Il 28 settembre Sì alla cassa malati unica: Chiudere con un sistema che non funziona

Anche per il prossimo anno si prepara una  nuova impennata dei  premi di cassa malati. I ticinesi non saranno graziati.  E qui i conti non tornano. Si ricorderà infatti che dal 1996 ad oggi, ossia da quando è in vigore la LAMal, i Ticinesi hanno pagato 450 milioni di Fr di premi in eccesso. Ne beneficiavano altri Cantoni, dove invece si pagava troppo poco.

Di questi 450 milioni, ne torneranno indietro solo 68, di cui un terzo finanziati dalla Confederazione, quindi ancora da noi. Ciononostante nel 2015 gli aumenti di premio continueranno. Questo significa che il problema non è affatto risolto. Con il contentino da 68 milioni si pensa di poter mettere una pietra sul passato, ma intanto il problema per il futuro non è affatto risolto. Ed infatti per il Ticino ci si aspetta un aumento medio superiore al 3.5% per cento. Aumento medio vuol dire che ci sarà chi si dovrà confrontare con un rincaro ben superiore di questo.

La continua spirale degli aumenti quando vantiamo dei crediti di 380 milioni non ha alcuna logica e dimostra che il sistema è irrimediabilmente bacato.

Sono 18 anni ormai che stiamo litigando con la LAMal e gli aumenti annui della “pillola” assicurativa, ormai diventata la seconda  voce di spesa per le economie domestiche ticinesi.

In 18 anni la politica federale non è riuscita a portare dei correttivi per rendere il sistema equo. Non solo, ma per lungo tempo ha spudoratamente negato che ci fossero delle distorsioni. In particolare ha negato, contro ogni evidenza, che il Ticino e gli altri Cantoni paganti pagassero troppo, perché c’era e c’è chi paga troppo poco.

Se in quasi due decenni non si è raddrizzata la baracca, non ci si può illudere che lo si farà adesso.

La pazienza è finita

I cittadini hanno avuto molta pazienza. Hanno dato alla politica un numero pressoché illimitato di occasioni per correggere la situazione. Nessuna di queste è stata utilizzata a dovere. Il perché lo sanno ormai anche i paracarri. Le lobby cassamalatare sono troppo forti nella Berna federale e nei partiti storici. La politica non è in grado di fare il proprio dovere, in queste condizioni. E allora deve subentrare il cittadino. Il voto popolare deve dare una scossa con la cassa malati unica.

Ci fregiamo di essere poco sospetti di statalismo. Infatti non si può dire che con la cassa malati unica si vuole sostituire la concorrenza privata sull’assicurazione malattia di base con un monopolio statale. Perché l’attuale situazione non è di concorrenza privata. Si tratta di un bislacco ibrido. Nell’assicurazione di base  le casse non possono fare utili. Il contratto è di diritto pubblico. Lo Stato interviene pesantemente sul mercato tramite la riduzione dei premi.   E’ forse questo un regime di libera concorrenza?

Non è medicina statale

Senza contare le numerose altre lacune che affliggono il sistema: la caccia ai buoni rischi (e quindi gli squallidi tentativi di esclusione dei quelli cattivi, in particolare gli anziani). Le campagne pubblicitarie finanziate con i soldi degli assicurati. La totale mancanza di trasparenza nei conti degli assicuratori. I costi della sessantina di Consigli di amministrazione delle casse attuali. E così via.

La cassa malati unica non è la panacea. E’, però, l’opportunità di dire basta ad un sistema che non funziona. Quindi il 28 settembre votiamo Sì. Un Sì che non equivale, come tenta (in malafede) di far credere qualcuno, ad una statalizzazione della medicina: i medici e gli altri operatori sanitari continueranno a lavorare esattamente come ora.

Lorenzo Quadri

 

Come volevasi dimostrare: AlpTransit accumula ritardi!

E resterà pure “monco”

Ma chi l’avrebbe mai detto: la messa in esercizio del tunnel AlpTransit del Ceneri slitterà quasi certamente di due anni, al 2021. In realtà questa notizia era nell’aria già da tempo. La novità è che il ritardo si potrebbe protrarre anche fino al 2023. Pietra d’inciampo sono dei ricorsi.

Intanto quello che non si dice, ma si sa benissimo, è che il proseguimento a sud della Nuova trasversale ferroviaria alpina è sempre più disperso nelle nebbie. Di certo non rientra tra le priorità dell’ennesimo governo italiano non eletto, che ha ben altre castagne da togliere dal fuoco. Non vi rientra AlpTransit e non vi rientra nemmeno, tanto per fare una piccola parentesi, l’accordo sulle imposte alla fonte dei frontalieri. Altro che “conclusioni imminenti delle trattative”!

Gli svizzeri pagano per l’UE

AlpTransit è un’opera fatta per l’Unione europea ma finanziata interamente, per l’ammontare di 25 miliardi, dagli svizzerotti. Le famose ricadute sul territorio ticinese sono semplici briciole. Sul cosiddetto cantiere del secolo (quale secolo?) lavorano praticamente solo consorzi stranieri. Ulteriore effetto collaterale: AlpTransit divora tutte le risorse per investimenti in Ticino. Il ritornello a Berna è sempre lo stesso. Quando si tratta di pianificare un qualsivoglia investimento infrastrutturale nel nostro Cantone, a cominciare dal tunnel di risanamento del traforo autostradale del San Gottardo, l’obiezione che giunge è sempre la stessa: “Ma in Ticino si fa già AlpTransit”.

“Una mazzata”

Non solo l’annunciato ritardo al tunnel di base del Ceneri sarà “una mazzata per il Cantone” come ha detto il senatore Lombardi. Senza di esso i convogli merci dovrebbero passare tutti per la linea di Luino, ammesso che i lavori di potenziamento siano conclusi in tempo. Per la “gioia” del Gambarogno come pure della tratta italiana, dove i lavori d’ampliamento saranno sì pagati dalla Svizzera (che strano eh? Alla faccia del principio di territorialità, se vogliamo che i vicini a sud facciano la loro parte nel transito internazionale, i soldi li dobbiamo cacciare ancora noi) ma non piacciono ai comuni interessati. Ovviamente, a nessuno sfagiola l’idea di farsi transitare sotto casa centinaia di treni merci in più.

Nebbia fitta

Più il tempo passa più la nebbia che avvolge AlpTransit, invece di dissiparsi, si infittisce. Sia sulla tempistica che, come detto, sul proseguimento a sud.

Un AlpTransit “monco” che si ferma a Chiasso o anche prima sarebbe una catastrofe. Questo l’hanno capito tutti. E  tutti hanno capito che a ritrovarsi con la Pepa Tencia in mano sarà, ancora una volta, il Ticino. E al danno si aggiungerà la beffa perché da Berna – ma soprattutto dagli “amici” Romandi – giungerà puntuale la reprimenda: “ma come, abbiamo speso 25 miliardi per voi e non siete ancora contenti?”.

Lorenzo Quadri

Juncker e la distruzione delle democrazie nazionali

Dal nuovo-vecchio presidente della Commissione europea c’è ben poco da attendersi

Da un vecchio articolo del settimanale tedesco “Der Spiegel” emerge la strategia (?) politica del lussemburghese: “Decidiamo qualcosa, lo mettiamo in stand by e aspettiamo un po’ di tempo, per vedere cosa succede. Se non arrivano grandi proteste o sollevazioni, perché la maggioranza non ha capito che cosa è stato deciso, proseguiamo passo per passo – finché si arriva al punto di non ritorno”. In sostanza, la codificazione della tattica del salame

Come era scontato, l’ex premier lussemburghese Jean-Claude Juncker è stato nominato presidente della Commissione europea, come successore di Durao Barroso. E’ la prima volta che il presidente viene indicato a maggioranza dei capi di governo dei 28 paesi UE e non all’unanimità: l’inglese Cameron e l’ungherese Orban si sono infatti opposti.

Juncker dovrà scegliere la propria squadra di commissari.

La precedente Commissione, già con le valigie in mano, ha risposto picche ad ogni ipotesi di limitazione della devastante libera circolazione delle persone. Si ricorderà anche le brillanti esternazioni fatte prima della votazione del 9 febbraio dalla commissaria Reding, che negava il diritto della popolazione svizzera di decidere in materia di immigrazione.

Gli euroscettici dovranno “portare a casa”

Come noto nel frattempo qualcosa è cambiato: ed in effetti nelle ultime elezioni europee, tenutesi a fine maggio, i partiti cosiddetti “euroscettici” (eufemismo per non dire euro contrari) hanno fatto balzi avanti nei principali Stati membri. Come questi risultati elettorali si tradurranno nella pratica della politica dell’Unione europea, è quello che attendiamo di vedere. E’ evidente che questi partiti, che giustamente rivendicano dai burocrati di Bruxelles – privi di qualsiasi straccio di legittimazione democratica – la restituzione agli Stati membri della sovranità che è stata scippata con la tattica del salame (una fetta alla volta) dovranno imprimere una svolta all’ UE. Altrimenti ne pagheranno le conseguenze in termini elettorali. I rapporti con la Svizzera saranno al proposito un banco di prova.

Naturalmente, se a Bruxelles considerano la Svizzera come una specie di colonia, la colpa va anche al Consiglio federale più debole della storia, scandalosamente incapace di difendere il paese. Del resto l’obiettivo delle aquile bernesi rimane l’adesione alla fallita Unione, e non certo la salvaguardia dei valori su cui la Svizzera si fonda: come l’indipendenza, la sovranità popolare, la neutralità.

Uomo del passato

Il neo presidente della Commissione, per 18 anni premier del Lussemburgo, già presidente dell’Eurogruppo, Jean-Claude Juncker è considerato un uomo del passato (e in effetti lo è): uno che mira ad ulteriormente saccheggiare l’autonomia e le casse degli Stati membri – e non solo degli Stati membri. Del resto, nel suo primo discorso da presidente della Commissione, il lussemburghese ha mietuto abbondanti fischi per una provocazione indirizzata all’Inghilterra, dove il vento antieuropeista soffia sempre più forte (al punto che si  immagina una votazione per uscire dall’UE) ed il cui premier (Cameron) era contrario alla sua nomina. Ovvero: “cosa sarebbe la Gran Bretagna senza l’UE?”.

Juncker è inoltre da tempo oggetto di attenzioni mediatiche per il suo abbondante consumo di alcool: evidentemente l’UE si può guidare anche in stato di ubriachezza.

Tattica del salame

Il  fatto che Juncker provenga da un paese piccolo, addirittura minuscolo, non significa necessariamente che dimostrerà maggiore simpatia con le richieste della Svizzera e che non continuerà la politica di tipo coloniale caratteristica della gestione precedente.

Particolarmente allarmante è però un vecchio articolo, pubblicato da Der Spiegel alla fine del 1999 (da notare che già allora il tedesco Stoiber denunciava che “il 60% della politica estera tedesca viene fatta a Bruxelles”).

In questo articolo Juncker spiega, senza vergogna, quale sia il suo rispetto per la democrazia ed i diritti popolari. “Decidiamo qualcosa, lo mettiamo in stand by e aspettiamo un po’ di tempo, per vedere cosa succede. Se non arrivano grandi proteste o sollevazioni, perché la maggioranza non ha capito che cosa è stato deciso, proseguiamo passo per passo – finché si arriva al punto di non ritorno”. In sostanza, la codificazione della tattica del salame.

Ecco dunque spiegata in poche righe la filosofia (?) politica del nuovo-vecchio presidente della Commissione europea. L’inganno nei confronti del popolo che va spogliato dei suoi diritti. Decide una manica di burocrati non eletta da nessuno.

Non contento, Juncker mira anche alla distruzione delle identità nazionali, come emerge sempre dallo stesso articolo del 1999, in cui dichiara: “Quando la gente avrà in mano le nuove monete e banconote dell’euro, allora si creerà un nuovo sentimento identitario: noi europei”. Previsione toppata alla grande, ma che ben esemplifica il pensiero che ci sta dietro. Secondo il programma indicato sopra, i burocrati non eletti distruggono le democrazie nazionali. Un passettino alla volta: “finché si arriva al punto di non ritorno”.

Lorenzo Quadri

Secondo traforo del Gottardo: $inistra preoccupata per l’aumento di traffico (che non ci sarà) Ma l’invasione delle auto dei frontalieri va benissimo!

Le modalità operative della $inistra (in senso ampio, comprendendo anche radikal chic ed ecologisti, tanto non c’è differenza se si esclude qualche lodevole eccezione) sono sempre le stesse. Costituire – tanto hanno il buon tempo – una miriade di gruppuscoli composti sempre dalle stesse persone, tutte tesserate di partito, per dare l’impressione di essere in tanti. Quando la realtà è diversa. Lo si vede con le varie combriccole di moralisti a senso unico in funzione antileghista: i gruppi sono diversi, ma gli aderenti sempre gli stessi. Lo si vede con l’appello pro-Polanski lanciato dal non patrizio Sergej Roic: anche lì tutti i firmatari sono P$: i medesimi che figurano nelle combriccole di cui sopra.

Humor nero
La stessa cosa si verifica per le varie coalizioni contrarie al traforo di risanamento del tunnel autostradale del San Gottardo. L’ultima a prendere posizione sul tema ha scelto di chiamarsi nientemeno che “Per un collegamento Sud-Nord sostenibile e scorrevole”, dimostrando in questo modo un certo senso dell’umorismo nero. Senza traforo di risanamento, infatti, il Ticino resterà tagliato fuori dalla Svizzera per almeno tre anni, altro che “collegamento sostenibile e scorrevole”.

La coalizione, abbiamo letto sui giornali, ha inviato una lettera aperta al Consiglio federale (è di moda) in cui si esprime preoccupazione per la qualità dell’aria in particolare nel Sottoceneri e si sostiene fantasiosamente che il secondo tunnel autostradale avrebbe quale conseguenza la “paralisi” del Cantone. Non si capisce come un traforo senza aumento di capacità, in quanto resterebbe aperta una sola corsia per senso di marcia, potrebbe portare alla “paralisi” del Cantone, visto che non provoca un aumento di traffico. Né esiste il rischio, paventato dai contrari al secondo traforo, che l’UE imponga agli svizzerotti l’apertura di due corsie per senso di marcia: infatti la capacità al San Gottardo non è sfruttata interamente neppure adesso.

Al di là di questo dato oggettivo, ci si consenta (uella) di esprimere costernazione per questo tipo di argomentazioni: ma come, non sono proprio questi gruppi di $inistra a volere l’adesione della Svizzera all’UE? Ma come, criticare gli eurofalliti non era roba da leghisti populisti e razzisti?

E i frontalieri non inquinano?
Il nocciolo della questione, però, è un altro. Come mai questi gruppi che denunciano la presunta futura paralisi del Ticino in caso di secondo traforo al Gottardo nonché il tracollo della qualità dell’aria (da rimanere stecchiti non appena si apre una finestra) non hanno nulla da dire sull’attuale e concreta paralisi dovuta all’invasione dei 60mila frontalieri e delle decine di migliaia di padroncini che entrano in Ticino uno per macchina?
E sull’inquinamento provocato da questa pletora di veicoli italici che entrano quotidianamente nel nostro Cantone; anche a questo proposito niente da dire?

Perché, se i signori sono preoccupati per la qualità dell’aria e per la scorrevolezza del traffico, invece di prendersela col traforo di risanamento del Gottardo senza aumento di capacità non si battono per il contingentamento dei frontalieri e dei padroncini?

Ah già, ma gli anti-gottardisti sono di $inistra: la devastante libera circolazione delle persone l’hanno voluta loro, e non solo l’hanno voluta, ma si oppongono a qualsiasi limitazione dell’invasione da sud, essendo ogni proposta in tal senso frutto di becero populismo e razzismo… “Dobbiamo aprirci”!
Insomma, abbiamo davanti l’ ennesimo esempio di chi vede la pagliuzza nell’occhio altrui ma non la trave, anzi il pilone da viadotto autostradale, nel proprio.

Più prosaicamente, il compianto Nano ad interlocutori di questo tipo rivolgeva la seguente esortazione: «Ma va’ a scopare il mare!».
Lorenzo Quadri

Invasione di frontalieri: infranto ogni record!

 E intanto il contingentamento, inserito nella Costituzione, non viene applicato

E adesso? Si pensa di continuare a stare a guardare la nave che affonda? Applicare subito la clausola di preferenza indigena!

Sono passati pochi giorni dalla notizia che nel primo trimestre del 2014 c’erano in Ticino 4000 occupati in più (che non vuol dire 4000 persone in più che lavorano, visto che per le statistiche federali basta aver lavorato un’ora nella settimana di riferimento per essere considerato “occupato”) ed altrettanti frontalieri in più, che subito è arrivata un’altra batosta.

Da Neuchâtel l’Ufficio federale di statistica ci comunica giulivo che il numero dei frontalieri in Ticino in soli tre mesi è aumentato di 2154 unità:  sicché attualmente ci troviamo alla devastante quota di 62’500 frontalieri. In soli tre mesi l’aumento è stato del 3.5%: un dato assolutamente allucinante, che testimonia la gravità della situazione. Avanti di questo passo e a fine anno i frontalieri saranno 70mila. Senza – e questo è gravissimo – che si sia preso alcun provvedimento per fermare questa invasione. Da notare che, anche in questo caso, le cifre non dicono tutto. Non manca chi fa il furbo: per non far vedere che assume frontalieri, crea domicili fittizi in Ticino. Così i neo assunti non figurano nelle statistiche dei permessi G, ma in quelle dei permessi B.

Naturalmente ai frontalieri vanno aggiunti i padroncini, decine di migliaia quelli notificati. In più quelli che non si notificano. Entrano in Ticino a lavorare in nero senza dire niente a nessuno – tanto “gli svizzeri sono fessi e non si accorgono di niente”.

Se questa non è un’emergenza, è difficile immaginarne un’altra. Lo hanno ormai capito anche i paracarri che la presunta crescita economica del Cantone non giustifica in alcun mondo il continuo ed illimitato aumento dei frontalieri. Quest’ultimo non dipende infatti, contrariamente dalle fregnacce diffuse dagli inquisiti della SECO, dalla crescita del Ticino, bensì dalla crisi nera dell’Italia.

Cosa si intende fare?

A questo punto una domanda emerge con prepotenza: cosa intende fare questo Cantone? Finché la direttrice PLR del DFE continuerà a nascondersi dietro la panzana del “margine di manovra nullo” sempre più ticinesi resteranno a casa in disoccupazione ed in assistenza mentre frontalieri lavorano al loro posto. Di questo passo si va dritti verso il disastro occupazionale e sociale. Un aumento dei frontalieri del 3.5% in soli tre mesi quando il mercato è già più che saturo costituisce un allarme rosso. Ignorarlo è un atto criminale. E allora? Si intende stare a guardare la nave che affonda? Si vuole emulare capitan Schettino? Si aspetta che i ticinesi finiscano, in casa loro, come gli indiani nelle riserve? Un’ immagine, questa, che la Lega anni fa usò per un manifesto. A dimostrazione, ulteriore, della lungimiranza del Nano. Un’immagine che non è mai stata più vera: ma naturalmente per i partiti storici, fautori della devastante libera circolazione delle persone senza limiti, erano tutte scandalose balle populiste e razziste.

 Ma Bertoli vuole rivotare

Da nessuna parte del mondo si tollererebbe che un governo, davanti all’esplosione del numero dei frontalieri a scapito dei residenti, continuasse la trincerarsi dietro il patetico paravento del “margine di manovra nullo”. Se la situazione è d’emergenza, e lo è, occorrono misure d’emergenza. E subito. La base legale c’è: il voto del 9 febbraio. Sì, proprio quel voto che il presidente del CdS kompagno Bertoli vorrebbe rifare perché, a suo parere (che è poi anche il parere del suo partito) i frontalieri non vanno contingentati: i $ocialisti, evidentemente, ne vogliono ancora di più. Tanto i kompagni sono tutti dipendenti dello Stato o del parastato col posto di lavoro ben pagato e garantito a vita…

Intanto le provincie di Como e Varese ringaziano i ticinesotti e si portano a casa pure i ristorni delle imposte alla fonte. Aspettiamo la prossima prima pagina del Corriere di Como con scritto “Grazie Svizzera”, che si potrebbe facilmente tradurre in: “Grazie fessi che permettete che i vostri concittadini finiscano in disoccupazione ed in assistenza per far lavorare stranieri”.

Applicare SUBITO la preferenza dei residenti

Il contingentamento dei frontalieri, e quindi la clausola di preferenza per i residenti (si autorizza ad assumere un frontaliere solo se è dimostrato che non ci sono residenti per quel posto) è già stata votata dal popolo. Da quasi 7 mesi è inserita nella Costituzione federale, che è la carta fondamentale dello Stato. Dunque basta applicarla subito. In barba ai bernesi dalla braga calante, i quali stanno facendo di tutto e di più per far credere che il voto popolare sia inapplicabile per il semplice motivo che non piace ad un manipolo di burocrati eurofalliti non eletti da nessuno.

L’articolo costituzionale per il contingentamento dei frontalieri è stato votato: lo si applichi. Invece, in questo ridente Cantone si rilasciano permessi G con la fotocopiatrice. Come se “niente fudesse”! Illegale non è limitare la libera circolazione delle persone: illegale è violare in questo modo la Costituzione (e la volontà popolare).

Intanto le provincie di Como e Varese ringaziano i ticinesotti e si portano a casa pure i ristorni delle imposte alla fonte. Aspettiamo la prossima prima pagina del Corriere di Como con scritto “Grazie Svizzera”, che si potrebbe facilmente tradurre in: “Grazie fessi che permettete che i vostri concittadini finiscano in disoccupazione ed in assistenza per far lavorare stranieri”.

Lorenzo Quadri

In Ticino il 28% di stranieri E hanno ancora il coraggio di parlare di “razzismo”?

Altro che continuare a menarla con il disco rotto del “bisogna aprirsi”! Le cifre dimostrano che bisogna fare proprio il contrario

In Ticino la popolazione residente ha conosciuto un’impennata nel 2013. Gli abitanti del nostro Cantone, apprendiamo dai media, hanno raggiunto quota 346’539 unità.  L’aumento annuo è stato di 4887 persone. Di queste quasi 5000 persone in più, i due terzi sono stranieri. La quota di stranieri sale così al 27.2%.

Ohibò, qui i conti non ci tornano. Ma come, il Ticino non doveva essere un paese di razzisti e di xenofobi? Gli pseudo moralisti da tre e una cicca, i politikamente korretti, gli spalancatori di frontiere e rottamatori della Svizzera, nonché i soliti kompagnuzzi e radikal-chic, non continuano  a ripetere come dei dischi rotti che nel nostro paese di  beceri razzisti gli stranieri sarebbero discriminati (quando semmai accade l’esatto contrario)? Ma se è così, perché il numero di stranieri continua ad aumentare in modo esponenziale, segno dunque che non si trovano poi così male alle nostre latitudini?

Da notare che in questi giorni quelli che continuano a menarla con le aperture e con la multikulturalità completamente fallita non hanno fatto un cip a commento di questi nuovi dati statistici sulla popolazione straniera che vive in Ticino. Forse perché ne emerge in maniera plateale che la loro manfrina del Ticino razzista è una balla clamorosa, fondata sul nulla?

 

Il bavaglio

I termini della questione sono chiari. La solita parte politica ed i suoi media di servizio si servono, in modo strumentale, dell’accusa di “populismo e razzismo” come un bavaglio per mettere a tacere, delegittimandolo come un “becero razzista”, chi non è d’accordo di far finire i Ticinesi come gli indiani nelle riserve (vedi il noto manifesto della Lega). E poi gli stessi del mantra del populismo e razzismo si sciacquano la bocca con la libertà d’espressione – ma solo per i “loro”. Perché a chi li contraddice sono i primi a volerla togliere.

Ma i loro castelli di carte – che utilizzano a sproposito il concetto (penalmente rilevante) di “razzismo” per scopi di campagna elettorale, ovvero denigrare e delegittimare l’odiata Lega e gli odiati leghisti – si scontrano con la realtà dei fatti. Le bugie hanno le gambe corte.

Nei giorni scorsi si è appreso che nella vicina Penisola l’Ordine dei giornalisti ha aperto una procedura disciplinare nei confronti di Magdi Allam accusandolo di “islamofobia”. Sicché proprio coloro che la libertà d’espressione dovrebbero difenderla per missione, ossia i giornalisti, sono i primi ad affossarla perché bisogna slinguazzare il multikulturalismo politikamente korretto ed i suoi fautori. Brutto, bruttissimo segno. E la realtà nostrana, anche quella mediatica, non è diversa.

 

Aprirsi? Bisogna fare il contrario!

Andare a dire ad un Paese dove quasi il 30% degli abitanti sono stranieri e dove i due terzi dell’aumento della popolazione è dovuta a stranieri è “razzista”, fa ridere i polli.

E’ evidente che in un paese del genere non bisogna affatto “aprirsi”, come pappagallano a mo’ di disco rotto gli autocertificati detentori della morale e di ciò che è giusto per definizione. Bisogna fare l’esatto contrario.

Come mai il numero degli stranieri in Ticino aumenta con questo ritmo? Forse perché mentre gli stessi Stati membri UE rimandano indietro chi non è in grado di mantenersi da solo, gli svizzerotti mantengono tutti? Ed invece di combattere gli abusi, la direttrice del DFE vuole  fare cassa raddoppiando le stime immobiliari ai proprietari di una casetta o di un appartamento…

Lorenzo Quadri

Ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri: L’imbroglio è sempre più chiaro

Sull’ultima edizione del Mattino il Consigliere di Stato leghista Norman Gobbi è tornato a sollevare la questione dei rapporti con l’Italia e dei ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri. Giustamente. In effetti, malgrado già in giugno la ministra del 5% Widmer Schlumpf ed il segretario di Stato de Watteville avessero parlato di conclusione imminente di accordi con la vicina Penisola, non si è a conoscenza di passi avanti compiuti da allora.

Al proposito anche il presidente della Confederazione Didier Burkhaltèèèr, nel corso della recente vista in Ticino (un’operazione di marketing del Consiglio federale a sud delle Alpi) ha solo laconicamente accennato ad accordi che sarebbero sulla buona strada. Peccato che questo ritornello si senta sempre uguale da anni.

Vantaggi per tutti

Un nuovo accordo sui ristorni dei frontalieri, che preveda la tassazione di questi ultimi in base alle aliquote italiane, sarebbe assai vantaggioso anche per l’Italia. Sia in soldoni – e non pare che la vicina Penisola sia nella condizione di potersi permettere di snobbare questo fattore – sia dal punto di vista dell’equità di trattamento tra cittadini italiani. Perché non sta né in cielo né in terra che i frontalieri, i quali guadagnano in proporzione per lo stesso lavoro assai di più dei loro connazionali attivi professionalmente in patria, godano anche di un trattamento fiscale clamorosamente privilegiato.

Perché cambiare…?

Tuttavia è evidente che mettere a posto le cose con la Svizzera non è prioritario per la vicina Penisola. Cosa che non sorprende. Che bisogno c’è di cambiare quando si va benissimo avanti così? Gli svizzerotti fessi continuano ad accettare l’invasione di frontalieri. Gli svizzerotti fessi non limitano neppure la concorrenza sleale dei padroncini a danno dei loro artigiani e piccoli imprenditori. Gli svizzerotti fessi tollerano senza un cip l’iscrizione su liste nere illegali. E, colmo dei colmi, gli svizzerotti fessi continuano a pagare i ristorni, 60 milioni all’anno, basati su un accordo vecchio di quarant’anni che ormai non sta più né in cielo né in terra: come se in questo ridente Cantone il denaro pubblico crescesse sugli alberi.

Il mantra

Dopo il voto del 9 febbraio anche la vicina Penisola si aspettava un cambiamento radicale. Invece, alle prime scontate resistenze degli eurofalliti all’introduzione di limitazioni alla devastante libera circolazione delle persone, i bernesi dalla braga calante si arenano. Del resto il loro obiettivo è dimostrare che applicare il voto popolare “non si può”: il famoso mantra del “margine di manovra nullo”. Lo stesso presidente del Consiglio di Stato ticinese, invece di salire sulle barricate a difesa della volontà popolare espressa dal 70% dei ticinesi, dice che bisogna rivotare. E questa non è libertà d’espressione. E’sabotaggio.

Altri problemi

Che l’Italia abbia poi altri problemi ben più impellenti da risolvere rispetto agli accordi con la Svizzera è ovvio: dagli sbarchi alla crisi economica e – soprattutto – la priorità di conservare cadreghe, privilegi e prebende mentre i governi non eletti si succedono a pochi mesi di distanza uno dall’altro. Solo degli svizzerotti potevano prestare fede a dichiarazioni di volontà di giungere ad intese rapide fatte da ministri o funzionari romani. O forse a Berna non hanno ancora capito che l’Italia è la patria del defunto Andreotti, ed uno dei suoi aforismi più noti era: “Un politico che dice “sì” intende “forse”, un politico che dice “forse” intende “no”, ed un politico che dice “no” non è un politico”. Andreotti non c’è più. Ma la mentalità non è cambiata.
La spada di Damocle

Se le trattative fossero state davvero nelle fasi terminali in giugno, a quest’ora sarebbero già concluse. E’ proprio quando si sta per venire al dunque che i tempi si fanno serrati. Invece appare sempre più chiaro che le trattative sono in realtà sempre nella medesima fase in cui si trovano da anni: ossia in mezzo al guado.

La spada di Damocle del blocco dei ristorni dei frontalieri ha imposto a Widmer Schlumpf e a de Watteville di prendere degli impegni concreti con la deputazione ticinese a Berna. A dimostrazione che il blocco dei ristorni è un’arma efficace. Però, più il tempo passa infruttuosamente, più ci si accorge che non bloccare i ristorni lo scorso giugno è stato un errore. La deputazione ticinese non avrebbe dovuto dare per l’ennesima volta fiducia alla ministra del 5%. Ma la resa dei conti è solo rimandata. La Consigliera federale non eletta, in cambio dell’assenso della deputazione (formalmente e praticamente inutile, visto che a decidere non sono i parlamentari federali ma il CdS) al versamento dei ristorni ha preso degli impegni concreti. La deputazione a Berna ha voluto credere ingenuamente che questi impegni sarebbero stati onorati. Se però non sarà così, non solo Widmer Schlumpf avrà perso ufficialmente la faccia, ma non sarà più nella condizione di chiedere al Ticino di pazientare ancora e di avere ancora fiducia.

I ristorni vengono versati ogni anno a fine giugno. La prossima scadenza arriva in fretta. 
Lorenzo Quadri

Nel 2014 60 MILIONI di sussidi di cassa malati a stranieri!

Poi dicono che non è vero che siamo il paese del Bengodi per chi arriva dall’estero

Di cui 17.1 milioni a titolari di permesso B: ossia a quelle persone che ottengono di stabilirsi in Svizzera perché dovrebbero essere economicamente autosufficienti

In Ticino gli stranieri non stanno poi così male, a quanto pare. Eppure siamo un Cantone di razzisti. Ce lo ripetono un giorno sì e l’altro pure gli illustri “illuminati” (a furia di “illuminare”, gli si deve essere fulminata la lampadina). Quelli delle frontiere spalancate. Quelli del “dobbiamo aprirci”.

Non solo – è notizia dei giorni scorsi – nel nostro ridente Cantone gli stranieri sono ormai il 27.2% della popolazione, e delle circa 5000 persone in più censite nel 2013 i due terzi sono stranieri. Si è mai visto un paese razzista con una simile crescita della popolazione straniera? La risposta evidentemente è una sola. Cioè No.

Ma nei giorni scorsi è arrivata anche un’altra notizia interessante.

17.1 milioni ai permessi B

Fatto sta che il Consiglio di Stato ha risposto ad un’interrogazione del deputato leghista Daniele Caverzasio sui sussidi di cassa malati che vanno a beneficio di stranieri. Le cifre, riportate dalla tabella, sono esorbitanti.

In totale nell’anno di grazia 2014 saranno elargiti ben 165 milioni di franchetti di sussidi di cassa malati (il che, sia detto per inciso, già di per sé dimostra che l’attuale sistema di falsa concorrenza tra assicuratori non funziona e che quindi bisogna sostenere la cassa unica, ma questo è un altro discorso). Di questi 165 milioni, ben 60 finiscono in tasche straniere. Un po’ meno di 43 in quelle di titolari di un permesso C (domiciliati) e oltre 17 in quelle di dimoranti ossia permessi B.

Immigrazione nello Stato sociale

Quest’ultima cifra in particolare merita di venire stampata a caratteri cubitali. Oltre 17 milioni di Fr del contribuente vengono impiegati in sussidi di cassa malati a titolari di permessi B.

Qui qualcosa non quadra. Infatti il permesso B lo dovrebbe ottenere chi si mantiene con le proprie risorse. Altrimenti è immigrazione nello stato sociale. Proprio quel tipo di immigrazione che, alla faccia della libera circolazione delle persone, gli Stati membri UE stanno combattendo. Ma gli svizzerotti invece la tollerano e la incoraggiano pure: “hanno tutto il diritto  (sic!) di ricevere! Non si può (?) discriminare”! Bene, avanti così!

L’assicurazione malattia è un’assicurazione obbligatoria. Non è un optional. Sicché l’immigrato che ha bisogno di un aiuto statale per far fronte ad un’assicurazione obbligatoria non è in grado di mantenersi da solo. Pesa necessariamente sulla socialità del paese ospite – e 17 milioni all’anno non sono noccioline! – e quindi non deve ottenere il permesso B. Rispettivamente, chi lo ottiene non deve avere la possibilità di chiedere sussidi di alcun tipo.

Altro che raddoppiare le stime immobiliari per fare cassa ai danni dei proprietari di una casetta o di un appartamento, come da disegno della direttrice PLR del DFE!

Sicché ai  ticinesi che hanno una casetta e magari vivono con la sola AVS si tagliano i sussidi di cassa malati. I quali però vengono generosamente elargiti agli ultimi arrivati! Non sia mai che si rischi di venire accusati di razzismo e xenofobia!

E’ chiaro che qui ci sono 17 milioni di spesa pubblica da tagliare.

7 frontalieri

Una “chicca” il dato dei 7 frontalieri che ricevono i sussidi di cassa malati, per 16’600 Fr. Si tratta evidentemente di alcuni di quei (pochi) frontalieri che si assicurano in Svizzera con i relativi maggiori costi (ma come, secondo il presidente della commissione sanitaria della Regione Lombardia non era meglio farsi curare a Reggio Calabria che a Lugano?), che però non riescono a pagare. E naturalmente subentra il contribuente svizzerotto…

Signor Presidente, non ha nient’altro da dire al Ticino?

 Consiglio federale a Lugano all’insegna della banalità e dei luoghi comuni

Il Consiglio federale, come da copione, è arrivato in Ticino in pompa magna e quasi in corpore (mancava Ueli Maurer), con il consueto e spropositato dispositivo di sicurezza (di cosa si aveva paura? Coscienza sporca?).

Sempre da copione, la stampa di regime si è subito precipitata a sbrodolare sul “bagno di folla” e sugli applausi ricevuti da Burkhalter. Palese  l’obiettivo partitico: dimostrare che in realtà i 7 scienziati, esponenti dei partiti $torici, sarebbero apprezzati e benvoluti dalla popolazione ticinese, è solo la Lega populista e razzista che…

 

Curiosità non vuol dire apprezzamento

Va da sé che le cose stanno in modo ben diverso. Curiosità non vuol dire necessariamente apprezzamento. La presenza di sei Consiglieri federali a Lugano non è un evento che si ripete sovente: normale che ci fosse un certo grado di curiosità. Ed in Piazza Riforma non c’era né tutto il Ticino, né tutta Lugano.

Del resto non è mancato chi ha manifestato il proprio dissenso. Sia in modo pubblico con bandiere listate a lutto e striscioni, sia interpellando a tu per tu i “ministri”. La Lega ha consegnato, per il tramite del coordinatore Attilio Bignasca, la lettera che trovate pubblicata a pagina 10. Daniele Casalini (Lega) e Tiziano Galeazzi (Udc), consiglieri comunali di Lugano, hanno dal canto loro consegnato un memorandum agli augusti (?) ospiti: lo scorso dicembre Casalini e Galeazzi avevano organizzato una manifestazione a Berna per consegnare un documento alla deputazione ticinese a Berna.

 

Protesta con grande dignità

Per buona pace della stampa di regime, subita corsa a slinguazzare con le papille in salivazione massima, lunedì a Lugano il dissenso c’era ed era forte. E’ stato espresso “alla svizzera”: con grande compostezza e dignità. Le scenate napoletane non sono nel nostro DNA. Al proposito, Bertoli è stato giustamente contestato, a seguito delle sue affermazioni sul voto del 9 febbraio. Burkhalter avrebbe dovuto esserlo altrettanto, visti i suoi continui e scellerati inviti ad “aprirsi” agli eurofalliti (i quali non si sognano di “aprirsi” nei nostri confronti). Non lo è stato. I ticinesi beneducati hanno ritenuto che con il presidente della Confederazione in visita, indipendentemente dalle fregnacce che quest’ultimo racconta, bisogna essere gentili. Del resto, se ci fossero state azioni plateali, subito la stessa stampa di regime avrebbe strillato allo scandalo. Naturalmente dando la colpa al presunto “degrado” e dando la responsabilità all’odiata Lega.

Perché il problema del Ticino, va da sé, non è la devastazione del mercato del lavoro, l’immigrazione scriteriata, lo sfascio della sicurezza (anche nelle nostre abitazioni) provocata dalla libera circolazione delle persone voluta dai partiti storici e dai loro tirapiedi. Non sia mai!

 

E’ tutto qui?

Il sindaco di Lugano, Marco Borradori, nel suo discorso di benvenuto, ha auspicato che la visita del Consiglio federale segnasse una svolta nelle relazioni tra il Ticino e la Confederazione.

Ma l’intervento di Burkhalter non dà alcuna speranza in questo senso. Non una parola è stata detta sui ticinesi soppiantati dall’invasione di frontalieri, sulla viabilità collassata a causa dei 60mila veicoli “in esubero” che si riversano sulle nostre strade, sulla criminalità in aumento esponenziale grazie alle frontiere spalancate alla criminalità dell’Europa dell’Est. Solo accenni uregiateschi a generiche difficoltà.

Il resto del discorso presidenziale è stato di una banalità e di una nullità sconcertante. I soliti luoghi comuni sul sole e sul paesaggio. La solita sviolinata su AlpTransit, naturalmente omettendo la parte importante. Ossia che quest’opera – costruita per l’UE ma finanziata interamente dagli svizzerotti i quali salderanno giulivi il conto di 25 miliardi – oltre non aver generato neanche per sbaglio le ricadute promesse sull’economia ticinese (lavorano solo ditte straniere), resterà monca. Perché il proseguimento a sud è sempre più disperso nelle nebbie.

Non poteva mancare, come ciliegina sulla  torta, il patetico appello al “Ticino cuore della Svizzera”. Né il mantra degli “imminenti accordi con l’Italia”: che sentiamo, sempre uguale, da anni.

Signor presidente, non ha davvero nient’altro da dire al Ticino ed ai ticinesi?

E’ evidente che, con queste premesse, la visita del Consiglio federale a Lugano rimarrà esattamente quello che è stata: una costosissima occasione conviviale senza conseguenze pratiche.

E al contribuente resta il conto da pagare.

Lorenzo Quadri

In Francia sondaggio “choc”: per il 90.4% bisogna richiudere le frontiere

Emergenza clandestini: non sta certo a noi togliere le castagne dal fuoco all’Italia

In Italia – grazie anche alla fallimentare operazione Mare Nostrum ed agli sciagurati appelli di taluni politici locali spalancatori di frontiere – da inizio anno sono sbarcati 95mila clandestini. La situazione è drammatica. Al punto che il direttore de il Giornale, Vittorio Feltri, ha lanciato l’appello seguente: “Stranieri, state a casa vostra (…). Noi siamo cinici, ma almeno siamo franchi: girate alla larga dalla Penisola. Non illudetevi. Qui non c’è lavoro per noi, figuriamoci per voi”. E ancora: “Non imbarcatevi, perché stareste peggio qui che laggiù. Recatevi in Spagna, in Francia, dove vi garba, l’ospitalità è un lusso che non possiamo concedervi”.

Naturalmente non tutti i clandestini che sbarcano nel Belpaese ci rimangono anche. Tanti si dirigono altrove. E, per non essere obbligati a riprenderseli a seguito degli Accordi di Dublino, pare che il Ministero degli Interni italiano abbia dato ordine di non registrarli.

 

Il sondaggio de Le Figaro

Molti immigrati sono diretti in Francia. E il governo francese, per quanto di $inistra, non si fa certo problemi a rispedire alla Penisola gli asilanti di sua spettanza. Parigi li rimanda indietro a migliaia per volta. Senza tante storie. Non come gli svizzerotti, terrorizzati dall’idea di venire tacciati di razzismo e xenofobia in pomposi (?) gremi internazionali che contano meno del due di briscola.

Nei giorni scorsi il quotidiano francese Le Figaro ha lanciato un sondaggio tra i suoi lettori. La domanda posta era la seguente: “A suo parere, l’immigrazione clandestina giustificherebbe la reintroduzione delle frontiere in Europa”?
Questo il responso, che si commenta da sé:


90,4 % SI
9,6 % NO

 

Oltre il 90% dei partecipanti al sondaggio vorrebbe dunque reintrodurre le frontiere, mentre noi stiamo ancora aspettando che i nostri valichi vengano chiusi di notte, come da proposta leghista approvata dal Consiglio federale.

 

 

Gli sproloqui di Sommaruga

In un Paese europeo, Stato fondatore della fallita Unione europea, praticamente tutti vogliono richiudere le frontiere.

Ed in Svizzera, invece, che succede? Succede che la kompagna Simonetta Sommaruga – proprio quando la Francia, in applicazione degli Accordi di Dublino, restituiva al Belpaese migliaia di clandestini – dichiarava che detti accordi vanno rivisti. Rivisti in che senso? Nel senso che l’Italia, blatera la Simonetta, non può essere lasciata sola (?) a gestire l’emergenza immigrazione. In sostanza, secondo la scienziata Sommaruga, gli accordi vanno rivisti perché “non è giusto” che la Penisola si tenga gli asilanti che i trattati di Dublino le impongono di tenersi.

 

 

I conti non tornano

Ohibò, qui i conti non tornano. Per l’ennesima volta.

A piantare in asso l’Italia nella gestione – peraltro scriteriata – dell’emergenza immigrati sono stati i suoi compagni di merende dell’UE. E le castagne dal fuoco, sproloquia la Sommaruga (l’aveva peraltro fatto anche in giugno davanti al Consiglio nazionale), adesso dovremmo togliergliele noi, tenendoci asilanti che non sono di nostra competenza in base agli Accordi di Dublino?

Invece di chiudere le frontiere, come giustamente vuole fare la Francia, noi, secondo la luminare Simonetta, dovremmo fare… proprio il contrario? E per cosa? Per fare un favore alla vicina Penisola che per tutto ringraziamento ci tratta da Stato canaglia e si inventa pure le Zone economiche speciali per fare concorrenza sleale al Ticino?

 

L’Italia si faccia aiutare dagli “amici” UE

E’ scontato che, per correre in soccorso dei vicini a sud, dovremmo anche creare nuovi centri asilanti. A tutto danno della popolazione residente. Magari sul “brillante” modello inaugurato ad Oesingen (SO): l’ente pubblico acquista una villa con piscina per trasformarla in una struttura per richiedenti l’asilo. Eh già: le installazioni militari in disuso andavano bene per i cittadini svizzeri; ma per i finti rifugiati, che vanno trattati meglio dei residenti come da Diktat politikamente korretto, non sono abbastanza chic…

Se l’Italia ha bisogno di sostegno nella gestione degli immigrati, questo sostegno glielo devono fornire i suoi amichetti di Bruxelles; oltretutto sono loro ad averla lasciata con la Peppa Tencia in mano. Non la Svizzera. La Confederazione, sull’esempio del governo francese (di $inistra) deve restituire al Belpaese tutti gli asilanti di sua competenza. Senza nessuno sconto.

E va da sé che a tutti i paesi d’origine di clandestini che si rifiutano di sottoscrivere accordi di riammissione vanno bloccati gli aiuto allo sviluppo. Perché è troppo facile avere “il soldino ed il panino” facendo leva sul terrore degli svizzerotti di venire tacciati di razzismo. Il trucco  non funziona più: che si sappia.

Lorenzo Quadri

Ma come, non dovevano essere di importanza fondamentale per il futuro dell’Europa? L’UE taglia i fondi, programmi Erasmus a rischio

Ma guarda un po’: per l’ennesima volta la Lega aveva ragione e a noi a questo punto scappa anche un po’ da ridere. Il settimanale italiano L’Espresso, quindi non il Mattino della domenica, ha pubblicato la scorsa settimana un’interessante notizia in merito ai programmi Erasmus. “Gli è che” la stessa Unione europea intende decurtare i contributi e quindi l’intera costruzione rischia di venire a cadere. Già nel 2012 i programmi di scambi di studenti erano stati salvati dall’accetta dei risparmi per il rotto della cuffia. Quest’anno, ha dichiarato l’europarlamentare intervistato dal periodico italiano, i tagli sono ancora più estesi.

 

Il silenzio della stampa di regime

 Va da sé che alle nostre latitudini l’informazione di regime si è ben guardata dal dare una qualsivoglia risonanza alla notizia. Ovviamente perché va ad azzoppare uno dei cavalli di battaglia dei sabotatori della democrazia diretta; di quelli che tentano di fare il lavaggio del cervello alla gente con il ritornello del voto del 9 febbraio da rifare (perché non va bene a loro).

Si ricorderanno i quantitativi industriali di panna che erano stati montati sull’esclusione della Svizzera dai programmi Erasmus, che hanno un costo spropositato e che vengono seguiti solo dall’1,5% degli studenti  rossocrociati (ovvero: il 98.5% non li segue).

L’esclusione, squallida ritorsione degli eurofalliti nei confronti di un voto democratico (ma figurarsi se da Berna è giunto anche un solo “cip” di protesta, non sia mai: è invece partita la campagna denigratoria contro la democrazia diretta che osa non dare ragione alla “casta” e adesso la pagherà, eccome che la pagherà…) è stata dipinta come una specie di lutto nazionale. Mancavano solo le bandiere a mezz’asta. La ro$$a SSR, faziosa come sempre, è corsa a produrre trasmissioni sulle conseguenze catastrofiche che la decisione di Bruxelles avrebbe avuto sull’alta formazione in Svizzera; come se le università di punta a livello mondiale fossero nei paesi aderenti ad Erasmus. E avanti con la solita orgia di accuse agli svizzerotti, beceri e provinciali, che votando sbagliato hanno compromesso il futuro dell’eccellenza (altro termine da utilizzare qua e là, come il prezzemolo, perché “fa chic”) elvetica in campo formativo. Avanti con le apparizioni di Mauro Dell’Ambrogio, per meriti partitici Segretario di Stato alla formazione, che sfoderava la faccia da funerale biascicando fosche profezie, una sorta di Nostradamus “de noartri”.

 

Ed invece…

Ed invece dopo un po’ si è scoperto che:

1)      i programmi Erasmus erano già a rischio prima del 9 febbraio, infatti l’UE aveva chiesto che la Svizzera versasse, per poter partecipare a dei programmi utilizzati solo dall’1.5% degli studenti universitari, qualcosa come 376 milioni di Fr, quando le Camere federali ne avevano autorizzati 185.

2)      i programmi Erasmus sono di importanza così fondamentale in Europa che la stessa UE taglia i fondi con la motosega e probabilmente farà saltare tutto. Ohibò, vuoi vedere che forse per la stessa DisUnione tali programmi non sono poi così fondamentali e, per l’ennesima volta, gli unici a bersela sono gli svizzerotti?

Quest’ultimo sviluppo è l’ulteriore dimostrazione che il voto del 9 febbraio è un bene per la Svizzera e non certo il contrario. Non diamo retta a chi continua a suonare il trito ritornello della denigrazione. Non diamo retta a chi continua a ripetere una panzana per farla sembrare vera. La maggioranza del popolo svizzero ha preso la propria decisione con scienza e coscienza. E’ troppo facile dire che le uniche votazioni giuste sono quelle che danno ragione alla casta.

Lorenzo Quadri

Nuovo centro asilanti di Losone: Alla faccia della gente e delle procedure

Come volevasi dimostrare,  la Confederazione  – che quando si tratta di farsi valere con gli eurofalliti si arrampica sui vetri alla ricerca di ogni e qualsiasi cavillo legale per NON farlo – si è messa in testa di regalare a Losone, e quindi al Locarnese, un centro asilanti “nuovo di zecca”. Alla faccia della popolazione residente (contraria, con tanto di petizione). E alla faccia della valenza turistica della regione.

A Berna si sono messi in testa di aprire il nuovo centro asilanti e procedono spediti: alla faccia della legalità e delle rispetto delle procedure. Infatti i lavori di trasformazione dell’ex caserma sono cominciati prima che il Tribunale federale decidesse sull’effetto sospensivo chiesto dal Guastafeste Giorgio Ghiringhelli per un suo ricorso contrario alla nuova struttura. Non c’è bisogno di essere dei principi del foro per sapere che i lavori non potevano iniziare senza che ci fosse una decisione – negativa – del TF sull’effetto sospensivo.

La decisione non c’è stata. Ma la Confederazione ha iniziato comunque i lavori ed ha risposto alle proteste del ricorrente, Ghiringhelli, con una lettera piena di scuse inverosimili. In sostanza i diritti dei cittadini vengono bellamente ignorati perché il nuovo centro asilanti sarebbe “urgente”.

Il centro in questione sarà una succursale di quello di Chiasso, quindi gestito direttamente dalla Confederazione. Ed i problemi che esso provoca sono universalmente noti. La storiella secondo cui a Losone verranno ospitati solo casi non problematici (cioè famiglie) è l’ennesima fanfaluca federale. Punto primo: la kompagna Simonetta non si sogna di fare trattamenti di favore per il Ticino. Punto secondo: i casi non problematici si contano sulle dita di una mano e andranno distribuiti equamente nel Paese. La stragrande maggioranza dei finti rifugiati sono tutti giovani uomini soli (quanti evasi dalle patrie galere?). Che non si tratti di stinchi di santo lo dimostra la cronaca della vicina Penisola. In un caso, i finti rifugiati si sono rivoltati perché l’albergo (sic!) destinati ad ospitarli si trovava in un paesino isolato, mentre loro volevano andare in una città (per spacciare meglio?). In un altro caso, due clandestini hanno violentemente aggredito gli operatori sociali perché volevano subito la  “paghetta” di 80 euro.

E perché i lavori all’ex caserma di Losone sarebbero “urgenti”? L’emergenza clandestini ce l’ha l’Italia. Questo è fuor di dubbio: del resto se l’è anche andata in parte a cercare con la deleteria operazione mare nostrum.

 L’urgenza ce l’hanno anche, per ovvi motivi comunitari, gli amici di merende UE . Che hanno però piantato in asso l’Italia nella gestione dei clandestini. Infatti Francia ed Austria li rimandano tutti nel Belpaese. E noi cosa c’entriamo? Urgente è rispettare la volontà dei cittadini, cara kompagna Sommaruga. Non certo togliere le castagne dal fuoco all’Italia facendoci carico di clandestini che non ci spettano. Tanto più che sappiamo benissimo come verremo ricompensati. Sia dalla vicina Penisola che dai di lei compagni di merende della fallimentare Unione europea.

Lorenzo Quadri

Ticino: 4000 occupati in più… tutti frontalieri! Avanti con la moratoria sui permessi G!

Ma come, non dovevano essere tutte balle della Lega populista e razzista? E invece ancora una volta –  non è certo la prima: lo scenario si ripete desolatamente uguale da anni – si “scopre” la seguente realtà di fatto. Nel primo trimestre 2014 in Ticino c’erano 4000 occupati in più rispetto allo stesso periodo dell’ anno precedente. Nello medesimo lasso di tempo, il numero dei frontalieri è aumentato di 4000. Non ci vuole un premio Nobel per l’economia per capire cosa questo significhi: l’intera crescita occupazionale in Ticino è andata a beneficio dei frontalieri. Non dei ticinesi. La “lieta novella” è stata divulgata dal GdP di venerdì.

Vanno notate e sottolineate due cose.

Primo. Il concetto di “occupato” (utilizzato per fare le statistiche) è assai diverso da quello, terre à terre, di “persona che lavora”. Si può essere “occupati” in senso statistico lavorando un’ora alla settimana. Quindi la crescita reale dell’economia ticinese è ben diversa da quella che emerge dalle statistiche “belle a committente loro”. Statistiche il cui obiettivo politico è sempre lo stesso: tentare di far credere che in fondo la devastante libera circolazione delle persone non è poi quello sfacelo che dicono i soliti populisti e razzisti.

Secondo: il numero degli occupati è superiore (ovviamente) a quello dei frontalieri. Questo significa che la crescita dei frontalieri è nettamente più rapida di quella, arrancante, del mercato del lavoro ticinese.

I frontalieri hanno infatti da vari mesi sfondato la soglia di 60mila presenze. Non si tratta certo di una soglia psicologica. La soglia è molto pratica. I posti di lavoro che mancano ai ticinesi non sono uno stato d’animo. Sono una triste realtà, che coinvolge persone di tutte le età. Dagli apprendisti in su. Le decine di migliaia di automobili con targhe “I” che quotidianamente “infesciano” le nostre strade ed autostrade, rendendo impossibile circolare, non sono una fantasia.

 

56% nel terziario

Sempre per la serie “chi l’avrebbe mai detto”, i frontalieri aumentano soprattutto nel settore terziario. Dove lavora il 56% di essi. Viene così definitivamente sbugiardata la fregnaccia degli spalancatori di frontiere, secondo cui i frontalieri sarebbero “indispensabili all’economia ticinese perché fanno i lavori che i ticinesi non vogliono più fare”. Questa patetica panzana  è sotterrata dai fatti: i nuovi frontalieri soppiantano i residenti sul mercato del lavoro. Non colmano delle lacune. Si sostituiscono ai ticinesi. E non dimentichiamoci dei 258 frontalieri che lavorano per il Cantone: naturalmente non si trovavano dei candidati ticinesi, nevvero?

Né la situazione è destinata a migliorare. Nella provincia di Varese, che non è la più scalcagnata del Belpaese, un giovane su due non ha lavoro. Quindi la pressione sul mercato del lavoro ticinese non è destinata ad allentarsi, ma proprio il contrario.

 

Intanto…

E intanto, al di qua del confine, cosa succede? Succede che il presidente del Consiglio di Stato dice, ripete e ri-ripete che bisogna rifare il voto del 9 febbraio perché i frontalieri non si devono contingentare. Il presidente della Confederazione Didier “Dobbiamo aprirci all’UE” Burkhalter, PLR, arriva a Lugano con 5 colleghi a fare promozione dell’immagine del proprio collegio (messa decisamente maluccio, e ce n’è motivo). Parla del sole, del paesaggio e del cuore della Svizzera al Gottardo. Non una parola sui ticinesi che non hanno lavoro poiché soppiantati dai frontalieri. Non una parola su ditte ed artigiani ticinesi alla canna del gas a causa della concorrenza sleale dei padroncini.

Intanto la direttrice PLR del DFE invece di prendere misure d’urgenza per ridurre il numero dei frontalieri, si trincera dietro la foglia di fico del “margine di manovra nullo”.

 Il Ticino non è solo Cantone. E’ anche Repubblica. Sta scritto anche sulla carta intestata. Compresa quella sulle scrivanie della direzione del DFE. Sicché il margine di manovra c’è  eccome. Lo dicono anche a Berna.  Ma per la ministra ticinese delle Finanze “il margine di manovra è nullo”.

Ed intanto si continuano a rilasciare a spron battuto nuovi permessi G. Nel terziario. Per lavori d’ufficio. Dove si sa benissimo che ogni frontaliere in più che lavora è un ulteriore disoccupato ticinese.

Il 70% dei ticinesi, oltre sette mesi fa, vota i contingenti per frontalieri. Perché il Cantone non può fare “obiezione di coscienza” e rifiutarsi di rilasciare nuovi permessi per quei frontalieri che si sa benissimo che andranno a soppiantare i residenti? Ci vuole tanto a decidere che, per rilasciare un nuovo permesso per frontaliere, per qualche motivo amministrativo-burocratico, d’ora in poi ci vorranno 9 mesi e non più tre giorni?

Lorenzo Quadri

San Gallo: sparatoria in moschea: Ancora criminalità e degrado d’importazione

E che nessuno venga a raccontare, per l’ennesima volta, la fanfaluca del “caso isolato”!

Il grave fatto di sangue verificatosi venerdì in una moschea di San Gallo ben dimostra quale “arricchimento” ci ha portato la deleteria politica delle frontiere spalancate. Dimostra anche, ma non ce n’era bisogno, che il multikulturalità è completamente fallita.

L’accaduto è noto: un 51enne serbo ha ucciso a colpi di arma da fuoco un coetaneo svizzero di origine albanese all’interno del luogo di preghiera. Si sarebbe trattato di una vendetta per un omicidio risalente a 18 anni fa.

Ma come: gli stranieri che vivono in Svizzera non erano tutte    persone di specchiata onestà? Ma come, i crimini commessi da stranieri non erano tutta una montatura della Lega populista e razzista? Ma come, le naturalizzazioni facili non erano anch’esse frutto della fantasia malata dei leghisti razzisti? Ma come, immigrazione non era uguale a ricchezza? Ma come, le comunità straniere di altre culture non erano tutte perfettamente integrate?

Invece, grazie alla politica delle frontiere spalancate e dell’immigrazione scriteriata all’insegna del “venghino siori venghino che c’è posto e soldi per tutti, tanto gli svizzerotti pagano”, ci siamo portati in casa anche i regolamenti di conti tra albanesi e serbi. Che avvengono addirittura in una moschea: quindi in un luogo di preghiera. Evidentemente ci sono comunità “in arrivo da paesi lontani” e “appartenenti ad altre culture” che credono di  vivere in Svizzera esattamente come vivevano a casa loro:  faide sanguinose comprese, ovviamente. Perché cambiare, si chiedono lorsignori? Tanto gli svizzerotti, pur di non rischiare di essere additati come “xenofobi”, non osano chiederci nulla; men che meno ci impongono qualcosa.

 

Buonisti

Tale situazione deleteria si è creata per colpa dei buonisti politikamente korretti e spalancatori di frontiere. Quelli che, davanti ad ogni crimine commesso da uno straniero, se ne escono col ritornello del “bisogna capire, ha un passato difficile…”. Quelli che accusano chi non ci sta a portarsi in casa di tutto e di più di essere un “becero razzista e xenofobo”. Quindi un reietto che deve solo vergognarsi. E che certamente non ha diritto di parola. Del resto questo diritto, va da sé, è prerogativa esclusiva degli spalancatori di frontiere. Perché loro sono i “buoni” per definizione. Così vuole la “morale” bacata del politikamente korretto.

 

“Bisogna aprirsi”

Intanto non ci vuole una fantasia particolarmente perversa per immaginare che l’assassino serbo sconterà la pena in Svizzera, andando ad ingrossare ulteriormente le fila dei delinquenti stranieri che affollano le nostre carceri.

Le affollano, va da sé, a nostre spese.

Al penitenziario cantonale della Stampa, tanto per fare un esempio noto a tutti, l’80% dei detentuti è straniero. Ed ogni carcerato costa – secondo la versione ufficiale del CdS – 330 Fr al giorno. Ma queste cose non si possono dire: è xenofobia! E’ razzismo!

Né ci si può aspettare che gli episodi reiterati – altro che ripetere come un mantra la fregnaccia dei “casi isolati” – di degrado e delinquenza dovuti a stranieri, come l’omicidio in moschea a San Gallo, porteranno ad un giro di vite nella politica migratoria elvetica. Ma quando mai! “Bisogna aprirsi”!

Lorenzo Quadri