Tutela della sfera privata: sì all’iniziativa, ma i buoi sono già fuori dalla stalla

E’ nella fase « calda » della raccolta firme l’iniziativa popolare, lanciata a livello federale, “Sì alla protezione della sfera privata”. L’iniziativa mira a salvare i rimasugli della privacy bancaria almeno per i cittadini svizzeri.

La richiesta è certamente da sostenere.
Come noto, a seguito di una politica federale deleteria, improntata al cedimento addirittura “proattivo” (si cede ancora prima che la controparte abbia il tempo di formulare una richiesta) la privacy dei clienti della piazza finanziaria elvetica è stata svenduta in fretta e furia – e senza contropartita.

La ministra delle Finanze in carica senza i voti è riuscita a sottoscrivere la Convenzione di Strasburgo sullo scambio di informazioni su richiesta; col risultato che gli Stati cofirmatari, nella malaugurata ipotesi in cui la Convenzione dovesse venire ratificata dalle Camere federali, avranno praticamente ottenuto quello che volevano, senza bisogno di concedere nulla alla Svizzera. Ciò vale in particolare per l’Italia, con il cui cronicamente traballante governo sono in corso da tempo delle trattative che paiono girare a vuoto (cosa che non stupisce visto che i negoziatori elvetici si recano a Roma a parlare in inglese). L’Italia alla Svizzera non ha concesso nulla, basti pensare che il nostro Paese ancora figura iscritto sulle black list illegali della vicina Penisola, ma presto potrebbe ottenere (quasi) tutto. A fare le spese di questa situazione sarebbe, per l’ennesima volta, il Ticino.
Non ancora contenta, la Signora Widmer Schlumpf, Consigliera federale in carica senza i voti ed esponente di un partitino il cui presidente di professione fa il lobbysta di UBS (mai sentito parlare di “conflitti d’interesse”?) ha annunciato l’ennesimo regalo al Paese:  ossia l’inasprimento delle norme contro il riciclaggio.

A ciò si aggiunge la supina accettazione del Diktat FATCA “made in USA”, che tra l’altro nemmeno gli States hanno ancora sottoscritto, scandalosamente lesivo della nostra sovranità nazionale e vera e propria bomba ad orologeria: non appena sarà entrato in vigore definitivamente, l’UE pretenderà (e, c’è da scommetterci, otterrà senza colpo ferire) le medesime agevolazioni. Contro il FATCA è in corso un referendum che si invita caldamente a sostenere.

In una situazione del genere, dove non passa praticamente giorno senza che venga annunciato un nuovo cedimento, i Cantoni hanno buon gioco nel pretendere la fine della privacy bancaria anche per i loro contribuenti: sarebbe infatti assurdo – argomentano i direttori delle Finanze – che le Repubbliche che compongono la Confederazione  disponessero di meno informazioni sulle relazioni bancarie dei loro concittadini rispetto a Stati esteri.

In questo contesto di svendita della sovranità elvetica, e addirittura di cittadini svizzeri ad autorità straniere (vedi FATCA, vedi trasmissione di dati di bancari ed ex bancari agli inquirenti a stelle e strisce) dire che la privacy è fortemente minacciata è ancora un eufemismo. Tanto più che all’orizzonte si prospetta, come detto, lo sfacelo del segreto bancario anche per i cittadini elvetici.

E si prospetta senza che a questi ultimi sia data la possibilità di regolarizzarsi tramite amnistia. E non parliamo certo di milionari, ma di tanti piccoli risparmiatori. Il Consiglio federale, rispondendo nei mesi scorsi ad un atto parlamentare del sottoscritto, ha infatti dichiarato che di amnistie non se ne parla proprio. L’attuale quadro legale è sufficiente. Bella roba!

Per questa situazione possiamo ringraziare quelle grandi banche che negli USA ne hanno fatte peggio di Bertoldo e che ora si illudono di staccare ammende meno salate sacrificando senza remore  la piazza finanziaria elvetica ed i propri stessi dipendenti. E possiamo ringraziare un Consiglio federale di una debolezza allucinante, il cui motto sembra essere: “cedere sempre, cedere comunque, cedere su qualsiasi cosa”.

E’ dunque giusto firmare l’iniziativa “Sì alla protezione della sfera privata” a tutela di quel che resta della privacy bancaria dei cittadini svizzeri. Una cosa però va detta, e va detta forte e chiaro. I promotori di questa iniziativa sono le stesse persone che quando nel 2009 la Lega dei Ticinesi, a seguito di una delle lungimiranti intuizioni del compianto Giuliano Bignasca, lanciò un’iniziativa per inserire il segreto bancario nella Costituzione federale, storcevano il naso. Figuriamoci, dicevano lorsignori. L’iniziativa è inutile. Il segreto bancario è garantito. E, soprattutto, non bisogna mai dare ragione alla Lega. Sicché si rifiutarono di sostenere l’iniziativa leghista, che infatti non riuscì. Adesso, vista la malparata, le stesse persone e forze politiche, calate le arie, tentano di chiudere la stalla quando i buoi sono già scappati.

Lorenzo Quadri
Consigliere nazionale
Lega dei Ticinesi

Anziani ticinesi che tirate la cinghia anche a Natale: Ricordatevi di chi non vi ha dato la 13a AVS

Dirlo è scontato: il Natale è tempo di regali e di cenoni. Ma non per tutti. Ci sono infatti anziani ticinesi che tirano la cinghia e non si possono permettere né uscite al ristorante né regali ai nipotini. Nemmeno a Natale.

Questi anziani magari non ricevono la prestazione complementare in quanto sono proprietari di una casetta o di un terreno. E forse, sempre per lo stesso motivo, si sono visti decurtare o azzerare il sussidio per la riduzione del premio di di cassa malati.

Poiché gli anziani hanno costruito la nostra società, questo merito deve venire riconosciuto – o meglio dovrebbe. Ad esempio con una piccola gratifica annuale che si potremmo chiamare, per comodità, tredicesima AVS.

Una simile gesto sarebbe senz’altro possibile, anche in periodo di ristrettezze finanziare.  Basterebbe infatti indirizzare le risorse dello Stato sociale in modo migliore. Non sta né in cielo né in terra che si mantengano in assistenza cittadini stranieri, magari addirittura con precedenti penali, per anni ed anni, spendendo centinaia di migliaia di Fr.  O che si sperperi – vedi caso Carlos – un milione per far fare la bella vita ad un giovane delinquente straniero con la scusa che bisogna integrarlo: queste persone non devono venire integrate, ma solo rimpatriate.
 
Come non sta né in cielo né in terra che cittadini UE, grazie alla devastante libera circolazione delle persone, ottengano di trasferirsi in Svizzera esibendo contratti di lavoro tarocchi. Poi, una volta trasferiti nel nostro paese, accade che il contratto di lavoro viene rescisso e i titolari si mettono a carico del nostro stato sociale, prima in disoccupazione e poi in assistenza.

Altro esempio  non proprio edificante lo forniscono quei cittadini “non patrizi” che fanno un figlio ogni tre anni per ottenere gli assegni familiari. Poi naturalmente non sono in grado di occuparsi dei bambini e deve ancora intervenire lo Stato sociale.

Ai partiti storici le situazioni di cui sopra, ed anche molte altre, vanno bene. Non sono però d’accordo di versare una modesta tredicesima AVS agli anziani ticinesi in difficoltà. La proposta leghista è stata demonizzata e denigrata in ogni modo. Tutto per non dar ragione all’odiata Lega. Sembra che voler aiutare i nostri anziani sia diventato un reato.

Per impedire all’odiata Lega di realizzare uno dei punti “storici” del suo programma, il partitume storico ha  messo in campo l’artiglieria pesante. Morale della favola: mentre ci sono delinquenti in regimi speciali che costano alla collettività cifre che gridano vendetta, ma questo va bene, agli anziani non viene riconosciuto il diritto ad una piccola gratifica annuale. Una gratifica che forse non avrebbe cambiato la vita dei beneficiari. Ma che sarebbe tornata molto utile. Soprattutto in questo periodo.

Sicché, anziani ticinesi che tirate la cinghia anche a Natale, ricordatevi di chi vi ha negato un modesto sostegno: i partiti $torici. E ricordatevi anche il perché ve l’hanna negato: per non dare ragione all’odiata Lega. Una motivazione di incredibile squallore, che ha dovuto essere nascosta con arrampicate sui vetri da far impallidire l’uomo ragno: ad esempio la storiella che la tredicesima AVS non sarebbe stata un aiuto “mirato”. Peccato che  gli stessi a sostenere la teoria degli aiuti mirati sono poi quelli che a Lugano vogliono creare le mense scolastiche per i figli dei ricchi, ma finanziate con i soldi di tutti contribuenti. Questi sì che sono “aiuti mirati”.

Lorenzo Quadri

Diktat FATCA da sventare: Gli Stati Uniti non comandano in casa nostra

L’accordo FATCA, che in realtà non ha niente dell’accordo in quanto trattasi di un Diktat che la ministra del 5% Widmer Schlumpf si è fatta imporre, come il solito, dal fisco USA, è attualmente sotto referendum.

Non è certo un referendum facile; infatti l’Udc nazionale si è chiamata fuori, e senza un promotore forte  la riuscita di una raccolta firme a livello federale è estremamente difficile.

A ciò si aggiunge un certo disinteresse a livello popolare per un tema che suona ostico e lontano dalla quotidianità del cittadino, con anche i bancari – o parecchi di loro – che non firmano per paura di eventuali ritorsioni da parte del datore di lavoro, specie se questo è una grande banca.

Le grandi banche, dopo aver inguaiato la piazza Svizzera combinandone peggio di Bertoldo negli USA, adesso vogliono regolarizzare  il proprio accesso ai mercati internazionali e, se il prezzo di tale operazione è lo sfascio della piazza finanziaria elvetica e la cancellazione di centinaia di migliaia di posti di lavoro in Svizzera, la cosa non li tange più di tanto. Si tratta infatti di multinazionali che di svizzero hanno solo il nome. Il loro obiettivo è l’utile globale. Mica la difesa del nostro Paese e dei suoi posti di lavoro, che infatti sono sacrificabili – e vengono sacrificati – nell’illusione di pagare sanzioni meno salate oltrealtantico. Il fatto che le due grandi banche abbiano di recente deciso di aprire una propria rappresentanza a Bruxelles è altamente indicativo: la Svizzera viene abbandonata.

Non si può a questo punto non ricordare il fatto che il presidente del partitucolo della ministra del 5% di professione fa il lobbysta dell’UBS. Ma tu guarda i casi della vita.

Battaglia doverosa

Malgrado queste difficoltà, la battaglia contro il FATCA è giusta e doverosa. Questo DIktat da parte degli USA è una violazione palese della sovranità svizzera. Gli USA impongono le loro leggi in casa nostra. Sarebbe il caso di ricordare che la Svizzera nacque, ormai più di 720 anni fa, proprio per contrastare questo genere di soprusi, ai tempi operati dagli Asburgo. “Grazie” alla ministra del 5% e a chi la mantiene in carica contro la volontà popolare, leggi P$ e PPDog, stiamo svendendo il paese fino alle radici.

E’ inoltre evidente, anzi è già stato dichiarato pubblicamente, che la fallita – e quindi sempre più rapace – Unione europea attende solo che il FATCA entri in vigore in via definitiva per pretendere gli stessi diritti sciaguratamente concessi agli USA. L’esperienza ci insegna che, con la ministra del 5%, per una qualsiasi autorità straniera pretendere ed ottenere è ormai un tutt’uno.

USA sull’orlo del baratro

Ma davanti a chi caliamo le braghe? Sul fatto che gli Stati Uniti siano più grandi di noi non ci piove. Ma la loro solidità finanziaria è a ramengo, e non solo perché Stati e città sono in fallimento. Sul portale http://www.shtfplan.com si preconizza, per gli States, il default, il crollo del dollaro, l’impoverimento improvviso di decine di milioni di persone, con tanto di scarsità di generi alimentari e disordini interni. E si invita la popolazione a procurarsi scorte di alimentari e di metalli preziosi (da utilizzare come merce di scambio).

 Catastrofismo? Fantascienza? Probabilmente solo fino ad un certo punto. Sta di fatto che gli USA, come la fallita UE, sono alla disperata ricerca di nuove entrate e quindi intendono depredare non solo i loro concittadini residenti in Svizzera, ma anche centinaia di migliaia di cittadini svizzeri. I quali ricadranno anche loro sotto i tentacoli del FATCA. Con il Diktat FATCA gli Stati Uniti colpiscono dunque anche cittadini svizzeri residenti in Svizzera. Ad esempio perché hanno un coniuge statunitense. O perché hanno vissuto, anche solo per un breve periodo, negli States. E noi, nella nostra foga di rispondere sempre “Sì badrone” glielo lasciamo fare? Firmate il referendum contro il Diktat yankee FATCA, il formulari si possono trovare su www.mattinonline.ch e www.stop-fatca.ch. Non sprechiamo questa occasione!

Lorenzo Quadri

Alle frottole del Consiglio federale non crede più nessuno

Il festival delle panzane contro ogni limitazione dell’immigrazione

Il Consiglio federale si agita scompostamente nel tentativo di difendere la fallimentare politica delle frontiere spalancate. Quella che ci ha portato disoccupazione, povertà, delinquenza d’importazione.
Come noto, in febbraio i cittadini svizzeri saranno chiamati a votare sull’iniziativa “contro l’immigrazione di massa”. Questa iniziativa turba i sonni del neo-presidente della Confederazione Didier Burkhalter, quello che trenta secondi dopo la nomina  già raccontava panzane teleguidate a favore degli accordi bilaterali. Accordi che, secondo il Didier, rappresenterebbero “una finestra di opportunità”.  Ad esempio: l’opportunità di non trovare un lavoro, l’opportunità di andare in assistenza, l’opportunità di farsi rapinare in casa, e via elencando.

“O apertura o catastrofe”
Un inizio così scoppiettante non poteva che preludere ad un seguito in crescendo. Ed infatti, nel tentativo di contrastare l’iniziativa “Contro l’immigrazione di massa”,  Burkhalter se ne è uscito con un nuovo slogan che suona più o meno: “o apertura o catastrofe”.

Le intenzioni sono chiare: si vogliono costringere i votanti a non mettere alcun freno all’immigrazione facendo balenare chissà quali disastri nel caso i cui il cittadino elvetico approvasse l’iniziativa e decidesse che non può esistere uno Stato che non controlla l’immigrazione.

Burkhalter sprovveduto
Il neo-presidente si dimostra piuttosto sprovveduto. La recente asfaltatura rimediata dalla collega Doris Leuthard sulla vignetta autostradale a 100 Fr, che la Ministra dei trasporti ha tentato di far passare a suon di ricattini e ricattoni, evidentemente non gli ha insegnato nulla.

La catastrofe, caro Burkhalter, ci sarà sicuramente se non metteremo fine alla scellerata politica delle frontiere spalancate in nome del politikamente korretto, politica giustificata col mantra del “bisogna aprirsi”. Frase che viene calata dall’alto come se fosse un comandamento divino: “bisogna aprirsi”. Ma chi l’ha detto?

Le minacce di Burkhalter sono ancora più infondate dei ricattini della Doris. Il fatto che il ministro degli Esteri alzi i toni ne dimostra la coda di paglia. Il Consiglio federale, nel combattere l’iniziativa “contro l’immigrazione di massa”, iniziativa che vuole – tra l’altro – reintrodurre il contingentamento dei frontalieri, si trova sprovvisto di ogni parvenza di credibilità. In braghe di tela. E’ la logica conseguenza dell’aver raccontato ai cittadini un sacco di panzane.

Nessuna promessa è stata mantenuta

Nel 2000, in occasione della votazione popolare sugli accordi bilaterali con l’UE, il Consiglio federale fece una serie di promesse menzognere per imbrogliare il popolo. Obiettivo: convincere i cittadini a votare sì. Non una delle promesse fatte dal governo si è avverata.

Ci avevano assicurato che gli immigrati dall’UE sarebbero stati al massimo 10mila all’anno perché (sic) “l’esperienza insegna che i movimenti migratori all’interno dell’Unione europea sono limitati”. Avevano promesso, basandosi su studi commissionati pro sacoccia, che non ci sarebbe stata né sostituzione di ticinesi con frontalieri, né dumping salariale. Toppato clamorosamente. Toppato su tutta la linea. E adesso Burkhalter si illude di essere credibile quando descrive scenari apocalittici (che pagüüüüüraaa, avrebbe detto il Nano) nel caso in cui il popolo elvetico approvasse l’iniziativa “Contro l’immigrazione di massa”?

Del resto, la credibilità del Consiglio federale è già andata a ramengo nel 1992, ai tempi della votazione sull’adesione della Svizzera allo SEE. La situazione era analoga a quella attuale. Il governo di allora minacciò la catastrofe nel caso in cui la Svizzera non avesse sottoscritto gli accordi capestro. Ma dalle urne uscì un No grazie al determinante contributo della Lega dei Ticinesi. Ebbene nessuno degli anatemi fatti balenare sulla testa degli elettori si è concretizzato. Anzi, se la Svizzera oggi sta meglio di altri è proprio grazie a questo No. Quindi, sosteniamo in modo massiccio l’iniziativa contro l’immigrazione di massa, poiché essa costituisce la madre di tutte le battaglie: se passa, consentirà di tornare al contingentamento di frontalieri e padroncini.

Anche Oltregottardo si mangia la foglia

Tra l’altro, fa piacere notare che anche Oltregottardo c’è chi comincia a mangiare la foglia, pubblicando verità che finora apparivano solo sul Mattino. La BaslerZeitung online, ad esempio, nei giorni scorsi ha pubblicato un interessante articolo in merito alla credibilità del Consiglio federale in materia di accordi con l’UE e di immigrazione. Finalmente la sveglia sta suonando anche in Svizzera tedesca?

Lorenzo Quadri

Ma a noi dicono che “sa pò mia”!!

La Gran Bretagna, Stato membro UE, verso i contingenti per l’immigrazione

Qualcuno, a Berna come a Bellinzona, dovrebbe sprofondare per la vergogna

Il segnale che arriva dalla Gran Bretagna è uno di quelli importanti : il governo inglese pensa di introdurre un tetto massimo di 75mila immigrati all’anno in arrivo dall’Unione europea.
Un bel bastone tra le ruote della libera circolazione delle persone, tanto più che la Gran Bretagna è un membro UE. Invece la Svizzera, che non fa parte della fallita Unione europea, si fa paturnie su paturnie per porre qualsivoglia limite. Non sia mai, gli accordi si applicano pedissequamente e non si mettono in discussione; tanto il prezzo lo facciamo pagare ai nostri concittadini.

Servilismo spinto

L’atteggiamento servile nei confronti degli eurobalivi è a dir poco inquietante. La libera circolazione, voluta dai partiti $torici, ormai cumula disastri su disastri. Però, invece di intervenire, si preferisce negare la realtà. Sacrificando il benessere dei cittadini agli ordini di Bruxelles. Il servilismo è giunto al punto che gli ambasciatori svizzeri presso l’UE si scusano quando i cittadini elvetici  esprimono un voto antieuropeista.

L’esempio britannico deve far vergognare i nostri governanti e non solo a livello federale ma anche la maggioranza del Consiglio di Stato.

In un Cantone messo a ferro e fuoco dall’invasione di frontalieri e padroncini e da una criminalità d’importazione sempre più violenta, la maggioranza del Consiglio di Stato, presentando i 62 provvedimenti antipadroncini, scarta le poche  misure veramente efficaci per preservare il mercato del lavoro ticinese. Perché? Perché non sono compatibili con la libera circolazione delle persone. La priorità duunque non è la salvaguardia del territorio ticinese. La priorità è l’obbedienza supina ad accordi che i ticinesi hanno sempre – e giustamente – rifiutato.

Terrorismo psicologico

Che dire poi del Consiglio federale? Mentre gli stessi paesi dell’UE si difendono dalla libera circolazione delle persone, l’esecutivo nazionale fa terrorismo psicologico nel tentativo di spacciare il deleterio accordo bilaterale come una specie di vacca sacra che non può in nessun caso essere toccata.

Tutte le previsioni taroccate e le false promesse con cui il Consiglio federale aveva imbrogliato i votanti elvetici per estorcere un sì ai bilaterali sono state smentite nel modo più clamoroso. Pensiamo solo a queste due promesse fatte in occasione della prima votazione sul tema: 1) i migranti dall’UE saranno al massimo 10mila all’anno; adesso sono 80mila; 2) la libera circolazione delle persone non provocherà dumping salariale né sostituzione di lavoratori residenti con altri provenienti da Oltreconfine; nooo, ma quando mai??

E il Consiglio federale invece di riconoscere di aver toppato alla grande e di porre rimedio limitando la libera circolazione delle persone, non solo vuole frontiere sempre più spalancate anche alla Croazia, ma continua a raccontare un sacco di patetiche panzane, del tipo: “immigrazione uguale ricchezza” illudendosi che i cittadini, già turlupinati una volta, siano così allocchi da cascarci di nuovo. Non solo: si gioca anche la carta del terrorismo psicologico: guai a chi osa pretendere dei  paletti! E’ roba non solo da populisti e da razzisti, ma addirittura da delinquenti! Sarebbero la catastrofe! “O apertura o rovina”, vaneggia il neo presidente della Confederazione (senza i voti della Lega) il PLR Didier Burkhalter!

Intanto in Gran Bretagna, Stato membro UE, senza colpo ferire vengono tranquillamente posti dei contingenti all’immigrazione in arrivo dalla fallita Unione europea. A Berna, ma anche a Bellinzona, c’è qualcuno – parecchi qualcuno – che farebbe davvero meglio ad andare a nascondersi.

Lorenzo Quadri

Niente informazioni? Niente naturalizzazione

Dopo il caso di Balerna sui reati cancellati dal casellario dell’aspirante svizzero

Il  tema delle naturalizzazioni facili è tornato con prepotenza agli onori della cronaca, si fa per dire, a seguito dei fatti di Balerna della scorsa settimana. Questi fatti ci hanno insegnato che in Ticino ci sono gruppi di stranieri, nel caso concreto famiglie kosovare e dominicane, che si fronteggiano in faide. Faide combattute a colpi di machete.

In settimana un giovane coinvolto in una di queste faide rischiava di venire naturalizzato dal consiglio comunale di Balerna. Il giovane in questione aveva dei precedenti penali ritenuti  piuttosto gravi e cumulati quando era ancora minorenne. E allora com’è possibile che un tale candidato potesse venire naturalizzato? Semplicemente i precedenti non figuravano più nell’estratto del casellario giudiziale. Perché erano stato cancellati. Sicché il legislativo comunale non ne era a conoscenza.
Questa situazione ricorda da vicino quanto accade con i permessi B che devono venire rilasciati senza che la Svizzera abbia il diritto di informarsi sistematicamente sui precedenti penali all’estero del candidato. Il risultato è che si rilasciano permessi alla cieca.
 
Quando si naturalizza un aspirante svizzero, non può venire taciuto nulla sui suoi precedenti penali, per il semplice fatto che la naturalizzazione non è un atto dovuto bensì il riconoscimento dell’avvenuta integrazione. E per stabilire se una persona è integrata bisogna conoscerne il comportamento. Tanto più che la naturalizzazione è definitiva e non può essere revocata (se non in caso di atti terroristici). E non sta né in cielo né in terra che a chi (consiglio comunale) deve prendere una decisione di questa importanza vengano negate, magari in nome della privacy o piuttosto del politikamente korretto, informazioni essenziali per poter decidere con cognizione di causa.

Situazione paradossale

La situazione è semplicemente paradossale. Il popolo elvetico ha dimostrato in mille modi di non avere intenzione di tollerare delinquenti stranieri sul nostro territorio. Ogniqualvolta che ce ne è stata l’opportunità, il responso delle urne su questo tema è stato chiaro. Eppure succede l’esatto contrario.
Se a Balerna non è avvenuta la naturalizzazione di un giovane coinvolto in faide  familiari combattute a colpi di machete (nemmeno di cazzotti…) è stato solo per puro caso. Quindi ci possiamo tranquillamente immaginare che ci siano altri casi analoghi, che hanno portato alla naturalizzazione di persone con precedenti penali. Le quali poi sono pure tornate a delinquere con il passaporto rosso. Facendo tra l’altro aumentare artificialmente la smilza percentuale di detenuti svizzeri per rapporto a quelli stranieri.

Privacy di chi?

Le naturalizzazioni facili dunque non sono una fantasia morbosa della Lega populista e razzista. Sono una realtà. La comunità deve  prendere una decisione altamente politica nel momento in cui accetta di  far diventare qualcuno un cittadino elvetico. Questa decisione deve essere presa con cognizione di causa. La comunità se vuole può anche decidere di dare il passaporto rosso ad un candidato con precedenti penali. Va da sé che chi fa questa scelta, che tanto piace ai kompagni, poi se ne assume la responsabilità.

Non si capisce infatti perché la privacy deve andare sempre più a ramengo, ed in particolare quella del piccolo risparmiatore, mentre un’autorità politica chiamata a decidere su una naturalizzazione non deve aver modo di conoscere in maniera affidabile i precedenti delle persone che deve rendere svizzere. Due pesi e due misure? La soluzione a questo punto può essere una sola: rifiutarsi di consegnare passaporti alla cieca. Finché non ci sarà trasparenza sui casellari giudiziari dei candidati, non si naturalizza più nessuno.

Lorenzo Quadri

Il premier italiano in scadenza: «mi riprendo i soldi che stanno in Svizzera». Letta, comincia a riprenderti 30mila frontalieri…

A dimostrazione di come procedono “bene” le trattative con la vicina ed ex amica Penisola, ecco le nuove esternazioni del premier Enrico Letta (che con tutta probabilità nel giro di un paio di mesi si troverà senza la scrivania). Dichiarazioni di certo  non concilianti, bensì decisamente arroganti: «In Svizzera c’è un tesoro di soldi degli italiani che deve tornare nel nostro paese». Che non suona poi molto diversamente della famosa sparata dell’ormai disperso ex ministro delle finanze Tremonti sulla “Grotta di Alì Babà”.

Caro Letta, se i soldi degli italiani hanno lasciato il paese, e se gli italiani non si fidano a rimpatriarli, forse un qualche motivo c’è. Senza contare che, se i soldi sono dichiarati, stanno dove vogliono!

D’altra parte, se queste sono le premesse delle trattative che sarebbero in corso da anni ma senza alcun risultato soddisfacente per la Svizzera, mentre la ministra del 5% si è già premurata di calare le braghe ad oltranza, c’è da chiedersi a cosa serve trattare. Tanto più che la Svizzera rimane iscritta sulle black list italiane illegali: la sua cancellazione avrebbe dovuto essere premessa e gesto di apertura della controparte per potersi sedere ad un tavolo.

Enrico Letta, il cui futuro di premier è quanto mai incerto, dovrebbe conoscere un po’ la situazione per quel che riguarda il frontalierato. Visto che il Ticino dà da mangiare a centinaia di migliaia di italiani residenti in Italia (frontalieri, padroncini ed i loro familiari), forse è il caso di non tirare troppo la corda. Forse il premier Letta pensa, magari incoraggiato in questo dalla sciagurata politica (?) della ministra del 5%,  che la Svizzera sia una specie di self service dove chiunque arriva, si prende tutto quello che gli pare ovviamente senza dare nulla.

Del quieto vivere del Consiglio federale, ottenuto a nostre spese, non ce ne potrebbe importare di meno. Non siamo disposti a perdere ulteriori posti di lavoro ed introiti fiscali dalla già zoppicante piazza finanziaria ticinese perché la ministra del 5% è disposta a qualsiasi capitolazione pur di firmare trattati (magari crede di essere famosa e di distribuire autografi). E’ ovvio che il prezzo di qualsiasi accordo con l’Italia lo pagherà il Ticino. Il quale già paga più che a sufficienza la contiguità con la Penisola in regime di deleteria libera circolazione delle persone.

Quanto al premier in scadenza Letta: cominci a riprendersi i padroncini e almeno 30mila frontalieri in esubero, poi ne riparliamo…

Lorenzo Quadri

Devastante libera circolazione delle persone: Fermarla è un atto di buonsenso

Rudolf Strahm, già Consigliere nazionale P$ e già Mr Prezzi, ha spezzato una lancia a favore dell’iniziativa popolare “Contro l’immigrazione di massa”, sui cui si voterà in febbraio.
La libera circolazione tra paesi in cui le differenze salariali ed occupazionali sono così marcate (come è il caso della Svizzera e l’Italia, ndr) non può che trasformarsi in una macelleria sociale, ha detto l’ex politico, che ha pure aggiunto che il Consiglio federale necessita di una sonora batosta, in caso contrario continuerà a chiudere gli occhi sui disastri provocati dalla devastante politica delle frontiere spalancate.

E’ infatti ovvio che il Consiglio federale non intende prendere nessuna misura per limitare i danni provocati dalla libera circolazione delle persone.

L’obiettivo di figuri come il PLR Burkhalter, scappato al Dipartimento degli Esteri dopo che agli Interni aveva fatto solo danni, o come la ministra del 5% Widmer Schlumpf che ha fatto della svendita della Svizzera un dogma, è quello di non avere grane con la fallita Unione europea. Non avere grane significa non dare fastidio. Non dare fastidio significa affamare i cittadini svizzeri per far contenti gli eurobalivi di Bruxelles. Ma di un governo del genere non sappiamo cosa farcene. Un governo che invece di affrontare i problemi tenta di negarli nascondendosi dietro alle statistiche taroccate della SECO, può fare solo una cosa: lasciare spazio ad altri.

La posizione di Rudolf Strahm, evidentemente uomo di $inistra, dimostra che dire NO  alla devastante libera circolazione delle persone non significa essere  dei beceri destrorsi populisti e razzisti, bensì significa disporre ancora di un minimo di buonsenso. Quel buonsenso che i kompagni hanno completamente sacrificato all’ideologia delle frontiere spalancate le quali – e questo è proprio il colmo – fanno l’interesse dei grandi capitalisti, ossia degli odiati padroni del vapore con cui la $inistra va a braccetto nella difesa degli Accordi bilaterali.

Una nota di particolare demerito deve andare anche al Consiglio di Stato ticinese che a maggioranza sostiene, con i voti di Sadis, Beltraminelli e Bertoli, l’estensione della libera circolazione delle persone anche alla Croazia. Intanto, per lavarsi la coscienza e perché l’iniziativa del compianto Michele Barra costringeva ad agire, il governo se ne è uscito con il suo piano anti padroncini all’acqua di rose: ossia 62 misure-foglia di fico in cui ci si limita in buona sostanza a gettare la palla nel campo di Berna rifiutando, in nome della calata di braghe, le uniche misure efficaci che sono quelle prese unilateralmente in Ticino. Prese senza attendere l’ok di Berna che approverà al massimo i provvedimenti inefficaci. Il Consiglio federale non darà mai il proprio nullaosta  ad iniziative che rischino di infastidire i padroni di Bruxelles.

Come se non bastasse, le 62 misure – foglia di fico non sono state nemmeno concordate con la Deputazione ticinese alle Camere federali; e questo malgrado le misure dipendano, a mente dell’esecutivo ticinese, dal grazioso nullaosta bernese… Dimostrazione che non si vogliono risolvere i problemi, ma solo dare l’impressione che si sta facendo qualcosa.

Lorenzo Quadri

Il Parlamento non è un votificio

La campagna mediatica contro l’odiato leghista “toppa” ancora una volta

I media al soldo dell’ammucchiata antileghista hanno pensato bene di suonare la grancassa sui dati recentemente divulgati da Politnetz in merito non già alla presenza ai lavori parlamentari, ma semplicemente al numero di votazioni cui i singoli deputati hanno partecipato in Consiglio nazionale (al Consiglio degli Stati si vota per alzata di mano e quindi il rilevamento elettronico non si può fare).

Da notare che questi dati esistono da anni. Non se li è mai filati nessuno. Anche perché oggettivamente sono poco significativi. A meno che il parlamento federale sia semplicemente un votificio. Ossia che uno venga eletto a Berna soltanto per schiacciare il bottoncino colorato (sì/no/astenuto), in votazioni dove ogni deputato conta uno su duecento; e non per  tutto il resto.

Le statistiche di Politnetz sulle votazioni in parlamento non sono certo state inventate ora, ma la stampa irreggimentata le ha sempre snobbate. Ad esempio, non si è mai sentito un cip sulle presenze di taluni notabili  dei partiti $torici.  Chissà come mai?

Improvvisamente queste statistiche, finora snobbate, diventano il Vangelo. Palese la malafede e l’intenzione di montare la panna contro il sottoscritto. Ovvero contro l’odiato leghista, ancora più odiato perché direttore del Mattino della domenica: quindi chiaramente il nemico da abbattere. (Purtroppo per i pennivendoli di regime e per i loro padroni, per abbatterlo non bastano di sicuro simili mezzucci da comare del pianerottolo). E’ palese che, se non avessero fornito il presunto pretesto per colpire l’odiato leghista, le statistiche Politnetz sarebbero di nuovo finite nel cestino della spazzatura.

Da notare che, anche questa volta, altri deputati ticinesi la cui partecipazione alle votazioni è praticamente uguale a quella di chi scrive (ossia al 75% delle votazioni, mica al 40%) vengono a malapena citati “en passant”. Chissà perché? Forse perché il compitino assegnato dal padrone allo scriba in servizio era quello di dargli al leghista? E da quando in qua, inoltre, tutte le votazioni contano uguale? Come se si potesse mettere sullo stesso piano un tema importante per il Paese e un’iniziativa parlamentare che interessa solo a chi l’ha presentata. Eppure entrambi i voti, secondo la statistica di Politnetz, contano uno.

A senso unico

E’ poi anche curioso che i pennivendoli di regime che nei giorni scorsi hanno versato fiumi d’inchiostro corredati da titoli “ad effetto” (?) sulle statistiche di Politnetz non hanno mai scritto nemmeno una riga sull’attività parlamentare del sottoscritto negli ultimi due anni.
Chiaro: dell’odiato leghista nonché nemico da abbattere si parla solo se si crede di poterne parlare male; altrimenti gli si regalerebbe visibilità. Agli esponenti dei partiti “amici”, invece, si regge servilmente la coda con interviste ed articoloni per ogni “cip”. Non che la cosa mi turbi, visto che sono a Berna per fare gli interessi dei ticinesi e non certo per piacere ai portavoce dell’ammucchiata antileghista.

Da notare che i maestri di giornalismo lanciatisi in voli pindarici sulle statistiche di Politnetz sono gli stessi che amano riempirsi la bocca con la “deontologia professionale” (uella!) che però applicano – allo stesso modo della morale – a senso unico, ed infatti non si sono sognati di interpellarmi. Comprensibile, perché poi non avrebbero più potuto prodursi in insinuazioni francamente patetiche. Per buona pace di costoro, il sottoscritto lavora sette giorni su sette per onorare i mandati conferiti dal cittadino ticinese (e non dai pennivendoli di regime).

Si schiaccia solo il bottone?

Per buona pace di chi nei giorni scorsi ha montato la panna con ovvie intenzioni strumentali, il parlamento non è un votificio. Se si andasse a Berna solo per pigiare un bottoncino colorato, tanto varrebbe chiudere il parlamento, distribuire dei telecomandi e stare tutti a casa. Ci sarebbe da risparmiare e parecchio.

Se un deputato venisse eletto solo per esprimere un voto che conta uno su duecento, non avrebbe neppure senso che il Ticino mandasse dei rappresentanti in Consiglio nazionale per un totale di 8 voti su 200, che non fanno praticamente mai la differenza. I parlamentari ticinesi vanno a Berna per lavorare nelle commissioni, dove non ho mai mancato nemmeno una seduta (a differenza di tanti altri), per pronunciare interventi, per presentare atti parlamentari, per fare lobbying pro Ticino incontrando consiglieri federali, funzionari di vario ordine e grado, e ovviamente deputati di altri Cantoni. Un esempio significativo è il caso dell’IVA dei padroncini: grazie al “battage” fatto dalla Deputazione ticinese presieduta dal sottoscritto nell’anno 2013, il Parlamento ha accettato all’unanimità la proposta Cassis, contro il parere del Consiglio federale.

A ciò si aggiungono tutti quei compiti che non si svolgono a Berna: come partecipare a comitati e a campagne di votazione, incontrare cittadini, eccetera.

E chi è sempre fuori?

Non dimentichiamoci poi che ci sono deputati che, durante le sessioni, passano tutta la giornata fuori dall’aula quando non fuori dal palazzo. Rientrano solo al momento di votare, richiamati dall’apposito “cicalino”. Votano senza nemmeno sapere su cosa, perché erano fuori dall’aula fino a qualche secondo prima: copiano dal loro gruppo parlamentare. E, appena conclusa la votazione, spariscono di nuovo. Ma chi se ne frega: tanto l’importante è schiacciare il bottone, così Politnetz può registrare l’avvenuto voto, e tutti sono felici e contenti.

Su questo naturalmente la stampa di regime non ha mai scritto una riga. Chissà come mai? Forse perché l’atteggiamento dei leghisti è ben diverso e quindi sarebbe toccato andare ad infastidire esponenti dei partiti amici?

Lorenzo Quadri
Consigliere nazionale Lega

Dovremo pagare non solo in casa nostra, ma anche in casa d’altri AlpTransit come la Stabio-Arcisate?

Utilizzare la ferrovia per il trasporto merci è un pallino della Svizzera. La quale spenderà 25 miliardi di franchetti per AlpTransit.

Obiettivo di AlpTransit sarebbe quello di spostare il traffico merci parassitario che transita attraverso la Svizzera dalla strada alla rotaia.

Per ottenere questo risultato è necessario che la rotaia sia concorrenziale con la gomma. Deve quindi essere efficiente ed economica. Un modo per rendere la ferrovia più attrattiva sarebbe quello di far pagare di più l’attraversamento della Svizzera ai TIR UE. Ma sappiamo che l’ex ministro P$ Moritz Leuenberger ci ha svenduti a Bruxelles col risultato di rendere impraticabile questa opzione. Quindi se il trasferimento dalla strada alla ferrovia non funziona – gli obiettivi fissati sono infatti lungi dall’essere raggiunti – possiamo ringraziare anche il  ministro dei trasporti $ocialista.

Come noto il proseguimento a sud di AlpTransit è un’incognita; per essere ottimisti. All’Italia l’opera interessa molto relativamente: lì infatti sui treni si mettono i passeggeri mentre per le merci si usa la strada che infatti è in fase di potenziamento.

Il precedente della Stabio-Arcisate non rassicura affatto. Ricordiamoci che questo trenino costerà per la tratta svizzera 200 milioni di Fr, di cui 100 a carico del contribuente ticinese. Se l’opera vedrà mai la fine, resta un mistero.

Corridoio di 4 metri
Alptransit rischia di ripetere il desolante copione della Stabio-Arcisate. Gli svizzeri,  volendo come al solito fare i primi della classe, hanno voluto la loro trasversale alpina senza preoccuparsi troppo di cosa sarebbe successo ai confini. In sostanza, rischiamo di  trovarci con un AlpTransit fatto per l’UE che però quest’ultima non ha interesse ad utilizzare e pertanto non ha interesse nemmeno a realizzare le infrastruttura di sua pertinenza sul proprio territorio, necessarie al funzionamento della NTFA.

Ecco perché il contribuente rossocrociato si trova nella necessità di finanziare il corridoio di 4 metri anche sulla tratta italiana, affinché le stazioni di trasbordo dei camion dalla strada alla ferrovia possano essere realizzate fuori dai confini elvetici e non dentro. Il rischio che si corre è infatti quello di ritrovarsi queste stazioni in territorio ticinese: come noto il Consiglio federale non esclude di  farne una sulla piana del Vedeggio se in Italia le cose non funzionassero ipotesi particolarmente deleteria perché oltre a consumare territorio genererebbe ulteriore traffico in una zona già congestionata alla grande, quella tra Lugano e Chiasso. E sarebbe un ulteriore segnale di esclusione del Ticino dalla Confederazione.

Parlatoi
Nei giorni scorsi nella provincia di Varese si è parlato di Alptransit e segnatamente della tratta  Bellinzona-Luino-Gallarate la quale, diversamente dalla linea su Chiasso, costituirebbe effettivamente una ferrovia di pianura. Una ferrovia su cui i treni possono essere trainati da una solo locomotiva abbattendo i costi (concorrenzialità con la strada). Si è così “scoperto” che Alptransit, che in Ticino ha lasciato ben poco dal momento che vi lavorano solo ditte straniere, potrebbe creare 4000 posti di lavoro… in Italia. Ma guarda un po’. Tuttavia l’organizzazione di questo convegno ancora non fornisce alcuna garanzia di interesse per l’opera da parte della Penisola.

Tanto più che come sappiamo i nostri vicini a sud sono maestri nell’organizzare parlatoi cui però  non segue nulla.  Con la lungimirante politica del Consiglio  federale siamo dunque riusciti a cacciarci nel seguente vicolo cieco: dover pagare interamente per un’opera, AlpTransit, che non serve a noi, bensì all’UE. E, cosa inaudita, se non vogliamo il fallimento della politica del “merci sul treno da confine a confine”, dovremo pagare centinaia di milioni anche in casa d’altri.

Lorenzo Quadri

Anche nel Canton Giura è allarme “Frontalieri che sostituiscono i residenti”

Nei giorni scorsi eloquente terza pagina del Quotidien Jurassien

“Frontalieri che lavorano al posto dei residenti, stagisti sottopagati, responsabili frontalieri che  assumono frontalieri, dumping salariale”.

Nei giorni scorsi queste affermazioni sono apparse a pagina 3 di un giornale. Il giornale non è però il Mattino della domenica.  Si tratta invece del Quotidien Jurassien. Che titola: “Frontalieri che rimpiazzano i giurassiani”. Li rimpiazzano, ovviamente, nelle assunzioni.

Quindi anche in altri Cantoni il problema comincia a farsi sentire, quel problema che in Ticino sta assumendo proporzioni drammatiche, poiché il numero dei frontalieri è raddoppiato in dieci anni. E non certo perché ci sia una necessità dell’economia di reperire all’estero manodopera che non si trova in Ticino. Interessante osservare è che, se il numero dei frontalieri attivi nel settore secondario è cresciuto da 15mila a 25mila unità, ad essere esploso è il numero dei frontalieri nel terziario, passato da 10mila a quasi 34mila. Quindi il settore maggiormente occupato dai frontalieri è proprio il settore terziario; quello dei servizi. Ovvero quel settore in cui non si fa di certo fatica a trovare dei ticinesi.

Ed è perfettamente inutile che i partiti storici continuino a menarla con la storiella dei frontalieri che sarebbero necessari all’economia e soprattutto con la fandonia che, senza la libera circolazione delle persone, l’economia andrebbe in crisi poiché sarebbe impossibilitata a procurarsi i frontalieri di cui ha bisogno.

 Che un certo numero di frontalieri sia necessario all’economia ticinese non l’ha negato nessuno. Questo numero non è però sicuramente di 60mila persone. E per procurarsi i frontalieri di cui c’è bisogno causa mancanza di personale indigeno, non serve la libera circolazione delle persone. Ed infatti i frontalieri c’erano anche prima. La libera circolazione delle persone ha però spalancato le porte a quel deleterio fenomeno di sostituzione indiscriminata di residenti con frontalieri. Quel fenomeno che la Lega aveva previsto ed annunciato. Ma naturalmente erano tutte balle populiste e razziste. Quel fenomeno che non si risolve di sicuro con i salari minimi, che costituiscono semplicemente un regalo per i frontalieri già assunti. Quelli futuri, invece, in regime di salario minimo verrebbero assunti al 50% sulla carta, e poi fatti lavorare al 100%. O tramite giochetti analoghi.

Aumento dell’800%

Da notare che  – pur restando in cifre assolute in numeri bassi, nell’ordine di grandezza di alcune centinaia – i settori in cui il numero dei frontalieri è aumentato maggiormente sono quelli dell’istruzione e delle attività immobiliari, dove in 15 anni la crescita è stata quasi dell’800%. La questione dei docenti frontalieri è particolarmente delicata perché in ballo c’è la formazione dei nostri scolari, formazione che deve essere svolta da chi conosce le nostre radici e il nostro territorio. Non si può al proposito dimenticare la sciagurata sentenza del Tribunale amministrativo che ha annullato la conoscenza delle lingue nazionali quale requisito da bando di concorso per l’insegnamento nelle scuole cantonali in quanto “discriminatoria”.

Cose allucinanti: per una volta che il Cantone aveva preso una misura a tutela del mercato del lavoro ticinese, ecco che arriva il tribunale di turno a cancellarla dichiarandola discriminatoria. Come se “discriminatorio” fosse una parolaccia. Quando invece discriminare, nella situazione in cui ci troviamo, è diventata una necessità.

Come la mettiamo?

Il fatto che anche nel Giura ci si sta accorgendo dell’esistenza di un problema legato al frontalierato è decisamente degno di nota. E confinare con la Francia non è di sicuro come confinare con la Lombardia. Quindi non sono più solo i ticinesi a denunciare l’esistenza  di un problema di dumping salariale e di sostituzione di residenti con frontalieri. La libera circolazione delle persone mostra le corde, così come pure le statistiche costruite apposta per far credere che vada tutto bene ed avere così  un pretesto per continuare a genuflettersi davanti al’UE. E adesso come la mettiamo?
Lorenzo Quadri

Il Consiglio degli Stati contro i divieti di mascheramenti: Che non si sognino di ignorare la volontà popolare

Ma guarda un po’. Il Consiglio degli Stati insiste nel rifiutare ad oltranza l’introduzione di divieti di mascheramento in pubblico; anche solo per motivi di sicurezza. La scorsa settimana la Camera dei Cantoni è riuscita a respingere una mozione dell’udc svittese Peter Föhn che chiedeva l’introduzione di un divieto di nascondere il volto durante le manifestazioni. La bocciatura è avvenuta per 34 voti contro 7. E’ la nona volta che il Consiglio degli Stati assume una posizione di questo tipo.

Si tratta naturalmente di un segnale negativo, l’ennesimo da parte di un ramo del parlamento che si è già distinto per performance balorde, ad esempio i reiterati tentativi di allargare le maglie delle naturalizzazioni facili. Il tutto ovviamente all’insegna dell’internazionalismo e delle frontiere spalancate.

L’argomento sollevato da alcuni, ossia che il divieto generalizzato sarebbe contrario al federalismo poiché le misure di polizia sono di competenza dei Cantoni, è evidentemente una foglia di fico. La realtà è che i senatori non vogliono il divieto di mascheramento, nemmeno nella sua versione minimalista di misura di sicurezza; anche perché sanno bene che esso porterebbe al divieto di burqa. Quel divieto che i politikamente korretti vedono come fumo negli occhi: perché “bisogna aprirsi”, perché – questa è proprio il massimo – dobbiamo “integrarci all’islam”. Capita l’antifona? Noi dovremmo integrarci. Noi dovremmo cedere davanti ad immigrati provenienti da “altre culture”.

Questione di valori

Tuttavia, se davanti al Consiglio degli Stati sono arrivati 9 atti parlamentari che chiedono l’introduzione di un divieto di mascheramento del viso, magari un qualche motivo ci sarà. Magari ci sono delle richieste dal basso che vanno in questo senso. Ovvero quel genere di richieste, per cui la Camera alta diventa sempre più sorda.

Il divieto di mascheramento del volto è dettato da motivi di sicurezza, ma anche da altri argomenti di tipo ideale. In Svizzera non ci si nasconde dietro cappucci o dietro burqa. Si tratta dunque di affermare, promuovere ed anche imporre i  nostri valori occidentali a chi pensa di trasferirsi da noi  continuando però a vivere come se fosse nel paese d’origine (ma magari incassando i sussidi del nostro Stato sociale). In gioco ci sono i valori fondanti della nostra società, non noccioline. Valori incompatibili con i veli integrali che non possono, di conseguenza, avere diritto di cittadinanza.

In Ticino il 65,4% pro divieto

Come la pensi il cittadino ovvero il popolo sovrano in materia di burqa è noto. In Ticino il 65.4% dei votanti  si sono espressi in settembre a favore del divieto di Burqa. Il popolo non vuole burqa & company e il Consiglio degli Stati farà meglio a prenderne atto ed a comportarsi di conseguenza. Nei prossimi mesi l’Assemblea federale sarà chiamata a concedere la garanzia costituzionale al divieto di burqa. In realtà si tratta di un non problema poiché non solo il divieto non lede in alcun modo la Costituzione ed in particolare la libertà di religione  – il burqa non ha una giustificazione religiosa bensì tribale – ma ha proprio l’obiettivo di tutelare i nostri diritti fondamentali.

Naturalmente i politikamente korretti, fautori della svendita della Svizzera perché “bisogna aprirsi”, faranno di tutto per mettere i bastoni tra le ruote ad un’iniziativa contraria a quella che loro chiamano multikulturalità. Termine che si traduce, semplicemente, con “lasciar fare agli immigrati tutti i propri comodi proprio perché sono immigrati; mica vorremmo passare per populisti e razzisti?”.

Vogliamo vedere…

Vogliamo però vedere con che coraggio alle Camere federali tenteranno di annullare un voto del popolo ticinese, perpetrando così l’ennesimo schiaffo al nostro Cantone (e risparmiamo il lungo elenco di soprusi, dalla devastante libera circolazione delle persone di cui ci si ostina a negare le conseguenze deleterie al furto di 380 milioni sui premi di cassa malati, tanto per citare due esempi). Ci sarebbe davvero da scendere in piazza con i forconi.

In ogni caso, tanto perché i politikamente korretti si mettano l’anima in pace: i balivi bernesi non hanno chance di riuscire ad impedire la messa in vigore del divieto di burqa, come rileva il promotore dell’iniziativa Giorgio Ghiringelli. Nella peggiore delle ipotesi, il divieto entrerà in vigore nella legge e non  nella Costituzione.

Lorenzo Quadri

Invasione di padroncini e di frontalieri In Romandia si agisce. E il nostro DFE?

Il problema del frontalierato non esiste solo in Ticino. Esiste anche in altre regioni di confine ed in particolare in Romandia. Tuttavia, non è così grave come in Ticino. Ad esempio a Ginevra i frontalieri sono circa 70mila su mezzo milione di abitanti. Non sappiamo come siano messi sul Lemano quanto a padroncini, ma certamente meglio di noi. Per il semplice  fatto che il territorio francese al di là del confine elvetico, a differenza di quello italiano, non pullula di piccole aziende ed artigiani nell’impellente bisogno di sbarcare il lunario ed abituati a non pagare le tasse (anche perché se le pagassero andrebbero in bancarotta).

Lo stesso Corriere di Como, un paio di settimane fa, quando era stato reso noto che i frontalieri nel nostro Cantone avevano ormai raggiunto quota 60mila, aveva titolato in prima pagina che il Ticino è l’ammortizzatore sociale della provincia di Como (e non solo). A farne le spese, ovviamente, sono i residenti. Questo perché di posti di lavoro per tutti non ce ne sono. Prima della devastante libera circolazione delle persone, i residenti avrebbero avuto la precedenza nelle assunzioni. Il datore di lavoro elvetico non avrebbe ottenuto il permesso di assumere un frontaliere se non avesse dimostrato di non aver trovato un residente. Il sistema funzionava. I frontalieri c’erano comunque: ma erano quelli che servivano effettivamente all’economia ticinese. Quindi, anche in regime di contingenti e senza libera circolazione delle persone, l’economia è in grado di procurarsi i frontalieri di cui necessita.

Le frottole che ci hanno raccontato

Con la libera circolazione delle persone, gli spalancatori di frontiere hanno distrutto il giocattolo. A seguito degli accordi bilaterali, siamo stati invasi da frontalieri che vengono assunti al posto dei residenti. Un fenomeno deleterio a cui bisogna assolutamente mettere  un freno. Il Consiglio federale, prima della votazione sui bilaterali nel 2000, aveva garantito che niente di quel che sta accadendo ora in Ticino sarebbe successo. Non ci sarebbe stato dumping salariale, non ci sarebbe stata sostituzione di lavoratori residenti con frontalieri, l’immigrazione dall’UE sarebbe stata limitata. Tutte fregnacce, dalla prima all’ultima. La disparità tra la situazione economica italiana e quella elvetica è così abissale che, togliendo le frontiere, l’invasione era scontata. Avessimo parlato tedesco, saremmo stati tutelati dalla lingua. Invece parliamo italiano. Adesso ci troviamo esposti, senza alcuna difesa, all’invasione da sud. Con la prospettiva di ritrovarci nelle condizioni della Lombardia, quale logica conseguenza della legge fisica dei vasi comunicanti.

In queste condizioni è assolutamente impensabile non reagire nascondendosi dietro il mantra del “sa po fa  nagott” e attendendo passivamente la catastrofe perché gli accordi internazionali vanno rispettati. Gli accordi internazionali vanno rispettati ma non al costo di un disastro sociale.

Iniziativa mancante

In Romandia in un modo o nell’altro i governanti aguzzano l’ingegno a tutela delle chance occupazionali dei residenti. Con soluzioni che non sono necessariamente in linea con un’interpretazione pedissequa della libera circolazione delle persone. Ma “à la guerre comme à la guerre”.
In Ticino, questo spirito di iniziativa è assente nella maggioranza politica. Ciò  è incomprensibile. Per almeno due motivi. Primo: in tutta la Svizzera, siamo quelli che stanno peggio. Secondo: i nostri vicini italici non rispettano gli accordi internazionali neanche per sbaglio. Ci forniscono dunque un ottimo assist per fare la stessa cosa. Un assist che noi non cogliamo. Come mai? Visto che la nostra burocrazia è esperta nel creare difficoltà e lungaggini, perché ad esempio queste difficoltà e lungaggini non possono essere create quando si tratta di rilasciare nuovi permessi G o notifiche per padroncini? E’ chiaro che anche in questo ambito vitale paghiamo a caro prezzo l’immobilismo che caratterizza il DFE e la sua direzione politica PLR.

Lorenzo Quadri

Mercato del lavoro: Prognosi negativa per il Ticino

Eppure c’è ancora chi tarocca le statistiche nel tentativo di far credere che tout va bien, Madame la Marquise

Ma guarda un po’, in Svizzera i disoccupati sono aumentati per il quinto mese consecutivo. Il Ticino segna la progressione maggiore, più 0,3% rispetto al mese precedente. Fa specie che, davanti a queste informazioni, c’è ancora chi vuole far credere che “tout va bien, Madame la Marquise” perché ufficialmente il numero dei senza lavoro sarebbe inferiore agli 8000. Peccato che le cifre ufficiali non rispecchino la realtà; del resto basta cambiare gli indicatori per cambiare anche i risultati. Si tratta quindi di dati che possono essere manipolati a piacimento. Il numero reale di senza lavoro è oltre il doppio.

Italia sempre peggio

Ed infatti, a chi già si era fiondato sulle cifre per tentare di far passare il messaggio che in fondo in regime di libera circolazione delle persone non si sta poi così male, quindi i soliti leghisti populisti e razzisti cosa continuano a rompere i santissimi, ecco che arriva immediatamente un altro indicatore a smentire, ossia il barometro dell’occupazione manpower, che indica un peggioramento dell’impiego in Ticino ed in Italia. Le due cose sono, ovviamente, legate in regime di frontiere spalancate. Nella vicina Penisola infatti il 17% delle aziende interrogate annuncia l’intenzione di ridurre i posti di lavoro, mentre solo il 5% intende aumentarli. Questo significa, naturalmente, aumento della pressione nel nostro Cantone. Leggi aumento dell’invasione. Non che ci fosse bisogno di chiarirlo ulteriormente, ma di recente anche il Corriere di Como, quindi non il Mattino della domenica, ha scritto a chiare lettere, ed in prima pagina, che il Ticino è una valvola di sfogo per i problemi occupazionali della Provincia comasca, esultando alla notizia che i frontalieri hanno ormai raggiunto la quota, assolutamente insostenibile, di 60mila unità. Quindi facciamo lavorare i comaschi per rimanere a casa noi.

Sempre in questi giorni, è stato creato in Ticino un gruppo facebook “basta stare zitti” per dar voce a chi non ha lavoro. La notizia pubblicata sui portali online ha rapidamente totalizzato un centinaio di commenti, cosa che non è certo usuale e dimostra quanto il tema sia sentito. A ciò si aggiunge che proprio nei giorni scorsi la “spedizione” ticinese guidata da Daniele Casalini (Lega) e Tiziano Galeazzi (Udc) è arrivata a Berna ad esprimere la preoccupazione per la situazione occupazionale creatasi in Ticino.

Infine, un altro sondaggio indica che la principale preoccupazione dei cittadini svizzeri è quello della perdita del lavoro. Se la situazione fosse così rosea come a qualcuno piacerebbe far credere, è chiaro che le cose starebbero diversamente.

Mercato del lavoro: e i partiti storici?
E’ evidente che chi – addentellato alla Confederazione –  tenta di presentare scenari rosei annunciando riprese economiche imminenti, lo fa in modo strumentale. E non a caso. C’è infatti un argomento che sta facendo passare notti insonni al Consiglio federale ed è l’iniziativa Contro l’immigrazione di massa (la quale iniziativa prevede tra l’altro il contingentamento dei frontalieri). Da qui il bombardamento dei cittadini, da parte dell’autorità federale e cantonale, con notizie taroccate che invitano all’ottimismo. La campagna di votazione è già iniziata.

Non ci vuole molta fantasia per immaginare quale sarà l’esito della votazione in Ticino sull’iniziativa Contro l’immigrazione di massa. Ma non solo in Ticino. Il quale diventa sempre meno Sonderfall. La caratteristica del nostro Cantone è semmai quella di avere una maggioranza governativa, PLR-PPD-PS che non fa assolutamente nulla per tutelare il mercato del lavoro ticinese dall’invasione da sud. Al contrario: arriva ad esprimersi a favore della libera circolazione delle persone estesa anche alla Croazia; pur di non rischiare che i deleteri accordi bilaterali vengano messi in discussione. Altrove, ad esempio in Romandia, la musica è diversa.

Lorenzo Quadri

Il Consigliere nazionale leghista termina il suo anno di presidenza della Deputazione ticinese alle Camere federali Quadri: “Qualche messaggio comincia a passare”

Dopo la sessione invernale, come di consueto, cambia la presidenza della Deputazione ticinese alle Camere federali. Per l’anno 2013, l’incarico è toccato al consigliere nazionale leghista Lorenzo Quadri.

Che anno è stato per la Deputazione ticinese?
Senza dubbio un anno intenso. Non sono mancati i temi caldi e di grande rilievo per il Ticino, penso in particolare alle questioni legate al frontalierato, all’assicurazione malattia, agli accordi fiscali, eccetera.

Anche in questa ultima sessione dell’anno, che si è conclusa venerdì, non si può certo dire che ci siamo annoiati: ad esempio, tra mercoledì e giovedì scorso abbiamo incontrato il Segretario di Stato che si occupa delle trattative fiscali internazionali, De Watteville, il consigliere federale Berset e l’ambasciatore d’Italia Risi.

E di cosa si è parlato?

Con Berset, come si immaginerà, di cassa malati ma anche di riforma dell’AVS. Tra l’altro il Canton Ticino, che è uno di quelli che paga più prestazioni complementari, teme di trovarsi a pagare ancora di più a seguito della riforma. Con l’ambasciatore d’Italia e al Segretario di Stato De Watteville si è parlato invece delle relazioni italo-svizzere. Abbiamo sottolineato l’importanza che un eventuale accordo fiscale con l’Italia non provochi una fuga di capitali dalla piazza finanziaria ticinese, con la conseguente perdita di posti di lavoro e gettito: piuttosto che un cattivo accordo è meglio non avere accordi. Abbiamo anche indicato che tra i negoziatori occorre includere dei rappresentanti del Ticino. Per quel che riguarda i ristorni fiscali dei frontalieri: è ovvio che ogni aumento di gettito per noi è benvenuto, ma la nostra priorità deve essere quella di diventare meno attrattivi per i frontalieri. In altre parole, di far diminuire la pressione  da sud sul mercato del lavoro ticinese. La mia opinione rimane che i frontalieri dovrebbero venire tassati secondo le aliquote italiane, cosa che dal punto di vista del gettito fiscale e della parità di trattamento tra cittadini della vicina Penisola dovrebbe interessare anche all’Italia; ma si può anche immaginare che dal profilo politico-elettorale a Roma non intendano “scattivarsi” i frontalieri.

Il bilancio di questo anno è stato positivo?

Beh i cantieri aperti rimangono molti, ma credo che la Deputazione, pur con fatica, stia riuscendo a far passare certi messaggi sulla situazione ticinese, in particolare in relazione alla libera circolazione delle persone. Il fatto che, dopo il Consiglio nazionale, anche il Consiglio degli Stati abbia approvato all’unanimità la mozione per far pagare correttamente l’IVA anche ai padroncini, è un indicatore importante: tra i parlamentari, il lobbying ticinese comincia a fare effetto. Abbiamo incontrato anche la SECO alla quale abbiamo cercato di far capire che, se un fenomeno non compare nelle statistiche a livello federale, non vuol dire che non esista. Per dire: sull’insieme della Svizzera il dumping salariale provocato dai frontalieri potrà anche essere poca cosa. Ma nella realtà ticinese l’incidenza è ben diversa.

La deputazione è unita?

Diciamo che, sui temi di maggiore importanza per il Ticino, se non c’è l’unanimità c’è comunque un’ampia maggioranza. Non è scontato. Nelle precedente legislatura, ad esempio, spesso e volentieri la deputazione si spaccava a metà; ciò che ovviamente indeboliva la posizione del nostro Cantone nei confronti dell’amministrazione e del governo federale i quali avevano buon gioco nel dire di mettersi prima d’accordo tra ticinesi e poi semmai rivolgersi a Berna.

E i rapporti con il Consiglio di Stato?

Probabilmente qualche correzione è necessaria, a volte si ha l’impressione che ognuno preferisca andare avanti per conto proprio. L’avvicinarsi delle elezioni potrebbe accentuare ulteriormente gli individualismi a scopo propagandistico (e di autoattribuzione del merito) rispetto al necessario gioco di squadra.

Questa settimana ha ricevuto anche la delegazione di ticinesi giunti a Berna a consegnare una serie di lettere alla deputazione ticinese  in cui mettono nero su bianco le preoccupazioni per il mercato del lavoro ticinese.

Sono preoccupazioni più che giustificate. E’ noto che con me questo genere di discorsi sfonda porte aperte. Anche queste iniziative, pur non provocando rivoluzioni, hanno un’utilità.  E’ lodevole che un’ottantina di persona si prenda la briga (chi lavora) di prendersi un giorno libero e tutti di pagarsi il biglietto per Berna per far sentire la propria voce, per raccontare la propria storia. Sono stato lieto di ricevere la comitiva.

Cosa augura al nuovo presidente della Deputazione, il Consigliere nazionale PPD Fabio Regazzi?

Molto banalmente, ma anche molto concretamente, buon lavoro: non avrà sicuramente modo di annoiarsi.

MDD

Svendita del passaporto svizzero: Il giro di vite del Canton Berna

Mentre le Camere federali cincischiano, c’è chi si assicura contro future, ulteriori agevolazioni politikamente korrette nella svendita del passaporto rosso

Nella sessione appena terminata, in Consiglio nazionale si è ancora parlato di naturalizzazioni. Si è trattato di un dibattito sulle divergenze tra le due Camere. Infatti, nell’ambito della revisione della legge sulla cittadinanza, il Consiglio nazionale aveva giustamente posto delle condizioni più severe rispetto al Consiglio degli Stati che voleva invece allargare le maglie delle naturalizzazioni facili.

La Camera dei Cantoni, e non è una novità, ultimamente ne combina peggio di Bertoldo. Oltre all’exploit sulle naturalizzazioni facili, ricordiamo la calata di braghe della lex USA (che è stata fatta saltare dal Nazionale) e l’indecente elemosina al Ticino in materia di restituzione dei premi di cassa malati (68 milioni su un furto di 450).

Naturalmente durante il dibattito non potevano mancare le perle della $inistra a favore delle naturalizzazioni facili. Come se ottenere il passaporto svizzero fosse un diritto insindacabile di ogni straniero. Del resto, quale sia il retropensiero dei kompagni è noto: si tratta di reclutare nuovi adepti tra i naturalizzati. Non a caso il P$ spedisce ai neo svizzeri delle letterine personali nel tentativo di arruffianarsi elettori. Ma non l’ha mica ordinato il medico allo straniero di naturalizzarsi. Può restare in Svizzera comunque, se si comporta bene. Per cui, è doveroso che l’asticella per la concessione del passaporto – che costituisce l’ultima tappa del processo di integrazione e non certo la prima – venga mantenuta ben in alto. Tanto più che troppi stranieri vogliono il passaporto rosso non già perché si sentono integrati, ma per essere sicuri di non dover comunque lasciare la Svizzera, qualsiasi cosa accada. Per non parlare poi, e qui gli esempi si sprecano anche in Ticino, di quei neo-Svizzeri che si mettono in politica per sfogare il proprio astio contro la Svizzera e gli svizzeri.

Particolarmente illogico è che gli anni giovanili trascorsi nel nostro paese ai fini della naturalizzazione continuino a contare doppio. Quando il fatto di essere arrivati in Svizzera da giovani non garantisce in nessun modo l’integrazione. Anzi, l’elevato numero di giovani stranieri che delinquono indica semmai proprio il contrario.

L’iniziativa bernese

Mentre le camere federali cincischiano, a Berna il 24 novembre, in contemporanea con l’asfaltamento della vignetta autostradale a 100 Fr e la bocciatura dell’iniziativa 1:12, veniva approvata un’iniziativa dei giovani Udc che chiedeva che non venissero naturalizzati stranieri condannati a pene detentive di almeno due anni, che beneficiano di aiuti sociali o che non sono in grado di giustificare buone conoscenze di una lingua nazionale, delle istituzioni svizzere e della loro storia.

Il governo e la maggioranza del parlamento bernese raccomandavano di respingere l’iniziativa ritenendola inutile, poiché a parer loro non aggiungeva nulla ai requisiti già richiesti per diventare svizzeri. E’ vero che tutti gli aspetti indicati vengono valutati già ora. Ma non è detto che portino poi davvero al rifiuto. Che in Ticino non vengano naturalizzate persone che dipendono dall’aiuto sociale, ad esempio, è tutto da dimostrare. Quanto alla conoscenza delle istituzioni e della loro storia, l’apprezzamento può variare molto. Ma soprattutto conta il messaggio politico. Trovarsi certi requisiti minimi votati dal popolo ed iscritti nella Costituzione, è un segnale politico chiaro per il presente, e anche per il futuro. E’ una garanzia. Il passaporto rosso non si svende. E, soprattutto, un domani non si allentano i cordoni in nome del politikamente korretto che prescrive lo svilimento della svizzeritudine. I criteri votati dal popolo non si cambiano se non con un’altra votazione popolare. E con i tempi che corrono, tempi di svendita del paese, è decisamente meglio tutelarsi.

Per questo, un’iniziativa come quella votata nel Canton Berna, sarebbe benvenuta e necessaria anche in Ticino.

Lorenzo Quadri

Ticinesi in trasferta a Berna: felici di riceverli

Manifestazione dell’11.12.13

Ticinesi in trasferta a Berna: felici di riceverli

Delusione, rassegnazione, rabbia. Ma soprattutto preoccupazione per il futuro. Il futuro proprio e quello dei propri figli. Sono molte le emozioni che traspaiono, anzi che grondano dalle lettere consegnate a Berna mercoledì 11.12.13 alla deputazione ticinese alle Camere federale e al sottoscritto come presidente. Ci sono richieste d’aiuto, grida d’allarme. Ci sono descrizioni di vicende personali amare e drammatiche. Tanta preoccupazione, ma comunque tanta voglia di non gettare la spugna, malgrado tutto.

Una settantina di persone si sono prese la briga di “investire” una giornata, pagandosi il viaggio di tasca propria, per potersi recare a Berna a far sentire la propria voce.

La trasferta non cambierà le sorti del Ticino, ma è comunque un segnale importante. Tutto aiuta a far capire che la situazione occupazionale nel nostro Cantone, a seguito della devastante libera circolazione delle persone, si fa sempre più grave. E’ importante farlo capire a Berna, dove c’è chi crede di poter ignorare la realtà trincerandosi dietro le statistiche “interessate” della SECO.

Sarà tanto o sarà poco, ma sta di fatto che i ticinesi che si sono recati a Berna hanno voluto prendersi l’impegno di fare un gesto politico; di vivere la politica in modo attivo. Di metterci la faccia, firmando i propri scritti con nome e cognome, invece di limitarsi alle lamentele da bar in base al “tanto non cambia niente”.

E’ ovvio che quanti hanno partecipato al viaggio non avevano bisogno di andare fino a Berna per vedere i deputati ticinesi, avrebbero potuto più comodamente incontrarli a sud delle Alpi. Ma sarebbe mancato il valore simbolico, il messaggio forte alla capitale. Il grido “noi ci siamo, non dimenticateci”.
Non è infrequente vedere, sulla piazza federale, assemblamenti di vario genere (per di più organizzati da sindacalisti pagati con le quote dei lavoratori). A proposito, vi siete mai chiesti perché i sindacati si lamentano solo per i padroncini, ma non per i frontalieri? Facile, perché i frontalieri pagano le quote di iscrizione, i padroncini no.

Sulla piazza federale fanno capolino, a seconda dell’occasione, bandiere di ogni genere; ma quelle rossoblù mancavano da un po’. E’ stato bello vederle. Soprattutto nell’ambito di una manifestazione interamente spontanea, organizzata da privati cittadini, non da esponenti di associazioni o sindacati
Queste iniziative sono anche di aiuto ai parlamentari che cercano di far capire ai colleghi di altri Cantoni, come pure all’amministrazione federale, che i problemi sul territorio ticinese esistono, anche se non emergono dalle statistiche federali a cui, notoriamente, si può far dire tutto ed il contrario di tutto.

Assieme ai colleghi deputati presenti, sono stato fiero  di ricevere i “concittadini” e il loro carico di lettere, di emozioni e di speranze.

Bilaterali: Consiglio federale sbugiardato

Prima della votazione del 2000 aveva dato una serie di rassicurazioni: non ne ha azzeccata una

I nodi vengono al pettine e con essi le panzane del Consiglio federale. Il TagesAnzeiger nei giorni scorsi si è prodotto in un esercizio molto utile di promemoria, in un paese che tende a dimenticare molto in fretta.

Correva l’anno 2000: i cittadini erano chiamati ad esprimersi in votazione sui devastanti accordi bilaterali con la fallimentare UE (allora non ancora così fallita come adesso). Il Consiglio federale, ma non solo lui, raccontava le più monumentali panzane a favore della libera circolazione delle persone con l’obiettivo di estorcere un Sì ai cittadini.  Ricordiamo ad esempio molto bene le dichiarazioni di Fulvio Pelli, allora presidente nazionale del PLR, secondo cui “con la libera circolazione delle persone i giovani ticinesi potranno trovare lavoro a Milano”.

Le perle

Il Consiglio federale, nella sua campagna a favore dei Bilaterali, si produsse in una serie di autentiche perle. Una sequela di promesse non mantenute e di previsioni clamorosamente sbagliate. Ad esempio questa: “come insegnano le esperienze fatte nell’Unione Europa, non ci sarà un forte aumento in Svizzera di cittadini europei. In verità, i movimenti migratori all’interno dell’Unione sono scarsi”. Oppure questa: “Studi indipendenti sono giunti alla conclusione che non vi saranno effetti negativi sul mercato del lavoro e sui livelli salariali in Svizzera”.  Quasi da barzelletta. Mai previsione fu più toppata di questa. E il colmo è che la SECO, nelle sue indagini taroccate pro-sacoccia del Consiglio federale, ancora difende una simile versione: farebbe ridere, se la situazione occupazionale non fosse drammatica alle nostre latitudini. Non è più nemmeno una presa in giro. E’ una provocazione.

 Il Consiglio federale potrà ora spiegare a tutti i ticinesi che si trovano in disoccupazione e/o in assistenza perché al loro posto si assumono frontalieri, a tutti gli artigiani ticinesi che sono sull’orlo del fallimento o che sono già falliti a causa dell’invasione dei padroncini che viene allegramente minimizzata da Berna (tanto ad andarci di mezzo sono i  ticinesi per cui chissenefrega, si fosse trattato dell’Altipiano la musica sarebbe stata ben diversa) che la devastante libera circolazione delle persone non ha effetti negativi sull’occupazione e sui salari in Ticino. 
Manca solo il patetico mantra “immigrazione uguale ricchezza” e poi c’è tutto.

Al  massimo 10mila immigrati?

Interessante poi la prognosi sull’immigrazione che nel 2000 veniva allegramente venduta come oro colato per raggirare l’elettore e convincerlo a spalancare le frontiere che tanto non sarebbe successo niente: citando i soliti studi “indipendenti” (?) il Consiglio federale arrivava a dichiarare giulivo che al massimo dall’UE sarebbero arrivati in Svizzera 10mila immigrati all’anno. Ebbene, attualmente ne arrivano circa 80mila. Non qualcuno in più del previsto. Otto volte di più. Signori, come la mettiamo?
La situazione che si sarebbe venuta a creare, la Lega dei Ticinesi ed il Mattino l’avevano ampiamente prevista: ma naturalmente erano tutte balle della Lega populista e razzista. C’erano fior di studi che assicuravano che non ci sarebbero state ripercussioni negative sul mondo del lavoro, che sarebbero arrivati al massimo 10mila cittadini UE all’anno, che padroncini e frontalieri non sarebbero stati un problema e che gli asini volano.

Non caschiamoci di nuovo

Poiché le assicurazioni del Consiglio federale in occasione della sottoscrizione degli accordi bilaterali nel 2000 si sono dimostrate carta straccia dalla prima all’ultima, è evidente che anche le dichiarazioni, non supportate da nulla, secondo cui la libera circolazione delle persone sarebbe indispensabile per la Svizzera, sono altrettanto taroccate.

Per quale motivo i cittadini dovrebbero ancora credere alle panzane del Consiglio federale sulla libera circolazione delle persone che non causerebbe alcun problema, anzi? A maggior ragione in Ticino dove le sue devastanti conseguenze sono diventate l’amaro pane quotidiano di troppa gente?
Votiamo tutti sì all’iniziativa “Contro l’immigrazione di massa”. Proprio perché prevede, tra le altre cose, anche il contingentamento dei frontalieri. Proprio perché è incompatibile con la libera circolazione delle persone.
Lorenzo Quadri

Il neo-presidente della Confederazione prende il Ticino per i fondelli: «I Bilaterali sono una finestra di opportunità»

Didier Burkhalter è diventato, come era scontato, presidente della Confederazione (senza i voti della Lega) ed ha cominciato subito a prodursi in una serie di “perle”: perfettamente in linea, in questo, con la politica del suo partito, ossia l’ex partitone.

Ricordiamo che Burkhalter e la vicepresidente della Confederazione ossia la kompagna Simonetta Sommaruga, assieme all’altro PLR Schneider Ammann, sono in prima fila nel combattere l’iniziativa “contro l’immigrazione di massa”, che – tra le altre cose – vuole un ritorno al contingentamento dei frontalieri.

Quindi, il tandem PLR-P$ è in prima linea nel sostenere e promuovere l’invasione della Svizzera, e quindi del Ticino, da parte di frontalieri e padroncini. Alla faccia delle storielle raccontate dal presidente Rocco Cattaneo al congresso cantonale. La cosa non sorprende più di tanto. Nel P$$ comandano i sindacati. Ai sindacati i frontalieri vanno benissimo, visto che sono anche loro iscritti paganti che, con le loro quote, finanziano gli stipendi non esattamente proletari della dirigenza sindacale. Il PLR, invece, è il partito degli imprenditori fautori della libera circolazione “pro sacoccia”, che permette di assumere frontalieri a go-go e di chiamare padroncini come se piovesse.

Poche idee ma ben confuse

Burkhalter non ha fatto a tempo a venire eletto presidente della Confederazione che si è subito prodotto nella seguente dichiarazione da antologia: i bilaterali sono una priorità, essi rappresentano “una finestra di opportunità” (sic). Il bello è che pochi secondi prima il ministro PLR aveva dichiarato che il suo programma presidenziale sarebbe stato improntato sui temi della gioventù e dell’occupazione. Ma guarda un po’.

Poche idee ma ben confuse: ecco in sintesi il programma del presidente della Confederazione. A meno che Burkhalter voglia far credere che il futuro occupazionale dei giovani svizzeri in generale e ticinesi in particolare si promuova sostenendo la devastante libera circolazione delle persone e combattendo il ritorno ai contingenti per frontalieri e padroncini. Ricordiamo che è proprio a seguito della libera circolazione delle persone che sempre più giovani non trovano un lavoro e devono far riscorso alla disoccupazione e all’assistenza,  e sempre più artigiani chiudono i battenti e quindi licenziano.
Delle due l’una: o il presidente della Confederazione non si ricorda che il Ticino fa parte della Confederazione, oppure crede che gli svizzeri siano tutti fessi.

Sicurezza?

Non ancora contento, Monsieur Burkhalter ha sollevato un terzo tema: quello della sicurezza. Ohibò, questa ci mancava: la criminalità straniera esplode, le nostre carceri sono piene di detenuti stranieri (piaccia o non piaccia ai politikamente korretti, nel 2012 il 76% degli “ospiti” della Stampa era straniero, se consideriamo anche il carcere della Farera la percentuale di Svizzeri scende al 10%). Non solo, grazie alla politica delle frontiere spalancate ossia alla libera circolazione delle persone, la criminalità d’importazione aumenta quantitativamente. Ma la criminalità d’importazione ha anche fatto il salto qualitativo: aggredisce la gente nelle proprie abitazioni per farsi consegnare con la violenza soldi o oggetti di valore. E, tra questi rapinatori, di patrizi di Corticiasca non ce ne sono. Gli accordi di Schengen, poi, sono un fallimento su tutta la linea: ci costano oltre 100 milioni all’anno in più del previsto per far diminuire la nostra sicurezza. In un simile contesto, parlare degli accordi con la fallita UE come di una “finestra di opportunità” è una presa in giro palese. Del resto parlare di “opportunità” a fronte di accordi che provocano disoccupazione, povertà e portano delinquenza straniera è roba, come diceva qualcuno, “da metter mano alla pistola”.

Lorenzo Quadri

PLR e P$ a favore delle frontiere spalancate

Il “trio di Gandria” del Consiglio federale in campo per combattere  l’iniziativa contro l’immigrazione di massa

Per combattere l’iniziativa “contro l’immigrazione di massa” sono scesi in campo ben tre consiglieri federali su sette: Sommaruga, Burkhalter e Schneider Ammann.
Evidentemente la paura fa novanta. Ed infatti il “trio di Gandria”  composto dai due compari e dalla comare va incontro all’ennesima tranvata o mazzuolata che dir si voglia, in votazione popolare. Soprattutto se gli argomenti sono le fetecchie sentite in conferenza stampa: delle vere prese per i fondelli, che dimostrano quanto il Consiglio federale sia ormai diventato avulso dalla realtà e schiavo degli eurobalivi, delle veline taroccate della SECO e del politikamente korretto (perché “bisogna aprirsi”).

Ma vediamo alcuni degli argomenti con cui il “trio di Gandria” P$-PLR vorrebbe convincere gli Svizzeri che l’attuale immigrazione incontrollata è  cosa buona, giusta e addirittura (in totale sprezzo del ridicolo) vantaggiosa.

Sommaruga

Ha aperto le danze la ministra di Giustizia kompagna Simonetta Sommaruga: “oggi viviamo un’immigrazione dinamica, che risponde in primo luogo alle esigenze del mercato del lavoro, che è per lo più giovane e ben qualificata”. “Dinamica” di sicuro l’immigrazione lo è, infatti si tratta di una vera e propria invasione. Di sicuro però non risponde alle esigenze del mercato del lavoro, bensì al desiderio di taluni datori di lavoro di assumere stranieri pagati meno invece degli svizzeri. E questi datori di lavoro vengono difesi nientemeno che dalla ministra $ocialista, ma guarda un po’ questi kompagni…
 Inoltre: se, come dice Sommaruga, l’immigrazione è “giovane e qualificata” vuol dire che i giovani svizzeri altrettanto qualificati restano a casa in disoccupazione ed in assistenza, ciò che è peraltro confermato dalle statistiche dei senza lavoro.

 Non poteva mancare poi la solita favoletta degli immigrati che finanzierebbero  le pensioni per gli svizzeri, quando è dimostrato che non finanziano nemmeno le loro.

Schneider Ammann

Addirittura da barzelletta, per contro, l’intervento del ministro dell’economia Schneider Ammann (PLR) che con bella sicurezza dichiara: “Non c’è una pressione generale sui salari, neanche su quelli più bassi; i lavoratori indigeni non risultano sfavoriti”. Qui si batte ogni record. Quindi il dumping salariale e la sostituzione di ticinesi con frontalieri, che sta devastando il mercato del lavoro ticinese non esiste; sarebbero delle invenzioni! Schneider Ammann potrà andare a spiegare le proprie brillanti esternazioni ai Ticinesi che non trovano un lavoro. Che un Consigliere federale, lanciando una campagna di votazione della massima importanza, non riesca a fare di meglio che pappagallare acriticamente le veline della SECO, tali e quali gli vengono presentate, è inquietante. Il risultato è un vero e proprio insulto ai sempre più numerosi disoccupati ticinesi, soppiantati da frontalieri e padroncini, bel risultato per il quale possiamo ringraziare la devastante libera circolazione delle persona. Del resto in una delle sue rare visite in Ticino, parlando di turismo, Schneider Ammann, è riuscito a prodursi in un intervento che sembrava scritto da un alunno di quarta elementare. Per cui non c’era da aspettarsi cose molto diverse.

Burkhalter

Non poteva mancare Didier Burkhalter, anch’egli PLR, scappato al Dipartimento degli Esteri dopo una fugace apparizione agli Interni dove ha gettato la spugna in tempo di record. Burkhalter riesce ad inneggiare ad una presunta “società d’integrazione”, che in effetti altro non è che la  multikulturalità completamente fallita, come dimostra l’impennata della criminalità straniera. Del buon funzionamento dell’integrazione nell’attuale regime di frontiere spalancate abbiamo degli esempi quotidiani. Tanto per citarne uno, la distribuzione a Basilea di volantini in arabo che invitavano ad uccidere e a derubare cristiani ed ebrei.

A Como…

Intanto, a dimostrazione di come funziona bene la libera circolazione delle persone, martedì il Corriere di Como annunciava trionfante che il Ticino, invaso dai frontalieri e dai padroncini grazie ai balivi bernesi, è ormai diventato una provincia italiana, e che il nostro Cantone è un ammortizzatore sociale per la Lombardia. Ovvero: in Ticino lavorano i lombardi mentre i residenti rimangono a casa in disoccupazione ed in assistenza.

Comunque, il trio di Gandria Sommaruga, Burkhalter e Schneider Ammann, ha iniziato la campagna contro l’iniziativa contro l’immigrazione di massa decisamente con il piede giusto: giusto per avviare l’iniziativa verso una trionfale vittoria.
Lorenzo Quadri