Canone radiotelevisivo imposto a tutti. Un passo in più verso il nuovo balzello

Nella Commissione del Nazionale salta la possibilità di farsi esentare per chi non ha un apparecchio di ricezione

Come noto a Berna hanno un debole per l’imposizione di nuovi costi al cittadino. Un esempio lampante è la vignetta a 100 Fr con cui si pretende un rincaro del 150% senza però offrire niente in cambio ma anzi minacciando che, in caso di rifiuto, non si farebbe il collegamento autostradale A2-A13.
Un altro esempio viene sempre dallo stesso dipartimento della Doris uregiatta: si tratta della revisione della legge sulla radiotelevisione che prevede di far pagare il canone radiotv a tutti, anche a chi non possiede un apparecchio di ricezione. Chi si trova in questa situazione  pagherebbe senza poter (o voler) usufruire della prestazione per cui sborsa.

Si potrebbe dire, ed è stato anche detto, che si tratta di una questione non prioritaria, nella misura in cui sono poche le economie domestiche in cui non ci sono né radio né televisione. Quelle dove invece non si trovano o l’uno o l’altro apparecchio sono invece già più numerose.

In ogni caso, poche o tante che siano, è un dato di fatto che ci sono persone (e imprese) che in futuro si troveranno a pagare per una prestazione – la ricezione di canali radiotelevisivi – di cui non intendono usufruire. L’aspetto aberrante dunque è che guardare la tv e ascoltare la radio, che non è di sicuro una necessità bensì una scelta, viene trasformata in un obbligo: ciò che non sta né in cielo  né in terra. Ovviamente chiunque rimarrà (fino a quando?) libero di  non comprare un televisore. Ma il canone lo paga lo stesso.

Nel commissione dei trasporti e delle telecomunicazioni del consiglio nazionale, esponenti di vari partiti, principalmente Udc e Lega, hanno tentato di introdurre l’opzione “opting out”, ossia la possibilità di ottenere l’esenzione dal pagamento del canone dichiarando per iscritto di non possedere apparecchi di ricezione ed esponendosi ai relativi controlli a sorpresa. Una soluzione già di per sé burocratica e macchinosa, che – ancora una volta – penalizza chi vuole farne uso. Perché rifiutarsi di foraggiare con i propri soldi una macchina propagandistica della $inistra travestita da “servizio pubblico” non è, ovviamente, politikamente korretto. Di modo che a chi vuole esercitare la propria libertà di scelta vengono messi bastoni tra le ruote a go-go. Ma è comunque meglio che niente.

Njet anche alla proposta minimalista

Neppure questa proposta minimalista e macchinosa è passata in commissione (potrebbe sempre venire ripescata in plenum). Questo sebbene l’amministrazione federale avesse comunque preparato un’ipotesi di articolo legislativo. Quindi, se il vento non cambia, in futuro pagare il canone radiotv diventerà obbligatorio per ogni economia domestica. Anche, come detto, per quelle dove non ci sono apparecchi di ricezione.

Gli argomenti con cui si tenta di giustificare il canone obbligatorio per tutti fanno acqua da tutte le parti. In particolare la tesi secondo cui praticamente tutti oggi avrebbero un telefonino o un computer con connessione internet e quindi la possibilità di guardare la televisione. A parte che non è vero, un telefonino uno lo compra per telefonare e non per guardare la televisione, se  vuole guardare la televisione compre un televisore. Stesso discorso vale per il computer, che non serve primariamente come apparecchio tv, si tratta semmai di funzione secondaria. Ma non è mica colpa del consumatore se sui PC vengono installate simili funzioni e quindi non si capisce per quale motivo chi compra un telefono o un computer dovrebbe anche pagare 460 Fr di canone radiotv. O meglio, lo si capisce fin troppo bene: l’obiettivo è sempre lo stesso, ossia fare cassetta a spese del cittadino. Così la SSR, foraggiata con una tassa obbligatoria a cui non si sfugge, si sentirà ancora più legittimata a fare propaganda partitica. Tanto i fondi non glieli può più tagliare nessuno. E se anche un numero crescente di cittadini, disgustato dalla partiticizzazione dell’offerta informativa della radiotelevisione di cosiddetto servizio pubblico, decidesse di rinunciare a radio e tv, dovrebbe pagare lo stesso.

Fa poi specie che proprio la $inistra delle associazioni di consumatori sia la prima entusiasta sostenitrice del nuovo sistema. Sicuramente, far pagare il cittadino per una prestazione di cui non può beneficiare rappresenta un’efficacie tutela del consumatore, come no! O forse, quando si tratta di introdurre nuove tasse a favore della televisione schierata a favore del partito “giusto”, la protezione del consumatore può passare in secondo piano?
Lorenzo Quadri

Ciao Michele, se ne è andato un buono

Domenica scorsa, mettendo in prima pagina quel titolo, “Forza Michele!” non avrei mai immaginato che di quel giorno non avresti neppure visto il tramonto.

Certo, sapevo che la situazione era grave. Che era disperata. Ma non fino a questo punto.
Te ne sei andato così, in punta di piedi, con discrezione e pudore, allo stesso modo con cui hai affrontato la terribile malattia che ti è piombata addosso dall’oggi al domani.

In pochi mesi hai saputo dimostrare a tutti quanto valevi; hai fatto quello che tanti  tuoi colleghi non hanno fatto in anni di permanenza in carica. Quale smacco per i tuoi denigratori con la puzza sotto il naso. Quelli abituati a guardare la forma, non essendo in grado di riconoscere la sostanza. Quelli che credevano di poter spacciare una persona semplice, senza ipocrisie e bizantinismi, per un sempliciotto. Quelli che si inchinano davanti alla boria, poiché la credono un segno distinzione.
Costoro sono poi gli stessi che, perfino nei tuoi ultimi giorni di vita, hanno ancora tentato di denigrarti con pretesti  di raro squallore. Perché l’odiato leghista va attaccato con cattiveria sempre e comunque; meglio ancora quando si pensa di poterlo colpire in un momento di debolezza.

Caro Michele, eri un buono, intenzionato a fare del bene e questo i ticinesi, o almeno la grande maggioranza di essi, l’hanno capito. Anche i pochi mesi. La commozione che la tua dipartita ha suscitato non solo tra chi ti era  vicino, sia personalmente che professionalmente o politicamente, ma anche tra chi non ti aveva mai incontrato di persona, ne è la prova più tangibile. Non basta una morte improvvisa a spiegare un cordoglio così generale e sentito. Tu  non simulavi, non mentivi, non tenevi l’interlocutore a distanza. Per questo, anche chi non ti conosceva, ha l’impressione di aver perso un amico.

A te, che non amavi la mediatizzazione né il trambusto, dopo la morte è stata riservata un’ulteriore ingiustizia: l’indegno sciacallaggio mediatico attorno alla tua successione politica. Ancora non erano stati celebrati i funerali, e già si era scatenata la ridda di ipotesi più fantasiose su chi dovesse entrare in Consiglio di Stato al tuo posto. Con la consueta, bieca intenzione di inventare conflitti all’interno della Lega.

E non si tenti di giustificare l’ingiustificabile con la fregnaccia della Realpolitik. Come se in questo Cantone non fosse possibile concedere qualche giorno di tregua ai familiari e agli amici duramente provati. Come se la salvezza della galassia dipendesse dal conoscere subito un nome. Quando, ai tempi delle elezioni presidenziali del 2000, gli Stati Uniti sono rimasti mesi senza sapere chi fosse il presidente!

Caro Michele, ne sei andato troppo presto. Ma non serve inveire contro il destino. Invece, siamo grati di averti avuto tra noi.  E, con un pizzico di presunzione, mi permetto di credere che quel “Forza Michele” sul Mattino di domenica scorsa, se l’hai visto, ti abbia fatto piacere.
Noi andremo avanti con tutte le nostre forze. Non molleremo. Lo abbiamo promesso al Nano, a Rodolfo, a Giorgio, a Flavio. Lo promettiamo anche a te.

Caro Michele, sei partito in un batter d’ali; rapido e leggero come uno degli uccelli che tanto amavi. Adesso anche tu sei libero di volare come loro.
Lorenzo Quadri

Il Diktat degli USA non è solo una catastrofe economica FATCA: in ballo la sovranità elvetica

Prosegue anche in Ticino la raccolta delle firme per il referendum contro il FATCA, ossia l’accordo fiscale sottoscritto da Berna con gli USA. Accordo è già una definizione sbagliata. Infatti si tratta di un Diktat imposto da Washington.

Gli USA vengono in casa nostra, a dettare le nostre leggi, ed il Consiglio federale (con in testa la ministra del 5%  Widmer Schlumpf) cala le braghe. Già solo questa situazione, scandalosa, basterebbe a giustificare il lancio di un referendum. Indipendentemente dal contenuto dell’”accordo” imposto contro i più elementari principi della sovranità nazionale. Perché è evidente che, se si comincia a capitolare una volta, si capitolerà sempre.

Nel caso concreto, oltretutto, anche il contenuto del Diktat è aberrante. Da un lato gli USA potranno ficcanasare nelle relazioni bancarie non solo dei loro concittadini, ma anche delle cosiddette  “US related person”. E per diventare US related person basta veramente poco. Ad esempio, aver avuto dei contatti anche minimi con gli Stati Uniti, secondo una serie di criteri nebulosi e confusi. Anche un bel numero di cittadini svizzeri, si stima si tratti di circa 120mila persone, l’80% delle quali appartenenti al ceto medio, potrebbero dunque trovarsi a fare i conti con le dure conseguenze del Diktat USA. Si tratta di disposizioni di tipo confiscatorio ai danni di chi dovesse avere la malasorte di cadere nelle sue maglie.

Un ulteriore elemento va considerato. Ovviamente gli altri Stati che hanno dichiarato guerra economica alla Svizzera ci metteranno ben poco a pretendere dal nostro paese lo stesso trattamento concesso agli USA. E il Consiglio federale, che vuole arrivare allo scambio automatico di informazioni, calerà le braghe in un batter di ciglia, come da drammatica consuetudine (grazie, ministra del 5%!).
Non serve un nobel dell’economia per rendersi conto che un “FATCA” con la vicina Penisola avrebbe conseguenze catastrofiche sulla piazza finanziaria ticinese, leggasi cancellazione di tante migliaia di posti di lavoro.

Il FATCA deve dunque venire rispedito al mittente. Le Camere federali hanno bocciato, in un (purtroppo) isolato sussulto d’orgoglio la lex USA. Hanno invece approvato il FATCA (contrari solo la Lega e una parte dell’UDC). Facciamo in modo che il popolo possa rimediare, votando contro il FATCA.
Lorenzo Quadri
Membro comitato referendario

I formulari per il referendum contro FATCA si trovano su
www.mattinonline.ch

L’imprenditore franco algerino Rachid Nekkaz istiga alla violazione del divieto di burqa e si offre di pagare le multe? Piuttosto finanzi il rimpatrio di chi non si vuole integrare

Con grande scorno dei soliti noti, il popolo ticinese lo scorso 22 settembre ha approvato l’inserimento del divieto di portare il Burqa nella Costituzione cantonale.

Al proposito vale la pena ricordare che la presidente della Commissione per la condizione femminile, prima della votazione, se ne era uscita pubblicamente con una presa di posizione a favore del Burqa. Quindi la presidente della citata Commissione (finanziata con soldi pubblici) sostiene la non integrazione e sostiene pure l’oppressione della donna.

Aspettiamo ancora di conoscere la posizione del Consiglio di Stato sulla questione.

Intanto torna alla carica il finanziere franco algerino Rachid Nekkaz il quale dimostra inquietanti manie di protagonismo, oppure un’altrettanto inquietante mancanza di integrazione in una democrazia occidentale, oppure entrambe le cose assieme.

Nekkaz infatti invita le donne a girare comunque col burqa anche dopo la messa in vigore del divieto votato dai cittadini.

Quindi abbiamo un cittadino straniero, residente all’estero, che si permette di incoraggiare violazioni della costituzione ticinese. Nemmeno violazioni di una qualsivoglia regola, ma di una norma che il popolo sovrano ha voluto inserire nella Carta fondamentale dello Stato.
Evidentemente questo signore ha qualche problemino con le regole democratiche, e allora forse gli conviene trasferirsi in paesi deve queste regole, a lui ostiche, non sono in vigore: si troverà molto più a suo agio.

Non abbiamo letto,  ma sicuramente si tratta di una svista da parte nostra, la presa di posizione dei moralisti a senso unico ed in funzione partitica, sostenitori del burqa simbolo di libertà (sic!), che condanna senza mezzi termini l’invito esplicito a violare la nostra Costituzione. Siamo certi che la presa di posizione c’è – come potrebbe essere altrimenti? – ma nella nostra sbadataggine non l’abbiamo vista.

Se il signor Nekkad ha soldi da spendere, e pare ne abbia molti, invece di incoraggiare residenti stranieri in un altro Stato a  violarne le regole, metta a disposizione i suoi fondi per finanziare il rimpatrio al paese d’origine di chi vorrebbe vivere in Ticino come vivrebbe in Afghanistan, ma con più soldi (magari pagati dallo Stato sociale): persone che evidentemente non sono adatte a vivere nel nostro Cantone  visto che non ne condividono le regole più basilari. Poiché  nessuno obbliga costoro ad abitare in un Cantone di beceri populisti e razzisti  – che osano addirittura, in sfacciata violazione del sacro dogma del politikamente korretto, difendere i principi fondanti della società democratica occidentale, invece di gettarli nel water perché bisogna “aprirsi” – sono liberissime di trasferirsi altrove.

Quanto alle vaneggianti dichiarazioni di qualche kompagno, secondo cui con il “divieto di burqa” in Ticino ci sarebbero donne “che non potranno più uscire di casa”, ciò è solo la plateale dimostrazione del completo fallimento del multikulturalismo e dell’immigrazione scriteriata voluta dalla $inistra: ovvero la formazione, in casa nostra, di ghetti completamente avulsi dalla nostra realtà e vergognosamente refrattari alle nostre regole.
Lorenzo Quadri

Premi di cassa malati pagati in eccesso. Ennesimo “segnale forte”: di sfascio

E’ in gioco non già la credibilità delle casse malati, ma quella delle istituzioni federali

Come da copione, ormai i giochi sembrano proprio fatti. Dopo il Consiglio degli Stati, anche la Commissione del Consiglio nazionale ha dichiarato il proprio accordo in merito al minirisarcimento sui premi di cassa malati che i ticinesi hanno pagato in eccesso dal 1996  ad oggi.

I fatti sono noti. A fine 2013, quanto pagato in eccesso dai Ticinesi dall’entrata in vigore la LAMal supererà abbondantemente i 400 milioni di Fr. L’ordine dei medici del Canton Ticino, sulla scorta dello studio Cereghetti, indica un totale di 450 milioni. Sulla base del compromesso passato al Consiglio degli Stati, ne torneranno indietro meno di 70. Ci sono dunque oltre 380 milioni che ballano. E che continueranno a ballare.

Infatti non risulta che, nella commissione del Nazionale, sul risarcimento globale di 800 milioni (cifra da cui conseguirebbe il famoso contentino di 67-68 milioni al Ticino) qualcuno abbia tentato di rilanciare la cifra al rialzo. Se nella commissione – in cui tra l’altro siedono i ticinesi Ignazio Cassis (Plr) e Marina Carobbio (P$) – nessuno si è sentito, o ha ritenuto opportuno, puntare al rialzo, ben difficilmente una proposta di questo tipo potrebbe passare nel plenum del Consiglio nazionale quando ci arriverà (a questo punto si presume nella sessione invernale).

Credibilità di chi?
Dallo scarno comunicato pubblicato dalla commissione, emerge un’indicazione curiosa, che getta una luce non proprio edificante su quello che può essere stato il dibattito commissionale. Vi si legge infatti: «il gremio sottolinea la necessità di risolvere il problema poiché è in gioco la credibilità delle casse malati».

A parte il fatto che la credibilità delle casse malati è già andata a farsi benedire da un pezzo, di un simile argomento non ce ne potrebbe fregare di meno. Non è la credibilità degli assicuratori malattia ad essere in gioco, ma quella della Confederazione. La Confederazione ha permesso che i cittadini di alcuni Cantoni venissero indebitamente alleggeriti, anzi diciamo pure depredati, a vantaggio di quelli di altri Cantoni. L’ufficio federale della Sanità pubblica, attualmente diretto dal kompagno Alain Berset, prima ha negato ad oltranza la realtà dei fatti; quando non l’ha più potuto fare, ha tentato goffamente di nascondersi dietro il pretesto della base legale mancante per imporre premi equi, ma guardandosi bene dal proporne una; in terza battuta  ha tentato di minimizzare l’entità del furto legalizzato ai danni dei ticinesi, di cui si è reso complice, fornendo cifre taroccate al ribasso. Una situazione assolutamente scandalosa dal punto di vista dei più elementari principi di equità, nonché del federalismo.

E’ chiaro che uno Stato che permette che alcuni dei suoi abitanti vengano derubati a vantaggio di altri ha fallito su tutta la linea.

In queste condizioni ben si capisce come ad essere in gioco non sia certo la credibilità degli assicuratori malattia, bensì quella delle istituzioni federali. Se giustizia non sarà fatta – e ci sono tutti i motivi per credere che non lo sarà – la Confederazione avrà dato l’ennesimo segnale forte: di sfascio.
Lorenzo Quadri

Tutti a scopiazzare la Lega in funzione elettorale: PLR e P$, il festival delle “proposte Xerox”

Le proposte Xerox, dal nome della nota marca di fotocopiatrici, vanno decisamente per la maggiore. Ma le Xerox rischiano di fondere i circuiti, a furia di essere sottoposte a lavoro extra.

L’ex partitone ha scoperto gli sgravi fiscali. Ma guarda un po’, viene proprio da dire. Se il Plr avesse voluto gli sgravi fiscali, avrebbe potuto proporre un controprogetto all’iniziativa popolare della Lega. Se ne è ben guardato. Al contrario: gli sgravi leghisti, prima della votazione popolare del tre marzo, sono stati demonizzati ad oltranza dall’ex partitone, con argomenti di tipo terroristico che non lasciavano spazio ad alcuna apertura, corroborati dal consueto mantra  del “benaltrismo”. Ossia, del bisogna fare “ben altro”, senza però indicare mai cosa.

Adesso, a quasi otto mesi di distanza, si scopre cosa si intendeva con “ben altro”: ossia un’iniziativa minimalista scopiazzata da quella della Lega (come da ammissione indiretta da parte degli stessi promotori). La classica iniziativa annunciata (?) tanto per far vedere che “si fa”;  ben sapendo che non si arriverà da nessuna parte. Complimenti: dopo lunga gestazione, la montagna ha partorito  il topolino.

È poi evidente che i primi nemici degli sgravi da lui proposti, l’ex partitone li troverà “in casa”. Vale a dire, l’ala radicale ed in prima fila la direttrice del DFE (quella che “studia i dossier”). La quale non solo ha già messo le mani avanti (“se le finanze cantonali non saranno risistemate l’entrata in vigore  degli sgravi sarà differita”, ha dichiarato in radio il giorno stesso dell’annuncio degli sgravi) ma, in occasione di un dibattito sull’iniziativa leghista, aveva dichiarato che, per eventuali alleggerimenti fiscali, avrebbe atteso decisioni dell’Unione Europea! Beh, se si attendono decisioni dell’Unione Europea (?!) per questioni che rientrano ampiamente nella nostra autonomia, non c’è da stupirsi se siamo messi sempre peggio, e se dal DFE non esce assolutamente nulla a tutela dei lavoratori ed artigiani ticinesi contro l’invasione dei frontalieri e dei padroncini!

È quindi chiaro che le proposte del PLR sono un puro esercizio elettorale (il 2015 non è poi così lontano) nel tentativo di far credere ai ticinesi che l’ex partitone non si è dimenticato delle riforme fiscali (che non si fanno “grazie” alla ministra Plr). Tentativo vano, perché la realtà lo sbugiarda, ed i ticinesi non sono così merli come auspicherebbe il Plr. Solo la Lega si è sempre battuta per un fisco più leggero (o piuttosto: meno pesante) scendendo in strada a raccogliere le firme (cosa che il fu partitone non si sogna di fare) per permettere ai cittadini di votare. Ciò le ha attirato gli strali del partitume, PLR compreso.

Situazione del tutto analoga si verifica con l’altra recente “proposta xerox“, fotocopioata dalla Lega dei Ticinesi: quella del presidente P$ Saverio Lurati. Il quale nelle scorse settimane ha annunciato in diretta TV (teleticino) di auspicare l’introduzione di contingenti per padroncini e distaccati. Ma guarda un po’: fino a qualche giorno fa la $inistra internazionalista ed i suoi sindacati che lucrano sulle quote d’iscrizione dei  frontalieri, al solo udire la parola “contingenti” diventavano cianotici. Adesso – sempre in funzione di avvicinamento al 2015 – scatta il contrordine compagni, e anche il P$ si mette a scopiazzare l’odiata Lega: quella contro cui scende in piazza a manifestare, per intenderci. E lo fa scippando proprio quelle proposte che fino al giorno prima aveva demonizzato, bollandole come dimostrazione di xenofobia-populismo-razzismo.

Purtroppo per loro, sia Plr che il P$ hanno fatto male i propri calcoli elettorali: nel 2015 il cittadino ticinese voterà chi certe battaglie le ha sempre combattute e non chi goffamente tentas di saltare sul carro. L’originale è sempre meglio della copia. Soprattutto – come nei casi concreti – della brutta copia.

Ristorni dei frontalieri a quota 59 milioni: invece di bloccarli Paghiamo allegramente!

Negli incontri a Roma “in amicizia” ci si dimentica delle legittime rivendicazioni elvetiche e tutto finisce a tarallucci e vino, con gli svizzerotti fatti fessi dalla controparte per l’ennesima volta

Ma guarda un po’. Aumentano i frontalieri, a danno dei residenti che non trovano più un impiego nemmeno a piangere in cinese, e di conseguenza aumentano anche i soldini che versiamo  alla vicina ed ex amica Penisola sottoforma di ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri. Per il 2012 si tratta di quasi 59 milioni di Fr. 59 milioni che – come ripetuto a più riprese da queste colonne – versiamo senza che ce ne sia necessità alcuna, dal momento che i presupposti che stavano alla base al famigerato accordo del 1974 non sono più dati da un pezzo.

Parlare di clima di cordiale amicizia è oltretutto “leggermente” irritante, diciamo pure una vera e propria presa per i fondelli.

La Svizzera, a seguito dei rimasugli del segreto bancario, rimane iscritta sulle black list italiane illegali, e già solo questo fatto basterebbe per bloccare sine die il versamento dei ristorni, altro che “clima di cordiale amicizia”.

In ballo c’è la revisione dell’imposizione dei frontalieri, che deve essere fatta in modo da 1) scoraggiare il frontalierato e 2) lasciare molti più soldi in Ticino. Nell’incontro-scampagnata in quel di Roma, svoltosi in un clima di “cordiale amicizia”, se ne è parlato? Tutto lascia supporre di no. Gli svizzerotti, al solito, sono d’accordo di pagare senza alcuna contropartita. Perché  bisogna rispettare pedissequamente gli accordi internazionali, anche se ormai privi di oggetto e contrari ai nostri interessi.

Inoltre, nei giorni scorsi la vicina Penisola è tornata all’assalto della piazza finanziaria ticinese. Varie fonti, ovviamente orchestrate, si sono messe a strombazzare la fine del segreto bancario svizzero con l’intenzione di creare panico tra i cittadini italiani titolari di conti nelle banche elvetiche. Obiettivo: spingerli a rimpatriare i soldi. Partenza di capitali dalla piazza finanziaria ticinese vuol dire licenziamenti.

Altro che “cordiale amicizia”! E non dimentichiamoci neppure che l’Italia fomenta l’invasione del Ticino da parte di frontalieri e padroncini, sfruttando il nostro Cantone come valvola di sfogo per la sua situazione occupazionale disastrata.

Infrastrutture

E come la mettiamo con i lavori infrastrutturali? Sulla reale ripresa del cantiere della famigerata Stabio-Arcisate, nessuno scommetterebbe un soldo bucato. Sul proseguimento a sud di AlpTransit, nemmeno.

Ricordiamoci poi che, con il corridoio ferroviario di 4 metri (innalzamento dei tunnel affinché possano transitare i treni che trasportano container dimensionati secondo gli standard UE) la Svizzera dovrà finanziare di tasca propria i lavori sulla tratta italiana dell’asse del Gottardo. Si parla di un costo di 230 milioni, su un totale di 940. Al proposito, in parlamento ci si sta avvoltolando sull’interrogativo a sapere se questi 230 milioni debbano essere un prestito o un contributo a fondo perso, quando anche i paracarri hanno ormai capito che in ogni caso questi soldi, se li paghiamo (e se non vogliamo il fallimento di AlpTransit dovremo farlo) non li rivedremo mai più.

E’ però chiaro che questi 230 milioni, visto che non ritorneranno mai all’ovile, dovremo compensarli in altro modo. Una via è tramite il blocco dei ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri.

Ristorni da bloccare

Una cosa è certa: alla faccia del presunto clima di “cordiale amicizia”, di problemi con l’Italia non se ne è risolto nemmeno uno. Siamo quindi ancora nella medesima situazione del 2011 quando si decise il blocco del 50% dei ristorni dei frontalieri. Ci sarebbero dunque tutte le premesse per fare la stessa cosa. Che il DFE nel suo comunicato parli di “cordiale amicizia” dà la sgradevolissima impressione che qualcuno, o qualcuna, ai vertici del Dipartimento, non abbia le idee molto in chiaro.
Lorenzo Quadri

Gli spalancatori di frontiere colpiscono ancora In Svizzera quasi 2 milioni di stranieri!

Ma guarda un po’, il numero di stranieri in Svizzera, per la serie chi l’avrebbe mai detto, continua ad aumentare. In modo incontrollato. Ormai abbiamo raggiunto quota 1’864’899, che equivale ad una percentuale del 23.2%. In Ticino siamo al 27.4%.

Ai tempi dell’iniziativa Schwarzenbach, all’inizio degli anni Settanta, si indicava il 20% come soglia massima che sembrava inconcepibile superare (quattro decenni fa era ancora al di là da venire). Da tempo questa soglia è stata infranta. I danni si vedono.

Bisogna inoltre considerare che il tasso ufficiale del 23.2% di stranieri in Svizzera è taroccato verso il basso. Infatti non tiene conto di un fenomeno, contro cui la Lega da tempo si batte: quello delle naturalizzazioni facili, che servono ad “abbellire” le statistiche degli stranieri. Ed in particolare quelle degli stranieri che delinquono. E quelle degli stranieri in assistenza. E quelle degli stranieri che si mettono in AI, per una serie misteriosa di concause (?), a poche settimane o mesi dall’ottenimento del passaporto rosso.

Mentre le risorse in Svizzera diminuiscono (spazio, posti di lavoro, infrastrutture,…) gli stranieri continuano ad aumentare. Questo è un dato di fatto che dovrebbe finalmente far riflettere sulla deleteria politica delle frontiere spalancate e del multikulturalismo completamente fallito.
Non solo infatti abbiamo accolto “di tutto e di più”, ma in parallelo, nel segno del garantismo politikamente korretto, si sono rese sempre più ardue le espulsioni; impipandosene alla grande di quanto chiedono iniziative popolari accettate dai cittadini.

Non solo. Abbiamo accolto di tutto e di più senza avere il coraggio – guai, mica vorremmo rischiare di passare per populisti, razzisti e xenofobi – di imporre le nostre regole ed il nostro modello di società, e di stabilire chiaro e tondo che chi non intende adeguarsi ha una sola scelta: tornare da dove è venuto. No, in nome della catastrofica ideologia del multikulturalismo, si è tollerato allegramente che gli immigrati continuassero a coltivare le proprie usanze e modi di vita (compresi quelli che riguardano l’utilizzo facile di armi da taglio, o le botte alle mogli) contrari ai nostri. Adesso arriva il conto. Ed infatti il tasso di criminalità tra i cittadini stranieri residenti nel nostro Paese è nettamente superiore a quello degli svizzeri, mentre al penitenziario della Stampa il 70% degli “ospiti” non ha il passaporto rosso: chissà come mai?

Né bisogna credere alla storiella secondo cui gli stranieri finanzierebbero lo Stato sociale dei cittadini svizzeri, perché è vero proprio il contrario: i contributi degli immigrati non bastano a coprire i costi del loro Stato sociale.

E intanto tocca pure sorbirsi i consigli non richiesti della ministra svedese secondo la quale la Svizzera dovrebbe incoraggiare ulteriormente l’immigrazione. Cara ministra svedese, i tuoi consigli non richiesti fai il piacere di tenerteli per te, e l’immigrazione fai il piacere di incoraggiarla a casa tua, se proprio ci tieni! Ma non l’immigrazione dei norvegesi, troppo facile!

Nei prossimi mesi i cittadini elvetici avranno la possibilità di dare ulteriori segnali forti affinché la Svizzera torni ad avere il controllo sull’immigrazione. Controllo che è la prima prerogativa di uno Stato che vuole avere un futuro. Speriamo che ne facciano buon uso.

Lorenzo Quadri

Vignetta autostradale a 100 Fr Diciamo NO al doppio ricatto

Quando si tratta di vignetta autostradale a 100 Fr, la parola d’ordine sembra essere diventata ricatto.

In effetti, per convincere i cittadini elvetici  a votare a favore della vignetta “deluxe”, la ministra dei trasporti Doris Leuthard ed i suoi portaborse non sembrano disporre di argomenti diversi dal ricatto, oltretutto pure malgestito.

Il primo ricatto riguarda il collegamento A2-A13, opera infrastrutturale necessaria da anni. Leuthard dichiara che, se non passa la vignetta, il collegamento non si farà.

Qui i conti non tornano: o un’opera è necessaria, o non lo è. Non si può mercanteggia un collegamento autostradale come se fosse una caramella ad un bambino: se fai il bravo te la do, altrimenti te la scordi. Soprattutto non ci si può in nessun caso permettere di ricattare il Ticino sugli investimenti necessari, e questo dopo che il nostro Cantone già è stato esposto alle devastanti conseguenze della libera circolazione delle persone, alle rapine nei premi di cassa malati, ed ora si ritroverà un nuovo centro asilanti a Losone, che diventerà di conseguenza come Chiasso,  con buona pace del rilancio turistico e della qualità di vita degli abitanti.

Nel resto della Svizzera gli investimenti infrastrutturali semplicemente si fanno. Mica li si fa coincidere con aumenti del costo della vignetta o di altri balzelli. Non si vede allora perché il Ticino, per l’ennesima volta, dovrebbe venire discriminato.

Ma ecco che, nel bel mezzo delle elucubrazioni, si scopre che il ricatto è un bluff. Rispondendo durante l’ora delle domande in Consiglio nazionale, Leuthard ha dichiarato che il collegamento A2-A13 non è comunque una priorità. Il che in politichese significa che non lo vedremo per un pezzo: vignetta a 100 Fr o non vignetta a 100 Fr.

E allora cosa succede? Smascherato il ricatto numero uno, Leuthard passa al ricatto numero due, formulato nei giorni scorsi: se non aumenta la vignetta, aumenterà la benzina. Anche qui tuttavia l’inganno dura poco. In effetti, il Consiglio federale la benzina la vuole aumentare comunque. La realtà è che nelle intenzioni bernesi l’automobilista verrà alleggerito due volte: una prima volta con la vignetta a 100 Fr, la seconda con l’aumento della benzina. Questo mentre miliardi di franchi, attinti dalle tasche degli automobilisti, e che dovrebbero servire per la strada, vengono invece utilizzati per il pozzo senza fondo della ferrovia.

Bisognerebbe anche ricordare che la vignetta autostradale nelle intenzioni iniziali avrebbe dovuto essere temporanea. Invece ora, ben lungi dall’abolirla, si pretende invece un rincaro del 150% in un colpo solo. Si potrà dire che 60 Fr in più all’anno sono due franchi al mese e quindi non un dramma. Sarà. Ma anche i principi valgono ancora qualcosa, e non si può semplicemente accettare che l’automobilista venga sempre più criminalizzato e tartassato con nuovi balzelli. E’ a questa perversa tendenza, tutta ideologica, che occorre dire basta.

E il rincaro del 150% è solo una parte del problema. Se i cittadini svizzeri si possono forse permettere di pagare 60 Fr in più all’anno per l’utilizzo delle strade nazionali, quelli di oltreconfine non si sognano di farlo. Sicché frontalieri, padroncini, ma anche turisti di giornata e frequentatori del foxtown, per non pagare la vignetta “deluxe” semplicemente non useranno l’autostrada, andando da intasare le strade cantonali e comunali. Un problema ben reale. Anche le autorità italiane ammettono che andrà a finire così. L’allarme a Berna è stato lanciato ripetutamente. Tutte le volte la risposta è stata un njet. E allora, il prossimo 24 novembre, diciamo anche noi njet alla vignetta a 100 Fr, che farà solo danni senza portare alcun beneficio. Infatti non assicurerà la realizzazione del collegamento A2-A13  e neppure eviterà il rincaro della benzina.

Lorenzo Quadri

La Confederazione, ancora una volta, gioca sporco: Centro asilanti di Losone: il provvisorio-permamente

Il nuovo centro asilanti di Losone suscita prevedibile e giustificata opposizione. La sua creazione risponde infatti all’ennesimo Diktat calato da Berna ai danni del nostro Cantone. La nuova struttura, come noto, aveva già provocato una chiara levata di scudi non appena è stata resa nota l’intenzione di realizzarla, con la raccolta di 6200 firme.

Naturalmente Berna se ne è per l’ennesima volta infischiata ed ha deciso che il centro si farà comunque. Da notare che, mentre inizialmente si parlava della realizzazione di un centro per tre anni, nelle ultime comunicazioni è stata inserita una sottile ma significativa nuance: il centro ci sarà per “almeno” tre anni. L’aggiunta dell’avverbio chiarisce quali sono (e sono sempre state) le intenzioni di Berna: ossia il “provvisorio-permanente”. Del resto una qualche emergenza per giustificare il mantenimento della struttura lo si  troverà sempre. Quindi, se il centro aprirà, non ci si illuda che chiuderà in tre anni. Perfino la vignetta autostradale avrebbe dovuto essere un provvisorio, ed adesso Berna vorrebbe aumentarne il prezzo del 150%.

Il Ticino ha già dato troppo

Il Ticino, in materia di sedicenti asilanti, ha già dato troppo. Si trova a fare i conti con il centro di registrazione di Chiasso, i cui effetti negativi, pur avendo ovviamente il nucleo a Chiasso, si irradiano su tutto il Cantone. Non sappiamo per contro quanti asilanti siano stati imposti, in virtù dell’ultima emergenza, ad altri Cantoni che non “beneficiano” della presenza di centri di registrazione.

A Berna non sembrano rendersi conto che l’Italia recepisce tutti i disordini del Mediterraneo e il nostro Cantone vi si trova incuneato in mezzo.

Annullati gli sforzi

Con la bella pensata del nuovo centro a Losone si creeranno 150 posti in più in Ticino, che non verranno smantellati dopo tre anni e che – passata la cautela che verrà forse applicata nelle prime fasi – prima o poi, più prima che poi, verranno occupati anche con persone problematiche, che provocheranno il deterioramento della qualità di vita degli abitanti. Gli esempi al proposito si sprecano. E non solo. La zona è ad alta valenza turistica. Il turismo, come ben dovrebbero sapere anche la kompagna Sommaruga ed i suoi tirapiedi, è una importante risorsa economica del nostro Cantone. Una risorsa che peraltro dovrebbe acquisire ulteriore importanza visto che la calata di braghe in materia di segreto bancario voluta dalla ministra del 5% e dal partito della kompagna Sommaruga che la tiene in ostaggio, sta devastando la nostra piazza finanziaria.

E’ chiaro che la presenza di un centro per sedicenti asilanti annulla tutti gli sforzi di promozione turistica che può fare una regione: più che giustificata dunque la presa di posizione di Ascona.
E’ evidente che, malgrado le consuete insulsaggini raccontate dagli spalancatori di frontiere politikamente korretti – che si guardano bene dall’ospitare richiedenti in casa propria – la situazione di Lampedusa non si risolve con un nuovo centro asilanti a Losone. Il nuovo centro asilanti a Losone servirà solo a creare problemi di convivenza (eufemismo) e a ricreare in quel Comune e nei dintorni la situazione di Chiasso. E con che coraggio l’UE, ed in particolare l’Italia, che da anni  conduce una guerra economica contro  la Svizzera, chiede aiuto a noi?

Si prende pure atto che il PLR di Losone ha iniziato una raccolta firme contro il centro asilanti. Ma come, per l’ex partitone questo genere di iniziative non erano roba da populisti e razzisti? O forse il motto è sì agli asilanti (e sì ai frontalieri, sì ai padroncini, sì alla libera circolazione delle persone) basta che stiano in casa d’altri?

Lorenzo Quadri

Altro che montare la panna sulla “conformità con il diritto superiore” Giù le mani dai diritti popolari!

Che un Consiglio federale debolissimo e succube degli eurobalivi – questo in totale contraddizione con lo spirito stesso di libertà e di indipendenza della Svizzera – ci sta svendendo pezzo per pezzo, è un dato ormai appurato.

Del resto questo genere di atteggiamenti non caratterizza solo il Consiglio federale, ma anche la maggioranza dei partiti.

Di recente, immediatamente dopo (ma a dire il vero anche prima) il voto ticinese sull’iniziativa contro la dissimulazione del viso, i sostenitori del burqa simbolo di libertà (questa è proprio una barzelletta), in altre parole coloro secondo cui l’immigrato ha solo diritti e nessun dovere, ed in particolare non ha il dovere di integrarsi, hanno sollevato lo spauracchio della non conformità dell’iniziativa costituzionale ticinese antiburqa con il diritto superiore, intendendo la costituzione federale ma anche il diritto internazionale. Nel caso concreto i manutengoli nostrani di usanze tribali incompatibili con uno Stato di diritto non andranno da nessuna parte, dal momento che il divieto di burqa non viola alcunché ma anzi, è semmai il porto del burqa ad essere in sfacciato urto con i nostri principi fondamentali.

Defraudati fetta per fetta

L’esigenza di conformità col diritto internazionale si pone però sempre più spesso o meglio, viene posta ad arte dai rottamatori della Svizzera. Ovvero da quelli che credono di poter utilizzare il diritto internazionale per demolire la democrazia diretta, pilastro fondante del nostro Paese, così da renderci sempre più uguali all’unione europea fallita che ormai nessuno vuole più; fallita anche perché antidemocratica.

Il Consiglio federale vuole sempre più “migliorare la conformità delle iniziative popolari con il diritto internazionale”. La formulazione scelta è la più uregiatta possibile. L’obiettivo  di questo tipo di formulazioni è quello di infinocchiare il cittadino, cui vengono tolti, in base alla nota tecnica del salame, i propri diritti: una fetta dopo l’altra. Ciononostante, il senso del messaggio è chiaro. “Migliorare la conformità delle iniziative popolari con il diritto internazionale” vuol dire mettere nero su bianco che non siamo più padroni in casa nostra. Non è il cittadino svizzero a decidere le sue regole (e nemmeno lo sono i rappresentanti da esso eletti). No: a dettare legge sono i burocrati stranieri.

Il diritto di autodeterminazione non si tocca

In ballo c’è dunque il nostro diritto di autodeterminazione. E questo è un diritto che non può né deve venire mutilato. E’ sacro. Invece, a suon di devastanti aperture – perché “bisogna aprirsi” e chi non è d’accordo è un becero populista e razzista – ci ritroviamo pure con i giudici stranieri che decidono sui nostri diritti popolari. E pensare che uno dei motivi che ha portato alla nascita della Svizzera è proprio il rifiuto dei giudici stranieri.

Altro che “migliorare la conformità delle iniziative popolari con il diritto internazionale”. I diritti del popolo sovrano non si toccano; e della conformità con il diritto internazionale, ovvero il diritto dei burocrati privo di qualsiasi legittimazione democratica, non ce ne importa una fischia.
Il Consiglio federale ed i politici rottamatori della Svizzera (quelli delle frontiere spalancate, della multikulturalità, del politikamente korretto) vogliono svenderci all’UE, ad altri organismi sovranazionali ed ai loro giudici, e fare in modo che il popolo non abbia mezzo di mettersi per traverso prendendo democraticamente decisioni contrarie a quanto vorrebbero gli eurobalivi. Questo non è solo uno scandalo ma un attentato al paese. Bisogna, invece, fare tutto il possibile per mantenere intatte le nostre prerogative.

Lorenzo Quadri

Le “folle oceaniche” della manifestazione contro la Lega ed il Mattino: I kompagni hanno fatto FLOP

In Piazza Manzoni sono arrivate sì e no 300 persone: in sostanza solo gli organizzatori ed i loro parenti, più qualche passante che si trovava lì per caso. Mobilitazione di popolo: ZERO

Come avevamo previsto, la manifestazione contro il Mattino e contro la Lega organizzata ieri in piazza Manzoni a Lugano è stata un flop. Malgrado il  tempo fosse veramente gradevole. Quindi gli organizzatori non possono nemmeno incolpare la meteo per il fallimento.

Il kompagno Raoul Ghisletta, presidente del Consiglio comunale di Lugano, nelle ore precedenti lo “storico evento” aveva indicato di aspettarsi un afflusso di 500 persone. Ne sono arrivate poco più della metà. Quindi un fallimento, a dimostrazione che scendere in piazza contro il Mattino e il Mattinonline e contro la libertà di stampa è un patetico autogoal. Non a caso gli oratori (tranne il solito Ghisletta) hanno tentato di correggere il tiro parlando dei temi occupazionali e glissando sulla questione Mattino, su cui invece avevano montato la panna ad oltranza nei giorni precedenti, ingolfando la stampa di prese di posizione sempre più deliranti.

Peccato che i temi occupazionali siano ampiamente dimenticati dalla sinistra dei funzionari pubblici e dei docenti, internazionalista, spalancatrice di frontiere e finta moralista. Quella per cui il problema del Ticino è il Mattino della domenica e il presunto “razzismo”. Idem per la sinistra sindacale, che si finanzia  con le quote d’affiliazione dei frontalieri. Come ci si può aspettare, allora, che si batta per il contingentamento di questi ultimi, ciò che equivarrebbe a segare il ramo su cui è seduta?

In piazza più sigle che persone

Se si pensa che a promuovere la manifestazione c’erano oltre una quindicina di associazioni di vario genere (nelle foto si vedono più sigle che persone), è palese che in piazza sono giunti solo i promotori, stipendiati dal contribuente, ed i loro parenti. Partecipazione di popolo: zero. Perché la $inistra, che più che crociate contro la Lega ed il Mattino non sa proporre (vedi le ultime elezioni comunali di Lugano), non se la fila, giustamente, più nessuno. Se questa è la forza di mobilitazione dei kompagni, i diretti interessati dovrebbero preoccuparsi seriamente.

Il meccanismo utilizzato da P$ ed addentellati è sempre lo stesso: creare il nemico da abbattere, diffondendo odio e razzismo contro la Lega. A livello politico, le proposte della Lega vanno respinte senza nemmeno entrare nel merito, ma per partito preso, solo perché in arrivo dalla parte sbagliata, visto che al nemico non bisogna mai dare ragione. Il giochetto però non funziona più, ed il flop della manifestazione di ieri lo dimostra. Grottesco il comunicato stampa con cui gli organizzatori sproloquiano di un “grande successo”: ci mancava solo di indicare la presenza di “folle oceaniche”, e il quadretto sarebbe stato completo.

Quanto ai deliri di Ghisletta, che ad un certo punto ha parlato di «schifosi giornalisti fascisteggianti che impestano l’Europa ed il Ticino», sarebbe facile replicare,  ad esempio, con qualche considerazione sugli «schifosi sindacalisti che vogliono tappare la bocca con metodi fascisteggianti a chi osa non pensarla come loro». Ma l’ira impotente del segretario sindacale VPOD e futuro presidente della sezione P$ di Lugano (una presidenza che per la Lega sarebbe un terno al lotto, perché con nemici così…) in realtà suscita solo compassione. Con l’invito a Ghisletta e soci di ricordarsi di un proverbio vecchissimo, ma sempre valido: “raglio d’asino non giunge al cielo”.

Lorenzo Quadri

L’invasione prosegue: Frontalieri da sempre più lontano

«Salve mi chiamo XY sono un ragazzo di 26 anni attualmente disoccupato e pronto a trasferirmi nella regione Ticino (sic) in Svizzera. (…) Se troverò un posto che mi darà la possibilità di guadagnare almeno 2500 Fr posso trasferirmi in Svizzera, in caso contrario dovrei risiedere nella fascia di confine italiana e fare il frontaliere, nell’impossibilità di affrontare i costi della vita in Svizzera. Spero mi aiuterete, a presto».

Questa comunicazione email (il nome del mittente è stato omesso a tutela della sua privacy) corredata da  cv, come si immaginerà giunge da un indirizzo italiano. E’  approdata in redazione per il tramite di una delle numerose agenzie che promuovono i cittadini della vicina Penisola in cerca di un’occupazione in Ticino. Come queste agenzie scelgano i destinatari cui mandare i profili da loro gestiti non è chiaro, ma questo è un altro discorso.

Fatto sta che aziende ticinesi piccole e grandi e piccole si vedono subissate da richieste analoghe. Il datore di lavoro “socialmente responsabile” farà ampio uso dell’opzione cestino. Altri no. Non bisogna pensare che i frontalieri vengano solo dalla fascia di confine. A queste si aggiungono altre persone che vengono da più lontano, ma che vi si trasferiscono per poi staccare un permesso G.

Le pretese salariali degli aspiranti “neo-frontalieri” sono, come abbiamo visto, modeste. E’ evidente che il giovane disoccupato italiano in questione è pronto ad accettare retribuzioni anche ben inferiori ai 2500 Fr. Quindi, come volevasi dimostrare, i lavori a tempo pieno pagati 1800 Fr al mese sono una scandalosa realtà regalataci dalla devastante libera circolazione delle persone; altro che invenzione della Lega populista e razzista!

Altrettanto evidente è che oltreconfine, e non necessariamente vicino al confine ma in tutta la Penisola, ci sono frotte di persone, giovani e meno giovani, nella stessa situazione del 26enne, e disposte a lavorare in Svizzera alle medesime condizioni.

Tramite la formula del finto apprendistato, dello stage permanente, e via elencando (alla creatività non c’è limite) molti di questi  candidati verranno senza dubbio collocati, alla faccia dei lavoratori  ticinesi che rimarranno  a piedi. I segnali negativi si moltiplicano. Nei giorni scorsi si è saputo dell’esplosione del numero di apprendisti frontalieri maggiorenni presenti alla SPAI (interrogazione della gran consigliera verde Michela Delcò Petralli). Chi assume questi apprendisti maggiorenni frontalieri (probabilmente già formati)? L’apprendistato è una copertura? Dove si vuole andare a parare?

Urgono contingenti
E’ chiaro che, senza un contingentamento dei permessi G, da questa situazione non si esce. Nei giorni scorsi, anche il presidente del P$ ha tirato fuori la Xerox lanciando una proposta fotocopiata dalla Lega. Ma tu guarda questi kompagni: prima organizzano manifestazioni fascisteggianti contro la Lega e contro il Mattino; poi, però, ne scopiazzano il programma.

Infatti il presidente P$ Saverio Lurati se ne è uscito dicendosi favorevole ai contingenti per i padroncini.

Ma come, i contingenti non erano roba da razzisti populisti xenofobi? Da notare che i kompagni si guardano bene dal parlare di contingenti anche per i frontalieri, malgrado l’invasione in corso non sia meno preoccupante di quella dei padroncini. Come mai? La risposta non è difficile da trovare. I sindacati di $inistra stanno in piedi con le quote dei frontalieri. Più frontalieri uguale più iscritti uguale più incassi. Mica vorrete che i kompagni seghino il ramo su cui sono seduti, e questo per tutelare i lavoratori ticinesi che magari votano Lega…
Lorenzo Quadri

Frontalieri: perfino il Liechtenstein ci bagna il naso

Mentre l’invasione da Oltreconfine priva sempre più ticinesi di ogni età di prospettive di lavoro e quindi di vita

Qualche giorno fa si è saputo che il Liechtenstein intende introdurre un’imposta alla fonte sui frontalieri svizzeri, con l’obiettivo di incassare sui 20-22 milioni di Fr all’anno, soldi che poi mancheranno al di qua dal confine ed in particolare nel Canton San Gallo.

La prima riflessione a venire spontanea è che perfino un piccolissimo Stato come il Liechtenstein in materia di frontalieri è in grado di far sentire la propria voce.

La seconda è che, trattandosi di un problema internazionale che interessa un certo numero di comuni della Svizzera tedesca, i quali potrebbero ritrovarsi con delle riduzioni di entrate fiscali in caso di applicazione dell’imposta alla fonte da parte del Liechtenstein, poco ma sicuro il Consiglio federale si mobiliterà a sostegno di questi comuni.

Dei problemi che il frontalierato provoca in Ticino, invece, Berna se ne disinteressa sia per quel che riguarda le conseguenze occupazionali che per quanto attiene alle conseguenze viarie. E non dimentichiamoci che è “merito” della Confederazione se da quasi quarant’anni il Ticino versa ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri, pagando per tutta la Svizzera. Ristorni che dovrebbero servire per finanziare opere infrastrutturali in Italia, ma quest’ultima non le ha mai fatte, né intende farle, vedi la débâcle della tratta italiana della ferrovia Stabio-Arcisate.

Che le nostre strade sono intasate da auto e furgoni con targhe “I” lo vede ormai anche una talpa. A Lugano a peggiorare la situazione ci pensa anche il Piano viario. Se a sud di Lugano in autostrada l’ingorgo è quotidiano, un motivo c’è. I frontalieri ed i padroncini i loro veicoli non se li mettono in tasca.

Come se non bastasse, la ministra dei trasporti uregiatta Doris Leuthard, quella che arriva in Ticino a raccontare ovvietà al primo d’agosto e che si ricorda del nostro Cantone solo perché vi possiede una casa di vacanza nel Gambarogno, vuole la vignetta autostradale a 100 Fr (sul tema si voterà il 24 novembre prossimo). La vignetta a100 Fr non solo costituisce un ladrocinio ai danni degli automobilisti, come abbiamo avuto più volte modo di dire e ripetere, ma avrà anche pesanti conseguenze sulla viabilità. Saranno infatti numerosissimi i cittadini italiani (frontalieri, padroncini, turisti occasionali, frequentatori del Foxtown) eccetera che, per non pagare la vignetta a 100 Fr, useranno – soprattutto le Mendriosotto ma non solo – le strade cantonali. Queste ultime non sono “vignettate” e nemmeno “vignettabili”. Le conseguenze le possiamo facilmente immaginare.

Il Liechtenstein si difende contro i frontalieri, la Svizzera invece no. Guai, non vorremmo mica passare per non sufficientemente “aperti”. Intanto sul mercato del lavoro ticinese i frontalieri soppiantano i residenti negli ambiti più disparati, dall’apprendistato all’insegnamento, dagli uffici alle banche. Con tutti i sotterfugi del caso. E’ noto ad esempio il ricorso al contratto di stage per pagare persone formate e laureate 2000 Fr al mese per un lavoro a tempo pieno. Oppure il giochetto sulle percentuali: sul contratto figura un lavoro ed una remunerazione al 50%, nella realtà il lavoro è al 100%. Oppure ancora i finti apprendisti. Il segretario sindacale OCST Meinrado Robbiani sul Corrierone di venerdì segnala inoltre la novità dei saloni di parrucchiere che noleggiano alcune poltrone a lavoratori in arrivo da oltreconfine i quali si spacciano per indipendenti (ovviamente non lo sono).

L’invasione da Oltreconfine priva troppi ticinesi, giovani e meno giovani, di prospettive di lavoro e quindi di vita. Ma a Bellinzona si scarica il barile su Berna la quale se ne infischia con la scusa che dalle statistiche taroccate della SECO non emerge eccetera eccetera.
E intanto ci facciamo mettere via anche dal Liechtenstein…

Lorenzo Quadri

La vicina ed ex amica Penisola attacca la Svizzera per i rimasugli del segreto bancario. Perché le imposte dei padroncini non interessano?

Ma guarda un po’: sull’invasione dei padroncini adesso  tutti danno ragione alla Lega compresa la sinistra. E’ da quando è entrata in vigore la libera circolazione delle persone che la Lega ed il Mattino predicano e propongono contingentamenti dei padroncini, oltre che blocchi quotidiani (da fatturare a Berna). L’ultimo, riuscitissimo controllo ha dato risultati eloquenti: su 27 padroncini fermati, in regola non ce n’era neanche uno. Però quelle della Lega e del Mattino erano tutte frottole populiste e razziste.

Sui frontalieri invece la sinistra di contingenti non vuole sentire parlare, e questo malgrado non ci sia altra soluzione per evitare il soppiantamento dei lavoratori residenti con frontalieri. La cosa non sorprende: la sinistra è in balia dei sindacati; ed anche i frontalieri pagano le congrue quote sindacali. Per cui…

Intanto sempre più cittadini ticinesi, giovani e meno giovani, si vedono privati del lavoro e dunque del futuro, e questo perché i partiti $torici, il padronato ed i sindacati hanno voluto aprire il nostro piccolo mercato del lavoro all’assalto alla diligenza da oltreconfine. Assalto peraltro confermato dalle solite statistiche che parlano di un aumento dei posti di lavoro, ma contemporaneamente aumentano le persone in disoccupazione ed in assistenza. Questo cosa vuol dire? Semplicemente, che i “nuovi posti di lavoro” non sono per i residenti, bensì per frontalieri. I quali, oltre ad occupare tutti i nuovi posti, soppiantano i ticinesi in quelli esistenti.

La guerra tra poveri con cui la $inistra ama riempirsi la bocca, l’hanno creata gli spalancatori di frontiere (kompagni in primis) e non certo la Lega o il Mattino. 

Entrate dimenticate

I padroncini non pagano né tasse né oneri sociali. Da nessuna parte. I frontalieri versano all’Italia imposte ridicole, se paragonato a quanto frutta all’erario del Belpaese il cittadino italico che lavora in patria, costretto a corrispondere al fisco aliquote predatorie.

Fa veramente specie che la vicina ed ex amica Penisola, sempre pronta ad attaccare la Svizzera con mezzi illegali per colpa dei rimasugli del segreto bancario, non abbia nulla da dire sulle imposte che non riceve da padroncini e frontalieri.

Roma dovrebbe essere la prima a fare pressioni affinché la Svizzera le trasmetta informazioni su padroncini e distaccati notificatisi in Svizzera, come pure sull’importo delle commesse (al proposito la proposta di Saverio Lurati è sicuramente interessante).

Invece, niente. Come mai? Forse perché viene comodo attaccare la Svizzera sul segreto bancario, sapendo che la ministra del 5% ed i suoi degni compari calano le braghe, ma altrettanto comodo viene sfruttare il Ticino come valvola di sfogo su cui scaricare centinaia di migliaia di italiani che, senza il nostro paese, sarebbero senza lavoro e a carico della socialità italiana? Sicché il Belpaese non prende nessuna misura che potrebbe in qualche modo contenere l’invasione della Svizzera (del Ticino) da parte di cercatori d’impiego italiani, nuocendo al gioco dello scarica-barile? E se si perdono entrate fiscali, pazienza? Avanti così, si dicono gli “amici” a sud: tanto gli svizzerotti sono fessi e non si accorgono di niente…

Lorenzo Quadri

Italia: abolizione del reato di clandestinità? Il conto lo pagheremo (anche) noi!

Mentre la kompagna Simonetta Sommaruga si inventa il nuovo centro asilanti a Losone – che di conseguenza diventerà come Chiasso, alla faccia della promozione turistica e per buona pace degli abitanti della zona – il governo della vicina ed ex amica Penisola se ne esce con l’ennesima illuminante pensata: l’abolizione del reato della clandestinità.

Ulteriore perla della $inistra che, come di consueto, avrà conseguenze deleterie.

L’abolizione del reato di clandestinità invocando le solite e trite motivazioni pelose all’insegna del politikamente korretto, vuole semplicemente essere uno sgarbo alla Lega Nord. Il risultato, prevedibile, non sarà di sicuro quello di migliorare le condizioni degli asilanti. Sarà proprio il contrario. Abolendo il reato di clandestinità, la vicina Penisola non farebbe che fomentare gli sbarchi a Lampedusa. Incoraggerebbe i migranti a mettere in pericolo la loro vita per affidarsi ai delinquenti che organizzano le traversate coi  barconi. Questi delinquenti vedranno fiorire il loro commercio criminale. Saranno gli unici a trarre vantaggio dal nuovo ordinamento. Ci guadagneranno dei bei soldoni. Mentre le tragedie del mare aumenteranno, grazie agli internazionalisti politikamente korretti.

Infatti, come rilevava nei giorni scorsi Piero Ostellino sul Corriere della Sera, se gli asilanti invece di approdare a Gibilterra dopo un tratto di mare breve e sicuro, scelgono la via, molto più lunga e più pericolosa, di Lampedusa, un motivo c’è. Ovvero, la severa regolamentazione spagnola in materia di clandestinità. Abolendo ogni regola, la vicina ed ex amica Penisola non farà che rendersi ancora più attrattiva per gli sbarchi.

Poiché l’Italia, come noto, non è affatto in grado di garantire la sussistenza di tutti i richiedenti l’asilo che attirerà con l’abolizione del reato di clandestinità (non lo era nemmeno con il reato in essere, figuriamoci senza), il risultato sarà che questi ultimi saranno poi “istradati” verso nord, come da consolidata prassi italica. Noi, e non solo noi, ne sappiamo qualcosa. Istradati verso nord significa mandati in primo luogo in Svizzera. Ossia in Ticino.

E  cosa fa la kompagna Sommaruga mentre Roma tramite scelte fuori di cranio pone le premesse per la creazione di ulteriori emergenze asilanti in Ticino? Un bel niente, come al solito. Si è forse sentita una parola di critica? Ma non sia mai. Il Consiglio federale tollera che la Svizzera – e quindi i suoi cittadini – venga insultata da tutti. Ma quando avrebbe da replicare, scandalosamente tace.

Intanto l’Italia continua la guerra economica contro la Svizzera, diffondendo a gran voce la fandonia che, a partire dal primo novembre, il nostro Paese non conoscerà più alcuna tutela della privacy bancaria. Si tratta di una fregnaccia colossale (per quanto sia vero, purtroppo, che la ministra del 5% Widmer Schlumpf continua a svendere la nostra piazza finanziaria e la nostra sovranità) mirata a terrorizzare i titolari italiani di conti elvetici, con la speranza del rimpatrio dei capitali. Che comunque mai basterà per sistemare le finanze di uno Stato in bancarotta e che, come dimostra la questione dell’abolizione del reato di clandestinità, cancella o inventa reati a dipendenza delle maggioranze del momento: segno di un Paese allo sbando.

E la Svizzera, confrontata con un simile vicino, che fa? Tace, subisce, ubbidisce. Poi ci chiediamo come mai questo Cantone, incuneato nella Penisola, è messo sempre peggio…

Lorenzo Quadri

Sgravi fiscali PLR, una triste pantomima

L’ex partitone sa benissimo che, ad affossare la sua proposta, sarà la sua ministra delle finanze

In contraddizione (ormai è una costante) con la sua Consigliera di Stato, il PLR ha formulato una proposta di sgravi fiscali, che prevede 100 milioni di alleggerimenti spalmati su 4 anni.

Da ormai una dozzina d’anni questo cantone si contraddistingue per il totale immobilismo fiscale (e non solo fiscale).  Il risultato è noto: il Ticino non è più attrattivo per i buoni contribuenti e per le aziende, avendo perso  continuamente posizioni nella graduatoria della competitività fiscale. Cosa scontata quando si resta immobili mentre gli altri  procedono con le riforme.

Pur essendo scontato che in politica da soli si fa ben poco, è chiaro che la prima responsabilità per la politica fiscale è di chi detiene il “ministero delle finanze”: ossia dell’ex partitone. Ma il DFE in mano al PLR da oltre un decennio si limita alla contabilità. A prendere l’iniziativa e a proporre gli sgravi è stata, e più di una volta, la Lega dei Ticinesi. Ciò sulla scorta di una constatazione molto semplice: il Ticino necessita urgentemente di un rilancio economico, e questo passa per gli sgravi fiscali.

La Lega quindi non si è limitata a formulare delle proposte a livello parlamentare, ma ha promosso delle iniziative popolai, raccogliendo le firme affinché si votasse.
 
Naturalmente i partiti storici, e il PLR non è certo stato indietro, si sono prodigati nella denigrazione di iniziativa ed iniziativisti. L’ira dell’ex partitone è comprensibile: la Lega ha dimostrato di essere l’unica forza politica  ad attivarsi per lasciare qualche soldo in tasca in più a cittadini ed imprese, facendo suo il tema degli sgravi fiscali che l’ex partitone ha ripudiato da molto tempo, grazie in particolare all’ala radikale fautrice del “tassa e spendi”.
 Di fatto solo la Lega vuole un fisco più leggero.

Risultato importante

Le iniziative fiscali leghiste non sono state approvate in votazione popolare. Hanno tuttavia ottenuto un sostegno lusinghiero, se si pensa all’indecorosa ammucchiata del fronte contrario, che, per combattere gli sgravi, ha messo in giro le panzane più inverosimili. Del tipo “chiuderanno scuole e ospedali”.

Pur non essendo state approvate, le iniziative leghiste un risultato importante l’hanno ottenuto. Importante in un’ottica di “contenimento del danno”. Hanno infatti scongiurato aggravi fiscali. Non ci fossero state le iniziative della Lega, le tasse sarebbero aumentate. Questo è un merito che non può essere taciuto.

Adesso il PLR, dopo tante vacue promesse, vorrebbe dimostrare di  non aver dimenticato il tema fiscale. Ma l’ex partitone non è credibile. Non lo è perché, se davvero avesse voluto degli sgravi fiscali, avrebbe formulato un controprogetto all’iniziativa leghista. Per  giustificare di non averlo fatto, è riuscito a sostenere in Gran Consiglio la ridicola posizione che il controprogetto all’iniziativa leghista l’avrebbero dovuto proporre… gli iniziativisti stessi ossia la Lega!

E il PLR non è credibile perché, mentre il partito dichiara di volere sgravi fiscali, la sua ministra delle finanze si muove in senso esattamente opposto. Ossia vuole  aumentare le tasse. E sa già anche come: tramite aumento dei valori di stima immobiliare (quindi, ancora una volta,  i proprietari di una casetta o di un appartamento verranno chiamati alla cassa), tramite il moltiplicatore cantonale e tramite il freno all’indebitamento.
 
E’ chiaro quindi che gli sgravi proposti dal PLR sono solo la triste pantomima di un partito rimasto senza risposte davanti alle necessità del paese e che dunque tenta di arrabattarsi alla meno peggio, scopiazzando dalla Lega e formulando proposte che verranno affossate dalla sua stessa ministra, ancora prima che da altre forze politiche.

Da notare inoltre che gli sgravi PLR centrati su aziende e redditi alti (mentre Sadis vuole alzare le imposte ai proprietari di casetta, ossia al ceto medio) non contengono nulla per le persone singole, oggi tartassate in maniera iniqua. La Lega aveva pensato anche a questi cittadini, che non sono né quattro gatti, né contribuenti di serie B. Il PLR, invece, no.

Lorenzo Quadri

Piazza finanziaria ticinese: La ministra del 5% ci ha già svenduti all’Italia

I segnali negativi per il Ticino si moltiplicano. Il traballante premier italiano Enrico Letta è tornato a parlare di “andare a prendere i soldi degli italiani” che si trovano in Svizzera. E naturalmente il Consiglio federale risponde immediatamente “presente”. Tanto ad andarci di mezzo in termini di posti di lavoro e di entrate fiscali sarà il Ticino, mica l’Altopiano: per cui chissenefrega.

Il Consiglio federale, ed in particolare la ministra del 5% Widmer Schlumpf, scatta sull’attenti non appena l’Italia (o qualsiasi altro Stato) fa un “cip”.

Invece, di dare soldi all’Italia non c’è alcuna fretta, dal momento che la Penisola già riceve indebitamente dalla Svizzera i ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri. Inoltre, l’Italia non perde un’occasione per prodursi in iniziative più o meno puerili di boicottaggio ai danni del nostro paese: dalle black list illegali al blocco dei turisti cinesi in dogana. A ciò si aggiunge l’incoraggiamento, leggi aizzamento, ai disoccupati della vicina Penisola ad utilizzare il Ticino come valvola di sfogo. Ossia, a cercare lavoro in Ticino a danno dei residenti. 

Né si può dimenticare che l’Italia viene sistematicamente meno ad i propri impegni internazionali nei confronti del nostro paese. La débâcle della tratta italiana della ferrovia Stabio-Arcisate parla da sé. AlpTransit non andrà a finire meglio. Il danno sarà nettamente maggiore, e questo per una semplice questione di numeri: noi svizzerotti spenderemo 25 miliardi di Fr di tasca nostra per un’AlpTransit monca. Analogo il discorso per il cosiddetto corridoio di 4m per il trasbordo su rotaia delle merci: se la Svizzera vuole che la vicina Penisola faccia la propria parte, dovrà farsi carico dei costi. La fattura, già lo si sa, ammonterà a 230 milioni di Fr.

Fare regali a chi ci boicotta?

Questo per dire che non abbiamo assolutamente alcun motivo per fare regali all’Italia in materia di accordi fiscali. Accordi  che andrebbero, naturalmente, tutti a nostro danno. Si tradurrebbero infatti nella perdita di migliaia di posti di lavoro in Ticino e di svariati milioni di introiti fiscali. Per quale motivo dovremmo essere collaborativi, col risultato di danneggiare pesantemente l’economia ed il mercato del lavoro ticinese, con chi ci prende a pesci in faccia?

Quello che ha in mente l’Italia non è uno scudo fiscale. L’obiettivo è quello di rimpatriare una settantina di miliardi col risultato che dalla piazza finanziaria ticinese sparirebbero almeno 3000 posti di lavoro. E possiamo stare sicuri che a venire lasciati a casa saranno i ticinesi ed i residenti, mentre i frontalieri rimarranno al loro posto. Non basta che, a seguito della devastante libera circolazione delle persone, frontalieri e padroncini arrivino in Ticino a lavorare al posto dei ticinesi. Adesso la vicina Penisola vorrebbe anche sottrarre, contando sulla vergognosa debolezza della ministra del 5% e dei suoi degni compari, impieghi “pregiati” al Ticino; posti per gran parte occupati dai ticinesi. Le grandi banche se ne infischiano, perché una piazza finanziaria vale l’altra: se i soldi rientreranno in Italia, vorrà dire che sposteranno attività in Italia, assumendo italiani. Il nostro Cantone, quindi, già devastato dall’invasione di frontalieri e di padroncini, resterà ulteriormente depauperato.

Nel gruppo di lavoro neanche un ticinese

Il criminale disinteresse della ministra del 5% nei confronti della piazza finanziaria ticinese emerge al di là di ogni dubbio dalla composizione del nuovo gruppo di esperti per lo sviluppo della strategia in materia di mercati finanziari. Ebbene, in questo gruppo non c’è neanche un ticinese. Non un cane che rappresenti la terza piazza finanziaria della Svizzera e che conosca le problematiche nelle relazioni con la vicina ed ex amica Penisola. Questo, è evidente, può voler dire solo una cosa: che Berna ha già svenduto la piazza finanziaria ticinese agli italici.

Lorenzo Quadri

Referendum contro il “trattato” FATCA

Care amiche, cari amici,

Nel file allegato trovate il formulario per il referendum contro il “trattato” FATCA.

FATCA in effetti non è un trattato, bensì un Diktat che gli USA hanno imposto unilateralmente alla Svizzera, violandone la sovranità, per ottenere informazioni sulle relazioni bancarie dei cittadini americani.

Ancora una volta la ministra del 5% Widmer Schlumpf è stata ben felice di rottamare le nostre leggi per obbedire agli ordini dei padroni di Washington.

In gioco non c’è, dunque, solo la piazza finanziaria svizzera – con i suoi introiti fiscali ed i suoi posti di lavoro – ma anche l’indipendenza della nostra Nazione.

La capitolazione davanti agli USA farà sì che, in nome della parità di trattamento, bisognerà cedere anche a tutti gli altri paesi che da tempo ci hanno dichiarato guerra economica.  Mostrare debolezza ora significa aprire le porte al saccheggio in ogni campo.
Adesso gli Stati che credono di potersi rimpolpare le casse a nostro danno se la prendono con i rimasugli del segreto bancario svizzero; domani cosa ci sarà nel loro mirino?

Per difendere il nostro Paese e la sua sovranità, stampa il pdf del formulario che trovi allegato a questa e-mail, firmalo e fallo firmare in famiglia. Poi spediscilo al Mattino della domenica,  via Monte Boglia 3, 6904 Lugano.
Fallo il prima possibile… Se no poi ci si dimentica :-).

Con questo piccolo gesto si può fare molto.

Grazie mille!


Ma guarda chi si rivede: gli accordi fiscali con l’Italia Calma e sangue freddo

Non c’è proprio alcuna fretta di mandare soldi ai nostri vicini, i quali da un lato approfittano a piene mani della (per noi) devastante libera circolazione delle persone, dall’altro non perdono occasione per discriminarci

Era un po’ che non se ne sentiva parlare, ma adesso il tema torna a fare capolino. Trattasi degli accordi fiscali con l’Italia. Come i suoi predecessori, l’attuale premier Letta (in carica ancora per quanto?) crede di aver trovato in Svizzera, per dirla con le parole dell’ex ministro delle Finanze Giulio “Desaparecido” Tremonti, “la caverna di Alì Babà”.

C’è da temere che la perniciosa ministra del 5% ed i suoi degni colleghi siano pronti a calare le braghe perfino con l’Italia, questo  per evitare critiche o attacchi, essendosi peraltro dimostrati del tutto incapaci di farvi fronte. Ed infatti pare sia giunta immediata la disponibilità bernese ad entrare in trattative con Roma. Trattative che, c’è da scommettersi, nel caso venissero intavolate, seguirebbero l’ormai noto, e desolante, schema: cedere subito e su tutto.

Le cifre del rimpatrio dei capitali che vengono fatte balenare a Roma, sono, come al solito, balzane. Si parla di una somma iniziale di 10-15 miliardi (e qui forse  non siamo troppo fuori strada: se si pensa che in Svizzera potrebbero trovarsi  150 miliardi di euro di cittadini italiani, un’aliquota dell’8 è immaginabile) e di interessi ricorrenti di 5-10 miliardi di euro. E qui siamo completamente a sbalzo.

E’ bene dunque ricordare un paio di cosucce. Punto primo: le liste nere italiane, in cui la Svizzera è stata inserita a causa dei  rimasugli del segreto bancario, sono illegali. Quindi, finché la Svizzera non viene cancellata da queste liste nere, di accordi fiscali non se ne parla nemmeno. Ad un atto illegale non si risponde con le calate di braghe; semmai con misure dello stesso tenore. 

Non c’è alcuna fretta di riconoscere alcunché all’Italia, la quale viene regolarmente e sistematicamente meno ai proprio impegni nei confronti della Svizzera: pensiamo solo, ad esempio, allo sfacelo della ferrovia Stabio-Arcisate. Perfino i ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri non sono più dovuti, essendo venuti a mancare i presupposti che stavano alla base dell’accordi di quasi quarant’anni fa; ma la Svizzera si ostina a versarli.

Pro memoria

Ai nostri vicini a sud va inoltre ricordato ad oltranza che, se non ci fosse il Canton Ticino, 60mila frontalieri e decine di migliaia di padroncini sarebbero a carico dello stato sociale italiano. 60mila frontalieri non sono affatto indispensabili al Ticino, al contrario sono un disastro, e con i padroncini va ancora peggio. In nessun caso il frontalierato è una colonna portante del nostro Cantone, come tenta di far credere la vicina Penisola per raggiungere i proprio scopi; ma semmai è esattamente il contrario.

Qualsiasi accordo con l’Italia costituirebbe un danno per la piazza finanziaria ticinese, un danno che si tradurrebbe, molto concretamente, in perdita di posti di lavoro. Il sospetto è che, per l’ennesima volta, Berna non esiterà a sacrificare il Ticino per fare bella figura davanti agli eurobalivi. Non si vede dunque per quale motivo il nostro Cantone, già devastato dalla contiguità con l’Italia in regime di libera circolazione delle persone, dovrebbe ancora pagare il prezzo di accordi con il Belpaese all’insegna della capitolazione. E questo solo perché a Berna non si ha spina dorsale sufficiente per affrontare delle critiche, ma si va in panico alla minima osservazione, fondata o infondata che sia.
Di concludere accordi fiscali con l’Italia proprio non c’è fretta. Per convincere la vicina Penisola a cancellare il nostro paese da liste nere illegali, si organizzino controlli al confine ad oltranza. Ad immagine dell’ottima operazione delle scorse settimane, dalla quale è emerso che, su 27 padroncini controllati, non ce n’era uno che fosse in regola.

E, visto che, per il famoso corridoio ferroviario a 4 metri, se vogliamo che l’Italia faccia la sua parte sul proprio territorio dovremo pagare i lavori di tasca nostra (con quali garanzie che verranno davvero eseguiti e portati a termine?) è chiaro che di ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri non si versa più un centesimo.
Lorenzo Quadri