E non solo per il cantiere italiano della Stabio-Arcisate. Ristorni: avanti con il blocco!

Si torna, con nostro sommo piacere, a parlare di blocco dei ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri (complimenti a due Consiglieri di Stato leghisti Norman Gobbi e Michele Barra!).

Il blocco va fatto e non solo a seguito delle prevedibili traversie sulla ferrovia Stabio-Arcisate parte italiana, dove il cantiere è fermo mentre gli svizzerotti, come sempre ligi agli accordi internazionali, rispettano i tempi di consegna ed addirittura hanno votato il doppio binario. Ricordiamo, così tanto per la cronaca, che il nostro Cantone ha già stanziato oltre cento milioni per il nuovo trenino dei puffi transfrontaliero, la metà dei costi totali dell’opera in Svizzera. E adesso si prospetta lo scenario caratteristico delle opere fatte in tandem con la vicina Penisola bancarottiera: su territorio elvetico e fino al confine doppio binario, su suolo italico zero binari. Garantito al pistacchio che finirà così anche con AlpTransit (che ci è costato un po’ di più della Stabio-Arcisate).

Questo per dire che il blocco dei ristorni va decretato anche nel caso in cui domani il cantiere della Stabio-Arcisate dovesse davvero riaprire i battenti, cosa di cui dubitiamo, ma “ul bel vedé…”.

Non c’era motivo per sbloccarli
Tanto per cominciare, i ristorni – bloccati, si ricorderà, in misura del 50% grazie alla Lega – non avrebbero mai dovuto venire sbloccati. Perché non ce n’era motivo. La Svizzera è tuttora iscritta nelle black list italiane illegali. L’Italia, ormai in bancarotta e con tassi di disoccupazione da terzo mondo, invece di sciacquarsi la bocca prima di nominare il nostro Paese dato che almeno 250mila persone (tra frontalieri, padroncini, e loro familiari) non solo mangiano ed hanno un tetto sulla testa, ma stanno molto meglio di tanti loro connazionali, unicamente perché a nord dell’Italia c’è la Svizzera e perché quest’ultima è stata autolesionista al punto da sottoscrivere la libera circolazione delle persone, continua la guerra economica nei nostri confronti: richiesta di pressione internazionale sulla Svizzera contro i rimasugli del segreto bancario, violazioni della nostra sovranità territoriale con spioni fiscali, negazione di qualsivoglia reciprocità nell’ambito della devastante libera circolazione delle persone (non che la reciprocità ci risolverebbe i problemi, beninteso), violazione dell’obbligo di riprendersi finti asilanti così come da Accordi di Dublino, atteggiamento gradasso ad ogni occasione, e via elencando.

A ciò si aggiunge che gli accordi sui ristorni dei frontalieri, datati 1974, sono oggettivamente carta straccia, poiché basati su presupposti non più dati da anni ossia: 1) riconoscimento italiano del segreto bancario; 2) rientro quotidiano dei frontalieri al domicilio; 3) utilizzo dei ristorni, da parte dei Comuni di residenza dei frontalieri, per realizzazione di infrastrutture (invece i ristorni finiscono a tappare i buchi di gestione corrente).

Segnale politico
Il blocco dei ristorni è un chiaro segnale politico: non siamo disposti ad andare avanti in questo modo, non siamo disposti a rispettare pedissequamente, e a nostro danno, le regole ottenendo per tutto ringraziamento di venire presi a pesci in faccia, e non siamo più disposti ad accettare di venire invasi da frontalieri e padroncini senza difenderci.

Il blocco dei ristorni è una misura efficace nei confronti di quei comuni che ne sono beneficiari, i quali sono in grado di fare pressioni sul governo centrale molto meglio di quanto non saprebbero fare i goffi negoziatori bernesi, che vanno a Roma a parlare in inglese!

Il fatto che il presidente P$ kompagno Lurati abbia già bollato, dall’alto della sua scienza, come “idiota” l’idea di ripetere il blocco conferma che si tratta di una buona proposta.

Ed è altrettanto inutile tirare in ballo la questione della Lega dei Ticinesi e di quella italiana, perché ognuno fa il leghista in casa propria. Ossia, ognuno difende gli interessi del proprio territorio. E se questi interessi sono conflittuali, è chiaro che non si va d’accordo.
Lorenzo Quadri

Il Gran Consiglio di Basilea città impedisce alla gente di votare sul Burqa

La dittatura del politicamente korretto

Quando si dice “non c’è limite al peggio”. Il Gran Consiglio di Basilea Città la scorsa settimana ha messo a segno un’operazione che raggiunge un punto assai basso nella politica svizzera: una sorta di fossa delle Marianne istituzionale.
Il parlamento in questione è infatti riuscito a cumulare due atti scandalosi in un sol colpo.

1)    dichiarare anticostituzionale un’iniziativa popolare riuscita, e questa è una grave limitazione dei diritti popolari: i cittadini non potranno esprimersi democraticamente.

2)    L’iniziativa dichiarata anticostituzionale è un’iniziativa popolare dei giovani Udc che chiede l’introduzione di un divieto di mascherare il viso in pubblico, di fatto dunque un divieto (anche) di portare il burqa.

Secondo le “aquile” della maggioranza del parlamento cantonale di Basilea città, l’iniziativa violerebbe la libertà religiosa in assenza di un interesse pubblico preponderante. Difficile inventarsi una panzana più grossa: solo chi è accecato dal sacro dogma del politikamente korretto e subordina tutte le proprie scelte politiche all’isterico terrore di venire tacciato di razzista e xenofobo potrebbe uscirsene con considerazioni di un simile (infimo) tenore.

Il burqa non è un precetto religioso bensì un’usanza tribale. Il burqa, che costringe la donna a sparire sotto un panno nero, è una manifesta violazione dei valori democratici su cui si regge la nostra società occidentale. Negare alla donna un’identità in pubblico, perché di questo si tratta, è contrario ai nostri principi fondamentali.

 Arrivare a dire che i valori cardine della società occidentale devono cedere il passo ad usanze tribali ed incompatibili con le nostre, usanze portate da immigrati che evidentemente non hanno alcuna intenzione di integrarsi, è un atto politicamente inaccettabile.

Come si fa a dire che questi principi “liberali” (non in senso partitico)  non rappresentano un interesse pubblico? E con che coraggio, oltretutto, si nega ai cittadini la possibilità di esprimersi democraticamente sul divieto di portare il Burqa, dichiarando anticostituzionale un’iniziativa popolare riuscita? Questa è, semplicemente, dittatura del politikamente korretto. Per la maggioranza del parlamento di Basilea Città il burqa è dunque una “vacca sacra”. Al punto da renderla intoccabile sottraendola (atto gravissimo) alla possibilità di voto da parte del sovrano, ossia del popolo. E’ chiaro che in questo modo si spalancano le porte ad ogni forma di estremismo religioso ed usanza tribale incompatibile della nostra società, che verrebbe dichiarata intoccabile “a priori”. 

La decisione del gran Consiglio di Basilea Città sancisce, a livello istituzionale, la genuflessione sempre e comunque dinanzi all’immigrato con usanze incompatibili con le nostre. Il tutto in nome della multikulturalità (completamente fallita a detta di autorevoli capi di governo europei) e del sacro dogma del politikamente korretto.
Questo atto politico, gravissimo, merita non solo di venire deplorato pubblicatemente, ma annullato giuridicamente: c’è quindi da sperare che, come peraltro hanno annunciato, i promotori dell’iniziativa volta a vietare la dissimulazione del viso nei luoghi pubblici presentino ricorso contro la decisione parlamentare.

Il Tribunale federale ha, in tempi recenti, emesso una sentenza lodevole (non era scontato): genitori musulmani non possono rifiutarsi di mandare la figlia alle lezioni di nuoto obbligatorie adducendo argomentazioni religiose: l’integrazione, e il rispetto delle nostre regole, deve venire prima. La decisione del parlamento basilese ci precipita cento chilometri indietro. Che venga cancellata in fretta e bene.

Consiglio federale eletto dal popolo. Le ragioni del Sì

Il 9 giugno si voterà sull’elezione popolare del Consiglio federale. Attualmente infatti il Consiglio federale è eletto dal Parlamento, con esiti che non rispettano i risultati delle elezioni. Il principio del “chi vince le elezioni comanda”, che dovrebbe essere elementare in qualsiasi democrazia, non è invece messo in atto, come dimostra il caso della ministra del 5% Widmer Schlumpf.

Si potrebbe dire, ed infatti c’è chi lo dice, che l’elezione popolare del Consiglio federale è un falso problema. Avrebbe potuto esserlo. Ma il problema è diventato reale in quanto da un lato le Camere federali, nel scegliere i Consiglieri federali hanno  abusato delle proprie facoltà, non rispettando i risultati elettorali dei partiti. Dall’altro anche il Consiglio federale ha abusato della propria posizione, contraddicendo la volontà popolare su temi della massima importanza per il futuro della nazione. E’ ad esempio il caso della questione europea, come pure del segreto bancario (sostenuto da una solida maggioranza di cittadini elvetici). Ciò è possibile perché il Consiglio federale non deve rendere conto al popolo delle proprie scelte. 
Questo doppio abuso ha reso reale un problema che, se ciascuno avesse svolto i propri compiti senza fare il furbo, sarebbe rimasto solo virtuale.
E’ quindi corretto pensare di cambiare sistema.

Obiezioni – aria fritta

Il Consiglio federale eletto dal popolo responsabilizzerebbe anche gli elettori stessi.

Se manderà in governo persone che  non si attengono al mandato ricevuto, o non all’altezza del compito, il popolo non potrà che biasimare se stesso.
Le obiezioni di ingovernabilità che vengono sollevate in caso di elezione popolare del Consiglio federale sono aria fritta. I municipi sono eletti dal popolo, i governi cantonali sono eletti dal popolo, non si vede perché la stessa regola, se applicata al Consiglio federale, dovrebbe provocare disastri. L’elezione popolare di un governo non è certo  una novità per la Svizzera.

Nemmeno si può sostenere che dover affrontare una campagna elettorale costituirebbe un onere insostenibile per i  ministri in carica che si ripresentano. Perfino il presidente degli Stati Uniti nell’anno elettorale deve governare e fare il candidato, non ci si venga a raccontare che questo è impossibile in Svizzera.
C’è poi un’altra questione che raramente viene sollevata ed è la seguente. Negli ultimi anni, le Camere federali hanno mostrato una spiccatissima tendenza ad eleggere i Consiglieri federali solo tra i propri membri o, a  voler esagerare, ex membri. Questo significa che un Consigliere di Stato, che svolgendo un ruolo  governativo è probabilmente più adatto a fare il ministro rispetto ad un parlamentare (sia pure di lungo corso) è già quasi tagliato fuori di bel principio. Questo evidentemente non giova all’elezione di ministri valida. L’autoreferenzialità delle camere federali è un problema da non sottovalutare.

Il Ticino

Il punto dolente dell’iniziativa su cui voteremo il 9 giugno, è noto, riguarda la rappresentatività delle minoranze. L’iniziativa prevede che il Consiglio federale siedano almeno due latini. Questo non vuole ovviamente dire che  non ce ne possono essere di più. Realisticamente, comunque, il Ticino è già adesso tagliato fuori dal massimo esecutivo elvetico. Lo è da 14 anni, e continuerà ad esserlo per un bel pezzo. La recente bocciatura della proposta di portare a nove il numero dei membri del Consiglio federale a nove, incrementato le nostre chance, lo conferma.
Quindi, esclusi per esclusi, è meglio optare per un governo che debba rispondere al popolo e che, pertanto, sia tenuto a rispettarne ed applicarne le decisioni. Questo è sicuramente nell’interesse del Ticino. Magari anche più di un consigliere federale ticinese. Che potrebbe anche essere europeista. Perché naturalmente, il solo fatto che un ministro sia ticinese, di certo non è di per sé sufficiente a garantire che lui o lei lavorerà negli interessi del Ticino.
Lorenzo Quadri
CN Lega

Il nervosismo del kompagno Ghisletta

Ma come è nervosetto il kompagno Raoul Ghisletta che non ha gradito che sul Mattino della scorsa domenica si commentasse la sua fantastica proposta di incontro delle autorità luganesi con l’ufficio presidenziale del Consiglio comunale di Como, che verrebbe invitato a Lugano in ottobre a mangiare e bere a sbafo. Incontro che di certo non è una priorità della città di Lugano (e personalmente non intendo parteciparvi), la quale ha ben altri problemi da affrontare.
Il bilioso scritto che il presidente del Consiglio comunale si è sentito in dovere di diffondere urbis et orbis nei giorni scorsi, impone che si rimetta la chiesa al centro del villaggio.

1) Che della proposta del presidente del CC fosse al corrente solo il Municipio lo dice Ghisletta: ad esempio, in redazione la “lieta novella” era già arrivata giorni prima che giungesse sui banchi del municipio. I giornali hanno vari canali d’informazione.

2) Il Mattino della domenica scrive quello che vuole, senza di sicuro bisogno di chiedere il permesso a Ghisletta.

3) Che io attacchi Ghisletta sul Mattino senza firmarmi (?) è solo l’ennesima fantasia del Raoul: ho ben altro da fare da e da pensare.

4) Quanto ad avere il sedere al caldo: che tolla! Detto da un sindacalista del servizio pubblico è proprio il colmo. Se io siedo in municipio e in consiglio nazionale è perché la gente mi ha votato. Ogni quattro anni devo farmi rieleggere. Inoltre non faccio solo politica. Ghisletta, invece, ha il posto di lavoro garantito fino alla pensione. E di sicuro lavorando meno ore del sottoscritto.

5) Visto che poi Ghisletta si permette di scrivere a vanvera di  presunte “ripetute violazioni del segreto d’ufficio (sic!)” da parte mia, che cominci a dimostrare quello che dice.

6) Sulla patetica accusa di “avvelenare il clima politico” (uella): detto dall’esponente di un partito la cui unica azione politica nella campagna elettorale per le elezioni comunali di Lugano è stato un proclama antileghista, sottoscritto anche da Ghisletta, fa  sinceramente ridere i polli.

7) Allo stesso Ghisletta, strenuo fautore del fair play nel confronto politico, mi permetto di ricordare le puerili insinuazioni personali da lui formulate al mio indirizzo a seguito di un mio scritto a sostegno degli sgravi fiscali, scritto in cui Ghisletta, tra l’altro, non veniva chiamato in causa in alcun modo (mi spiace deluderti, Raoul, non sei l’ombelico del mondo).

8) Il partito $ocialista da anni ghettizza la Lega con la solita manfrina del razzismo-populismo-xenofobia.  Libertà d’espressione solo per chi la pensa come i kompagni. Con che coraggio costoro si credono in diritto di montare in cattedra?

Lorenzo Quadri

I perché dello scomposto agitarsi di $inistri e radikal-chic

Inno nazionale a scuola: una bella conquista

L’obbligo di insegnare l’inno nazionale a scuola è una conquista dall’alto valore simbolico. Lo dimostra, se mai ce ne fosse bisogno, il coro di reazioni stizzite e campate in aria dei contrari. Costoro, il cui orientamento politico è sempre il $olito, vedono in qualsiasi affermazione della nostra identità un attentato al lavoro di sfascio del paese da loro portato avanti negli ultimi decenni. Decenni di lavaggio del cervello da parte di autoproclamati detentori di un’autocertificata, ma del tutto inesistente, autorità morale. Secondo lorsignori, della Svizzera bisogna sempre e comunque parlare male. Perché svizzero è brutto. Bello – sempre secondo lorsignori – è “aprirsi”; bello è spalancare le frontiere; bello è essere “multikulturali”; bello è non solo accettare, ma addirittura accogliere a braccia aperte (e soprattutto a borsello aperto) un’immigrazione del tutto incontrollata; e via elencando.

Tale politica –  spacciata senza alcun motivo per “moralmente superiore” quando in realtà è solo catastrofica – più che danni non ha fatto. In tutta l’Europa occidentale la popolazione sta pagando a carissimo prezzo il totale fallimento del multikulturalismo. Multukulturalismo che è stato imposto a colpi di biechi ricatti morali: “se ti opponi sei un becero razzista e noi – presunti sostenitori della tolleranza e dell’integrazione – ti criminalizziamo e ti ghettizziamo”.

L’opinione pubblica, anche svizzera, si sta rendendo conto di avere gettato alle ortiche, in nome del politikamente korretto, la propria identità, il proprio orgoglio nazionale, la propria sicurezza, il proprio mercato del lavoro: in sostanza il proprio futuro. Ma per fortuna si sta ora riaccendendo la volontà di riappropriarsene: ciò che gli sfascisti (nel senso di sfasciare) non possono in nessun caso accettare. E tentano, pertanto, di demonizzare con i soliti triti argomenti. Ben lo dimostra lo sconclusionato agitarsi contro l’inno nazionale a scuola. Chi dice, come taluni kompagni non patrizi di Maglio di Colla, che in Svizzera ci vorrebbero tre inni, dimostra di non aver capito niente della Svizzera. Chi poi, sotto l’etichetta di “libero pensatore” – che in realtà si traduce con “laicista talebano” – tenta di buttarla sul religioso, esterna solo le proprie personali ossessioni/fissazioni.

La realtà è che l’obbligo dell’inno è un passo – si potrà dire piccolo, si potrà dire grande – verso la rivalutazione della nostra identità, delle nostre specificità e della nostra svizzeritudine. Quindi una deviazione netta dal principio del politikamente korretto. Quello che impone che della Svizzera bisogna sempre parlare male. Che smacco per certa classe sedicente (ma proprio solo sedicente) “intellettuale”! Ecco perché l’inno nazionale, come pure l’iniziativa per l’insegnamento della civica nelle scuole (iniziativa che è riuscita in una settimana, un record inaudito), suscita tanto scomposto –  e $inistro – agitarsi.
Agitarsi, si noti bene, condito dalla consueta manfrina del “falso problema”. Bene, se si tratta davvero di “falso problema”, perché kompagni e radikal-chic strillano tanto?
Lorenzo Quadri

E i ticinesi pagano il conto tramite premi di cassa malati

Nuovi studi medici: esplodono le richieste dei dottori stranieri

Come volevasi dimostrare l’invasione da oltreconfine riguarda praticamente tutte le categorie professionali. Non ne sono esenti neppure i medici. La fine della moratoria sugli studi medici ha infatti sì permesso a dei professionisti locali “bloccati” negli ospedali di mettersi in proprio, ma ha anche spalancato le porte a chi arriva da altri paesi. Le cifre non lasciano molto spazio a dubbi. Nel 2012, anno della fine della moratoria,  le istanze di libero esercizio sono state 192;  se però il trend 2013 rispecchierà quello dei primi mesi dell’anno, entro fine dicembre si arriverà a 270 nuove istanze. Aspetto particolarmente inquietante, tra i richiedenti annunciatisi tra gennaio e marzo 2013, i medici svizzeri erano solo 29%; nel 2012, erano il 40%.
Da notare che qui ci sono medici in arrivo da Stati UE che non sanno nulla della nostra realtà, non conoscono le nostre leggi e spesso non parlano nemmeno la nostra lingua.
Tuttavia questi medici stranieri, una volta aperto lo studio, possono mettersi ad operare, a carico delle casse malati. E quindi dei cittadini pagano i premi.

Altro che “immigrazione uguale ricchezza”
Ecco quindi come anche nel campo della medicina la Svizzera, sempre troppo aperta, si trova penalizzata dagli arrivi in massa da oltreconfine. Ciononostante ci sono funzionari federali politicizzati che vanno in giro a dire che l’immigrazione è una benedizione. E’ il colmo! Certo, l’immigrazione può essere utile in un certa misura, ma ad una condizione. Che la si possa controllare. Ma adesso proprio questo controllo è andato completamente perso. I danni si vedono ovunque. Il giocattolo si è rotto. La Svizzera, che è ancora un paese relativamente benestante, ha spalancato indiscriminatamente le frontiere a nazioni sull’orlo del baratro e con tassi di disoccupazione alle stelle. Nessuno avrebbe fatto una cosa del genere confidando sull’efficacia di cosiddette “misure accompagnatorie” alla libera circolazione delle persone che sono debolissime, e lasciano il tempo che trovano. Decidere quante persone straniere possono trasferirsi in Svizzera o venirci a lavorare, poter dire basta quando questo afflusso diventa insostenibile perché, come accade da tempo in Ticino con i frontalieri, i nuovi arrivati soppiantano i residenti nelle assunzioni e/o svuotano le casse dello Stato sociale e/o non sono integrati (solo per citare i problemi più evidenti), è una delle prerogative essenziali di uno Stato. Bisogna dunque riappropriarsene. E questo significa che la libera circolazione delle persone deve finire. Si deve tornare ad una circolazione controllata. Controllata da noi, ovviamente. Non certo da un qualche organo sovranazionale non eletto da nessuno e quindi privo di qualsiasi legittimazione democratica. Vedi l’Unione europea, tanto per fare un esempio a caso.
Del resto, ci viene ripetuto ad ogni due per tre che ci troviamo in un mondo globalizzato. Ebbene, in un mondo globalizzato gli accordi commerciali si possono fare con chiunque e non c’è scritto da nessuna parte che, per siglare accordi economici interessanti, bisogna concedere la libera circolazione delle persone a paesi bancarottieri a noi confinanti. Che la libera circolazione delle persone sia indispensabile alla Svizzera, non è affatto vero. E’ solo ciò che ci hanno voluto far credere i suoi sostenitori. E sono stati sufficientemente martellanti per farlo passare per un dogma. Ma non lo è.
Lorenzo Quadri

Invasione di frontalieri e padroncini

E dovremmo pure spalargli la neve (in maggio)?

Si potrebbe dire che si tratta di battibecchi che lasciano il tempo che trovano, ma sono comunque rivelatori dell’atteggiamento adottato nella vicina ed ex amica Penisola nei confronti della Svizzera. Ossia approfittarne alla grande tramite la devastante libera circolazione delle persone e poi permettersi pure di fare i gradassi. Ed inoltre, come se non  bastasse, avanzare pretese campate in aria (eufemismo).
Che da parte italiana si abbia il coraggio di protestare per le strade di montagna innevate nei Grigioni che hanno reso difficoltoso l’accesso ai frontalieri, è davvero il colmo. Eppure proprio questo è successo. Ad inizio settimana (e siamo nella terza metà di maggio) sui passi alpini ha nevicato e i grigionesi non hanno passato la calla neve. Ciò ha suscitato le rimostranze del segretario dei frontalieri CISL Ivano Cameroni e del sindaco di Madesimo Franco Masanti. Quest’ultimo si è addirittura lasciato andare ad asserzioni deliranti del seguente tenore (citazione dal portale liberatv): «Credo sarebbe necessaria una  vera e propria pressione istituzionale, a cominciare dalla Regione, nei confronti delle autorità elvetiche».
Punto primo: se i frontalieri girano con le gomme estive e senza le catene a portata di mano malgrado le nevicate non fossero arrivate di certo a sorpresa, il problema è solo loro.
Punto secondo: se i signori della vicina Penisola pensano che, oltre a farci invadere il mercato del lavoro da padroncini e frontalieri, e questo a tutto danno degli svizzeri che restano a casa in disoccupazione ed in assistenza, dobbiamo pure metterci in maggio a spalargli la neve perché loro girano senza catene, vuol dire che non hanno capito da che parte sorge il sole. Oppure che proprio ci considerano svizzerotti fessi fino in fondo.
Punto terzo ed è qui che sta il nodo della questione. Ricordiamo che svariate centinaia di migliaia di persone residenti in Italia (frontalieri, padroncini – sia ufficiali che “in nero” – ed i loro familiari) mangiano ed hanno un tetto sulla testa solo perché, a seguito della devastante libera circolazione delle persone, possono venire a lavorare in Svizzera (molti di loro a scapito di chi in Svizzera ci vive). Sicché ogni volta che dalla vicina Penisola un qualche rappresentante politico o sindacale o altro si permette di invocare “pressioni sulla Svizzera” – sia che si parli di neve da spalare, di segreto bancario, o altro – bisognerebbe chiudere le frontiere per un paio di giorni. Così magari qualcuno imparerà a non scherzare col fuoco.
Il problema è che Oltreconfine si permettono di tutto e di più nei nostri confronti nella convinzione che “gli svizzerotti non osano reagire per paura di passare per razzisti”. Il grave è che l’atteggiamento in politica internazionale di un Consiglio federale di una debolezza inaudita non ha fatto altro che  confermare, ed alimentare, questa convinzione.
Lorenzo Quadri

Non c’è limite alla genuflessione bernese davanti agli eurobalivi Burkhalter vuole svenderci all’UE

Il ministro degli Esteri PLR Didier Burkhalter ed il suo gruppo di lavoro sui rapporti bilaterali con la fallita UE hanno partorito l’ultimo disastro, che ben evidenzia quale sia il clima all’interno del funzionariato federale.
Burkhalter vorrebbe applicare il diritto UE agli Accordi bilaterali vigenti. In Svizzera si applicherebbe dunque il diritto dell’Unione europea a trattati già in essere. Una proposta gravissima che va letteralmente nella direzione della svendita del nostro paese agli eurobalivi. Una proposta che vuol dire cambiare le carte in tavola alla faccia della gente. Già viviamo una situazione catastrofica a seguito della libera circolazione senza limiti: esplosione del frontalierato in tutte le sue forme con grave danno agli operatori economici locali e soppiantamento dei residenti nelle assunzioni; immigrazione incontrollata nello Stato sociale (pagato con i nostri soldi); porte spalancate ai criminali stranieri (poiché oltretutto grazie ai brillanti accordi sottoscritti con gli eurobalivi, al cittadino UE che si trasferisce in Svizzera nemmeno si più chiedere l’estratto del casellario giudiziale del paese d’origine, vedi il caso Sollecito). L’invasione di frontalieri e padroncini dalla vicina Penisola ha portato inoltre al collasso la nostra viabilità. Naturalmente i costi li paghiamo noi, non sono nemmeno lontanamente coperti dalle imposte alla fonte pagate dai frontalieri e il peggioramento viario nuoce a tutta la nostra economia in un circolo vizioso.
Quando anche quello che mena il gesso dovrebbe a questo punto aver capito che la libera circolazione deve essere pesantemente limitata se si vuole evitare la catastrofe, il PLR Burkhalter ed i suoi tirapiedi propongono l’esatto contrario. Una follia pura dal lato operativo ed uno scandalo da quello politico.
A Berna ci sono dei funzionari pubblici, con salari stratosferici, che insistono nel voler avvicinare sempre di più la Svizzera all’UE, con l’obiettivo di farci diventare membri dell’obbrobrio di Bruxelles. E questo in base alle loro convinzioni politiche $inistrorse.
Che un Consigliere federale e ministro degli Esteri, responsabile politico del dossier, invece di imporre a questi funzionari pubblici, profumatamente pagati con i nostro soldi,  di adeguarsi alla volontà popolare, regga la coda  alla fregola europeista, è del tutto inaccettabile.
Ricordiamo che l’ambasciatore svizzero presso la fallita Unione europea, Roberto Balzaretti, è solito scusarsi (sic!) a Bruxelles per l’euroscetticismo dei cittadini elvetici. Questo è stato riferito da testimoni in sedi istituzionali, e non necessita di ulteriori commenti.
I filoeuropeisti bernesi pagati con i nostri soldi, nemmeno si rendono conto che l’UE, oltre ad essere la negazione della democrazia diretta che è il fondamento del nostro Paese (i suoi burocrati-balivi non hanno uno straccio di legittimazione popolare) è anche in profonda crisi economica e politica.
Questa costruzione antistorica ed antidemocratica, che vorrebbe metterci nello stesso calderone assieme a Stati falliti come la Grecia, l’Italia, la Spagna e il Portogallo, non ha di sicuro il futuro assicurato. Potrebbe anzi saltare per aria in tempi nemmeno troppo lunghi.
La proposta di Burkhalter, giustamente stigmatizzata anche dal Consigliere di Stato Norman Gobbi per quello che è, ossia una vergognosa genuflessione all’Unione europea che oltretutto ringrazia ripartendo all’assalto della piazza finanziaria elvetica, costituisce anche un pericolosissimo precedente. Quale sarà il prossimo passo, l’applicazione in Svizzera della Sharia?
Inoltre, Burkhalter ha reso chiarissime le intenzioni del Consiglio federale nei confronti degli sfracelli provocati dalla libera circolazione delle persone. Invece di limitarla nell’interesse degli Svizzeri, come sarebbe necessario, la vuole ulteriormente allargare. Davanti a tale catastrofica prospettiva e a questa indicazione inequivocabile da parte del ministro degli Esteri, il popolo, che è sovrano, può fare una sola cosa: far saltare la libera circolazione delle persone.
Lorenzo Quadri

Revisione della legge sul turismo: accelerare i tempi del cambiamento

La revisione della legge sul turismo è stata messa in consultazione dal DFE negli scorsi giorni, e ci rimarrà fino al 30 di giugno.
La proposta legislativa – anche se a Bellinzona non lo si ammette volentieri – deve molto all’ “entrata a gamba tesa” dei due principali enti turistici regionali, quelli di Lugano e di Locarno, all’assemblea di Ticino turismo dello scorso anno. L’azione ha mutato il corso della revisione della legge, portando alla proposta attuale, che attribuisce maggiori risorse e competenze (in particolare per quel che riguarda la propaganda) alle destinazioni. Gli enti turistici regionali, in futuro, dovrebbero essere solo quattro.
L’ente cantonale viene trasformato in agenzia cantonale del turismo. Non è solo cosmesi linguistica: si tratta di “riconvertire” l’attuale struttura in un’agenzia che fornisca, su mandato, prestazioni professionali alle destinazioni.
Senza l’intervento deciso dei due principali enti turistici locali, oggi ci ritroveremmo, con tutta probabilità, una riforma di tipo centralistico, che avrebbe sminuito le destinazioni a vantaggio di un ente cantonale “gonfiato”. Oltre a sminuire le competenze degli operatori locali, si rischiava anche di annacquare (se non di cancellare) marchi come Locarno, Lugano, Ascona. Marchi forti, il cui valore turistico è della massima importanza; ciò a vantaggio di un marchio “Ticino” che turisticamente è di fatto inesistente (ma ha il vantaggio di essere più “politicamente corretto”, ciò che per certuni è presupposto imprescindibile).
Sbaglia chi vuole vedere nella nuova legge il risultato di lotte di potere (?) politiche. L’obiettivo che si vuole perseguire è proprio la spoliticizzazione della risorsa-turismo. La nuova base legale vuole essere uno strumento per gestire il turismo, finalmente viene da dire, secondo criteri aziendali: di progettualità, di efficacia e di efficienza. In sostanza, si vogliono vedere dei risultati concreti, dei progetti. La logica del fare deve prevalere su quella del parlare, dei discorsi autoreferenziali: questi gioveranno forse all’autostima di qualcuno e riempiranno le pagine dei giornali. Ma non portano turisti. Niente turisti, niente indotto economico.
La città di Lugano nel settore turistico ci crede. La creazione di un apposito Dicastero all’inizio dello scorso anno, ma anche e soprattutto gli investimenti compiuti nel settore, ne sono dimostrazione tangibile. Avvicinando in una sola area il Dicastero turismo ed il Dicastero giovani ed eventi (che organizza, tra le altre cose, il Long Lake Festival) la nuova compagine municipale ha voluto rendere più efficace e dinamica l’azione in questo settore. E, se nel 2012 i pernottamenti a Lugano hanno tenuto, mentre nel resto del Cantone per lo più no, un qualche  motivo ci sarà.
La revisione della legge va ora, dunque, nella direzione giusta (per quanto sia comunque frutto di qualche compromesso). Ovviamente, senza le capacità e le professionalità giuste sul territorio, anche il miglior quadro legale del mondo, da solo, non fa il miracolo.
Il DFE ipotizza che la legge possa entrare in vigore nel 2015. Se anche questa tempistica venisse rispettata, cosa non scontata essendoci ancora di mezzo tutto l’iter parlamentare, il 2015 è lontano. Il turismo ticinese non può di certo permettersi di stare nel limbo fino ad allora. Il recente rapporto dell’Osservatorio sul turismo, riferito all’anno 2011, è impietoso. Se il Ticino è il fanalino di coda nel gruppo delle regioni lacustri paragonabili, ci sono motivi e responsabilità. Da ricercare, ovviamente, anche nell’ente cantonale. Raccontarsi l’un l’altro che va tutto bene non risolve i problemi. Il  cambiamento di mentalità è necessario. E  deve avvenire da subito. Non nel 2015. Di questo cambiamento si attendono segnali concreti. Con impazienza crescente.
Lorenzo Quadri
Municipale di Lugano

La Spagna rifiuta l’estradizione di Hervé Falciani Svizzera presa nuovamente a pesci in faccia

Ma il Consiglio federale continua a porgere l’altra guancia: la nostra

La piazza finanziaria elvetica, frutto di decenni di lavoro di chi è venuto prima di noi, è una componente essenziale del nostro benessere, o di quello che ne resta.
Da circa quattro anni la piazza finanziaria svizzera è sotto il fuoco incrociato di paesi stranieri in bancarotta, incapaci di far pagare le imposte ai propri concittadini. Anche perché la corruzione e la mala gestione imperante in questi paesi ne ha fatto schizzare la fiscalità a livelli stellari. Ma naturalmente costoro non si pongono alcun problema nel montare in cattedra a moraleggiare contro la Svizzera. E un governo federale dalla debolezza vergognosa, anche perché filoeuropeista e questo contro la volontà della popolazione, accetta di prendere lezioni da paesi stranieri bancarottieri per colpa propria.
Invece di difendere la propria piazza finanziaria, i posti di lavoro e le entrate fiscali da essa generata, la politica elvetica ha calato sempre più le braghe, in una spirale discendente che, ben lungi dal soddisfare chi si è lanciato all’assalto della diligenza elvetica, ne ha solo alimentato ulteriormente gli appetiti.
In sostanza, la Svizzera continua a cedere in un’orgia di autofustigazione moraleggiante di stampo politikamente korretto. E chi ne beneficia, ben lungi dal ringraziare, continua a trattare il nostro Paese a pesci in faccia. Senza che da parte nostra qualcuno si sogni di reagire. E mica vorremo rischiare di venire tacciati di razzismo e xenofobia…
Dopo l’Italia e la Germania (mentre da Berlino si dice di voler concludere accordi fiscali, vari Länder continuano imperterriti ad acquistare CD bancari rubati) adesso arriva la Spagna, ormai messa come la Grecia.
La Spagna ha di recente rifiutato alla Svizzera l’estradizione di Hervé Falciani, che ha rubato decine di migliaia di dati bancari, con l’argomentazione che quanto fatto da Falciani secondo la legge spagnola non costituisce reato.
Non che l’argomento di Madrid sia privo di senso. Ma chi usa questi argomenti deve poi aspettarsi che anche la controparte faccia la stessa cosa.
Quindi, poiché in Svizzera esiste il segreto bancario, ad ogni e qualsiasi richiesta d’informazione da parte di organizzazioni sovranazionali non elette da nessuno o di Stati esteri falliti e/o ipocriti (come gli USA che hanno al loro interno il Delaware ossia la prima lavatrice di denaro del mondo) bisogna rispondere picche. Non si molla nemmeno uno straccio d’informazione. Invece il Consiglio federale autorizza illegalmente trasmissioni di informazioni e poi modifica a posteriori, con la complicità di tutti partiti tranne Lega ed Udc, la base legale a giustificazione del proprio operato.
La Spagna ha quindi solo da azzardarsi a presentare qualsivoglia richiesta alla Svizzera che si vedrà ripagata con la stessa moneta. La volontà spagnola di colpire il nostro paese con uno schiaffo politico camuffato sotto l’apparenza delle procedure corrette è manifesta. Addirittura plateale lo è, poi, nella petizione  di tale organizzazione Transparency now, lanciata a margine della sentenza di Madrid sul caso Falciani.
La petizione, con monumentale ignoranza ed indecente ipocrisia, definisce la Svizzera «capitale mondiale del sistema dei paradisi fiscali che facilitano la corruzione e l’evasione fiscale». Questa è, semplicemente, da denuncia penale. E come la mettiamo, tanto per citare alcuni esempi con le strane isolette nella Manica, con la piazza londinese (che dovrebbero trovarsi nell’UE), con il Delaware, con Hong Kong, Singapore e compagnia bella? La Svizzera, nella foga di calare le braghe, ha sfasciato il proprio segreto bancario ed ecco come viene ricompensata. E il Consiglio federale non ha nulla da dire in merito a simili farneticazioni? I cittadini elvetici sono d’accordo che il loro paese venga insultato senza alcuna reazione da parte dell’autorità?
Lorenzo Quadri

Da 23mila a 38mila notifiche in UN ANNO! Padroncini: INVASIONE senza precedenti!arriva il solito silenzio assordante. Ma il DFE esiste ancora?

Per l’ennesima volta la Lega ed il Mattino avevano ragione. Il numero dei padroncini che lavorano in Svizzera è letteralmente esploso. Le cifre snocciolate dal direttore della SSIC Ticino Vittorino Anastasia durante l’assemblea di giovedì fanno rizzare i capelli in testa. Altrettanto allucinante è il silenzio del Cantone al proposito. Ma il DFE esiste ancora?
Già nel corso dell’anno 2012 il numero delle notifiche di padroncini e distaccati italiani attivi in Ticino è aumentato del 43% a 23mila unità, le proiezioni di quest’anno indicano un aumento, udite udite, a 35 mila unità! Sì, avete letto giusto: da 23mila a 35mila che, in base all’evoluzione in atto dal mese di aprile, potrebbero diventare 38mila. Per avere un termine di paragone, nel 2005 le notifiche erano 8000 mila. In pochi anni sono dunque aumentate di 30mila unità! Una crescita assolutamente folle, che non si giustifica in alcun modo con l’andamento dell’economia ticinese, per quanto il settore dell’edilizia (dove sono principalmente attivi i padroncini) ancora “tiri”.
Da notare, poi, che oltre alle notifiche bisogna considerare anche chi entra a lavorare in Ticino senza notificarsi, quindi la cifra reale è ancora maggiore rispetto a quella ufficiale.
Proprio come la Lega ed il Mattino della domenica hanno sempre detto fin dall’inizio, la libera circolazione delle persone, unita con lo sfacelo dell’economia italiana, provoca un vero e proprio assalto alla diligenza. I padroncini non pagano tasse né oneri sociali da nessuna parte. Gli stipendi pagati ai dipendenti sono spesso e volentieri da terzo mondo (altro che su standard elvetico come da misure accompagnatorie; ma tanto, si dicono Oltreconfine, «gli Svizzeri sono fessi e non si accorgono di niente»).
E’ ovvio che in questo modo i padroncini fanno concorrenza sleale, in casa nostra, alle ditte e agli artigiani ticinesi. Vedremo in quante giornate lavorative si saranno trasformate le 38mila notifiche che ci attendono a fine anno. Partendo da quel dato, procedendo a spanne, si può calcolare quanti soldi mancano all’economia  ticinese e vanno a finire in quella dell’Italia (con cui siamo in guerra economica). Andando a naso si può tranquillamente immaginare che si navighi sul miliardo di Fr.
Immaginare che una simile emorragia non avrà conseguenze occupazionali gravi, e quindi non prendere misure serie ed incisive per arginare questa autentica invasione, significa andare dritti verso la catastrofe.

Misure attuabili
Premettendo che l’unica soluzione è la rescissione degli Accordi bilaterali,  cosa si può fare in concreto adesso? Per prima cosa, abolire immediatamente le deleterie notifiche on-line. La Lega ed il Mattino lo chiedono da tempo, ma naturalmente guai a dare ragione alla Lega populista e razzista…
Le notifiche devono venire presentate in forma cartacea, con l’obbligo di allegare una lunga lista di documenti da consegnare di persona. Per l’evasione di queste pratiche creiamo un solo sportello al confine. Quando la coda raggiungerà lunghezze chilometriche (ossia nel giro di pochi giorni) ed i tempi di attesa prima di ottenere un permesso saranno diventati di vari mesi, possiamo stare certi che l’invasione scemerà.
Il permesso rilasciato, poi, visto che noi svizzerotti siamo notoriamente servizievoli nei confronti degli Stati vicini, viene mandato in copia all’Agenzia delle entrate. Così il fisco italiano sa che il padroncino X (che in patria naturalmente non dichiara nulla) ha lavorato in Ticino nel tal periodo, e potrà andare a battere cassa.
Altri ostacoli burocratici possono venire aggiunti a piacimento. Ad esempio l’obbligo, quale presupposto per poter lavorare in Ticino, ad iscriversi ad una qualche associazione mantello inventata ad hoc, sul modello delle casse edili italiane. Ovviamente – proprio sul modello italiano – l’iscrizione avviene a piena discrezione di misteriosi presidenti ed ha una tempistica di vari mesi.
E visto che, come giustamente osservato, se i padroncini arrivano in Ticino è anche perché qualcuno li chiama, pubblichiamo on-line i  nomi delle ditte che ricorrono a questo tipo prestazioni a basso costo che rovina il tessuto economico locale.
Si possono inoltre senz’altro aumentare i controlli ed inasprire le sanzioni per chi sgarra; e quasi la metà dei padroncini controllati nel 2012 ha dimostrato di essere irregolare. Da notare che questi provvedimenti non costituiscono un aumento dei costi, poiché i nuovi ispettori si finanzierebbero abbondantemente con le contravvenzioni spiccate.
Questi sono solo alcuni esempi di misure attuabili subito. Anche in regime di devastante libera circolazione delle persone. Se ne possono senz’altro trovare di ulteriori: basta fare un piccolo sforzo di fantasia. Sforzo che in questo momento è indispensabile e urgente. Priorità uno. Certo che se al DFE si pensa solo a fare contabilità…
Lorenzo Quadri

Ristorno dei premi di cassa malati Fregatura da compensare

Il ristorno dei premi di cassa malati si configura, per il Ticino e per i Ticinesi, come l’ennesima fregatura. I termini della scandalosa questione sono semplici. Dal 1996 i Ticinesi sono stati impropriamente alleggeriti di 450 milioni di Fr tramite premi di cassa malati gonfiati per tappare i buchi fatti in quei Cantoni dove i premi erano, invece, troppo bassi. Adesso si prospetta una restituzione di appena 68 milioni. Ovvero un’elemosina.
Quando a qualcuno si prelevano impropriamente dei soldi, questi soldi vanno restituiti integralmente, e anche con gli interessi. Invece, bene che vada, in materia di ristorni dei premi di cassa malati, nelle tasche dei ticinesi tornerà solo una minima parte di quanto estorto nel corso degli anni.
Quindi una crassa violazione dei più elementari principi di equità. Come può verificarsi questa situazione? A seguito di “dittature della maggioranza” alle Camere federali, sede in cui si deciderà – e si quantificherà – la restituzione. I Cantoni che hanno pagato troppo sono infatti minoritari in Consiglio nazionale e super-minoritari al Consiglio degli Stati. Non ci sono i numeri per far “passare” una restituzione integrale; per quanto “compatti” si possa essere nel richiederla. Ma al proposito si apre un capitolo a parte: gli altri Cantoni paganti, giustamente insorti quando la Commissione della Sanità e della sicurezza sociale del Consiglio degli Stati aveva bocciato la prima proposta di restituzione, adesso si sono defilati, e paiono pronti ad accontentarsi dell’elemosina.
Che un basilare principio di equità come la restituzione integrale di quanto indebitamente sottratto dalle tasche dei cittadini ticinesi venga impallinato alle Camere federali a colpi di maggioranze, è una vergogna e deve preoccupare. Il Ticino è già penalizzato da Berna in vari modi: pensiamo solo alla  libera circolazione delle persone e alle sue devastanti conseguenze. A tirare troppo la corda, questa si rompe.
Il Ticino a questo punto potrebbe fare l’ “atto d’orgoglio”, rifiutando l’elemosina. Il risultato è però che si otterrebbero zero milioni invece di 68. E poi? Meglio cominciare a portare a casa i 68 milioni  – denunciando il furto ai nostri danni e tentando di giocare al rialzo in parlamento – e pensare a come ottenere anche la differenza.
Ad esempio tramite “blocco dei ristorni” nei confronti di Berna. Ci pensi poi la Confederazione a rivalersi su chi ne ha approfittato.
Perché ci sono Cantoni, dove il potere d’acquisto è più alto del nostro, che per anni hanno goduto di premi troppo bassi, passando, e questo è proprio il colmo, anche per virtuosi. Nel frattempo, i ticinesi pagavano anche per loro; e, per tutto ringraziamento, venivano accusati di essere spendaccioni.
Per cui se qualcuno pensa che, dopo aver versato il contentino, “chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, scordammoce u’ passato”, forse questo qualcuno non è ben in chiaro!
Lorenzo Quadri
CN Lega

Basta con la libera immigrazione nel nostro Stato sociale Prestazioni agli immigrati? Solo se se le sono finanziate

E’ inutile che i politikamente korretti continuino a raccontarci storielle. L’immigrazione nello Stato sociale esiste e si fa vieppiù insostenibile. La politica delle frontiere spalancate e dell’immigrazione allegra a seguito della devastante libera circolazione delle persone ha conseguenze economiche e sociali catastrofiche. Il fallimento è totale. Ed è inutile che chi della libera circolazione ne approfitta, sulle spalle degli svizzeri, tenti di correre in soccorso dell’indifendibile per il tornaconto del proprio “club”.
La libera circolazione delle persone, ancora una volta, si dimostra per la piaga che è. Esibendo un contratto di lavoro in Svizzera, un cittadino UE ottiene il permesso B. Se dopo un giorno o un mese l’attività lucrativa finisce – e con essa, dunque, il motivo della presenza dello straniero nel nostro Paese – il diretto interessato non rimpatria. Macché. Rimane in Svizzera a carico del nostro Stato sociale, che non ha contribuito – o ha contribuito in minima parte – a finanziare. Quindi i cittadini svizzeri che lavorano riempiono le casse dello stato sociale, per assicurarsi un sostegno in caso di necessità. Ma a svuotare queste casse, a seguito della libera circolazione delle persone, sono cittadini stranieri. Anche se non hanno mai contribuito a riempirle.
Ricordiamoci che un permesso B è valido 5 anni. Quindi il cittadino UE che l’ha ottenuto con un contratto di lavoro tarocco che il giorno dopo l’ottenimento del permesso è già stato sciolto, resta in Svizzera, mantenuto da noi, per almeno 5 anni. E anche scaduto il permesso B, le probabilità che venga rimpatriato sono in realtà minime. In sostanza, dunque, staccare un permesso B, grazie alla libera circolazione delle persone, è a) un gioco da ragazzi e b) un’assicurazione che consente di vivere per tanti anni, se non a vita, alle spalle del contribuente elvetico.
Del problema si è accorto anche il Blick che di certo non può certo dirsi un giornale filo legista. Anzi, l’editore Ringier ebbe a dire che nessun giornalista contrario all’adesione della Svizzera all’UE avrebbe mai lavorato in una sua redazione.
Il Blick di qualche giorno fa – per la serie: dopo averne mangiate 50 fette, ci si accorge che era polenta – espone il problema di cui sopra e presenta anche una proposta formulata dal professor Reiner Eichenberger dell’Università di Friburgo (lo stesso che ha dichiarato che i Bilaterali non sono indispensabili per la Svizzera e che, a questo punto, comincia a starci decisamente simpatico).
In sostanza, il prof propone un modello molto semplice, ossia quello assicurativo. I migranti possono usufruire di prestazioni sociali solo nella misura in cui hanno versato il corrispettivo come contributi. Di modo, quindi, che non siano altri a coprire le loro prestazioni. Si propongono inoltre degli aiuti al rimpatrio per stranieri che sono finiti a carico della nostra socialità.
L’idea che l’immigrato può beneficiare di aiuti sociali solo se se li è finanziati è molto interessante. Ovviamente i soliti noti strilleranno alla disparità di trattamento, poiché il cittadino elvetico, se del caso, può beneficiare  di prestazioni sociali anche se non ha mai lavorato. E allora? E’ ora di finirla con questo egualitarismo ad oltranza e naturalmente tutto a danno nostro. Vogliamo la disparità. I cittadini svizzeri, nel loro Paese, devono disporre di più agevolazioni rispetto agli immigrati. Non è tollerabile che cittadini stranieri continuino a mettersi a carico del nostro stato sociale senza avervi mai contribuito.
Lorenzo Quadri

Dove sono le proposte del partitume $torico? Sgravi fiscali: sono passate 10 settimane

Sono passate 10 settimane dalla votazione sugli sgravi fiscali del tre marzo.
Ebbene, la sera del tre marzo, nel dibattito televisivo (che sarebbe stato l’ultimo dibattito del Nano) gli esponenti del partitume, commentando l’esito della votazione sugli sgravi, oltre a sfoderare il consueto rosario di trite fregnacce, hanno dichiarato che avrebbero subito formulato delle proposte di riforma fiscale “mirata”. Perché naturalmente le proposte della Lega devono venire respinte per partito preso!
Ebbene sono passate 10 settimane, ma di proposte  del partitume nemmeno l’ombra!!
Perché il partitume $torico, malgrado i bla bla, a diminuire le tasse ai cittadini non ci pensa proprio! Tutti sostenitori del “tassa e spendi”!!

A sud di Lugano rete autostradale al collasso

Ennesima dimostrazione che l’ecotassa per i frontalieri ci vuole

La situazione autostradale caotica tra Lugano e Mendrisio fa viepiù infervorare gli animi, ed a ragione. I codazzi di venerdì che hanno fatto giustamente saltare la mosca al naso al vicesindaco di Lugano Giorgio Giudici non sono che l’ultimo episodio.
Giudici sbaglia nella misura in cui dà la colpa al Dipartimento del Territorio, poi qualcuno ha voluto fare dietrologia leggendo tra le righe un attacco a Marco Borradori. Così, come di consueto – saranno i “residui” degli ultimi mesi di campagna elettorale – la “notizia” è diventata la contrapposizione, o presunta tale, tra sindaco ed ex sindaco oggi vice di Lugano. Ma il problema è di ben altro tipo.
La viabilità autostradale è di competenza dell’USTRA, Ufficio federale delle strade,  che non è propriamente gestito da “fulmini di guerra”. Di sicuro da quando l’USTRA ha ripreso dal Cantone la gestione delle strade nazionali la situazione in Ticino non è migliorata, ma proprio il contrario.
Al di là del rimpallo di responsabilità, fa specie che non venga citato il vero motivo del tracollo della viabilità autostradale, che è sempre il solito: l’invasione di frontalieri e di padroncini provocata dalla libera circolazione delle persone.
E’ inutile raccontarsi tante storielle: se ogni giorno entrano in Ticino 56mila frontalieri, naturalmente uno per macchina, a cui si aggiungono svariate migliaia di padroncini e distaccati, è ovvio che la rete stradale (a partire da quella autostradale) collassa.
L’episodio di venerdì è legato probabilmente a circostanze particolari (esodo vacanziero da nord). Ma gli ingorghi autostradali a sud di Lugano sono ormai il pane quotidiano. E non sono certo sempre provocati dagli olandesi che vanno a Cesenatico.
Chi ha voluto stendere il tappeto rosso ai padroncini? Chi ha voluto cancellare qualsiasi limitazione quantitativa sui frontalieri che entrano in Ticino uno per macchina? Forse gli stessi che non perdono occasione di tartassare e criminalizzare gli automobilisti (ma solo quelli ticinesi o residenti, perché andare a toccare i frontalieri non è politikamente korretto), per costringerli a non usare la macchina? Forse gli stessi che strillano allo scandalo contro le “troppe automobili in circolazione”?
La viabilità autostradale collassata a sud di Lugano esige interventi, sia di manutenzione che di potenziamento, dai costi miliardari. Costi che non sono coperti, nemmeno lontanamente, dalle imposte alla fonte pagate dai frontalieri. Pretendere di tassare i frontalieri per i costi di manutenzione e potenziamento viario che essi provocano, in nome di quel principio di causalità che tanto piace ai politikamente korretti, sarebbe il minimo. Ma proprio il minimo. Tale principio si tradurrebbe nella famosa “ecotassa” per i frontalieri proposta dalla Lega dei Ticinesi. Ecotassa che il partitume $torico – quello che a parole, ma solo a parole, nei periodi elettorali si dice preoccupato per il mercato del lavoro ticinese che esso stesso ha sfasciato con la libera circolazione delle persone – ha impallinato perché leghista.
E’ quindi papale che anche il principio di causalità vale solo a geometria variabile. Il massimo precetto del “bisogna essere aperti”, “no alle frontiere”, “mica vorremo farci bacchettare come razzisti e xenofobi”,  prevale su ogni altra considerazione. Anche in campo viario.
La città di Lugano in particolare fa bene a preoccuparsi. Investimenti sulla rete autostradale a sud di Lugano arriveranno chissà quando e costeranno miliardi. L’accessibilità autostradale di Lugano è andata in tilt complice la nota invasione di frontalieri e padroncini. Il piano viario PVP, ideologicamente concepito contro le automobili, ha compromesso l’accessibilità al centro cittadino. L’accessibilità è presupposto essenziale per il funzionamento dell’economia.
Ecco quindi l’ennesimo disastro provocato dalla libera circolazione delle persone , quella che, secondo il Plr nazionale, va difesa senza compromessi. E lasciamo da parte, per questa volta, la questione occupazionale e della sicurezza…
Lorenzo Quadri

Ennesima dimostrazione della pasta di cui sono fatti

Gli eurobalivi difendono gli asilanti delinquenti

Ennesima scandalosa ingerenza degli eurobalivi nell’autonomia elvetica. La giustizia svizzera nel 2006 ha deciso l’espulsione di un finto asilante nigeriano, condannato per un traffico di droga di importanti proporzioni. Il finto asilante, che da quando è nel nostro paese (a carico del contribuente) ha messo al mondo due figlie con due donne diverse, ha presentato ricorso contro l’espulsione alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo. E quest’ultima non solo gli ha dato ragione, decretando che il finto asilante delinquente non può essere allontanato dalla Svizzera, ma ha condannato la Confederazione ha pagare 9000 euro di indennizzo. Oltre al danno, quindi, la beffa.
Gli eurobalivi hanno motivato la loro sentenza – che ha lasciato basito il Consigliere federale Ueli Maurer – con il diritto alla tutela della vita familiare del finto asilante delinquente.
Qui stiamo veramente perdendo la trebisonda. Un falso rifugiato, che ha tentato di spacciarsi per perseguitato politico per venire in Svizzera a farsi mantenere, ringrazia per l’accoglienza ricevuta spacciando ingenti quantitativi di droga. Quindi commette un reato grave. Ciononostante, il signore ancora pretende di avere ragione. E, per poter continuare a rimanere in Svizzera – malgrado abbia abusato in modo sfacciato e plateale del diritto d’asilo che peraltro nemmeno ha – va addirittura a Strasburgo.
E a Strasburgo gli eurobalivi cosa fanno? Invece di tutelare il cittadino elvetico,  che è la  vittima di questa situazione in quanto ha mantenuto con i soldi delle proprie imposte (soldi che non crescono sugli alberi ma vengono sudati con l’attività lavorativa), un delinquente che ha abusato in maniera gravissima dell’ospitalità ricevuta, dà ragione al delinquente. Il quale, se capita, le figlie le ha messe al mondo proprio con l’obiettivo di diminuire il rischio di espulsione sfruttando fino in fondo gli svizzerotti fessi.
Questo è assolutamente inaccettabile, poiché significa tutelare di proposito i criminali a scapito degli onesti cittadini.
Non dimentichiamoci poi che il 28 novembre 2010, quindi ben due anni e mezzo fa, i cittadini elvetici hanno approvato l’iniziativa popolare per l’espulsione dei criminali stranieri. Naturalmente a Berna, quando si tratta di concretizzare la volontà popolare, si applica il sistema dei due pesi e delle due misure. Se il popolo bestia osa mettere in discussione il sacro dogma del politikamente korretto, ecco che semplicemente lo si ignora: e mica vorremo farci bacchettare dai padroni di Bruxelles! Nel caso dell’espulsione degli stranieri che delinquono, poi, è addirittura stato necessario presentare una seconda iniziativa popolare per far attuare quanto il popolo ha votato nella prima, ciò che è inaudito e scandaloso.
Poiché il popolo ha votato, e il popolo è sovrano, l’espulsione degli stranieri che delinquono s’ha da fare. Punto. Nessun tribunale può mettersi a sindacare su una norma votata dal popolo sovrano. Nessun tribunale svizzero, e men che meno nessuna corte sovranazionale che pretende di dettare le regole in casa nostra. Il finto asilante spacciatore l’ha fatta grossa e adesso deve assumersene le conseguenze. Se la presenza delle figlie è per lui essenziale, può sempre chiedere di portarsele in Nigeria. Fa poi specie che gli eurobalivi di Strasburgo insistano tanto sul diritto alla paternità di un delinquente straniero, che mettendosi a spacciare sapeva benissimo a cosa andava incontro se beccato (o forse pensava, appunto, di fare fessi gli svizzerotti fino in fondo?) mentre ci sono tanti onesti genitori non affidatari che non hanno mai commesso alcun reato ma che si trovano di fatto impossibilitati ad esercitare il proprio ruolo paterno o materno da ostruzionismi della controparte, di avvocati o di commissioni  tutorie. E l’autorità giudiziaria se ne fa un baffo. Il finto asilante delinquente è forse considerato un miglior padre?
Quindi, non solo il finto asilante criminale nigeriano deve venire espulso per direttissima, ma vogliamo anche sapere quanto è costato costui alle casse pubbliche. Così, visto che non si è mai autolesionisti a sufficienza…
Lorenzo Quadri

Francia, Germania, Italia…La fiera delle pretese assurde

Ormai diventa sempre più evidente ad ogni giorno che passa. Avendo “trovato il molle” Stati esteri in  bancarotta e dintorni approfittano per avanzare nei confronti della Svizzera rivendicazioni sempre in crescendo. Ormai ci hanno preso gusto.
Vediamo il caso dell’Italia che, facendo finta di non sapere che 250mila suoi concittadini (tra padroncini, frontalieri e loro familiari) mangiano grazie al Ticino o piuttosto grazie ai (per noi) devastanti accordi bilaterali, continua a battere il chiodo del segreto bancario. Quando farebbe molto meglio a passare all’acqua bassa. L’ultima da parte italiana è l’invito all’UE ad imporre urbis et orbis lo scambio automatico di informazioni. Ed è evidente che, se da Bruxelles qualcuno comincerà a pretendere, solo la Svizzera cederà. Dopodiché magari – ma solo magari – si lamenterà timidamente perché gli altri non hanno ottemperato al Diktat (e continueranno a non farlo). Ma intanto, i buoi saranno già fuori dalla stalla da un bel pezzo.
Adesso lo stesso desolante copione si sta ripetendo con la Francia in materia di tassazione delle eredità di cittadini francesi residenti in Svizzera. Il disastroso governo $inistrorso di Hollande la scorsa estate ha messo il Consiglio federale sotto pressione il quale, come di consueto, si è affrettato a concedere aperture.
Poi improvvisamente le acque si sono calmate fino a quando di recente il ministro delle finanze francese se ne è uscito a dire che la conclusione di un trattato con la Svizzera sulla tassazione delle eredità sarebbe imminente.  Berna si è dovuta affrettare a smentire.
L’aspetto tragicomico della vicenda è che la Francia, che in materia di scambio di informazioni sui conti bancari invoca gli standard OCSE, quando le fa comodo pretende invece di violare allegramente questi standard, pretendendo dalla Svizzera modalità di tassazione delle eredità di cittadini francesi che non stanno né in cielo né in terra. Modalità che contemplano, tanto per gradire, violazione del principio della tassazione al domicilio dello scomparso e aliquote stellari, addirittura fino al 45%.
Qui ci troviamo dunque confrontati con Stati finanziariamente alla frutta, che tentano il tutto per tutto con la Svizzera. Mirando ad approfittare della debolezza bernese, non esitano ad avanzare anche pretese assurde. Sicché o si mostra decisione, o chiudiamo baracca.
Parigi ha pure mandato spioni fiscali travestiti a St Moritz, violando il principio di territorialità, a filmare e fotografare cittadini francesi presunti evasori. E noi trattiamo con costoro? Idem con patate (bollite) per la Germania: nei giorni scorsi il ministro delle finanze teutonico ha dichiarato di voler ancora trattare con Berna, malgrado i governanti dei Länder tedeschi di $inistra – quelli che si riempiono la bocca con il rispetto della legalità – acquistino in modo del tutto illegale CD di dati bancari rubati a istituti elvetici. Però quando, in relazione a queste squallide vicende, il nostro Paese chiede assistenza giudiziaria, i  tedeschi nemmeno si degnano di rispondere. La Germania vuole trattare? Noi no.
E’ ormai dimostrato un numero infinito di volte che il pedissequo rispetto di accordi e standard internazionali, quando si tratta di Paesi UE, non paga. Perché questi pretendono da noi il rispetto di standard della fallita UE di cui – sottolineiamo – non facciamo parte. Ma, per il proprio tornaconto, sono i primi che questi standard li violano senza alcuna remora.
Lorenzo Quadri

Ma come, i criminali stranieri non dovevano essere un’invenzione della Lega populista e razzista?

Banda di rumeni rapina gli anziani

E’ notizia di venerdì: il tribunale criminale di Ginevra ha condannato sei rumeni (ma guarda un po’…) per rapina aggravata a pene oscillanti tra 3 anni di carcere con la condizionale e sette anni. La banda ha messo a segno i suoi colpi tra l’agosto e l’ottobre 2011, e prendeva di mira soprattutto persone anziane, ricorrendo anche ad atti violenti per un magro bottino.
Fin qui i fatti di cronaca, decisamente inquietanti.
Ma come, gli stranieri che delinquono non dovevano essere solo un’invenzione della Lega populista e razzista? Quando il nostro Movimento, come pure il Mattino della domenica, ammonivano che, accettando la libera circolazione delle persone allargata ai nuovi Stati membri UE, i primi ad usufruirne sarebbero stati i criminali dell’Europa dell’est, non mentivano spudoratamente a scopo elettorale (da notare che non si era nemmeno in periodo di elezioni)? E quando la Lega ed il Mattino puntavano il dito contro i delinquenti di questi paesi, persone pronte a tutto per un paio di franchi, non davano prova di becera xenofobia? E gli stranieri che delinquono, non dovevano essere solo dei “casi isolati”?
Se i fatti sono inquietanti, anche le motivazioni della sentenza ginevrina, almeno così come riportate dagli organi d’informazione, suscitano interrogativi mica da ridere.
Ad esempio: le pene di cui sopra – oscillanti tra i tre anni di carcere con la condizionale ed i sette anni – sono qualificate come “pesanti”. Pesanti dove? Per aggressioni a scopo di rapina, vigliaccamente dirette contro persone fragili, gli anziani appunto, sono pene ridicole. La vicenda pone inoltre di nuovo l’accento, come è stato il caso della recente rapina in casa a Villa Luganese, sulla necessità di mettere gli onesti cittadini – sempre più potenziali vittime, grazie alla deleteria politica delle frontiere spalancate, di delinquenti “non patrizi” – nella condizione di difendersi. Questo ancora una volta in contraddizione con lo sciagurato dogma politikamente korretto che vuole invece l’esatto contrario: disarmare gli onesti. Per la gioia, ovviamente, dei criminali. Che possono partire dal presupposto di avere a che fare con bersagli inermi.
Altrettanto bislacca la considerazione del tribunale criminale ginevrino che recita: «benché i condannati appartengano ad una minoranza etnica con prospettive economiche e professionali scarse, essi avevano tuttavia la possibilità di guadagnarsi il pane onestamente nel loro Paese». Ma stiamo scherzando? Non ce ne importa un tubo se i condannati sono o non sono minoranza etnica, se avevano o non avevano la possibilità di guadagnarsi onestamente il pane nel loro Paese. Niente giustifica che costoro vengano in Svizzera a rapinare vecchietti. Se in altre nazioni per taluni gruppi (?) è necessario delinquere per vivere, non è di certo colpa nostra. E di sicuro non intendiamo farne le spese in casa nostra.
O forse adesso si pretende di tollerare, in nome del politikamente korretto e della multikulturalità completamente fallita, che il criminale straniero abituato a delinquere in patria, fosse anche per necessità, lo faccia anche in Svizzera, perché questo è il suo stile di vita?
Lorenzo Quadri

Sono passati più due mesi dalla votazione del 3 marzo

Sgravi fiscali, stiamo ancora aspettando

Come da copione, passata la festa e gabbato lo santo, nella migliore tradizione partenopea.
Infatti, sono trascorsi ormai più di due mesi dalla votazione del 3 marzo sugli sgravi fiscali proposti dalla Lega tramite iniziativa popolare. Prima di quella votazione, e tutti se lo ricordano, i partiti storici avevano demonizzato alla grande la proposta leghista, rispolverando il consueto arsenale catastrofista. Lasciare qualche soldo in tasca in più a cittadini ed imprese avrebbe comportato, a sentir loro, lo sfacelo delle finanze pubbliche trasformando il Ticino nella Grecia o giù di lì.
I partiti avevano tuttavia dichiarato di non essere contrari di principio agli sgravi fiscali. Anzi, questi andavano fatti, ma non così come proposto. Il “sì ma non così” è la consueta tattica in seguito alla quale questo Cantone può vantare la poco invidiabile palma d’oro dell’immobilismo – e non solo in campo fiscale. Si bocciano le proposte altrui per non “dargliela vinta” arrampicandosi sui vetri non già per cercare di migliorarle, bensì per affossarle. “Sì ma non così”: cosa però allora si debba fare, non lo dice nessuno, e nessuno lo sa.
In materia di sgravi fiscali, poi, il “Sì ma non così” era una falsità in partenza, dal momento che governo e parlamento non si sono sognati  di presentare un controprogetto alla proposta leghista.
Eppure, fino alla votazione del 3 marzo, tutti i partiti tranne il PS sono andati avanti a sostenere che, certo, il fatto che il Ticino, dopo undici anni trascorsi senza uno straccio di riforma fiscale, sia precipitato sul fondo della classifica della concorrenzialità fiscale è un problema. Certo, una fiscalità attrattiva è parte integrante di qualsiasi programma di rilancio economico. Certo, il carico fiscale gravante sulle persone singole (le cosiddette aliquote B) è iniquo. Tutte queste situazioni vanno corrette, e pure in tempi brevi, ma – e ti pareva! – non come propone l’iniziativa popolare della Lega.
Queste le promesse dei partiti storici, che non sono certo nuove. Infatti le si sentono prima di ogni votazione popolare sugli sgravi fiscali. Votazione popolare, appunto. Occorre raccogliere le firme. Perché la maggioranza politica, per conto suo, la fiscalità più leggera nemmeno la tematizza. Né in governo né in parlamento. Malgrado le promesse di agire. Promesse ripetute prima di ogni votazione popolare, e poi sistematicamente dimenticate. Fino al successivo appuntamento con le urne. Il risultato è lì da vedere: undici anni di immobilismo con conseguente competitività fiscale annullata e rischio concreto di perdere i migliori contribuenti.
Malgrado i proclami fatti il 3 marzo, sono passati più di due mesi, ma di proposte dei partiti storici per alleggerire il carico fiscale gravante sui cittadini ticinesi non se ne vede l’ombra.
Si vede invece altro. Ossia che il PS, ma recentemente a livello nazionale anche il PPD, perorano lo scambio automatico d’informazioni e la fine del segreto bancario. Dov’è il nesso? Facile: tali scenari provocherebbero un danno senza precedenti alla piazza finanziaria ticinese e quindi alle entrate fiscali che da essa derivano. Così facendo, sì che si svuoteranno le casse pubbliche. Senza alcun beneficio. Com’è che nessuno dei fautori del “tassa e spendi” grida allo scandalo?
Lorenzo Quadri
Membro comitato d’iniziativa “Sgravi fiscali, primo atto”

Sgravi fiscali, stiamo ancora aspettando

Sono passati più due mesi dalla votazione del 3 marzo
Sgravi fiscali, stiamo ancora aspettando

Come da copione, passata la festa e gabbato lo santo, nella migliore tradizione partenopea.
Infatti, sono trascorsi ormai più di due mesi dalla votazione del 3 marzo sugli sgravi fiscali proposti dalla Lega tramite iniziativa popolare. Prima di quella votazione, e tutti se lo ricordano, i partiti storici avevano demonizzato alla grande la proposta leghista, rispolverando il consueto arsenale catastrofista. Lasciare qualche soldo in tasca in più a cittadini ed imprese avrebbe comportato, a sentir loro, lo sfacelo delle finanze pubbliche trasformando il Ticino nella Grecia o giù di lì.
I partiti avevano tuttavia dichiarato di non essere contrari di principio agli sgravi fiscali. Anzi, questi andavano fatti, ma non così come proposto. Il “sì ma non così” è la consueta tattica in seguito alla quale questo Cantone può vantare la poco invidiabile palma d’oro dell’immobilismo – e non solo in campo fiscale. Si bocciano le proposte altrui per non “dargliela vinta” arrampicandosi sui vetri non già per cercare di migliorarle, bensì per affossarle. “Sì ma non così”: cosa però allora si debba fare, non lo dice nessuno, e nessuno lo sa.
In materia di sgravi fiscali, poi, il “Sì ma non così” era una falsità in partenza, dal momento che governo e parlamento non si sono sognati  di presentare un controprogetto alla proposta leghista.
Eppure, fino alla votazione del 3 marzo, tutti i partiti tranne il PS sono andati avanti a sostenere che, certo, il fatto che il Ticino, dopo undici anni trascorsi senza uno straccio di riforma fiscale, sia precipitato sul fondo della classifica della concorrenzialità fiscale è un problema. Certo, una fiscalità attrattiva è parte integrante di qualsiasi programma di rilancio economico. Certo, il carico fiscale gravante sulle persone singole (le cosiddette aliquote B) è iniquo. Tutte queste situazioni vanno corrette, e pure in tempi brevi, ma – e ti pareva! – non come propone l’iniziativa popolare della Lega.
Queste le promesse dei partiti storici, che non sono certo nuove. Infatti le si sentono prima di ogni votazione popolare sugli sgravi fiscali. Votazione popolare, appunto. Occorre raccogliere le firme. Perché la maggioranza politica, per conto suo, la fiscalità più leggera nemmeno la tematizza. Né in governo né in parlamento. Malgrado le promesse di agire. Promesse ripetute prima di ogni votazione popolare, e poi sistematicamente dimenticate. Fino al successivo appuntamento con le urne. Il risultato è lì da vedere: undici anni di immobilismo con conseguente competitività fiscale annullata e rischio concreto di perdere i migliori contribuenti.
Malgrado i proclami fatti il 3 marzo, sono passati più di due mesi, ma di proposte dei partiti storici per alleggerire il carico fiscale gravante sui cittadini ticinesi non se ne vede l’ombra.
Si vede invece altro. Ossia che il PS, ma recentemente a livello nazionale anche il PPD, perorano lo scambio automatico d’informazioni e la fine del segreto bancario. Dov’è il nesso? Facile: tali scenari provocherebbero un danno senza precedenti alla piazza finanziaria ticinese e quindi alle entrate fiscali che da essa derivano. Così facendo, sì che si svuoteranno le casse pubbliche. Senza alcun beneficio. Com’è che nessuno dei fautori del “tassa e spendi” grida allo scandalo?
Lorenzo Quadri
Membro comitato d’iniziativa “Sgravi fiscali, primo atto”