Le panzane di Berna, le gattate del DSS

Asilanti: a margine dell’ennesima “emergenza” che, va da sé, nessuno poteva prevedere

Come volevasi dimostrare, ecco che il Ticino si trova confrontato con l’ennesima “emergenza asilanti”: come si possa parlare di emergenza peraltro non è chiaro, dal momento che  sono mesi che in Italia sbarcano 2000 clandestini al giorno.  Che da qualche parte vanno a finire. Nessuno se n’era accorto?

Si ricorderà che, secondo i fallimentari accordi di Dublino, in Svizzera di asilanti non ne dovrebbero nemmeno arrivare: a meno che giungano in aereo, in mongolfiera o in dirigibile, prima di arrivare da noi i richiedenti devono infatti transitare per uno Stato UE, in genere la vicina Penisola. Il quale stato sarebbe tenuto a tenerseli, rispettivamente a riprenderseli nel caso in cui gli asilanti facessero domanda in un secondo paese. In Italia ovviamente hanno ben presto trovato il trucco (non è che servisse una laurea a Cambridge per arrivarci): basta non registrare i richiedenti l’asilo per non doverseli riprendere. Corre voce che il ministro dell’Interno italiano abbia ordinato esplicitamente di non registrare gli immigrati e di istradarli verso nord: ennesimo esempio di cooperatività della Vicina Penisola (quella che ci iscrive su liste nere illegali però ci sfrutta come valvola di sfogo per la sua drammatica situazione occupazionale).

Intanto gli sbarchi in Italia proseguono e, di conseguenza, l’arrivo – più o meno pilotato – di clandestini in Svizzera in numero spropositato. I quali clandestini portano tra l’altro con sé, benché i politikamente korretti spalancatori di frontiere cerchino di nasconderlo, malattie gravissime come la tubercolosi e l’ebola. Nella vicina Penisola tra i militari si sono già registrati i primi casi di positività alla tbc, ma guarda un po’… e non si crederà mica che da noi non succederà la stessa cosa?

Legalità a corrente alternata
E qui si inserisce il famoso nuovo centro asilanti all’ex caserma di Losone, come pure la cinquantina di richiedenti collocati a Lodano.

La struttura Losone, che di fatto sarebbe una succursale del centro di registrazione di Chiasso – sarebbe quindi gestita dalla Confederazione e non dal Cantone – Berna  ha dichiarato di volerla aprire in autunno. Questo malgrado sia tutt’ora pendente, davanti al Tribunale federale, un ricorso del Guastafeste che chiede la concessione dell’effetto sospensivo ad un suo ricorso contro una precedente decisione del TAF in cui si respingeva un suo ricorso contro il centro asilanti all’ex caserma.

Ma guarda un po’ gli amici bernesi: quando si tratta di rifiutare di intraprendere una qualsiasi azione a tutela degli svizzeri dalla devastante libera circolazione delle persone tirano in ballo ogni sorta di cavilli legali, reali e – soprattutto – immaginari per rimanere inattivi. Quando si vogliono imporre ulteriori asilanti ai ticinesi, invece, ecco che si diventa assai meno formali. Questo malgrado i ticinesi, con il centro di registrazione di Chiasso ed i relativi disagi, abbiano ampiamente “già dato”!

Frottole federali
Da notare che al Ticino vengono attribuiti circa l’8% dei richiedenti l’asilo che depositano una richiesta in Svizzera. Il che già non sta in piedi, visto che siamo il 5% della popolazione. La kompagna Sommaruga ed i suoi tirapiedi hanno tentato di indorare la pillola del nuovo centro a Losone raccontando due panzane.
1) che il centro sarà provvisorio per tre anni, malgrado si sappia benissimo che ci sarà sempre un’emergenza, va da sé “imprevedibile”, per tenerlo aperto ad oltranza; e
2) che in cambio al Ticino verrà ridotta l’attribuzione di cui sopra, anche in questo caso ci sarà sempre l’”emergenza” come scusa per non mantenere le promesse; ed intanto i ticinesotti si saranno fatti menare per il naso.

Paga Pantalone
Gli è che, e anche qui non serviva il Mago Otelma per prevederlo, a suon di attribuzioni che navigano sulle 30 persone a settimana in Ticino non si trovano più posti per piazzare gli asilanti: i due centri della Croce rossa ancora rimasti aperti sono stracolmi, e a quanto pare ci sono oltre 200 persone alloggiate in albergo. Naturalmente a carico del contribuente ticinese, dal momento che da Berna arrivano meno di 50 Fr al giorno per richiedente l’asilo attribuito al nostro Cantone; però, mantenere un asilante in albergo costa oltre 80 Fr al giorno considerando spillatico, costi medici, eccetera. La differenza ce la mette il Pantalone ticinese: e poi in governo c’è chi vorrebbe aumentarci le imposte e tagliarci i sussidi di cassa malati.
Oltre agli asilanti in albergo è poi giunto il bel regalo dei 50 collocamenti a Lodano. E sicuramente, visto l’andazzo degli sbarchi in Italia, non è finita qui!

Troppo attrattivi
E’ chiaro, e questo l’hanno capito tutti tranne quelli che proprio non vogliono capire (leggi $inistrorsi e politikamente korretti) che dobbiamo assolutamente diventare meno attrattivi per gli asilanti, i quali – sempre grazie alla nostra deleteria politica buonista – vengono in Svizzera perché “ci danno soldi e casa, mentre in Italia dobbiamo dormire per terra” (dichiarazione di un asilante raccolta dalla ro$$a R$I, assai poco sospetta di filo leghismo).
Quindi per gli asilanti, altro che alberghi, altro che PC di Lodano: cominciamo ad utilizzare le installazioni militari in disuso, poste lontano dai centri abitati. E avanti con le limitazioni alla libertà di movimento dei richiedenti, non è mica normale che questi possano starsene in giro tutto il santo giorno negli spazi pubblici a sbevazzare e a molestare cittadini (soprattutto cittadine) e dipendenti comunali. I politikamente korretti che insorgeranno, comincino ad ospitare almeno 5 asilanti in casa propria; poi potranno parlare.

Centri Croce Rossa
A proposito, chi ha deciso di chiudere la dozzina di centri della croce rossa precedentemente esistenti dove i richiedenti l’asilo per lo meno sottostavano ad un certo controllo, per metterli – sotto la gestione del  Soccorso operaio – negli alberghi, dove di controllo non ce n’è, e quindi gli ospiti fanno tutto quello che più gli aggrada, dallo spaccio all’ospitalità a clandestini? Forse l’ex capo della Divisione dell’azione sociale e delle famiglie kompagno Martino Rossi, attualmente capogruppo $ocialista in consiglio comunale di Lugano?

Lorenzo Quadri

Eventi a pagamento in Piazza della Riforma: esperimento riuscito Il biglietto non è un tabù

Lugano ha provato per la prima volta, in Piazza della Riforma, la formula del grande evento a pagamento, chiudendo la piazza ed invitando la “star” Bob Sinclar. Si è trattato di un esperimento coronato  dal successo. Questo malgrado la meteo non abbia aiutato molto: Giove Pluvio non ha fatto mancare nemmeno giovedì sera l’acquazzone quotidiano.

La piazza, che non è enorme, era piena al massimo della sua capienza. Chi ha partecipato al concerto ne è rimasto molto soddisfatto. A qualcuno, dall’esterno, non è piaciuta la piazza transennata: premesso che sugli orari di chiusura si può probabilmente migliorare qualcosa per le prossime occasioni, con sette accessi da gestire non c’erano molte alternative.

Visto che l’esperimento è riuscito lo si ripeterà.

L’evento a pagamento – che non solo copre i costi, ma genera utili – in Piazza della Riforma non deve essere un tabù. Le difficoltà finanziarie della città non sono un mistero. D’altra parte il turismo, e gli eventi ne sono una componente essenziale, costituisce un settore economico importante. Un settore che si vuole sviluppare in considerazione del suo indotto.

Oggi un bel paesaggio non basta più per attirare i visitatori. E allora che si fa? O si taglia l’offerta e quindi si fanno passi indietro, oppure, se si vuole continuare a proporre una stagione di eventi all’altezza di una località turistica, mantenendo e magari migliorando gli importanti risultati ottenuti negli scorsi anni, bisogna far sì che questa offerta gravi il meno possibile sulle casse pubbliche. Si tratta, in altre parole, di incrementare in modo importante l’autofinanziamento. In quest’ottica è fondamentale la collaborazione pubblico-privato. Sicché il pagamento del biglietto per un grande evento all’aperto non è un tabù. Nemmeno a Lugano.

 Del resto, per vedere qualsiasi spettacolo, ovunque si paga l’ingresso; a prezzi anche assai più alti di quelli proposti giovedì. Al Moon&Star, tanto per fare un esempio, si pagano fior di soldoni. E chi va a vedere un concerto a San Siro, per fare un altro esempio, il biglietto lo paga di tasca propria. Non glielo regala il contribuente di Milano.

La novità del pagamento è peraltro stata ben recepita. Del resto, rientra assolutamente nella normalità. Ed è anche una questione di correttezza nei confronti del contribuente luganese: che già si è visto aumentare il moltiplicatore in modo importante, ha dovuto far fronte a tagli ai servizi, la maggioranza municipale propone la tassa sul sacco, e l’elenco non è ancora finito. Non si può certo pretendere, allora, che il contribuente si faccia carico del costo dei concerti in piazza: giusto quindi che paghi chi ne usufruisce. E che gli utili contribuiscano al finanziamento della stagione degli eventi. Alleggerendone il peso – peraltro comunque assai contenuto rispetto ad altri settori (vedi cultura) – sulle casse pubbliche.

Lorenzo Quadri

Municipale di Lugano

Area turismo ed eventi

I detenuti stranieri scontino la pena al loro paese

Il governo ginevrino da il là e scrive a Berna

Gli altri Consigli di Stato, a partire dal nostro, si uniscano alla richiesta! Ricordiamo che alla Stampa l’80% dei detenuti è straniero e che un carcerato, secondo le indicazioni ufficiali del CdS, costa alla collettività 330 Fr al giorno

Il Consiglio di Stato ginevrino, che non è propriamente un gremio di populisti razzisti e xenofobi, ha avuto il coraggio di chiedere formalmente al Consiglio federale quello che pensano in tanti. E lo pensano giustamente.
L’esecutivo di Ginevra chiede che i detenuti stranieri vengano mandati a scontare la pena nel paese d’origine. A dare il là è all’iniziativa è stato il sovraffollamento delle carceri ginevrine; che ovviamente provoca numerosi problemi all’autorità cantonale.

In Ticino, come ha dovuto ammettere il Consiglio di Stato rispondendo ad un’interrogazione del parlamentare leghista Massimiliano Robbiani, l’80% dei detenuti alla Stampa sono stranieri. Una percentuale che sale al 90% se si considera anche il carcere giudiziario de LaFarera.

Mandando i detenuti stranieri a scontare la pena nel paese d’origine le carceri elvetiche si svuotano. Ma come, gli stranieri che delinquono non dovevano essere tutta un’invenzione della Lega populista e razzista? E non ci si venga a raccontare la storiella dell’accresciuto pericolo di fuga o altre amenità analoghe per giustificare una percentuale di detenuti stranieri che ha una sola spiegazione: grazie alla politica delle frontiere spalancate e del “venghino siori venghino” ci siamo riempiti di delinquenti stranieri.

Attrattore
Il colmo è che il nostro sistema carcerario, invece di essere un deterrente per questo tipo di “migrazione”, è semmai un attrattore. La Stampa, con i suoi menu con carne due volte al giorno  – per fortuna il Consigliere di Stato Gobbi è intervenuto – e pure la possibilità di scegliere il menu per detenuti musulmani (invece di rimandarli a casa loro, gli si prepara addirittura il pranzo su misura, in nome della multikulturalità) se paragonata alle prigioni del resto del mondo è una struttura alberghiera.

Per lo straniero che commette reati in Svizzera è una situazione win-win:  se va bene faccio i miei “affari”. Male che vada, sto nel carcere deluxe.

Il lavoro non manca
Va poi detto che il dato sulla popolazione straniera nelle nostre prigioni è ulteriormente taroccato dalle naturalizzazioni facili. Bisognerebbe inoltre avere una statistica del tipo di permesso di cui dispongono gli ospiti stranieri alla Stampa. Così, tanto per tappare la bocca e quelli che continuano a ripetere il mantra dell’ “immigrazione uguale ricchezza”.

E’ chiaro che, in materia di rinvio di detenuti stranieri a scontare la pena nel loro paese, di lavoro da fare ce n’è molto. Con parecchi Stati non c’è neppure una convenzione al proposito. Da notare che a non pochi di questi Stati che si rifiutano di riprendersi i propri delinquenti il contribuente elvetico continua a versare congrui aiuti internazionali. Ma quando si propone a Berna di vincolare il pagamento di questi aiuti alla sottoscrizione di convenzioni (non solo in materia di criminali ma anche, ad esempio, di finti asilanti) ecco che i politikamente korretti spalancatori di frontiere strillano allo scandalo e al razzismo.

E c’è anche una questione di costi. Secondo i dati ufficiali forniti dal Consiglio di Stato, un detenuto costa 330 Fr al giorno; una camera in un albergo a 5 stelle costa meno.

Quindi il contribuente ticinesotto non solo si trova i delinquenti stranieri in casa, ma paga pure i loro costi di carcerazione. Dovesse anche, nell’ambito di un accordo internazionale, prendersi a carico i costi di detenzione nel paese d’origine, non si arriverebbe comunque mai a simili cifre! E soprattutto, si eliminerebbe l’effetto attrattore “carcere svizzero di lusso”.

E il nostro CdS?
Il Consiglio di Stato ginevrino ha aperto la strada. Speriamo che molti, anzi tutti gli altri governi cantonali seguano l’esempio. A partire dal nostro: come detto alla Stampa l’80% dei detenuti non ha il passaporto rosso. Obiettivo: rendere l’azione collettiva, di  modo che gli scienziati bernesi si vedano “costretti” ad agire.
Lorenzo Quadri

La catastrofica ministra del 5% Widmer Schlumpf. Disastri e bugie

Cosa aspetta il Consiglio federale a toglierle il dossier del segreto bancario?

Una cosa è strana, al punto che alcuni ce l’hanno fatta notare: nelle ultime due settimane, non sono giunte notizie di ulteriori malefatte della ministra del 5% (dopo le elezioni cantonali bernesi del 3%), Eveline Widmer Schlumpf. Che sia in vacanza?

Non che se ne senta la mancanza, evidentemente: la signora in questione di danni ne ha fatti a sufficienza per le prossime tredici generazioni, come recitavano le maledizioni dei templari. Ed in effetti per la Svizzera la Consigliera federale non eletta è un’autentica maledizione.

Non contenta di assecondare ogni pretesa che arrivi dall’estero in materia di rottamazione della privacy bancaria, lei anticipa. Quando gli altri paesi, gli stessi che puntano il dito contro la Svizzera, fanno però clamorosi passi indietro a tutela dei privilegi delle proprie piazze finanziarie, la signora 3%, invece di fare lo stesso e di denunciare l’ipocrisia, continua imperterrita con le fughe in avanti.

Spirale discendente

La spirale verso il basso ha ora raggiunto un altro poco invidiabile traguardo.  Non solo si calano braghe a titolo preventivo perché forse magari chi lo sa un domani qualche paese straniero che ci ha dichiarato guerra economica, qualche declinante potenza colonialista o qualche organizzazione di burocrati non eletti da nessuno potrebbe presentarsi con una richiesta e allora bisogna (?) poter rispondere di avere “già fatto”.

No, si va oltre: si fanno cose che nessuno dall’estero mai si sognerà di pretendere. E non perché qualcuno abbia ancora una parvenza di rispetto per la sovranità elvetica (cosa impossibile, dal momento che quest’ultima viene vergognosamente svenduta da chi invece, proprio per la sua funzione, come consigliere federale dovrebbe essere sulle barricate a difenderla). Ma semplicemente perché all’estero non gliene potrebbe fregare di meno. Il tema è il segreto bancario per gli svizzeri. La signora 3% ha infatti presentato ai colleghi di governo una proposta che prevedeva il suo smantellamento, rimanendo da sola a sostenerla assieme alla $inistra. E questo la dice lunga; per fortuna che il partitino di costei si chiamerebbe “borghese democratico”.

Due punti chiari

I colleghi hanno avuto il buonsenso di respingere al mittente la fine del segreto bancario anche per gli svizzeri. Ma solo il fatto che Widmer Schlumpf l’abbia proposta dimostra due cose.

1)       che è una bugiarda: fino a poche settimane prima dalla brillante “exploit” dichiarava che il segreto bancario per gli svizzeri non era in discussione. Poi, smentendosi platealmente, proponeva al Consiglio federale di smantellarlo. Venendo giustamente mazzuolata.

2)       Che un dossier delicato come quello della privacy bancaria, e quindi del futuro della piazza finanziaria, non può essere lasciato in mano a chi li fa il gioco del nemico. Infatti la sua gestione necessita di una ferma difesa delle prerogative svizzere da assalti strumentali, ammantati dalla solita “morale” unilaterale da tre e una cicca, ma che mirano ad un solo obiettivo: l’assalto alla diligenza.

 

Esautorare subito

Quindi,  il faldone “segreto bancario” va tolto subito a Widmer Schlumpf. Il suo obiettivo strategico (?), lo smantellamento del segreto bancario anche per gli svizzeri, è stato bocciato dalla maggioranza del Consiglio federale. Ma allora comanda la maggioranza o la minoranza? Quale migliore argomento ci può essere per esautorare la ministra del 5%/3%, pedina della $inistra, impedendole di fare ulteriori disastri?
E ricordiamoci che il conto di questi disastri viene scaricato sul groppone dei dipendenti della piazza finanziaria  (perdita di decine di migliaia di posti di lavoro) degli enti pubblici (crollo del gettito fiscale) e quindi di tutti i contribuenti.

Quando la Consigliera federale non eletta farà la pensionata d’oro a 200mila e rotti franchi all’anno, ci saranno persone, tante,  che saranno alla disperazione. Persone che facevano parte dell’ex ceto medio, magari pure medio alto.  Quel ceto che costituiva la spina dorsale della nostra società.

Lorenzo Quadri

La docente di scuola media non riconosce il Consigliere di Stato ad un gioco a premi: Non è solo una gaffe

Chi, probabilmente “non patrizio”, si disinteressa vistosamente della realtà del ticinese è adatto ad insegnare, e per di più storia, materia che dovrebbe pure comprendere la civica? La conoscenza del territorio non dovrebbe essere un requisito indispensabile ad un docente? E’ invece evidente che ci sono allarmanti lacune: è improbabile che l’incauta concorrente di Cash  sia un caso isolato. Il direttore del DECS, Manuele Bertoli (P$), non ha nulla da dire?

Non saper rispondere ad una domanda posta in un quiz televisivo è grave? Sì, se si chiede di identificare un Consigliere di Stato e se a non riuscirci è una docente delle medie.

E’ noto infatti che nei giorni scorsi, alla trasmissione Cash della RSI, un’insegnante di scuola media cui è stata mostrata una foto di Paolo Beltraminelli non l’ha riconosciuto. La donna insegna storia.

A quanto pare la docente è italiana: ma che strano. Del resto, se così non fosse, sarebbe una tragedia.

Pensare di insegnare – e di insegnare storia – senza un buon grado di collegamento con la nostra realtà, è assurdo. La conoscenza del territorio è requisito indispensabile per un docente; specie di una materia umanistica. Che oltretutto dovrebbe includere, e qui il condizionale è d’obbligo, l’insegnamento della civica. A questo punto è evidente che abbiamo un problema.

Aggravanti su aggravanti

Chi insegna non è tenuto  ad interessarsi di politica.  Ma, nel caso concreto, una giustificazione del genere è fuori strada. Non sapere chi sono i Consiglieri di Stato non significa “non interessarsi di politica”. Significa non aver mai letto né ascoltato un media ticinese. La conoscenza della nostra realtà, lo ammette perfino il Consiglio di Stato, è un requisito importante per un docente. Chi se ne disinteressa in modo plateale è adatto a fare l’insegnante e per di più di storia, una materia che va relazionata con il presente, se si vuole che abbia un senso?  Si può accettare che un docente manifesti un simile livello di indifferenza, e di ignoranza, nei confronti del nostro territorio? E in aggiunta e ad ulteriore aggravante, anche nei confronti del proprio datore di lavoro? Se la maestra che ha partecipato alla puntata di Cash non ha saputo riconoscere Beltraminelli, poco ma sicuro che non avrebbe riconosciuto neppure Bertoli. Come se un qualsiasi dipendente non sapesse identificare il suo capo. Se poi aggiungiamo l’evidente difficoltà della concorrente nel calcolare il 27,43% di 1’000…

C’è poi da temere che il caso dell’incauta partecipante al gioco a premi non sia isolato nella scuola ticinese.

Disinteresse inquietante

Che civica può insegnare chi si disinteressa dell’ordinamento politico svizzero al punto da non sapere nemmeno identificare un consigliere di Stato? Non basta conoscere in astratto – ammesso che tale conoscenza ci sia: a questo punto è lecito dubitare – la struttura del nostro Stato se poi non si è in grado di relazionarla con la realtà.

Più in generale, non sarebbe il caso di pretendere almeno un minimo di conoscenze generali del Ticino e della sua attualità quotidiana da chi va ad insegnare in una scuola media? Lo si pretende – giustamente – anche dagli aspiranti al passaporto rosso. Il meno che il Consiglio di Stato può fare è attivarsi in questo senso. Sempre che infischiarsene del problema non sia la consueta tattica di $inistra per indebolire sempre più nelle giovani generazioni la conoscenza della nostra realtà e delle nostre radici. Così da spianare la strada allo spalancamento di frontiere e alla rottamazione della Svizzera.

E dunque è evidente che la necessità di insegnare la civica a scuola è sempre più concreta. Si pone  però con prepotenza il problema di chi la insegna, e come.

Quanto accaduto a Cash mercoledì sera non è solo la figuraccia di una persona, o un episodio “folkloristico” da liquidare con una battuta.  E’ un campanello d’allarme decisamente inquietante.

Lorenzo Quadri

Vogliono la libera circolazione delle persone, ma non quella delle biciclette

Ennesima azione di disturbo antisvizzera ai valichi italiani

Vogliono la libera circolazione delle persone. Perché ne traggono vantaggi alla grande. Però non vogliono la libera circolazione delle biciclette. Sembra uno scherzo. Non lo è. E non è neppure una barzelletta. Di chi stiamo parlando? Degli amici a sud, lo si sarà capito. Qual è la loro ultima brillante trovata? Ce lo riferisce la RSI. Poco sospetta – assai poco… – di filo leghismo.

Lo scorso sabato, al valico di Ponte Tresa,  per qualche misterioso ghiribizzo la Guardia di Finanza ha messo in piedi un controllo a tappeto. Nei confronti dei ciclisti. Nella “rete” sono infatti caduti proprio i tanti ciclisti ticinesi che fanno il giro del Ceresio sconfinando in Italia. Al momento di varcare la frontiera sono stati fermati in 46. È stato loro chiesto di provare che la due ruote fosse stata acquistata in Svizzera, oppure regolarmente sdoganata. Adesso sta a vedere che bisogna anche girare in bicicletta con la ricevuta d’acquisto del velocipede nel taschino!

Iniziativa incomprensibile
Questa iniziativa italiana è incomprensibile. Non si capisce a cosa serva. Anche se un sospetto c’è. Ossia che serva solo a dare fastidio. A creare un ennesimo elemento di disturbo.

Qui è ora di darci un taglio. E’ il colmo che la vicina Penisola non perda occasione per incitare i propri disoccupati a darsi al frontalierato, sfruttando la libera circolazione delle persone. Il Ticino si trasforma così nella valvola di sfogo per la deleteria situazione occupazionale della Penisola. Il tutto, naturalmente, a nostro danno. A Varese, quasi un giovane su due non ha lavoro.

Ecco dunque che la libera circolazione in questo caso va non solo bene, ma benissimo all’Italia. Anche perché, senza di essa, centinaia di migliaia di italiani – frontalieri, padroncini e le loro famiglie – non potrebbero collegare il pranzo con la cena. E allora, un minimo di buonsenso imporrebbe di volare basso. Invece no. Sembra che il Belpaese non perda occasione per lanciarsi in operazioni di disturbo. Dai turisti cinesi alle biciclette, ogni scusa è buona per causare problemi agli svizzerotti.

Sarà una coincidenza, ma stranamente nel periodo antecedente il pagamento dei ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri queste provocazioni non avvengono…

Ripagare con la stessa moneta

Se l’Italia può decidere, a proprio piacimento, di introdurre i controlli più strambi, alla faccia dei rapporti di buon vicinato, allora possiamo fare lo stesso. A sorprendere è che alle provocazioni dei nostri vicini non segua in automatico una risposta da parte elvetica.  Ad esempio: ai valichi italiani vogliono passare al setaccio, chissà per quale motivo, i ciclisti ticinesi in gita? E noi piazziamo un controllo antipadroncini. Nessuno potrebbe certo lamentarsi di una tale iniziativa. I precedenti controlli hanno infatti evidenziato un’altissima percentuale di irregolarità tra i padroncini. Più della metà di essi non era in regola. Quindi effettuare controlli sistematici sarebbe del tutto giustificato. Nessuno potrebbe lamentarsi. Ad esempio: se oltre la metà degli svizzeri non pagasse le imposte o rifiutasse di fare servizio militare, forse che la Confederazione non interverrebbe con l”artiglieria pesante”? E allora  bisogna fare lo stesso con i padroncini irregolari.

La vicina Penisola, ormai dovremmo averlo capito, è bravissima nel prodursi in dimostrazioni d’amicizia. Naturalmente, solo a parole: sorrisi e discorsi fumogeni. Intanto nella pratica quotidiana fa tutt’altro. Impariamo almeno a non farci sempre prendere per i fondelli. Come pensiamo di essere un interlocutore credibile se rifiutiamo di farci rispettare, quando, oltretutto, ne avremmo benissimo i mezzi?

Lorenzo Quadri

Luci rosse in appartamento: occorre darsi una linea: “Lucciole” per lanterne?

Quando si parla di prostituzione non bisogna dimenticare che si tratta di un’attività legale. Se di queste professioniste ce ne sono parecchie, vuol dire che c’è richiesta. E’ la legge del mercato. Almeno le “donnine” pagano le tasse, l’AVS, la cassa malati, eccetera. Spendono in Ticino, acquistando prestazioni e beni di vario genere (anche di lusso). Contrariamente a molti esponenti di altre categorie professionali in arrivo a frotte quotidiane dalla vicina Penisola, che sul nostro territorio non lasciano un franco neanche per sbaglio.

E’ evidente che da qualche parte le lucciole devono anche lavorare. Quindi o stanno nei postriboli, o stanno in appartamenti. Chiudere repentinamente gli uni e gli altri significherebbe trovarsi le “donnine” (tra cui non poche sono le donne “in divenire”, leggi trans) in strada:  ciò che nessuno può ragionevolmente volere. Né si può immaginare di far sparire la prostituzione. Ad esempio con proposte ridicole quali le multe ai clienti. Del resto, se il meretricio è comunemente noto come “il mestiere più vecchio del mondo”, un qualche motivo ci sarà.

Si ricorderà la situazione paradossale venutasi a creare con i raid anticanapa di alcuni anni fa. Si vendeva “erba” e sacchetti profumati alla luce del sole. Tutti sapevano. Tutti – autorità comprese – tolleravano: al punto che gli Uffici di collocamento proponevano ai disoccupati posti di lavoro nei canapai, con conseguenti sanzioni in caso di rifiuto. Poi improvvisamente è calato il giro di vite, con arresti a go-go. Onde evitare situazioni analoghe, occorre consolidare in tempi brevi un quadro legislativo chiaro, anche per la prostituzione: qui si può esercitare, lì no, e a quali condizioni. Una situazione nebulosa costituisce l’humus ideale per il proliferare di loschi personaggi e di fenomeni di sfruttamento.

 

Cambiamento di destinazione

L’intervento sull’appartamento di via Canevascini a Besso non è di per sé niente di sensazionale. Né costituisce una qualche novità, o comporta delle scelte di campo. La situazione era chiara: le donne esercitavano in un appartamento, che era diventato un luogo di lavoro. Ma non si può trasformare un appartamento in un “negozio”, di qualsiasi genere esso sia, senza un cambio di destinazione. Occorre passare dall’uso abitativo a quello commerciale.  Come non si può trasformare un appartamento in, ad esempio, una palestra senza una procedura di cambiamento di destinazione (ciò che comporta la richiesta di una licenza edilizia) così non lo si può trasformare in un mini-postribolo. Il cambiamento di destinazione di un appartamento da abitativo a commerciale è possibile solo se le norme di piano regolatore della zona interessata lo permettono.

Il caso di via Canevascini di per sé era chiaro: zona residenziale, nessuna richiesta di cambiamento di destinazione in corso. L’uso fatto dell’appartamento era illegale. Diversa è la situazione della prostituta (dichiarata) che abita nel suo appartamento (annunciata al controllo abitanti) e vi esercita la professione. In questo caso, un cambio di destinazione non è necessario, l’appartamento rimane comunque luogo di vita della lucciola. I vicini eventualmente disturbati dall’attività, per tutelarsi hanno a disposizione gli strumenti consueti che reggono le relazioni di vicinato. In caso di rumori molesti, ad esempio, la procedura è la stessa che si adotterebbe nei confronti del vicino che ascolta musica a tutto volume di notte, che organizza caotiche feste tra amici a sere alterne, o che ha il cane che abbaia costantemente e ad ogni orario.

 

Uscire dal limbo

Al momento a Lugano sono pendenti, da tempo, decine di domande di cambio di destinazione di appartamenti che si vorrebbero trasformare in locali commerciali dove il “commercio” è di quello a luci rosse. Nelle zone dove il piano regolatore permette la presenza di spazi commerciali, e dove l’esercizio della prostituzione non cozza con le disposizioni vigenti (ad esempio vicinanza con strutture sensibili come scuole, luoghi di culto, eccetera) difficilmente si può immaginare un diniego della licenza. Dove invece il piano regolatore non consente destinazioni commerciali, l’esercizio della prostituzione in modalità “à la via Canevascini” non può essere autorizzato e quindi è illegale.

La questione, decisamente calda – si potrebbe dire “hot” – è in attesa da troppo tempo  di essere definita. Il municipio di Lugano, e non solo lui, dovrà decidere che linea intende seguire e dirlo chiaramente. E’ chiaro che ci saranno persone contente ed altre scontente. “Governare è scontentare”, diceva qualcuno. Ma rimanere troppo a lungo nel limbo non si può. Né si può pensare, e questo vale per tutto il Cantone, di svuotare da un giorno all’altro tutti gli appartamenti dove si esercita il meretricio in difformità alle disposizioni pianificatorie: la conseguenza sarebbe la creazione di problemi di ordine pubblico, sanitari e di sicurezza più gravi di quelli che si vogliono risolvere.

Lorenzo Quadri

Padrone europeo comanda, cavallo viennese trotta Il ministro austriaco la fa fuori dal vaso

Ma guarda un po’, adesso ci si mette anche il ministro degli esteri austriaco a calare sentenze, non richieste, sul voto svizzero del 9 febbraio.

Il ministro ha avuto l’alzata d’ingegno di dichiarare che  il Sì all’iniziativa “Contro l’immigrazione di massa” non è stata una scelta intelligente.

Capiamo che all’Austria, che entrando nell’UE si è defalcata i gioielli di famiglia, possa dare fastidio che ci sia invece qualcuno che alla propria autonomia ci tiene. E visto che la popolazione austriaca qualche domandina sull’UE giustamente se la pone, meglio tentare di prevenire. Ma,  se farsi comandare a bacchetta dagli eurofalliti è così bello, spieghi il ministro austriaco perché, alle ultime elezioni europee, nel suo paese gli euroscettici hanno raggiunto il 20% dei consensi.

E’ chiaro dunque che il ministro telecomandato da Bruxelles denigra il voto elvetico nel tentativo di scoraggiare eventuali emulazioni in patria. Lo fa nel modo peggiore possibile: accusando, in sostanza, gli svizzeri di essere scemi.

Secondo l’”austriaco felice” – che, c’è da scommetterci, della situazione del nostro paese sa be poco – il voto intelligente sarebbe stato quello a favore dell’invasione di frontalieri, padroncini, disoccupati che si mettono in tempo di record a carico dello Stato sociale elvetico? Sarebbe stato intellingente continuare ad accettare una situazione intollerabile, rinunciando a difendersi solo per non scontentare gli euro burocrati? Il voto intelligente sarebbe stato accettare passivamente che di fatto ciò che è regolato dagli accordi bilaterali, come la devastante libera circolazione delle persone, è sottratto dalla sfera d’influenza dei diritti popolari? Di fatto dunque il popolo elvetico non potrebbe più decidere su questioni di capitale importanza: come, appunto, l’immigrazione.

Il solito trucchetto
Le roboanti dichiarazioni UE secondo cui la libera circolazione delle persone non si negozia sono solo il solito vecchio trucchetto: quello di fare la voce grossa con gli svizzerotti sapendo che si sottomettono subito. Ma qui c’è di mezzo un voto popolare e quindi le cose, giocoforza, dovranno andare diversamente. Blocher, che come ex ministro della Giustizia queste cose le sa, sulla stampa domenicale d’Oltregottardo l’ha detto chiaramente: la possibilità di ulteriori negoziati è espressamente contenuta nell’accordo sulla libera circolazione delle persone. Se Bruxelles non vuole trattare con la Svizzera, è lei a violare le regole. Non noi.

Come si spiegano allora i njet?
Da un lato con la sorpresa del voto del 9 febbraio. Il Consiglio federale si è genuflesso per anni, permettendo che l’UE assumesse, nei confronti del nostro paese, un atteggiamento coloniale. Poi arriva un’iniziativa popolare – a Bruxelles avranno dovuto consultare wikipedia per capire di cosa si trattasse – e scombina tutte le carte in tavola. La reazione è stata quella più scontata: ricorrere al mezzo che finora ha sempre funzionato (anche se solo con la Svizzera). Ovvero fare la voce grossa.

Dall’altro a Bruxelles si teme che fare concessioni (?) alla Svizzera crei un pericoloso precedente con tutti quegli Stati membri, sempre più numerosi, che invocano la restituzione della sovranità scippata dall’UE.

Né le poco intelligenti esternazioni “a comando” del ministro austriaco, né i njet europei devono scoraggiare. Se si trova un accordo soddisfacente con l’UE, bene. In caso contrario, che saltino tutti i trattati bilaterali: uno scenario sicuramente preferibile alla situazione attuale.

I casi della vita
“Stranamente”, la sempre partigiana e partiticamente schierata R$I ha dato ampio rilievo alle boutade del politico austriaco (di cui in precedenza tutti ignoravano l’esistenza). Scontato il disegno della radiotelevisione di sedicente servizio pubblico: fare il lavaggio del cervello agli utenti e convincerli di avere effettivamente votato “sbagliato”. E quindi, far digerire di buon grado che il voto quasi 6 mesi fa finisca in nulla. Eh no, cari kompagni radiotelevisivi: non è così che funziona!

Lorenzo Quadri

Questa ci mancava: il blog del Giornale istiga al frontalierato Italiani, tutti in Ticino a fare gli apprendisti!

L’allarme sugli  apprendisti frontalieri è già scattato, in considerazione del fatto che sono oltre ottocento. Non solo, ma un certo numero di essi è in realtà costituito da maggiorenni già formati. E’ ovvio che pensare di mettere in concorrenza dei giovani appena usciti dalla scuola media (che si avvicinano per la prima volta al mondo del lavoro) con degli adulti che già lavorano è gravemente scorretto nei confronti degli apprendisti “veri”.

Adesso nella vicina Penisola è filtrata la notizia che in Ticino ci sarebbero ancora circa 240 posti di tirocinio liberi. E subito è partito  l’assalto alla diligenza. I toni sono proprio quelli: “Tutti in Ticino! Si cercano apprendisti!” titola il blog del giornale.

Blog che naturalmente non manca di glorificare, a beneficio dei suoi lettori, i vantaggi del lavorare in Svizzera risiedendo in Italia. Per non farsi mancare nulla, c’è pure l’invito a fare i furbetti, con il solito pensiero sottointeso: “tanto gli svizzerotti sono fessi e non si accorgono di niente”.

Il seguente passaggio è, in effetti, da manuale: “Se si entra con lo status di frontaliero, si dovrà necessariamente tornare almeno una volta alla settimana in Italia. Chiaro che i residenti in provincia di Como, Varese e in Brianza siano un po’ più avvantaggiati. Ma non è detto: anche gli svizzeri stanno diventando un po’ più “italiani”. In ogni caso, fate attenzione: la delazione è incoraggiata per cui è possibile che alla denuncia di eventuali irregolarità  segua immediatamente l’intervento delle autorità, con conseguente espulsione”. (Purtroppo l’ultima frase è poco realistica).

 

Interessanti spunti

Peraltro l’articolo comporta anche informazioni manifestamente sbagliate, come l’indicazione che un apprendista guadagnerebbe in media attorno ai 3000 Fr.

Degna di nota anche il seguente asserzione: “Le probabilità di assunzione potrebbero essere più elevate se il Canton Ticino non avesse recentemente emanato, in seguito a un referendum, una legge che privilegia l’assegnazione dei posti vacanti ai giovani ticinesi. Per cui essi rimangono in sospeso fino a quando non si accerta che vi sia un autoctono disponibile a ricoprire quell’incarico”.

Magari ci fosse la legge in questione! Al di là della confusione tra referendum ed iniziative, interessante osservare che il contingentamento viene di fatto accettato, Oltreconfine, come una realtà già in essere. Senza peraltro che ci si scandalizzi granché.

Evidentemente non si immagina che il popolo abbia votato il contingentamento da oltre 5 mesi, ma che questo voto non abbia ancora alcun effetto pratico. Ma intanto il Consiglio federale, invece di applicare la volontà popolare, va ad inginocchiarsi davanti a Bruxelles. E viene preso a pesci in faccia.

Quello che dice la Commissione europea, negli stessi Stati membri UE conta come il due di briscola. Solo a Berna ci si supera in stucchevoli dimostrazioni di obbedienza canina (senza voler offendere il miglior amico dell’uomo) nei confronti di chi non ha né potere, né legittimità per imporre la propria volontà a chicchessia.

 

E’ questo che vogliamo?

Nella provincia di Varese (non a Caltanissetta), quasi un giovane su due non ha lavoro. Questa situazione non è destinata a migliorare, anzi. E qual è la brillante soluzione? Istigare i giovani disoccupati a darsi al frontalierato. Facendo concorrenza sleale ai ticinesi quindicenni. Che si trovano confrontati con il deleterio fenomeno del soppiantamento ad opera di frontalieri già alla fine della scuola media. E’ questo che vogliamo?

Visto che, come sanno anche in Italia, il 9 febbraio il popolo ticinese ha plebiscitato i contingenti, si abbia almeno il coraggio di cominciare a non rilasciare nuovi permessi G per apprendisti frontalieri.

 

Lorenzo Quadri

Centro asilanti di Losone: le illegalità della Confederazione

Partono i lavori malgrado il TF non abbia ancora deciso sull’effetto sospensivo

A Losone sono cominciati nei giorni scorsi i lavori per trasformare l’ex Caserma in un centro asilanti. Centro che sarebbe una “succursale” di quello di Chiasso: quindi gestito direttamente dalla Confederazione.

La trasformazione dell’ex caserma in centro asilanti avviene, va da sé, contro la volontà della popolazione (6000 firme raccolte).

Secondo la kompagna Simonetta Sommaruga dovrebbe trattarsi di una struttura provvisoria: nel giro di tre anni verrebbe smantellata. A Simò, accà nisciuno è fesso! A questa promessa non crede nessuno, poiché ci sarà sempre un’emergenza da utilizzare come pretesto per non smantellare il centro: tanto più che vi sono stati effettuati, e non certo a costo zero, dei lavori di trasformazione… Magari un’emergenza “inaspettata” come quella che stiamo attraversando attualmente. Ohibò, i clandestini sbarcano in Italia a ritmi di oltre 2000 al giorno e questo da settimane, venendo poi spediti verso nord, e nessuno in Ticino si accorgeva di niente?
Altra promessa da marinaio della kompagna Sommaruga è quella di diminuire la quota di attribuzioni di richiedenti l’asilo al Cantone in cambio del nuovo centro. Da notare che attualmente al Ticino viene assegnato l’8% dei richiedenti. Eppure siamo il 5% della popolazione.

Ricorso ancora pendente
“Gli è che”, pur di sbolognare al Ticino una nuova struttura che non mancherà di creare problemi d’ordine pubblico – perché il precedente di Chiasso insegna e il centro di Losone sarà come detto una sua succursale –  Berna procede nell’illegalità.

A Losone sono cominciati i lavori. Eppure presso il Tribunale federale è ancora pendente da oltre quattro mesi una richiesta di concessione dell’ effetto sospensivo, formulata dal “Guastafeste” Giorgio Ghiringhelli, in relazione ad un suo ricorso contro una precedente sentenza del TAF.
Non c’è bisogno di un dottorato in diritto per sapere che la Confederazione non può cominciare i lavori di trasformazione dell’ex Caserma di Losone in centro asilanti se prima il TF non ha preso una decisione (negativa) sull’effetto sospensivo.

Eppure succede proprio questo! In spregio dei più elementari principi di legalità!
Come mai il Tribunale federale, pur essendo al corrente dell’inizio dei lavori (annunciato pubblicamente) non interviene? O vuoi vedere che qualcuno del TF ha annunciato a Berna che il ricorso di Ghiringhelli verrà respinto, prima però dell’emissione della sentenza? In questo caso ci troveremmo davanti ad una fuga di notizie su cui dovrebbe indagare la Magistratura. Uella, è proprio il caso di dire!
Il Guastafeste chiederà lumi per iscritto nei prossimi giorni direttamente al Dipartimento militare: aspettiamo di conoscerne l’esito.

I conti non tornano
Si può girarla e pirlarla come si vuole, ma i conti comunque non tornano!
Proprio la Confederazione, così ligia al rispetto di ogni cavillo legale quando si tratta di trovare scuse per non fare un tubo a tutela del Ticino devastato dalla libera circolazione delle persone, quando si tratta di appioppare al nostro Cantone centri asilanti contro la volontà della popolazione non esita a sconfinare nell’illegalità. O forse nella capitale federale credono che in Ticino siamo tutti grulli e che non ci accorgiamo di questi “giochetti” da tre e una cicca?
Lorenzo Quadri

Delinquenti più tutelati di chi è chiamato a far rispettare la legge? La Magistratura tiri fuori dal cassetto le denuncie dei poliziotti

L’allarme lanciato dal Municipio di Lugano e dal capodicastero polizia Michele Bertini accende i riflettori su una realtà gravida di conseguenze

200 denuncie in nove anni sono sicuramente tante. Eppure la cifra è questa. A sporgerle sono stati gli agenti della polizia comunale di Lugano, che si trovano confrontati con situazioni sempre più difficili nell’esercizio della loro professione.

La lettura dei rapporti che stanno dietro a queste denuncie dà solo una pallida idea delle provocazioni cui sono sottoposti gli agenti  sul lavoro. Insulti, dileggi, ma anche minacce pesanti: ce n’è per tutti i gusti. Spesso ad opera – per la serie: ma tu guarda i casi della vita – di bellimbusti “non patrizi di Corticiasca”. I quali, alla minima replica dell’agente a provocazioni che farebbero perdere le staffe a chiunque, tirano prontamente fuori la scusa del razzismo: evidentemente hanno imparato la lezione.

Dalla parte dei malfattori?
In nome del buonismo politikamente korretto, la giustizia è sempre più sbilanciata dalla parte del delinquente, specie se straniero: non si deve in alcun caso dare adito al benché minimo sospetto di xenofobia (non sia mai, piuttosto il colera!). Mentre il normale cittadino viene criminalizzato. E, ciò che costituisce una deriva preoccupante, chi è chiamato a far rispettare la legge si sente sempre meno protetto dall’autorità: quella stessa autorità di cui, paradossalmente, lui stesso è emanazione.
Da qui lo scritto del municipio di Lugano al Ministero pubblico. La richiesta dell’esecutivo cittadino è che gli incarti finiti nel cassetto, relativi a denuncie da parte di agenti di polizia, vengano finalmente trattati.

Giustizia a due velocità
Il capodicastero polizia Michele Bertini ha lanciato l’allarme: si sta creando una giustizia a due velocità.

E’ giusto che, quando un poliziotto trascende, venga sanzionato e che la magistratura proceda spedita. Non può però succedere che, quando è un agente di polizia a denunciare un reato nei suoi confronti, trascorrano anche sei anni prima che si compia un qualche passo istruttorio. Invece succede anche questo. Così, però, la giustizia si trasforma in una farsa. Con conseguenze molto pericolose. Da un lato quello di generare un sentimento di impunità nei confronti del malfattore. Che, in questo modo, diventa sempre più sfrontato. Emblematico il caso degli asilanti spacciatori. L’ agente ne ferma uno e dopo un paio d’ore se lo ritrova di nuovo davanti, libero come l’aria, a sbeffeggiarlo e ad insultarlo. Poi, nei rari casi in cui qualcuno di questi signori, dopo l’ennesima provocazione, si prende un cazzotto (non giustificato, ovviamente; ma anche chi indossa un’uniforme può perdere le staffe) tutti a strillare al razzismo, ad invocare punizioni esemplari, a fare di ogni erba un fascio e a montare la panna sul mito (?), molto politikamente korretto, del “poliziotto cattivo”. Una vera goduria per orecchie $inistro-radikal-chic!

Derive pericolose
La giustizia, e lo dice il nome, deve essere equa. Non è quindi tollerabile che l’agente che presenta una denuncia debba mettere in conto che questa finirà in un cassetto per uscirne, nella migliore delle ipotesi, dopo anni. E nel frattempo il colpevole è finito chissà dove.
Le conseguenze di queste derive sono molto pericolose. Da un lato come detto si alimenta il sentimento d’impunità del malfattore. Dall’altro si sfiduciano gli agenti. I quali, non sentendosi tutelati, saranno sempre più esposti alla tentazione di limitare al minimo gli interventi, specie quelli scomodi, in considerazione del rischio di passare sul banco degli imputati. Ad andarne di mezzo è la sicurezza del cittadino.

Magistratura oberata?
Le 200 denuncie in 9 anni, è bene sottolinearlo, sono una cifra solo indicativa. Consapevoli che il loro lavoro li espone a maggiori rischi, gli agenti rinunciano a denunciare reati di poco conto. Se si arriva a coinvolgere il Ministero pubblico, vuol dire che è successo qualcosa di grave.

Ad allarmare è dunque la latitanza della Magistratura. E di certo non perché oberata dal lavoro, come dimostra la rapidità e la minuzia con cui sono sempre state affrontate le denunce strumentali nei confronti di esponenti leghisti per reati d’opinione, praticamente tutte sfociate in bolle di sapone. Se poi si pensa che in Via Pretorio si trova il tempo di indagare sull’impressum del Mattino su cui figurava ancora il Nano malgrado fosse scomparso da due settimane, è evidente che qualsiasi storiella sul Ministero pubblico operato dal lavoro è nient’altro che una barzelletta.

Se dunque alle denuncie degli agenti non si dà seguito in tempi ragionevoli è per precise scelte di priorità, che sembrano dare la precedenza a chi infrange la legge piuttosto che a chi la deve far rispettare. E’ lo stesso principio garantista che porta a discriminare i cittadini residenti nei confronti degli immigrati. La musica deve cambiare: una criminalità, spesso importata, sempre più aggressiva e sfrontata non si combatte demotivando e martellando i tutori dell’ordine; e nemmeno criminalizzando i comuni cittadini.
Lorenzo Quadri

Il direttore del DI Norman Gobbi lo vorrebbe in vigore per inizio 2015: Divieto di burqa, un passo avanti

Il Consigliere di Stato Norman Gobbi intende concretizzare il divieto di Burqa plebiscitato dal popolo nel 2013, in modo da farlo entrare in vigore per il 2015. Manca ancora il nullaosta di Berna ma, dopo la sentenza della Corte europea dei diritti dell’Uomo secondo cui il divieto francese non lede alcun diritto fondamentale, la “garanzia costituzionale” che l’Assemblea federale è chiamata a concedere (uella) è ormai una mera formalità.

Vale la pena ricordare che la Corte europea è assai poco sospetta di filo leghismo. In effetti le sue principali performance consistono nello stabilire che delinquenti stranieri di vario ordine e grado non possono essere espulsi dalla Svizzera e rimandati a casa loro. Questo nonostante in Svizzera l’espulsione abbia passato tutti i gradi di giudizio. E sappiamo bene che il Tribunale federale – segnalatosi per l’inquietante tendenza a concedere ulteriori chance ad assassini pericolosi – di certo non ha il rinvio facile.

Storielle
Se quindi  perfino la Corte europea dei diritti dell’Uomo ritiene che il burqa non leda né la libertà di religione né la libertà individuale, vuol dire che quanti si sono riempiti la bocca, in nome del politikamente korretto, con simili concetti nel tentativo di sabotare, ancora una volta, l’applicazione del voto popolare (favorevole al divieto di burqa) hanno raccontato un sacco di storielle. Le hanno raccontate con il solito obiettivo. Quello di delegittimare i promotori del divieto di burqa come razzisti e populisti. Sempre la stessa stucchevole manfrina.
Norman Gobbi ha fatto molto bene ad accelerare i tempi dando il via ai lavori preparatori per la messa in vigore di quanto votato dal popolo senza attendere  la concessione della famosa garanzia costituzionale. In questo modo si guadagna tempo.

Con le pive nel sacco
Come detto, la sentenza sul divieto francese spazza via ogni dubbio. Non è certo un caso se i media nostrani di $inistra, quelli che si autocertificano “indipendenti”, hanno censurato, sminuito o addirittura volutamente travisato la notizia.

Alle Camere federali, i fautori della multikulturalità si sono visti segare l’erba sotto i piedi dalla sentenza di Strasburgo. Sono rimasti con le pive nel sacco. Da notare che i multikulturalisti hanno avuto il coraggio, in sprezzo del ridicolo ed insultando l’intelligenza del cittadino, di parlare del burqa come di un simbolo di libertà. Sì, certo: la libertà di sdoganare, in nome del politikamente korretto, l’oppressione della donna e, più in generale, la negazione dei nostri diritti costituzionali. La libertà di assecondare, in casa nostra, l’integralismo religioso e le usanze tribali. La libertà di trapiantare in Svizzera un modo di vivere incompatibile con i principi fondamentali che reggono il nostro Stato di diritto. Come abbiamo detto in più occasioni, chi vuole vivere come in Afghanistan lo fa in Afghanistan,  non in Svizzera. Con tutto quel che ne consegue.

Divieto nazionale?
La sentenza della Corte europea dei diritti dell’Uomo apre dunque le porte all’introduzione del divieto, già approvato dal popolo ticinese, in tutta la Svizzera. Se ciò accadesse, sarebbe una bella vittoria dei valori democratici occidentali. Che vanno affermati e difesi. In caso contrario, il multikulturalismo completamente fallito li smonta.
Lorenzo Quadri

Per l’ennesima volta, la Lega ed il Mattino AVEVANO RAGIONE: Esplodono gli immigrati nel nostro Stato sociale!

Ma come, non dovevano essere tutte balle della Lega populista e razzista? Invece, si scopre improvvisamente (?) che la libera circolazione delle persone porta in Svizzera sempre più disoccupati UE. Per la serie: come è bello mettersi a carico delle assicurazioni sociali finanziate dagli svizzerotti!

E’ noto che i devastanti accordi bilaterali stendono il tappeto rosso ai cittadini UE che arrivano in Svizzera per farsi mantenere. In effetti, basta che gli immigrati dall’Unione europea abbiano lavorato per un anno nell’UE ed un giorno solo in Svizzera, che già hanno diritto ad aprire un termine quadro da noi. Ma tu guarda che geniali soluzioni che ci hanno fatto sottoscrivere con i Bilaterali!

Aumento esponenziale
Fatto sta che i cittadini UE beneficiari di un permesso di corta durata o di un permesso B che si sono messi in disoccupazione in Svizzera sfruttando i giorni lavorativi accumulati all’estero, l’anno scorso sono stati ben 2’313, per una spesa di 31 milioni di Fr.
Nel 2012 invece gli immigrati da paesi dell’Unione europea che avevano chiesto la disoccupazione in Svizzera a meno di un anno dal loro arrivo erano 1767, per un costo totale di 21 milioni di Fr.
Un aumento esponenziale, dunque, che deve preoccupare – e parecchio.
 
Immigrazione uguale ricchezza?
La Lega e il Mattino questa situazione l’avevano ampiamente prevista. Ma naturalmente erano tutte balle populiste. Cittadini UE che sfruttano la libera circolazione delle persone per venire a farsi mantenere in Svizzera? Ma quando mai: arrivano solo lavoratori, dicevano gli spalancatori di frontiere; arrivano persone di cui l’economia ha bisogno; “immigrazione uguale ricchezza”, blateravano all’unisono – ognuno per i propri interessi – gli internazionalisti, i padroni del vapore (quelli che vogliono la devastante libera circolazione delle persone per sostituire i lavoratori svizzeri con stranieri pagati meno) ed i reggicoda del Consiglio federale. Infatti, avere svariate migliaia di persone in più (che non hanno mai pagato i contributi) a carico dell’Assicurazione contro la disoccupazione è senz’altro una “ricchezza”. Oltre che, va da sé, un’imprescindibile esigenza dell’economia. Come no!
E’ scontato che vogliamo sapere quanti di questi disoccupati UE sono in Ticino.
 
Studi fuffa
Naturalmente l’Ufficio federale della migrazione ha pensato bene di commissionare un nuovo studio sul fenomeno. Invece di limitare la libera circolazione delle persone, si “studiano” le sue conseguenze negative sulla disoccupazione e sull’assistenza: come se le cifre indicate sopra non fossero sufficientemente esplicative.
 
La realtà è semplice: abbiamo sotto gli occhi l’ennesima dimostrazione che anche la Svizzera deve diventare decisamente più restrittiva nel concedere l’accesso al proprio stato sociale a cittadini stranieri.
O bisogna sempre essere più papisti del Papa e più europeisti dell’UE? Vogliamo diventare il paese del bengodi per tutti gli approfittatori e, mentre gli altri paesi diventano – giustamente – sempre più severi, noi foraggiamo tutti perché non sia mai che si rischi di venire bollati come populisti e razzisti? E forse che un cittadino elvetico che si trova in difficoltà all’estero può attingere senza problemi allo stato sociale del paese di residenza?
 
Nel caso non si fosse capito, il contribuente svizzero ne ha piene le tasche di lavorare e pagare le tasse per mantenere immigrati.
Lorenzo Quadri

 

I kompagni nascondono la testa sotto la sabbia

Il municipale $ocialista di Massagno, membro della dirigenza cantonale P$ e dipendente della città di Lugano insulta i morti e tutti i leghisti

Come volevasi dimostrare, il partito dalla morale a doppio binario non si smentisce nemmeno questa volta

Cari kompagni, la vostra presa di posizione sulle inqualificabili esternazioni di Adriano Venuti, municipale $ocialista di Massagno, membro della direzione cantonale P$ e dipendente della città di Lugano (figuriamoci se si trovano dei $ocialisti graduati che lavorano nel privato, ma quando mai) non solo è involontariamente ridicola. E’ anche la dimostrazione che “un bel tacer non fu mai scritto”.

 

Non crederete mica, nevvero, di potervi rifare una verginità con un comunicatuccio da tre e una cicca come quello che avete buttato là per dare l’impressione di aver fatto il compitino?

 

Proprio voi, che avete strillato come aquile per una battuta malriuscita (nei confronti di una persona viva, mica di un morto) inserita in una rubrichetta satirica del Mattino della domenica, e l’avete strumentalizzata come pretesto per boicottare l’elezione di un leghista alla presidenza del Gran Consiglio; proprio voi, che quando un dipendente di un altro comune, evidentemente del partito “sbagliato”, ha pubblicato su facebook esternazioni inappropriate, ma nemmeno lontanamente paragonabili alle schifezze, tra l’altro penalmente perseguibili, del kompagno Venuti da Avellino, invocavate dal Municipio suo datore di lavoro  “sanzioni esemplari”; proprio voi che, quando un municipale leghista ha ripostato su facebook l’immagine di una donna in burqa affiancata a quella di un sacco della spazzatura (tra l’altro un’illustrazione simile in Germania è stata utilizzata per un campagna contro la discriminazione), pretendevate addirittura le dimissioni; e l’elenco potrebbe continuare. Proprio voi vi illudete adesso di essere credibili mentre minimizzate, relativizzate e, con incredibile faccia tosta, addirittura ritenete di poter rilanciare? E dov’è la richiesta al municipio di Lugano di “sanzioni esemplari” nei confronti di Venuti?

 

Doppia morale

Il vostro comunicato, cari kompagni, non fa che confermare per l’ennesima volta la vostra squallida doppia morale. Voi scrivete, come al solito a vanvera, di “personaggi… che usano il giornale per calunniare”.  Indicate concretamente quando ciò sarebbe accaduto da parte mia: vi ricordo, forse non lo sapete, che la calunnia è un reato penale ed accusare falsamente qualcuno di averlo commesso è pure penalmente perseguibile.

E’ invero piuttosto bizzarro che in un comunicato in cui – se aveste avuto un minimo di decenza – vi sareste dovuti scusare e basta (in particolare con i familiari di persone scomparse e con tutti i leghisti che il vostro kompagno ha insultato in modo volgare e gratuito) annunciando provvedimenti contro chi l’ha fatta grossa, usiate la maggior parte del testo per sparacchiare accuse a vanvera.  E dite di non aver lezioni da prendere? Di lezioni da prendere, invece, ne avete a bizzeffe!

 

Immacolati?

A proposito: quale giornale è stato condannato in sede penale per aver insultato sia Boris Bignasca che sua madre (che mai ha svolto un ruolo pubblico)? Si tratta forse del vostro illuminato periodico Confronti? E di che area politica è il quindicinale spazzatura sedicente satirico Il Diavolo, anch’esso più volte condannato (e le condanne sarebbero assai più numerose se le persone oggetto delle “attenzioni” di questa lodevole pubblicazione non rinunciassero il più delle volte a sporgere denuncia spinti da carità umana)?

Che poi citiate quale esempio di “calunnie ad opera del Mattino” il caso di Arlind Lokaj, indica soltanto due cose:

1)      che per voi qualsiasi affermazione non in linea con la vostra ideologia è automaticamente un reato penale. Se non è razzismo è calunnia. Se non è calunnia è razzismo. Inquietante, come “forma mentis”. Forse non lo sapete, ma il codice penale svizzero si può anche leggere, invece di limitarsi a citarlo a vanvera. Non è vietato; anche se si è $ocialisti. Su Arlind sia chi scrive, ma anche il Mattino, ha solo detto come stanno le cose. Ossia, c’è una persona che è illegalmente in Svizzera da oltre tre anni mezzo, cui è stato intimato di lasciare il Paese per otto volte. Però ha sempre addotto scuse per non farlo con tanto di certificati medici dell’ultimo minuto. Certificati che il Consiglio di Stato – presieduto, ma guarda un po’, da un $ocialista – ha dichiarato pretestuosi, visto che non ostacolano la partenza. E il P$, che quotidianamente si riempie la bocca con il “rispetto delle regole”, per farsi campagna elettorale organizza marce a sostegno dell’illegalità in cui si trova Arlind.

2)      Che per voi difendere stranieri che si trovano illegalmente nel nostro Paese e rifiutano di rispettare la legge  rappresenta una priorità assoluta. Complimenti! E dove sono le marce a sostegno dei ticinesi lasciati a casa per assumere frontalieri?

 

Il P$ si scredita da solo

 

Davvero divertente, poi, la formulazione che avete utilizzato nel vostro comunicatino in merito al kompagno Venuti: “ci dissociamo dalle sue dichiarazioni (…) che riteniamo offensive”. Che ritenete offensive? Ohibò: il vostro esimio rappresentante si produce in asserzioni chiaramente perseguibili in sede penale e voi, il partito del sedicente “confronto politico corretto”, le “ritenete” offensive, come dire che magari qualcuno potrebbe anche “non ritenerle” tali?

 

Vi credete nella condizione di montare in cattedra a calare lezioni di morale (naturalmente a senso unico) e non siete nemmeno capaci di condannare senza se né ma uno che insulta in modo gravissimo, volgare ad assolutamente gratuito i morti, tutti i leghisti, il suo datore di lavoro e singoli esponenti politici, e di trarne le dovute conseguenze. Se al posto di Venuti ci fosse stato un leghista, non oso immaginare la cagnara che avreste fatto, ovviamente “ben” supportati dai vostri addentellati del moralismo a senso unico. Che adesso, chissà perché (?), tacciono.

 

 Con la vostra ultima performance, vi siete ulteriormente screditati da soli. Il bello è che, a quanto pare, non ve ne rendete neppure conto.

Lorenzo Quadri

 

Immigrazione nel nostro stato sociale: il passettino del Consiglio federale è troppo “mini” Le “uregiatade” non bastano!

I cittadini elvetici sono stufi di farsi spremere per mantenere immigrati: fino a quando si pensa di poter continuare con questo andazzo?

Per la serie, dopo averne mangiate 15 fette si accorge che era polenta, il Consiglio federale ha deciso di dare un mini-giro di vite ai cittadini UE, titolari di un permesso B, che sono in Svizzera a carico del contribuente.

La notizia, una decina di giorni fa, è stata data con titoli cubitali: neanche si trattasse di chissà quale rivoluzione copernicana. Invece, sarebbe stato uno scandalo se un intervento non ci fosse stato. Ovvero, se il Consiglio federale avesse preteso di andare avanti come se “niente fudesse”.  Dopo che gli stessi paesi UE hanno deciso di mettere – giustamente – freni all’immigrazione sociale (vedi la Germania e vedi il Belgio) e dopo la votazione del 9 febbraio. E sia chiaro che non abbiamo intenzione di attendere 3 anni per vedere questo voto concretizzato.

Portata micro

Gli accordi di libera circolazione peraltro autorizzano a non versare l’assistenza  sociale ai cittadini UE che si trovano in un altro Stato in cerca di impiego.

A fare notizia non può dunque certo essere il mini-giro di vite sull’assistenza. La notizia è semmai quella della sua scarsa portata. Quello proposto è, in effetti, un vero  compromesso svizzero, ridotto ai minimi termini. Obiettivo: da un lato dare un contentino ai cittadini (che cominciano a spazientirsi) dopo il 9 febbraio;  dall’altro non scontentare i padroni di Bruxelles. Di fatto un’uregiatada. Ma i problemi di spesa sociale generati dalla devastante libera circolazione delle persone non si risolvono con le uregiatade.

13 miliardi di spesa sociale

Non nascondiamoci dietro ad un dito:  se la spesa sociale in Svizzera è di 13 miliardi, ed aumenta di anno in anno di percentuali a due cifre, è inutile che ci si venga a raccontare che l’immigrazione non c’entra. O, peggio ancora, che ci si riempia la bocca con la storiella dell’”immigrazione uguale ricchezza”, patetica fregnaccia con cui qualcuno si illudeva di infinocchiare i cittadini prima del 9 febbraio.

E’ chiaro che il contribuente svizzero in generale e ticinese in particolare – che magari ha commesso il capitale errore di darsi da fare, di risparmiare qualcosa e  addirittura di comprarsi con sacrificio la propria casetta o appartamento, venendo di conseguenza spremuto come un limone    ne ha piene le tasche di farsi tartassare per mantenere immigrati. E tutto perché il Consiglio federale più debole della storia “deve” obbedire a Bruxelles e agli spalancatori di frontiere.

Insomma:  il mini-giro di vite proposto dal Consiglio federale – contro il quale, e al proposito non ci sono grandi dubbi, la $inistra non mancherà di  lanciare le proprie isteriche invettive – è certamente un passo nella direzione giusta. Ma si tratta proprio di un passettino. Non basta.

Animi esacerbati

O effettivamente si interviene in modo concreto e deciso per bloccare l’immigrazione nello Stato sociale, oppure gli animi dei bistrattati cittadini elvetici si esacerberanno sempre più. Oggi il contribuente elvetico è costretto a mantenere approfittatori stranieri a go-go, è discriminato nei confronti dei migranti, e, se appena osa alzare la testa, viene criminalizzato come razzista e xenofobo. Fino a quando si pensa di poter andare avanti con un simile andazzo?

Il primo passo da compiere è molto semplice. Il permesso B  viene rilasciato ai lavoratori stranieri. Chi è in assistenza non è un lavoratore e dunque il permesso B va revocato immediatamente. E senza possibilità di tirarla per le lunghe con ricorsi fino al Tribunale federale pagati dal contribuente. Il titolare di un permesso B non deve dunque avere accesso a prestazioni assistenziali. Se non ha lavorato in Svizzera un numero di mesi consecutivi sufficienti ad aprire un termine quadro non deve nemmeno ricevere la  disoccupazione. Allo straniero che chiede un permesso B ma, pur avendo un’occupazione, non è in grado di mantenersi senza aiuti statali, il permesso non va rilasciato. Il richiedente, infatti, pesa comunque sulle spalle della collettività.

Ticino inquietante

Al proposito è inquietante è che in Ticino ci siano circa 300 casi di permessi B in assistenza. Chi ha un permesso B non deve poter beneficiare dell’assistenza. Questi casi dovrebbero dunque essere zero.  Se invece sono 300, è perché nel nostro Cantone si è instaurata una prassi largheggiante, grazie ai vertici $inistrorsi del DSS. Una prassi che altrove non c’è. La voce si spande, e così diventiamo anche meta del turismo dello Stato sociale. Cambiare rotta è urgente!

Lorenzo Quadri

I rettori delle Università se ne facciano una ragione

Il blasonato gremio spalancatore di frontiere mena ancora il torrone contro la votazione del 9 febbraio

I rettori delle Università se ne facciano una ragione

Non si capisce per quale motivo i responsabili degli atenei elvetici, che amano riempirsi la bocca con il concetto di internazionalismo, si scaldino tanto per i contingenti con la fallita Unione europea. Ohibò, i signori rettori non vorranno mica farci credere che nelle declinanti università UE  si trovano tutti i luminari di questa madre Terra? Mentre nel resto del mondo ci sono solo mezze calzette?

Ma guarda un po’: i rettori degli atenei, internazionalisti e partiticizzati, si servono strumentalmente della propria posizione per fare politica.

La Conferenza dei rettori delle università svizzere (CRUS), presieduta da tale Antonio Loprieno (che non pare patrizio di Corticiasca), già aveva difeso a spada tratta il bidone dei programmi Erasmus plus, dai costi spropositati e dalla resa ridicola (tant’è che il 98,5% degli studenti universitari giustamente li snobba). La presa di posizione “pro Erasmus”, proveniente da ambienti titolati, ha riscosso ovviamente ampia e strumentale eco mediatica, soprattutto  nella R$I feudo della $inistra, finché non è arrivata la Weltwoche a sbugiardarla, rimettendo la chiesa al centro del villaggio.

Il mondo è molto più vasto dell’UE

Adesso i rettori ci riprovano, e se la prendono con le proposte del Consiglio federale sull’introduzione dei contingenti votati dal popolo, che – a dire dei rettori – metterebbero in pericolo la ricerca e l’innovazione. Nientemeno. Sembra di sentire i padroni del vapore che, in relazione alla votazione del 9 febbraio, parlano di “catastrofe” perché avranno più difficoltà nell’assumere stranieri a basso costo lasciando a casa i residenti.

Non si capisce per quale motivo i responsabili degli atenei elvetici, che amano riempirsi la bocca con il concetto di internazionalismo, si scaldino tanto per i contingenti con la fallita Unione europea. Delle università come le nostre, che dovrebbero avere respiro mondiale, fermano il loro raggio d’azione ai paesi limitrofi e magari addirittura alle zone di confine dei medesimi? Ohibò, i signori rettori non vorranno mica farci credere che nelle declinanti università UE  si trovano tutti i luminari di questa madre Terra? Mentre nel resto del mondo ci sono solo mezze calzette?

E’ evidente che quella contro le proposte del Consiglio federale in materia di contingenti è l’ennesima presa di posizione pro saccoccia: il club dei professori universitari UE, avendo assaggiato la mammella elvetica, vuole portarsi dietro  a mungerla tutto l’harem di amici, conoscenti, assistenti, segretarie, reggicoda, nani e ballerine. Naturalmente a scapito dei residenti: ben si vede cosa accade anche all’USI e alla SUPSI.

Come al solito si approfitta del fatto che l’alta formazione è una vacca sacra, un tabù morale: chi sarà mai il becero razzista che osa metterci il becco? Invece le cose stanno diversamente e la casta degli accademici della fascia di confine UE che ha trovato nel nostro paese “ul signur indurmentàa” dovrà anch’essa adeguarsi al voto popolare. L’eccellenza delle università svizzere non ne risentirà minimamente: il mondo è più vasto, ma tanto più vasto, di un’Unione europea che sta andando allo sfascio.

Lorenzo Quadri

Secondo gli ineffabili studiosi della SECO, con la libera circolazione va tutto bene Ancora statistiche taroccate

Come volevasi dimostrare, adesso che bisogna cominciare a concretizzare il voto del 9 febbraio, ecco che la mitica SECO, segretariato di Stato dell’Economia, se ne esce con l’ennesimo studio taroccato.

Non è certo un caso che il più recente rapporto sia stato pubblicato a pochi giorni di distanza dal njet UE alle proposte elvetiche di limitazione della devastante libera circolazione delle persone. Messaggio che la SECO vuole far passare: in fondo allo stato attuale si sta bene, dunque perché scontrarsi con l’UE?

Insomma, per scoraggiare gli svizzeri che vogliono tornare ad avere un minimo di controllo sull’immigrazione nel proprio paese, contro il parere degli eurofalliti, ogni sotterfugio va bene. Dalle becere accuse di razzismo alle statistiche farlocche.

Immigrazione fuori controllo

Che nel nostro paese l’immigrazione sia ormai fuori controllo lo ammette peraltro anche la SECO. La quale rileva che, nel 2013, il saldo migratorio in Svizzera ha raggiunto la cifra di 66’200 persone: la più alta degli ultimi 12 anni.

Poi, però, comincia la consueta litania dei presunti effetti benefici. Naturalmente snocciolati a suon di statistiche manipolate. Al punto che il responsabile della Direzione del lavoro della SECO, l’ineffabile Boris Zürcher, arriva a pronunciare la seguente corbelleria (segnatevela):  “la manodopera straniera ha completato bene il personale indigeno”.

O Zürcher, ma ci sei o ci fai? A Lugano, è la cronaca di questi giorni, ci sono nuove aziende che si insediano in centro e che assumono solo frontalieri: non che sia una novità, sia chiaro. Ma il caso Benetton/Zara è emblematico. La seconda rileva l’attività della prima, ma ai dipendenti svizzeri viene detto che si assumono solo frontalieri. E questo vorrebbe dire “completare bene il personale indigeno”?

«Commissioniamo uno studio»

Per non perdere completamente la faccia, ecco che la SECO se ne esce con una dichiarazione  di alto profilo, una di quelle lungamente pensate a tavolino per impressionare il popolino: «sui problemi specifici del Ticino occorre commissionare all’USI uno studio più approfondito». Naturalmente si mettono subito le mani in avanti. Mica vorremmo che qualcuno possa credere che stiamo dando anche solo un po’ di ragione all’odiata Lega. Per cui, ecco arrivare l’aggiunta:  «malgrado in Ticino l’impiego dei frontalieri sia fortemente cresciuto, l’aumento del tasso di disoccupazione è stato “moderato”». Traduzione: facciamo fare lo studio all’IRE, ma chiariamo subito che vogliamo sentirci dire che “tout va bien, Madame la marquise”.

E’ chiaro che a Berna non hanno ancora imparato la lezione: si continua a pensare che i ticinesi siano disposti a credere a statistiche taroccate invece che alla realtà quotidiana.

Misure concrete

Dal 9 febbraio dovrebbero averlo capito tutti che il mantra degli “effetti benefici della libera circolazione” non convince più nessuno. Se qualcuno pensa che, ripetendo il mantra, si fiaccherà la volontà dei ticinesi di trovare delle soluzioni, questo qualcuno ha sbagliato i conti.

Non abbiamo bisogno di studi pilotati. In Ticino abbiamo bisogno di limitazioni alla libera circolazione delle persone. Concrete e subito.

 Invece di spendere soldi pubblici in indagini “belle a committente suo” per farsi dire quello che si vuole sentire, si impieghino le risorse per attuare delle misure concrete a tutela dell’occupazione dei residenti. Come fanno tutti i paesi, compresi gli Stati membri UE.

Lorenzo Quadri

Ennesima “emergenza imprevedibile”? Asilanti anche in Vallemaggia

E beh, come volevasi dimostrare ecco che il Ticino comincia concretamente a risentire degli sbarchi in massa di asilanti nella vicina Penisola.

Sicché nei giorni scorsi una cinquantina di asilanti sono stati piazzati nientemeno che in Valle Maggia, nei rifugi della protezione civile di Lodano. Non sappiamo perché la scelta sia caduta proprio su questa località. Ci si trovava forse nei pasticci? In effetti a seguito della chiusura dei centri della Croce rossa da parte del DSS, centri dove almeno c’era una sorveglianza, i sedicenti rifugiati vengono adesso piazzati o in albergo a spese del contribuente (dove naturalmente questi “ospiti” fanno tutto quello che vogliono, comprese attività illecite, senza alcun controllo) oppure, quando questa pista non funziona, ecco che arrivano le soluzioni “creative” come quella in Valle Maggia!  Il fatto poi che il dossier asilanti sia gestito in parte dal DSS ed in parte dal Dipartimento delle istituzioni di certo non semplifica le cose…

Sta di fatto che 50 asilanti non sono pochi da gestire per un piccolo paese!

Ci piacerebbe poi sapere quanti di questi asilanti sono giovani uomini soli,  quanti sono famiglie, quanti suono “fuoriusciti” dalle patrie galere (che notoriamente sono state svuotate).

Aspettiamo inoltre che si verifichino i primi problemi di ordine pubblico legati ad una simile presenza imposta alla popolazione.  E quali saranno le sanzioni comminate ai sedicenti rifugiati che sgarreranno. Chissà perché c’è come il vago sospetto che non bisognerà attendere molto.

Istallazioni militari

Soprattutto, ci piacerebbe sapere perché non vengono utilizzate, per alloggiare gli asilanti, le installazioni militari in luoghi discosti che oltretutto avrebbero anche un benvenuto e necessario effetto dissuasivo. O si teme forse di venire bacchettati come “razzisti” da qualche organismo internazionale non eletto da nessuno e che non rappresenta assolutamente nessuno? Quegli organismi che naturalmente non fanno un cip davanti al fatto che in Italia i clandestini vengono semplicemente scaricati alla stazione di Milano e chi s’è visto s’è visto, ma sono però pronti a puntare ipocritamente il dito contro gli svizzerotti rei di utilizzare, per i sedicenti rifugiati, strutture che servivano per i cittadini elvetici?

Ma guarda un po’, vuoi vedere che adesso bisogna trattare gli asilanti meglio degli svizzeri altrimenti si viene bollati come “razzisti”?

 Andiamo tranquillamente avanti a discriminare i cittadini residenti a vantaggio degli immigrati; poi non lamentiamoci se c’è chi perde le staffe. Gli scriteriati spalancatori di frontiere all’insegna dell’internazionalismo becero portano delle pesantissime responsabilità. Altro che strillare contro i presunti xenofobi!

Forse non si è ancora capito che dobbiamo diventare meno attrattivi per i presunti rifugiati. Altrimenti verremo sempre più presi d’assalto. E sappiamo bene che le voci circolano in fretta.

Aspettiamo i reati

Inoltre: se effettivamente il collocamento a Lodano è stato effettuato in quattro e quattr’otto al punto che il municipio – così le informazioni pubblicate – non ha neppure fatto a tempo ad informare i propri concittadini della bella “sorpresa”,  vuol dire che si è trattato di un’operazione d’emergenza.

Ma come: sono settimane che gli sbarchi in Italia avvengono al ritmo di migliaia al giorno (incoraggiati dalle dichiarazioni fuori di cotenna di taluni esponenti istituzionali della Penisola). Di conseguenza gli asilanti si ammassano anche a nord: quindi vicino ai nostri confini. E nessuno alle nostre latitudini se ne era accorto? I funzionari uregiatti del DI erano tutti in vacanza? Oppure remano contro (tanto si sa chi poi si prenderà la colpa)? E i kompagni del DSS?

Va da sé che aspettiamo sempre di sapere quanti asilanti ospitano in casa propria i kompagni politikamente korretti, quelli del “venite in Svizzera che ci sono soldi e posto per tutti”.

In realtà non ci vuole molta fantasia ad immaginare la risposta. La nostrana gauche, sempre più “caviar”, di suo ci mette solo i blabla. I disagi (eufemismo) se li devono sorbire gli altri.

Lorenzo Quadri

Le contraddizioni del giornale di servizio Quando l’astio antileghista gioca brutti scherzi

Al giornale di servizio del partito delle tasse (LaRegione) evidentemente le mie posizioni continuano a dare parecchio fastidio, come dimostra l’editoriale dello scorso sabato:  molto  bene, mi sarei preoccupato del contrario.

Non sapendo più cosa inventarsi contro la Lega, il giornale di servizio, da sempre fautore di fetidi balzelli sul rüt, nello stesso editoriale se la prende anche con la tassa sul sacco proposta dal consigliere di Stato Claudio Zali, la quale agli occhi della redazione radikal-chic ha un handicap imperdonabile: quello di non costituire un aggravio fiscale, infatti il costo del sacco dovrà essere compensato da una riduzione della tassa forfettaria.

Quale smacco per il partito delle tasse ed il suo giornale di servizio: un balzello che non permette di mettere le mani nelle tasche della gente! Fregati sul loro stesso terreno!

Populismo antileghista

Particolarmente patetico, poi, il tentativo di dare alla Lega la colpa del continuo aumento dei frontalieri. E’ evidente che, quando l’odio antileghista fa sragionare, anche il senso del ridicolo si perde tra i vapori della bile.

Ohibò  chi ha continuamente combattuto, a colpi di becere accuse di “populismo” e di “razzismo”, l’iniziativa Contro l’immigrazione di massa, ossia l’unico strumento efficace per mettere dei contingenti ai frontalieri, venendo poi asfaltato dalle urne? Forse il giornale di servizio? Chi ha sempre denigrato le proposte concrete della Lega – ad esempio il documento del compianto Michele Barra – per arginare l’invasione di padroncini? Forse il giornale di servizio? Con che coraggio il giornale di servizio finge ora preoccupazione per il fatto che i frontalieri hanno infranto la soglia di 60mila?

62 misure: chi le ha viste?

Due leghisti in Consiglio di Stato non costituiscono una maggioranza. La maggioranza antileghista, costantemente coalizzata, ha sempre ostacolato le proposte della Lega per contenere il frontalierato. Le famose 62 misure sui padroncini prodotte da Laura Sadis con l’unico obiettivo di contrastare lo studio di Barra – che il leghista, è bene ricordarlo, ha pagato di tasca propria – che fine hanno fatto? Disperse nel nulla. Forse perché, come indicato a più riprese sul Mattino, si trattava di semplici foglie di fico per dare la fallace impressione che non fosse solo la Lega a fare qualcosa?

Lavori di lingua

Mettendo a dura prova la credulità dei lettori, il giornale di servizio tenta di colpevolizzare la maggioranza relativa leghista nel governo cantonale per l’aumento dei frontalieri, quando è evidente che tale aumento è da ascrivere alla maggioranza assoluta antileghista. Ed infatti il direttore del giornale di servizio, nel tentativo di fare del populismo contro la Lega, nell’editoriale di sabato cade nel più banale dei trappoloni. Ed il bello è che fa tutto da solo.

Infatti si dà il caso che la Regione, in funzione antileghista, praticamente ogni giorno slinguazzi con trasporto quasi erotico la direttrice del DFE radikal-chic Laura Sadis, eletta dalla $inistra. 

Ma quale dei Consiglieri di Stato ha in prima linea la responsabilità di tutelare il mercato del lavoro? Quello che dirige il DFE, ovviamente. E allora, quali misure ha preso Laura Sadis per tutelare il mercato del lavoro dall’invasione da Sud? Risposta: nessuna. Il mantra della ministra è: “il margine di manovra è nullo”. Peccato che negli altri Cantoni dei margini di manovra si trovino eccome. Ad essere nullo non è il margine di manovra, bensì la volontà d’intervento di chi dovrebbe invece essere in prima linea sulle barricate.

 

Delle due l’una

I due Consiglieri di Stato leghisti, negli ambiti di loro competenza, si attivano per contrastare l’invasione da sud. Vedi la battaglia contro i posteggi abusivi di Claudio Zali, vedi i posti di blocco antipadroncini di Gobbi. Sadis invece recita il mantra del “margine di manovra nullo”.  E il giornale di servizio che fa? Usa il pretesto dell’aumento dei frontalieri per denigrare i leghisti, ma contemporaneamente pialla di lingua Sadis e regge la coda a tutti quanti tentano di scassinare l’attuazione del voto del 9 febbraio.

Caro foglio radikal-chic, non si può sostenere ad oltranza le frontiere spalancate che ci porteranno 100mila frontalieri e poi lamentarsi del numero dei frontalieri dando la colpa alla Lega. Delle due l’una: o ci si lamenta dei frontalieri, o si slinguazzano senza ritegno gli spalancatori di frontiere e le ministre del margine di manovra nullo. Ma le due cose contemporaneamente non funzionano proprio.

Lorenzo Quadri

Il Tribunale federale annulla un altro internamento a vita: Basta con il buonismo a beneficio dei delinquenti!

E, mentre a pericolosi assassini psicopatici si continuano a concedere chance, il normale cittadino automobilista viene criminalizzato ad oltranza

Ci risiamo. Il Tribunale federale casca nuovamente in una dimostrazione di garantismo e di buonismo, annullando l’internamento a vita di un pericoloso criminale straniero (ivoriano) che nel 2010 aveva assassinato una prostituta.

A maggio di due anni fa il Tribunale regionale del Giura bernese-Seeland aveva ritenuto che il soggetto, definito “predatore sessuale”, presentava rischio di recidiva e per il presidente del tribunale, Maurice Paronitti, era “totalmente incurabile”. Da qui l’internamento a vita.

Da Losanna arriva però il contrordine compagni. Il Tribunale federale ha infatti ribadito che “può essere internato a vita solo colui che non può effettivamente essere sottoposto ad alcun trattamento nel corso della sua esistenza”. I giudici federali sottolineano che nessuno degli esperti ha finora affermato che il cittadino ivoriano è davvero “inaccessibile” a un trattamento.

Basta un dubbio?

Qui i conti non ci tornano e – curiosamente: chi dei due sta sbagliando? – ci troviamo in linea con quanto sostenuto da Matteo Caratti sul giornale di servizio del partito delle tasse (LaRegione). Non essendo la psichiatria una scienza esatta, non ci vuole una grande fantasia per immaginare che gli esperti non possano o non vogliano mettere nero su bianco che un soggetto sarà per sempre refrattario a qualsiasi trattamento.

E allora questa finestrella di dubbio basta a permettere ad un assassino psicopatico e pericoloso di tornare un domani in libertà, mettendo in pericolo la vita di persone innocenti? La risposta non può che essere una, ossia un no deciso. Questa remota ipotesi non può bastare a giustificare la messa in pericolo della vita di persone che non c’entrano nulla.

Il re è nudo

Queste sentenze, tra l’altro, dimostrano per l’ennesima volta che il re è nudo: la criminalizzazione politikamente korretta del cittadino che crea “situazioni di pericolo” è a senso unico. Grazie alle nuove bislacche regole stradali, infatti, chi tramite un eccesso di velocità crea una situazione di pericolo, senza alcuna conseguenza pratica, viene sanzionato come un rapinatore. E spesso si tratta di cittadini incensurati. Ma come: il cittadino incensurato viene mazzuolato ad oltranza per aver creato una situazione di pericolo che poi non si è tradotta in nulla di concreto, ma all’assassino psicopatico – la cui pericolosità è concretamente dimostrata – le istituzioni danno ulteriori chance perché forse magari chi lo sa potrebbe avere delle remote possibilità di recupero?

Intanto…

Oltre alla questione prioritaria che simili decisioni all’insegna del buonismo e del garantismo nei confronti di delinquenti pericolosi (mentre il comune cittadino automobilista viene criminalizzato in nome del politikamente korretto: perché andare in macchina costituisce, secondo gli autocertificati detentori della morale, un comportamento vizioso da sanzionare per principio) mettono in pericolo l’incolumità dei cittadini, si pongono poi anche interrogativi secondari. Oddìo secondari solo fino ad un certo punto.

Il fatto che gli esperti non dichiarano che il macellaio psicopatico non sarà per sempre inaccessibile ai trattamenti, cosa comporta all’atto pratico? Che partirà il festival delle terapie di recupero (?), destinate al fallimento, con fatture “alla Carlos” a carico del contribuente? E per quale motivo il contribuente dovrebbe pagare il conto del recupero di delinquenti irrecuperabili? Nel caso concreto, poi, la situazione è ancora più semplice: l’assassino ivoriano venga mandato a scontare l’ergastolo nelle prigioni della Costa d’Avorio, vedremo come i suoi connazionali si preoccuperanno di “recuperarlo”.

Basta con i “paramenti”

E’ ora che il Tribunale federale la pianti di tenere gli interessi di un feroce criminale straniero in considerazione maggiore di quelli della collettività elvetica: sia in materia di vite umane ma anche, più prosaicamente, di costi. Ed è ora che certi professoroni abbiano il coraggio di prendere delle decisioni trancianti invece di nascondersi dietro ad uregiaterie accademiche per pararsi il fondoschiena dal profilo scientifico, e chissenefrega dell’interesse pubblico.

Chi prende decisioni in favore di criminali pericolosi si  deve assumere la responsabilità se poi qualcosa va storto. Se l’assassino cui si è voluto dare l’ennesima chance in nome del garantismo e del buonismo colpirà ancora, in galera ci dovranno andare i giudici e gli esperti che l’hanno permesso.

Lorenzo Quadri