Incredibile: i sindaci della fascia italiana di confine fanno le verginelle

Ristorni, il blocco sarà sempre d’attualità

Almeno fino a quando sarà in vigore la Convenzione del 1974 con il Belpaese

Quando si dice “parlare per dare aria ai denti”. E’ il caso di alcuni sindaci dei Comuni della fascia italiana di confine, i quali credono di essere nella posizione di poter fare la voce grossa col Ticino sui ristorni dei frontalieri.
Ristorni che non sono più dovuti dal momento che si basano su una Convenzione di quarant’anni fa, superata dagli eventi e – come se non bastasse – violata proprio dall’Italia. Quindi in effetti i ristorni non dovrebbero essere bloccati, ma proprio annullati.
Come da copione, i sindaci in questione si sono guardati bene dal prendere posizione prima della decisione del Consiglio di Stato sul blocco dei ristorni. Non sia mai che… Lo fanno ora, partendo dal presupposto molto italico che, “passata la festa, gabbato lo santo”.
E’ ovvio che in Ticino, piaccia o non piaccia ai sindaci italiani della fascia di confine, il blocco dei ristorni sarà sempre un tema d’attualità, una spada di Damocle con cui dovranno confrontarsi sia Berna che la Penisola. E a sud di Chiasso nessuno si può sognare di fare la verginella e di denunciare ultimatum e ricatti. Altro che ultimatum, altro che ricatti: nei rapporti tra Svizzera ed Italia c’è solo una parte ad essere inadempiente su tutto, ed è l’Italia.

Chi è inadempiente?
Gli stessi sindaci della fascia di confine ammettono candidamente che senza i ristorni i loro Comuni chiudono bottega. Peccato che i ristorni non servano per incerottare i buchi di gestione corrente, bensì per opere infrastrutturali. Opere che non sono state fatte finora, e che non vengono fatte nemmeno adesso. Dice niente il nome “Stabio-Arcisate”?
A ciò si aggiunge l’iscrizione della Svizzera su liste nere italiane illegali, l’applicazione a senso unico da parte italiana della devastante libera circolazione delle persone (di cui però il Belpaese approfitta a piene mani quando si tratta di usarci come valvola di sfogo per la sua catastrofica situazione occupazionale) e le altre discriminazioni grandi e piccole di cui non vogliamo star qui a snocciolare la litania per l’ennesima volta. Certi amministratori comunali, dunque, prima di pontificare, farebbero bene a pensare cosa succederebbe se non ci fosse il Ticino a dare lavoro – troppo spesso a scapito dei residenti – ai loro concittadini.

A tirare la corda…
Da manuale, dunque, l’uscita del sindaco di Lavena Ponte Tresa, che dichiara: “È giusto portare avanti le trattative, ma non a suon di ultimatum e minacce di blocco ristorni”.
Ohibò, qui c’è qualcuno che proprio non ha capito da che parte sorge il sole.
Senza la minaccia del blocco dei ristorni, la vicina Penisola prenderebbe ancora più per i i fondelli gli svizzerotti fessi e ligi alle regole. Senza la minaccia del blocco dei ristorni, il Consiglio federale non avrebbe mai preso con il Ticino un impegno preciso sulla tempistica con cui portare a casa dei risultati nelle trattative con l’Italia.

Chi tassa?
Non ancora contento, il sindaco di Lavena Ponte Tresa aggiunge: «Il rischio è che tirando la corda si possa arrivare al punto in cui ogni Paese tassa i propri frontalieri, facendo quindi perdere al Ticino il 60% di quella tassazione».
Questa è proprio una barzelletta. Semmai, se tira troppo la corda, è l’Italia a restare con un pugno di mosche e la Svizzera a prendersi tutto il provento fiscale dei frontalieri.
Una cosa è certa e sta scritta nero su bianco: se entro la prossima primavera le trattative con l’Italia non saranno giunte ad un esito soddisfacente, non solo il Beltracontento, ma neppure il kompagno Bertoli potranno opporsi al blocco dei ristorni nel giugno 2015.
Lorenzo Quadri

Frontalieri, lo sfottò comasco: “dal 9 febbraio non è cambiato niente”

Basta con la fregnaccia del “margine di manovra nullo”!

Vogliamo continuare a stare a guardare fino a quando (forse) nel 2017 il Consiglio federale si degnerà di dare un seguito al voto sull’iniziativa “Contro l’immigrazione di massa”? E intanto i frontalieri saranno diventati 70mila, per non parlare dei padroncini? Oppure si preferisce aspettare un’esplosione di rabbia popolare?

Il Corriere di Como dedica ancora una volta un’intera prima pagina al Ticino. Il tema è il frontalierato. Dagli interlocutori, esponenti del mondo sindacale italiano, esce infatti un’informazione chiara: malgrado il voto del 9 febbraio non è cambiato nulla. Nel nostro cantone si continuano ad assumere frontalieri. In particolare nel terziario. Dove è noto ed arcinoto che i frontalieri soppiantano i ticinesi, e dove è altrettanto noto che di frontalieri non ce ne dovrebbero essere proprio, dal momento che la forza lavoro residente basta e avanza a coprire le esigenze dell’economia locale.
Chi sia ad effettuare le assunzioni non è dato di sapere. Si tratta di ticinesi o di responsabili frontalieri che assumono solo connazionali? Oppure entrambi?

Chi fa il furbo
Il fatto che dopo il voto del 9 febbraio non sia cambiato nulla dimostra che il voto in questione era sacrosanto: la situazione attuale permette ai furbi di risparmiare sulla pelle dei ticinesi assumendo frontalieri e fregandosene del territorio e della responsabilità sociale che spetta al datore di lavoro. Dopo un po’ anche chi è bene intenzionato si stufa di vedere che gli altri fanno affari e lui no.
Il sistema della libera circolazione delle persone è quindi completamente bacato e va buttato all’aria. La triste costatazione è che, senza un intervento forte dall’alto, al quale non si possa sfuggire, il mercato da solo non si regola. L’altra constatazione, ma questo l’hanno capito anche i paracarri, è che le misure d’accompagnamento non servono ad una cippa. E’ come pensare di svuotare con un bicchiere il Titanic che affonda.

Non si può o non si vuole?
L’aspetto scandaloso è che, malgrado il contingentamento dei frontalieri e dei padroncini sia stato plebiscitato dai ticinesi, la direttrice del DFE si nasconde dietro la barzelletta del margine di manovra nullo rinviando tutto a Berna.
Ripetuta come un mantra, una simile brutta foglia di fico non fa che dimostrare che ad essere nullo non è il margine di manovra: è la volontà di intervenire. Certo, occorre intervenire con misure “creative”. Magari al limite della compatibilità con gli accordi internazionali. E allora? Pensiamo forse di risolvere i nostri problemi con mentalità da contabile “pesafüm”? Abbiamo a che fare con l’Italia, con il paese del sotterfugio e della scappatoia, mica con una nazione scandinava. Quante volte il Consiglio federale alle richieste del Ticino ha risposto di far ricorso all’arte latina dell’arrangiarsi? E allora facciamolo! Se ad emettere un nuovo permesso per frontaliere destinato ad un lavoro d’ufficio, dove sappiamo benissimo che non c’è alcun bisogno di andare ad assumere oltreconfine, ci mettiamo 8 mesi, cosa pensate che accada? Forse che l’Italia ci manda i carri armati? No di certo! Idem se organizziamo blocchi antipadroncini a go-go. E la “copertura” c’è: il voto del 9 febbraio. Preferiamo che gli italiani si arrabbino perché facciamo rispettare un voto popolare o che, come ora, ci sfottano perché non facciamo nulla? Ci teniamo proprio a farci deridere? Oppure i signori e le signore del “margine di manovra nullo” credono davvero di potersene stare con le mani in mano per tre anni, producendo al massimo carta all’indirizzo di Berna (dove dispongono di capienti cestini) ma nessuna limitazione concreta all’invasione da sud? Ma costoro dove vivono, sul pianeta Marte?

Se la rabbia esplode
Il popolo ha votato e ha dato un ordine preciso: limitare la devastante libera circolazione delle persone. E’ vero che il popolo svizzero (ticinese) è rispettoso dell’ordine e delle istituzioni, ma a tutto c’è un limite. Se il popolo vede che la sua chiara volontà viene snobbata, potrebbe usare altri metodi per farsi rispettare. Nei giorno scorsi c’è stata una marcia a Bellinzona. Una marcia organizzata da residenti esclusi dal mercato del lavoro a seguito della devastante libera circolazione delle persone.  Una manifestazione pacifica. Un domani potrebbero esserci manifestazioni assai meno pacifiche. Se la rabbia popolare esplode, poi non ce n’è più per nessuno. La storia insegna. E allora, tanti auguri a quelli e a quelle del “margine di manovra nullo”.

L’Eldorado
Intanto i frontalieri, ben supportati dalla $inistra internazionalista e dai suoi sindacati, continuano a trovare l’Eldorado nel nostro Paese, naturalmente a scapito dei ticinesi. Facendo la bella vita (perché abitare in Italia costa nettamente meno che stare in Ticino). E magari definendoci sui social network “inutili svizzeri di merda” perché non abbiamo votato il salario minimo di 4000 fr al mese che avrebbe permesso a loro, ma solo a loro, di stare da nababbi.
Se vogliamo continuare a fare gli svizzerotti fessi ligi al dovere che vanno in panico al solo pensiero di prendere un’iniziativa, poi non lamentiamoci se c’è chi ci sguazza. Al di qua e la di là dal confine.
Lorenzo Quadri

I kompagni si dimostrano del tutto incapaci di rispettare la volontà popolare

9 febbraio: il presidente P$$ vomita ancora bile

Il presidente del partito $ocialista svizzero kompagno Christian Levrat, oltre a non saper perdere, non è nemmeno tanto furbo.
Al congresso dei kompagni tenutosi ieri, Levrat è tornato a scaricare fiumi di bile internazionalista e spalancatrice di frontiere sulla votazione del 9 febbraio – e quindi sul popolo bestia che ha approvato l’iniziativa “Contro l’immigrazione di massa”. E’ noto infatti che, quando non vota come vorrebbero i kompagni, il popolo è scemo e quindi non deve avere facoltà di decidere.
Il kompagno Levrat ha usato gli stessi toni dei padroni del vapore disonesti: quelli che, grazie alla devastante libera circolazione delle persone, assumono stranieri a basso costo lasciando a casa i residenti.
Il presidente dei kompagni ha infatti sproloquiato di “conseguenze catastrofiche” della votazione del 9 febbraio. La stessa cosa che si raccontava dopo la votazione del 1992 sull’adesione della Svizzera allo SEE. Un No avrebbe avuto conseguenze disastrose, si diceva. Un No sarebbe stato una catastrofe per la Svizzera. Invece, quel No è stata la nostra salvezza.

Danno irreparabile
Certo, il voto dello scorso 9 febbraio è effettivamente un danno irreparabile per chi, come il partito $ocialista, vuole rottamare la Svizzera, spalancare le frontiere, invitare tutti gli immigrati economici ad abbuffarsi allo stato sociale elvetico pagato dai contribuenti; e che, ovviamente, vuole portarci nell’UE.
Con le sue stucchevoli invettive, il presidente $ocialista dimostra di volere l’immigrazione incontrollata, senza alcun limite. E chi non è d’accordo è un becero populista e razzista.
Gli inopinati travasi di bile nelle alte sfere ro$$e dimostrano, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che il Sì all’iniziativa “Contro l’immigrazione di massa” era doveroso: questo Sì suscita infatti ancora, a 5 mesi distanza, l’ira incontrollata di quelli che vogliono distruggere il paese: in effetti, sui loro piani il popolo ha tirato una bella riga rossa.

Ticinesi, ricordatevene alle elezioni
Non ancora contento, il kompagno Levrat ha dichiarato che mai accetterà i contingenti, contenuti nel testo dell’iniziativa. Il presidente di un partito di governo si rifiuta, dunque, di accettare la volontà popolare. Ohibò. Eccolo qua, il livello dei $inistrorsi.
Non è finita. Il presidente $ocialista rifiuta i contingenti e quindi si batte, ad oltranza, per il mantenimento della situazione attuale in Ticino: ossia,  frontalieri e padroncini che soppiantano i residenti sul mercato del lavoro. I Ticinesi lo tengano ben presente in occasione delle prossime elezioni. Chi vota P$ vota per chi rifiuta la volontà popolare e rifiuta qualsiasi limitazione all’invasione di frontalieri e padroncini.
A ciò si aggiunge che la politica $ocialista in materia di stranieri consiste nel mettere in fuga i ricchi – quelli che pagano molte tasse, indispensabili per mantenere il nostro stato sociale – e contemporaneamente nello spalancare le porte a quelli che delinquono o che sono a carico della collettività.
E’ pur vero che un presidente come Levrat è la migliore garanzia: ogni volta che apre bocca, il P$ perde punti. Un paio di altre sortite come questa, ed in Ticino, finalmente, per le riunioni dei kompagni basterà la famosa cabina telefonica. Per cui, avanti così!
Lorenzo Quadri

La scuola di $inistra non vuole infiltrazioni

La guerra dei rottamatori della Svizzera contro la Civica

La scorsa settimana, in occasione della conferenza di fine anno scolastico, il direttore del DECS kompagno Manuele Bertoli  ha precisato di essere contrario ad ogni aumento della griglia oraria. Ohibò, perché sollevare questo tema? Evidentemente il riferimento è all’iniziativa popolare generica per l’insegnamento della Civica a scuola. Un’iniziativa, promossa da un comitato interpartitico, ed appoggiata dalla Lega, che i radiko-$inistri vedono come il fumo negli occhi e tentano quindi in ogni modo di ostacolare. La citata iniziativa chiede che la Civica diventi una materia d’insegnamento con tanto di valutazione. La valutazione è una condizione imprescindibile. Non c’è bisogno di una laurea in pedagogia per sapere che niente valutazione uguale niente studio e di conseguenza niente apprendimento.

Civica vs insegnamento religioso
Al proposito Bertoli sta notoriamente tentando di contrapporre la civica all’insegnamento religioso, ed ha sottoposto ai promotori tale ipotesi. Eh già: non volendo né l’uno né l’altro, il direttore del DECS tenta di metterli collisione di modo che si neutralizzino a vicenda.
Ha pure minacciato, il direttore del DECS, di far invalidare l’iniziativa popolare con qualche cavillo legale: a dimostrazione della considerazione di cui godono i diritti popolari in certa parte politica. Ovvio: i diritti popolari da anni impediscono l’ingresso della Svizzera nella fallita Unione europea, ingresso anelato dai kompagni che sono ancora fermi all’internazionale socialista.
 Il disprezzo della $inistra nei confronti dei diritti popolari  si è ben palesato dopo il votazione del 9 febbraio. Ossia: quella votazione bisogna rifarla perché i cittadini sono scemi e non capiscono. Nel frattempo  però i kompagni hanno abbassato le orecchie; e di ripetere la votazione non parlano più. Perché, evidentemente, sanno benissimo che l’iniziativa “Contro l’immigrazione di massa” riscuoterebbe ancora più consensi.

Multikulti
La levata di scudi da parte dei vertici del DECS nei confronti dell’insegnamento della civica non è difficile da spiegare. E’ chiaro che chi, come Bertoli, ha inneggiato alla nazionale svizzera multikulturale con toni da romanzetto d’appendice ottocentesco (ma com’è bello, dice Bertoli, che gli stranieri siano in maggioranza, speriamo che anche in tutta la Svizzera gli stranieri diventino la maggioranza in nome della multikulturalità, che bella l’immigrazione scriteriata senza alcun limite) non può che essere contrario alla proposta. Da notare, piccola parentesi, che il popolo ticinese ha plebiscitato il freno all’immigrazione. Ma il presidente di turno del governo, con le sue dichiarazioni, prende la volontà popolare a pesci in faccia.

Adesione all’UE
Chi vuole la rottamazione della Svizzera, della sua autonomia, della sua sovranità, non può che opporsi all’insegnamento della civica. Meglio mantenere le giovani generazioni nell’ignoranza di quelle specificità elvetiche che si vogliono smontare. Una rottamazione che ha il bieco obiettivo di renderci sempre più eurocompatibili. E quindi per poterci portare nella fallita Unione europea. Il che equivarrebbe – lo capiscono anche i paracarri – alla fine della Svizzera.
E’ il caso di ricordare che il P$, partito di Manuele Bertoli e dei vertici della scuola,  vuole l’adesione all’UE e l’abolizione dell’esercito.
Non ci vuole molta fantasia per immaginare che l’azione di boicotaggio nei confronti dell’insegnamento della civica per motivi ideologici da parte di chi vuole rottamare la Svizzera è destinata a continuare; e al proposito se ne sentiranno di tutti i colori. Ben oltre quella che è la portata dell’iniziativa in sé. Perché la questione è di principio.
E’ evidente che i vertici politici della scuola pubblica vogliono a tutti i costi evitare infiltrazioni che non vadano nella direzione che vorrebbero loro: internazionalismo, frontiere spalancate, multikulturalità completamente fallita, politikamente korretto. Ma è ora che questo pensiero unico venga scardinato dalla scuola pubblica. Che è di tutti. E non dei troppi pseudoeducatori di $inistra che fanno politica in classe e dei loro conniventi responsabili politici.
Lorenzo Quadri

Gruppo di lavoro della Cancelleria federale per amputare i diritti popolari

Un golpe contro il popolo svizzero!

I diritti popolari, l’hanno capito tutti, danno fastidio, molto fastidio agli eurofalliti di Bruxelles. I rappresentanti di tale combriccola l’hanno detto chiaramente: su certe cose il popolo non deve nemmeno poter votare. Quali sono le “certe cose”? Lo spalancamento delle frontiere, la distruzione degli Stati nazionali, la libera circolazione delle persone sempre più scriteriata (compresa quella dei delinquenti e di chi fa “shopping” presso lo Stato sociale).
Quindi il popolo non deve poter decidere sul proprio futuro. Al massimo si potrà esprimere su questioni di minore portata. Anzi no, nemmeno su quelle: gli illeciti intrallazzi della maggioranza del Consiglio di Stato per aggirare la votazione sul credito per Expo2015 dimostrano che i diritti popolari sono sotto attacco ad ogni livello.

Un colpo di Stato
In effetti, è in atto un vero colpo di Stato contro i diritti popolari. A Berna, lo ha riferito nei giorni scorsi la radiotelevisione della svizzera romanda –  che di certo non è sospetta di filo leghismo essendo ancora più a $inistra della RSI e ce ne vuole – la Cancelleria federale ha creato un gruppo di lavoro segreto (?) che avrebbe l’incarico di verificare la proponibilità delle iniziative popolari. Quelle che porrebbero problemi di compatibilità con trattati internazionali verrebbero invalidate. A cadere sotto una simile scure sarebbero dunque iniziative come quella per l’espulsione degli stranieri che delinquono, ma anche quella del 9 febbraio contro l’immigrazione di massa.
Quindi il popolo, a mente del Consiglio federale, non dovrebbe più avere i mezzi per opporsi alla rottamazione della Svizzera.

I cittadini non si sono cascati
Questo è, ovviamente, un vero e proprio attentato nei confronti del popolo svizzero, che si vorrebbe privare del diritto di determinare il proprio futuro. Eh già: i Consiglieri federali si sono accorti che, da vent’anni a questa parte, i votanti spesso e volentieri li sconfessano davanti agli eurofalliti, esponendoli anche a delle figure “marroni” di non poco conto.
In plurime occasioni i ministri – specie quella del 3%/5% e quello del “dobbiamo aprirci all’UE” – avevano già calato le braghe; poi è arrivato il voto popolare a rompere le uova nel paniere. Incredibile: il popolo elvetico non si è lasciato spaventare dalle campagne terroristiche finanziate a suon di paccate di milioni pubblici per far credere che, se non si ubbidisce supinamente al padrone europeo, arriverà il cataclisma. E nemmeno si è bevuto, il popolo, il mantra (ma meglio sarebbe dire: la fregnaccia) dell’”ineluttabilità” della sistematica calata di braghe.
Per kompagni, il fatto che il cittadino rossocrociato non sia d’accordo di svendere la Svizzera dimostra che non capisce e quindi che è scemo: bisogna pertanto rifare le votazioni fino a quando non si ottiene il risultato voluto. Ma forse a non capire sono proprio i ro$$i internazionalisti nostrani. I quali, se ritengono che la Svizzera sia chiusa, razzista, xenofoba eccetera (quando è il paese europeo con la più alta percentuale di stranieri, ma guarda un po’) invece di stare qui a rompere i santissimi, sono liberi di trasferirsi nell’internazionale, aperta e multikulturale Unione europea.

Eseguire gli ordini di Bruxelles
A questo Consiglio federale svenduto a Bruxelles, con un presidente di turno PLR che nell’allocuzione di Capodanno non sa dire altro che “dobbiamo aprirci all’UE”, e che non ancora contento va in giro a blaterare di “ripresa dinamica” del diritto europeo in Svizzera, non sta bene farsi bacchettare dai padroni di Bruxelles per la sua incapacità di imporre al popolo il programma europeo di inglobamento, e quindi di distruzione della Svizzera. 
Il presidente del consiglio UE Herman Van Rompuy, oscuro burocrate che nessuno ha eletto e che nessuno conosce (si è creato una certa notorietà solo in qualità di sosia del Gollum del Signore degli Anelli), l’ha detto chiaramente: “anche contro la volontà della popolazione, la Svizzera entrerà nell’UE”. Magari assieme all’Albania: con l’ennesima decisione contraria alla storia, all’economia, alla politica, al passato, al presente e alla decenza, quest’ultima ha infatti ottenuto lo statuto di candidato all’adesione.
Questo è il disegno di Bruxelles e questo è il disegno di un governo federale che da Bruxelles prende ordini.
Il bieco ed arrogante burocrate Van Rompuy di diritti popolari non sa nulla. Il Consiglio federale ne sa un po’ di più, essendosi scottato più di una volta. Come si fa ad eseguire l’ordine inequivocabile: “la Svizzera deve venire inglobata nell’UE anche contro la volontà della popolazione”? Facile: si tenta di sottrarre il tema dal raggio d’azione dei diritti popolari. Ovvero, si amputano i diritti popolari. Un golpe governativo contro il popolo.  Ecco il perché della creazione del gruppo di lavoro segreto (?) della Cancelleria federale. Ma forse qualcuno a Berna, per l’ennesima volta, ha fatto i conti senza l’oste…
Lorenzo Quadri

Stop alle naturalizzazioni facili

Compiuto un passo avanti
Ma varie questioni rimangono aperte

Dopo lungo avanti ed indietro tra commissioni, Consiglio Nazionale e Consiglio degli Stati, finalmente la revisione della legge sull’acquisto e sulla perdita della cittadinanza svizzera arriva a tetto.
Certamente la nuova legge non risolve in modo soddisfacente tutte le questioni aperte.
Ad esempio: la riforma non modifica i requisiti, assurdamente restrittivi, sulla perdita della cittadinanza svizzera. Oggi ad un naturalizzato può venire tolto il passaporto rosso praticamente solo se commette atti terroristici. Il criminale (stupratore, assassino, ecc) diventato svizzero non può venire privato della cittadinanza ed espulso. Idem lo svizzero di carta che abusa del nostro stato sociale. Questa lacuna rimane. Nessuno passo avanti è dunque stato fatto a questo proposito. La naturalizzazione rimane di fatto irrevocabile.
Stesso discorso per il doppio passaporto. Se davvero il naturalizzato è integrato, deve anche essere pronto a rinunciare alla nazionalità d’origine. Se non lo è, vuol dire che non è sufficientemente integrato; e quindi si tenga la cittadinanza originaria.

10 anni e permesso C
Ci sono tuttavia, come detto, anche dei miglioramenti. Ad esempio il fatto che, diversamente da ora, solo i titolari di un permesso C potranno presentare richiesta di naturalizzazione. Il titolare di un permesso C è “assimilato ad un cittadino svizzero ad eccezione del diritto di voto e di eleggibilità e dell’assolvimento del servizio militare”. Presupposto per la naturalizzazione, in base all’accordo raggiunto, sarà essere titolare di un permesso C e almeno 10 anni di residenza in Svizzera. La legge attuale richiede 12 anni di residenza, ma non di permesso C.  Il tentativo di far passare la variante di 12 anni con permesso C non ha trovato una maggioranza in parlamento.

Anni giovanili
Varranno ancora doppio, a i fini del computo in vista di una naturalizzazione,  gli anni trascorsi in Svizzera nell’infanzia e nell’adolescenza. Però saranno quelli  tra gli 8 e i 18 anni (adesso: da 10 a 20).
 Mantenere questa agevolazione è sbagliato. Il numero di giovani delinquenti stranieri presenti in Svizzera indica che il fatto di aver trascorso gli anni giovanili nel nostro paese non è garanzia di integrazione. Perché si è passati da 10 a 20 a 8 a 18? A seguito di trattative da mercato del pesce, visto che c’era un’altra proposta che mirava a far contare doppio gli anni trascorsi nel nostro paese tra i 5 ed i 15 anni di età.

La $inistra starnazza
La nuova legge costituisce dunque un miglioramento rispetto alla situazione attuale, anche se è ben lontana dall’essere ideale.
Che costituisca un passo avanti lo dimostrano anche gli interventi ed i commenti isterici della $inistra Ro$$o-verde in Consiglio nazionale, la quale ha suonato il solito mantra della Svizzera xenofoba. Interessante la posizione della kompagna Addolorata detta Ada Marra, non patrizia di Corticiasca, secondo cui Cantoni e Comuni non dovrebbero avere alcun margine di apprezzamento nelle naturalizzazioni.
La $inistra si dimostra ancora una volta nemica del federalismo svizzero e vuole centralizzare tutto a livello federale; naturalmente all’insegna della svendita del passaporto rosso.
Non migliore la posizione dei verdi. A titolo di esempio, il deputato ekologista zurighese Balthasar Glättli, al termine del dibattito,  ha postato un tweet del tenore seguente: “I Verdi rifiutano l’inasprimento. Esortiamo gli stranieri di carta (sic!) a presentare rapidamente una richiesta di naturalizzazione” (sottointeso: affinché la richiesta possa essere trattata secondo la legge attuale). Messaggio quanto mai trasparente: avanti con le naturalizzazioni facili! Approfittarne finché si è tempo!
Notare la finezza: secondo i verdi anguria (verdi fuori, rossi dentro) non ci sono svizzeri di carta. Ci sono “stranieri di carta”. Ovvero: il passaporto svizzero è un diritto, chi non è ancora naturalizzato è comunque già svizzero. Quale sia l’obiettivo è fin troppo evidente: arrivare alla concessione del voto agli stranieri; non fare più alcuna differenza tra Svizzeri e stranieri; pigiare sull’acceleratore della svendita del Paese. Evidente, quindi, la necessità di opporsi a questo andazzo.
Lorenzo Quadri

Emergenza asilanti? Rafforzare la difesa dei nostri confini

L’Italia non si illuda di poterci sfruttare!

«Alle Jahre wieder», amava ripetere il compianto Flavio Maspoli davanti al ripetersi sempre uguale di situazioni che non venivano mai risolte, poiché si preferisce passare da una crisi all’altra affidandosi alla divina Provvidenza.
Così, ecco che ci troviamo nel bel mezzo dell’ennesima emergenza asilanti. Il bel regalo della Primavera Araba che avrebbe dovuto portare democrazia nel Medio Oriente.

Il differenziale che ci frega
Nelle ultime settimane, l’Italia ha visto sbarcare sulle sue coste fino a 2000 clandestini ogni giorno. Una situazione a dir poco disastrosa. Ma al proposito la vicina Penisola non è esente da colpe, vedi la fallimentare operazione militare-umanitaria “mare nostrum”. E vedi pure le deliranti politiche dell’ex ministra dell’integrazione Cecile Kyenge. Fortunatamente con la caduta del governo Letta è stata lasciata a casa la ministra e cancellato il Ministero. Almeno una scelta giusta l’ennesimo premier italiano non eletto Matteo Renzi l’ha fatta.
Non facciamo fatica ad immaginare che l’Italia sia in difficoltà a gestire i flussi migratori attuali. Ma non abbiamo la benché minima intenzione di fare da valvola di sfogo, solo perché confiniamo con il Belpaese. Ancora una volta, a fregarci è il differenziale. C’è chi non esita a definire la situazione dei clandestini in Italia irrispettosa degli standard di un paese civile. Certamente non è questo il caso da noi. Il risultato è quello di renderci troppo attrattivi.  Una sorta di Eldorado per asilanti. Ciò che non sorprende, se alloggiamo i richiedenti in appartamenti o in albergo. Dove peraltro quelli che vengono  da noi per dedicarsi al traffico di droga possono farlo indisturbati e senza alcun controllo.

Morti in mare
Ciò che i clandestini vogliono arrivando in Europa, e lo dicono chiaramente, è casa e lavoro. Tuttavia l’Europa non è in grado di offrirlo. Di lavoro non ce n’è nemmeno per i residenti. E’ questo il messaggio che deve venire fatto comprendere nel bacino Mediterraneo. Invece continua a passare l’esatto contrario. 
Le morti in mare sono la logica e tragica conseguenza di queste chimere. Per cui, quelli che vorrebbero spalancare le porte ai sedicenti rifugiati sapendo però benissimo che il nostro paese – né nessun altro paese europeo – è in grado di soddisfare i loro miraggi di benessere sono i primi responsabili delle tragedie del mare. Perché fabbricano pericolose illusioni. Quindi è inutile tentare di colpevolizzare ipocritamente chi invece si batte per una politica più restrittiva.

Togliere le castagne dal fuoco a chi?
La CF Simonetta Sommaruga in Consiglio nazionale ha dichiarato che dobbiamo accogliere sempre più asilanti per aiutare l’Italia. Impossibile trovare un argomento più sballato. Non c’è motivo per cui dovremmo fare favori alla Penisola. E non c’è bisogno di citare per l’ennesima volta la litania degli impegni nei nostri confronti che l’Italia non ha rispettato. Per non parlare dell’inserimento  della Svizzera su black list illegali e delle accuse di razzismo dopo il voto del 9 febbraio. Chi si comporta con noi in questo modo non è minimamente nella condizione di chiederci aiuto. Nel combattere l’emergenza asilo, l’Italia si rivolga ai suoi amici dell’Unione europea. Troppo facile sfruttare la Svizzera quando fa comodo e poi condurre una guerra economica contro il nostro paese confidando sul fatto che “tanto gli svizzeri sono fessi e non si accorgono di niente”. E’ vero che, purtroppo, ci sono molti precedenti che avvalorano una simile strategia: basti pensare che il ministro degli Esteri Burkhalter ancora fa fiducia all’Italia per Expo2015. Malgrado questo cantiere si sia dimostrato  un vero e proprio vaso di Pandora di scandali e corruzioni.

Diventare meno attrativi
Davanti all’ennesima emergenza asilanti, e non sarà certo l’ultima, è indispensabile da un lato rendersi meno attrattivi, dall’altro rafforzare i nostri confini. Rendiamoci conto che questi ultimi sono sempre più minacciati. Dobbiamo allora essere in grado di difenderli. Per questo serve, tra l’altro, un esercito dotato dei mezzi necessari. E serve pure un Comandante delle guardie di confine che abbia quale priorità il suo lavoro e non la campagna elettorale.
Lorenzo Quadri

Padiglione elvetico ad expo 2015. E’ saltato anche il legno svizzero?

Come noto, anche il padiglione svizzero è coinvolto nell’affare mazzette di Expo2015. Il cantiere dell’esposizione milanese è gestito secondo le logiche da prima Repubblica italiana. Il che emerge chiaramente dalle intercettazioni ambientali effettuate dalla Guardia di Finanza, in cui le persone registrate se lo dicono tra loro senza mezzi termini: visto che siamo della prima Repubblica ci intendiamo.
Tuttavia sul padiglione svizzero è emerso anche un altro interrogativo inquietante, che è stato tra l’altro oggetto di un’interpellanza al Consiglio federale presentata da chi scrive (naturalmente i media di regime hanno pensato bene di non fare un cip: l’interpellante non è del partito giusto).

Misteriosi cambiamenti?
“Gli è che”, mentre il Consiglio di Stato a maggioranza decide di aggirare i diritti democratici pur di rendersi gradito alla vicina ed ex amica Penisola, con cui siamo in guerra economica – perché, nel caso non si fosse ancora capito, di nazioni amiche non ce ne sono – pare che per la costruzione del padiglione svizzero  si intenda snobbare il legno svizzero.
Risulta infatti che uno studio di architettura argoviese abbia ricevuto il mandato di progettare il padiglione elvetico e che, in gennaio, ci sia stata una riunione al Dipartimento federale affari esteri per scegliere l’impresa generale che avrebbe realizzato la struttura.
Il progetto iniziale prevedeva  che il padiglione venisse interamente realizzato in legno svizzero, comprese le fondamenta. Alla fine dell’esposizione, in base al principio della sostenibilità – che dovrebbe essere il leitmotiv dell’evento – il materiale utilizzato avrebbe dovuto venire riciclato nella costruzione di alloggi nella regione di Ginevra. In questo modo si sarebbe minimizzato l’impatto ambientale. E si sarebbero pure recuperate centinaia di migliaia di Fr.
Eppure si cinguetta che il progetto sia stato sensibilmente modificato, senza che se ne capisca il perché; ma soprattutto, che sia stato abbandonato il legno svizzero. Sarebbe il massimo: con il consueto servilismo e l’abituale credulità spinta oltre ogni limite la Svizzera ha entusiasticamente aderito ad Expo 2015. Un’adesione che oltretutto non tiene conto dei difficili (eufemismo) rapporti tra il Ticino e l’ Italia. Colmo dei colmi, il presidente di turno della Confederazione Didier Burkhalter, PLR, quello del “dobbiamo aprirci all’UE” (mentre, va da sé, l’UE può continuare a trattarci a pesci in faccia, perché le braghe le caliamo solo noi) ed il suo degno compare $ocialista Alain Berset si permettono di esercitare pressioni sul Ticino perché aggiri la volontà popolare e partecipi comunque ad Expo a costo di utilizzare soldi pubblici in barba ai diritti popolari.

Amici degli amici?
La Svizzera si affretta a sostenere l’expo ma – se i quesiti sollevati all’indirizzo del Consiglio federale risultassero confermati – rinuncerebbe addirittura al legno svizzero. Padiglione svizzero senza legno nostrano: non sta né in cielo né in terra. Perché si arriva a questo punto? Su richiesta di chi?
Vuoi vedere che qualche onestissimo expo-organizzatore d’oltreconfine, magari adducendo le consuete panzane tecniche, ha imposto la sostituzione del legno svizzero con materiale fornito dagli amici degli amici (per la serie: l’impresa del cugino) e gli svizzerotti fessi, quelli che continuano a dare fiducia alla vicina Penisola malgrado le liste nere illegali, malgrado i lavori ferroviari incompiuti, malgrado la pletora di promesse non mantenute, ci sono cascati per l’ennesima volta? Ricordiamo che, davanti al Consiglio nazionale, il PLR Burkhalter (quello del “dobbiamo aprirci all’UE”)  proprio in relazione ad expo 2015 ha detto a chiare lettere che lui dell’Italia si fida. Contento lui…
Lorenzo Quadri

Nuova pensata indecente della ministra del 5%: anche agli svizzeri verrà tolto il segreto bancario

Le pesantissime responsabilità di chi ha piazzato Widmer Schlumpf

L’abbiamo detto in ormai innumerevoli occasioni che dalla ministra del 5% – dopo le elezioni cantonali bernesi del  3% – Eveline Widmer Schlumpf bisogna solo attendersi il peggio.  E il peggio puntualmente è arrivato.
Poi sarà anche poco elegante ripetere che avevamo ragione noi: ma “gli è che”, se non lo diciamo noi, non lo dice nessuno. Poiché la (dis)informazione di regime, piuttosto che ammettere che la Lega aveva visto giusto, si amputa i gioielli di famiglia con lo zecky boy.

Al peggio non c’è limite
Dicevamo che il peggio è arrivato. In effetti si tratta di una proiezione ottimistica perché al peggio, come dice il saggio, non c’è limite. E di sicuro non c’è limite ai danni che può fare la Consigliera federale non eletta se rimarrà in carica.
Quale sia l’ultima dell’ormai sterminata lista di malefatte della signora 5%/3% è noto: proporre l’abolizione del segreto bancario anche per gli svizzeri. Widmer Schlumpf lo scorso fine settimana se ne è uscita serafica ad indicare le sue svergognate intenzioni. Proporrà ai colleghi un progetto nel senso sopra indicato.

Svizzeri discriminati
Quindi: non solo via il segreto bancario anche per gli svizzeri. Ma questi ultimi saranno discriminati rispetto agli stranieri. Diversamente dai clienti stranieri delle banche elvetiche, quelli svizzeri non potranno infatti nemmeno mettersi in regola tramite un’amnistia ad hoc. Perché a Berna la ministra del 5% e compagnia brutta, di amnistie non vogliono nemmeno sentire parlare. Lo hanno detto chiaramente, ed ufficialmente, rispondendo ad un atto parlamentare di scrive.
Quali sarebbero le conseguenze devastanti per la piazza finanziaria svizzera e ticinese del nuovo vaneggiamento widmer-puffiano non ci vuole molto ad immaginarlo. Sia dal punto di vista occupazione, che da quello del gettito fiscale. A Lugano già adesso mancano 40 milioni di gettito fiscale versato dalle banche ed i risultati si vedono.
Chi resterà disoccupato potrà naturalmente andare a chiedere un lavoro a Widmer Schlumpf, ma anche a chi la mantiene in carica contro la volontà popolare: ossia P$ e PPDog.

Kompagni
La brama del P$ di smantellare la piazza finanziaria – ed i suoi posti di lavoro, ed i suoi introiti fiscali: ecco chi sono quelli che “svuotano le casse pubbliche”! – è nota da tempo. Del resto da un partito che sogna l’adesione all’UE e si titilla con l’abolizione dell’esercito, che vuole far scappare gli stranieri ricchi ma tenere in Svizzera (e non solo tenere quelli che ci sono, ma farne arrivare sempre di più) quelli che delinquono o che si mettono a carico dello stato sociale, perché come noto gli svizzerotti fessi lavorano per mantenere gli immigrati che se la ridono a bocca larga, non ci si poteva certo attendere un briciolo di attenzione per gli interessi della popolazione elvetica. Ma quando mai. Sarebbe discriminatorio! “Bisogna aprirsi”!

Uregiatti
Il PPDog dal canto suo, che si descrive come partito di centro, porta delle pesantissime responsabilità. Ha tradito la sua area di riferimento. Pur di farla all’Udc, gli uregiatti hanno valuto mantenere in carica contro la volontà popolare – in nessun caso i miserandi risultati elettorali del PBD giustificano un seggio in Consiglio federale – la ministra delle finanze. Con un disegno preciso: fagocitare il PBD, ovviamente con Widmer Schlumpf annessa (e mica si poteva fare il verso al buon Jannacci: “Vengo anch’io? No tu no”) e cuccarsi così due seggi in Consiglio federale.
Sperando di mandare in porto questa sordida manovra di cadregopoli, i democristiani hanno mantenuto in carica una che sta sfasciando il paese. E sapendo benissimo di chi si trattava: ovvero di una marionetta della $inistra. Il PPD se ne dovrà assumere la responsabilità davanti agli elettori e, soprattutto, davanti al Paese.

L’iniziativa della Lega
La Lega nel 2009, grazie alla lungimiranza di Nano Bignasca, lanciò  un’iniziativa popolare per inserire il segreto bancario della Costituzione federale.
L’iniziativa venne sbeffeggiata da tutti i grandi partiti nazionali, in testa il PLR, e quindi non riuscì. Qualche annetto dopo, ossia nel 2013, ecco che un comitato che fa capo al PLR lancia un’iniziativa-xerox in versione peggiorativa (attualmente in fase di raccolta firme): la quale chiede di salvare il segreto bancario almeno per gli svizzeri.
Adesso arriva la scienziata del 5%/3% e dichiara: “via il segreto bancario anche per gli svizzeri”. Se invece di snobbare la proposta leghista, solo per non dar ragione al nostro Movimento, i partiti nazionali l’avessero sostenuta, Widmer Schlumpf non potrebbe certo procedere spedita, come sta facendo ora, sulla via dello sfascio della piazza finanziaria elvetica per obbedire ai suoi padroni di Bruxelles e Washington!

Ago della bilancia?
Adesso vogliamo vedere cosa diranno gli altri 6 Consiglieri federali davanti alla bella prospettiva di cancellare il segreto bancario anche per gli svizzeri. I due PLR e l’UDC, se hanno un minimo di coerenza – oltre che di decenza – diranno no. I due kompagni diranno Sì. Ago della bilancia, ancora una volta, la Doris uregiatta.
Morale: il PPD ha regalato alla Svizzera la catastrofica Widmer Schlumpf, di fatto la terza Consigliera federale $ocialista; se adesso la sua esponente governativa Doris Leuthard farà passare la demenziale proposta di abolire il segreto bancario anche per gli Svizzeri, agli “azzurri” conviene lasciare la chiave sotto lo zerbino e non farsi più vedere in giro.
Lorenzo Quadri
 

Le vergognose derive del politikamente korretto: La bandiera svizzera è un problema nella scuola svizzera

Ad Emmen il murales rossocrociato è tornato. Ma quanto durerà? La bandiera svizzera va resa obbligatoria in ogni scuola pubblica: il fatto che dia fastidio ai fautori della multikulturalità completamente fallita e a chi, malgrado sia ospite in casa nostra, rifiuta di integrarsi, è un’ulteriore dimostrazione di come la sua presenza sia necessaria

 

Settimana scorsa abbiamo riferito di un caso che ha fatto molto discutere in Svizzera tedesca e Romandia. Quello della bandiera svizzera pitturata su un muro che è stata cancellate nottetempo perché “discriminava gli alunni stranieri”.

La bandiera era stata dipinta da uno scolaro, nell’ambito di un’azione di abbellimento tramite graffiti di un muro di cemento armato. Il tema dei murales era quello degli strumenti musicali. Un alunno aveva dipinto un corno delle Alpi, con dietro una bandiera rossocrociata. Ed era scoppiato il pandemonio. Con i politikamente korretti rottamatori della Svizzera che strillavano come aquile alla “discriminazione” degli allievi stranieri. Sicché, nel bel mezzo della polemica, la bandiera è misteriosamente sparita nottetempo.

 

Murales rispristinato

Nei giorni scorsi, un gruppo di politici Udc, capitanato dal Consigliere nazionale Felix Muri, ha ripristinato il murales rossocrociato. Tutto è bene quel che finisce bene? Non necessariamente. A parte che sulla longevità di questa seconda bandiera,  viste le premesse, non c’è da essere troppo ottimisti. E’ inquietante, per non dire vergognoso, che in una scuola svizzera una bandiera svizzera costituisca un problema. Ricordiamo che ci sono paesi dove gli allievi devono cantare l’inno nazionale prima delle lezioni.

Nel nostro paese, gravemente malato di autolesionismo politikamente korretto, invece, ci si preoccupa del fatto che una bandiera svizzera in Svizzera possa discriminare qualcuno. E allora parliamoci chiaro: se qualche immigrato si sente discriminato dalla nostra bandiera raffigurata in un luogo pubblico, è meglio che torni da dove è venuto. Vuol dire che non è né integrato né integrabile. Quindi non è al suo posto in Svizzera.

 

“Educatori” ro$$i

Ma a scandalizzarsi per la bandiera svizzera in una scuola sono stati in prima linea  degli insegnanti. E questo è un grave campanello d’allarme. Dimostra che la scuola pubblica è stata colonizzata da docenti partiticamente schierati a favore del multikulturalismo più fallimentare e becero e delle aperture più scriteriate. Pseudoeducatori che abusano della propria funzione per fare propaganda alla cancellazione della nostra identità e della nostra nazione, intese come qualcosa di cui vergognarsi. E, va da sé, chi le difende viene sistematicamente delegittimato come populista e razzista. Come tale, non ha diritto di parola. E nemmeno di esistenza.

 

 Nessun immigrato minimamente integrato sarebbe infastidito da una bandiera svizzera in una scuola svizzera. I  kompagni educatori che si scandalizzano per il murales di Emmen sono il peggio del peggio. Difendono ad oltranza chi rifiuta l’integrazione. Promuovono il rifiuto dell’integrazione, in nome del politikamente korretto. Predicano che è assolutamente inconcepibile oltre che razzista pretendere da chi è ospite in casa nostra che si adegui a quello che vi trova. Lavorano per la cancellazione di qualsiasi senso di appartenenza nazionale nelle nuove generazioni. E questo in scuole pubbliche. Che sono, per definizione, di tutti. Non dei kompagni. Per quanto questi ultimi le abbiano colonizzate. Ma questa realtà non può essere accettata supinamente, come ineluttabile.

Il caso di Emmen ha fatto scoppiare il bubbone. Urgono contromisure. La prima: bandiera svizzera obbligatoria in ogni scuola pubblica.

Lorenzo Quadri

Expo 2015 e partecipazione svizzera: Burkhalter continua a farsi infinocchiare dall’Italia

In Consiglio nazionale esiste un’istituzione chiamata “Ora delle domande”. In questa ora, che si tiene alle 14.30 del lunedì della seconda e della terza settimana di sessione, i vari consiglieri federali rispondono alle domande che i deputati possono porre tramite apposito formulario (lunghezza massima: 500 caratteri) che va consegnato entro le 13 del mercoledì precedente.

Lunedì il ministro del Esteri Didier Burkhalter, PLR, ha risposto a tre domande sul  tema Expo 2015 poste dai consiglieri nazionali Roberta Pantani, Lorenzo Quadri e Pierre Rusconi. I quali chiedevano in sostanza se il Consiglio federale è informato dell’evoluzione delle varie inchieste in corso sull’evento milanese, e quanto ha finora speso la Confederazione per expo.

Si scopre così che la Confederazione ha già speso 4,3 milioni per expo 2015, di cui 1,5 per il padiglione svizzero. Ancora più inquietante però l’atteggiamento credulo, anzi boccalone, del Consiglio federale. Che per l’ennesima volta si beve tutto quello che gli raccontano i venditori di fumo d’Oltreconfine.

 

Garanzie? E dove?

“Siamo convinti che Expo2015 aprirà i battenti come previsto il 1° maggio 2015” ha dichiarato Burkhalter davanti al Consiglio nazionale. Secondo il presidente di turno della Confederazione, ci sarebbero sufficienti garanzie al proposito.

Qui c’è proprio da farsi cadere le calzette. Ma come: sulla Stabio Arcisate erano arrivate rassicurazioni a più non posso, con la controparte lombarda che si bullava: “finiremo prima degli svizzeri”. Gli italiani giurarono che il nuovo collegamento sarebbe stato pronto ed operativo per Expo2015. Ed infatti i lavori sulla parte italiana rimangono bloccati mentre la Svizzera, per la sua tratta, ha stanziato 200 milioni, di cui 100 di proprietà del contribuente ticinese.

Per Alptransit lo scenario non è diverso. E, se la Svizzera vuole il corridoio ferroviario di 4 metri – indispensabile perché il trasbordo dei semirimorchi dalla strada alla ferrovia per cui si stanno spendendo 25 miliardi non si trasformi  nell’ennesimo flop – dovrà pagare i lavori anche su territorio italiano (cosa inaudita).

 

Credulità senza limiti

Per non parlare poi delle trattative con l’Italia sulle questioni fiscali, quelle che dal 2009 sono ad un passo dalla chiusura  ed invece non giungono a nulla. Intanto la Svizzera si trova iscritta su black list italiane senza aver preso alcuna contromisura.

Fino a quando il Consiglio federale intende credere alle storielle che raccontano i partner italiani? Come si fa a dichiarare, dopo la deflagrazione dello scandalo corruzione e mazzette ad Expo, in perfetto stile “pre-mani pulite” che in fondo questa scoperta è una bella notizia perché dimostra che i controlli interni funzionano? Oltretutto è una panzana manifesta, visto che a far esplodere il bubbone è stata un’inchiesta della Guardia di finanza, altro che controlli interni! E 23,1 milioni di Fr dei contribuenti svizzeri devono finire in una simile organizzazione?

 

Niente di rassicurante

La realtà è che, per buona pace di Burkhalter e soci, di rassicurante non c’è proprio nulla. Secondo la stampa italiana, oltretutto, si starebbe per aprire un nuovo filone d’inchiesta. Ma ciononostante il Consiglio federale è tranquillo e continua a spendere i milioni del contribuente. Dopo essere stato menato per il naso un’infinità di volte dalla controparte peninsulare, i bernesi sono tranquilli. Quante volte ancora vogliono farsi buggerare? Ma la lezione non la imparano proprio mai?

 

Se i 3.5 milioni ce li mette lui…

In questo contesto, e dopo una tale sconfortante manifestazione di credulità spinta oltre ogni umano limite, Burkhalter ha avuto il coraggio di tentare di interferire sull’esercizio dei diritti popolari nel nostro Cantone, invitando il Ticino a “non abbandonare Expo”.

Caro Burkhalter, se tu ti bevi qualsiasi cosa ti venga raccontata non appena varchi la frontiera sud, non puoi certo pretendere che tutti facciano la stessa cosa. A meno che i 3.5 milioni sottoposti a referendum ce li voglia mettere di tasca tua… Ah già, ma per il ministro degli Esteri, come ha detto nella sua allucinante allocuzione di capodanno, “dobbiamo aprirci all’UE”.

Lorenzo Quadri

Basta accettare immigrati alla cieca!

La richiesta dell’estratto del casellario giudiziale deve tornare ad essere sistematica

E’ un po’ che non se ne parla, ma non per questo il tema è caduto in dimenticatoio. Anzi. Da notare che  questa settimana, all’ordine del giorno del Consiglio nazionale, ci sarebbe stata una mozione al proposito, presentata lo scorso anno dal sottoscritto. Ci “sarebbe stata” perché poi la tempistica non ha permesso  la trattazione dell’atto parlamentare, che è stata rinviata. Ma la mozione è sempre lì.

Il tema in questione sono i controlli svolti sui cittadini UE che si vogliono trasferire in Svizzera. O piuttosto, che non vengono svolti. E questo per colpa, ancora una volta, della devastante libera circolazione delle persone.

Infatti essa prevede che la Svizzera autorizzi un cittadino UE a trasferirsi da noi, senza però che la Svizzera possa chiedere prima un estratto del casellario giudiziale del richiedente al paese da cui proviene. In sostanza, bisogna accettare immigrati alla cieca. Una richiesta è possibile solo se motivata da concreti sospetti. Non è assolutamente possibile procedere con domande sistematiche.

 

Ci portiamo in casa ogni sorta di delinquenti

Il divieto di chiedere sistematicamente l’estratto del casellario giudiziale è messo nero su bianco dal Consiglio federale, che dichiara:  “La direttiva europea  64/221/CEE del 25 febbraio 1964 del Consiglio della Comunità economica europea dispone esplicitamente che il Paese ospitante (che si tratti di uno Stato membro dell’UE o della Svizzera) può, quando lo giudichi indispensabile, chiedere allo Stato membro di origine, ed eventualmente agli altri Stati membri, informazioni sui precedenti penali del richiedente. Tale consultazione deve essere giustificata in ogni caso e pertanto non è sistematica”.

E’ evidente che questo stato di cose è inaccettabile ed espone al rischio, molto concreto, di portarci in casa ogni sorta di delinquenti. Il bubbone era scoppiato in Ticino con il caso di Raffaele Sollecito, sotto processo in Italia per omicidio che, ciononostante, aveva ottenuto un permesso B per risiedere a Lugano.  Trattandosi di vicenda mediatizzata nell’area italofona, dopo un po’  è venuta alla luce. Ma solo per quel motivo.

 

La barzelletta dell’ ”autocertificazione”

Visto che, a seguito della devastante libera circolazione delle persone, non è più possibile chiedere “in automatico” l’estratto del casellario giudiziale dell’immigrato, ci si basa sull’autocertificazione. Una procedura che fa davvero ridere i polli. Come se da un delinquente ci si potesse ragionevolmente attendere che si dichiari tale. Ma nemmeno nelle barzellette!

Il caso Sollecito è venuto alla luce perché riferito ad un delitto mediatizzato. Ma ovviamente  nell’UE, pensiamo in particolare ai nuovi Stati membri, vengono commessi crimini di cui alle nostre latitudini non si viene a sapere nulla. Lo scriteriato spalancamento di frontiere, la sciagurata abolizione di controlli sistematici sui precedenti penali dei richiedenti, ci espone dunque al rischio, molto concreto, di metterci in casa dei delinquenti pericolosi. Ecco cosa ci si guadagna ad “aprirci all’UE”, come sproloquiava il presidente Burkhalter  (PLR) nella sua allocuzione di Capodanno!

 

Cambiare sistema

Nel tentativo di giustificare tale ingiustificabile situazione, il Consiglio federale dichiara che comunque i casellari giudiziali sono tenuti in modo diverso da Paese a Paese e non necessariamente vi si evince l’esistenza di un’inchiesta in corso. Una scusa davvero misera: non è perché le informazioni contenute nel casellario possono essere incomplete che è sensato rinunciare a qualsiasi informazione!

Al danno si aggiunge la beffa se si pensa  che il cittadino svizzero il casellario giudiziale lo deve presentare in mille occasioni; anche scarsamente rilevanti.

Lo situazione attuale è dunque quella di una vera e propria svendita della nostra sicurezza e sovranità, che deve finire quanto prima. La richiesta del casellario giudiziale deve tornare ad essere sistematica. Il Consiglio federale, per giustificare l’ingiustificabile stato attuale, si richiama alla libera circolazione delle persone. Anche i sassi sanno ormai che questo accordo dovrà venire rinegoziato a seguito del voto del 9 febbraio. E allora è chiaro come il sole che nelle trattative va inserito  anche il ritorno alla possibilità di chiedere sistematicamente il casellario giudiziale di ogni cittadino UE intenzionato a trasferirsi in Svizzera. Niente informazioni? Niente permesso. Più facile di così…

Lorenzo Quadri

Concretizzazione del voto del 9 febbraio. Luce in fondo al tunnel o specchietto per le allodole?

Il piano d’attuazione del voto del 9 febbraio approntato dal Consiglio federale pare lasciar intravvedere una luce in fondo al tunnel.

Ma attenzione: non è tutto oro quel che luccica.

Il Consiglio federale, almeno apparentemente, ha avuto il buon gusto di non annacquare ad oltranza la volontà popolare. Bella forza: nel 2015 ci saranno le elezioni nazionali, comprensibile dunque che l’esecutivo sia cauto nel prendere a pesci in faccia la volontà popolare. I partiti presenti in Consiglio federale sanno bene che rischierebbero di vedersi presentare la fattura nell’ottobre dell’anno prossimo (in Ticino già in aprile).

 

Njet sul fronte padroncini

Per il Ticino è sicuramente positivo che anche i frontalieri siano inclusi nei contingenti. Bella forza anche qui: il contingentamento dei frontalieri era esplicitamente contenuto nel testo dell’iniziativa messa in votazione. Sarebbe stato semmai uno scandalo se fossero stati lasciati fuori.

Male, molto male, invece, sul fronte dei padroncini. Dove si va avanti come se “niente fudesse”. Ciò malgrado l’invasione sia clamorosamente in corso, con conseguenze deleterie sull’economia locale. Conseguenze sulle quali non stiamo per l’ennesima volta a dilungarci.

Già nelle scorse settimane, la kompagna Sommaruga aveva dichiarato che le notifiche online non si toccano perché “la libera circolazione è in vigore”. Come se in Italia l’artigiano o la ditta svizzera potesse notificarsi con un click.

Adesso tale deleteria linea viene confermata. Niente abolizione delle notifiche online per i padroncini e niente contingenti. E’ chiaro che questo non ci può andare bene.

Si attendono poi ulteriori chiarimenti su come il Consiglio federale pensa di gestire in concreto i contingenti perché al proposito la comunicazione di venerdì non è chiara.

 

Si gioca sporco?

C’è poi un problema di tempistica. Come previsto il Consiglio federale parla di attuazione in prospettiva 2017: per cui campa cavallo.

L’Udc ha deplorato anche le modalità con cui il Consiglio federale intende muoversi:  ossia in ottobre fare colloqui con l’UE e iniziare la consultazione solo in dicembre. L’Udc rileva che prima di fare proposte all’UE bisogna avere in chiaro la situazione interna.

Il sospetto è dunque che il Consiglio federale intenda fare finta di voler concretizzare il voto del 9 febbraio, mentre in realtà adotti una strategia mirata a creare confusione. Magari con la speranza, nemmeno tanto segreta, di farsi dire di no da Bruxelles con l’obiettivo di tornare ai piedi della scala. Se per caso il Consiglio federale mira a dimostrare (?) l’impossibilità di limitare la libera circolazione delle persone e quindi a sottoporre al popolo in votazione il quesito Bilaterali sì / Bilaterali no, e conta di spuntarla gestendo la votazione con i consueti metodi terroristici (del tipo: “senza bilaterali sarà il cataclisma”, vedi al proposito le recenti dichiarazioni del simpatico presidente di Swissmem Hans Hess), gli conviene non speculare troppo. E’ chiaro che la situazione in Svizzera, a seguito della devastante libera circolazione delle persone senza limiti, non farà che degenerare. Per cui se già adesso in caso di votazione a tema i bilaterali ciurlerebbero nel manico, figuriamoci tra tre anni…

Sta di fatto che non ci si può permettere di aspettare il 2017 perché forse venga concretizzato qualcosa del voto del 9 febbraio. Il nostro Cantone deve attivarsi subito per contenere gli effetti  disastrosi dell’invasione da sud. La storiella del “margine di manovra nullo” non se la beve nessuno.

Lorenzo Quadri

Il “No Borders Train” blocca la stazione di Chiasso: Dobbiamo saper difendere i nostri confini

Ieri pomeriggio è arrivato a Chiasso, bloccando a lungo la stazione ferroviaria, il cosiddetto “No Borders Train”, treno senza confini. Sul convoglio, un Tilo partito da Milano, sono state fatte salire centinaia di presunti asilanti. Ad organizzare l’iniziativa, tale “Progetto Melting Pot”  (un nome un programma). Obiettivo: formare un treno cha attraversi l’Europa per permettere ai sedicenti rifugiati di consegnare domande d’asilo dove più gli aggrada. Ovviamente alla faccia delle leggi in vigore.

Alla fine, malgrado fosse stata annunciata la consegna di una sessantina di domande d’asilo a Chiasso, ne sono state presentate solo quattro.

Tale manifestazione dimostra che un esercito efficiente è necessario alla Svizzera per difendere i propri confini. Come pure che è necessario un comandante delle guardie di confine che si concentri sul suo ruolo e non sulla campagna elettorale nel vano tentativo di conquistare cadreghe governative inesistenti.

 

Soprusi inaccettabili

Gli slogan e i messaggi lanciati dai manifestanti non possono essere accettati “come se niente fudesse”.

I manifestanti rifiutano di prendere atto della volontà popolare, chiaramente espressa dal cittadino svizzero, di limitare l’immigrazione. Questo è un grave sopruso che non possiamo in nessun modo tollerare.

Non ancora soddisfatti, i manifestanti indicano chiaramente la volontà di non rispettare nemmeno gli accordi di Schengen. Essi prevedono che chi ha presentato domanda d’asilo in uno Stato firmatario non può ripresentarla in un altro.

Se questi accordi funzionassero, in Svizzera di asilanti non ne dovrebbero arrivare proprio. Infatti prima di arrivare da noi, a meno che giungano in aereo, i richiedenti devono comunque passare per uno Stato UE; generalmente per l’Italia.

La quale però semplicemente non li registra, e ovviamente rende difficoltosa (eufemismo) la riconsegna di quelli che le spettano. Gli accordi di Schengen nella realtà sono esattamente quello che aveva previsto la Lega: ossia un bidone che, oltretutto, costa dieci volte di più di quanto dovrebbe costare.

Ma ai manifestanti il sistema Schengen non va comunque bene perché le condizioni d’accoglienza in Italia non sarebbero adeguate – la vicina Penisola viene descritta come una specie di terzo mondo – e quindi gli asilanti devono – imperativo! – poter andare liberamente dove più gli aggrada. Senza frontiere, appunto.

Devono poter andare dove? Ma ovviamente in Svizzera, nazione contigua all’Italia, dove gli svizzerotti, per paura di essere tacciati di razzismo, alloggiano i rifugiati in alberghi e appartamenti. Perché le sedi di protezione civile o le installazioni militari non sono ritenute di standing sufficientemente elevato.

Sul “No Borders Train”, a quanto riferito dalle cronache, è stato peraltro detto chiaramente cosa vogliono questi rifugiati economici: vogliono che si metta a loro disposizione casa e lavoro. In Italia casa e lavoro non ci sono. E allora li pretendono da noi. E certo: in Ticino il lavoro non c’è nemmeno per i residenti, e dovremmo darlo ai finti asilanti?

 

Farsi rispettare

Non è colpa dell’Italia se la Penisola arriva fin quasi in Africa. D’accordo. Ma non è neanche colpa nostra se confiniamo con l’Italia. Manifestazioni come quella di ieri sono un chiaro segnale che non basta prendere delle decisioni politiche, come quelle del 9 febbraio, ma bisogna anche essere in grado di farle rispettare. All’interno del Paese, e anche all’esterno. Questo significa che le frontiere devono diventare molto, ma molto più sicure. Se la consigliera federale Sommaruga è così solidale con l’Italia, come ha detto in Consiglio nazionale, a seguito degli sbarchi di presunti asilanti, cominci ad ospitarne un po’ a casa sua.

 

Diventare meno attrattivi

L’associazione che ha organizzato il “No Borders Train” ha indicato chiaramente che il suo scopo è “costruire vie d’accesso sicure all’Europa”.

Traduzione: portiamoci in casa tutto il mondo. Proprio una bella prospettiva. Che il dramma delle morti in mare debba cessare è evidente. Ma c’è un solo modo per fare che questo accada: smettere di illudere gli asilanti e presunti tali che da noi ci sia “casa e lavoro” per tutti.

Quindi, è sempre più prioritario diventare meno attrattivi, per scoraggiare traversate marittime che spesso hanno esito tragico. E chiudere le frontiere. Ed essere in gradi di difenderle. Ciò che rende indispensabile un esercito efficiente. Un esercito in grado di proteggere i nostri confini. Altro che saccheggiare il budget del militare come hanno tentato di fare a Berna i sei scienziati dopo il No popolare ai Gripen!

Il tutto con buona pace dei kompagni internazionalisti con i piedi al caldo. I quali kompagni, di rifugiati in casa loro non ne hanno mai ospitato neanche mezzo. Nemmeno durante le emergenze più acute. Loro muovono solo la bocca dai quartieri residenziali di lusso.

 

Chi paga il conto?

Va da sé che ci piacerebbe sapere quanto è costata questa manifestazione organizzata Oltreconfine che ha paralizzato per ore la stazione di Chiasso. Il conto verrà presentato al Progetto Melting Pot? Oppure resterà sul groppone del solito sfigato contribuente?

Lorenzo Quadri

Impiegati sottopagati nelle fiduciarie (e anche altrove) Dopo la decima fetta…

Per la serie : dopo averne mangiate 10 fette, ci si accorge che era polenta. Così la Commissione tripartita in materia di libera circolazione delle persone scopre – o stupore! O costernazione! – che un impiegato su sei assunto negli ultimi due anni da una fiduciaria è sottopagato.

Ohibò,  chi l’avrebbe mai detto! Sono anni che il Mattino e la Lega battono il chiodo dei frontalieri negli uffici, il cui numero è letteralmente esploso. Ormai il 60% dei frontalieri lavora nel terziario, altro che edilizia (lì sono tutti padroncini). Quando di frontalieri che lavorano in fiduciarie, banche, assicurazioni eccetera non ce ne dovrebbe essere neppure uno, dal momento che la forza lavoro residente basta ed avanza a rispondere alle esigenze del mercato ticinese.

E come la mettiamo con i 258 frontalieri assunti nell’amministrazione pubblica cantonale, di cui ancora attendiamo di conoscere nome, funzione e qualifiche?

Trucchetti

Non ci vuole molta fantasia ad immaginare che la cifra indicata di un impiegato sottopagato su sei nelle fiduciarie è ancora addomesticata. Conosciamo benissimo il trucchetto di assumere – e quindi stipendiare – al 50%, ma poi il carico lavorativo è del 100%. Ciò che accade in particolare quando il responsabile del personale  arriva a sua volta da Oltreconfine, importando le modalità ivi vigenti. Nella Penisola l’evasione ed il sotterfugio sono una necessità: chi dichiara tutto finisce sotto i ponti.

Siamo anche a conoscenza di casi di ticinesi licenziati da una fiduciaria a pochi anni dalla pensione e sostituiti con frontalieri. E le segretarie a 1800 Fr al mese non sono una leggenda metropolitana. Questo naturalmente non vuol dire che tutte le fiduciarie si comportino in modo scorretto. Ci mancherebbe.  Siamo ben lungi dal pensarlo. Ma negare che esistano le mele marce non serve a nessuno.

Buoi fuori dalla stalla

La Tripartita propone ora al Consiglio di Stato per le fiduciarie l’adozione di un contratto normale di lavoro con salario minimo a 3250 Fr (com’è che i sindacati non pretendono 4000?).

 Ad ogni inserimento di un minimo salariale corrisponde l’esultanza nella fascia di frontiera italiana, con i giornali che pubblicano in prima pagina le foto delle banconote da mille sovrastate dal titolo: “L’Eldorado”. Quindi ulteriore calamita per frontalieri. Naturalmente l’eventuale contratto normale non impedisce gli aggiramenti con i facili trucchetti delle percentuali lavorative dove il carico dichiarato è ben diverso (inferiore) da quello reale. Ma pur con queste controindicazioni qualcosa bisogna fare, il problema è che lo si fa – con efficacia tutta da dimostrare – quando i buoi sono già fuori dalla stalla.

Buttato a mare un sistema efficace

Il 60% dei frontalieri lavora nel terziario dove non c’è alcun bisogno di importare manodopera dall’Italia. Per svariati decenni la Svizzera ha conosciuto un sistema di contingentamento dei lavoratori stranieri. Un sistema che funzionava. Poi sono arrivati gli spalancatori di frontiere: chi per avido tornaconto, chi per becera ideologia internazionalista. Perché disprezzare il proprio paese fa molto chic e politikamente korretto. Infatti secondo la morale corrente (?) che la $inistra sedicente intellettuale (?)  e rottamatrice della Svizzera ha imposto senza averne alcun titolo, essere nazionalista è una cosa vergognosa; quasi come essere pedofilo. Risultato: visto che, come ha detto Burkhalter nella sua vergognosa allocuzione di Capodanno, “bisogna aprirsi all’UE” al Ticino è stata imposta con metodi terroristici la devastante libera circolazione delle persone.

Un sistema che funzionava – quello dei contingenti – è stato gettato a mare perché “bisogna aprirsi”. Ed è successo un disastro. Allora si abbia il coraggio e il senso di responsabilità (ma c’è chi è bugiardo al punto da chiamarlo populismo) di fare retrofront.

Domandina

A questo punto, la domanda “nasce spontanea”: perché la Tripartita oltre al salario minimo, non chiede al CdS di darsi da fare per accelerare l’entrata in vigore del voto del 9 febbraio? C’è forse qualche mal di pancia legato al fatto che i partiti $torici si sono schierati “alla bulgara” contro l’iniziativa “Contro l’immigrazione di massa”, venendo asfaltati dalle urne?

Lorenzo Quadri

Difesa “di principio” della RSI?

Iniziativa contro il canone radioTV, parte la raccolta firme

Difesa “di principio” della RSI?

 

Quando si tira troppo la corda, si rompe. Lo abbiamo visto con il credito per expo 2015. Né il governo né il parlamento hanno voluto ascoltare chi proponeva di moderare le richieste finanziare al contribuente, ossia il rapporto di minoranza presentato dalla Lega in Gran Consiglio. Il risultato è stato un referendum che ha raccolto un numero quasi doppio del necessario di firme valide.

Fa specie, e poi chiudiamo la parentesi al proposito, che il CdS arrivi adesso con l’appello ai privati. Se i privati c’erano, bisognava coinvolgerli fin da subito, invece di andare direttamente a prendere i soldi pubblici perché così è più facile. Questo appello suona come l’ennesima presa in giro, oltre che dimostrare che il dossier è stato gestito in maniera canina.

 

Propaganda di $inistra

Una situazione analoga si verifica ora con il canone radiotv. Come noto è volontà della Confederazione trasformarlo in una vera e propria tassa,  fatta pagare a tutti. Anche a chi non possiede apparecchi di ricezione radiotelevisiva. Il che è manifestamente ingiusto. Infatti non si vede perché chi per scelta non vuole usufruire di un’ offerta, che non è certo un servizio pubblico di base, debba essere obbligato a pagarla comunque. La giustificazione più involontariamente ridicola l’ha fornita la $inistra secondo cui la SSR merita di essere finanziata con una tassa ad hoc per il suo contributo al dibattito democratico. Traduzione: la $$R fa propaganda partitica per la $inistra e quindi tutti la devono pagare. Più facile di così… Se lo schieramento partitico della TV pubblica fosse stato un altro, poco ma sicuro che certi argomenti non li avremmo sentiti.

 

Segnale forte

Ma anche qui si sta tirando troppo la corda ed il risultato  è che attualmente sono in corso due iniziative per l’abolizione del Canone radiotelevisivo che notoriamente ammonta a ben 462,40 Fr all’anno.

La più recente è appena stata dichiarata valida nei giorni scorsi ed ha ora 18 mesi di tempo, quindi fino all’11 dicembre 2015, per raccogliere le 100mila firme necessarie alla sua riuscita.

Se l’iniziativa riuscisse, costituirebbe senz’altro un segnale forte.

Non ci vuole una scienza per capire che, se oltre a raccogliere le firme necessarie, venisse anche approvata dal popolo, il primo risultato che otterrebbe sarebbe quello di far saltare la RSI. E’ noto che la RSI è da tempo nel mirino Oltralpe per la sproporzione delle risorse che confluiscono a sud delle Alpi, se rapportate al bacino d’utenti. Evidentemente ciò ha l’effetto paradossale di far sentire qualcuno a Comano e a Besso come in una botte di ferro, almeno per quel che riguarda la posizione ticinese: chi saranno mai i “traditori della patria” (?) che oseranno firmare le iniziative, sapendo che la conseguenza sarebbe proprio quella di mettere in pericolo una ricchezza della Svizzera italiana oltre che un importante datore di lavoro? Ebbene, forse è il caso di tirare un po’ i remi in barca. Non è perché la RSI è criticata da Oltregottardo che può permettersi tutto in Ticino, partendo dal presupposto che “in casa” verrà difesa per principio.

 

Botte di ferro?

Che l’emittente radiotelevisiva nostrana si dimentichi spesso e volentieri dall’obbligo di equidistanza che giustifica il canone, scivolando nella propaganda di $inistra, è tutt’altro che una novità. E’, al contrario, una   inveterata abitudine. Il fatto che gli organi che dovrebbero controllare i programmi, vedi consiglio del pubblico, siano solo una foglia di fico, non aiuta di certo.

In Ticino saranno molti a firmare l’iniziativa e, se si dovesse arrivare ad una votazione, la RSI non avrà vita facile nel convincere gli utenti di valere il canone che riceve. A meno che voglia sostenere di essere un piano occupazionale. Quando si tira troppo la corda, credendo che tutto sia permesso, si finisce per ritrovarsi in situazioni sgradevoli. In effetti non si vede perché le forze politiche come la Lega e l’UDC, continuamente prese a pesci in faccia dalla RSI, non dovrebbero sostenere l’iniziativa contro il canone, peraltro lanciata dai giovani UDC e dai giovani liberali. E la RSI non si trova in una posizione comoda nell’invocare il mandato di servizio pubblico, visto che lo viola senza troppi problemi per fare propaganda politica.

Quindi, avanti con la raccolta delle firme. Ad iniziativa riuscita, anche gli alti papaveri di Comano e Besso dovranno rendersi conto che non è tutto scontato come credono. Non è perché la radiotelevisione è della Svizzera italiana che tutti devono sentirsi moralmente obbligati a reggerle la coda, ed in tutte le sue parti.

Lorenzo Quadri

Ma chi l’avrebbe mai detto… cittadini svizzeri ancora discriminati dallo Stato, ed in casa propria: Gli uffici di collocamento collocano stranieri

L’avesse scritto il Mattino, subito i soliti noti avrebbero commentato con la trita manfrina del populismo e del razzismo. Invece il risultato emerge da uno studio realizzato proprio dall’Assicurazione contro la disoccupazione, commissionato alla famigerata SECO.

Quale risultato emerge? Che i corsi degli Uffici regionali di collocamento aiutano più gli stranieri e le donne che non gli svizzeri. Sul perché questo accada non ci sono al momento delle risposte Ma ci dovranno essere. Perché qui i conti proprio non tornano. E il problema, lo si sarà capito, non sono certamente le donne, bensì gli stranieri.

 

Priorità invertite

Non sta, infatti, né in cielo né in terra che gli Uffici regionali di collocamento servano a collocare stranieri: ciò che accade a scapito degli svizzeri, visto che di lavoro per tutti non ce n’è. Con la conseguenza, lapalissiana, che qualcuno deve rimanere fuori. E se a rimanere fuori sono gli svizzeri per far spazio agli immigrati noi, chiaramente, non ci stiamo.

Gli Uffici regionali di collocamento sono infatti un’istituzione statale che, come tale,  deve dare la priorità ai cittadini elvetici. A maggior ragione dopo il voto del 9 febbraio.

Non sarà politicamente korretto dirlo; sarà anche poco simpatico; ma sta di fatto che prima devono venire sistemati i cittadini elvetici. Poi, se avanzano posti di lavoro, gli immigrati.  Poiché tuttavia di impieghi ne avanzano sempre meno, la conseguenza sarà che più gente dovrà essere rimandata al paese d’origine. L’immigrazione non deve portare al soppiantamento dei residenti. Questo è il messaggio che è uscito dalle urne il 9 febbraio e questa è la volontà popolare che deve essere eseguita. E non ignorata, discussa e ostacolata, come si crede in diritto di fare certa classe politica fautrice delle frontiere spalancate.

 

Deve esserci un seguito

Quindi, se gli Uffici regionali di collocamento sono più utili agli stranieri che agli svizzeri, vuol dire che il sistema è tutto sbagliato. Ergo, deve essere rivoltato come un calzino e ricalibrato sulle esigenze dei cittadini.  Per cui, non ci sta bene che il risultato di questa inchiesta federale venga messo in un cassetto per le solite ragioni di comodo e di opportunità politica (mai dare spago a chi vuole il ritorno ad un controllo efficace sull’immigrazione). Non ci sta bene che si vada avanti come se niente fosse. Dovrà esserci un seguito.

Perché qui, è evidente, ci troviamo davanti ad un vistoso esempio di discriminazione dei cittadini a vantaggio degli immigrati. Questo avviene per non rischiare l’infamante etichettatura di razzista e populista: pare essere diventata la peggiore sciagura che possa capitare. Almeno, ciò è quanto vogliono far credere gli spalancatori di frontiere e rottamatori della Svizzera, che si sono autoattribuiti, senza averne alcun titolo, il monopolio sulla morale. Ma è ora di dire basta.

 

L’intervento di Allam

Al proposito riportiamo gli stralci di un intervento di Magdi Allam al Parlamento europeo. Che, pur riferito all’Italia e più in generale all’UE, ben descrive anche la situazione svizzera:

«Quest’Europa sta implodendo non perché non vengano rispettati i diritti ma perché si sono del tutto dimenticati i doveri, elargiamo a piene mani diritti e libertà senza chiedere in cambio l’ottemperanza dei doveri e il rispetto delle regole. Prima ancora di preoccuparci della discriminazione dei Rom, degli immigrati, dobbiamo occuparci della discriminazione dei cittadini (…) sento il dovere di mettere in guardia quest’Europa dall’esplosione di un’ondata di razzismo non perché, come vorrebbe far credere questa proposta di risoluzione, verrebbero discriminati gli immigrati o i sospetti terroristi, ma perché si discriminano i cittadini dei Paesi europei per la nostra sottomissione ad un’ideologia globalista, immigrazionista, buonista e relativista».

A questo punto non serve aggiungere altro.

Lorenzo Quadri

Gli eurobalivi ed i loro tirapiedi parlano per dare aria ai denti 9 febbraio: facciamoci valere

A certi personaggi, è evidente, la spocchia non fa mai difetto. E’ il caso di tale Richard Jones, ambasciatore (?) dell’UE a Berna. Secondo costui non ci sarebbero indizi che, dopo la vittoria elettorale dei partiti euroscettici, la Svizzera “post 9 febbraio” sarà trattata meglio da Bruxelles.

Ma guarda un po’: d’accordo che gli organi UE sono composti da una manciata di oscuri burocrati che nessuno conosce e che nessuno ha votato,  ma che comandino addirittura i portaborse come tale Mr Jones, è davvero il colmo.

Eurobalivi asfaltati

Piaccia o non piaccia al Jones ed ai suoi padroni, gli eurobalivi sono stati letteralmente asfaltati dal voto di due settimane fa. E’ noto che la fallimentare Unione europea è una costruzione totalmente antidemocratica. L’unico organo eletto dal popolo è il Parlamento. E, guarda caso, alle elezioni del Parlamento il popolo ha dato molto più che un segnale chiaro all’attuale conduzione, improntata alla distruzione degli stati nazionali e dei diritti popolari. I cittadini degli Stati membri hanno dato agli eurobalivi una legnata sulle gengive. E questi pensano di fare finta di nulla? Vuol dire che l’Unione europea è proprio al capolinea. I partiti euroscettici sono abbastanza forti per organizzare dei referendum nazionali sull’uscita dall’UE. Per organizzarli, e per vincerli. Così il signor Jones potrà annunciarsi all’ufficio di collocamento del suo paese. Che, a occhio e croce, dovrebbe essere la Gran Bretagna. E come votano gli inglesi sull’UE lo sappiamo. E’ evidente che reggicoda degli euroburocrati che pensano di poter venire in Svizzera a schiacciare ordini, hanno urgente bisogno di un bagno di umiltà.

Altrettanto palese è che l’ambasciatore non ha una grande dimestichezza con i diritti popolari. Gli è che, piaccia o non piaccia,  gli eurofalliti non hanno alcuna possibilità di influire sul voto del 9 febbraio scorso. Questo vuol dire che la libera circolazione delle persone verrà limitata. Sicuramente la ferma volontà della maggioranza del popolo svizzero, e del 70% dei ticinesi, di difendersi da un’immigrazione scriteriata, immigrazione voluta dai politicanti del “dobbiamo aprirci”, verrà capita da forze politiche – quelle che hanno trionfato alle recenti elezioni europee – che vogliono la stessa cosa. E questo, piaccia o non piaccia al Jones ed ai tirapiedi par suo, dovrà avere delle conseguenze.

La Costituzione non è un’opinione

In effetti, il nuovo articolo 121 a della Costituzione federale è un dato di fatto. Non certo una questione di gusti. La libera circolazione deve essere limitata. Cosa particolarmente importante per il Ticino, vanno contingentati sia i frontalieri che i padroncini. Da qui non si scappa. Sono dei punti fermi. L’iniziativa “contro l’immigrazione di massa”, come spiegato più volte, non è contraria all’immigrazione tout-cour:  è contraria agli eccessi migratori che devastano la nostra sicurezza e il nostro mercato del lavoro. Se all’UE ritengono che questa limitazione, che è assolutamente logica e sensata, non sia accettabile, se pretendono che accogliamo tutti, a nostro danno, e per la loro “bella faccia”, che disdicano la libera circolazione delle persone. Del resto, che la libera circolazione sia indispensabile per la Svizzera è ancora tutto da dimostrare. Ci sono fior di professori universitari che sostengono proprio il contrario.  Ma l’UE non ha evidentemente alcun interesse a far saltare tutto.

Una cosa è certa e deve essere detta senza lasciare spazio ad equivoci. Il proseguimento della libera circolazione senza alcun limite, come è in vigore attualmente, è escluso. E i Jones di turno possono solo prenderne atto. Al proposito è scandaloso – ma non certo sorprendente conoscendo i nostri polli – che il Consiglio federale non abbia preso posizione dopo le dichiarazioni dell’ambasciatore (?) UE.

Se il Consiglio federale per anni si è comportato come se la Svizzera facesse parte dell’Unione europea, ed ha lasciato credere a Bruxelles che si sarebbe andato avanti così in eterno perché il suo obiettivo è l’adesione al club in fase di smantellamento, è un problema del Consiglio federale. Non certo nostro.

 Davanti alle decisioni del popolo, gli impegni impropriamente presi dal governo senza averne la facoltà, contano come il due di briscola. E le sortite del Jones sono puro esercizio di arieggiamento gengivale.

Lorenzo Quadri

All’imbecillità politikamente korretta non c’è limite: In una scuola svizzera non può stare una bandiera svizzera

All’imbecillità politikamente korretta non c’è limite

In una scuola svizzera non può stare una bandiera svizzera

Negare in casa nostra il diritto alla nostra bandiera a comparire in un luogo pubblico con la scusa della “non discriminazione” degli stranieri è, semplicemente, un’infamia.

Nel Comune lucernese di Emmen una bandiera svizzera dipinta sul muro di una scuola costituisce un problema perché “discrimina le altre nazionalità”. Evidentemente all’imbecillità politikamente korretta non c’è proprio alcun limite.

Il fattaccio, che ha fatto molto parlare Oltregottardo, si è verificato negli scorsi giorni.

Ad Emmen c’è infatti un’organizzazione che, coinvolgendo la cittadinanza, si occupa di abbellire i muri più grigi e disadorni con dei murales. Un’iniziativa, spiega il Blick, cui hanno partecipato nel corso degli anni oltre 1000 persone.

Adesso si trattava di vivacizzare un muro di cemento armato sul sedime scolastico, coinvolgendo gli allievi. Il tema dei murales erano gli strumenti musicali. Senonché un alunno ha dipinto un corno delle alpi, dietro il quale ha piazzato una bandiera elvetica. Apriti cielo.

Eh sì perché, secondo alcuni “fulmini di guerra”, una bandiera svizzera in una scuola svizzera è un problema. Perché? Perché gli allievi di altre nazionalità potrebbero sentirsi discriminati.

Scuse balorde

Ormai è chiaro: i fautori della multikulturalità fanno a gara per trovare le argomentazioni più balorde. Come se la scuola in questione si trovasse su Marte, gestita da marziani, e di conseguenza ogni bandiera terrestre vale l’altra di modo che esporne solo una o due significherebbe penalizzare tutti gli altri. Invece la scuola si trova nel canton Lucerna e quindi è semplicemente scandaloso che qualcuno arrivi solo a porsi il problema dell’opportunità della presenza di una bandiera rossocrociata. Qui siamo al livello di quelli che bandiscono il presepe per non offendere (?) gli studenti islamici, anzi ancora più in basso: negare in casa nostra il diritto alla nostra bandiera a comparire in un luogo pubblico con la scusa della “non discriminazione” è, semplicemente, un’infamia.

Nessuno li obbliga…

E’ chiaro, poi, che ad essere turbati dalla bandiera elvetica in Svizzera (mica in Pakistan) non sono di sicuro gli alunni della scuola di Emmen. Sono semmai i genitori. O – peggio ancora – i docenti.

Ai genitori stranieri va ricordato che nessuno li obbliga a rimanere in Svizzera se si sentono discriminati dai nostri simboli nazionali.

Se qualcuno si sente offeso dalla visione della bandiera rossocrociata in casa nostra, punto primo merita di essere offeso, punto secondo può benissimo ritornare nel paese d’origine dove le sue sensibili pupille non saranno urtate da una visione tanto sconveniente.

Quanto ai docenti che trovano che la bandiera sul muro non abbia diritto di cittadinanza, non fanno che dimostrare che ci sono troppi (pseudo)educatori partiticamente schierati i quali credono di poter abusare del proprio ruolo per fare il lavaggio del cervello agli alunni con le loro ideologie multikulturali e politikamente korrette. Il tutto, ça va sans dire, con la copertura dei loro superiori e responsabili politici parimenti schierati.

 

Bandiera in tutte le scuole

Ebbene, per rispondere agli uni ed agli altri si potrebbe rendere obbligatoria la presenza di una bandiera svizzera in  tutte le scuole pubbliche elvetiche di ogni ordine e grado. Tanto per rinfrescare la memoria a chi trova comodo stare in Svizzera rifiutando di integrarsi ma non certo di attingere al nostro Stato sociale, come pure a chi  abusa della morale senso unico per rottamare la nostra identità.

A chi immancabilmente tirerà fuori il mantra del “finto problema” (qualsiasi proposta non in linea con i dettami del politikamente korretto o è populista e razzista, oppure “solleva finti problemi”) rispondiamo che nella difesa della nostra identità e delle nostre specificità c’è il futuro della Svizzera. Che è tutt’altro che un finto problema.

Lorenzo Quadri

“Senza Bilaterali un cataclisma”

I “padroni del vapore” tornano a suonare la grancassa delle minacce terroristiche per delegittimare il voto del 9 febbraio

Ma il trucchetto, già tentato dopo il NO alle SEE, ormai non inganna più nessuno. “Che pagüüüüraaaa!” avrebbe detto il Nano

Ah ecco, era un po’ che non si sentivano più bei messaggi terroristici dei “padroni del vapore” con le vagonate di milioni in banca in materia di accordi bilaterali e di votazione del 9 febbraio. Dove sono finite le belle comunicazioni apocalittiche sulla Svizzera che andrebbe in malora senza la devastante libera circolazione delle persone? Cominciavamo a preoccuparci. Invece, ecco che arriva il simpatico (come un cactus nelle  mutande) presidente di Swissmem, Hans Hess, il quale non usa certo mezze misure: “Svizzera fuori dai Bilaterali? – sentenzia il nostro dalle compiacenti colonne della stampa d’Oltralpe – sarebbe un cataclisma”. Grazie Hans, i toni epico-biblici ci mancavano!

Peccato che queste stesse storielle, e questi stessi toni, si sentissero già nell’ormai lontano 1992, quando si trattava di votare sull’adesione della Svizzera allo SEE. Un No veniva dipinto come un cataclisma, poi sappiamo come è andata. Se abbiamo evitato il peggio, è proprio grazie a quel tanto demonizzato No.

Sarebbe il colmo se…

Adesso il copione si ripete. Oggetto del contendere è l’applicazione del voto del 9 febbraio che potrebbe sfociare in un’uscita della Svizzera dai Bilaterali.

Ed infatti sarà questo che accadrà se il Consiglio federale pretenderà di andare avanti come se “niente fudesse” annacquando ad oltranza l’art 121 a della Costituzione federale, quindi prendendo in giro i votanti; oppure se l’UE rifiuterà le limitazioni proposte da parte elvetica. Ciò che sarebbe proprio il colmo, se si pensa che gli stessi Stati membri della fallita Unione europea – che non hanno votato il 9 febbraio – rimandano giustamente a casa loro gli immigrati comunitari che non lavorano e che sono a carico della socialità del paese ospite. E qui la contraddizione si fa tragica: noi che non siamo membri UE e che abbiamo da oltre quattro mesi un articolo costituzionale contro l’immigrazione di massa manteniamo stranieri in assistenza con permesso B.

Ma sarebbe anche il colmo se si pensa che in Europa le elezioni, a parte qualche eccezione, le hanno stravinte i partiti e movimenti euroscettici.  Quelli che giustamente reclamano il ritorno alla sovranità nazionale. Sicché sarebbe il massimo che la Svizzera venisse sanzionata perché fa proprio quello che tali vittoriosi partiti chiedono che si faccia.

Come mai questi dubbi?

Il padrone del vapore Hess è almeno consapevole che in caso di votazione popolare sul mantenimento degli accordi Bilaterali questi ultimi sarebbero a rischio. Ohibò, e come mai gli viene il dubbio? Forse perché sa bene che qualcuno sul fronte padronale non ha perso occasione per approfittare pro saccoccia della disponibilità illimitata di lavoratori stranieri a basso costo, a scapito dei residenti? Alla faccia della tanto decantata responsabilità sociale.

Anche i padroni del vapore federali si rendono dunque conto che non è più solo il Ticino ad averne piene le scatole di una situazione da cui la maggioranza della popolazione trae solo svantaggi. Ma le minacce a sfondo terroristico non funzionano più. A maggior ragione se si pensa che ci sono fior di professori universitari pronti a sostenere che, anche senza Bilaterali, la Svizzera andrà avanti lo stesso. E meglio di ora. Come ha fatto fino a pochi anni fa, del resto.

Del resto che in un mondo globalizzato sia necessario avere la libera circolazione delle persone con i paesi confinanti per poter concludere accordi commerciali vantaggiosi è ancora tutto da dimostrare.

O il voto viene concretizzato, oppure…

Intanto, per la serie “ma tu guarda i casi della vita”, lo studio Manpower sulle prospettive dell’impiego  è positivo per la Svizzera ma negativo per il Ticino. Nel nostro Cantone dunque le aziende non prevedono di assumere, ma semmai di tagliare posti di lavoro. Meno posti di lavoro e concorrenza illimitata da Oltreconfine vuol dire, ovviamente, ancora più ticinesi senza impiego. Quindi il messaggio all’indirizzo di Berna dovrebbe essere a questo punto sufficientemente chiaro. O il voto del nove febbraio viene concretizzato in tempi brevi ed in modo serio – contingentamento non solo dei frontalieri ma anche dei padroncini, e contingenti decisi dai Cantoni – oppure, semplicemente, salta tutto.

Lorenzo Quadri