Contro i superstipendi bisogna agire subito

Il caso Vasella lo dimostra
Contro i superstipendi bisogna agire subito

Ma solo il controprogetto all’iniziativa Minder è immediatamente applicabile. Per contro, prima che l’iniziativa venga tradotta in realtà, passeranno anni. Sempre che l’iniziativa venga effettivamente applicata. Il caso dell’espulsione dei delinquenti stranieri insegna…

Ha fatto molto parlare e non poteva essere altrimenti, la megaindennità di 72 milioni di Fr al supermanager di Novartis Daniel Vasella. La successiva rinuncia è poi arrivata quando la frittata era ormai fatta.
E’ certo che per l’iniziativa Minder non ci potevano essere alleati migliori di Novartis e Vasella. L’indennità è infatti di quelle assolutamente fuori di testa, offensive per il cittadino. Passi la responsabilità, il ruolo, i posti di lavoro e tutto quello che si vuole, ma non si può di certo venire a sostenere che il tempo lavorativo del signor Vasella, e quindi in sostanza il tempo tout court del signor Vasella, vale 1000 volte di più di quello di un comune mortale.
Come se non bastasse, secondo gli esperti le prestazioni professionali e manageriali di Vasella non sarebbero nemmeno poi così eclatanti da giustificare dei bonus a sei o addirittura sette zeri, poiché durante la sua “era” l’azione Novartis è rimasta stagnante e bisogna ancora vedere quale sarà l’esito delle acquisizioni fatte.
E’ chiaro che uscirsene a pochi giorni di distanza dalla votazione sull’iniziativa Minder è come dire alla gente di votarla. Non che prima ci fossero grossi dubbi sull’esito della votazione del tre marzo su questo tema. Adesso non ce ne sono più del tutto.
Sarebbe però profondamente sbagliato dire che chi non sostiene l’iniziativa Minder è favorevole alle megaretribuzioni dei manager. In effetti anche il controprogetto elaborato dal parlamento prevede la possibilità di limitare i salari dei dirigenti, comprendendo anche i bonus (cosa che l’iniziativa non fa). Il controprogetto alle Camere federali è stato votato da tutti i parlamentari tranne che da Thomas Minder, compresi quelli di sinistra. Quindi non può essere così scadente.
Il problema dell’iniziativa sono i danni collaterali che essa potrebbe fare. Infatti essa introdurrebbe, se approvata, una serie di regole particolarmente rigide che avremmo solo noi. Quindi la solita iperregolamentazione alla Svizzera, con la quale ci siamo già fatti male da soli più volte. La sindrome da primi della classe, o “Swiss finish” con la quel danneggiamo da soli la nostra economia. Se la piazza economica svizzera perde di attrattività e di competitività perché retta da regole troppo rigide, ci vanno di mezzo non solo le grandi aziende, ma anche quelle medie e piccole. Seguendo l’iniziativa Minder per ridurre, giustamente, i salari spropositati dei manager, si mettono a rischio dei posti di lavoro. E allora perché non intervenire sulle remunerazioni dei supermanager, visto che il problema è quello, senza mettere in pericolo degli impieghi, che è proprio l’ultima cosa che ci possiamo permettere?
Inoltre non sarebbe male se, oltre che per i salari dei manager, ogni tanto ci si scandalizzasse anche per quelli di altre categorie. Ad esempio calciatori, attori, e così via, che non hanno nemmeno l’attenuante di portare la responsabilità per migliaia di posti di lavoro.

Non si può perdere il treno
C’è inoltre un’altra questione. Il caso Vasella dimostra sostanzialmente una cosa: che è importante agire, ma soprattutto che è importante farlo subito. E questo è possibile solo con il controprogetto, che sarebbe immediatamente applicabile. Non così l’iniziativa. Prima di tradurla in realtà passeranno anni. L’esempio dell’iniziativa per l’espulsione degli stranieri delinquenti insegna. E nel frattempo, quanti altri casi Vasella/Novartis dovrà subire il cittadino? Per questo, è meglio votare no all’iniziativa Minder, ciò che farebbe entrare subito in vigore il controprogetto.
Lorenzo Quadri

La triste fine dell’orso M13 e l’ex ministro in manco di visibilità

La triste vicenda dell’orso M 13 ha tenuto banco in questi giorni causando indignazione generale. Infatti non è chiaro perché il plantigrado non potesse venire trasferito altrove invece che abbattuto.
Spiace naturalmente per la sorte dell’animale, ma l’escalation che ne è seguita non può che lasciare perplessi. Anche perché c’è lo sgradevole sospetto che il vero movente non sia la sorte di M13, ma la propria visibilità mediatica.
Cominciando dall’inizio: che Pierre Rusconi, consigliere nazionale di un partito giustamente patriottico, l’Udc, se ne esca pubblicamente con un “Svizzera di M”, deve venire deplorato. Un rappresentante del Popolo nel parlamento federale non si può permettere di insultare il Paese che è chiamato a rappresentare. Tanto più che la denigrazione della Svizzera è ormai stata fatta entrare a forza nella nostra mentalità dai fautori del politikamente korretto.
Forze politiche come la Lega e l’Udc devono combattere questo andazzo. Un andazzo che ha lo scopo ben preciso di svilire le nostre specificità e la nostra identità, per giustificare la nostra trasformazione in calderone multikulturale e l’ingresso nella fallimentare unione europea.
Alimentare sentimenti antisvizzeri, oltretutto per una vicenda del genere, è quanto di più sbagliato si possa fare. D’altra parte, che il granconsigliere e sindaco Plr di Biasca Jean François Dominé pretenda addirittura le dimissioni di Rusconi per l’improvvida sortita, è altrettanto fuori posto. Questo sì che è degrado della politica: attaccarsi strumentalmente ad una frase sballata per boicottare l’avversario, invece di confrontarsi sul piano delle idee e delle proposte per il futuro del Paese. Forse perché i partiti storici non hanno né idee né proposte ma, come ben si vede in queste settimane, solo un chiodo fisso: mettere i bastoni tra le ruote alla Lega dei Ticinesi. Per non rischiare di perdere posizioni di potere. Per non dover “dividere la torta”.
Montare casi mediatici su esternazioni dettate dall’emozione del momento dimostra peraltro che il nostro territorio è ormai saturo di media cartacei ed elettronici che non sanno come riempire le pagine. Una situazione su cui, ovviamente, c’è chi ci marcia.

Parla l’ex lacchè di Gheddafi
Ma la vicenda è ben lungi dal chiudersi, perché ecco che la triste fine dell’orso varca i confini nazionali, ed un ex ministro degli esteri italiano in manco di visibilità coglie al volo l’occasione per farsi promotore di una petizione antisvizzera. Che al signor Frattini, già segnalatosi quando era in servizio per le sortite contro il nostro Paese, del povero orso non gliene potrebbe fregare di meno, è palese. Ma cosa non si fa per un quarto d’ora di celebrità. Soprattutto quando, dopo un periodo sotto i riflettori, si è ricaduti, contro la propria volontà, nell’anonimato.
In nessun caso tuttavia si possono tollerare gli insulti alla Svizzera e agli Svizzeri che alcuni firmatari della petizione si sono sentiti autorizzati a profferire. Sia costoro che in particolare il signor ex ministro in manco di visibilità mediatica, già lacché di Gheddafi, faranno bene a volare basso, perché 1) abbiamo sicuramente più argomenti noi per fare petizioni anti-italiane (black list illegali, spioni fiscali, ecc ) che loro per farne di anti-svizzere.
Ricordiamo che il solo Ticino dà da mangiare a 56mila frontalieri e che le notifiche di 90 giorni sono esplose a quota 21mila (a danno dell’economia locale).
Quindi, se da sud pensano di andare avanti di questo passo, noi cominciamo a chiudere le frontiere con l’Italia per un paio di giorni, tanto per vedere l’effetto che fa.
Lorenzo Quadri

Il prossimo 3 marzo votiamo SI’ all’iniziativa leghista

Senza sgravi, conseguenze devastanti

Si avvicina il 3 marzo, data della votazione sull’ultima iniziativa fiscale proposta dalla Lega dei Ticinesi.
La Lega dei Ticinesi si dimostra l’unica forza politica a preoccuparsi della competitività fiscale del nostro Cantone, l’unica forza politica desiderosa di lasciare qualche soldo in tasca in più a cittadini ed imprese per immetterli nell’economia e per creare nuovi posti di lavoro, ed anche l’ unica forza politica preoccupata di correggere l’iniquo trattamento fiscale cui sono sottoposte le persone sole, o single che dir si voglia, da anni tartassate.
Sono ormai più di 10 anni che in Ticino non si vede l’ombra di una riforma fiscale. L’ultima, il quarto pacchetto fiscale, è stata approvata dal Gran Consiglio nel 2002, per entrare in vigore nel 2003. A questo scandaloso immobilismo ticinese ha invece fatto da contrappunto il dinamismo di quasi tutti gli altri Cantoni, compresi quelli con governi di sinistra, che hanno alleggerito la propria fiscalità. Il risultato è che il Ticino è precipitato sul fondo delle classifiche sulla concorrenzialità fiscale. Se non si corre ai ripari, il pericolo, molto concreto, è quello di perdere grossi contribuenti, sia fisici che giuridici, a vantaggi di altri Cantoni. Ricordiamoci che in Ticino il 2% dei contribuenti paga il 27% del gettito fiscale. Ricordiamoci pure che i redditi alti ed altissimi sono molto mobili. Se decidessero di spostarsi, le conseguenze per il nostro Cantone sarebbero “devastanti”. Questo non lo dice la Lega. Questo è il risultato di uno studio condotto un paio d’anni fa dalla SUPSI, poco sospetta di essere un covo di leghisti. Ed è il centro di competenze tributarie della SUPSI ad usare il termine “devastanti”. Detto studio, dopo essere stato presentato al pubblico con la partecipazione della direttrice del DFE, è stato poi imboscato in un cassetto in tempo di record.
Il Consiglio di Stato, come pure i partiti cosiddetti borghesi, nella loro non-politica fiscale sono, tra le altre cose, paralizzati dal terrore di eventuali referendum della Sinistra, ormai ridotta a partito dei funzionari pubblici e dei docenti, e, di conseguenza preoccupata soltanto di tutelare il dilagare a macchia d’olio dell’apparato statale – e quindi della sua spesa.
Sì, perché ammesso e non concesso che in questo Cantone ci sia un problema di tipo finanziario, il problema va ricercato non già nelle entrate dello Stato, ma nelle uscite.
Le entrate fiscali del Cantone sono infatti continuamente cresciute in particolare a seguito degli sgravi fiscali. Tra il 1996 ed il 2010, quindi a seguito dei vari pacchetti fiscali, quelli che avrebbero dovuto “svuotare le casse”, il gettito delle persone fisiche è salito del 20%. Nello stesso periodo, quello di pertinenza delle aziende è cresciuto di oltre il 71%.
Se le entrate sono cresciute, le uscite sono esplose. La spesa cantonale è passata da 1,9 miliardi all’anno nel 1992 ai 3,5 miliardi iscritti a Preventivo 2013. Di fatto un raddoppio!
Appare quindi evidente che i margini per una manovra fiscale moderata, come quella proposta dalla Lega, ma efficace, che porterebbe vantaggi a tutti, (persone fisiche e giuridiche, famiglie e persone singole) ci sono. Nel merito delle persone singole, che non sono due gatti ma 120mila contribuenti bistrattati fiscalmente, l’iniziativa leghista costituisce l’unico passo concreto che sia mai stato fatto in Ticino. Certo modesto. Ma un primo passo.
Nell’ultimo decennio, il Consiglio di Stato e la totalità dei partiti, in materia fiscale non hanno fatto altro che avversare le proposte di sgravi avanzate dalla Lega. Oltretutto le hanno avversate con argomenti grondanti il più bieco populismo (e poi populista sarebbe la Lega). Ad esempio: “se passano gli sgravi bisognerà chiudere case anziani, scuole ed ospedali”. Stiamo parlando di 115, o 190 (a seconda della stima che si vuole prendere per buona) milioni in meno, su 3400! Chiunque è in grado di rendersi conto della nullità di tali argomenti terroristici.
La proposta in votazione il 3 marzo non sarà perfetta. Ma sul tavolo non c’è altro. Malgrado a parole la politica ticinese, a partire dal governo, da anni, prima di ogni votazione su un’iniziativa leghista, dichiari di essere consapevole della necessità di una riforma fiscale in Ticino, tali dichiarazioni risultano clamorosamente smentite dai fatti. I fatti parlano di un decennio di deleterio immobilismo. C’è un solo modo per rompere questo circolo vizioso: il prossimo 3 marzo, votare Sì agli sgravi fiscali.
Lorenzo Quadri

Abuso sessuale su minore impunito in nome della multikulturalità!

E’ successo in Gran Bretagna: vediamo di non finire allo stesso modo!

Ecco i bei risultati della politica $inistrorsa delle frontiere spalancate

Come c’era da aspettarsi, in nome del politikamente korretto, alle nostre latitudini si è parlato ben poco di un allucinante caso accaduto in Gran Bretagna, a Nottingham: un 18enne residente a Birmingham ed educato in una locale scuola islamica, tale Adil Rashing, ha abusato di una ragazza di 13 anni.
II pedofilo si è giustificato dicendo di non sapere che il sesso con una ragazza di 13 anni è vietato dalla legge: infatti, ha sostenuto, nella scuola islamica da lui frequentata a Birmingham non solo non è mai stato istruito su questo punto ma anzi, gli è stato insegnato che “le donne non valgono più di un leccalecca caduto per terra”.
In questo ridente Cantone, il Mattino della domenica ed il Mattinonline hanno dato spazio alla pazzesca vicenda, raccontata in lungo e in largo dal daily mail online.
Altri invece hanno preferito far finta di niente, non sia mai che si dia ragione alla Lega populista e razzista che da anni denuncia il totale fallimento del multikulturalismo delle frontiere spalancate voluto dalla maggioranza politica e supportato dall’intellighenzia di regime, tutta rigorosamente schierata a $inistra – in nome della pretesa, ma inesistente, superiorità culturale di questa parte politica!

Sentenza indecente
Non solo il reato in sé e le motivazioni addotte dall’autore sono allarmanti, ma l’epilogo giudiziario è a dir poco criminoso.
Il magistrato inglese che ha giudicato il 18enne musulmano ha preso per buona la sua giustificazione e quindi non l’ha condannato per abusi su minori, reato che in Gran Bretagna avrebbe comportato una pena tra i quattro ed i sette anni detenzione. Ma non finisce qui. In nome della multikulturalità, Adil Rashid è stato comunque condannato a due anni di lavori di pubblica utilità, ma con una giustificazione raccapricciante: il Corano vieta il sesso prima del matrimonio, ergo Rashid ha infranto le leggi islamiche, e queste gli erano state insegnate.
E, per la serie non c’è limite al peggio, il giudice che ha emesso la sentenza, in merito alle giustificazioni addotte dall’imputato ha osservato: «ha avuto un’educazione singolare; paragonare le donne ai leccalecca è un modo molto curioso di insegnare il sesso ai ragazzi».

Minato lo Stato di diritto
Davanti a sentenze e motivazioni di questo genere, il minimo che viene da dire è che non solo lo stupratore sarebbe dovuto andare in galera, ma il giudice con lui!
Ci troviamo infatti davanti ad una situazione doppiamente vergognosa.
Punto primo: in una scuola islamica di un paese occidentale si insegna agli allievi il più bieco disprezzo nei confronti delle donne, cosa assolutamente incompatibile coi fondamenti del nostro Stato di diritto. E l’autorità cosa fa? Invece di ordinare l’immediata chiusura della scuola in questione e la messa sotto accusa di insegnanti e dirigenti, fa finta di niente ed anzi, addirittura accetta simili teorie sulle donne quale giustificazione per atti criminali!
Punto secondo: un reato penale grave come l’abuso sessuale su una tredicenne, commesso in Inghilterra da un musulmano, viene giudicato non già in base al diritto britannico, ma secondo la legge islamica! Questa è la negazione plateale del primo dovere del migrante: quello di rispettare la legge del paese in cui si trasferisce. Secondo il signor giudice che dovrebbe andare in galera assieme all’imputato, agli immigrati islamici in Gran Bretagna si applicano dunque non le leggi inglesi, ma i precetti del Corano.
Una simile vicenda mina le basi stesse del nostro Stato di diritto e dovrebbe dare adito a sollevazioni popolari.

Correre ai ripari
Prima che una situazione del genere, dimostrazione degli esiti deleteri della multikulturalità voluta dai $inistrorsi e dai politikamente korretti, si verifichi anche alle nostre latitudini, sarà bene correre ai ripari. In Svizzera si applicano le leggi svizzere che tutti, migranti compresi, sono tenuti a rispettare. Chi da imputato giustifica una violazione della legge elvetica dicendo in sostanza che “a casa sua” ciò che ha fatto è permesso, va immediatamente espulso e rimandato, appunto, “a casa sua” per direttissima.
E nell’ordinamento che regola i rapporti di lavoro dei magistrati va introdotta una clausola specifica. Il giudice che invece di applicare la legge nazionale, si sognasse di applicare quella islamica (o altre) in nome della multikulturalità, viene destituito automaticamente. E magari trasferito a Kabul.
Lorenzo Quadri

Finti asilanti e immigrazione nel nostro Stato sociale

Le “grandi scoperte”

Ma come, non dovevano essere tutte frottole della Lega populista e razzista?

Questa sembra essere la settimana delle “grandi scoperte” (si fa per dire) in campo di politica estera.
L’ufficio federale della migrazione infatti nel suo ultimo rapporto si è accorto che molti sedicenti rifugiati, prima presentare domanda d’asilo in Svizzera, si trovano già in Europa. Quindi in un paese sicuro. E vi si trovano, oltretutto, da un certo periodo di tempo. Di conseguenza, non hanno alcuna necessità di chiedere asilo nel nostro Paese. Non solo potrebbero, ma dovrebbero presentare la domanda nello Stato in cui si trovano. Se invece scelgono la Svizzera, ciò può avere una sola spiegazione, peraltro sempre la solita. Non sono alla ricerca di un rifugio, ma di prestazioni sociali più interessanti. Quindi si tratta di rifugiati economici. Ma potrebbe anche essere che queste persone siano state espulse da paesi europei dove hanno commesso reati, ed allora cosa fanno? Ma vanno in Svizzera, of course.

Svizzeri nelle caserme, ma asilanti no?
Sempre in questo ambito, si è scoperto che per alcuni piazzare i richiedenti l’asilo nelle caserme che non vengono più utilizzate è disumano. Quindi: i cittadini svizzeri nelle caserme ci possono stare tranquillamente, ma i sedicenti asilanti no.
Le scoperte non sono finite: nel sostenere i programmi di lavoro per richiedenti l’asilo, alla radio una funzionaria cantonale si esprime nei termini seguenti: “vedere gli asilanti che lavorano serve alla popolazione residente a superare paure irrazionali”. E già, perché i fatti di cronaca che vedono asilanti quali protagonisti di atti criminali di vario genere sono delle paure irrazionali. Quello che succede a Chiasso, ma non solo, è una paura irrazionale. Gli asilanti spacciatori sono paure irrazionali. Le derive del politikamente korretto sono ormai giunte alla negazione della realtà, che viene declassata da dato di fatto a paura irrazionale.

Grazie, Bilaterali!
Altra “scoperta del secolo” è l’esistenza di un chiaro fenomeno di migrazione nel nostro Stato sociale a seguito degli accordi Bilaterali, tramite contratti di lavoro taroccati. Se ne è accorto (dopo la decima fetta… ) il TagesAnzeiger.
Tramite detti contratti, il cittadino UE ottiene di trasferirsi in Svizzera per esercitare un’attività lucrativa. Poi però, misteriosamente, il contratto di lavoro si dissolve come neve al sole. Però il suo titolare rimane in Svizzera a carico del nostro Stato sociale, cui non ha mai contribuito.
Ma come, tutte queste situazioni non dovevano essere invenzioni, fantasie della Lega populista e razzista? E invece…
Lorenzo Quadri

Accordi bilaterali sempre più unilaterali: l’Italia ci fa fessi in mille modi

La discriminazione della Svizzera sale in aereo

Come volevasi dimostrare, alla faccia dei cosiddetti Accordi bilaterali, la vicina ed ex amica Penisola continua a discriminarci in tutti i modi possibili.
Quel che succede con la libera circolazione delle persone è noto. In Ticino siamo invasi non solo da 56mila frontalieri in continua crescita, ma anche da svariate migliaia di padroncini e ditte. Al proposito, le notifiche sono passate nel giro di pochi anni da 7-8000 all’anno alle oltre 21mila del 2012, senza che l’evoluzione economica giustifichi in alcun modo un simile andamento.
Mentre da un lato, quello elvetico, si stende il tappeto rosso ad artigiani ed imprese quasi integralmente in arrivo dalla zona di confine italiana ma non solo, permettendo – tanto per dirne una – di annunciarsi tramite semplice e-mail (cosa semplicemente aberrante) dall’altra parte della frontiera chi approfitta alla grande di questi vantaggi si guarda bene dall’adottare analoghi standard. Infatti le ditte ticinesi non battono chiodo Oltreconfine, scontrandosi con un’organizzazione burocratica con obiettivi protezionisti. L’Italia fa bene a proteggere il proprio mercato del lavoro. Siamo noi svizzerotti a sbagliare volendo fare, come al solito, i più papisti del Papa. Il sacro terrore bernese è quello di ricevere accuse di “razzismo” o di venire rimproverati di non applicare alla lettera ogni e qualsiasi disposizione internazionale. I paesi a noi confinanti lo sanno, e se ne approfittano alla grande.
Si sa poi che l’Italia, ma anche la Francia, viola sistematicamente la nostra sovranità territoriale inviando sul nostro territorio spioni fiscali in missione segreta travestiti da turisti. Il Consiglio federale conferma questo stato di cose ma non interviene, perché è difficile dimostrare la flagranza di reato. Naturalmente di prendere delle contromisure non se ne parla nemmeno: non sia mai!
C’è poi anche la questione dei turisti cinesi fermati in arrivo dalla Svizzera fermati e rivoltati come calzini alla dogana italiana. Da questi turisti, la Guardia di finanza pretende il pagamento in contanti del 21% del valore della merce acquistata in Svizzera. Il risarcimento dovrebbe effettuarsi all’aeroporto italiano ma naturalmente ciò non avviene perché, ammesso e non concesso che si trovi uno sportello aperto, questo non dispone affatto della liquidità necessaria per rifondere quanto fatto pagare.

Discriminati anche gli aerei
Al già lungo elenco si aggiunge la discriminazione delle compagnie aree svizzere negli aeroporti italiani, e questo alla faccia dell’accordo bilaterale sul traffico aereo.
In violazione di detto accordo infatti in vari aeroporti italiani i voli da e per la Svizzera vengono equiparati ai voli extraeuropei, e quindi gravati di maggiori spese.
Da notare che l’accordo bilaterale sul traffico aereo è in vigore dal 2002. Quindi sono oltre 10 anni che la Svizzera viene discriminata dall’Italia. Anche dopo l’intervento della Commissione europea, gli aeroporti di Roma e Catania continuano allegramente ad estorcere agli svizzerotti delle spese non giustificate. E anche tra chi, dopo l’intervento della Commissione UE, si è rimesso in riga, nessuno si sogna di restituire quanto prelevato indebitamente (si parla di una dozzina di milioni di Fr). Un po’ come accade per i premi di cassa malati pagati in eccesso, tanto per intenderci…
Anche in questo caso, come in tanti altri: svizzeri discriminati dall’UE da oltre un decennio, ma naturalmente da parte elvetica nessuna reazione degna di questo nome.
Lorenzo Quadri

Cifre confermate dallo studio commissionato dall’OMCT

Premi di cassa malati: ci hanno depredato 400 milioni!

Ma, bene che vada, ne rivedremo solo meno della metà! Alla faccia dell’equità e del federalismo…

In materia di premi di cassa malati, i ticinesi sono stati derubati per anni. E il maltolto ammonta ad almeno 400 milioni di Fr. Quindi, se l’Ufficio federale della sanità pubblica propone un modello di rimborso di 140 milioni di Fr, vuol dire che – anche nella denegata ipotesi in cui tale compensazione dovesse venire approvata dalle Camere federali – i cittadini ticinesi ci avrebbero comunque smenato 260 milioni. Non gli enti pubblici. I cittadini direttamente.
Il provento della rapina effettuata ai nostri danni dagli assicuratori malattia con la complicità dell’autorità federale viene messa nero su bianco dallo studio commissionato dall’ordine del medici del Canton Ticino (OMCT) a Bruno Cereghetti, già capo dell’Ufficio assicurazione malattia del DSS e attualmente consulente in proprio. Lo studio è stato presentato venerdì dal Presidente dell’OMCT Franco Denti.
Dallo studio emerge anche un altro dato degno di nota. Ossia che con tutta probabilità, la totalità degli 85 milioni di Fr a copertura delle cure in clinica privata da cui gli assicuratori malattia sono stati sgravati (in quanto i costi se li è assunti il Cantone), ma gli assicurati no, non avendo beneficiato di alcuna riduzione di premio, sia ancora confluita nelle riserve degli assicuratori. Ancora una volta questi soldi prelevati ai ticinesi sono dunque stati impiegati per coprire deficit di altri Cantoni.
Che quindi davanti ad una sottrazione di 400 milioni la Commissione della Sanità e della Sicurezza sociale del Consiglio degli Stati non volesse entrare nel merito di nessuna restituzione, è una crassa violazione di ogni principio di equità. Ma anche una restituzione parziale, bisogna esserne ben consapevoli, costituirebbe in ogni caso un furto di proporzioni monumentali ai danni del nostro Cantone. Quindi, e su questo dobbiamo esserne in chiaro, gli scenari realistici che si prospettano per i Ticinesi sono due. O rimanere fregati, o rimanere un po’ meno fregati.
E’ quindi importante che tutte le istanze politiche si facciano sentire forte e chiaro nei confronti di questa manifesta ingiustizia. Che subiremo ancora una volta perché la maggioranza dei Cantoni non ha interesse ad andare oltre ad una soluzione minimalista per salvare la faccia al federalismo. Dittatura della maggioranza, dunque: che impone alla minoranza un’ingiustizia facendosi forte, semplicemente, della propria superiorità numerica. Il “bello” della democrazia!
Nemmeno per trovare delle modalità di restituzione di quanto si è pagato di troppo occorre fare dei grandi sforzi immaginativi. Cereghetti nello studio OMCT indica una modalità semplice e praticabile. Non una restituzione ma un congelamento dei premi di chi ha pagato e tuttora paga troppo; mentre chi ha pagato troppo poco si troverà un aumento “extra”, spalmato nel tempo, «a compensazione delle carenze del passato».
Lorenzo Quadri

Padrone europeo comanda, cavallo elvetico trotta

Paghiamo la disoccupazione anche ai frontalieri!

Mentre tale Lara Comi, europarlamentare del PdL già segnalatasi per una lunga serie di castronerie antisvizzere (a cui si potrebbe anche rispondere con una qualche misura di ritorsione se la Signora Comi avesse una qualche importanza, cosa che non ha) si lamentava su La7 che i 56mila frontalieri italiani che lavorano in Ticino, troppi dei quali a scapito della popolazione residente, verrebbero maltrattati (?), la Basler Zeitung online fornisce un interessante promemoria su una cosuccia. Cosuccia che avevamo già a suo tempo segnalato da queste colonne, ma naturalmente…

Cedono già a titolo preventivo
Gli è che nell’aprile dello scorso anno il Consiglio federale (e ti pareva…) senza fare troppo rumore ha ripreso una direttiva europea, l’ennesima. Ciò sempre all’insegna del “padrone europeo comanda, cavallo svizzero trotta”.
In Ticino come noto ci sono 56mila frontalieri italiani. Se perdono il lavoro, essi hanno diritto ad un’indennità di disoccupazione pagata dal paese di residenza – nel caso del Ticino dall’Italia. Nel 2012 l’UE ha preteso una partecipazione della Svizzera al pagamento di queste indennità. E, come ha spiegato la persona responsabile del dossier presso la SECO, tale Oliver Schärli, la Svizzera ha, semplicemente, calato ancora una volta le braghe. Su tutta la linea.

«L’Unione europea – ha dichiarato lo Schärli alla radio SRF – non avrebbe sicuramente dimostrato comprensione se la Svizzera si fosse rifiutata di entrare in materia su questo tema». Notare l’utilizzo dei verbi al condizionale da parte del funzionario. Se ne deduce che i negoziatori “svizzerotti” non hanno neppure tentato di opporsi. Hanno alzato bandiera bianca a titolo preventivo. Come al solito.
In effetti, già in passato la Svizzera contribuiva al finanziamento delle indennità di disoccupazione pagate ai frontalieri con un contributo annuo di 250 milioni di Fr, che non sono noccioline. Si trattava di un contratto “a tempo determinato”, che era scaduto quattro anni fa, senza che nessuno, da Bruxelles, facesse un cip. Adesso gli eurobalivi sono tornati alla carica. E, come da copione, hanno ottenuto tutto quello che volevano in un battere di ciglia.

Contributo giusto? No!
Si dirà, e sicuramente lo diranno i politikamente korretti e spalancatori di frontiere, che anche i frontalieri contribuiscono al finanziamento dell’assicurazione disoccupazione, e pertanto “è giusto” che possano incassare le prestazioni nel caso rimanessero senza lavoro. Calma e sangue freddo. Una delle principali cause della disoccupazione in Ticino è proprio la saturazione del nostro mercato del lavoro da parte di manodopera in arrivo da Oltreconfine. I residenti non trovano, di conseguenza, sbocchi professionali e finiscono in disoccupazione ed in assistenza. L’aumento del numero delle domande d’assistenza da parte di giovani è inquietante.
Quindi non è certo uno scandalo che i frontalieri paghino i contributi di disoccupazione ma non possano beneficiare delle prestazioni, dal momento che i costi occupazionali, sociali, infrastrutturali ed ambientali (tutti i giorni almeno 45mila auto in più sulle nostre strade) provocati da quella che è una vera e propria invasione non sono nemmeno lontanamente coperti da quel che ci resta “attaccato là” delle imposte alla fonte, ossia il 60%.
Dover ancora sborsare contribuiti per il finanziamento dei frontalieri che perdono il lavoro è la classica beffa che si aggiunge al danno: una situazione che grida vendetta. Ma naturalmente a Berna ci si adegua “quatti quatti” all’ennesima pretesa dei nostri amati vicini: “still und leise”, scrive la Basler Zeitung online. “Still und leise” perché è meglio che la gente non sappia. Altrimenti potrebbe anche “inalberarsi”. E, soprattutto, rendersi conto che la libera circolazione delle persone è un accordo devastante che deve essere fatto saltare.
Lorenzo Quadri

Divieto di burqa: il suo posto è nella Costituzione

A furia di dai e dai qualcosa si muove. Il prossimo 25 marzo la Commissione petizioni e ricorsi del Gran Consiglio sottoscriverà i rapporti sull’iniziativa “Vietare la dissimulazione del viso nei luoghi pubblici ed aperti al pubblico”, meglio nota come iniziativa antiburqa.
I rapporti annunciati sono due: uno a difesa del controprogetto del Consiglio di Stato, l’altro a sostegno dell’iniziativa. Per ora – ma vedremo se il 25 marzo sarà ancora così – nessun kompagno politikamente korretto ha annunciato rapporti contrari sia ad iniziativa che a controprogetto. Probabilmente è però solo questione di tempo.
In apparenza, dunque, tutti o quasi sarebbero d’accordo sul divieto. Il Consiglio di Stato nel suo controprogetto indiretto propone tuttavia di inserirlo in una legge. L’iniziativa popolare, invece, è di rango costituzionale: chiede in altre parole l’iscrizione del divieto nella Costituzione.
Fa ovviamente piacere che il Consiglio di Stato condivida, almeno a grandi linee, l’obiettivo del divieto, ma il comitato promotore, presieduto dal “Guastafeste” Giorgio Ghiringhelli, non può accettare che esso venga inserito solo nella legge. Se infatti è stata lanciata un’iniziativa costituzionale, con la conseguente necessità di raccogliere 10mila firme invece di 7000, non è per diletto, ma perché si vuole dare al divieto un significato particolare. Significato che chi propone il “semplice” inserimento nella legge dimostra, per atti concludenti, di misconoscere.
La sicurezza è sicuramente un argomento importante a favore del divieto perché una persona nascosta dal burqa può fare di tutto e di più (ad esempio sfregiarne un’altra con l’acido come di recente accaduto a Londra). Del burqa potrebbe, è evidente, approfittare anche un delinquente per camuffare la propria identità. Tuttavia la battaglia contro il burqa è una battaglia di civiltà e non solo di ordine pubblico. Per questo motivo, come ha scritto il presidente del Comitato promotore Ghiringhelli alla Commissione delle petizioni del Gran Consiglio, l’apposita norma deve venire inserita nella Costituzione.
Si tratta in sostanza di riaffermare che il burqa è incompatibile con il nostro Stato di diritto, con il principio costituzionale della parità tra uomo e donna, e più in generale con la nostra società occidentale.
Nella nostra società, infatti, l’interlocutore lo si guarda in faccia. Non si interloquisce una palandrana. Le donne si fanno riconoscere; non sono nascoste da un lenzuolo che le copre da cima a fondo, cancellandone l’identità. La nostra società non può accettare che una donna venga costretta a sparire sotto metrature di stoffa. Tanto più che il burqa non è un’espressione religiosa ma sociale.
Ma se anche una donna decidesse per motivi religiosi (malgrado come detto nessun testo religioso imponga il burqa) di volersi volontariamente ricoprire da capo a piedi, ebbene questo tipo di sedicente espressione religiosa sarebbe comunque inaccettabile per la nostra società. Anche se volontaria.
I diritti costituzionali, come la libertà di religione, non sono protetti in modo assoluto. Possono venire limitati a determinate condizioni (base legale, interesse pubblico, proporzionalità). L’obbligo di tutelare il nostro modello di società deve avere, e su questo non si può transigere, la priorità su espressioni religiose aberranti; specie se poi, come nel caso concreto, nemmeno sono espressioni religiose.
Si tratta di affermare in modo deciso la nostra società occidentale e liberale, opposta ad un modello (?) $inistrorso, e “completamente fallito” (parola di Merkel e Cameron) di multikulturalità. Multikulturalità che, in nome alla bufala del politikamente korretto, vorrebbe permettere a qualsiasi migrante trasferitosi in Svizzera di vivere esattamente allo stesso modo, con le stesse regole, di come farebbe nel suo paese d’origine. Ma chi vuole vivere esattamente come nel suo paese d’origine, e non accetta che le cose da noi funzionino in modo diverso, non deve lasciare il paese d’origine e non deve trasferirsi in Svizzera.
Quindi il burqa è sì un problema di sicurezza ma, soprattutto, è un problema di civiltà. Per questo il suo posto è nella Costituzione, non nella legge. Assieme ai diritti fondamentali.
Senza contare che una legge può essere abrogata, modificata, diluita dal parlamento. Sicché, conoscendo i nostri polli e le loro devianze politikamente korrette, è chiaro che non ci si può assolutamente fidare.
Lorenzo Quadri

 

Cittadini UE: grazie agli accordi bilaterali

Si mettono a carico della socialità svizzera

Un articolo del TagesAnzeiger conferma quello che la Lega e il Mattino hanno sempre predicato; ma come, non dovevano essere tutte frottole della Lega populista e razzista?

Ma guarda un po’! Per l’ennesima volta, la Lega e il Mattino avevano ragione. Il fenomeno dell’immigrazione nel nostro Stato sociale si sta verificando, e in grande stile, a seguito degli accordi bilaterali.
Da notare che i sostenitori di questi devastanti trattati invece insistevano, e tuttora insistono, nel dire che in Svizzera sarebbe entrato solo chi ha un lavoro. Campa cavallo. O meglio: è vero che per staccare il permesso B necessario per trasferirsi nel nostro paese il cittadino UE deve dimostrare di avere un lavoro in Svizzera. Deve dimostrare di averlo in quel momento. Non certo che l’avrà ancora dopo un anno, un mese, una settimana o anche un giorno.
Quindi cosa succede? Succede che il cittadino UE arriva in Svizzera con un contratto di lavoro tarocco: tutte le parti in causa sanno che il contratto in questione verrà sciolto nel giro di un batter di ciglia. Tutte tranne, va da sé, le autorità svizzerotte che non fiutano l’inganno nemmeno per sbaglio e rilasciano allegramente il permesso richiesto.
Dopodiché, il gioco è fatto. In base sempre ai soliti bilaterali, il felice neotitolare del permesso B ha diritto ad aprire un termine quadro di disoccupazione se può dimostrare (?) di aver lavorato, in Svizzera o in un paese UE, un numero sufficiente di giorni. E già qui non ci vuole una fantasia particolarmente perversa per immagine il festival di certificati di lavoro più o meno farlocchi e comunque non verificabili, ma che naturalmente verranno presi per buoni dagli svizzerotti. Quindi cittadino UE si porta a casa le indennità di disoccupazione, svuotando le casse di questa assicurazione senza aver mai contribuito a riempirle, o portando un contributo irrisorio. Ed una volta esaurite le indennità? Forse che arriva il rimpatrio, come dovrebbe essere normale? Infatti, se un cittadino della disunione europea ottiene un permesso di dimora “per esercizio di attività lucrativa”, se il motivo per cui tale permesso è stato rilasciato, ossia l’esercizio dell’attività lucrativa, viene a cadere, il permesso deve, o piuttosto dovrebbe, decadere. Così non è: infatti di permessi B che entrano in assistenza ce ne sono eccome, tant’è che a Lugano essi costituiscono circa il 15% delle nuove domande. E, come direbbe qualcuno, nüm a pagum: paga il Cantone e paga il Comune di residenza.
Adesso il Tages Anzeiger ha scoperto che succede quello che ci si poteva aspettare sarebbe successo. Quello che la Lega e il Mattino avevano sempre e a gran voce annunciato e denunciato fin dall’inizio. Quello che, invece, secondo i partiti $torici ed in primis la $inistra spalancatrice di frontiere, erano tutte frottole populiste e razziste, e mai e poi mai sarebbero diventate realtà.
Il “Tagi” ha infatti scoperto che esisterebbe nel Canton Berna (ma sicuramente non solo lì) una vera e propria organizzazione che fornisce a cittadini stranieri – si tratterebbe soprattutto di portoghesi, italiani e spagnoli – contratti di lavoro fittizi (si suppone a pagamento) per potersi trasferire in Svizzera e, di conseguenza attivare la catena di prestazioni sociali sopra descritta.
Come volevasi dimostrare, dunque, per l’ennesima volta la Lega dei Ticinesi ed il Mattino avevano detto il vero. I Bilaterali provocano allarmanti e costosi fenomeni di immigrazione nel nostro Stato sociale: e non solo tramite i ricongiungimenti familiari di persone che dichiaratamente non esercitano attività lucrativa, ricongiungimenti che necessiterebbero di un capitolo a parte e che andrebbero drasticamente limitati, ma anche tramite i permessi rilasciati a chi dovrebbe venire in Svizzera per lavorare. Ma in realtà è mosso da ben altri motivi.
Al proposito, sarebbe interessante sapere in Ticino quanti permessi B giunti in Svizzera per svolgere un’attività professionale sono stati rimpatriati dopo che l’attività professionale, alla base del rilascio del permesso, è venuta a mancare! Qui ci sarebbe senz’altro materia per interrogazioni al Consiglio di Stato…
Lorenzo Quadri

Iniziativa fiscale della Lega: perché bisogna votare Sì

«Indispensabile riacquistare concorrenzialità fiscale»
Il deputato in Gran Consiglio e Consigliere comunale leghista Paolo Sanvido, professionalmente attivo anche nell’ambito finanziario, si esprime sulla proposta in votazione il prossimo 3 marzo.

Paolo Sanvido, perché questo è il momento per dire sì a sgravi fiscali?

Perché siamo tra i Cantoni più cari della Svizzera sia per le persone fisiche sia per le persone giuridiche.

Il tema più pesante che grava sulla fiscalità ticinese è quello della mancanza di capacità concorrenziale con gli altri cantoni.

Per noi è necessario tenere in considerazione che persone fisiche molto facoltose, così come società dalla notevole mobilità, possono essere indotte a lasciare il Cantone o a non farne il proprio domicilio o sede per cercare situazioni fiscali più favorevoli in altri Cantoni della Svizzera.

Con il fenomeno della concorrenzialità fiscale intercantonale dovremmo convivere almeno per i prossimi venti anni, poiché popolo e cantoni a grande maggioranza l’hanno confermata negli scorsi anni. Nonostante le difficoltà attuali è necessario far uscire il Ticino dagli ultimi posti della classifica intercantonale.

L’iniziativa ha in particolare considerato che:

1. in qualsiasi economia è importante garantire il consumo interno e se possibile una certa crescita (dunque banalmente vuol dire lasciare più soldi nelle tasche delle persone); Una riduzione della pressione fiscale è alla base per la crescita dell’economia.

1. in momenti di bassa congiuntura si deve procedere ad investimenti e ristrutturazioni che permettano in seguito l’aumento di produttività o margini, l’attuazione di risparmi o il miglioramento della qualità di vita;

1. in momenti di alta congiuntura si rimborsano i prestiti, si procede a degli accantonamenti per appunto tempi difficili;

1. l’unico strumento a disposizione della politica è la fiscalità e quindi bisogna andar al di là del minor gettito di uno o due anni, si deve avere il coraggio di agire con un orizzonte temporale più a lungo termine.

Minori entrate, minori possibilità di intervento dello Stato in settori anche sensibili come quello della socialità. Viste le difficoltà di far quadrare i bilanci (si pensi solo alle infinite discussioni sui preventivi 2012) quali sono secondo lei gli spazi di manovra e le sacche in cui intervenire per contenere le uscite della spesa pubblica?

Il Cantone ha dimostrato di non saper gestire le risorse pubbliche in maniera oculata. Le spese cantonali continuano a salire in maniera incontrollata. Nuove assunzioni pubbliche a cinque zeri, mandati diretti senza controllo sono solo la punta dell’iceberg di un’amministrazione pubblica che spende ogni anno 3’400 milioni di franchi di soldi pubblici. Anzi, soldi dei contribuenti.

Questi soldi vengono amministrati spesso senza applicare il minimo buon senso. L’unica soluzione, dunque, è quella di “affamare la bestia”, prima che lo Stato diventi gigantesco ed ingestibile. Le spese del Cantone aumentano ogni anno del 3%. Questo non per qualche adeguamento all’inflazione, che come sappiamo non è un fenomeno presente nella nostra economia in questi anni. Si aumentano le spese, così, per inerzia.

Le politiche del “tassa e spendi” hanno dato risultati fallimentari in tutta europa, perché è proprio in un momento di crisi che bisogna avere il coraggio di rilanciare l’economia grazie a degli sgravi fiscali che possano incentivare i consumi e gli investimenti.

Tra i motivi di chi si oppone agli sgravi così come proposti dalla Lega vi è pure quello legato al fatto che i frontalieri pagherebbero circa 20 milioni di franchi in meno di imposte. Come la mettiamo? Non è forse la Lega che vuole tassare ancora di più i frontalieri?

Proprio per ovviare a questo problema il consigliere nazionale Lorenzo Quadri ha depositato un postulalo al Consiglio Federale che chiede di spingere affinché il sistema d’imposizione fiscale dei frontalieri rientri con le aliquote del regime fiscale italiano. Questo aggiusterebbe questa leggera distorsione.

Questa proposta ha raccolto immediatamente e pubblicamente l’apprezzamento del Prof ed esperto fiscale Marco Bernasconi che vede di buon occhio l’applicazione ai frontalieri delle aliquote fiscali italiane come da noi proposto. In pratica verrebbero applicate ai frontalieri le aliquote fiscali italiane, trattenendo in Svizzera l’intera quota dell’attuale imposta alla fonte per poi versare a Roma la differenza.

Lo scopo per il nostro Cantone, e spero che su questo tutti concordiamo, è quello che il Ticino paghi meno di quello che sta facendo adesso: il 38,8% non è più proponibile. La proposta dell’On. Quadri potrebbe essere una buona soluzione che andrebbe bene sia al Ticino che all’Italia. I lavoratori frontalieri delle fasce di confine sarebbero penalizzati, ma d’altronde si andrebbe a eliminare una disparità di trattamento fiscale con quei frontalieri che sono al di fuori delle fasce di confine e che in certi casi hanno un prelievo fiscale doppio di quello dei loro “colleghi” a ridosso del confine.
MDD

 

 

Aggiornamento dello studio sulla povertà

Pronta la nuova “radiografia” della popolazione di Lugano

E’ stato presentato nei giorni scorsi il nuovo studio sulla povertà effettuato dalla Città di Lugano. Si tratta del secondo studio di questo tipo svolto sulle rive del Ceresio. Il documento è il frutto del lavoro congiunto dei servizi cittadini e della Tiresia SA.
In realtà la definizione “studio sulla povertà” è comoda ma riduttiva. Infatti, l’indagine portata a termine costituisce una radiografia della situazione socioeconomica della popolazione di Lugano in generale: quindi non solo dei poveri, ma anche di tutti gli altri.
Lo studio è stato promosso dagli Istituti sociali comunali della Città di Lugano.
La prima indagine, così come questo aggiornamento, sono stati voluti non solo per disporre di un bello studio che nessun altro ha, cosa che sarebbe riduttiva, ma per avere uno strumento dal quale ricavare delle linee di intervento mirate e concrete. In quest’ottica è dunque chiaro che l’accento viene messo non già su chi è ricco, ma su chi è nel bisogno.
A seguito dello studio del 2009, è stato adattato il regolamento sociale comunale. Sono stati resi più generosi i parametri d’accesso; idem per prestazioni erogabili. Sono anche state definite meglio le spese per far fronte alle quali il cittadino che rientra nei limiti di reddito e sostanza che danno accesso alle prestazioni del regolamento può ottenere un aiuto.
E’ pure stato istituito il numero verde 0800 6900 00. Chiamandolo, si ottengono informazioni sulle prestazioni sociali (non solo comunali). Più di recente, quindi negli scorsi mesi, il sito internet della città (www.lugano.ch) è stato arricchito di una sezione dedicata alla socialità, comprensiva un calcolatore on-line che permette a chiunque di verificare preliminarmente (senza garanzie: si tratta di un indicatore di massima) se può avere accesso agli aiuti previsti dal regolamento comunale.
L’ultima novità è la creazione, nella sezione del sito www.lugano.ch dedicata agli aiuti sociali, di uno sportello virtuale in cui vengono presentate le offerte di alloggio a pigione moderata (dove per pigione moderata si intendono appartamenti i cui canoni d’affitto sono inferiori o uguali a quelli riconosciuti dalla LAPS).
Anche dal nuovo “studio sulla povertà”, che non è un semplice aggiornamento dello studio esistente ma presenta pure delle innovazioni metodologiche per essere il più aderente possibile alla realtà, bisognerà trarre delle conseguenze concrete. Esso dovrà, dunque, tradursi in proposte operative.
E, visto che si parla di povertà, il dato più vistoso che emerge dallo studio è che a Lugano ci sono oltre 5200 nuclei familiari con un reddito inferiore a quello stabilito dalla LAPS (Legge sull’armonizzazione delle prestazioni sociali).
Se si vuole ritenere che chi dispone di un reddito inferiore a quello contemplato dalla LAPS è povero, allora a Lugano ci sono 5200 nuclei familiari sotto la soglia della povertà. Relativa, certo, ma sempre povertà. Non sono pochi. Dopo gli interventi sociali cantonali, rimangono ancora 1339 nuclei sotto i limiti della LAPS. Di questi, 726 comprendono persone anziane, 613 no. Questo dato dimostra l’importanza di disporre di un regolamento sociale, il più possibile efficace e mirato, anche a livello comunale.

Nuove domande d’assistenza
Parlando di povertà, non ci si può esimere da alcune considerazioni sul numero delle persone in assistenza. Al proposito si segnala, come scritto nelle scorse settimane, un aumento che deve fare riflettere.
A Lugano si è infatti passati da una fase in cui il numero dei casi aperti d’assistenza era più o meno stabile attorno ai 750-800, fino a raggiungere la quota attuale di circa 1200. La media dei casi in gestione su base annua è passata dai 729 del 2008 ai 1003 del 2012. La crescita è dunque, e purtroppo, significativa. L’aumento si spiega col fatto che da un lato crescono le nuove domande d’assistenza, dall’altro diminuiscono le uscite. I beneficiari di aiuti pubblici faticano dunque più di prima a rendersi indipendenti.
Nel 2012 le nuove domande d’assistenza sono state 420, i casi chiusi 310. Di queste 420 nuove domande, 77 riguardavano persone tra i 19 e i 25 anni, 51 persone tra i 26 ed i 30. Ciò significa che quasi 130 domande d’assistenza su 420 sono presentate da persone sotto i 30 anni. Dunque cresce il numero dei giovani il cui primo contatto con il mondo del lavoro è… la disoccupazione.
Cercare di invertire questa tendenza è uno dei compiti più importanti dell’ente pubblico. La grande maggioranza dei problemi sociali nasce infatti dalla mancanza di lavoro.
Lorenzo Quadri
Capodicastero Istituti sociali
Città di Lugano

Il prossimo 3 marzo sì alla revisione delle ARP

Promuovere gli interessi di molti e non i privilegi di pochi

Il prossimo tre marzo di voterà sulla professionalizzazione delle presidenze delle Autorità regionali di protezione (le ex Commissioni tutorie).
Contro la professionalizzazione, approvata dal Gran Consiglio, la neonata Associazione dei Comuni ha presentato referendum.
Dopo la dissoluzione di Acuti e Coreti, la prima battaglia politica della nuova associazione, presieduta dal radicale Riccardo Calastri Sindaco di Sementina, è stata proprio quella contro la professionalizzazione delle ARP. In via incidentale si fa notare che la città di Lugano è stata la prima, con la sua defezione, a dare il là allo sfaldamento dell’Acuti (Associazione comuni urbani ticinesi), e non si sogna di entrare a far pare della nuova Associazione. Questo perché per Lugano serve uno statuto speciale nei rapporti con il Cantone.
Ohibò, possibile che la nuova Associazione non abbia altre battaglie da portare avanti? In effetti, quella contro la professionalizzazione dei presidenti di ARP, sembra assi più una battaglia a tutela delle cadreghe degli attuali presidenti di tutoria, tra cui vari municipali radicali. Radicali come il presidente Calastri che ha mobilitato la neonata associazione. Se poi la nuova Associazione dei Comuni voleva mostrare i muscoli al Cantone, ci sarebbero stati ben altri ambiti in cui farlo. Ad esempio il nuovo onere scaricato da quest’ultimo sul groppone degli Enti locali con il Preventivo 2013.
La battaglia a favore dello statu quo puzza dunque di difesa degli interessi di bottega degli avvocati presidenti di tutoria, molti dei quali di estrazione radicale. Sospetto ulteriormente avvalorato dal fatto che Franco Celio, deputato radicale, ha presentato un’interrogazione urgente contro la scheda di votazione del 3 marzo, ritenuta fuorviante. L’atto parlamentare non è sicuramente tra i meglio riusciti del gran consigliere Plr, dal momento che parte dal presupposto che i votanti non siano capaci di votare, e rischia oltretutto di risolversi in autogoal. Gli avversari della riforma non hanno altri argomenti? Sono queste le frecce al loro arco?
O forse malgrado tutto sono anch’essi consapevoli che la riforma, contrariamente dal referendum dei Comuni, parte da scopi ideali, ossia dalla volontà e necessità di cambiare un sistema che non funziona? A fare le spese di questo malfunzionamento sono, oltretutto, dei cittadini “fragili”: gli utenti delle ARP ex Tutorie, appunto.
Per non parlare poi del plateale conflitto d’interessi dei presidenti di ARP che vanno a difendere i propri clienti non solo nelle altre ARP, ma addirittura in quella da loro presieduta. Si può ovviamente comprendere come gli avvocati abbiano un interesse molto particolare nell’utilizzare l’ “atout” della presidenza di Tutoria o ARP che dir si voglia, per acquisire nuovi clienti (ad esempio nell’ambito dei divorzi).
Non solo le associazioni a scopo ideale che tutelano le famiglie, i pazienti ed i consumatori (AGNA, ATFMR, Movimento Papageno, Donna 2, AGAPE, Conferenza cantonale dei genitori, ACSI,.. ) difendono la riforma, ma essa è sostenuta anche dalla maggioranza del Gran Consiglio e anche da vari Municipi. Un qualche motivo ci sarà. Forse perché la riforma mira a promuovere gli interessi di molti, mentre il referendum tenta di salvaguardare i privilegi di pochi?
Tra i Municipi favorevoli alla riforma, si segnala quello di Lugano. A Lugano le due CTR hanno già una medesima presidente, che svolge questa mansione a tempo pieno. Il sistema funziona.
Lorenzo Quadri

Al carcere della Stampa il 75% degli ospiti non è svizzero

Un albergo per delinquenti stranieri!

Ma come, non dovevano essere tutte frottole della Lega populista e razzista? Invece, gli è che il penitenziario cantonale della Stampa risulta essere un “paradiso” per detenuti stranieri, dal momento che la stragrande maggioranza dei carcerati che potrebbe scontare la pena al Paese d’origine, in base ai trattati internazionali in vigore, rifiuta di farlo. Chissà come mai…? Forse perché lo standard delle condizioni di detenzione non è esattamente lo stesso?
La notizia, di per sé non nuova, viene riportata e precisata sulla pagina che il Corriere del Ticino di giovedì ha dedicato al tema. Nella pagina in questione viene confermato un altro dato su cui la Lega ed il Mattino da tempo insistono (ma naturalmente anche queste erano tutte frottole della Lega populista e razzista). Ossia che il 75% degli “ospiti” delle strutture carcerarie ticinesi sono stranieri.
Quest’ultimo dato suscita ineleganti travasi di bile agli spalancatori di frontiere fautori del politikamente korretto. Infatti, la cifra dimostra la realtà e la consistenza della criminalità straniera in Ticino – e quindi il completo fallimento della multikulturalità.
Davanti alla percentuale “da brivido” (75% di detenuti stranieri) gli spalancatori di frontiere tentano di arrampicarsi sui vetri invocando una serie di eccezioni, a cominciare dal pericolo di fuga che sarebbe maggiore per gli stranieri. Punto primo, l’eventuale pericolo di fuga potrebbe spiegare una qualche differenza, ma non certo una rapporto svizzeri stranieri del 25 a 75 nel penitenziario della stampa, e tra l’altro in alcuni periodi la percentuale di detenuti stranieri supera abbondantemente l’80%!
Punto secondo, non dovrebbe esserci un gran pericolo di fuga, dal momento che di tornare nel proprio paese, questi detenuti non ne vogliono proprio sapere. Da noi stanno troppo bene.
Quindi, non solo la nostra rete sociale è troppo attrattiva per chi vuole arrivare in Svizzera per approfittarsene da paesi esteri vicini e lontani, ma anche le nostre prigioni sono troppo comode.
Una soluzione per correggere questa distorsione ci sarebbe: obbligare i detenuti stranieri a scontare la pena a casa propria, ossia nei carceri del paese d’origine. Oggi la Svizzera ha sottoscritto una sessantina di trattati internazionali in questo senso, la maggioranza dei quali prevede vari criteri restrittivi, in particolare che il trasferimento può avvenire solo dietro consenso del detenuto. Questo requisito del consenso va stralciato. Per quel che riguarda i costi di carcerazione all’estero, occorre adattarsi a pagarne una parte. Infatti, da un lato non si vede perché dovremmo anche pagare per i criminali stranieri che hanno commesso reati sul nostro territorio: è un po’ come aggiungere la beffa al danno. Ma d’altro canto, se non vengono ripresi dai paesi d’origine, i costi di detenzione dei delinquenti stranieri restano sul groppone a noi. E i costi di detenzione svizzeri sono decisamente più elevati di quelli esteri.
Malgrado a $inistra si continui ad inventarsi la panzana della Svizzera razzista e xenofoba per giustificare una linea politica che mira a sfasciare il paese – ma per giustificare anche, più prosaicamente, l’esistenza di apposite commissioni antirazzismo e quindi posti di lavoro e cadreghe ben remunerate per i kompagni di partito – la realtà è che la Svizzera è troppo attrattiva: troppo attrattiva per chi vuole approfittarsi del nostro Stato sociale, troppo attrattiva per gli asilanti (e guai a metterli nelle caserme in disuso, sarebbe disumano! Gli svizzeri ci possono andare, ma non i finti rifugiati, non sia mai!) e troppo attrattiva per i delinquenti stranieri per i quali la Stampa, se paragonata con i carceri del Paese d’origine, è un albergo di lusso. Si può scegliere perfino il menu…
Lorenzo Quadri

 

Ulteriore esplosione delle notifiche di lavoro temporaneo: non si può stare a guardare

Nell’anno 2012 le notifiche di lavoro di meno di tre mesi presentate in Ticino da padroncini e distaccati sono state 21’313, come dichiarato dall’Ufficio della sorveglianza sul mercato dal lavoro al GdP.
La notizia non sembra aver suscitato particolare preoccupazione. Ma avrebbe dovuto. I campanelli d’allarme erano già suonati nell’estate, quando era emerso che a metà anno era stata superata la quota di 11mila notifiche.
Negli ultimi anni le notifiche sono cresciute in maniera esponenziale (18’900 nel 2011, 16’700 nel 2010). Se si pensa che fino a qualche anno fa le notifiche si aggiravano sulle 8000 annue, ci si accorge che esse sono quasi triplicate. Del resto è verosimile che, visto l’andamento, nel 2013 si raggiungerà quota 25mila. Questo senza che l’evolversi dell’economia ticinese giustifichi in alcun modo una crescita di questo tenore.
Le 21’313 notifiche nel 2012 si sono tradotte in ca 671mila giornate lavorative: giornate che sono andate perse all’economia ticinese, a vantaggio di quella d’Oltreconfine.
Le cifre ufficiali non contemplano, come ovvio, il “nero”, che andrebbe quindi aggiunto.
Gli ispettori preposti al controllo sono, sempre secondo l’Ufficio della sorveglianze sul mercato del lavoro, 19.5. Per quanto aumentato, tale organico non può costituire una garanzia contro gli abusi: di fatto ogni ispettore dovrebbe controllare oltre 1000 notifiche.
Questa situazione dovrebbe finalmente dare adito a delle contromisure a tutela del mercato del lavoro e dell’economia locale. Prima fra tutte l’abolizione della possibilità, per l’operatore d’Oltreconfine, di notificarsi semplicemente via e-mail, che va sostituita con l’obbligo di iscriversi ad un apposito albo, iscrizione che deve presupporre l’adempimento di una serie di requisiti volti a minimizzare il rischio di abusi in particolare nell’ambito degli oneri fiscali e sociali e del diritto del lavoro.
L’evoluzione del numero delle notifiche rende inoltre urgente mettere fine alla discriminazione sull’IVA a danno di ditte ed artigiani ticinesi: infatti, contrariamente al collega ticinese, l’artigiano italiano è esente dall’IVA se esegue in Svizzera un lavoro di valore inferiore ai 10mila Fr senza importare materiale.
Il problema è ben noto al Consiglio federale che, tuttavia, quest’ultimo non pare voler affrontare.

Brillante performance dell’Associazione svizzera degli impiegati di banca

Schierati contro i propri associati!

L’ASIB favorevole allo scambio automatico d’informazioni che causerà svariate decine di migliaia di licenziamenti sulla piazza finanziaria elvetica

Quando si dice essere “ben” rappresentati! I vertici dell’Associazione svizzera degli impiegati di banca (ASIB) si schierano contro il segreto bancario e a favore dello scambio automatico di informazioni. Lo scambio automatico di informazioni porterà… automaticamente ad un drastico e drammatico ridimensionamento della piazza finanziaria svizzera. Ciò si tradurrà nella cancellazione di svariate decine di migliaia di posti di lavoro in Svizzera. Per quel che riguarda il Ticino, si parla di almeno 5000 impieghi. Del resto i licenziamenti sono già in atto.

Segare il ramo su cui si è seduti
Sicché l’ASIB svizzera si schiera a favore dello scambio automatico d’informazioni che provocherà uno sfacelo occupazionale nel settore. Come segare il ramo su cui si è seduti. Ci troviamo davanti ad un caso plateale di rappresentanti di categoria che si schierano contro gli interessi della categoria che dovrebbero difendere.
Il minimo, ma proprio il minimo, che un simile atteggiamento dovrebbe produrre, sono delle dimissioni in blocco di soci ASIB. Non si vede infatti per quale motivo uno  dovrebbe restare affiliato e pagare le quote d’iscrizione ad un’associazione di categoria che, invece di fare i suoi interessi, gli gioca contro.
C’è almeno da sperare che la sezione ticinese dell’ASIB abbia il coraggio di prendere una posizione diversa rispetto a quella delle sedi centrale e romanda.

Romandia: il kompagno presidente
Al proposito di ASIB Romandia, vale la pena ricordare che essa è presieduta da tale Jean-Christophe Schwaab, Konsigliere nazionale $ocialista vodese. Non che in Parlamento molti si siano accorti della presenza di Monsieur Schwaab. Ma anche in tale sede isituzionale, costui non ha perso l’occasione per ribadire la linea del Partito $ocialista contro il segreto bancario – e quindi contro la piazza finanziaria e chi ci lavora.
Perché sostenere lo scambio automatico d’informazioni, ripetiamo, significa sostenere il licenziamento di decine di migliaia di bancari. E per chi viene lasciato a casa le prospettive sono tutt’altro che rosee. Pensiamo ad esempio a chi, cinquantenne, ha svolto tutta la sua carriera professionale in banca ed improvvisamente si trova messo alla porta. Messo alla porta perché? Non per colpa sua, ma perché il Consiglio federale, con l’approvazione dei suoi rappresentanti di categoria, sta sfasciando la piazza finanziaria elvetica, in quanto totalmente incapace di opporre resistenza alle pretese di un’UE sull’orlo del baratro, che ha trovato nella Svizzera la diligenza ideale da assaltare. Ideale perché i soldi ci sono. E ideale perché nessuno la difende. Anzi: chi da svizzero difende la Svizzera viene criminalizzato, in patria, dai politikamente korretti con le solite trite accuse di razzismo. L’UE sa benissimo che il terrore più grande della Svizzera non è creare disoccupati o devastare uno dei principali settori economici. No. La principale paura dei governanti elvetici, l’incubo con cui proprio non riescono a convivere nemmeno con la consulenza di uno staff di psicoterapeuti,  è venire accusati di xenofobia. E di questo, chi ci ha dichiarato guerra economica per proprio tornaconto se ne approfitta in grande stile.
Trovando, appunto, degli alleati all’interno della Svizzera. La $inistra in primis. Ma, che tra questi alleati nella demolizione della piazza finanziaria elvetica, ci sia chi dovrebbe rappresentare quanti traggono dalla piazza finanziaria il proprio sostentamento, è a dir poco indecente. E’ evidente che i vari Schwaab si fanno campagna elettorale tra il popolo di $inistra sulla pelle dei bancari che dovrebbero rappresentare. Questo è forse “moralmente corretto”?
Va da sé che nessuno, al proposito, dice alcunché; non sia mai…
Lorenzo Quadri

Assistenza, anche a Lugano le cifre salgono

Sempre più giovani faticano ad entrare nel mondo del lavoro

Il disagio economico anche tra la popolazione di Lugano si fa sentire. La radice va ricercata, naturalmente, nel lavoro – o piuttosto nella sua mancanza.
Le cifre parlano chiaro. A Lugano si è passati da una fase in cui il numero dei casi d’assistenza era più o meno stabile attorno ai 750-800, fino a raggiungere la quota attuale di circa 1200 casi aperti.
La media dei casi in gestione su base annua è passata dai 729 del 2008 ai 1003 del 2012. La crescita è dunque importante e non può lasciare indifferenti.
L’aumento si spiega col fatto che da un lato crescono le nuove domande d’assistenza, dall’altro diminuiscono le uscite dall’assistenza: i beneficiari di aiuti pubblici faticano molto più di prima, quindi, a rendersi indipendenti.
Nel 2012 le nuove domande sono state 420, mentre i casi chiusi 310.
In  molti casi l’assistenza costituisce un integrativo alle entrate. Ovvero, il beneficiario ha già una fonte di reddito (ad esempio un lavoro a tempo parziale, o una rendita di disoccupazione o altro) ma quel che ne ricava non basta per vivere.
Tuttavia, la maggior parte delle volte l’assistenza costituisce l’unica rendita. E’ evidente l’influsso dei problemi sul mercato del lavoro, della difficoltà di trovare sbocchi professionali. Difficoltà  che, è lapalissiano, è legata a filo doppio alla crisi generalizzata, come pure alla sostituzione dei residenti con frontalieri. Il famoso soppiantamento, la cui esistenza è stata negata ad oltranza dal Consiglio federale. Il quale solo in tempi recenti ha dovuto ammettere, con imbarazz tremend imbarazz, che non si può escludere che la sostituzione sia un fenomeno reale e non una fantasia malata dei leghisti populisti e razzisti.
La difficoltà di accesso al mondo del lavoro ben la si vede osservando la statistica delle nuove domande d’assistenza in base all’età dei richiedenti. Sulle 420 nuove domande del 2012, 77 riguardano persone tra i 19 ed i 25 anni, 51 persone tra i 26 ed i 30.  Ciò significa che quasi 130 domande d’assistenza su 420 sono presentate da persone sotto i 30 anni. Cresce dunque, e non è certo positivo, il numero dei giovani il cui primo contatto con il mondo del lavoro è la disoccupazione.
Per quel che riguarda i licenziamenti, invece, essi si ripercuotono di regola solo con ritardo sull’assistenza perché, prima, interviene la disoccupazione.
E’ certo comunque che la situazione non è rosea. Occorre quindi darsi da fare nel promuovere l’ occupazione. La città di Lugano fa già parecchio, offrendo oltre 200 programmi di inserimento professionale. Si può ancora migliorare, non solo per quel che riguarda le proposte formulate dall’ente pubblico ma anche, ad esempio, nel mettere in relazione la richiesta di prestazioni lavorative con la domanda, e monitorando in modo efficace e, come si usa dire oggi, proattivo, la situazione. Progetti in questo senso sono in cantiere presso l’Area di intervento e promozione sociale, appositamente creata da alcuni mesi all’interno degli Istituti sociali comunali.
E’ certo che l’occupazione dei residenti deve essere la prima priorità della politica. E l’occupazione dei residenti va di pari passo con la necessità di creare, per loro, delle corsie preferenziali d’accesso al mercato del lavoro. Il principio “residenti e non residenti” sullo stesso piano, contenuto nella libera circolazione delle persone, deve saltare o saranno guai.
Lorenzo Quadri

 

Aumento del costo della vignetta autostradale

Mendrisiotto pesantemente penalizzato

I Comuni del Mendrisiotto esprimono la propria preoccupazione per l’aumento del prezzo della vignetta autostradale.
Essi temono infatti che la diretta conseguenza del rincaro sarà un ulteriore aumento del traffico sulle strade cantonali e comunali.  Già ora, rilevano i Comuni, parecchie persone in arrivo da Oltreconfine per non pagare i 40 Fr di vignetta non usano l’autostrada. Parecchi di più lo faranno se il contrassegno dovesse salire a 70 o 100 Fr. In questo contesto, non aiuta la vignetta della durata di due mesi inventata a Berna. Tanto per cominciare quest’ultima costerebbe comunque 40 Fr. La situazione attuale dimostra che tale prezzo non basta a scongiurare il fenomeno dell’”abuso” della rete viaria comunale e cantonale.
Inoltre, non tutti pianificano l’intero anno sicché con il sistema della vignetta bimensile, qualche visitatore saltuario,  per essere “in regola” potrebbe anche trovarsi nella condizione di doverne acquistare tre o quattro in un anno, operazione non certo conveniente. Quindi, magari la prima volta compra il contrassegno, ma le altre no.
Poi si potrà obiettare che le autostrade italiane costano di più, che 70 o 100 Fr per viaggiare un anno per tutta la Svizzera in un confronto internazionale costituiscono un prezzo vantaggioso. Si potrà dire tutto quello che  si vuole, ma queste sono delle semplici giustificazioni a scopo di auto convincimento. La realtà dice che chi arriva saltuariamente da Oltreconfine, se appena può non pagare la vignetta, non la paga. E questo già ora. Non ci vuole dunque la sfera di cristallo per immaginare, come correttamente fanno i Comuni del Mendrisiotto, che il transito sulle strade cantonali e anche comunali, nel bel mezzo degli abitati, aumenterà in modo importante di pari passo con l’aumento del prezzo della vignetta. Quindi più disturbo per chi vive vicino a queste strade. E, va da sé, ancora più inquinamento e ancora più intoppi sulla rete viaria.

Turismo di giornata
Bisogna poi considerare anche un ulteriore effetto negativo del rincaro del contrassegno autostradale. Ossia il calo del turismo di giornata. Un tipo di turismo comporta un indotto importante, seppure al  momento non misurato. Il turista di giornata, già scoraggiato dal cambio euro-franco, lo sarà senza dubbio di più dall’aumento del costo della  vignetta. Potrebbe dunque decidere di non venire più in Svizzera. Questo vale per il Ticino ma, ovviamente, anche per le altre zone di confine.

Ma Berna ha già deciso
I Comuni del Mendrisiotto hanno ragione a lamentarsi ma purtroppo ben difficilmente otterranno soddisfazione. Infatti sulla proposta di vignetta giornaliera per 10 Fr, come conosciuta in vari paesi europei, le Camere federali hanno già deciso.  E hanno deciso che non se ne fa nulla. La proposta del sottoscritto in questo senso in Consiglio nazionale è stata bocciata a larga maggioranza. Il Consiglio federale ha dichiarato di essere sulla stessa lunghezza d’onda: a dire del governo, infatti, la vignetta giornaliera comporrebbe minori entrate e complicazioni burocratiche.  Non ci sono speranze in una retromarcia. Per quel che concerne l’esenzione dal pagamento della vignetta per il Mendrisiotto, poco ma sicuro che le censure sollevate sarebbero le stesse.
Quindi, ancora una volta, grazie alla Berna federale, il Ticino ed in particolare il Mendrisiotto si ritroverà a scontare le conseguenze negative di scelte politiche che non tengono per nulla in considerazione le regioni di frontiera, considerate come le figlie della serva.
Lorenzo Quadri
CN Lega

Iniziativa della Lega per sgravi fiscali per tutti

Un primo passo verso le persone singole

Malgrado gli isterismi della $inistra ormai ridotta a partito degli statali, gli sgravi fiscali sono possibili. Anche in Ticino. 
Il nostro Cantone non può sfuggire alla crisi generalizzata. A maggior ragione nell’attuale regime delle frontiere spalancate. Regime fortemente voluto dai partiti storici, $inistra in primis.
In tempo di crisi, non bisogna essere dei Nobel per l’economia per saperlo, occorre pensare al rilancio. E il rilancio passa anche per gli sgravi fiscali, che ne sono un tassello fondante.
Tartassare cittadini ed imprese in periodo di crisi significa andare ad impantanarsi di bel proposito. Una prospettiva che può lasciare indifferenti solo gli statali ed i loro sindacalisti, che tanto hanno impiego e stipendio assicurato.
Se i ticinesi devono sempre più tirare la cinghia e preoccuparsi per il posto di lavoro, a non tirare la cinghia è il Cantone, la cui spesa continua a crescere. E non certo per sostenere i cittadini in difficoltà.
La spesa cantonale cresce a seguito di assunzioni superflue, cresce per mandati agli amici degli amici, cresce per mantenere stranieri in assistenza, cresce a causa di una burocrazia che si autoalimenta e che, per giustificare la propria esistenza, crea sempre nuovi ostacoli al cittadino e alle aziende.
Il Cantone spende 3.4 miliardi di Fr all’anno. Ci si renderà ben conto come, rapportati a 3,4 miliardi di Fr, i 115 milioni degli sgravi leghisti siano poca cosa. 115 milioni su 3400: i conti li può fare chiunque. Venire a raccontare la fandonia che questi 115 milioni di minori entrate temporanee – sottolineiamo: temporanee – a fronte di una spesa annua di 3400 milioni porteranno alla chiusura di scuole, ospedali e case anziani, significa, semplicemente, far ridere i polli.
Certo: è molto più facile e comodo applicare la politica del “tassa e spendi”. Mettere le mani nelle sempre più esauste tasche del contribuente. Ma non è perché una cosa è facile che è anche giusta.
L’iniziativa fiscale della Lega vuole venire incontro a tutti: famiglie e persone singole, come pure le aziende.
Al proposito, è importante sottolineare che l’iniziativa della Lega è il primo gesto che viene fatto, a livello popolare, a favore di una fiscalità più equa per le persone sole, che infatti beneficerebbero di un alleggerimento fiscale di una ventina di milioni.
Le persone singole, le cosiddette aliquote B, non sono quattro gatti. Al contrario, sono la maggioranza dei contribuenti di questo Cantone: circa 120mila contribuenti tassati, contro le 72mila aliquote A dei coniugati (naturalmente un’aliquota A è composta da due persone).
Il clichè del “single in Porsche” va assolutamente sfatato. La maggior parte delle persone sole è ben lungi dall’essere ricca; con l’aggravante che, in caso di difficoltà, il single non può in genere contare su una rete familiare di sostegno.
Le aliquote B risultano tartassate e questo da molti anni; in Ticino ancora di più rispetto alla media svizzera.
L’iniziativa fiscale della Lega, sottoscritta da oltre 11mila cittadini ticinesi, permetterebbe di compiere un primo gesto di equità nei confronti di una categoria – quella dei singles – che è, al contempo, numerosa e dimenticata dalla politica.
Un motivo in più per sostenere gli sgravi fiscali proposti dalla Lega dei Ticinesi, unica forza politica che si preoccupa di lasciare qualche soldo in più nelle tasche della gente.
Lorenzo Quadri

Giù le mani dal moltiplicatore!!

Preventivo 2013 in Municipio domani prima del risotto di Carnevale

Ma guarda un po’! Domani dopo l’ennesimo rinvio il Preventivo 2013 della Città di Lugano dovrebbe tornare in Municipio per decisione definitiva!  Proprio una bella tempistica, preventivo in Municipio prima del risotto di Carnevale! E vogliamo proprio vedere cosa uscirà dalla seduta carnascialesca!
La Lega dei Ticinesi ha parlato chiaro in più occasioni: il moltiplicatore non si tocca, altro che il 75% che vorrebbe la maggioranza municipale! Al proposito però ci potrebbero essere dei colpi di scena (uella) perché, come ormai noto, prima di partire per la trasferta in Russia, Re Giorgio ha mandato una e-mail ai colleghi in cui a sorpresa si dichiara a favore del moltiplicatore al 70%! Basta quindi che anche un solo altro municipale si schieri su queste posizioni, e il moltiplicatore resta fermo al 70%!
Di mettere le mani in tasca alla gente non c’è alcun bisogno, nemmeno per l’annunciato “annus horribilis” (finanziariamente parlando) 2013 per le casse cittadine! Infatti, per la serie “ma tu guarda i casi della vita”, sono misteriosamente spuntati all’orizzonte due contribuenti (persone fisiche) che verseranno all’erario della città qualcosa come 15 milioni di franchetti! Il DFE lo sapeva benissimo, ma naturalmente guai a trasmettere le informazioni a chi a Lugano deve preparare i bilanci con un minimo di credibilità!!
Altri 5 milioni di divendi extra arriveranno dall’AIL SA! Inoltre le uscite possono essere ridotte di 17 milioni semplicemente riportandole al livello di quelle inserite a Preventivo 2012! Sì, 2012, ossia dell’anno appena concluso! Non 1912!!
Inoltre ancora, ci sono dei settori dove si può tranquillamente tagliare, ed il principale di questi è la kultura che a Lugano non crea alcun indotto, nemmeno per sbaglio, ma costa oltre 17 milioni, tra spese del DAC, di preparazione all’apertura del GUTTALAC ormai slittata al 2016 e contributi assortiti! Oltre 17 milioni dei contribuenti gettati al vento! Per non parlare delle mostre con cifre d’affluenza che fanno ridere i polli!
Tra le misure di risparmio cui la Lega si è sempre opposta c’è poi quella,  ridicola, di abolire la prima mezz’ora gratuita nei posteggi del centro cittadino, mezz’ora gratuita pensata per incentivare i commerci e gli esercizi pubblici del centro! Contro questo taglio sconclusionato nei giorni scorsi sono giustamente insorti i commercianti! La Lega dice che non solo la mezz’ora gratis deve essere confermata ma, in funzione anticrisi, deve  essere estesa a tre quarti d’ora!!  Nei sabati estivi ed in quelli del periodo natalizio, inoltre, le tariffe di posteggio vanno dimezzate!! La Lega si oppone con la massima fermezza alle balorde politiche ro$$o-verdi che mirano a buttare fuori le auto dal centro cittadino col risultato di desertificare il  medesimo e di farne fallire le attività economiche!!
Già l’accessibilità del centro cittadino è andata a ramengo a causa del fallimentare piano viario PVP (Pirla Vai Piano), un piano ideologico concepito contro le automobili! Se poi togliamo anche i piccoli incentivi rimasti, siamo proprio alla frutta!!
Altra cosa da fare subito, come abbiamo più volte ribadito, è buttare fuori il LAC dai bilanci della città! L’inutile e megalomane cattedrale nel deserto della kultura deve venire trasferita ad una fondazione o fondo d’investimento che poi lo riaffitterà alla città, di modo che il solito sfigato contribuente luganese non debba per lo meno svenarsi per pagare anche gli ammortamenti sul GUTTALAC!
Inoltre ancora, parte del patrimonio immobiliare di Lugano può e deve essere venduto, e citiamo solo tre esempi:
1) Il palazzo della Posta, dal quale si possono ricavare 40 milioni;
2) Villa Heleneum, che può essere messa sul mercato per 30 milioni;
3) La SUL al Campo Marzio, ossia almeno 17’500 metriquadri (il 35% di 50mila) da vendere a 3500 Fr/mq e da destinare all’edilizia residenziale, dai quali si possono ricavare 61 milioni!

Qui ci sono dunque oltre 130 milioni che possono essere realizzati sull’arco di tre anni!
Come si vede, di mettere le mani nelle tasche della gente in periodo di crisi per continuare a sperperare nella kultura dei musei senza visitatori, come vorrebbe fare la maggioranza municipale, non c’è assolutamente alcun bisogno!! Giù le mani dal moltiplicatore! Il moltiplicatore lo si tocca solo per abbassarlo!!
Giuliano Bignasca
Lorenzo Quadri