Luce verde all’iniziativa UDC per aggravi fiscali ai frontalieri Ma allora avevamo ragione!

Le forze politiche improvvisamente concordi nell’aumentare le imposte ai frontalieri: ma come, non dovevano essere proposte da beceri populisti e razzisti?

Si potrebbe dire che, ancora una volta, la Lega e il Mattino avevano ragione. Nel senso che sulla fiscalità dei frontalieri bisogna lavorare, naturalmente al rialzo.

La commissione tributaria del Gran Consiglio, presieduta dal leghista Giancarlo Seitz, ha deciso di procedere in modo spedito all’esame dell’iniziativa UDC che vuole applicare il moltiplicatore del 100% al calcolo dell’imposta comunale alla fonte applicata ai frontalieri. Oggi viene applicato il moltiplicatore medio cantonale del 78%. La proposta, da sostenere senza riserve, è quella di salire alla percentuale piena, ed ha riscosso ampi consensi in commissione.
Sotto la presidenza dell’odiata Lega, dunque, la commissione tributaria funziona e produce.

Aggravi “buoni e giusti”
Si calcola che l’aggravio fiscale ai frontalieri porterebbe 20 milioni di Fr in più nelle casse dei comuni.  Ovviamente qualcuno solleverà il tema della compatibilità giuridica con il solito, devastante principio della non discriminazione. Qualora insorgessero difficoltà a questo proposito, bisognerà avere il coraggio di tirare dritto. Il concetto della non discriminazione dei frontalieri è aberrante. Occorre infatti fissare delle precedenze a tutti i livelli e la precedenza la deve avere chi vive in Ticino. Creare delle precedenze vuol dire discriminare. Quindi discriminare è necessario.

Qualsiasi aggravio fiscale sui frontalieri è corretto. La presenza eccessiva ed incontrollata di questi ultimi, esplosa negli ultimi anni, genera un danno economico, sociale ed ambientale che non viene compensato. Da qui nasce, ad esempio, la proposta della Lega di introdurre un’ecotassa a carico dei frontalieri. Ecotassa che potrebbe essere ad esempio strutturata in un prelievo annuo di 500 Fr generando in questo modo un’entrata di 30 milioni di Fr visto che in Ticino ci sono 60mila frontalieri. Questo a parziale copertura dei costi causati alla rete stradale dalla presenza di – diciamo – 50mila automobili “in esubero” sulle strade del nostro Cantone.

Con l’ecotassa per frontalieri si applicherebbe  quindi  il principio di causalità che tanto piace ai politikamente korretti. Piace, ovviamente, finché a proporlo non è l’odiata Lega; nel qual caso si urla allo scandalo e al razzismo e alla xenofobia.

Aliquote italiane
Un’altra pista da seguire, che dovrebbe rappresentare la soluzione più logica ma che necessita di un accordo internazionale, è quella dell’abolizione dello statuto fiscale di frontaliere.

Il frontaliere deve dunque risultare imponibile in base all’aliquota italiana, ben più alta di quella elvetica: il gettito verrebbe poi spartito di modo che alla Svizzera vada la totalità dell’imposta alla fonte secondo l’aliquota elvetica, senza più l’obbligo di ristornare alcunché. All’Italia, la differenza.

La scorsa settimana ha ottenuto ampio rilievo mediatico la sortita del sindaco di Valsolda Giuseppe Farina che inveiva contro i suoi concittadini: sono frontalieri al 90% (quindi gli svizzerotti fessi danno lavoro ad interi comuni italici, mentre loro ed i loro figli rimangono a casa in disoccupazione prima ed in assistenza poi) e quindi non pagano le tasse al comune di residenza!

Delle due l’una: o il sindaco di Valsolda le spara grosse come case, oppure il capo dell’esecutivo di un comune con il 90% degli abitanti frontalieri non conosce i ristorni delle imposte alla fonte (grave). Ma una cosa è chiara: il sindaco di Valsolda, e certamente anche molti suoi colleghi italiani, vorrebbe ricevere più imposte da parte dei frontalieri.

Letargo bernese
La proposta della Lega di abolire lo statuto fiscale dei frontalieri lo farebbe quindi contento; probabilmente oltre le sue aspettative. Quindi, possiamo dedurre che questa proposta possa godere di molti alleati italiani. Perché allora il Consiglio federale l’ha – come di consueto – imboscata in un cassetto? Menefreghismo, incomprensione o incompetenza?
Lorenzo Quadri
CN Lega

Il Consiglio federale si schiera dalla parte dei delinquenti stranieri Sabotaggio bernese dei diritti popolari

E’ ovvio, e questo l’avevano ormai capito anche i paracarri, che il Consiglio federale di espellere gli stranieri che delinquono o che abusano della nostra socialità, non ne vuole proprio sapere. Non sia mai! Non è politikamente korretto! Bruxelles potrebbe (notare il condizionale) bacchettarci! “Bisogna aprirsi”!

Gli è che il popolo ha votato tre anni fa, era il novembre 2010, l’iniziativa Udc chiedente l’espulsione degli stranieri che delinquono.  Ma naturalmente per anni il voto popolare è rimasto lettera morta sicché, per dare la sveglia a chi faceva melina perché al voto popolare si dà retta solo quando coincide con le indicazioni del Consiglio federale, è stato necessario raccogliere le firme per l’iniziativa d’attuazione.

Una situazione di per sé aberrante: infatti, da nessuna parte nella nostra Costituzione sta scritto che, perché un’iniziativa votata dal popolo venga applicata, bisogna fare un’iniziativa-bis.
Ma la maggioranza politica, gli stranieri delinquenti e che abusano del sociale vuole farceli tenere e mantenere: in ottemperanza alla sciagurata politica della multikulturalità completamente fallita e delle frontiere spalancate.

Violati i diritti popolari
Sicché adesso il Consiglio federale si arrampica sui vetri per non dare seguito al voto della gente. E raccomanda alle Camere federali di dichiarare parzialmente nulla la seconda iniziativa.
Ohibò, qui si sta  veramente passando il limite. Il Consiglio federale, quello che non fa trascorrere un giorno senza svenderci un po’ di più all’Unione europea, adesso pretende di smontare la democrazia diretta quando il responso non è quello “giusto”. In sostanza, si viola allegramente il diritto all’autodeterminazione del popolo. E questo non per chissà quale ragione di Stato, ma per favorire gli stranieri delinquenti.

Se fosse eletto dal popolo…
Questa è la conseguenza del fatto di trovarsi con un governo non eletto dal popolo, che di conseguenza non deve rispondere al medesimo delle proprie azioni. Sicché rimuovere dei Consiglieri federali in carica non già per volere del cittadino elvetico, ma per inciuci partitici da corridoio che farebbero impallidire il mercato delle vacche di agreste memoria, diventa estremamente difficoltoso.

L’iniziativa per l’elezione popolare del Consiglio federale è purtroppo stata respinta. Sicché il Consiglio federale può permettersi di farsi un baffo della volontà del popolo elvetico. Il fatto che nell’esecutivo sieda una ministra delle finanze che, senza avere uno straccio di legittimazione democratica, è stata messa nella condizione di sfasciare il paese, è significativo dell’andazzo.
Le esternazioni del Consiglio federale miranti a ridurre la sovranità popolare sarebbero di per sé un motivo per riproporre l’iniziativa per l’elezione popolare dell’esecutivo.

220 anni fa…
Al proposito di questa squallida vicenda, che pone ancora una volta l’accento sull’assoluta mancanza di volontà del Consiglio federale di tutelare i cittadini elvetici ed il suo consueto schierarsi contro di essi e dalla parte degli eurobalivi, un attento lettore ci segnala l’art. 35 della  dichiarazione dei diritti dell’Uomo e del cittadino nella versione del 1793:

«Quand le gouvernement viole les droits du peuple, l’insurrection est, pour le peuple et pour chaque portion du peuple, le plus sacré des droits et le plus indispensable des devoirs».
Nessuno vuole rimontare le ghigliottine in piazza. Ma mandare a casa qualcuno, però, sì.
Lorenzo Quadri

I poveri raddoppiati in cinque anni, disoccupazione giovanile al 40% E’ proprio “Fallitalia”

L’esito dell’ultima indagine è catastrofico: impensabile mantenere, in queste condizioni, la libera circolazione delle persone

L’invasione da sud, ossia l’assalto alla diligenza del mercato del lavoro ticinese, ma anche del nostro Stato sociale, da parte di persone in arrivo dalla vicina Penisola, continuerà a peggiorare. Le notizie sulla situazione economica italiana, infatti, si fanno sempre più allarmanti. L’ultimo studio è stato pubblicato una decina di giorni fa da Coldiretti. Di spazio per l’immaginazione, come pure per l’ottimismo, ce n’è ben poco.

Dall’indagine fresca di pubblicazione risulta che il 37%, quindi quasi il 40% degli italiani per tirare a fine mese è costretto a chiedere l’aiuto dei genitori. Il numero degli italiani che vive in condizione di grande povertà è raddoppiato in pochi anni, passando da 2.4 milioni nel 2007 a 4.8 nel 2012. Allucinante pure la situazione occupazionale, con un tasso di disoccupazione giovanile che supera il 40%: quindi siamo a livelli spagnoli. Alle cifre ufficiali bisogna aggiungere i 2.5 milioni di persone che, a seguito della crisi del loro datore di lavoro, sono costrette a lavorare a tempo parziale.

Questa situazione è anche il prodotto di due anni di pesante recessione; e non ci sono indicazioni che possano lasciare anche solo immaginare un’inversione di tendenza.

Emigrazione

E’ ovvio quindi che l’Italia è diventata, o piuttosto è tornata ad essere, un paese di emigrazione. Un paese dove l’emigrazione viene apertamente incoraggiata anche dalla politica, e su questo la destra e la sinistra peninsulare sono d’accordo (probabilmente è l’unica cosa su cui concordano).
E, dovendo emigrare, è chiaro che un paese “fuori porta” che parla la stessa lingua è la destinazione più comoda. Meglio ancora, poi, se si può emigrare restando di fatto a casa propria, ovvero tramite il frontalierato.

Il risultato è dunque un assalto al mercato del lavoro ticinese che si farà sempre più accanito nella misura in cui la situazione economica sul fronte italiano peggiorerà (e non si vede proprio motivo per cui  dovrebbe migliorare). A  farne le spese sono e saranno i cercatori d’impiego residenti. Chi è nato e cresciuto in Ticino. Ed è veramente patetico che i sostenitori delle frontiere spalancate, vedi ad esempio l’ultimo numero del caffè della Peppina domenicale, siano arrivati al punto da magnificare la necessità che anche il Ticino torni come nell’Ottocento a diventare terra di emigrazione: naturalmente non per chi simili perle le scrive, e che ha i piedi bene al caldo; ad emigrare devono essere gli altri. Decantare le opportunità (?) dell’emigrazione è come andare a dire a chi non ha da mangiare che digiuno uguale salute.

Potenziare le difese

Quando si è confrontati ad attacchi, occorre potenziare le difese. Nel caso concreto vuol dire che la libera circolazione delle persone deve essere limitata con misure d’emergenza. Questo è anche facile da giustificare: quando la maggioranza dei cittadini elvetici, ma non i ticinesi, malauguratamente accettò la libera circolazione delle persone, la situazione economica italiana era assai diversa da quella attuale. Con la disparità che si è venuta a creare – e se la Svizzera sta meglio di altri è perché è rimasta fuori dalla fallita Unione europea – una libera circolazione delle persone non è più assolutamente pensabile. Quindi: contingenti per i padroncini, e anche per i frontalieri (ipotesi che non piace ai sindacati che lucrano sulle quote di iscrizione dei frontalieri). Stop al rilascio di nuovi permessi G per professioni del terziario, posti di blocco quotidiani contro i padroncini. Poi che l’Italia protesti pure: dopo la presa in giro della ferrovia Stabio-Arcisate, dopo 40 anni di ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri utilizzati impropriamente, dopo le liste nere illegali, dopo gli spioni della guardia di finanza mandati al confine, dopo la totale mancanza di reciprocità nell’applicazione della devastante libera circolazione delle persone, dopo la flagrante violazione degli accordi di Dublino sulla ripresa dei finti asilanti di sua competenza, e la lista potrebbe continuare, vogliamo proprio vedere con quale “tolla” i vicini a sud alzerebbero la cresta nei confronti della Svizzera.

Lorenzo Quadri

Preferiscono le frontiere spalancate: I sindacati che non difendono i lavoratori

Gli spalancatori di frontiere non si smentiscono. Ed infatti il sindacato UNIA invita a respingere l’iniziativa contro l’immigrazione di massa.

Eh già, i sindacati legati alla $inistra  internazionalista  proprio non ne vogliono sapere di limitare l’immigrazione. Molti tra i loro affiliati, soprattutto in Ticino, la pensano però in modo molto diverso.  Perché sanno benissimo che “la barca è piena”, e che il piccolo mercato del lavoro svizzero non può in nessun caso farsi carico dei disoccupati di mezza Europa!

La deleteria politica delle frontiere spalancate ha portato ad un netto peggioramento delle condizioni di lavoro dei cittadini ticinesi (ma anche di altri Cantoni) per gli arcinoti motivi che non stiamo ad elencare per l’ennesima volta, vedi dumping salariale e sostituzione dei lavoratori ticinesi con frontalieri. Chi dovrebbe tutelare i lavoratori ma rifiuta di cambiare marcia di sicuro non fa gli interessi dei salariati; ma forse fa i propri interessi di bottega.

Infatti si è visto che i sindacati sono contrari, giustamente, all’invasione dei padroncini, ma non al dilagare dei frontalieri. Tuttavia, sia i padroncini che i frontalieri “propriamente detti” sono due facce della stessa medaglia: il frontalierato, appunto. Con una differenza sostanziale: che i frontalieri sono (o possono essere) sindacalizzati e pagano le loro cospicue quote; proprio come i residenti. I padroncini no.

Per i sindacati legati a filo doppio col P$, dunque, i frontalieri sono una vera manna dal cielo. Una ghiotta fonte di entrate, con cui finanziare gli stipendi non proprio proletari della dirigenza  sindacale, oltre che le rispettive azioni politiche, naturalmente sotto la bandiera del partito $ocialista.

Perché mai i sindacati dovrebbero dunque privarsi di una ghiotta risorsa economica in continua crescita (vista l’invasione da Oltreconfine), limitando i frontalieri a vantaggio dei ticinesi che poi – marrani! – magari votano per l’odiata Lega invece che per i kompagni?

Sicché, dunque, dovendo scegliere tra gli interessi dei lavoratori ed i propri, i sindacati di $inistra hanno fatto la loro scelta: optando per i secondi. Da qui il rifiuto dell’iniziativa popolare contro l’immigrazione di massa, invocando il consueto argomento del “benaltrismo”. Ovvero, bisogna sempre  fare “ben altro”, col risultato che non si fa nulla. Ed intanto il mercato del lavoro ticinese, ma non solo, se ne va a ramengo, in balia dell’ “assalto alla diligenza” da oltreconfine.
Lorenzo Quadri

Italia: continua il terrorismo contro la piazza finanziaria elvetica

Non contenti di farci invadere dai frontalieri e dai padroncini

Continua, da parte della vicina ed ex amica penisola, il terrorismo contro la piazza finanziaria svizzera in generale e ticinese in particolare. Di recente il Corriere della Sera, quindi non proprio Topolino, ancora titolava inneggiando alla fine del segreto bancario svizzero e alla presunta necessità, per i cittadini italiani, di chiudere i conti elvetici e di rimpatriare i soldi.
La strategia, orchestrata dalla politica italiana, è chiara: seminare il panico tra i concittadini titolari di conti in Svizzera nel tentativo di far rientrare soldi in un’economia alla canna del gas e oltretutto gravata da un fisco che definire rapace è ancora poco.

Seminare il panico
Quindi l’Italia, oltre a farci invadere da frontalieri e padroncini, da tempo mira a sfasciare la nostra piazza finanziaria, giocando sulle paure.

Il problema, come si immaginerà, è che l’esercizio riesce benissimo.

Infatti la ministra del 5% Widmer Schlumpf, in carica senza i voti, sta demolendo il segreto bancario – e quindi la piazza finanziaria elvetica, e quindi i suoi posti di lavoro, e quindi i suoi introiti fiscali – senza ottenere niente in cambio. Grazie a questa deleteria politica del cedimento – perché difendere le proprie prerogative fa tanto populista e razzista – la concorrenzialità della piazza elvetica è andata a farsi benedire, come ben sappiamo.

Piatto ricco, mi ci ficco
Ma soprattutto, questa politica assolutamente squinternata – si è passati dalla fallimentare Weissgeldstrategie a Rubik allo scambio “spontaneo” di informazioni e adesso si mira nientemeno che allo scambio automatico, in un’allucinante ed inarrestabile spirale verso il basso – rende molto facile il lavoro a chi vuole far credere che il segreto bancario elvetico sia ormai stato cancellato dalla faccia della terra. “Piatto ricco mi ci ficco”, recita un detto della vicina Penisola. Mai piatto fu più ricco di questo. Negli scorsi decenni la Svizzera, grazie alla saggia decisione popolare di star fuori dalla fallita UE e grazie ad una politica oculata frutto della democrazia diretta, ha saputo mantenere un certo benessere. Adesso una classe politica incapace, debole e politikamente korretta sta distruggendo tutto perché “bisogna aprirsi”. E si abbia almeno la decenza di non parlare di “riorientamento” perché grazie alle performance della ministra del 5%, mantenuta in carica senza i voti da PPD e P$, non si sta riorientando un bel niente: si sta solo chiudendo. Nel 2012 sono spariti dalla piazza finanziaria ticinese 300 posti di lavoro: ed è solo l’inizio.

No alla FATCA
La scorsa settimana, il presidente del Consiglio degli Stati Filippo Lombardi si è recato in Italia a conferire con il suo omologo. Naturalmente la vicina Penisola punta per avere un accordo fiscale con la Svizzera. Dalla quale si attende quel che si è visto negli ultimi anni, ossia una capitolazione senza avere nulla in cambio. Il Diktat FATCA impostoci dagli yankees rappresenta a questo punto un’arma formidabile. L’Italia (come pure qualunque altro paese) avrà infatti buon gioco nel pretendere che le venga accordato quanto concesso agli USA.

Pretendere ed ottenere, ormai l’hanno capito anche pinguini dell’Antartide, con il presente Consiglio federale sono un tutt’uno. 

Per questo, affinché dalla popolazione arrivi un segnale chiaro, il referendum contro il diktat FATCA deve riuscire.  Deve essere chiaro che il popolo sconfessa la svendita del paese, delle sue risorse e anche della sua sovranità (stati stranieri che ci dettano le loro leggi) operata dalla ministra del 5%, peraltro in carica senza alcuna legittimità popolare, e dei suoi degni sodali.

Il formulario per la raccolta firme può essere scaricato da: www.mattinonline.ch e www.stop-fatca.ch.
Firmate e fate firmare!  Non è solo un astruso tema tecnico-finanziario. In gioco c’è la sovranità della Svizzera. Anche se, naturalmente, vogliono nascondervelo.

Lorenzo Quadri

La maggioranza del Consiglio di Stato vuole la libera circolazione delle persone con la Croazia Volontà popolare? Connais pas!

La scorsa settimana, la maggioranza del Consiglio di Stato ha preso una decisione scandalosa: approvare l’allargamento della libera circolazione delle persone anche alla Croazia.

Lo ha messo nero su bianco rispondendo alla consultazione indetta sul tema dal Consiglio federale.
Proprio quell’estensione che viene indicata da più parti come pietra d’inciampo della libera circolazione delle persone anche con gli altri Stati membri UE viene avallata da chi avrebbe non solo l’interesse, ma anche il dovere di assumere una posizione molto diversa.

Le arrampicate sui vetri ed i distinguo bizantini (o uregiatti che dir si voglia) in cui si produce il Consiglio di Stato evocando le misure accompagnatorie sono il classico esercizio pro-forma: interamente di facciata. Le misure accompagnatorie non hanno impedito né l’invasione dei frontalieri, né quella dei padroncini, né l’esplosione dei permessi B in assistenza e nemmeno quella della criminalità d’importazione.  E’ chiaro che le misure accompagnatorie non sono in grado di risolvere i problemi con cui si trova confrontato il Ticino, come pure altre regioni di frontiera (per quanto messe meglio di noi).

Le misure accompagnatorie costituiscono il classico cerotto sulla gamba di legno, e sono simili ai correttivi con cui dal 1996 si tenta di rimediare alle distorsioni della LAMal. Danno non fanno, ma nemmeno risolvono granché. Oltretutto esse forniscono al Consiglio federale di turno, e non solo a lui, la comoda foglia di fico dietro cui nascondersi per scaricarsi delle proprie responsabilità, in nome del mantra dell’”abbiamo già fatto”. Sì perché, mentre da un lato il Consiglio di Stato tentando maldestramente di giustificare il proprio ingiustificabile sì alla libera circolazione delle persone con la Croazia tira in ballo le misure accompagnatorie di cui in questi anni dovrebbe avere avuto più  volte modo di testare l’inefficacia, d’altro lato il Consiglio federale non intende affatto agire ulteriormente su questo fronte. Evidentemente, a certuni lobbyisti dell’economia – esponenti dei partiti $torici PLR in primis – non sta bene mettere alcun granello nell’ingranaggio dell’invasione da Oltreconfine:  fa comodo avere a disposizione, senza alcun limite,  manodopera straniera a basso costo da impiegare in grande quantità, al posto dei residenti. I quali finiscono poi in disoccupazione ed in assistenza, quindi a carico dell’ente pubblico ovvero del contribuente.

«Facciamo già»
Infatti, e l’ha messo  nero su bianco rispondendo ad un atto parlamentare del sottoscritto, il governo federale ritiene che in materia di misure accompagnatorie già si faccia più che abbastanza, per cui i soliti ticinesi cosa continuano a rompere i  cosiddetti?

E’ difficile credere che il Consiglio di Stato non sia a conoscenza di questa posizione (sarebbe grave se la ignorasse). Sicché il governo ticinese ha invocato provvedimenti di efficacia irrisoria e oltretutto sapendo benissimo che il destinatario non ci sente.

Soprattutto, con la loro presa di posizione, i rappresentanti in governo dei partiti $torici Beltraminelli, Sadis e Bertoli, e quindi i partiti $torici medesimi, hanno tradito, per l’ennesima volta, la volontà dei cittadini ticinesi.

I cittadini ticinesi in ogni occasione si sono espressi, e a giusta ragione, contro la devastante libera circolazione delle persone. Adesso che la situazione sta precipitando sempre più, i rappresentanti in governo dei partiti $torici ancora una volta sconfessano i cittadini.  Un tradimento in piena regola, dunque.

Un tradimento che scredita, oltretutto, chi va a Berna per attirare l’attenzione federale sulle conseguenze catastrofiche della libera circolazione delle persone. Infatti Berna avrà ancora più buon gioco nel rispondere a parlamentari ticinesi: i problemi con la libera circolazione non devono essere poi così gravi se il vostro governo cantonale è d’accordo non solo di mantenerla, ma addirittura di estenderla alla Croazia!

E’ chiaro che per questa brillante presa di posizione si può in prima linea ringraziare chi, ai vertici del DFE in rappresentanza del PLR, non si sta certo “tirando giù la pelle di dosso” per tutelare il mercato del lavoro ticinese dall’invasione da Oltreconfine.

Lorenzo Quadri

“Dumping salariale causato dai frontalieri? Non esiste…”

Rapporti taroccati: la SECO non perde il vizio di prenderci a pesci in faccia
“Dumping salariale causato dai frontalieri? Non esiste…”

Di sicuro l’invasione di frontalieri e padroncini non influisce sui salari dei funzionari della SECO

Puntuale come la morte, ed ovviamente in periodo oltremodo sospetto visto che si avvicinano tre votazioni federali che metteranno in discussione la libera circolazione delle persone – iniziativa contro l’immigrazione di massa, iniziativa Ecopop, referendum sull’allargamento della libera circolazione delle persone alla Croazia – ecco che la SECO, segretariato di stato per l’economia, se ne esce con l’ennesimo rapporto pilotato a favore degli accordi bilaterali.
 
Si tratta, come c’è stato già più volte modo di ripetere da queste colonne (e non solo), di rapporti pilotati dal committente (consiglio federale) per farsi – e far – dire quello che si vuole sentire. Ossia che “tout va bien, madame la marquise”.

E visto che gli uffici federali, pagati con i soldi del contribuente, sono tanti, ecco che le esternazioni del tipo “immigrazione uguale ricchezza”, “non è vero che”, e via elencando, si moltiplicano.

Fantasie contorte?
L’ultima geniale pensata della SECO sta nell’affermare che l’esplosione del frontalierato non avrebbe provocato pressione sui salari. Quindi gli strapagati funzionari bernesi d’ Oltregottardo che il Ticino se va bene l’hanno visto in cartolina, ci vengono a dire che il dumping salariale non esiste.

Punto primo: i signori della SECO comincino a chiedere se gli artigiani e le piccole aziende ticinesi, messi in ginocchio dall’invasione di padroncini che fanno concorrenza sleale agli operatori locali dal momento che non pagano né tasse, né oneri sociali, e men che meno salari elvetici ai dipendenti dove ci sono, non hanno dovuto toccare gli stipendi. Sempre che non abbiamo già chiuso i battenti, ovviamente.
Punto secondo: dopo aver svolto l’inchiestina di cui sopra, i signori della SECO chiedano a chi lavora nel settore terziario se non ha visto ridurre il suo salario, e il calo del gettito fiscale che interessa molti comuni una qualche indicazione la dà.

Punto terzo: come la mettiamo con chi l’ impiego l’ha perso o chi non l’ha trovato? Quanti ticinesi, in un colloquio di assunzione, davanti alla richiesta di un salario mensile di – poniamo – 5000 Fr si sono sentiti rispondere “per quella cifra assumo due frontalieri”?

Senza contare che le modalità di assunzione dei frontalieri possono anche essere ampiamente taroccate, ossia assunzione (e paga) a metà tempo quando l’impiego è a tempo pieno, assunzione di personale già formato in qualità di stagista, e via elencando. Negare che simili modalità generino dumping salariale nascondendosi dietro la foglia di fico dei dati statistici è una presa in giro.

Pesanti conseguenze occupazionali
D’altro canto, perfino la SECO si rende conto che l’invasione dei frontalieri nelle zone di confine, principalmente Ticino e Romandia (quest’ultima sta comunque meglio di noi…) sta avendo pesanti ripercussioni sul fronte dell’occupazione, dichiarando però che i cantoni avrebbero gli strumenti (?) per tutelare i lavoratori residenti.

Ci vuole un bel coraggio a parlare di tutela di lavoratori residenti quando Berna ha detto njet all’abolizione delle notifiche online dei padroncini, njet all’aumento dei controlli e ancora njet alla trasmissione delle notifiche all’autorità fiscale italiana. E va da sé che la stessa autorità federale non vuole nemmeno sentire parlare di “priorità ai lavoratori residenti”, dal momento che ne conseguirebbero bacchettate da parte della fallita UE. E ben sappiamo che, pur di non farsi bacchettare dai loro padroni di Bruxelles, i Consiglieri federali sono disposti ad affamare la popolazione elvetica. Di questa deleteria impostazione mentale abbiamo purtroppo avuto numerose dimostrazioni.

Anche con la Croazia
In ogni caso, quale sia la posizione dei 3/5 del governo ticinese sul tema tutela dei lavoratori residenti, ossia – tanto per non fare nomi – quale sia la posizione degli esponenti dei partiti $torici in Consiglio di Stato, vale a dire Sadis, Beltraminelli e Bertoli, l’abbiamo appresa la scorsa settimana con una dichiarazione che non lascia alcun dubbio: sì (con arrampicata sui vetri, ma sempre sì: perché è solo questo che conta) all’estensione della libera circolazione delle persone alla Croazia. La sciagurata dichiarazione è stata messa nero su bianco all’indirizzo di Berna.

E’ evidente che da una simile maggioranza governativa, formata dai partiti $torici, non ci si può attendere protezione dei lavoratori indigeni contro l’invasione da sud. Invasione che è destinata a peggiorare ancora, di pari passo con il continuo degrado della situazione italiana. Le auto con targhe “I” che intasano le nostre strade non sono solo di frontalieri. Sono anche di cercatori d’impiego.
Lorenzo Quadri

La ministra del 5% e compari hanno fatto l’ennesimo disastro: Ticino svenduto all’Italia senza contropartita

La catastrofica ministra del 5% ha fatto un ulteriore “bel regalo” al Ticino, e questo grazie alla sua consueta abitudine alla calata di braghe.

Il tema è salito all’attenzione pubblica nei giorni scorsi, in particolare il giornale del Popolo di venerdì vi ha dedicato la pagina 3, con un interessante approfondimento curato da Marco Bernasconi, Samuele Vorpe e Paolo Arginelli.

Semplificando, la situazione è la seguente. I 7 geni del Consiglio federale in ottobre hanno sciaguratamente sottoscritto la cosiddetta convenzione di Strasburgo. A seguito di questo ennesimo accordo capestro, la Svizzera si impegna (ne avevamo parlato anche da queste colonne) a «scambiare informazioni fiscali, su richiesta e spontaneamente, con tutti gli Stati che hanno ratificato la convenzione».

Quindi ennesima capitolazione. Dalla quale tutta la Svizzera avrà da perdere. Ma, come sempre, c’è qualcuno che starà peggio, magari anche molto peggio, di altri. E questo qualcuno, per la serie “ma tu guarda i casi della vita”, è ancora una volta il Ticino.

Grazie,  ministra del 5%! Grazie, kompagni e PPDog che la mantenete in carica senza uno straccio di legittimazione democratica!

Infatti, se con gli altri paesi firmatari della Convenzione di Strasburgo, ed in particolare con la Francia e con la Germania, nelle trattative sulla doppia imposizione qualche briciola la Svizzera l’ha ottenuta, dalla vicina ed ex amica Penisola non ha finora portato a casa proprio un bel niente. Infatti – tanto per dirne una – il nostro paese continua a rimanere iscritto sulle liste nere italiche illegali (sono cose che capitano quando non si hanno gli attributi per mettere in campo delle misure di ritorsione).

Ora, la Convenzione di Strasburgo non è ancora stata ratificata dalle Camere federali. Vista la fretta e la voglia matta di calare le braghe che contraddistingue la politica (politica?) della ministra del 5% – che ha sfasciato la piazza finanziaria elvetica per accontentare i suoi padroni di Bruxelles – non c’è da stupirsi se, per l’ennesima volta, si schiaccerà sull’acceleratore.

Se le Camere federali ratificheranno la Convenzione prima che i negoziatori bernesi che vanno a Roma a parlare inglese facendosi “far su davanti e didietro” ottengano qualcosa di concreto dalla vicina ed ex amica Penisola, il risultato sarà che quest’ultima avrà portato a casa quello che voleva senza dover mettere sul tavolo uno straccio di contropartita! E questo grazie alla ministra del 5% Widmer Schlumpf, che ci ha SVENDUTI per l’ennesima volta, e alla quale a Roma a questo punto potrebbero anche dedicare una via per meriti acquisiti sul campo nella promozione della causa italiana CONTRO gli interessi della Svizzera in generale e del Ticino in particolare!

Intanto che riflettiamo su tale situazione, ricordiamoci che gli eurobalivi aspettano solo che il diktat Fatca impostoci dagli USA in flagrante violazione della nostra sovranità, e questo sempre grazie alla catastrofe del 5%, diventi operativo a tutti gli effetti per chiedere – ed ottenere in tempi record, of course – la stessa cosa.

Va da sé che l’interrogazione al Consiglio federale è già sulla rampa di lancio.
Lorenzo Quadri

Conduttrice televisiva allontanata per un ciondolo con una croce

Norvegia: le meraviglie della multikulturalità completamente fallita

La comunità musulmana: «La croce offende l’Islam e non garantisce l’imparzialità dell’emittente»

La notizia ha fatto rapidamente il giro del mondo, o per lo meno d’Europa. In Norvegia una  conduttrice televisiva  del canale NRK è stata allontanata perché ha presentato il telegiornale indossando una catenina con una croce. Oltretutto non si trattava nemmeno di un monile vistoso, bensì di un ciondolo lungo meno di un centimetro e mezzo.

Il motivo dell’allontanamento? Alcuni esponenti della comunità islamica locale, quindi norvegese, hanno dichiarato che la croce «offende l’islam» (sic!) e il simbolo non garantisce l’impartialità del canale.
E’ difficile dire a questo punto quale sia l’atteggiamento più inqualificabile, se quello della comunità islamica o quello dei responsabili dell’emittente. Il fatto che simili situazioni si verifichino, e purtroppo non per scherzo, è comunque la dimostrazione del totale fallimento della multikulturalità.

Integrazione fallita

In nome del politikamente korretto non si è voluto imporre (guai! E’ roba da populisti e razzisti!) all’immigrato che arriva da “culture diverse” che in Norvegia, o in Germania o in Svizzera bisogna rispettare non solo le leggi, ma anche le usanze e la cultura locale. E ciò vale pure per le credenze religiose della maggioranza della popolazione oriunda.
Se l’Europa  è cristiana dal 1500 anni, i cittadini islamici fanno il piacere di abituarsi al fatto che la gente gira con le croci, che le campane suonano, che a Natale si fanno i presepi, e via elencando; e se gli immigrati islamici si sentono offesi dal cristianesimo, non hanno che da tornare a casa loro.

Tornare a casa propria

Il fatto che la comunità islamica si sia sentita offesa da una conduttrice televisiva che indossa un mini-crocifisso dimostra che la comunità in questione non è minimamente integrata né integrabile.
E’ chiaro infatti che l’obiettivo di simili cerchie è quello di imporre le proprie regole in casa altrui. Non certo di adattarsi a quelle che trova.
Queste cerchie hanno capito, non che ci volesse molto, come fare per ottenere tutto quello che vogliono: basta accusare di razzismo chi si oppone alle loro assurde pretese, basta squalificare come “islamofobo” chi  rifiuta di togliresi la croce perché questa potrebbe dare fastidio agli ultimi arrivati (che magari sono pure a carico dello Stato sociale) ma primi a strillare, ed il gioco è fatto.

Il mantra del razzismo

La ricetta è sempre la stessa: utilizzare il mantra del razzismo e dell’islamofobia per denigrare l’avversario. E il presunto razzista e presunto islamofobo è un paria, un reietto, un becero. Non ha diritto di parola. Può solo vergognarsi. Un po’ come la scomunica dei tempi andati. Viviamo un clima da caccia alla streghe, diffuso dai politikamente korretti di tutta Europa. A trarne vantaggio, l’immigrato che non arriva in un nuovo paese per integrarsi ma con intenzioni ben diverse ed anzi opposte. Quando si dice: le scelte politiche intelligenti…

Vergogna

Assolutamente vergognoso è però il comportamento dei dirigenti dell’emittente televisiva norvegese. Chi si ritiene offeso dalla croce semplicemente merita di essere offeso. Ma chi gli dà corda è uno scriteriato. Per non offendere (?) la sensibilità di immigrati in arrivo da paesi lontani, allora si offendono le convinzioni più profonde degli “oriundi”. Perché naturalmente sono loro che, in nome del politikamente korretto, devono rinunciare, devono adeguarsi, devono “aprirsi”. In altre parole devono calare le braghe. Sempre e comunque. Che gente che ragiona in questo modo controlli un’emittente televisiva non solo è uno scandalo. E’ un pericolo.

Il FATCA è come il burqa!

Difendiamoci dai Diktat stranieri! Firmiamo il referendum!

Oggi parlare di “modello svizzero” va di moda. Ma solo a corrente alternata. Infatti, buona parte di coloro che si riempiono la bocca con questo termine in circostanze puntuali (ad esempio sull’iniziativa 1:12) in tutti gli altri casi fanno il contrario.

C’è infatti chi, specie in casa Plr e Ppd, parla di “modello svizzero” ma poi è favorevole alle frontiere spalancate, alla distruzione del diritto alla privacy dei cittadini, e quindi sostiene il FATCA.

Il FATCA (Foreign Account Tax Compliance Act) è, per dirla in breve, un Diktat USA che equivale ad un ulteriore svuotamento del segreto bancario.

FATCA non sarà il tema più sentito del mondo a livello popolare. Ma la sua importanza è primaria.
Prima di tutto l’autorità fiscale a stelle e strisce, in base a questo trattato, non potrà ficcanasare solo nelle relazioni bancarie di cittadini USA, ma anche di cittadini svizzeri che hanno, o hanno avuto, un seppur labile contatto con gli States (ad esempio vi hanno vissuto per un qualche periodo). Il Diktat parla “US Persons” ma parecchie di esse, si stima circa 200mila, sono in realtà delle “Swiss Persons”.

Poi c’è il grande tema della tutela della privacy. Questa tutela, in Svizzera, è uno dei diritti fondamentali del cittadino. Gli USA invece se ne infischiano; lo scandalo delle intercettazioni dimostra la mentalità da “Grande fratello”. Accettando FATCA non si sacrifica solo la privacy bancaria, ma proprio la privacy in quanto tale.

La ministra del 5% Widmer Schlumpf e la maggioranza delle Camere federali hanno già alzato bandiera bianca senza resistenza, per l’ennesima volta, con il coraggioso argomento che “gli USA sono più grandi di noi”. Bella scoperta: con questa mentalità oggi saremmo ancora un baliaggio, visto che anche gli Asburgo nel 1291 erano “più grandi di noi”. E allora, visto che gli USA sono “più grandi di noi”, accettiamo che essi ci impongano non già delle sciocchezzuole di poco conto, ma  Diktat che vanno a cancellare i diritti fondamentali del cittadino.

Il FATCA è un burqa finanziario. Il principio è sempre lo stesso. Vengono da Oltreatlantico, con l’arroganza dei numeri (“sono più grandi) ad imporci le loro regole, contrarie alle nostre. E noi lo accettiamo perché una ministra in carica senza avere i voti ed in balia della $inistra cui deve la cadrega, vuole sfasciare la piazza finanziaria svizzera in quanto completamente incapace, lei ed i suoi colleghi, di difendere il paese?

Sostituito da nulla!

A proposito di piazza finanziaria, che i licenziamenti (pochi per volta per non dare troppo nell’occhio) siano in atto, è un dato di fatto. Il gettito fiscale delle banche è crollato. I 30 milioni che mancano dalle casse della città di Lugano sono quelli. E con cosa è stato sostituito un settore economico di primaria importante per il nostro paese, sfasciato in quattro e quattr’otto perché “bisogna aprirsi” e calare le braghe davanti ad attacchi stranieri, e chi non è d’accordo è un becero populista e razzista? La risposta è semplicissima: NIENTE. Il settore è stato sostituito con niente. Altro che riorientamento: perdita secca.

Sovranità a ramengo

Poi c’è la questione della sovranità nazionale. Accettare il Diktat FATCA significa rinunciarvi. Prendere ordini dagli USA. E, se li prendiamo da loro, finiremo col prenderli da tutti. Ed i paesi che ci circondano in particolare l’Italia ormai in bancarotta, non aspettano altro per lanciarsi all’assalto della diligenza svizzera.
Quindi, diffidate da chi parla di “modello svizzero” e poi sostiene il FATCA e sostiene pure la ministra del 5%!

Contro il FATCA possiamo difenderci. E’ in corso la raccolta firme per il referendum. I formulari si possono scaricare dal sito www.mattinonline.ch” come pure da www.stop-fatca.ch” dove troverete ulteriori informazioni. Al di là dei tecnicismi, la posta in gioco è la sovranità svizzera. Siamo d’accordo di farci comandare e depredare da autorità straniere? La risposta non può che essere un NO forte e chiaro!
Lorenzo Quadri

La “Lega ginevrina” entra in governo

Importante vittoria contro la devastante libera circolazione delle persone

La “Lega ginevrina” entra in governo

Lega dei Ticinesi e Muovement citoyen genevois potranno fare fronte comune verso Berna

Il Mouvement citoyen genevois (MCG) entra nel governo di Ginevra. Un evento “storico”, che conferma l’avanzata messa a segno dal Movimento lo scorso mese nella prima tornata elettorale. Tornata che ha portato l’MCG a guadagnare 4 rappresentanti in parlamento.

Il Mouvement citoyen è stato definito, non a torto, una “Lega in salsa ginevrina”. L’MCG – che si definisce né di destra, né di $inistra – ha infatti parecchi punti in comune con la Lega dei Ticinesi. Basta scorrerne rapidamente il programma per rendersene conto.

Il programma

Uno dei suoi slogan è: Genève d’abord, che suona molto simile a “prima i ticinesi”. Un secondo recita invece: “meno frontalieri, meno disoccupazione”. Altri punti del programma del Mouvement sono: priorità ai residenti nelle assunzioni, carcerazione amministrativa per gli asilanti delinquenti in attesa di espulsione (e che a Ginevra sono all’origine di grossi problemi di micro e macrocriminalità), sgravi fiscali per le aziende che creano posti di lavoro, cassa malati unica e pubblica, rafforzamento della sicurezza al confine, priorità agli anziani nella politica sociale (vedi Tredicesima AVS), eccetera. Tutti obiettivi che ci suonano familiari.

Frontalierato da ridimensionare

Chi ha perso potrà fare tutti i sottili distinguo che meglio crede. Potrà dire che Ginvera non è il Ticino. In effetti sul Lemano sono messi peggio di noi quanto a problemi di sicurezza, ma meglio in materia di frontalierato. Il perché è semplice. La regione francese che confina con Ginevra ha ben poca attinenza con la Lombardia. Non ci sono miriadi di aziende grandi e piccole che si lanciano all’assalto della diligenza elvetica per sopravvivere. Non ci sono centinaia di migliaia di lavoratori, anche qualificati, disposti a lavorare al 100% per 1800 Fr al mese. Un certo numero dei frontalieri presenti a Ginevra sono, inoltre, cittadini locali trasferitisi oltreconfine. A Ginevra, poi, l’Ente pubblico ha un ruolo di datore di lavoro più importante di quello ticinese, e quindi ci sono maggiori margini per promuovere l’assunzione di residenti. Inoltre, come se non bastasse, a Ginevra qualche misura che dà fastidio all’UE con l’obiettivo di arginare il frontalierato è stata presa. Ad esempio l’obbligo per il Cantone, ma anche per l’Ospedale cantonale e per l’Università, di interpellare l’ufficio di collocamento prima di effettuare qualsivoglia assunzione. In Ticino invece, grazie alla ministra delle finanze del fu partitone che “studia i dossier” ma poi non ne viene ad una, non accade nulla del genere. A proposito, cosa si aspetta per decretare unilateralmente la moratoria sul rilascio di nuovi permessi per frontalieri? Che questi ultimi raggiungano quota 100mila?

Bilaterali traballanti

La “storica” vittoria ginevrina del MCG è poi la migliore risposta alle panzane pilotate che l’amministrazione federale sta mettendo in giro con intensità quasi isterica, per conto del governo, sulla libera circolazione delle persone, nel tentativo di far credere che funzioni tutto a meraviglia.
 A Berna si stanno infatti accorgendo che la libera circolazione ciurla nel manico, e che l’anno prossimo il cittadino elvetico avrà più occasioni per farla saltare, direttamente (estensione dei bilaterali alla Croazia) o indirettamente (iniziative contro l’immigrazione di massa ed ecopop). Di conseguenza, a molti sta venendo fredda la camicia. Che figura ci farebbe il Consiglio federale se il popolo dovesse dire basta all’invasione? E soprattutto – e questo sicuramente fa passare notti insonni a più d’uno, a cominciare dalla ministra del 5% – come giustificherebbero i magnifici (?) 7 una sconfessione popolare dei bilaterali davanti ai loro padroni di Buxelles?

La vittoria del MCG è dunque un ulteriore passo sulla via della fine della libera circolazione della persone; il suo rafforzamento permetterà ai due movimenti “cugini”, ed entrambi governativi nei rispettivi cantoni, Lega e MCG, di coalizzarsi per rafforzare, anche nei confronti della Confederazione, il fronte che ne ha piene le tasche della devastante “non discriminazione” nelle assunzioni; quel fronte che vuole che il lavoro prima venga dato agli svizzeri e poi, ma solo in seconda battuta e se ne avanza, a chi viene da fuori.

Improvvisamente razzisti?

Quindi, altro che “con i bilaterali va tutto bene”, altro che “immigrazione uguale ricchezza”! Il risultato elettorale di Ginevra è uno schiaffo in piena faccia a chi ancora si ostina a sostenere tali fantasiose (ed urtanti) teorie.

A meno che gli spalancatori di frontiere politikamente koretti – tutti, va da sé, ben al riparo dai contraccolpi della libera circolazione delle persone cui hanno scriteriatamente esposto la maggioranza della popolazione – vogliano sostenere che Ginevra, il Cantone più tradizionalmente europeista ed “aperto”, sia improvvisamente diventato “becero, populista, razzista e xenofobo”.

Lorenzo Quadri

Lemano, frontalieri raddoppiati in 10 anni

Ma intanto il governo ticinese sostiene la libera circolazione delle persone con la Croazia

Lemano, frontalieri raddoppiati in 10 anni

Anche la Romandia apre gli occhi sulle devastanti conseguenze dalla libera circolazione delle persone. Ma sul Lemano stanno comunque sempre meglio che da noi

 

Anche nei tre cantoni lemanici (Ginevra, Vaud e Vallese) il numero dei frontalieri è esploso, ed infatti il loro numero è raddoppiato in 10 anni: da 44 mila nel 2002 a 90mila nel 2012. Da notare che 90mila frontalieri in 3 Cantoni sono una storia ben diversa rispetto a 60mila in un Cantone con 340mila abitanti, come è il caso del Ticino.

 Quindi in Romandia stanno ancora meglio di noi ed inoltre qualche sistema di difesa l’hanno messo in atto. In Ticino invece dal DFE della Consigliera di Stato del PLR non esce assolutamente nulla a tutela dei lavori ticinesi. Anzi, addirittura si arriva a sostenere l’allargamento della libera circolazione delle persone con la Croazia, pur producendosi nei soliti distinguo cavillosi che all’atto pratico non portano assolutamente a nulla. Tale presa di posizione da parte della maggioranza del Consiglio di Stato denota un allucinante menefreghismo nei confronti dei problemi del Ticino invaso da frontalieri e padroncini, ma soprattutto un totale disprezzo della volontà popolare; ed infatti in questo Cantone la popolazione ha sempre (giustamente) votato contro gli Accordi bilaterali.

Il raddoppio dei frontalieri in Romandia dimostra che la devastante libera circolazione delle persone sta facendo danni anche lì e quindi – e la vittoria elettorale del Muovement citoyen genevois lo conferma – gli accordi bilaterali ciurlano sempre più nel manico. Altro che esprimersi a favore della libera circolazione delle persone con nuovi Stati membri UE, quando bisognerebbe semmai disdire quelli già in essere!

In Romandia, come da copione, il Consigliere di Stato vodese Pascal Broulis ha difeso ad oltranza la libera circolazione delle persone, andando a raccontare la storiella che i frontalieri non sarebbero in concorrenza con i lavoratori residenti. Non sappiamo se questo sia vero in Romandia, anche se non ci risulta che sul Lemano la crescita economica sia stata tale da creare lavoro per tutti, ed infatti se così fosse l’MCG non avrebbe vinto le elezioni. Quello che invece sappiamo per certo è che in Ticino la sostituzione è una realtà. Le cifre parlano chiaro. Nell’anno 2012 nel nostro Cantone sono stati creati 3000 nuovi posti di lavoro, mentre i frontalieri sono aumentati di 6000 unità. Questo vuol dire che non solo tutti i nuovi impieghi sono andati a beneficio dei frontalieri (almeno numericamente) ma che ci sono 3000 posti di lavoro, prima occupati da residenti, che sono ora passati a frontalieri.

Del resto, se perfino la SECO ha dovuto ammettere che “in Ticino non si può escludere l’esistenza di un fenomeno di sostituzione di lavoratori residenti con frontalieri” vuol proprio dire che tale fenomeno ha ormai raggiunto proporzioni tali che nemmeno la SECO, con le sue notorie taroccature, riesce più a nasconderlo nelle pieghe dei giochetti statistici.

E’ quindi evidente che, contrariamente a quanto affermato dalla maggioranza del Consiglio di Stato che si porterà a casa l’ennesima remenata dalle urne, la libera circolazione delle persone con la Croazia va affossata, con l’obiettivo di far saltare tutta la libera circolazione delle persone, ciò che permetterebbe di finalmente contingentare frontalieri e padroncini. Le iniziative Ecopop e Contro l’immigrazione di massa vanno, in quest’ottica, sostenute.

Lorenzo Quadri

Si moltiplicano gli indizi preoccupanti: La Svizzera sta diventando un paese comunista?

Sempre più leggi, sempre più regole, sempre più divieti, sempre più  vincoli. Uno Stato sempre più invasivo sia per le persone che per le aziende. E, di conseguenza, uno Stato sempre più costoso. Che ruba risorse al cittadino. Quel cittadino di cui l’Ente pubblico dovrebbe essere il servitore. Invece ne è diventato il tirannico padrone. Le libertà individuali si assottigliano ogni giorno che passa.
All’interno ma anche all’esterno del paese ci si domanda: ma la Svizzera sta diventando uno Stato comunista?

Gli indizi in questo senso di sicuro non mancano. In ordine sparso ed in modo incompleto si può citare, l’iniziativa contro i globalisti, quella per tassare le successioni, l’iniziativa 1:12, l’iniziativa Weber. Ma anche la nuova legge sulla circolazione stradale.

Il cittadino viene criminalizzato per un nonnulla. Chi possiede qualcosa è trattato come un delinquente. Per la ministra del 5% Widmer Schlumpf, ogni titolare di un conto in banca è un evasore fino a prova del contrario. Chi tutela la propria privacy bancaria non invoca un suo diritto costituzionale: ha qualcosa da nascondere.

Nei giorni scorsi la commissione dell’economia e dei tributi del Consiglio degli Stati si è dovuta chinare sull’iniziativa, naturalmente $ocialista, contro i globalisti: ossia gli stranieri ricchi, che non hanno attività lucrativa da noi,  e che vengono tassati in modo forfettario, in base al dispendio.
Questa opzione fiscale ci rende attrattivi per buoni contribuenti che vogliono stabilirsi in Svizzera, pagarvi molte tasse (in cifre assolute, anche se in proporzione a quanto hanno pagano meno di altri).
Questi cittadini non solo pagano tante tasse ma spendono sul territorio, costruiscono ville, acquistano beni di lusso, vanno al ristorante. E non costano niente: in genere sono persone di una certa età che non hanno figli e che non usufruiscono di servizi o prestazioni statali.

Inoltre, se si trovano bene in Svizzera, non è escluso che tramite testamento lascino dei soldi all’ente pubblico.  Inutile sottolineare che non creano alcun problema di ordine pubblico. In genere se ne stanno tranquilli nel loro mondo dorato, senza dare fastidio a nessuno, senza chiedere niente alla collettività.

Questi contribuenti portano solo vantaggi, non costano nulla, eppure la $inistra vuole metterli in fuga  dalla Svizzera facendoli martellare dal fisco. La $inistra sta conducendo la sua campagna, questa sì populista, contro i buoni contribuenti, senza rendersi conto che, se vengono a mancare loro, su chi andranno a gravare gli oneri fiscali? Sui poveri che non possono pagare nulla? Ovviamente no: andranno a gravare sul ceto medio, che  verrà sempre più spremuto. Ed in particolare verrà sempre più spremuto chi possiede della sostanza dichiarata.

La politica degli stranieri che la $inistra sta realizzando è la seguente: mettere in fuga gli stranieri ricchi che portano alla collettività introiti fiscali ed indotti, e renderci invece sempre più attrattivi per gli stranieri che dobbiamo mantenere, per i finti asilanti che delinquono, per chi arriva in Svizzera per mettersi a carico del nostro Stato sociale. Perché bisogna “aprirsi”. Ecco i risultati del populismo di $inistra. 

Lorenzo Quadri

Sgravi fiscali anche per chi accudisce i propri figli?

Nel 2009 il parlamento federale ha deciso di accordare delle deduzioni fiscali alle famiglie che fanno accudire i propri figli da terzi retribuiti. Dal 2012 questi sgravi sono entrati in vigore anche in Ticino.

Non beneficiano di sgravi, invece, quelle famiglie che si occupano loro stesse dei propri figli. L’iniziativa in votazione il prossimo 24 novembre chiede quindi l’introduzione di agevolazioni fiscali anche per queste economie domestiche.

Lorenzo Quadri, perché votare Sì a questa iniziativa?

Perché, se è giusto sgravare fiscalmente le famiglie che necessitano di affidare i figli a terze persone o istituzioni retribuite poiché entrambi i genitori sono attivi professionalmente, allora non ci si deve dimenticare nemmeno di quei genitori che scelgono di ridurre l’onere lavorativo, o in cui uno dei due, di solito la mamma, decide di dedicarsi a tempo pieno alla cura dei bambini. Il modello di famiglia tradizionale, insomma, non deve venire demonizzato né svalutato.

L’iniziativa torna a beneficio di pochi privilegiati?

Certo che no. Decidere di occuparsi dei propri figli non deve essere considerata una scelta di minor valore di quella di seguire una carriera professionale.  Nei decenni scorsi, le mamme che lavoravano venivano guardate con sospetto. Oggi accade il contrario, a venire guardate con sospetto  sono quelle che non lo fanno.  Lo stesso termine “casalinga” sembra diventato quasi un attestato di demerito. O, in alternativa, sinonimo di ricca signora annoiata che per passare il tempo si occupa di casa e bambini tra una puntata in palestra ed un pomeriggio di shopping. La realtà è diversa. Accudire la prole è una grande responsabilità che dà tante soddisfazioni, ma che comporta anche molto lavoro e sacrifici. Non dimentichiamoci  poi che in Ticino il 37% delle mamme non ha un’occupazione professionale. L’iniziativa è dunque molto attuale specialmente nel nostro Cantone.

E tuttavia la politica Cantonale non la appoggia affatto: in una recente votazione in Gran Consiglio, una proposta analoga di Sergio Morisoli a è stata silurata…

Oggi parlare di sgravi fiscali sembra un’eresia. Anche parlare di famiglia tradizionale sembra esserlo: nella migliore delle ipotesi, la famiglia tradizionale viene sminuita dai politikamente korretti come una roba da retrogradi. Immaginiamoci allora come possono venire valutati gli sgravi per le famiglie tradizionali da una simile classe politica: eresia al quadrato. Solo Lega ed Udc hanno sostenuto la proposta di Morisoli nel parlamento cantonale.  Ma la bocciatura in Gran Consiglio significa ben poco: non è un mistero che i partiti storici siano assai lontani dalle esigenze e dal sentire della popolazione.

Alcune donne politiche hanno squalificato l’iniziativa come “burqa dei fornelli”.

Tale definizione, oltre a non voler dire nulla, è del tutto fuori posto: frutto del consueto paraocchi del politikamente korretto. Spieghino queste signore politiche  in che modo gli sgravi fiscali per chi accudisce personalmente i propri figli penalizzerebbero chi, per scelta o per necessità, continua a lavorare e deve pertanto ricorrere a nidi o a tate. Qual è il burqa che si vorrebbe imporre? Nessuno si sogna di inibire l’accesso della donna al mondo del lavoro. Ci mancherebbe. L’iniziativa non lo fa in alcun modo. E neppure lo suggerisce. Essa vuole semplicemente evitare che chi compie la scelta – non facile e  controcorrente nella “società della delega” – di crescere personalmente i figli, venga considerato cittadina o cittadino di serie B.

Cosa rispondere a chi giudica strampalata la proposta in  votazione?

In Vallese, a Zugo e nel Canton Lucerna questi sgravi sono già una realtà. Non mi risulta che questi Cantoni siano organizzati in società patriarcali di stampo talebano con le donne segregate in casa. Si tratta semplicemente di estendere a livello federale un modello che già esiste e funziona.

MDD

Il sindaco di Valsolda se la prende con il Ticino: Rimettere la chiesa al centro del villaggio

Ma guarda un po’. Dall’ultima indagine emerge che il comune di Valsolda sarebbe il più povero d’Italia. E subito il suo sindaco, tale Giuseppe Farina, si lancia in elucubrazioni antisvizzere. Gli abitanti sono al 90% frontalieri e quindi – secondo il Farina – le tasse le incassa il Ticino mentre i costi restano a carico dei comuni di domicilio. Visione del frontalierato davvero singolare, questa: i  vantaggi andrebbero al Ticino ed i danni all’Italia.

Farina aggiunge pure – e qui ha senz’altro ragione – che i suoi concittadini, in quanto frontalieri, guadagnano mediamente il triplo degli italiani.

Delle due l’una. O il sindaco di un Comune in cui il 90% degli abitanti sono frontalieri non sa un tubo degli accordi che regolano il frontalierato, e sarebbe grave, oppure le sue dichiarazioni perseguono altri scopi.

Non è affatto vero che gli utili restano in Ticino e le spese in Italia. Infatti il sindaco Farina dovrebbe sapere che da quasi quarant’anni la Svizzera ristorna all’Italia, la quale dovrebbe poi girarli ai comuni di domicilio dei frontalieri (e se non lo fa la colpa è di Roma e non certo del Ticino), ben il 38.8% delle imposte alla fonte prelevate a questi lavoratori.

Detto ristorno viene tutt’ora graziosamente concesso dalla Svizzera (da Berna) sebbene ormai non sia più giustificato da nulla, dal momento che i presupposti che ne stavano alla base, a partire dal beneplacito italiano al segreto bancario elvetico, non sono più dati.

Ma forse il sindaco Farina, che se la prende col Ticino  reo, secondo il suo pensiero, di incassare imposte idealmente dovute (?) al suo comune, dovrebbe chiedersi cosa succederebbe se il Ticino non ci fosse e se non ci fosse la devastante libera circolazione delle persone che permette a parecchi suoi concittadini di lavorare nel nostro Cantone a scapito dei residenti.

Semplicemente, tanti suoi concittadini sarebbero disoccupati, e quindi non solo non pagherebbero tasse, ma sarebbero a carico dell’ente pubblico italiano. Sicché il Comune di Farina, invece di incassare i succulenti ristorni (e ripetiamo: se non li incassa, la colpa è di Roma), non incasserebbe proprio nulla. Anzi, dovrebbe spendere.

Fa poi specie che il sindaco di Valsolda se la prenda con i suoi concittadini frontalieri che utilizzano le sue strade, provocando costi. Si consoli: essi utilizzano anche quelle ticinesi, causando usura ed intasamenti (e quindi danno economico) senza che le spese così generate siano compensate. E come la mettiamo con i costi sociali generati dal frontalierato in Ticino, ossia l’esplosione del numero dei ticinesi, giovani e meno giovani, in assistenza?

Nelle prese di posizione di Farina ed in altre analoghe, traspare un astio antisvizzero del tutto fuori posto da parte di chi la Svizzera dovrebbe ringraziarla “per esistere” almeno tre volte al giorno. Comunque, prendiamo atto che al sindaco di Valsolda non sta bene che il 90% dei suoi compaesani siano frontalieri. Nemmeno a noi sta bene dare lavoro ad interi comuni italiani quando abbiamo 20mila residenti in Ticino senza un impiego (il dato ufficiale di disoccupazione è notoriamente taroccato).
Quindi il sindaco di Valsolda non avrà obiezioni se, al confine di Gandria, effettueremo blocchi di polizia quotidiani contro i padroncini, che rappresentano una forma di frontalierato particolarmente perniciosa per l’economia ticinese.

E il sindaco di Valsolda appoggerà sicuramente con entusiasmo la nostra proposta di abolizione dello statuto fiscale di frontaliere, di modo che questi lavoratori vengano tassati secondo l’aliquota italiana, con ripartizione del gettito regolato come segue: al Ticino l’equivalente delle nostre aliquote (senza dover più ristornare nulla), la differenza all’Italia.

Lorenzo Quadri

Consuntivi 2012 della città di Lugano: Inventarsi storielle pur di “dar contro” alla Lega

Nel dibattito sui Consuntivi 2012 in Consiglio comunale di Lugano si è assistito al chiaro tentativo – prevedibile ma squalliduccio – di strumentalizzazione partitica in chiave antileghista dei conti di alcuni dicasteri. Operazione sfociata nell’ideazione di storielle senza capo né coda.

A Lugano l’area della socialità e quella del turismo ed eventi hanno una cosa in comune: il capodicastero è leghista, trattasi infatti del sottoscritto. Di conseguenza, questi dicasteri andavano bacchettati per principio, a scopo di propaganda partitica. E, se gli elementi per farlo mancano, poco male: si possono sempre creare.

L’aumento di spesa del Dicastero delle attività sociali, ad esempio, è frutto di mistificazione. La spesa è aumentata per il semplice fatto che è stato costituito, così come da prescrizioni di legge, il fondo di riserva per le case anziani e per Casa Primavera, per un ammontare di 2.8 milioni.
Sicché il dicastero attività sociali nell’anno 2012 presentava un disavanzo di 4.8 mio,è  di cui 2.8 milioni dovuti al fondo di riserva o “tesoretto” che dir si voglia. Quindi il disavanzo reale di tutto il dicastero è inferiore ai 2 milioni, quando la sola spesa per il regolamento sociale comunale è stata di 1.1 milioni.

Il preventivo 2012 del Dicastero attività sociali prevedeva una spesa di 59 milioni ed entrate di 53.5 di uscite, quindi un disavanzo effettivo di 5.4 milioni, senza considerare il tesoretto.
Quindi, rispetto al preventivo, a consuntivo troviamo una netta diminuzione del disavanzo, minori costi e maggiori ricavi.

Altro che spese allegre!

Dicasterismo… di chi?

Ciononostante, i capigruppo dei partiti storici hanno ripetuto pedissequamente il ritornello dei presunti sforamenti di costo del Dicastero attività sociali contenuta nel rapporto della commissione della gestione sul dicastero in oggetto. Ciò dimostra che i capigruppo non hanno nemmeno letto il capitolo corrispondente del messaggio municipale: hanno preso per oro colato le affermazioni del relatore Martino Rossi (PS). E poi a fare “dicasterismo” sarebbe – secondo questi stessi capigruppo – il municipio.

Del resto, che i costi delle case anziani di Lugano siano sensibilmente inferiori rispetto a quelli delle altre strutture cantonali, non è un mistero. Non dovrebbe esserlo in particolare per il relatore del rapporto su questo capitolo del preventivo, che per molti anni è stato capo della Divisione dell’azione sociale del Cantone.

Si può anche dire che le maggiori spese del regolamento sociale, ossia i 400mila Fr utilizzati per compensare l’inopinato taglio cantonale ai sussidi di cassa malati per gli anziani con la complementare, sono imputabili alle improvvisazioni del DSS. Senza un intervento comunale, molti anziani si sarebbero trovati in difficoltà poiché il tagli è stato annunciato dal Cantone senza dare il tempo alle persone colpite di trovarsi una cassa malati più conveniente. E’ una fortuna, dunque, che la città sia potuta intervenire.

Lasciano anche un po’ sorpresi le elucubrazioni contabili sul nuovo reparto di emodialisi di Casa Serena. Quasi ci si lamenta che la struttura rende (!) solo (!) 65mila Fr all’anno, con curiose teorie su costi calcolatori di affitto o di riscaldamento; come se fosse possibile scorporare degli spazi di Casa Serena ed affittarli a terzi incassando in canone. Per contro, nemmeno una parola viene spesa sul fatto che il reparto di emodialisi comporta un netto miglioramento di qualità di vista degli ospiti dell’istituto che devono purtroppo sottoporsi, più volte alla settimana, a questo invasivo trattamento. Il PS è diventato così sensibile al tema della redditività da non voler scrivere nemmeno una riga di commento sui progetti? O si temeva che un minimo cenno al proposito potesse indirettamente portare acqua al mulino dell’odiata Lega, per cui non sia mai?

Investire senza indotti?
Analoga la situazione nel caso del Dicastero turismo, che in Consiglio comunale è stato oggetto di un delirante attacco da parte del capogruppo PPD.

L’aumento di spesa con cui si sono riempiti la bocca certuni, ammonta in realtà (confronto tra consuntivo 2011 e consuntivo 2012) a meno di 300mila Fr su un totale di 4 milioni. Nel 2011 si sono spesi 3.8 milioni, nel 2012 4.1. Questo per un settore che sempre più costituirà una risorsa economica importante per la città di Lugano, in considerazione dello sfascio della piazza finanziaria provocato da scellerate politiche federali.

Questi meno di 300mila Fr extra sono stati investiti per migliorare i grandi eventi, che portano turisti generando indotti economici. Ed infatti lo scorso anno per il Natale sono ricomparsi, in quantità rilevante e dopo anni di assenza, i torpedoni turistici italiani.

Fa specie che a certuni non stia bene che le risorse (e nemmeno tante, considerate che siamo una città turistica) vengano investite là dove creano un ritorno economico. Evidentemente, si ritiene più politicamente corretto spendere il denaro pubblico senza generare indotti.

A meno che – per la serie: a pensar male si commette peccato, ma ci si azzecca quasi sempre – l’obiettivo di simili esercizi sui conti di certuni dicasteri fosse quello di inscenare squallide strumentalizzazioni a fini a partitici. Per poter poi andare in giro a raccontare ai quattro venti la fantasiosa storiella che «“nei dicasteri della Lega” (?) si spende troppo», così come ha fatto l’ex presidente sezionale PS.

Ma queste storielle hanno – purtroppo per i loro ideatori e per l’ammucchiata antileghista – le gambe corte.

Lorenzo Quadri

Vignetta autostradale: pagare per stare peggio?

I disagi a noi, i vantaggi Oltregottardo

Si potrebbe dire, ed infatti c’è chi lo dice, che 60 Fr all’anno sono pochi: allora perché agitarsi tanto se il prezzo della vignetta autostradale aumenta così, di punto in bianco, del 150%?
Prima di tutto, i 60 Fr di aumento sono calcolati pro vettura. Di conseguenza, se in un’economia domestica con due figli grandi ci sono 4 veicoli, di cui due scooter, la somma quadruplica. Perché in Svizzera, diversamente da quanto accade in altri paesi, le due ruote non pagano una vignetta meno costosa rispetto alle automobili.

Pure insoluta rimane la questione delle auto con targhe trasferibili, che pagano due contrassegni malgrado non potranno mai essere in circolazione contemporaneamente.

Poi, un aumento del 150% in un colpo solo è una cosa inaudita.

Ma soprattutto l’aumento, piccolo o grande che sia, non è giustificato. Perché la strada finanzia ampiamente i propri costi, con un tasso di copertura del 113%. Agli utenti della strada vengono prelevati in dazi e balzelli vari 9.5 miliardi di Fr all’anno. Ma il 70% di questa somma non viene impiegata per la manutenzione e il completamento della rete delle strade nazionali, bensì per altri scopi. Ben 4 miliardi finiscono nelle casse generali della Confederazione, e da lì utilizzati nei modi più disparati. 1.75 miliardi vanno a finanziare il traffico pubblico. Mentre 900 milioni se li prendono Cantoni.

Perché allora andare a chiedere più soldi agli automobilisti tramite la stangata sulla vignetta? La risposta della Confederazione è duplice: da un lato, 376 Km di strade attualmente di proprietà dei Cantoni passerebbero alla Confederazione. Dall’altro, ci sono delle nuove opere da realizzare.
Per quel che riguarda le strade “ereditate” dai Cantoni, queste ultime sono state finora pagate dai contribuenti tramite le imposte ordinarie. Se esse diventano di proprietà della Confederazione, i Cantoni non se ne devono più occupare. Di conseguenza, hanno meno spese. Non sorprende quindi che i governi cantonali siano favorevoli al contrassegno a 100 Fr, visto che ci guadagnano. Sarebbe quindi doveroso che in proporzione queste spese, che dovrebbero venire ricaricate sulla vignetta, venissero anche scaricate dalle imposte. Ciò  non accadrà, sicché l’automobilista si ritroverà a pagare due volte.

Il primo ricatto

Le nuove opere sono invece state oggetto di ricatto. Ovviamente il ricatto viene modulato in termini regionali. In Ticino la ministra dei trasporti Leuthard ha detto: niente vignetta a 100 Fr? Niente collegamento A2-A13. In altri Cantoni ha lanciato lo stesso messaggio con altre tratte. Il problema è che nel decreto in votazione l’A2-A13 non viene nemmeno nominata. Solo tre opere sono citate: la circonvallazione di Näfels, quella di Le Locle e quella di La-Chaux-de-fonds. Non c’è dunque uno straccio di garanzia che, votando la vignetta a 100 Fr, il collegamento A2-A13 verrà realizzato, idem dicasi per la Stabio Gaggiolo. Anzi, la stessa Leuthard ha dichiarato che il collegamento autostradale del Locarnese non è prioritario:  verrà quindi rinviato alle calende greche, vignetta o non vignetta a 100 Fr. E nell’A2 da Lugano a Chiasso in ogni caso non si investirà un centesimo.

Il Ticino quindi dalla vignetta a 100 Fr non trarrà alcun vantaggio. L’automobilista ticinese pagherebbe di più per finanziare circonvallazioni in Svizzera interna. Non solo. Pagheremmo l’aumento del 150% non certo per “decongestionare il traffico dei centri urbani”,  come da menzognere dichiarazioni di Leuthard, ma per il contrario. Molti frontalieri e padroncini per non pagare la vignetta a 100 Fr semplicemente rinuncerebbero ad usare l’autostrada, riversandosi sulle strade cantonali e comunali, andando ad intasarle ulteriormente. Idem i turisti di giornata. Per il Ticino la vignetta a 100 Fr costituirebbe dunque una zappa sui piedi. Che dovremmo tirarci in cambio di cosa? Di opere viarie nel nostro Cantone? No: in cambio delle tre citate circonvallazioni di Näfels, Le Locle, La-Chaux-de-fonds. Quindi, pagheremmo il contrassegno autostradale 60 Fr in più per peggiorare ulteriormente la nostra viabilità e finanziare invece miglioramenti Oltregottardo. I danni a noi, i vantaggi agli altri. Un po’ come con la libera circolazione delle persone.

Il secondo ricatto

Leuthard ha dichiarato: se la vignetta a 100 Fr non passerà, si aumenterà il prezzo della benzina di 15 cts al litro. Il problema è che entrambi i progetti vengono portati avanti indipendentemente uno dall’altro. Non sarà la vignetta a 100 Fr ad impedire l’aumento del prezzo della benzina, e neppure l’introduzione del road pricing, del mobility pricing e di altri fantasiosi espedienti per mettere, per l’ennesima volta, le mani nelle tasche degli automobilisti.
Il 24 novembre votiamo quindi No ad un aumento ingiustificato che non ci porterà alcun vantaggio, ma solo disagi ulteriori.

Lorenzo Quadri
Consigliere nazionale
Lega dei Ticinesi

Municipio di Lugano: ammucchiata contro la Lega. L’ex partitone pretende ancora di avere ragione!

Non mi è sfuggito il supponente articoletto del Signor Jean-Pierre Antorini, candidato alla presidenza del PLR di Lugano (Uella!, direbbe qualcuno) pubblicato sul Corriere del Ticino di mercoledì.

Oggetto dello scritto, la squallida ammucchiata dei partiti $torici in Municipio volta a negare alla Lega la carica di vicesindaco. Il tutto alla faccia del responso popolare e delle regole in essere; perché alla Lega non bisogna mai dare ragione, costi quel che costi.

Sarebbe stato bello, soprattutto per lui, se il signor Antorini, per farsi campagna elettorale sui giornali quale aspirante presidente sezionale, avesse avuto un qualche argomento. Evidentemente non ha invece trovato di meglio che esprimersi sul sottoscritto. Liberissimo di farlo, ci mancherebbe. Ma in questo modo l’autore non raggiunge il suo scopo: insistere sulla sordida vicenda del vicesindacato di Lugano non fa che mettere ulteriormente in evidenza le magagne del partito di cui aspira a diventare presidente sezionale.

Il PLR, partito delle cadreghe, pur di portarsene a casa una che non gli spettava, ed oltretutto priva di reali contenuti, ha cambiato le carte in tavola. Quando il PLR era il primo partito, non ha mai lasciato ad altri nemmeno la gamba di uno sgabello. E nientemeno che l’ex sindaco PLR Giorgio Giudici ha confermato la regola: “il vicesindaco lo fa chi ha più voti”. Quindi il PLR vuole le cadreghe quando vince le elezioni, mentre quando le perde cambia le carte in tavola per avere comunque le cadreghe, ma senza avere i voti. Perché evidentemente il voto popolare per il PLR ed il suo aspirante presidente sezionale non conta nulla.

Chi, come il PLR, è guidato dalla massima “cadrega über Alles” non è minimamente nella condizione di calare lezioni di stile a chicchessia. Perché è un po’ troppo facile fare il “golpetto” e poi pretendere che chi lo subisce se ne stia zitto e buono perché, a suo dire, sarebbe più elegante.
E’ evidente che a creare spaccature all’interno del municipio non è certo stata né la Lega né il sottoscritto, ma il PLR con la sua mai sazia bulimia di cadreghe.

E, se vogliamo farne una questione di stile, sarebbe stato certamente più elegante se il PLR – che già nel 2008 mantenne la carica di vicesindaco perché il compianto Nano Bignasca decise di lasciarla ad Erasmo Pelli, e che ad inizio legislatura la ottenne per Giorgio Giudici con il pieno consenso della Lega – avesse avuto il buon senso ed il buon gusto di rinunciare a  pretendere quello che spettava ad altri.

La Lega e il sottoscritto chiedevano solo che venissero applicate le regole che sono sempre state in vigore a Lugano quando il PLR era il primo partito. Queste regole sono state invece stravolte dal PLR in funzione antilega. Mi auguro che nessuno sia stato così ingenuo da illudersi che simili operazioni fossero a costo zero. Tanto più che non si tratta nemmeno di un caso isolato, perché l’ammucchiata contro la Lega è una costante.

 Si prende atto che il PLR, per avere a tutti i costi una cadrega  che toccava ad altri, ha voluto irresponsabilmente creare una spaccatura in Municipio.

A ciò si aggiunge il sordido ricattino all’indirizzo del sottoscritto: ti diamo quello che ti spetta se cedi tre quarti dei tuoi dicasteri a Giovanna Masoni. E questa la chiamano “mediazione”.
Con le sue fameliche ed infondate pretese il PLR ha creato un ulteriore ostacolo al lavoro dell’esecutivo in un periodo dove i problemi già abbondano. E il PLR ha il coraggio di autoattribuirsi il titolo di partito del Buongoverno.

Comunque, come già detto da queste colonne, quella sul vicesindacato è il classico esempio di vittoria di Pirro. Prendere a pesci in faccia il voto popolare non paga: e il PLR avrà modo di accorgersene.
Lorenzo Quadri

Prendiamo esempio dalla Germania: Le autostrade ce le facciamo pagare dai frontalieri

Ma guarda un po’. In Svizzera per finanziare la realizzazione di opere autostradali, il massimo che si riesce ad inventarsi è mettere nuovamente le mani nelle tasche degli automobilisti, tramite introduzione di un contrassegno autostradale deluxe: ovvero con costo aumentato da 40 a 100 Fr in un colpo solo. Al proposito si voterà il prossimo 24 novembre.

Gli automobilisti già versano, tutto sommato, circa 9 miliardi e mezzo di Fr nelle casse della Confederazione ogni anno. Tuttavia il 70% di questi fondi non va a finire nella strada ma altrove: ferrovie, casse federali, e via elencando.

Però, invece di utilizzare i soldi degli automobilisti per lo scopo per cui vengono prelevati, si preferisce continuare a battere cassa sempre presso gli automobilisti, in base alla consueta logica del tassa e spendi.

E’ poi il caso di ricordare che, delle opere prioritarie che verrebbero realizzate con la vignetta di 100 Fr, nemmeno una è in Ticino. Infatti si tratta delle circonvallazioni di la Chaux de Fonds, di LeLocle e di Näfels, le quali costano oltre un miliardo. Quindi noi ticinesi pagheremmo la vignetta 60 fr in più non già per migliorare le viabilità in “casa nostra”, bensì per migliorare quella degli amici d’Oltralpe. Di più. La viabilità ticinese collasserebbe poiché molti frontalieri e turisti italiani di giornata, per non pagare la vignetta, utilizzerebbero le strade cantonali e comunali.

A questo punto la domanda è scontata. Visto che in Ticino il principale problema di viabilità autostradale – a sud di Lugano ormai si circola a passo d’uomo – è causato dai 60mila frontalieri che quotidianamente entrano in Ticino uno per macchina, oltre che dalle migliaia di padroncini, perché il conto non lo si fa pagare a chi i problemi li provoca, in base al principio di causalità che tanto piace ai politikamente corretti?

Perché, insomma, non si può imporre una tassa extra ai veicoli stranieri?

La risposta che ci viene sempre fornita è che non si può discriminare in regime di accordi bilaterali e bla bla bla. La realtà, però, è che nemmeno si tenta. Guai! Mica ci si vorrà fare additare come xenofobi! Eppure la Germania, dove le autostrade sono attualmente gratis, sta proprio pensando di far pagare un pedaggio, ma solo agli stranieri. E tutto, udite udite, con la benedizione dell’UE.
Dove sta il trucco? Facile: il pedaggio viene fatto pagare a tutti gli automobilisti, ma agli indigeni viene rimborsato tramite tasse di circolazione.

Solo gli altri possono discriminarci?

Visto che in Svizzera le tasse di circolazione sono tra le più care in assoluto, e le pagano solo i veicoli immatricolati da noi, di sicuro non c’è alcuna controindicazione a prelevare un contributo anche ai veicoli dei frontalieri. Pure la tassa sul traffico pesante deve essere aumentata per i tir in transito parassitario attraverso la Svizzera. Possibile che, oltre a dover scontare le devastanti conseguenze occupazionali provocate dagli accordi bilaterali, non possiamo nemmeno fare in modo che siano i cittadini stranieri che approfittano della Svizzera a pagare i potenziamenti della rete autostradale che la loro presenza rende necessaria?

Prendiamo esempio dalla Germania. Altro che chiamare sempre alla cassa i già tartassati automobilisti elvetici. Le strade ce le facciamo finanziare dagli stranieri. E se lo fa un paese UE – addirittura il paese-locomativa dell’UE – per quale motivo non dovrebbe farlo la Svizzera, che non fa per fortuna parte dell’Unione europea? O vuoi vedere che l’ipotesi è esclusa in partenza per il sacro terrore di venire additati come populisti e razzisti? Ormai i nostri vicini hanno già mangiato la foglia da un pezzo: per ottenere tutto quello che si vuole dagli svizzerotti, basta accusarli di essere xenofobi, e subito calano le braghe!
Lorenzo Quadri

Esplosione dei furti nelle abitazioni: Confini sicuri è l’unica soluzione!

In un numero sempre più elevato di Comuni della Svizzera interna si  fa uso di ronde di cittadini per mantenere la sicurezza, in particolare per combattere l’esplosione di furti nelle abitazioni. Altri Comuni si organizzano invece con agenti di sicurezza privati. In uno di essi, Hofstetten, il numero delle effrazioni nelle case è, in questo modo, calato dell’80%.

E’ quindi evidente che le risorse a disposizione delle forze dell’ordine non sono più sufficienti a far capo alle necessità. Ma non  è solo la dotazione di poliziotti ad essere inadeguata. Lo sono anche i dispositivi di sicurezza sulle nostre abitazioni, spesso del tutto inesistenti. Se queste dotazioni, sia umane che edili,  andavano bene fino ad alcuni anni fa, oggi non è più il caso. Grazie alla libera circolazione delle persone infatti ci siamo “aperti”, come volevano i politikamente korretti,  alla criminalità d’importazione. Perché essere “aperti” è bello, e chi non è d’accordo è un becero populista e razzista.

Sarebbe dunque necessario, per garantire la sicurezza, un aumento  importante delle risorse della polizia. A questo punto si pone però una serie di problemi.

1)    I poliziotti costano. Quindi per finanziare la sicurezza si finirebbe con l’aumentare le tasse. Col risultato di andare ad impoverire ancora di più il cittadino, che è già diventato più povero sempre grazie alla libera circolazione delle persone (aumento dei disoccupati e delle persone in assistenza).

2)    I tribunali dicono di essere oberati di lavoro. A giudicare dalla rapidità con cui vengono emesse certe sentenze su presunti reati d’opinione in realtà non parrebbe, comunque sta di fatto che nel 2012 i tribunali di tutta la Svizzera hanno emesso un totale di 95mila condanne. Molto interessate notare che solo 41mila riguardavano cittadini svizzeri. Ergo, 54mila condanne su 95mila sono state emesse nei confronti di stranieri. Ma come, gli stranieri che delinquono non dovevano essere tutta un’invenzione della Lega populista e razzista? Gli è che, se effettivamente i tribunali sono oberati, per poter condannare i delinquenti stranieri il cui numero continua ad aumentare grazie alle frontiere spalancate, dovremmo potenziare i tribunali. Naturalmente a nostre spese.

3)    Logica conseguenza dei punti precedenti: se i tribunali  potenziati, oltre a costarci di più, lavorano di più ed emettono più condanne, bisogna anche avere il posto dove collocare le persone condannate. Ma anche le carceri elvetiche sono piene; alla Stampa, per la serie ma tu guarda i casi della vita, almeno il 70% di detenuti è straniero. Quindi ci toccherebbe ampliare le carceri, sempre a nostre spese, per internare i delinquenti stranieri.

Da qui la necessità di fare in modo che i criminali stranieri da noi non arrivino proprio. Tornare a controllare i confini è l’unica soluzione. Ed inoltre ai delinquenti UE che credono – allo stato attuale non a torto – di aver trovato in Svizzera il paese del Bengodi va chiarito che le cose non stanno così. Le ronde di cittadini sono un ottimo sistema per tenere i criminali lontani dalle nostre case, evitando che vengano commessi reati. Necessario è pure il potenziamento, che deve venire reso noto a scopi dissuasivi, del diritto del cittadino alla legittima difesa quando assalito nella propria abitazione. Obiettivo: far sì che i delinquenti si indirizzino altrove.

Insomma anche in questo caso prevenire è meglio che curare.

Lorenzo Quadri