Visita di Eveline Widmer Schlumpf in Ticino: ennesima presa in giro

Comunicato stampa

In merito alla visita  odierna in Ticino della ministra delle finanze del 5% Widmer Schlumpf, la Lega dei Ticinesi rileva con sconcerto come la Signora Widmer Schlumpf abbia previsto una conferenza stampa un’ora e mezza dopo il suo arrivo ad Agno.

Ciò dimostra che tale visita – che peraltro non è affatto una dimostrazione di attenzione del CF nei confronti del Ticino dopo il voto del 9 febbraio, poiché in agenda da mesi – sia un’autentica presa in giro.

Non si capisce quali temi si intenda affrontare seriamente in una finestra di tempo così esigua: evidentemente la ministra in carica senza alcuna legittimazione democratica (date le esigue percentuali di voto di cui beneficia il suo partitino) ma a seguito di squallidi intrighi di palazzo, non ritiene che il nostro Cantone valga più di un’oretta del suo prezioso (?) tempo; dimenticandosi, per l’ennesima volta (vizio comune in Consiglio federale),che il popolo svizzero è il suo datore di lavoro e che a questo datore di lavoro la Signora Widmer Schlumpf deve rendere conto.

Se la Consigliera federale ritiene di dare contentini al Ticino tramite visite lampo, si sbaglia di grosso: ricordiamo infatti che Eveline Widmer Schlumpf è la principale fautrice dello smantellamento della piazza finanziaria svizzera in generale e  ticinese in particolare, avendo svenduto senza esitazione sia la privacy bancaria che la sovranità della Svizzera alla minima pressione da parte di Stati esteri falliti o di organizzazioni non elette da nessuno.

A meno che la Signora Widmer Schlumpf sia venuta in Ticino ad annunciare la disdetta, da parte del Consiglio federale, del vetusto accordo sui ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri, ormai completamente superato – cosa di cui però dubitiamo fortemente – si poteva risparmiare a questo Cantone l’ennesima presa in giro tramite una visita-lampo altamente irriguardosa.

Il voto dello scorso 9 febbraio, con cui il Ticino ha sconfessato in modo clamoroso la linea politica del Consiglio federale lanciando un vero e proprio segnale d’allarme, avrebbe meritato ben altro.

Ma evidentemente da certi ministri e ministre, che visti i disastri fatti dovrebbero almeno avere la decenza di cogliere l’occasione del 9 febbraio per dimettersi, non ci si può aspettare altro.

Se la Signora Widmer Schlumpf, oltre a prenderci in giro, si aspetta pure di venire accolta trionfalmente, forse sbaglia qualcosa.

 

Lega dei Ticinesi

Padroncini e frontalieri dopo il 9 febbraio Intervenire si può!

Come noto, per attuare la volontà popolare chiaramente espressa lo scorso 9 febbraio ci sono di fatto tre anni di tempo. E’ ovvio che non si può attendere tanto a lungo per l’introduzione del necessario contingentamento dei frontalieri, come pure quello dei padroncini.

I cattivi perdenti che adesso si lamentano per il ritorno dei contingenti e trattano i votanti da scemi, fingono di dimenticarsi che i contingenti erano in vigore fino ad un decennio fa. E non è che allora la burocrazia elvetica fosse particolarmente mostruosa. Anzi.

Federalismo

Che possibilità ci sono, però, di agire prima che vengano stabilite lo modalità di creazione dei contingenti e la loro gestione?

Se non c’è una modifica di legge, si possono sempre prendere delle misure o tramite ordinanza, o di tipo burocratico-amministrativo. Poiché infatti in Svizzera vige il federalismo, questo deve valere anche per l’applicazione della devastante libera circolazione delle persone. Quindi il Ticino deve ritagliarsi un ampio margine d’autonomia per quel che riguarda le modalità di gestione dei Bilaterali.

In effetti le possibilità d’azione non mancano. E’ noto, ad esempio, che i padroncini lavorano in nero. Quindi ciò che più temono è la pubblicità ed in particolare quella nei confronti della famigerata agenzia delle entrate, che è poi una polizia fiscale. Per questo non solo non bisogna più permettere a padroncini, distaccati, ecc di notificarsi online ma bisogna rendere pubblico – magari in questo caso sì tramite sistema online – chi ha ricevuto le notifiche, di modo che il fisco italiano possa rendersene conto e verificare.

Le notifiche nel settore dell’edilizia potrebbero inoltre essere vincolate, a livello comunale, all’allestimento di un concetto di smaltimento dei rifiuti, da approvare dal Comune con tutta la burocrazia che ciò comporta. Ma si potrebbe anche pretendere, per autorizzare la ditta straniera a lavorare in Svizzera, l’iscrizione ad un apposito albo, sul modello di quanto accade in Italia: ovviamente sui tempi e le modalità di iscrizione decide unilateralmente la parte elvetica. In più, come Tremonti ai suoi tempi introdusse in dogana fiscovelox, noi possiamo realizzare i padroncino-velox.

Come si vede, si tratta solo di lasciare spazio alla fantasia, e le soluzioni si trovano…

Frontalierato

Lo stesso vale per il frontalierato.

L’esito della votazione del 9 febbraio in Ticino imporrebbe da subito la moratoria al rilascio di nuovi permessi G nel settore terziario dove è conclamato e riconosciuto, perfino dal Consiglio di Stato, che i frontalieri sostituiscono i residenti. Senza la moratoria si può comunque rallentare in modo importante la tempistica del rilascio dei nuovi permessi: perché non c’è scritto nei dieci comandamenti che, ad esempio, per rilasciare un nuovo permesso ci vogliono tre giorni e non sei mesi.

In certi casi, poi,  non serve nemmeno la fantasia: basta copiare. Ad esempio copiare da Ginevra, dove per le assunzioni nello Stato, ma anche nel parastato, vige da qualche tempo un sistema particolare. L’ente che vuole assumere deve prima interpellare gli uffici di collocamento i quali sono tenuti a fornire un numero congruo di profili reputati idonei. Se tutti questi profili vengono scartati, il datore di lavoro deve giustificarsi e deve farlo in modo credibile.
Altro modello sempre dal Canton Ginvera coinvolge i comuni i quali possono vincolare il rilascio di autorizzazioni ad insediamenti aziendali all’assunzione di una determinata percentuale di frontalieri.

Gli stessi enti parapubblici possono poi fissarsi autonomamente dei paletti. Ad esempio il Servizio cure a domicilio del Luganese (SCUDO) su proposta del sottoscritto ha  stabilito un’asticella massima di dipendenti frontalieri.

Quelle sopra elencate sono solo alcune possibilità: come detto, con uno sforzo creativo se ne possono trovare altre, parecchie altre, magari anche migliori. Una cosa è certa: il “non si può far niente” che i vertici del DFE si ostinano a ripetere a mo’ di disco rotto, è inveritiero ed è pure una presa per i fondelli.

Lorenzo Quadri

Njet al divieto di burqa. Basilea città, i legulei starnazzano

Njet al divieto di burqa

Ma in Ticino c’è stata una votazione popolare. Attendiamo al varco l’Assemblea federale

Ma guarda un po’: il Tribunale costituzionale di Basilea Città ha stabilito la scorsa settimana che il divieto di burqa sarebbe anticostituzionale. La corte basilese si è determinata su un ricorso contro una decisione del Gran Consiglio del semicantone, che aveva dichiarato irricevibile un’iniziativa dei giovani Udc che proponeva di introdurre un divieto di mascherarsi in pubblico.

Quando i legulei dei tribunali si mettono a fare politica è sempre un brutto segno. Ed è quasi matematico che saltino fuori disastri. Tanto più che non sta di sicuro a dei giudici decidere se una proposta politica è adatta o necessaria. Se vogliono fare politica, i legulei in questione si mettano in lista, si facciano eleggere, e poi faranno tutte le valutazioni politiche del che vorranno.

 Divieto plebiscitato

In Ticino il divieto di mascheramento del volto, che comprende quindi anche il divieto di girare in burqa, è stato plebiscitato in votazione popolare a seguito di un’iniziativa costituzionale. Iniziativa che venne lanciata dal Guastafeste Giorgio Ghiringhelli ed attivamente appoggiata dalla Lega, e che raccolse facilmente 12mila sottoscrizioni (per la riuscita ne sarebbero bastate 10mila). Quindi la situazione di partenza è ben diversa da quella basilese, dal momento che ci troviamo davanti ad una decisione del popolo sovrano.

L’azzeccagarbugli da aula giudiziaria che si mette a cavillare su una decisione popolare lo vogliamo proprio vedere. Dalla scorsa domenica gli eurobalivi falliti di Bruxelles si sono dovuti rendere conto che il popolo è ancora sovrano. La stessa consapevolezza dovranno acquisirla eventuali giudici, anch’essi privi di qualsiasi straccio di legittimità democratica, ai quali frullasse nella zucca l’intenzione di contestare un responso delle urne.

 

Burqa vs Occidente

Che Basilea città, cantone di $inistra che ha votato No all’iniziativa contro l’immigrazione di massa, fosse anche contrario al divieto di burqa, non sorprende più tanto. Da notare le motivazioni date dai giudici per la loro decisione: l’interesse pubblico sarebbe tutto da dimostrare ed il divieto di burqa sproporzionato ed inutile. Silenzio, hanno parlato dei pozzi di scienza!

 Qui qualcuno non ha capito da che parte spunta il sole.

Il Burqa non è solo un brutto pezzo di stoffa. Il Burqa è la negazione dei principi della nostra società liberale (non in senso partitico…), cristiana e occidentale. Indossarlo – o costringere altre persone ad indossarlo – è la dimostrazione della più totale e sfacciata intenzione di vivere in Svizzera approfittando dei vantaggi che ciò comporta ma rifiutandone le tradizioni, la cultura, le radici, i modi di vita. Gente con simili intenzioni può fare solo due cose: o cambiare radicalmente (improbabile) oppure tornare da dove è venuta.

Quindi dei legulei non eletti da nessuno (certo non dal popolo) che comodamente siedono in un tribunale (posto di lavoro ben remunerato e garantito a vita) vengono a raccontarci che la difesa del modello di società occidentale non rappresenta un interesse pubblico:  semplicemente vergognoso!

 Attendiamo al varco

Certamente il segnale che giunge da Basilea città non è dei più rallegranti in vista della decisione sul conferimento della garanzia costituzionale da parte delle Camere federali al divieto di burqa approvato “alla grande” dal popolo ticinese.

Al momento in cui a Berna si deciderà, comunque, vorremo vedere bene in faccia chi si metterà a starnazzare contro una decisione del popolo sovrano tirando in ballo le solite patetiche fregnacce politikamente korrette ed invocando il ridicolo mantra del “populismo e del razzismo” che ormai non fa più effetto a nessuno; e magari invocando a gran voce anche la multikulturalità completamente fallita.

Se qualcuno – e ciò vale in tutti i campi – sotto le cupole federali pensa di essere nella condizione di prendere sottogamba la volontà popolare, questo qualcuno farà bene a tirarsi assieme. E, come dicevano i nostri vecchi, a farlo “püssee scvelt che in prèssa”.

Lorenzo Quadri

Già pronta la mozione della Lega al Consiglio federale per fermare il pagamento dei contributi di coesione all’UE Gli eurofalliti ci minacciano? E noi chiudiamo i rubinetti

A Bruxelles, gli eurofalliti friggono di rabbia. La Svizzera ha osato mettergli i bastoni tra le ruote con una votazione democratica. La sorpresa è ancora più amara visto che, trattando con ambasciatori e Consiglio federale, l’UE si era abituata a trovarsi davanti ad interlocutori che si presentavano al tavolo con i calzoni già abbassati all’altezza delle caviglie.

 Ovviamente ciò che gli eurofalliti più temono è l’effetto “boule de neige”. Il malcontento nei confronti dell’antidemocratico aborto rappresentato dall’UE cresce di continuo. E se la Svizzera facesse scuola anche all’interno della (dis)unione, si domandano negli sfarzosi uffici di Bruxelles? Che gli inglesi mordano il freno è noto. I belgi se ne fregano della libera circolazione e rimandano a casa gli stranieri in assistenza, anche se sono cittadini UE. In Ungheria  un gruppo di deputati ha rimosso e gettato dalle finestre del parlamento le bandiere blu stellate. In generale, le forze politiche antieuropeiste guadagnano consensi ogni giorno che passa, ben aiutati in questo dall’arroganza e dall’inettitudine degli eurobalivi non eletti da nessuno.

Ecco dunque che mostrare il pugno duro agli svizzerotti diventa, per Bruxelles, una necessità.  Da qui la serie di scomposte minacce cui abbiamo assistito nelle ultime due settimane. Che pagüüüraaa! Avrebbe detto il Nano. Forse che  gli eurofalliti ci mandano i carri armati? No, perché non avrebbero nemmeno i  fondi per comprare il carburante. Dunque potrebbero tanto scendere e spingere.

Ci provano allora con l’artiglieria pesante diplomatica. Ed eccoli, i prodi, a sfoderare subito il pezzo forte: vi tagliamo fuori dal programma di ricerca Orizzonte 2020!

 

Invito a nozze

Tali boutade costituiscono un invito a nozze per chi, RSI in primis, si è posto il preciso obiettivo di demonizzare l’esito della votazione del 9 febbraio. Esito non in linea con i dettami  $ocial-radikal-chic internazionalisti e politikamente korretti. Così, ecco che luminari (?) universitari di vario ordine e grado si accalcano ai microfoni gentilmente offerti dell’emittente pubblica a lanciare i propri alti (ed interessati) lai all’ipotesi che gli eurofalliti escludano la Svizzera da Orizzonte 2020. Ogni cip viene  ripreso, commentato, amplificato, spacciato per oro colato e guarnito di panna montata.

Ma forse le cose non stanno proprio così ed occorre una qualche precisazione.

Punto primo: nessuna decisione sui programmi di ricerca è stata ancora presa.

 Punto secondo: nei programmi di ricerca europei sono più i soldi che la Svizzera immette che quelli che riceve (questo vale per tutti gli accordi UE, ciò che non sorprende conoscendo i nostri rappresentanti). Nell’ultimo programma, ad esempio, il saldo a vantaggio dell’UE era di 800 milioni, mica bruscolini.

Punto terzo: il mondo non finisce ai confini europei.

 Punto quarto: forse che qualcuno in Europa crede che sarebbe una mossa intelligente tagliare fuori atenei come quelli elvetici che sono in cima alle classifiche di eccellenza a livello mondiale?

Punto quinto: nasce quindi il sospetto che il problema sia semmai che qualche professorone teme di non poter più fare taluni viaggetti con tutto spesato  nei quattro angoli del continente o magari  qualche direzione scolastica (vedi SUPSI) ha paura di avere qualche difficoltà in più nell’assumere professori o assistenti frontalieri a scapito dei ticinesi. Infatti, è noto che tutti i geni risiedono a Como e a Varese, come no!

Punto sesto: va considerato che l’UE non ha mai, finora, avuto motivo di lamentarsi della presenza della Svizzera nei programmi di ricerca. Se la esclude ora, vuol dire che i falliti UE vogliono penalizzare il nostro Paese per aver espresso un voto democratico. Si tratta quindi di una ritorsione, e delle più squallide. Una ritorsione che va pagata con la stessa moneta. E forse gli eurofalliti farebbero bene a ricordare una cosa di cui si sono dimenticati essendosi abituati ad essere serviti e riveriti in tutto dalla controparte elvetica. Ossia che un po’ di frecce al nostro arco le abbiamo anche noi. Vedi energia (se noi stacchiamo la spina l’Italia e la Germania restano al buio), vedi transiti nord-sud, vedi frontiere che possono essere chiuse, vedi miliardi di coesione il cui versamento può essere bloccato, e via elencando.

A proposito del blocco dei versamenti dei fondi di coesione: la mozione della Lega al Consiglio federale è già pronta.

Lorenzo Quadri

Se ne sono accorti anche a Varese: frontalieri triplicati nel terziario E poi si chiedono il perché del voto ticinese?

A proposito: nell’attesa, che dovrà essere breve, che si concretizzi la volontà popolare, il Consiglio di Stato intende decretare lo stop al rilascio di nuovi permessi G nel settore terziario, ben sapendo che la concessione di simili permessi è contrario a quanto deciso da addirittura il 70% dei votanti ticinesi?

 

All’indomani del voto del 9 febbraio, la Camera di commercio di Varese ha divulgato alcuni dati sui frontalieri, peraltro in parte già noti. Ad esempio ha fatto sapere che i frontalieri attivi in Ticino nel settore terziario sono triplicati tra il 1999 e la fine del 2012, passando da 10mila a 30mila (da allora sono ulteriormente aumentati). E che il 42,3% dei frontalieri presenti nel nostro Cantone viene dall’area di Varese (contro il 40% da Como e il 9.1% dal Verbano Cusio Ossola).

Come detto, l’informazione non è nuova alle nostre latitudini. Magari a Varese è meno nota. Tuttavia essa rende evidente i motivi che hanno fatto sì che, lo scorso fine settimana, in Ticino l’iniziativa “contro l’immigrazione di massa” asfaltasse.

In regime di devastante libera circolazione delle persone senza limiti arrivano proprio quei frontalieri che soppiantano i ticinesi nelle assunzioni. Quelli che servono all’economia possono essere reclutati anche con i contingenti: è sempre stato così. Ma oggi il profilo del frontaliere è sempre più simile a quello del lavoratore ticinese: quindi non colma affatto una lacuna, ma si sovrappone. E soppianta. Prova ne siano tutti quei frontalieri che lavorano negli uffici, nelle banche e nelle assicurazioni: ambiti in cui di frontaliere non ce ne dovrebbe essere nemmeno uno, visto che non c’è alcuna carenza di lavoratori residenti. Anzi, con lo sfascio della piazza finanziaria provocato dalla ministra del 5% Widmer Schlumpf, quella che va in giro con i pantaloni attorno alle caviglie, già i residenti da soli sono in sovrannumero per rapporto alle necessità di mercato.

Tutte le ragioni

Chi adesso nella vicina Penisola starnazza sull’esito della votazione del 9 febbraio, magari grazie a questa cifra divulgata dalla Camera di commercio di Varese (e non dal Mattino della domenica) si renderà conto che va bene fare il proprio verso a beneficio dell’elettorato, ma i ticinesi hanno avuto tutte le sacrosante ragioni per votare come hanno votato, visto che siamo esposti ad una vera e propria invasione da sud. E da notare che nel conteggio divulgato dalla Camera di commercio varesina si parla solo di frontalieri e non di distaccati. Senza voler andare a prendersela con la solita Lara Comi che, poveretta, proprio non ci arriva: è perfino riuscita a definire “inaccettabile” l’esito di una votazione popolare come se lei, la Lara, avesse facoltà di accettarla oppure no; ma con che coraggio altre persone, almeno normodotate, hanno ancora il coraggio di formulare la domanda retorica più scema del secolo, ossia “cosa farebbe il Ticino senza i frontalieri”? Costoro si chiedano piuttosto cosa farebbe la Lombardia senza il Ticino! E finiamola con la fregnaccia dei 60mila frontalieri che sarebbero “indispensabili” al nostro Cantone. Indispensabili una cippa. Un certo numero di frontalieri in taluni settori risponde effettivamente ad un’esigenza dell’economia, ma anche qui occorre distinguere. Se infatti per “esigenze dell’economia ticinese” si intende la domanda da parte di ditte italiane che si insediano in Ticino per beneficiare delle nostre condizioni quadro favorevoli, ma assumono solo frontalieri, non pagano tasse, generano traffico e consumano territorio, chiariamo subito che non si tratta affatto di esigenze ticinesi. E che di simili insediamenti possiamo anche fare a meno.

 I frontalieri che servono all’economia del nostro Cantone potranno esserci anche in regime di contingenti: ci sono sempre stati. Diversa la musica per quelli che soppiantano i residenti e magari se la ridono anche alle spalle degli svizzerotti, che sono così fessi da permettere che vengano lasciati a casa “i loro” per far lavorare stranieri.

La pacchia del Ticino valvola di sfogo per la crisi economica lombarda è al capolinea. Oltreconfine si possono agitare quanto vogliono: questa è la situazione e loro non la possono cambiare; nemmeno piangendo in cinese. Il popolo ha deciso e in Svizzera il popolo è sovrano (concetto particolarmente difficile da capire per una Comi, ma magari se le fanno un disegno dopo un po’ ci arriva anche lei).

A proposito: nell’attesa, che dovrà essere breve, che si concretizzi la volontà popolare trionfalmente espressa domenica, il Consiglio di Stato intende decretare lo stop al rilascio di nuovi permessi G nel settore terziario, ben sapendo che il rilascio di simili permessi è contrario a quanto deciso da addirittura il 70% dei votanti ticinesi?

Lorenzo Quadri

Voto del 9 febbraio e posizioni antisvizzere Il Corriere della Sera monta la panna

Il Corriere della Sera, che per quanto blasonato spesso e volentieri dimostra di non sapere un tubo della Svizzera (non è il solo nella vicina Penisola) ha pensato bene, sull’edizione di ieri, di dedicare congruo spazio al caso del professore tedesco che, e riportiamo il titolo pubblicato sul Corrierone, “se ne va dalla Svizzera xenofoba per tornare in Germania”. Il docente in questione è tale prof Christoph Höcker, docente di architettura antica. Non propriamente una disciplina di punta nella ricerca scientifica.

Sicché il luminare (?), dopo essersi abbondantemente pasciuto alla xenofoba greppia svizzera, perché di sicuro non insegnava gratis, se ne va sbattendo la porta (?) poiché il voto popolare non è di suo gradimento. Un comportamento che, più che da insegnante universitario, è da bambino dell’asilo.

Se ci sono professori universitari stranieri sono incapaci di accettare che in Svizzera il popolo è sovrano, bisogna davvero cominciare a preoccuparsi.

Comunque, il prof Höcker faccia tranquillamente le valigie: di sicuro il mondo accademico elvetico non crollerà per la partenza di un professore di architettura antica che ha qualche problema con i diritti popolari. A proposito: magari studiare anche un po’ di civica non farebbe male.

Assolutamente patetiche, però, le conseguenze che il Corrierone – che, ripetiamo, della Svizzera non sa un tubo – vorrebbe trarre da un episodio del tutto insignificante.

Il giornalaio d’oltreramina, tale Paolo Lepri, pretende infatti di utilizzare le dimissioni dell’accademico (di cui nessuno si  è accorto) per controbilanciare le dichiarazioni della Cancelliera Angela Merkel, che forse conta un po’ di più di un oscuro professorucolo di architettura antica. Sicché l’accostamento non solo non regge, ma fa proprio ridere i polli. E naturalmente quello che Lepri non sa è che il presidente dei cittadini tedeschi in Svizzera ha detto che anche lui avrebbe votato Sì all’iniziativa Contro l’immigrazione di massa.

Frau  Merkel è stata, tra gli interlocutori europei, l’unica ad aver dichiarato che il voto dei cittadini svizzeri va rispettato. Adesso il giornalaio del Corrierone, manutengolo degli eurofalliti, tenta di far passare il messaggio che la posizione della Cancelliera sia sbagliata: quindi bisogna applicare misure di ritorsione contro i cittadini elvetici che hanno votato democraticamente.

Al Lepri e al Corrierone ricordiamo che magari una qualche misura di ritorsione dovremmo metterla in campo noi contro l’Italia. I motivi per farlo non mancherebbero di certo.

Conclude l’italico pennivendolo: «Anche se va detto d’altra parte, guardando ai problemi del nostro decennio, che la libera circolazione delle persone non deve essere considerata un dogma. Senza però cedere sul piano dei valori». Quindi, un colpo al cerchio   ed un colpo alla botte, ma la dichiarazione ad effetto viene poco prima, quando si legge: «Le malattie sono contagiose». Appunto: Lepri mettetelo in isolamento.

Lorenzo Quadri

Lorenzo Quadri: «la sicurezza non è solo un compito della polizia» Far West no, ma legittima difesa potenziata sì

Il Consiglio federale contrario alla proposta del deputato leghista, che rilancia e guarda alla “dottrina del castello” in vigore in vari Stati USA

Le rapine in casa sono l’ennesimo bel regalo della politica delle frontiere spalancate.  Va infatti da sé che a metterle a segno non sono certo delinquentelli locali, bensì criminali in arrivo da lontano, spesso dall’est europeo.

Al proposito il Consigliere nazionale leghista Lorenzo Quadri ha presentato nello scorso dicembre una mozione al Consiglio federale in cui si chiede di potenziare il diritto alla legittima difesa di chi  viene aggredito nella propria abitazione. In questo caso  l’eccesso di legittima difesa non deve più essere punibile. Nei giorni scorsi il Consiglio federale ha formulato il proprio parere sulla proposta. Parere che è negativo.

Lorenzo Quadri, è sorpreso della posizione del Consiglio federale sulla sua mozione?

No, il Consiglio federale respinge di principio la stragrande maggioranza della proposte che vengono formulate, in base al ben noto principio del “l’è tüt a posct”, al cui proposito gli esempi si sprecano. Con questo retroscena, dunque, non ci voleva molta fantasia per immaginare quale potesse essere la posizione del Consiglio federale su una proposta al di fuori dai canoni del politikamente korretto, come quella che ho avanzato.

In che senso “fuori dai canoni del politikamente korretto”?

Il politikamente korretto vuole disarmare i cittadini onesti:  vediamo bene le cocciute battaglie contro il diritto di mantenere armi legali al domicilio, diritto peraltro confermato in sede di votazione popolare. Politikamente korretto è da un lato spalancare le frontiere, col risultato che, ancora prima della manodopera a basso costo, dall’estero arrivano i rapinatori. E, contemporaneamente, mettere paletti su paletti alla possibilità di autodifesa della vittima, in particolare tramite il possesso di armi legalmente dichiarate, da attacchi che avvengono nella propria abitazione.

La delinquenza è cambiata?

E’ un dato di fatto, riconosciuto anche dai criminologi, che la delinquenza anche alle nostre latitudini ha fatto il salto di qualità. Una volta c’erano solo i topi d’appartamento che entravano nelle case approfittando dell’assenza degli occupanti. Oggi a queste figure si sono aggiunte quelle di criminali spregiudicati, senza scrupoli, che entrano di proposito nelle case in presenza degli occupanti per costringerli con la violenza a consegnare oggetti di valore o denaro. Noi rischiamo di diventare il paese del Bengodi per questo tipo di delinquenti.

E perché?

I sistemi di sicurezza presenti sulle nostre abitazioni sono per lo più classificabili tra l’inesistente e il ridicolo. E a noi è stato inculcato che difendersi non è politikamente korretto. La situazione è quindi ad alto rischio.

Ma lei cosa vuole, il far west?

No, semmai la dottrina del castello che esiste in vari Stati USA in base alla quale il domicilio beneficia di una protezione speciale  e quindi chi lo viola con intenzioni criminali deve poi metterne in conto le eventuali conseguenze. Anche pesanti. Non è dunque la vittima che deve rinunciare a difendersi per paura di finire a sua volta sul banco degli imputati. E’ chiaro che ciò ha uno stretto legame con la possibilità di detenere al domicilio armi legalmente dichiarate. E questo, va da sé, comporta l’istruzione necessaria per saperle usare.

Ma un cambio di legge è davvero necessario?

A parte che ogni rapina in casa è una di troppo, le prospettive non paiono certo rassicuranti. Basti pensare che in Italia il numero delle rapine in casa è passato dalle 2016 del 2010 alle 3601 del 2013. Quindi 1600 in più nel giro di tre anni. Non dobbiamo illuderci di essere immuni a questo trend. L’azione deterrente è indispensabile e funziona. Il cittadino armato fa paura al delinquente. C’è una recente indagine USA che lo dimostra. Bisogna inoltre considerare che la sicurezza non è solo un problema ed un compito della polizia. Pensare che la polizia da sola basti è un’illusione, nella situazione attuale. La polizia non può essere ovunque contemporaneamente.

Quali chance di riuscita dà alla sua proposta?
Difficile avanzare delle previsioni. Siamo solo all’inizio della procedura. Non mi faccio illusioni. Conosco abbastanza la politica federale per sapere che, per ottenere qualcosa, di qualsiasi cosa si tratti, servono reiterati tentativi e parecchia ostinazione.

MDD

Radiotelevisione di sedicente servizio pubblico: dopo il 9 febbraio prosegue il terrorismo mediatico. Scriviamo tutti all’ombudsman RSI!

Davanti ad esempi di faziosità come quelli cui abbiamo assistito nelle ultime due settimane, non si può fare finta di nulla. Facciamo lavorare il mediatore RSI: perché lo paghiamo e perché a taluni responsabili dei programmi dà maledettamente fastidio vedersi mettere in discussione

Non voler accettare la realtà è un brutto vizio e denota pure una certa dose di infantilismo. In Ticino a parte il Mattino della domenica (ed il Paese) tutti i mass media erano contrari all’iniziativa contro l’immigrazione di massa. A livello federale possiamo forse aggiungere la Basler Zeitung. E poi l’elenco è già finito.

Come è andata a finire lo sappiamo:  i contrari all’iniziativa sono stati asfaltati dal 70% degli elettori ticinesi. Eppure sul panorama mediatico nostrano c’è ancora chi non si rassegna.

L’ira impotente del Caffè della Peppina domenicale era scontata. In effetti il domenicale appartiene al gruppo europeista Ringier (quello del Blick, per intendersi). Ed il boss Michael Ringier disse: “nessun giornalista contrario all’UE lavorerà mai nelle mie testate”. Come se non bastasse, la testata è ad alta concentrazione di redattori frontalieri. Le prime cinque o sei pagine dell’edizione della scorsa domenica erano da incorniciare: se l’obiettivo era quello di far aumentare i consensi della Lega, si può dire che è stato perfettamente raggiunto.

Catastrofismo spinto

Finché a comportarsi in questo modo è un media privato, ci può stare. Diversa la situazione della RSI, che è pagata con il canone degli utenti. E che da due settimane sta facendo catastrofismo spinto offrendo microfoni e telecamere in quantità industriali a chi, per motivi ideologici, non accetta la decisione del popolo e tenta di fare balenare chissà che ritorsioni da parte degli eurofalliti nei confronti degli svizzerotti. Quelli che, secondo i $ocialisti, sono scemi e votano senza sapere cosa, per cui la votazione sarebbe da rifare (ma l’esito non cambierebbe comunque, anzi…).

Naturalmente quello che nessuno dice, chissà come mai, è che lo slogan by Belushi è sempre attuale: “quando il gioco si fa duro, i duri iniziano a giocare”. L’UE mette in atto ritorsioni nei nostri confronti perché abbiamo osato fare uso della nostra democrazia diretta particolarmente invisa agli eurofalliti? E noi li ripaghiamo con la stessa moneta.

Superato il limite

Quale sia l’andazzo generale nel sito di Comano e Besso ben l’esemplificano i post su facebook di quell’anziana giornalista che ha accusato i sostenitori dell’iniziativa “contro l’immigrazione di massa” di essere dei pecoroni (non risulta che l’azienda abbia preso una posizione al proposito). E non basta invitare un consigliere nazionale leghista a fare da foglia di fico al TG mentre si passa l’ennesima intervista in ginocchio al capo dei falliti Barroso-Bavoso che farnetica minacce contro la Svizzera.

Poiché a tutto deve esserci un limite, anche alla faziosità dell’emittente di cosiddetto servizio pubblico, e poiché la CORSI  anche in questa occasione ha dimostrato la propria inconsistenza, il cittadino telespettatore deve farsi sentire. Telespettatore che paga il canone più alto d’Europa per averne un cambio un’informazione non diciamo equidistante perché sarebbe troppo chiedere, ma almeno dignitosa; e non propaganda radicosocialista internazionalista. Tanto più che la RSI non è un giornale cui si possa disdire l’abbonamento.

Carta e penna…

Forse non a tutti è noto, ma con il nostro canone paghiamo anche un ombudsman della RSI. Ossia un mediatore chiamato a prendere posizione sulle proteste dei telespettatori nei confronti dei programmi. Sappiamo bene che si tratta, anche in questo caso, di una foglia di fico: l’ombudsman dà sistematicamente ragione all’emittente. Tuttavia, facciamolo lavorare, questo mediatore. Facciamolo per due motivi. Il primo: lo paghiamo. Il secondo: ai responsabili dei programmi dà maledettamente fastidio sentirsi mettere in discussione e ancora di più – orrore! Lesa maestà!  – essere chiamati a giustificarsi.

Quindi scriviamo in massa all’ombudsman RSI per reclamare contro l’indecoroso spettacolo che ci viene propinato con insistenza da due settimane a questa parte. Un reclamo è una goccia? Tante gocce d’acqua fanno un mare… e molta bile per taluni kompagni di Comano.

L’indirizzo è: avv. Francesco Galli, Corso Elvezia 16, 6900 Lugano.

Lorenzo Quadri

Proseguono le farneticazioni UE contro la nostra democrazia: E’ ora di reagire a tono

Ad esempio cominciamo a chiudere le porte ai Tir UE che usano il nostro Paese come corridoio di transito a basso costo grazie ai devastanti Accordi bilaterali, Tir che non di rado sono delle vere bombe viaggianti

Come c’era da attendersi, proseguono le performance terroristiche nel bieco tentativo, da parte di chi proprio di rispettare il popolo ed i suoi diritti non ne vuole sapere, di denigrare il voto del 9 febbraio. I kompagni addirittura vorrebbero  far rivotare. Ecco come la $inistra con i piedi al caldo rispetta la democrazia: se le urne ci dicono quello che vogliamo sentirci dire, bene. Se l’esito non ci piace, vuol dire che i votanti non hanno capito: perché notoriamente chi non è $ocialista è scemo e quindi vota senza capire, per cui bisogna rivotare. I kompagni dimenticano che, se si rivotasse, gli spalancatori di frontiere, dopo le puerili e patetiche performance delle scorse due settimane, ne uscirebbero ancora più asfaltati. Superfluo commentare le parole di quel ministro degli Esteri francesi che ha definito il voto elvetico un “suicidio di massa” (uella!). Monsieur, invece, politicamente è già cadavere visto che tra un paio d’anni, ma magari anche prima, Hollande verrà mandato a casa con un calcione a tenere compagnia alla sua Julie.

Tra le poche a dimostrare buonsenso Angela Merkel, la quale ha dichiarato che il voto del popolo svizzero va rispettato. Brava!

Le fole di Watteville

Qualsiasi difficoltà insorga ora, ecco che i cattivi perdenti ne attribuiscono la colpa al voto del 9 febbraio. Al proposito si segnalano le risibili sortite del Segretario di Stato De Watteville, al soldo della ministra del 5% Widmer Schlumpf, secondo cui le banche svizzere avranno ora difficoltà ad entrare nel mercato estero. Strano: queste difficoltà esistono da anni. Ma la colpa non doveva essere del segreto bancario che la ministra del 5% si è affrettata a sfasciare con la scusa, appunto, dell’accesso ai mercati esteri? La colpa non era delle black list per uscire dalle quali sempre la ministra in carica senza i voti ha smontato la piazza finanziaria dove i licenziamenti e le sostituzioni di frontalieri proseguono (in barba alle dichiarazioni ufficiali dell’ABT che sono come le statistiche della SECO)?

O Watteville, ma chi credi di menare per il naso? Adesso improvvisamente questi problemi, su cui da anni a Berna montate la panna, sarebbero una conseguenza del voto del 9 febbraio? Ma va la… certi personaggi, strapagati con i danari del contribuente, dovrebbero imparare a rispettarne il voto; e in fretta.

Bombe su ruote

In particolare, ad ogni fregnaccia europea come la presunta disdetta degli accordi sulla ricerca – misura che costituirebbe una vera e propria ritorsione contro la democrazia  elvetica – bisogna far passare il messaggio che anche noi abbiamo parecchie frecce al nostro arco. E se vogliamo possiamo causare grosse difficoltà agli eurofalliti.

Non stiamo qui a stilare nuovamente l’elenco delle possibili ed auspicate misure rossocrociate. Ma un tema di cui assai poco si sente parlare riguarda il traffico terrestre: con l’accordo bilaterale sul tema, l’allora ministro dei trasporti kompagno Moritz Leuenberger ha svenduto il paese, trasformandolo in un corridoio di transito a basso costo per bisonti della strada targati UE.

E che bisonti: si è svolta nei giorni scorsi, e precisamente dal 10 al 16 febbario, la campagna europea di controlli sulla strada per camion ed autobus. Queste campagne analizzano lo stato dei conducenti, la regolarità delle ore di guida e di riposo, la disposizione del carico, la condizione dei veicoli. L’ultima operazione di questo tipo è avvenuta dal 7 al 13 ottobre scorsi. In quest’occasione sono stati fermati 147’075 veicoli pesanti e riscontrate 77’524 infrazioni di cui 2929, quindi 3000, ritenute pericolose per la circolazione.

In particolare, sono state sanzionate 21’445 infrazioni per superamento dei limiti di velocità, 11’681 per mancato rispetto dei tempi di guida, 1757 per sovraccarico e 1514 per carico poco sicuro. Sono stati multati 443 autisti per guida in stato di ebbrezza o sotto l’effetto di stupefacenti.

Quindi, ci sono in circolazione migliaia di bombe viaggianti targate UE. Che circolano anche sulle nostre strade. Causando, ovviamente, situazioni di grave pericolo. Quindi, invece di subire le farneticazioni antielvetiche dell’UE, cominciamo a chiudere le porte a queste bombe su ruote.

Lorenzo Quadri

Sadis dopo il voto: «Margini di manovra nulli». Ma allora sono proprio senza speranza!

Domenica scorsa il 70% dei cittadini ha dato un ordine al governo. Un ordine a cui non si può rispondere con il solito mantra del “sa po’ mia”

Il voto ticinese sull’iniziativa “contro l’immigrazione di massa” non lascia spazio ad alcun dubbio. Quasi il 70% dei ticinesi ha votato Sì. Questo risultato comporta, ovviamente, un segnale chiarissimo. Anche all’indirizzo del Consiglio di Stato. Dove solo i due esponenti leghisti si sono espressi a favore dell’iniziativa, poi plebiscitata. Gli altri tre hanno invece votato contro, venendo clamorosamente sconfessati dalle urne.

Il segnale chiarissimo è che occorre cambiare registro. Più che un segnale, un ordine. Fino ad ora, la maggioranza del Consiglio di Stato a chi chiedeva misure incisive a tutela del mercato del lavoro ticinese dall’invasione da sud, ha sempre risposto con il ritornello del “sa po’ mia”. E gettando la palla nel campo di Berna. Da Berna, naturalmente, non è venuto un bel niente se non il consueto servilismo nei confronti degli eurofalliti.

Che “sa po’ mia” non è affatto vero. Ma bisogna ragionare come politici e non come contabili. Il governo è lì per quello. Per fare politica. Non serve avere dei rappresentanti del popolo se questi ultimi non portano alcun valore aggiunto ai burocrati: a questo punto lasciamo i burocrati e basta, che si risparmia anche.

Da troppo tempo vediamo una maggioranza governativa che si rifiuta di fare politica – e di assumersi i rischi che questo comporta – ma si ostina ad applicare pedissequamente regole che siamo gli unici a rispettare e che stanno portando il Cantone dritto nel baratro. Il risultato è stato una sconfessione popolare clamorosa. Ma ciononostante questa maggioranza si ostina a rifiutarsi di fare il proprio dovere. Il presidente del Consiglio di Stato Beltraminelli e soprattutto la direttrice del DFE Sadis non hanno cambiato di una virgola il proprio approccio. Siamo al limite del surreale: davanti ad una richiesta di tutela del mercato del lavoro urlata a gran voce da 7 ticinesi su 10, una richiesta che di fatto è – come si diceva – un ordine, l’unica risposta che sa fornire la direttrice del DFE è la seguente perla: “il margine d’azione a livello cantonale è nullo”.

Qui c’è gente che è davvero senza speranza. La storiella del margine d’azione inesistente non se la beve più nessuno. Se i Consiglieri di Stato sono politici e non contabili mezzemaniche, il margine d’azione se lo ritagliano.

Ad esempio: chi l’ha detto che il rilascio di un nuovo permesso G deve avvenire in pochi giorni e che non ci si può mettere tre  mesi (mutuando l’esempio italiano)? Chi l’ha detto che le notifiche dei padroncini devono essere evase a tempo di record? Qualcuno pensa forse che dimostrare efficienza nello spalleggiare l’invasione da sud sia un approccio degno di lode? Se è così, è meglio che questo qualcuno faccia fagotto.

Chi l’ha detto che i posti di blocco al confine in funzione antipadroncini non possono essere realizzati un giorno sì e l’altro pure? Chi l’ha detto che non si può tornare a decidere il blocco dei ristorni dei frontalieri? Chi l’ha detto che l’elenco dei padroncini che si notificano non può essere messo online, accessibile a tutti, di modo che anche l’agenzia delle entrate italiana lo possa  consultare e quindi andare a batter cassa presso chi – padroncini – al fisco non dichiara assolutamente un tubo? Chi l’ha detto che non si può mettere online ed accessibile a tutti anche l’elenco di chi chiama i padroncini (mai sentito parlare di controllo sociale)?

E questi sono solo alcuni spunti.

Il margine di manovra, insomma, c’è eccome. Anche a livello cantonale. Solo che c’è qualcuno che insiste nel non volerlo vedere. Prendendo a pesci in faccia non già uno sparuto manipolo di leghisti populisti e razzisti, bensì il 70% dei votanti ticinesi. Ossia le stesse persone da cui ha ricevuto l’incarico di sedere in Consiglio di Stato. Nell’economia privata queste situazioni si risolvono con un licenziamento in tronco.

Lorenzo Quadri

Aggravio fiscale per i frontalieri In attesa di tassarli in base alle aliquote italiane

La Commissione tributaria del Gran Consiglio ha approvato il principio contenuto nell’iniziativa Udc che chiede di innalzare le imposte dei frontalieri.

Attualmente infatti il prelievo alla fonte dei frontalieri viene calcolato su un moltiplicatore medio cantonale del 78%. Il minimo che si possa fare è dunque portare questo moltiplicatore al 100%. Questa è una misura che – secondo i calcoli effettuati – porterebbe 20 milioni di Fr in più nelle casse ticinesi. Ed è anche una misura che può essere attuata unilateralmente dal Cantone. Quindi senza dover aspettare l’arrivo di presunti benestare da Berna.

A dimostrazione, quindi, che i margini di manovra ci sono, contrariamente a quanto se ne va in giro a raccontare la direttrice del DFE.

E’ anzi deludente che questa proposta di aggravio fiscale per i frontalieri venga dal parlamento e non direttamente dal DFE (prima) e dal Consiglio di Stato poi. La ministra delle Finanze vuole mettere le mani nelle tasche dei proprietari di una casetta tramite l’aumento delle stime immobiliari e con il moltiplicatore cantonale. Ma andare a chiedere qualcosa ai frontalieri, non sia mai! Com’è che né la Signora Sadis né il suo lautamente stipendiato staff ha pensato ad un aggravio fiscale a carico dei frontalieri? Si temeva forse di non essere politicamente korretti? Si temevano ritorsioni? (uhhh! Che pagüüüüraaaa!).

Portare al 100% il moltiplicatore d’imposta sui cui è calcolato il prelievo alla fonte dei frontalieri non solo è giusto, ma è un atto dovuto alla luce della  votazione della scorsa domenica e dell’esito ticinese.

Tuttavia si tratta solo di una soluzione temporanea. Infatti la soluzione definitiva non può che essere la denuncia del vetusto accordo sui ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri, vecchio di quarant’anni ed ormai superato dagli eventi in ogni suo punto;  e dunque la fine dello statuto fiscale di frontaliere.

I frontalieri devono dunque venire tassati come gli altri cittadini italiani: al momento sono infatti privilegiati in modo clamoroso, e non si capisce (o meglio, lo si capisce benissimo) come possa l’Italia tollerare una simile disparità di trattamento tra i propri concittadini. Forse che gli italiani non frontalieri sono cittadini di serie B?

Ciò vuol dire che ai frontalieri si deve applicare l’aliquota fiscale italiana, mentre la Svizzera – e quindi il Ticino – tratterrà il totale dell’imposta alla fonte. Calcolata, giustamente su un moltiplicatore del 100%. Il che ad occhio e croce potrebbe portare nelle casse del Cantone una maggiore entrata di una novantina di milioni di Fr annui rispetto alla situazione attuale. Quindi non proprio noccioline!

Questo aggravio fiscale non risolverebbe il problema dell’invasione da sud, vista la situazione catastrofica sul mercato del lavoro italiano. Ci renderebbe però un po’ meno attrattivi e costringerebbe i frontalieri a pretendere salari più elevati, attenuando così il dumping. E, come detto, farebbe entrare tanti soldi nelle nostre casse pubbliche: soldi da impiegare per promuovere l’occupazione dei residenti.

Lorenzo Quadri

Esplodono gli aiuti sociali: è tempo di rimandare a casa un po’ di gente (anche perché le casse piangono) Permessi B in assistenza: passare alla linea dura

Lo scrivevamo la scorsa settimana per Lugano; e puntualmente (non poteva essere altrimenti) il dato cittadino ha trovato conferma in quello cantonale.

L’assistenza sociale ha raggiunto cifre record. In Ticino i casi aperti a fine dicembre 2013 erano 5300, a Lugano 1100.

Il DSS segnala l’aumento delle nuove domande, nel 2013, di in media 190 al mese contro le 134 del 2009.

Il problema dell’assistenza riguarda principalmente i centri urbani che spesso fungono da attrattori di beneficiari di prestazioni sociali; questo poiché vi si trovano quartieri popolari con affitti più bassi. Per restare nel Luganese, ad esempio, con tutta probabilità un comune quale Collina d’oro di abitanti in assistenza ne ha ben pochi, se non zero.

Contratti farlocchi

L’aumento delle persone in assistenza, e non c’è storiella che tenga, è legato a doppio filo con la devastante libera circolazione delle persone e col ben noto fenomeno di soppiantamento dei lavoratori residenti con frontalieri e padroncini. Ma è legato anche alla revisione della LADI, legge sull’assicurazione contro la disoccupazione, che nel 2012 ha ridotto la durata del termine quadro, col risultato di scaricare prima i senza lavoro sull’assistenza (o sull’AI). Terzo fattore: l’immigrazione nel nostro Stato sociale, il quale è particolarmente attrattivo per i cittadini UE. Ciò grazie alla dabbenaggine degli svizzerotti per i quali la priorità è evidentemente “aprirsi all’UE”!

Particolarmente pernicioso, sia per i costi ma anche per l’immagine che diamo all’estero di paese del Bengodi per chi vuole mettersi a  carico della socialità, il fenomeno dei permessi B in assistenza. Si tratta di persone in arrivo dall’ UE che hanno ottenuto il permesso di dimora per esercizio di un’attività lucrativa in Svizzera (in Ticino spesso si tratta di italiani). Il problema è che stranamente, per la serie “ma tu guarda i casi della vita”, capita che dopo pochi mesi, o addirittura dopo poche settimane, il contratto lavorativo presupposto al rilascio del permesso venga rescisso, sicché il neo-immigrato chiede (ed ottiene) la disoccupazione – basta che dimostri (?) di aver lavorato in un paese UE un tempo sufficiente per aprire un termine quadro – e in seguito, una volta esaurite tali prestazioni, chiede l’assistenza. E nümm a pagum, direbbe qualcuno, e lo direbbe giustamente!

Si verificano, in quest’ambito, anche episodi particolarmente pittoreschi, come quel cittadino italiano che ha aperto una sagl in Ticino, si è  fatto assumere dalla medesima con stipendio di lusso, dopo un paio di mesi ha chiuso baracca e si è messo in disoccupazione, naturalmente ottenendo le prestazioni sulla base dell’ultimo stipendio. E, intanto che usufruisce di prestazioni LADI, arrotonda lavorando in nero.

Cambiare registro

Visto che sia il Cantone che i Comuni hanno i conti in rosso, una misura di risparmio da mettere in atto da subito è il diniego delle prestazioni d’assistenza ai richiedenti con permesso B. A Lugano oltre il 16% delle nuove domande d’assistenza proviene da dimoranti. Bisogna dare un segnale chiaro contro l’immigrazione nel nostro stato sociale. Questo pernicioso fenomeno va bloccato senza se né ma. A beneficio delle casse pubbliche. E per ridurre la nostra attrattività nei confronti di chi arriva in Svizzera per mettersi a carico. Ma anche a chi giunge in buona fede bisogna chiarire che, se si mantiene da solo, bene; se non lo fa, non interviene il settore pubblico. La situazione è in effetti cristallina. Il permesso B viene rilasciato per esercizio di attività lucrativa. Chi chiede l’assistenza non svolge più un’attività lucrativa. Quindi, non può venire a chiedere soldi all’ente pubblico.

La stessa Confederazione, seppur in chiave propagandistica in vista della votazione del 9 febbraio, ha lanciato ai Cantoni un messaggio di maggior rigore nei confronti dei permessi B in assistenza.

Perché il Belgio sì e noi no?

Anche il Belgio, che pure è uno Stato membro dell’Unione europea, viste le difficoltà finanziarie, ha deciso di dare un giro di vite. Nel 2013 ha rimandato a casa quasi 3000 cittadini UE poiché pesavano troppo sullo Stato sociale belga. Ohibò. Possibile che noi non siamo in grado di fare altrettanto? Perché? Quanti stranieri sono stati allontanati dalla Svizzera nel 2013 perché pesavano troppo sullo Stato sociale? Come si spiega che Stati membri della fallita Unione europea riescono a fare ciò che a noi, che (per fortuna) siamo fuori dall’UE, viene sistematicamente impedito ripetendo il mantra del “sa pò mia”?

Certo che, se abbiamo istanze giudiziarie che annullano l’espulsione di un pluricondannato per truffe milionarie (è notizia di lunedì), non c’è da stupirsi se diventiamo il paese del Bengodi non solo per i furbi, ma anche per i delinquenti.

E’ quindi ora non solo di restringere in modo sensibile il flusso migratorio in entrata, ma anche di cominciare ad espellere più gente.

Lorenzo Quadri

 

Italia, cade il governo Letta. Per calare le braghe Widmer Schlumpf dovrà attendere ancora

Non  servivano doti divinatorie particolari per sapere che il governo Letta non avrebbe mangiato la colomba pasquale. Si poteva però pensare che almeno fino alle frittelle di carnevale sarebbe arrivato. Invece neanche quello. Altro che, come diceva Letta, “vado in Svizzera a riprendere i soldi degli italiani” (come se li avessimo rubati). 

Sicché l’Italia si trova ora con l’ennesimo premier non eletto da nessuno (se non forse dal proprio ego debordante).

Intanto però le aquile bernesi andavano avanti come se niente fosse a trattare con Letta (ovvero a farsi infinocchiare) come se quest’ultimo fornisse una qualche garanzia di stabilità.

La ministra del 5% Widmer Schlumpf sarà delusa. Pensava già di poter calare le braghe anche con l’Italia, svendendo gli interessi del nostro Cantone pur di avere un accordo con l’Italia: tutto per poter dire ai falliti di Bruxelles – che evidentemente sono i suoi padroni – di aver fatto i compiti.

Qual è l’unico “zuccherino” che il Ticino potrebbe ricavare da un accordo con l’Italia? La revisione del trattato, vecchio di quarant’anni, sui ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri. Per il resto, è chiaro che il prezzo delle concessioni della ministra del 5% alla Penisola bancarottiera graverebbe in massima parte, per l’ennesima volta, sul nostro Catone. Ebbene: se si lascia fare a Widmer Schlumpf anche questo zuccherino andrà in niente. Alla Consigliera federale in carica senza i voti, dei ristorni dei frontalieri non gliene potrebbe fregare di meno: neppure sa cosa siano.

Da notare, e questo lo ripeteremo ad oltranza, che, per puro tornaconto elettorale, la vicina penisola, mantenendo l’attuale accordo sui frontalieri, rinuncia ad entrate fiscali di oltre 200 milioni di euro all’anno e tollera una clamorosa disparità di trattamento tra cittadini italiani (quelli che lavorano in patria e quelli che lavorano in Ticino). Questo perché i frontalieri votano e quindi chi gli aumenta le imposte…

Vista poi la difficoltà (eufemismo) che sembrano avere vari esponenti politici e mediatici italiani a rendersi conto, a seguito del voto della scorsa domenica, che in Svizzera il popolo è sovrano e che le decisioni popolari si applicano senza tanti se né ma, è chiaro che di fare concessioni alla vicina penisola non se ne parla nemmeno.

Basti pensare che perfino in Lombardia c’è chi ha pensato di alzare la cresta: dimenticandosi delle centinaia di migliaia di loro concittadini che mangiano grazie al Ticino. Ma chiaramente, grazie alla catastrofica politica del cedimento su tutta la linea, chiunque si crede legittimato a fare la voce grossa nei confronti degli svizzerotti. Anche per questo il voto del 9 febbraio, che ha smentito platealmente il Consiglio federale, è stato una doccia fredda per i paesi falliti i quali, visto l’atteggiamento del Consiglio federale, credevano di avere il via libera per depredare la Svizzera.

Questo vuol dire che con il futuro governo italiano non si tratta un bel niente finché la Svizzera rimane sulle black list italiche illegali. Al quale governo va altresì chiarito che non siamo assolutamente disposti a continuare a fungere da valvola di sfogo per i problemi occupazionali della vicina Penisola a scapito dei ticinesi e dei residenti. Visto che l’Italia non vuole nemmeno rivedere l’accordo sui ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri perché i frontalieri votano, i ristorni non li vede più del tutto. Quanto a concludere delle trattative con l’Italia (cui abbiamo appena regalato 150 milioni senza alcuna contropartita per il corridoio ferroviario di 4 metri) non c’è alcuna fretta: questo anche in considerazione delle capacità (?) negoziali elvetiche.

Come più volte detto e scritto: meglio nessun accordo che un cattivo accordo. E l’esperienza insegna che gli accordi della ministra del 5% non sono cattivi, sono catastrofici.

Lorenzo Quadri

Losone, le perle del Tribunale amministrativo federale. Contro un pollaio si può ricorrere, contro un centro asilanti no

Il Tribunale amministrativo federale (TAF) ci regala un’altra perla giudiziaria. La decisione della Confederazione di creare un centro asilanti nell’ex Caserma di Losone, per la durata di tre anni, non sarebbe una decisione impugnabile.

Questa la sentenza emessa a seguito del ricorso del “Guastafeste” Giorgio Ghiringhelli.

Il motivo addotto dal TAF è che l’annuncio della Confederazione di voler trasformare l’ex caserma in centro asilanti non costituisce una decisione impugnabile.

Qui c’è davvero da restare col naso in mezzo alla faccia. Nel paese dei ricorsi, dove se ne fanno per qualsiasi cosa, un centro asilanti viene sottratto alle verifiche legali. Il vicino litigioso può ricorrere per un pollaio, ma i cittadini di una regione  non possono difendersi da un centro asilanti deciso dalla Confederazione con arroganza e contrario alla destinazione concordata per lo stabile (museo del territorio). Né bisogna credere che la promessa di creare un centro temporaneo per tre anni verrà mantenuta. Una volta in funzione la struttura, si troverà sempre una scusa per lasciarla aperta indefinitamente.

Né ci si possono fare particolari illusioni sulla tipologia dei richiedenti l’asilo che verranno ospitati a Losone. La kompagna Sommaruga ha infatti parlato di asilanti non problematici. Solo che questa promessa l’ha fatta a tutti. Ma anche i soggetti problematici dovranno venire sistemati da qualche parte. E sappiamo benissimo come costoro possano avere effetti deleteri sulla qualità di vita di intere regioni. E dove verranno messi i casi problematici? Per la serie, a pensar male si commette peccato ma ci si azzecca quasi sempre, c’è da sospettare che di sicuro il futuro centro di Losone non verrà graziato. A Berna non sembrano infatti rendersi conto che con il centro di Chiasso il Ticino in campo di richiedenti l’asilo ha già dato. E che, più in generale, non si può continuare a tirare la corda sempre con gli stessi. Vediamo bene cosa accade con la devastante libera circolazione e con lo smantellamento della piazza finanziaria che ci penalizzerà sempre più (vedi crollo de gettito fiscale di Lugano; e se Lugano ha problemi, questi si ripercuotono su tutto il Cantone). Non dimentichiamoci poi dei premi di cassa malati versati in esubero dai Ticinesi: se ci  va bene, vedremo indietro solo una fettina del maltolto. Il Ticino si trova a subire le conseguenze di decisioni prese a Berna.

Non è peraltro ancora chiaro cosa succederà con il traforo autostradale del San Gottardo: se quest’ultimo dovesse rimanere chiuso per tre anni a seguito dei noti lavori di risanamento al tunnel esistente, il danno all’economia del nostro Cantone sarebbe molto pesante.

Poiché di venire mazzuolati da una Confederazione che di federalista ha sempre meno i ticinesi  cominciano ad essere stufi, sarà bene che a Berna cambino atteggiamento, anche sul centro asilanti di Losone: le modalità con cui è stato gestito questo tema estremamente sensibile (in considerazione anche delle esperienze di Chiasso) dimostrano il consueto menefreghismo nonché l’atteggiamento alla SECO, quello del “non è vero che”: non è vero che i frontalieri soppiantano i residenti, non è vero che gli asilanti creano problemi, non è vero che…

La decisione del TAF è impugnabile al Tribunale federale.  Ghiringhelli deciderà se adire o no l’istanza superiore. Da parte nostra speriamo che lo faccia.

Lorenzo Quadri

Ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri: L’accordo lo dobbiamo disdire noi

Da un paio di settimane l’ex partitone ha acceso la fotocopiatrice Xerox, ripresentando iniziative sui ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri fotocopiate da quelle che la Lega inoltrava già 7 anni fa.

In sostanza la richiesta a Berna è quella di disdire il famigerato accordo del 1974. Un accordo sottoscritto quando l’Italia non aveva la possibilità di tassare i frontalieri, e quando sia la devastante libera circolazione delle persone che la guerra economica contro il segreto bancario svizzero erano ancora al di là da venire.

Da notare che l’accordo del 1974 non fu certo voluto dal Ticino. Lo volle il Consiglio federale per dare un contentino all’Italia: noi ti versiamo una fetta delle imposte dei frontalieri ma tu convivi col nostro segreto bancario. I benefici del trattato (riconoscimento del segreto bancario) andarono a tutta la Svizzera. Il prezzo, invece, lo pagò per intero il nostro Cantone. Al proposito deputati ticinesi chiesero una compensazione; il Consiglio federale si impegnò a provvedere. Salvo poi rimangiarsi clamorosamente la parola data e, da allora in poi, rispondere njet su tutta la linea ad ogni richiesta di rispettare gli impegni nei confronti del Ticino.

Nessuna ragione di esistere

Oggi le condizioni che giustificavano l’esistenza dell’accordo sui ristorni dei frontalieri non sono più date. Dopo 40 anni, nemmeno c’è da stupirsene più di tanto. Basti pensare che nel frattempo è crollato un mondo: è arrivata la devastante libera circolazione delle persone ed il segreto bancario elvetico è attaccato da ogni parte. La ministra del 5%, invece di tutelarlo, declama a gran voce la propria voglia matta di sbarazzarsene, per ottenere le lodi dell’UE  – che evidentemente le stanno ben più a cuore del futuro della Svizzera.

Quindi anche gli accordi sui ristorni non hanno più ragione di esistere. Ed infatti da anni ormai sono in corso trattative al proposito. Non è un mistero che l’unico, modesto vantaggio che il nostro Cantone potrebbe ricavare da accordi con la vicina Penisola sullo scambio di informazioni bancarie è una regolamentazione più favorevole dei ristorni fiscali dei frontalieri. Che è, parliamoci chiaro, una ben magra consolazione a fronte dell’ecatombe di posti di lavoro e di entrate fiscali che provocherebbe un accordo con la Penisola.

Squallidi motivi

Ebbene, anche la magra consolazione di un accordo sensato sui ristorni delle imposte alla fonte si sta sciogliendo come neve al sole. L’Italia non vuole rivedere i trattati del 1974 per non penalizzare i frontalieri. Ciò malgrado questi ultimi siano, nel quadro attuale, sfacciatamente privilegiati  dal loro Paese rispetto agli italiani che lavorano in patria per quel che riguarda il prelievo fiscale. Una situazione che grida vendetta e che nessuno Stato potrebbe accettare (nessuno tranne uno, evidentemente); una disparità di trattamento scandalosa tra italiani che avviene col benestare del governo italiano. Il quale la tollera per un motivo molto semplice – e squallido. I frontalieri votano. La compagine politica che aumenterà le imposte dei frontalieri non riceverà dunque i loro voti. E quindi potrebbe perdere le elezioni. Così, per puro tornaconto elettorale, il governo italiano rinuncia ad incassare centinaia di milioni di imposte, di cui avrebbe bisogno come del pane. Ed infatti se i frontalieri venissero tassati come gli Italiani che lavorano in patria, come sarebbe giusto che accadesse, e se la Svizzera – quindi il Ticino – trattenesse per sé la quota parte equivalente alle imposte elvetiche, le entrate fiscali italiane lieviterebbero.

Se dunque si vuole che l’accordo sui ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri salti come è doveroso che accada, deve essere la Svizzera a disdirlo. Ma la ministra del 5% se la fa sotto al solo pensiero. Lasciandola fare, calerà le braghe anche con l’Italia distruggendo la piazza finanziaria ticinese e rinunciando ad ogni contropartita a vantaggio del Cantone. Ecco perché la battaglia per far saltare l’accordo del 1974 è tornata in auge di questi tempi.  A dimostrazione che la Lega, ancora una volta, aveva visto giusto. E prima degli altri.

Lorenzo Quadri

Ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri: L’accordo lo dobbiamo disdire noi

Da un paio di settimane l’ex partitone ha acceso la fotocopiatrice Xerox, ripresentando iniziative sui ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri fotocopiate da quelle che la Lega inoltrava già 7 anni fa.

In sostanza la richiesta a Berna è quella di disdire il famigerato accordo del 1974. Un accordo sottoscritto quando l’Italia non aveva la possibilità di tassare i frontalieri, e quando sia la devastante libera circolazione delle persone che la guerra economica contro il segreto bancario svizzero erano ancora al di là da venire.

Da notare che l’accordo del 1974 non fu certo voluto dal Ticino. Lo volle il Consiglio federale per dare un contentino all’Italia: noi ti versiamo una fetta delle imposte dei frontalieri ma tu convivi col nostro segreto bancario. I benefici del trattato (riconoscimento del segreto bancario) andarono a tutta la Svizzera. Il prezzo, invece, lo pagò per intero il nostro Cantone. Al proposito deputati ticinesi chiesero una compensazione; il Consiglio federale si impegnò a provvedere. Salvo poi rimangiarsi clamorosamente la parola data e, da allora in poi, rispondere njet su tutta la linea ad ogni richiesta di rispettare gli impegni nei confronti del Ticino.

Nessuna ragione di esistere

Oggi le condizioni che giustificavano l’esistenza dell’accordo sui ristorni dei frontalieri non sono più date. Dopo 40 anni, nemmeno c’è da stupirsene più di tanto. Basti pensare che nel frattempo è crollato un mondo: è arrivata la devastante libera circolazione delle persone ed il segreto bancario elvetico è attaccato da ogni parte. La ministra del 5%, invece di tutelarlo, declama a gran voce la propria voglia matta di sbarazzarsene, per ottenere le lodi dell’UE  – che evidentemente le stanno ben più a cuore del futuro della Svizzera.

Quindi anche gli accordi sui ristorni non hanno più ragione di esistere. Ed infatti da anni ormai sono in corso trattative al proposito. Non è un mistero che l’unico, modesto vantaggio che il nostro Cantone potrebbe ricavare da accordi con la vicina Penisola sullo scambio di informazioni bancarie è una regolamentazione più favorevole dei ristorni fiscali dei frontalieri. Che è, parliamoci chiaro, una ben magra consolazione a fronte dell’ecatombe di posti di lavoro e di entrate fiscali che provocherebbe un accordo con la Penisola.

Squallidi motivi

Ebbene, anche la magra consolazione di un accordo sensato sui ristorni delle imposte alla fonte si sta sciogliendo come neve al sole. L’Italia non vuole rivedere i trattati del 1974 per non penalizzare i frontalieri. Ciò malgrado questi ultimi siano, nel quadro attuale, sfacciatamente privilegiati  dal loro Paese rispetto agli italiani che lavorano in patria per quel che riguarda il prelievo fiscale. Una situazione che grida vendetta e che nessuno Stato potrebbe accettare (nessuno tranne uno, evidentemente); una disparità di trattamento scandalosa tra italiani che avviene col benestare del governo italiano. Il quale la tollera per un motivo molto semplice – e squallido. I frontalieri votano. La compagine politica che aumenterà le imposte dei frontalieri non riceverà dunque i loro voti. E quindi potrebbe perdere le elezioni. Così, per puro tornaconto elettorale, il governo italiano rinuncia ad incassare centinaia di milioni di imposte, di cui avrebbe bisogno come del pane. Ed infatti se i frontalieri venissero tassati come gli Italiani che lavorano in patria, come sarebbe giusto che accadesse, e se la Svizzera – quindi il Ticino – trattenesse per sé la quota parte equivalente alle imposte elvetiche, le entrate fiscali italiane lieviterebbero.

Se dunque si vuole che l’accordo sui ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri salti come è doveroso che accada, deve essere la Svizzera a disdirlo. Ma la ministra del 5% se la fa sotto al solo pensiero. Lasciandola fare, calerà le braghe anche con l’Italia distruggendo la piazza finanziaria ticinese e rinunciando ad ogni contropartita a vantaggio del Cantone. Ecco perché la battaglia per far saltare l’accordo del 1974 è tornata in auge di questi tempi.  A dimostrazione che la Lega, ancora una volta, aveva visto giusto. E prima degli altri.

Lorenzo Quadri

I cattivi perdenti non si capacitano del voto della scorsa domenica Bruxelles: i falliti fanno la voce grossa

Ma guarda un po’: i falliti dell’Unione europea, a seguito del voto sull’iniziativa “Contro l’immigrazione di massa”, hanno completamente perso la ragione. E così i loro manutengoli nostrani.

I tronfi burocrati di Bruxelles, che la democrazia nemmeno sanno dove stia di casa, sono andati in tilt davanti al popolo svizzero che osa mettere i bastoni tra le ruote al loro progetto di globalizzazione (e quindi di livellamento verso il basso) e di distruzione degli Stati nazionali e della sovranità popolare. La Svizzera non ci sta a fare da valvola di sfogo per la crisi occupazionale europea e nemmeno a continuare ad essere riserva di caccia per la delinquenza straniera e meta di immigrazione di massa nel nostro Stato sociale.

 

Nulla da minacciare

I falliti dell’Unione europea faranno bene a farsi una ragione del voto di domenica. Anche perché non hanno proprio nulla da minacciare. E ben lo si è visto in questi giorni.

Il blocco dei negoziati sull’elettricità è un bluff. A parte il fatto che i negoziati in questione sono iniziati nel 2007 su richiesta dell’UE e non certo della Svizzera, e questo a seguito di un mega blackout in Italia a causa di problemi su una linea elvetica. E’ dunque la Penisola a dipendere da noi. Le trattative si sono trascinate per un quinquennio e sono già ferme da un paio d’anni. All’UE isolare energeticamente la Svizzera non conviene proprio dal momento che il nostro paese consuma il 3% dell’elettricità europea, ma l’11% di tutti i flussi elettrici europei passa per le reti elvetiche. Quindi semmai siamo noi a staccare la spina agli eurobalivi se pensano di minacciarci. Al proposito l’articolo pubblicato nei giorni scorsi sulla Welt Online dice tutto già nel titolo: “senza la batteria alpina, i tedeschi rischiano il blackout”.

 

Petardo bagnato

La minaccia di escludere la Svizzera da “Orizzonte 2020”, ossia l’ottavo programma quadro europeo per la ricerca, è un altro petardo bagnato. Infatti in questi programmi la Svizzera butta dentro più soldi di quanto ne riceva. Dal settimo programma quadro, ad esempio, il nostro Paese ha ricavato 1,6 miliardi, ma ha contribuito con 2,4! Quindi il saldo è di 800 milioni, ma a vantaggio dell’Unione europea; non certo nostro.

Se poi alla SUPSI, i cui dirigenti vanno alla radio di sedicente servizio pubblico a dipingere scenari catastrofici a seguito dell’accettazione dell’iniziativa contro l’immigrazione di massa, non si potranno più assumere docenti ed assistenti frontalieri a go-go come accade ora a scapito dei residenti, non è di sicuro un dramma.

Aggiungiamo inoltre che, se va avanti di questo passo, ci mettiamo poco, ma veramente molto poco, a bloccare immediatamente il versamento di tutti i contributi di coesione ai falliti di Bruxelles.

 

Festival delle castronerie

Assolutamente intollerabile, per quanto prevedibile, l’atteggiamento della RSI, emittente di servizio pubblico pagata con il canone degli utenti. I kompagni giornalisti hanno pensato bene di usare i nostri soldi per creare un clima di terrore: uuuhhh! Gli svizzeri populisti e razzisti hanno osato dire basta alla devastante libera circolazione senza limiti voluta dai noi kompagni! Adesso si scatenerà l’apocalisse! Il ricorso all’ombudsman contro questa viscida forma di propaganda è garantito; e sia chiaro che non finisce qui.

Anche a livello nazionale non sono peraltro mancate le prese di posizione farneticanti di gente che ha PERSO ma non è in grado di farsene una ragione.

Il kompagno Levrat, presidente del partito $ocialista svizzero, ad esempio, dichiara bellamente che l’iniziativa “contro l’immigrazione di massa” andrebbe applicata solo nei cantoni dove il popolo l’ha approvata. O Levrat, ma ci sei o ci fai? Allora, perché la devastante libera circolazione delle persone non si applica solo ai Cantoni che l’hanno votata, tra cui notoriamente non figura il Ticino?

Esilarante poi la presa di posizione di un oscuro gran consigliere $ocialista basilese, tale Rudolf Rechtsteiner, il cui acume lo rende paragonabile ad una Lara Comi (la quale, almeno, può compensare con doti estetiche).  Secondo Rechtsteiner, i cittadini elvetici sarebbero tutti scemi, non avrebbero capito su cosa votavano e quindi la consultazione sull’iniziativa “contro l’immigrazione di massa” andrebbe rifatta. Tipico atteggiamento $ocialista: quando l’esito di una votazione non è quello auspicato, la si fa rifare. Per il resto, certi signori dovrebbero evitare di proiettare i propri problemi sugli altri. Ovvero: se il Rechtsteiner è solito votare senza capire cosa vota, questo non deve necessariamente valere per tutti i restanti cittadini elvetici!

La panoramica delle isteriche castronerie partorite da chi ha perso e non ha neppure la dignità di farsene una ragione potrebbe continuare. Prossimamente ne sentiremo ancora. Una cosa è certa: il popolo ha deciso e questa decisione va messa in atto senza se né ma. Checché ne dicano gli eurofalliti, i kompagni nostrani, la loro televisione di servizio (pagata però con i nostri soldi) e tutta la compagnia cantante.

Lorenzo Quadri

 

Ancora pregiudicati che hanno ottenuto permessi B: Spalancatori di frontiere, come la mettiamo?

Le conferme continuano a piovere. E tanto peggio per gli spalancatori di frontiere che per l’ennesima volta si trovano pubblicamente sbugiardati.

“Gli è che” è successo di nuovo: un pregiudicato per reati gravi commessi in Italia – non in Romania o in Bulgaria – viveva tranquillo e beato in Ticino, felice titolare di un permesso B. Questo malgrado in patria il signore fosse sospettato di legami con la criminalità organizzata e fosse pure più volte (sic!) evaso dal carcere. Mica bau-bau micio-micio.

Il caso è emerso a seguito delle indagini sulla truffa delle auto rubate al garage GTO di Canobbio, una vicenda che ha portato a vari arresti.

Quando dicevamo che il caso di Raffaele Sollecito, di recente condannato al processo d’appello bis a 25 anni di carcere per il delitto di Perugia, e ciononostante (ex) felice titolare di un permesso B, non era che la punta dell’iceberg, avevamo ragione. Del resto non servivano particolari doti paragnostiche per arrivarci.

 

Schengen: un fallimento

Gli accordi di Schengen sono dunque un fallimento su tutta la linea. Un vero e proprio bidone. Una catastrofe per la nostra sicurezza, gettata nel water perché “bisogna aprirsi all’UE”. Sì perché non solo ci siamo riempiti di delinquenti, ma di delinquenti pericolosi: un conto è truffare soldi ad una banca, altra cosa sono i legami con la criminalità organizzata e le evasioni plurime di prigione.

Sapendo benissimo cosa si rischiava, il Consiglio federale ha accettato l’imposizione degli eurobalivi secondo la quale i permessi di dimora vengono rilasciati senza alcun controllo sui precedenti penali del richiedente. Ci si basa infatti sull’autocertificazione da parte di quest’ultimo. Ma davvero qualcuno a Berna ha creduto che il delinquente straniero, richiesto di autocertificare se la propria fedina penale sia o meno immacolata, direbbe la verità? Qui c’è gente che crede di poter trattare criminali stranieri come se fossero degli onesti svizzerotti un po’ fessi e timorati dell’autorità! Ed ecco il risultato.

 

Protetti dai tribunali

La domanda, a cui nessuno è in grado di rispondere, è: per un caso come quello testè citato che viene a galla, quanti rimangono nascosti? Sia Sollecito, sia il colluso con la criminalità organizzata e plurievaso hanno commesso reati in Italia. In Italia, vivaddio, paese con cui confiniamo! Parliamo la stessa lingua! Se non c’è uno straccio di controllo affidabile sui cittadini italiani che richiedono un permesso B, immaginiamo su – tanto per un esempio – bulgari e rumeni!

Come se non bastasse a peggiorare la situazione ci si mette pure l’indecente garantismo dell’autorità giudiziaria. Di recente il Tram ha sentenziato che non si può ritirare il permesso B ad un truffatore UE. Ma questo è ancora il meno. Ci sono casi che fanno rizzare i capelli in testa. Ad esempio, uno di nostra conoscenza, e su cui abbiamo riferito a più riprese da queste colonne: ad un cittadino italiano, condannato a svariati anni di galera in Italia dove risulta latitante, perché se vi mette piede viene arrestato, non si può rifiutare il rinnovo del permesso G!

Oltretutto: anche i paracarri sanno che i frontalieri sono tenuti a rientrare al domicilio almeno una volta a settimana, qui invece non è manifestamente possibile perché per il bravo frontaliere pregiudicato, rientro in patria vuol dire arresto! Ma le nostre autorità giudiziarie ancora lo tutelano!

 

Non parte nessuno

Il quadro, dunque, è sufficientemente chiaro. Lo è in modo desolante. Grazie alla devastante libera circolazione delle persone in Svizzera entra di tutto. Non solo clandestinamente, ma anche con tanto di permessi. Perché non sono più possibili, se non in casi eccezionali, le verifiche più ovvie. Quelle che anche il Burundi farebbe; mentre gli svizzerotti fessi accettano di rinunciarvi.

Nel nostro Paese entra di tutto però non si rimanda a casa nessuno o quasi. Perché puntualmente arriva l’autorità giudiziaria ipergarantista a decretare il njet. Avanti così…

Lorenzo Quadri

 

Ancora pregiudicati che hanno ottenuto permessi B: Spalancatori di frontiere, come la mettiamo?

Le conferme continuano a piovere. E tanto peggio per gli spalancatori di frontiere che per l’ennesima volta si trovano pubblicamente sbugiardati.

“Gli è che” è successo di nuovo: un pregiudicato per reati gravi commessi in Italia – non in Romania o in Bulgaria – viveva tranquillo e beato in Ticino, felice titolare di un permesso B. Questo malgrado in patria il signore fosse sospettato di legami con la criminalità organizzata e fosse pure più volte (sic!) evaso dal carcere. Mica bau-bau micio-micio.

Il caso è emerso a seguito delle indagini sulla truffa delle auto rubate al garage GTO di Canobbio, una vicenda che ha portato a vari arresti.

Quando dicevamo che il caso di Raffaele Sollecito, di recente condannato al processo d’appello bis a 25 anni di carcere per il delitto di Perugia, e ciononostante (ex) felice titolare di un permesso B, non era che la punta dell’iceberg, avevamo ragione. Del resto non servivano particolari doti paragnostiche per arrivarci.

 

Schengen: un fallimento

Gli accordi di Schengen sono dunque un fallimento su tutta la linea. Un vero e proprio bidone. Una catastrofe per la nostra sicurezza, gettata nel water perché “bisogna aprirsi all’UE”. Sì perché non solo ci siamo riempiti di delinquenti, ma di delinquenti pericolosi: un conto è truffare soldi ad una banca, altra cosa sono i legami con la criminalità organizzata e le evasioni plurime di prigione.

Sapendo benissimo cosa si rischiava, il Consiglio federale ha accettato l’imposizione degli eurobalivi secondo la quale i permessi di dimora vengono rilasciati senza alcun controllo sui precedenti penali del richiedente. Ci si basa infatti sull’autocertificazione da parte di quest’ultimo. Ma davvero qualcuno a Berna ha creduto che il delinquente straniero, richiesto di autocertificare se la propria fedina penale sia o meno immacolata, direbbe la verità? Qui c’è gente che crede di poter trattare criminali stranieri come se fossero degli onesti svizzerotti un po’ fessi e timorati dell’autorità! Ed ecco il risultato.

 

Protetti dai tribunali

La domanda, a cui nessuno è in grado di rispondere, è: per un caso come quello testè citato che viene a galla, quanti rimangono nascosti? Sia Sollecito, sia il colluso con la criminalità organizzata e plurievaso hanno commesso reati in Italia. In Italia, vivaddio, paese con cui confiniamo! Parliamo la stessa lingua! Se non c’è uno straccio di controllo affidabile sui cittadini italiani che richiedono un permesso B, immaginiamo su – tanto per un esempio – bulgari e rumeni!

Come se non bastasse a peggiorare la situazione ci si mette pure l’indecente garantismo dell’autorità giudiziaria. Di recente il Tram ha sentenziato che non si può ritirare il permesso B ad un truffatore UE. Ma questo è ancora il meno. Ci sono casi che fanno rizzare i capelli in testa. Ad esempio, uno di nostra conoscenza, e su cui abbiamo riferito a più riprese da queste colonne: ad un cittadino italiano, condannato a svariati anni di galera in Italia dove risulta latitante, perché se vi mette piede viene arrestato, non si può rifiutare il rinnovo del permesso G!

Oltretutto: anche i paracarri sanno che i frontalieri sono tenuti a rientrare al domicilio almeno una volta a settimana, qui invece non è manifestamente possibile perché per il bravo frontaliere pregiudicato, rientro in patria vuol dire arresto! Ma le nostre autorità giudiziarie ancora lo tutelano!

 

Non parte nessuno

Il quadro, dunque, è sufficientemente chiaro. Lo è in modo desolante. Grazie alla devastante libera circolazione delle persone in Svizzera entra di tutto. Non solo clandestinamente, ma anche con tanto di permessi. Perché non sono più possibili, se non in casi eccezionali, le verifiche più ovvie. Quelle che anche il Burundi farebbe; mentre gli svizzerotti fessi accettano di rinunciarvi.

Nel nostro Paese entra di tutto però non si rimanda a casa nessuno o quasi. Perché puntualmente arriva l’autorità giudiziaria ipergarantista a decretare il njet. Avanti così…

Lorenzo Quadri

 

Iniziativa “contro l’immigrazione di massa”: risultato trionfale: Una pagina di storia

Consiglio federale e maggioranza del Consiglio di Stato ticinese clamorosamente sconfessati dalla popolazione; e dimostrazione che partiti $torici, padronato, sindacati e compagnia cantante non rappresentano più nessuno. Quanto agli eurobalivi falliti: altro che “minacciare” e “mettere sotto pressione” la Svizzera; costoro possono solo prendere atto del risultato della votazione e tacere. Se gli eurobalivi sono privi di qualsiasi legittimazione democratica, in Svizzera il popolo è ancora sovrano. Alla faccia di Bruxelles

Nessuno avrebbe osato sperarci fino al giorno prima; in effetti nemmeno fino al giorno stesso. Eppure è accaduto: la maggioranza del popolo e dei Cantoni ha accettato l’iniziativa popolare “contro l’immigrazione di massa”. I cittadini elvetici vogliono tornare ad avere il controllo dell’immigrazione. Uno schiaffo all’arroganza degli eurobalivi falliti ed uno schiaffo all’arrendevolezza di un Consiglio federale con le braghe perennemente abbassate. I quali eurobalivi, non eletti da nessuno, possono solo tacere: purtroppo per loro, in Svizzera esiste ancora la sovranità popolare, e faranno bene a prenderne atto e a farsene una ragione. Altro che minacciarci! Non ci facciamo minacciare da nessuno; men che meno da loro.

A proposito: che nessun Consigliere federale o ambasciatore si sogni di andare a “scusarsi” con Bruxelles per il voto popolare, perché lo rimandiamo a casa a calci là dove non batte il sole.

Il Sì che ha vinto a livello nazionale, in Ticino  ha asfaltato, raggiungendo quasi il 70 per cento: per motivi ben noti. Chi ancora crede di poter delegittimare battaglie indispensabili al futuro del paese con il trito e patetico ritornello del populismo e del razzismo, se ne faccia una ragione: il trucchetto non funziona più.

Il “revival” del 6.12.1992

Come 21 anni fa, nel dicembre 1992, anche la scorsa domenica il risultato ticinese ha fatto la differenza.

 Se il risultato ticinese è sorprendente per la sua ampiezza, quello a livello federale lo è nella sostanza. Anche Cantoni che non hanno problemi di frontalierato, che non vivono lo scandalo degli svizzeri discriminati in casa propria (o almeno non nelle proporzioni in cui lo viviamo noi)  hanno sostenuto l’iniziativa. A dimostrazione che la scriteriata politica delle frontiere spalancate, mirata a distruggere la Svizzera, ha esasperato su più fronti.  Ad esempio quello della sicurezza: la criminalità straniera è esplosa, basti pensare che nel 1984 il 30% dei condannati in Svizzera era straniero. Oggi, a 30 anni di distanza, la percentuale è raddoppiata al 60%. Basti pensare che l’80% dei detenuti al penitenziario della Stampa non è cittadino elvetico.

Ad esempio l’identità: il Consiglio federale aveva promesso, mentendo, che con la libera circolazione delle persone si sarebbero trasferiti in Svizzera al massimo 10mila cittadini UE all’anno, invece ne arrivano 80mila. Che causano anche problemi sul mercato dell’alloggio.

Ad esempio la viabilità. I 60mila frontalieri e le decine di migliaia di padroncini che entrano in Ticino tutti i giorni, uno per macchina, non sono una fantasia; tant’è che il Consigliere di Stato Zali ha annunciato provvedimenti, proprio all’indomani del voto. E via elencando.

Clamorosamente sconfessati

Il Consiglio federale è stato clamorosamente sconfessato dai cittadini. Non gli resta che prenderne atto e mettere in pratica la volontà popolare. Non si tollererà nessuna “melina”. Davanti al 70% dei ticinesi che ha voluto urlare il proprio  “basta” alla devastante libera circolazione illimitata, i 7 scienziati si spera siano consapevoli che, se cercano di fare i furbetti (?) per inginocchiarsi ancora una volta ai falliti UE – quelli che credono di poterci minacciare e ricattare malgrado siano in bancarotta – in Ticino la gente scenderà in piazza; e non ce ne sarà più per nessuno. Stesso discorso se qualcuno a Berna – ad esempio gli inquisiti della SECO o l’evasore fiscale Schneider Ammann – pensa di poter andare avanti a suon di “non è vero che…”.

Ma lo stesso monito vale, a maggior ragione, per il Consiglio di Stato. Ricordiamo infatti che tre consiglieri di Stato su cinque, ossia Beltraminelli, Sadis e Bertoli erano contrari all’iniziativa “contro l’immigrazione di massa”. La maggioranza del Consiglio di Stato è stata per l’ennesima volta clamorosamente sconfessata dai cittadini; e non certo su un tema di poca importanza. Non permetteremo che questi signori e signora facciano finta di non essersene accorti. Non permetteremo che vadano avanti tranquillamente a fare le stesse cose che facevano – o piuttosto: che non facevano – prima della scorsa domenica, come se “niente fudesse”. In effetti, ce ne sarebbe più che abbastanza perché questi Consiglieri di Stato andassero a casa. E’ chiaro, dunque, che il cambiamento di marcia deve essere radicale e rapido. E’ finito il tempo dei cavilli, delle valutazioni da farmacista, del ritornello del “sa pò mia” in risposta ad ogni richiesta di intervento a tutela del Ticino. “Sa pò mia”? Ma scherziamo? Non solo si può; si deve.

Per la Lega ed il Mattino, il risultato di domenica scorsa – al cui cospetto chi è stato asfaltato dalle urne può solo cospargersi il capo di cenere e tacere – è il coronamento di 20 anni di battaglie.

Nella giornata trionfale di domenica c’era tuttavia una nota triste: l’assenza del Nano. Quella del 9 febbraio sarebbe stata la sua vittoria: noi gliela dedichiamo.

Lorenzo Quadri