A danno degli automobilisti, ed in particolare di quelli ticinesi : Ricatti e rapine!

Come c’era da aspettarsi la ministra dei trasporti del PPDog Doris Leuthard prosegue con i ricattini sulla vignetta autostradale a 100 Fr. Evidentemente la preoccupazione per la votazione di novembre sul tema comincia a fare capolino…

Legare la vignetta a 100 Fr (ovvero due volte e mezza il costo attuale!) alla realizzazione degli investimenti stradali è un vero e proprio ricatto. Gli automobilisti, tramite dazi e sopraddazi sul carburante, versano ogni anno miliardi nelle casse federali: miliardi che dovrebbero venire utilizzati per le strade nazionali. Tuttavia una fetta importante di questi soldi viene impiegata per altri scopi: segnatamente per foraggiare il pozzo senza fondo delle ferrovie federali. E adesso la Doris ed i suoi portaborse, per finanziare la ripresa di 400 Km di strade cantonali nella rete nazionale, non solo battono cassa presso i già depredati automobilisti, ma si permettono addirittura di ricattare il Ticino: niente vignetta a 100 Fr? Niente collegamento A2-A13. Ma guarda un po’!

Qui i conti non tornano. Quando si trattava di effettuare investimenti nel resto della Svizzera, mica si è preteso di aumentare il costo della vignetta. Si è investito e basta. Quando invece arriva il turno del Ticino, ecco che si condiziona l’investimento all’approvazione di una nuova rapina ai danni degli automobilisti. Rapina assolutamente ingiustificata. Perché non è la strada a non essere in grado di finanziarsi. Sono le ferrovie che succhiano risorse dalla strada.

In più, la vignetta a 100 Fr avrà conseguenze deleterie per la viabilità del nostro Cantone. Infatti non solo gli italiani che vengono saltuariamente in Ticino, magari per fare shopping al Foxtown, di sicuro non saranno disposti a pagare 100 Fr di vignetta e quindi si riverseranno tutti sulle strade cantonali e comunali, intasandole. Ma la stessa  cosa la faranno anche i frontalieri ed i padroncini. Molti dei quali non si sognano di pagare la vignetta a 100 Fr, perché agli svizzerotti fessi non bisogna lasciare nemmeno un centesimo; vanno munti e basta. Risultato? Tutti sulle strade cantonali e comunali.

I sindaci dei Comuni del Mendrisiotto hanno manifestato chiaramente la loro preoccupazione, appoggiati dai consiglieri nazionali leghisti. Ma la Doris uregiatta ed i suoi portaborse hanno fatto orecchie da mercante. Come di consueto. I problemi del Ticino non esistono; ma quando mai! Va  tutto a meraviglia!
Nei giorni scorsi il sindaco di Lavena – Ponte Tresa ha corroborato pubblicamente queste preoccupazioni: gli italiani non si sognano di mollare 100 Fr per la vignetta, la quale «sarà un problema».

Sicché, se Leuthard pensa di ottenere un Sì ticinese all’ennesima rapina ai danni degli automobilisti tramite vignetta “deluxe”, forse ha fatto male i conti. Il prossimo 24 novembre, tutti a votare NO alla vignetta a 100 Fr.
Lorenzo Quadri

Consiglio degli Stati: la “Camera alta” tocca il fondo Naturalizzazioni ancora più facili!

Svilire il passaporto svizzero significa svilire la Svizzera: ma è proprio quello che vogliono i multikulturali politikamente korretti

Come c’era da aspettarsi, il Consiglio degli Stati ha recentemente deciso di seguire la sua commissione nella svendita del passaporto elvetico.
Il Consiglio nazionale, nella revisione della legge sull’acquisto e sulla perdita della cittadinanza svizzera, aveva giustamente inserito alcuni, seppur modesti, inasprimenti. Non è stata cosa facile, perché queste misure sono state oggetto di lunghe discussioni, sia nella commissione delle istituzioni politiche (dove la Lega è ben rappresentata da Roberta Pantani) che nel plenum. Con la $inistra che, come da copione, si opponeva ad ogni e qualsiasi giro di vite.

Gli inasprimenti riguardavano alcuni requisiti necessari all’ottenimento del passaporto rosso: in particolare la conoscenza non solo orale, ma anche scritta di almeno una lingua nazionale, gli anni trascorsi in Svizzera (almeno 10 e non 8 come proponeva il Consiglio federale) e il trattamento di favore nei confronti dei giovani stranieri (abrogazione della regola secondo cui gli anni passati nel nostro paese contano doppio nell’ottica della naturalizzazione).

Nodi rimasti irrisolti
Come abbiamo già avuto modo di scrivere, le modifiche  apportate dal Nazionale non costituivano certo una rivoluzione copernicana. Erano, anzi, ampiamente insufficienti. Infatti lasciavano irrisolte due questioni importanti. La prima è quella della perdita della cittadinanza svizzera. Chi l’ha ottenuta, e poi ha commesso gravi reati, dimostra di non essere integrato. Quindi la naturalizzazione è stata concessa senza che ce ne fossero i presupposti. Va quindi revocata, e l’ex neo-svizzero espulso dal Paese. L’altra questione è quella del doppio passaporto. Chi chiede di diventare cittadino elvetico deve obbligatoriamente rinunciare alla precedente nazionalità. Cosa che oggi non accade, col risultato che il naturalizzato, a dipendenza di quel che gli conviene, in base alla situazione contingente tira fuori “à la carte” l’uno o l’altro passaporto. Il naturalizzato si trova quindi di fatto avvantaggiato rispetto allo svizzero di nascita; ciò che chiaramente è inaccettabile.

Piccoli progressi buttati all’aria
Il Consiglio degli Stati ha però voluto buttare all’aria anche i piccoli passi nella direzione giusta che erano stati fatti dal Nazionale. Dando così un segnale deleterio: ossia che la Svizzera si svende. Del resto, le naturalizzazioni facili hanno almeno due obiettivi ben precisi.
 
Il primo è quello di rispondere ai Diktat del politikamente korretto: bisogna “aprirsi”, “tollerare” essere “multikulturali”. Sicché – tanto per dirne una – mentre in altri paesi, il cittadino straniero che non ha lavoro ed è a carico dello Stato sociale viene rimandato a casa propria nel giro di pochi mesi, da noi rischia addirittura di venire premiato tramite concessione del passaporto elvetico.

Il secondo è quello di taroccare le statistiche. In questo modo si raggiunge il triplice obiettivo di:
 
a)    Dare, sulla carta, l’impressione che la migrazione scriteriata sia un fenomeno meno ampio di quello che è in realtà: si fanno sparire i naturalizzati dalle statistiche degli stranieri;

b)    Ridurre artificialmente l’ampiezza numerica della criminalità straniera: il criminale neo-svizzero non figura come straniero che delinque, ma come svizzero che delinque;

c)    Idem come sopra per i fruitori di prestazioni sociali.

La realtà, piaccia o non piaccia ai politikamente korretti, è che abbiamo scriteriamente rinunciato a controllare l’immigrazione e che gli stranieri sono sovrarappresentati in modo clamoroso sia nelle statistiche della criminalità che in quelle dell’assistenza sociale.

Per ultimo, ma non da ultimo: agevolare le naturalizzazioni, come ha fatto il Consiglio degli Stati, vuol dire svilire il passaporto svizzero. Svilire il passaporto svizzero significa svilire la Svizzera. Ma è proprio questo l’obiettivo che i partiti $torici perseguono. Ormai da anni. La nostra identità e la nostra svizzeritudine vanno gradatamente cancellate per poterci disciogliere nel calderone europeo della multikulturalità completamente fallita.
Lorenzo Quadri

Asse ferroviario del Gottardo: Un corridoio da un miliardo

E, se non vogliamo che il principio “merci sul treno da confine a confine” vada a farsi benedire, ci toccherà pure pagare i costi delle opere in Fallitalia

Il cosiddetto corridoio di 4 metri, ossia l’adattamento, sulla tratta del Gottardo, del profilo delle gallerie ferroviarie e di altre infrastrutture ai grossi container, è passato al Consiglio degli Stati. Non si tratta propriamente di una bazzecola, in quanto il costo dell’operazione è di quasi un miliardo di franchi. Di questi, 230 milioni (280 secondo la versione degli Stati, che ne ha aggiunti 50 per la linea del Sempione) dovrebbero costituire un prefinanziamento alla Fallitalia, perché quest’ultima effettui le modifiche necessarie sul suo territorio. La ferrovia si sta nuovamente dimostrando un pozzo senza fondo? Lo abbiamo chiesto al consigliere nazionale leghista Lorenzo Quadri, membro della Commissione dei trasporti e delle telecomunicazioni del Consiglio nazionale. Dove, tra l’altro, l’oggetto arriverà all’ordine del giorno nella seduta del 20 ottobre.

Se si vuole continuare la politica di trasferimento delle merci dalla strada alla ferrovia – risponde Quadri – il corridoio di 4 metri è necessario. Già oggi il 60% dei trasporti avviene in grossi container che non possono transitare per l’asse del Gottardo. Si stima che il traffico merci aumenterà del 50% per il 2030. Se queste merci non potranno venire messe sul treno, viaggeranno su strada, intasando la nostra rete viaria. Gli operatori della logistica, in particolare Hupac, ritengono che senza il corridoio di 4 metri il trasbordo dalla strada alla ferrovia non potrà continuare.

Non esistono alternative alla modifica del profilo delle gallerie per realizzare il corridoio di 4 metri? Ad esempio tramite nuovo materiale rotabile?

Il Consiglio federale al proposito ritiene che ci sono solo progetti pilota, che non sono né autorizzati né testati sul mercato. Il nuovo materiale rotabile potrebbe costituire un complemento per migliorare l’offerta, ma non un’alternativa.

La cosa che disturba di più, ovviamente, sono i 230 o 280 (secondo il Consiglio degli Stati) milioni previsti per il prefinanziamento di investimenti in Italia.

Disturba eccome. Soprattutto in considerazione delle esperienze deleterie fatte con la vicina Penisola in materia di collaborazioni su opere ferroviarie. Pensiamo alla débâcle della tratta italiana della Stabio-Arcisate, o ad AlpTransit, il cui tracciato a sud di Chiasso appare a dir poco nebuloso.

L’Italia investe nella rete autostradale, non in quella ferroviaria. Tuttavia bisogna essere in chiaro su una cosa: se vogliamo che l’obiettivo “merci sul treno da confine a confine” venga raggiunto, occorre che anche in Italia vengano realizzate le infrastrutture necessarie. Altrimenti ci troveremo le stazioni di trasbordo in Ticino, sulla piana del Vedeggio, e verremo di conseguenza invasi dai TIR UE. La viabilità a sud di Lugano è già malridotta, anche a seguito dell’invasione dei frontalieri. Ci trovassimo in strada pure le merci, il sistema collasserebbe. Con conseguenze disastrose per la nostra piazza economica. Il trasbordo dalla strada alla ferrovia l’abbiamo voluto noi svizzeri. Quindi l’Italia ha gioco facile nel dirci: volete raggiungere gli obiettivi che vi siete prefissati? Allora pagate.

Una fattura salata…

Beh, se pensiamo che per AlpTransit spenderemo 24 miliardi, si tratta a questo punto di aggiungere l’1% (230 milioni) per far funzionare il sistema. Altrimenti, come detto, il rischio è quello di trovarci con le stazioni di trasbordo in Ticino, sulla piana del Vedeggio. Tra l’altro col risultato che nessun camion in transito andrebbe da Chiasso al Vedeggio per trasbordare: si dirigerebbe semplicemente verso Basilea su strada. Ancora una volta, quindi, il  nostro Cantone si trova tra l’incudine e il martello. E rischia grosso nel caso in cui qualcosa dovesse andare storto.

I 230 milioni sarebbero a fondo perso?

Si pensa alla modalità del prestito, ma è chiaro a tutti, perfino al Consiglio federale, che ben difficilmente questi soldi, se stanziati, torneranno all’ovile nei prossimi 20 anni. Ammesso e non concesso che torneranno mai indietro.

Alternative?

Visto che l’Italia continua a ricevere ingiustificatamente i ristorni delle imposte alla fonte di frontalieri per realizzare infrastrutture che non vengono realizzate poiché i ristorni finiscono a toppare buchi di gestione corrente, i 230 milioni si potrebbero trattenere da lì.
MDD

Per tutelare le vittime delle rapine in case: Rendere non punibile l’eccesso di legittima difesa

Grazie all’allargamento ad est dell’UE e alla devastante libera circolazione delle persone, ci siamo trasformati nel paese del Bengodi dei criminali stranieri. A ciò si aggiungono delle pene da barzelletta per i delinquenti (la scorsa settimana le Camere federali hanno tentato di correggere un po’ il tiro) e le prigioni a 5 stelle. Prigioni dove si offrono piatti da ristorante stellato Michelin, con carne almeno una volta al giorno (quando troppi ticinesi onesti devono  tirare la cinghia anche sulla spesa). Prigioni dove ci sono menù speciali per detenuti musulmani e vegetariani. Regimi carcerari con tanto di lezioni di ippica a  beneficio di stupratori assassini e appartamenti privati con allenamenti di thai boxe per giovani delinquenti stranieri.

Giustificato allarme lo suscitano, anche alle nostre latitudini, le rapine in casa. Rapine commesse da criminali privi di scrupoli, che entrano di proposito nelle abitazioni in presenza degli occupanti, per farsi consegnare con la violenza denaro o oggetti di valore. Le vittime sono non di rado persone anziane, prese di mira poiché più deboli.

Naturalmente prima di cambiare qualcosa si aspetterà che ci scappi il morto: ma, avanti di questo passo, non bisognerà nemmeno attendere troppo.

I delinquenti che aggrediscono i ticinesi nelle loro abitazioni, per la serie “ma tu guarda i casi della vita”, sono tutti stranieri.  Perché, grazie alla devastante libera circolazione delle persone, sono definitivamente finiti i tempi in cui il massimo della criminalità era il topo d’appartamento che operava durante le vacanze, e se la dava a gambe levate al minimo rumore.
Se siamo diventati il paese del Bengodi per delinquenti stranieri senza scrupoli è perché questi ultimi sanno bene – le voci circolano in fretta – di trovare in Ticino abitazioni sprovviste di sistemi di sicurezza e, nella denegata ipotesi in cui venissero beccati, di poter contare su un sistema sanzionatorio ridicolo.

Occorre quindi dare un giro di vite a livello di legge federale (codice penale) e la Lega dei Ticinesi si sta preparando. I cittadini aggrediti nelle proprie abitazioni devono essere messi in grado difendersi: ciò che tra l’altro farebbe anche da deterrente per i delinquenti.

Chi entra nelle nostre case per commettere una rapina deve sapere che lo fa a proprio rischio. Quindi non deve beneficiare di tutela da parte delle leggi. La legge deve proteggere le vittime e non i criminali. Già ora esiste il diritto alla legittima difesa. Chi però commette un eccesso di legittima difesa torna ad essere punibile. Questa situazione si trasforma in un’arma formidabile per i delinquenti: sanno che l’onesto cittadino, per paura di “eccedere” e quindi di venire criminalizzato lui (è il colmo), con buona probabilità rinuncerà a difendersi del tutto.

Questo vuol dire che un eventuale eccesso di legittima difesa del cittadino assalito da delinquenti in casa propria non deve essere punibile. Si creerebbe così un deterrente per i criminali e si darebbe maggiore sicurezza agli onesti.

Non siamo disposti ad accettare di  non essere più sicuri nelle nostre case perché gli autoproclamati detentori della morale da anni ci ripetono che bisogna “aprirsi” all’estero, e chi non condivide è un becero populista e razzista.

E che gli spalancatori di frontiere politikamente korretti non si sognino adesso di strillare al Far West: perché, se ci troviamo in questa situazione, la responsabilità è loro.
Lorenzo Quadri

Il 72% contro lo smantellamento Esercito, in Ticino un voto storico

Domenica scorsa la $inistra è stata randellata su tutta la linea

Il voto dello scorso fine settimana non è stato “storico” solo per quel che riguarda la decisione sul burqa. Anche la votazione sull’esercito è stata di quelle che lasciano il segno. E presentava delle analogie con quella sul divieto di burqa. Infatti anche in questo caso erano in gioco dei valori svizzeri: l’esercito di milizia e il principio del cittadino-soldato. E, alla fine, anche il principio della milizia in quanto tale.

Il fatto che in Ticino l’esercito abbia incamerato un consenso superiore al 70% è di per sé eccezionale. Il nostro Cantone infatti sui temi militari si è sempre espresso in modo tiepido, per usare un eufemismo. Questa volta si vede però che il messaggio è passato: si trattava infatti di prendere posizione per la salvaguardia, rispettivamente per la demolizione di un modello svizzero.
Prima della votazione lo si era detto chiaramente. Questa era una delle classiche votazioni che non era sufficiente vincere di misura. Serviva un ampio margine. Una vittoria risicata avrebbe infatti dato lo spunto agli smantellatori dell’esercito e della sicurezza per rilanciare a breve il tema, magari con qualche leggera modifica, secondo una tattica ben nota nella sinistra: far ripetere le votazioni ad oltranza fino a quando, per sfinimento, non si ottiene l’esito desiderato.
Con il 72% dei votanti che si sono espressi a favore dell’esercito di milizia, questo giochetto diventa più difficile (ma non per questo si può partire dal presupposto che i promotori abbiano recepito).

$inistra randellata

Importante è pure che la $inistra è stata randellata alla grande. Su tutti i fronti. Non è passata né l’assurda battaglia a difesa del Burqa (elevato, con supremo sprezzo del ridicolo, a simbolo di libertà), e neppure quella per smantellare l’esercito, mandando a ramengo la nostra sicurezza con l’obiettivo di renderci sempre più eurocompatibili.
Quindi il popolo ha detto in modo inequivocabile di no sia alla multikulturalità fallimentare (quella che pretenderebbe di far coabitare fianco a fianco modi di vita incompatibili, quella che rifiuta in nome del politikamente korretto di imporre le nostre regole all’immigrato) che allo sfascio di un ulteriore punto saldo della nostra identità e svizzeritudine: l’esercito, appunto.

Gli aspetti economici

Inoltre, per quel che riguarda l’esercito, oltre all’aspetto ideale c’è anche un importante aspetto economico: ossia gli indotti ed i posti di lavoro creati, anche nelle regioni discoste, che sono stati salvaguardati.

Al proposito degli indotti creati dell’esercito, la prossima battaglia da combattere sarà quella delle compensazioni in relazione ai nuovi aerei Gripen, (ammesso che vengano definitivamente accettati in un’eventuale votazione popolare). Lì ci sono 250 milioni di Fr di lavori che spettano all’economia ticinese: bisogna però fare attenzione a non farci fregare, ossia bisogna assicurarsi che queste commesse – che devono significare anche posti di lavoro nel nostro Cantone – arrivino veramente. E che non ci sia qualcuno che fa il furbo lasciando il Ticino ancora a bocca asciutta. Occorrerà dunque provvedere affinché rappresentanti del nostro Cantone possano concretamente essere presenti ed influire là dove vengono prese le decisioni e dove si controlla la distribuzione delle risorse.

Lorenzo Quadri

Lugano: esplodono i costi dell’assistenza: Per il 2014 si rischia una fattura doppia rispetto al 2012

L’esplosione dei costi fa è la diretta conseguenza dell’impennata dei casi, per cui possiamo ringraziare la devastante libera circolazione delle persone che ha portato all’invasione da parte di frontalieri e padroncini

A seguito della devastante libera circolazione delle persone, il mercato del lavoro ticinese sta andando rapidamente a ramengo. Non ci vuole certo un premio Nobel dell’economia per accorgersene. E’ evidente che i 60mila frontalieri e le decine di migliaia di padroncini (previste 38mila notifiche entro fine anno) lavorano a scapito dei ticinesi, delle ditte e degli artigiani residenti in questo Cantone.

Il numero dei frontalieri in Ticino in quindici anni è raddoppiato, ma i posti di lavoro non sono di certo raddoppiati nello stesso intervallo di tempo. Anzi: da anni ormai il numero dei nuovi posti di lavoro creati annualmente è inferiore al numero dei nuovi frontalieri. Dimostrazione matematica che il soppiantamento è una realtà.

Da tre milioni a sei

I risultati si vedono. Il numero dei ticinesi in assistenza schizza verso l’alto. Il caso di Lugano è emblematico e, allo stesso tempo, è significativo per il Ticino.
Nel 2010 la partecipazione comunale alle spese per l’assistenza (20%) era di 2.2 milioni di Fr. Nel 2011 era di 2.6 milioni. Nel 2012 di 3.3 milioni.

Per il 2013 si prevedono quasi 4.7 milioni: cifra comprensiva dello scaricabarile del Cantone che ha aumentato il tasso di partecipazione dei Comuni al 25%, d’accordo. Ma è evidente che l’aumento della partecipazione non spiega una tale crescita.
Come se non bastasse il Cantone vorrebbe accollare nel 2014 un altro 5% in più sui Comuni. Sommando l’ennesimo “regalo” bellinzonese al trend di crescita dei casi d’assistenza, si prevede di arrivare ad una spesa di 5.8 milioni l’anno per il 2014. Quasi il doppio rispetto al 2012!

Non c’è lavoro

Questa esplosione della partecipazione del Comune alle spese di assistenza ha un motivo chiaro e facilmente identificabile: l’aumento del numero delle persone senza lavoro e che esauriscono le prestazioni dell’assicurazione contro la disoccupazione (oppure non ne hanno diritto). Si trovano pertanto nella condizione di doversi rivolgere all’ultima spiaggia.
Questo accade perché in Ticino non c’è lavoro per i residenti, grazie alla devastante libera circolazione delle persone e alla conseguente invasione di frontalieri e padroncini. Quella libera circolazione che, secondo i suoi promotori, avrebbe permesso ai giovani ticinesi di “trovare lavoro a Milano”. Come no.

Protezionismo necessario

In queste condizioni di emergenza, una moratoria al rilascio di nuovi permessi G è indispensabile. Mentre l’ente pubblico, città di Lugano compresa, dovrà preoccuparsi di sostenere i propri cittadini che non hanno un impiego. I programmi d’inserimento professionale dovranno venire come minimo mantenuti sul livello attuale. Inoltre occorrerà dotarsi degli strumenti necessari per premiare (anche tramite ritorni positivi d’immagine) quelle aziende che assumono residenti e per mettere meglio in comunicazione domande ed offerte di lavoro, come pure per poter prevedere in quali settori si annunciano assunzioni ed in quali licenziamenti.

Insomma, bisognerà fare promozione economica. Ma sul serio. E bisognerà anche fare protezionismo: al proposito basta ispirarsi a quello che fanno i vicini a sud.
Lorenzo Quadri

“Il pendolarismo del pieno inquina”: e i 60mila frontalieri no?

Discriminazione italiana nei confronti della Svizzera, le perle della ministra del 5%

La scorsa settimana, dalla vicina Penisola è giunta l’ennesima misura di sabotaggio economico contro la Svizzera. Ossia il massiccio aumento dello sconto sulla benzina per i distributori della fascia di confine italiana, misura esplicitamente voluta per annullare la differenza di prezzo dalle due parti della frontiera, con l’obiettivo di cancellare il fenomeno del cosiddetto “pendolarismo del pieno”. Il pendolarismo del pieno è uno dei pochi vantaggi di cui beneficia il Ticino, segnatamente il Mendrisiotto, a seguito della vicinanza con l’Italia. Quella presa dalla regione Lombardia è chiaramente una misura all’insegna del protezionismo. Di quelle che dovremmo prendere anche noi, a tutela della nostra economia, visto che, grazie ai devastanti accordi bilaterali, ci siamo “aperti” a nostro danno; e siamo stati gli unici a farlo. I nostri vicini se ne sono guardati bene.
Visto che questa iniziativa antisvizzera non bastava, ecco che i nostri cari vicini hanno avuto la bella pensata di prenderne subito un’altra: ossia il piano contro l’emigrazione in Svizzera delle aziende italiche.

Nel frattempo, il governatore della Lombardia arrivava tranquillamente in Ticino ad incontrarsi col Consiglio di Stato dove, tra una pacca sulle spalle e l’altra, si chiamava  fuori dalla débâcle della ferrovia Stabio-Arcisate: gli svizzerotti pagheranno 200 milioni di franchetti, di cui 100 dei ticinesi, per una ferrovia monca. L’Italia, che costruisce strade e non ferrovie, se ne frega. E’ chiaro quindi che la presa per i fondelli continua.

Come al solito, “sa po’ mia”

Sull’intervento della Regione Lombardia sui prezzi della benzina nella fascia di confine italiana, sono tempestivamente intervenuti i consiglieri nazionali leghisti Quadri e Pantani che hanno chiesto lumi al Consiglio federale. In particolare non si capisce proprio perché l’Italia si possa permettere interventi di tipo protezionista, ovviamente a nostro danno, mentre noi non possiamo mai prendere alcuna misura per tutelarci.

La risposta alle domande leghiste da parte della ministra del 5% è stata quella che ci si poteva aspettare, ossia il consueto njet. A difesa dell’economia del Mendrisiotto non si muove un dito. L’Italia può fare quello che le pare e piace, la misura anti-distributori del Mendrisiotto non è contestabile,  non si possono prendere provvedimenti e via elencando. Siamo solo noi che non possiamo mettere in atto misure protezioniste. Gli altri, misteriosamente, “possono”. Come da copione. Ogni volta che si tratta di intervenire a favore del Ticino la risposta è sempre la medesima, ossia “sa po’ mia”.

I nostri vicini possono sempre tutto. Noi non possiamo mai niente.

C’è inquinamento e inquinamento…
Non ancora contenta di queste brillanti argomentazioni, la ministra del 5% si è sentita in dovere di aggiungere la seguente: non si interviene a tutela dei distributori del Mendrisiotto perché il pendolarismo del pieno inquina. Ah, ecco. Il pendolarismo del pieno, che per lo meno porta soldi, inquina. E i 60mila frontalieri che ogni giorno arrivano in Ticino, naturalmente uno per macchina, invece non inquinano. Idem le migliaia di padroncini che hanno invaso il Ticino. Figuriamoci. Secondo la Consigliera federale non eletta, dai tubi di scarico dei veicoli di frontalieri e padroncini esce essenza di violette e chanel nr 5. L’inquinamento di chi porta soldi è un problema, quello di chi porta via il lavoro ai residenti invece va benissimo.

Pur di giustificare il menefreghismo e l’inazione nei confronti del nostro Cantone, ci si arrampica sui vetri. E i risultati sono, semplicemente, penosi.
Lorenzo Quadri

Controlli sui padroncini: su 27 fermati, 27 irregolari!: I posti di blocco al confine devono essere quotidiani!

Giovedì mattina la polizia cantonale, in collaborazione con le guardie di confine, le dogane, le polizie comunali di Stabio, Mendrisio e Chiasso e l’Ufficio cantonale della manodopera estera, ha effettuato un’operazione di controllo in grande stile ai valichi doganali. Obiettivo: individuare i padroncini non in regola.

Bravo Norman Gobbi! Questa è una di quelle iniziative cui bisogna plaudire. Una di quelle iniziative che dovrebbero avere luogo quotidianamente. Soprattutto in considerazione dell’esito: su 27 padroncini controllati, 27 non erano in regola. Quindi un tasso di irregolarità del 100%! Questa è la dimostrazione di quel che la Lega ed il Mattino hanno sempre detto e scritto, e già in tempi non sospetti. Con la devastante libera circolazione delle persone,  ammoniva il nostro movimento, verremo invasi da padroncini che lavorano in nero. Ma naturalmente erano tutte frottole della Lega populista e razzista.

L’esito allarmante del controllo effettuato, con un tasso di abuso accertato del 100%, deve far scattare l’allarme rosso. Anche ai balivi SECO. Chiediamoci infatti: cosa farebbe la Confederazione se la totalità dei cittadini non pagasse l’imposta federale diretta, o rifiutasse di prestare servizio militare, o altro ancora? Forse che direbbe che va tutto bene? Forse che starebbe a guardare? No di certo!

Invece i padroncini  totalizzano un tasso di illegalità del 100%, ma da Berna ci ripetono, come dei dischi rotti, che la libera circolazione delle persone va tutto bene, che dalle statistiche (nota bene, non dalla realtà: dalle statistiche taroccate) non emergono scompensi, e via farneticando.

Da notare poi – e questo è un ulteriore incentivo a procedere a controlli quotidiani al confine – che i padroncini ed i frontalieri incolonnati (la coda giovedì mattina ha raggiunto i 6 km: bene!) hanno anche avuto il coraggio di protestare, dichiarando che l’iniziativa sarebbe stata una “ritorsione svizzera all’aumento dello sconto sulla benzina nella fascia di confine deciso dalla Lombardia”. Magari fosse stato così. Purtroppo la parola ritorsione sembra non esistere nei vocabolari dei nostri governanti. Il fatto che gli amici a sud abbiano subito pensato, purtroppo sbagliando, ad una “contromisura” elvetica, indica però che hanno la coda di paglia. Ed a ragione.

Infatti, la vicina ed ex amica Penisola non perde un’occasione per sabotare la piazza economica e finanziaria svizzera (pensiamo solo agli ultimi esempi: sconto benzina e misure per evitare il trasferimento in Svizzera di aziende italiane), ci fa invadere da frontalieri e padroncini che vengono esplicitamente invitati a fare concorrenza sleale ai ticinesi, non applica nemmeno per sbaglio la reciprocità nei devastanti accordi bilaterali di modo che oltreconfine le aziende ticinesi non battono un chiodo, se ne infischia degli accordi presi  con il nostro Paese, vedi lo sfacelo della tratta italiana della ferrovia Mendrisio-Malpensa e del proseguimento a sud di AlpTransit; e l’elenco potrebbe continuare. Ciononostante, frontalieri e padroncini, che mangiano grazie alla Svizzera, hanno il coraggio di alzare la cresta davanti ad un controllo che non solo è legittimo, ma è assolutamente necessario: ed infatti ne emerge un tasso di irregolarità del 100%!

Per questo ripetiamo: i posti di blocco ai nostri confini dovrebbero essere permanenti, perché è  tempo ed ora di cominciare a richiudere le frontiere che sono state scriteriatamente aperte.

Questi controlli costano? La fattura la paga la Confederazione, andando a decurtare gli assurdi contributi che ci ostiniamo a versare all’UE senza alcun motivo plausibile.
Lorenzo Quadri

Ticino, passa alla grande il divieto di Burqa nella Costituzione: Una chiara scelta di campo

Lo scorso fine settimana il Ticino ha espresso un voto storico, decidendo con ampia maggioranza di vietare il burqa e di introdurre questo divieto nella costituzione.

Si tratta di un voto storico non solo perché è la prima volta che una norma di questo genere viene decisa in sede popolare (quelle esistenti, ad esempio in Francia, sono state votate da parlamento) ma anche perché si tratta di un voto che costituisce una chiara scelta di campo.
Il Ticino ha dunque deciso di saltare il fosso e di allontanarsi dalla logica della multikulturalità completamente fallita. Quella secondo cui l’immigrato ha solo diritti e non doveri, al punto da potersi permettere di rifiutare quelli che sono i fondamenti del nostro Stato di diritto, a partire dall’uguaglianza tra uomo e donna, e di ostentare questo rifiuto (disprezzo?).

La $inistra ed in particolare quella femminista (?), i moralisti a senso unico, i politikamente korretti, pur di non imporre nemmeno le minime limitazioni all’immigrato che, a parer loro, in casa nostra deve poter fare tutto quello che gli pare, si sono prodotti in tesi che oscillano tra il ridicolo ed il patetico: ad esempio sostenere che il burqa sarebbe un “simbolo di libertà”. Simili tesi, che tra l’altro non sono nemmeno di sinistra, sono state identificate e ricompensate dalle urne come meritavano.

Il voto di domenica è un voto a sostegno della nostra società laica e liberale (non in senso partitico) e uno stop a chi la vuole demolire in nome della multikulturalità. Multikulturalità che significa semplicemente smontare la nostra identità per permettere a persone straniere in arrivo da paesi lontani di trovare tabula rasa e quindi terreno fertile per imporci le loro regole: spazzando via i risultati di secoli di lotte. Le libertà ed i diritti di cui godiamo non sono infatti scesi dal cielo. Sono state ottenute a caro prezzo da chi ci ha preceduti.

Fa quindi specie, ma fa anche un po’ pena, che chi ha annunciato in pompa magna sulla stampa nazionale di voler lanciare il referendum contro gli accordi Svizzera-Cina a causa del mancato rispetto dei diritti umani da parte di Pechino abbia fatto comunella, in funzione antileghista, con chi invoca il diritto di picchiare le donne, con chi approva la lapidazione, la poligamia ed altre simpatiche e civilissime usanze. Che poi nelle scorse settimane ci siano stati religiosi, cattolici e protestanti, che si sono schierati a favore del burqa dichiarando che la nostra democrazia dovrebbe adattarsi all’Islam, spiega ulteriormente il perché le Chiese sono sempre più vuote.

Una menzione la meritano anche colo che, dopo la votazione, hanno reputato intelligente dichiarare che, con il divieto di burqa, le donne costrette ad indossarlo non verranno più fatte uscire di casa dai mariti. Tale affermazione conferma che:

1)    il burqa non è libera scelta ma oppressione;
2)    il multikulturalismo è completamente fallito, se in Ticino ci sono dei gruppi di immigrati le cui donne vivono segregate in casa.

Quindi, per l’ennesima volta, la Lega aveva ragione. Chi vuole vivere secondo le regole dell’Afghanistan non si trasferisce in Svizzera: va in Afghanistan.

E’ poi il colmo che, mentre nei paesi arabi le donne senza velo non girano, e se non ti va bene è così lo stesso, noi dovremmo star qui a farci le paturnie sulla conformità al diritto superiore del divieto di burqa (conformità che è comunque data).

Per lo storico risultato di domenica, un ringraziamento deve andare, oltre ai ticinesi che hanno votato per il divieto di burqa, anche a chi questo divieto l’ha avversato. Individui quali Nicolas Blancho (un convertito fanatico che se ne va in giro a dire che picchiare le donne è un diritto),  l’avvocato luganese tuttologo presso la R$I, l’arciprete di Chiasso: è sicuramente grazie al loro strenuo sostegno al burqa “simbolo di libertà” che l’iniziativa per vietarlo ha guadagno ulteriori percentuali di votanti.
Lorenzo Quadri

“Favorire le aziende che assumono residenti? Non se ne parla neanche”

Ecco la “comprensione” di Berna nei confronti dell’invasione da Oltreconfine che sta devastando il Ticino
“Favorire le aziende che assumono residenti? Non se ne parla neanche”
Tutte le proposte a tutela del mercato del lavoro del nostro Cantone vengono respinte con l’argomento che bisogna prendere “altre misure”. Quali siano queste “altre misure”, però, nessuno lo dice. E nessuno lo sa

Le dichiarazioni di “comprensione” per i problemi del Ticino, messo a ferro e fuoco dall’invasione di padroncini e frontalieri e vergognosamente lasciato allo sbaraglio da chi – Confederazione – questa situazione l’ha creata, continuano a non tradursi in niente di concreto. Un’ulteriore dimostrazione è giunta lunedì pomeriggio in Consiglio nazionale.
Con una novità: alla comprensione ipertricotica (pelosa) viene ora aggiunto il “benaltrismo”. Ossia, le dichiarazioni (anche vagamente spocchiose) che, per tutelare il Ticino, bisogna fare “altro” rispetto a quello che viene proposto.  Ovviamente senza mai dire in cosa consisterebbe questo “altro”.
Intanto vale forse la pena segnalare che, commentando l’esplosione del numero dei padroncini italiani che lavorano in nero in Ticino (perché di ciò si tratta, visto che questi “operatori” le tasse e gli oneri sociali non li pagano da nessuna parte), anche il Corrierone del Ticino, sull’edizione di lunedì, usa il termine “invasione”. Ma come, non dovevano essere tutte panzane della Lega populista e razzista?

Premiare la responsabilità sociale
L’ultimo, prevedibile, episodio che stride con le dichiarazioni di comprensione da parte della Confederazione è il trattamento riservato dal Consiglio federale alla mozione del sottoscritto che chiedeva un buon esempio da parte dell’ente pubblico.
 Si chiedeva in sostanza che, tra i criteri di valutazione nell’attribuzione di lavori pubblici, si introducesse anche quello relativo alla manodopera residente. In parole povere, l’azienda che fa lavorare residenti deve essere avvantaggiata, nell’attribuzione di mandati pubblici, rispetto a quella che assume frontalieri a go-go. Infatti chi lascia a casa i ticinesi e arruola frontalieri pagati 2000 Fr al mese per un lavoro a tempo pieno, può anche comprimere i costi e dunque fare offerte concorrenziali. Ma è corretto che sia l’ente pubblico a premiare simili atteggiamenti, considerando praticamente solo il prezzo di un’offerta e non tutto il resto? La risposta non può che essere negativa. Nell’attuale situazione di emergenza (che ormai solo la SECO e il domenicale antileghista redatto da frontalieri hanno la tolla di negare) il primo a dare dimostrazione di responsabilità sociale deve essere proprio lo Stato. E lo deve fare premiando quei datori di lavoro che non vanno ad assumere oltrefrontiera: perché si rendono conto che, lasciando a casa i residenti per sostituirli con frontalieri, arrecano un danno enorme al tessuto sociale in cui operano.
Ma naturalmente il Consiglio federale simili discorsi non vuole nemmeno sentire. Di conseguenza spolvera, con fantasia devastante, la solita manfrina della parità di trattamento. Parità di trattamento vuol dire trattare allo stesso modo quel che è uguale. Ma vuole anche dire trattare diversamente ciò che è diverso.
 E chi specula sulla manodopera a scapito della collettività da cui vorrebbe ottenere mandati, non può certo ricevere lo stesso trattamento di chi si sforza di dare opportunità lavorative ai ticinesi. Con i costi che ne derivano.

La fiera del “benaltrismo”
Nel confermare la contrarietà del Consiglio federale alla proposta, la ministra del 5% ha dichiarato di essere al corrente della situazione problematica in Ticino (“comprendiamo”) tuttavia, a suo dire, bisogna prendere “altre misure” per tutelare il mercato del lavoro del nostro Cantone. Insomma, qualsiasi proposta venga portata, non va mai bene. Bisogna sempre fare “ben altro”. In cosa consista questo “altro”, però, nessuno si sogna di dirlo, né di pensarci. Se il Consiglio federale avesse veramente intenzione di sostenere il Ticino, darebbe mandato alla SECO di formulare, invece delle solite statistiche taroccate, delle proposte concrete a tutela del mercato del lavoro ticinese.
Alla “comprensione” del Consiglio federale, ormai è chiaro, non ci crede più nessuno. Si tratta di vacue dichiarazioni fatte nell’intento di tener buoni i ticinesi, ma il trucchetto ha smesso di funzionare da un bel pezzo.
Al momento della votazione in consiglio nazionale sulla  mozione per privilegiare, nell’attribuzione di lavori pubblici, le ditte che assumono personale indigeno, 67 deputati si sono espressi a favore della proposta, 114 hanno votato contro e 9 si sono “coraggiosamente” astenuti.
Il gruppo Udc, che i kompagni accusano di non volere le misure accompagnatorie ai devastanti accordi bilaterali, ha sostenuto compatto la proposta. Per contro a $inistra si è levato solo qualche timido consenso. In casa PLR e PPD, buio pesto o giù di lì.
 Questo tanto per chiarire come stanno le cose in vista dei prossimi appuntamenti elettorali.
Lorenzo Quadri

Ci sono delle responsabilità e di responsabili: Porte spalancate ai delinquenti stranieri

I nodi, come sempre, prima o poi vengono al pettine.  Anche quelli che dovevano essere tutte invenzioni della Lega populista e razzista.

Nei giorni scorsi è quindi scoppiato, o meglio ri-scoppiato, perché non si tratta certo di una novità, il caso dei permessi di dimora (permessi B) rilasciati senza alcuna verifica a pregiudicati UE che poi ne approfittano per trasferirsi nel nostro paese ed inziarvi delle attività criminose. Non solo: grazie a questi permessi il titolare cittadino UE riesce pure a mettersi a carico del nostro stato sociale, ed anche ad approfittare del ricongiungimento familiare per mettere anche il proprio parentado a carico del contribuente elvetico.

A dare il là è stata la cronaca del processo ai due spacciatori stranieri insediati a Bodio, con le  conseguenti esternazioni  del giudice Villa sul modo in cui vengono rilasciati  i permessi B. Senza alcun controllo sui precedenti penali dei richiedenti. Perché questo impone la libera circolazione delle persone.

Si sia trattato di tentativo di attacco politico da parte di un magistrato PLR nei confronti del dipartimento delle Istituzioni guidato dal leghista Gobbi, o di semplice indignazione senza secondi fini, non cambia la sostanza.

La sostanza è che ci ritroviamo in una situazione che contraddice i più elementari principi di equità e di buonsenso. Una situazione che grida vendetta. A tutti i bambini del mondo viene insegnato, e giustamente, di non fare entrare in casa degli sconosciuti. Ecco che questa elementare regola viene gettata a mare per quel che riguarda il nostro Paese, che è poi la nostra casa. Gettata a mare senza nessun motivo plausibile. O meglio, con l’unico motivo che alla Svizzera è stato fatto sottoscrivere un accordo internazionale deleterio.

L’accordo bilaterale sulla libera circolazione delle persone infatti (sempre lui!) vieta che, a quanti richiedono di stabilirsi in Svizzera, venga sistematicamente chiesto di presentare un estratto del casellario giudiziario. La presentazione dell’estratto non può essere presupposto per il rilascio del permesso. La richiesta non è fattibile in automatico dall’ufficio preposto. Deve essere motivata e supportata da concreti argomenti.
 
Ora, il minimo che si può pretendere da chi vuole stabilirsi in Svizzera, ed è proprio il minimo, è che renda credibile di non essere un delinquente. Quindi che esibisca l’estratto del proprio casellario giudiziale. Eppure questa richiesta, veramente minima e lapalissiana, in regime di devastante libera circolazione delle persone è ingiustificata. Guai! Populismo e razzismo! Bisogna fidarsi dell’autocertificazione, ma osiamo sperare che perfino i bernesi, per quanto non propriamente fulmini di guerra, siano in grado di rendersi conto che un delinquente che vuole venire in Svizzera per continuare la propria attività criminosa magari mettendosi pure a carico dello stato sociale, perché tanto gli svizzeri sono fessi e non si accorgono di niente, mica lo viene a dire di essere un pregiudicato!

Ecco dunque fino a che punto è stata svenduta la nostra sicurezza. Ecco fino a dove si e ci spingono politiche migratorie scriteriate. La Svizzera non deve poter difendere le proprie frontiere: non saremmo mica così razzisti da pretendere che i paesi stranieri si tengano in casa i propri delinquenti senza la possibilità di scaricarne un po’ a noi!

Adesso anche nei compassati ambienti giudiziari ci si rende conto con scandalo del vicolo cieco in cui la libera circolazione ci ha infilati. La situazione attuale, però, non è piovuta dal cielo. La libera circolazione delle persone qualcuno l’ha voluta, votata e fatta votare. Sempre qualcuno ci ha mandati allo sbaraglio inculcandoci, in decenni di lavaggio del cervello politikamente korretto, che difendere il proprio territorio è roba da beceri populisti e razzisti.  Ci sono delle responsabilità. E ci sono dei responsabili. Di questo non dobbiamo dimenticarci mai.
Lorenzo Quadri

Anthamatten, Carlos, regimi speciali per i delinquenti: Basta con il buonismo ad oltranza

Adesso su Fabrice Anthamatten, lo stupratore recidivo condannato a 20 anni di carcere che ha ucciso la sua terapeuta con la quale era stato mandato in ippoterapia, se ne sentono di tutti i colori. Pare che chiunque fosse al corrente della pericolosità del soggetto, che, a quanto risulta, si intratteneva con il sadico di Romont e con altri personaggi del genere. Non ci voleva dunque molto a rendersi conto che si trattava di un delinquente tutt’altro che redento. Del resto, solo a guardarne la foto segnaletica, viene il sospetto che le teorie di Lombroso sull’antropologia criminale non fossero poi tanto sbagliate.

Eppure, malgrado tutto, perfino ad un simile individuo venivano concesse agevolazioni a tutto andare. Compresa l’ippoterapia. A quanti onesti cittadini piacerebbe andare a cavallo, ma non possono permetterselo? Lo stupratore recidivo e adesso pure assassino invece poteva: con i nostri soldi. Provi uno chiunque di noi a chiedere all’ente pubblico di pagargli le lezioni di equitazione, poi vediamo la risposta…

Fiumi di denaro per delinquenti

Non solo allo stupratore pericoloso si accordavano libertà assolutamente fuori da ogni logica e buonsenso, ma il trattamento speciale di cui godeva era pure costoso. Quindi mentre il cittadino onesto viene sempre più tartassato, criminalizzato (soprattutto se automobilista) e invitato ad arrangiarsi se in difficoltà, il delinquente è assistito e favorito; perché deve (?) essere aiutato. Si va nel paradosso che il criminale è più protetto della vittima. Questo è il risultato di decenni di ottusa ideologia buonista promossa, ma guarda un po’, dalla $inistra del politikamente korretto. Il risultato è che ingenti quantitativi di denaro pubblico – che poi mancano per i bisogni dei cittadini – vengono scialacquati a vantaggio dei delinquenti. In queste operazioni, naturalmente, c’è chi ha il  proprio tornaconto. Trattasi di chi le promuove. Esse permettono infatti di gonfiare ad oltranza il settore sociale (pubblico) creando posti di lavoro e riserve di voti per i soliti noti.

A furia di tirare la corda…
Era chiaro che prima o poi, a furia di tirare la corda, si sarebbe giunti alla rottura. Il caso di Carlos, il 17enne criminale straniero il cui “regime speciale” da figlio del sultano del Brunei concessogli da autorità giudiziarie bacate costava al contribuente 29mila Fr al mese, è la dimostrazione di come il sistema, autoalimentandosi, abbia ormai perso ogni rapporto con realtà e buonsenso.

Sul politikamente korretto, quello che ha imposto l’apertura scriteriata delle frontiere, oltre alla beatificazione dei delinquenti, bisogna fare non uno, ma vari passi indietro. Il delinquente non può essere considerato una vittima della società cattiva (?) per definizione. Il delinquente è un delinquente, e come tale va trattato.  Il cittadino medio non può comprendere che, mentre da lui si pretendono “lacrime e sangue” chi proprio “non merita” venga invece sostenuto in tutti i modi. Per i regimi speciali “alla Carlos”, per l’ippoterapia agli stupratori i soldi si trovano, mentre all’uomo comune si tagliano i sussidi di cassa malati. E il cittadino medio non può nemmeno comprendere che, mentre lui viene lasciato allo sbaraglio in un mercato del lavoro devastato dall’invasione da Oltreconfine (perché, in nome del buonismo e del politikamente korretto,  bisogna “aprirsi”, e chi osa dissentire viene denigrato come becero populista e razzista) al delinquente, specie se straniero, vengano invece costruiti ponti d’oro perché si reinserisca nella società. Lo Stato aiuti i cittadini onesti e punisca i criminali. Stravolgere questo principio elementare non può che portare ad una reazione di rigetto. Per aver voluto, in nome del politikamento korretto e del tornaconto personale di alcuni,  una società che perdona tutto, si avrà una società che non perdona nulla.
Lorenzo Quadri

Ancora una volta, politicanti contro la Svizzera Consiglio degli Stati: «Avanti con l’immigrazione scriteriata»!

Come da copione, il Consiglio degli Stati, pomposamente definito “Camera alta”, ne combina peggio di Bertoldo.

Dopo aver cancellato i (modesti) inasprimenti faticosamente decisi dal Nazionale in materia di naturalizzazioni facili, adesso strilla il proprio sì convinto alla devastante politica delle frontiere spalancate. Quella che ci riempie di delinquenti stranieri e di persone con permesso B che si mettono in assistenza (quando invece dovrebbero essere in Svizzera per lavorare).
Del resto è solo di ieri la notizia che, a causa dell’aumento dei furti nelle abitazioni – sempre più spesso accompagnati da azioni violente e prive di scrupoli – i premi assicurativi saliranno. E nümm a pagum. Ma gli autori di furti con scasso nelle abitazioni, piaccia o non piaccia ai politikamente korretti, non sono patrizi di Mascengo.

Il Consiglio degli Stati ha quindi detto njet all’iniziativa popolare “contro l’immigrazione di massa” lanciata dall’Udc e sostenuta dalla Lega. Sull’iniziativa voterà comunque la popolazione. E non ci vuole molta fantasia per immaginare che i signori Senatori si beccheranno una remenata memorabile; la speranza è che i votanti se ne ricorderanno al momento delle elezioni.

Che la Svizzera debba tornare ad avere il controllo sull’immigrazione è il minimo, ma proprio il minimo. Tanto più che i campanelli d’allarme sono suonati da un pezzo. E il disastro emerge perfino dalle statistiche federali, quelle che tanto piacciono alla SECO: il tasso di criminalità e di assistenzialismo tra i cittadini stranieri è quasi doppio di quello degli svizzeri. E, grazie alla pratica delle naturalizzazioni facili, anch’essa sostenuta a spada tratta dal Consiglio degli Stati, le cifre risultano taroccate: infatti i neo-svizzeri spariscono dalle statistiche dei reati, dell’assistenza, della disoccupazione e dell’invalidità.

I Consiglieri agli Stati hanno dichiarato, neanche si trattasse della scoperta del bosone di Higgs, che in realtà con l’iniziativa si vogliono far saltare gli Accordi bilaterali. Quindi alla Camera alta si ammette che, in regime di Accordi bilaterali, la Svizzera ha completamente perso il controllo sui flussi migratori. Strano, quando si trattava di votare su questo tema, i rappresentanti dei partiti $torici dicevano ben altro.

E allora? Certo che i  bilaterali devono saltare. Quindi, se il popolo elvetico voterà l’iniziativa e la conseguenza sarà la denuncia da parte dell’UE del devastante trattato sulla libera circolazione delle persone, vorrà dire che si risparmierà la fatica di raccogliere le firme per far saltare i Bilaterali opponendosi all’estensione della libera circolazione delle persone alla Croazia.
La realtà è una sola: le aperture scriteriate in nome del politikamente korretto – si pensi solo alla querelle attualmente in corso sui permessi B rilasciati a delinquenti – sono state un fallimento su tutta la linea. Quindi, occorre cambiare rotta.
Lorenzo Quadri

La Deputazione ticinese a Berna convince il Nazionale. IVA: stop ai privilegi dei padroncini!

Come noto, attualmente i padroncini non sono tenuti a pagare l’IVA sulle prestazioni di valore inferiore ai 10mila Fr. Tra  l’altro questa soglia massima non è intesa come limite globale ma vale per ogni singolo lavoro. Sicché un mandato di importo superiore può, con un minimo sforzo di fantasia, venire spezzettato in modo da rimare al di sotto dei 10mila Fr.
Si tratta evidentemente di una discriminazione di artigiani ed imprese svizzere nei confronti di quelli dell’Unione europea. Svizzeri discriminati in casa propria, e questa sembrerebbe una barzelletta se non fosse un dramma. E’ chiaro che una cosa del genere può succedere solo nel nostro paese, grazie ai sette fenomeni bernesi.

Quindi, non solo i padroncini in arrivo da Oltreconfine possono permettersi di fare concorrenza sleale  agli operatori ticinesi non pagando né tasse né oneri sociali, e nemmeno gli stipendi in uso in Svizzera ad eventuali dipendenti, ma sono esentati anche dall’IVA.
Una situazione che è semplicemente insostenibile.

Tuttavia il Consiglio federale, pur essendo perfettamente consapevole del problema visto che il Ticino al proposito ha insistito più e più volte, avrebbe voluto andare avanti così in eterno. Perché? Perché porre rimedio sarebbe complicato. Quindi per tutelare il Ticino (ma anche altre regioni di frontiera) non si intende fare il minimo sforzo. Ci fosse però stata una discriminazione di artigiani e ditte estere, con lamentele da parte dell’Ue, possiamo stare sicuri che l’attivazione per tacitare i padroni di Bruxelles sarebbe stata immediata.

Tuttavia, contro la volontà del Consiglio federale, La deputazione ticinese a Berna è riuscita a fare in modo che il Consiglio nazionale votasse per l’eliminazione di questa assurda penalizzazione. Potrebbe sembrare un’ovvietà, ma così non è.

In sostanza, grazie ad un lavoro di lobbying da parte di tutti i suoi membri, la deputazione ticinese alle Camere federali è riuscita in un’impresa che, conoscendo la macchinosità delle procedure bernesi, non era di certo scontata. 

La richiesta di far pagare l’IVA anche ai padroncini è contenuta nella mozione Cassis. Tuttavia in parlamento le mozioni vengono messe in votazione in ordine cronologico. L’importanza del tema sollevato non riveste alcun ruolo.

Poiché il tema dell’invasione dei padroncini si fa sempre più urgente, la deputazione ticinese nelle scorse settimane aveva inizialmente scritto alla presidenza del Consiglio nazionale per chiedere di mettere la mozione all’ordine del giorno della sessione autunnale attualmente in corso. Ha ottenuto una risposta negativa: prima, figuravano in lista d’attesa 85 altre mozioni; che il Ticino attenda il suo turno.

Di conseguenza, la deputazione ha deciso di proporre una mozione d’ordine, per far mettere la mozione Cassis all’ordine del giorno. Facendo lobbying presso i gruppi parlamentari è stato possibile, la scorsa settimana, far approvare la mozione d’ordine. Data la rigidità delle procedure bernesi, non si tratta di un risultato scontato. 

Sicché giovedì si è votato sulla mozione per far pagare l’IVA anche ai padroncini. Malgrado l’opposizione della ministra del 5% Widmer Schlumpf, la demolitrice della piazza finanziaria e della sovranità svizzera si è presa una remenata memorabile, poiché la mozione è stata votata all’unanimità.
La deputazione ticinese è quindi riuscita a far capire a tutti i deputati del Consiglio nazionale che l’invasione dei padroncini in Ticino ha raggiunto proporzioni tragiche. Si tratta di un risultato importante.
Prima che la distorsione venga effettivamente eliminata, passerà ancora del tempo. Ma la decisione è chiara ed inequivocabile. Il Consiglio federale, volente o nolente, potrà solo conformarsi.
Lorenzo Quadri
Presidente deputazione ticinese alle Camere federali

Premi di cassa malati pagati in eccesso: Porgere sempre l’altra guancia?

Non ci sono motivi per essere soddisfatti della decisione del Consiglio degli Stati

Niente di nuovo sotto il sole. Il Consiglio degli Stati, come previsto, ha approvato il “minirimborso” ai Cantoni i cui cittadini, dal 1996 ad oggi, hanno pagato premi di cassa malati troppo elevati.
Questi premi andavano a tappare i buchi fatti in altri Cantoni, dove invece i premi erano troppo bassi. Oltretutto chi ha vissuto e vive  “alle spalle” di quelli (come noi) che pagano troppo, veniva anche lodato come virtuoso. Mentre gli abitanti dei Cantoni paganti, Ticinesi in primis, per anni sono stati rampognati ed esposti al pubblico ludibrio come spreconi e malati immaginari.
I nodi sono venuti al pettine. Ma, quando si tratta di arrivare al sodo, ecco che la montagna partorisce il topolino. Nel caso concreto, poi, è addirittura un toporagno.
Il risarcimento totale sarà di 800 milioni. Al nostro Cantone ne arriveranno 68. Quindi a noi ticinesi viene stuccata la somma, non proprio irrilevante, di 380 milioni.
 Inoltre, e questo puzza proprio di presa per i fondelli, i premi di casa malati 2014 aumenteranno anche per il Ticino.  E’ invece evidente che i premi per il nostro Cantone dovrebbero semmai rimanere bloccati fino al risarcimento agli assicurati di quanto pagato in eccesso. Per contro, altri Cantoni a cominciare dal Canton Berna – che oltre ad aver beneficiato di anni di premi scontati a nostre spese, oltre a disporre di posti federali  e di commesse della Confederazione a go-go, si cucca pure un miliardo di contributi perequativi all’anno – dovrebbero fare i conti con aumenti percentuali a due cifre. Questo non accade. Perché? Si prospetta l’ennesima fregatura?
Un altro aspetto non va dimenticato. E cioè che un terzo del minirisarcimento lo sborsa la Confederazione, quindi siamo ancora noi che ci autoversiamo il risarcimento.

Le foglie di fico di Berset
E’ poi abbastanza squallido che il Consigliere federale Berset, P$$, se ne esca a fare la verginella dichiarando pubblicamente che “non c’era la base legale” per intervenire prima che il ladrocinio ai danni del nostro Cantone raggiungesse livelli stellari. In realtà l’ufficio federale della sanità, che ogni anno approva i premi, per lustri  ha ostinatamente negato che ci fossero dei Cantoni che pagavano troppo e altri che di questi pagamenti extra ne approfittavano. Non sia mai, sono tutte panzane! Esattamente lo stesso atteggiamento della nefanda SECO nei confronti dell’invasione dei frontalieri e dei padroncini.

Poi, quando la realtà non poteva più essere negata, arriva il contrordine compagni, e la posizione bernese viene modificata: può anche darsi che ci sia un travaso illecito ma la Confederazione non può intervenire, infatti l’Ufficio federale della sanità pubblica – dice il Consiglio federale – può intervenire solo in caso di premi troppo bassi, che mettono in pericolo la solidità dell’assicuratore malattia, ma non in caso di premi tropo alti: manca la base legale.

Futuro incerto

Un po’ troppo facile nascondersi dietro questa foglia di fico. La Confederazione, a cominciare dal Dipartimento competente, aveva ogni possibilità di proporre la base legale mancante. Ma è chiaro che non era nell’interesse della maggioranza: a pagare troppo è una minoranza sicché, “finché la nava la gh’eva i gamb”. A un certo punto però non è più andata. E così  si è trovata la soluzione minimalista: diamo un piccolo contentino a chi ha pagato troppo per salvare le forme e la mettiamo via senza prete.
Che 68 milioni di Fr siano meglio che zero è un dato di fatto. Ma questo non vuol dire che ci siano motivi per essere soddisfatti. Continuare a battersi per una regolamentazione equa del passato è giusto e necessario. All’appello mancano 380 milioni. Per quale assurdo motivo dovremmo accettare di regalarli? Per la gloria?

Ma anche il futuro si presenta cupo. Infatti non c’è allo stato attuale alcuna garanzia che nei prossimi anni non si continuerà a far pagare ai ticinesi premi eccessivamente alti. L’annunciato aumento di premi per il 2014 deve far suonare più di un campanello d’allarme.

La famosa modifica di legge per evitare ladrocini futuri è ancora in alto mare. La proposta presentata dal Consiglio federale è alquanto blanda, non garantisce nulla. Inoltre la Commissione della Sicurezza sociale e della Sanità del Consiglio nazionale l’ha rispedita al mittente.

Blocco imposta federale diretta?
Dunque, la decisione del Consiglio degli Stati è più che altro un gesto simbolico. Sul passato resteremo fregati in massima parte, e il futuro è ancora tutta un’incognita.

Bene ha dunque fatto l’ordine dei medici del Canton Ticino a commissionare un ulteriore studio a Bruno Cereghetti, studio da cui emerge come le modifiche legislative apportate nel 2012 non abbiano portato alcun miglioramento. Si va avanti con lo stesso andazzo di prima (penalizzazione del Ticino) e con un sistema di formazione dei premi che è la negazione della trasparenza. La battaglia, quindi, è tutta da combattere. Con i mezzi del caso. Anche con il blocco dei versamenti dell’imposta federale diretta. Perché non sta scritto da nessuna parte che il Ticino ed i ticinesi devono sempre porgere l’altra guancia. In qualsiasi campo: nella libera circolazione delle persone, negli investimenti infrastrutturali, nei premi di cassa malati.
Lorenzo Quadri

Iniziative lombarde contro il Ticino: E noi continuiamo a versare i ristorni dei frontalieri?

E’ evidente che la Regione Lombardia sta prendendo iniziative “in grande stile” onde evitare che il Ticino possa beneficiare anche solo della minima ricaduta positiva derivante dalla vicinanza con la vicina Penisola.

Nei giorni scorsi è stato deciso l’aumento degli sconti sulla benzina nei  distributori della fascia di confine italiana. Obiettivo: annullare la differenza di prezzo del carburante al di qua e al di là della frontiera, e, di conseguenza, il pendolarismo del pieno dall’Italia. Trattasi quindi di intervento protezionista della Lombardia: l’avesse fatto la Svizzera, ma purtroppo non si sogna nemmeno, i nostri vicini sarebbero stati i primi a mettersi a starnazzare invocando interventi da parte degli eurobalivi di Bruxelles.

Venerdì la nuova iniziativa: provvedimenti speciali per evitare la delocalizzazione in Ticino di aziende lombarde. A parte il fatto che, se queste aziende arrivano nel nostro Cantone per assumere solo frontalieri, e magari non pagare nemmeno le tasse in Ticino, possono restare dove sono.
Naturalmente la Lombardia, che giustamente (dal suo punto di vista) vuole sgravare del lavoro amministrativo le sue aziende in funzione anti-delocalizzazione, ben si guarda, ad esempio, dal rendere meno macchinose le procedure per eventuali ditte o artigiani ticinesi che, in base ai devastanti accordi bilaterali, intendessero lavorare in Italia. Da noi invece i padroncini si possono notificare on-line, e la SECO è contraria ad abolire le notifiche elettroniche sostituendole con uno sportello perché sarebbe troppo scomodo (sic!) per padroncini e distaccati.

Agli attacchi manifesti all’economia ticinese fa, come scritto su queste colonne in svariate occasioni, da stridente contraltare l’invasione di frontalieri e padroncini, attivamente sostenuta dall’Italia: la quale, incapace di mettere i propri concittadini nella condizione di guadagnarsi da vivere in casa propria, fomenta l’emigrazione. Naturalmente senza che da parte svizzera arrivi una qualche reazione o contromisura: non sia mai, mica vorremmo rischiare di non essere considerati sufficientemente “aperti”!
Non è tutto. L’invasione di frontalieri e padroncini, per cui possiamo ringraziare la devastante libera circolazione delle persone e chi l’ha sostenute, sta rapidamente portando allo sfacelo il  mercato del lavoro ticinese. L’esplosione del numero delle persone in assistenza – basti pensare che a Lugano la spesa per l’assistenza era di 3.3 milioni nel 2012 mentre si annunciano 4.7 milioni per fine 2013 – ne è un chiaro segnale.

Ma l’invasione di padroncini e frontalieri manda in tilt anche la nostra viabilità, , visto che tutti questi lavoratori arrivano in Ticino uno per macchina. Non per questo l’Italia si sogna di fare la propria parte nell’incentivare l’utilizzo dei treni.

Alla famigerata stazione di Albate Camerlata, e non solo lì, non hanno neppure realizzato il Park&Ride. Ma nemmeno la biglietteria. Forse pretendono che il Ticino faccia viaggiare i frontalieri gratis.  Quanto alla Stabio-Arcisate, la Regione Lombardia, malgrado abbia sottoscritto una convenzione, tenta di scaricarsi dalle proprie responsabilità per il disastro annunciato, vale a dire l’ennesima fregatura ai danni degli svizzerotti fessi che si fidano delle promesse italiane: sulla tratta elvetica trenino con tanto di doppio binario a costo di 200 milioni, di cui 100 stanziati dal contribuente ticinese. Dopo il confine, erba e sterpaglie e nessun binario.

A ciò si aggiunge la brillante proposta della sindaca di Induno Olona di regalare a noi la terra contaminata con l’arsenico.

Insomma, sorrisi e pacche sulle spalle e poi non solo ci fanno su davanti e didietro, ma ci boicottano pure.  Ma  noi continuiamo imperterriti ad applicare la libera circolazione delle persone a nostro danno e a versare i ristorni dei frontalieri.
Lorenzo Quadri

Libertà di scelta… fino a un certo punto

Sergio Morisoli (Alleanza liberale) in occasione del primo giorno di scuola ha rilanciato il dibattito parlamentare sulla scuola privata.

Già il termine scuola privata è di per sé fuorviante. Si tratta infatti di scuole aperte a tutti; il servizio è indubbiamente pubblico. La definizione corretta sarebbe quindi quella di “scuola pubblica non statale”. Non è una distinzione di lana caprina.

La scuola pubblica non statale – che per comodità continueremo tuttavia a chiamare “scuola privata” – ha anche un’altra caratteristica. Costa molto meno di quella pubblica. In certi casi più o meno la metà (per qualche strano motivo, da alcuni anni nei consuntivi cantonali non vengono più dettagliati i costi per allievo nelle varie scuole medie).
 
E’ l’ennesima conferma che, quando l’ente pubblico fa una cosa, spende di più rispetto al privato – pensiamo ad esempio a quelle sedi scolastiche realizzate quali monumenti autocelebrativi dell’architetto, tanto paga Pantalone.

Nel trattamento riservato alle famiglie che si rivolgono alla scuola privata si nota un’incoerenza di fondo. E’ quella sottolineata da Morisoli nel suo atto parlamentare: i genitori degli allievi pagano le rette, ma contemporaneamente finanziano anche la scuola pubblica tramite le imposte. Da qui la proposta del deputato di rendere fiscalmente deducibili le rette in questione. Non si tratterebbe quindi di un sostegno alle scuole pubbliche non statali (al proposito i cittadini ticinesi hanno espresso un chiaro No nel 2001) ma di un riconoscimento a quelle famiglie che da un lato finanziano la scuola statale tramite le imposte ma, contemporaneamente, permettono all’ente pubblico di risparmiare rivolgendosi ad altri “erogatori di educazione”.

 Realisticamente,  parlare di sgravi fiscali in questo Cantone è eresia; parlare poi di sgravi a favore di chi iscrive i figli alla scuola privata è eresia al quadrato. Basti pensare che non si riesce neppure a rendere deducibili fiscalmente le spese occasionate dall’esercizio del volontariato: né a livello cantonale, e neppure a livello federale.

Tuttavia la proposta Morisoli  è coerente ed ha il vantaggio di evidenziare come la libertà di scelta della scuola oggi sia in realtà fittizia e riservata a chi si può permettere di pagare due volte per la stessa prestazione: retta dell’istituto privato e finanziamento della scuola pubblica tramite imposte. E’ la libertà di scelta “a senso unico” che prende purtroppo sempre più piede, anche in ambiti molto diversi tra loro. Pensiamo ad esempio alla proposta, a mio giudizio aberrante, di trasformare il canone radiotelevisivo in un balzello imposto a tutti, anche a chi non possiede apparecchi di ricezione. La libertà è solo quella di non usufruire: ma pagare è obbligatorio.

Una libertà di scelta meno fittizia, anche nel settore dell’educazione pubblica, tra “fornitori” statali e non statali, rientrerebbe in quei valori di libertà e responsabilità che stanno alla base del cosiddetto modello svizzero. Valori che però vengono progressivamente cancellati da uno Stato-balia, sempre più costoso, che si espande a scapito della libertà e responsabilità dei cittadini. Ed anche – ovviamente – del loro borsello.
Lorenzo Quadri
CN Lega

Se ne sono accorti anche nel Cantone Giura: Ticino, esplosione dei frontalieri

Perfino nel Giura, che non è proprio dietro la porta di casa, si sono accorti dell’insostenibile esplosione del numero dei frontalieri in Ticino. Ormai solo i nostri partiti $torici si ostinano a negare l’evidenza, a partire dal presidente dell’ex partitone Rocco Cattaneo (“i frontalieri fanno i lavori che i ticinesi non vogliono fare”); oltre, va da sé, al domenicale antileghista redatto da frontalieri, ossia il Caffè della Peppina, per ovvie ragioni.

Martedì 10 settembre, Le Quotidien Jurassien ha dedicato una pagina al frontalierato in Ticino. Già il titolo è eloquente: “questi frontalieri che hanno trovato l’Eldorado”.

Che la situazione attuale sia del tutto insostenibile, ci  pare un dato acquisito. Del resto la Lega ed il Mattino questa situazione l’avevano prevista fin dall’inizio, ma naturalmente erano tutte balle di beceri populisti e razzisti. “Conseguenze negative della libera circolazione delle persone? Ma quando mai!”, pontificavano prima delle votazioni popolari sui deleteri Accordi bilaterali i rappresentanti dei partiti storici, del padronato e dei sindacati: “grazie alla libera circolazione delle persone – aggiungevano con bella sicurezza i sopraffini statisti – i nostri giovani potranno cogliere splendide opportunità lavorative a Milano”.

Sta di fatto che il disastro emerge con prepotenza dalle stesse cifre ufficiali. 60mila frontalieri, sono più del doppio rispetto al dato del 1998.  E non è che dal 1998 ad oggi i posti di lavoro in Ticino siano raddoppiati. 60mila frontalieri su una popolazione di 340mila abitanti costituiscono una sproporzione plateale. Oltretutto, 60mila frontalieri rappresentano oltre il 21% dei frontalieri globalmente presenti in Svizzera. Traduzione: il Ticino rappresenta il 5% della Svizzera, ma si sorbisce un quinto dei frontalieri totali. Il Giura ad esempio ne ha 6000, un decimo di quelli che abbiamo noi.

Le Quotidien Jurassien, che non risulta essere un giornale leghista, nel suo interessante servizio racconta anche le storie di un paio di frontalieri che, come ben detto nel titolo, hanno trovato in Ticino l’Eldorado. Malauguratamente, troppi di loro l’hanno trovato a spese dei ticinesi.

C’è l’architetto trentenne – per la serie: i lavori che i ticinesi non vogliono fare, vero Rocco Cattaneo? – che si dice  ben felice di accettare di lavora  in Ticino anche per un salario inferiore a quello usuale da noi (trattasi di dumping salariale, ma naturalmente erano tutte invenzioni della Lega populista e razzista). Infatti in Italia un giovane architetto guadagnerebbe mille euro al mese e, se anche avesse un lavoro, si tratterebbe comunque di contratti precari che vanno di sei mesi in sei mesi. Per cui il diretto interessato, e lo dice a chiare lettere, non si sogna di rientrare in Italia.
C’è poi la responsabile di produzione di una casa di moda che serafica dichiara: “il discorso del frontaliere che da un lato porta via il lavoro al ticinese e dall’altro è guardato con gelosia dai connazionali è reale, ma personalmente lo percepisco poco, visto che dove lavoro ci sono più frontalieri che svizzeri”. Apperò.

E il giornale giurassiano (senza particolare fantasia, ma con realismo) chiosa: “la crescita dei frontalieri in Ticino non si arresterà vista la situazione economica dell’ Italia”.
Del resto, la stessa Italia fomenta il frontalierato: molto più comodo, infatti, spingere i cittadini ad emigrare piuttosto che cercare di dar loro un lavoro in patria. Intanto fioriscono i siti e le pagine facebook con le istruzioni per l’uso per cercare lavoro in Svizzera (vale a dire in Ticino), va da sé a scapito dei residenti, visto che nel nostro Cantone non c’è, né ci può essere, lavoro per tutti.

 L’invasione dunque non è casuale, bensì organizzata. Una colonizzazione, appunto. Contro la quale o ci difendiamo, oppure, per la legge dei vasi comunicanti, ci troveremo con un tasso di disoccupazione come quello della Lombardia. Questo mentre dalla SECO ci spiegheranno con il consueto atteggiamento saccente che “dalle statistiche non emergono scompensi particolari”.
Lorenzo Quadri

Non stendiamo un burqa sui nostri principi fondamentali

Il prossimo 22 settembre il popolo ticinese sarà chiamato ad esprimersi sul divieto di coprirsi il volto nei luoghi pubblici od aperti al pubblico. Non è certo un mistero che il burqa ricadrebbe in pieno sotto questo divieto.

All’iniziativa popolare promossa dal Guastafeste che vuole inserire il divieto di burqa nella Costituzione, la maggioranza del governo e del parlamento oppone un controprogetto che propone di iscrivere il divieto nella legge.

Come era scontato gli avversari della proposta  – fautori del politicamente corretto e del multiculturalismo che è completamente fallito – tentano di far scivolare il dibattito sulla libertà di religione. Ma non è questo il tema. L’iniziativa non mette in discussione la libertà di religione, poiché il burqa – e sono gli stessi musulmani a dirlo – non risponde ad alcuna prescrizione religiosa. Semmai si tratta della presunta libertà di vivere in Ticino rifiutando i valori fondamentali della nostra società, e di ostentare questo rifiuto. Noi questa libertà non la dobbiamo né possiamo concedere.

Il burqa è il simbolo dell’oppressione della donna, della negazione dei suoi diritti, ed è contrario ai nostri valori fondamentali. Per questo è allucinante sentire la presidente della commissione cantonale per le pari opportunità, finanziata con i soldi del contribuente, sostenere il burqa in nome delle “aperture” ad ogni costo; magari un domani anche alle teorie di tale imam Nicolas Blancho secondo cui picchiare le donne è un diritto (e i nostri media di cosiddetto servizio pubblico continuano a dare spazio ad un tale soggetto?).
Sulla presunta anticostituzionalità del divieto di burqa, vale la pena rilevare che il Tribunale federale ha stabilito che il porto del foulard islamico o di altri abiti per motivi religiosi non rientra nel contenuto essenziale e intangibile della libertà di credo e coscienza. Può quindi essere limitato.

Di conseguenza, non solo il burqa, che come detto non risponde ad alcuna prescrizione religiosa, ma neppure un semplice velo che lascia scoperto il viso risulta protetto in modo assoluto.
Vale poi la pena ricordare che perfino il presidente della Commissione federale della migrazione, Francis Matthey, si è espresso pubblicamente, seppur a titolo personale, contro il burqa.
Sarebbe molto pericoloso illudersi che i principi di libertà che stanno alla base della nostra società siano garantiti a tempo indeterminato. Questi principi, perché abbiano un futuro, vanno affermati e difesi. A maggior ragione se si considera che politiche migratorie irresponsabili hanno spalancato le porte del nostro Paese a chi, a questi principi, non si sogna di adeguarsi: ovvero a persone che non sono al loro posto in Svizzera.

L’argomento della sicurezza, su cui punta il controprogetto, è fondato ed importante: girare a volto coperto crea effettivamente problemi di sicurezza. Ma non è certo l’unico. Poiché il burqa costituisce la negazione dei valori fondanti della nostra società, è corretto che il divieto di burqa venga inserito nella Costituzione, dove trovano posto le norme fondamentali. Ed è anche una questione di rispetto dei diritti democratici. Infatti, il divieto inserito in una legge potrebbe venire poi abrogato dal Gran Consiglio tramite semplice votazione parlamentare. Per modificare la Costituzione, invece, serve una votazione popolare. Tuttavia, quando il popolo decide una norma, il minimo che si può pretendere da chi la vuole abrogare è che torni ad interpellare il popolo. E’ una questione di correttezza elementare. Altrimenti il “giochetto” è troppo facile.

Il prossimo 22 settembre votiamo dunque Sì all’iniziativa “Divieto di dissimulazione del viso nei luoghi pubblici”.
Lorenzo Quadri
Consigliere  nazionale
Lega dei Ticinesi

Buttati in strada per assumere frontalieri: Drammi umani che non possono venire ignorati

Il Consiglio di Stato in corpore si reca a Berna per discutere con il ministro degli Esteri Didier Burkhalter. Obiettivo è quello di sensibilizzare il Consigliere federale sulle conseguenze negative (eufemismo) della libera circolazione delle persone.  Conseguenze che vengono sistematicamente minimizzate, quando non negate, dal Consiglio federale e dai lacchè della SECO. Naturalmente, e come di consueto, non dubitiamo che nell’incontro tra Burkhalter e Consiglio di Stato i sorrisi e le rassicurazioni non saranno mancate. Ma, e la cronaca recente lo insegna, il governo ticinese non ha fatto a tempo a ri-varcare il Gottardo che arriva la legnata.

Il Consiglio federale prende posizione su una mozione di chi scrive con cui si chiedevano misure contro l’invasione dei padroncini, formulando una serie di proposte. Ed è  niet su tutta la linea.  Ecco quindi la dimostrazione che la comprensione bernese nei confronti del Ticino è una presa in giro. Non che ci fossero molti dubbi al proposito. Altrettanto chiaro è che, se fosse l’altipiano a trovarsi a fare i conti con un’invasione di frontalieri provocata dalla devastante libera circolazione delle persone, gli interventi federali sarebbero arrivati. E tempestivi.

Per la nefanda SECO, il Segretariato di Stato per l’economia, in Ticino va tutto bene, anche in regime di libera circolazione delle persone. In realtà le cose vanno molto diversamente, e portano a dei drammi personali che non possono lasciare indifferenti.

Perché le persone ticinesi o residenti, che dopo decenni di lavoro vengono lasciate a casa  e sostituite con frontalieri, non sono un’invenzione della Lega populista e razzista. Ancora nei giorni scorsi abbiamo sentito il racconto di una signora sessantenne. La donna è stata costretta dal suo ex datore di lavoro a scegliere tra due alternative: o prepensionamento (con perdite ingenti) o licenziamento. A prendere l’iniziativa, il suo nuovo capo: un frontaliere. Poiché la donna ha ancora un figlio agli studi ed è l’unica fonte di sostentamento del nucleo familiare, la situazione è diventata drammatica. Viene vissuta come un incubo senza uscita.

C’è un bel dire che perdere il lavoro è una cosa che al giorno d’oggi può capitare a tutti, che non è una vergogna, che bisogna farsene una ragione, che ci sono dei paracaduti sociali, e via elencando. Queste sono cose che raccontano quelli che il lavoro ce l’anno. Chi lo perde si trova invece confrontato, e sono le parole di chi queste situazioni le sperimenta di persona, con la rovina della propria esistenza. Perché è così che ci si sente: privati del proprio lavoro, della propria fonte di sostentamento, e quindi della propria dignità senza alcuna colpa.

Pensare che le misure accompagnatorie alla libera circolazione possano risolvere il problema è pura illusione. Con 60mila frontalieri ci vogliono altro che misure accompagnatorie, ci vogliono drastici cambiamenti di rotta.  Gli accorgimenti contrattuali servono a poco, sono facili da aggirare. Basta, ad esempio, che il frontaliere venga assunto al 50% ma lavori in realtà al 100%, ed il gioco è fatto. Altro sotterfugio semplicissimo è il ricorso al contratto come stagista.

Purtroppo i casi di cui veniamo messi al corrente non fanno che confermare la realtà della colonizzazione da Oltreconfine: quando il responsabile del personale è frontaliere, ecco che sostituisce i residenti con frontalieri.  Se poi capita che anche il collocatore sia frontaliere,  si capisce facilmente dove si va a finire. E si capisce anche chi troverà lavoro in Ticino.

Liquidare dei drammi umani che si fanno sempre più numerosi come un non problema perché dalle statistiche taroccate della SECO, fatte su base nazionale (!), non emergono scompensi particolarmente gravi  a seguito della devastante libera circolazione delle persone, è inaccettabile nei confronti del nostro Cantone. Ma soprattutto è inaccettabile nei confronti di chi ha vissuto in prima persona l’ingiustizia della sostituzione. Un Consiglio federale  non può permettersi di trattare i propri concittadini ticinesi in questo modo, e il Ticino non può accettare che questo accada. Dopo il blocco dei ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri, dunque, urge un altro gesto forte.
Lorenzo Quadri