzazioni facili. Ogni anno in Svizzera vengono naturalizzate circa 50mila persone. Ciò fa diminuire ulteriormente il numero degli stranieri che figurano nelle statistiche;
2) non tiene conto (evidentemente) del fenomeno del frontalierato, che ha ormai raggiunto, specie in Ticino, proporzioni assolutamente insostenibili. Non si può discutere sulla presenza di stranieri in Svizzera senza considerare questo aspetto fondamentale.

Immigrazione nello Stato sociale
Dato di fatto è, dunque, che il numero degli stranieri presenti in Svizzera continua ad aumentare a pieno regime. Con tutti i problemi che ciò comporta e comporterà in futuro. Infatti il modello multikulturale dei politikamente korretti fautori delle frontiere spalancate è “completamente fallito”.
Allarmante è in particolare il problema dell’immigrazione nel nostro Stato sociale. Che infatti i cittadini stranieri siano indispensabili per finanziare l’AVS, teoria con cui non solo il $inistrume, ma anche alcuni strapagati funzionari federali amano riempirsi la bocca, è una panzana di proporzioni epiche. Infatti gli immigrati non coprono i loro di costi pensionistici, figuriamoci se coprono i nostri. Per non parlare dello scandalo dei permessi B “perpetui”. Ossia, persone (cittadini UE) che, in virtù della devastante libera circolazione delle persone, ottengono un permesso B che li autorizza a stabilirsi in Svizzera per esercitare un’attività lucrativa.
Capita poi che l’attività lucrativa si riveli uno specchietto per le allodole. Ma lo straniero in questione, invece di dover lasciare il paese non essendo più dati i presupposti per la sua permanenza (ossia l’esercizio dell’attività lucrativa), rimane in Svizzera a carico del nostro Stato sociale, da cui attinge senza aver mai contribuito. Altro che “immigrazione uguale ricchezza”, come vaneggia qualcuno!
Una cosa comunque è certa: se la Svizzera fosse un paese razzista, il numero degli stranieri presenti sul nostro territorio dovrebbe semmai diminuire. Invece cresce e, come si è visto, cresce col “turbo”.
Quindi: plateale smentita delle censure dell’ONU all’indirizzo del nostro paese ed anzi, le Nazioni unite dimostrano per l’ennesima volta di ciurlare nel manico.
Lorenzo Quadri