Bertoli: subito le mani nelle tasche della gente!

Dopo la votazione del 18 maggio, il partito delle tasse non perde tempo

Il presidente del CdS a pochi giorni dalla votazione e smentendo clamorosamente le promesse pre-voto, lo dice a chiare lettere: bisogna quanto prima utilizzare il moltiplicatore cantonale per procedere ad aggravi fiscali.

PLR e PPDog complici della rapina annunciata!

Non ha certo perso il tempo il kompagno Manuele Bertoli, presidente del Consiglio di Stato, a chiarire subito ai cittadini ticinesi come stanno le cose.

Una settimana fa, il 18 maggio, tra i vari temi in votazione c’era pure il moltiplicatore cantonale con freno al disavanzo. Già l’oggetto in sé non può dirsi particolarmente “sexy”. Come se non bastasse, tutti dibattevano del salario minimo (asfaltato, per la $inistra ed i suoi $indakati una vera Waterloo) dei Gripen e, al massimo, del Beltrataglio ai sussidi per la riduzione del premio di cassa malati.

Risultato: del moltiplicatore cantonale non si è parlato molto. Se non su queste colonne, per fare campagna contro. I favorevoli hanno preferito passare all’acqua bassa, esprimendosi solo se strettamente necessario. Gli esponenti dell’ex partitone si sono ben guardati dal metter fuori la faccia sui giornali per difendere la proposta della loro ministra delle finanze (che in realtà l’ha copiata dalla $inistra).

Per la serie: meno se ne parla meglio è. E, se si riesce a spacciare la modifica in votazione per un semplice tecnicismo, è più facile buggerare il cittadino facendogli credere che si tratta di un tema per “addetti ai lavori” e che, di conseguenza (?), per la gente non cambia nulla.

Le fandonie pre-votazione

Le cose stanno in modo molto diverso. Con la votazione della scorsa domenica, infatti, si è inserito nella Costituzione il giocattolo per mettere le mani nelle tasche della gente tramite aggravi fiscali. Che arriveranno prima di quanto non si creda.

Fino a che la gente stava votando, i fautori del moltiplicatore cantonale che serve per aumentare le imposte – ossia tutte le forze politiche tranne Lega, Udc ed Arealiberale – dicevano che il freno al disavanzo è più che altro uno spauracchio per inculcare nei politici il rigore finanziario, ma che nella realtà c’erano tutte le garanzie che non sarebbe mai stato usato: a partire del quorum dei 2/3 del parlamento per poter modificare il coefficiente cantonale d’imposta.

Intanto però il giocattolo per aumentare le tasse veniva inserito non solo nella legge, ma addirittura nella Costituzione cantonale. Ossia nella “magna charta” dove, secondo i puristi, dovrebbero essere iscritti solo i diritti fondamentali del cittadino. Come se farsi mungere come una mucca Milka da politici incapaci di controllare l’esplosione della spesa pubblica fosse un diritto fondamentale.

Brusco risveglio

Ebbene per aprire gli occhi è bastato qualche giorno.

Il presidente del CdS Manuele Bertoli ha infatti dichiarato che bisognerà quanto prima aumentare le tasse, servendosi del moltiplicatore cantonale. Ma guarda un po’. Dove sono quelli che assicuravano che questo scenario mai si sarebbe verificato? Ed invece si verifica due giorni dopo le votazioni? Va da sé che Bertoli si è ben guardato dal manifestare le proprie intenzioni prima del 18 maggio: se i votanti avessero saputo come stavano le cose, l’esito della consultazione sarebbe probabilmente stato diverso.

Interessante, poi, l’applicazione a senso unico dei responsi popolari da parte dei kompagni. L’iniziativa “Contro l’immigrazione di massa” può aspettare tre anni; gli aggravi fiscali vengono pretesi dopo tre giorni.

Complici i partiti $torici

Complimenti dunque all’ex partitone, il cui presidente ama ripetere a destra e a manca di essere contrario agli aggravi fiscali, però la sua Consigliera di Stato fa l’esatto contrario, per essere stato il primo complice di una vittoria del partito del tassa e spendi. Ripetiamo: il moltiplicatore cantonale, per quanto presentato da Sadis, è in realtà uno storico cavallo di battaglia della $inistra.

E complimenti anche agli uregiatti, che hanno fatto da palo.

Morale: grazie a PLR e PPD, oltre che ovviamente al P$, il contribuente ticinese dovrà pagare ancora più tasse.

Stangata ai proprietari di casetta

Come se non bastasse, il proprietario di una casetta o appartamento verrà ulteriormente munto tramite l’aumento delle stime immobiliari.

La direttrice uscente del DFE, quella del “margine di manovra nullo” quando si tratta di difendere il lavoro dei ticinesi (ma il margine per mettere le mani nelle tasche della gente evidentemente lo trova) dice di voler sì “aggiornare” (traduzione: far schizzare verso l’alto) i valori di stima immobiliare, ma di volerlo fare mantenendo la neutralità fiscale (quindi, con le nuove stime i proprietari non pagheranno più tasse). Peccato che si tratti delle più classiche “balle di fra’ Luca”. Da un lato la neutralizzazione fiscale renderebbe necessario modificare così tante leggi che mai si farà. Dall’altro, Sadis ha annunciato di voler procedere a sgravi fiscali per i ricchi indicando di volerli finanziare – udite, udite – con la revisione delle stime. Ma allora con la revisione delle stime la direttrice del DFE vuole incassare! Ma come, non dovevano essere fiscalmente neutre?

E i sussidi ai permessi B

E’ quindi manifesto che il cittadino ticinese sta per essere nuovamente chiamato alla cassa. Invece di cominciare col tagliare i sussidi ai troppi stranieri, specie quelli con permesso B, mantenuti dagli svizzerotti fessi, si mettono le mani nelle sempre più anoressiche tasche della gente.

Grazie, partiti $torici! Grazie, ex partitone e PPDog!

Lorenzo Quadri

Parte l’iniziativa per portare il limite di velocità in autostrada a 140 Km/h: Un sassolino nell’ingranaggio della criminalizzazione degli automobilisti

I formulari per la raccolta firme dovrebbero cominciare a circolare proprio in questi giorni

I social network, si sa, si fanno strada anche in politica. In febbraio è stata creata su facebook una pagina a favore dell’innalzamento del limite di velocità in autostrada a 140 Km orari. Agli internauti la proposta è piaciuta: nel giro di 4 giorni la pagina ha infatti ottenuto 100mila likes.

La pagina http://www.facebook.com/140er non è una semplice boutade. Dietro infatti c’è un referente in carne ed ossa; Marco Schläpfer, un 29enne zurighese laureato all’HSG di S. Gallo, quindi non il primo sprovveduto.

Visto il successo ottenuto in rete, il promotore vorrebbe ora, con l’aiuto di giovani politici in particolare dell’Udc, ma anche del Plr, trasformare gli apprezzamenti virtuali in più concrete, per quanto meno tecnologiche, firme su supporto cartaceo. In altre parole, trasformare la richiesta che ha avuto grande successo in rete in un’iniziativa popolare. Sulla quale – se ci saranno le firme necessarie – il popolo sarà chiamato a votare. Per la riuscita di un’iniziativa popolare servono come noto 100mila firme. E la pagina facebook ha ottenuto lo stesso numero di “mi piace” in quattro giorni. Ovviamente, quando si tratta di uscire dal mondo virtuale ed entrare in quello reale, le prospettive cambiano radicalmente. Ma l’inizio è incoraggiante.

Perché farlo?

Ci si potrebbe chiedere: perché aumentare il limite di velocità in autostrada? Che esigenza c’è di farlo?

Principalmente quella di invertire una tendenza. Le autostrade sono unidirezionali e rettilinee. Sono fatte apposta per viaggiare velocemente. E le autostrade più sicure sono quelle tedesche. Eppure, su due terzi della rete autostradale tedesca non ci sono limiti di velocità. Ciononostante, su 4000 morti sulle strade germaniche nel 2011, solo un decimo sono avvenute in autostrada.

Alzare il limite massimo di velocità in autostrada da 120 a 140 non ne aumenterebbe la pericolosità. Tanto più che negli ultimi anni la tecnologia ha fatto grandi passi avanti. Le auto dispongono di sofisticati equipaggiamenti di sicurezza e lo spazio di frenata si accorcia sempre di più. Alzare il limite di velocità a 140 Km/h farebbe diminuire le entrate per le contravvenzioni,  ciò che ovviamente non piace all’ente pubblico.

Aprire una breccia

Ma soprattutto, se l’iniziativa dei 140 Km/h riuscisse, costituirebbe una breccia storica nel muro della criminalizzazione dell’automobilista e relativa mungitura con multe sempre più salate: un fenomeno perverso cha avuto la sua apoteosi (ma certamente non  è finita qui) nel programma  Via sicura, a seguito del quale un eccesso di velocità senza conseguenze viene punito come una rapina: ed in più l’automobilista – a differenza del rapinatore – deve pagare anche contravvenzioni stellari.

Se dunque l’iniziativa per portare il limite di velocità in autostrada da 120 a 140 Km/h riuscisse, questo sarebbe un primo passo  che, in totale controtendenza con i Diktat politikamente korretti anti-automobilisti fatti passare usando come un ricatto morale il pretesto populista della “sicurezza”, riconoscerebbe la libertà e la responsabilità degli automobilisti. Che non sono dei potenziali delinquenti.

Quindi un granello, anzi diciamo pure un bel ciottolo, nel meccanismo della continua  e progressiva criminalizzazione di chi usa il veicolo privato.

Se l’iniziativa riuscisse e venisse approvata in votazione popolare, potrebbe essere il primo mattone su cui costruire un’impostazione diversa.

I formulari per la raccolta firme dovrebbero cominciare a circolare in questi giorni: dunque, vale la pena sottoscrivere.

Lorenzo Quadri

«Inutili svizzeri di merda!»

Esplode sui social network la bile di taluni frontalieri per il njet al salario minimo con cui contavano di farsi gli attributi di platino

Qui c’è gente, in arrivo dalla vicina Penisola, che sputa nel piatto dove mangia: cari signori e signore, se la Svizzera e gli Svizzeri vi fanno così schifo, tornate nel vostro bel Paese e non varcate mai più il nostro confine!

Nei giorni scorsi, dopo la votazione sul salario minimo che ha asfaltato la $inistra (la quale peraltro ha di recente perso anche la votazione sull’1:12) si sono moltiplicate le prese di posizione anti-svizzere da parte di frontalieri.

In rete ne è comparso un campionario ampio ed illuminante (vedi immagine). Si va “da svizzeri di merda” a “totalmente inutili”; da “emeriti andicappati” a “vi porteremo  via il lavoro”. Se le coscienze ticinesi non si risvegliano ora, vuol dire che sono proprio entrate in coma vegetativo.

Il motivo dell’ira funesta dei frontalieri contro gli Svizzeri? 

L’affossamento, da parte nostra, del salario minimo più alto del mondo, le cui controindicazioni erano palesi. Abbassamento della paga di riferimento verso quella minima, impossibilità per i giovani al primo impiego di trovare un’occupazione, tante piccole aziende a rischio di chiusura, aumento dei prezzi, crescita del lavoro nero: sarebbero state solo alcune delle conseguenze del salario minimo proposto dai kompagni ed impallinato dai votanti.

Questi rischi, ai cittadini  svizzeri e ticinesi erano ben chiari. Ed infatti il responso delle urne, che ha segnato per la $inistra ed i $indakati una disfatta disastrosa, parla da sé. Ma ai votanti era chiara anche un’altra cosa: che il salario minimo sarebbe stato un indebito regalo ai frontalieri. Una coppia di frontalieri avrebbe guadagnato 8000 Fr al mese; questo quando due anziani ticinesi con la complementare devono accontentarsi di meno della metà.

Regalo mancato

Non c’è bisogno di disquisire a lungo su come avrebbe indebitamente avvantaggiato i frontalieri un esito positivo della votazione sul salario minimo. Tanto più che i frontalieri già pagano molte meno tasse dei cittadini italiani che lavorano in Italia, e questo a seguito della nota Convenzione del 1974.

Quello che avrebbero potuto portare a casa se il salario minimo fosse passato era dunque ben chiaro ai frontalieri. Ai pochi che ancora non fossero edotti, ha provveduto la stampa italiana della fascia di confine a chiarire le idee con le solite immagini dell’Eldorado elvetico.

Chiaro che, con il salario minimo della $inistra, l’assalto da sud al nostro mercato del lavoro avrebbe conosciuto un’ulteriore impennata.

A spese degli svizzerotti?

Dalle reazioni sui social network appare evidente che tra i frontalieri c’era chi già contava di migliorare ancora il proprio tenore di vita grazie agli svizzerotti fessi. Chi ha coltivato aspettative di questo tipo è però rimasto deluso.

La delusione di chi, in arrivo da oltreconfine, incautamente credeva di farsi gli attributi di platino con l’iniziativa dei kompagni (suoi paladini)  è comprensibile.  Assolutamente intollerabile, però, è riempire la “rete” di affermazioni come quelle circolate negli scorsi giorni. Esternazioni vergognose, che hanno suscitato la giusta indignazione di molti ticinesi.

E’ infatti palese che c’è gente che mangia grazie alla devastante libera circolazione delle persone con la Svizzera (col Ticino) ma ciononostante si permette di considerarci degli “inutili svizzeri di merda”.

Chi se ne esce con simili affermazioni meriterebbe una bella denuncia per razzismo, e pure la revoca del permesso G.

Purtroppo sappiamo bene che almeno la seconda sanzione non arriverà mai: ci sono infatti pregiudicati per rapina cui il Tribunale federale ha confermato lo statuto di frontaliere. Complimenti.

L’avessimo detto noi…

E’ chiaro che, se un ticinese si permettesse di insultare uno straniero con modalità come quelle utilizzate da taluni frontalieri nel commentare l’esito della votazione sul salario minimo, si beccherebbe una denuncia penale per razzismo e non solo.

Soprattutto, la $inistra moralista a senso unico e spalancatrice di frontiere si metterebbe a starnazzare al “razzismo” e alla “xenofobia”. Invece, sugli insulti ai ticinesi, è il solito silenzio di tomba. Evidentemente farsi trattare da “svizzeri di merda, totalmente inutili” risponde ai canoni del multikulturalismo politikamente korretto.

Noi a farci insultare da chi porta a casa la pagnotta grazie al Ticino non ci stiamo: per questi signori e signore che vomitano bile nel piatto dove mangiano ci vuole un bel procedimento penale. Così magari la prossima volta, prima di pubblicare certi apprezzamenti, si assicureranno di aver collegato il cervello.

Questi indegni episodi confermano una volta di più l’esigenza di introdurre SUBITO i contingenti per frontalieri e padroncini plebiscitati dal popolo ticinese il 9 febbraio. E anche di piazzare quotidianamente dei radar in prossimità delle dogane.

Lorenzo Quadri

Votazioni dello scorso fine settimana: Peccato per Gripen e moltiplicatore cantonale

Ma per la $inistra il salario minimo è stato un vero sfacelo – e intanto Bertoli, approfittando del “giocattolo nuovo”, ha già annunciato di voler mettere le  mani nelle tasche del contribuente

 Dopo mesi di dibattiti, spesso caotici vista la moltitudine di temi in votazione, si è giunti al dunque.

Il salario minimo, ovvero il regalo indebito ai frontalieri, è stato letteralmente asfaltato. Una vera disfatta. Una Waterloo della $inistra e dei $indakati. Non solo la proposta non ha riscosso consensi al di fuori dell’area della $inistra, ma non è stata votata da tutti nemmeno all’interno di quell’area. Un’area che, tutto sommato, a livello nazionale può contare su un seguito di circa il 30% dei votanti. Ma l’iniziativa ha totalizzato solo il 23,7% di Sì!

Per i kompagni, dunque, lo scorso fine settimana è stato uno sfacelo politico. Ma naturalmente la RSI, che dei kompagni è lo strumento di propaganda, ha passato all’acqua bassa. Ha invece preferito, con enfasi del tutto fuori luogo, mettere l’accento sulla bocciatura, di misura (53,4%)  del Fondo Gripen. Basti pensare che, nella trasmissione di commento post-votazioni di domenica sera, si è parlato per tre quarti del tempo dei Gripen, mentre alla Caporetto del salario minimo si sono dedicati gli scampoli di tempo.

 

Partigianeria RSI

Dopo aver fatto per mesi campagna contro i nuovi velivoli – alla faccia dell’equidistanza d’obbligo per una televisione di servizio pubblico e per di più finanziata col canone più caro d’Europa – nelle redazioni di Comano poter festeggiare una sconfitta dell’esercito, e quindi della neutralità e della sovranità svizzera, è indubbiamente stata una vera libidine. Un godimento al cui paragone la “tranvata” sul salario minimo è ben poca cosa, tanto il salario dei kompagni è un multiplo dei famosi 4000 Fr al mese.

Spiace dunque che la votazione sui Gripen sia finita così, poiché si può sindacare finché si vuole sul modello dell’aereo e sulla tempistica dell’acquisto, ma il fatto è che, con questo No popolare, si è aperta una breccia nel nostro esercito di milizia. Una breccia che chi vuole smantellare l’esercito per rottamare la Svizzera non mancherà di tentare di sfruttare. Lo farà, siamo pronti a scommetterci, tramite il solito sistema tipico della $inistra: le votazioni a raffica. Ricordiamo che quella dello scorso fine settimana era la terza votazione sul militare nel giro di un paio d’anni. Prima si sono messe in discussione le armi d’ordinanza al domicilio, poi il principio della milizia, adesso il fondo Gripen. A proposito: quanto sono costate al contribuente tutte queste consultazioni sempre sullo stesso tema?

Gli è che i 3.1 miliardi su 30 anni destinati ad acquistare i Gripen fanno parte del budget dell’esercito, e lì rimarranno. Malgrado gli scontati tentativi dei kompagni di allocarli altrove; magari negli aiuti all’estero o all’ “integrazione”. La difesa non si tocca. Servono più soldi per la socialità a vantaggio degli svizzeri o per ridurre i premi di cassa malati? Quei soldi, li si vanno a prendere non già dal budget dell’esercito, bensì da quello dei contributi all’estero, che ogni anno ammontano ad assai più del costo totale dei Gripen.

Inoltre va da sé che, visto che si è votato sui Gripen già budgettizzati, allo stesso modo pretendiamo di votare ogni anno sui miliardi dei contribuenti che vengono sperperati all’estero. Magari regalati a  Stati membri della fallita Unione europea che per tutto ringraziamento inseriscono la Svizzera su liste nere e ci muovono guerra economica.

 

Il giocattolo per aumentare le tasse

Sul fronte cantonale, spiace ovviamente per l’approvazione del moltiplicatore cantonale d’imposta. In questo caso si è aperta ben più di una breccia. Si è creato il meccanismo – ancorandolo addirittura nella Carta fondamentale dello Stato: dove sono i puristi del “rango costituzionale” ? – per mettere le mani in tasca alla gente, ossia al solito ceto medio. L’incapacità della politica di contenere la spesa pubblica è conclamata e manifesta. Da anni ogni richiesta si trasforma automaticamente in un bisogno e ogni bisogno in un diritto che, ovviamente, va riconosciuto. Specie in campagna elettorale. E chi paga? Pantalone, ovviamente. Se qualcuno pensa che il voto parlamentare a maggioranza di 2/3 per poter alzare il moltiplicatore cantonale costituisca una garanzia, sarà rapidamente disilluso. Chi ha voluto il giocattolo, è ovvio, intende anche utilizzarlo. Altrimenti tutto l’esercizio non avrebbe senso. Ed infatti Manuele Bertoli ha già detto che per il preventivo 2015 vuole aumentare le imposte. Scandaloso! E per cosa, poi? Magari per mantenere approfittatori stranieri che poi ci prendono anche per i fondelli?

E’ comunque chiaro che la Lega si opporrà ad ogni tentativo predatorio.

Lorenzo Quadri

Permessi B in assistenza: chiarezza subito! Ticino più largheggiante del Tribunale federale?

Una cosa è certa: non si taglia neanche un centesimo alla spesa sociale a  beneficio dei Ticinesi finché ci sarà in questo Cantone anche un solo permesso B a carico del contribuente.

Si torna a parlare di stranieri UE con permesso B che sono in assistenza.

Se  ne parla giustamente, perché questi immigrati nello Stato sociale costituiscono un costo che non abbiamo nessuna ragione di assumerci. A maggior ragione adesso che si pretende di risparmiare sulla socialità a danno di tutti, ticinesi compresi.

Il trucchetto è noto. Il cittadino UE arriva in Svizzera, grazie alla devastante libera circolazione delle persone, certificando che viene per lavorare e dunque non pesa sul borsello del contribuente. Nel giro di poco tempo capita però che il posto di lavoro sparisca. Ciò può essere involontario, e si spera che sia la maggioranza dei casi, ma anche frutto di accordi truffaldini. Nel Canton Berna qualche tempo fa è stato scoperto un giro criminoso, che faceva capo a cittadini portoghesi, dedito alla gestione di contratti di lavoro farlocchi, con l’obiettivo di far giungere in Svizzera cittadini portoghesi e poi metterli a carico della socialità.

La Lega aveva ragione

La Lega, come spesso accade, il problema l’aveva visto fin dall’inizio dei dibattiti politici sulla devastante libera circolazione delle persone. Ma naturalmente erano tutte balle populiste e razziste.

Ed invece adesso capita che perfino i Paesi UE, che non hanno – a differenza della Svizzera – governi tanto gnucchi da subordinare il benessere della popolazione ai Diktat dei burocrati di Bruxelles non eletti da nessuno, vogliono limitare l’immigrazione nel loro Stato sociale. E quindi: chi non ha un lavoro torna a casa propria, come è normale che sia. Non viene mantenuto dal paese ospite. Anche se questo Paese fa parte della combriccola europea.

In Svizzera di costi sociali provocati da stranieri che si approfittano degli svizzerotti fessi ce ne sono già a sufficienza, pertanto il crescente fenomeno dei permessi B in assistenza deve venire stroncato. Naturalmente, finché era solo la Lega a puntare il dito, erano tutte balle populiste:  intanto però è stata votata l’iniziativa Contro l’immigrazione di massa e allora ci si accorge che il problema è reale. A Lugano il 16% delle nuove domande d’assistenza giungono da permessi B.

Interviene il TF

Accade ora che, in materia di lavoratori UE che… non lavorano, Tribunale federale, tanto per una volta, non si è dimostrato poi così “di manica larga” come avrebbero auspicato i rottamatori della Svizzera. Ad una cittadina portoghese senza lavoro e che ha esaurito le indennità di disoccupazione e viveva di assistenza e programmi occupazionali il TF  ha detto che deve tornare a casa sua. Perché ha perso lo statuto di lavoratrice, requisito essenziale per disporre del permesso B.

Non solo: in una precedente sentenza, il Tribunale federale –  ma naturalmente nessuno ne ha parlato – ha stabilito che il dimorante che non ha un impiego da 18 mesi perde lo statuto di lavoratore comunitario e quindi bisogna revocargli il permesso B. Altro che mantenerlo a carico della nostra socialità! E questo vale anche se la persona in questione lavora sì per qualche ora, ma non abbastanza per mantenersi senza fare capo all’assistenza. Il Tribunale federale, non la Lega populista e razzista, ha pure decretato che il fatto di seguire dei programmi d’inserimento professionale non dà diritto allo statuto di lavoratore.

C’è motivo di ritenere che il Consiglio di Stato ticinese sia più largheggiante nella sua prassi del Tribunale federale. E quindi,  che grazie al governo il contribuente mantenga stranieri malgrado il TF abbia certificato che non c’è alcun obbligo di mantenerli. Ecco il vero scandalo, che ha dei precisi responsabili: chi è ed è stato ai vertici del DSS. Sia come politico che come  funzionario dirigente. Su questo pretendiamo immediata chiarezza.

Attenzione…

In Ticino, da indicazioni del consiglio di Stato, su 4300 casi d’assistenza, ci sono circa 300 permessi B, per i quali possiamo ringraziare la devastante libera circolazione delle persone. Non si tratta quindi affatto delle “poche unità” di cui vaneggiavano gli spalancatori di frontiere per “dar contro” alla Lega populista e razzista. Sempre secondo il direttore del DSS Paolo Beltraminelli, i permessi B con sussidio di cassa malati sarebbero circa 8000. Beltraminelli ha dichiarato al proposito, con bella sicurezza, che queste persone “lavorano e quindi hanno diritto ai sussidi di cassa malati”. Frena Ugo! Prima di tutto il fatto che siano titolari di un permesso B non vuol dire che lavorino. Come detto 300 permessi B sono in assistenza; quanti sono in disoccupazione? Inoltre, il sussidio di cassa malati è pur sempre un aiuto sociale. Quindi non va erogato a chi ottiene il permesso B in quanto lavoratore tenuto a mantenersi con le proprie risorse.

E’ chiaro dunque che qui c’è urgenza di fare pulizie. Non si taglia neanche un centesimo alla spesa sociale a beneficio dei Ticinesi finché ci sarà in questo Cantone anche un solo permesso B a carico del contribuente.

Lorenzo Quadri

La road map perde la bussola. Proprietari di casetta: in arrivo l’ennesima legnata?

Sul Preventivo cantonale 2015 si addensano nubi nere (o piuttosto, rosse): come noto, il buco si annuncia attorno ai 230 milioni, ma il Consiglio di Stato vorrebbe scendere ad al massimo 100. Bisogna dunque recuperare in un modo o nell’altro 130 milioncini. Auguri.

A sinistra il PS, come da consolidata tradizione, scalpita per suonare l’assalto ai sempre più anoressici borselli dei contribuenti. E’ evidente che il modo più semplice per fare il maquillage ai conti pubblici è quello di mettere le mani nelle tasche della gente; ed in particolare dei proprietari immobiliari. E non parliamo di palazzinari, bensì di coloro che, con fatica e sacrifici, sono diventati padroni della propria casetta o appartamento.

La direttrice del DFE, ovvero la ministra PLR del “margine di manovra nullo” Sadis, il “margine di manovra” per mungere i proprietari di casetta o appartamento l’ha tuttavia già trovato: questo malgrado il presidente del suo ex partitone insista nel ribadire la propria contrarietà ad aggravi  fiscali. Ma si sa che se Rocco dice “bianco”, Laura risponde “nero”. E quindi i titolari di una piccola sostanza in mattoni si sono visti decurtare proditoriamente le deduzioni sul valore locativo. Si tratta di una manovra particolarmente infida, perché il Consiglio di Stato l’ha fatta quatto-quatto, utilizzando le proprie competenze, quindi senza passare dal parlamento, imboscando la brutta sorpresa nella lunga lista di misure marginali.

Ma questo, come noto, non è che il primo capitolo. La famigerata “Road map” (quando si mettono a parlare inglese son dolori) prevede infatti, tra le 27 misure, l’aggiornamento delle stime immobiliari. Il termine “aggiornamento” è eufemistico al limite del truffaldino, visto che si mormora in realtà di un raddoppio. La misura viene spacciata come un “atto di giustizia” argomentando che le stime sarebbero troppo basse rispetto al reale valore commerciale degli immobili. Ma chi propone questa misura non ha affatto in mente la giustizia, bensì di fare cassetta. Quindi si abusa della “morale” per colpevolizzare e depredare il contribuente. Lo stesso perverso giochetto cui da anni si assiste in materia di norme sulla circolazione: colpevolizzare per mungere. Parafrasando qualcuno, si potrebbe dire che, quando si sentono i campioni del “tassa e spendi” riempirsi la bocca con termini quali “giustizia” ed “equità”, vien voglia di metter mano alla pistola. Si spaccia per “etica” quello che è semplicemente un salasso.

Il presidente della Camera  ticinese dell’economia fondiaria (CATEF) Gianluigi Piazzini, intervistato dal Corriere del Ticino sulla dopatura delle stime immobiliari, ribadendo il proprio benvenuto No secco, ha avuto una delle sue espressioni colorite e particolarmente azzeccate: «quando mancano i soldi, tanto vale dichiarare tutti un po’ più ricchi per spennarli meglio».

E’ chiaro che l’aggiornamento complottato sarebbe accettabile solo se fatto in modo da non aumentare il carico fiscale gravante sui proprietari. Ma, come diceva Totò, “Accà nisciuno è fesso”: che interesse avrebbe il Cantone a procedere ad un simile adeguamento, se non può usarlo per incassare? Sicché, per la serie “a pensar male si commette peccato ma ci si azzecca quasi sempre”, è facile prevedere che la pompatura delle stime ci sarà, l’adeguamento legislativo per neutralizzarla fiscalmente no.

Sicché i titolari di una piccola “sostanza al sole” si preparino a rimanere, nuovamente, cornuti e mazziati. E si ricordino (tanto per citare due esempi) che i “proprietari di casetta” sono defraudati, se anziani, del beneficio della prestazione complementare e dal 2012 si sono visti decurtare/azzerare i sussidi per la riduzione del premio di cassa malati. Adesso è arrivato il taglio alle deduzioni sul valore locativo e, soprattutto, si prepara la stangata sulle stime. La misura è colma!

Lorenzo Quadri

I sindacati insistono nella difesa dell’immigrazione incontrollata: Alla faccia degli interessi dei lavoratori

Ma i frontalieri si sindacalizzano, e gli affari sono affari, anche a $inistra. Come dire: rossi sì, ma scemi no!

Ma guarda un po’: i kompagni di UNIA insistono nel farsi paladini delle frontiere spalancate, che fa tanto internazionale $ocialista, e dell’immigrazione senza limiti. Naturalmente pro-sacoccia, e raccontando un sacco di fanfaluche.

Premessa che UNIA e P$ sono intercambiabili, scrivono i kompagni: “Se la popolazione sprovvista di passaporto rossocrociato lasciasse la Confederazione, il nostro (?) Paese si troverebbe in una situazione difficile”. Facendo una battuta, si potrebbe dire che anche i kompagni, così come l’odiata destra, in realtà puntano a diminuire il numero degli stranieri: facendoli diventare tutti svizzeri.

Al di là di questo, la domanda che nasce spontanea davanti alla dichiarazione di UNIA testé citata è: “o kompagni, ma ci siete o ci fate?”. Forse che qualcuno ha mai detto che tutti gli stranieri devono lasciare la Svizzera? Forse che l’iniziativa Contro l’immigrazione di massa prevede qualcosa del genere? Forse che l’iniziativa in questione chiede uno stop tout-court all’immigrazione? Risposta: no.

Immigrazione di massa

Ed infatti l’iniziativa approvata dal popolo lo scorso 9 febbraio asfaltando il P$ ed i $indakati rossi che facevano campagna contro, si chiama, per l’appunto, iniziativa “contro l’immigrazione di massa”. Non “contro l’immigrazione” e basta. C’è una bella differenza tra le due cose, ma i populisti di $inistra fanno finta di non vederla, o forse proprio non sono in grado di vederla, accecati dall’ideologia e dall’odio nei confronti di tutto ciò che puzzi anche solo vagamente di nazionalismo. Perché per loro, gli internazionalisti spalancatori di frontiere, le nazioni devono cessare di esistere, così decide tutto una manica di biechi burocrati di Bruxelles non eletti da nessuno ed oltretutto schiavi dei “poteri forti” che stanno affamando intere nazioni. Non si capisce come la $inistra nostrana possa promuovere attivamente un simile disegno, ma tant’è.

Esclusione

L’iniziativa votata dal popolo  un trimestre fa, e quindi il nuovo articolo 121a della Costituzione federale, non dice che non deve più arrivare neanche un immigrato o che tutti gli stranieri residenti in Svizzera verranno allontanati.

L’iniziativa – e da tre mesi la Costituzione – dicono che l’immigrazione non può essere selvaggia; nemmeno in quella in arrivo dai paesi UE di cui, per fortuna e con grandi travasi di bile dei kompagni internazionalisti, spalancatori di frontiere e rottamatori della Svizzera, non facciamo parte. Iniziativa e Costituzione dicono invece che l’immigrazione va controllata. L’immigrazione non deve quindi portare all’esclusione dal mercato del lavoro – e quindi all’esclusione sociale – dei residenti a vantaggio degli immigrati o dei frontalieri, come invece accade attualmente ed in particolare in Ticino. Ma tu guarda questi $ocialisti: si riempiono la bocca con termini quali “integrazione” o “inclusione” (che fa anche più figo) e poi sono a favore dell’esclusione dei residenti?

Business is business

Perché i sindacalisti, che per professione dovrebbero difendere i lavoratori, si schierano contro la priorità dei lavoratori residenti, ovvero contro l’unica difesa efficace dalla sostituzione e  dal dumping salariale?

Perché si schierano a favore dell’invasione dei frontalieri quando è ormai chiaro in tutte le salse che questa comporta per chi vive in Ticino una catastrofe occupazionale e sociale? La risposta è semplice; e si chiama danée. Gli immigrati ed anche i frontalieri si sindacalizzano e pagano le loro belle quote, che permettono ai dirigenti sindacali di incassare stipendi, garantiti a vita, che sono dei multipli dei famosi 4000 Fr mensili con cui la $inistra da mesi si sciacqua la bocca. Anzi magari i frontalieri, percependo la loro situazione occupazionale come precaria, sono più propensi a sindacalizzarsi.

Quindi nelle tasche di  UNIA e Co grazie al frontalierato entrano tanti bei soldoni (che poi vengono utilizzati anche per finanziare campagne politiche contrarie agli interessi degli svizzeri). Non si pretenderà che i sindacalisti seghino il ramo su cui sono appollaiati limitando l’afflusso di frontalieri? Gli affari sono affari: anche a $inistra. Rossi sì, ma scemi no.

Da qui i contorsionismi per giustificare una posizione che è oggettivamente ingiustificabile. Ragione per cui non rimane che andare a rifugiarsi nel mantra delle solite stucchevoli accuse di populismo, di xenofobia oppure delle balle manifeste (come quella che qualcuno vorrebbe bloccare integralmente l’immigrazione o espellere tutti gli stranieri dalla Svizzera).

Ma in casa UNIA non l’hanno ancora capito che non attacca?

Lorenzo Quadri

Il P$ vuole svuotare le casse pubbliche

I kompagni all’assalto della tassazione forfettaria dei ricchi stranieri

Finalmente chiara la politica degli stranieri della $inistra: far scappare quelli ricchi che pagano molte tasse e non costano nulla alla collettività e spalancare le porte a quelli che delinquono o che sono a carico del nostro Stato sociale

Ma guarda un po’: ai kompagni non piacciono gli stranieri. E’ quanto emerso dal dibattito fiume, un vero e proprio festival dei blabla, tenutosi la scorsa settimana in Consiglio nazionale sull’iniziativa P$ che vuole vietare i forfait fiscali per i ricchi stranieri residenti in Svizzera che non hanno attività lucrativa nel nostro Paese.

Sono soprattutto i Cantoni turistici, in quanto paesaggisticamente più “dotati”, ad ospitare questi ricchi contribuenti. Tra questi anche il Ticino che ha quasi 900 globalisti che pagano 75 milioni di imposte all’anno. Nel nostro cantone la legge che consente la tassazione forfettaria esiste dal 1953. Di recente le aliquote sono state ritoccato verso l’alto.

Questi 75 milioni di gettito, non propriamente noccioline, i kompagni vorrebbero gettarli a mare. Come al solito dunque la $inistra è contro il Ticino, contro la Svizzera, contro il lavoro e anche contro la socialità. Lo sanno anche i paracarri che questi ricchi stranieri, che pagano molte tasse in cifre assolute (anche se “poche” in relazione alla loro ricchezza) hanno varie residenze. Spesso sono anziani e non hanno figli a carico. Possono dunque cambiare domicilio in un cip. Perché i kompagni vogliono metterli in fuga? C’è forse qualcosa che lo impone? No: c’è solo il consueto odio nei confronti dei ricchi, la solita fregola ideologica, e la voglia matta di sfasciare il modello svizzero.

Fermi alla rivoluzione francese

Il colmo è che i $ocialisti, nella loro orgia giustizialista da rivoluzione francese – che vari oratori ro$$o-verdi hanno infatti citato: a dimostrazione che la loro forma mentale è ferma ai giacobini ed ai sanculotti – contro l’imposizione forfettaria, invocano il rispetto delle leggi: come se la l’imposizione globale fosse un reato; come se non fosse ancorata a specifiche basi legali e questo dal lontano 1935.

Oltretutto, dall’estero non c’è alcuna pressione sulla Svizzera per l’abolizione dei forfait fiscali, pratica peraltro ben nota in molti paesi europei. I globalisti quindi non infrangono la legge. Ad infrangere la legge sono invece gli stranieri che delinquono e che spesso sono a carico del nostro stato sociale. Ma questi i kompagni se li vogliono tenere tutti. Dal primo all’ultimo. Non solo: ne vogliono far arrivare sempre di più tramite la politica delle frontiere spalancate.

E se ad uno straniero a carico del nostro stato sociale e che risiede illegalmente – capito kompagni? Illegalmente – in Svizzera viene intimato di lasciare il paese i $ocialisti, quelli che si sciacquano la bocca con il “rispetto delle leggi”, sfilano in piazza per farsi campagna elettorale (vedi caso Arlind).

Chi colma il buco?

Ecco dunque chiarita, al di là di ogni equivoco la posizione dei $inistri in materia di politica degli stranieri: mettere in fuga quelli ricchi che pagano molte tasse e non provocano alcun costo, e tenere invece quelli che delinquono e/o che pesano sullo Stato sociale.

Interessante poi sentire i kompagni che tuonano contro le ville dei ricchi stranieri, naturalmente senza dire un cip, tanto per fare un esempio, sull’appartamento da tre milioni appena comprato dall’ex consigliera federale P$ Micheline Dimitri Calmy Rey.

Domandina facile-facile: se i ricchi stranieri partono, chi verrà chiamato alla cassa per colmare gli ammanchi di entrate provocati all’ente pubblico? Risposta scontata: il solito ceto medio, in particolare quello che ha avuto la pessima idea di diventare proprietario della propria casetta o appartamento e che viene spennato alla grande in ogni occasione (Laura Sadis ha già messo le mani nelle tasche dei proprietari di casetta tagliando proditoriamente, senza dire niente a nessuno, le deduzioni sul valore locativo e adesso si appresta ad aumentare anche i valori di stima). O vuoi vedere che la $inistra, per colmare l’ammanco, preferisce tagliare sulla socialità?

22mila posti di lavoro

Senza dimenticare che i globalisti acquistano beni di lusso, fanno lavorare le aziende e gli artigiani del posto nelle loro ville. Le cifre ufficiali parlano di 22mila posti di lavoro direttamente collegati alla presenza di questi superricchi, i quali oltretutto sono particolarmente attivi nella beneficienza a vantaggio di cultura, sport, turismo, eccetera.

I globalisti portano dunque solo vantaggi alla collettività; come pensano, i kompagni, di finanziare la socialità facendo scappare chi paga le tasse? Ah già, ma loro si occupano solo di prelievo e di distribuzione, tutto il resto non interessa. Perché voler cacciare questo “borsoni”? Così. Per pura ideologia. Per pura voglia di distruggere tutto ciò che compone il modello svizzero. In particolare quando si tratta di federalismo: sappiamo che la $inistra vuole uniformare e centralizzare tutto, prima a Berna e poi a Bruxelles. Del resto, da un partito che vuole farci aderire all’UE, che rifiuta qualsiasi limitazione all’immigrazione, che vuole abolire l’esercito, cos’altro ci si poteva attendere?

Non contento di aver messo il Ticino “in palta” con la devastante libera circolazione delle persone, il P$ adesso vuole svuotarne le casse pubbliche mettendo in fuga dei buoni contribuenti di cui c’è bisogno come del pane.

Lorenzo Quadri

CN Lega

Ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri: Il blocco è un atto dovuto!

La situazione attuale è un’intollerabile e costosissima presa per i fondelli per il Ticino ed i Ticinesi

Si ritorna a parlare di blocco dei ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri, ed era ora.

In effetti l’errore è stato quello di sbloccarli. Non ci voleva una scienza per rendersi conto che la vicina Penisola, accampando la scusa del vorticoso susseguirsi di governi non eletti (che ovviamente è ben lungi dall’essere terminato), nelle trattative con la Svizzera sarebbe rimasta ai piedi della scala.

La Svizzera, senza ottenere nulla in cambio da nessuno ed in particolare dalla vicina Penisola, grazie alla ministra del 5% Widmer Schlumpf – che, ogni giorno che passa, si dimostra sempre più una calamità per il paese – ha continuato a svendere senza ritegno la propria piazza finanziaria, ossia una delle proprie principali risorse, capitolando su tutta la linea.

 

Gli unici ad applicare…

Il “placet” apposto dal Consigliere federale PLR Schneider Ammann, quello che (non) paga le tasse sull’isola di Jersey, alla dichiarazione dell’OCSE sullo scambio automatico di informazioni è l’ennesimo atto di deleterio autolesionismo. Perché è chiaro che, ancora una volta, gli svizzerotti fessi applicheranno (se ratificati definitivamente) gli accordi alla lettera, mentre tutti gli altri se ne fregheranno e/o li aggireranno. Le principali testate giornalistiche statunitensi, tanto per fare un esempio, della dichiarazione OCSE nemmeno hanno parlato (o, se l’hanno fatto, è stato solo per sottolineare l’ennesimo cedimento elvetico). Se non ne hanno parlato, è per un motivo preciso: gli States non intendono, semplicemente, adeguarsi.

 

L’Italia ne approfitta

Il fatto che la Svizzera abbia calato per l’ennesima volta le braghe perché “la controparte è più forte” e quindi si cede su tutta la linea – avessero i nostro antenati seguito simili modalità il nostro Paese nemmeno esisterebbe – ha portato solo vantaggi senza contropartita a quegli Stati, e/o comunità internazionali, che da alcuni anni ci hanno dichiarato guerra economica.

Tra questi l’Italia, che però continua ad approfittare della devastante libera circolazione delle persone, utilizzando il Ticino come ammortizzatore della propria catastrofica situazione occupazionale (a Varese un giovane su due non ha lavoro) facendoci invadere da frontalieri e padroncini. Naturalmente questo non comporta alcun riconoscimento, anzi. Le opere infrastrutturali transfrontaliere, vedi AlpTransit, vedi trenino dei Puffi Stabio-Arcisate, non vengono fatte. Solo l’uregiatta Doris Leuthard può credere alle promesse da marinaio di un ministro dei trasporti italico che tra l’altro nemmeno sa se in autunno avrà ancora la cadrega.

E, soprattutto, la Svizzera rimane inserita sulle black list illegali italiane. Però Berna continua allegramente a rispettare una convenzione vecchia di quarant’anni, che non ha alcuna ragione di esistere, sui ristorni delle imposte dei frontalieri. Ma chissenefrega: tanto la convenzione danneggia solo il Ticino e figuriamoci se Berna rischia di fare “uno sgarbo” all’Italia per tutelare il nostro Cantone… L’Italia è più forte del Ticino per cui, secondo la logica del servilismo entrata nel quotidiano del Consiglio federale, la situazione è chiarissima. Come se non bastasse, disdire la Convenzione non sarebbe neppure uno sgarbo all’Italia, visto che quest’ultima avrebbe tutto da guadagnarci dall’abolizione del privilegio fiscale per i frontalieri. Ma questo è un altro discorso.

 

Il soldino e due panini

Il colmo è che la Convenzione sui ristorni dei frontalieri, tutt’ora in essere, è stata sottoscritta dalla vicina ed ex amica Penisola in cambio del riconoscimento del segreto bancario elvetico. E qui la contraddizione è stridente – ma evidentemente a Berna né la consigliera federale non eletta né i suoi tirapiedi ci arrivano. Ma come: l’Italia firma una Convenzione in cui riconosce il segreto bancario e poi mette la Svizzera su una lista nera illegale a causa del segreto bancario, ma ciononostante continua ad approfittare senza pudore dei vantaggi della Convenzione, oltretutto senza nemmeno ottemperarne gli obblighi? Insomma, neanche il soldino e il panino; qui siamo al soldino e due panini. Quale controparte potrebbe tollerare una situazione del genere? Nessuna. Solo la Svizzera. Una tolleranza così insensata che nelle redazioni del quotidiano Repubblica (che non è propriamente il bollettino parrocchiale di Usmate Carate) sono convinti che la Confederazione abbia bloccato il versamento dei ristorni.

A ciò si aggiunge l’ultima puntata. Quella citata in apertura. Ossia l’ulteriore calata di braghe del Consiglio federale in materia di segreto bancario che di fatto è stato smantellato. Ma la Svizzera rimane sulla lista nera illegale italica.

 

Blocco indispensabile

Contro ogni evidenza, la ministra del 5% rottamatrice della Svizzera,  in carica contro la volontà popolare a seguito di un vergognoso inciucio P$-PPDog (ricordarsene alle elezioni), non ne vuole sapere di disdire la Convenzione del 1974.

Il Ticino dunque, secondo l’illuminata signora, deve continuare a smenarci 60 milioni di entrate fiscali all’anno. Per fare un favore a lei ed alla sua politica (?) della calata di braghe.

Il nostro Cantone, se – diversamente dal Consiglio federale – ha ancora un minimo di dignità, non può accettare una simile situazione.

Se il Consiglio federale non fa il suo dovere e non disdice la Convenzione con l’Italia, i ristorni li blocchiamo noi. E integralmente. Non solo a metà come nel 2011. C

onsiglio di Stato darsi pf una mossa, perché fine giugno, ossia la data del versamento, si avvicina…

Lorenzo Quadri

 

Forse che per curare un malato grave si aspettano tre anni? Contingenti subito e anche per i padroncini!

Visto che, e questo non  stupisce, a Berna sull’applicazione dell’articolo costituzionale contro l’immigrazione di massa tentano di fare i furbi, un paio di precisazioni non fanno male.

Che qualcuno tenti, maldestramente, di svicolare non deve sorprendere particolarmente: la votazione del 9 febbraio, quindi di tre mesi fa, è una clamorosa sconfessione di anni di politica  federale improntata al sordido servilismo nei confronti dell’unione europea. UE in cui il Consiglio federale contava di farci entrare, andando a raccontare la storiella che, in caso contrario, per la Svizzera sarebbe stato un disastro, eccetera eccetera. Tutte panzane, come ben si è visto.

Adesso c’è chi vorrebbe che dai contingenti votati tre mesi fa venissero esclusi i frontalieri. A formulare questa delirante ipotesi, alcune associazioni di categoria d’Oltregottardo. E’ chiaro che non se ne parla nemmeno. Tanto più che i frontalieri sono esplicitamente citati nel testo dell’iniziativa, diventato disposto costituzionale. E non per caso: ma perché i rappresentanti ticinesi del gruppo promotore hanno insistito perché così fosse. Del resto anche nell’Udc nazionale si è fatta strada la consapevolezza che l’invasione di frontalieri e di padroncini per il Ticino è semplicemente una catastrofe: quindi il contingentamento e la priorità dei residenti è, semplicemente, un obbligo.

La tempistica non è un optional

Il 70% dei ticinesi ha plebiscitato l’iniziativa Contro l’immigrazione di massa, voto che – ricordiamocelo – è stato determinante per l’esito della  votazione a livello nazionale, principalmente per le deleterie conseguenze del frontalierato senza limiti sul mercato del lavoro ticinese. E la pressione da sud non è minimamente destinata a diminuire, anzi: nella provincia di Varese, quindi non a Caltanissetta, quasi un giovane su due non ha lavoro e il numero dei disoccupati ha raggiunto la quota record di 35mila (notizia divulgata di recente dalla camera di commercio di Varese).

Il nuovo articolo 121a della Costituzione federale si riferisce infatti, al capoverso 3, a tutti gli stranieri che esercitano un’attività lucrativa. Quindi, ed è bene sottolinearlo, a venire contingentati dovranno essere certamente i frontalieri, ma anche i padroncini ed i distaccati. Su questo aspetto ha giustamente insistito anche il Consiglio di Stato nella sua presa di posizione del 5 maggio all’indirizzo dell’Ufficio federale della migrazione (vuoi vedere che anche a Palazzo delle Orsoline comincia ad accendersi qualche lampadina?). E’ evidente che un’applicazione diversa del voto del 9 febbraio sarebbe uno scandalo, ma soprattutto sarebbe contraria alla stessa Costituzione. Sicché il quesito neppure si pone.

E’ poi chiaro che i contingenti li decideranno poi i vari cantoni, dal momento che non esiste un mercato del lavoro svizzero, ma vari mercati del lavoro regionali. Ognuno con le sue caratteristiche. Anche quello che “mena il gesso” è perfettamente consapevole che non si può certo fare un paragone tra quello che succede in Ticino e quello che succede, ad esempio, nel Canton Zurigo.

Solo gli inquisiti della SECO utilizzavano la fregnaccia delle statistiche nazionali “dalle quali non emergerebbe che…” per sostenere, contro l’evidenza dei fatti, che in Ticino con la devastante libera circolazione delle persone va tutto bene.

Altrettanto chiaro è che le misure accompagnatorie vanno mantenute ed anzi rafforzate. Che servano a poco l’hanno capito tutti: ma poco è sempre meglio che niente; e comunque non c’è alcun motivo per rinunciare a quel poco.

Tempistica

Rimane inoltre aperta la questione della tempistica dell’applicazione del disposto costituzionale. Aspettare tre anni non sta né in cielo né in terra, visto che c’è urgenza di agire subito. Più si aspetta più aumentano le persone in assistenza, gli artigiani e le piccole aziende che chiudono, e via elencando. Forse che per curare un malato grave si aspettano tre anni?

Lorenzo Quadri

Sul fondo Gripen giustamente si vota. E sui miliardi sperperati all’estero?

Anche in materia di democrazia diretta vige il sistema dei due pesi e delle due misure? Tra un po’ i kompagni pretenderanno – con l’intento di indebolire l’esercito, visto che nel loro programma figura la sua abolizione – di fare votazioni anche sulla marca di calzette dei militi?

 

Oggi pomeriggio si saprà l’esito delle numerose votazioni federali e cantonali che hanno tenuto banco nelle ultime settimane. Tra queste anche quella sul fondo per l’acquisto dei famosi Gripen. Fondo che fa parte del budget dell’esercito, quindi non si chiedono soldi in più. Da questo punto di vista, dunque, ci si potrebbe anche chiedere perché è necessario votare su un credito già a budget: infatti, se il fondo non dovesse passare, i soldi rimarrebbero comunque all’interno del Dipartimento militare; non potrebbero quindi venire utilizzati per spese in altri settori.

 Da notare che il costo dei Gripen equivarrebbe allo 0,15% della spesa pubblica: quindi di certo non ci si rovina per i nuovi velivoli.

Visto poi che è l’ennesima votazione, nel giro di poco tempo, provocata dalla $inistra sempre sugli stessi temi militari e che punta sempre al medesimo obiettivo, ossia l’abolizione dell’esercito che è uno dei punti del programma del partito $ocialista, sarebbe interessante sapere, così tanto per gradire, quanto sono costate al contribuente queste reiterate votazioni. E’ infatti evidente che i kompagni non accettano il responso delle urne finché non è quello da loro auspicato, e continuano a pretendere di rivotare. Vaneggiavano di farlo anche sull’iniziativa Contro l’immigrazione di massa, dicendo che il popolo è scemo e che “non ha capito”. Ma di questa balorda proposta, un vero petardo bagnato, non si è più sentito parlare. Forse perché i kompagni si sono resi conto che, se si andasse a rivotare, l’iniziativa vincerebbe con ancora maggior margine?

 

Per l’estero 3.7 miliardi all’anno

Come fautori della democrazia diretta ci sta bene che si voti spesso, ma – anche in questo caso – non a senso unico. Ad esempio: ogni anno per i rapporti con l’estero e la cooperazione internazionale la Confederazione spende 3,7 miliardi di Fr. Tutti soldi nostri. Quindi in un solo anno 600 milioni di Fr in più rispetto all’investimento totale dei Gripen; i quali però durerebbero 30 anni!

Quindi: i kompagni non vogliono spendere 3,1 miliardi in 30 anni per la sicurezza del paese, ma sono d’accordo di sperperarne all’estero 3.7 in un solo anno. Perché gli aiuti all’estero non si toccano, non sia mai!

Inoltre, visto che si va a votare sul fondo Gripen che non incide sulle spese degli altri dipartimenti, allora vogliamo votare ogni anno sugli aiuti all’estero. Perché a continuare a regalare miliardi a getto continuo a paesi stranieri che per tutto ringraziamento poi ci trattano da Stato canaglia proprio non ci stiamo. Tanto più che gli aiuti erogati non portano a risultati: i beneficiari sono sempre a rimorchio.

Come mai i kompagni che promuovono votazioni a raffica contro l’esercito, sui miliardi del contribuente sperperati all’estero non vogliono che il popolo si esprima? Quando, come detto, si tratta di cifre nettamente superiori a quelle richieste per la nostra sicurezza aerea?

Due e pesi e due misure, come al solito?

Lorenzo Quadri

Il Consiglio federale fa melina sui frontalieri: Pesci in faccia al Ticino!

Un colpo al cerchio e un colpo alla botte: il Consiglio federale, che ha approvato la mozione leghista per chiudere di notte i valichi incustoditi (naturalmente attendiamo la ministra del 5% al varco dell’applicazione pratica) “non poteva” approvare anche quella dell’Udc che chiede di limitare l’afflusso dei frontalieri.

Il fatto che l’Udc nazionale abbia  presentato una mozione di questo tenore è già di per sé degno di nota. Dimostra infatti che i membri del gruppo parlamentare Udc dei cantoni di confine, tra cui i due leghisti, sono riusciti a far passare – ai vertici del più grosso partito della Svizzera! – il messaggio che il frontalierato senza contingenti è una catastrofe.  Non è una cosa trascurabile ed è giusto sottolinearlo.

La risposta del Consiglio federale, per quanto urtante, era prevedibile:  non ci voleva la sfera di cristallo per immaginare che i sette si sarebbero nascosti dietro la foglia di fico dell’attuazione del voto del 9 febbraio. Attuazione che però stanno facendo di tutto e di più per dilazionare nel tempo: non sia mai che si rischi di irritare i padroni di Bruxelles!

I contingenti non possono attendere

Forse a Berna non si rendono conto che tra tre anni l’artigianato ticinese, messo in ginocchio dalla concorrenza sleale dei padroncini italiani, sarà iscritto tra le specie da proteggere del WWF. E che, senza contingentamento dei frontalieri, la disoccupazione sarà ulteriormente schizzata verso l’alto. Vogliamo diventare come Varese (Varese! Mica Caltanissetta!) dove un giovane su due non ha lavoro?

Visto che la Svizzera è uno stato federalista, e visto che il frontalierato senza limiti è un problema gravissimo che però riguarda solo pochi cantoni, nulla osta a che si applichino SUBITO i contingenti per questi Cantoni. Visto che, e lo ricordiamo per l’ennesima volta, da oltre tre mesi l’iniziativa Contro l’immigrazione di massa è diventata un disposto costituzionale, e visto che i politicanti tutti, Consiglieri federali compresi, hanno giurato fedeltà alla Costituzione, non c’è “melina” che tenga!

Sicché venirci a raccontare, come ha fatto il Consiglio federale, che per tre anni i frontalieri non si toccano è una risposta inaccettabile, un pesce in faccia a quel 70% di ticinesi che ha votato l’iniziativa Contro l’immigrazione di massa perché vuole delle risposte rapide: di pazienza il Ticino ne ha avuto fin troppa negli ultimi 10 anni ed ecco il risultato.

Uscire dalla CEDU

Ma tra le notizie in arrivo da Berna è interessante segnalarne anche un’altra, relativa alla Convenzione europea dei diritti dell’Uomo (CEDU). L’Udc chiedeva che il diritto svizzero fosse anteposto a quello internazionale, e quindi che venisse prima della CEDU. Ebbene, è arrivata puntuale la perizia pro-sacoccia che dice che la CEDU non si può applicare à la carte: o la si applica sempre, oppure la si disdice e si esce dal Consiglio d’Europa. Naturalmente tale opzione viene presentata come una catastrofe inimmaginabile, da non prendere nemmeno in considerazione per la sua mostruosità. E invece noi diciamo: perché no? In Svizzera i diritti umani sono già garantiti dalla nostra Costituzione federale, che tra l’altro è stata rivista integralmente nel 1996. E’ quindi all’avanguardia. La CEDU serve solo ad ostacolare l’espulsione di delinquenti stranieri. Ragion per cui ne possiamo anche fare a meno.

Lorenzo Quadri

L’oro degli svizzeri deve rimanere in Svizzera

Malgrado le Camere federali abbiano bocciato l’iniziativa popolare

 Dopo il Consiglio degli Stati, anche il Consiglio nazionale ha detto niet all’iniziativa popolare “salviamo l’oro della Banca nazionale”.  L’iniziativa comprende tre punti:

1) Ulteriori vendite delle riserve d’oro della BNS sono vietate.
2) L’oro della Banca nazionale deve essere immagazzinato in Svizzera.
3) La Banca nazionale deve obbligatoriamente possedere una parte delle sue riserve nella forma aurea (almeno il 20% degli attivi).

L’oro della Banca nazionale non è probabilmente il tema che più fa scaldare gli animi nel dibattito politico. Ciò non toglie che sia un argomento importante, che interpella anche l’indipendenza del nostro Paese. E questo è il valore più importante di tutti: ancora più dell’oro.

A spingere a spezzare una lancia a favore dell’iniziativa sull’oro, che la Lega dei Ticinesi ha sostenuto in particolare per il secondo punto, anche il dibattito unilaterale cui si è assistito al Consiglio degli Stati. Alla Camera alta nessuno è intervenuto a favore di questa iniziativa, e questo è quantomeno curioso, visto che essa è riuscita e dunque ha raccolto oltre 100mila sottoscrizioni.

Forse che tutti quelli che hanno firmato l’iniziativa hanno sbagliato in pieno? Forse che sostenere l’importanza di riserve auree cospicue e soprattutto custodite in Svizzera è qualcosa di completamente avulso dalla realtà? Io non lo credo.

Meno una banca nazionale dipende dall’euro o dal dollaro e più è indipendente. Più oro significa quindi maggiore indipendenza e l’indipendenza della Banca nazionale va di pari passo con quella della nazione.

Quindi appoggiando l’iniziativa sull’oro si sostiene l’indipendenza e l’autonomia della Svizzera. E questi sono valori che dobbiamo continuamente difendere e riaffermare, poiché sono costantemente minacciati.

Sono minacciati sia dall’esterno, ed in particolare da un’Unione europea fallimentare che però vorrebbe inglobare anche la Svizzera, sia dall’interno: ovvero da quelle forze politiche vogliono renderci sempre più dipendenti dall’UE per poi costringerci ad entrare a farne parte, con la consueta tattica del salame.

L’iniziativa chiede inoltre che l’oro della BNS sia immagazzinato integralmente in Svizzera. Oggi lo è circa per metà, l’altra metà si trova all’estero. Si trova in paesi cosiddetti sicuri (e ci mancherebbe che fosse collocato in nazioni in guerra). Dove si trova, però, non lo sa nemmeno il Consiglio federale. Come ebbe a dire qualche anno fa un ministro delle finanze: “dove sia immagazzinato l’oro non lo so e non lo voglio sapere, non vorrei infatti che l’informazione mi saltasse fuori dopo qualche birra di troppo”.

I paesi sicuri ignoti a noi come pure al Consiglio federale in cui è stato depositato l’oro dei cittadini svizzeri, sono poi davvero così sicuri? Con gli Stati Uniti siamo da tempo in guerra economica a seguito delle note questioni legate al segreto bancario – o piuttosto ai suoi rimasugli. Pensiamo all’attuale vicenda di Credit Suisse. Non si sa quali misure di ritorsione gli States potrebbero adottare nei confronti del nostro paese. E’ prudente lasciare l’oro svizzero in queste mani? C’è da davvero da dubitarne.

Visto poi il modo in cui l’Unione europea tratta il nostro paese, in particolare da tre mesi a questa parte, ovvero dopo il voto del nove febbraio, anche nei confronti dei suoi Stati membri non ci sono particolari motivi di fiducia. A proposito di UE, la stessa Germania ha deciso di recuperare l’oro della propria banca centrale sparpagliato qua e là. Un qualche motivo di sarà. Perché quindi non dovremmo fare altrettanto?

L’ostinazione con cui l’iniziativa sull’oro della BNS viene snobbata e delegittimata (evidentemente i promotori non sono dell’area “giusta”) accresce la convinzione che le proposte siano tutt’altro che sbagliate.

Un motivo in più, dunque, per sostenere questa iniziativa quando sarà sottoposta al voto popolare.

Lorenzo Quadri

Libera circolazione delle persone: Burkhalter vuole che si voti? Faccia pure: salterà tutto

Il presidente di turno della Confederazione Didier Burkhalter, PLR, quello che nella sua allocuzione di Capodanno ha declamato “dobbiamo aprirci all’Unione europea” nei giorni scorsi ha annunciato (?) che i cittadini svizzeri entro due anni saranno chiamati di nuovo alle urne  per esprimersi sulla prosecuzione degli Accordi bilaterali.

La finalità che Burkhalter persegue con questa iniziativa è fin troppo chiara. Del resto da uno che nell’allocuzione di Capodanno viene a raccontare la fregnaccia del “Dobbiamo aprirci all’Unione europea” si sa cosa ci si deve attendere. Se si votasse come il ministro PLR auspica e se passasse il sì, il risultato sarebbe quello di puntare dritti dritti all’adesione della Svizzera alla fallita UE.

Intenzioni evidenti

Dove voglia andare a parare Burkhalter è fin troppo evidente: con la nuova votazione sogna di cancellare il voto del 9 febbraio. E nel frattempo, ovviamente, a quel voto – che ha completamente sbugiardato il Consiglio federale – si vuole dare il minor seguito possibile. Come se “niente fudesse”.

Al proposito, si può aprire una parentesi. E’ sicuramente fuori posto che il Consiglio di Stato, o più probabilmente la maggioranza di quest’ultimo,  per il 5 maggio abbia invitato i comuni ticinesi ad esporre la bandiera europea (anche se la bandiera blu stellata è primariamente quella del Consiglio d’Europa) e questo dopo che il 70% dei Ticinesi ha plebiscitato l’iniziativa Contro l’immigrazione di massa. Ed è anche fuori posto che i comuni (quanti?) abbiano aderito all’inopportuno invito.  Mentre il Tribunale penale federale di Bellinzona ha lasciato esposta solo la bandiera rossocrociata.

I conti senza l’oste

Didier “Dobbiamo aprirci all’UE” Burkhalter mira dunque a sovrascrivere il voto del 9 febbraio per poter tornare a parlare di adesione della Svizzera all’Unione europea. Il bello è che tra un paio di settimane gli eurobalivi si prenderanno una tranvata “che la metà basta”. Infatti alle elezioni europee trionferanno, meritatamente, i partiti che vogliono il ritorno alla sovranità nazionale. Una sonora sconfitta annunciata per un’UE centralista ed arrogante, che ci ha portato solo povertà e delinquenza.

Soprattutto, il ministro degli esteri dell’ex partitone fa i conti senza l’oste. Perché se, contrariamente alle sue aspettative ed ai suoi perversi desideri, nella futura ipotetica votazione passasse il No, ecco che salterebbero tutti gli accordi bilaterali. Andando avanti di questo passo, sarà proprio quello che accadrà. Applicando la devastante libera circolazione delle persone con la Croazia in violazione della Costituzione – l’iniziativa “Contro l’immigrazione di massa” è da tre mesi disposto costituzionali – il Consiglio federale ha infatti dato ulteriore forza a chi degli eurofalliti non ne vuole sapere. Lo stesso obiettivo lo raggiunge la SECO, ormai pluri-inquisita, che insiste nel divulgare statistiche penosamente taroccate secondo cui sul mercato del lavoro ticinese andrebbe tutto bene.

Per non parlare delle brillanti iniziative della ministra del 5%, adesso solo del 3%, Widmer Schlumpf, che viene in Ticino per raccontare come un mantra la panzana che la vetusta Convenzione sui ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri, ormai quarantenne, non può venire disdetta.

E’ evidente che, con questo Consiglio federale e con questi partiti $torici, nei prossimi due anni la situazione in Svizzera a seguito dei devastanti accordi bilaterali non farà che peggiorare. E allora che Burkhalter vada pure avanti con la sua votazione: ne uscirà per l’ennesima volta sconfitto e la libera circolazione verrà spazzata via definitivamente.

Lorenzo Quadri

A poche ore dalla chiusura delle urne: Un paio di promemoria per la votazione

Tra poche ore le urne si chiuderanno sulle numerose votazioni cantonali, federali, ed anche comunali che hanno tenuto banco nelle ultime settimane.

Molti i temi importanti sul tappeto: il fatto che in Svizzera si voti spesso non vuole infatti dire che si voti su temi secondari o privi di conseguenze.

Nel caso qualcuno non avesse ancora depositato la scheda nell’urna, riproponiamo in tutta brevità alcuni spunti di riflessione.

 

Salario minimo a 4000 Fr al mese: NO

E’ sostanzialmente un regalo immotivato ai frontalieri. Una coppia di frontalieri si troverebbe così a guadagnare 8000 Fr al mese. Di conseguenza la nostra attrattività per i lavoratori in arrivo da Oltreconfine aumenterebbe ancora di più Per i ticinesi il salario minimo sarebbe invece un boomerang. Già abbiamo problemi importanti di disoccupazione giovanile. Dovendo pagare almeno 4000 Fr, più nessuno assumerà un giovane al primo impiego, o una persona poco formata, visto che per la stessa paga avrà a disposizione personale formato e magari in arrivo dall’estero. In Ticino, inoltre, il minimo di 4000 Fr sarebbe particolarmente vicino al salario mediano, col risultato che lo stipendio minimo diventerebbe anche quello di riferimento: si aprirebbero così le porte ad un ulteriore fenomeno di dumping salariale. E’ poi evidente che, per compensare in parte l’aumento del costo salariale, il datore di lavoro pretenderebbe un aumento della produttività, ciò che si tradurrebbe in maggiore pressione sui dipendenti ed in licenziamenti.

In tante piccole imprese, nemmeno il titolare è sicuro di potersi sempre versare una paga da 4000 Fr. Il salario minimo potrebbe quindi portare alla chiusura di numerose piccole realtà imprenditoriali. In Svizzera le aziende con meno di 5 dipendenti sono l’80% del totale.

In conclusione, se i paesi UE con una struttura salariale più equa (Finlandia, Danimarca e Svezia) non applicano un salario minimo,  un qualche motivo ci sarà. Quindi votiamo NO all’iniziativa dei sindacati.

 

Fondo Gripen: SI

Si tratta dell’acquisto di 22 aerei da combattimento svedesi che andrebbero a sostituire i Tiger ormai quarantenni. Il costo, di 3,1 miliardi, verrebbe ammortizzato su 30 anni, a 100 milioni di Fr all’anno. Somma, questa, già compresa nel budget del Dipartimento militare. Quindi, ai cittadini non viene chiesto di sborsare un  franco in più! Trattandosi di soldi di pertinenza del dipartimento militare, se anche si rinunciasse all’acquisto degli aerei, non verrebbero utilizzati per altri scopi: rimarrebbero lì. Gli avversari del fondo Gripen hanno tentato di deviare il discorso sulla questione finanziaria (ma i soldi, come detto, ci sono già) o sul modello di velivolo (improvvisamente tutti esperti in aeronautica militare); ma il problema è un altro. Oggetto della votazione è la credibilità della nostra difesa aerea, e quindi del nostro esercito. Rifiutare il fondo Gripen vuol dire azzoppare l’esercito di milizia elvetico e fare il gioco di chi vuole abolirlo: ossia la $inistra, che, malgrado i No popolari incassati, continua a reiterare i tentativi in questa perniciosa direzione. L’esercito di milizia è infatti, per i kompagni, una delle specificità elvetiche da smantellare per portarci nella fallita Unione europea. Non facciamo il lorogioco e votiamo SI al fondo Gripen.

Moltiplicatore cantonale

Sul fronte cantonale, vale la pena spendere ancora due parole sul moltiplicatore cantonale con freno all’indebitamento, che al di là del nome “da scienziati”, costituisce semplicemente un meccanismo per aumentare le imposte.

Visto che la politica non riesce a contenere la spesa pubblica, da tempo fuori controllo, ecco che, per evitare una crescita spropositata del deficit del Cantone, i politici si danno gli strumenti per mettere le mani nelle tasche della gente. Non a caso il moltiplicatore cantonale, per quanto proposto da Sadis, è in realtà un cavallo di battaglia della $inistra. E’ chiaro che a venire chiamato alla cassa con aggravi fiscali sarebbe il ceto medio; ed in particolare i proprietari di casetta o appartamento, da tempo trattati come mucche da mungere poiché titolari di sostanza al sole, particolarmente facile da colpire. Non facciamoci mettere le mani in tasca per finanziare gli sperperi: votiamo NO al moltiplicatore cantonale.

Lorenzo Quadri

Mendrisiotto: più sicurezza grazie alla Lega!

Chiusura notturna dei valichi secondari: il Consiglio federale ammette che avevamo ragione

L’approvazione di principio data dal Consiglio federale alla mozione Pantani e Quadri, tuttavia, deve tradursi in fatti: vigileremo!

La Lega, ancora una volta, aveva ragione. Il Consiglio federale con una decisione inaspettata, ed in contraddizione con le comunicazioni precedenti (anche recenti), ha infatti detto che i valichi non presidiati si possono chiudere di notte. Lo ha detto prendendo posizione su una mozione della consigliera nazionale leghista Roberta Pantani cofirmata da Lorenzo Quadri.

La richiesta della Lega dei Ticinesi nasce dalla necessità di garantire un minimo di sicurezza al Mendrisiotto, ridotto a terra di conquista per delinquenti d’Oltreconfine. I quali, a causa delle frontiere spalancate, entrano ed escono indisturbati. Arrivano in Svizzera, rapinano, e si dileguano nuovamente in Italia.

Se poi si considera che in Lombardia le rapine nelle case si fanno sempre più frequenti (la media, stando all’ultimo dato ufficiale del 2012, è di 470.4 furti per 100mila abitanti), è chiaro che, in regime di frontiere spalancate, le conseguenze si fanno sentire anche da questa parte del confine.

Controllo sul territorio

Evidente quindi la necessità di tornare ad avere il controllo sul territorio ma, solo un paio di settimane fa, la ministra del 5% aveva ribadito che i valichi incustoditi dovevano rimanere aperti perché così imporrebbero gli accordi di Schengen.

Quindi il pedissequo rispetto di accordi fallimentari, cui nemmeno i paesi europei si attengono, avrebbero la priorità sulla sicurezza dei cittadini. Così (s)ragiona la Consigliera federale non eletta.
Rifiutare anche il piccolo e scontato gesto di chiudere di notte i valichi incustoditi, e questo per rispettare la libera circolazione delle persone con l’Italia, che non solo ha iscritto la Svizzera su liste nere illegali ma ci discrimina in mille modi (ma della libera circolazione approfitta fino in fondo a proprio vantaggio) è vergognoso. Che poi chiudere di notte i valichi incustoditi non sia la panacea, è chiaro: ma è comunque un ottimo inizio.

Vigileremo

E allora, per la serie “chi la dura la vince” ecco che, a furia di battere il chiodo, i leghisti hanno fatto breccia, portando a casa l’approvazione del Consiglio federale alla chiusura notturna dei valichi secondari. Sicché il governo ha apertamente sconfessato la ministra del 5%, che solo poco tempo fa aveva espresso un’ opinione contraria.

Il risultato portato a casa è senz’altro importante dal punto di vista politico. Tanto più che non è frequente che il Consiglio federale approvi una mozione, a maggior ragione su un tema delicato dal punto di vista della devastante libera circolazione delle persone.

Va però da sé che agli improvvisi rinsavimenti non si può prestare eccessiva fiducia. L’approvazione del Consiglio federale è solo il primo passo, per quanto importante.

 Da un lato, ad essa deve seguire quella del parlamento (che però in questo caso difficilmente dirà di no). Dall’altro, il governo ha utilizzato una formulazione uregiatta: «Il Consiglio federale è disponibile a esaminare in modo approfondito, nel quadro dell’esercizio delle competenze di polizia e in collaborazione con le autorità italiane e quelle del Canton Ticino, una chiusura notturna dei valichi secondari tra Svizzera e Italia». Così si legge nella risposta ufficiale.

Bisogna dunque evitare che quell’agognato Sì, che costituisce un segnale politico di grande importanza per il Ticino in generale ed il Mendrisiotto in particolare, rimanga nel campo delle dichiarazioni d’intenti  e delle operazioni di marketing del Consiglio federale.

Al dire deve seguire l’attuare. La Lega, che facendo squadra tra parlamentari nazionali e consiglieri di Stato è riuscita a portare a casa questo invidiabile e fondamentale primo passo, si adopererà per ottenere anche il resto.

Lorenzo Quadri

Disoccupazione, presentata l’ennesima statistica farlocca. Alla SECO non crede più nessuno

Ormai privata di qualsiasi credibilità, la SECO, segretariato di Stato dell’economia, se ne esce con un’altra delle sue statistiche farlocche.

La SECO è infatti la dimostrazione più lampante delle statistiche che vengono addomesticate a seconda delle esigenze del committente. Una tattica che si è rivelata un boomerang: negare la realtà nascondendosi dietro le indagini svolte su livello nazionale (come se in Svizzera il mercato del lavoro fosse uno solo, cosa che non sta né in cielo né in terra, visto che la realtà ticinese è lontana anni luce da quella zurighese) ha portato solo ad esasperare gli animi. Il risultato è stato il voto del 9 febbraio.

Il Consiglio federale, trinceratosi dietro statistiche taroccate da lui stesso commissionate, e volute come scusa per non intervenire con limitazioni della devastante libera circolazione (un intervento avrebbe infatti indispettito gli eurofalliti di Bruxelles) è stato asfaltato dalle urne.

Non imparano mai?

Invece di imparare la lezione, però, a Berna perseverano. Ormai senza alcuna credibilità, la SECO insiste nello sfornare statistiche con cui si vuol far credere che “tout va bien, Madame la Marquise”. Sicché si scopre che in Ticino diminuisce la disoccupazione, ma aumentano i senza lavoro. Probabilmente un unicum a livello mondiale!

Non è una boutade: molti disoccupati non figurano più nella statistica della disoccupazione non certo perché abbiano trovato un’occupazione, ma perché sono finiti in assistenza.

Oppure in disoccupazione non ci sono mai potuti entrare, proprio perché sono andati direttamente in assistenza, a seguito delle regole più restrittive introdotte a livello federale dal 2012, che la Lega a suo tempo combatté.

Tali regole hanno avuto la conseguenza di scaricare nuovi costi sui Cantoni e sui Comuni, che finanziano l’assistenza. Intanto la Confederazione chiude i conti in attivo. Chissà come mai?

Costituzione violata

Alla SECO non crede più nessuno. Negare la realtà  nascondendosi dietro cifre e diagrammi non ha mai risolto alcun problema. Il perché il Consiglio federale insista con questa strategia fallimentare è chiaro. Da un lato non può rinnegare di punto in bianco quanto fatto negli ultimi anni. Dall’altro il governo cerca ancora di nascondere l’esistenza di un’emergenza occupazionale in Ticino, dovuta alla devastante libera circolazione delle persone, per giustificare la propria colpevole inattività nel concretizzare il voto del 9 febbraio. In fondo, ci vogliono far credere da Berna, va tutto bene e quindi che fretta c’è di intervenire? Anzi, quasi quasi che facciamo finta di niente e lasciamo tutto come prima, visto che la disoccupazione cala (sulla carta, mentre nella realtà i disoccupati aumentano).

Da tre mesi l’iniziativa Contro l’immigrazione di massa è diventata disposto costituzionale. Tuttora inapplicato. Disatteso. Ma come, i Consiglieri federali non avevano giurato di rispettare la Costituzione?

Lorenzo Quadri

Il governo ammette: la Lega aveva ragione

Non si assumono più apprendisti frontalieri maggiorenni finché tutti i giovani ticinesi non avranno trovato un posto d’apprendistato

Ma chi l’avrebbe mai detto. Ancora una volta la Lega e il Mattino avevano ragione. Ha dovuto riconoscerlo anche il Consiglio di Stato. Il tema sono gli apprendisti frontalieri.

La situazione occupazionale nella vicina Penisola è infatti così degradata – 35mila disoccupati, un giovane su due non ha lavoro: questi sono gli ultimi dati – che gli aspiranti frontalieri non disdegnano, pur di lavorare in Svizzera, di farlo come apprendisti: anche se sono già formati. E’ chiaro che la produttività di un adulto che ha già imparato un lavoro non è paragonabile a quella di un ragazzino quindicenne, appena uscito dalla scuola media, apprendista a tutti gli effetti.

Percentuali inquietanti

Rispondendo ad un’interrogazione della deputata verde Michela Delcò Petralli, il Consiglio di Stato lo scorso ottobre ha reso noto che la SPAI (Scuola professionale artigianale e industriale) per l’anno scolastico 2013/2014 è frequentata da 810 apprendisti, di cui 540 svizzeri e 270 frontalieri (33.3%). Una percentuale che è già preoccupante di suo. In effetti gli apprendisti frontalieri di certo non pensano di tornare in Italia, ma mirano a diventare lavoratori frontalieri.

Ma c’è un dato ancora più allarmante: ossia che il 60% di questi apprendisti frontalieri sono maggiorenni. E’ quindi evidente che si tratta di una concorrenza sleale, in quanto fatta non ad armi pari, ai giovani ticinesi: lavoratori adulti contro scolari.

Fenomeno perverso

Non basta dunque che i giovani ticinesi non riescano ad entrare nel mondo del lavoro: situazione, è opportuno sottolinearlo, che peggiorerà ulteriormente nel caso in cui dovesse venire approvato il salario minimo di 4000 Fr al mese (chi assumerà più un ragazzo al primo impiego a questa paga?). Adesso l’esclusione comincia già nella ricerca del posto di tirocinio. Con quali conseguenze sociali e psicologiche lo si può facilmente immaginare (altro che i certificati medico-psicologici farlocchi per non lasciare la Svizzera).

E’ chiaro che l’apprendistato, che serve a formare i nostri giovani e dunque il nostro futuro, non può diventare una valvola di sfogo per la catastrofe occupazionale italiana. Eppure questo fenomeno perverso è già in atto. Altrettanto evidente è che i posti d’apprendistato devono andare prioritariamente ai ticinesi. Solo quando i giovani ticinesi sono stati tutti piazzati, si può pensare ad aprire ai frontalieri. Non prima.

Mozione al CdS

Anche su questo tema, la Lega e il Mattino sono intervenuti tempestivamente. Il neocapogruppo in Gran Consiglio Daniele Caverzasio ha presentato il mese scorso una mozione al CdS in cui si chiede che i giovani ticinesi abbiano l’assoluta priorità nell’accesso ai posti d’apprendistato. E nei giorni scorsi il Consiglio di Stato ha, in partica, seguito l’indicazione della mozione. Ha infatti deciso di sospendere tutte le assunzioni di frontalieri maggiorenni fino a quando tutti i giovani ticinesi non avranno trovato un posto di tirocinio. Vuoi vedere che, dopo averne mangiate 15 fette, si sono accorti che era polenta? In realtà il Consiglio di Stato avrebbe potuto benissimo fare un passo ulteriore. Ossia sospendere tutte le assunzioni di apprendisti frontalieri, indipendentemente dall’età, fino a collocamento integrale dei giovani ticinesi. Una misura eccessivamente dura nei confronti di minorenni in arrivo da Oltreconfine? Ed i ticinesi che vengono estromessi dai posti d’apprendistato e sostituiti da giovani apprendisti frontalieri, non sono anche loro minorenni?

 

Prima i nostri

“Gli è che”, con la sua decisione il Consiglio di Stato ha dato ragione alla Lega: prima i nostri. Ma questo, va da sé, non lo dirà e non lo scriverà nessuno. Né le altre forze politiche e neppure – non sia mai! – la stampa di regime. Però le cose stanno così. La Lega e il Mattino avevano ragione e il governo non ha potuto fare altro che riconoscerlo e attuare quanto chiesto dall’odiato Movimento. Ma come, le proposte della Lega non dovevano essere solo balle populiste e razziste?

Lorenzo Quadri

Fuori dal Parlamento, Blocher conterà ancora di più

Il “tribuno Udc” ha dimissionato dal Nazionale

A sorpresa, ma forse nemmeno tanta, Christoph Blocher ha dato le dimissioni dal Consiglio nazionale. Le ha date adducendo una serie di giustificazioni più che comprensibili, dal suo punto di vista.

 Che il Consiglio nazionale nel corso del tempo sia diventato, come ha detto il “tribuno” UDC, burocratico, macchinoso e poco incisivo, non è certo disprezzo delle istituzioni, come ha subito voluto strillare qualcuno. E’ chiaro che, per chi è stato in Consiglio federale, il ritorno al Parlamento non è un passo scontato. Non sorprende certo che chi è abituato a decidere in prima persona abbia l’impressione, rientrando in un legislativo, di perdere tempo in chiacchiere.

Blocher è stato in Consiglio federale e ci sarebbe ancora, se non fosse stato estromesso da un indegno golpe parlamentare contro l’esito elettorale ordito dalla $inistra e dagli uregiatti. Un golpe dagli esiti deleteri per il Paese, poiché gli ha “regalato” la peggiore Consigliera federale che si ricordi: la ministra del 5% Widmer Schlumpf, in prima linea nella svendita della Svizzera. Non torniamo sulle prodezze di questa signora, che dopo essere andata negli USA a prendere ordini, è calata in Ticino a ribadire che la Convenzione sui ristorni dei frontalieri, ormai vecchia di quarant’anni e fondata su presupposti non più dati, deve continuare, malgrado il permanere dell’iscrizione della Svizzera su illegali liste nere italiche, provocando così al nostro Cantone costi di 60 milioni all’anno.

In sostanza grazie alla ministra del 5% la Svizzera continua a calare le braghe, senza ottenere nulla in cambio.

Blocher sa bene che è in corso un processo di avvicinamento all’UE con la tattica del salame. Il popolo ha detto chiaramente no, ma la volontà popolare viene aggirata dalla maggioranza del governo, del parlamento e anche del potere giudiziario. E’ chiaro che il disegno di queste maggioranze è quello di arrivare alla ripresa automatica del diritto dell’Unione europea e all’assoggettamento della Svizzera alla corte di giustizia europea. Ecco dunque il rispetto di PLR, PPDog e $inistra nei confronti della volontà popolare. La accettano solo quando gli dà ragione. Se li smentisce, fanno carte false per aggirarla.

Battaglia fondamentale

La battaglia contro l’adesione strisciante all’UE è fondamentale per il futuro della Svizzera e degli svizzeri. Per combatterla al meglio, Blocher preferisce lasciare un Parlamento che l’ha deluso per concentrare tempo ed energie sugli obiettivi strategici. E la politica, per fortuna, la si può fare anche fuori dalle istituzioni.

I biliosi $inistri se ne facciano una ragione. Blocher continuerà a svolgere un ruolo di primissimo piano nella politica svizzera. La sua presenza o meno in Consiglio nazionale – dove conta uno su duecento! – fa ben poca differenza. Anzi, probabilmente in futuro il “tribuno Udc” conterà ancora di più visto che, come detto, avrà più tempo da dedicare alle battaglie strategiche per la Svizzera.

Anche se, ovviamente, spiace che alla Camera bassa venga a mancare una voce in grado di mettere tranquillamente in difficoltà i Consiglieri federali, gli astiosi kompagni che già esultano per la partenza hanno – una volta di più – toppato alla grande. Di un’ottusità da manuale, ad esempio, la presa di posizione del $ocialista ginevrino Carlo Sommaruga (uno cui la ro$$a R$I continua a dare spazio senza alcun motivo plausibile) che vaneggia di “pagine oscure” che si sarebbero voltate.

Al contrario di Sommaruga ed accoliti, che una volta concluso il mandato politico nelle istituzioni non conteranno più nulla (ammesso e non concesso che oggi “contino qualcosa”) e finiranno in men che non si dica in dimenticatoio con grave pregiudizio per l’Ego (volutamente maiuscolo) a Blocher succederà proprio il contrario.

Quindi, altro che “voltare pagina”! Certo è che, se in Consiglio federale ci fossero più Christoph e meno Eveline, Schneider Ammann e Burkhalter, la Svizzera non sarebbe il punching ball di tutti, Stati falliti compresi.

Lorenzo Quadri

Come volevasi dimostrare, la Lega ed il Mattino AVEVANO RAGIONE: Delinquenti stranieri: Svizzera in cima alla classifica!

Ma il  nostro paese è al “top” anche per quel che riguarda le evasioni di prigione: carceri di lusso e pure a colabrodo!

La Svizzera si distingue per i trattamenti carcerari di lusso, questa è cosa nota. Pensiamo al caso Carlos, il delinquente straniero irrecuperabile che seguiva un programma di recupero dal modico costo (a carico del contribuente) di 29mila Fr al mese, poi graziosamente ridotti a “soli” 19mila. A proposito, visto che il tema è d’attualità: è evidente che lo scandalo non è che ad Arlind  venga giustamente imposto di partire, lo scandalo è che gente come Carlos non sia ancora stata rimandata al paese d’origine.

Pensiamo anche ai menu di lusso dei carcerati alla Stampa, altra questione che è stata resa nota da questo giornale. Sicché si è scoperto che i detenuti alla Stampa, l’80% dei quali stranieri, mangiavano carne due volte al giorno, mentre molti ticinesi onesti non si possono permettere un simile regime alimentare.

Non solo trattamenti carcerari di lusso ma anche, e questa è l’ultima novità, evasioni facili. La Svizzera si trova infatti in cima alla classifica redatta dal Consiglio d’Europa sulle fughe di prigione.

Quindi prigioni come alberghi anche per quel che riguarda la facilità ad uscirne. C’è poi la questione dei permessi facili sottoscritti dai soliti psicologi dalla firma facile (vedi ancora caso Arlind). Permessi che possono anche sfociare in tragedia. Ma avanti con il buonismo politikamente korretto!

Detenuti stranieri

Le informazioni interessanti che emergono dalla statistica del Consiglio d’Europa non si fermano però alle fughe dalle prigioni. Infatti, strano ma vero, l’indagine si occupa anche di detenuti stranieri, un tema che notoriamente fa venire tremendi mal di pancia agli internazionalisti politikamente korretti. Ebbene si scopre che, per quel che riguarda la presenza di detenuti stranieri in termini percentuali, la Svizzera si piazza al terzo posto, dietro al Principato di Monaco e Andorra.

Poiché in Stati di dimensioni del Principato di Monaco ed Andorra i galeotti si contano sulle dita di una mano, e lì probabilmente sono tutti stranieri, è palese che la Svizzera si trova in cima alla classifica dei paesi europei, che hanno dimensioni sufficienti da rendere sensata una statistica, con più detenuti stranieri.

In Ticino

Al proposito in Ticino l’80% degli ospiti della Stampa non ha il passaporto rosso. Se si calcola il totale della popolazione carceraria, includendo quindi anche il carcere giudiziario de LaFarera e quello di fine pena, si arriva al 90%. Anche queste informazioni sono state pubblicate nei mesi scorsi dal Mattino della domenica. Con grandi strilli dei kompagni i quali, come di consueto, non avendo argomenti (gli capita sempre più spesso) sono riusciti solo a starnazzare al razzismo e al populismo. Anche davanti a cifre ufficiali, fornite dal Consiglio di Stato, c’è chi tenta ancora di negare la realtà.

Ma come: ancora una volta la Lega ed il Mattino avevano ragione? E’ evidente che se la Svizzera è in cima alla classifica dei paesi con più delinquenti stranieri, questo dimostra che la politica delle frontiere spalancate è un fallimento totale. Dimostra non solo che entra di tutto, ma che non viene mandato via nessuno o quasi. La necessità di intervenire è dunque scontata. 

Lorenzo Quadri