Il mini-risarcimento per i premi pagati in esubero ne è solo l’ennesima dimostrazione Cassa malati: è tempo di “cambiare cavallo”

A breve si terrà, nella Commissione della sicurezza sociale e della sanità del Consiglio degli Stati (CSSS), il dibattito sul ristorno dei premi di cassa malati pagati in eccesso da alcuni Cantoni, tra cui notoriamente il Ticino.
I ticinesi dal 1996 al 2012 hanno versato 400 milioni di Fr di premi in esubero. Tale cifra potrebbe raggiungere, a fine dell’anno in corso – basandosi sulle stime effettuate da Bruno Cereghetti, già capo dell’Ufficio dell’assicurazione malattia del DSS, nello studio commissionato dall’Ordine dei  medici – i 450 milioni. In effetti, le distorsioni sono ancora in atto.
Come da copione, le cifre della Confederazione – che è correa della rapina perpetrata ai danni dei ticinesi – sono altre. Naturalmente sono inferiori (si tenta di minimizzare le responsabilità). Non solo, ma si riducono via via: dai 192 milioni dei tempi del primo progetto di restituzione del Consiglio federale, si è giunti alla stima più recente di 140.
Quindi 52 milioni sono stati fatti sparire con giochetti di prestigio (in politichese: “nuovi metodi di calcolo”).
Essendo la Confederazione parte in causa, e dovendo l’Ufficio federale della sanità, che anno dopo anno approvava i premi “dopati” a danno dei ticinesi, farsi non uno ma molti esami di coscienza, è più probabile che la cifra corretta sia quella indicata dallo studio Cereghetti.
I premi di cassa malati costituiscono una delle principali voci di spesa delle economie domestiche ticinesi, quindi non stiamo parlando del sesso degli angeli, o delle fughe di notizie dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla Logistica.
Il momento attuale è senz’altro “topico”.  Sul tavolo non c’è solo il passato, ossia la restituzione di quanto indebitamente prelevato dalle tasche dei ticinesi. Ci sono anche le regole per il futuro. In tali circostanze, il Consiglio di Stato non può che rimpiangere lo smantellamento dell’ufficio assicurazione malattia del DSS. Esso costituiva un centro di competenze consolidatosi in oltre 20 anni: sarebbe tornato molto utile. Soprattutto ora.
Come noto, la restituzione che si prospetta al Ticino è molto più che parziale: 67 milioni di Fr su 450. Quanto alla correttezza dei premi futuri, è tutt’altro che assicurata. Il progetto di base legale che dovrebbe garantirla contiene, al momento, delle pericolose formule potestative che ne azzoppano l’efficacia. Sicché dopo tanto rumore si corre il rischio, concreto, di ritrovarsi ai piedi della scala. Con (forse) il contentino da 67 milioni, accordato solo perché a non dare nulla, questa volta, si sarebbe davvero rischiata la rivolta dei Cantoni salassati.
Certo: al Consiglio nazionale si tenterà di giocare al rialzo sul risarcimento. Ma questo vuol dire, nella migliore delle ipotesi, spuntare qualche milione in più.
Questa poco edificante vicenda è l’ulteriore dimostrazione che serve una cassa malati unica e pubblica a livello federale. Al proposito è pendente un’iniziativa popolare su cui i cittadini voteranno. Il sistema attuale, malgrado la continua applicazione di cerotti, non funziona e non garantisce un trattamento equo. Non ci si attendano soluzioni alternative dalle istituzioni. Il Consiglio nazionale, ad esempio, ha appena silurato (per 130  voti contro 62) una petizione che chiedeva la separazione tra l’assicurazione sociale di base e la complementare.
A ciò si aggiunge che la cassa malati unica federale potrebbe anche essere in parte  alimentata – questo nell’iniziativa non è previsto – con fondi provenienti dalla Banca nazionale (che non è malmessa). Fondi che sono di proprietà dei cittadini elvetici. Ciò consentirebbe di abbassare i premi. Di fatto, dunque, qualcosa di vicino ad uno sgravio fiscale, stante la forma obbligatoria dell’assicurazione malattia.
Lorenzo Quadri
Consigliere nazionale
Lega dei Ticinesi

Ecco cosa ci si guadagna a capitolare su tutto E adesso l’Italia e l’UE all’assalto della Svizzera

Non ci volevano delle grandi doti divinatorie per arrivarci, ed infatti le previsioni si sono puntualmente avverate. Ringalluzziti dal dibattito sulla lex USA, giustamente e sonoramente impallinata dal Consiglio nazionale, anche altri Stati arrivano ora a pretendere accordi (?) con la Svizzera.
Ovviamente si  vogliono accordi di tipo unilaterale, ossia alla Svizzera viene imposto di rinunciare al segreto bancario, che è una forma di tutela della privacy, e di conseguenza a decine e decine di migliaia di posti di lavoro.
A pretendere accordi è adesso il nuovo premier italiano Enrico Letta, adepto del club Bilderberg, tra i cui principi c’è la distruzione degli Stati nazionali.
Letta ritiene che “siamo nel momento giusto” per un accordo.
Perché sarebbe il momento giusto, secondo il premier iscritto al club Bilderberg? Lui non lo esplicita, ma non ci vuole molta fantasia ad immaginarlo. E’ il momento giusto perché, anche se il Consiglio nazionale ha dato e reiterato l’altolà, è manifesto che la Svizzera è pronta a  capitolare anche davanti a Stati in bancarotta. Tutto pur di non rischiare di passare per i cattivi di turno. Il fatto che almeno 250mila italiani tra frontalieri e padroncini abbiano un tetto sulla testa solo grazie alla libera circolazione con la svizzera, non calma in nulla i bollori dei vicini a sud. Non li spinge a più miti consigli. Ma la colpa è nostra: noi tolleriamo senza fiatare le scorrettezze italiche e loro giocano al rialzo.
Il Njet alla lex USA è un segnale positivo, ma non deve trarci in inganno. Il P$ vuole infatti lo scambio automatico d’informazioni. Nel dibattito sulla lex USA non ha mancato di ripeterlo ad oltranza come un mantra.
“Il segreto bancario che tutela gli evasori fiscali è finito” gongolava dal pulpito della Camera del popolo una (particolarmente indisponente) rappresentante P$: per i kompagni, esattamente come per la ministra del 5% Widmer Schlumpf, i cittadini, svizzeri o stranieri che siano, che hanno un conto in banca, non hanno alcun diritto alla privacy (peraltro confermata da Mr Dati): sono tutti degli evasori (quanti i $ocialisti?).
Una delle caratteristiche che contraddistinguono la nostra “svizzeritudine” è il rapporto di fiducia tra cittadino e Stato.  Ed è proprio questo rapporto di fiducia che si vuole ora minare. L’obiettivo è sempre il solito: renderci sempre più uguali all’UE, in un continuo  livellamento verso il basso che ha conosciuto negli ultimi anni una deleteria accelerazione. Per questo possiamo ringraziare un Consiglio federale debolissimo e disposto addirittura ad accettare che siano paesi stranieri ed organismi sovranazionali privi di qualsiasi legittimazione democratica a rottamare le leggi svizzere per imporci le loro. Chi sia la portabandiera di questa linea (?) politica è risaputo: la ministra del 5% Widmer Schlumpf, che ha sempre voluto il libero scambio d’informazioni e quindi la cancellazione di almeno 5000 posti di lavoro solo in Ticino. E pensare che non era il Medioevo quando Merz dichiarava: «Il segreto bancario non è negoziabile».
E adesso arrivano anche gli eurobalivi con la tassazione sulle imprese…
Lorenzo Quadri

Alla faccia dei Diktat che gli yankees pretendono di imporre agli altri Paradisi fiscali “made in USA”

Gli Stati Uniti, quelli che pretendono di “esportare democrazia”, nei confronti della Svizzera hanno finora esportato solo Diktat.
L’obbrobriosa lex USA, con cui si pretendeva la rottamazione del diritto elvetico e la conseguente sottomissione alle regole yankees, è stata asfaltata dal Consiglio nazionale in un (ahinoi raro) guizzo d’orgoglio.  Ma naturalmente il capitolo è ben lungi dall’essere chiuso. In effetti, se nella scorsa sessione estiva alle Camere federali ha fatto molto rumore il rifiuto della lex USA, la calata di braga nei confronti degli yankees c’è comunque stata, sottoforma di sottoscrizione dell’accordo FATCA (Foreign Account Tax Compliance Act). Con questo trattato (?) gli Stati Uniti vogliono fare in modo che siano tassati tutti i conti che le persone assoggettate ad imposta negli Stati Uniti detengono all’estero.
Alla faccia del nome, la FATCA tutto è tranne che un accordo. Infatti si tratta di un’imposizione unitalerale degli USA, prendere o lasciare, imposta (almeno questa…) a tutti i paesi del mondo.
Per quel che riguarda la Svizzera, la calata di braghe si è consumata tra gli ampollosi intarsi della sala del Consiglio degli Stati. La Camera alta dimostra peraltro un’inquietante abitudine alla genuflessione, visto che aveva accettato, e per ben due volte, perfino la lex USA.
Da notare, sia detto per inciso, che tale scandalosa accettazione aveva fornito lo spunto al giornale di servizio del partito delle tasse (LaRegione) per tessere le lodi della ministra del 5% Widmer Schlumpf, che vuole demolire la piazza finanziaria. Mai lodi furono meno giustificate. Ma visto che la ministra del 5% non piace all’odiata Lega, era scontato che il giornale di servizio l’avrebbe osannata.
Nella sessione autunnale, ossia in settembre, toccherà al Consiglio nazionale confrontarsi con la FATCA. La speranza è l’ultima a morire, certo. Ma non ci si possono fare grandi illusioni su un eventuale “bis” del NO alla lex USA.
Nel mentre che gli USA, con la consueta spocchia, vanno in giro ad imporre Diktat a destra e a manca, e mentre la ministra del 5%, vedi lex USA, si fa comandare a bacchetta nemmeno da un ministro americano e quindi da un “pari grado”, ma addirittura da una funzionaria del fisco a stelle e strisce, Oltreatlantico si guardano bene dal fare pulizia in casa propria.
Un articoletto sull’Agefi, quotidiano economico romando, ben evidenzia l’ipocrisia statunitense. Tra i paradisi fiscali, quelli veri, non c’è solo il famigerato Delaware, ovvero la più grande lavatrice di denaro del mondo. Ci sono anche le Isole Vergini americane, il Nevada, il Wyoming. Tutti Stati in cui, grazie alla protezione USA, sono in vigore regimi fiscali “creativi” e “vantaggiosi” (eufemismi) in stridente contrario con tutti gli standard internazionali. Vale a dire proprio con quegli standard che gli stessi States, ma anche gli eurobalivi falliti, vogliono imporre alla Svizzera impipandosene della sua sovranità.
Ma la ministra del 5%, quella che sta portando la Svizzera nel baratro, avrà almeno la decenza di far notare la vergogna di questa situazione ai portaborse USA da cui si fa dettare gli ordini? Sospettiamo di no…
Lorenzo Quadri

Politicanti allo sbaraglio! Il Consiglio federale ribadisce

Nessun controllo sui delinquenti stranieri

Ancora una volta, il Consiglio federale riesce a dare il peggio di sé.
In tempi recenti, molto recenti, grazie al Mattinonline, al Mattino della domenica e alla Lega dei Ticinesi ed in particolare al granconsigliere Daniele Caverzasio, è apparsa in tutta la sua evidenza una gigantesca falla nella libera circolazione delle persone.
A seguito di tale accordo bilaterale, non è più possibile richiedere sistematicamente il casellario giudiziale agli stranieri che si vogliono trasferire nel nostro Paese. La richiesta può avvenire solo in singoli casi, per comprovati motivi.

Fallimento totale
Questo modo di procedere è deleterio e con il caso Sollecito si è visto molto bene a cosa porta. Persone sotto processo per omicidio si possono trasferire tranquillamente nel nostro Paese. Entra di tutto e di più, senza che nessuno se ne accorga. Sollecito è stato scoperto e di conseguenza il permesso B che aveva ottenuto è stato revocato, non già a seguito di verifiche, ma unicamente perché il suo caso era stato molto mediatizzato anche alle nostre latitudini. Conseguenza: i casi non mediatizzati nell’area italofona non si scoprono.
Per fare un esempio: nel regime attuale un docente UE condannato per pedofilia nel suo paese d’origine potrebbe allegramente trasferirsi in Ticino e mettersi ad insegnare, e nessuno se ne accorge. Come può l’amministrazione cantonale immaginarsi (se nessuno fa la soffiata) che la persona in questione è stata condannata? Il fallimentare sistema in cui ci hanno trascinato i sostenitori della devastante libera circolazione delle persone crea quindi delle situazioni di pericolo per i cittadini.

“Sa pò mia?”
La devastante libera circolazione delle persone ci ha dunque tolto dei filtri indispensabili. Che il sistema attuale sia pieno non già di buchi, ma di veri e propri crateri, è dimostrato dal caso Sollecito.
Ma il Consiglio federale, confrontato con una mozione leghista che chiede di ripristinare la richiesta sistematica del casellario giudiziale di tutti i  richiedenti prima che venga rilasciato qualsivoglia permesso di risiedere nel nostro Paese, risponde picche. “Sa pò mia”. 
Non solo: risponde che non si farà assolutamente nulla per migliorare la situazione, malgrado sia comprovato quanto essa sia deleteria. Perché così vogliono gli eurobalivi.
Grazie ai devastanti accordi bilaterali, non abbiamo nemmeno la possibilità di sincerarsi che chi chiede di trasferirsi da noi non sia un criminale pericoloso.

Entrano tutti, non esce nessuno
Visto che – e c’è la prova provata – “grazie” alla libera circolazione delle persone siamo costretti a riempirci di delinquenti senza poter controllare, logica e decenza vorrebbero che, almeno, lo straniero che in Svizzera viene beccato a delinquere (si parla di reati importanti), possa venire espulso automaticamente. Del resto c’è pure un’iniziativa popolare in questo senso, accettata in votazione popolare da oltre due anni e mezzo. Invece, nisba.
Nei giorni scorsi la kompagna Simonetta Sommaruga ha dichiarato che non ci saranno espulsioni automatiche. Traduzione: dobbiamo far entrare tutti ma non espelliamo nessuno (o quasi). Le frontiere sono spalancate solo quando si tratta di permettere a cittadini UE di entrare in Svizzera. Se si tratta invece di mandarli fuori, ecco che improvvisamente le frontiere si richiudono. Poi ci chiediamo come mai siamo messi sempre peggio.
Lorenzo Quadri

Libera circolazione delle persone e balivi SECO Ci scaricano? E noi ci arrangeremo da soli!

La SECO, segretariato di Stato dell’economia, è il classico esempio di ufficio federale che non serve a risolvere i problemi, bensì a negarli ad oltranza.
L’ultima sortita secondo cui con la libera circolazione delle persone andrebbe tutto a gonfie vele anche ed in particolare in Ticino, è la dimostrazione più eclatante, essendo in totale contraddizione con la realtà. Ma non è certo l’unica con cui il nostro Cantone ha dovuto e deve fare i conti.
Infatti già quando emerse con prepotenza, per la prima volta, la questione delle liste nere illegali a seguito delle quali alle aziende svizzere che operano Italia, alla faccia degli accordi bilaterali, viene imposta ogni sorta di limitazione, la SECO negò che esistesse il problema.
Immaginiamoci la scena: un servizio federale, pagato dai contribuenti per correggere le situazioni distorte, invece di sostenere le aziende svizzere indebitamente penalizzate, va a raccontare a chi di queste situazioni è rimasto vittima che non è vero niente: quindi che è un visionario.
Anche sui turisti cinesi fermati in dogana dall’Italia, l’atteggiamento iniziale era il medesimo.
Non dimentichiamoci poi la penultima sortita della SECO, quella sulle notifiche dei padroncini che devono rimanere online. In sostanza si tratta di continuare a stendere tappeti rossi all’invasione.
E perché le notifiche devono rimanere online? Ma perché levare questa possibilità, e quindi obbligare chi vuole notificarsi a farlo di persona ad uno sportello centralizzato, significherebbe violare la reciprocità. Come se in Italia fosse possibile notificarsi tramite internet.
Per non parlare poi dell’IVA che gli artigiani UE non pagano su prestazioni eseguite in Svizzera del valore inferiore a 10mila Fr, mentre quelli elvetici la pagano eccome.
Eh già, visto che non bastava che padroncini e ditte estere (italiane) potessero fare, alle aziende ticinesi, concorrenza sleale non pagando da nessuna parte tasse né oneri sociali, e nemmeno pagando stipendi elvetici (se del caso il salario versato secondo i nostri canoni viene immediatamente requisito dal datore di lavoro una volta rientrati in patria) bisognava pure avvantaggiarli con l’IVA. Questa esenzione viola sfacciatamente il principio della parità di trattamento. Quando si tratta di eventuali discriminazioni di aziende straniere, ecco che l’autorità federale è pronta ad intervenire fulminea. Se invece sono artigiani o ditte svizzere ad essere svantaggiati in casa propria, non si interviene adducendo scuse ridicole: ad esempio che farlo sarebbe “troppo complicato”!
E’ chiaro che qui si stanno travalicando i limiti del sostenibile. Anzi, questi limiti sono stati già travalicati da un pezzo.
La SECO nega l’esistenza delle devastanti conseguenze della libera circolazione delle persone?
Bene, vorrà dire che il Ticino dovrà arrangiarsi e difendersi da solo. Se i canali ufficiali sono chiusi, se ne useranno altri. Dovrà essere il nostro Cantone ad inventarsi, alla faccia della SECO, disposizioni che ostacolino la libera circolazione delle persone. Perché per noi è questione di capitale importanza.
Poi però da Berna che nessuno osi fare un cip. Le autorità federali hanno rifiutato di fare il proprio dovere e hanno pure tentato di farci passare per visionari? Hanno anteposto l’applicazione pedissequa ed autolesionista di trattati internazionali che siamo i soli a rispettare ai vitali interessi del Ticino e dei ticinesi? Adesso ne affrontino le conseguenze. 
Lorenzo Quadri

Altro che aumentare le tasse a carico della gente e delle imprese Il CdS pensi al rilancio dell’occupazione!

Ci vuole un bel coraggio per mettersi a parlare di aggravi fiscali – ovvero mettere le mani in tasca alla gente e alle imprese – in periodo di crisi economica.
Il freno automatico all’indebitamento su cui ciclicamente insiste la direttrice del DFE altro non è che un automatismo per aumentare le imposte, infatti non interviene sulla spesa.
Si parte inoltre dal presupposto sbagliato. Perché il problema principale di questo Cantone non è di sicuro l’indebitamento. Il problema principale è il lavoro. Del resto se in un anno i nuovi posti di lavoro creati in Ticino sono 3000 mentre i frontalieri aumentano di 6000 unità, il bilancio è presto fatto. Ci sono 3000 residenti in meno che lavorano.
Non solo: se il settore finanziario, e tutto quel che ci ruota attorno, grazie a scellerate politiche federali promosse dalla ministra del 5% Widmer Schlumpf  e dalla $inistra perde pezzi su pezzi (in Svizzera le banche nel 2012 hanno cancellato 3000 impieghi, e questo non è che lo “stuzzichino”) ma in Ticino si continuano allegramente a sfornare schiere di impiegati di commercio come se “niente fudesse” ben sapendo che il settore, per dirla in modo “soft”, è destinato a pesanti ridimensionamenti, non c’è da stupirsi se la disoccupazione giovanile, che è già doppia in Ticino rispetto al resto della Svizzera, peggiorerà sempre più.
Questi sono i problemi del Ticino, non certo i conti del cantone, che in nessun caso vanno abbelliti mettendo le mani nelle tasche della gente e dell’economia.
Infatti a mancare in Ticino non sono le entrate. Il problema è la spesa pubblica, che è aumentata senza controllo: dai 2.9 miliardi del 2007 (non 1907) si è passati ai 3,5 miliardi del 2013. 600 milioni in più in sei anni.
Quindi non è certo sulle entrate che bisogna intervenire, ma semmai sulle uscite. Tanto più che la competitività fiscale del nostro Cantone è andata a ramengo a seguito di 11 anni di immobilismo. Andare a peggiorarla ulteriormente sarebbe un vero disastro. Ricordiamoci infatti che in Ticino il 2% dei contribuenti versa il 27% del gettito delle persone fisiche. Questi contribuenti danarosi sono in genere molto mobili. Nel caso qualcuno di questi pochi che pagano molto dovesse pensare di trasferirsi in altri lidi, lo studio di competenze tributarie della SUPSI (non il Mattino della domenica) parla di “conseguenze devastanti sulle entrate”.
Tuttavia un cespite di aumento delle entrate c’è, ed è la fiscalità dei frontalieri. I quali, dal  punto di vista delle imposte, sono privilegiati per rapporto agli svizzeri (tramite certe deduzioni che possono effettuare anche senza avere le spese corrispondenti) e ancora di più lo sono nei confronti dei loro connazionali.
Tassare i frontalieri sulla scorta delle aliquote italiane e trattenere in Svizzera il totale, senza dunque alcun ristorno, dell’aliquota elvetica, permetterebbe da un lato di far entrare nelle casse cantonali una sessantina di milioni in più all’anno (che proprio schifo non ci fanno) ed inoltre di renderci un po’ meno attrattivi per i frontalieri.
Ai frontalieri si devono poi applicare anche delle “ecotasse” nel senso di balzelli causali (che tanto piacciono ai politikamente korretti) a finanziamento dei costi che provocano alle nostre infrastrutture viaria 56mila lavoratori italiani che entrano in Ticino uno per macchina (altro che park&ride, che peraltro l’Italia non si sogna di costruire; altro che trenino Stabio-Arcisate, che cumula ritardi su ritardi). Anche nei confronti dei padroncini, che ci hanno invasi, occorre dimostrare creatività.
Nei confronti dei residenti, termine “aggravio fiscale” dovrebbe venire radiato dal vocabolario del Consiglio di Stato, e sostituito con quello “occupazione”. Frontalieri, padroncini, libera circolazione: questi sono i temi importanti del Cantone. Purtroppo è proprio su questi temi che il DFE (diretto da tempo immemore dal PLR) drammaticamente latita. Altro che moltiplicatori cantonali e freni all’indebitamento!
Lorenzo Quadri

Ritirato il premesso B a Raffaele Sollecito: Messe a nudo le vergogne di Schengen

Il caso Sollecito dimostra fino a che punto abbiamo sacrificato la nostra sovranità e la nostra sicurezza interna per correr dietro ad accordi bidone con gli eurobalivi; accordi imposti da Berna con la solita trita manfrina dell’”inevitabilità”

A Raffaele Sollecito, cittadino italiano sotto processo per l’omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher, è stato revocato il permesso B, che gli permetteva di risiedere in Ticino (a Lugano, per essere precisi).

La decisione della sezione della Popolazione è cresciuta in giudicato, sicché Sollecito – che ha già lasciato il Ticino – fuori dal paese è, e fuori resterà.
Tutto bene dunque? Non proprio. La Sezione della Popolazione ha fatto tempestivamente il proprio lavoro, e di questo bisogna ringraziare il direttore del Dipartimento delle Istituzioni Norman Gobbi. Tuttavia, si tratta di intervento a  posteriori. In sostanza, si rimedia al danno. Dopo che il danno è stato fatto.

Ancora una volta il problema sta a monte. Sta, per la serie “ma tu guarda i casi della vita”, in accordi internazionali bidone. Nel caso concreto, quelli di Schengen-Dublino.

In base a tali accordi, infatti, all’autorità elvetica non è più possibile chiedere sistematicamente l’estratto del casellario giudiziale ai cittadini UE che vogliono trasferirsi in Svizzera. Una chiara presa in giro, oltre che una plateale discriminazione a nostro danno. Infatti, a noi l’estratto del casellario giudiziale viene chiesto ogni tre per due, tra un po’ anche per ordinare un caffè al bar. Ai cittadini UE che vogliono abitare in Svizzera, no. La richiesta può avvenire solo in presenza di fondati sospetti. Sospetti che sono, ça va sans dire, da motivare e circostanziare caso per caso. E qui inizialmente qualcuno ha toppato. Poiché di Sollecito, vista la mediatizzazione del caso – che ha raggiunto anche le nostre latitudini – qualcuno si sarebbe dovuto accorgere prima del rilascio del permesso (non dopo).

Un caso rivelatore

Il caso Sollecito è stato, comunque, molto utile. Perché ha dimostrato fino a che punto abbiamo svenduto la nostra sicurezza interna per correre ad aderire a trattati internazionali farlocchi, accettati per non scontentare gli eurobalivi e fatti digerire alla maggioranza popolare (d’Oltregottardo) con la solita vecchia manfrina dell’inevitabilità. Del “non si può fare altrimenti”. Che è poi lo stesso pretesto con cui la ministra del 5% Widmer Schlumpf ha tentato di far digerire la lex USA.
La realtà, e il caso Sollecito ce l’ha sbattuto sotto il naso, è che in regime Schengen si possono allegramente domiciliare in Svizzera persone inquisite o condannate per reati gravissimi (Sollecito e Amanda Knox non sono accusati di aver rubato le ciliegie al mercato); quindi anche persone pericolose.
Sollecito è italiano. Il suo caso ha avuto ampia risonanza anche sui nostri media. Per questo è stato pizzicato. Ma quanti casi di cronaca nera, ad esempio in nuovi stati membri UE, si consumano senza che alle nostre latitudini se ne sappia niente? Se Sollecito non fosse stato “persona nota” nell’area italofona, oggi risiederebbe ancora felicemente a Lugano.

Quanti altri “casi Sollecito” ci sono in Ticino e in Svizzera? Quanti stranieri pericolosi vivono da noi grazie alla cancellazione di una doverosa ed elementare possibilità di controllo imposta dai fallimentari accordi di Schengen?

E’ ovvio che le autorità elvetiche devono tornare ad avere la possibilità di chiedere preliminarmente a tutti gli aspiranti residenti l’estratto del casellario giudiziale. Niente informazioni, niente permesso. Più facile di così…  Al proposito è pendente (ed ancora inevasa) una mozione del sottoscritto al Consiglio federale.
Lorenzo Quadri

E’ successo a Basilea campagna: 95enne aggredita in casa da criminali stranieri

Siamo diventati il paese del Bengodi per la delinquenza d’importazione. Grazie, spalancatori di frontiere! Grazie, buonisti politikamente korretti!!

Secondo gli spalancatori di frontiere politikamente korretti, come pure secondo i moralisti a senso unico, gli stranieri che delinquono non sono una realtà, bensì un’invenzione della Lega populista e razzista. Le “gesta” che si leggono quotidianamente nelle cronache sono solo “casi isolati”. Certo, come no. Anche l’invasione di frontalieri e padroncini doveva essere tutta un’invenzione della Lega populista e razzista.
Intanto si apprende che nella notte su ieri a Muttenz (BL) un’anziana di 95 anni è stata legata, picchiata e derubata in casa.  E’ stata ritrovata il giorno dopo dalla figlia. E chi sono i rapinatori? Ma guarda un po’, ancora una volta si tratta di delinquenti stranieri, secondo la polizia di etnia Rom. I quali evidentemente entrano in Svizzera grazie alle frontiere spalancate. Spalancate da coloro che poi hanno ancora il coraggio di negare l’esistenza della criminalità d’importazione, ma non perdono però occasione di montare la panna sul finto problema del “razzismo”.

Salto di qualità
Ebbene le aggressioni in casa si fanno sempre più frequenti e sempre più violente. E’ chiaro quindi che la delinquenza attiva in Svizzera – e questo vale anche per il Ticino, pensiamo solo ai casi recenti di Vezia e di Villa Luganese – ha fatto il salto di qualità. Non si accontenta più di entrare nelle case quando gli inquilini sono assenti. Entra di proposito in presenza degli occupanti, per farsi consegnare con la violenza gli oggetti di  valore. E’ evidente che si tratta di criminali senza scrupoli, che infatti aggrediscono anche e soprattutto persone molto anziane e quindi vulnerabili – parliamo di una donna di 95 anni  – le quali potrebbero anche non sopravvivere.
Questi delinquenti sono tutti stranieri. Ed  è inutile che politikamente korretti, spalancatori di frontiere e moralisti a senso unico si mettano a starnazzare al presunto razzismo, tentando di abusare di articoli del codice penale nel tentativo di zittire chi denuncia – e, possono starne sicuri, continuerà a farlo ad oltranza – i disastri causati dalla loro politica di “aperture”. Aspettiamo che uno di questi politikamente korretti sia vittima di qualche malfattore cui ha steso il tappeto rosso, poi vediamo se la musica non cambia.

Misure concrete

Denunciare la deleteria politica delle frontiere spalancate alla delinquenza straniera non significa, ovviamente, sostenere che gli stranieri sono tutti delinquenti. Denunciare però non basta. Occorre anche investire nella sicurezza dei cittadini (i soldi li si vanno a dedurre dagli aiuti all’estero e dai contributi all’UE), occorre aumentare la sicurezza delle abitazioni – tramite incentivi federali, visto che la Confederazione ha spalancato le frontiere – ed occorre anche modificare le leggi in modo che

a) i delinquenti non continuino a cavarsela con pene che fanno ridere i polli e
b) i cittadini che si difendono non vengano criminalizzati al posto dei malfattori (anche per questa situazione possiamo ringraziare i buonisti spalancatori di frontiere).

E i cittadini devono anche essere messi in grado di difendersi da questa criminalità d’importazione senza scrupoli, il che vuol dire che le armi (legalmente detenute, e con la necessaria formazione dei detentori) non devono essere un tabù.
Non facciamoci illusioni: i tempi della delinquenza sono molto più rapidi di quelli della politica. La criminalità straniera ha capito che la Svizzera è il paese del Bengodi. Perché ci sono le frontiere spalancate, perché i sistemi di sicurezza sulle nostre abitazioni sono inesistenti, perché le nostre sanzioni fanno ridere i polli, e anche perché ci sono sempre più anziani che vivono soli: ossia persone vulnerabili e quindi bersaglio preferito di questi  “nuovi” criminali.
Reagiamo prima che sia troppo tardi.
Lorenzo Quadri

Iniziativa popolare «contro l’immigrazione di massa»: Sì, per contingentare i frontalieri

Come c’era da aspettarsi, il Consiglio nazionale ha deciso ad ampia maggioranza di respingere l’iniziativa popolare “contro l’immigrazione di massa”, lanciata dall’Udc, che la Lega dei Ticinesi ha sostenuto fattivamente.
Questa iniziativa contiene una richiesta di una semplicità disarmante. Ossia che la Svizzera torni a regolare l’immigrazione.

Regolare l’immigrazione è uno dei compiti fondamentali di uno Stato. Rientra nei presupposti della sua stessa esistenza. Con gli accordi bilaterali e segnatamente con la libera circolazione delle persone, la Svizzera ha rinunciato a questa sua facoltà nei confronti dei cittadini UE. Una scelta che ha avuto conseguenze estremamente negative, soprattutto per le regioni di frontiera.

Malgrado la SECO continui imperterrita, per il tramite di statistiche addomesticate, a sostenere tesi che non stanno né in cielo né in terra, del tipo “immigrazione uguale ricchezza”, la realtà è ben diversa. Se il Consiglio federale, che è europeista, ha ritenuto di ricorrere alla clausola di salvaguardia, vuol dire che il quadro roseo dipinto dalla SECO e da altri non trova alcun riscontro nella realtà. Del resto, dai dati della stessa SECO emerge che dal 2002 sono arrivati in Svizzera 700mila immigrati.
L’Europa soprattutto quella del sud si trova in crisi nera. E noi ce l’abbiamo fuori dalla porta di casa. In Italia si è giunti al punto di invitare pubblicamente la gente ad emigrare in Svizzera, il che significa in Ticino: non essendo la vicina Penisola in grado di risolvere i propri problemi occupazionali, li scarica su di noi.

Circostanze cambiate radicalmente
In tali circostanze, l’immigrazione incontrollata non può esistere. L’apertura ad oltranza delle frontiere è dettata da ideologie vetuste e sta avendo conseguenze catastrofiche in particolare per il Ticino. Bisogna quindi avere il coraggio di fare retromarcia. Che in un mondo globalizzato per concludere accordi vantaggiosi per l’economia svizzera la libera circolazione delle persone con  paesi confinanti sia indispensabile, è tutto da tutto da dimostrare. Le conseguenza negative con cui ci troviamo confrontati erano state ampiamente previste dai contrari alla libera circolazione delle persone.

A ciò si aggiunge che, al momento della stipula e poi della votazione su questi accordi con l’UE, non si poteva prevedere la crisi nera in cui sarebbe precipitata l’Europa, ed in particolare la situazione catastrofica in cui si trova l’Italia dove perfino una regione del Nord come il Piemonte risulta declassata a “spazzatura” nell’ultimo rating di Moody’s.

Le condizioni sono dunque radicalmente cambiate. Ciò giustifica, sotto tutti i punti di vista, un’inversione di rotta. Ciò giustifica che la Svizzera si riappropri della facoltà di controllare i flussi migratori a tutela del nostro mercato del lavoro, della nostra sicurezza e del nostro Stato sociale messo a dura prova da un numero crescente di migranti che arrivano in Svizzera, ad esempio tramite i ricongiungimenti familiari “facili”, per mettersi a carico del contribuente.

L’iniziativa “contro l’immigrazione di massa” merita inoltre un massiccio sostegno da parte del Ticino, poiché essa prevede la reintroduzione di contingenti per i frontalieri. Il contingentamento è l’unica misura possibile per evitare al nostro Cantone la catastrofe occupazionale e sociale. Qualsiasi altra misura è  semplicemente il classico cerotto sulla gamba di legno. A maggior ragione che appare in tutta evidenza dalle dichiarazioni della SECO – niente abolizione delle deleterie notifiche on-line di frontalieri e distaccati,  negazione ad oltranza dei problemi occupazionali e sociali provocati in Ticino dalla libera circolazione delle persone – che nulla verrà fatto per migliorare la situazione. L’unica possibilità è dunque una modifica radicale come quella proposta dall’iniziativa popolare, che presuppone la fine della libera circolazione delle persone.
Com’era scontato, dopo sei ore di dibattito all’insegna del chiacchiericcio spinto, il Consiglio nazionale ha deciso di schierarsi contro l’iniziativa. Ma la parola finale spetterà al popolo. E allora gli europeisti e gli spalancatori di frontiere sì che vedranno i sorci verdi…
Lorenzo Quadri
CN Lega

Ticino, migliora la qualità dell’aria: E come la mettiamo con l’inquinamento transfrontaliero?

Questa è una di quelle buone notizie che meritano di venire sottolineate. Nell’anno 2012 la qualità dell’aria è ancora migliorata in Ticino rispetto al 2011. Negli ultimi venti anni la qualità dell’aria nel nostro Cantone è migliorata con una riduzione dei principali agenti inquinanti tra il 20 ed il 70%.

Dunque, non siamo messi poi così male. In altri Cantoni turistici, tra l’altro, i valori limite di ozono e polveri fini vengono superati assai più spesso che alle nostre latitudini, solo che non viene strombazzato in giro.

Quando si parla di inquinamento, dunque, è bene non cadere nei soliti luoghi comuni politikamente korretti, che mirano a dare la colpa di tutti i mali ambientali sempre ai soliti automobilisti, naturalmente solo a quelli residenti.
Ricordiamoci infatti che il Ticino confina con la Lombardia quindi una bella fetta del nostro smog arriva dalla vicina Penisola. E non è certo con gli 80 Km/h anti polveri fini, la cui unica utilità è quella di “fare cassetta”, che si risolve questo problema.

Inoltre, se  vogliamo parlare di auto, le strade nazionali e cantonali sono intasate anche perché ci sono 56mila frontalieri e svariate migliaia di padroncini e distaccati che ogni giorno entrano in Ticino dalla vicina Penisola. Non arrivano col teletrasporto, e nemmeno con l’auto elettrica: arrivano uno per macchina, ed inquinano.

Frontalieri su ferrovia?
All’Italia dei problemi provocati sul nostro territorio non gliene potrebbe fregare di meno. Basti pensare che, mentre in Ticino ci si arrabatta per realizzare la tratta elvetica della ferrovia Stabio-Arcisate addirittura con doppio binario nell’illusione che questa potrebbe spostare qualche frontaliere dalla strada alla ferrovia (non ci si preoccupa di diminuire il numero dei frontalieri, ma quando mai…) Oltreconfine i lavori, come da copione, sono in alto mare. Non solo, ma anche se così non fosse, l’Italia non ha previsto i park&ride alle stazioni del nuovo trenino, quindi non si capisce bene come farebbero i frontalieri a parcheggiare l’auto e ad arrivare in Ticino su ferrovia. Dimostrazione quindi che Oltreconfine l’unica preoccupazione è usare il nostro Cantone come “terreno di caccia” occupazionale approfittando alla grande delle frontiere spalancate, ed incassare i ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri.  Degli ingorghi e degli intasamenti stradali nel nostro Cantone non gliene potrebbe fregare di meno.

Ancora una volta…

E’ quindi importante sottolineare da un lato i progressi fatti in Ticino per quanto attiene alla qualità dell’aria (e chi dirige da 18 anni il Dipartimento del Territorio? Non sarà mica un leghista??), invece di limitarsi ad accentuare con toni catastrofisti i superamenti di limiti. Altrettanto importante sottolineare che anche in materia di inquinamento dell’aria il Ticino paga a caro prezzo la vicinanza con la Lombardia e la libera circolazione delle persone.  Quest’ultima ha conseguenze negative non solo sulla nostra sicurezza e sul mercato del lavoro, ma anche sull’ambiente e sulla viabilità. Ma questo non si può dire, mica vorremo passare per beceri razzisti e xenofobi! Col risultato che, avanti di questo passo, poco ma sicuro che, se vorremo che sia ancora possibile circolare, andrà a finire che dovremo ampliare a nostre spese la rete viaria per far arrivare frontalieri e padroncini.
Lorenzo Quadri

Consiglio nazionale, lex USA impallinata con infamia: Cosa aspetta Widmer Schlumpf a dimettersi?

Il Consiglio degli Stati ha approvato la cosiddetta lex USA, ma il Nazionale no. Che alla Camera del popolo il vergognoso “pacchetto” della ministra del 5% Widmer Schlumpf avrebbe avuto vita dura, era chiaro già prima dell’inizio del dibattito. Difficilmente però ci si sarebbe immaginati un risultato così secco. Nella prima votazione, martedì, l’entrata in materia sulla lex USA è stata bocciata per 126 a 67 con 2 astenuti. Nella seconda votazione, mercoledì, l’entrata in materia è stata nuovamente rifiutata, per 123 a 63 con 4 astenuti.

Tra martedì e mercoledì erano circolate voci di un possibile voltafaccia dei kompagni. Ma poi, almeno stavolta, il voltafaccia non c’è stato.

Quindi la lex USA è stata affossata con l’infamia che meritava. Questo risultato è senz’altro motivo di soddisfazione; magra soddisfazione, si potrebbe dire, perché dopo anni di capitolazioni una dietro l’altra, il futuro della piazza finanziaria svizzera (e dei suoi posti di lavoro, e delle sue entrate fiscali) è quanto mai cupo. Ma comunque una soddisfazione; del resto la faccia della ministra del 5% dopo il voto era tutta un programma.

Il Consiglio nazionale ha dunque ritenuto, a ragione, che con la lex USA si fosse superata ogni soglia di decenza. Questa legge, se approvata, avrebbe costituito un punto di non ritorno. Per accondiscendere al ricatto degli yankee, che costituisce un vero e proprio insulto all’indirizzo di uno Stato sovrano quale è la Svizzera, il governo e la Camera “alta” (?) erano pronti a rottamare le nostre leggi democratiche per farsi imporre le regole made in Washington. Una cosa del genere non si era mai vista. Come non si è mai visto che un ministro elvetico negli USA non trattasse, sullo scambio di informazioni, con un ministro, bensì con una funzionaria del fisco. Quindi accettiamo di discutere delle questioni fondamentali per il nostro futuro con degli esattori.

Due affermazioni

Alla fine, dunque, a sostenere la lex USA sono rimasti solo parte dei verdi, il partitino di widmer schlumpf e gli uregiatti. Compresi quelli ticinesi. Per il PPDog si tratta di pura speculazione partitica a lunga gittata: l’obiettivo è infatti quello di fagocitare il BDP, che da solo non va da nessuna parte, e di soffiare così al PLR la seconda cadrega in Consiglio federale.
Durante il dibattito in Consiglio nazionale si è sentito di tutto e di più. Due affermazioni però meritano di essere ricordate.
Una è di Christoph Blocher: “A favore della lex USA non si sono sentiti argomenti, perché non ce ne sono, ma solo paure”.
La seconda è del capogruppo dei Verdi Antonio Hodgers, che pure ha approvato lo scandaloso pacchetto: “Questa legge non è una questione di diritto, ma di rapporti di forza”.

La conseguenza che non ci sarà

Il Consiglio federale, o piuttosto la ministra del 5% che da anni sta portando il paese nel baratro, si è presentata davanti alla Camera del popolo con una proposta indecente, ed è stata randellata.

Il No alla lex USA avrà delle conseguenze? Un Sì ne avrebbe avute di ben peggiori. Con una differenza. Se dovremo far fronte a delle conseguenze, lo faremo a seguito di un atto di coraggio e non di una dimostrazione di vigliaccheria. Teniamo a mente l’ammonimento di Churchill: “avevate la scelta tra guerra ed il disonore, avete scelto il disonore ed avete avuto la guerra”.

Inoltre, il principio “chi sbaglia paga” dovrebbe ancora valere qualcosa. Quindi, le responsabilità delle proprie azioni se le assumano quelle banche e quei manager bancari che hanno fatto i furbi (eufemismo) invece di tentare di trascinare tutti nella “palta” – naturalmente con la complicità della politica. E’ per colpa di questi furbi, che miravano solo a massimizzare i propri profitti, che la piazza finanziaria svizzera è azzoppata con tutte le conseguenze sociali ed occupazionali del caso.
Di sicuro, e purtroppo, una logica conseguenza del No alla lex USA non ci sarà: ossia le dimissioni della ministra del 5% che l’ha proposta. Non ci si può di sicuro attendere che chi occupa una cadrega senza disporre nemmeno lontanamente della legittimazione popolare necessaria si sogni di rinunciare a ciò che non dovrebbe neppure possedere.
Lorenzo Quadri

La riforma pensionistica del kompagno Berset: Tagli a go-go alle rendite di vecchiaia!

Eh beh, era chiaro che sarebbe andata a finire così. Il ministro dell’interno $ocialista, Alain Berset, propone la sua riforma pensionistica. Ancora una volta, riforma risulta essere un modo elegante per dire “tagli” e meglio: pensione a 65 anni per tutti, aumento dell’IVA al 10%, tagli sempre del 10% alle rendite LPP.
Adesso aspettiamo di vedere le arrampicate sui vetri dei kompagni nel tentativo di giustificare il loro ministro.
Al di là di questo, la proposta del kompagno Berset suscita alcune domandine facili facili.

Ad esempio:

1)    Non solo la $inistra, ma l’intero arco costituzionale del politikamente korretto e della multikulturalità, SECO compresa, ama ripetere ad oltranza che l’immigrazione, oltre ad essere “uguale ricchezza” (sic) è necessaria per finanziare le nostre pensioni. L’immigrazione in regime di libera circolazione delle persone ha preso un andazzo del tutto scriteriato, in un decennio sono arrivati 700mila immigrati (l’equivalente di due Cantoni Ticino) eppure bisogna (?) tagliare sulle pensioni.  Ma come? Vuoi vedere che non è vero che gli immigrati finanziano le nostre pensioni? Ed infatti è proprio così, e ci sono studi che dimostrano che gli immigrati, troppi dei quali non lavorano, di pensioni non finanziano neppure le loro, figuriamoci le nostre.

2)    L’IVA è ormai diventata (assieme agli automobilisti) la mucca da mungere in ogni occasione. Servono soldi per le ferrovie? Aumentiamo l’IVA. Per finanziare l’AVS? Aumentiamo l’IVA. E via elencando. Per i signori del “tassa e spendi”, continuare a dopare l’IVA ha due vantaggi, uno pratico ed uno ideologico. Quello pratico: il prelievo fiscale tramite aumento dell’IVA risulta spalmato e quindi il contribuente sul momento se ne accorge meno. Se ne rende conto quando tira le somme, ma ormai è troppo tardi. Si dice (non provateci!) che, se si mette un rospo in una pentola piena d’acqua e la si scalda a fuoco lento, il rospo rimane bollito vivo senza accorgersene. Il principio è lo stesso.

Quello ideologico: più l’IVA sale, più ci avviciniamo all’UE.

3)    Andare a penalizzare fiscalmente i consumi in periodo di crisi economica non pare una scelta particolarmente intelligente.

4)    Soprattutto, prima che il Consiglio federale si sogni anche solo di presentare al parlamento una proposta di tagli alle pensioni, vogliamo sapere:
–    quanto è stato tagliato sugli aiuti all’estero?
–    Quanto è stato tagliato sui finti asilanti?
–    Quanto è stato tagliato sui contributi di coesione alla fallita UE?
–    Quanto è stato tagliato agli immigrati nello Stato sociale?
–    Quanto è stato tagliato alla kultura senza pubblico?
Visto che, come c’è da sospettare, alle voci suindicate di tagli non ne sono stati proprio fatti, da AVS e da secondo pilastro non si taglia un centesimo.

5) Studi federali ammettono che esiste un problema di povertà tra le persone anziane (problema sempre negato in Ticino dai partiti $torici per non dover dare ragione alla Lega che chiede la Tredicesima AVS per gli anziani di condizione economica modesta). La povertà tra gli anziani la si risolve tagliando sulle pensioni?
Mistero della riforma AVS del kompagno Berset!

Lorenzo Quadri

Interpellanza al Consiglio federale: Piazza finanziaria, il governo ha perso la bussola?

Nei giorni scorsi è stato reso noto che il Consiglio federale vuole lo scambio automatico di informazioni.

Che questa fosse la volontà della direttrice del DFF era evidente da tempo, in considerazione anche delle sue fughe in avanti su questo tema quando la posizione ufficiale dell’Esecutivo era un’altra. Tali fughe in avanti avrebbero provocato le dimissioni del Segretario di Stato Ambühl.
 
E’ palese che le recenti dichiarazioni di Aymo Brunetti a favore dello scambio automatico erano semplicemente strumentali all’ottenimento del  supporto tecnico ad una decisione già presa.

La volontà di sacrificare il segreto bancario introducendo lo scambio automatico di informazioni avrà conseguenze negative pesantissime sulla piazza finanziaria, sia dal profilo occupazionale (creazione di decine di migliaia di disoccupati difficili quando non impossibili da ricollocare) che del gettito fiscale.
In tempo record il Consiglio federale ha dunque rottamato anche la magnificata “strategia del denaro pulito”, venduta politicamente come la panacea per la nostra piazza finanziaria. L’ha fatto a vantaggio di un cedimento integrale alle pressioni in arrivo dall’estero.

Ovviamente anche la “lex USA” rientra perfettamente nei parametri del deplorevole cedimento incondizionato.

Chiedo al Consiglio federale:

–    Prima di aderire allo scenario suicida dello scambio automatico d’informazioni, quali valutazioni ha fatto il CF sulle conseguenze occupazionali e di gettito di fiscale di tale scelta?

–    Qual è la strategia del Consiglio federale in materia di piazza finanziaria, ammesso che ne esista una, visto che le strategie via via presentate sono state in breve tempo mandate al macero e sostituite da altre sempre più arrendevoli, fino all’epilogo dello scambio automatico?

–     Come valuta il CF le fughe in avanti della direttrice del DFF in favore dello scambio automatico d’informazioni quando la posizione ufficiale dell’Esecutivo era ancora un’altra?

–    Il CF  è davvero convinto che le continue capitolazioni giovino alla credibilità internazionale del Paese? Non ritiene piuttosto che esse otterranno l’effetto contrario?

–    Il CF mira ora a cancellare il segreto bancario anche per i cittadini elvetici, e per di più senza nemmeno permetter loro di mettersi in regola per il tramite di un’amnistia fiscale (l’ultima risale al 1969)?
Lorenzo Quadri
Consigliere nazionale
Lega dei Ticinesi

Insegnamento della Civica nelle scuole

Ai kompagni gli rode, eccome che gli rode…

Meno di due settimane fa sono state consegnate le firme, ben 10’200, a favore dell’iniziativa per l’insegnamento della civica  nelle scuole medie e medie superiori.
L’iniziativa ha riscosso un notevole successo, tant’è che le firme necessarie alla sua riuscita sono state raccolte in una decina di giorni. Un successo che ha sorpreso (naturalmente in positivo) gli stessi membri del comitato promotore (di sicuro ha sorpreso chi scrive, che pure di iniziative e referendum qualcuno ne ha visto). Il tema quindi scalda gli animi più di quel che si sarebbe potuto pensare. Lo confermano pure le critiche, pretestuose (alcune semplicemente deliranti, come quelle del prof Cavalli) piovute sulla proposta.
La civica non è né di destra né di sinistra. Si tratta di trasmettere, tra le varie nozioni che vengono insegnate a scuola, anche la conoscenza dei meccanismi che stanno alla base del nostro Stato federale. Non si tratta di conoscenze di poco conto perché gli scolari di oggi tra qualche anno saranno chiamati a fare il proprio dovere di cittadini. E il minimo, dunque, è che lo facciano con delle basi sufficienti. Inoltre, magari qualche giovane in più comincerebbe ad interessarsi all’attività politica, il che non sarebbe un male.
Queste basi  attualmente non ci sono. Le nozioni di civica tra i neodiciottenni sono nella stragrande maggioranza dei casi inesistenti.  Non c’è bisogno di grandi indagini per accorgersene, basta una mini-inchiesta sul territorio.
Non si capisce – o piuttosto lo si capisce fin troppo bene – perché in una scuola pubblica che pretende di insegnare di tutto e di più, e c’è chi vorrebbe addirittura che insegnasse la religione islamica, l’educazione civica dovrebbe rimanere relegata nel ruolo di figlia della serva. Ossia, dovrebbe rimanere confinata nei ritagli di tempo (inesistenti) lasciati da altre materie e senza una valutazione propria. Niente valutazione uguale niente studio e niente apprendimento, e anche in questo caso non ci vogliono delle grandi inchieste per accorgersene.
Che la $inistra sia contraria all’insegnamento della civica non sorprende. Chi vuole smantellare la Svizzera per portarci nell’Unione europea, che è fallita, non ha alcun interesse nel portare a conoscenza dei giovani le peculiarità elvetiche.
Anzi, queste devono sparire dalle scuole per poi sparire dalla testa dei cittadini. Così la via dell’europeismo, delle frontiere spalancate, della distruzione della nostra identità e della disastrosa multikulturalità diventa più facile da percorrere. La marginalizzazione della civica, sentita come troppo Svizzera e quindi da eliminare, è una conseguenza della colonizzazione della scuola da parte della $inistra. La $inistra considera la scuola pubblica come “cosa sua”. Ciò che però assolutamente non è.  Da qui lo scomposto agitarsi contro l’introduzione della civica, che – come detto – non è di destra, ma nemmeno di $inistra; e questo è già fin troppo per i kompagnuzzi. Del resto quella sulla civica è una delle pochissime iniziative sulla scuola a non arrivare da $inistra, ben si comprende dunque la stizza di chi vede invaso da altri quello che – impropriamente, sia chiaro – ritiene il proprio territorio esclusivo.
E, per inciso, c’è scommettere che i kompagni, che sono contrari all’insegnamento della religione cristiana a scuola, che sono contrari ai crocifissi nelle aule, che sono contrari alla civica, sarebbero però favorevoli , in nome della multikulturalità (che è completamente fallita) e del politikamente korretto all’insegnamento dell’Islam.
Bisognerebbe semmai  sottolineare che gli iniziativisti, conoscendo l’orientamento politico di una grossa fetta degli insegnanti, si prendono un bel rischio a proporre l’insegnamento della civica, ben sapendo che il rischio di travisamenti e strumentalizzazioni è alquanto elevato. E’ chiaro che su questo aspetto occorrerà vigilare. Ma, come dice il proverbio, chi non risica non rosica.
Lorenzo Quadri

Delinquenza straniera: Smettiamola di fare il paese del Bengodi!

I tre razziatori albanesi che hanno messo a segno 30 colpi nelle tre valli, ne hanno tentati altri 5, e hanno totalizzato un bottino di 180mila Fr, tornano a piede libero, dopo essere stati arrestati in dicembre. Infatti le pene irrogate sono tutte sospese condizionalmente.
Gli scassinatori partivano da Milano e si recavano in Svizzera, paese del Bengodi per i criminali stranieri, a commettere le proprie malefatte.
Non sono certo i primi casi, né gli ultimi, di frontalieri della delinquenza: malfattori che vengono in Svizzera appositamente per rubare, approfittando delle frontiere spalancate dalla libera circolazione delle persone e dai devastanti accordi di Schengen/Dublino.
E approfittando anche del fatto che le nostre case non sono assolutamente dotate di sufficienti misure di sicurezza. Infatti, eravamo abituati ad abitare in un paese in cui si poteva anche stare di notte con la porta aperta. Poi qualcuno ha voluto le frontiere spalancate, perché “bisogna aprirsi”, e ha pure voluto la libera circolazione delle persone con i nuovi Stati membri UE, sempre  perché “bisogna aprirsi”.
E questo è il risultato. I furti nella abitazioni sono aumentati in maniera preoccupante e in Ticino sono decisamente superiori alla media: 490 eventi ogni 10mila abitanti, contro una media nazionale di 430.
Nel nostro Cantone i reati contro il patrimonio erano 13’155 nel 2010, 14’460 nel 2011 e 15’752 nel 2012. Praticamente ogni anno mille in più.
E pretendere di venirci a raccontare che non è vero niente, che è solo un’impressione fomentata dalla Lega populista e razzista, che si tratta di “episodi isolati” vuol dire prenderci per i fondelli, e non siamo disposti, ovviamente, ad accettarlo. Come non siamo più assolutamente disposti a tollerare che, mentre nel nostro Cantone la situazione degrada giorno dopo giorno, funzionari federali con i piedi al caldo e il posto di lavoro garantito a vita vengano a raccontarci le solite panzane che con la libera circolazione delle persone va tutto a gonfie vele.

Il “salto di qualità”
Nel sottobosco criminale insediato al di là dal confine, in cui confluisce, grazie alla libera circolazione delle persone allargata, anche la criminalità dell’est europeo, la voce si sparge rapidamente: andate in Svizzera a rubare, che i sistemi di sicurezza sulle case non ci sono e anche se venite beccati venite rimessi in libertàa brevissimo termine e comunque, nella peggiore delle ipotesi, le prigioni svizzere sono come degli alberghi.
Se razziatori seriali continuano a venire rimessi in libertà (pene sospese condizionalmente) vuol dire che abbiamo un problema a livello di codice penale. Finché le pene previste per questi reati saranno da barzelletta, continueremo ad essere – grazie alle frontiere spalancate – facile riserva di caccia per delinquenti stranieri. Che non sono solo le ragazzine nomadi ma, come ben si è visto nel caso di Vezia della scorsa settimana, anche rapinatori senza scrupoli. E’ evidente, come scrivevamo già nelle scorse settimane, che la delinquenza d’importazione ha fatto il “salto di qualità”. In peggio, ovviamente.
A ciò si aggiunge che, con l’invecchiamento della popolazione, aumentano le persone vulnerabili, gli anziani appunto.

Autodifesa del cittadino
In queste condizioni non possiamo più permetterci le attuali leggi buoniste e garantiste, altrimenti diventeremo sempre più una calamita per delinquenti stranieri, attirandoli come il miele attira le api. Dobbiamo trasformare le nostre case in fortini, naturalmente a spese nostre, perché qualcuno ha voluto spalancare le frontiere blaterando che bisogna essere eurocompatibili e guai a distinguersi (mica vorremmo passare per xenofobi)?
Dobbiamo tollerare che chi viola le nostre abitazioni depredandoci dei nostri averi e soprattutto della nostra tranquillità se la cavi con pene sospese condizionalmente, e di conseguenza se la rida alle spalle degli svizzerotti fessi e buonisti, e questo perché gli stessi $ignori che hanno spalancato le frontiere predicano pure il garantismo nei confronti dei delinquenti? Questi sono i soggetti che si inventano il finto problema del razzismo invece di pensare a tutelare gli onesti cittadini dalla criminalità d’importazione, la quale, trovando terreno fertile, si fa sempre più aggressiva e violenta.
La conclusione non può che essere quella cui già si giungeva la scorsa settimana. Le nostre case devono diventare off limits per la delinquenza. E il cittadino aggredito deve essere in grado di far valere il suo legittimo diritto all’autodifesa. Ciò che oltretutto è indispensabile per creare un effetto deterrente per quei delinquenti in arrivo da paesi esteri vicini e lontani per quali oggi siamo, letteralmente, il paese del Bengodi.
A proposito, un detenuto nelle nostre carceri costa oltre 300 Fr al giorno. Come un hotel a 5 stelle. E alla Stampa fino all’80% degli “ospiti” non ha il passaporto rosso. Oltre al danno, la beffa (e il conto da pagare).
Lorenzo Quadri

Padiglione svizzero a expo 2015 Pesci in faccia alle imprese ticinesi

Alla ministra del 5% Widmer Schlumpf non basta causare migliaia di disoccupati in Ticino tramite la distruzione della piazza finanziaria, che, per il  nostro Cantone, è una delle principali risorse.
La ministra del 5% si sta  infatti impegnando anche nel sabotaggio dell’imprenditoria ticinese.
La Sezione della logistica della Confederazione – che dipende da lei e che, evidentemente, presenta delle analogie con la sezione della Logistica del DFE – continua imperterrita a fare quanto in proprio potere per tagliar fuori gli operatori italofoni dai bandi di concorso federali, ciò in violazione della legge. Evidentemente per la ministra del 5% il rispetto pedissequo di cavilli e lacciuoli vale solo quando si tratta di capitolare davanti agli eurobalivi falliti o ai padroni yankee in materia di libera circolazione delle persone e/o di segreto bancario.
In sostanza, il bando di concorso per il padiglione svizzero di Expo 2015 (ammesso e non concesso che si farà, e se sì che si farà nel 2015 e non nel 2025, ma questo è un altro discorso) è stato preparato in modo tale da tagliare fuori le aziende ticinesi.
Infatti:
–    la procedura di aggiudicazione viene svolta unicamente in tedesco;
–    i criteri di aggiudicazione per l’impresa generale chiedono un’azienda che abbia realizzato quattro progetti simili all’incarico previsto (in particolare realizzazioni all’estero e installazioni espositive) negli ultimi 5 anni.
Fissare criteri come quelli testé indicati significa restringere la scelta ad un massimo di due o tre grandi imprese.
L’ipocrisia del Consiglio federale emerge qui in modo plateale.
Circa un mesetto fa, i signori di Presenza Svizzera si sono degnati di arrivare al Palazzo dei Congressi di Lugano per invitare le Piccole e medie imprese ticinesi a partecipare ai concorsi per il padiglione svizzero di expo.
Adesso ecco che compare, grazie alla logistica del DFE quindi alla ministra del 5%, un bando di concorso che taglia fuori (con i requisiti) le piccole e medie imprese e, con la procedura di aggiudicazione in tedesco, discrimina i ticinesi. Una vergogna!
Bene ha fatto la società impresari costruttori (SSIC-Ti) ad insorgere contro l’ennesima presa per i fondelli del nostro Cantone, sollecitando un intervento politico. Un invito che la Deputazione ticinese alle Camere federali ha raccolto, infatti si è già mossa.
Il menefreghismo nei confronti dell’italiano e quindi degli operatori economici ticinesi, grazie alla ministra del 5%, è ormai una costante nella Logistica della Confederazione. La quale si è di recente già fatta bacchettare per il restauro di Villa Maraini a Roma, con incarto solo in francese ed in tedesco. Widmer Schlumpf a denti stretti davanti al Parlamento aveva dovuto ammettere l’errore. Si trattava però dell’ennesima ipocrisia. L’errore in questione è tutt’altro che involontario: viene ripetuto ad oltranza. Senza alcuna remora. Oltretutto il problema è anche legale. Infatti l’art. 24 cpv. 3 della Legge sugli appalti pubblici prevede che “nell’ambito di progetti di costruzione, il bando di concorso e l’aggiudicazione avvengono almeno nella lingua ufficiale del luogo della costruzione”.
Ecco la considerazione in cui la ministra del 5%, che vuole sfasciare la nostra piazza finanziaria, tiene l’economia ticinese.
Per quel che riguarda il bistrattamento dell’italiano con l’obiettivo, nemmeno tanto nascosto, di avvantaggiare imprese della Svizzera tedesca e meglio ancora della zona di Berna che, per la serie “ma tu guarda i casi della vita”, si portano a casa il maggior numero di appalti federali, la Deputazione ticinese alle Camere federali ha comunque adottato, già da qualche tempo, la seguente linea di condotta: per ogni caso “padiglione expo” che si verifica, scatta l’atto parlamentare.
Lorenzo Quadri

Iniziativa popolare “per il trasporto pubblico” Finiamola di mettere le mani nelle tasche degli automobilisti!

Nei giorni scorsi il Consiglio nazionale ha respinto l’iniziativa popolare “per i trasporti pubblici”. Trattandosi di iniziativa popolare i cittadini dovranno comunque votare.
Tale iniziativa chiede che la metà delle entrate dell’imposta sugli oli minerali venga destinata, per l’appunto, al finanziamento del  trasporto pubblico.
Attualmente l’imposta sugli oli minerali genera circa 3.5 miliardi di entrate all’anno, di cui già un quarto è a disposizione dei trasporti pubblici.
L’iniziativa vorrebbe dunque raddoppiare questa quota-parte.
L’imposta sugli oli minerali viene prelevata agli automobilisti con un preciso scopo: il finanziamento della rete stradale nazionale. E’ una tassa causale. Pertanto va impiegata per lo scopo dichiarato e non per altri. Invece, già oggi si assiste ad un travaso miliardario di fondi dalla strada alla ferrovia.
E prelevare fondi dalla strada non vuol dire prelevarli da un’entità astratta. Vuol dire andarli a prendere, molto concretamente, nelle tasche degli automobilisti. Tasche che diventano sempre più sguarnite.
Gli automobilisti sono dunque considerati delle mucche da mungere, come ben  dice l’omonima iniziativa, lanciata nelle scorse settimane. Iniziativa che ha già raccolto un numero importante di sottoscrizioni: a dimostrazione di come il problema sia sentito.
L’iniziativa per i trasporti pubblici, dunque, vuole addirittura raddoppiare l’ammontare dei fondi impropriamente travasati dalla strada alla ferrovia. Ecco quindi che viene esasperata la consueta contrapposizione tra “strada cattiva” e “ferrovia buona”.  Ciò accade nel nome, ancora una volta, del politikamente korretto.
L’iniziativa misconosce che anche la strada è servizio pubblico. E non ci può essere un servizio pubblico buono ed uno cattivo. E nemmeno una contrapposizione tra servizi pubblici. E neppure  un travaso di mezzi – come accade ora – da un servizio pubblico all’altro.
Inoltre, da qualche mese con via Sicura le sanzioni per gli automobilisti sono state notevolmente inasprite. Al punto da creare anche delle situazioni molto discutibili per rapporto alle pene erogate agli autori di veri crimini, spesso troppo leggere. Ma questo è un altro discorso: ormai le modifiche sono state approvate a maggioranza e, come si suol dire, cosa fatta capo ha.
Da un lato dunque l’automobilista viene criminalizzato, sempre in nome del politikamente korretto che impone che l’auto è cattiva e il mezzo  pubblico, in particolare quello su rotaia, buono. Come se la mobilità individuale, specie nelle regioni discoste, non fosse una necessità.
Dall’altro l’automobilista viene però considerato una mucca da mungere. Quindi dovrebbe venire ringraziato. Non certo continuamente martellato!
Qui, dunque, si pone un problema di mentalità. Gli automobilisti non devono più accettare di venire considerati la fonte di tutti i mali o giù di lì. Sdoganare  questa mentalità significa inculcare, a suon di politikamente korretto, anche negli stessi automobilisti, la convinzione di essere “cattivi” . E, con essa, la rassegnazione ad accettare sanzioni e prelievi sempre più punitivi quasi fossero “cosa buona e giusta”, oltre che inevitabile. Ma non è così.
La strada copre i suoi costi. La ferrovia no. Quindi il problema è della ferrovia e non della strada.
Non dimentichiamoci poi che con l’iniziativa “per i trasporti pubblici” i promotori si prefiggono di ampliare la rete ferroviaria. Ma l’ampliamento comporta non solo dei costi di costruzione. Ad essi vanno aggiunti i costi di gestione e di manutenzione. E come si finanzieranno gestione e  manutenzione? Poco ma sicuro che si tornerà a battere cassa. L’iniziativa va dunque respinta.
Lorenzo Quadri

Argini alla libera circolazione delle persone :Chi fa da sé, fa per tre

Dobbiamo preoccuparci? Forse è il caso di sì.
Di recente si sono moltiplicati,  nella vicina Penisola, gli “spot” all’indirizzo degli italiani in difficoltà. Degli spot con un messaggio chiaro: andate in Svizzera – nel caso concreto in Ticino – a cercare lavoro e benessere. Perché lì ce n’è per tutti.
Questi spot sono arrivati in maniera bipartisan, sia da destra che da sinistra. Non è certo un caso. E’ una strategia.
Dietro ai complimenti al sistema elvetico, che possono anche fare piacere, è ovvio che l’obiettivo di queste iniziative mediatiche – i due esempi più recenti li abbiamo avuti sul magazine settimanale Panorama e, televisivamente, su Ballarò – non hanno l’obiettivo di “lisciarci”. L’Italia intende incoraggiare l’emigrazione, indicando anche delle mete. Nel caso concreto il Ticino. Che, con la libera circolazione delle persone, diventa fin troppo “facile bersaglio”.
Purtroppo, in barba ai pareri taroccati che la SECO sforna a getto continuo con l’obiettivo di nascondere dietro cifre e statistiche manipolate una preoccupante realtà, non è affatto vero che, come scrive Panorama, in Svizzera c’è lavoro per tutti.
La progressiva sostituzione di residenti con frontalieri e padroncini, e il parallelo continuo peggioramento della situazione occupazionale del nostro Cantone dimostrano l’esatto contrario. Se il tasso di disoccupazione in Ticino appare percentualmente basso, è anche per gli indicatori che si scelgono. Intanto dall’ultimo numero di DATI emerge il progressivo divaricamento tra la disoccupazione nazionale e quella ticinese.
Per un paese, invitare i propri concittadini ad emigrare è segnale di crisi nera, oltre che di sconfitta politica. La situazione italiana è tuttavia sufficientemente grave da giustificarlo: PIL in calo da sette trimestri consecutivi, mentre perfino il Piemonte viene qualificato come “spazzatura” dall’agenzia di rating  Moody’s.
Che in Italia si presenti il Ticino quale valvola di sfogo ai problemi occupazionali della Penisola, fornendo pure le istruzioni per l’uso per staccare un permesso B o G, costituisce per noi un serio pericolo. Vediamo bene costa sta succedendo con le notifiche dei padroncini e dei distaccati, che minacciano di raggiungere quota 38mila a fine anno. L’invasione è già in atto.
Davanti a questa situazione non si può rimanere in attivi, ma occorre tutelare il nostro mercato del lavoro. A livello federale, tuttavia, la priorità  politica non l’ha la realtà del territorio, bensì il rispetto pedissequo di ogni cavillo della libera circolazione delle persone, in nome, come ha chiarito la SECO, della reciprocità. Ma, se volessimo rispettare il principio della reciprocità, e qui sta il paradosso, la libera circolazione delle persone dovremmo applicarla all’italiana, ossia non applicarla. Nulla ci leva poi la convinzione che, se fosse (ad esempio) il Canton Berna a dover fare i conti 38mila padroncini, l’approccio federale sarebbe ben diverso.
Visto che a Berna non c’è la volontà di sostenere il Ticino, occorrerà arrangiarsi da soli. Ma in fretta, perché di tempo non ne abbiamo più.
Lorenzo Quadri
Consigliere nazionale
Lega dei Ticinesi

Dal 2002 in Svizzera 700mila nuovi immigrati, in Ticino 56 mila frontalieri e 38mila notifiche

Ma per i balivi della SECO va tutto bene!

Ancora una volta la nefasta SECO (Segretariato di Stato per l’Economia) si permette il lusso di prendere a pesci in faccia il nostro Cantone.
Non bastava l’uscita demenziale della scorsa settimana, secondo cui le notifiche online dei padroncini non si potrebbero abolire in quanto altrimenti la Svizzera violerebbe l’obbligo di reciprocità. Una boutade  di questo genere è altamente sintomatica. Sintomatica del fatto che a Berna non capiscono un tubo della situazione ticinese. Infatti quello che vogliamo è proprio la reciprocità: vogliamo applicare la libera circolazione delle persone come la applica l’Italia, ossia a senso unico e a difesa della forza lavoro residente.
Non ancora soddisfatti della performance della scorsa settimana (che sarebbe bastata per i mesi a venire), alla SECO dovevano (dovevano proprio?) rincarare la dose, presentando nei giorni scorsi i consueti studi fuori di zucca. Secondo tali indagini, con la libera circolazione delle persone andrebbe tutto bene, anche in Ticino. Dumping salariale? Invasione di frontalieri e di padroncini? Sostituzione dei lavoratori residenti con altri, meno pagati, in arrivo da oltreconfine? Ma quando mai! Tutte fantasie!

La bufala del tasso di disoccupazione
Ora, che alle indagini si possa far dire tutto quello che si vuole, a seconda dei desiderata del committente, lo sanno anche i paracarri. E’ inutile che la SECO adduca a sostegno delle proprie astruse tesi che il tasso di disoccupazione in Ticino non ha fatto balzi in avanti.
 Il tasso di disoccupazione ufficiale tutto è fuorché una rappresentazione fedele della realtà. Il tasso di disoccupazione comprende solo una parte dei senza lavoro. All’appello ne mancano almeno la metà. Inoltre il tasso di disoccupazione risulta artificialmente abbassato perché, di riforma in riforma, si sono chiusi i rubinetti. Sicché i senza lavoro finiscono o fuori dalle statistiche, oppure in quelle dell’assistenza (a carico di Cantoni e Comuni) o ancora in quelle dell’AI.

Indagini taroccate
Utilizzare le statistiche ufficiali della disoccupazione per tentare di negare, ovviamente pro-sacoccia, che le conseguenze della libera circolazione delle persone per il Ticino sono devastanti, è come dire che un paziente malato di tumore è sano perché non ha l’influenza.
Del resto, si tratta più o meno della stessa operazione che hanno tentato  di fare, con la consueta malafede, i redattori frontalieri del Caffè della Peppina domenicale, rimediandoci una figuraccia colossale.
La libera circolazione delle persone ha effetti devastanti in Ticino dovuti al fatto che l’Italia si trova economicamente nel baratro e quindi è partito l’assalto alla diligenza elvetica (nel concreto ticinese) fomentato sia dalla destra che dalla sinistra della vicina Penisola: lo dimostrano i recenti servizi su Panorama e Ballarò (Rai 3) con espliciti inviti ad emigrare in Svizzera.

Cecità dolosa
Ma naturalmente la SECO non sa niente e non vede niente. L’ordine di scuderia ricevuto è che la libera circolazione delle persone va difesa ad oltranza, soprattutto adesso che l’accettazione popolare dei deleteri accordi bilaterali ciurla nel manico. Solo che, con le sue geniali sortite, la SECO non rivaluta la libera circolazione delle persone agli occhi dei ticinesi. Scredita solo sé medesima.
Le cifre che la SECO volutamente ignora sono di un’evidenza solare:
–    56mila frontalieri in Ticino
–    38mila notifiche di padroncini e distaccati attese entro fine 2013 (l’anno scorso erano 23mila e quello prima il 43% in meno)
–    Dal 2002 in Svizzera 700mila nuovi immigrati dai Paesi UE.
Oltretutto, nessuno ci toglie dalla testa che, se i 56mila frontalieri su 320mila abitanti e le 38mila notifiche invece che in Ticino si verificassero Oltregottardo, le reazioni della Berna federale sarebbero ben diverse.
E’ chiaro che adesso Consiglio di Stato e Deputazione ticinese alle Camere federali devono farsi sentire e contestare con forza le farneticanti sortite della SECO. Perché 1) finché ci si intestardisce a negare l’esistenza di un problema ben reale, di soluzioni al problema non se ne troveranno mai e 2) a farci prendere per i fondelli da gente che il Ticino l’ha visto se del caso in cartolina, proprio non ci stiamo.
Lorenzo Quadri

Ricatto USA: il Consiglio degli Stati cala le braghe

La capitolazione non eviterà la guerra!

Quello degli yankees nei nostro confronti è un ricatto di stampo terroristico. E non è affatto vero che cedere è inevitabile

Dire che non c’è limite al peggio è banale. Purtroppo è anche realistico.
Il Consiglio degli Stati ha deciso di dare la luce verde alla lex USA. La Camera cosiddetta “alta” ha quindi segnato un punto di non ritorno nella politica e nello Stato di diritto svizzero. Ossia, si rottamano le nostre leggi per obbedire ai padroni Yankee. I quali fanno la voce grossa nei confronti della Svizzera perché cala le braghe, ma ben si guardano dall’affrontare, ad esempio, la loro questione interna del Delaware, ossia la più grande lavatrice di denaro del mondo.

Effetto contrario
E’ ovvio che la pavida e vergognosa capitolazione davanti ai ricatti USA, voluta dalla ministra del 5% Widmer Schlumpf che sta portando il paese dritto nel baratro, non risolverà assolutamente nulla. Avrà proprio l’effetto contrario. E’ infatti evidente che i Paesi dell’Unione europea pretenderanno il medesimo trattamento. Ed infatti i senatori non hanno fatto a tempo a calare le braghe, che già da Bruxelles arrivava la pretesa del libero scambio d’informazioni.
Come se non bastasse, il Consiglio degli Stati ha accettato la lex USA a scatola chiusa. Mai si è visto che un parlamento approvasse un progetto senza di fatto conoscerne i contenuti, ma soprattutto senza conoscere le conseguenze del sì. E nemmeno quelle del no. Un salto nel buio con conseguenze deleterie.

Quali dati?
Con la nuova legge verranno trasmesse alle autorità inquirenti di un paese straniero i dati di migliaia di impiegati svizzeri, che hanno agito nel rispetto della legge svizzera, come pure la corrispondenza tra le banche prese di mira e avvocati esterni, fiduciari e gestionali. Dei cittadini elvetici, che hanno rispettato la loro legge, vengono così svenduti dal proprio governo. In questo modo viene spazzato via il principale fondamento del nostro Paese, il rapporto di fiducia tra cittadino e Stato; uno Stato che si macchia di tradimento.
Allo stesso modo viene gettato nello scarico del water il segreto professionale.
C’è poi da chiedersi quali dati le banche sotto accusa negli States debbano ancora trasmettere che non hanno già trasmesso.

I falliti si accaniscono sui deboli
Quello degli Stati Uniti che pretendono che la Svizzera mandi al macero il proprio Stato di diritto per piegarsi alle loro pretese è un ricatto gravissimo: di più, è un atto terroristico.
Cedere a questi ricatti non può che portare a conseguenze rovinose. In quest’ambito l’avvocato Douglas Hornung di Swissrespect ha citato, molto a proposito, l’ammonimento di Churchill a Chamberlain: “Avevate la scelta tra la guerra e il disonore. Avete scelto il disonore ed avete avuto la guerra”.
E’ esattamente quello che succederà alla Confederazione. L’ennesima calata di braghe davanti alle pressioni internazionali non metterà la parola fine proprio a nulla, contrariamente alle farneticazioni del Consiglio federale. Segnerà, semmai, un nuovo inizio nella discesa nel baratro. La Svizzera, mostrando ancora una volta la propria debolezza ed un’inquietante prontezza a capitolare perfino quando sono in gioco i suoi valori fondamentali, diventerà il bersaglio facile, anzi facilissimo, di ogni sorta di avvoltoi internazionali. La mossa dell’UE – richiesta dello scambio automatico d’informazioni – ben lo dimostra. Organismi internazionali falliti come quelli con cui abbiamo a che fare, si accaniscono sui deboli. E non certo da oggi.

Inevitabile un corno
Che la capitolazione davanti agli yankees fosse necessaria (a chi? A cosa?) non è dimostrato da nessuna parte. Negli ultimi anni, in campo di rapporti internazionali, la panzana del “non si può fare diversamente” ci è stata propinata in svariate occasione”. Ogni volta si è dimostrata una fregnaccia. Vedi l’adesione allo SEE, che avrebbe dovuto essere “inevitabile”. Vedi la devastante libera circolazione, anch’essa, secondo Berna, “inevitabile” quando ora emerge che è vero proprio il contrario.
La fola dell’inevitabilità è l’argomento con cui il Consiglio federale tenta di far digerire al popolo i propri fallimenti in mancanza di qualsivoglia giustificazione plausibile. E allora si ricorre all’ultimo appiglio, all’irrazionale: è “inevitabile”. Di inevitabile, cara ministra del 5%, c’è solo la morte.
Dicendo No ai ricatti USA si sarebbero persi dei posti di lavoro? Cedendo se ne perderanno molti di più. Parafrasando Churchill, non si eviterà la guerra col disonore: si avrà il disonore e si avrà pure la guerra.
Il danno al paese, sia economico che politico, sarà incalcolabile.
Un paese piccolo che oppone resistenza ai soprusi dei forti incute ammirazione e rispetto. Lo stesso paese che capitola ci rimedia solo disprezzo e si espone ad ogni attacco. Altro che pensare di rimediare qualcosa facendo gli svizzerotti succubi ed ubbidienti!
Settimana prossima il Consiglio nazionale avrà l’opportunità, irripetibile, di porre i bastoni tra le ruote allo sfascio del paese. Speriamo che la sappia cogliere.
Lorenzo Quadri