Accordi bilaterali: tempo di “exit strategy”

Un professore universitario rompe finalmente il tabù
Accordi bilaterali: tempo di “exit strategy”

Finalmente qualcuno ha avuto il coraggio di dirlo. E non si tratta di un leghista populista e razzista, bensì di un professore di economia all’Università di Friburgo, Reiner Eichenberger, con una dichiarazione al TagesAnzeiger che ha fatto scalpore. Al professore friburghese va infatti il grande merito di aver infranto, finalmente, un tabù. Come? Con  la dichiarazione seguente: la Svizzera può fare a meno degli Accordi bilaterali.
Con questa semplice frase, pronunciata come detto da un professore universitario di economia e non da un leghista populista e razzista, si sgretola un fardello politico che ha trascinato la Svizzera sempre più in basso. E’ lo spauracchio del “senza i Bilaterali siamo sottoterra”, dal quale derivano le politiche del cedimento ad oltranza viste negli ultimi anni: dobbiamo rinunciare progressivamente alla nostra sovranità perché se no l’UE si arrabbia, disdice i Bilaterali e siamo finiti; dobbiamo sottoscrivere gli accordi di Schengen/Dublino perché se no a Bruxelles si inalberano con quel che segue; dobbiamo estendere la libera circolazione delle persone  alla Romania e alla Bulgaria altrimenti l’UE si offende; dobbiamo pagare miliardi di coesione agli eurocrati perché se no l’UE ci rimane male; dobbiamo smantellare il segreto bancario e quindi la piazza finanziaria svizzera perché se no all’UE viene il mal di pancia; e via elencando.
Questa impostazione ha condizionato anni di politica federale portando conseguenze funeste: in primis per le regioni di frontiera, ma non solo. Una politica federale che ha avuto ripercussioni negative sull’occupazione, sulla sicurezza, sui costi sociali (cittadini UE a carico della socialità elvetica che non possono essere rimandati nel paese d’origine a seguito dei Bilaterali) e via elencando. Una politica federale improntata a quell’autolesionismo fatto entrare nella nostra mentalità dagli ultimi decenni di strapotere della sinistra sull’educazione, sulla cultura e sui media. Una politica federale improntata al complesso dell’ “interlocutore ha ragione mentre noi siamo brutti e cattivi”.
Tutto questo deve finire. Dovrà finire per forza: se in Svizzera tedesca si parla di Bilaterali è perché anche lì l’accettazione popolare nei confronti di questi trattati diminuisce, aiutata in questo dall’incredibile arroganza e supponenza dimostrata dagli eurocrati di Bruxelles nei confronti del  nostro paese. L’estensione della libera circolazione delle persone alla Croazia nel 2014 rischia l’affossamento in sede popolare. Idem il versamento di ulteriori contributi di coesione  miliardari (che, va da sé, poi mancheranno quando si tratterà di rispondere alle necessità dei cittadini elvetici). L’iniziativa lanciata dall’associazione apartitica Ecopop “contro la sovrappopolazione” è per contro riuscita: questa iniziativa mira a limitare l’immigrazione, si pone quindi in aperto contrasto con la libera circolazione delle persone. Non sempre il terrorismo di Stato prima delle votazioni popolari funziona. Non sempre permette di ottenere dalle urne il responso filoeuropeista sperato. Il ventesimo anniversario del No elvetico allo SEE è trascorso da meno di un paio di mesi.
Il Consiglio federale con i suoi specialisti, invece di limitarsi a ripetere la storiella, ora autorevolmente smentita, che senza Bilaterali facciamo la fine del Titanic o della Costa Concordia (a scelta), analizzi seriamente ed in modo oggettivo quali sarebbero le conseguenze reali della rescissione degli Accordi bilaterali e cosa succederebbe senza né Bilaterali né, ovviamente, adesione all’Unione europea. Si tratta, in sostanza, di elaborare una “exit strategy”.
Se questa analisi non è ancora stata fatta, è forse perché si teme che ne emerga che gli Accordi bilaterali non sono poi così “irrinunciabili”?
Lorenzo Quadri
Consigliere nazionale Lega

Bilaterali e discriminazione degli svizzeri

Alcune perle

Proseguono ad oltranza le situazioni che vedono gli svizzeri, che sempre più si meritano l’appellativo di “svizzerotti  fessi”, discriminati nei confronti degli italiani.
Come noto i famigerati accordi bilaterali vietano la  discriminazione. Ed infatti è proprio in base a questo divieto che il Tribunale amministrativo (Tram) ha prodotto delle vere e proprie “perle”. Ad esempio la sentenza che sancisce l’annullamento del requisito della conoscenza delle lingue nazionali, che era saggiamente (tanto per una volta…) stato inserito dal Consiglio di Stato nei bandi di concorso per l’assunzione dei docenti delle scuole cantonali. Con la sua decisione il Tram apre le porte all’assalto degli insegnanti frontalieri alla scuola pubblica svizzera.
Bisogna dire che più si sale, più si degrada. Perché c’è chi riesce a fare peggio anche del Tram. Si tratta del Tribunale federale. Quest’ultimo ha infatti annullato una decisione del Consiglio di Stato, che era stata confermata addirittura dal Tram (ed è tutto dire), con cui si rifiutava il rinnovo del permesso G ad un frontaliere pregiudicato che in Italia risulta latitante (e quindi non ci torna mai, di modo che non può nemmeno essere frontaliere).

Masochismo multiforme
Le discriminazioni ai danni degli svizzeri in casa propria sono multiformi. La scorsa settimana da queste colonne un esperto spiegava come i contribuenti ticinesi risultino fiscalmente discriminati nei confronti dei frontalieri, i quali pagano circa il 15% di imposte in meno. Questa situazione è, evidentemente, contraria al divieto di discriminazione. Però di interventi  correttivi mica se ne vedono: né da parte del governo cantonale, né del Consiglio federale, né del Tram, né da altri. La questione diventerà comunque oggetto di un atto parlamentare della Lega a Berna.
Altra discriminazione a danno degli svizzeri riguarda gli artigiani e la riscossione dell’IVA.
Come noto il numero dei padroncini italiani attivi su suolo ticinese è letteralmente esploso. In pochi anni si è passati da 7000 a quasi 20mila (!) notifiche annue: quindi cifre triplicate. Ciononostante, non si sa bene in base a quale pulsione masochista, ancora si permette a padroncini & Co in arrivo da Oltreconfine di notificarsi semplicemente via e-mail. Quando invece, se una ditta ticinese vuole lavorare nella vicina Penisola, si trova sottoposta ad una trafila burocratica tale da costringere anche i più temerari a rinunciare.
Ma non è tutto, perché gli artigiani elvetici sono discriminati pure  sull’IVA: per lavori di valore inferiore ai 10mila Fr eseguiti per un cliente svizzero (ticinese), l’artigiano locale paga l’IVA, quello italiano no. Un ulteriore vantaggio concorrenziale, dunque. Che si aggiunge al fatto che i padroncini in arrivo dalla vicina Penisola spesso e volentieri  tasse ed oneri sociali non li pagano da nessuna parte. Ovvio che poi si possono permettere di praticare prezzi inarrivabili per  gli operatori ticinesi. Il Consiglio federale ammette che la discriminazione esiste. Però lascia le cose come stanno. Perché – udite udite – intervenire sarebbe troppo complicato! Sicché non solo ci si rifiuta pervicacemente di sfruttare i margini di manovra esistenti per creare dei vantaggi competitivi a chi vive, lavora, dà lavoro e paga le tasse in Svizzera –  perché guai ad aggirare la devastante libera circolazione delle persone, questa deve venire applicata alla lettera ecchissenefrega dell’economia locale, l’importante è essere in regola con i Bilaterali, Bruxelles über alles –  ma addirittura si tollera che gli operatori economici locali vengano discriminati nei confronti della concorrenza d’Oltreconfine.
Ma non poteva mancare nemmeno la ciliegina sulla torta: pare infatti che negli aeroporti italiani i velivoli svizzeri siano discriminati in quanto costretti a pagare più tasse di tutti gli altri, questo in crassa violazione degli accordi bilaterali sul traffico aereo. Ma naturalmente Berna dorme. E altrettanto naturalmente, nessun tribunale si sogna di sanzionare la discriminazione ai danni degli svizzerotti. Non sia mai…
Lorenzo Quadri

 

Riportiamo in patria il nostro oro!

Servono ancora (a livello nazionale) 20mila firme!!

Lasciare il patrimonio dei cittadini svizzeri nelle grinfie dell’UE?
Riportiamo in patria il nostro oro!

In Germania la Banca nazionale ha deciso che l’oro tedesco va rimpatriato. Si tratta, ovviamente, delle riserve auree della Banca centrale, in totale 3396 tonnellate di metallo giallo, e scusate se sono poche, attualmente sparpagliate in giro per il mondo: a New York si trova il 45% del malloppo, a Londra, nel caveau della Banca d’Inghilterra, il 13%, a Parigi l’11%  e a Francoforte il 31%.
La Bundesbank ha quindi deciso di rimpatriare l’oro che si trova a New York e a Parigi, poiché tenerlo lì non si giustifica più.
La mossa della Bundesbank  non è casuale. Evidentemente qualcuno si è reso conto che il posto più sicuro dove tenere l’oro dei cittadini è in patria.
E la nostra Banca nazionale, invece, come è messa? Male, e c’era da aspettarselo. Non solo l’oro della BNS si trova sparpagliato in giro per il mondo, ma nemmeno il Consiglio federale sa dove sia. Non lo sa e non lo vuole sapere: come ebbe a dichiarare ufficialmente davanti al Consiglio nazionale un ministro delle Finanze, “non lo voglio sapere perché se lo sapessi dopo una birra di troppo mi potrebbe uscire pubblicamente l’informazione”. Prendiamo dunque atto che basta una birra di troppo per carpire qualsiasi segreto di Stato ad un Consigliere federale. Se il livello è questo, i ministri non dovrebbero essere al corrente di nessuna informazione confidenziale.
Al di là di questo, è chiaro come il sole che l’oro della gente va rimpatriato. Deve tornare in Svizzera, perché posto più sicuro non c’è.
Infatti, secondo le indicazioni del Consiglio federale, l’oro dei cittadini elvetici si troverebbe depositato in Stati sicuri. Cosa si intenda per “sicuri” non è dato di sapere. Per quanto ci consta, il metallo giallo potrebbe trovarsi in Spagna, in Italia o in Grecia. Chi ci garantisce che in caso di bancarotta dello Stato depositario l’oro degli svizzerotti non verrebbe incamerato? E soprattutto: in una situazione di guerra economica dell’UE contro la Svizzera, quale è quella attuale, non si può affatto escludere che l’oro elvetico si trasformi in facile ostaggio per ottenere ulteriori concessioni da un Consiglio federale che non sa fare altro che cedere.
In considerazione dunque del fatto che la Svizzera si trova in guerra economica contro l’UE, è essenziale che il nostro oro non rimanga in “territorio nemico” e ritorni a casa.
Ovviamente né il Consiglio federale né il direttorio della  BNS prenderanno di loro spontanea volontà un’iniziativa del genere. Perché, evidentemente, i padroni di Bruxelles potrebbero prendersela a male, e magari addirittura – orrore! – accusarci di xenofobia.
Visto che dall’alto la decisione di rimpatriare l’oro non arriverà, bisogna allora che essa venga imposta dal basso. Come? Facile: basta firmare e far firmare l’iniziativa popolare Salvate l’oro della Svizzera”.
 I formulari per la raccolta delle firme si possono scaricare dal sito www.iniziativa-oro.ch come pure dal portale www.mattinonline.ch cliccando sul banner “iniziativa oro”.  Provvedete subito!

Giuliano Bignasca
Lorenzo Quadri

Sì al segreto bancario nella Costituzione

In Ticino sono in ballo migliaia di posti di lavoro

L’UDC zurighese come noto sta valutando il lancio di un’iniziativa popolare costituzionale per l’inserimento del segreto bancario nella Costituzione federale. Ohibò, questa proposta non ci è nuova. In effetti, questa iniziativa l’aveva già lanciata la Lega nel marzo 2009, ma allora non fu possibile raccogliere le firme necessarie (100mila). Evidentemente un movimento cantonale come il nostro non è in grado di coprire tutta la Svizzera senza l’apporto di partiti presenti su scala nazionale.
Quando la Lega lanciò  la sua iniziativa, già si avevano nette avvisaglie dell’intenzione del Consiglio federale di cedere alle pressioni UE. Allora, però, nessuno o pochi immaginavano che il cedimento sarebbe stato così rapido e radicale, se si pensa che pochi mesi dopo l’inizio della raccolta firme l’allora ministro delle Finanze Merz dichiarava che “il segreto bancario non è negoziabile”. Tra parentesi proprio nei giorni scorsi su una rete televisiva italiana è andato in onda un servizio in cui si magnificavano i vantaggi del segreto bancario austriaco (stato membro UE).
Adesso c’è da temere che i buoi siano già fuori dalla stalla. Tuttavia non è troppo tardi per far capire a Stati esteri ed organizzazioni sovranazionali che il popolo elvetico non si fa svendere dal proprio governo ed in particolare dalla ministra del 5% Widmer Schlumpf che fa una politica di $inistra.
Il segreto bancario, contrariamente a quello che si ostina a sostenere la $inistra che ormai rappresenta solo gli statali, non è un escamotage a tutela di delinquenti, ma è una componente del diritto alla privacy, sostenuto  anche da Mr Dati. Come tale va difeso. Ed è ora di finirla di dare spago a chi, all’estero come pure – ed è l’aspetto peggiore – all’interno della Confederazione, tenta di mettere in cattiva luce tutte le specificità che hanno fatto (e fanno) la fortuna della Svizzera. Con l’obiettivo di renderci sempre più eurocompatibili e quindi uguali a chi sta molto peggio di noi.
Il segreto bancario inoltre è una componente di primo piano della nostra piazza finanziaria. Che non è un covo di delinquenti e garantisce migliaia di posti di lavoro in Ticino. Per chi li occupa, di alternative professionali non ce ne sono, ed è semplicemente indegno che i partiti $torici ($inistra in testa, ma anche gli altri) non muovano un dito per difendere queste persone e tentino anzi di “condirle via” (come direbbe un ex direttore del DECS) sostenendo che non ci sono alternative allo smantellamento della piazza finanziaria e che quindi dovranno riciclarsi (dove? Nella pastorizia? In assistenza? In invalidità per motivi psichici?). Se si confronta questo atteggiamento con quello adottato – giustamente – in materia di posti di lavoro alle Officine FFS di Bellinzona, il contrasto è stridente e grida vendetta.
Ancorare il segreto bancario nella Costituzione federale non significa difendere solo la piazza finanziaria ticinese, le sue migliaia di posti di lavoro e i conseguenti introiti fiscali (e questi come pensa di compensarli la $inistra quando mancheranno? Ovviamente nel solito modo: ossia aumentando le imposte). Significa difendere anche la nostra sovranità, la nostra indipendenza, la nostra democrazia diretta e, in sintesi, la nostra svizzeritudine.
A ciò si aggiunge il fatto – evidente – che l’UE, gli USA e gli organismi sovranazionali non eletti da nessuno si attaccano alla Svizzera per due motivi. 1) perché sanno di trovare il molle; 2) perché sanno che c’è da “prendere” ed infatti la Confederazione in campo di finanze pubbliche ha fatto i compiti, facendo tirare la cinghia alla gente, e si trova ora i conti in attivo. E chi ne trae vantaggio? Chi beneficia del frutto dei sacrifici imposti ai nostri cittadini e alla nostra economia? Avvoltoi esteri, of course…
Il segreto bancario, l’arma d’ordinanza a domicilio, l’esercito di milizia, la neutralità,  la democrazia diretta, hanno una cosa in comune. Ci distinguono dall’UE. Ed è per questo che sono costantemente sotto attacco.
Il ri-lancio dell’iniziativa per ancorare il segreto bancario nella Costituzione federale è dunque un’operazione che va sostenuta assolutamente.
Lorenzo Quadri

Senza milizia, povera Svizzera!

Iniziativa della $inistra contro l’esercito

Nei prossimi mesi i cittadini svizzeri saranno chiamati a votare sull’iniziativa che chiede lo smantellamento del nostro esercito di milizia.
Si tratta dell’ennesimo tentativo in questo senso fatto dalla $inistra partito dei sindacalisti. I quali sindacalisti spiegheranno alle 750 persone che lavorano per l’esercito solo in Ticino, e alle svariate migliaia che grazie ad esso si guadagnano la pagnotta tramite prestazioni e forniture, che, se vincerà la loro iniziativa, dovranno andare in disoccupazione prima ed in assistenza poi. Auguri!
Naturalmente, e questo è un punto su cui continueremo ad insistere, il voto popolare non riguarderà “solo” (come se si trattasse di poca cosa…) l’esercito in quanto tale. A proposito, le alternative di fantomatici eserciti di volontari sono, chiaramente, delle panzane. Le nazioni che sono passate a queste formule, si sono trovate costrette a reclutare nei bassifondi, tra i galeotti, e tra i disoccupati incollocabili. E in Svizzera il 70% dei detenuti è pure straniero…
Assieme all’esercito si vuole smantellare una di quelle specificità svizzere che stanno tanto sullo stomaco agli eurobalivi, non eletti da nessuno. Eurobalivi che si scandalizzano perché i cittadini svizzeri, invece di dar retta alla $inistra delle frontiere spalancate ed al Consiglio federale, si ostinano a voler conservare le proprie caratteristiche, la propria sovranità e la propria indipendenza. E non ne vogliono sapere di farsi dissolvere nell’immondo calderone UE.
Tra queste caratteristiche c’è l’esercito di milizia, il cittadino soldato con anche l’arma d’ordinanza in casa. Scelte di libertà e di responsabilità. Scelte che caratterizzano un rapporto di fiducia tra cittadino e Stato. Che nell’UE degli Stati bancarottieri e dal fisco predatorio non esiste. Scelte precise, volute, e di recente riconfermate. Ma la $inistra, della volontà popolare si fa un baffo. Non era forse stata la per fortuna ex ministra degli esteri P$, Micheline-Dimitri Calmy Rey, a minacciare che, se i cittadini elvetici non avessero accettato l’ennesimo accordo internazionale capestro, si sarebbe rivotato fino a quando dalle urne non fosse uscito un sì?
Ma tra queste caratteristiche c’è anche la milizia tout-court, riferita non solo all’esercito, ma anche ad altri ambiti. Prima tra tutti la politica. Ed infatti sempre la $inistra vorrebbe eliminare anche la figura dei parlamentari di milizia. Quel che ci aspetterebbe se si percorresse questa strada, lo vediamo bene guardando a Sud, alla vicina Penisola: la creazione della casta, gli intoccabili e strapagati, i vari Fiorito.
Una cosa è certa: se crolla l’esercito di milizia crolla anche la milizia. E allora povera Svizzera.

Tempistica non casuale
Anche la tempistica dell’iniziativa non è casuale. La Svizzera è continuamente sotto attacco da parte di Stati esteri sull’orlo del baratro e di associazioni sovranazionali che, alla disperata ricerca di denaro, grattano il fondo del barile. Costoro si accaniscono contro la Confederazione perché sanno che i soldi ci sono e che  non c’è un governo a difenderli.
Sventare questo scandaloso assalto alla diligenza deve essere la prima priorità della politica federale. E cosa si propone ora? Di smantellare l’esercito proprio quando siamo bersaglio di una guerra economica. A cosa porterebbe una simile operazione, chiunque è in grado di capirlo. Perfino la $inistra, che l’ha voluta proprio per questo. Smantellare l’esercito per spalancare le porte all’Anschluss da parte dell’Unione europea.
Lorenzo Quadri
CN Lega

Senza secondo tubo, Ticino invaso dai camion UE

Tunnel autostradale del Gottardo
Senza secondo tubo, Ticino invaso dai camion UE

Com’era del resto prevedibile, i contrari al secondo traforo autostradale del Gottardo tornano a farsi sentire. Lo fanno tramite il lancio di una petizione. Specularmente, l’anno scorso una petizione dei sostenitori del secondo tunnel ha raccolto oltre 20mila sottoscrizioni, che vennero consegnate a Berna a bordo dell’antica diligenza del Gottardo (un’iniziativa che non mancò di attirare vasto pubblico).
Lo schieramento del Consiglio federale a favore del completamento del San Gottardo di fatto ha costituito un’ inversione di rotta a 180 gradi. Evento più unico che raro in un mondo politico che è solito tentare di nascondere gli errori con errori sempre più grandi. Se un simile fatto rarissimo si è potuto verificare, non è certo un caso.
Ciò infatti significa che:
1) il secondo tunnel autostradale del Gottardo è un tema di importanza nazionale, non solo regionale (ticinese).
2) Non è pensabile procedere ai lavori di risanamento del traforo attuale senza disporre di una seconda canna: le alternative studiate non sono sostenibili.
3) Con due tunnel ad una corsia, non aumenta la capacità (ciò che sarebbe peraltro vietato dalla Costituzione) e pertanto non aumenta il traffico di transito. Aumenta però, ed in modo decisivo, la sicurezza. Si escluderebbero infatti i rischi di scontro frontale. E l’ultimo incidente frontale nel Gottardo con esito letale è recentissimo.
4) Il Consiglio federale si rende conto che l’economia e l’occupazione ticinese, già devastata dagli Accordi bilaterali, da tre anni di isolamento dal resto della Svizzera a seguito dei noti lavori di risanamento del tunnel attuale riceverebbe un colpo fatale. Non dimentichiamoci poi che il Consiglio federale, con la sua politica del cedimento ad oltranza, è principale fautore dello smantellamento della piazza finanziaria, che provocherà svariate migliaia di disoccupati in Ticino.
Non è tutto. L’alternativa al secondo traforo consiste nel caricare camion ed automobili sul treno durante la chiusura del tunnel per i lavori di risanamento. A parte che questo sistema non funzionerebbe mancando la capacità necessaria, esso decreterebbe il fallimento di AlpTransit e del principio “i camion in transito su treno da frontiera a frontiera” che hanno animato quest’opera che costerà al contribuente elvetico 25 miliardi di Fr.
Infatti AlpTransit prevede che i terminali di trasbordo merci dal camion alla ferrovia si costruiscano, a sud, su territorio italiano. All’Italia però di AlpTransit importa assai poco. Tant’è che – e l’ha messo nero su bianco – il Consiglio federale, nel caso in cui le trattative con la vicina Penisola per la creazione delle stazioni di trasbordo nell’area lombarda fallissero, ha pronto il piano B: realizzarli in Ticino. Il che significherebbe intasare il Ticino di Tir.
Orbene, se a Biasca si costruirà una stazione di trasbordo quale misura accompagnatoria alla chiusura triennale del tunnel autostradale, spendendo centinaia di milioni, è ovvio che quest’ultima verrebbe poi riconvertita, a risanamento ultimato, in un terminale AlpTransit. E allora sì che il Ticino sarebbe sommerso dai camion UE!
Lorenzo Quadri

Ma guarda un po’: in Ticino è aumentata la disoccupazione

Come volevasi dimostrare, la disoccupazione in Ticino è tornata ad aumentare ed ha quindi raggiunto il 5%! Ma che strano, eh? Naturalmente bisogna ricordare che la cifra in questione è realistica solo fino ad un certo punto, perché le statistiche sulla disoccupazione non considerano parecchie casistiche. Ad esempio, non figura chi segue programmi d’inserimento professionale, chi si trova in scuole-parcheggio, chi si trova in AI per motivi psichici che possono essere direttamente legati all’assenza di lavoro, chi è in assistenza e non è rimasto iscritto alla disoccupazione, chi ha dovuto ricorrere a prepensionamenti. Come pure chi ha rinunciato a lavorare.  Ad esempio una donna sposata il cui marito lavora e che si è dovuta per forza convertire in casalinga causa perdita dell’impiego. Se il reddito del marito è comunque sufficiente a coprire le esigenze del nucleo familiare, questa economia domestica non “peserà” sullo stato sociale. Si potrebbe dunque dire che ci sono oggettivamente situazioni peggiori. Tuttavia anche questi casi di cui si sa poco o nulla hanno ripercussioni negative – oltre che personali per chi si trova costretto in un ruolo che non voleva – anche sull’economia in generale. Il nucleo familiare col reddito ridotto, per quanto ancora autosufficiente, pagherà meno tasse, magari anche molte di meno. E spenderà meno, magari anche molto meno. Ciò ovviamente si ripercuote in modo negativo sul sistema economico in generale.

Non c’è lavoro per tutti
Naturalmente a questo si aggiunge il problema su cui la Lega ed il Mattino hanno martellato e continueranno a farlo ad oltranza, perché così non si può andare avanti. E’ evidente che il peggioramento dell’occupazione in Ticino va di pari passo con l’aumento del numero dei frontalieri che – lo ricordiamo nel caso qualcuno se ne fosse dimenticato – all’ultimo aggiornamento risultavano essere 56mila (ad oggi saranno già di più), a cui vanno aggiunte le notifiche di breve durata, le quali nell’anno 2012 saranno state 20mila ( si attendono dati ufficiali).
E’ evidente che in Ticino non c’è lavoro, oltre che per i ticinesi, anche per svariate decine di migliaia di abitanti della fascia italiana di confine. Qualcuno rimane “a piedi”. E non si può accettare che a rimanere “a piedi” sia chi è nato e cresciuto e vive qui. Che nelle interviste il capo della Sezione del Lavoro del DFE tenti di gettare acqua sul fuoco non sorprende, visto il ruolo e dato che il Consiglio di Stato si è pubblicamente espresso a favore degli Accordi bilaterali.
Che la situazione non è poi così grave, lo si vada però a dire a tutti quei ticinesi che non trovano più impiego nel loro paese in quanto il mercato del lavoro è saturato da frontalieri!
I dati sull’aumento delle persone, soprattutto di giovani (che quindi non riescono nemmeno a trovare la prima occupazione) in assistenza, sono reali e preoccupanti. Non è con la logica del “consoliamoci guardando chi sta peggio” che si migliora la situazione di migliaia di ticinesi e delle loro famiglie.
Ci vogliono misure concrete e mirate, che contemplino anche una messa in pratica molto meno esasperata della libera circolazione delle persone oltre che sistemi di bonus rispettivamente malus per chi assume residenti e per chi non lo fa anche se potrebbe. Ci vuole, insomma, un pacchetto mirato alla promozione dell’impiego dei residenti. In attesa di far saltare la libera circolazione delle persone; per lo meno nella forma attuale che tra l’altro vieta (follia!) limiti quantitativi al frontalierato.
Lorenzo Quadri

E’ tempo di reagire ai continui attacchi alla Svizzera

L’UE bancarottiera e le pretese infinite

Il trovarsi con metà degli Stati membri in bancarotta evidentemente non serve a riportare l’UE sulla  via di una minore arroganza nei confronti della Svizzera. Ma, come abbiamo avuto modo di ripetere in più occasioni, se l’UE si comporta in questo modo con il nostro Paese è perché si sente legittimata a farlo da una  politica elvetica improntata al cedimento su tutta la linea.
L’unione europea pretende che la Svizzera riprenda automaticamente il diritto comunitario. Questo vorrebbe dire che in Svizzera – che non è uno Stato membro della disunione europea – a fare leggi con ricadute decisive sulla popolazione non sarebbero gli organi democraticamente eletti, ossia governo e parlamento, ma i burocrati di Bruxelles,  non eletti da nessuno e che nessuno eleggerebbe.
Va da sé che, allo stesso modo, queste leggi imposte dai burocrati di Bruxelles non eletti da nessuno non sarebbero nemmeno referendabili.

La nostra democrazia non si svende
E’ ovvio che non si può nemmeno immaginare di svendere in questo modo la nostra sovranità e la nostra democrazia diretta ad un’UE allo sbando. La quale dovrebbe sapere un paio di cosette. Ad esempio che se la Svizzera sta, oggi, in Europa (in senso geografico) meno peggio degli altri, è perché è fuori dall’UE. Solo chi, per deleteria ideologia internazionalista, vuole sfasciare gli Stati nazionali, può volere ulteriori avvicinamenti a Bruxelles che avrebbero conseguenze estremamente negative sulla sicurezza, sull’occupazione e sul tenore di vita dei cittadini elvetici.
Ma a Bruxelles dovrebbero anche sapere che ci sono centinaia di migliaia di cittadini UE delle fasce di confine con il nostro Paese che non sono a carico della socialità degli Stati d’origine solo grazie alla Svizzera che permette loro di lavorare. Una situazione per la quale i cittadini elvetici pagano un pedaggio pesante sottoforma di disoccupazione. Perché, ed è inutile girare attorno alla torta,  non c’è più lavoro per tutti e il fatto che in dicembre in Ticino la disoccupazione abbia di nuovo raggiunto il 5% la dice lunga. Specie se si considera che questa cifra è ampiamente abbellita poiché non tiene conto di varie categorie di persone che sono senza lavoro, pur non  figurando nelle statistiche ufficiali. Parallelamente però il numero dei frontalieri continua ad aumentare.

Le pretese infinite
L’UE sa bene che senza la Svizzera verrebbero a mancare molti posti di lavoro per i suoi concittadini, quindi dovrebbe trattare il nostro Paese in modo ben diverso. Invece va avanti a minacce e a pretese che gridano vendetta, formulate senza alcun pudore. Ad esempio, mentre la libera circolazione delle persone sta avendo effetti deleteri per il Ticino,  da Bruxelles si pretende non solo che la Svizzera introduca la libera circolazione delle persone anche con la Croazia, ma che addirittura la finanzi. Quindi dovremmo pagare per avere ancora più disoccupati! E dovremmo regalare miliardi all’UE che vuole distruggere la nostra piazza finanziaria causando decine di migliaia di disoccupati!
E’ evidente che simili aberrazioni vanno respinte al mittente, ed è altrettanto evidente che una qualche misura di ritorsione nei confronti dell’UE è diventata necessaria. Tanto per far capire agli eurobalivi che la Svizzera va rispettata perché, se vuole, è in grado di metterli in difficoltà. Basti pensare che per scatenare un putiferio politico in Italia è bastato bloccare metà dei ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri.
Lorenzo Quadri

La proposta di imporli secondo le aliquote italiane prende piede

I frontalieri pagheranno più tasse?

La fiscalità dei frontalieri è da anni un tema caldo in Ticino. Per vari motivi. Tanto per cominciare, perché lo statuto fiscale di frontaliere è iniquo. Iniquo doppiamente. Nei confronti degli altri lavoratori frontalieri che risiedono più lontani dai famosi 20 Km dalla fascia di confine (ma questo è un problema interno all’Italia). Ma iniquo anche nei confronti dei lavoratori residenti. La scorsa settimana da queste colonne si illustrava diffusamente come il carico fiscale gravante sui frontalieri a conti fatti risulti inferiore di circa il 15% rispetto a quello dei residenti. A ciò si aggiungono i vantaggi derivanti dal cambio, dal differenziale di costo della vita tra Svizzera ed Italia, dal fatto che i frontalieri non sono tenuti ad affiliarsi ad una cassa malati, eccetera.
Il sistema di imposta alla fonte con ristorno del 38.8% è stato introdotto ormai quasi 40 anni fa, in condizioni molto diverse da quelle attuali (frontalieri contingentati e tenuti al rientro quotidiano al domicilio). Soprattutto, il ristorno è nato come pizzo all’Italia in cambio del riconoscimento del segreto bancario elvetico. Adesso più nessuna di queste condizioni è data.
Anche volendo tralasciare per un attimo, ma solo per un attimo, l’aspetto più devastante della libera circolazione delle persone senza limiti, ossia l’esplosione del numero dei frontalieri con conseguente soppiantamento dei lavoratori ticinesi (un fenomeno di cui perfino il Consiglio federale ha dovuto ammettere l’esistenza) è chiaro che le imposte alla fonte prelevate ai frontalieri, dedotto il ristorno del 38.8%, non coprono nemmeno lontanamente i costi, anche infrastrutturali. provocati dal fatto di trovarsi 50mila auto in arrivo da Oltreconfine che ogni giorno entrano ed escono dal Ticino.

La leva fiscale
L’aspetto più problematico dell’esplosione incontrollata del frontalierato è quello occupazionale a danno dei residenti. La questione fiscale non va però sottovalutata. Da un lato sarebbe sciocco ed autolesionista perdere delle entrate potenziali che poi potrebbero venire utilizzate per promuovere l’occupazione dei residenti. Dall’altro la leva fiscale si può usare in funzione antidumping. Se i frontalieri sono tenuti a pagare più imposte, non potranno più accettare salari assolutamente inconcepibili in Ticino (vedi le segretarie a tempo pieno a 1800 Fr).
Tra i temi oggetto di trattative con l’Italia – trattative che non hanno alcun senso in questo momento, essendo la vicina Penisola di nuovo senza governo – c’è anche la fiscalità dei frontalieri. Ed un’idea comincia a prendere quota. E’ quella contenuta nel postulato presentato dal sottoscritto al Consiglio federale in dicembre. Ossia tassare i frontalieri secondo l’aliquota italiana, di parecchio superiore a quella Svizzera. Il Ticino si tiene la totalità dell’attuale imposta alla fonte, quindi senza ristornare più nulla, incassando ogni anno una sessantina di milioni di franchetti in più. L’Italia dal canto suo perde il ristorno, ma incamera la differenza tra l’aliquota della Penisola e quella ticinese. In sostanza si tratta dunque di abolire lo statuto fiscale di frontaliere. Entrambi gli enti pubblici coinvolti  ci guadagnano in entrate. La discriminazione tra lavoratori italiani viene a cadere. A non essere contenti sarebbero ovviamente i frontalieri costretti a pagare più imposte. Ciò avrebbe un positivo effetto antidumping. La prospettiva potrebbe però essere invisa al padronato, poiché potrebbe comportare delle rivendicazioni salariali al rialzo da parte dei frontalieri.
Tuttavia dalla Camera di Commercio ticinese la reazione che giunge non è di rifiuto. «E’ una proposta attualmente in fase di valutazione e di approfondimento. Come Camera di commercio siamo pronti ad entrare nel merito di una discussione. Non c’è certamente un no in partenza», dichiara il direttore Luca Albertoni.
Lorenzo Quadri

Turismo, il cambiamento s’impone

Come era scontato, il nuovo assetto del turismo ticinese è stato condiviso nei giorni scorsi dal gruppo tecnico incaricato di accompagnare i lavori di revisione della nuova legge.
Il documento elaborato dal gruppo tecnico deve molto a quella che il Corriere del Ticino aveva a suo tempo denominato “la rivoluzione luganese”. Parecchie delle proposte elaborate a Lugano e condivise da Locarno sono dunque confluite nel documento che fungerà da base per i passi successivi. Sì, perché la strada da percorrere è ancora lunga. Il governo dovrà proporre il testo di nuova legge, e il Gran Consiglio dibatterlo e approvarlo. Vista l’importanza e l’entità dei cambiamenti in corso, sarebbe senz’altro preferibile riscrivere la nuova legge da zero piuttosto che rimaneggiare l’esistente. Ovviamente questo processo dovrà essere seguito molto da vicino, poiché le derive gattopardesche (cambiare tutto affinché nulla cambi) sono dietro l’angolo. Formulazioni volutamente ambigue degli articoli di legge e soprattutto poi, in fase successiva, del regolamento d’applicazione, potrebbero di proposito stravolgere le indicazioni uscite dal gruppo strategico.
A guardare il lato positivo di questo processo, esso sarà l’occasione per precisare e portare dei miglioramenti ad alcune stonature che sono comunque presenti nel rapporto del gruppo strategico.
Il turismo è una risorsa importante per il nostro Cantone. E anche per Lugano. Non va inteso come fine a stesso: è infatti una componente primaria del marketing territoriale a livello sia nazionale che internazionale. Può aprire molte porte. Se la città di Lugano dal 2012 ha deciso di potenziare le forze in campo nel settore turistico creando un dicastero con tutti i crismi, non è certo per caso né per capriccio.
In un periodo in cui le risorse si assottigliano anche per la nostra Città (pensiamo solo allo smantellamento progressivo della piazza finanziaria dovuto ad una scandalosa politica federale del cedimento ad oltranza nei confronti dell’UE), quelle disponibili devono essere fatte fruttare al meglio.
Anche il turismo deve dunque venire gestito secondo criteri che sono quelli imprenditoriali, dell’efficacia e dell’efficienza. La distribuzione delle risorse in base a criteri politici e non al risultato è un lusso che non ci possiamo più permettere. Ora bisogna lavorare a progetto e promuovere i progetti che sono validi. A livello cantonale occorre creare un’Agenzia del turismo che supporti in modo professionale le destinazioni, lavorando anche su mandato da parte di queste ultime.  No, dunque, ad una struttura centralistica che mette sotto tutela  l’operatività e la progettualità di quelli che sono i marchi forti ed internazionalmente noti del turismo del nostro Cantone (Locarno, Lugano, Ascona). Tutto questo senza naturalmente dimenticare le valli la cui offerta va messa in rete con quella dei poli.
Il settore turistico ticinese ha appena compiuto un primo passo sulla strada del cambiamento. Questa strada è, sarà, ancora lunga. Attenzione però: i tempi lunghi della riforma legislativa non devono diventare un comodo pretesto per proseguire per forza d’inerzia. Il cambiamento di marcia deve già avvenire da subito.
Lorenzo Quadri
Municipale di Lugano
Capodicastero turismo

Colpire le armi legali per colpire l’esercito

Quello attuale è un periodo politico particolare. Infatti si avvicina la votazione popolare sull’iniziativa  che vuole porre fine all’esercito di milizia elvetico. Ogni pretesto è dunque buono, per gli ambienti che caldeggiano tale proposta, per attaccare l’esercito di milizia e le sue peculiarità. Una di esse è l’arma d’ordinanza al domicilio. Una specificità che è stata peraltro confermata meno di due anni fa in votazione popolare. Ma dell’esito delle votazioni popolari, evidentemente, a chi vuole  smantellare tutto ciò che è tipicamente elvetico per poterci meglio portare nell’UE (perché l’obiettivo è questo), importa poco o nulla.
A dare il là alla nuova offensiva contro le armi legalmente detenute  ecco che arriva, proprio all’inizio dell’anno, il tragico fatto di cronaca. Ossia un pazzo alcolizzato che imbraccia un moschetto del 31 (che non è propriamente un FASS 90 ma fa lo stesso) provocando morti e feriti in un paesino vallesano. Giocando sull’emozionalità, contando sulle reazioni “di pancia”, si tenta di creare un nesso tra le armi dei cittadini onesti e gli atti di violenza. Ma questo nesso non esiste. La Svizzera è uno dei paesi dove ci sono più armi. Ciò a seguito, in particolare, proprio del non eurocompatibile – e quindi vituperato (dai soliti noti) – esercito di milizia. Ma il nostro è anche uno dei paesi con il più basso tasso di omicidi. In Gran Bretagna, malgrado il ritiro praticamente totale delle armi da fuoco in mano ai civili, il tasso di criminalità violenta è il peggiore d’Europa. Non è disarmando il cittadino che si ostacola la delinquenza. Semmai accade proprio il contrario: la criminalità si fa ancora più forte della propria posizione di monopolio sulle armi da fuoco, potendo partire dal presupposto di avere a che fare con bersagli indifesi.
Conducendo una battaglia ideologica contro le armi d’ordinanza al domicilio, ma anche quelle da caccia, sportive o da collezione, si cerca di lavarsi la coscienza davanti a tragedie, come quella vallesana, che hanno origini ben diverse. E’, questa, un’operazione populista: compiuta da parte di chi, un giorno sì e l’altro pure, contro il populismo punta ipocritamente il dito.
Chi vuole commettere un delitto non farà mai fatica a trovare gli strumenti necessari. Altrimenti per coerenza bisognerebbe, oltre alle armi d’ ordinanza, vietare tutti i coltelli (obbligatorie posate di plastica), martelli, cacciaviti, motoseghe, diserbanti e la lista potrebbe continuare all’infinito. Bisognerebbe inoltre proibire le automobili, dal momento che lo squilibrato di turno potrebbe benissimo usare la propria vettura per investire volontariamente un gruppo di persone. E che dire dei sassi su suolo pubblico, pericolosi corpi contundenti? E i cubi di porfido?
Dietro alla scelta deliberata, e confermata dalla votazione popolare di meno di due anni fa, di non disarmare i cittadini onesti, sta una precisa riflessione su valori di libertà e responsabilità: valori alla base del nostro essere svizzeri.
Ed è significativo che, davanti al fatto di sangue vallesano, certa stampa targata UE abbia inveito nei confronti degli Svizzeri che si ostinano ad essere diversi dagli altri. A non volersi far omologare nel traballante calderone di Bruxelles. 
Lorenzo Quadri
Consigliere nazionale
Lega dei Ticinesi

Natale luganese, missione riuscita

Anche il Natale è (purtroppo…) ormai alle spalle, ed è tempo di bilanci anche sulle rive del Ceresio. Per il secondo anno consecutivo il Natale di Lugano è stato un grande evento della durata di quasi 40 giorni: o meglio, un contenitore di eventi protrattosi dal 1° dicembre (con l’affollatissima cerimonia di accensione  dell’albero di Natale) fino allo scorso fine settimana.
Un “cilindro” da cui sono stati estratti la citata accensione dell’albero di Natale, il mercatino dell’avvento in Piazza Riforma, il mercato natalizio nel centro città, la pista di ghiaccio in Piazza Manzoni, la gastronomia, due settimane di videoproiezioni architetturali con due filmati diversi, diversi appuntamenti musicali come Christmas in Jazz, animazioni e concorsi a premi per bambini e famiglie, la festa di San Silvestro in piazza Riforma, la cerimonia di inizio anno con aperitivo offerto alla popolazione, e via elencando.
L’obiettivo del Natale in Piazza è duplice: da un lato offrire delle occasioni di aggregazione e di svago per i luganesi, dall’altro creare un evento di valenza turistica al di fuori della stagione “tradizionale” (che va da Pasqua ad ottobre). Quindi, un’operazione di destagionalizzazione del turismo, volta ad attirare turisti quando ce ne sono meno. Si tratta per ora soprattutto di turismo di giornata: anch’esso è evidentemente una risorsa importante, c’è poi l’aspettativa che chi viene per un giorno poi possa anche pensare di tornare per un periodo più lungo.
L’ambizione del Natale in Piazza è quella di far entrare Lugano nel circuito dei tour operator natalizi. Se si considera che si tratta di una manifestazione giovane (appena due anni) i frutti decisamente si vedono: basta pensare che il primo sabato del mercatino natalizio in città sono arrivati 40 pullman italiani, dopo anni che non se ne vedevano: i primi hanno cominciato a fare capolino l’anno scorso. Ovviamente di lavoro da fare ce ne è ancora; siamo, però, sulla strada giusta. Anche sul “fronte Nord”, la promozione Oltregottardo tramite rail-away ha dato dei buoni frutti..
La scelta, politica e strategica, di fare del Natale uno dei grandi eventi di Lugano si è dunque dimostrata azzeccata. Ha creato molto movimento e, di conseguenza, benefici per gli attori economici – esercenti e commerciati – del centro cittadino. Perché il Natale di Lugano è, evidentemente, anche un’azione di promozione economica, fatta in collaborazione con gli operatori direttamente interessati.
Il Natale costituisce inoltre, con la sua struttura “a contenitore”, una sorta di pendant invernale all’altra grande novità introdotta, in materia di animazione cittadina, nel periodo estivo: ossia il Longlake Festival, che propone oltre 200 eventi.
Per il prossimo dicembre, Lugano non mancherà di proporre novità allettanti per cittadini e turisti: la volontà è quella, dopo il “salto” di due anni fa, di continuare a crescere ogni anno, passo per passo… alcune  nuove proposte stanno già bollendo in pentola ma, come d’obbligo, le bocche per ora restano cucite!
Lorenzo Quadri
Capodicastero turismo
Città di Lugano

Lugano fa un passo verso gli anziani

Riscontro oltre le aspettative per l’inchiesta partita a fine novembre

A fine di novembre, la città di Lugano ha deciso di realizzare un’indagine tra i suoi abitanti in età AVS. Agli anziani luganesi è stato inviato un formulario contenente un centinaio di domande. Domande a cui rispondere, in genere, con una crocetta.  Tuttavia in alcuni ambiti si invitava a formulare delle valutazioni di tipo più personale. Il titolo dell’inchiesta, “Lugano città amica degli anziani”, già chiarisce quali siano gli intenti dell’operazione.
«Si tratta – spiega Lorenzo Quadri, capodicastero istituti sociali della città di Lugano – di raccogliere informazioni utili a verificare come percepiscono gli anziani la propria qualità di vita a Lugano, prendendo in considerazione il maggior numero possibile di ambiti, non solo di tipo urbanistico, ma spaziando dalla sicurezza al trasporto pubblico ai servizi sociali, solo per citare alcuni temi. L’obiettivo è quello di raccogliere indicazioni che poi possano servire alla città per apportare dei miglioramenti realisticamente fattibili. A volte infatti possono bastare anche delle operazioni piccole e dal costo contenuto o nullo per migliorare la qualità di vita degli anziani (e non solo degli anziani). Non vorremmo però che l’esercizio si esaurisse in questo. Il formulario è stato anche l’occasione per far passare delle informazioni utili sui servizi cittadini, che magari non tutti gli anziani conoscono. Inoltre,  si vogliono anche creare dei gruppi di discussione con gli anziani per dare continuità al lavoro svolto. Elementi particolarmente interessanti che sicuramente emergeranno da questa indagine “ad ampio raggio”, potranno venire in un secondo tempo approfonditi tramite interviste con un numero più ridotto di interlocutori».
Che riscontro sta avendo l’inchiesta?
Direi molto buono, al di là delle più rosee aspettative. Sono stati spediti oltre 12mila formulari.  Sulla base di quanto è usuale per inchieste di questo tipo, un rientro di 2000 formulari sarebbe stato già un successo. Soprattutto se si considera che, per cercare di raccogliere il maggior numero di “imput” possibili, le domande erano parecchie, circa cento. Quindi per rispondere, anche se col sistema delle crocette, un po’ di tempo ci vuole… Inoltre su alcune questioni si invitava a formulare delle brevi osservazioni. Ebbene, i formulari ad oggi rientrati sono circa 4300: quindi più del doppio di quanto sarebbe stato già ottimistico auspicare. Inoltre 471 persone hanno dato la propria disponibilità a partecipare a gruppi di lavoro. Segno quindi che l’inchiesta ha incontrato apprezzamento e interesse: un sentito grazie a tutti quelli che si sono presi il tempo e la briga per rispondere, e che ancora lo faranno. Come pure a tutti quanti hanno lavorato e stanno lavorando a questa operazione.
Quando si sapranno gli esiti dell’inchiesta?
Ci vorrà qualche mese, dal momento che i dati da analizzare sono una marea.
Quali altri progetti sono in cantiere?
Ce ne sono vari, le idee certo non mancano ed i bisogni della popolazione nemmeno… naturalmente bisogna anche fare i conti con le risorse a disposizione. La città di Lugano dal punto di vista sociale può a buon diritto vantare una tradizione di eccellenza, che intende difendere malgrado la situazione finanziaria al momento non sia rosea.
Il prossimo appuntamento?
Presto sarà presentato in Municipio l’esito del nuovo studio sulla povertà, che verrà in seguito reso pubblico.
MDD

Completamento autostradale del Gottardo: no al sistema dei due pesi e delle due misure

Nel periodo natalizio, il Consiglio federale ha deciso che il completamento del traforo autostradale del San Gottardo, che permetterà di evitare al Ticino tre anni di isolamento dal resto della Svizzera, sarà accompagnato da una norma legislativa che sancisca l’impossibilità di utilizzare più di una corsia per direzione. Si tratta dunque di garantire che la capacità del traforo non verrà aumentata, così come stabilisce la Costituzione. Da notare che nessuno dei sostenitori del secondo tubo  ha mai messo in discussione il rispetto della Costituzione.
Tre anni di isolamento a seguito dei noti lavori di risanamento al tunnel esistente avrebbero per il nostro Cantone delle conseguenze economiche pesantissime. Le aziende interpellate in un’inchiesta promossa dalla Camera di commercio parlano di un 20% dei loro posti di lavoro a rischio. Ma d’altra parte l’andamento dell’economia ed i posti di lavoro non sono mai stati una preoccupazione delle cerchie ro$$o-verdi che, per questioni ideologiche, si oppongono al secondo traforo il quale, è bene sottolinearlo, non costituisce un raddoppio, bensì un completamento.
Il referendum contro la seconda canna è stato da tempo annunciato dagli oppositori. Questi ultimi, sia detto per inciso, fanno credere di essere in molti utilizzando la collaudata tattica delle prese di posizione multiple da parte di tante piccole associazioni, che però rappresentano sempre le stesse persone. Un sistema che in Ticino non inganna nessuno. Per contro, Oltregottardo qualcuno ci casca. Nelle scorse settimane è stato il caso della blasonata testata economica romanda Agéfi, i cui redattori sono caduti nel trabocchetto come novellini, titolando “il Ticino contrario al secondo tunnel”. Che simili messaggi distorti “passino” nel resto della Svizzera è pericoloso per il nostro Cantone.

Niente pedaggio
Nelle scorse settimane è stata tuttavia presa dal Consiglio federale anche una seconda decisione: quella di non riscuotere  pedaggi al Gottardo per finanziare il secondo traforo. Decisione corretta, in quanto il Gottardo “a pagamento” costituirebbe un unicum a livello svizzero – e quindi una discriminazione del Ticino. I pedaggi o li si mettono ovunque, o non li si mettono da nessuna parte. Introdurli solo al Gottardo significa penalizzare il nostro Cantone in maniera del tutto ingiustificata.
Né si può dimenticare l’aspetto, fondamentale, della sicurezza, drammaticamente balzato per l’ennesima volta agli onori della cronaca nei giorni prima di Natale a seguito di un nuovo scontro frontale con esito mortale. E’ ovvio che due tubi monodirezionali escludono il rischio di simili devastanti collisioni. E’ strano che proprio chi – sempre lo schieramento rosso-verde – ha inasprito il codice stradale con una serie di misure vessatorie ai danni degli automobilisti, inserite sotto il pretesto della sicurezza  nel programma Via Sicura, chiuda gli occhi davanti alla trappola costituita da un tunnel bidirezionale di 17 km.
 In più, un ulteriore aspetto della vicenda è particolarmente urtante. Non si capisce perché, mentre altre regioni godono in campo autostradale di investimenti importanti e non sempre giustificati – ad esempio, creazione in Svizzera interna di tunnel artificiali antirumore a tutela di due case e tre mucche, mentre un gioiello come Bissone viene devastato nei secoli dei secoli con mostruosi muraglioni, crasso esempio di sistema dei due pesi e delle sue misure – quando si tratta di investire anche per il  Ticino (non solo: anche), allora bisogna inventarsi, e solo in quel caso,  sistemi per non spendere: ad esempio pedaggi discriminatori. Come se il completamento del traforo autostradale del Gottardo non fosse un’opera di interesse Svizzero, e come se investire in Ticino fosse qualcosa di riprovevole, di cui bisogna quasi scusarsi di fronte al resto del Paese.
Oppure si ritiene che l’asse del Gottardo abbia già avuto a seguito della monumentale opera AlpTransit da 25 miliardi, con tanto di inutile secondo tunnel al Ceneri, e che rischia concretamente di fermarsi in dogana?
Al proposito un piccolo inciso: chi abita nei Comuni attraversati dai lavori di scavo di AlpTransit Ceneri non dorme di notte (e nemmeno di giorno) a causa dei brillamenti. Strano che nessuna testata giornalistica o associazione ambientalista si interessi alla situazione: si fosse trattato di un tunnel stradale, se ne sarebbero già sentite di tutti i colori. Perché la ferrovia è tutelata dal “politikamente korretto”; la strada, evidentemente, no.
Interessante poi, per chiudere il cerchio, l’annunciato referendum ro$$o-verde contro il secondo tubo autostradale al Gottardo. Ma se nella legge viene inserito il divieto di aumentare la capacità della galleria, cosa referendano i contrari? Questo divieto? E se vincono il referendum, salta il divieto di aumentare la capacità e quindi si aprono le porte per il Gottardo a quattro corsie?
Lorenzo Quadri
Consigliere nazionale
Lega dei Ticinesi

Per frenare l’invasione dei padroncini in arrivo da Oltreconfine

Avanti con l’albo degli artigiani!

Che gli Accordi bilaterali di bilaterale abbiano solo il nome, ormai l’hanno capito anche i paracarri. Ed infatti, e di questo bisogna dare atto, l’Italia è bravissima nel proteggere il proprio mercato del lavoro da estranei indesiderati. Parola d’ordine oltreconfine: noi spingiamo  i “nostri” artigiani, padroncini, frontalieri, ecc ecc ad andare a cercare lavoro in Svizzera ma, alla faccia della reciprocità, di svizzero in casa nostra non facciamo entrare nemmeno uno spillo. A tradurre in pratica questa teoria, ci pensa la burocrazia della vicina Penisola, sempre più spinta, che fa sì che la ditta svizzera che vuole batter chiodo oltreconfine, e che magari ha pure ottenuto un lavoro, si trovi davanti tanti e tali ostacoli, ad una tempistica allucinante e a decisioni lasciate all’arbitrio più spinto e alle lune di singole persone, da trovarsi costretta a gettare la spugna. Ad esempio, per lavorare a Campione d’Italia una ditta di carpenteria ticinese ha scoperto che da qualche mese è necessario essere affiliati alla cassa edile, e sull’affiliazione decide – secondo i suoi tempi e il suo “buon piacere” – il presidente della cassa. Per quale motivo il presidente della cassa edile dovrebbe aver voglia e fretta di dare il via libera alla concorrenza estera, non lo spiega nessuno, e quindi…
Di tutt’altro tenore la situazione in Ticino, dove il padroncino, indipendente e lavoratore distaccato di turno entra a lavorare semplicemente notificandosi e la notifica può anche essere fatta via e-mail. Malgrado le sollecitazioni questa possibilità – che, siamo pronti a scommettere, negli accordi bilaterali non figura da nessuna parte – non viene tolta. Anche se abrogarla sarebbe il primo passo. Un piccolo passo avanti, certo, ma meglio che niente.
Come noto, nei primi sei mesi dell’anno le notifiche  di padroncini, indipendenti eccetera sono state 11mila. Questo significa che quando a fine dicembre ci troveremo a tirare le somme, ci accorgeremo che siamo a quota 20mila o lì vicini. L’anno scorso le notifiche erano 15’300 e già parevano un’esagerazione. Già era chiaro che l’andamento economico non giustificava tali cifre, e dunque – per usare un eufemismo – qualcosa non va  per il verso giusto.
Al danno si aggiunge la beffa se si pensa che gli indipendenti da oltreconfine per fatturato inferiore a 10mila Fr non pagano l’IVA. E la cifra non è cumulabile, per cui se uno entra 10 volte in Ticino a fare lavori da 9mila Fr per volta, non paga l’IVA. I residenti invece pagano eccome. Quindi siamo all’autodiscriminazione. Nessun altro arriverebbe a tanto. Correggere la situazione? Troppo complicato, dice in sostanza il ministro dell’economia Schneider Ammann.
L’Italia tuttavia, con la questione delle casse edili sopra indicata, ci dà un buon esempio. Seguiamolo. Creiamo anche noi un albo degli artigiani al quale, per lavorare in Ticino, bisogna essere iscritti. Naturalmente i tempi e i modi dell’iscrizione di persone in arrivo da Oltreconfine li decidiamo noi come più ci aggrada. Del resto, una mozione in questo senso è già pendente presso il Consiglio di Stato, che farebbe bene ad approvarla, e a farlo con urgenza. Perché la situazione, e lo dicono le cifre delle notifiche, sta precipitando.
Anche questa proposta non è la panacea. Però visto che siamo in guerra economica, è bene che cominciamo anche noi a mettere in atto qualche operazione di guerriglia. Sempre, va da sé, che vogliamo evitare di colare a picco. Perché a volte c’è davvero da chiedersi se questa volontà ci sia…
Lorenzo Quadri

Riforma del turismo ticinese e “dimenticanze casuali”

In un articolo pubblicato su LaRegione il presidente di Ticino Turismo Marco Solari si esprime sulla riforma della Legge sul turismo, ricordando che giovedì 11 gennaio il cosiddetto “gruppo strategico” deciderà sulla proposta di revisione.
Nel desiderio (comprensibile, essendone il presidente) di tessere le lodi dell’ente cantonale, Solari omette di citare alcuni fondamentali aspetti della riforma legislativa in corso.
Se i dati sul turismo ticinese sono quello che sono cioè negativi, e non da oggi, lo si deve sì ai fattori esterni migliaia di volte evocati (globalizzazione, viaggi low cost, cambio euro-franco, e via elencando) ma evidentemente anche a carenze operative interne. Del resto, se così non fosse, non sarebbe in corso una faticosa revisione di legge.
Ciò che il presidente ETT “casualmente” dimentica di scrivere, è che quanto partorito dal magnificato gruppo di lavoro molto deve all’intervento delle due destinazioni turistiche principali, ossia Lugano e Locarno. A livello cantonale si è immediatamente tentato di squalificare l’azione dei due maggiori enti turistici regionali come una “boutade” che non avrebbe lasciato segno.  Le cose sono però andate in modo del tutto diverso. Le proposte sono arrivate – perché qualcuno ha lavorato per prepararle, non perché esse nascano per generazione spontanea – e sono state, a quanto sembra, anche in buona parte recepite. Tuttavia da Bellinzona su questo intervento si è fin dall’inizio voluto far calare una cappa di silenzio. Forse nell’illusione che una sorta di “damnatio memoriae” avrebbe modificato la realtà.
Certamente: chi vagheggiava la creazione di un unico ente turistico cantonale, politicizzato e castrante nei confronti delle destinazioni  che sono il motore del turismo in Ticino (ma l’hanno ormai capito anche i paracarri che in questo Cantone chi sarebbe nella condizione di tirare il carro a beneficio di tutti non viene sostenuto, ma ostacolato “per non creare disparità” oltre che per invidia, nell’ottica di un deleterio livellamento verso il basso) non può essere particolarmente favorevole alla decisa svolta impressa alla nuova legge: ossia gestione imprenditoriale del turismo. Gestione basata sull’efficacia e sull’efficienza, sui progetti e sui risultati. Non sulla distribuzione delle risorse secondo criteri politici, indipendentemente dal ritorno concreto.
Giustamente Solari parla di un “nuovo inizio”. Ma, per un nuovo inizio, non basta l’arrivo di un nuovo giovane direttore. Serve un cambio di mentalità e di approccio. In caso contrario si finisce nell’arcinoto paradosso gattopardesco (che non c’entra col pardo di Locarno) del “cambiare tutto affinché nulla cambi”. Il ruolo dell’ente cantonale va fondamentalmente rivisto, così come quello delle costituende quattro destinazioni. Ma il cambio di marcia da parte di Ticino turismo ce lo aspettiamo, quello sì, ben prima del varo della nuova legge. Varo i cui tempi sono (saranno) quelli lunghi della politica.
Come una rondine non fa primavera, così un nuovo direttore non fa il cambiamento. Bisogna, come detto, cambiare mentalità. Nessuno mette in dubbio che, come scrive il presidente Solari, la “nuova generazione che ha preso in mano il turismo” sappia “lavorare bene e lavorare insieme”. A Lugano comunque il nuovo direttore di Ticino turismo non si è ancora visto molto… Sulle rive del Ceresio, occhi e orecchi sono ben aperti.
Lorenzo Quadri
Municipale di Lugano
Capodicastero turismo

Sgravi fiscali: il sindacalista degli statali perde la bussola

Ma tanto a decidere sarà il popolo…

Il kompagno Raoul Ghisletta, sindacalista del servizio pubblico con il posto sicuro ed piedi al caldo, candidato al municipio di Lugano, non ha uno straccio di argomento contro gli sgravi fiscali proposti dalla Lega dei Ticinesi. Lo ha resto evidente lui stesso, producendosi in un bilioso intervento a mezzo stampa di monumentale nullità.

La “toppata” del Gran Consiglio
A scatenare i sacri furori fiscali del sindacalista degli statali nonché aspirante municipale, un  trafiletto in cui il sottoscritto denunciava il vergognoso trattamento riservato dal Gran Consiglio all’iniziativa fiscale da 115 milioni di Fr promossa dalla Lega dei Ticinesi.
Iniziativa che il parlamento cantonale ha votato, pochi giorni prima di Natale, alle undici di sera: quando i deputati pensavano solo a rientrare al domicilio. Un simile trattamento è offensivo nei confronti dell’argomento trattato, che non è di lana caprina, dei promotori, e soprattutto dei 10mila ticinesi che, piaccia o non piaccia al sindacalista degli statali Ghisletta, hanno sottoscritto l’iniziativa.

Prevale il “tassa e spendi”
Il Gran Consiglio ha dunque rimediato una figura ben magra già dal profilo istituzionale. Per quel che riguarda il contenuto del voto, invece, come c’era da attendersi ha prevalso il njet all’iniziativa e, con esso, il principio del “tassa e spendi”.
Un principio difeso ad oltranza proprio dal Raoul e dalla $inistra. La quale $inistra, ormai ridotta a partito dei funzionari del settore pubblico e parapubblico e dei docenti (si pensi ad esempio alla lista per il Municipio presentata dal P$ di Mendrisio, su cui non figura nemmeno un lavoratore del settore privato), rifiuta in modo categorico ed addirittura isterico qualsiasi proposta che coinvolga il gettito fiscale.
E lo fa raccontando un sacco di frottole. A cominciare dalla vecchia fandonia degli sgravi fiscali che svuoterebbero le casse pubbliche, quando l’andamento delle entrate del Cantone nell’ultimo decennio dimostra proprio il contrario (i conti in rosso sono dovuti all’aumento incontrollato della spesa, ed in particolare dei costi dell’apparato statale).
Si passa poi a toni tra il terroristico e il melodrammatico. Come la panzana delle scuole, degli ospedali e delle case anziani che chiuderebbero se al cittadino e alle aziende venisse consentito un moderato alleggerimento fiscale.
Questo trito ritornello, che ricorda da vicino i proclami del Consiglio federale nel 1992 in occasione del sacrosanto No elvetico allo SEE, lo abbiamo già sentito in occasione degli ultimi sgravi fiscali concessi in Ticino, ormai oltre dieci anni fa. Gli sgravi ci sono stati, ma nessuna di simili previsioni si è realizzata. Cosa peraltro ovvia, dal momento che si parla di sgravi di 115 milioni su un gettito fiscale cantonale superiore ai tre miliardi.

Concorrenzialità a ramengo
Nell’ultimo decennio senza sgravi, la concorrenzialità fiscale del Ticino è precipitata sul fondo della classifica nazionale, e questo in tutti gli ambiti. Ciò significa che il nostro Cantone non è più attrattivo per insediamenti aziendali che creano posti di lavoro (ma al Raoul, sindacalista degli statali, i posti di lavoro nel settore privato evidentemente non interessano). E non è più attrattivo nemmeno per i buoni contribuenti. Al proposito è bene ricordare che in Ticino circa il 3% dei contribuenti paga il 30% del gettito e, se queste persone molto abbienti decidessero di partire per altri lidi per colpa di un fisco ormai non più nemmeno lontanamente competitivo, le conseguenze per le finanze pubbliche ticinesi sarebbero sì devastanti. E questo lo dice il Centro di competenze tributarie della SUPSI, assai poco sospetto di essere un istituto filo-leghista. Per non parlare poi del ceto medio, spina dorsale della nostra società e purtroppo sempre più precarizzato in un mercato del lavoro che la $inistra del Raoul Ghisletta ha voluto spalancare. Ceto medio al quale qualche soldo in tasca in più a fine mese farebbe maledettamente comodo, anche per continuare a dare il proprio contributo alla circolazione del denaro, necessaria al funzionamento dell’economia. Ma evidentemente alla $inistra del Raoul Ghisletta il ceto medio non interessa.
In Ticino una bella fetta del ceto medio è tra l’altro composta da persone che lavorano sulla Piazza finanziaria. Quella Piazza finanziaria che la $inistra, favorevole allo scambio automatico di informazioni, vuole sfasciare, creando nel nostro Cantone migliaia di disoccupati, molti dei quali non più collocabili. Questi nuovi disoccupati, ovviamente, non spenderanno più. E vedremo che fine farà il gettito fiscale grazie a queste belle politiche dei kompagni; altro che sgravi leghisti!

La solita morale a senso unico
Quelli sopra elencati sono solo alcuni degli argomenti a favore di modesti sgravi fiscali per tutti, come quelli proposti dall’iniziativa popolare leghista. Del resto, su questo tema ci sarà modo di parlare parecchio nei prossimi mesi, dal momento che sugli sgravi fiscali dovranno decidere i cittadini ticinesi.
Il sindacalista degli statali e candidato municipale in campagna elettorale Raoul Ghisletta, per contro, di argomenti proprio non ne ha.
Sentitosi, chissà perché, punto sul vivo dal mio breve commento post-votazione parlamentare (in cui nemmeno lo citavo), non ha saputo fare altro che prodursi in una squallida sequela di patetiche insinuazioni personali contro il sottoscritto. Insinuazioni che qualificano da sole chi le fa.
E poi i kompagni hanno ancora il coraggio di fare la morale agli altri in materia di confronto politico. Poveretti…
Lorenzo Quadri
Membro comitato d’iniziativa