Alla faccia dei politikamente korretti, i casi si moltiplicano: Stranieri cha abusano del sociale

Ma guarda un po’: ecco che emerge un  nuovo “simpatico” (si fa per dire) caso di abuso di prestazioni di disoccupazione da parte di uno straniero; nel caso concreto di uno spagnolo residente nel Locarnese. In sostanza l’uomo ha intascato una rendita di 7000 Fr fingendo di essere stato licenziato dall’azienda per cui lavorava. Invece il titolare dell’azienda, nascosto sotto dei prestanome, era lui.

Un caso isolato? C’è da dubitarne. Abbiamo infatti appreso una simpatica storiella analoga, protagonista un cittadino italiano che ha staccato un permesso B per lavorare presso una società di cui lui figurava quale salariato, mentre in realtà ne era il titolare. Nel  giro di un paio di mesi l’uomo ha fatto figurare di essere stato licenziato: avendo potuto dimostrare (?) di aver lavorato nell’UE per un periodo sufficiente ad aprire un termine quadro in Svizzera, il signore (che ovviamente aveva fatto i suoi calcoli) ha potuto staccare cospicue indennità di disoccupazione. Senza aver mai versato contributi. “Miracolo” reso possibile dagli svizzerotti fessi!

Non solo: per arrotondare – visto che la congrua rendita che riscuoteva in modo del tutto immeritato, attingendo ai soldi della disoccupazione, ancora non bastava per garantire al “nostro”  il tenore di vita da nababbo che voleva concedersi sempre alle spalle degli svizzerotti fessi – l’onesto immigrato ha pensato bene di mettersi a svolgere qualche lavoro in nero; naturalmente solo di tanto in tanto e senza stancarsi troppo. In questo modo, però, sarebbe riuscito ad accumulare un’entrata mensile di circa 10mila Fr! Ah, però!

Soldi in tasca

Casi come questi dimostrano la necessità, giustamente fatta propria dall’iniziativa d’attuazione che il Consiglio nazionale la scorsa settimana ha ripreso parzialmente tramite controprogetto indiretto, di espellere automaticamente non solo gli stranieri che commettono reati gravi, ma anche quelli che abusano dello stato sociale.

Una rapina ed uno stupro sono, va da sé, fatti penalmente più gravi di una truffa ai danni delle assicurazioni sociali. Perturbano maggiormente l’ordine pubblico. Ma l’abuso del nostro Stato sociale, finanziato dai contribuenti, non è una bagatella e non è scusabile. Onesti cittadini svizzeri lavorano tutto il giorno eppure tirano la cinghia. Magari si vedono negare un sussidio di poche centinaia di Fr perché “lo Stato deve risparmiare”. Ma intanto nelle tasche di approfittatori stranieri finiscono fiumi di soldi del contribuente.

 

Kompagni allo sbaraglio

Eppure questi approfittatori vengono difesi a spada tratta dai kompagni i quali non ne vogliono sapere di espellerli: buttare fuori dalla Svizzera questi figuri, secondo un illuminato konsigliere nazionale $ocialista, sarebbe “il fondo dell’infamia”. Il fondo dell’infamia è semmai sentire pronunciare simili fregnacce da un parlamentare federale.

Per decenni ci siamo ritrovati, grazie ai politikamente korretti, con una politica migratoria a dir poco masochista: entra chiunque, ma non si riesce a mandar via nessuno, o quasi. Adesso la musica deve cambiare. Del resto è già cambiata nella stessa Unione europea. Vedi le sette condizioni poste da Cameron agli eurofalliti per la permanenza della Gran Bretagna nell’UE, tra cui spicca il freno all’immigrazione di massa. Vedi il Belgio, che – pur essendo Stato membro della disunione – gli stranieri in assistenza mica se li tiene: li rimanda a casa loro.

 

Disdire la CEDU?

Nel dibattito in Consiglio nazionale sull’espulsione degli stranieri che commettono reati o che abusano dello Stato sociale qualcuno ha lanciato l’invito, inteso come boutade, a disdire anche l’adesione della Svizzera alla Convenzione europea dei diritti dell’Uomo (CEDU).

A mente di chi l’ha lanciata si tratterebbe di una provocazione inaudita. Invece noi diciamo: perché no? I diritti dei cittadini in Svizzera sono già garantiti dalla Costituzione federale (e da quelle cantonali). La CEDU serve semmai da pretesto a giudici di $inistra per non espellere delinquenti stranieri. Quindi la sua disdetta non è tabù.

Lorenzo Quadri

La rapina sui premi di cassa malati pagati in eccesso lo dimostra: Bisogna cambiare sistema

200 Fr a testa all’anno spalmati su tre anni. Questo il “maxi” risarcimento cui avranno diritto i ticinesi dopo 18 anni di premi di cassa malati pagati in eccesso. E l’andazzo prosegue tuttora, poiché neppure i premi del 2014 sono composti in modo equo. Del resto l’attuale sistema dell’assicurazione malattia è all’insegna dell’opacità. Opacità nella composizione dei premi, opacità nella formazione delle riserve, opacità nella contabilità.

200 Fr su tre anni fanno più o meno l’equivalente di un caffè al mese in centro. Una vera presa in giro che però a Berna viene venduta come “soluzione di compromesso”. Ora, compromessi del genere non se ne sono mai visti. Se chiunque di noi va in un negozio per compare, ad esempio, un televisore da 450 Fr, lo deve pagare a prezzo pieno; e se propone al venditore, come soluzione di compromesso, di pagare 68 Fr invece di 450, viene buttato fuori a calci.

Invece è proprio questo il “compromesso” che è stato propinato ai ticinesi: 68 milioni invece di 450. Si abbia almeno il coraggio di  chiamare le cose col loro nome: nel caso concreto furto legalizzato.

Cerotti inefficaci

Questo triste epilogo non fa che fornire la prova che nel sistema attuale gli assicurati continueranno a venire infinocchiati dai cassamalatari. E’ già successo varie volte. Ciò accade perché le lobby degli assicuratori sono abbastanza forti per impedire un reale controllo sul loro operato. Del resto dal 1996, data d’entrata in vigore della LAMal, ad oggi, si è tentato a più riprese di raddrizzare la situazione con modifiche legislative. Ma  tutti i provvedimenti si sono dimostrati cerotti sulla gamba di legno. E i premi di cassa malati da allora sono più che raddoppiati. Non si è mai visto un sistema di libera concorrenza funzionante che porta a simili risultati.

Situazioni poco edificanti

Vale poi la pena citare un paio di situazioni poco edificanti. Ricordiamo ad esempio che nel 2012, col nuovo sistema di finanziamento dei letti privati, gli assicuratori malattia si sono scaricati di costi importanti, per un’ottantina di milioni di Fr all’anno, che sono finiti sul groppone dei contribuenti. Ma i premi di cassa malati non sono diminuiti. Eppure prima dell’entrata in vigore del cambiamento, si era sotto le elezioni cantonali, tutti assicuravano che il cittadino non avrebbe pagato due volte (con le imposte e con i premi di cassa malati) quel che in precedenza pagava solo con i premi. Invece è successo proprio questo.

Adesso con la nuova pianificazione ospedaliera e le cure post-acute, si prospetta la stessa situazione. Gli assicuratori malattia vengono sgravati di costi, che peseranno sull’ente pubblico e sui cittadini. Ma non per questo pagheremo premi meno cari.

Cassa unica

E allora davanti a tutti questi esempi (e ce ne sarebbero altri) che dimostrano come nella situazione attuale l’arbitrio regni sovrano, si può arrivare solo ad una conclusione: ossia che bisogna cambiare sistema, passando alla cassa malati unica per l’assicurazione di basa. Ciò che permetterà di avere un controllo non solo contabile, ma anche democratico sui premi. Al momento mancano entrambi; ed i risultati si vedono.

Non si tratterebbe, come sostengono i fautori del sistema attuale, di una statalizzazione della medicina. Infatti medici, operatori e strutture sanitarie continueranno ad operare come ora. Sarà solo la gestione dei premi di cassa malati dell’assicurazione di base a cambiare.

A cambiare organizzandosi non già su modelli mutuati dalla Russia stalinista, come vorrebbe far credere qualcuno, bensì su sistemi che in Svizzera già esistono e funzionano. Pensiamo alla SUVA, l’AVS o la disoccupazione.

Lorenzo Quadri

Disdetta della convenzione sui ristorni dei frontalieri: La Lega aveva ragione

L’ex partitone tenta di saltare sul carro, in plateale contraddizione con la sua Consigliera di Stato

Nuova smentita per la ministra del 5%, la quale sostiene che non si potrebbe disdire la convenzione con l’Italia sulla tassazione dei frontalieri senza far decadere automaticamente anche l’accordo sulla doppia imposizione.

 Già il delegato alle relazioni esterne delle associazioni economiche Michele Rossi, intervistato dal GdP, aveva smentito la tesi di Widmer Schlumpf. Adesso una seconda smentita viene dal Centro delle competenze tributarie della SUPSI.

Insomma, la Svizzera può  denunciare unilateralmente la vetusta convenzione del 1974 (ormai destituita da qualsiasi fondamento essendo decaduti i presupposti su cui si basava) senza che ciò porti alla decadenza dell’accordo di doppia imposizione. Tra l’altro i due trattati sono stati conclusi in tempi diversi. A maggior ragione se si pensa che l’Italia non ha alcun interesse alla decadenza di detto accordo. Inoltre nel 1984 il trattato sulla fiscalità dei frontalieri venne già modificato indipendentemente; a dimostrazione di come non esistano dei legami a filo doppio tra questo accordo ed altri.

Fumogeni

Ma naturalmente la ministra del 5%, che la convenzione sui ristorni dei frontalieri nemmeno sa cosa sia, insiste nella sua posizione da leguleia contraria alla disdetta unilaterale. In questo è appoggiata, è bene ricordarlo, dalla direttrice del DFE Laura Sadis.

Mentre infatti l’ex partitone un giorno sì e l’altro pure, festivi compresi, infescia le redazioni con comunicati stampa in cui insiste sul fatto che gli accordi sulla fiscalità dei frontalieri vanno disdetti, la sua Consigliera di Stato sostiene (sulla linea della ministra del 5%) la posizione contraria. E’ inoltre chiaro che l’attivismo mediatico dell’ex partitone serve a creare fumogeni nel tentativo di far dimenticare all’opinione pubblica che il comitato PLR si è espresso all’unanimità contro l’iniziativa “contro l’immigrazione di massa”, venendo asfaltato dai ticinesi.

Firme compulsive

Quindi la vetusta convenzione del 1974 può essere disdetta dalla Svizzera senza che ciò abbia conseguenze su altri trattati. Se la disdetta non avviene, è perché manca la volontà a livello federale. Come detto, la Consigliera federale non eletta Widmer Schlumpf – in carica contro la volontà popolare con i voti della $inistra e degli uregiatti – è contraria.

Lo è da un lato perché lei i trattati internazionali di certo non li disdice, ma semmai li sottoscrive in modo ormai compulsivo: vedi il Diktat FATCA, spacciato per indispensabile, così indispensabile che ormai non se ne sente più parlare… dall’altro perché la ministra delle finanze grigionese Janom Steiner, esponente dello stesso partitino della ministra del 5%, è contraria per motivi misteriosi. Da notare che la “tesoriera” grigionese deve la sua cadrega a Coira alla partenza per Berna della catastrofica Widmer Schlumpf. Ma del resto nei Grigioni i frontalieri sono il 5% dei lavoratori, per cui non rappresentano di certo un tema politico di particolare rilevanza.

E’ chiaro, dunque, che se si vuole che la Confederazione prenda sul serio le richieste ticinesi di disdire l’accordo sui ristorni dei frontalieri, occorre bloccare i ristorni. Ma, ancora una volta, la ministra del PLR è contraria.

Proposte Xerox

Soprattutto una cosa va sottolineata visto che in questo Cantone la memoria è molto corta: la prima forza politica a chiedere la disdetta dell’accordo sui frontalieri è stata la Lega dei Ticinesi. I primi atti parlamentari  del nostro Movimento su questo tema datano dell’ormai lontano 2007. Ma per l’ex partitone, come pure per gli altri partiti $torici, erano tutte balle populiste. Adesso l’ex partitone non solo ha fotocopiato la proposta leghista dopo aver passato anni a denigrarla, ma la reitera, come detto, in modo ossessivo.

Come sulla libera circolazione delle persone, anche sui ristorni dei frontalieri (ma pure su numerosi altri temi) la Lega aveva ragione. Mentre l’ex partitone è stato asfaltato. Tanto per rimettere la chiesa al centro del villaggio…

Lorenzo Quadri

CN Lega

Ennesimo “bel regalo” di Via Sicura

Fari accesi anche sotto il sole a picco: cominciano a fioccare le multe

Ennesimo “bel regalo” di Via Sicura

L’ente pubblico fa cassetta a spese degli automobilisti – ma se c’è qualcuno che non può lamentarsi, sono proprio i frontalieri (che invece protestano sulla stampa comasca)

 

Ma guarda un po’. Cominciamo a fioccare le multe agli automobilisti rei di aver disatteso il nuovo obbligo: quello di circolare con i fari accesi in pieno giorno anche sotto il sole a picco, quando nemmeno ci si accorge se i fari sono accesi o spenti. Si tratta di una prescrizione ridicola, che ben poco ha a che vedere con la sicurezza, ma molto con la volontà di fare cassetta.

L’Austria infatti disponeva di una norma simile che però ha pensato bene di eliminare dopo qualche anno. Gli svizzerotti, come di consueto, arrivano a fare le cose che altri hanno già abbandonato. Esempio classico: il Consiglio federale vuole l’adesione della Svizzera alla fallita Unione europea quando il premier britannico Cameron ha dichiarato chiaramente di volerne uscire, dettando le famose sette condizioni.

La sicurezza non c’entra

Prescrizione inutile dal profilo della sicurezza, dunque, quella dei fari accesi di giorno; ma in cambio redditizia per rimpolpare le casse pubbliche. E per rimpolparle a spese sempre dei soliti noti. Ossia gli automobilisti, che già tengono in piedi non solo la strada, ma anche la ferrovia (non risulta invece che nei prezzi degli abbonamenti e dei biglietti ferroviari sia prevista una quota per finanziare la strada).

Gli automobilisti vengono chiamati a contribuire al risanamento dei conti pubblici non solo tramite imposte, ma anche con le contravvenzioni. Non è infatti un mistero che a Lugano, in funzione-cassetta, a Preventivo sono stati aggiunti 500mila Fr in più, proprio alla voce multe. E misteriosamente ai semafori sono comparsi due apparecchi multafot che non solo multano chi “brucia” il rosso, ma anche gli eccessi di velocità. E naturalmente l’intervento viene giustificato con motivi di sicurezza, come no… un po’ come quei banchieri che spostano il domicilio a Londra per “motivi kulturali” (e non certo fiscali, ma quando mai…).

 

Via Sicura

L’obbligo di tenere accesi i fari anche sotto il sole a picco è l’ennesimo “regalo” del programma via Sicura, voluto dai ro$$o-verdi e dai politikamente korretti con il pretesto della sicurezza, ma in realtà per mazzuolare e mungere gli automobilisti. Ed infatti – e qui casca l’asino – gli stessi che, in nome della sicurezza, hanno imposto prescrizioni ridicole come i fari accesi sotto il sole a picco, si oppongono al tunnel di risanamento del traforo autostradale del Gottardo e dunque vogliono mantenere una galleria bidirezionale di 17 km, contraria a tutte le prescrizioni di sicurezza nazionali ed internazionali, di fatto una vera trappola mortale. Dunque anche la sicurezza, per costoro, è un concetto a senso unico: proprio come la morale.

Il programma Via Sicura, è il caso di ricordarlo, è quel conglomerato di bislacche norme della circolazione che fa sì che un eccesso di velocità senza alcuna conseguenza pratica venga punito come una rapina.

 

Frontalieri: zitti e mosca

Detto dell’insulsaggine e dell’inutilità dei fari accesi di giorno, che servono solo allo Stato per fare cassetta e e per bastonare gli automobilisti (che vanno criminalizzati di principio perché così impone il politikamente korretto) vale la pena spendere un paio di parole sui frontalieri comaschi multati per fari spenti che si lamentano (notizia data dal portale Tio nei giorni scorsi), e che hanno scritto ai giornali lamentando che la Svizzera non avrebbe fatto una sufficiente campagna cartellonistica ( i cartelloni ci sono, ma sparpagliati), naturalmente pagata dagli svizzerotti (quelli cui i frontalieri portano via il lavoro) a beneficio di chi arriva da oltreconfine.

Se c’è qualcuno che non ha proprio nulla di cui lamentarsi sono proprio i frontalieri. Che tra l’altro ancora non pagano l’ecotassa proposta dalla Lega. A parte che in Italia l’obbligo di tenere i fari accesi in autostrada esiste da anni; sta ai frontalieri informarsi sulle leggi in vigore in Svizzera. Se non lo fanno, il problema è loro. Con un simile atteggiamento, dimostrano di venire in Svizzera solo per prendere lo stipendio. Di tutto il resto non gliene frega un tubo: perché a molti, sotto sotto, la Svizzera fa pure un po’ schifo. E quindi fanno in modo di portarsi anche la “schiscetta” da casa: per non lasciare in Ticino nemmeno qualche franco per un panino. Quindi, pagare la multa e tacere.

Lorenzo Quadri

Francia, il trionfo del Front National assesta l’ennesima mazzata all’UE. Eurofalliti al capolinea

E anche l’atteggiamento nei confronti della Svizzera è destinato a cambiare dopo le elezioni europee di maggio

Il Front National di Marine LePen, partito antieuropeista e nazionalista, ha sbancato alle elezioni amministrative francesi. Questo risultato è positivo per la Svizzera: costituisce un antipasto dell’esito delle elezioni europee di maggio. E non solo in Francia. Proprio nell’europarlamento, dunque, si moltiplicheranno le voci di chi non ne vuole più sapere dei balivi di Bruxelles. Burocrati non eletti da nessuno, ma che ciononostante pretendono di imporre le proprie visioni, ideologiche e/o interessate, ma sempre avulse dalla realtà e devastanti per i cittadini.

Il rafforzamento, nel legislativo comunitario, del fronte dei movimenti nazionalisti significa che anche l’atteggiamento nei confronti del voto svizzero sull’iniziativa “contro l’immigrazione di massa” è destinato a cambiare. Nota bene: per noi “nazionalista” è un complimento; non certo un insulto come  vorrebbero far credere i ro$$i che per decenni hanno fatto il lavaggio del cervello alla popolazione autoattribuendosi, senza averne alcun titolo, il monopolio sulla morale e sulla cultura.

“Il popolo non deve poter votare”

La stessa LePen ha dichiarato che, se in Francia la gente avesse potuto votare sull’iniziativa “contro l’immigrazione di massa”, l’avrebbe approvata con il 60% dei consensi. E’ proprio questa la squallida realtà degli eurofalliti: hanno potuto fare i propri porci comodi perché negli Stati UE la gente non può votare sulle questioni fondamentali.

 Al proposito la dichiarazione di un esponente della CDU tedesca la dice tutta: “su certi temi i cittadini non dovrebbero nemmeno potersi esprimere. Un’affermazione che (ma tu guarda i casi della vita) fa il paio con la dichiarazione della kompagna consigliera nazionale socialista – oltretutto naturalizzata – secondo cui “il popolo non comanda”. Ricordiamo che il programma del P$$ prevede l’adesione della Svizzera all’UE. Una volontà che il partito ha ribadito la scorsa settimana.

Capita l’antifona? Siamo alla dittatura dei burocrati mezzemaniche! Questa è l’Unione europea davanti alla quale un Consiglio federale debolissimo si genuflette ad ogni “cip” con la stessa prontezza con cui i cani di Pavlov salivavano al suono della campanella.

L’UE perde pezzi

La musica, però, sta per cambiare, di fronte alla prova dei fatti. L’Unione europea, costruzione $inistroide, antistorica ed antidemocratica, dove una manica di burocrati non eletta da nessuno pretende di togliere ai popoli il diritto di decidere del proprio futuro, è manifestamente al capolinea.

Basta guardare quel che accade negli Stati Membri. Della Gran Bretagna abbiano già detto: Cameron ha posto agli eurofalliti sette condizioni per la permanenza del Regno Unito nell’UE, tra cui la possibilità di porre un freno all’immigrazione di massa.
La Spagna è stata ridotta in miseria dall’Unione europea e dall’Euro. Idem Portogallo e Grecia. Nei giorni scorsi gli indignados sono tornati a manifestare a Madrid contro le condizioni capestro imposte da Bruxelles, il bilancio è di 27 feriti e 17 arresti. Ma naturalmente alle nostre latitudini i media di regime, per lo più $inistrorsi e filoerupeisti, zitti e mosca…

In Francia un partito nazionalista e contrario all’UE si appresta a trionfare anche alle europee.
In Danimarca il partito euroscettico e contrario all’immigrazione scriteriata è diventato la prima forza politica. Eccetera eccetera.

 

Minato dall’interno

Ben si capisce dunque come le minacce contro la Svizzera per il voto del 9 febbraio siano solo dei diversivi, per tentare di distogliere l’attenzione dal fatto che il castello di carte comunitario va a rotoli. Gli eurofalliti fanno la voce grossa con il nostro paese perché il Consiglio federale, come pure i nostri ambasciatori – che vanno a scusarsi con Bruxelles per ogni  voto popolare elvetico non rispondente alle aspettative degli eurobalivi –  gli hanno fatto credere di poter venire a comandare in casa nostra. Sbraitano nell’illusione di mascherare il fallimento del progetto europeo, ormai minato dall’interno.

L’esito delle elezioni amministrative francesi è l’ennesimo duro colpo ad un’UE ormai alla frutta. Come abbiamo avuto modo più volte di ripetere su queste colonne: la Svizzera esiste da molto prima dell’Unione europea ed esisterà ancora dopo che l’aborto comunitario sarà stato consegnato all’oblio.

Lorenzo Quadri

Ma guarda un po’: siamo forse gli unici a non poterlo fare? La Germania limita l’immigrazione!

Ma guarda un po’ questi tedeschi! La Cancelliera Angela Merkel ha detto subito dopo il voto del 9 febbraio che “la volontà dei cittadini va rispettata”. Per contro,  alcuni esponenti del suo governo si sono permessi di lanciarsi in strali e minacce contro la Svizzera. Secondo costoro, infatti, il popolo su certi temi non deve nemmeno poter votare. Non deve poter votare perché i cittadini, che non sono ciechi, sanno benissimo che la fallimentare Unione europea ha portato solo miseria ed insicurezza, mettendo in ginocchio nazioni come la Grecia, la Spagna, il Portogallo, la new entry Croazia…

 

Allarme delle città

Peccato però che adesso siano proprio i tedeschi – peraltro in buona compagnia: vedi Francia, Gran Bretagna, Belgio,… – a lanciare proposte per limitare l’immigrazione. Di più: nei giorni scorsi è stata resa nota l’intenzione di Berlino di mettere un freno ai migranti dell’UE. Varie città germaniche, da Francoforte a Monaco, da Duisburg ad Amburgo, hanno infatti lanciato l’allarme per l’invasione da parte di immigrati nello Stato sociale in arrivo dai nuovi paesi membri UE, segnatamente Bulgaria e Romania.  Per la serie, ma chi l’avrebbe mai detto!

Quindi la Germania mira a limitare l’immigrazione di massa. Un concetto che ci suona familiare.

In particolare, il governo Merkel ha lanciato la proposta di, udite udite, limitare la possibilità di tornare in Germania a quelle persone straniere che sono state beccate ad abusare dello Stato sociale tedesco.

Ohibò: girala e pirlala, a noi pare proprio che si stia parlando nientemeno che di una variante dell’espulsione degli stranieri che abusano nel sociale! Esatto: proprio quell’iniziativa, votata dal popolo nel novembre 2010 ma non ancora concretizzata (vergogna!) che provocato tanti mal di pancia. Ne ha provocati in patria agli europeisti con i piedi al caldo (vedi la consigliera nazionale $ocialista, naturalizzata svizzera, che ha dichiarato: “il popolo non comanda”) e ne ha provocati all’estero agli eurofalliti che credono di poter usare la Svizzera come valvola di sfogo per la loro disastrosa situazione occupazionale; naturalmente il prezzo lo pagano gli svizzerotti!

Loro possono e noi no?

Forse però che, dopo tanto starnazzare contro la Svizzera per il voto del 9 febbraio e per l’iniziativa “contro l’immigrazione di massa”  a Bruxelles gli eurofalliti hanno fatto un plissé davanti alla proposta tedesca? No di certo! La Germania può permettersi di limitare l’immigrazione di massa, malgrado sia (ovviamente) Stato membro UE.

Invece la Svizzera, che, grazie alla lungimiranza dei suoi cittadini, non ha mani voluto entrare nella Disunione, va presa a pesci in faccia!

Sicché, per Bruxelles, la Germania potrebbe limitare l’immigrazione e gli svizzerotti invece no? O bella, e perché? Forse perché il Consiglio federale più vergognosamente debole che la storia ricordi ha fatto credere agli eurobalivi di poter comandare in casa nostra?

 Ma l’UE, completamente fallita, cade ormai a pezzi: per i suoi burocrati non eletti da nessuno, la pacchia è finita.

Lorenzo Quadri

Il kompagno Levrat pontifica a Lugano!

Davanti alla claque di sindacalisti rossi pagati per presenziare quando parla

 Che il presidente del partito $ocialista svizzero,  Christian Levrat, venga in Ticino a raccontare una sfracca di patetiche panzane dopo il voto del 9 febbraio, farà forse parte del gioco; ma che prenda anche i ticinesi per fessi, proprio non ci sta bene.

Ricordiamo ai lettori che il kompagno Levrat è kolui che ha detto, in una memorabile alzata d’ingegno, che la votazione sull’iniziativa “contro l’immigrazione di massa” va rifatta perché gli svizzeri sono scemi e dunque non hanno capito su cosa si votava. Fatto altrettanto grave, ha avuto la sfacciataggine di tornare a mettere sul tavolo l’ipotesi di adesione della Svizzera alla fallita Unione europea. Quando gli stessi Paesi fondatori vogliono uscirne (vedi Francia, vedi Gran Bretagna), quando l’antieuropeismo dilaga (e a ragione, visto che gli eurofalliti hanno ridotto intere nazioni in miseria, dalla Grecia alla Spagna, dal Portogallo alla new entry Croazia, messa in ginocchio nel giro di un anno) e soprattutto quando i cittadini elvetici hanno detto in mille salse che nell’UE proprio non ci vogliono entrare. E giustamente: perché, come recita il famoso slogan, “non siamo mica scemi”.

Ah già: ma il voto popolare, per la $inistra internazionalista e spalancatrice di frontiere, quella che ormai rappresenta solo la casta del pubblico impiego (VPOD e P$ sono la stessa cosa) non conta nulla. Infatti è stata una deputata $ocialista romanda (tra l’altro svizzera naturalizzata) ad andare al pulpito del Consiglio nazionale a dichiarare che “il popolo non comanda”. Eh certo: in casa nostra devono comandare gli eurofalliti.

 

Le pie illusioni

Ma Levrat racconta pure un mare di fregnacce quando blatera che la Lega non sarebbe ascoltata nel gruppo Udc e che dunque conterebbe come il due di briscola. Il kompagno, come spesso accade nella sua area, confonde le sue pie illusioni con la realtà. Se fosse come dice, il kompagno Levrat spieghi alla sua claque prezzolata di sindakalisti pagati per fare presenza  quando parla, per merito di chi l’Udc  – tanto per dirne una – ha inserito nell’iniziativa “contro l’immigrazione di massa” il contingentamento dei frontalieri. Risposta: per merito anche dei rappresentanti ticinesi del suo gruppo parlamentare, tra cui i due leghisti. Il kompagno Levrat si metta l’anima in pace: quando i rappresentanti ticinesi, di cui due su tre sono leghisti, nelle numerose riunioni del gruppo parlamentare Udc alle camere federali parlano dei problemi occupazionali del Ticino a seguito della devastante libera circolazione delle persone, sono ascoltati eccome. Si sarà notato infatti che l’Udc nazionale, che in precedenza rifiutava le misure d’accompagnamento ai devastanti accordi bilaterali, da qualche tempo invece le approva. Per merito di chi, secondo il kompagno Levrat? Del Gatto Arturo? Del Cane Peo? Del Gigi Piantoni?

 

Barzellette

La barzelletta del secolo, poi sarebbe la storiella secondo cui il P$ sarebbe “l’unico a fare gli interessi del Ticino”. Questa è proprio da scompisciarsi dalle risate. Il P$ ha sempre sostenuto la devastante libera circolazione delle persone, e chi non la voleva era un razzista e fascista; il P$ continua ad opporsi al contingentamento di frontalieri e padroncini (roba da populisti e razzisti); il P$ in nome alle sue fallimentari ideologie internazionaliste e multikulturali, ha spalancato le frontiere alla manodopera straniera a basso costo e quindi al dumping salariale, nonché alla criminalità d’importazione. Il P$ ha sfasciato la piazza finanziaria creando disoccupazione e facendo crollare le entrate degli enti pubblici. Il P$ mantiene in carica la catastrofica ministra del 5%, una vera calamità per il Ticino e la Svizzera; e la mantiene in carica malgrado la signora non abbia uno straccio di legittimazione popolare. Ah giusto: per i kompagni “il popolo non comanda”. E ci fermiamo qui.

 

L’inganno del salario minimo

Il P$ adesso presenta il salario minimo a 4000 fr come la panacea di tutti i mali quando questo invece non farebbe altro che aggravare l’invasione da sud, trasformandoci nell’Eldorado per i frontalieri. E non risolverà affatto il problema del dumping: semplicemente, i frontalieri verrebbero assunti al 50%, quindi a 2000 Fr, ma fatti lavorare al 100%.

Vale poi la pena ricordare che un kompagno romando ha detto che, visto che il voto ticinese è stato determinante per la riuscita dell’iniziativa contro l’immigrazione di massa, il Ticino non deve attendersi alcuna solidarietà dalla Romandia. Capita l’antifona dei kompagni?

A proposito, Levrat: noi non vogliamo pari opportunità d’impiego per i lavoratori svizzeri. Noi vogliamo la priorità per i lavoratori svizzeri.

Morale della favola: il presidente del P$$ dovrebbe avere vergogna di venire a pontificare in Ticino dopo le sue considerazioni sul voto del 9 febbraio, che insultano il 70% dei ticinesi. Ma il provare vergogna non è cosa da tutti.   Aiutiamo Levrat: vergogniamoci per lui, visto che evidentemente non è in grado di vergognarsi da solo.

Lorenzo Quadri

Merci in transito attraverso la Svizzera su rotaia da Chiasso a Basilea? Obiettivo fallito senza traforo di risanamento al Gottardo

Il trasbordo dalla strada alla ferrovia non ha raggiunto gli obiettivi fissati. Si voleva arrivare al massimo ad un milione di camion all’anno attraverso le Alpi. Non ci si arriverà nemmeno con AlpTransit in funzione.

Il problema è sempre lo stesso. La Svizzera ha deciso, inserendolo anche nella Costituzione, che le merci in transito attraverso il paese vanno caricate sulla ferrovia da confine a confine. Non solo ha deciso. Per raggiungere tale scopo ha, come di consueto, pure investito miliardi di franchetti del contribuente: AlpTransit finirà infatti per costarne 25, e resterà comunque monca (completamento a sud ancora immerso nelle nebbie).

A ciò si aggiungono simpatici ammennicoli come, ad esempio, il famoso corridoio ferroviario di 4 metri, per far sì che i semirimorchi dimensionati secondo gli standard UE possano anch’essi viaggiare su rotaia senza rimanere incastrati nelle gallerie (oppure sotto le tettoie di talune stazioni). Come noto, il costo sarà di un ulteriore miliardino o poco meno, di cui 150 milioni destinati a finanziare lavori sul territorio della vicina ed ex amica Penisola; ed è ancora andata di lusso, perché la pillola avrebbe potuto essere ancora più salata, le Camere federali avevano infatti autorizzato una spesa fino a 280 milioni.

Va da sé che  si regalano soldi alla Vicina Penisola, indipendentemente dal fatto che quest’ultima nei nostri confronti sia inadempiente su tutto. Il Belpaese non realizza nemmeno la famigerata ferrovia Stabio Arcisate, figuriamoci il corridoio di 4 m.

 

Mostruose stazioni

Alle Camere federali spesso e volentieri la politica del trasbordo viene contrapposta al traforo di risanamento del Gottardo (approvato nei giorni scorsi anche dalla maggioranza della Commissione dei trasporti  del Consiglio nazionale); come se la realizzazione di quest’ultimo la vanificasse. Ma si tratta delle classiche balle di fra’ Luca, e raccontate a scopo ideologico. Vero è proprio il contrario. Risanare il tunnel autostradale del Gottardo senza la costruzione del secondo tubo, comporterebbe il farlo tramite una cosiddetta autostrada viaggiante. Essa implicherebbe la realizzazione di mostruose stazioni di trasbordo dalla strada alla ferrovia, del costo di svariate centinaia di milioni di Fr. Queste stazioni dovrebbero essere realizzate a Biasca e a Rynächt per i camion, e ad Airolo e a Erstfeld per le auto.

A parte che i comuni interessati hanno già, comprensibilmente, dichiarato di non volerne sapere di una simile proposta balorda, non serve la sfera di cristallo per indovinare cosa accadrebbe nella malaugurata ipotesi in cui il Gottardo venisse risanato senza apposito traforo. Ossia che dopo tre anni, una volta finiti i lavori, il gigantesco apparato delle stazioni di trasbordo non verrebbe  di sicuro smontato: del resto ciò comporterebbe il buttare nel water centinaia di milioni di fr.

No. La realizzazione dei terminali per caricare i camion sul treno al di fuori dai nostri confini è quanto mai incerta, l’affidabilità italiana è nota, e comunque dipenderebbe dai finanziamenti elvetici. Niente soldi degli svizzerotti? Niente stazioni di trasbordo in Italia. E allora ecco pronta la soluzione: non smontare la stazione di Biasca ma tenerla in funzione. Così, altro che Tir in transito sul treno da confine a confine, ovvero da fuori Chiasso a fuori Basilea: il Sottoceneri verrebbe intasato di automezzi in arrivo da sud, e il Ticino ancora più tagliato fuori dal resto del Paese. Come se la Svizzera cominciasse a nord di Biasca, insomma.

 

Politica UE

Il punto è che la Svizzera ha deciso per conto suo che le merci in transito attraverso il paese vanno caricate su rotaia. I paesi vicini hanno tuttavia una politica diversa: le merci le mettono su strada. Visto anche che il kompagno Leuenberger ha calato le braghe con l’UE quando si trattava di fissare l’ammontare della tassa sul traffico pensate, è chiaro che per l’autotrasportatore dell’Unione europea diventa molto più conveniente attraversare il nostro paese su strada.

Altrettanto chiaro è che l’UE non ne vuole sapere delle borse dei transiti, su cui continuano ad insistere i ro$$o-verdi: si tratterebbe peraltro di una forma di contingentamento (ma come, i kompagni non diventano cianotici solo ad udire questa parola)?

Inutile dunque continuare a vendere fumo. La politica di riduzione dei transiti autostradali tramite spostamento dalla strada alla ferrovia, malgrado i costi stratosferici, ha comunque effetti limitati (parlare di fallimento è forse eccessivo, ma nemmeno poi troppo).

Il tunnel autostradale del Gottardo è, ed è destinato a rimanere, una via di comunicazione indispensabile. Che non può rimanere chiusa per tre anni. Non ci sono alternative efficaci al tubo di risanamento. Solo bidoni costosissimi e motivati ideologicamente.

Lorenzo Quadri

A margine del Caso Carlos: trattamenti “deluxe” per delinquenti stranieri? Li facciamo pagare tutti alla $inistra!

Come dire che la presa per i fondelli continua. Dopo il soggiorno trascorso in Olanda il giovane delinquente  straniero Carlos è felicemente tornato in Svizzera. Naturalmente felicemente per lui. Non tanto per il contribuente. Infatti la magistratura zurighese ha deciso sul suo nuovo programma di reinserimento che, bontà delle autorità, costerà al pubblico erario solo 19mila Fr al mese invece dei precedenti 29mila. Peccato che 19mila franchi al mese rimanga una cifra  assolutamente fuori misura,  visto che stiamo parlando di un delinquente straniero. Considerando poi che il diretto interessato nel frattempo è pure diventato maggiorenne, non si capisce perché non possa ora venire identificato con nome e cognome.

Paradosso

Non solo il bravo giovane straniero (ma come, i giovani stranieri che delinquono non dovevano essere tutta una balla della Lega populista e razzista?) continuerà il trattamento di lusso, ma il suo programma di recupero (?) prevede ancora gli allenamenti di thai boxe. Allenamenti da effettuarsi presso il noto pregiudicato straniero titolare di una palestra dove si è registrato un mega pestaggio tra bande rivali. Ed infatti le autorità cercano, per Carlos, una casa vicina alla palestra. Si recuperano i delinquenti stranieri mandandoli a praticare arti marziali da altri  pregiudicati stranieri scaricando il conto salatissimo sul groppone del contribuente.

Sta di fatto che, se il programma di riabilitazione extralusso del “bravo giovane non patrizio” non fosse diventato di pubblico dominio a seguito di una pubblicazione sul Blick, l’andazzo sarebbe proseguito all’infinto. Senza alcuna considerazione per i soldi del contribuente. Perché il delinquente straniero, invece di essere espulso, va recuperato, costi quel che costi (tanto paga pantalone). Anche se si sa benissimo che è una causa persa. Siamo quindi al paradosso più smaccato. 

Quanti sono?

Sappiamo inoltre, nel frattempo, che quello di Carlos – che come detto i media si ostinano a non chiamare con il suo nome malgrado sia maggiorenne – non è affatto un caso isolato. E nemmeno il più costoso. C’è infatti chi costa ancora di più, in genere perché segue delle terapie, e qui bisogna chiedersi: ma per il delinquente in questione ci vogliono le terapie o ci vuole invece la galera?

Si prende dunque atto che, invece di tagliare sui trattamenti di lusso per i delinquenti, si preferisce tagliare sui cittadini in difficoltà. Eh già: non sia mai che a tutela dei delinquenti non si mobiliti una qualche organizzazione internazionale. Pur di non rischiare di venire additati da organizzazioni che non rappresentano nessuno, qualsiasi spesa è legittima!

O forse si pensa che l’onesto, proprio perché tale, deve accettare di trovarsi penalizzato sempre e comunque, e di essere sempre lui a dover tirare la cinghia?

Intanto manca un’informazione determinante, ossia quella a sapere quanti dei delinquenti che seguono programmi deluxe sono stranieri: perché i costi da essi generati li si fa pagare tutti alla $inistra, visto che insiste nel ripetere che i criminali stranieri non esistono e comunque che non vanno rimpatriati.

Lorenzo Quadri

Giunta l’ulteriore conferma direttamente dalla Confederazione I programmi Erasmus? Un bidone. A partecipare è solo l’1,45% degli studenti

I nodi vengono al pettine e così si scopre che i famigerati programmi Erasmus sono quello che sono, ossia dei bidoni. Non vi partecipa praticamente nessuno: solo l’1,45% degli studenti, per un totale di circa 2800 giovani sulle 185mila persone che studiano in Svizzera a livello terziario. Se poi si aggiungono i dottorandi, per i quali Erasmus non serve, la popolazione studentesca nazionale sale a oltre 220mila persone e, di conseguenza, la percentuale dei fruitori di Erasmus si riduce ancora di più. Lo ha detto alla RSI il portavoce del Segretariato di Stato per la formazione, la ricerca e l’innovazione Martin Fischer.

 Che poi Erasmus serva a qualcosa dal profilo formativo, oltre che ad andare a fare feste in qualche capitale europea, è ancora tutto da dimostrare. Per le materie scientifiche, il livello delle università UE è inferiore a quello degli atenei svizzeri. Quindi i programmi Erasmus in queste materie sono soldi buttati. E, in generale, serve a poco andare a fare scambi di studenti, pagati a caro prezzo dal contribuente, se poi, una volta terminata la formazione, non si trova lavoro per colpa della devastante libera circolazione delle persone. Perché se il mercato del lavoro ticinese è sommerso da manodopera frontaliera a basso costo, quale datore di lavoro  pensate che guardi se il candidato ha svolto un programma Erasmus? Nessuno ovviamente.

 

Costi spropositati

Per il periodo 2014-2020, le Camere federali avevano approvato, per la partecipazione svizzera ad Erasmus, un credito di 186 milioni, ma di punto in bianco l’UE ha cambiato le carte in tavola ed è arrivata con una richiesta del doppio, ossia di 375. Perché, hanno senz’altro pensato gli eurofalliti, pur di dimostrarsi internazionali gli svizzerotti pagheranno qualsiasi cifra per programmi cui non partecipa quasi nessuno.

E’ chiaro che, con simili cifre, conviene molto di più finanziare direttamente gli studenti che vogliono trascorrere qualche semestre all’estero. Almeno si controlla anche che vadano davvero all’estero per studiare e non per festeggiare utilizzando i soldi pubblici. E tanti, in proporzione. Infatti all’anno si spendono (spendevano) per Erasmus sui 35 milioni di franchi all’anno ossia circa 12mila Fr per partecipante. Il che non sta in piedi.

Particolarmente significativa, poi, l’informazione data dal portavoce Fischer secondo cui non esisterebbe una statistica a livello nazionale sulla percentuale di studenti che partecipano ad Erasmus. Ma come: stiamo parlando di un programma per cui l’UE pretendeva quasi 400 milioni, e da parte di Berna non esiste nemmeno un monitoraggio statistico “come Dio comanda”? O vuoi vedere che, visto che si tratta di pretesa UE, il principio è quello di prendere tutto per buono in automatico, perché guai a non passare per sufficientemente aperti (come diceva il presidente Burkhalter nella sua indecente allocuzione del primo gennaio: “dobbiamo aprirci all’UE”?).

 

Panna montata

Tirando le somme, dunque, ci si accorge che Erasmus è un bidone. Le associazioni studentesche di $inistra che sono partite lancia in resta a montare la panna, in funzione ideologica ed internazionalista, su questa vicenda, nemmeno sapevano di cosa si stesse parlando. Quella studentessa d’Oltralpe che è andata a frignare sulla SSR dicendo che l’esclusione della Svizzera dai programmi Erasmus – cui peraltro il nostro Paese aderiva a pieno titolo solo dal 2011 – le ha stravolto la vita (uella), farebbe meglio ad andare a lavorare.

E ci si accorge pure, come detto più volte da queste colonne, che gli eurofalliti fanno la voce grossa dopo la votazione del 9 febbraio, ma non hanno mezzo di penalizzare la Svizzera senza tirarsi la zappa sui piedi.

 

Consiglio federale, vergogna!

Ma la palma per la prestazione peggiore va al Consiglio federale. Il quale, quando è giunta la notizia dell’esclusione del nostro Paese dai programmi Erasmus ad opera degli eurofalliti, ha taciuto il reale stato della situazione. Ha taciuto che la partecipazione della Svizzera ad Erasmus già ciurlava nel manico causa delle pretese finanziarie da rapina dell’UE ed ha taciuto che questi programmi sono un bidone. Perché? Facile: per far credere che il voto del 9 febbraio abbia conseguenze catastrofiche (?) e quindi preparare il terreno per un’attuazione dell’iniziativa “contro l’immigrazione di massa” ritardata ed annacquata oltre ogni dire. Ma se credono che la gente ci caschi…

Lorenzo Quadri

Esplusione dei criminali stranieri: Attenzione ai regali avvelenati

Il Consiglio nazionale ha approvato la proposta della sua commissione, la quale suggeriva di riprendere parzialmente nella legge le proposte contenute nella cosiddetta iniziativa d’attuazione dell’iniziativa “Per l’espulsione dei criminali che delinquono”.

Questa introduzione, un po’ contorta – ma tale, volenti o nolenti, è la situazione – è necessaria per fare il punto di quanto ha votato giovedì il Consiglio nazionale.

L’intricata situazione nasce da un dato di fatto: ossia che il 28 novembre 2010 il popolo ha approvato l’iniziativa popolare per l’espulsione degli stranieri che delinquono o che abusano dello Stato sociale. Da allora l’iniziativa è diventata disposto costituzionale; ma da allora di concreto non si è fatto assolutamente nulla. E i delinquenti stranieri hanno continuato a rimanere tranquillamente in Svizzera.

Anni di nulla

E proprio per contrastare questo “nulla” i promotori, ovvero l’Udc svizzera, si sono visti costretti a lanciare una nuova iniziativa, che indica compiutamente quali reati portano all’espulsione, e quali al cartellino giallo – che si trasforma in rosso in caso di recidiva.

Contrariamente a quanto amano ripetere i politikamente korretti, la criminalità straniera non è un finto problema inventato dai populisti e dagli xenofobi, bensì una realtà.

Le cifre non lasciano adito a dubbi. Se a livello nazionale nel 1984 il 70% dei condannati era svizzero e il 30% straniero, oggi, a 30 anni di distanza, la situazione si presenta in modo molto diverso: il 60% dei condannati adulti è straniero e il 40% svizzero. Eppure gli stranieri sono solo il 23% della popolazione residente. La sproporzione è dunque manifesta. Ad abbellire ulteriormente tali statistiche il fatto che, ovviamente, i naturalizzati di fresco che commettono reati vengono conteggiati come svizzeri e non come stranieri.

In Ticino la situazione non si presenta certo sotto una luce migliore. Al penitenziario della Stampa, l’80% dei detenuti è straniero. Se si prende la totalità delle strutture carcerarie cantonali, la quota di stranieri è del 90%.

Si è largheggiato troppo

Non ci vuole molta fantasia per immaginare come si possa essere giunti a questa situazione. Essa è dovuta all’effetto combinato di una politica troppo permissiva nell’immigrazione e troppo buonista nelle espulsioni. In altre parole: in Svizzera entra di tutto e di più ma non esce quasi nessuno. Questa circostanza è risaputa, ciò che ci ha resi negli anni il Paese del Bengodi per malintenzionati: tanto più che le nostre carceri di alto standing non hanno nulla a che vedere con quelle dei paesi d’origine di vari malviventi. Ricordiamo al proposito lo scandalo dei menu di lusso alla Stampa.

Occorre quindi da un lato diventare assai più restrittivi nell’immigrazione, dall’altro ben più severi nelle espulsioni. L’iniziativa contro l’immigrazione di massa lavora sulla seconda parte del problema: le espulsioni, appunto.

Meglio di un calcio, ma…

La soluzione proposta dal Consiglio nazionale è  meglio di un calcio negli stinchi, tant’è che ha mandato su tutte le furie la $inistra internazionalista e spalancatrice di frontiere, e questo è buon segno. Tuttavia:

1)       E’ parziale

2)       Bisogna ancora vedere cosa farà il Consiglio degli Stati

3)       E’ a livello di legge.

 

Inserire le norme d’esplusione nella legge potrà anche essere sostenibile dal punto di vista della sistematica del diritto (uella) ma attenzione:

a)       per cambiare una legge basta una maggioranza parlamentare; invece, per cambiare la Costituzione, è necessaria una votazione popolare.

b)       La speranza degli oppositori, dichiarata apertamente, è che contro l’eventuale nuova legge venga lanciato il referendum.

Per questo, prima di ritirare l’iniziativa d’attuazione – come è stato ipotizzato nel caso in cui gli Stati si allineassero al Nazionale – i promotori faranno bene a pensarci a fondo. Di certo non devono farsi impressionare dalle accuse di demagogia, di populismo o di razzismo. Accuse formulate da chi, lontano ormai anni luce dalla volontà popolare, non ha altri argomenti e quindi utilizza le solite ritrite storielle nel tentativo di denigrare l’avversario.

Dimenticandosi che i politici sono in carica per attuare la volontà popolare. Non certo per snobbarla.

Lorenzo Quadri

Gottardo, il Consiglio degli Stati approva il tubo di risanamento. Quadri: «alternative non ce ne sono»

Il Consiglio degli Stati, dopo un lungo dibattito che ha dovuto essere suddiviso in due puntate, ha approvato la costruzione del cosiddetto tubo di risanamento del San Gottardo. Il Consigliere nazionale Lorenzo Quadri, come membro del comitato a favore del secondo tubo, nonché della Commissione dei trasporti della Camera del Popolo, è soddisfatto?

Sì, anche se il risultato non è di certo una sorpresa. La proposta del Consiglio federale, quindi il secondo tubo di risanamento, è stata approvata per 26 voti a 15, lo stesso risultato del voto di entrata in materia. E’ un responso positivo per il Ticino, ma sappiamo bene che una decisione negativa, se del caso, non verrà dal parlamento bensì dal voto popolare.

C’è stato qualcosa di sorprendente nel dibattito agli Stati?
Mi ha sorpreso in negativo che qualcuno abbia ancora avuto l’alzata di ingegno di proporre un rinvio al Consiglio federale per ulteriori approfondimenti. Sono decenni che si approfondisce, si studia, si commissionano perizie e controperizie, si leggono rapporti. E’ il momento di decidere. Anche perché il tempo stringe.

La scorsa domenica la SonntagsZeitung ha pubblicato un articolo critico nei confronti del traforo di risanamento, insistendo sui costi.

E’ il classico articolo che puzza di propaganda politica. Senza il secondo traforo il risanamento verrebbe effettuato tramite la costruzione di stazioni di trasbordo per caricare i veicoli, leggeri e pesanti, su treni navetta. Stazioni che però non avranno la capacità necessaria per funzionare in modo efficiente. Il collegamento del Ticino verso nord verrebbe pregiudicato. E il nostro Cantone si troverebbe fisicamente tagliato fuori dal resto della Svizzera per tre anni almeno. Inoltre, La realizzazione di queste mostruose stazioni comporterebbe una spesa di 700 milioni di Fr. L’impatto sul territorio sarebbe devastante. I Comuni coinvolti hanno già annunciato battaglia. Non è tutto. Le “navette” costituirebbero la pietra tombale della politica delle “merci in transito attraverso la Svizzera sul treno da confine a confine” che sta alla base di AlpTransit. Infatti, una volta conclusi i lavori di risanamento del Gottardo, mi auguro che nessuno creda alla storiella dello smantellamento delle stazioni di trasbordo, che coinciderebbe con la rottamazione di 700 milioni di Fr del contribuente. No, le stazioni rimarranno in esercizio. Quindi, altro che terminal di trasbordo in Italia, altro che “merci sul treno da confine a confine”: se c’è già un terminal a Biasca, quelli italiani non verranno realizzati. E ci troveremo il Ticino invaso dai Tir da Biasca in giù.

Sì, ma i costi?

Il risanamento con nuovo traforo costerebbe 2,8 miliardi, uno in più della variante con navette. Tuttavia bisogna anche considerare il danno economico ed occupazionale, danno irreparabile, che comporterebbe per il Ticino un isolamento di tre anni dal resto della Svizzera. Al punto che qualche oppositore del tubo di risanamento ha perfino proposto di versare degli indennizzi al nostro Cantone… cosa non si fa pur di sostenere, per motivi ideologici, un progetto che non sta né in cielo né in terra! Inoltre, il traforo aggiuntivo permetterebbe di risolvere il problema della manutenzione una volta per tutte.

Cosa si può rispondere a chi dice che il popolo ha già votato contro il raddoppio del Gottardo esprimendosi sull’iniziativa Avanti?

Che non è vero. Nel senso che quello che viene proposto ora non è un raddoppio. Il progetto del Consiglio federale non aumenterebbe la capacità della galleria autostradale del Gottardo, infatti è  prevista una sola corsia per senso di marcia. Del resto la capacità del tunnel autostradale del Gottardo non può essere aumentata per disposto costituzionale. Il tunnel di risanamento, dunque, non farebbe aumentare il traffico in autostrada.

E la sicurezza?

E’ di certo un argomento fondamentale a favore della galleria di risanamento. L’attuale tunnel bidirezionale di 17 km è una trappola mortale; come ha detto il Consigliere agli Stati Filippo Lombardi in un dibattito, prima di entrare “ci si tocca”. Oggi una simile galleria mai e poi mai verrebbe autorizzata, visto l’evidente rischio di scontro frontale. Contravviene, tra l’altro, anche alle normative europee; e fa specie che i fautori dell’eurocompatibilità, questa volta, se ne freghino. Ancora più specie, però, la fa il fatto che chi ha approvato il programma Via Sicura – un conglomerato di leggi che, tra l’altro, sanziona un eccesso di velocità senza conseguenze pratiche come una rapina e impone la pagliacciata dei fari accesi anche di giorno sotto il sole a picco – motivando tutto questo con esigenze di sicurezza, adesso sta facendo carte false per giustificare il mantenimento di una trappola mortale di 17 km. Alla faccia della sicurezza! Evidentemente il concetto di sicurezza di certuni è a geometria variabile. Come la loro morale, del resto.

Quali i prossimi passi?
Già domani il messaggio del Consiglio federale verrà discusso nella commissione dei trasporti del Nazionale. Non mi aspetto sorprese: la maggioranza sarà favorevole. Identico sarà, con tutta probabilità, l’esito del dibattito nel plenum della Camera bassa, che si terrà verosimilmente nella sessione estiva. Sarà il classico dibattito che non sposterà un voto: le convinzioni degli uni e degli altri sono cristallizzate ormai da tempo. Il vero scoglio sarà il referendum e conseguente voto popolare.

Questa volta Quadri dalla parte dei “sette bambela di Berna” ed in particolare della “Doris uregiatta che i maligni paragonano ad un grosso uccello bianco che non è un cigno”?

Beh, anche a loro potrà capitare ogni tanto di azzeccarci, no?

MDD

Immigrazione di massa: Consiglieri federali, su le calzette! O vi adeguate, o lasciate il posto

A Berna qualcuno non ha ancora capito che il suo datore di lavoro è il popolo elvetico e non gli eurofalliti

C’è chi proprio non ne vuole sapere di adeguarsi alla volontà popolare. Quando questo qualcuno siede in Consiglio federale, davanti ad un voto dall’esito sgradito può o fare solo due cose: o adeguarsi, oppure andare a casa. Ma, evidentemente c’è chi comincia ad essere in carica da troppo tempo, senza essersi mai conquistare il posto. E i risultati si vedono. Sì, perché non sta né in cielo né in terra che il membro del legislativo di un piccolo comune si debba presentare davanti agli elettori ogni 4 anni mentre un Consigliere federale possa andare avanti a fare danni ad oltranza senza che ci sia la possibilità di destituirlo, se l’inciucio partitico che l’ha messo in carica prosegue.

Il caso più eclatante, come noto, è quello della ministra del 5%. Widmer Schlumpf, dopo il voto del 9 febbraio, è discesa in Ticino per una visita – lampo già decisa da mesi. La signora non ha neppure ritenuto necessario, alla luce del voto del  9 febbraio che ha asfaltato il Consiglio federale, cambiare l’ordine del giorno e soprattutto la durata della visita. Almeno per non farla sembrare in modo così plateale quello che è stata, ossia una presa per i fondelli del Ticino e dei Ticinesi.

Le battutone della Doris

Tuttavia il discorso non vale solo per la consigliera federale in carica senza i voti. Anche la sua collega Doris Leuthard si produce spesso e volentieri in esternazioni fuori luogo. Del resto tra un po’ le due signore faranno anche parte dello stesso partito, visto che l’obiettivo del PPDog è quello di papparsi il PBD, ossia il partitino della ministra del 5%, per soffiare il secondo seggio al PLR. Per squallidi motivi di cadreghe, dunque, il PPD mantiene artificialmente in carica una Consigliera federale che sta svendendo la Svizzera.

La Doris già nei giorni successivi al 9 febbraio se ne è uscita con una battutona. Parlando di sovvenzioni ai media per le spese postali, aveva dichiarato: “in Ticino la gente legge molti giornali, eppure vota sbagliato”.

Uella, che exploit! Leuthard, che è stata asfaltata dalle urne sia sulla vignetta autostradale a 100 Fr che sull’iniziativa “contro l’immigrazione di massa”, dovrebbe forse chiedersi se non è lei quella che vota sbagliato…

Ma non è finita qui: di recente, all’inaugurazione di una nuova centrale elettrica in Vallese, la ministra dei trasporti e dell’energia non ha resistito alla tentazione di uscirsene con un discorso-fetecchia in cui, ancora una volta, si deplorava il voto popolare del 9 febbraio preannunciando difficoltà per la Svizzera nel caso in cui non riprendessero le trattative con gli eurofalliti su accordi energetici. Trattative bloccate (?) da Bruxelles all’indomani della votazione.

Se stacchiamo la spina…

O Doris, ma ci sei o ci fai? Prima di tutto, quelle trattative erano arenate già da due anni. Secondariamente, e lo sanno anche i nostri vicini, se la Svizzera stacca la spina, a rimanere al buio sono i nostri beneamati vicini. L’Italia negli anni scorsi ha già subito un black out di grosse proporzioni a causa di un guasto su una linea elvetica: per questo, e non su richiesta della Svizzera, ci si era seduti ad un tavolo. E la Germania, come ha scritto di recente la Welt online, ha necessità della batteria alpina.

Sia chiara un cosa: non abbiamo nessuna intenzione di continuare a sorbirci le fregnacce degli eurofalliti sul voto del 9 febbraio. Tanto più che la Svizzera viene martellata, mentre taluni stati membri della fallita Unione europea fanno le stesse cose che vorremmo fare noi, senza che da Bruxelles venga un cip. Vedi i contingenti per frontalieri croati e sloveni introdotti, ma tu guarda i casi della vita, dall’Italia. Eh già: i frontalieri balcanici vengono contingentati, ma quando sono gli svizzerotti a voler contingentare quelli italiani, ecco che la musica cambia…

Ripagare con la stessa moneta

Non solo ci aspettiamo, ma pretendiamo dai nostri Consiglieri federali e dai loro reggicoda (pagati con i nostri soldi) che respingano al mittente tutte le denigrazioni degli eurofalliti all’indirizzo del popolo elvetico che si esprime democraticamente. E pretendiamo anche che, se agli eurofalliti viene in mente di applicare delle ritorsioni contro un voto democratico, li si ripaghi  con la stessa moneta. Visto che il datore di lavoro dei Consiglieri federali è il popolo svizzero e non gli eurofalliti, o i 7 scienziati si adeguano alla situazione oppure lasciano il posto.

La tattica della Doris uregiatta che, in occasione dell’inaugurazione di una centrale elettrica, invece di sostenere i cittadini svizzeri fa l’ambasciatrice degli eurofalliti annunciando sfracelli se l’UE non riprenderà le trattative (che pagüüüüüraaaa!) è fin troppo manifesta: convincere i votanti di aver sbagliato e quindi far sì che venga accettata un’applicazione all’acqua di rose dell’articolo costituzionale contenuto nell’iniziativa Contro l’immigrazione di massa. Ma, ancora una volta, la Doris ha fatto male i conti.

Lorenzo Quadri

Mentre la Gran Bretagna minaccia di uscire dalla fallita Unione europea. I kompagni vogliono farci rivotare e rilanciano l’adesione all’UE

E’ passato un mese e mezzo da quando popolo e Cantoni, accettando l’iniziativa “contro l’immigrazione di massa”, hanno asfaltato i partiti $torici. Intanto il Consiglio federale nell’applicazione se la prende comoda, ricordando ad ogni piè sospinto che ci sono tre anni di tempo per concretizzare. E intanto arrivano rumeni, bulgari, eccetera eccetera. Si intende dunque fare melina ad oltranza. Inoltre, la corda data a tutte le notizie catastrofiste post-votazione (vedi panna montata sull’esclusione della Svizzera dal programma Erasmus, il quale  poi si è rivelato un bidone) indica una volontà chiara: far credere al cittadino di aver “votato sbagliato” e, di conseguenza, fargli accettare un’applicazione snaturata  dell’iniziativa “contro l’immigrazione di massa”. La decisione di tagliar fuori l’Udc dal gruppo di lavoro incaricato di elaborare il proseguo è molto significativa. Specie se si considera che in tale gruppo di lavoro sono coinvolte tutte le cerchie contrarie all’iniziativa.

 

E le sanzioni contro l’UE?

Naturalmente nel frattempo la Svizzera si è schierata contro la Russia sulla questione della Crimea, alla faccia della neutralità; e immaginiamo che siffatta presa di posizione faccia perdere il sonno a Putin…

La Svizzera prende posizione contro la Russia, dunque; ma contro la fallita Unione europea, che dal 9 maggio ci minaccia a causa di un voto democratico, di misure non ne vengono prese. Come mai?

Intanto il premier inglese Cameron ha dettato le sue condizioni per la permanenza della Gran Bretagna nell’UE; condizioni tra cui spiccano, ma tu guarda i casi della vita, la messa in vigore di nuovi controlli contro immigrazioni di vasta portata (=immigrazioni di massa) dai nuovi Stati membri, e regole più restrittive per far sì che nel Regno Unito arrivino immigrati che intendono lavorare e non mettersi a carico dello stato sociale britannico. Bruxelles non accetta? La Gran Bretagna esce dall’Unione. E adesso vogliamo proprio vedere come faranno gli eurofalliti a concedere a Cameron quel che vuole e contemporaneamente a negarlo alla Svizzera che non è nemmeno Stato membro UE (ma è palese che i sette scienziati di Berna sono convinti del contrario).

 

Il popolo bestia non ha capito

In questo contesto spiccano, per l’ennesima volta, le deliranti prese di posizione del partito $ocialista. La $inistra spalancatrice di frontiere, che ormai rappresenta solo il funzionariato statale e parastatale col posto sicuro a vita, è stata asfaltata dalle urne il 9 febbraio; ma, invece di prenderne atto e farsi un doveroso esame di coscienza, preferisce continuare ad agitarsi come sui carboni ardenti.

Sicché nei giorni scorsi il gruppo parlamentare $ocialista alle Camere federali ha reso note le sue intenzioni. Ossia: far rivotare i cittadini sull’iniziativa “contro l’immigrazione di massa”, e farlo con una giustificazione che fa ridere i polli. Vale a dire: dal 9 febbraio gli eurofalliti mettono in discussione (solo blabla, perché gli unici ad ascoltare quello che dice Barroso sono gli svizzerotti) gli accordi bilaterali. Ma il popolo bestia, argomentano i kompagni, credeva di votare solo sull’immigrazione. Per cui gli è tutto da rifare. Tuttavia l’asino casca ben presto.  Infatti l’oggetto della votazione del 9 febbraio era proprio l’immigrazione. Se a seguito di un voto democraticamente espresso gli eurofalliti vogliono mettere in discussione tutti i bilaterali, cosa che peraltro non faranno visto che non è assolutamente nel loro interesse, il problema è loro e non nostro.

 

Aderiamo all’UE

Non solo secondo i kompagni bisogna rivotare sull’immigrazione di massa. Ma bisogna anche tornare a tematizzare (uella) l’adesione della Svizzera alla fallita Unione europea. Qui siamo davvero alla commedia dell’arte. La Gran Bretagna, come detto, minaccia di uscire dall’UE. La Croazia, entrata un anno fa nella Disunione, è rovinata e vorrebbe andarsene. E i kompagni, davanti all’evidenza e davanti a voti popolari chiarissimi, insistono nel farneticare di adesioni?
Avanti così, comunque: con simili posizioni il P$ diventerà davvero un partitino di quelli che si possono riunire in una cabina telefonica (visto che la Swisscom le dismette, c’è da supporre che ce ne siano parecchie di disponibili, e che “vengano via per poco”).

L’accordo sui ristorni dei frontalieri si può disdire eccome: Ministra del 5% clamorosamente sconfessata

La realtà è sempre la stessa ossia che la Consigliera federale non eletta non ha alcuna intenzione di sostenere il Ticino: anche se qualche rappresentante del nostro Cantone si sta facendo turlupinare…

Cosa hanno in comune la direttrice del DFE Laura Sadis e la ministra del 5% Widmer Schlumpf? Il mantra del “sa pò mia” e la mentalità da leguleia invece che da politica. Per queste signore, la priorità non sono le soluzioni pratiche, ma i cavilli legali. E’ assodato che, per quanto attiene ai ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri,  se si vuole uscirne con qualcosa occorre disdire l’obsoleta convenzione con l’Italia del 1974. Perché è così importante questo tema? Semplicemente perché, dalla sottoscrizione di accordi fiscali Svizzera-Italia, non abbiamo proprio nulla da guadagnarci, ma solo da perderci, se non riusciremo neppure a mantenere in Ticino più tasse dei frontalieri.

Ora, da tempo il nostro Cantone dice che non ci sono alternative alla disdetta da parte elvetica dell’accordo attuale affinché si possa ripartire su nuove basi. Questo messaggio è stato portato a Berna, alla ministra del 5%, ormai in mille salse diverse: atti parlamentari, domande, colloqui, iniziative cantonali, e chi più ne ha più ne metta. La risposta però è sempre la medesima, ossia il solito njet. Questo perché la ministra del 5% s’impunta nel sostenere che, se si disdice l’accordo sui ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri con l’Italia, decade anche il trattato di doppia imposizione. Invece nei giorni scorsi Michele Rossi, delegato alle relazioni esterne delle associazioni economiche, ha raccontato un’altra storia: ossia che si può benissimo denunciare solo la convenzione sui frontalieri lasciando in piedi  l’accodo di doppia imposizione, perché si tratta di due trattati diversi, sottoscritti anche in anni diversi.

Risultati pratici

In politica non si può ragionare da legulei. Men che meno con l’Italia. La quale si fa forte nei nostri confronti proprio per questo motivo. A un Consiglio federale devono importare i risultati concreti: mica deve scrivere i libri di testo per le lezioni universitarie delle facoltà di diritto.

L’Italia non vuole rivedere l’accordo di doppia imposizione per motivi di tornaconto elettorale. Ha però anch’essa interesse a che la convenzione sui ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri venga azzerata: con un nuovo accordo potrebbe infatti tassare i frontalieri come il resto degli italiani, adempiendo quindi a quell’obbligo di equità che sta clamorosamente disattendendo da quattro decenni.

 Come noto infatti oggi i frontalieri sono fiscalmente privilegiati in modo insensato nel paragone con i cittadini italiani che lavorano in Italia. Tuttavia, il sempre traballante governo italiano sa benissimo che i frontalieri votano e che dunque chi aumenta le tasse a loro carico perde le elezioni in Lombardia. Sicché si guarda bene dall’intervenire. Ma, se a fare il primo passo fosse la Svizzera, ecco che la stessa Penisola si troverebbe tolta d’impiccio: potrebbe infatti dare la “colpa” alla Confederazione per il cambiamento di regime. Ed incassare almeno 220 milioni di imposte in più dai frontalieri: soldi cui sicuramente la Penisola non si può permettere di rinunciare.

C’è chi si fa raggirare

Questi ragionamenti, per quanto non particolarmente sofisticati, sono però del tutto estranei alla consigliera federale non eletta. La  quale si comporta come se fosse una professoressa di diritto che deve elaborare teorie e non una ministra che deve portare delle soluzioni.

 Widmer Schlumpf dà per scontata, in caso di disdetta della convenzione sui ristorni delle imposte dei frontalieri, anche la decadenza dell’accordo sulla doppia imposizione. Ma si dimentica che quest’ultimo al massimo potrebbe decadere se l’Italia prendesse l’iniziativa in questo senso; un passo che il Belpaese non ha però alcun interesse a compiere, e che quindi non compirebbe. Non solo: come indicato da Michele Rossi, anche dal profilo della teoria si può benissimo sostenere la tesi che i due accordi sono sufficientemente autonomi da evitare che la fine dell’uno comporti anche la fine dell’altro.

Quindi nulla osta alla disdetta da parte elvetica della Convenzione sui ristorni. Se Widmer Puffo si ostina a non muoversi in questo senso, è semplicemente perché non vuole farlo. Non ha la volontà di sostenere il Ticino. Non si può giungere ad una conclusione diversa. Questo tanto per chiarire le idee a chi si sta già facendo turlupinare e pensa di aver notato un atteggiamento “diverso” da parte della ministra del 5%. La realtà è che non è cambiato un bel niente.

Lorenzo Quadri

Finalmente una buona notizia per gli automobilisti: Riuscita l’iniziativa della mucca da mungere

Gli automobilisti pagano sempre di più per servizi sempre peggiori: in Ticino, “grazie” ai 60mila frontalieri e alle svariate migliaia di padroncini che ogni giorno arrivano nel nostro Cantone uno per macchina, non si circola più! E la Doris uregiatta vorrebbe continuare a metterci le mani in tasca?

Finalmente una buona notizia per gli automobilisti i quali, è bene precisarlo perché di questi tempi si fa passare un messaggio diverso, non sono dei delinquenti.

Una buona notizia era decisamente necessaria, dopo il deleterio programma Via Sicura, pensato per criminalizzare e mungere l’automobilista (l’obiettivo ultimo, nemmeno tanto nascosto, è quello di costringere gli automobilisti ad usare il mezzo pubblico per disperazione o per necessità, facendo saltare patenti per ogni “cip”), e dopo lo spuntare di sempre nuovi radar che nulla hanno a che vedere con la sicurezza ma servono solo per fare cassetta.

La buona notizia è la riuscita ufficiale dell’iniziativa “per un equo finanziamento dei trasporti” nota anche come l’iniziativa della mucca da mungere.

Alla strada i soldi della strada

L’iniziativa ha infatti raccolto oltre 114mila sottoscrizioni. Essa chiede la modifica dell’articolo 86 della Costituzione federale, che regola l’imposta di consumo sui carburanti e le tasse sul traffico. Attualmente il 50% dell’imposta sugli oli minerali affluisce nella cassa generale della Confederazione. L’iniziativa vuole invece che la totalità del prodotto dell’imposta sia investito nelle strade.

Il testo si prefigge un secondo obiettivo, quello di rafforzare i diritti di partecipazione democratica: l’introduzione, o l’aumento, di tasse nel settore stradale dovrebbero essere sottoposti a referendum facoltativo.

Certamente l’iniziativa costituisce una bella tegola per la ministra dei trasporti uregiatta Doris Leuthard, quella che ha tentato di ricattare i cittadini con la vignetta autostradale a 100 Fr e si è presa una tranvata dalle urne. Adesso Leuthard vorrebbe aumentare il costo della benzina di 15 cts al litro, e ancora una volta gli argomenti sono tutti da ridere. Tanto per cominciare, con il njet alla vignetta autostradale a 100 Fr i votanti non si sono limitati a dire No ad uno specifico sistema di finanziamento, hanno detto basta con le rapine ai danni degli automobilisti.

Inoltre, negli anni si è sempre detto: passate ai veicoli ecologici che consumano meno benzina e quindi risparmiate. Poi gli scienziati bernesi si accorgono che effettivamente i nuovi veicoli consumano meno, sicché le entrate della Confederazione alla voce dazi e sopraddazi sul carburante diminuiscono, e allora cosa si fa? Ma si aumenta il prezzo della benzina, ovvio! Se questa non è una presa per i fondelli…

Ingorgo perenne

L’iniziativa della mucca da mungere vuole rimettere la chiesa al centro del villaggio, ossia far sì che i soldi attinti dalla strada servano effettivamente per finanziare la strada. Del resto, non sta né in cielo né in terra che gli automobilisti paghino sempre di più per servizi sempre peggiori. Sì perché, quando si vuole usufruire del servizio per cui si paga, le strade nazionali appunto, ecco che ci si trova confrontati con una situazione da mettersi le mani nei capelli. In Ticino ne sappiamo qualcosa. A sud di Lugano, in autostrada – ma non solo – è l’ingorgo perenne a causa dell’invasione di frontalieri e di padroncini. I frontalieri infatti, come da recente indagine realizzata dal capo del dipartimento del Territorio Claudio Zali, arrivano in Svizzera uno per macchina: 1,1 per essere pignoli. In Ticino abbiamo le strade intasate da targhe azzurre, ma noi paghiamo, tra l’altro, le imposte di circolazione più care della Svizzera, mentre frontalieri e padroncini non pagano un bel niente. Inutile dire che la vicina Penisola, per quel che riguarda il trasferimento dei frontalieri sui treni, è del tutto inadempiente. Ma i ristorni delle imposte alla fonte, però, li incassa. Chiaro: se noi siamo così merli da continuare a versarli…

Se invece ci si vuole dirigere a Nord, ecco che ci si cucca la spada di Damocle del San Gottardo, al cui interno in media si verifica un incidente al giorno, con conseguente interruzione del traffico. Ma sono notizie a cui non viene dato molto peso dagli organi d’informazione $inistri e politikamente korretti, a partire da quelli di sedicente servizio pubblico: col pretesto della sicurezza gli automobilisti devono venire mazzuolati, ma non sia mai che si rischi di perorare indirettamente la causa del traforo del Gottardo con due tubi (una sola corsia per tubo) che permetterebbe di aumentare la sicurezza del traforo. Evidentemente la sicurezza è un concetto da applicare a geometria variabile.

Stop al malandazzo

L’iniziativa della mucca da mungere è finalmente una protesta forte e chiara degli automobilisti che non ci stanno più a farsi trattare come potenziali delinquenti ai quali vanno inculcati sensi di colpa, per far loro accettare di venire alleggeriti in misura sempre maggiore. In regime Via Sicura un eccesso di velocità senza conseguenze viene infatti punito come una rapina. Gli enti pubblici, quando devono fare cassetta (vedi Lugano) aumentano i radar e le multe. Paghiamo sempre di più per un servizio sempre peggiore. Eccetera eccetera. A questo malandazzo, voluto dai soliti politikamente korretti, è ampiamente tempo di dire basta.

Lorenzo Quadri

 

Finalmente una buona notizia per gli automobilisti: Riuscita l’iniziativa della mucca da mungere

Gli automobilisti pagano sempre di più per servizi sempre peggiori: in Ticino, “grazie” ai 60mila frontalieri e alle svariate migliaia di padroncini che ogni giorno arrivano nel nostro Cantone uno per macchina, non si circola più! E la Doris uregiatta vorrebbe continuare a metterci le mani in tasca?

Finalmente una buona notizia per gli automobilisti i quali, è bene precisarlo perché di questi tempi si fa passare un messaggio diverso, non sono dei delinquenti.

Una buona notizia era decisamente necessaria, dopo il deleterio programma Via Sicura, pensato per criminalizzare e mungere l’automobilista (l’obiettivo ultimo, nemmeno tanto nascosto, è quello di costringere gli automobilisti ad usare il mezzo pubblico per disperazione o per necessità, facendo saltare patenti per ogni “cip”), e dopo lo spuntare di sempre nuovi radar che nulla hanno a che vedere con la sicurezza ma servono solo per fare cassetta.

La buona notizia è la riuscita ufficiale dell’iniziativa “per un equo finanziamento dei trasporti” nota anche come l’iniziativa della mucca da mungere.

Alla strada i soldi della strada

L’iniziativa ha infatti raccolto oltre 114mila sottoscrizioni. Essa chiede la modifica dell’articolo 86 della Costituzione federale, che regola l’imposta di consumo sui carburanti e le tasse sul traffico. Attualmente il 50% dell’imposta sugli oli minerali affluisce nella cassa generale della Confederazione. L’iniziativa vuole invece che la totalità del prodotto dell’imposta sia investito nelle strade.

Il testo si prefigge un secondo obiettivo, quello di rafforzare i diritti di partecipazione democratica: l’introduzione, o l’aumento, di tasse nel settore stradale dovrebbero essere sottoposti a referendum facoltativo.

Certamente l’iniziativa costituisce una bella tegola per la ministra dei trasporti uregiatta Doris Leuthard, quella che ha tentato di ricattare i cittadini con la vignetta autostradale a 100 Fr e si è presa una tranvata dalle urne. Adesso Leuthard vorrebbe aumentare il costo della benzina di 15 cts al litro, e ancora una volta gli argomenti sono tutti da ridere. Tanto per cominciare, con il njet alla vignetta autostradale a 100 Fr i votanti non si sono limitati a dire No ad uno specifico sistema di finanziamento, hanno detto basta con le rapine ai danni degli automobilisti.

Inoltre, negli anni si è sempre detto: passate ai veicoli ecologici che consumano meno benzina e quindi risparmiate. Poi gli scienziati bernesi si accorgono che effettivamente i nuovi veicoli consumano meno, sicché le entrate della Confederazione alla voce dazi e sopraddazi sul carburante diminuiscono, e allora cosa si fa? Ma si aumenta il prezzo della benzina, ovvio! Se questa non è una presa per i fondelli…

Ingorgo perenne

L’iniziativa della mucca da mungere vuole rimettere la chiesa al centro del villaggio, ossia far sì che i soldi attinti dalla strada servano effettivamente per finanziare la strada. Del resto, non sta né in cielo né in terra che gli automobilisti paghino sempre di più per servizi sempre peggiori. Sì perché, quando si vuole usufruire del servizio per cui si paga, le strade nazionali appunto, ecco che ci si trova confrontati con una situazione da mettersi le mani nei capelli. In Ticino ne sappiamo qualcosa. A sud di Lugano, in autostrada – ma non solo – è l’ingorgo perenne a causa dell’invasione di frontalieri e di padroncini. I frontalieri infatti, come da recente indagine realizzata dal capo del dipartimento del Territorio Claudio Zali, arrivano in Svizzera uno per macchina: 1,1 per essere pignoli. In Ticino abbiamo le strade intasate da targhe azzurre, ma noi paghiamo, tra l’altro, le imposte di circolazione più care della Svizzera, mentre frontalieri e padroncini non pagano un bel niente. Inutile dire che la vicina Penisola, per quel che riguarda il trasferimento dei frontalieri sui treni, è del tutto inadempiente. Ma i ristorni delle imposte alla fonte, però, li incassa. Chiaro: se noi siamo così merli da continuare a versarli…

Se invece ci si vuole dirigere a Nord, ecco che ci si cucca la spada di Damocle del San Gottardo, al cui interno in media si verifica un incidente al giorno, con conseguente interruzione del traffico. Ma sono notizie a cui non viene dato molto peso dagli organi d’informazione $inistri e politikamente korretti, a partire da quelli di sedicente servizio pubblico: col pretesto della sicurezza gli automobilisti devono venire mazzuolati, ma non sia mai che si rischi di perorare indirettamente la causa del traforo del Gottardo con due tubi (una sola corsia per tubo) che permetterebbe di aumentare la sicurezza del traforo. Evidentemente la sicurezza è un concetto da applicare a geometria variabile.

Stop al malandazzo

L’iniziativa della mucca da mungere è finalmente una protesta forte e chiara degli automobilisti che non ci stanno più a farsi trattare come potenziali delinquenti ai quali vanno inculcati sensi di colpa, per far loro accettare di venire alleggeriti in misura sempre maggiore. In regime Via Sicura un eccesso di velocità senza conseguenze viene infatti punito come una rapina. Gli enti pubblici, quando devono fare cassetta (vedi Lugano) aumentano i radar e le multe. Paghiamo sempre di più per un servizio sempre peggiore. Eccetera eccetera. A questo malandazzo, voluto dai soliti politikamente korretti, è ampiamente tempo di dire basta.

Lorenzo Quadri

Registro delle armi: kompagni con le pive nel sacco. Volevano scassinare la volontà popolare

I demolitori dell’esercito di milizia nonché internazionalisti vogliosi di spalancare le frontiere ai delinquenti stranieri e contemporaneamente  di disarmare i cittadini onesti, seguono una tattica ben nota alla $inistra. Quella di aggirare la volontà popolare. Del resto la kompagna consigliera nazionale vodese al dibattito sull’espulsione degli stranieri che delinquono l’ha detto senza neanche tanti giri di parole: “il popolo non è il padrone”.

Sicché, quando il responso di una consultazione non è quello voluto dai kompagni,  questi ultimi o tentano di impiparsene dell’esito delle urne, o pretendono di rifare la votazione; naturalmente previo bombardamento di disinformazione terroristica da parte dei media di regime e della televisione di sedicente servizio pubblico, che cercano di convincere i cittadini di essere scemi e non in grado di decidere il proprio futuro.

“Il popolo non è il padrone”

Infatti a dimostrazione del loro rispetto della democrazia – ma appunto: “il popolo non è il padrone”, i padroni sono gli eurofalliti ed associazioni internazionali prive di qualsiasi straccio di legittimazione democratica – i kompagni addirittura vorrebbero far rifare la vitazione del 9 febbraio: naturalmente non c’è verso che questo possa accadere. Né è nell’interesse di kompagni che accada: infatti, dopo i tentativi abortiti di rappresaglia da parte degli eurofalliti (vedi accordo sull’energia, vedi il bidone Erasmus) la percentuale di Sì all’iniziativa “contro l’immigrazione di massa” sarebbe ancora più elevata in caso di nuova votazione.

Tentati aggiramenti

La stessa tattica di aggiramento della volontà dei cittadini viene messa in atto in materia di registro nazionale delle armi da fuoco.

Il popolo elvetico nel febbraio 2011 ha respinto, a larga maggioranza, l’iniziativa popolare che voleva impedire la detenzione di armi legali in casa.  Insomma, il cittadino onesto va disarmato; mentre i delinquenti, è chiaro, di simili divieti se ne fanno un baffo.

L’iniziativa prevedeva tra l’altro la creazione di un registro nazionale su cui tutte le armi avrebbero dovuto essere iscritte a posteriori. Comprese quelle da collezione. Compreso il moschetto del nonno appeso sul camino. Visto che si parla del nonno, pensiamo ad una persona anziana che ha vecchio fucile da caccia in soffitta (e magari nemmeno si ricorda di averlo): nel caso dimenticasse di annunciarlo, si trasformerebbe in un delinquente.

Registro inutile

Il registro delle armi è perfettamente inutile nella lotta alla criminalità, dal momento che i fuorilegge non si sognerebbero di annunciare le proprie armi da fuoco, ma in compenso criminalizza i detentori di armi legali, i quali finirebbero pure schedati. I paesi che hanno introdotto questo genere di registri hanno sperimentato che essi non fanno diminuire in alcun modo il numero dei reati ma, in compenso, causano burocrazia spropositata e costi enormi. Non a caso il Canada il registro l’ha da poco abolito.

Oltre al registro delle armi, si voleva pure introdurre la schedatura dei dossier personali, medici e militari di tutte le reclute in un’unica piattaforma elettronica consultabile dalle autorità.

Notizie imboscate

Ecco dunque che il cerchio si chiude: le armi legalmente detenute vanno criminalizzate ed i cittadini soldati vengono considerati degli individui potenzialmente pericolosi. Cosa ci sia dietro queste proposte è chiaro a tutti: la volontà di abolire l’esercito di milizia contro il volere popolare e servendosi della consueta tattica del salame (una fetta alla volta). Ed infatti dietro ci sono sempre le stesse cricche. A tentare di far rientrare dalla finestra il registro delle armi bocciato dal popolo è infatti 1) la consigliera federale P$ Simonetta Sommaruga in un progetto di legge mandato in consultazione e 2) una mozione della Commissione per la politica di sicurezza del Consiglio nazionale; commissione presieduta anch’essa, ma tu guarda i casi della vita, da una kompagna sempre in prima fila tra i “disarmisti”.

Il consiglio nazionale ha però a maggioranza respinto la mozione di cui sopra e quindi il registro delle armi. Nel rispetto – tanto per una volta – della volontà popolare. Una notizia che, però, la stampa di regime ha pensato bene di imboscare: o non dandola del tutto, o dandola col minimo rilievo possibile. Chissà come mai?

Lorenzo Quadri

Frontalieri: contingentamento subito! A Varese un giovane su due non ha lavoro!

L’assalto alla diligenza ticinese è destinato a peggiorare sempre più

Le notizie sull’occupazione Oltreconfine sono, ancora una volta, catastrofiche. I dati sull’occupazione nella Provincia di Varese, resi noti nei giorni scorsi, fanno, semplicemente, accapponare la pelle.
La disoccupazione giovanile ha raggiunto livelli che spaventerebbero perfino in Spagna, in Grecia o in Portogallo. Se si pensa che questi estremi si verificano per così dire fuori dalla nostra porta di casa, in quella che dovrebbe essere la locomotiva economica dell’Italia, beh, c’è davvero da farsi venire i brividi.
Le cifre, dunque: tra i giovani della Provincia di Varese il tasso di disoccupazione è del 39%, con punte del 45% tra i maschi. Traduzione: un giovane varesino su due NON HA il lavoro!
In totale i senza lavoro nella provincia sono 35mila, 10mila in più rispetto alla crisi del 2009.

Eldorado
Una buona fetta dei frontalieri attivi nel nostro Cantone arriva dalla provincia di Varese. Ed è chiaro che davanti ad una situazione catastrofica come quella emersa dalle ultime statistiche, il Ticino diventerà sempre più una sorta di Eldorado. E’ evidente che, non avendo alternativa, si moltiplicheranno gli aspiranti frontalieri, magari anche laureati, disposti a lavorare per stipendi per noi inconcepibili. E hai voglia di invocare minimi salariali: basta assumere (e pagare) la persona al 50% e farla lavorare al 100%, e l’ostacolo è subito aggirato.

Assalto alla diligenza
E’ quindi assolutamente prioritario fare tutto il possibile per sventare l’assalto alla diligenza. E’ prioritario evitare di diventare ancora più attrattivi per il frontalierato. Per questo diventa sempre più urgente l’introduzione dei contingenti. Che ci saranno. Perché così ha voluto, e votato, il popolo. E non c’è ambiente economico che tenga, nel caso qualcuno non l’avesse ancora capito. Perché se qualcuno si immagina di escludere i frontalieri dai contingenti, può stare certo che in Ticino scoppierà la guerriglia urbana.
E diventa anche sempre più urgente disdire la vetusta convenzione con l’Italia sulla fiscalità dei frontalieri. Anche se la catastrofica ministra del 5% Widmer Schlumpf vi si oppone.
La regolamentazione attualmente in vigore non solo è un’ingiustizia plateale nei confronti dei cittadini italiani non frontalieri (potremmo dire che è un problema del governo della Penisola e non nostro, ma visto che da Oltreconfine si fa finta di nulla per convenienza elettorale…) ma è uno degli elementi che permettono ai frontalieri di accettare salari dumping, inarrivabili per i residenti in Ticino.

Intervenire si può
Da subito bisogna limitare l’arrivo di ulteriori frontalieri con i mezzi a disposizione. Non si può ufficialmente rifiutare il rilascio di un nuovo permesso G nel terziario? Nessuno può però vietare di impiegarci sei mesi ad emetterlo: altro che autorizzazione nel giro di pochi giorni! Stesso discorso per i padroncini.
O ci difendiamo con quello che abbiamo, o staremo sempre peggio. Il continuo degrado della situazione italiana, grazie agli spalancatori di frontiere, farà aumentare la pressione da Sud sul nostro mercato del lavoro. Ah già, ma cosa ci dicevano i partiti $torici, ex partitone in prima fila? “Con la libera circolazione delle persone, i nostri giovani potranno lavorare in Italia”. Come no! A Varese, non a Palermo, un giovane su due è disoccupato. Ma “i nostri giovani potranno andare a lavorare in Italia”.
Il comitato del PLR, ex partito di maggioranza relativa, ha respinto all’unanimità l’iniziativa contro l’immigrazione di massa, poi plebiscitata dai Ticinesi. Sempre il PLR era in prima fila tra quelli che raccontavano: “con la libera circolazione delle persone, i nostri giovani potranno lavorare in Italia”. C’è da chiedersi con che coraggio i liblab osano ancora presentarsi davanti agli elettori. Ma questa è un’altra storia.
La drammatica situazione occupazionale della provincia di Varese ci sbatte in faccia, una volta di più, l’urgenza di tutelarci. Altro che continuare a ripetere il ritornello del “sa po’ fa nagott”  tanto caro ai vertici del DFE, dipartimento che, ma tu guarda i casi della vita, è in mano al PLR!
Qualcuno forse sorriderà di quanto scritto nelle prossime righe; ma con una situazione di questo tipo – ripetiamo: un giovane su due disoccupato nella Provincia di Varese – per noi si prospettano anche problemi di sicurezza nazionale. Non siamo ai barconi di disperati che sbarcano a Lampedusa ma neppure tanto lontani.
Lorenzo Quadri

Abolizione delle notifiche online E’ un bel po’ che lo diciamo…

Il Gran Consiglio ha plebiscitato l’abolizione delle notifiche online per i padroncini. Questi ultimi dovranno dunque notificarsi recandosi di persona ad uno sportello.
Con questa decisione il Gran Consiglio ha sconfessato il governo ed in particolare la direttrice del DFE la quale si è sempre opposta a questa, come peraltro a tutte le proposte volute per tutelare il mercato del lavoro dell’invasione da Oltreconfine. E mentre la Consigliera di Stato dell’ex partitone rispondeva con il mantra del “margine di manovra nullo” e del “non si può far niente” la situazione in Ticino degenerava. Basti pensare che le notifiche di padroncini e distaccati sono quintuplicate in pochi anni.
L’abolizione delle notifiche online è una richiesta che la Lega porta avanti da molto tempo, sia a livello cantonale che federale. La risposta è sempre stata niet: tutte balle della Lega populista e razzista, come sempre. Adesso i partiti $torici, quelli le cui direttive  – o all’unanimità (ex partitone) o con maggioranze bulgare (PPD) – si sono espressi contro l’iniziativa contro l’immigrazione di massa, venendo asfaltate dalla urne, tentano di saltare sul carro nel tentativo di camuffare, le elezioni sono vicine, le loro posizioni contrarie agli interessi della popolazione ticinese.
 
Vittoria leghista
L’abolizione delle notifiche online è dunque, senza dubbio, una vittoria della Lega. Evidentemente da sola non basterà a sventare l’assalto dei padroncini e delle ditte italiane che vengono in Ticino a lavorare in nero. Al proposito, nei giorni scorsi sono stati svolti dei controlli nel Malcantone. Questi controlli, l’abbiamo già detto, sono lodevoli ma andrebbero fatti con cadenza sistematica e quotidiana.
Altro elemento è il passaggio delle informazioni all’autorità fiscale italiana. La quale dovrebbe pur avere un interesse nel sapere chi lavora in Ticino senza dichiarare un centesimo in patria, quindi evadendo il fisco. Anche qui, come nell’altrettanto noto capitolo della fiscalità dei frontalieri, ci sarebbero tanti soldini da prendere per l’erario italico. Ma il governo della Penisola, pur avendo disperato bisogno di soldi, starnazza contro la piazza finanziaria svizzera (ticinese in particolare) ma non fa un cip sulle svariate centinaia di milioni di euro che mancano all’appello da parte di frontalieri e padroncini. Forse perché anche frontalieri e padroncini votano?

Informare il fisco
Questo per dire che, con tutta probabilità, il più potente dissuasore per i padroncini è proprio la comunicazione delle notifiche all’autorità fiscale d’Oltreconfine. Ma anche a questo proposito, la risposta, sia di Berna che di Bellinzona, è finora stata sempre la stessa: sa pò mia.
Altri ostacoli burocratici possono essere immaginati ed attuati a piacimento. Basta prendere esempio da quello che fa la vicina Penisola, bravissima nel precludere l’accesso al proprio mercato a ditte ed artigiani svizzeri. Per questo, fa proprio ridere i polli che un rappresentante del consiglio regionale della Lombardia, naturalmente del PD, si sia messo a starnazzare parlando, in merito all’abolizione delle notifiche online, di atto preoccupante ed unilaterale. Come se l’Italia la libera circolazione delle persone la applicasse.  Ma quando mai! Nella vicina Penisola, altro che notifiche online!
Va da sé poi che anche le notifiche devono essere oggetto di contingentamento.
A ciò aggiungiamo pure che, nei rapporti con la Svizzera, il Belpaese è inadempiente su tutto (ricordiamoci che siamo ancora iscritti nelle sue black list illegali, ricordiamoci della débâcle della Stabio-Arcisate, ricordiamoci il corridoio ferroviario di 4 m che finanzieremo noi, ecc) e adesso vengono a lamentarsi? Bisogna proprio bloccare i ristorni…
Lorenzo Quadri