Dai controlli effettuati in dogana su padroncini e distaccati emerge una situazione di plateale illegalità Intervenire con il bulldozer!

E’ evidente che i posti di blocco al confine devono diventare quotidiani. Cosa farebbe la Confederazione se metà dei cittadini svizzeri non pagasse l’imposta federale diretta, o la cassa malati, o si rifiutasse di prestare servizio militare? Con che coraggio si tollera che la metà dei padroncini e dei distaccati che entra in Ticino a portar via il lavoro a ditte ed artigiani “indigeni” non sia in regola?

Nella giornata di lunedì, la polizia cantonale e le guardie di confine hanno organizzato una seconda operazione di controllo in dogana dei padroncini e dei distaccati, per verificare se questi ultimi fossero in regola con le nostre disposizioni legali sul lavoro come pure con le norme di circolazione stradale elvetica.
Come ampiamente prevedibile, il risultato è desolante. Sono stati controllati 15 veicoli con i seguenti risultati (citazione dal comunicato della polizia) : “Una persona era sprovvista di permesso di lavoro mentre quattro sono risultate sprovviste di regolare notifica. Due ulteriori persone controllate sono risultate colpite da divieto di entrata in Svizzera. Oltre alle verifiche di cui sopra gli agenti della polizia cantonale hanno elevato 21 contravvenzioni relative ad infrazioni alla Legge federale sulla circolazione stradale, di cui 9 legate a sostanziali modifiche non autorizzate di motociclette”.
Ciò significa, tirando le somme, che metà dei padroncini e dei distaccati non è in regola. Questo risultato è emerso anche dal precedente controllo. Anche dalle verifiche effettuate sui cantieri dall’associazione interprofessionale di controllo emerge un 50% di irregolarità. Inoltre 5 persone sono risultate sprovviste o di notifica o di permesso di lavoro.
Ne consegue che:
1)    E’ ormai pacifico che un 50% dei padroncini e dei distaccati viola le leggi svizzere. E la Svizzera sta a guardare con le mani in mano. Ora, se il 50% dei cittadini elvetici non pagasse l’imposta federale diretta, non prestasse servizio militare, non pagasse la cassa malati, eccetera, sarebbe già scattato l’allarme rosso, con pesanti misure repressive. Il 50% dei padroncini e dei distaccati che entrano in Ticino approfittando della devastante libera circolazione delle persone per portar via il lavoro a ditte e artigiani ticinesi non è in regola, quindi viola la legge elvetica; però non succede assolutamente nulla! Non si chiudono le frontiere, non si eseguono controlli a tappeto, non si blocca il rilascio dei permessi di lavoro. Addirittura, invece di intervenire massicciamente in considerazione dello spaventoso grado di illegalità, la SECO (Segretariato di Stato per l’economia) viene a raccontarci la fregnaccia che con la libera circolazione delle persone va tutto bene.
2)    Nell’anno di grazia 2012, le notifiche di padroncini e distaccati erano 23mila. Per quest’anno, in base all’andamento dei primi mesi, si prevede di raggiungere quota 38mila. Eppure ci sono padroncini e distaccati che entrano in Svizzera senza nemmeno notificarsi (malgrado sia possibile farlo addirittura tramite  e-mail). Questo vuol dire che alle 30mila notifiche dichiarate vanno aggiunti gli operatori d’Oltreconfine che entrano in Ticino a lavorare in nero. Il danno fatto dalla libera circolazione delle persone assume dunque proporzioni sempre più inquietanti.
3)    Un elevato numero di veicoli di chi entra in Ticino a lavorare non è in regola (nel controllo di lunedì sono state individuate 9 modifiche non autorizzate a motociclette). Quindi, mentre i veicoli svizzeri devono sottostare a disposizioni sempre più severe e punitive, per le auto e le moto di frontalieri e padroncini è anarchia. Non stiamo parlando di pochi veicoli, visto che i frontalieri entrano tutti i giorni in Ticino uno per macchina (mentre tramite piani viari ideologici e fallimentari si vuole costringere i ticinesi ad usare i mezzi pubblici per lasciare che le strade, pagate con i nostri soldi, diventino proprietà esclusiva delle targhe azzurre). Come la mettiamo con la sicurezza? Come la mettiamo con le immissioni inquinanti? O vuoi vedere che a frontalieri e padroncini non si dice niente per non passare per razzisti e xenofobi?

Situazione scandalosa
Il fatto che a Berna si tollerino violazioni plateali delle nostre regole in nome della libera circolazione delle persone è uno scandalo.
 Assolutamente vergognoso è che il Ticino e il mercato del lavoro ticinese vengano lasciati in balia di una specie di Far West (in Italia il lavoro nero non è l’eccezione, ma la regola) in nome della calata di braghe sempre e comunque davanti all’UE.
E’ stata a più riprese dimostrata una situazione di illegalità plateale. Quindi i controlli in dogana dovrebbero esserci non sporadicamente, ma tutti i santi giorni. E i costi non li deve pagare il Ticino, ma la Confederazione, che è andata a sottoscrivere accordi capestro con l’Unione europea. I soldi per finanziare il personale necessario ai controlli quotidiani, ovviamente, li si deducono dai contributi di coesione all’Unione europea. Ossia da quei contributi miliardari che gli svizzerotti pagano senza alcuna ragione plausibile ai balivi di Bruxelles.
Lorenzo Quadri

 

Sfascio della piazza finanziaria ticinese La barzelletta dei “pareri tecnici”

Tutto come da copione: dopo aver calato le braghe immediatamente e senza remore sul segreto bancario, adesso si tenta di giustificare a posteriori il disastro fatto con pareri “accademici” e “tecnici”.
Vale la pena ricordare che la capitolazione indiscriminata e addirittura “proattiva” viene sostenuta dalle grandi banche, multinazionali per le quali la piazza finanziaria elvetica, e ancora più quella ticinese, è sacrificabile – visto che a contare è il consolidato globale – nell’illusione di pagare multe meno salate in Paesi dove ne hanno fatte più di Bertoldo. Ma questa illusione è destinata ad infrangersi miseramente.
E vale la pena anche ricordare che la ministra del 5% Widmer Schlumpf è in balia della $inistra che le permette di occupare una cadrega cui non ha nemmeno lontanamente diritto. La $inistra è notoriamente contro il segreto bancario perché (a meno di essere $ocialisti) chiunque abbia un conto in banca è un evasore ed un delinquente fino a prova del contrario, e chi lavora in banca è complice di evasori e delinquenti, quindi se rimane disoccupato chissenefrega. Inoltre il partitino della ministra non eletta, il PBD, ha per presidente tale Martin Landolt, giustamente sconosciuto ai più, che di professione (per la serie: “ma tu guarda i casi della vita”) fa il lobbysta dell’UBS. Per cui il cerchio si chiude.
Il parere accademico e tecnico invocato a favore della capitolazione sistematica e proattiva è quello del direttore del centro di studi bancari René Chopard: il quale, intervistato da Swissinfo, dichiara che la piazza finanziaria ticinese può sopravvivere anche senza segreto bancario.  Per la serie: “l’importante è crederci…”. Quindi, sottointeso, si può andare avanti a calare le braghe e a creare disoccupati ticinesi così come da programma della ministra del 5%.
Che la piazza finanziaria ticinese possa sopravvivere anche senza segreto bancario può anche darsi, del resto si può sopravvivere anche senza arti, senza gli occhi, senza un polmone e senza un rene. Il problema è come sopravvive e chi sono – e quanti sono – i superstiti.
Quindi, certo che ci saranno ancora delle banche in Ticino, anche con lo scambio automatico d’informazioni, ma ci saranno anche almeno 5000 disoccupati in più in provenienza dalla piazza finanziaria. Disoccupati in gran parte non riciclabili. Dove va a lavorare un 50enne lasciato a casa che ha sempre lavorato in banca negli ultimi trent’anni? Si dà alla pastorizia? Alla coltivazione della lavanda? Apre un agriturismo? Oppure li assume tutti il centro di studi bancari? O magari la ministra del 5%?
Va da sé che anche il gettito fiscale di questi 5000 ex bancari andrà a farsi benedire, idem il loro potere d’acquisto. E chi rimarrà a lavorare sulla piazza finanziaria ticinese? Frontalieri bocconiani assunti con lo status di stageaires?
Attenzione, perché qui stiamo giocando con una delle nostre principali risorse.
Chopard, nell’intervista citata, parla anche della conclusione di accordi Rubik con l’Italia, interessanti per quest’ultima a seguito dell’”importante afflusso di fondi”. E’ forse un modo per dire che si è pronti a digerire anche la concessione alla vicina ed ex amica Penisola di aliquote superiori all’8-10%?
E’ evidente che le opinioni dei “tecnici” – come quella di Aymo Brunetti a favore dello scambio automatico di informazioni – serve solo ad indorare la pillola (catastrofica) preparata dalla ministra del 5%. Un maldestro tentativo di giustificazione a posteriori per l’ingiustificabile calata di braghe.
Lorenzo Quadri

Da sicuri ad insicuri in casa propria Un cambiamento epocale (in peggio)

Sembra che siano passati secoli, ma in realtà  non sono trascorsi poi tanti anni da quando si poteva lasciare la porta di casa aperta in tutta sicurezza. Anzi, si riteneva che la porta aperta allontanasse eventuali ladruncoli, indicando la presenza degli abitanti.
Se si poteva avere qualche apprensione nel partire per lungo tempo, specie durante l’estate, nessuno si sentiva minacciato in casa in propria. La casa era dunque ancora vissuta come un rifugio, come un porto sicuro.
Adesso non è più così. La nuova criminalità, che è criminalità d’importazione, entra di proposito nelle abitazioni in presenza degli occupanti per farsi consegnare sotto minaccia armata denaro o oggetti di valore. Ad essere presi di mira sono bersagli vulnerabili, ad esempio persone anziane, ma non solo: contro questo genere di delinquenza il cittadino medio si trova spiazzato. L’invecchiamento della popolazione fa peraltro sì che i bersagli vulnerabili diventino sempre più numerosi. E, quindi, che il nostro paese diventi sempre più appetibile per la delinquenza senza scrupoli.
La cesura tra il precedente e l’attuale è drammatica. Lo è per il cambio di paradigma che questo comporta. Sentirsi insicuri in strada è sgradevole, ma si è, appunto, in strada. Un certo grado di insicurezza fa parte della natura delle cose. Un conto è passare da un’insicurezza – per quanto relativa: non siamo il Bronx – ad un grado di insicurezza maggiore. Ben altro è passare dalla sicurezza all’insicurezza, fosse anche contenuta. Il cambiamento è epocale.
Oggi chi ha un parente anziano che vive solo non ha più soltanto l’apprensione dell’incidente domestico o del malore, ma anche quello dell’atto criminale. E il non poter più abbassare completamente la guardia nemmeno tra le proprie quattro mura avrà ben presto conseguenze sulla qualità di vita delle persone, peraltro già tese per altri motivi, soprattutto professionali, legati ad un mercato del lavoro degenerato.
Ogni giorno che passa, dunque, un pezzo del nostro benessere se ne va.
Ci adatteremo a montare inferriate, porte blindate ed impianti d’allarme. Ci adatteremo a guardarci alle spalle quando apriamo la porta per entrare in casa. Ci adatteremo anche, un domani, a guardare nell’armadio prima di andare a letto, come i bambini, e non già per assicurarci che non ci siano spauracchi usciti da qualche storia del brivido, ma minacce ben più reali.  Ci adatteremo perché è insito nella natura umana, come lo è il rendersi conto del valore di una cosa solo quando la si perde.
Davamo la sicurezza per acquisita. Era uno dei frutti del lavoro delle generazioni che ci hanno preceduto. Generazioni che partivano sfavorite rispetto alla nostra, ma avevano la speranza concreta del miglioramento e l’aspettativa incoraggiante che chi sarebbe venuto dopo avrebbe trovato delle condizioni migliori. Oggi noi abbiamo la consapevolezza contraria. Sappiamo che i nostri figli staranno peggio di noi. Era inevitabile? O invece ci sono dei precisi responsabili, che hanno voluto e tuttora vogliono renderci uguali agli altri tramite livellamento verso il basso, perché le posizioni acquisite vanno disprezzate e difenderle non è politicamente corretto?
Una cosa comunque è certa: aumentare il numero degli agenti di polizia cantonale, come proposto dal Dipartimento delle Istituzioni, è, al contempo, un dovere, una necessità ed un investimento per il futuro.
Lorenzo Quadri

Dobbiamo ricordarci di essere svizzeri 365 giorni all’anno Un primo agosto di guerra

Un altro primo agosto è alle porte. E non si può dire che la Svizzera negli ultimi 12 mesi abbia fatto dei passi avanti.
Si è proseguito a spron battuto sulla via della svendita del Paese in nome delle “aperture”, dell’ “eurocompatibilità” e della sudditanza. Perché bisogna aprirsi, farsi invadere da frontalieri e padroncini, oltre che da finti asilanti, delinquenti d’importazione ed immigrati nel nostro Stato sociale. Così impone il politikamente korretto, e chi si oppone è un becero populista e razzista.
Bisogna cedere sul segreto bancario e quindi sulla piazza finanziaria: perché il segreto bancario non è una forma di protezione della privacy – quella privacy tanto invocata quando si tratta, ad esempio, di negare informazioni sul casellario giudiziale di immigrati – ma una scappatoia per delinquenti. Così dice la $inistra; e se lo dice la $inistra, allora è cosa buona e giusta. Perché la $inistra, senza alcun motivo plausibile, detiene il monopolio della morale, e gli altri sembrano darlo per acquisito senza nemmeno sapere il perché. E’ così e basta.
Eurocompatibile è politikamente korretto, e allora ecco che bisogna gettare a mare ciò che ci rende diversi dall’UE, ciò che ci rende Sonderfall. Come se l’UE fosse un modello da imitare ed invidiare e non, invece, una costruzione antidemocratica e fallimentare che ha portato solo insicurezza e povertà.
Fa dunque specie, per usare un eufemismo, sentire pompose allocuzioni del primo d’agosto da parte di Consiglieri federali e di altri politici che passano i restanti 364 giorni dell’anno a sfasciare la Svizzera onde poi riempirsi la bocca in occasione della festa nazionale ridotta a semplice manifestazione folkloristica.

I tempi sono cambiati?
Quando Ueli Maurer ha osato parlar bene della Svizzera, è stato messo in croce, perché della Svizzera bisogna sempre parlare male. Così hanno insegnato decenni di lavaggio del cervello in nome del politikamente korretto. Orgoglio nazionale è diventato una parolaccia, quasi un crimine. Chi dimostra di averne, non può che essere un poco di buono, un razzista, un becero.
Nelle circostanze attuali, falò e fuochi d’artificio imbellettano un’occasione desolante piuttosto che lieta. Il primo agosto commemora simbolicamente la sottoscrizione del patto con cui i Confederati dichiararono la propria indipendenza dagli Asburgo. Oggi la realtà della Svizzera è diametralmente opposta. Si capitola davanti ai Diktat di organi sovranazionali privi di qualsiasi legittimazione democratica, si cede agli ordini di Paesi stranieri dimenticandosi di essere Stato sovrano, ci si fa dettare le leggi dall’UE e addirittura dagli USA, ci si fa perfino imporre i giudici stranieri. Un chiaro ritorno alla condizione di baliaggio.
I tempi non sono cambiati rispetto a quel lontano 1291. Anche nel 2013 siamo in guerra. Ne è solo cambiata la forma – quella attuale è una guerra economica – ma non la sostanza. Però, invece di difendersi, oggi si capitola  senza opporre resistenza; anzi, addirittura in maniera proattiva: ossia si cede ancora prima che arrivi la richiesta. E questo atteggiamento lo si spaccia per virtù.
Nel nome della svendita della Svizzera e degli svizzeri, e nel (vano) tentativo di fare quel “rumore mediatico” indispensabile a gonfiare il proprio ego, i soliti tristemente noti addirittura pretendevano di far prendere la parola, come oratori del primo d’agosto, anche a stranieri (naturalmente selezionati da loro). Perché nemmeno la festa nazionale deve più essere elvetica.
Molti di quei governanti che stanno svendendo la Svizzera salgono sul palco alla festa nazionale e si producono in allocuzioni grondanti retorica da tre e una cicca. Questa è una squallida presa in giro. Dobbiamo ricordarci di essere svizzeri tutti i giorni dell’anno. Chi se ne ricorda solo il primo d’agosto, è meglio che lasci perdere.
Lorenzo Quadri

A seguito del deleterio accordo con la Francia Il Vallese insorge contro la ministra del 5%

In Vallese monta l’ira contro la ministra del 5% Eveline Widmer Schlumpf. Il “casus belli” è il deleterio accordo con la Francia sulla tassazione delle eredità dei cittadini francesi, sottoscritto nei giorni scorsi dalla Consigliera federale non eletta.
L’accordo in questione costituisce l’ennesima calata di braghe nei confronti dell’UE. E questo non sorprende. In effetti il Consiglio federale non pare avere altra politica estera se non quella della capitolazione sempre e comunque, ed addirittura proattiva. Perché si ha il terrore di venire additati come paradiso fiscale da parte di Paesi in bancarotta e alla disperata ricerca di fondi, i quali farebbero decisamente meglio a guardare alle magagne in casa propria: ché ce ne sono, come avrebbero detto i “nostri vecchi”, per i beati Paoli.  E questo non solo in materia di piazza finanziaria, ma anche per quanto attiene alla fiscalità. Infatti l’UE si dimostra come sempre assai creativa quando si tratta di inventare delle imposizioni di favore per attirare aziende da fuori, salvo poi strillare allo scandalo contro il federalismo fiscale elvetico.
Se questo avviene, l’abbiamo detto varie volte ma lo ripetiamo, è perché gli eurobalivi sanno che con la Svizzera trovano il molle.
L’accordo fiscale con la Francia sulla tassazione delle eredità scriteriatamente siglato dalla ministra del 5% Widmer Schlumpf, come scrivevamo la scorsa settimana,  è un aborto sotto tutti i punti di vista.
Infatti, il Consiglio federale, quando si tratta di giustificare l’una o l’altra capitolazione (tanto ne fa in media una al giorno, per cui c’è solo l’imbarazzo della scelta) invoca come un mantra il modello OCSE.  Ma da questo stesso modello si discosta clamorosamente quando potrebbe ed anzi dovrebbe servirsene per tutelare gli interessi della Svizzera.
Il modello di convenzioni di doppia imposizione sulle successioni e sulle donazioni adottato dall’OCSE si basa infatti, come scrivevamo la scorsa settimana, su due punti cardine:

1) l’imposizione nel paese di residenza del defunto; 2) l’imposizione nel luogo in cui si situano gli immobili. La ministra del 5%, pur di capitolare davanti alla Francia, ha gettato a mare entrambi questi principi. Infatti l’accordo sottoscritto prevede che l’eredità – beni immobili compresi – di un defunto francese domiciliato in Svizzera possa venire tassata in Francia ad aliquote d’imposizione che possono arrivare fino al 45% se gli eredi sono domiciliati in Francia o – udite udite – se lo sono stati (sic!) in un passato recente. In sostanza, grazie all’accordo sottoscritto dalla ministra del 5% in balia del P$$ cui deve la cadrega, la Francia potrà imporre dei patrimoni che non hanno alcun legame con il proprio territorio; questo in vistosa violazione del modello OCSE.
E’ ovvio che questo accordo, se dovesse venire approvato dal parlamento, costituirebbe un pericolosissimo precedente, poiché tutti gli altri Stati pretenderanno di ottenere la stessa cosa. Non stupisce infatti che i kompagni, che vogliono demolire la Svizzera per portarci nell’UE, plaudano a simili iniziative della ministra del 5% la quale, eletta con i loro voti ad una carica che non avrebbe nemmeno lontanamente i numeri per occupare, è una marionetta del P$$ e degli uregiatti di $inistra.
La Romandia, che come ovvio a livello nazionale ha i più stretti rapporti con la Francia, è già in rivolta contro l’ennesimo disastro della ministra del 5%, che causerebbe ai Cantoni della Svizzera orientale importanti perdite fiscali oltre che una perdita d’attrattività per ricchi ed anziani contribuenti francesi.
In Vallese si è già formato un comitato interpartitico pronto a lanciare il referendum nella denegata ipotesi che l’accordo-fetecchia venga ratificato dalle Camere federali. E – udite udite – al comitato ha aderito anche la sezione locale del PBD, ossia il partitino della ministra del 5% il cui presidente, tale Martin Landolt, giustamente sconosciuto ai più, di lavoro fa il lobbyista dell’UBS. Ma guarda un po’: fumo in casa? Una bella scoppola vallesana è comunque quello che ci vuole per chiarire a tutti che Widmer Schlumpf deve venire lasciata a casa. E si sa che i vallesani a Berna contano: mica come i ticinesi…
Aspettiamo volentieri di vedere come si evolverà la situazione, con una certezza: in caso di problemi con la Francia il Consiglio federale si attiverà rapidamente a tutela della Romandia. Il Ticino, invece, viene lasciato in mezzo al guado.
Lorenzo Quadri

La mamma dei cretini, purtroppo, è sempre incinta Lugano, vandali contro chiocciole

Sul lungolago di Lugano da oltre un mese si trovano le grandi chiocciole blu pensate per caratterizzare il longlake festival. La loro presenza è prevista fino a fine agosto. Le chiocciole sono 12. Sulla loro bellezza o meno si può discutere, certamente sono originali e simpatiche. Ebbene come noto le chiocciole sono state e continuano ad essere bersaglio di atti vandalici. Vengono ammaccate e/o fatte cadere nel lago. Una è stata ripescata addirittura a  Campione d’Italia. Da notare che le chiocciole pesano circa un quintale l’una, quindi buttarle nel lago non è proprio uno scherzo. Ovviamente, malgrado i vandali, le lumache devono rimanere esposte fino a fine agosto come previsto, poiché ritirarle in anticipo per colpa dei vandali significherebbe alzare bandiera bianca davanti a questi imbecilli, cosa che è impensabile. La questione è dunque di principio:  se si comincia a cedere sulle cose apparentemente marginali, poi si cederà su tutto, finendo come il Consiglio federale con l’UE.
Ma le chiocciole non sono l’unico bersaglio degli atti vandalici a Lugano, basti pensare alla via Cattedrale ridotta sempre peggio, come pure altri muri pubblici e privati deturpati da qualche furbone munito di bomboletta spray. Ma una località turistica come la nostra non può permettersi di giocarsi la propria immagine presentandosi ai visitatori con i muri del centro storico scarabocchiati. E la via Cattedrale è il biglietto da vista che il turista che scende a piedi dalla stazione verso il centro si trova sotto gli occhi. Un aspetto degradato provoca inoltre anche delle sensazioni di insicurezza.
Non si vede perché i vandalismi alla proprietà pubblica e privata dovrebbero essere tollerati. I rimedi? Videocamere e sanzioni ben più pesanti: prima di tutto multe salate (e se si tratta di minorenni pagano i genitori) e poi obbligo di ripulire; dove non si può rimediare al danno, lavori di pubblica utilità fino a quando non si è ripagato il danno. Ma non lavori “rilassanti”. 
E’ poi inutile che ai proprietari degli immobili che si trovano nel nucleo si facciano le pulci su ogni dettaglio di colore o di materiale in caso di ristrutturazioni, ma  non si sappia reagire nei confronti di sfregi vandalici. Queste  imposizioni “conservative” diventano una vera presa in giro se non ci si sa difendere prima di tutto dai vandali.
Lorenzo Quadri

Dati 2012 allarmanti; e hanno ancora il coraggio di dire che non è invasione?

Quasi la metà di chi lavora in Ticino non è svizzero
Lo scorso anno ben il 46.1% degli occupati nel nostro Cantone era straniero: questo il dato ufficiale pubblicato nei giorni scorsi, che, come tutti i dati ufficiali, abbellisce la realtà. Dai dati ufficiali emerge pure che i lavoratori stranieri in Ticino nel 2002 erano 77mila mentre 10 anni dopo, ossia nel 2012, erano 102mila.

Bene, eccoci dunque alla resa dei conti. Alla faccia di chi, come la SECO, insiste nel venirci a dire che con la libera circolazione delle persone va tutto a meraviglia. E anche alla faccia di chi, come il presidente dell’ex partitone, dichiara con bella sicurezza, dalle pagine del domenicale politico antileghista fatto da frontalieri (Caffè della Peppina), che “i frontalieri fanno quei lavori che i ticinesi non vogliono più fare” (sic!).
I dati freschi di pubblicazione, appena resi noti sul sito del Cantone, raccontano una storia ben diversa. Altro che va tutto bene, altro che “fanno i lavori che i ticinesi non vogliono più fare”.
In Ticino continua ad aumentare il numero degli occupati stranieri, mentre diminuisce il numero degli svizzeri.
Nel 2002, i lavoratori stranieri in Ticino erano 77mila. Dieci anni dopo, nel 2012, erano 102 mila. Quindi in 10 anni 25mila lavoratori stranieri in più!
Nel 2002 in Ticino gli occupati svizzeri erano il 59%, nel 2010 erano il 56.2%, nel 2011 il 55.6% e nel 2012 il 53.9%. Ciò significa che attualmente il 46.1% delle persone che lavora in Ticino non ha il passaporto rosso. Siamo quasi alla metà degli occupati, e ricordiamo che si tratta di dati statistici che, dunque, abbelliscono la realtà.
Da notare il drastico calo degli occupati svizzeri tra il 2011 e il 2012: dal 55.6% al 53.9% in un solo anno. Segno che la situazione si sta deteriorando rapidamente, cosa che chiunque abbia un occhio appena un po’ attento sul mercato del lavoro ticinese è in grado di constatare. Chi invece se ne sta a Berna, col posto sicuro pagato dai contribuenti, a taroccare le statistiche perché la libera circolazione delle persone va sostenuta ad oltranza perché se salta (e adesso con l’ingresso del Croazia nell’UE i bilaterali rischiano davvero di saltare in votazione popolare) il Consiglio federale fa una figura “marrone” a livello internazionale, crede di avere l’alibi per poter continuare a negare l’evidenza. Tanto, si dicono gli analisti prezzolati,  i problemi li ha il Ticino per cui chissenefrega, noi (a Berna) dobbiamo reggere la coda all’Altipiano, mica a zone di confine che non contano una sverza.

Ennesima dimostrazione del soppiantamento in corso
Per quel che riguarda la suddivisione degli stranieri che lavorano in Ticino in base al tipo di permesso: anche in questo ambito le statistiche – che non sono ancora il dato reale – sono impietose. I domiciliati sono solo il 13% degli occupati in Ticino, i dimoranti (permessi B) il 6.8%, i frontalieri il 25%. Quindi si può tranquillamente dire che un terzo di chi lavora in Ticino o non vi risiede (frontalieri) o vi risiede da poco (permessi B).
Questa è l’ulteriore dimostrazione che i ticinesi vengono sempre più soppiantati da lavoratori in arrivo da Oltreconfine. E quando talune di queste persone in arrivo da Oltreconfine assurgono a posti di responsabilità nella gestione del personale, si può star certi che piazzeranno solo frontalieri. E’ il principio della colonizzazione, e gli svizzerotti fessi e ligi agli accordi internazionali stanno a guardare per paura di passare per razzisti e xenofobi; in effetti, in anni di lavaggio del cervello da parte di chi detiene un’autocertificata, ma del tutto inesistente, superiorità morale, è stato inculcato che passare per razzisti e xenofobi è la cosa peggiore che possa capitare. Solo ieri è giunta in via Monte Boglia la seguente email: «Purtroppo la mia compagna è vittima di una capa italiana che oltre a sbeffeggiare   quotidianamente la Svizzera sta facendo mobbing per piazzare una sua   connazionale al suo posto. E’ disgustoso ed ingiusto».
E di comunicazioni di questo tenore ce ne giungono a mazzi.
In contemporanea proliferano gli annunci per soli frontalieri. La scorsa settimana c’è stato il caso dell’azienda del settore della moda che cercava un ingegnere, ma solo frontaliere. Perché come noto l’ingegnere, secondo il Rocco-Cattaneo-pensiero, è uno di quei lavori che i ticinesi non vogliono fare.
Questa settimana nel giro di solo un paio di giorni di annunci del medesimo tenore ne sono stati individuati tre (ma chissà quanti altri ce ne sono): uno riguarda un informatico, un secondo un project manager nel settore della comunicazione (altro ambito professionale che ai ticinesi fa schifo, ed infatti abbiamo pure una facoltà universitaria di scienze della comunicazione) mentre il terzo è l’inserzione di un’agenzia di lavoro abruzzese, oltretutto scritto in italiano alquanto approssimativo, in cui si cercano infermieri professionali, aggiungendo la seguente annotazione: «ti possiamo preparare alla lingua tedesca o francese se conosci la lingua rumena».
E’ quindi evidente, e non lo ripeteremo mai abbastanza, che ci troviamo in una situazione di emergenza. Cosa si aspetta ad adottare delle misure d’emergenza?
Lorenzo Quadri

Votazione del 22 settembre Abolire l’esercito per abolire la Svizzera

Le intenzioni dei promotori sono sempre le stesse: fare tabula rasa delle nostre specificità, perché bisogna essere uguali a chi sta peggio, perché bisogna “aprirsi”, perché bisogna essere “eurocompatibili”

Il prossimo 22 settembre si voterà su due temi particolarmente interessanti per noi: il divieto di burqa (a livello cantonale) e, in campo federale, l’iniziativa popolare del Gruppo Svizzera senza esercito e della $inistra che vuole abolire il nostro esercito di milizia per trasformarlo in un esercito di “milizia volontaria”. Il che ovviamente può voler dire due cose, o esercito professionista oppure – molto più probabilmente – nessun esercito.
E’ quindi appurato che l’abolizione del servizio militare obbligatorio propugnata dalla $inistra mira a raggiungere l’obiettivo dell’abolizione dell’esercito tout-court.

La votazione sulle armi
L’iniziativa, su cui si votò nel febbraio 2012, che voleva proibire ai cittadini onesti di tenere in casa armi legalmente dichiarate, era il primo passo sulla via dell’abolizione. Da notare che l’iniziativa venne respinta a larga maggioranza anche in Ticino. Ciò malgrado lo sfoggio industriale, da parte dei promotori, di slogan questi sì populisti, oltre che del supporto partigiano della radiotv di Stato il cui collocamento politico è noto ed evidente.
Chiaramente il P$, che vuole l’abolizione dell’esercito, avrebbe preferito una politica dei piccoli passi: una Salamitaktik, invece di giocarsi il tutto per tutto in un colpo solo. Il Gruppo per una Svizzera senza esercito, tuttavia, è sceso in campo e giocoforza toccava adeguarsi.

La sicurezza non è scontata
L’esercito di milizia non è un retaggio ammuffito del passato e non è nemmeno un ammennicolo decorativo.
La sicurezza del Paese non è scontata, diversamente da quanto ci vogliono fare credere i politicamente korretti. E’ un bene che occorre conquistare e mantenere. Le minacce esistono, anche se si fanno più multiformi e difficili da afferrare.
Abolire l’esercito equivale inoltre a dare, a livello internazionale, l’ennesimo segnale di smantellamento di tutto quello che è elvetico.
La $inistra colpisce l’esercito di milizia allo stesso modo in cui colpisce tutte le nostre specificità elvetiche. Queste devono essere distrutte, perché dobbiamo diventare uguali all’UE. E poi entrarci.
E’ ovvio che gli effetti internazionali della capitolazione sul segreto bancario, accoppiati con un’eventuale abolizione dell’esercito, sarebbero deleteri. Dimostrazione di uno Stato in svendita, su cui i nostri vicini, ormai alla canna del gas e alla ricerca del nemico esterno (per sviare l’attenzione dai problemi interni) si avventerebbero come iene.
La ministra del 5%, dichiarando che il segreto bancario non serve a tutelare la privacy ma l’evasione, e quindi chiunque abbia un conto in banca è un evasore fino a prova del contrario, ha distrutto uno dei capisaldi della nostra nazione, che si regge sulla fiducia tra cittadino e Stato. Adesso la $inistra vuole demolire anche l’esercito di milizia e con esso tutto il principio della milizia. Tanto per dirne una,  i kompagni hanno tentato a più riprese di trasformare i parlamentari federali in professionisti, creando così la “casta”. Come in Italia, dunque: se questi sono i nostri modelli, ti saluto Rosina.
La milizia è un segno distintivo della svizzeritudine. E quindi va annientata perché bisogna essere uguali agli altri, guai a distinguersi, e se gli altri sono messi peggio di noi, anche noi dobbiamo finire a stare peggio. Difendersi? Giammai! Le identità e le radici vanno distrutte.

Indotti economici
Le nostre forze armate sono poi un elemento importante dell’economia nazionale, anche e soprattutto nelle zone alpine e periferiche come il Ticino. In  Ticino lavorano per l’esercito circa 750 persone, con una massa salariale di oltre 68 milioni di franchi. Le scuole reclute e i corsi di ripetizione garantiscono circa 380’000 pernottamenti all’anno e, se ipotizziamo un costo di 50 franchi a persona al giorno, ciò si traduce in un indotto di oltre 19 milioni di franchi. Se aggiungiamo i costi di investimento e di gestione delle strutture militari presenti sul nostro territorio, arriviamo tranquillamente ad un indotto di oltre 100 milioni l’anno creato in Ticino dall’esercito. Non proprio noccioline.

Occorre “asfaltare”
Chiaramente, la votazione del 22 settembre è particolarmente insidiosa. Soprattutto perché non basta affossare l’iniziativa. Un no all’iniziativa con, ad esempio, il 52% dei consensi, sarebbe una sconfitta. I kompagni tornerebbero immediatamente alla carica (sono specialisti nel ripresentare sempre le stesse iniziative, alla faccia della volontà popolare,  finché non ottengono quello che desiderano “per sfinimento”). Il 22 settembre, dunque, l’iniziativa che vuole l’abolizione dell’esercito non deve essere solo respinta. Deve essere asfaltata.
Lorenzo Quadri

Invasione dei padroncini: Michele Barra presenta i risultati del suo studio Ancora una volta, è dovuta arrivare la Lega

Anche in materia di devastante libera circolazione delle persone, il DFE dell’ex partitone si distingue per l’ immobilismo (se si escludono studi che dureranno anni mentre la situazione precipita di giorno in giorno)

Il Consigliere di Stato leghista Michele Barra l’aveva promesso ed ha mantenuto: lo studio sui padroncini da lui commissionato e pagato è stato presentato nel corso di un’affollata conferenza stampa, tenutasi venerdì mattina a Bellinzona.
Dallo studio sono emerse le proposte di cui si è letto sulla stampa di ieri: abolizione per i padroncini della possibilità di notificarsi on-line, con l’obbligo di presentarsi di persona ad uno sportello portando la documentazione richiesta. Ovviamente l’operazione non comporta in nessun modo un potenziamento del personale, bensì un allungamento dei tempi d’evasione delle pratiche. Per i padroncini si propone inoltre l’obbligo di annunciarsi anche alla fine del lavoro, come pure quello di pagare l’IVA anche sulle prestazioni di valore inferiore ai 10mila Fr: non sta, infatti, né in cielo né in terra, ed anzi è cosa che grida vendetta, che i padroncini siano esentati mentre gli operatori svizzeri devono pagare.
Queste sono alcune prime proposte da mettere in vigore immediatamente. L’esplosione del numero dei padroncini costituisce infatti un’emergenza a tutti gli effetti. I dati li abbiamo già indicati più volte, ma li ripetiamo: nell’anno 2012 le notifiche di padroncini e distaccati sono state 23mila. Per l’anno in corso, si prevede di arrivare a 38mila. Avanti di questo passo nel 2014 quante saranno? 60mila?

Immobilismo PLR
Ora, le questioni relative al mercato del lavoro sarebbero di pertinenza del DFE che da decenni è diretto da esponenti dell’ex partitone. Ma dal DFE, ancora una volta, non è uscito assolutamente nulla; lo stesso deleterio immobilismo che contraddistingue – tanto per citare un esempio – l’atteggiamento del dipartimento (di chi lo dirige) in materia di sgravi fiscali.
Siamo in una situazione d’emergenza ma il Dipartimento preposto, gestito dall’ex partitone, non fa assolutamente nulla: pensa alla contabilità e ad aumentare le tasse tramite il moltiplicatore cantonale e il freno all’indebitamento.

Barra mantiene le promesse
I problemi del Ticino e dei ticinesi riguardano, ovviamente, tutti i Consiglieri di Stato. Ma a voler essere formali quello dei padroncini non sarebbe un dossier di competenza di Michele Barra, che dirige il dipartimento del Territorio.
Vista l’inerzia del DFE e della sua direttrice PLR, è dovuto entrare in scena il leghista che oltretutto ben conosce il problema dei padroncini e dei distaccati dalla sua precedente attività di impresario costruttore. Ulteriore dimostrazione che la Lega, diversamente da altri, fa quello che promette.
Per questo è semplicemente patetica la polemica che i soliti organi di stampa hanno tentato di alimentare sulla presunta violazione della collegialità da parte del direttore del Dipartimento del territorio accusato di aver tenuto la sua conferenza “in solitario”. A parte che la collegialità è un pretesto dei partiti $torici per tentare di imbavagliare la Lega (ma la Lega non si fa imbavagliare), ciò che deve fare notizia è altro. Ossia che per dare una smossa al governo e al DFE su una situazione d’emergenza è dovuto arrivare il Consigliere di Stato leghista di un altro dipartimento. Che, alla fine della conferenza stampa di venerdì, ha beneficiato di un meritato applauso.
Lorenzo Quadri

Accordo con la Francia sulla tassazione delle eredità L’ennesimo disastro della ministra del 5%

Pur di calare la braghe con Parigi, la consigliera federale non eletta ed i suoi colleghi gettano a mare perfino i magnificati standard OCSE, sostenuti a spada tratta quando si tratta di capitolare sul segreto bancario

La ministra non eletta Widmer Schlumpf continua a stupire con le sue performances all’insegna della capitolazione totale, sempre e comunque, e della svendita del nostro paese a qualsiasi pressione in arrivo dall’estero. 
Si dice che non c’è limite al peggio e l’operato della ministra del 5% ne è la tragica dimostrazione.
Infatti, il raggio d’azione distruttivo del Dipartimento federale delle Finanze brillantemente diretto dalla signora in questione non si limita alla débâcle sullo scambio d’informazioni bancarie.  Nell’accordo sulla tassazione delle eredità appena siglato con la Francia la ministra del 5% è riuscita a cumulare una serie di mostruosità politiche e giuridiche che gridano vendetta.
C’è da chiedersi con che coraggio l’accordo con la Francia verrà portato davanti alle Camere federali, ma qui vale quanto scritto sopra: al peggio non c’è limite.
Il bello è che la ministra del 5% e con essa il Consiglio federale – sì, perché gli altri sei ministri non ci sono, o se ci sono dormono? – nel trattato con la Francia sull’imposizione delle eredità è riuscito a contraddirsi in modo plateale e contro gli interessi nostro paese.
Infatti ad ogni piè sospinto, per sollecitare calate di braghe a catena sul segreto bancario, il Consiglio federale invoca il modello OCSE. Ci si sarebbe potuti almeno legittimamente attendere che il modello OCSE venisse invocato anche quando paesi stranieri alla canna del gas, che hanno visto nella Svizzera del tutto incapace di difendersi la diligenza da prendere d’assalto, pretendono cose cui non hanno alcun diritto. Invece no.
E’ il colmo: il Consiglio federale invoca il modello OCSE per calare le braghe ma non lo invoca quando invece gli permetterebbe di non calarle. Ecco perché, per l’ennesima volta, la Lega ed il Mattino avevano ragione: l’obiettivo di questo governo federale è solo e quello di cedere sempre e comunque.
Il modello di convenzioni di doppia imposizione sulle successioni e sulle donazioni adottato dall’OCSE si basa su due punti cardine:
1)    l’imposizione nel paese di residenza del defunto
2)    l’imposizione nel luogo in cui si situano gli immobili.
La ministra del 5%, pur di capitolare davanti alla Francia, ha gettato a mare entrambi questi principi. Infatti l’accordo sottoscritto prevede che l’eredità –  beni immobili compresi – di un defunto francese domiciliato in Svizzera possa venire tassata in Francia ad aliquote d’imposizione che possono arrivare fino al 45% se gli eredi sono domiciliati in Francia o – udite udite – se lo sono stati (sic!) in un passato recente. Siamo a livelli da Russia bolscevica, ma da un governo di $inistra come è quello del kompagno Hollande non ci si poteva attendere altro.
In sostanza, grazie all’accordo sottoscritto dalla ministra del 5% in balia del P$$ cui deve la cadrega, la Francia potrà imporre dei patrimoni che non hanno alcun legame con il proprio territorio; questo in vistosa violazione del modello OCSE.
E’ il colmo che il Consiglio federale, che continua a recitare come un mantra la necessità di conformarsi agli standard dell’OCSE, nel caso concreto, invece, se ne distanzi; e che lo faccia CONTRO l’interesse della Svizzera.
E’ ovvio che l’accordo con la Francia, nella denegata ipotesi in cui dovesse entrare in vigore, costituirebbe un catastrofico precedente: altri paesi si affretterebbero infatti a pretendere la stessa cosa. E va da sé che la otterrebbero.
Una nuova dimostrazione, l’ennesima, che la ministra del 5% deve venire lasciata a casa subito. Ricordiamo che costei non ha alcun diritto di occupare il seggio che occupa dal momento che il suo partitino, PBD – il cui presidente Martin Landolt, giustamente sconosciuto ai più, di lavoro fa il lobbysta dell’UBS – non ha nemmeno lontanamente i numeri per anche solo sognarsi di disporre di una cadrega in Consiglio federale.
Quanto all’accordo (e chi vuole già un bel coraggio a definire accordo una simile oscenità) con la Francia: deve fare la fine della Lex Usa, altro felice parto della  ministra del 5%.
Ci auguriamo comunque che, a seguito di simili disposizioni, un numero crescente di francesi abbienti decida di trasferirsi armi, bagagli e gettito fiscale in Svizzera.
Lorenzo Quadri

Più concretezza e meno illusioni Formazione, cambiare mentalità

La scorsa settimana il direttore del DECS Manuele Bertoli ha dichiarato che bisogna aumentare le tasse. Per tutta risposta, il suo collega a capo del DSS Paolo Beltraminelli ha replicato che bisogna invece tagliare un anno di liceo. Magari se i Consiglieri di Stato si occupassero anche dei rispettivi campi d’attività, non sarebbe un male.
La proposta di accorciare il liceo di un anno fa tuttavia il paio con una dichiarazione di qualche tempo fa da parte del ministro dell’economia Johann Schneider Ammann. Il quale ha detto che dovrebbero esserci più apprendisti e meno accademici, perché queste sono le esigenze del mercato del lavoro.
Questa teoria è peraltro messa in pratica anche nelle scuole medie di taluni Cantoni d’Oltregottardo, dove ci si applica per “segare bassi” ragazzini di 12-13 anni con l’obiettivo di orientarli verso la Realschule e non verso il liceo.
E’ certo che anche in materia di formazione, un cambio di mentalità non farebbe male.  Fino al recente passato l’apprendistato era visto come una formazione di serie B, al livello del marchio d’infamia. Adesso ci si rende conto che magari offre più sbocchi della formazione accademica. Un patrimonio da riscoprire e da preservare dall’invasione da Oltreconfine. Non fosse che il DECS fa proprio il contrario.
Altra formazione storicamente gettonata era quella commerciale. Con i chiari di luna attuali sulla piazza finanziaria, tuttavia, è decisamente meglio dimenticarsela. Non solo infatti si cancelleranno, grazie alla capitolazione bernese sul segreto bancario, migliaia di posti di lavoro; a ciò si aggiunge che la libera circolazione delle persone sta avendo conseguenze devastanti proprio nel terziario amministrativo, dove il numero dei frontalieri continua a crescere senza controllo. 
Ci sono poi formazioni, ad esempio di tipo letterario, che sono garanzia di disoccupazione. Dovrebbero avervi accesso solo gli ereditieri e le ereditiere che non avranno mai bisogno di lavorare.
Per anni la scuola non ha saputo prevedere l’evoluzione del mercato del lavoro ed orientare i giovani, e le famiglie, di conseguenza. La disoccupazione giovanile è una dura realtà non solo per chi ne è direttamente colpito, ma anche per la collettività che finanzia delle formazioni senza speranza. E’ pur vero che puntare il dito contro la mancanza di preveggenza dell’uno o dell’altro è sempre facile. Nessuno fino a qualche anno fa avrebbe potuto immaginare l’ampiezza della crisi che sarebbe piombata addosso all’Europa. Ma il deterioramento delle condizioni occupazionali ticinesi  a seguito di libera circolazione delle persone, per contro, era prevedibile eccome. Ma non lo si è voluto vedere. C’è chi, come la SECO, rifiuta di vederlo tutt’ora.
Ma una colpa, grossa, nei confronti dei giovani e della società il sistema scolastico l’ha sicuramente. Quello di avere per troppi anni cullato i giovani (e le loro famiglie) nella micidiale chimera buonista del “seguite la formazione che vi piace, tanto un lavoro lo troverete”. Questa è un’ allarmante panzana buonista che ha fatto solo disastri. Il lavoro non è un piacere. Non lo è mai stato. Solo pochi hanno la fortuna di poter fare quello che veramente volevano. Tutti gli altri devono trovare un modus vivendi.  Ma avere un lavoro che non entusiasma è sempre meglio che non averne affatto. Prima ci si rende conto di questa realtà, meglio è. 
Lorenzo Quadri

Ennesimo regalo della devastante libera circolazione delle persone “Si assume un ingegnere, ma solo frontaliere”

arebbero queste le professioni che i ticinesi non vogliono più svolgere? Ormai siamo all’esclusione dichiarata dei residenti dal mercato del lavoro – più che tempestiva ed opportuna la presa di posizione del deputato leghista Daniele Caverzasio per il gruppo Lega/Udc/Ind di Mendrisio

A seguito della devastante libera circolazione delle persone, ormai siamo all’esclusione dichiarata dei ticinesi dal mercato del lavoro di questo Cantone. Non si ha nemmeno più la decenza, in nome della tanto decantata non discriminazione, di fingere che anche i ticinesi abbiano delle chances. Già la “non discriminazione” di chi arriva dall’estero non sta in piedi. Chi vive in Ticino, nella ricerca di un posto di lavoro nel nostro Cantone non deve essere uguale a chi arriva da Oltreconfine: deve essere avvantaggiato.
Ma ormai siamo arrivati al punto che nelle offerte di lavoro pubblicate sui giornali si indica esplicitamente che non si vogliono ticinesi, ma frontalieri. Senza nessuna remora. Tanto gli svizzerotti sono fessi e non reagiscono per paura di passare per razzisti.
L’ultimo esempio è dei giorni scorsi. E’ apparso su diversi media online ed è riferito alla ricerca di un ingegnere da parte di un “prestigioso gruppo internazionale leader nel settore dell’abbigliamento”. Vi si legge: “Sede di lavoro Mendrisio; è preferibile la residenza, o la disponibilità a trasferirsi in un comune italiano della fascia di confine”.

Lavori sgraditi?
Com’è che dicevano i partiti $torici fautori della libera circolazione delle persone? Com’è che i dicono i moralisti a senso unico ed in funzione partitica? “I frontalieri sono necessari perché fanno quei lavori che gli svizzeri non vogliono più fare”. Infatti, è noto come gli Svizzeri non siano minimamente interessati al lavoro di ingegnere, anzi ne siano proprio schifati, non a caso nel nostro Paese si trovano politecnici di nomea internazionale.
Politecnici, sia detto per inciso, finanziati in gran parte con denaro pubblico, come tutto il resto del sistema formativo svizzero, del resto. Quindi il contribuente paga la formazione ma poi i giovani diplomati non riescono a trovare lavoro (e quindi a finanziare a loro volta tramite le imposte il sistema scolastico) perché soppiantati da frontalieri. Non solo: finanziamo con i nostri soldi le scuole che formano studenti frontalieri i quali poi lavoreranno in Ticino al posto dei ticinesi.

Soppiantati
L’annuncio del “gruppo internazionale leader nel settore dell’abbigliamento” fa salire i fumi, ma sbatte sotto gli occhi di tutti la cruda realtà. Con la devastante libera circolazione delle persone i ticinesi sono sempre più tagliati fuori dal mercato del lavoro del loro Cantone a vantaggio dei frontalieri. Ma come, la SECO mica aveva garantito, ed in più occasioni, che con la libera circolazione delle persone andava tutto a meraviglia?
I Ticinesi sono tagliati fuori non solo per i noti motivi di paghe inferiori. Infatti la sostituzione avviene anche dove esistono dei contratti collettivi di lavoro. Questo perché è in atto una vera e propria colonizzazione dei posti di lavoro nel nostro Cantone, e sotto il nostro naso. Spesso e volentieri il responsabile del personale è frontaliere ed assume comunque solo frontalieri, anche se la paga è uguale a quella degli svizzeri. Non  li assume certo perché sono più bravi. Ma perché si porta dietro dal paesello tutto l’harem. Il risultato è oltretutto un deterioramento della qualità del lavoro, perché il frontaliere non conosce il territorio ticinese. Molti, poi, della Svizzera proprio se ne fregano: è solo la mucca da mungere, grazie agli svizzerotti fessi che non solo sottoscrivono la libera circolazione delle persone, ma la applicano pure.

L’assalto degli stageaire
Il nuovo trend, ma nemmeno poi così nuovo, è quello degli stageaire. Laureati frontalieri si propongono di propria iniziativa per lavorare in Ticino come stageaires, a 1500 Fr al mese. Tanto Oltreconfine, nella denegata ipotesi in cui riuscissero a trovare un impiego, guadagnerebbero molto meno. L’assalto alla diligenza elvetica si è fatto così accanito che avviene ormai senza alcun approfondimento. I curricoli vengono inviati i massa, senza neppure preoccuparsi di assumere informazioni sull’azienda destinataria. Ne arrivano a mazzi anche alla redazione del Mattino. L’ultimo, dei giorni scorsi, è di una giornalista di Roma che annuncia oltretutto la volontà di avvicinarsi alla Svizzera (come noto l’Italia fomenta l’emigrazione). A noi hanno sempre insegnato che prima di presentare una candidatura spontanea bisogna assumere informazioni sull’azienda cui si scrive; ma evidentemente Oltreconfine non si preoccupano di fare gaffes madornali. Sanno che il Ticino è terra di conquista per cui non serve andarci tanto per il sottile.
Il dramma, e la vergogna, è che, davanti ad una situazione che degenera di giorno in giorno, non si adottino delle misure di emergenza ma continui a ripetere, come un mantra, che non si può privilegiare i ticinesi e limitare l’invasione perché i bilaterali non lo consentono. Quando i disoccupati scenderanno in strada a spaccare le vetrine, al DFE avranno un bel dire che “non si può”.
Lorenzo Quadri

Ma come, non dovevano essere tutte balle della Lega populista e razzista? Il 58% dei reati è commesso da stranieri

Ma come, non dovevano essere tutte invenzioni della Lega populista e razzista? Invece i dati  forniti dal Consiglio di Stato rispondendo ad un’interrogazione del gran consigliere leghista Michele Guerra non lasciano spazio a dubbi.  Nell’anno 2012 in Ticino il 58% dei reati è stato commesso da cittadini stranieri. Gli asilanti, che sono 0.26% della popolazione, sono responsabili del 5.3% dei reati (8.3% se si considerano anche i NEM).
Dal 2009 ad oggi gli imputati identificati in Ticino per reati sessuali sono stati 54, di cui ben 33 di nazionalità straniera.
Ricordiamo che in Ticino gli stranieri sono il 26% della popolazione. Ora, se il 26% della popolazione commette il 58% dei reati, anche a quello che mena il gesso dovrebbe essere chiaro sul fatto che abbiamo un serio problema di criminalità straniera.
In altre parole, altro che populismo, altro che razzismo: per l’ennesima volta, la Lega ed il Mattino avevano ragione mentre i politikamente korretti hanno raccontato un sacco di panzane, nel tentativo di camuffare i disastri provocati dalla fallimentare politica delle frontiere spalancate.
La realtà è che aprendo le dogane ancora prima dei lavoratori a basso costo sono arrivati i delinquenti stranieri che hanno trovato nella Svizzera il Paese del Bengodi.
Oltretutto i segnali si fanno sempre più allarmanti. Pensiamo all’ultima rapina in casa commessa a Villa Luganese ai danni di una donna molto anziana (centenaria). Questi delinquenti stranieri non si fanno alcuna remora ad aggredire i cittadini nelle loro case per farsi consegnare con la violenza soldi ed oggetti di  valore. Lo fanno perché sanno benissimo che avranno vita facile: abitazioni senza dispositivi di sicurezza ed abitanti disarmati ed incapaci di difendersi. Quindi operazione a rischio zero. La voce si sta spandendo, come dimostra il moltiplicarsi delle rapine nelle abitazioni. E’ chiaro che le persone più esposte sono le più deboli, quindi in particolare gli anziani. Il caso di Villa Luganese è paradigmatico: questi criminali stranieri   non si fanno alcuno scrupolo e non arretrano neppure davanti ad una centenaria. E’ chiaro che non possiamo più permetterci di vivere come potevamo farlo quando il massimo della criminalità era il topo d’appartamento. Per questo possiamo ringraziare gli spalancatori di frontiere.

E i “neo svizzeri”?
Va pure considerato che le statistiche non tengono conto dei reati commessi da neosvizzeri, ossia persone naturalizzate da poco. Potendo aggiungere questo elemento, la sproporzione tra svizzeri (veri) e stranieri che delinquono si farebbe ancora più plateale.
Alla risposta del Consiglio di Stato all’interrogazione Guerra, perfino la RSI ha dovuto dedicare spazio. E’ un po’ come se la SECO ammettesse che frontalieri e padroncini sono un problema per il Ticino.
Intanto, però, l’iniziativa per l’espulsione dei delinquenti stranieri, votata dal popolo, giace imboscata a Berna da oltre due anni e mezzo. E il fu partitone, che ha contribuito a spalancare le frontiere, si oppone al potenziamento della polizia necessaria conseguenza dall’esserci aperti – perché “bisogna aprirsi”, e chi dice il contrario è un becero populista e razzista – alla criminalità d’importazione.
E noi, con il 58% dei reati commessi da stranieri che sono il 26% della popolazione, dato che ancora non comprende gli illeciti commessi da “neo-svizzeri”, quale principale cruccio abbiamo il presunto “razzismo”.
Lorenzo Quadri

Immigrazione nello Stato sociale elvetico, altro che “arrivo per esercizio di attività lucrativa”! Domande d’assistenza a go-go da parte dei permessi B

A Lugano, dal primo gennaio 2012 al 2 luglio 2013, 102 cittadini stranieri titolari di un permesso B hanno presentato richiesta di assistenza sociale; di questi, la metà è in Svizzera da meno di tre anni

Secondo gli spalancatori di frontiere politikamente korretti, l’immigrazione nello Stato sociale non esisterebbe, anzi: sarebbero tutte invenzioni della Lega populista e razzista. Addirittura, strapagati funzionari federali ci vengono a raccontare la storiella dell’”immigrazione uguale ricchezza” sostenendo che gli stranieri sarebbero indispensabili per finanziare le nostre pensioni. Si tratta di una bufala grande come una casa, ed infatti gli immigrati non finanziano neppure i loro, di costi pensionistici: ricordiamoci che tramite i ricongiungimenti familiari facili arrivano in Svizzera frotte di persone senza alcuna attività lucrativa.

Realtà preoccupante
A dimostrazione che l’immigrazione nello Stato sociale non è una paturnia xenofoba bensì una realtà preoccupante, i dati belli freschi sulle nuove richieste d’assistenza sociale da parte di titolari di permessi B, rilevati in quel di Lugano.
I detentori di permessi B sono persone che ottengono di trasferirsi in Svizzera per esercizio di un’attività lucrativa. Quindi, a rigor di logica, finito l’esercizio dell’attività lucrativa, finito anche il diritto di rimanere in Svizzera. Questo però non succede affatto: il permesso B ha una validità di 5 anni durante i quali il suo titolare fa allegramente in tempo a mettersi a carico del nostro Stato sociale (senza, tra l’altro, aver mai contribuito al suo finanziamento); oltretutto senza che ciò necessariamente pregiudichi il rinnovo del permesso in questione.
Nei mesi scorsi scrivevamo che circa il 16% delle nuove domande d’assistenza a Lugano è presentata da titolari di permessi B. Se queste persone arrivassero davvero in Svizzera per esercitare un’attività lucrativa, di domande d’assistenza da parte loro non ce ne dovrebbe essere nemmeno una.

Le cifre parlano chiaro
Le statistiche presentano una realtà ben diversa. Dal primo gennaio 2012 al 2 luglio 2013, ben 102 persone con permesso B residenti a Lugano hanno presentato domanda d’assistenza. Se si calcola che le nuove domande d’assistenza sono in totale circa 420 all’anno, i conti sono presto fatti.
Di queste 102 permessi B che sono entrati in assistenza, 57 erano in Svizzera da più di 3 anni, mentre 45 da meno tempo.
Quest’ultimo dato merita in particolare un approfondimento. Infatti si tratta di persone che sono arrivate in Svizzera e che, in tempo di record, si sono messe a carico dello Stato sociale pagato dagli “svizzerotti fessi”. Stiamo infatti parlando di persone arrivate nel nostro Paese da meno di tre anni e che sono già in assistenza. Ma, prima di andare in assistenza, c’è la disoccupazione. Per ottenerla, grazie ai devastanti accordi bilaterali (che però qualcuno ha sostenuto e tutt’ora sostiene a spada tratta…) all’immigrato UE basta dimostrare (?) di aver lavorato in un paese dell’Unione europea per un tempo sufficiente ad aprire un termine quadro in Svizzera. Quindi, attingere alle casse della “nostra” disoccupazione è facilissimo.
Per cui, per quanto tempo hanno lavorato in Svizzera persone che hanno ottenuto di trasferirsi da noi per esercizio di attività lucrativa meno di tre anni fa, e adesso non si trovano nemmeno più in disoccupazione, ma addirittura già in assistenza? Un paio di mesi?
Siamo quindi confrontati  proprio quel fenomeno che, secondo gli spalancatori di frontiere politikamente korretti, mai e poi mai si sarebbe verificato, poiché avrebbe dovuto essere un parto della fantasia malata dei leghisti populisti e razzisti.

Malandazzo da stroncare
E’ ovvio che questo malandazzo va stroncato, visto che i costi dell’assistenza sono finanziati al 75% dal Cantone a al 25% dai Comuni. Da notare che fino allo scorso anno la chiave di riparto era 80-20; ma davanti all’aumentare  dei casi, il Cantone ha pensato bene, come di consueto, di fare scarica barile a danno dei Comuni. Ed in particolare a danno dei Comuni urbani, dove si trova il maggior numero di persone in assistenza.
In particolare a Lugano, dove si annunciano pesanti misure di risparmio, andare ad incidere su tali malandazzi è indispensabile non solo finanziariamente, ma anche per semplici ragioni di equità. Ed infatti 65 di questi 102 richiedenti con permesso B sono già stati segnalati dal Comune di Lugano al Cantone (Sezione dei permessi e dell’immigrazione)… il problema è che non è noto quale seguito venga poi dato a queste segnalazioni.
Lorenzo Quadri

Cantone: aggravi fiscali, aumenti di imposte causali… Giù le mani dalle tasche della gente!

Il Ticino, anche a seguito di oltre un decennio di immobilismo fiscale (grazie DFE e PLR), è già uno dei Cantoni dove si pagano più imposte. E non certo perché il cittadino riceve migliori prestazioni!

Come volevasi dimostrare, ecco che a livello cantonale e non solo si pensa ad aggravi fiscali, cioè a mettere le mani nelle tasche della gente in periodo di crisi.
Il Ticino avrebbe bisogno esattamente del contrario, ossia di sgravi fiscali. E ricordiamo che è sempre in ballo, ormai da 12 anni, la questione della fiscalità punitiva che attualmente grava sui singles. E’, questo, uno dei tanti problemi a cui i partiti $torici ripetono come un mantra che “bisogna provvedere, ma non è il momento”. Solo che per loro non è mai il momento. Se i conti sono in rosso,  non ci sono i soldi. Se sono in nero, bisogna mettere “fieno in cascina”. E il contribuente rimane, come da copione, cornuto e mazziato.
Il Ticino in materia di sgravi fiscali è fermo al palo da oltre un decennio. Il risultato è che siamo precipitati sul fondo della classifica della competitività fiscale. Adesso il partito trasversale delle tasse vorrebbe farci cadere ancora più in basso. E non si creda che queste cose non avranno conseguenze disastrose. L’ente pubblico ha bisogno dei buoni contribuenti, che sono pochi ma pagano molte tasse. Se questi vanno altrove, lo Stato va a battere cassa presso il ceto medio: quel ceto che dovrebbe essere la spina dorsale della nostra società ma che, nel corso degli anni, è stato sempre più tartassato ed impoverito con politiche scriteriate. A partire dalla devastante libera circolazione delle persone, che ha derubato il cittadino medio ticinese delle speranze e delle prospettive per il futuro.
Il “tesoretto fiscale” del Ticino sono quei pochi, buoni contribuenti che pagano molte tasse. Un “tesoretto” che si trova già ora in pericolo – lo ha messo nero su bianco la stessa SUPSI – a seguito di oltre un decennio di immobilismo, in cui alle nostre latitudini non è stata fatta nessuna riforma fiscale volta a sgravare i contribuenti, mentre  gli altri Cantoni si muovevano. E adesso, con irresponsabili aggravi fiscali, si vorrebbe mettere ulteriormente in pericolo questa risorsa.
Che nessuno si lasci ingannare dalle storielle secondo cui gli aggravi fiscali sarebbero temporanei e comunque circostanziali allo stato difficile delle finanze cantonali. Il pozzo senza fondo delle casse pubbliche non sarà mai pieno, poiché la spesa cresce fuori da ogni controllo, senza che i partiti storici si sognino di intervenire. Men che meno l’ex partitone titolare da tempo immemore del DFE, e quindi primo responsabile, con la sua ministra delle finanze – che studia (?) ma non decide – del catastrofico immobilismo.
Inoltre, il partito trasversale delle tasse le mani nelle tasche della gente le metterebbe comunque, anche con i conti pubblici in attivo: perché l’obiettivo è quello di gonfiare l’amministrazione pubblica come una rana, trattandosi di un centro di potere e di posti di lavoro con cui accontentare e, soprattutto, fidelizzare elettoralmente, gli amici degli amici (e le loro famiglie).

Confronto impietoso
Il confronto tra Cantoni, come dimostra la tabella che abbiamo già pubblicato settimana scorsa e che riproponiamo oggi, è impietoso. In Ticino non paghiamo “un po’ di più d’imposte”. Paghiamo anche 5 volte di più rispetto ad altri Cantoni. E per quale motivo? Forse che negli altri Cantoni non esiste lo Stato sociale? Forse che Oltregottardo non ci sono scuole o ospedali? Forse che in Svizzera interna gli anziani dormono sotto i ponti? No!
Semplicemente noi paghiamo di più, molto di più, per ottenere le stesse prestazioni. Gli aggravi fiscali, inoltre, non risolvono nulla: visto che la spesa pubblica continua a crescere senza controllo, gli aggravi di quest’anno non basteranno già più per coprire i buchi dell’anno prossimo.
E per cosa è esplosa la spesa pubblica in Ticino? Forse per creare lavoro per i Ticinesi? Forse per rilanciare l’economia? Manco per sogno, e la realtà quotidiana lo dimostra: il numero delle persone in assistenza aumenta in modo preoccupante, mentre siamo invasi da frontalieri e padroncini che portano via il lavoro ai residenti. E anche in questa circostanza il DFE si segnala per il totale immobilismo. Nessuna proposta, nessuna idea, ma solo il trito ritornello del “sa po’ mia”!
E’ chiaro che qualsiasi aggravio fiscale, fosse anche “solo” il ventilato aumento di tasse causali (quali? Perché?) per qualche milione, va respinto al mittente.
Le lacrime e il sangue annunciate dal presidente del CdS Beltraminelli, per il comune cittadino ticinese sono da anni una realtà. Adesso è il turno degli amici degli amici.
Lorenzo Quadri

Perequazione finanziaria fra Cantoni I fortunelli e gli jellati

Nella perequazione finanziaria, il Canton Ticino risulta ancora una volta penalizzato, nel senso che rimane iscritto al club dei cantoni finanziariamente forzi. Dove per forza finanziaria non si intende i conti in atti in attivo od in passivo. Si intende il risultato, a volte bislacco, di una serie di indicatori. A seguito di questo risultato viene di anno in anno deciso, nella perequazione finanziaria tra Cantoni, chi dà e chi riceve.
Il Ticino ancora riceve, ma poco. Nel 2014 gli spetteranno 25 milioni di incasso netto. Nel 2010 erano 50, e non è che nei tre anni trascorsi nel frattempo i Ticinesi stiano meglio, anzi.
Da notare, circostanza che fa girare le scatole e non solo quelle, che tra i fattori che ci fanno rientrare nel novero dei Cantoni forti penalizzandoci nella perequazione, figurano anche le imposte alla fonte pagate dai frontalieri. Più congrue sono le entrare delle imposte alla fonte più si risale la classifica dei “forti” e meno soldi si ricevono. Questo è proprio il colmo. L’invasione dei frontalieri non solo porta disoccupazione e povertà tra i residenti, ma ci fa ottenere meno contributi perequativi quindi meno risorse per il Cantone e meno possibilità di promuovere l’occupazione dei residenti.
Quindi si va a penalizzare chi già sta peggio.

Cifre che le fanno girare
Ma anche altre cifre sono tali da provocare disturbi gastritici. Ad esempio, il patrimonio che si cuccano annualmente gli amici bernesi a titolo di perequazione intercantonale: per l’anno prossimo, saranno 1.23 miliardi.
I bernesi sono dei veri fortunelli. Grazie all’amministrazione federale,  dispongono di un’amplissima riserva di posti pubblici sicuri e ben pagati. Posti che non conoscono dumping né sostituzione con frontalieri. Posti dove non si rischia di venire lasciati a casa da un giorno all’altro. Posti dove, di solito, nemmeno ci si stanca troppo.
Non solo: Berna dal 1996 beneficia di premi di cassa malati “scontati”. In altre parole, i bernesi in tutti questi anni hanno pagato premi d’assicurazione malattia troppo bassi per rapporto alla spesa sanitaria. In questo modo il loro reddito disponibile è aumentato e loro stanno meglio.
A compensare erano, come noto, i cittadini di alcuni jellati cantoni paganti, tra cui il Ticino. Dopo anni di proteste da parte di chi, di anno in anno, veniva e viene ingiustamente depredato, la Confederazione ha dovuto ammettere che, dal 1996 ad oggi, ci sono state plateali iniquità nella fissazione dei premi di cassa malati nei vari Cantoni.
 Una situazione che grida vendetta, e che la Confederazione vorrebbe ora “mettere via senza prete” tramite un’elemosina (per il Ticino si parla di 67 milioni di risarcimento quando i milioni che abbiamo pagato di troppo sono 450).
I fortunelli bernesi ancora una volta ci guadagnano. Per loro, un riequilibrio dei premi significherebbe aumenti percentuali a due zeri, in cui la prima cifra non è un uno, da un anno all’altro. Ciò però non accade ed anzi, colmo dei colmi, in Ticino nel 2013 i premi sono aumentati in misura maggiore che nel Canton Berna. Questo malgrado i ticinesi dovrebbero venire sgravati mentre i bernesi aggravati.
Come mai tanti vantaggi sempre ai soliti? Per la serie “a pensare male si commette peccato ma ci si azzecca quasi sempre”, si potrebbe immaginare, oltre al fatto che Berna è un cantone grande e quindi pesa di più, che i funzionari federali dell’amministrazione centrale, che per ovvi motivi abitano quasi tutti nel Canton Berna, potrebbero non essere esattamente imparziali quando si tratta di decidere aggravi che andrebbero a colpirli direttamente, in prima persona.
Lorenzo Quadri

Ancora rapine in casa: grazie, libera circolazione delle persone! Grazie, spalancatori di frontiere!

L’idillio è finito, torna il Far West

La nuova rapina in casa a Villa Luganese in presenza degli occupanti dell’abitazione, ossia una centenaria (!) e la sua badante, aggiunge un’ulteriore puntata al degrado della nostra sicurezza. Un degrado dovuto alla devastante libera circolazione delle persone e allo scriteriato spalancamento delle frontiere.
In tempi non sospetti, il Mattino scriveva: «con la libera circolazione delle persone, prima ancora dei lavoratori stranieri a basso costo, arriveranno i delinquenti dell’Est».
Naturalmente, secondo i partiti $torici, erano tutte balle populiste e razziste. La libera circolazione delle persone, dicevano e tuttora ripetono costoro, “porta benessere”; si dimenticano di aggiungere a chi porta benessere, ossia ai frontalieri ed ai padroncini.
Con gli accordi di Schengen, la sicurezza aumenterà, ci dicevano ancora sempre gli stessi, e questo grazie alle mirabolanti banche dati internazionali e alle informazioni di cui potremo disporre e bla bla bla. Infatti abbiamo spalancato le frontiere e disponiamo di così tante informazioni che non è nemmeno più possibile chiedere l’estratto del casellario giudiziale a chi si vuole trasferire in Svizzera. Così succedono i casi Sollecito, e chissà quante altre situazioni analoghe che però non si sanno, e che magari riguardano anche persone pericolose che si sono potute tranquillamente stabilire da noi.

Punto di non ritorno
Le rapine in casa in presenza degli occupanti, ad opera di delinquenti stranieri che “si esprimono in italiano con accento dell’est” sono la dimostrazione che abbiamo raggiunto il punto di non ritorno. La casa, che dovrebbe anche essere un po’ il nostro rifugio, il posto dove ci si sente al sicuro per definizione, non è più tale. Non è eccessivo dire che è la fine di un mondo. E’ il ritorno alle razzie dei banditi dei secoli scorsi. Come nei secoli scorsi la casa dovrà quindi trasformarsi in fortezza in grado di autodifendersi. Quindi impianti d’allarme, porte e finestre blindate, pitbull in giardino, armi nel comodino. In regime di frontiere spalancate alla delinquenza dell’Est europeo, che ha trovato nella vicina Penisola le basi operative per poi “lavorare” in Svizzera, lo Stato non è più in grado di adempiere il proprio compito di garante della sicurezza.
Questo avviene grazie alle “aperture” volute dai politikamente korretti e dai partiti $torici, che hanno fatto per anni il lavaggio del cervello alla popolazione andando a raccontare che chi è contrario alle aperture scriteriate è un becero populista e razzista. Ecco i risultati delle “aperture” che fanno tanto moderno, progressista, akkulturato.
Ed è inutile che i partiti $torici, ex partitone in primis, dopo averci dati in pasto alla delinquenza straniera, montino la panna sulla sicurezza in periodo elettorale e poi, appena passate le elezioni, rifiutino di potenziare l’organico della polizia per non dare ragione all’odiata Lega.

Bersagli vulnerabili
Dobbiamo inoltre considerare che oggi sempre più persone anziane vivono da sole in abitazioni unifamiliari prive di qualsiasi misura di sicurezza. Si tratta di famiglie del ceto medio che si sono costruite la villetta 30-40 anni fa, quando il ceto medio aveva ancora delle disponibilità e delle prospettive per il futuro; perché la devastante libera circolazione delle persone era ancora al di là da venire. Adesso queste persone sono anziane, i figli sono fuori casa; molte di loro sono tornate ad essere singles (vedove e vedovi, divorziate e divorziati). E magari hanno anche in casa qualche soldo o oggetto di valore cumulato nel corso degli anni. Questi sono bersagli estremamente vulnerabili per rapinatori stranieri senza scrupoli che non hanno nulla da perdere, e che non si fanno problemi ad usare la violenza anche su persone anziane al minimo accenno di resistenza.
Questi bersagli “facili” con l’invecchiamento della popolazione diventeranno sempre più numerosi. Mentre la gente dovrà nuovamente imparare a difendersi e a difendere le proprie case ed i propri averi, come – appunto – ai tempi del banditismo. E’ infatti ovvio – come dimostra il ripetersi delle rapine in casa – che tra la delinquenza d’importazione la voce della “Svizzera paese del Bengodi” si sta diffondendo. 
L’idillio è finito. Comincia una nuova era che diventerà sempre più simile al Far West. Per questo ci sono dei precisi responsabili. Grazie, libera circolazione delle persone! Grazie, spalancatori di frontiere!
Lorenzo Quadri

La ministra del 5% si ricorda improvvisamente di non aver fatto i compiti Accordi con l’Italia? Calma e sangue freddo

Ma guarda un po’, dopo un lungo letargo (il Consiglio federale aveva promesso una soluzione per i fronti aperti con l’Italia per motivare il Consiglio di Stato a sbloccare i ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri, avvenuto nel maggio 2012)  ecco che la ministra del 5% Widmer Schlumpf e compari si ricordano che la questione dei rapporti con l’Italia è tutt’altro che risolta!
Ricordiamo che l’Italia ha inserito la Svizzera su delle black list illegali con la scusa dei rimasugli del segreto bancario.
Intanto però ci sono almeno 300mila italiani della fascia di confine (frontalieri, padroncini e le loro famiglie) che non dormono sotto i ponti solo  grazie alla Svizzera, e al fatto che i partiti $torici, padronato e $indakati hanno voluto la libera circolazione delle persone senza alcun limite. Ma i vicini a Sud fanno gli gnorri, mentre gli impediti negoziatori bernesi, quelli che vanno a Roma a parlare in inglese (e vengono fatti su davanti e di dietro) non si sognano di ricordarglielo. Sicché ancora una volta Oltreconfine se la ridono a bocca larga degli svizzerotti fessi.
Così nei giorni scorsi si è sentita la notizia che il disgelo fiscale con la vicina ed ex amica Penisola sarebbe vicino. La cosa visti i precedenti non ci rassicura affatto dal momento che, per la ministra del 5%, accordo è sinonimo di cedimento, capitolazione, calata di braghe. Lo si vede fin troppo bene nei confronti dell’UE, degli USA, nonché di ogni e qualsiasi organizzazione sovranazionale priva di legittimazione popolare.
Strane voci da sud
Conta quello che conta, ovviamente. Ma il fatto che Oltreconfine circolino dicerie di contributi ricorrenti dalla Svizzera di 5 miliardi all’anno dimostra che siamo ampiamente fuori strada. Non ci vuole infatti molta fantasia ad immaginare che la vicina ed ex amica Penisola avrà preteso di trattare su basi simili a quelle su cui era stato imbastito l’accordo con la Germania, poi saltato per l’opposizione parlamentare a Berlino, quindi con delle aliquote oltre il 30%. E’ chiaro che a simili condizioni non se ne parla neanche di concludere accordi: rimaniamo  senza.  L’aliquota massima che si può concedere all’Italia è dell’8-10%. Sopra non si entra nemmeno in discussione e il referendum è annunciato.
Invece, il sospetto tutt’altro che balzano è che si ripeterà la situazione che già si vide nel 1974: pur di mettersi in regola e di togliersi il peso o la “macchia”, il Consiglio federale accetterà di sacrificare il Ticino. Anche quando si trattò di siglare il primo trattato sui ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri con l’Italia, con l’obiettivo di ottenere da quest’ultima che non mettesse in discussione il segreto bancario, il prezzo lo si fece pagare al Ticino.
Il sospetto di capitolazione si rafforza inoltre alla luce di quanto successo di recente. La scandalosa lex USA è stata l’ennesima dimostrazione della propensione del Consiglio federale, e segnatamente della ministra del 5%, a cedere in tempo record ad ogni e qualsiasi pressione. Una  totale incapacità di difendersi accompagnata da una pari incapacità di reggere critiche ed attacchi. Ma non si svende una delle proprie principali fonti di reddito, quale è la piazza finanziaria, per paura di vedersi additare come Stato canaglia da parte di paesi che ne fanno peggio di Bertoldo.
Si cede soltanto?
Se si calano le braghe perfino con l’Italia, gli scenari per il paese saranno davvero preoccupanti. In quel caso non si possono di sicuro invocare argomenti legati a rapporti di forza sproporzionati, come è stato il caso della lex USA, viste le condizioni in cui versa l’economia del Belpaese.
Il rischio concreto è poi che non solo si capitolerà sul segreto bancario, ma che non si otterrà nulla sui frontalieri e che le black list illegali rispunteranno nel giro di breve di tempo.
Intanto ci piacerebbe sapere chi ha rappresentato il Ticino nelle trattative italiche. O vuoi vedere che le stesse sono state condotte dai già citati burocrati bernesi che vanno a Roma a parlare inglese e si fanno puntualmente ed inesorabilmente menare per il naso?
Lorenzo Quadri

Il CdS Bertoli conferma: mani in tasca alla gente in tempo di crisi: Questo sì che è “irresponsabile”

Non siamo certo noi a formalizzarci per il fatto che il ministro $ocialista Manuele Bertoli abbia rotto la collegialità (uella) per dire la sua opinione sul risanamento finanziario del Cantone. Ci fa solo un po’ ridere che mentre a Lugano i kompagni si indignano (che pagüüüüraa, avrebbe detto il Nano), perché i leghisti non ci stanno a farsi ingabbiare in decisioni che non condividono, il loro Consigliere di Stato sia poi il primo a sbugiardarli facendo proprio il contrario di quel che i kompagni predicano.
Ma a noi della collegialità importa assai poco, perché per fare politica bisogna decidere e le decisioni possono anche essere prese a maggioranza. La ricerca dell’unanimità ad ogni costo porta solo all’immobilismo.
Quindi che un Consigliere di Stato dica la propria sul risanamento finanziario, in contraddizione con quella che è la posizione del governo, non ci turba. Il problema è il contenuto della posizione “non collegiale” ossia, mani in tasca alla gente e niente tagli. Perché è questo che vuole la $inistra. Lo ha sempre voluto, in ogni circostanza. Non si  venga quindi a raccontare la storiella delle casse vuote: la $inistra le tasse le aumenterebbe allegramente anche  se i conti pubblici fossero in ricco attivo, perché il dogma è gonfiare sempre più la macchina statale ed inventarsi sempre nuovi compiti dell’Ente pubblico. Compiti, va da sé, all’insegna del politikamente korretto, delle aperture e della multikulturalità: quindi si spende e si spande per rendersi sempre più attrattivi per l’immigrazione nello stato sociale. Lo dicono loro: “senza distinzioni”. Ed invece la Lega, che è sempre stata fautrice della socialità per i ticinesi in difficoltà, le distinzioni le fa eccome. La socialità pagata con i nostri soldi è per i “nostri” e non per chi arriva da paesi stranieri vicini e lontani per approfittarne.
A Lugano il P$ ha addirittura manifestato, in un comunicato, quali siano le sue intenzioni: moltiplicatore all’80%, perché, dicono loro “c’è stato per vari anni” e allora che problema c’è? Bel modo di ragionare.
Pensare di aumentare le tasse in tempo di crisi e quando la concorrenzialità fiscale del nostro Cantone è andata a ramengo a seguito di 11 anni di totale immobilismo, è l’equivalente di tagliarsi gli attributi per farla alla moglie.
A proposito di immobilismo, fa specie leggere sul Corrierone del Ticino l’intervento della direttrice del DFE la quale si gloria di aver “effettuato misure fiscali mirate per oltre 40 milioni”. Peccato le presunte “misure fiscali mirate” fossero semplicemente la conseguenza di adeguamenti a leggi federali. La realtà è una sola: l’ultimo decennio è stato contraddistinto dal più totale e deleterio immobilismo.
Altrettanto specie fanno le dichiarazioni del prof Mauro Baranzini che dice: “Ticinesi, la festa è finita”. Capiamo che un professore universitario non abbia certi problemi tipici del popolino ignorante, ad esempio il posto di lavoro ballerino e la difficoltà  nel collegare il pranzo con la cena, ma quando mai i Ticinesi avrebbero “fatto festa” (a parte, beninteso, gli amici degli amici)?
Non dimentichiamoci poi che in Ticino il 2% dei contribuenti (fisici) paga il 37% del gettito delle persone fisiche. Se i redditi alti vengono fatti scappare a suon di aggravi fiscali, le entrate del Cantone crollano e chi viene chiamato alla cassa per tappare il buco? Risposta: il ceto medio. Quel ceto medio che dovrebbe essere la spina dorsale della nostra società e che invece viene tartassato ed indebolito e depredato perché deve metterci le pezze per tutti. Checché ne dicano i $inistri, i soldi che il lavoratore guadagna sono e sempre saranno frutto del suo lavoro e non proprietà dello Stato.
Ricordiamo anche che una grossa fetta del ceto medio ticinese è legata alla piazza finanziaria. Quella piazza finanziaria che la $inistra ha contribuito a sfasciare perché vuole lo scambio automatico di informazioni.
Dopo aver impoverito i ticinesi si vogliono ancora mettere le mani in tasca alla gente in tempo di crisi per non voler tagliare sprechi e spese inutili. Questo sì che è irresponsabile.
Lorenzo Quadri

Poi dicono che non c’è disparità di trattamento a favore dei frontalieri Il “differenziale” sugli assegni per i figli

Interessante spunto sollevato nei giorni scorsi dal Mattinonline: i frontalieri ricevono (non certo da oggi) gli assegni per i figli come i ticinesi, mentre gli italiani che lavorano in patria ricevono (se ricevono) molto meno. Ma anche i figli dei frontalieri vivono in Italia, a costi della vita italiani.
Inoltre, i (pochi) frontalieri al contrario dall’Italia non ricevono un bel niente, alla faccia della “reciprocità”

Il Mattinonline nei giorni scorsi ha sollevato un problema interessante, ossia quello degli assegni per i figli di cui beneficiano i frontalieri. I quali di fatto si ritrovano di nuovo avvantaggiati nei confronti dei Ticinesi a seguito del differenziale dei costi della vita tra Svizzera ed Italia. Per non parlare poi della discriminazione tra i frontalieri e i loro connazionali che lavorano in patria, che è evidente.
Fatto sta che i frontalieri ricevono gli assegni per i figli come i lavoratori svizzeri, vale a dire 200 Fr al mese (250 per i figli sopra i 16 anni).
Gli assegni familiari esistono anche in Italia, però per importi decisamente inferiori, come si può facilmente immaginare: quello che resta in tasca ai beneficiari si aggira sui 25 euro mensili per figlio. Una bella differenza.
Però, i figli dei frontalieri vivono in Italia a costi della vita italiani, e quindi gli assegni per figli con le cifre elvetiche avvantaggiano ulteriormente i frontalieri per rapporto dei loro connazionali che lavorano in patria. Insomma, un incentivo in più per l’assalto alla diligenza elvetica (ticinese).

Oltre 45 milioni all’anno
In altre parole, visto che i figli dei frontalieri vivono in Italia e costano esattamente come quelli degli altri lavoratori italiani, gli assegni elvetici a 200 rispettivamente 250 Fr  sono l’ennesimo vantaggio del lavorare in Svizzera ma vivere appena al di là dal confine.
In cifre, il “flusso di soldi” è mica da ridere. Infatti rispondendo all’interrogazione del gran consigliere leghista Daniele Caverzasio, il Consiglio di Stato indica che nel 2012 erano circa 13’500 i frontalieri a beneficiare degli assegni per i figli, per una spesa di oltre 45 milioni di franchetti, che non sono proprio noccioline.
Il governo si premura pure di precisare che, nel caso in cui entrambi i genitori lavorino, uno in Italia ed uno in Ticino come frontaliere, a pagare gli assegni per i figli residenti nella Penisola è lo Stato italiano.
Il problema comunque è che se il figlio è in Italia, l’assegno per figli andrebbe adeguato ai costi della vita italiani.

Reciprocità? Col cavolo!
Tuttavia non è finita, visto che la reciprocità non è data.  Infatti come si legge sempre nella risposta all’interrogazione Caverzasio, “Di fatto, ben difficilmente il genitore (frontaliere svizzero) dipendente in Italia avrà diritto all’ANF”.
Quindi, ricapitolando: i frontalieri percepiscono gli assegni familiari secondo i costi della vita elvetici quando i figli stanno in Italia. Per tutta risposta l’Italia, ai (pochi) frontalieri al contrario, non versa niente. E’ normale questo?
E’ pur vero che gli assegni familiari fanno parte del reddito imponibile e quindi il beneficiario ci paga le tasse. Tuttavia qualcosa non quadra.
La questione degli assegni familiari è regolata nella legge federale. Bisognerà dunque valutare delle modifiche a questo livello. I vantaggi insiti nel lavorare in Ticino ma vivere in Italia devono venire a cadere: è per noi una priorità assoluta diventare meno attrattivi per il frontalierato, a maggior ragione oggi che la vicina Penisola invita esplicitamente all’emigrazione.
Ma, nella questione degli assegni per i figli dei frontalieri entrano in gioco anche degli accordi internazionali. Visto che sarebbero in corso trattative Svizzera-Italia sullo statuto fiscale dei frontalieri (plateale privilegio da abolire), in quest’ambito si parlerà anche di assegni per i figli? Chissà come mai, abbiamo il sospetto che non sarà così…  E che gli “intreghi”  negoziatori bernesi che vanno a Roma a parlare in inglese non porteranno a casa proprio nulla, in nessun campo.
Lorenzo Quadri