ASTAG: «In Italia metodi mafiosi»

Gli autotrasportatori elvetici insorgono contro la discriminazione ai danni del nostro Paese

Il direttore dell’Associazione svizzera dei trasportatori stradali Michael Gehrken manda una dura lettera al Consiglio federale: con la vicina ed ex amica Penisola bisogna cambiare registro. E’ giunto il momento di valutare misure di ritorsione

La vicina ed ex amica Penisola, come da copione, continua le sue operazioni di boicottaggio ai danni dell’economia elvetica. Mentre – ormai il ritornello è noto – da questa parte del confine si  fa a gara nell’applicare in modo autolesionista tutte le regole imposte dalla devastante libera circolazione delle persone, l’Italia fa ben altro. E il concetto di reciprocità, a sud di Chiasso, non fa proprio parte del vocabolario.
In questi giorni con l’Italia si è aperto un nuovo fronte. Ad andarci di mezzo sono gli autotrasportatori svizzeri.
Infatti il 25 aprile il direttore ASTAG (Associazione svizzera dei trasportatori stradali) Michael Gehrken ha inviato una lettera dai toni molto energici al Consiglio federale, in cui viene segnalata l’escalation di problemi con la vicina ed ex amica Penisola.
Da notare che Gehrken è stato alto funzionario dell’Ufficio federale delle strade, quindi conosce assai bene gli ambienti di Palazzo federale – e di certo non scrive lettere a vanvera.
In sostanza, nella sua missiva, il direttore ASTAG chiede al Consiglio federale di depositare una nota di protesta presso il governo italiano affinché i vicini a sud si attengano agli accordi internazionali in vigore nel settore dei trasporti stradali ed applichino il principio della reciprocità.

«Valutare misure di ritorsione»
All’indirizzo del governo, ASTAG denuncia come i trasportatori svizzeri ed i loro autisti (parzialmente anche di origine italiana) vengano “tormentati” dalle autorità italiche, le quali spesso e volentieri nemmeno dispongono della base legale per i propri interventi, che sarebbero comunque manifestamente sproporzionati.
Gehrken scrive esplicitamente di metodi mafiosi, pur mettendo il termine tra virgolette.
Gli è che dagli autotrasportatori elvetici le autorità peninsulari pretendono multe e cauzioni sproporzionate per scongiurare sequestri dei mezzi, o per riottenere i veicoli che sono stati sequestrati oltretutto – aggiunge il direttore ASTAG – per queste ed altre azioni spesso non ci sarebbe nemmeno la base legale.  E in ogni caso le cauzioni chieste sono sproporzionate.
Ancora una volta, dunque, dalla vicina ed ex amica Penisola fanno il bello ed il cattivo tempo e nel mirino finiscono, come di consueto, gli svizzerotti fessi, pedissequamente ligi alle regole e che – così pensano i nostri vicini a sud – accettano tutto senza un “cip” per paura di passare per xenofobi.
Non è così che funziona e qualcuno, nella vicina Penisola bancarottiera che ha visto nella Svizzera la diligenza da prendere d’assalto, farà bene a rendersene conto.
Come se non bastasse, oggetto delle prevaricazioni italiche sono di recente diventati anche gli autisti italiani con licenza di condurre elvetica, impiegati presso ditte di trasporto svizzere.
In sostanza, l’Italia si è messa in testa di non riconoscere più la validità dei corsi che i conducenti italiani di mezzi pesanti che dipendono da aziende elvetiche frequentano in Svizzera, ovviamente secondo gli standard internazionali. Ma va da sé che l’Italia si aspetta che la Svizzera riconosca la validità dei suoi corsi.
Il comportamento italiano è platealmente contrario agli accordi internazionali, ma sappiano che di tali  questioni a sud di Chiasso – quando ciò è nel loro interesse – non si preoccupano per nulla. Ma guarda un po’!
Quindi, per adottare lo stesso metro italiano, cominciamo a smettere di applicare l’accordo internazionale sulla libera circolazione delle persone, e vediamo cosa succede.
Lo stesso Gehrken nella sua lettera al Consiglio federale invoca  infatti di misure di ritorsione nei confronti dell’Italia. In realtà in questo caso la ritorsione sarebbe semplicemente reciprocità. Ossia trattare in Svizzera gli autotrasportatori italiani allo stesso modo in cui la dogana italiana tratta gli autotrasportatori elvetici.
Poi vediamo se la musica non cambia.
Certo che se come al solito la Svizzera continua ad essere l’unica ad applicare in modo pedissequo e alla lettera accordi internazionali mentre i nostri “partner”, avendoci dichiarato guerra economica, fanno tutto il contrario, ed in particolare i nostri vicini a sud, noi resteremo sempre cornuti e mazziati. Svizzerotti fessi, appunto. Di cui tutti si approfittano.
Lorenzo Quadri

Iniziativa popolare ai box di partenza: Basta mungere gli automobilisti ad oltranza

Ogni anno gli utenti della strada versano nelle casse federali 9.5 miliardi di Fr. E, per tutto ringraziamento, vengono tartassati e criminalizzati

E’ partita da poco la raccolta di firme per l’iniziativa “per un finanziamento onesto del traffico” o anche iniziativa della mucca mungere, poiché l’illustrazione sul formulario raffigura, per l’appunto, una mucca su ruote pronta per venire munta.
La mucca in questione rappresenta il traffico stradale: automobilisti in prima linea, ma anche moto, camion, eccetera.  La strada è da decenni ormai la mucca da mungere per finanziare il trasporto pubblico e segnatamente quello ferroviario. Ma  non solo.  Ogni anno ben 9.5 miliardi di Fr vengono versati dalla strada nelle casse federali, tramite gli svariati balzelli che gravano sul traffico motorizzato.
Come se non bastasse, tramite il programma  Via Sicura approvato nei mesi  scorsi dal parlamento, gli automobilisti vengono ulteriormente, e scandalosamente, criminalizzati.
Questo avviene perché il trasporto pubblico ed in particolare quello su ferrovia è politikamente korretto. Peccato che, se tutti gli automobilisti smettessero di utilizzare l’automobile e prendessero il bus o il treno o il tram o la biciletta elettrica o il tiro a sei, il trasporto pubblico andrebbe ben presto in bancarotta.
 In effetti, il trasporto pubblico con i biglietti – per quanto cari – copre a malapena il 40% dei propri costi. Ed infatti, a Berna si sono accorti con orrore che con l’aumento delle auto ecologiche diminuiscono gli incassi dei dazi e sovraddazi sul carburante. Ma guarda un po’!
Quindi, prima di tartassare e demonizzare, bisognerebbe pensarci un attimo.
Il fondo per le infrastrutture ferroviarie verrà dotato di 6.4 miliardi di Fr (contro i 3.5 inizialmente previsti). Questo Fondo ratifica nei secoli dei secoli il travaso miliardario dalla strada alla ferrovia. La strada non solo si autofinanzia, ma rende. La ferrovia no. Ma anche la strada è un servizio pubblico, indispensabile al funzionamento del paese. Le  aree discoste, e questo vale in particolare per il Canton Ticino, sono raggiungibili solo con l’automobile. Penalizzare gli automobilisti significa dunque penalizzare le regioni periferiche.
Non bisogna poi dimenticare che in praticamente tutte le economie domestiche c’è almeno un’automobile.  Ne consegue che ogni nuovo balzello stradale si ripercuote sul potere d’acquisto dei consumatori; ed i consumi costituiscono il 60% del PIL.
Inoltre, la rete di strade nazionali necessita di investimenti. Il livello qualitativo delle autostrade elvetiche non è così eccelso come si vuol far credere. Non ci sono neppure i cartelloni elettronici informativi usuali nella vicina Penisola e la sicurezza dei guard-rail non è a prova di bomba. Tanto per citare due esempi. Ma ci sono ovviamente anche dei problemi di capacità, ben noti a sud di Lugano a seguito dell’invasione dei frontalieri per la quale possiamo ringraziare la devastante libera circolazione delle persone.  Attualmente ogni anno sulle autostrade svizzere si registrano 16mila ore di coda, due terzi delle quali sono imputabili ad una rete stradale che non risponde più alle esigenze attuali.
L’iniziativa “per un finanziamento onesto del traffico” prevede dunque che i soldi prelevati dalla strada – e quindi dai loro utilizzatori che non sono dei paria né dei cittadini di serie B o C o Z –  vengano utilizzati per la strada e non per altri scopi: la strada e gli automobilisti non sono delle mucche da mungere – e poi, in totale incoerenza, da criminalizzare.
L’iniziativa chiede inoltre che tutte le decisioni che vogliono accollare nuovi costi agli automobilisti vengano sottoposte, democraticamente, al referendum facoltativo, di modo che gli automobilisti in questione possano dire la loro.
L’iniziativa merita dunque di venire sostenuta! Informazioni e formulari si possono scaricare da http://www.iniziativa-vacca-da-mungere.ch
Lorenzo Quadri

Bilaterali: il Consiglio federale applica la clausola di salvaguardia Un primo passo, non un punto d’arrivo!

Alla  fine il Consiglio federale ha applicato la clausola di salvaguardia, nel senso che le restrizioni alla devastante libera circolazione delle persone da essa previste sono state prolungate per quel che riguarda i paesi dell’Est, mentre il 31 maggio si valuterà l’estensione anche agli altri Stati UE. Bisogna essere consapevoli che la clausola di salvaguardia non è la panacea, in particolare non lo è per le regioni di frontiera e specialmente per il Ticino. Infatti non si applica ai permessi G (frontalieri) e nemmeno ai padroncini e distaccati che hanno invaso il Cantone.
Tuttavia, utilità pratica limitata non vuol certo dire “nessuna utilità”. Basti pensare all’immigrazione nello stato sociale dovuta alla libera circolazione delle persone, ossia l’arrivo di cittadini in arrivo dall’Unione europea che hanno ottenuto permessi B per esercizio dell’attività lavorativa tramite contratti di lavoro tarocchi. Dopo pochi mesi, il contratto viene sciolto ma il suo titolare, ben lungi dal rientrare in patria, rimane in Svizzera: a carico della disoccupazione prima, e dell’assistenza poi. Quindi a carico del contribuente elvetico.
Inoltre, ancora una volta si rileva che, quando i problemi cominciano a toccare l’Altopiano, ecco che il Consiglio federale si attiva. Finché essi rimangono principalmente confinati alle regioni di confine, invece, i problemi vengono negati all’insegna del “tout va bien, Madame la Marquise”. Ed anche la clausola di salvaguardia, come detto, ha un effetto contenuto sulle regioni di confine. Che comunque è sempre meglio di niente. In particolare di quel niente che volevano i kompagni internazionalisti ed europeisti.
Soprattutto, però, è importante il segnale politico che viene trasmesso agli eurobalivi: vale a dire che la libera circolazione delle persone causa problemi seri in Svizzera e che potrebbe dunque – anzi secondo noi dovrebbe – venire messa in discussione, leggasi disdetta, proprio dalla Svizzera. Ce ne sarà presto l’occasione, quando si tratterà di estenderla alla Croazia. La Croazia potrà dunque essere il grimaldello per far saltare tutto.
Se poi a Bruxelles qualcuno si offende perché il nostro paese fa legittimo utilizzo di una facoltà che gli spetta, questo vuole unicamente dire che soggetti del genere è giusto e doveroso offenderli.E la ministra degli esteri dell’UE Catherine Ashton, dicendo di “non capire”, dimostra solo di essere particolarmente dura di comprendonio.

Primo passo
La clausola di salvaguardia deve però essere un primo passo, non una foglia di fico. Dunque, non si tollererà che il Consiglio federale continui ad impiparsene dei problemi delle zone di confine e sepcialmente del Ticino in regime di devastante libera circolazione delle persone negando l’esistenza di problemi che sono, invece, gravi.
In particolare, che nessuno si sogni di dire che per correggere i pesanti danni collaterali della libera circolazione delle persone si è già intervenuti con la clausola di salvaguardia e quindi non bisogna intervenire oltre. Come detto, il grosso del lavoro è ancora da fare. La clausola di salvaguardia è solo un primo passo ed un segnale. Non certo un punto d’arrivo. Punto d’arrivo è, infatti, la fine della libera circolazione delle persone.
Lorenzo Quadri

Evidentemente il tema fa breccia: raccolte 8000 firme in una decina di giorni

Civica nelle scuole, l’iniziativa trionfa

L’iniziativa per la reintroduzione dell’insegnamento della civica nelle scuole medie e medie-superiori ha ottenuto un successo insperato. Infatti ha raccolto 8000 firme in una decina di giorni (per la riuscita ne sarebbero state sufficienti 7000). L’iniziativa chiede che la civica, invece di venire diluita – di fatto annullata – all’interno delle lezioni di storia, torni ad essere una materia con tutti i crismi. Ossia, con degli spazi appositamente dedicati nella griglia oraria ed una valutazione, vale a dire una nota. Altrimenti, e non serve essere dei grandi pedagoghi per saperlo, la materia non viene studiata e nemmeno assimilata.
Al momento del lancio dell’iniziativa, non poteva mancare il commento fuori posto da parte del direttore del DECS Manuele Bertoli in merito alla raccolta di firme a pagamento. Il fatto che questo sia ormai diventato l’unico modo affinché un’iniziativa popolare o un referendum riesca, dovrebbe far riflettere sul fatto che i diritti popolari, soprattutto in Ticino, sono particolarmente inaccessibili (di fatto a questo proprosito siamo gli “ultimi della classe” a livello nazionale) poiché richiedono troppe firme e il tempo a disposizione per raccoglierle è troppo poco. Ma naturalmente il direttore del DECS ben si guarda dal preoccuparsi di simili questioni locali: preferisce occupare il tempo pubblicando sul suo sito articoli in cui dà degli imbecilli ai grandi elettori del PD italiano rei di non aver votato l’europeista Prodi alla presidenza della vicina Repubblica. L’avesse fatto un leghista, i moralisti a senso unico ed in funzione partititica di Brut-Ticino avrebbero immediatamente diramato una pletora di proclami. Ma visto che Bertoli è $ocialista, allora tutto è permesso ed etico per definizione. E poco importa che Bertoli sia addirittura ministro dell’educazione!

Successo inedito
Tornando alla civica, il successo davvero inedito riscontrato dall’iniziativa lanciata dal dr Alberto Siccardi e da un gruppo interpartitico di promotori, è certamente un segnale incoraggiante. Dimostra che c’è voglia e bisogno di conoscere i fondamenti dell’organizzazione della nostra “cosa pubblica”, e di trasmetterli alle nuove generazioni.
Circondati da un’unione europea fallita sia economicamente che politicamente, gli svizzeri si rendono conto di avere in casa qualcosa di prezioso, un gioiello da non sottovalutare: il nostro federalismo,  la nostra democrazia diretta, ecctera. Insomma, la nostra “svizzeritudine”: ossia quell’insieme di specificità che la maggioranza politica di centro$inistra ha più volte tentato di gettare a mare in nome del deleterio politikamente korretto, per renderci “eurocompatibili”. In sostanza il solito livellamento verso il basso. Lorsignori volevano buttare via quanto i nostri antenati hanno costruito, quanto ha reso la nostra nazione un modello da imitare ed invidiare, per renderci uguali agli altri. Consciamente o solo intuitivamente, i ticinesi che hanno sottoscritto l’iniziativa per la civica nelle scuole, si sono resi conto che questa omologazione della Svizzera ad un’Unione europea ormai nel baratro va stoppata.

Segnale inequivocabile
Si  sarebbe potuto ritenere che un tema come l’insegnamento dell’educazione civica non avrebbe suscitato grandi passioni. Invece la popolazione si è mobilitata. Questo è sicuramente un segnale importante. Bello per chi difende la Svizzera. Brutto per chi vorrebbe discioglierci nell’immondo calderone dell’UE, allo stesso modo in cui ha disciolto le lezioni di civica, negando così alle nuove generazioni la possibilità di conoscere ed apprezzare il modello elvetico. Ciò è avvenuto un obiettivo preciso: visto che il modello elvetico andava rottamato in nome dell’internazionalismo, era bene che venisse prima dimenticato. La civica nelle scuole – se i votanto lo vorranno – non sarà certo la panacea. Però metterà i bastoni tra le ruote a questo tipo di disegno.
Lorenzo Quadri

E cosa si fa per l’occupazione degli svizzeri?

Confederazione: conti 2012 in attivo di 2.4 miliardi
E cosa si fa per l’occupazione degli svizzeri?

Invece di varare dei piani anticrisi degni di questo nome, si procede con la mentalità dell’austerità, creando tra povertà e disoccupazione tra la gente per abbellire i conti pubblici!

Come volevasi dimostrare i conti della Confederazione, anche nel Consuntivo 2012, possono vantare un attivo importante, di ben 2,4 miliardi di franchetti.
Chiaramente non è un male avere i conti in attivo, soprattutto in considerazione della situazione in cui si trovano i paesi a noi confinanti – e specialmente i vicini a sud. Non va però affatto bene che, con i conti in attivo di 2.4 miliardi, si seguano politiche di austerità che servono solo a peggiorare la situazione economica dei cittadini in periodo di crisi!
Che ci sia crisi comincia ad accorgersene anche il Consiglio federale, che infatti in caso contrario non avrebbe approvato l’applicazione della famosa clausola di salvaguardia per la limitazione della devastante libera circolazione delle persone. Ovviamente il Consiglio federale si muove solo quando a cominciare ad avere freddo ai piedi è l’Altipiano. Per le regioni di confine, invece, nisba!
Con 2.4 miliardi di attivo 2012, che non si venga più a parlare né di mettere le mani in tasca alla gente (in particolare agli automobilisti) con nuove tasse e balzelli, né di tagli nel sociale a danno dei cittadini elvetici (se invece si vuole giustamente risparmiare sugli asilanti e sugli aiuti all’estero, le porte sono spalancate). Perché, è evidente, i soldi ci sono. Quindi che non si pretenda, ad esempio, di mandare la gente in pensione a 67 anni (quando, oltretutto, già a 50 si viene espulsi dal mondo del lavoro). A proposito: non si sente più parlare delle conseguenze della revisione della LADI con cui a Berna hanno pensato bene di scaricare in anticipo un bel po’ di gente dalla disoccupazione all’assistenza, quindi sul groppone dei Cantoni e dei Comuni, mentre la Confederazione se ne lava le mani.  Per colpa dell’invasione di frontalieri e padroncini, in Ticino sempre più giovani finiscono direttamente in assistenza. Ma a questa situazione anche la brillante riforma della LADI entrata in vigore il 1° aprile 2011 (cui i votanti ticinesi erano contrari) ha dato il proprio contributo. Qualcuno ha tirato qualche somma?
Con 2.4 miliardi di attivo 2012, inoltre, non ci sono scuse per non mettere finalmente in campo un piano di rilancio dell’occupazione per gli Svizzeri in difficoltà visto che ce ne sono sempre di più – specialmente, come noto, nelle zone di confine – per colpa della devastante libera circolazione delle persone fortemente voluta dalla Confederazione. Che nessuno venga a parlare di misure di austerità con i conti in attivo plurimiliardario (mentre tutti gli altri paesi precipitano nei debiti) e mentre negli aiuti all’estero e nell’asilo si continua a sperperare senza remore il denaro del contribuente elvetico.
Lorenzo Quadri

Oro BNS: deciderà la gente

L’iniziativa popolare è ufficialmente riuscita

L’iniziativa “Salvate l’oro della Svizzera” è ufficialmente riuscita. La cancelleria della Confederazione ha convalidato oltre 106mila firme.
Il popolo sarà quindi chiamato a decidere sul destino dell’oro della Banca nazionale, che è di proprietà dei cittadini svizzeri.
Questo oro attualmente si trova depositato almeno per la metà all’estero. Dove, non lo sa nessuno e nemmeno il Consiglio federale. Rispondendo ad una domanda parlamentare l’allora ministro delle Finanze Villiger dichiarò di non sapere dove si trovasse l’oro della BNS e di non volerlo nemmeno sapere, Altrimenti “dopo una birra sarebbe potuta uscirgli l’informazione confidenziale”.
Che il massimo esecutivo federale si disinteressi del patrimonio dei cittadini elvetici fa alquanto specie, per usare un eufemismo. Ancora più specie fa, però, che i depositi all’estero non vengano messi in discussione. Questo in controtendenza con quanto accade nelle altre banche centrali. Germania, Francia ed Inghilterra hanno fatto sapere di voler rimpatriare il loro oro. In particolare si vogliono smantellare i depositi negli USA, residui dei tempi della guerra fredda, che non si giustificano più.

A rischio di ostaggio
Anche l’oro della Svizzera deve venire rimpatriato. Per vari motivi. Tanto per cominciare, non c’è posto più sicuro del nostro paese per stockarlo. Inoltre i rapporti internazionali sono deteriorati. La Svizzera, con la sua gravissima debolezza politica, è sempre più nel mirino di organizzazioni sovranazionali fallimentari e di Stati bancarottieri alla ricerca disperata di ogni e qualsiasi fonte di entrate. L’oro depositato all’estero potrebbe dunque trasformarsi in ostaggio.
Cosa vuol dire che l’oro della BNS (per la parte che si trova all’estero ossia circa la metà) è stockato in paesi sicuri? Senza dubbio, secondo la visione del Consiglio federale, la Germania è considerata un paese sicuro. Oggettivamente è difficile definire in altro modo l’unico Stato rimasto a tenere a galla una pletora di nazioni UE in bancarotta. Ma è davvero “sicuro” , oltre che politicamente opportuno, lasciare l’oro della BNS in uno Stato i cui governanti (dei Länder) acquistano a prezzi milionari CD di dati bancari rubati su conti elvetici dei loro concittadini?
Quanto all’oro depositato negli USA. Anche tra gli States non mancano quelli in fallimento, che potrebbero approfittare dell’oro degli svizzerotti. Oro che costituisce inoltre un possibile bersaglio di ricatti viste le diatribe aperte in materia di segreto bancario.
Rimpatriare l’oro è cosa buona e giusta. Oltretutto il Consiglio federale non ha nemmeno scuse politiche per non farlo.
Difficilmente infatti gli Stati UE, visto che anch’essi hanno espresso l’intenzione di rimpatriare  l’oro delle rispettive banche centrali, potrebbero dichiararsi offesi se la Svizzera decidesse di fare la stessa cosa riportandosi a casa il metallo giallo che potrebbe trovarsi in questi paesi. Comunque, se anche si offendessero, non ce ne potrebbe fregare di meno.
La Lega dei Ticinesi ha sostenuto l’iniziativa “Salvate l’oro della Svizzera”, contribuendo anche alla raccolta delle firme.
L’oro della BNS deve tornare nel nostro paese, perché è di proprietà dei cittadini e perché è il posto più sicuro. Al momento della chiamata alle urne, quindi, bisognerà votare SI all’iniziativa “Salvate il nostro oro”.
Lorenzo Quadri

Le meraviglie della fallita multikulturalità

Integralista islamico in assistenza denuncia la Svizzera a Strasburgo

La cronaca recente fornisce un altro esempio, l’ennesimo, di multikulturalità completamente fallita. Nonché una dimostrazione lampante di quello che succede ad “aprirsi” in modo scriteriato, dando retta ai politikamente korretti, per paura di passare per razzisti.
In quel di Basilea è nota la diatriba sulla partecipazione alle lezioni di nuoto da parte di due ragazze provenienti da una famiglia integralista islamica. I genitori (il padre, come consueto in queste famiglie) si rifiuta di farle partecipare alle lezioni di nuoto miste, ovvero assieme ai maschi. L’autorità scolastica giustamente ha stabilito che siamo in Svizzera e non in Pakistan e dunque le due ragazze devono partecipare alle lezioni come tutti gli altri allievi. Perché le regole che valgono per noi valgono anche per stranieri in arrivo da culture diverse. I quali per l’appunto, o si adeguano, o tornano da dove sono venuti.
Ebbene, il padre, un 37enne che la Basler Zeitung indica con il nome fittizio di Aziz O. persevera nel suo rifiuto di adeguarsi dimostrando così di non essere né integrato né integrabile pur abitando da vari anni in Svizzera. A plateale dimostrazione della sua mancata integrazione, l’uomo ha addirittura denunciato la Svizzera alla Corte europea dei diritti dell’uomo invocando fantomatiche violazioni della libertà di religione. Da notare che il signore in questione è segretario della Lega Musulmana di Basilea.
Quindi per Aziz O la Svizzera violerebbe i diritti fondamentali. Questo signore, se ritiene che libertà di religione sia vietare alle figlie di partecipare alle lezioni di nuoto, non ha che da lasciare la Svizzera per tornare al suo paese, ossia in Turchia, dove potrà esercitare la libertà di religione così come la intende lui.
A lasciare basiti contribuisce poi anche l’atteggiamento dell’autorità comunale.
Quest’ultima, in perfetto stile calata di braghe, dice che, in caso di decisione della Corte europea dei diritti dell’Uomo contraria alla Svizzera, l’autorità scolastica dovrebbe cambiare la propria posizione. In caso di decisione della Corte europea dei diritti dell’Uomo contraria alla Svizzera, non si cambia di una virgola. Le nostre regole devono valere per tutti quanti vivono nel nostro Paese, come detto in più occasioni. Non si fanno eccezioni per gli estremisti islamici i quali, come detto, non sono assolutamente obbligati a rimanere in Svizzera se ritengono di non potersi confermare alle nostre regole. Anzi. Tra le libertà fondamentali garantite dalla Costituzione c’è anche la libertà di movimento.
Ma la parte più divertente (si fa per dire) deve ancora venire.
Infatti si scopre che Aziz O. è in assistenza. Quindi: questo signore straniero, proveniente da altre culture, ospite in Svizzera, è a carico del contribuente elvetico. E ciononostante, ha ancora il coraggio di denunciare la Svizzera a Strasburgo. La Svizzera che lo mantiene. Quando si dice, letteralmente, sputare nel piatto dove si mangia. Naturalmente con la totale approvazione dei multikulturali politikamente korretti.
Quindi, ricapitolando: costui non è integrato, è estremista islamico, è mantenuto dal contribuente, e, come segretario della Lega islamica, viste le sue idee poco ma sicuro che non diffonde l’integrazione bensì proprio il contrario.
Una situazione che purtroppo conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, il cliché degli svizzerotti fessi, che si fanno sfruttare e trattare da razzisti. Naturalmente senza fare un “cip”. Perché farsi valere non è politikamente korretto. Bisogna fustigarsi sempre e comunque.
Per persone come questo Aziz. O la soluzione è una sola. Rimandare per direttissima nel paese d’origine, la Turchia, dove potrà fare ampio uso della libertà di religione che ritiene la Svizzera violi. Certo, per chi si fa mantenere dall’ente pubblico, poco ma sicuro che la vita in Turchia è più dura che da noi. Ma se, come sottolinea il diretto interessato, per lui la libertà di religione è così importante, non dovrebbe avere alcun problema a fare qualche sacrificio in suo nome. O no?
Lorenzo Quadri

Due decenni di lotte hanno portato i propri frutti:Ancora una volta, la Lega aveva ragione!

Ma come, il nostro Movimento non  doveva essere un fenomeno passeggero?
Dire che ha Lugano la Lega ha portato a casa un risultato storico sembra banale. Ma è proprio così. E il risultato luganese non era di certo scontato. A Lugano l’ex partitone ha mobilitato tutto il mobilitabile, raggiungendo il massimo risultato a lui possibile. Lo si è ben visto nel corso di una campagna elettorale di lunghezza spropositata, con un numero insostenibile di incontri, dibattiti, aperitivi, eventi, interventi sui giornali. Il Plr luganese è andato a cercare sostegni mediatici perfino tra i radicali sopracenerini. E se si arriva a questo, vuol dire che siamo a livelli di allarme non solo rosso, ma paonazzo. La gravità è massima. La paura di perdere cadreghe ha compiuto il miracolo: l’ex partitone che si schiera compatto.
Eppure tutto questo non è bastato. Non sono serviti gli scritti antileghisti propinati dalla stampa di regime un giorno sì e l’altro pure. Non sono servite le squallide campagne dei moralisti a senso unico ed in funzione partitica. La Lega ha vinto comunque. Pur non disponendo, diversamente dal Plr, di una rete di galoppinaggio organizzato.

Fenomeno passeggero?
Il nostro movimento era stato spacciato per fenomeno passeggero al momento della sua fondazione. Era stato dato per moribondo o per morto a pressoché tutti gli appuntamenti elettorali cui ha partecipato. Nel 2007 la stampa di regime dava già per scontata la perdita del seggio in Consiglio di Stato. Invece proprio quell’anno, il 2007, ha segnato l’inizio della rinascita. Le elezioni successive sono state tutte vittoriose: in aprile 2011 la Lega ha raddoppiato i consiglieri di Stato. Nell’ottobre dello stesso anno, ha raddoppiato i Consiglieri nazionali. Nelle comunali 2012 è avanzata. E ora ha ottenuto la maggioranza anche nel municipio di Lugano. Il Nano ha vinto la sua ultima battaglia.

Battaglie combattute con coerenza
I cittadini hanno evidentemente voluto premiare chi ha sempre combattuto con coerenza le proprie battaglie: contro la devastante libera circolazione delle persone, contro le frontiere spalancate, contro lo smantellamento della piazza finanziaria, contro la criminalità d’importazione, per un fisco più leggero,  per la Tredicesima AVS, per una socialità che dia la precedenza ai “nostri” bisognosi, per la reintroduzione della precedenza dei ticinesi nelle assunzioni, e così via. La Lega, e quindi il Nano, avevano visto giusto.
Anche la lista per il Municipio di Lugano, che gli esimi commentatori avevano bollato come suicida in quanto troppo forte per rapporto ai seggi a disposizione – e quindi foriera di esclusioni eccellenti e di conseguenti sfracelli interni al Movimento – si è, invece, dimostrata vincente. Anche questa, dunque, una scelta giusta.
Adesso si tratta di mettersi al lavoro. In realtà, la Lega di lavorare non ha mai smesso, e a Lugano ha ottenuto risultati concreti importanti, che sono stati elencati a più riprese nelle scorse settimane. Bisognerà ora ottenere ancora di più. L’elettore si aspetta, a buon diritto, il cambiamento.
Ma la Lega dovrà anche rimanere fedele a se stessa. Si assumerà le proprie responsabilità governative, come del resto ha sempre fatto, ma senza perdere il suo spirito di rottura. Uno dei principali problemi del Ticino è la libera circolazione delle persone. E a questo proposito – e non solo a questo – saranno necessari degli strappi, nell’interesse dell’occupazione dei residenti.
Non molleremo: l’abbiamo promesso al Nano e manterremo. Vogliamo che il Nano possa continuare ad essere fiero della Lega, anche dopo i festeggiamenti elettorali.

Grazie di cuore
A titolo personale, grazie a tutti quanti mi hanno onorato del loro sostegno e della loro fiducia. Il risultato elettorale, anche per quel che riguarda i voti personali, è stato per me una splendida sorpresa. Come scrivono giustamente anche i colleghi di Municipio, non sarà possibile ringraziare personalmente ogni elettore. Il nostro ringraziamento consisterà nel lavoro quotidiano per Lugano e per i luganesi.
Lorenzo Quadri

Il burqa in Parlamento:Non facciamoci ingannare dai divieti a metà

Come c’era da aspettarsi, la maggioranza del Gran Consiglio ha approvato il controprogetto all’iniziativa che chiede l’introduzione di un divieto di dissimulare il volto, meglio nota come iniziativa antiburqa. Il controprogetto prevede sì un divieto, ma solo a livello di legge e non di costituzione.
Si potrebbe dire che è sempre meglio che nessun divieto.
La nuova disposizione è stata approvata con 41 sì, 25 no e 15 astenuti. Il politikamente korretto, evidentemente, fa ancora breccia. Tuttavia perfino nel Gran Consiglio ci si rende conto che in votazione popolare l’iniziativa – lanciata dal Guastafeste e sostenuta da un gruppo interpartitico – ha delle ottime chance di riuscita. Per cui i deputati hanno verosimilmente pensato che fosse meglio restare abbottonati.
Si ricorderà che nel parlamento cantonale la mozione che chiedeva l’introduzione di un divieto di costruire minareti, presentata dal sottoscritto e dai due cofirmatari Andrea Giudici e Eros Mellini, venne bocciata a larga maggioranza. Quando tuttavia lo stesso quesito venne sottoposto al popolo ticinese, il responso fu un assenso massiccio.
Il parlamento, che dovrebbe rappresentare il popolo, ha dunque avuto modo di rimediare una figura barbina. Forse memore di tale precedente poco edificante, il Gran Consiglio questa volta ha pensato di correggere il tiro prima di fare il bis. Ben sapendo che, se non avesse dato il contentino agli iniziativisti, sarebbe stato sconfessato alla grande dal voto popolare. Da qui il sì all’introduzione del divieto di burqa nella legge.
Di contentino tuttavia sia tratta. In effetti l’inserimento nella legge viene argomentato invocando  semplici questioni di sicurezza (camuffarsi il viso permette di commettere reati ostacolando l’identificazione dell’autore). Quello della sicurezza, tuttavia, è solo uno degli aspetti che l’iniziativa popolare ha voluto sollevare. Ma, se avessero voluto un semplice divieto di legge per motivi di sicurezza, gli iniziativisti non avrebbero lanciato un’iniziativa costituzionale e raccolto 12mila firme. Probabilmente per ottenere quanto graziosamente accordato dal legislativo cantonale, sarebbe bastato chiedere ad un gruppetto di deputati di presentare un’iniziativa parlamentare. Senza bisogno di raccogliere firme.
Quello che vuole l’iniziativa è un divieto di burqa  inserito nella Costituzione. Un divieto di questo genere può essere cancellato solo tramite votazione popolare. Una semplice legge, invece, la modifica (o abroga) il parlamento. Del quale non ci si può in nessun modo fidare. In nome del ben noto politikamente korretto, non ci metterebbe che pochi mesi per cominciare ad alterare, inventandosi scuse di vario genere, il divieto contenuto nella semplice legge, che risulterebbe ben presto svuotato di significato. Specie in presenza di pressioni internazionali.
Si tratta quindi di mettersi al sicuro da prevedibili furbate. Si tratta però anche di una questione di principio. Il divieto di portare il burqa non è solo una questione di sicurezza. E’ una questione culturale che va inserita tra i diritti fondamentali. Si tratta di chiarire che la libertà religiosa non può essere abusata per introdurre regole incompatibili con il nostro Stato di diritto. Si tratta di chiarire che sdoganare, autorizzando il burqa, la sottomissione della donna che tale indumento comporta e simboleggia, significa spalancare la porta allo smantellamento delle nostre libertà fondamentali – conquistate a caro prezzo e dopo secoli di lotta – in nome della fallita e catastrofica multikulturalità.
Ci sono invece valori fondanti della nostra società che vanno difesi ed affermati. Senza compromessi. Senza cedimenti.
Lorenzo Quadri

La stampa italiana che lo spiattella nero su bianco

Ticino Eldorado dei clandestini

Intanto un asilante respinto, ben lungi dall’andarsene, è riuscito a rimanere in Svizzera e a totalizzarvi il record di 450 denuncie

Ma chi l’avrebbe mai detto. Dalla vicina ed ex amica Penisola il fuggi-fuggi è ormai generalizzato. Non solo l’emigrazione degli italiani è cresciuta del 30% nel corso del 2012, ma il Ticino è diventata la meta cui mira – grazie anche ad un efficace passa-parola – un numero sempre crescente di clandestini. Non è certo una sorpresa. Almeno, non per noi. Per altri, invece, erano tutte panzane della Lega populista e razzista. Un po’ come il soppiantamento dei ticinesi da parte dei frontalieri nelle assunzioni. Un dramma con cui in periodo elettorale i partiti $torici, con incredibile faccia di tolla, si riempiono la bocca, dimenticandosi di proposito che la libera circolazione l’hanno voluta loro.
Va da sé che il 15 aprile si assisterà al rientro nei ranghi. E la Lega verrà lasciata sola a battersi contro le devastanti conseguenze della libera circolazione delle persone e delle frontiere spalancate.

Cifre raddoppiate
Per noi non è certo una sorpresa apprendere che siamo l’Eldorado dei clandestini che lasciano l’Italia per fiondarsi in Ticino. Tuttavia, vederselo spiattellare nero su bianco sulle pagine de Il Giorno, come accaduto nei giorni scorsi, fa comunque un certo effetto.
Fatto sta che nell’arco del 2012 il numero di soggiorni illegali in Ticino è raddoppiato, passando da 3800 a 7500. Quanto alle richieste di asilo presentate nel nostro Cantone, sono passate, nello stesso periodo, da 3000 a 6000: quindi raddoppio anche qui.
L’attrattività della Svizzera è data dalla generosità del nostro Stato sociale (pagato da noi) nei confronti dei finti rifugiati, ma anche dall’efficienza delle procedure. Infatti la rapidità (relativa) dell’evasione della domanda d’asilo permette al sedicente rifugiato se accolto di installarsi comodamente, se respinto di ripresentare altrove la domanda. In Italia invece il richiedente l’asilo rimane a lungo in un limbo durante il quale si trova allo sbando, affidato alle strutture di carità o lasciato in mezzo alla strada. Ma naturalmente solo gli svizzerotti vengono accusati di razzismo da patetici organi sopranazionali e i nostri Consiglieri federali, invece di mandarli a fare un bagno o altro, si cospargono il capo di cenere.

Norme aggirate
Molto meglio, dunque, per il clandestino approdato in Italia, puntare direttamente sugli svizzerotti.
Accade così quel che racconta un conoscente rientrato in treno da Milano nei giorni scorsi: sul convoglio c’era un nutrito gruppetto di sedicenti asilanti, tutti ben vestiti e con trolley e zainetti come se andassero in vacanza. In dogana si sono fatti prendere in consegna dalle guardie di confine, che li hanno accompagnati al centro di Chiasso.
In casi del genere, dove è evidente che il finto rifugiato arriva dall’Italia, dovrebbe in teoria scattare la riammissione immediata nel Belpaese (accordi di Dublino). E’ tuttavia chiaro che il sistema non funziona, altrimenti non ci sarebbero così tanti asilanti ad entrare in Svizzera da sud in modo così plateale. I più scrupolosi comunque sanno bene come fare per impedire che possa venire dimostrato dove si trovavano prima di varcare i nostri confini. 
 
Il finto asilante da 450 denuncie
E’ ovvio quindi che il nostro status europeo di Eldorado dei clandestini (per usare la definizione de Il Giorno) deve venire modificato, da qui la necessità di inasprimenti.
Altrettanto ovvio è che mica tutti i finti asilanti respinti lasciano il paese. Il Blick, poco sospetto di essere un giornale leghista (nelle redazioni Ringier non viene assunto nessuno che sia contrario all’ingresso della Svizzera nella fallimentare UE) ha di recente riportato la vicenda di un asilante algerino respinto che, ben lungi dal tornare a casa propria, è rimasto da noi dove è riuscito a totalizzare ben 450 denunce, ridendosela della giustizia svizzera che doveva sempre rilasciarlo, né poteva rimpatriarlo nel paese d’origine causa accordi internazionali a colabrodo.
Nel settembre 2011 il finto asilante in questione – secondo i kompagni ovviamente un povero perseguitato politico – è partito per il Belgio per poi rientrare in Svizzera un anno e qualche mese dopo! Perché evidentemente il nostro paese è il paradiso europeo per i finti rifugiati. Da allora si trova in carcere preventivo, naturalmente sempre a spese nostre.
Lorenzo Quadri

Dai call center agli annunci di lavoro

Frontalieri e occupazione, la spirale discendente

La deleteria spirale discendente in cui la libera circolazione delle persone sta precipitando il nostro mercato del lavoro è sotto gli occhi di tutti. Ed i segnali si fanno sempre più allarmanti.
Dalle ditte che negli annunci di lavoro indicano esplicitamente quale requisito il domicilio nei comuni italiani della fascia di confine al recente scandalo dei call center di Chiasso (che per ottenere i permessi per assumere frontalieri indicavano dei salari, ed una volta ottenuti i permessi modificavano le condizioni lavorative) gli esempi si sprecano.
Va detto che, se ci sono aziende con sede in Ticino che sfacciatamente indicano nelle offerte di lavoro che cercano solo frontalieri, altre fanno la medesima cosa per “atti concludenti”. E non sono poche. Quando la paga indicata per un impiego a tempo pieno è di 200 Fr mensili, è ovvio che questo impiego non è alla portata di dipendenti ticinesi.
Quindi chiediamoci a cosa servono queste aziende, che non pagano le tasse in Ticino e che assumono solo frontalieri: solo a generare traffico e a consumare territorio. Oltre, va da sé, a creare dumping salariale.
Vista la situazione sul mercato del lavoro in questo Cantone che sta rapidamente degenerando verso l’esclusione dei ticinesi dall’occupazione in casa propria, è ovvio che sono necessarie ed urgenti delle contromisure. Per questo è allucinante che il Consiglio di Stato a maggioranza approvi un progetto Interreg (un nome, una garanzia) che spalanca le porte agli apprendisti frontalieri. Ringraziamo sentitamente la gestione socialista del DECS. Gli apprendisti frontalieri già sono quasi il 10% del totale (settecento su 9000), in continua crescita. Quindi bisogna chiudere, altro che “aprire”, naturalmente a senso unico!  E chiudere senza alcun timore di passare per razzisti.
Di questi tempi dalla vicina Penisola alcuni giornalisti si interessano alla questione del frontalierato. A loro ed ai loro connazionali si chieda cosa farebbero se in Lombardia si trovassero a dover fare i conti con 1,7 milioni di lavoratori stranieri a basso costo. Forse che non prenderebbero dei provvedimenti? La Lombardia ha infatti 10 milioni di abitanti. Il Ticino di abitanti ne ha 320mila. E si trova a fare i conti con 56mila frontalieri. Quindi il rapporto residenti – frontalieri, riportato alla realtà lombarda, è quello indicato.
E allora vediamo di intervenire con i mezzi che abbiamo a disposizione. Ciò in attesa che la libera circolazione delle persone, che vieta di dare la priorità ai residenti nelle assunzioni, salti.
Le possibilità d’azione ci sono. Certo bisogna essere creativi. E soprattutto, non bisogna voler fare i primi della classe nell’applicare la libera circolazione delle persone!
Tanto per cominciare bisogna aumentare, e di un bel po’, il carico fiscale sui frontalieri, che devono pagare le imposte secondo le aliquote italiane. Lo statuto fiscale di frontaliere deve dunque cadere: esso oltretutto crea privilegi immotivati tra gli stessi cittadini italiani.
Se i frontalieri dovranno pagare più tasse (ma tante di più) non potranno più nemmeno accettare salari da dumping come quelli che circolano attualmente. E il Ticino incasserà più tasse che verranno utilizzate per finanziare programmi di rilancio occupazionale a beneficio dei residenti. Inoltre c’è sempre in sospeso l’ecotassa per i frontalieri i quali inquinano e intasano le strade, causando costi e perdita di qualità di vita dei residenti.
Poi bisogna far giocare la burocrazia per ostacolare l’invasione. A questo proposito basta prendere esempio dall’Italia. Prima (e semplice) priorità: abolire immediatamente l’assurda possibilità, conferita ai padroncini italiani, di poter lavorare in Svizzera tramite semplice notifica. Ma stiamo scherzando? Questa deleteria agevolazione va sostituita con una lunga trafila burocratica in cui l’artigiano o ditta straniera, prima di ottenere il nulla osta, deve dimostrare di essere in regola con gli stipendi, il versamento degli oneri sociali e fiscali, e così via. Applichiamo questo metodo, e vedremo se il numero delle notifiche di lavoro temporaneo non diminuirà.
L’ente pubblico, poi, deve non solo evitare l’assunzione di frontalieri se non in casi estremi (dovrebbe essere scontato, ma…) ma deve anche privilegiare, nell’assegnazione di mandati pubblici, le ditte che assumono residenti. In sostanza, l’avere molti dipendenti frontalieri deve portare ad una perdita di punti nelle valutazioni nell’ambito dei concorsi pubblici.
E perché non istituire un marchio, un “label” che premi le aziende con pochi frontalieri?
Questi sono solo alcuni spunti, se ne potrebbero trovare anche parecchi altri… l’importante è cominciare a concretizzare. Perché a Ginevra si muovono, malgrado abbiano, in proporzione, meno frontalieri di noi (ed oltretutto un certo numero di frontalieri sono in realtà ginevrini trasferitisi oltreconfine). Noi invece…
Lorenzo Quadri

Frontiere spalancate

rontiere spalancate
Come volevasi dimostrare, va tutto a catafascio!
Il Consiglio nazionale ha dedicato una “sessione straordinaria” agli accordi di Schengen-Dublino. Per sessione straordinaria si intende in effetti una discussione su un tema particolare, discussione che viene effettuata su richiesta di un numero sufficiente di deputati. Poi in genere l’esito di questa sessione è un nulla di fatto. Ed è stato il caso anche questa volta. E se gli Accordi di Schengen-Dublino sono oggetto di sessione straordinaria, vuol dire che il problema esiste. Si tratta, per la serie “ma tu guarda i casi della vita”, proprio di uno dei tanti problemi che la Lega aveva identificato subito; ma naturalmente erano tutte balle populiste e razziste.

Precedenti penali secretati
Inutile girare attorno alla torta. Libera circolazione delle persone e accordi di Schengen-Dublino vogliono dire frontiere spalancate. Spalancate fino a che punto, lo abbiamo visto di recente con lo shockante esempio di Raffaele Sollecito, cittadino italiano indagato per l’omicidio Kercher assieme ad Amanda Knox, e felice detentore di un permesso B per risiedere in Ticino (a Lugano). A seguito della devastante libera circolazione delle persone non è più possibile chiedere sistematicamente al paese d’origine dell’aspirante residente o a Stati terzi, informazioni sulla situazione giudiziaria di cittadini UE (vedi articolo a pagina 11). Al proposito c’è infatti un’apposita direttiva degli eurobalivi, confermata dall’Ufficio federale della migrazione. Per contro, invece, agli Svizzeri l’estratto del casellario giudiziario può essere chiesto eccome. C’è quindi una chiara disparità di trattamento. I cittadini elvetici risultano essere più controllati di quelli in arrivo dalla fallita UE!

Costi decuplicati
E’ chiaro che, in questo modo, si spalancano le porte alla criminalità straniera. Infatti lo stesso Consiglio di Stato, rispondendo all’interrogazione Caverzasio sul caso Sollecito, ammette di non essere in grado di dire quanti cittadini stranieri UE indagati nel paese d’origine (o in paesi terzi) magari per reati gravi – quindi stiamo parlando di gente pericolosa – si siano trasferiti da noi a seguito della delirante clausola di cui sopra. Non a caso chi scrive ha presentato nei giorni scorsi una mozione al Consiglio federale per chiedere l’abolizione di tali dissennate procedure. Come ciliegina sulla torta ricordiamo che gli accordi di Schengen ci sarebbero dovuti costare 7 milioni all’anno, invece costano dieci volte di più. 70 milioni all’anno per “aprirci” alla delinquenza straniera, proprio un bell’affare!

Asilanti: esplodono costi e reati
Naturalmente quello del libero ed incontrollato accesso della criminalità straniera al nostro paese è solo uno dei problemi derivanti dall’attuale situazione di frontiere spalancate a seguito della libera circolazione delle persone e degli Accordi di Schengen/Dublino, voluta da tutti i partiti $torici.
L’altro problema, altrettanto evidente e noto, è quello dell’asilo. Non solo negli ultimi anni siamo stati presi d’assalto dai finti asilanti a seguito della cosiddetta “primavera araba”, peraltro ben presto degenerata in inverno dell’estremismo islamico, con tutte le conseguenze del caso, vedi la situazione a Chiasso. Il trend è destinato a continuare. Le previsioni della Confederazione al proposito parlano chiaro. Per il 2014 i costi dell’asilo vengono stimati a 1.43 miliardi di Fr, vale a dire circa 500 milioni in più rispetto al 2009! E scusate se sono pochi!
Da notare che, come scrivevamo nelle scorse settimane su queste colonne, il costo medio per un asilante è di 110 Fr al giorno, ossia oltre 3300 Fr al mese, ossia ancora più del salario mensile di vari ticinesi.
E il problema, va da sé, non è solo di tipo finanziario ma anche di sicurezza. Infatti i richiedenti l’asilo oltre ad aumentare, delinquono sempre di più. In Ticino gli asilanti sono in media 1450 all’anno, ossia lo 0.4% della popolazione, tuttavia nel 2012 hanno commesso il 15.1% dei reati, contro l’11.8% nel 2012.
Ovvero: lo 0,4% della popolazione commette il 15% dei reati! La sovrarappresentazione è quindi plateale. Sicché, altro che perseguitati politici. Qui abbiamo a che fare, semplicemente, con dei delinquenti. Le cifre lo dimostrano al di là di ogni dubbio e di ogni bla bla politikamente korretto. Ma naturalmente guai a dirlo, non si vorrà mica passare per populisti e razzisti?
Lorenzo Quadri

Prosegue la guerra economica dei balivi contro la Svizzera

Il G20 alla carica con lo scambio automatico

Opporre resistenza è l’ultima occasione che abbiamo per evitare la disfatta completa. Se Berna calerà ancora le braghe, lo sfascio dell’autonomia e delle specificità svizzere sarà totale. Perché il segreto bancario è solo il primo capitolo

Come volevasi dimostrare, è partito l’ennesimo tiro al piccione contro il segreto bancario svizzero. Il G20 se ne è infatti nuovamente uscito con la pretesa dello scambio automatico di informazioni.
Questo continuo gioco al rialzo attesta il fallimento della politica della calata di braghe ad oltranza promossa dal Consiglio federale, e segnatamente dalla ministra del 5% Eveline Widmer Schlumpf.
Come volevasi dimostrare, le varie organizzazioni sovranazionali non elette da nessuno, paesi esteri invidiosi, e via elencando, non sono affatto disposti ad accontentarsi di quanto finora ottenuto, peraltro senza alcuna fatica.

Porte spalancate agli aggressori
Visto che la Svizzera ha abbandonato la propria finanziaria con centinaia di migliaia di posti di lavoro senza nemmeno abbozzare uno straccio di difesa; visto che il Consiglio federale è arrivato al punto di autorizzare illegalmente la svendita di oltre diecimila bancari ed ex bancari alle autorità inquirenti USA (un vero e proprio tradimento che grida vendetta); visto tutto questo perché – devono essersi chiesti a Bruxelles, a Washington, eccetera – non andare fino in fondo e prendersi tutto?
L’ipocrisia dei nemici della Svizzera, ossia di coloro che ci hanno dichiarato guerra economica (sempre di guerra si tratta) è monumentale: solo dalla Svizzera i grandi accusatori pretendono di tutto e di più; ma i veri paradisi fiscali all’interno dell’UE e degli USA, vedi il Delaware noto come “la più  lavatrice di denaro al mondo”, proseguono indisturbati e traggono profitto dallo smantellamento della piazza elvetica.
Se costoro si permettono di tutto e di più, se nemmeno si preoccupano di nascondere la plateale ipocrisia di cui sopra,  è perché sanno di avere mano libera. Tutto è permesso. Tutto è permesso perché l’autorità federale, invece di organizzare la difesa contro l’assalto, ha spalancato le porte agli aggressori. Che adesso spadroneggiano.

Il prossimo passo
Lo scambio automatico di informazioni è il prossimo passo. Se si arriverà a compierlo sarà davvero la fine. I kompagni che scriteriatamente esultano per il progressivo sfascio del segreto bancario non sembrano rendersi conto che esso comporterà la creazione di decine di migliaia di disoccupati  -molti dei quali non ricollocabili – oltre ad un crollo definitivo del gettito fiscale: quindi il famoso svuotamento delle casse pubbliche.
Come scrive sul Corriere del Ticino di sabato Lino Terlizzi, tra la situazione attuale, per quanto deplorevole, e lo scambio automatico di informazioni c’è ancora “gap”. Questa è dunque l’ultima opportunità che abbiamo per resistere.
Che sia chiaro: l’UE e gli altri organi sovranazionali non eletti da nessuno vogliono la fine dell’autonomia elvetica. Il segreto bancario è solo il primo passo.
Lorenzo Quadri

Il caso Sollecito mostra una realtà sconcertante: “grazie” alla libera circolazione delle persone

Il caso Sollecito mostra una realtà sconcertante: “grazie” alla libera circolazione delle persone
Porte spalancate alla criminalità straniera

Allucinante. Difficile esprimere una valutazione diversa sul caso di Raffaele Sollecito, il 29enne italiano indagato assieme ad Amanda Knox per l’omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher.
Sollecito ha “sollecitamente” ottenuto un permesso B per risiedere in Ticino e segnatamente a Lugano, questo malgrado la  vicenda, non proprio di poco conto, che lo vede coinvolto in prima persona.
Come abbiamo già avuto modo di scrivere: se si è potuto rilasciare un permesso B al protagonista di un delitto ben noto anche in Ticino, di cui tutti hanno sentito parlare, figuriamoci allora quanti casi analoghi possono essersi verificati con persone in arrivo da paesi UE le cui vicende di cronaca nera non sono conosciute alle nostre latitudini.
E’ quindi evidente che la devastante libera circolazione delle persone ha spalancato le porte all’arrivo dei delinquenti stranieri.
Sulla scabrosa vicenda, il deputato leghista Daniele Caverzasio ha prontamente presentato un’interrogazione al Consiglio di Stato. La risposta, pur arrivata in tempi di record, è da mettersi le mani nei capelli, dal momento che essa mette nero su bianco in quale situazione ci siamo cacciati “grazie” alla libera circolazione delle persone: libera circolazione sostenuta, lo ricordiamo, dai partiti $torici.

“fondati sospetti”
In effetti, l’autorità cantonale non può più chiedere sistematicamente informazioni  allo stato d’origine sulle fedine penali di cittadini stranieri che vogliono trasferirsi in svizzera. In sostanza, quindi, non si può più chiedere l’estratto del casellario giudiziale “in automatico”. Malgrado questa facoltà dovrebbe essere ovvia e scontata. La devastante libera circolazione delle persone, ovvero chi l’ha voluta, ci ha privati anche di questa minima e basilare facoltà per difenderci dall’arrivo di criminali stranieri. Estratti del casellario giudiziale possono ormai essere chiesti solo dietro motivazione, in caso di fondati sospetti.
Per il resto, e qui siamo a livelli da barzelletta, al candidato viene chiesta un’autocertificazione, ossia il candidato deve dichiarare di avere la fedina penale pulita. Non ci vuole molta fantasia ad immaginare con quale sincerità il candidato “certifichi”. Soprattutto se in arrivo da taluni paesi.
Di modo che, alla precisa domanda a sapere a quanti indagati sia stato concesso un permesso di domicilio, la risposta governativa è: «Stante quanto precede, l’Autorità cantonale ed in particolare la Sezione della popolazione – per quanto informazioni sui trascorsi penali o sulle pendenze penali di stranieri che risiedono/intendono risiedere oppure lavorano/intendono lavorare nel nostro Cantone potrebbero risultare certamente utili nello svolgimento dei propri compiti – non può disporre sistematicamente delle medesime. Per le ragioni suesposte, non è dunque possibile rispondere alla domanda postaci».
Ma come, la delinquenza provocata dalla libera circolazione delle persone non doveva essere un’invenzione della Lega populista e razzista?
Lorenzo Quadri

Ticinesi cornuti e mazziati

Premi di cassa malati pagati in eccesso
Ticinesi cornuti e mazziati

Ancora una volta il Mattino è stato un buon profeta. La scorsa settimana da queste colonne, avvertendo il classico “sentore di bruciato”,  era stato lanciato l’interrogativo-ammonimento: cosa bolle in pentola in relazione alla spinosa questione della restituzione dei premi di cassa malati pagati “in esubero”?
Trattasi, tanto per rinfrescare la memoria per sommi capi, di quanto i Ticinesi, quindi la popolazione, per 16 anni hanno pagato di troppo poiché al nostro Cantone, come pure a qualche altro, sono stati imposti premi di assicurazione malattia eccessivi. Le riserve così cumulate sono state impiegate per non aumentare i premi di cassa malati in altri Cantoni “privilegiati” in cui i premi erano insufficienti a coprire le necessità.
Quindi questi Cantoni – tra cui spicca Berna – non solo pagavano premi di cassa malati sproporzionatamente bassi ma facevano pure bella figura. I ticinesi, invece, pagavano e venivano accusati di essere spreconi mentre tenevano in piedi i cantoni presunti “virtuosi” con i proprio soldi. Se questa situazione scandalosa è stata possibile, la colpa è delle casse malati, ma anche della Confederazione ed in particolare dell’Ufficio federale della salute pubblica che anno dopo anno, malgrado le proteste ticinesi – l’ex capo dell’Ufficio assicurazione malattia del DSS Bruno Cereghetti ha studiato a fondo la situazione – approvava i premi che venivano proposti dagli assicuratori. Premi che contenevano la  rapina ai danni del Ticino.
La foglia di fico utilizzata per non intervenire era la base legale (tuttora in vigore) che limita il margine di manovra dell’Ufficio federale. Tuttavia nessuno a Berna si è mai tirato giù la pelle di dosso per cambiarla.  Evidentemente faceva comodo che il Ticino e qualche altro pagasse per tutti – e venisse pure preso a pesci in faccia come sprecone.

La restituzione deve essere totale
E’ quindi evidente che la restituzione di quanto pagato in eccesso deve essere integrale. Qualsiasi altra opzione costituirebbe un furto a danno dei ticinesi. Che poi nella pratica a Berna non ci saranno le maggioranze per ottenere una restituzione completa è un’altra storia. La richiesta del Ticino deve essere chiara. Altrettanto chiaro deve essere che qualsiasi proposta di restituzione parziale non è una grazia ricevuta, ma un furto agli assicurati ticinesi.
Questo vale in particolare per l’ultima soluzione – o piuttosto non soluzione – partorita dai direttori cantonali della sanità, che prevede un rimborso complessivo di 800 milioni di Fr. Anche a “quello che mena il gesso” è subito evidente che i conti non tornano.
Se – senza considerare il 2012 – ai ticinesi sono stati sgraffignati 400 milioni, è evidente che con 800 milioni non si potrà mai fare giustizia. Ed in effetti, la proposta 800 milioni comporterebbe per i Ticinesi un rimborso di 60-70 milioni di Fr, invece degli oltre 400 che ci spettano. Il presidente dell’Ordine dei medici Franco Denti al proposito ha parlato giustamente di un insulto ai ticinesi.
Quindi, ancora una volta cornuti e mazziati. Di sicuro quanto si prospetta tutto è tranne che una soluzione di cui essere soddisfatti. E, se al DSS qualcuno lo è, è forse il caso di porsi qualche domandina.
Lorenzo Quadri

La richiesta sistematica di informazioni sui precedenti penali di cittadini UE che chiedono di trasferirsi in Svizzera deve tornare ad essere possibile

Mozione al Consiglio federale
La richiesta sistematica di informazioni sui precedenti penali di cittadini UE che chiedono di trasferirsi in Svizzera deve tornare ad essere possibile

In Ticino ha suscitato giusto scalpore il caso di Raffaele Sollecito, cittadino italiano indagato per l’omicidio di una studentessa inglese, Meredith Kercher.
Le cronache italiane hanno parlato a lungo di questa vicenda, che risulta per questo molto nota anche nella Svizzera italiana.
Raffaele Sollecito, malgrado il processo in corso per omicidio, ha ottenuto un permesso B per risiedere a Lugano.
A seguito della libera circolazione delle persone non è infatti più possibile, come ha del resto ribadito anche il governo ticinese rispondendo ad un atto parlamentare sul tema, richiedere sistematicamente ai paesi d’origine informazioni relative alla situazione giudiziaria di cittadini UE intenzionati a trasferirsi in Svizzera, malgrado la conoscenza di simili informazioni non possa che essere considerata elemento indispensabile di valutazione nella procedura di rilascio di permessi di domicilio. Oggi fa stato un’autocertificazione da parte del richiedente, ciò che pone evidenti problemi di affidabilità.
Al proposito infatti l’art. 5 cpv. 2 della Direttiva 64/221/CEE del Consiglio della Comunità economica europea per il coordinamento dei provvedimenti speciali riguardanti il trasferimento e il soggiorno degli stranieri, giustificati da motivi d’ordine pubblico, di pubblica sicurezza e di sanità pubblica, recita che: “il Paese ospitante può, quando lo giudichi indispensabile, chiedere allo Stato membro di origine, ed eventualmente agli altri Stati membri, informazioni sui precedenti penali del richiedente. Tale consultazione non può avere carattere sistematico” .
Dello stesso tenore le istruzioni ai Cantoni dell’ufficio federale della migrazione che precisa che la richiesta può essere fatta solo in singoli casi debitamente motivati.
E’ evidente che in queste condizioni la sicurezza interna risulta minacciata. Lo stesso Consiglio di Stato ticinese, nella risposta sopra citata, ammette che, a seguito di tale stato di fatto, è impossibilitato a sapere quanti cittadini UE, indagati – per reati anche gravi – hanno ottenuto il permesso per risiedere in Ticino, malgrado queste persone possano anche essere pericolose.
Inoltre la situazione attuale causa una disparità di trattamento poiché ai cittadini elvetici possono essere chiesti tranquillamente estratti del casellario giudiziale. Questi ultimi risultano dunque più “controllati” dei cittadini UE.

Con la seguente mozione chiedo quindi al CF:
Di attivarsi affinché le informazioni sui precedenti penali di cittadini UE che chiedono di trasferirsi in Svizzera possano tornare ad essere chieste sistematicamente, d’ufficio, ai paesi d’origine o a Stati terzi, senza bisogno di fornire alcuna particolare motivazione.

Lorenzo Quadri
Consigliere nazionale
Lega dei Ticinesi

FFS Cargo – DB Schenker Rail: offerte sottocosto?

Interpellanza al Consiglio federale
FFS Cargo – DB Schenker Rail: offerte sottocosto?

Appartiene alla cronaca recente il caso FFS Cargo – DB Schenker Rail.
A quanto apparso sugli organi d’informazione, FFS Cargo ha presentato a DB Schenker Rail un’offerta che i sindacati ritengono essere sottocosto. In questo modo, a risultare tagliata fuori è  l’azienda BLS Cargo. Ciò avrà anche conseguenze occupazionali sui dipendenti di quest’ultima. Il Ticino ne sarebbe particolarmente toccato: si parla di 20 dipendenti che perderebbero il posto nel nostro Cantone, su un totale di 70/80.
La cancellazione di posti di lavoro in Ticino è particolarmente negativa in considerazione della situazione occupazionale del Cantone. Suscita poi interrogativi e perplessità il ruolo di FFS Cargo nell’operazione.
Chiedo al lod Consiglio federale:
–    Il CF è informato di questa operazione da parte dell’ex regia federale? Come la valuta?
–    Al CF risulta che FFS Cargo abbia presentato un’offerta sottocosto, come ritengono i sindacati?
–    Che garanzie ci sono che l’eventuale offerta sottocosto non sarà concretizzata tramite operazioni di dumping salariale?
–    Trattandosi di traffico di transito internazionale, come mai il contratto viene sottoscritto da FFS Cargo e non da FFS Cargo International?
–    Vista la situazione debitoria di FFS Cargo, come è possibile che essa presenti offerte sottocosto?
–    Macchinisti elvetici perderanno il posto di lavoro perché una ditta tedesca, con la collaborazione di FFS Cargo, farà transitare su territorio svizzero i propri vagoni utilizzando macchinisti stranieri a paghe non conformi a quelle elvetiche? Il CF ritiene di intervenire su questa situazione?

Lorenzo Quadri
Consigliere nazionale
Lega dei Ticinesi

C’è tempo fino a mezzogiorno per votare LEGA

Chi non l’ha ancora fatto si appresti!
C’è tempo fino a mezzogiorno per votare LEGA

A Lugano una campagna elettorale di lunghezza allucinante giunge finalmente al termine.
Il fu partitone, terrorizzato dalla prospettiva di perdere maggioranza relativa e sindacato, ha raschiato il fondo del barile, andando a raccattare di tutto e di più.  Ha speso cifre folli per tappezzare la città di tetre gigantografie grigie. Ha giocato perfino la carta del sostegno dei radicali sopracenerini ai liberali luganesi, malgrado tra le due fazioni regni un astio inveterato e viscerale. Ma fa niente: pur di mettere i bastoni tra le ruote all’odiata Lega, ci si allea voluttuosamente anche con il nemico di ieri.
Un avvocato luganese, privato cittadino allergico alla luce dei riflettori, ha fatto tutto quello che poteva per danneggiare il nostro Movimento, trovando spazio ed accoglienza sui compiacenti organi d’informazione di regime.
La Lega, colpita il 7 marzo da un gravissimo lutto, l’improvvisa scomparsa di Nano Bignasca, ha tuttavia saputo compattare i ranghi. Oggi pomeriggio sapremo con quali risultati.
Certo è che i tentativi di denigrazione ai nostri danni da parte dell’ex partitone del sedicente “buongoverno” sono caduti nel vuoto in malo modo. Perché, semplicemente, non hanno trovato appigli. La Lega dei Ticinesi in Municipio a Lugano ha saputo ottenere importanti risultati concreti nei campi d’azione a lei affidati (servizi urbani, socialità, turismo, eventi, programmi di lavoro,…) ma anche fuori: vedi nessun aumento di moltiplicatore, vedi nessun fetido balzello sul rüt, tanto per citare due esempi.
Senza contare che la Lega è l’unica forza politica che si è sempre battuta, in Ticino come a Berna, a tutela della nostra piazza finanziaria e dei suoi posti di lavoro. E soprattutto la Lega è l’unica forza politica che da sempre lotta affinché i ticinesi abbiano la precedenza nelle assunzioni in casa propria; affinché non vengano soppiantati dai frontalieri che ci hanno invasi. I partiti storici, che oggi in funzione elettorale si riempiono la bocca con le devastanti conseguenze della libera circolazione delle persone (per poi dimenticarsene già a partire da domani) la libera circolazione delle persone l’hanno sempre voluta. Anzi, hanno sempre denigrato chi vi si opponeva. Adesso fotocopiano senza pudore le proposte e le tesi della Lega che fino a ieri bollavano di “populismo” e di “razzismo”.
La Lega è anche l’unica forza politica che si è opposta ad un piano viario ideologicamente concepito contro le automobili, che sta mettendo in ginocchio molti commerci ed esercizi pubblici del centro cittadino. Ma naturalmente, quando lo dicevamo il mercoledì in municipio e lo scrivevamo la domenica sul Mattino, erano tutte balle populiste…
La Lega può dunque vantare risultati concreti, capacità di gestire la cosa pubblica e di svolgere un ruolo “governativo” senza perdere il contatto con il Cittadino. Ma ha pure confermato, ed è il nostro “marchio”, la propria forza di dissentire. Di chiamarsi fuori dalla deleteria melassa del politikamente korretto. Di fare i guastafeste – quando sarebbe stato molto più facile e pratico seguire la corrente.
C’è ancora qualche ora di tempo per votare. Se non l’avete ancora fatto, approfittatene. A Lugano il voto del cambiamento è la lista 5. Chi non vota poi non si lamenti.
Lorenzo Quadri

Civica nelle scuole, una presenza doverosa

Iniziativa popolare ai box di partenza
Civica nelle scuole, una presenza doverosa

Nei giorni scorsi è stata lanciata una nuova iniziativa popolare cantonale a favore dell’insegnamento della civica a scuola.
A lanciarla, un gruppo interpartitico presieduto dal dr Alberto Siccardi. Del gruppo fa parte anche chi scrive.
Obiettivo dell’iniziativa è che nelle scuole medie, medie superiori e professionali, la civica diventi una materia d’insegnamento a tutti gli effetti, ossia con i suoi spazi dedicati ed una nota di valutazione. Non è necessario essere dei grandi pedagoghi per sapere che una materia, se non ha una nota, non viene studiata dagli allievi – e quindi non viene imparata.
La democrazia diretta e semidiretta della Svizzera è un bene prezioso. Che deve essere tramandato alle nuove generazioni. Essa permette un controllo – difficoltoso, ma comunque in controllo – del cittadino sulla politica. Laddove questa forma di controllo non esiste, ecco che si forma la casta politica nutrita dei propri privilegi.
Altro patrimonio svizzero da preservare è il principio della politica di milizia. In base ad esso, chi è attivo nei legislativi compresi i più elevati, oltre che nei municipi ed in taluni governi cantonali, continua ad esercitare la propria professione. In questo modo si impedisce la perdita di contatto con la società civile e – ancora una volta – la formazione di una casta.
La svizzera ha varie particolarità che ne creano l’identità. La maggioranza di centro $inistra politikamente korretta attenta quotidianamente a queste particolarità. Vuole sfasciarle. E questo con un obiettivo ben preciso. Esse infatti ci rendono differenti dall’Unione europea. Non eurocompatibili. Ma i politikamente korretti vogliono omologarci all’UE. Per poi farci entrare in questo osceno calderone antidemocratico. Gli euroburocrati non hanno alcuna legittimazione popolare. Non sono eletti da nessuno. E non possono nemmeno essere mandati a casa. Però costoro pretendono di dettare legge ai rappresentanti nazionali eletti dal popolo.
Queste differenze sono fondamentali. Questi pericoli devono essere conosciuti e capiti. Il cittadino elvetico sarà sempre più chiamato a compiere delle scelte decisive per i rapporti con l’UE, per l’indipendenza della Svizzera e quindi per il futuro del nostro paese. E’ importanti che le faccia con cognizione di causa. E che conosca il nostro modello di democrazia. Un modello che molti ci invidiano.
Il modello svizzero ha bisogno di essere difeso dall’assalto europeista, e il primo passo è la conoscenza. L’ignoranza delle nostre specificità elvetiche da parte delle nuove generazioni rischia, in caso contrario, di essere la principale alleata di chi queste specificità le vuole eliminare ad una ad una. I continui attentati alla “svizzeritudine” in nome dell’eurocompatibilità devono venire contrastati. Non farlo significherebbe lasciare campo libero al politikamente korretto che vuole sfasciare quanto di buono hanno costruito i nostri padri e nonni. Quel politikamente korretto che impone che della Svizzera si parli sempre e solo male, e chi non lo fa è un becero populista e razzista.
A ciò si aggiunge che preparare i giovani al ruolo di cittadini attivi è un preciso compito della scuola.
Lorenzo Quadri
Membro comitato promotore

NB: i formulari possono essere scaricati dal sito www.civicaticino.ch

Ancora ritoccate verso l’alto le previsioni di traffico per il 2030

Gottardo, al secondo traforo non c’è alternativa

Come  volevasi dimostrare il numero di transiti di camion attraverso le Alpi sarà più elevato di quello che si credeva. L’Ufficio federale dei trasporti ha ritoccato le proiezioni verso l’alto a 1,4 milioni nel 2030.
Questo vuol dire varie cose; prima di tutto, che l’obiettivo del “transito pesante sul treno da confine a confine” si allontana. Quindi l’utilità di AlpTransit, un’opera da 25 miliardi di Fr fatta per l’UE ma finanziata  tutta dagli svizzeri, si affievolisce sempre più. Si dirà che la riduzione dei tempi di percorrenza tra Lugano e Zurigo gioverà al nostro turismo. Sarà anche vero. Ma ci costa, appunto, 25 miliardi. Con quella cifra ci compravamo la piramide di Cheope e la Torre Eiffel, che di sicuro al turismo avrebbero giovato molto di più!
Altra questione è quella del completamento del traforo autostradale del Gottardo, leggasi secondo tunnel. Le nuove proiezioni rendono ancora più evidente, se mai ce ne fosse bisogno, che il risanamento della galleria attuale può avvenire solo in presenza di un secondo tubo, da utilizzare durante i lavori.
L’ipotesi di chiusura per oltre tre anni della galleria monotubo caricando camion ed automobili sul treno, dunque, si fa sempre più irrealistica. Il risultato sarebbe quello di intasare il Ticino di camion in attesa di venire trasferiti sulle navette, di spendere un miliardo in misure accompagnatorie (una definizione che già puzza di fallimento,  vedi quelle alla libera circolazione delle persone) alla chiusura del tunnel autostradale, di creare megastazioni di trasbordo che devasterebbero il territorio (dove sono gli ecologisti?) e segnerebbero l’affossamento definitivo del progetto di caricare le merci in transito sul treno da confine a confine. Il prezzo lo pagherebbe, ancora una volta, il Ticino.
Inoltre, chiudere per tre anni il tunnel autostradale del Gottardo avrebbe conseguenze occupazionali gravissime per il nostro Cantone, poiché metterebbe l’economia in grave difficoltà portando a licenziamenti massicci.
Licenziamenti che andrebbero ad aggiungersi a quelli sulla piazza finanziaria, provocati dallo sfascio del segreto bancario voluto dal Consiglio federale e dai partiti $torici, $inistra in primis.  E andrebbero ad aggiungersi al disastro occupazionale provocato dalla libera circolazione delle persone, voluta sempre dai partiti $torici e dalla $inistra in primis.
Fa poi specie che la $inistra rosso-verde si  agiti scompostamente contro il secondo tunnel del Gottardo senza aumento di capacità, che quindi non provocherà alcun incremento di traffico. Questo dopo aver sostenuto ad oltranza la libera circolazione delle persone che ha portato sulle nostre strade, intasandole,  56mila auto di frontalieri e migliaia di veicoli di padroncini. Come mai i ro$$o-verdi inveiscono contro il secondo tubo al Gottardo ma non dicono una parola sull’invasione di veicoli di frontalieri (senza controlli di gas di scarico) e padroncini da loro provocati tramite libera circolazione delle persone? Si tenta forse di sviare l’attenzione dalle proprie responsabilità in materia di degrado ambientale e viario?
E, sempre in tema di sviare l’attenzione: non ci si faccia ingannare dal numero delle prese di posizione contro il completamento del Gottardo che appaiono sui giornali. Se esse sono numerose è semplicemente perché a $inistra, essendo tutti o quasi dipendenti del settore pubblico o parapubblico, hanno il buon tempo per scrivere lettere dei lettori (magari durante l’orario di lavoro) e fondare comitati composti sempre dalle stesse persone, per dare l’impressione di essere in molti quando invece si è in pochi. Tempo che chi deve far girare l’economia e creare lavoro per i residenti, evidentemente, non ha. Ma certamente il popolo ticinese, se chiamato alle urne, saprà decidere con saggezza.
Lorenzo Quadri