L’esercito di milizia non è in liquidazione

Ad intervalli regolari tornano i tentativi di smantellare l’esercito di milizia, caratteristico della nostra nazione.
Il più recente è l’iniziativa per l’abolizione dell’obbligo di prestare servizio militare, che il Consiglio nazionale ha respinto, e su cui si dovrà pronunciare il popolo.
A giusto titolo l’iniziativa del Gruppo per una Svizzera senza esercito è stata bocciata dal Nazionale: l’esercito di milizia, da molto tempo ormai bersaglio degli attacchi della sinistra, ben rappresenta lo spirito della nostra Willensnation, fondata sulla partecipazione del cittadino alla cosa pubblica e su un conseguente (per quanto sempre più minacciato) rapporto di fiducia tra cittadino e Stato. Del resto anche la politica in Svizzera è “di milizia”. Il principio comune è quello della messa a disposizione di una parte del proprio tempo, al di fuori delle attività quotidiane, nell’interesse della collettività. Questa è una specificità elvetica che, come tale, va difesa senza compromessi dagli attacchi di chi vuole fare strame di tutto ciò che non è omologato UE, e questo con un obiettivo ben chiaro: portare la Svizzera nell’Unione europea. La quale, dal canto suo, tenta di fagocitarci con crasse violazioni della nostra sovranità e della nostra autonomia: sia da parte di singoli Stati membri (si pensi agli spioni fiscali tedeschi ed italiani) che dalla stessa Unione che ora pretende – tanto per dire l’ultima – la ripresa automatica da parte della Svizzera del diritto comunitario. Un’intollerabile violazione della nostra democrazia diretta, di fatto la premessa per un buio ritorno di stampo medievale ai giudici stranieri in casa nostra.
La Svizzera, oggi più che mai, ha bisogno di difendere ed affermare la propria identità ed autonomia. Ed ha bisogno di farsi rispettare. L’esercito di milizia, ossia l’esercito formato da cittadini sulla scorta del vecchio adagio: “la Svizzera non è un esercito, la Svizzera ha un esercito” fa parte a pieno titolo della nostra identità. L’esercito inoltre è un fondamentale elemento di coesione e di integrazione nazionale tra persone provenienti da regioni linguistiche diverse, senza differenziazione di ceto o di formazione. Ma è anche un importante datore di lavoro (in Ticino lavorano per l’esercito 750 persone) e genera ricadute sul territorio: forniture, esercizi pubblici, eccetera.
Né si può pensare che l’esercito possa funzionare col solo volontariato: paesi che non conoscono (più) l’obbligo di prestare servizio militare sono costretti, per raggiungere la massa critica necessaria, a reclutare nei bassifondi o nelle prigioni, con tutte le derive del caso. Fa poi specie che siano i cosiddetti pacifisti ad invocare la fine della milizia e quindi di fatto la creazione di un esercito di professionisti, che – come la storia insegna – può essere molto più facilmente diretto contro la popolazione civile in caso di colpi di Stato. Ciò che non è precisamente “pacifista”.
Nelle attuali contingenze internazionali, sempre più ostili al nostro Paese – di fatto ci troviamo in guerra economica con nostri vicini UE e non solo – in nessun caso possiamo permetterci di indebolire le nostre difese. Dopo anni di “aperture” e cedimenti ad oltranza a livello internazionale, la Svizzera, se non vorrà venire fagocitata e disciolta, dovrà attraversare un processo inverso: di “israelizzazione”, se si vuole usare un paragone ad effetto.
Il modello del cittadino-soldato, come quello del cittadino-politico, fa parte dell’essenza della Svizzera e come tale va difeso. Non è certo un caso che siano gli stessi ambienti politici che si ostinano a pretendere di portarci nell’Unione europea volerli smantellare entrambi: per un secondo fine fin troppo chiaro.
Lorenzo Quadri
Consigliere nazionale
Lega dei Ticinesi

Il Natale di Lugano entra nel vivo

Da settimana prossima videoproiezioni e mercatino

Anche quest’anno il Natale è ormai alle porte.
Per la seconda volta, il Natale di Lugano è un grande evento, o piuttosto un contenitore di eventi della durata di 37 giorni, che si protrae dal 1° di dicembre (cerimonia d’accensione dell’albero) all’Epifania.
L’offerta di certo non manca, dal mercato dell’avvento nelle caratteristiche casette di legno alla pista di pattinaggio in piazza Manzoni, dalla gastronomia (nelle casette) agli intrattenimenti musicali, dal mercatino natalizio alle videoproiezioni, dalle animazioni e concorsi per i più piccoli alla festa di Capodanno: insomma ce n’è, e ce ne sarà, per tutti i gusti. A fare da “fil rouge” all’evento la mascotte Susi con i suoi amici: due pinguini, un orso e un tricheco.
Sul “suo” Natale la città di Lugano punta. Sia per creare momenti di svago e di aggregazione per i cittadini, sia per portare il più gente possibile nel centro con l’obiettivo di sostenerne le attività economiche, sia per attirare turisti, di giornata e non, in arrivo da Sud ma anche da Nord.
Il Natale luganese è dunque un evento “nuovo” ma con degli obiettivi chiari. Uno di essi è quello appena citato: ossia rendere questo “contenitore” (che trova in un certo senso il suo “pendant” estivo nel Longlake Festival), un vero e proprio attrattore turistico in grado di convogliare in città turisti al di fuori di quella che è la stagione classica (che va da Pasqua e ottobre). Quindi un’operazione di destagionalizzazione.
E’ inoltre importante farsi inserire in misura sempre maggiore negli itinerari dei tour operator natalizi. Per far questo serve un’offerta in crescita ed una promozione adeguata che sfrutti tutti i canali possibili. Non è un risultato che si raggiunge da un giorno all’altro o da un anno all’altro, ma di un lavoro continuo e costante. I primi risultati, comunque, già si vedono.
Il Natale di Lugano può contare sul lavoro congiunto del Dicastero turismo, dell’Ente turistico del Luganese, del Dicastero giovani ed eventi oltre che dei commercianti e degli esercenti del centro, ed in particolare della Piazza riforma.
Dunque un esempio di collaborazione tra enti pubblici e soprattutto tra settore pubblico ed operatori economici: collaborazione, questa, che deve venire sempre più coltivata e potenziata.
Da settimana prossima il Natale di Lugano entrerà nella sua fase clou. Si aprirà infatti il mercato natalizio che animerà tutto il centro cittadino, e prenderanno il via le proiezioni architetturali sulla facciata del Municipio.
Sulla scorta del successo riscosso l’anno scorso, questo Natale le proiezioni, che faranno prendere magicamente vita alle facciate di Palazzo civico, dureranno non una ma due settimane, con due filmati diversi: uno a tema natalizio, che verrà proiettato a partire da lunedì fino al 26 dicembre, e uno improntato al Capodanno, che sarà di scena dal 27 al 31 dicembre.
Un appuntamento da non perdere!

 

Il termine per la messa in votazione si avvicina

Sul burqa un velo di omertà

Nel maggio del 2011 è riuscita, con 12 mila firme, l’iniziativa popolare costituzionale che chiede l’introduzione di un divieto di dissimulazione del viso nei luoghi pubblici o aperti al pubblico. Si pensa principalmente al burqa, ciò che non è un mistero per nessuno.
L’iniziativa è stata lanciata da un comitato apartitico presieduto dal Guastafeste Giorgio Ghiringhelli. Nel comitato la Lega è ben rappresentata.
Ora si avvicina la scadenza del termine per la messa in votazione dell’iniziativa popolare (2 anni) senza che però la Commissione delle Petizioni del Gran Consiglio e il Consiglio di Stato abbiano ancora fatto i compiti, dal momento che non si vedono prese di posizione sul tema.
E il comitato promotore comincia a spazientirsi: nei giorni scorsi, tramite lettera raccomandata al Consiglio di Stato firmata dal promotore Ghiringhelli, il governo è stato invitato a far sì che i tempi vengano rispettati.
Si potrebbe dire che il burqa non è il principale problema del Ticino. Nel senso che per adesso la rilevanza pratica è limitata poiché di questi abbigliamenti se ne vedono pochi. Ma la portata politica per il futuro è grande. Il burqa non è solo un velo, ma rappresenta la negazione del nostro Stato di diritto, della nostra democrazia occidentale, dei nostri diritti costituzionali. Dalla parità uomo-donna alla libertà di religione a quella d’espressione. Rappresenta anche il rifiuto più plateale di quello che è il primo obbligo del cittadino straniero che si trasferisce in Svizzera, ossia integrarsi.
Difendere il nostro Stato di diritto da infiltrazioni di senso contrario che vogliono approfittare della multikulturalità per poi imporre le proprie regole in casa nostra è una necessità.
Ed è inutile che la $inistra delle frontiere spalancate e della fallita multikulturalità spolveri l’ormai ritrita storiella del razzismo e del populismo, non sapendo ormai trovare altri argomenti. La cosiddetta primavera araba è ben presto degenerata in inverno islamico. La multikulturalità voluta dalla $inistra degli spalancatori di frontiere, e l’hanno affermato i capi di governo dei principali Stati europei, è “completamente fallita”. E’ giunto il momento di chiarire in modo inequivocabile che non siamo terra di conquista, e che chi vuole vivere in Svizzera e in Ticino lo fa secondo le nostre regole. Chi crede di poter vivere in Svizzera come vivrebbe ad esempio in Pakista non è al suo posto alle nostre latitudini.
Quella contro il burqa e l’estremismo religioso di cui è la spia, contrapposto al nostro Stato di diritto, è dunque una battaglia democratica fondamentale per il nostro futuro. Bisogna muoversi quando siamo ancora in tempo, cioè adesso, e non quando sarà troppo tardi. La consapevolezza al proposito comincia peraltro a farsi strada. In Consiglio nazionale un’iniziativa cantonale di Argovia per il divieto di nascondere il volto in luoghi pubblici è stata respinta solo per pochi voti. E, giovedì, il Consiglio nazionale ha approvato a larga maggioranza una mozione del deputato UDC Hans Fehr che chiede l’introduzione di un “divieto nazionale di mostrarsi in pubblico a volto coperto”.
Ci si rende quindi conto che il problema esiste. Il discorso non vale per il mondo politico ticinese, abituato ormai da due decenni a negare la realtà pur di non dar ragione alla Lega. L’iniziativa contro il burqa, firmata da 12mila cittadini, va presa sul serio perché è seria. E solleva un problema serio. Che tra l’altro viene dibattuto ovunque. L’importante numero di sottoscrizioni raccolte lo dimostra. L’iniziativa deve quindi essere sottoposta al popolo nei tempi prescritti e non certo imboscata in nome del politikamente korretto cui ormai non crede più nessuno. L’esito di una votazione popolare sul burqa è peraltro pressoché scontato. E’ forse proprio per questo che non la si vuole?
Lorenzo Quadri

Il leghista Lorenzo Quadri presidente della Deputazione ticinese alle Camere federali

“Il 2013 potrebbe essere un anno cruciale”

A partire da gennaio 2013, il leghista Lorenzo Quadri sarà per un anno presidente della Deputazione ticinese alle Camere federali.
L’anno 2013 potrebbe essere un anno importante per il Ticino…
«Certamente, la carne al fuoco è molta – risponde Quadri -. Solo per citare alcuni esempi, le trattative fiscali con l’Italia, che potrebbero avere conseguenze molto pesanti per la piazza finanziaria ticinese, anche sotto il profilo occupazionale, visto che l’attuale politica federale improntata al cedimento ad oltranza mette a rischio migliaia di posti di lavoro solo in Ticino. Ed i licenziamenti sono già cominciati. E’ quindi decisamente meglio nessun accordo che un cattivo accordo: e al momento si prospetta un cattivo accordo. Oppure tutta la tematica dei trasporti: il proseguimento a sud di Alptransit rimane avvolto nelle nebbie, ma sul tavolo c’è anche il dossier del completamento del traforo autostradale del San Gottardo, onde evitare al Ticino tre anni di isolamento a seguito dei lavori di risanamento, la creazione del “corridoio di 4 metri” alle gallerie ferroviarie anche sulle cosiddette “rampe d’accesso” italiane ad Alptransit, altrimenti il trasbordo strada-ferrovia non funziona. L’anno prossimo potrebbe rivelarsi cruciale per decisioni in questo ambito. Poi, naturalmente, ci sono tutti gli effetti negativi della libera circolazione delle persone in Ticino. Un tema su cui bisogna continuare a martellare a Berna, altrimenti nella capitale si va avanti con la farsa del “tout va bien, Madame la marquise”. Questo solo per citare alcuni esempi.
Come lavora la Deputazione ticinese alle Camere federali?
La Deputazione si incontra regolarmente, sia durante le sessioni parlamentari che al di fuori da esse, in questo caso le riunioni si tengono a Bellinzona. Durante queste riunioni la deputazione incontra il Consiglio di Stato per concordare le linee d’azione sui temi che maggiormente interessano il Ticino, ma anche esponenti di categorie, associazioni, eccetera. Ad esempio già dopo l’Epifania è in calendario una giornata con vari appuntamenti. A Berna, durante le sessioni, si organizzano incontri con alti funzionari federali o dirigenti di ex regie federali… di solito alle 7 del mattino a Palazzo federale, altrimenti diventa difficile trovare degli orari che vadano bene a tutti.
Com’è il clima di lavoro all’interno della Deputazione?
Mi pare che, al di là delle ovvie differenze dettate dalla diversa appartenenza partitica, il clima sia buono e, quando ci sono di mezzo gli interessi del Cantone, la Deputazione sa muoversi compatta. Certamente la Deputazione non alimenta il luogo comune del “Ticino Cantone litigioso”. Un luogo comune peraltro alimentato a Sud delle Alpi per tentare di colpevolizzare chi non è disposto ad adagiarsi passivamente sui dikat della partitocrazia.
Lei diventa presidente nell’anno in cui si tengono le elezioni comunali a Lugano…
Questa coincidenza è semplicemente frutto del caso.
Filippo Lombardi è stato nominato presidente del Consiglio degli Stati per l’anno 2013, una chance per il Cantone?
Certamente sì, c’è la possibilità di attirare l’attenzione della Berna federale sui problemi che più ci stanno a cuore, cosa che Filippo Lombardi certamente non mancherà di fare.
Come è stata vista a Berna la polemica che Belticino ha tentato di montare proprio sull’elezione di Lombardi?
Queste iniziative da parte di un gruppuscolo autoreferenziale di moralisti a senso unico ed in funzione partitica, a Berna non se le fila nessuno, malgrado i tentativi di giornalisti amici del citato gruppuscolo, che molto probabilmente sono stati contattati ed istruiti prima. Solo una collega PLR zurighese ci ha interpellati al proposito, ma dopo le spiegazioni ha capito benissimo che si tratta di squallida guerriglia partitica contro la Lega.
MDD

 

Si cominci finalmente a difendere la piazza finanziaria!

Rubik affossato dalla Germania

Dove non è arrivato il referendum ASNI sostenuto dalla Lega, il cui esito è peraltro ancora sub judice, arriva la Germania e più precisamente la $inistra tedesca, che ha nominato alla sua guida quel simpaticone dell’ex ministro delle finanze Peer Steinbrück, ossia la dimostrazione vivente che le teorie di Lombroso non erano poi così fuori strada.
Fatto sta che l’accordo Rubik con la Germania è saltato definitivamente. La ministra del 5% Widmer Schlumpf ha annunciato che non verrà rinegoziato. Quello con la Germania era, tra i tre accordi referendati, il più contestato di tutti: sia per i tassi di aliquota, sia perché spalancava le porte alle fishing expeditions (la differenza tra queste ultime e le domande raggruppate inserite nell’accordo in seguito all’ennesimo cedimento del Coniglio federale è solo una questione di sofismi giuridici) sia per il comportamento della Germania. La quale Germania, malgrado avesse ottenuto – come c’era da aspettarsi – di tutto e di più, continuava e continua allegramente a violare la legge e la sovranità elvetica acquistando CD con dati bancari rubati. Un simile atteggiamento avrebbe dovuto portare alla rescissione di qualsiasi trattativa con Berlino dal momento che, si può girarla e pirlarla come si vuole, ma l’obiettivo di questi accordi è quello di dare soldi alla controparte, a danno della piazza finanziaria svizzera, dei suoi posti di lavoro e delle sue entrate fiscali. E allora perché dovremmo fare regali a ci tratta a pesci in faccia? Se la Germania non è contenta degli accordi Rubik, perché vuole ancora di più, lei ci perde e noi ci guadagnamo. Non si conclude nessun accordo e si va avanti come ora.
L’affossamento di Rubik da parte tedesca, come pure alcune recenti dichiarazioni del presidente della Commissione UE Barroso, dimostra chiaramente le intenzioni della controparte europea: si vuole lo scambio automatico di informazioni. Davanti a questa richiesta bisogna apporre un inequivocabile njet.
La fine di Rubik con il partner di maggior peso non può essere considerato un fatto isolato. Deve segnare lo stop delle trattative anche con l’Italia. In via subordinata il minimo, ma proprio il minimo, è chiarire che in ogni caso con l’Italia non entrano in linea di conto aliquote superiori al 10%. Le attuali voci diffuse ad arte nella Penisola di tassi del 30% o più nuocciono pesantemente alla piazza finanziaria ticinese e devono essere categoricamente smentite; non già dalla Lega dei Ticinesi, ma dalle associazioni di categoria in primis.
Se poi si pensa che il governo italiano è in scadenza, è chiaro che nessuno continuerebbe in queste condizioni delle trattative masochistiche, che avranno pesantissime conseguenze sulla piazza finanziaria ticinese, tanto più che il governo italiano è ormai “scaduto”.
Il modello Rubik non soddisfa l’avidità di paesi a noi vicini che ci hanno dichiarato guerra economica, ma ha conseguenze deleterie sull’occupazione in Svizzera. I licenziamenti sulla piazza finanziaria svizzera, ticinese compresa, non sono una vacua minaccia per il futuro. Sono una realtà già in essere. Per cui, che si cominci finalmente a difendere il segreto bancario e la piazza finanziaria!
Lorenzo Quadri

Turisti cinesi, le perquisizioni che non possiamo tollerare

Ci risiamo. Dopo qualche mese di calma, è ri-scoppiato il bubbone dei torpedoni di turisti cinesi rivoltati come calzini dalla Guardia di finanzia italiana al confine di Ponte Chiasso. Obbiettivo delle perquisizioni della scorsa estate era riscuotere sull’unghia ed in contanti l’IVA al 21% sui beni acquistati, con l’indicazione al turista di poi farsi rimborsare in aeroporto: ciò che però si rivela impossibile.
Nell’ultimo caso segnalato, che risale alla fine di novembre, è successo ancora di peggio: alla dogana di Ponte Chiasso, turisti cinesi facoltosi si sono visti sequestrare dalla Guardia di finanza italiana orologi di valore acquistati in via Nassa.
Si può facilmente immaginare che “bel” ricordo si riportano a casa questi visitatori – di fatto trattati da contrabbandieri dalla Guardia di Finanzia italiana – dello shopping a Lugano.
La base legale per effettuare simili operazioni non è del tutto inesistente, solo che non è mai stata applicata prima. Adesso viene riesumata a spese dei turisti cinesi in arrivo dal Ticino. Chiara la volontà di sabotaggio economico ai danni del nostro Cantone. Ciononostante da parte elvetica non si vedono contromisure ed anzi, si continua a trattare con l’Italia come se tutto andasse per il meglio.
Gli ultimi facoltosi turisti cinesi fermati e perquisiti dalla Guardia di Finanza italiana, con tanto di sequestro degli acquisti effettuati a Lugano, erano clienti di una delle più grandi agenzie di viaggi della Cina. Un’agenzia che, nei suoi tour, promuove lo shopping in Ticino, ed in particolare a Lugano e al Foxtown. A quanto risulta, l’agenzia stessa avrebbe rifuso i danni ad i suoi clienti. E’ palese che il risarcimento è un’iniziativa del tutto eccezionale. A breve scatteranno provvedimenti di ben altro tipo. Ovvero la cancellazione del nostro Cantone dagli itinerari dei tour operatori cinesi.
Già a seguito delle perquisizioni di quest’estate, alcune agenzie di viaggio hanno cambiato itinerario: invece di raggiungere Venezia da Lucerna passando per Lugano e Milano, hanno fatto Lucerna-Innsbruck-Venezia. Sì, perché le perquisizioni italiche avvengano solo ai confini ticinesi. Il rischio che il Ticino, e quindi in particolare Lugano, venga escluso definitivamente dagli itinerari dei Tour operator cinesi è quindi molto concreto. Per questo brillante risultato possiamo ringraziare la Guardia di finanza italiana.
Il mercato turistico cinese è importante per Lugano, per il Ticino e per la Svizzera. Tutti vi investono. In particolare la città di Lugano negli ultimi anni si è impegnata per costruire una serie di relazioni con la Cina. La scorsa estate, a seguito della prima ondata di perquisizioni, si erano mobilitati anche Ticino Turismo, Svizzera Turismo e la SECO. L’allarme sembrava rientrato. Ma evidentemente il fuoco continuava a covare sotto le ceneri: a dimostrazione dell’inaffidabilità della controparte italiana, cui però dovremmo essere abituati.
Davanti all’ennesima iniziativa dei nostri vicini a Sud a danno del nostro turismo e dei nostri commerci, non si può fare finta di nulla. Ticino Turismo, Svizzera Turismo e la SECO devono tornare ad attivarsi. La stessa cosa la devono fare gli ambienti economici. Ed è a mio giudizio importante che anche la città di Lugano, che molto ha fatto per sviluppare i rapporti con la Cina, prenda energicamente posizione. E, se l’unico linguaggio che si capisce a sud di Chiasso è quello delle ritorsioni, è tempo di cominciare ad usarlo.
Lorenzo Quadri
Municipale di Lugano

Incertezze e danni alla piazza finanziaria ticinese

Interpellanza al Consiglio federale

Incertezze e danni alla piazza finanziaria ticinese

1) Il premier italiano Mario Monti ha indicato sabato 8 dicembre la propria volontà di dimettersi dopo l’approvazione delle leggi di stabilità e di bilancio. Ciò significa che il partner delle trattative per eventuali accordi fiscali con l’Italia viene a mancare. Non si sa cosa riservi il futuro politico della Vicina Penisola, né, quindi, quali prospettive abbiano le trattative finora condotte che – secondo le ultime dichiarazioni – avrebbero potuto portare alla conclusione di accordi fiscali ancora prima di Natale.
2) Contemporaneamente è circolata anche in Italia, battuta dall’agenzia Adnkronos, la notizia che il Consiglio federale starebbe preparando l’ulteriore indebolimento del segreto bancario per i clienti stranieri della piazza finanziaria svizzera.
3) sui media italiani continuano a circolare voci di accordi fiscali con la Svizzera con aliquote anche superiori al 30%, eventualità che avrebbe conseguenze disastrose per la piazza finanziaria ticinese (ma non sarebbe vantaggiosa nemmeno per l’Italia, in quanto i capitali non dichiarati di cittadini italiani attualmente sulla piazza elvetica semplicemente si involerebbero per lidi “esotici”, e il fisco della vicina Penisola rimarrebbe a bocca asciutta).

Chiedo al lod CF:
1) Come giudica il CF l’annuncio delle dimissioni del premier italiano Monti in relazione alle trattative fiscali tra Svizzera ed Italia? Non ritiene il CF che esso costituisca un valido motivo per congelarle?
2) Corrisponde al vero che il CF intende ulteriormente indebolire il segreto bancario per i clienti stranieri della piazza finanziaria svizzera? Per quali motivi ed in base a quali valutazioni? La conseguenza (prevedibile) sarà un successivo analogo smantellamento del segreto bancario anche per i cittadini svizzeri?
3) E’ consapevole il CF che notizie come quella di cui alla domanda precedente, così come pure le voci di accordi fiscali con l’Italia con aliquote inaccettabili – con l’Italia non è pensabile un’aliquota superiore al 10% -, stanno danneggiando la piazza finanziaria ticinese creando un’incertezza deleteria, e rischiano di generare un fuggi-fuggi di clienti italiani con pesanti conseguenze occupazionali? Come intende il CF rimediare a tale situazione?

Con la massima stima
Lorenzo Quadri
Consigliere nazionale
Lega dei Ticinesi

Come volevasi dimostrare, l’accordo di Dublino è un bidone

Ancora una volta, l’ennesima, la Lega aveva ragione. Nel caso concreto, stiamo parlando degli Accordi di Schengen/Dublino che si stanno rivelando un fallimento su tutta la linea. Sia per la prima parte, quella che riguarda Schengen, che per la seconda, quella di Dublino.
Ricordiamo che la Lega era stata la sola, assieme all’Udc, ad opporsi fin dall’inizio a tali trattati.
Gli Accordi di Schengen hanno ridotto le nostre frontiere ad un colabrodo. I promotori, a partire dal Consiglio federale, sono venuti a raccontarci la storiella che smantellare i controlli in dogana avrebbe aumentato la nostra sicurezza. Si tratta, è chiaro e lo era fin dall’inizio, di una balla clamorosa. Ed infatti i paesi a noi vicini, alla prima occasione sospendono l’applicazione degli accordi di Schengen e reintroducono i controlli doganali. Domanda da un milione: quante volte la Svizzera ha sospeso l’applicazione degli Accordi di Schengen? Ancora una volta sindrome da primi della classe, naturalmente contro il nostro interesse e – cosa gravissima – contro l’interesse della sicurezza dei Ticinesi? Ricordiamoci infatti che appena Oltreconfine le rapine in casa, ad opera di delinquenti in arrivo dall’Europa dell’Est grazie alla libera circolazione delle persone, dilagano.

Espulsioni cancellate
Gli Accordi di Dublino riguardano i richiedenti l’asilo e prevedono che chi ha depositato una domanda d’asilo in uno Stato firmatario non può depositarne una seconda in un altro Stato. Il presunto rifugiato viene attribuito al paese dove è stata presentata la prima domanda. Naturalmente si tratta di un bidone. Ed in infatti l’Italia come noto fa di tutto e di più per non riprendersi gli asilanti di sua spettanza, specie quando a mandarli indietro è la Svizzera. Dagli uffici chiusi per ferie alle trafile burocratiche, tutto fa brodo per non fare i compiti a scapito degli svizzerotti fessi.
Ed il fallimento degli Accordi di Dublino appare ora in maniera plateale. Infatti nei primi dieci mesi dell’anno l’Ufficio federale della migrazione ha pianificato 16’400 espulsioni di finti asilanti. Ma, di queste 16’400 espulsioni pianificate, 5000 non sono state effettuate. A fallire sono state soprattutto di espulsioni verso paesi firmatari dell’accordo di Dublino. Quindi, per l’ennesima volta la Svizzera, grazie ad accordi internazionali bidone, rimane con la Pepa Tencia in mano. E intanto sul nostro territorio ci sono qualcosa come 5000 finti asilanti (finti asilanti accertati) di troppo! Ecco cosa ci si guadagna a credere alle promesse dell’UE e dei suoi tirapiedi nostrani.
Lorenzo Quadri

Oltre 80 milioni di spese in più!

Finti rifugiati: come volevasi dimostrare, solo nel 2012

Certo, i conti della Confederazione sono messi assai meglio di quelli del Cantone, tuttavia ci sono degli ambiti in cui nel 2012 si è ampiamente sforato anche a Berna. In cima alla lista si trova, ma guarda un po’, il settore dell’asilo, per il quale il Consiglio federale ha chiesto un aumento di budget di 81 milioni di franchetti, che non sono proprio noccioline, rispetto a quelle che erano le previsioni per l’anno in corso. Infatti, sono arrivate ben 11mila domande d’asilo in più! E sì che ai tempi dell’allestimento del preventivo, la cosiddetta “primavera araba” (che abbiamo visto in cosa è andata a finire) era già cosa nota, e le previsioni adattate di conseguenza. Eppure si è sforato comunque.
E’ quindi ovvio che il nostro paese è ancora troppo attrattivo per i finti rifugiati, e a questo proposito la riforma della legge sull’asilo è non solo benvenuta ma necessaria, per quanto non ancora sufficiente. Infatti per gli asilanti problematici, o per quelli destinati al rimpatrio, è sì prevista la creazione di centri speciali ma purtroppo non chiusi abbastanza.
Inoltre restano aperte numerose stranezze (chiamiamole così…), ad esempio il fatto che i sedicenti asilanti in arrivo dall’Albania non possono venire rimpatriati se i diretti interessati non dichiarano di voler rientrare al Paese d’origine; cosa che, come si immaginerà, non avviene mai!
Altro aspetto da sottolineare, spiace dirlo, ma riguarda il Consiglio degli Stati: la Camera dei Cantoni ha dimostrato di non preoccuparsi più di tanto dei problemi del Ticino, in barba alla solidarietà federale, dal momento che la commissione delle istituzioni politiche del Consiglio degli Stati ha affossato una mozione che chiedeva al Consiglio federale la conclusione di un accordo con l’Italia, in base al quale quest’ultima sarebbe stata obbligata a riprendersi, nel giro di 10 giorni, i casi di Dublino: ossia quegli asilanti che, avendo depositato domanda d’asilo in uno stato firmatario degli accordi di Dublino (nel caso concreto in Italia) non possono più depositarne un’altra in Svizzera!
In altre parole, questi richiedenti l’asilo, poi arrivati in Svizzera, sono di spettanza dell’Italia la quale però si guarda bene dal farlo, con danno del Ticino!! Come al solito poi, quando si tratta di prendere in consegna dei finti rifugiati in arrivo dalla Svizzera, la vicina ed ex amica Penisola mette in campo tutto il notorio armamentario burocratico per rendere l’operazione una vera corsa ad ostacoli. Questo non sorprende. Si tratta infatti della stessa tecnica che viene utilizzata per impedire alle ditte ticinesi di lavorare in Italia.
Come si vede, dunque, la riforma della legge sull’asilo tende a diluirsi sempre più, e questo non è certamente positivo per noi. Tanto più che per l’inverno si attendono nuove ondate di rifugiati economici. E’ però importante sottolineare che la Lega in Consiglio nazionale la sua parte nel necessario inasprimento della legge sull’asilo l’ha fatta eccome, e continuerà a farla. A non aver “fatto i compiti” sono i cosiddetti partiti borghesi che si ricordano dei problemi provocati dai finti asilanti prima delle elezioni; ma quando si tratta di modificare le leggi, ecco che prevale il politikamente korretto…
Lorenzo Quadri

 

Lugano: attenzione a non azzoppare la locomotiva

La riuscita del referendum dei Comuni contro la professionalizzazione delle Tutorie, professionalizzazione che avrebbe conseguenze positive sulla gestione di temi delicati come i divorzi in presenza di minori, è difficile da epurare dal sospetto di autodifesa di casta degli avvocati radicali presidenti delle Commissioni tutorie. Il fatto che questa sia stata la prima battaglia della neonata Associazione dei comuni presieduta dal radicale Calastri non fuga i sospetti.
Lo stesso Calastri in un intervento sul CdT, rileva che i Comuni non sono disposti ad accettare supinamente aggravi di costo calati dall’alto. Nel caso concreto, la portata reale dell’argomento costi è ancora da valutare. Al di là di questo, è senz’altro vero che i Comuni non devono essere disposti ad accettare lo scaricabarile del Cantone, che è poi speculare allo scaricabarile della Confederazione sui Cantoni.
In particolare sappiamo bene che c’è un Comune che paga più di tutti e si tratta della Città di Lugano perennemente considerata non già come polo trainante, attrattore e fornitore di servizi a beneficio anche delle realtà circostanti (che però non li pagano e pertanto risparmiano) quindi come un’opportunità da coltivare, ma come realtà da frenare per non creare disparità (Gigio Pedrazzini dixit); o nella migliore delle ipotesi, come mucca da mungere.
La constatazione in base alla quale frenando chi tira il carro cantonale si danneggia tutto il Cantone non sembra passare in certi ambienti. Per questo Lugano giustamente rifiuta i 20 milioni di aggravio che il Consiglio di Stato vorrebbe appioppare ai Comuni nell’ambito del preventivo 2013 e rifiuta con altrettanta decisione l’indicazione al proposito dell’Associazione dei Comuni che vuole che la pillola sia modulata in base alla forza finanziaria. Questo significherebbe infatti penalizzare ancora di più la città di Lugano. La proposta dell’Associazione dei Comuni è quindi una proposta contro Lugano.
La città sul Ceresio, piaccia o non piaccia, versa 27 milioni di contributi di perequazione propriamente detta, senza che ci sia un controllo efficace sull’utilizzo di questi fondi. A ciò si aggiunge la perequazione sociosanitaria che, tra il dare e l’avere, si traduce in un’altra dozzina di milioni in più pagati da Lugano. Quindi la perequazione reale a carico di Lugano è di una quarantina di milioni.
Il criterio della forza finanziaria fa sì che, anche in ambito sociosanitario, Lugano paghi sproporzionatamente troppo rispetto a quello che ottiene. Ad esempio, se Lugano si facesse “in proprio” le cure a domicilio, risparmierebbe un paio di milioncini all’anno. Solo nel settore sociosanitario ci sono circa cinque milioni che ciurlano nel manico. Questa situazione deve venire affrontata, in barba al politicamente corretto (quindi, altro che nuovi aggravi!).
La città di Lugano sta facendo importanti sforzi in un contesto finanziario negativo per conservare il suo ruolo propositivo: ruolo ancora più necessario in periodo di crisi, in funzione anticiclica. Questi sforzi imporranno delle scelte. Perché ci saranno progetti, magari anche belli, che dovranno essere procrastinati, se non abbandonati, per non andare ad incidere su quelli che servono a far girare l’economia. Ma se per eccesso di avidità cantonale si azzopperanno anche i progetti con valenza economica, le conseguenze negative le sconterà tutto il Ticino.
Lorenzo Quadri

 

Ogni studio “è bello a mamma sua”

Primavera 2013: rapporto del Consiglio federale su frontalieri e disoccupazione?

Nessuno commissiona un’indagine per farsi dare torto: prepariamoci dunque al festival delle taroccature

Quando un’evidenza si fa, per l’appunto, troppo evidente, nemmeno nella Berna federale si riesce più a negarla, pur con tutta la “buona” volontà in questo senso. Non si riesce a negarla, ma ovviamente non per questo la si ammette, sarebbe chiedere davvero troppo. Specie quando si tratta di dare ragione a chi contesta la deleteria via del filoeuropeismo che sta portando il paese alla rovina. Quindi ci si arrampica sui vetri. E’ il caso della libera circolazione delle persone, che sta avendo le prevedibili conseguenze deleterie sul mercato del lavoro ticinese. Le cifre sono lì da vedere: 56mila frontalieri e le notifiche di tre mesi che per fine anno rischiano di aver raggiunto quota 18-20mila. E’ evidente, e l’abbiamo ripetuto più volte, che un simile ricorso a manodopera da oltreconfine può avvenire solo a scapito dei lavoratori residenti. Così si scopre che è in corso uno studio per verificare gli effetti del frontalierato sulla disoccupazione. Lo dichiara il Consiglio federale rispondendo ad una domanda del sottoscritto. I risultati dello studio sono attesi per la primavera 2013. Come se ci fosse bisogno di grandi studi per accorgersi che, se in Ticino in un anno i frontalieri aumentano di 6000 unità, ma i nuovi posti di lavoro sono 3000, è evidente che questi frontalieri lavorano a scapito dei residenti. Perché allora fare uno studio, producendo carta e costi superflui? Facile, perché ogni studio “è bello a mamma sua”. Lo studio, pilotato, serve a farsi dare le risposte che si vogliono sentire. Un esempio lampante, anche se in un altro campo, lo si è visto sulla chiusura per tre anni del tunnel autostradale del Gottardo. Al fantasioso rapporto ufficiale che proponeva come fattibile la fallimentare soluzione del transito con navetta, è stato necessario opporne un altro realistico. Dopodiché il Consiglio federale si è accorto che la chiusura triennale non stava in piedi.
Per questo, la notizia dello studio in corso sul rapporto tra frontalieri e disoccupazione non deve dare adito ad ottimismo particolare. Non si tratta, infatti, di ravvedimenti bernesi. Al contrario. Lo studio servirà al governo per farsi dire che sì, c’è qualche piccolo problemino (sostenere il contrario sarebbe chiaramente ridicolo e quindi controproducente) ma per il resto va tutto bene. A supporto verranno invocate le statistiche taroccate ed i dati interpretati a piacimento. Perché questi studi sono un po’ come gli oroscopi: gli si fa dire tutto e il contrario di tutto. Naturalmente non si dice quali misure che verrebbero prese per correggere eventuali (sic!) distorsioni. Il motivo è semplice. Non lo si dice perché in realtà tutte le misure efficaci sarebbero incompatibili con l’accordo bilaterale sulla libera circolazione delle persone. Significherebbe sconfessare la linea fina seguita.
Quindi non aspettiamoci sorprese: lo studio promesso per la primavera servirà semplicemente al Consiglio federale per farsi dire quello che vuole sentire, ossia che la libera circolazione delle persone è un successo, come improvvidamente va in giro a raccontare Economiesuisse a 20 anni dal voto contro l’UE (peraltro facendo ridere i polli). Un messaggio diverso sconfesserebbe la politica del governo e nessuno – men che meno il Consiglio federale – paga un’indagine per farsi dare torto. A maggior ragione su un tema del genere.
Lorenzo Quadri

 

Gli sgravi fiscali non sono un’eresia!

Parlare di sgravi fiscali quando i conti pubblici sono in rosso sembra un’eresia. Perché qualcuno è riuscito a farlo credere. Ma così non è.
Nel nostro Cantone, le aliquote fiscali sono estremamente sociali; i redditi modesti godono, a ragione, di aliquote basse. Le deduzioni per figli sono generose. Più il reddito sale più però la curva del prelievo fiscale si impenna. Nel caso di persone sole, ossia di aliquote B, che sono comunque la metà dei contribuenti, la situazione si fa particolarmente critica. Perché, oltre che con una crescita “a cremagliera” delle aliquote, questi contribuenti devono spesso fare i conti con l’impossibilità di dedurre alcunché. Inoltre, se cadono nel bisogno, non possono contare su una rete familiare di sostegno.

Il vero pericolo
Se in Ticino quasi un quarto dei potenziali contribuenti è esente da imposta, per contro il 2% versa il 27% del gettito di pertinenza delle persone fisiche. Una situazione che deve fare riflettere. In effetti, se in un confronto fiscale intercantonale il Ticino diventa sempre meno competitivo, questi contribuenti – molto interessanti e pertanto ambiti – potrebbero emigrare in altri lidi più accoglienti. Per “disgrazia” spesso questi contribuenti sono anche molto mobili, disponendo di varie residenze. La stessa SUPSI, che non risulta essere un covo di leghisti, ha messo questo scenario nero su bianco e senza tanti giri di parole: se non si tiene in considerazione, e quindi non si previene, l’esito di buoni contribuenti, bisogna attendersi “conseguenze devastanti sulle entrate” cantonali.
E’ questo il pericolo cui andiamo incontro. Un pericolo reale. Per contro, lo spauracchio dello svuotamento delle casse pubbliche a seguito degli sgravi è un semplice fantasma.
Gli ultimi sgravi effettuati nel nostro Cantone risalgono ad ormai 10 anni fa (il famoso quarto pacchetto). Prima di ogni pacchetto, gli oppositori puntualmente levavano alti lai: bisognerà chiudere scuole, ospedali, case anziane. Gli sgravi sono stati fatti e non solo non sono state chiuse né scuole né ospedali né case anziani, ma ne sono anzi state aperte di nuove.
L’evoluzione delle entrate fiscali del Cantone parla da sé: il gettito delle persone fisiche è passato dai 655 milioni del 1996 ai 904 inseriti nel preventivo 2013. Quello delle persone giuridiche è cresciuto da 188 milioni a 340. Questo mentre venivano messi in vigore i citati quattro pacchetti di sgravi fiscali. Come si vede, non solo le casse pubbliche non si sono svuotate, ma al contrario le entrate sono cresciute in maniera considerevole. Perché un fisco attrattivo è il presupposto per attirare nuovi, buoni contribuenti. E quindi per far aumentare il gettito.

Stranieri ricchi sotto attacco
La fiscalità dovrebbe essere resa attrattiva per tutti – al proposito si ricorda che il Ticino è fermo al palo da un decennio – e il discorso vale anche per i più benestanti.
La tassazione forfettaria, contro la quale sono state raccolte le firme a livello nazionale, deve pertanto venire mantenuta. Già alcuni Cantoni l’hanno abolita: se ne sono pentiti. Il nostro Consiglio di Stato, al proposito, ha detto bene: questo tipo di tassazione, che comporta un gettito di circa 22 milioni di Fr di imposte cantonali, non deve venire abbandonato.
Del resto i ricchi stranieri tassati sul dispendio spendono, parecchio, sul territorio. Con gli indotti così generati essi permettono di creare, in Svizzera – e sono dati statistici della Confederazione – 22’500 posti di lavoro. Quindi un “patrimonio” da conservare e non certo da falcidiare come vorrebbero fare iniziative intrise di moralismo calvinista. A meno che s’intenda sposare l’indirizzo da tempo assunto dalla sinistra. Sinistra che vuole mettere in fuga gli stranieri ricchi – quelli che pagano le imposte, finanziano il nostro stato Sociale, e fanno girare l’economia – per spalancare invece le porte a quelli che dobbiamo mantenere con i nostri soldi. E che magari ci ringraziano delinquendo.

Sostegno popolare
Non bisogna neppure cascare nel tranello di chi va raccontando che gli sgravi fiscali non godrebbero che di un sostegno popolare irrisorio, e quindi sarebbe “impolitico” continuare a proporli. A parte che a formulare simili osservazioni sono poi gli stessi che amano rivolgere vacue accuse di “populismo” a destra e manca (anzi, solo a destra), quindi che ci si decida, anche questa obiezione viene smentita dai fatti. L’ultima votazione su un’iniziativa fiscale nel nostro Cantone – iniziativa promossa anch’essa dalla Lega dei Ticinesi, unica forza politica che da oltre 20 anni si impegna coerentemente per alleggerire la pressione fiscale che grava sui ticinesi – risale al giugno 2008. Il risultato fu: 43.5% favorevoli, 56.5% contrari. Alla votazione si giunse dopo una campagna condotta dagli avversari, Consiglio di Stato in primis, a suon di menzogne un tanto al chilo e di scenari catastrofisti degni di un romanzetto. Si doveva decidere, allora, su sgravi da 120 milioni di Fr. Al cittadino venne fatto il lavaggio del cervello per fargli credere che, se la proposta leghista fosse stata attuata, sarebbe stata l’apocalisse. Pochi anni dopo, e meglio nel 2012, col nuovo sistema di finanziamento delle cure ospedaliere, Berna ha scaricato sul groppone della Repubblica e Cantone del Ticino un onere secco non poi molto inferiore: 85 milioni all’anno. Onere accettato senza colpo ferire. Ma guarda un po’…
C’è poi un motivo non trascurabile per cui le proposte di sgravio fiscale vanno presentate e sostenute anche quando all’apparenza il momento sarebbe poco propizio (ma per la maggioranza politica cantonticinese, il momento “adatto” non arriverà mai). Il motivo è il seguente: non appena si abbassa la guardia, il governo il carico fiscale tenta sempre di accrescerlo, in base al ben noto principio del “tassa e spendi”. Molto più facile, per un Consiglio di Stato, mungere cittadini ed imprese che mettere a dieta la potente burocrazia – la quale prepara i preventivi per l’esecutivo, e ovviamente non si sogna di andare a tagliare su sé medesima – con misure strutturali.
Intanto dal 1992 al 2013 la spesa del Cantone è passata da 1,9 miliardi di Fr all’anno a 3.5. Quasi raddoppiata. Se questo non è un allarme.
Lorenzo Quadri

 

Smantellare l’esercito per smantellare la Svizzera

Dopo l’iniziativa per l’elezione del Consiglio federale da parte del popolo (bocciata di netto, come prevedibile: verrà dunque sottoposta ai cittadini senza controprogetto e con la raccomandazione di votare no) lunedì in Consiglio nazionale approderà la seconda iniziativa popolare al vaglio nella sessione invernale in corso: quella per l’abolizione dell’obbligo di prestare servizio militare, lanciata dal gruppo Svizzera senza esercito. Svizzera senza esercito perché? La risposta è semplice. Per portarci nella fallita Unione europea, perché questo è quanto vogliono i fautori dell’iniziativa. E’ quindi una singolare coincidenza che il dibattito alla Camera del popolo avvenga a pochi giorni di distanza dal 20° anniversario del No elvetico allo SEE (6 dicembre 2012). No in cui, ci piace ribadirlo in questo Cantone dalla memoria a corta gittata, la Lega ha svolto un ruolo determinante, avendo determinato il voto ticinese, ed il voto ticinese ha a sua volta stabilito l’esito a livello nazionale.
L’esercito di milizia svizzero è da anni “sotto attacco” (per utilizzare un termine adatto all’ambiente). Sia nel complesso, sia nelle sue parti. Ricordiamo al proposito la votazione del febbraio 2011 contro l’arma d’ordinanza a domicilio, votazione i cui promotori hanno giocato tutto sull’emozionalità, e per fortuna che i populisti sarebbero a destra.
L’esito della votazione era dato per scontato dagli organi d’informazione (non per nulla c’è una maggioranza di giornalisti di $inistra). Invece le cose sono andate diversamente. E’ chiaro che in quel 13 di febbraio non si decideva solo sul luogo di custodia dell’arma di ordinanza, ma su un modo di intendere il rapporto tra cittadino e Stato e su una specificità svizzera. L’esercito di milizia elvetico, il cittadino-soldato con arma d’ordinanza a domicilio ben rappresentano un rapporto tra cittadino e Stato improntato alla responsabilità e alla fiducia. Che non è di sicuro il rapporto che vige nell’UE.
L’esercito svizzero è tante cose: è un elemento di coesione nazionale, è un importante datore di lavoro, è una fonte di ricadute economiche sul territorio (pensiamo agli esercizi pubblici in zone discoste che hanno chiuso i battenti dopo la dismissione di caserme) ma rappresenta soprattutto un modo di essere cittadini. Il cittadino-soldato appunto. “La Svizzera non ha un esercito, la Svizzera è un esercito”.
Questo modo di essere cittadini improntato a responsabilità e partecipazione non è certo quello dominante nell’UE antidemocratica. UE comandata, da Bruxelles, da una manica di burocrati che nessuno ha eletto e che nessuno, potendo scegliere, eleggerebbe. Per questo chi vuole distruggere la Svizzera portandola nell’Unione europea vuole abolire l’esercito, nascondendosi poi dietro pretesti pseudo-ideologici. Quando invece l’armata svizzera non solo non deve venire smantellata, ma va, anzi, potenziata.
Infatti con l’UE e non solo siamo in guerra economica e dunque, se vogliamo ottenere un minimo di rispetto, dobbiamo disporre di un esercito credibile. Invece la $inistra europeista prima ha spalancato le nostre frontiere e adesso vuole annullare l’esercito consegnandoci direttamente ai balivi UE. “Un paese che non difende i propri confini è un paese morto”: così disse un saggio visitatore straniero arrivando in Svizzera e notando le frontiere spalancate.Tanto per essere sicuri che il paese sia davvero morto e non solo in coma, adesso la $inistra ci vuole propinare la seconda puntata: abolizione dell’esercito di milizia, in modo da consegnarci inermi a chi – Stati bancarottieri a noi vicini – vuole papparsi il succulento boccone elvetico.
Se già adesso siamo diventati il punching ball del mondo intero, grazie ad un Consiglio federale fermo solo nel cedimento, se già adesso chiunque si crede in diritto di attacarci impunemente, figuriamoci senza esercito. Come lasciare in mezzo alla strada una cassaforte spalancata. Per questo la Svizzera ha bisogno di un esercito credibile.
Lorenzo Quadri
Consigliere nazionale Lega

Nuova modalità fiscale per i frontalieri

La fiscalità dei frontalieri italiani è un tema di grande importanza in particolare per il Ticino.
Da un lato infatti, visto l’aumento sconsiderato del numero dei frontalieri attivi sul territorio cantonale, il “quantum” del prelievo fiscale, come pure del ristorno all’Italia si fa sempre più importante. Si ricorda che la quota di ristorno è stata fissata ad un insostenibile tasso del 38,8% negli anni Settanta in base a presupposti che oggi non sono più dati.
D’altro canto la presenza di 55mila frontalieri attivi su territorio ticinese genera fenomeni di dumping salariale e di sostituzione dei lavoratori residenti con frontalieri pagati meno: contro questo deplorevole fenomeno ed i danni economici e sociali che esso comporta, occorre intervenire con ogni mezzo a disposizione.
Si pone inoltre un problema di equità di trattamento non solo tra residenti e frontalieri, ma anche tra frontalieri: infatti l’assoggettamento in Svizzera tramite imposta alla fonte vale solo per quei frontalieri che risiedono nella cosiddetta zona di confine (20 Km dal confine) mentre quelli che provengono da più lontano sono imposti dal fisco italiano.

Con il seguente postulato si chiede al Consiglio federale di valutare la sottoscrizione con l’Italia di un sistema d’imposizione dei frontalieri che preveda l’assoggettamento fiscale di questi ultimi alle aliquote italiane (notoriamente ben più elevate di quelle elvetiche). La Svizzera, incaricata del prelievo fiscale, tratterrebbe l’intera quota dell’attuale imposta alla fonte (quindi senza ristorno del 38,8%). La differenza verrebbe ristornata all’Italia.
In questo modo entrambi gli Stati coinvolti vedrebbero aumentare il gettito fiscale pagato dai frontalieri. Questi ultimi sarebbero, di conseguenza, sottoposti ad una pressione fiscale maggiore. Non potrebbero più, per tale motivo, accettare stipendi improponibili per i residenti, come invece accade ora.
La nociva e deplorevole pratica della sostituzione di lavoratori residenti con frontalieri pagati meno, anche molto meno, ne risulterebbe pertanto ostacolata, a tutto vantaggio dell’occupazione e della pace sociale.

Lorenzo Quadri
Lega dei Ticinesi

Mungere la strada nei secoli dei secoli

Finanziamento delle infrastrutture ferroviarie

Il controprogetto del Consiglio federale all’iniziativa popolare “Per il trasporto pubblico” prevede sovvenzioni trasversali dalla strada alla ferrovia per 1.8 miliardi all’anno. E plafonamenti delle deduzioni fiscali per le spese di trasporto

Un tema di cui sicuramente si sentirà parlare parecchio in un futuro prossimo è l’iniziativa popolare “Per il trasporto pubblico”, riuscita nel settembre 2010, e il relativo controprogetto del Consiglio federale, ossia il Fondo per le infrastrutture ferroviarie.
Il controprogetto, come c’era da aspettarsi, riprende in massima parte l’iniziativa, ed in particolare ne riprende lo spirito, ossia: mungere ad oltranza la strada, cioè gli automobilisti, per finanziare la ferrovia dalla quale, figuriamoci, non si chiede evidentemente di rivedere i propri costi, non sia mai.
Sono anni che ci si lamenta del trasferimento di risorse dalla strada alla ferrovia ossia: l’automobilista viene gravato di dazi, sovraddazi, balzelli assortiti che dovrebbero servire per finanziare la rete stradale secondo il ben noto principio di causalità: quello che tanto piace ai ro$$o-verdi quando si tratta di introdurre fetidi balzelli sul pattume (ma evidentemente piace solo nella misura in cui permette di introdurre nuove tasse). Invece, in barba alla causalità, i soldi “stradali” vengono travasati alla ferrovia. Sicché non ci sono più per la strada e quando si tratta effettuarvi i necessari investimenti si viene a piangere miseria, oppure – come è il caso del secondo traforo autostradale del Gottardo – il Consiglio federale finge di voler fare esercizio democratico tramite decreti referendabili, ovviamente nella speranza che la maggior parte della Confederazione se ne freghi del Ticino e voti no.

Un fondo per uno non fa male a nessuno
Oltretutto, partendo dal presupposto che chi viaggia in automobile, magari perché non ha alternative plausibili, è brutto e cattivo, non ci si limita a gravarlo di tasse e balzelli. Lo si tratta pure come una presenza indesiderata da sbattere fuori dai centri urbani con conseguenze economiche deleterie (vedi il PVP a Lugano) quando non addirittura da criminale (vedi le belle novità che entreranno presto in vigore con il programma Via Sicura). Questo perché agire in tal modo è politikamente korretto. Peccato che poi, sia detto per inciso, ci si accorga che anche 250 treni al giorno da 700 metri l’uno che transitano sotto casa non sono proprio il massimo della vita, come dimostrano gli allarmi scattati attorno ai tracciati Alptransit.
Il controprogetto del Consiglio federale all’iniziativa “Per il trasporto pubblico” consiste nel creare un nuovo fondo per le infrastrutture ferroviarie. Naturalmente finanziato alla grande dalla strada. In questo modo il travaso di risorse dalla strada alla ferrovia viene cementato nei secoli dei secoli. Non si capisce poi perché solo la ferrovia dovrebbe continuare ad avere le spalle coperte da fondi di finanziamento ad hoc mentre la strada no: la direzione in cui bisognerebbe andare è invece quella del “un fondo per uno non fa male a nessuno” dove entrambi gli attori, sia strada che ferrovia, si finanziano il proprio “borsello”. Iniziative parlamentari in questo senso sono già state depositate e si trovano al momento “allo studio”. Su quale sarà il risultato dello studio non c’è da essere granché ottimisti…

Una cifra
Una sola cifra: se in base all’iniziativa “Per il trasporto pubblico” negli anni dal 2029 al 2040 le sovvenzioni trasversali dalla strada alla ferrovia ammonterebbero a 2 miliardi di franchetti all’anno. Il controprogetto del Consiglio federale, invece, ne prevede 1.8. Come si vede, se non è zuppa è pan bagnato. La Commissione dei trasporti del Consiglio degli Stati ha poi pensato bene di aggiungere, per finanziare il nuovo fondo ferroviario, un aumento dell’IVA dell’uno per mille, limitato al 2030 (ma sappiamo bene che questi aumenti temporanei diventano subito permanenti).
Ma il controprogetto contiene pure una brutta sorpresa – l’ennesima – per gli automobilisti: il plafonamento a 3000 Fr delle deduzioni fiscali per i costi di trasporto dall’imposta federale diretta. Questo significa ancora una volta andare a penalizzare le regioni discoste dove utilizzare l’automobile per andare al lavoro (e non per girare a vuoto “tanto per”) è una necessità. A partire, ma guarda un po’, dal solito Ticino!
Lorenzo Quadri

Ma chi l’avrebbe mai detto: frontalieri a quota 56mila

Situazione fuori controllo

L’economia è in difficoltà e con essa l’occupazione in Ticino. Ciononostante, il numero dei frontalieri nel nostro Cantone continua a crescere in maniera esponenziale. 6000 in più nel 2011 (a fronte di 3000 nuovi posti di lavoro creati), 1300 nei primi tre mesi dell’anno in corso. Quindi per fine 2012 dobbiamo aspettaci un aumento di altre 6000 unità rispetto all’anno precedente. Ciò costituisce la conseguenza, prevedibile, di condizioni dissennate sottoscritte nell’ambito degli accordi bilaterali con l’UE, vedi in particolare il divieto di porre dei limiti quantitativi al frontalierato. Limiti che invece sarebbero indispensabili. E lo si sapeva fin dall’inizio.
Nelle cifre sopra indicate, il fenomeno della sostituzione dei residenti con frontalieri, a lungo negato sia dall’autorità cantonale (che l’ha ammesso solo di recente) che dalla SECO (quella dell’ “immigrazione uguale ricchezza”) e dal Consiglio federale, appare dunque di un’evidenza solare.
A questo si aggiunge la contemporanea esplosione del numero delle notifiche di tre mesi da parte di padroncini e distaccati in arrivo da Oltrconfine. Come anticipato dal Mattino, nei primi sei mesi del 2012 queste notifiche sono state oltre 11mila, contro le 9770 dell’anno scorso. Questo significa che a fine anno ci potremo ritrovare con 20mila notifiche. Nel 2011 erano 15’300 e il livello era già ritenuto allarmante. Figuriamoci allora 20mila. Anche in questo caso, la sostituzione degli operatori ticinesi con altri in arrivo da Oltreconfine emerge palese dai numeri.
Bisogna pure considerare che la reciprocità non è data per nulla, poiché la ditta ticinese che vorrebbe lavorare appena fuori dal confine si trova confrontata con tanti e tali ostacoli burocratici che si trova di fatto obbligata a gettare la spugna.
E’ tempo quindi di discriminare, nel senso di scegliere: assumere residenti piuttosto che frontalieri deve comportare un “plus” riconosciuto per le aziende, in particolare nell’assegnazione di lavori pubblici. E’ inoltre urgente imparare dall’Italia come posare ostacoli burocratici alla concorrenza (spesso sleale) estera in funzione protezionistica.
Sempre sul tavolo, poi, la questione della fiscalità dei frontalieri, che può dare il suo contributo. Personalmente sostengo l’assoggettamento dei frontalieri all’aliquota italiana (molto superiore a quella dell’imposta alla fonte attuale) con una ripartizione del gettito che potrebbe essere questa: la Svizzera trattiene l’equivalente del totale dell’imposizione attuale (quindi senza ristorni) e l’Italia si porta a casa la differenza. Entrambi gli Stati ci guadagnerebbero. Per noi si tratterebbe di una sessantina di milioni all’anno in più.
La conseguenza sarebbe ovviamente un aumento del carico fiscale gravante sui frontalieri. E quindi l’impossibilità, per questi ultimi, di accettare stipendi clamorosamente fuori portata per chi vive in Ticino (come accade ora): il bieco giochetto della sostituzione di residenti con frontalieri pagati meno diventerebbe più difficile. Chi questo giochetto lo pratica, dovrebbe riflettere bene sulle conseguenze.
Si potrebbe dire che sono palliativi, cerotti, magari sulla gamba di legno. Ma è chiaro che, fino a quando i residenti non torneranno ad avere la precedenza sui frontalieri nelle assunzioni, bisognerà mettere in atto tutti gli escamotage possibili per frenare il deleterio fenomeno di sostituzione e di dumping salariale che appare in tutta la sua enormità.
Lorenzo Quadri

 

 

Prosegue l’epidemia

Furti a raffica e frontiere spalancate

Gli internazionalisti spalancatori di frontiere possono essere sempre più soddisfatti. Dopo le raffiche di furti nella Riviera, adesso il fenomeno torna a spostarsi nel Mendrisiotto. A Coldrerio in uno stesso giorno (giovedì) i ladri hanno devastato tre abitazioni, provocando anche dei danni importanti! Chissà perché, siamo pronti a scommettere che i ladri non sono patrizi di Genestrerio.
Più o meno in contemporanea due minorenni sono state fermate per un furto con scasso messo a segno in un appartamento di Muralto. Delle due minorenni si sa che sono straniere residenti all’estero. Non ci vuole dunque un grande sforzo di fantasia per immaginare che le due – viste le modalità d’azione e l’età – risiedano in effetti in un campo nomadi d’oltreconfine. Al proposito dei ladri rom, sappiamo che sono in atto i cambi della guardia: parecchi dei minorenni che venivano mandati a rubare in Svizzera nelle precedenti ondate di furto sono nel frattempo diventati maggiorenni, ragion per cui devono venire sostituiti. Da maggiorenni non godono infatti più della quasi totale impunità di cui beneficiano da minori per reati di questo tipo. Impunità che fa sì che l’andamento sia sempre lo stesso: furto, fermo, rimessa in libertà, nuovo furto. Occorre quindi formare le nuove leve. Sicché, dobbiamo attenderci nuove ondate di furti con scasso ad opera di minorenni residenti in campi nomadi d’Oltreconfine, per cui speriamo che le Guardie di confine, come pure le polizie di ogni ordine e grado, ne siano consapevoli e si stiano preparando!
Se siamo diventati il paese del Bengodi per malviventi stranieri i motivi sono noti: smantellamento delle frontiere quando invece sarebbe stato necessario potenziarle e libera circolazione delle persone allargata, che ha permesso alla delinquenza dell’Est di installarsi comodamente in Italia, base da cui poi partire per fruttuose scorribande nella vicina Svizzera.
Nei prossimi giorni (6 dicembre) ricorreranno i venti anni di un voto storico: il NO elvetico allo SEE. Naturalmente gli ambienti istituzionali passeranno all’acqua bassa. Quel NO ci ha insegnato una cosa molto importante: gli scenari catastrofici che, in perfetta malafede, ci erano stati dipinti in caso di rifiuto di adesione, non si sono affatto verificati, perché erano solo frottole. E’ infatti accaduto il contrario: se la Svizzera se la passa ancora relativamente bene, è solo grazie a quel NO. Tuttavia – e questo ci rode – la stessa identica cosa sarebbe successa se non avessimo sottoscritto gli accordi bilaterali. Ossia, le catastrofi paventate sarebbero rimaste nel regno delle fantasie distorte. E a quest’ora non saremmo invasi da manodopera straniera a basso costo senza alcun freno, e potremmo ancora controllare i nostri confini. Perché un paese che non difende i propri confini, come ebbe ad osservare un visitatore straniero giunto in Svizzera per la prima volta, “è un paese morto”.
Lorenzo Quadri

Padroncini e distaccati in arrivo dall’Italia

E’ scattato l’allarme rosso

A fine anno potremmo trovarci con 20mila notifiche, quando l’anno scorso erano 15’300, cifra già ritenuta spropositata

La scorsa settimana, il Mattino della domenica ha dato in anteprima la notizia dell’ulteriore esplosione del numero delle notifiche di breve durata (meno di tre mesi), quelle che vengono staccate da ditte, padroncini, distaccati della vicina ed ex amica Penisola che entrano in Ticino a prestare la loro opera.
Le cifre sono non solo impietose, ma in sommo grado allarmanti. In pochi anni, il numero delle notifiche è passato da 7-8 mila alle 15’300 registrate nel 2011. Già queste 15’300 notifiche hanno fatto parlare parecchio, e giustamente. La Lega ha chiesto e proposto delle misure di contenimento scontrandosi con i consueti njet. Ebbene i dati del 2012 risultano ancora più allarmanti. Infatti i primi sei mesi dell’anno in corso hanno fatto conteggiare (dall’Associazione interprofessionale di controllo) 11mila notifiche. Contro le 9700 dello stesso periodo dell’anno precedente. Quindi, a fine anno e tirando le somme, potremmo tranquillamente finire col ritrovarci con 18-20mila notifiche.
Ora, è vero che l’edilizia in Ticino tiene. Ma in ogni caso, nulla giustifica simili cifre e simili incrementi. Già non si spiegavano i dati dello scorso anno, figuriamoci quelli del 2012. E’ quindi evidente che è in atto una sostituzione o soppiantamento che dir si voglia. Quel fenomeno, cioè, che la Lega aveva previsto con anni d’anticipo e puntualmente denunciato in tempi non sospetti. Quel fenomeno che si verifica anche per i frontalieri, specialmente negli uffici (dove di frontalieri in teoria non ce ne dovrebbe essere nemmeno uno, visto che la forza lavoro residente basta e avanza).
Ma naturalmente erano tutte invenzioni razziste e populiste. Invece adesso anche la direttrice del DFE ha dovuto ammettere che frontalierato, soppiantamento e dumping salariale vanno a braccetto.
Anche nel settore dei padroncini, dunque, avviene la stessa cosa: parecchi di questi operatori italiani lavorano in Ticino al posto delle ditte e degli artigiani ticinesi.
Questo accade ovviamente a seguito della libera circolazione delle persone, ma anche e soprattutto a seguito del modo in cui essa viene applicata.
Se una ditta edile ticinese vuole lavorare anche solo a Campione d’Italia, deve sottoporsi a tanti e tali inghippi burocratici che l’impresa in questione si trova, di fatto, costretta a desistere. Si pretende addirittura l’affiliazione alla Cassa edile, procedura della durata di mesi e sul cui esito, a quanto pare, decide il presidente della Cassa: naturalmente nei tempi e nei modi che stabilisce lui.
Da noi, invece, davanti a padroncini e distaccati si srotola letteralmente il tappeto rosso. Per annunciarsi basta una notifica per e-mail! E’ chiaro dunque che anche noi dobbiamo, tanto per una volta, prendere esempio dall’Italia. Dove non si possono più, per scellerata scelta (fatta non certo dal Ticino) mettere dei vincoli legali, intervengano gli ostacoli burocratici piazzati ad arte. Poi vogliamo proprio vedere come faranno eventuali controparti italiane a protestare, e con quale tolla!
E’ altrettanto chiaro che i controlli attuali e le forze in campo non basteranno mai per avere un effetto veramente dissuasivo quando ci si ritrova con 20mila notifiche annue. Anche in questo caso le forze in campo vanno aumentate: i costi vengono abbondantemente coperti con le contravvenzioni spiccate.
E’ chiaro che un’azione è necessaria: la dobbiamo alle ditte e agli artigiani che pagano le imposte in Ticino e assumono in Ticino, e anche al futuro stesso del nostro artigianato. Come si può pensare che l’artigiano ticinese sopravviva se messo in concorrenza con il “padroncino” che non paga né tasse né oneri sociali, né deve confrontarsi nostri costi della vita? E come si può immaginare che lo stesso artigiano ticinese si possa, in queste condizioni, impegnare anche nella formazione di apprendisti?
Lorenzo Quadri

 

Riprende la guerriglia economica italiana contro il Ticino

Turisti cinesi di nuovo bloccati in dogana

Commercianti di via Nassa furibondi: «adesso basta, vogliamo contromisure» – il Consigliere nazionale leghista Lorenzo Quadri torna ad interpellare il Consiglio federale

Turisti cinesi: ci risiamo! Nei mesi scorsi, come si ricorderà, era emerso il caso dei turisti cinesi che, dopo aver acquistato in Ticino dei beni di lusso, venivano poi bloccati in dogana dalla Guardia di finanza italiana, rivoltati come calzini, ed obbligati a pagare sull’unghia ed in contanti il 20% del valore della merce acquistata per poterla sdoganare. I frastornati (ed imbufaliti) turisti ricevevano l’indicazione di farsi poi rimborsare in aeroporto, cosa manifestamente impossibile: immaginiamoci infatti l’aeroporto della Malpensa o di Roma Fiumicino che dispone dei soldi per effettuare i rimborsi, ammesso e non concesso che abbia uno sportello aperto quando serve. Il problema era stato subito reputato serio, tant’è che aveva portato alla mobilitazione di Ticino turismo, di Svizzera turismo e financo della SECO, che non ha propriamente la reputazione di tirarsi giù la pelle di dosso quando c’è di mezzo il Ticino.
Dopo un paio di mesi di allarme rientrato, tranquillità, nei giorni scorsi si è verificato un nuovo episodio increscioso. Il più grave di quelli finora registrati. Turisti cinesi che avevano fatto acquisti in gioiellerie di Lugano sono stati bloccati e perquisiti in dogana dalla Guardia di finanza. E gli acquisti, non li hanno potuti esportare: li hanno dovuti lasciare lì. Oltretutto il funzionario doganale che ha seguito la pratica si è rifiutato di identificarsi.
E’ evidente il danno che simili vicende portano al turismo ticinese e svizzero. Ossia la cancellazione del Ticino, se non addirittura di tutta la Svizzera, dagli itinerari dei tour operator cinesi, date le catastrofi doganali subìte in Italia dai loro clienti. In questo modo vengono vanificati gli sforzi fatti dall’ente pubblico (luganese, ticinese e svizzero) per posizionarsi sul mercato cinese. Mercato di cui, è il caso sottolinearlo, non beneficia solo il Foxtown… ma che è importante anche per tutto il segmento del lusso.

“Enorme danno d’immagine”
“Questo atteggiamento da parte italiana è inaccettabile e occorre reagire – osserva Mario Tamborini, segretario dell’Associazione via Nassa –. Il danno d’immagine che subisce il Ticino è enorme. Rischiamo di perdere integralmente il mercato cinese, cosa che non ci possiamo assolutamente permettere. I clienti cinesi sono molto importanti per il settore del lusso. I nostri affiliati sono furenti. Ci aspettiamo che dalla politica vengano prese delle contromisure forti, con ripercussioni concrete Oltrefrontiera. Bisogna chiarire che non intediamo tollerare dall’Italia questo continuo ricorso a misure artificiose che hanno il preciso obiettivo di danneggiarci”.

Consiglio federale chamato in causa
Appreso del nuovo increscioso episodio, il Consigliere nazionale leghista Lorenzo Quadri, che già aveva sollevato nei mesi scorsi a Berna il problema del trattamento doganale riservato dalla Guardia di finanza ai turisti cinesi in arrivo dal Ticino, scrivendo anche personalmente al ministro degli Esteri Burkhalter, è tornato a sollecitare il Consiglio federale.
“E’ chiaro che simili iniziative vengono messe in atto solo per danneggiare il Ticino, nell’ottica di una guerriglia economica – rileva Quadri -. La base legale non è del tutto inesistente, ma non è mai stata applicata fino ad ora ed inoltre viene applicata solo a noi. L’intento discriminatorio quindi è chiaro. Malgrado questo, l’Italia non perde occasione di usare il Ticino come valvola di sfogo per 56mila frontalieri e svariate migliaia di padroncini e artigiani italiani che non hanno lavoro in patria e che, senza il nostro Cantone, sarebbero a carico della socialità italiana».
«E’ chiaro – prosegue il deputato – che tutto questo non può essere tollerato, per cui delle due l’una: o l’Italia entra in un’ottica di normalizzazione delle relazioni con la Svizzera e si comporta di conseguenza, oppure la ripaghiamo con la stessa moneta. Prima di tutto le trattative sugli accordi fiscali andrebbero interrotte, e poi cominciamo anche noi a creare difficoltà doganali e burocratiche a go-go al flusso spropositato dei frontalieri e dei padroncini in entrata. Non abbiamo neppure bisogno di sforzarci tanto per inventarci delle contromisure nei confronti dell’Italia: basta copiare quel che fa lei. E si potrebbe anche provare a chiudere le frontiere per un giorno, tanto per cominciare a vedere l’effetto che fa. Visto comunque che anche Svizzera turismo investe sul mercato cinese, mi aspetto che pure la Confederazione, non sempre sollecita quando si tratta di problemi che riguardano il nostro Cantone, rifiuti di accettare supinamente che gli investimenti fatti ed i rapporti faticosamente allacciati a vari livelli istituzionali con la Cina vengano vanificati dalle bizze dei nostri vicini a sud”.