Abolizione dell’esercito di milizia? NO alla distruzione della nostra sicurezza

Il prossimo 22 settembre i cittadini elvetici saranno chiamati a votare sull’ennesimo attentato ai valori ed al modello svizzero.

Il riferimento è, ovviamente, all’iniziativa che vuole l’abolizione dell’obbligo di prestare servizio militare. Il che, va da sé, equivale ad un’abolizione dell’esercito presentata sotto altro nome.

Chi “non sente il tema”, chi pensa che l’esercito sia, tutto sommato, un giocattolo costoso e sostanzialmente inutile, forse non si rende conto che la sicurezza nazionale è tutt’altro che garantita nei secoli dei secoli. In particolare non lo è in questo periodo, in cui siamo confrontati con fenomeni migratori fuori da qualsiasi controllo, oltre che circondati da paesi UE colpiti – a dimostrazione del totale fallimento dell’Unione europea – da tassi di disoccupazione stellari e quindi forieri di gravi disordini sociali ad alto rischio di ripercussioni anche da noi.
Chi ha spalancato le frontiere, causando grave pregiudizio alla nostra sicurezza oltre che al nostro mercato del lavoro, pretende ora che il cittadino elvetico sia disposto a bearsi nell’illusione della pace perpetua, abolendo l’esercito di milizia. Il che è  un po’ come incoraggiare chi al momento sta più o meno bene a smettere di pagare i premi di cassa malati, facendogli credere che non si ammalerà mai e che mai avrà bisogno di cure: una pericolosa chimera. L’esercito è in effetti una sorta di assicurazione, i cui costi sono tuttavia sostenibili: ad una spesa annuale di 4.3 miliardi di Fr fanno riscontro 1,2 miliardi di controvalore verificabile e indotti stimabili a 4.7 miliardi. Di fatto, dunque, un saldo positivo. L’esercito garantisce inoltre circa 12’000 posti di lavoro, soprattutto nelle regioni discoste.

Va poi sottolineato che la Svizzera, in proporzione, per la propria difesa paga meno dell’Italia, malgrado quest’ultima sia sull’orlo della bancarotta, e anche meno della media UE. Quindi non si può parlare di spese esagerate.

L’esercito di milizia, la milizia in generale, è un modello di successo svizzero, improntato alla responsabilità individuale e alla fiducia tra cittadino e Stato. Solo la milizia obbligatoria permette all’esercito di disporre di un effettivo flessibile e scalare, rapidamente adeguabile in caso di necessità. I paesi europei che hanno sospeso (notabene: sospeso, non abolito) l’obbligo di prestare servizio militare hanno avuto modo di pentirsene, e ora non riescono a reclutare tra i volontari il personale che sarebbe necessario. Devono attingere dalle bidonville e dalle carceri, con tutte le conseguenze del caso ed il rischio di trovare non già cittadini-soldati responsabili, bensì estremisti, magari anche pericolosi.

Ancora una volta, l’ennesima, la sinistra pretende, in nome delle consuete paturnie internazionaliste, di farci copiare esperimenti UE falliti, come appunto la sospensione dell’obbligo di servire. Del resto, l’obiettivo degli iniziativisti è da un lato affossare l’esercito nella sua totalità, dall’altro colpire la milizia intesa come specificità e valore aggiunto elvetico: secondo costoro, infatti, tutto ciò che distingue e che ha fatto la fortuna del nostro paese – e che è frutto del duro lavoro di chi ci ha preceduto e non certo caduto dal cielo – va demolito. Va demolito per renderci sempre più uguali a tutti gli altri, eurocompatibili e, chiaramente, indifesi davanti alle crescenti pressioni internazionali che traggono forza da un governo federale debolissimo. Smantellare  il nostro esercito quando è in atto una guerra economica contro la Svizzera equivarrebbe a dare, all’estero, l’ennesimo segnale deleterio. La situazione internazionale in essere offre più di uno spunto per agire semmai nella direzione opposta. Votiamo quindi un NO deciso, il prossimo 22 settembre, all’iniziativa che, con l’esercito di milizia, vuole smantellare l’esercito, i valori elvetici e, con essi, la Svizzera.

Lorenzo Quadri

Dai problemi piccoli a quelli grandi: Per Berna il nostro Cantone non esiste

La deludente presa di posizione del Consiglio federale sulla questione del contrassegno CH non fa che confermare l’atteggiamento menefreghista che si estende su tutto. E poi i Consiglieri federali hanno il coraggio di scendere in Ticino in elicottero per il primo agosto a raccontare che “comprendono i problemi del Cantone”?

Ennesima dimostrazione di menefreghismo dei bernesi nei confronti del Ticino! Si tratterà di una questione di piccolo cabotaggio (ma nemmeno poi tanto, visto che si rischiano multe attorno ai 100 Fr) ma comunque significative. Ossia le contravvenzioni appioppate dalle autorità italiche alle auto svizzere (ticinesi) che circolano in Italia senza il contrassegno CH. Si tratta ovviamente di multe discriminatorie e pretestuose, dal momento che la provenienza del veicolo elvetico si capisce benissimo, anche senza l’autocollante: nelle nostre targhe figura la bandiera nazionale e anche quella cantonale. La bandiera è il segno più identificativo di tutti; molto più della sigla di un paese.

A parlare di “segni distintivi” sui veicoli è la Convenzione di Vienna del 1968 sul traffico stradale. Si tratterebbe ora di chiarire, al di là di ogni dubbio, che per “segni distintivi” si intende anche la bandiera. La bandiera, quindi, non necessita di alcun complemento con contrassegni CH.

La mozione da me presentata non chiedeva  di certo alla confederazione di prendere la luna nel pozzo. Si chiedeva che, in uno degli innumerevoli incontri in cui ministri o alti funzionari federali vanno a Bruxelles a prendere ordini dagli eurobalivi, facessero notare l’incongruenza, che è facilmente risolvibile.
Naturalmente la risposta di Berna è njet.  Non si muove un dito. Ticinesi, prendete la multa perché non avete il contrassegno? Cavoli vostri. Qualsiasi problema del Ticino – grande o piccolo che sia – nei rapporti con la vicina Penisola bancarottiera, non esiste. E’ ovvio che i nostri problemi con l’Italia non si limitano al contrassegno CH: non siamo così fortunati. Ma anche in questa vicenda emerge in modo chiaro l’atteggiamento italiano. Se ci gira, gli svizzerotti li discriminiamo a piacimento. Ecchissenefrega se almeno 300mila italiani (quasi 60mila frontalieri ossia il doppio del quantitativo massimo  sostenibile, decine di migliaia di padroncini, più le loro famiglie) hanno un tetto sulla testa solo grazie alla Svizzera, a seguito della devastante libera circolazione delle persone. Tanto gli svizzerotti non reagiscono alle provocazioni italiote per paura di passare per razzisti e xenofobi, e non prendono alcuna contromisura. Per cui è caccia libera.

L’Italia fomenta l’invasione del Ticino con frontalieri e padroncini, ma contemporaneamente non si sogna di applicare la reciprocità, perché le ditte ticinesi nella vicina Penisola non battono un chiodo (mentre da noi l’appalto AlpTransit Ceneri va ad aziende italiane). Non contenta, all’occasione, a dipendenza di come qualcuno si alza la mattina, la vicina ed ex amica Penisola discrimina il nostro paese.
Questo è il problema che il Consiglio federale, per l’ennesima volta, si rifiuta di vedere: che il Ticino si arrangi. Si arrangi sui padroncini, si arrangi sui frontalieri e si arrangi pure sui contrassegni. Le due righe buttate di là di presa di posizione sulla mia mozione, non sono che l’ennesima conferma di questo atteggiamento menefreghista.

A proposito: in nome della tanto decantata “reciprocità” sarebbe interessante sapere quanti automobilisti italiani con targhe vecchie, quindi che non contengono la “I” diversamente da quelle attuali, sono state multate per mancanza dell’adesivo. Zero?
Lorenzo Quadri

Primo agosto, tre Consiglieri federali in Ticino

Con la loro “comprensione” non andiamo da nessuna parte
Dicono di “capire” la situazione del nostro Cantone, ma in realtà non hanno capito un tubo: in regime di devastante libera circolazione delle persone sono addirittura riusciti a spalancare le porte agli apprendisti UE, quando tanti ragazzi svizzeri non trovano un impiego!

In occasione dello scorso primo d’agosto in Ticino hanno messo fuori la faccia ben tre Consiglieri federali. Peccato che i  signori Consiglieri federali si ricordino di varcare il Gottardo solo in occasione del primo d’agosto (o, al massimo, per il festival del film). La tattica è sempre la stessa, ed è vecchia come il mondo: quella di farsi vedere nelle occasioni ufficiali per far finta di conoscere i problemi del territorio, e soprattutto, per far finta di occuparsene.

La parola magica, da ripetere come un mantra, è “comprendiamo”. “Comprendiamo”, hanno detto in sostanza i Consiglieri federali che hanno varcato le alpi, taluni in elicottero; perché in Ticino, devono averli informati i rispettivi portaborse, la situazione si sta facendo calda. E non per la meteo.

Della loro “comprensione”, di cui sembrano disporre in quantitativi industriali, non sappiamo cosa farcene. A maggior ragione se consideriamo che si tratta di comprensione autocertificata. In realtà non hanno capito un tubo, come ben ha dimostrato l’intervento di Schneider Ammann al quale gli autori del suo discorso hanno fatto dire che la principale preoccupazione del nostro Cantone sarebbe il secondo traforo del Gottardo.

Il ministro dell’Economia dovrebbe scegliersi meglio i ghost writers: già in un’altra recente occasione, ad un convegno sul turismo, gli hanno scritto un intervento che sembrava il tema di un bambino di quinta elementare. 

Certo che il secondo traforo autostradale del Gottardo – o meglio: l’ipotesi di una chiusura per tre anni dell’attuale tunnel – costituisce un problema. Purtroppo non siamo un Cantone così felice da avere quello come principale problema.
 Il principale problema è la devastante libera circolazione delle persone, voluta ed imposta da Berna contro la volontà del popolo ticinese che in votazione  l’ha sempre rifiutata. Devastante libera circolazione delle persone che ha provocato un vero e proprio assalto alla diligenza del mercato del lavoro ticinese, come pure del nostro stato sociale, dall’Italia. La vicina Penisola continua ad invitare i propri senza lavoro a cercarlo in Ticino: ovviamente portandolo via ai residenti. Perché in Ticino non c’è lavoro per tutti.

 Per non parlare della criminalità d’importazione, sempre più violenta e priva di scrupoli che, ancora grazie alla libera circolazione delle persone, ha trovato in Ticino il paese del Bengodi. Tanto gli svizzerotti non reagiscono per paura di passare per razzisti e xenofobi.

Il futuro del Ticino e dei ticinesi è compromesso. E Schneider Ammann e compari, che tramite gli “studi” taroccati della SECO continuano a propinarci le fregnacce più scandalose su come il nostro Cantone starebbe bene con le frontiere scriteriatamente spalancate, malgrado le dichiarazioni “pelose” del primo agosto, non hanno capito assolutamente nulla; oppure fingono di non capire.

 Lo dimostra peraltro l’ennesima iniziativa federale che grida vendetta: permettere ai giovani della fallita UE che non trovano lavoro di svolgere  un apprendistato in Svizzera (ovviamente portando via il posto ai giovani elvetici). Sì, avete capito bene: mentre tanti ragazzi col passaporto rossocrociato non trovano un posto d’apprendistato, il Consiglio federale vuole portarci in casa i giovani disoccupati europei. Ecco come i balivi “comprendono” i nostri problemi. Un consiglio ai signori consiglieri: al prossimo primo d’agosto, evitate di varcare il Gottardo per raccontarci le solite banalità un tanto al chilo che dimostrano la vostra totale – e colpevole – ignoranza della situazione ticinese. Ci fate migliore figura.
Lorenzo Quadri

Controlli di velocità: tanto per una volta, possiamo imparare dall’Italia: Radar nascosti? Una truffa

A qualcuno sembrerà strano leggerlo da queste colonne, eppure è proprio così: possiamo imparare dalla vicina ed ex amica Penisola.

O meglio: possiamo imparare in campo di radar per i controlli di velocità. Già negli anni scorsi, l’Italia aveva infatti stabilito che i controlli radar non potevano essere fatti “a sorpresa”, ma andavano annunciati. Quindi trasparenza e niente trappole per mungere gli automobilisti.

Di recente è giunta la conferma da parte della Corte di Cassazione italiana, che è poi la massima istanza del paese: ne dà notizia nei giorni scorsi il TCS sulla sua rivista.

In sostanza, la Cassazione ha confermato il sequestro di alcuni radar che venivano utilizzati di nascosto, ad esempio piazzandoli dietro un cespuglio, per tendere imboscate agli automobilisti.

Un automobilista multato tramite il radar abusivo ha presentato ricorso. E la sua determinazione è stata premiata. Non solo la Cassazione ha confermato che la multa appioppata in questo modo non è legittima, e quindi è da considerarsi nulla, ma udite udite, ha addirittura condannato per truffa il Comune che ha posato il radar! I giudici hanno infatti statuito che rilevare la velocità attraverso apparecchi «posizionati in modo tale da essere occultati agli ignari automobilisti» è truffa.
Ma guarda un po’!  Tanto per una volta, c’è da sperare che questa decisione venga ripresa anche alle nostre latitudini. Del resto, sarebbe tempo ed ora di cominciare a riprendere le norme estere che tornano a nostro vantaggio, invece di limitarsi ad applicare pedissequamente quelle che ci danneggiano, visto che l’autolesionismo fa tanto “politikamente korretto”!

Il discorso sull’illogicità dei radar nascosti l’abbiamo fatto più volte da queste colonne e lo ripetiamo: se anche la massima istanza giudiziaria di un paese UE lo segue, vuol dire che poi così manicomiale non deve essere!

Se si vuole fare prevenzione, ossia se si vuole che gli automobilisti si attengano strettamente ai limiti di velocità su tratte ritenute pericolose, allora la presenza del radar deve essere annunciata. Così gli automobilisti rallentano e quindi non creano la situazione di pericolo che si vuole evitare.

I radar nascosti, quelli che giustamente la Cassazione italiana considera una truffa, servono invece a fare cassetta ai danni degli automobilisti, e non a fare prevenzione. Quindi non evitano situazioni di pericolo. Si lascia che l’automobilista superi il limite di velocità – e quindi che crei la situazione di pericolo – per poi sanzionarlo a posteriori ed incassare la contravvenzione. La volontà non è quella di prevenire, ma di mungere. L’obiettivo è incassare le multe.
Quindi, e lo ripetiamo, questa volta impariamo dall’Italia: anche in Ticino basta con le “truffe” (Cassazione dixit) dei radar nascosti! Se si vuole fare prevenzione, bisogna avvisare.

Lorenzo Quadri

Segreto bancario: assistenza anche sui dati rubati e senza informare i clienti

Diritto svizzero gettato nello sciacquone

E tutto perché la ministra del  5% Widmer Schlumpf, una vera calamità per il paese, ed i suoi pavidi colleghi, vogliono assolutamente calare le braghe in modo “proattivo” davanti ad ogni cip in arrivo da paesi stranieri in bancarotta

E’ proprio vero che, con questo Consiglio federale, al peggio non c’è mai fine.
L’ultima sortita sui rimasugli del segreto bancario fa accapponare la pelle. E’ sempre più evidente che la ministra del 5% Eveline Widmer Schlumpf sta svendendo il paese, e che il resto del consiglio federale, o per lo meno una maggioranza di esso, la segue pecorescamente:  o per incapacità o per vigliaccheria.

Del resto che questo Consiglio federale sia il più debole della storia è manifesto da un bel pezzo. Ed  affrontare una guerra – perché, e lo ripetiamo per l’ennesima volta, contro la Svizzera è in corso una guerra economica – con un governo la cui debolezza è da tempo oggetto, a livello internazionale, di sfottò e vignette satiriche, è semplicemente un suicidio.

Da anni siamo ormai alla calata di braghe “proattiva”: ossia si calano le braghe davanti alla controparte straniera ancora prima che quest’ultima faccia a tempo a formulare una richiesta. E lo si fa gettando a mare la sovranità svizzera, e dunque il valore stesso della Svizzera, nella fretta di ubbidire al presunto padrone. Se si pensa che sono trascorse poco più di tre settimane dai festeggiamenti del primo agosto, che commemorano appunto la ribellione contro la dominazione straniera, e che in quell’occasione i Consiglieri federali portavano in giro la faccia e si riempivano la bocca, il contrasto è affliggente.

L’ultima malefatta della ministra del 5% ostaggio della $inistra e del PPDog a cui deve la cadrega (che non avrebbe nemmeno lontanamente i numeri per poter occupare), consiste nella bella pensata di concedere assistenza giudiziaria sulle relazioni bancarie di clienti stranieri anche sulla base di dati rubati, ed addirittura senza informarne preliminarmente il cliente.

Con questa vergognosa decisione si fa strame del diritto svizzero e quindi della democrazia svizzera, per ubbidire ai padroni UE. Oltretutto, e qui c’è proprio da mettersi le mani nei capelli, l’ennesima scandalosa ed affrettata calata di braghe avviene su pressione di uno Stato in bancarotta come la Spagna. La quale, invece di preoccuparsi dei propri dati di disoccupazione da terzo mondo, ha ancora il coraggio di lamentarsi perché la Svizzera avrebbe rifiutato alcune sue domande di assistenza giudiziaria su relazioni bancarie perché presentate sulla scorta di dati rubati. E ci sarebbe mancato altro.

Democrazia a ramengo

Sicurezza dei Ticinesi? Chissenefrega!: Ecco come i balivi «comprendono» i problemi del Ticino!

Commissione del Consiglio degli Stati: njet al potenziamento delle Guardie di confine
Sicurezza dei Ticinesi? Chissenefrega!

Ma che strano! I  “grandi conoscitori” bernesi del Ticino, quelli che raccontano di “comprendere” i problemi del nostro Cantone, dimostrano per l’ennesima volta di non “comprendere” un bel niente. Ironia della sorte: il ministro dell’Economia Schneider Ammann, giunto in elicottero  a Chiasso per il primo d’agosto, non ha fatto a tempo a raccontare la barzelletta del “comprendiamo il Ticino” che subito si sono moltiplicate le dimostrazioni di una realtà federale diametralmente opposta.
Alla lunga lista di menefreghismi nei confronti del nostro Cantone si aggiunge il njet alla mozione del Consigliere nazionale Marco Romano (PPD) che chiedeva il potenziamento del corpo delle guardie di confine.

Una richiesta, sia detto per inciso, che la Lega porta avanti da anni, visto che la sicurezza dei nostri confini è per noi una priorità: una nazione che non difende i propri confini è una nazione morta. Ma naturalmente la criminalità transfrontaliera era una panzana della Lega populista e razzista: non è vero che non la libera circolazione delle persone e le frontiere spalancate ancora prima dei lavoratori esteri a basso costo arrivano i delinquenti stranieri, non sia mai…

Fatto sta che il Consiglio federale, quello che “comprende” i problemi del Ticino, per primo aveva detto njet al potenziamento dell’effettivo delle Guardie di confine. Mica vorremmo rischiare di non sembrare sufficientemente “aperti” ed internazionalisti, facendo sollevare qualche sopracciglio ai balivi di Bruxelles, che sono i primi a fomentare l’invasione della Svizzera come valvola di sfogo occupazionale per nazioni limitrofe in bancarotta! Mica vorremmo che qualcuno pensi che gli svizzerotti non stanno facendo i primi della classe nell’applicazione degli accordi di Schengen,  che perfino gli Stati UE sospendono per motivi di sicurezza!

Il Consiglio federale, dunque, ha detto njet al potenziamento delle Guardie di confine. Il Consiglio nazionale, tuttavia, lo scorso aprile aveva approvato la mozione Romano con un’ampia maggioranza: 170 favorevoli e 14 contrari. Adesso la Commissione della politica di sicurezza del Consiglio degli Stati ha ancora detto njet, anche se solo per 7 voti a 6.

Certo: è presto per fasciarsi la testa, visto che un voto commissionale, oltretutto risicato, può ancora venire ribaltato dal plenum parlamentare. Tuttavia il No della commissione degli Stati è significativo. Specie se si pensa che si tratta della Camera dove siedono i rappresentanti dei Cantoni. Ebbene questi rappresentanti dei Cantoni, come pure il Consiglio federale, se ne fregano della sicurezza del Ticino. Che evidentemente viene reputato di serie B. Come pure i suoi abitanti.

Il fatto che rapinatori in arrivo da Oltreconfine, sempre più privi di scrupoli, che aggrediscono le persone nelle loro abitazioni, abbiamo trovato nel nostro Cantone il paese del Bengodi a causa delle frontiere spalancate con l’Italia, per i signori d’Oltralpe non è un problema. Non c’è necessità di agire. “Es besteht kein Handlungsbedarf”, per usare il tipico frasario bernese.

Prima bisogna valutare, soppesare, studiare – ovviamente tramite i consueti studi taroccati pro sacoccia per farsi dire che con le frontiere spalancate e con la devastante libera circolazione delle persone va tutto bene: un po’ come le indagini della SECO, tanto per farsi un’idea.

Poi, dopo che ci si sarà sentiti dire quello che si voleva sentire, ossia che non c’è  nessun problema, si rinuncerà a prendere qualsiasi misura! Questo è il modo in cui a Berna “comprendono” i problemi del Ticino!

O forse aspettano che in una qualche rapina messa a segno in abitazioni nel nostro Cantone da parte di delinquenti in arrivo da oltreconfine, ci scappi il morto!
Lorenzo Quadri

Via Sicura: automobilisti tartassati in nome del politikamente korretto: Criminalizzare per poi mungere

Come c’era da attendersi adesso si leva, quando i buoi sono ampiamente fuori dalla stalla, il coro di critiche contro il pacchetto Via Sicura approvato nei mesi scorsi dalle Camere federali. In particolare non piace alle associazioni automobilistiche  il tasso di alcolemia allo 0,1 per mille che si prevede di imporre ai giovani conducenti (primi tre anni) contro lo 0,5 che vale per tutti gli altri.
A parte che un neo-patentato non è necessariamente giovane, delle due l’una: o con lo 0.5 per mille di alcolemia si è in grado di guidare con la lucidità necessaria, e allora il tasso deve valere per tutti come finora, oppure non lo si è, e allora vuol dire che la soglia è troppo alta ed occorre cambiarla per tutti. Nel caso concreto l’ipotesi corretta è la prima.

Vendute lucciole per lanterne
In sede di dibattito parlamentare, il pacchetto Via Sicura è stato venduto come la risposta ad una lunga serie di atti parlamentari e di iniziative cantonali contro i pirati della strada, per i quali il tedesco ha coniato un termine specifico: “Raser”.

Si conosce la genesi degli atti parlamentari federali, come pure delle iniziative cantonali (che vengono adottate dai legislativi sulla base, a loro volta, di atti parlamentari di gran consiglieri). La trafila è la seguente: fatto di cronaca “eclatante”, atto parlamentare, visibilità mediatica per l’autore dell’atto parlamentare. Nel concreto, i casi di cronaca erano gli incidenti, magari con morti, causati dai pirati della strada.

Nessuno contesta gli interventi severi nei confronti dei pirati della strada. Questa esigenza, corretta, è stata però snaturata ed usata come grimaldello per fare tutt’altro. Oltre che per i pirati della strada, Via Sicura ha introdotto pesanti sanzioni per gli automobilisti “normali”, in un’ottica di criminalizzazione del comune cittadino che ha principalmente due scopi, uno economico ed uno ideologico. Quello economico è incassare le contravvenzioni sempre più salate. Quello ideologico è di  rendere la vita il più possibile difficile all’automobilista, “cattivo” per definizione, per costringerlo ad usare il trasporto pubblico “buono”. Questa impostazione, oltre che ideologica, ha anche un aspetto economico: avendo lo Stato investito cifre spropositate di denaro dei cittadini nei mezzi pubblici, è anche necessario fare il possibile per riempire questi mezzi; e se gli utenti non vengono con le buone, li si farà venire con le cattive. Non già migliorando le prestazioni del trasporto pubblico, ma andando a boicottare quello individuale. Ad esempio, se mai si farà il tram a Lugano, un progetto che tra l’altro nascerebbe già vecchio, poco ma sicuro che se ne vedrebbero delle belle.

Imposizioni ideologiche
Il principio ideologico – perché di operazione ideologica si tratta – che sta dietro a Via Sicura (mazzuolare gli automobilisti per costringerli ad usare il bus) è peraltro lo stesso che sta dietro, tanto per fare un esempio, al fallimentare piano viario luganese PVP, secondo il quale (progettisti dixerunt) bisogna buttare fuori le auto dal centro perché in centro si arriva col mezzo pubblico. Un’impostazione che ha portato le note conseguenze negative per le attività economiche del centro città, le quali non hanno mancato di far sentire le proprie vivaci, e giustificate, rimostranze.

Via Sicura è dunque l’ennesima espressione di quella mentalità che vuole penalizzare artificialmente il trasporto individuale e limitare la libertà dei cittadini con una valanga di regole di stampo statalista. Regole il cui obiettivo è quello di imporre il comportamento prescritto dai canoni ideologici del politikamente korretto: come se gli automobilisti fossero dei bambini da castigare e da mettere sotto tutela; come se i fondamenti stessi del nostro paese non fossero quelli della libertà e della responsabilità. E come se anche la strada non fosse, al pari della ferrovia, un servizio pubblico di uguale dignità – perché non ci può essere un servizio pubblico “buono” ed un servizio pubblico “cattivo”. La strada, piaccia o non piaccia, è servizio pubblico.

Contro la mentalità che vuole ridurre gli automobilisti al ruolo di mucche da mungere e contemporaneamente da criminalizzare (o meglio: da criminalizzare per giustificarne la mungitura, secondo il principio, già noto agli imperatori romani, di “tassare il vizio”) occorre battersi in occasione. Presto di occasioni ne avremo due: la votazione sulla vignetta autostradale  “deluxe” a 100 Fr a novembre,  e l’iniziativa popolare, attualmente in fase di raccolta firme, della “mucca da mungere”. Occasioni da non perdere.
Lorenzo Quadri

No alla vignetta a 100 Fr!

Autostrade: Leuthard & Co, ricatto vergognoso
No alla vignetta a 100 Fr!
Il collegamento A2-A13 c’entra come i cavoli a merenda: la ministra dei trasporti uregiatta ed i suoi scagnozzi tentano di confondere le acque per imbrogliare i cittadini

Il prossimo 24 novembre i cittadini saranno chiamati a votare sull’aumento a 100 Fr della vignetta autostradale. L’aumento servirebbe, secondo il Consiglio federale, a finanziare la ripresa di circa 370 km di carreggiate nella rete delle strade nazionali. Contro la vignetta a 100 Fr è stato lanciato il referendum (Udc e Lega), il quale referendum è riuscito alla grande. Di conseguenza, sarà il popolo a decidere sull’aumento del prezzo della vignetta.  Tuttavia, come “spesso e volentieri” accade quando ci sono di mezzo delle consultazioni popolari –  basti pensare ai precedenti delle votazioni sulla devastante libera circolazione delle persone – ecco che a Berna si gioca sporco. Nel caso concreto a giocare sporco è la ministra dei trasporti uregiatta Doris Leuthard ed i suoi funzionari. E il gioco sporco, ancora una volta, avviene ai danni del Ticino.

Infatti la ministra uregiatta ed i suoi funzionari hanno il coraggio di ricattare il nostro Cantone con il collegamento A2 – A 13. Ossia: niente nuove entrate (ca 385 milioni) con la vignetta “deluxe” uguale collegamento con il Locarnese rimandato sine die.

Il vergognoso ricatto, volto ad intimidire la popolazione e ad estorcere un voto positivo all’aumento della vignetta, è stato sbattuto sotto il naso del direttore del Dipartimento del territorio Michele Barra dal capo dell’Ufficio federale delle strade (USTRA) Rudolph Dieterle nell’incontro tenutosi nella capitale federale gli scorsi giorni. Ha fatto benissimo Barra a replicare che questo modo di agire non è accettabile.

Infatti, piaccia o non piaccia a Dieterle ed alla Doris, oggetto della votazione del 24 novembre non è il collegamento stradale A2-A13, bensì l’ammontare della vignetta. Il decreto oggetto di referendum è quello secondo cui il prezzo della vignetta deve passare a 100 Fr.   Non è affatto vero che la realizzazione dell’A2-A13 dipende dall’aumento del prezzo della vignetta a 100 Fr, perché per la costruzione di questa tratta, che è prioritaria, si possono trovare anche altre fonti di finanziamento. Infatti il travaso di fondi dalla strada alla ferrovia è miliardario. Ovvero, miliardi di Fr che vengono prelevati agli automobilisti per la realizzazione delle strade vengono spesi, invece, per la ferrovia. Basta ridurre questo travaso, ossia utilizzare i soldi degli automobilisti per lo scopo per cui vengono prelevati, e il problema è risolto! Altro che ricattare il Ticino! La mossa bernese è particolarmente squallida ed odiosa perché a fare le spese della vignetta a 100 Fr sarebbe proprio il nostro Cantone: infatti le strade cantonali e comunali verrebbero, ancora più di ora, prese d’assalto da frontalieri e/o padroncini che non vogliono pagare la vignetta Deluxe. Di questa preoccupazine, chiaramente espressa dai Comuni del Mendrisiotto, e sottolineata pure durante il dibattito parlamentare, il Consiglio federale ed i suoi scagnozzi (vedi Dieterle) se ne sono fregati alla grande. E adesso pretendono di ricattarci prendendo in ostaggio il collegamento A2-A13, che non è oggetto della votazione.

Di fatto  l’USTRA, con il beneplacito della ministra dei trasporti uregiatta, pretende di mettere il Ticino davanti alla seguente alternativa: se viene accettata la vignetta a 100 Fr, la viabilità viene ulteriormente mandata in tilt dai frontalieri che useranno le strade cantonali e comunali per non pagare la vignetta deluxe. Se non passa, salta il collegamento A2-A13. E’ chiaro che non ci facciamo intimidire da questo squallido modo di procedere. Il 24 novembre votiamo un No convinto all’ennesima rapina ai danni degli automobilisti!
Lorenzo Quadri