Nuova camera per l’ebola all’Ospedale civico di Lugano Ma come, mica non c’era nessun rischio?

E’ notizia di giorni scorsi che all’Ospedale civico di Lugano è stata creata una stanza di isolamento per l’ebola.

Ma guarda un po’, direbbe qualcuno. Non sono certo passati secoli da quando un medico cantonale, il “nostro”,  ci aveva assicurato che non c’era nessun rischio di contagio alle nostre latitudini; ma quando mai.

Nella vicina Penisola, grazie alla fallimentare ed autolesionistica operazione Mare nostrum, e grazie all’influenza sciagurata della $inistra spalancatrice di frontiere, i clandestini sbarcano a migliaia al giorno. In passato l’Italia adottava una politica di respingimento simile a quelle della Spagna e della Grecia. Poi il vento è cambiato. Ovviamente in peggio. Con l’operazione Mare Nostrum il Belpaese è diventato, volontariamente, “il ventre molle dell’Europa in materia di immigrazione”: lo ha scritto il Washington Post, non il Mattino della domenica.

Le conseguenze, è ovvio, non si limitano al Belpaese. Le scontano anche le nazioni confinanti, a cominciare dalla nostra. Altro che “dobbiamo aiutare l’Italia” come ama pappagallare la ministra di Giustizia kompagna Simonetta Sommaruga, la quale evidentemente condivide quelle politiche di “apertura” che hanno fatto dell’Italia il “ventre molle”. Roma cominci a cambiare rotta; poi ne riparliamo.

Spalmati sul territorio

Come noto, ed ammesso anche pubblicamente, il Belpaese non registra i finti rifugiati per non doverseli poi riprendere nel caso in cui questi ultimi presentassero domanda d’asilo in un altro Stato firmatario degli accordi di Dublino. Questo evidentemente favorisce la mobilità: si tratta infatti di un invito a smammare altrove.

Non per nulla i clandestini vengono semplicemente scaricati a centinaia alla stazione di Milano. Che non è lontanissima dai nostri confini. (ed infatti uno degli imbarazzanti progetti che il Consiglio di Stato vorrebbe far finanziare dal contribuente col credito da 3.5 milioni per expo 2015 si chiama proprio “all’expo in bicicletta”).

Visto che arrivano clandestini da paesi in cui imperversano ebola e tubercolosi, non si può ragionevolmente immaginare che gli sbarchi di massa in Italia con relativa “spalmatura” degli asilanti sul territorio europeo non comporti, tra l’altro, anche dei problemi sanitari. Che in Italia sono una realtà. Il governo per nascondere la verità – e prendere per i fondelli i cittadini – deve ricorrere a dozzinali giochetti semantici: ci si trastulla con l’equivoco tra “militari” e “poliziotti”; con i distinguo tra “malati” e “contagiati”.

Presto in Ticino…

E’ evidente che la questione sanitaria già attuale a Milano interesserà ben presto anche il Ticino. Se così non fosse, non si spiegherebbe l’investimento dell’ente ospedaliero (e nümm a pagum) per la creazione di una camera d’isolamento per l’ebola. Sarebbe uno spreco di soldi pubblici. Del resto il “modus operandi” è sempre lo stesso. Il paradigma è quello standard della presa per il “naso”. Prima si dice che non c’è rischio. Poi si cominciano a preparare strutture apposite perché, ci mancherebbe, il rischio è irrisorio, “ma non si sa mai”. Poi arriva il contagio.

Chiudere le frontiere

Intanto la Simonetta “dobbiamo aiutare l’Italia” Sommaruga impone nuovi centri di registrazione ai Comuni (vedi Losone). La Legge federale ha dato alla Confederazione gli strumenti per obbligare i Comuni ad accettare simili strutture sul loro territorio. Anche perché, in caso contrario, non le vorrebbe nessuno. Nemmeno quegli enti locali con maggioranze di $inistra, che predicano l’accoglienza – ma rigorosamente in casa d’altri. Nel frattempo anche in paesi non confinanti con la Penisola, segnatamente in Germania, si parla di chiudere le frontiere. Ma da noi guai: eresia! Populismo! Razzismo! Dobbiamo aiutare l’Italia (in cambio di cosa?).

Lorenzo Quadri

Cassa malati: come da copione l’ennesimo furto è servito! Ci fregano ancora una volta!

Ma il Beltracontento direttore del DSS intende o no contestare l’aumento del 3.2% appioppato al nostro Cantone, un aumento inaccettabile dal momento che abbiamo ancora in ballo oltre 380 milioni di Fr di premi di cassa malati pagati in eccesso che non ci verranno risarciti?

 C’è ancora qualche ora di tempo per votare Sì alla cassa malati unica!

Ma chi l’avrebbe mai detto: anche quest’anno è arrivata la notizia degli aumenti di premio di cassa malati. Un triste ritornello che si ripete sempre uguale. Il Ticino, bontà federale, si troverà con una pillola leggermente (ma proprio solo leggermente) inferiore alla media nazionale: aumento medio del 3.2% invece del 4%.

Ovviamente bisogna considerare che:

1)     3,2% è una media: quindi c’è chi si troverà a fare i conti con rincari ben superiori;

2)     Bisogna poi vedere come si traduce in cifre un aumento medio del 3.2% per – ad esempio – una famiglia di 4 persone.

Interessante poi la tempistica della comunicazione, a pochi giorni dalla chiusura delle urne per la votazione federale sull’iniziativa per una cassa malati unica. Si specula sul fatto che la maggior parte della gente ha già votato?

Aumento inaccettabile

Un aumento vicino alla media svizzera non è accettabile per il Ticino. Questo è un dato di fatto. E qui ricordiamo per l’ennesima volta – qualcuno sembra infatti avere la memoria assai corta – che al nostro Cantone negli ultimi 18 anni sono stati fatti pagare 450 milioni di Fr di premi in eccesso; e di questi ne verranno restituiti solo 68. Un simile alleggerimento dovrebbe vietare aumenti di premio per il nostro Cantone per “tot” anni.  O comunque, gli aumenti per il Ticino, per risistemare il passato, dovrebbero essere nettamente inferiori a quelli a carico di chi, per anni, ha indebitamente ricevuto. Questo se si volesse essere equi. Ma è chiaro che le cose non stanno così.

Infatti, l’aumento più contenuto della Svizzera è quello indicato per il Canton Berna. Il quale però ha lungamente beneficiato di travasi. Travasi finanziati anche dal nostro Cantone. Ovvero da noi.

Questo significa dunque che le storture, leggi la quasi ventennale rapina a danno dei ticinesi, sono lungi dall’essere state corrette. Se correzione ci fosse, infatti, gli amici bernesi si troverebbero con aumenti a due cifre, di cui la prima non sarebbe un uno. Invece sono i più avvantaggiati di tutti. Il loro aumento di premio medio 2015 è il più basso della Svizzera: 2.7%. Si va avanti a compensare e soprattutto a penalizzare chi deve invece essere risarcito.

E il DSS cosa fa?

Bisognerebbe anche capire come si arriva a quel più 3.2 per cento scaricato sul groppone del Ticino.  O magari si programma di sbolognare il pacchetto a scatola chiusa? Dopo che il Ticino può vantare un credito di 382 milioni di franchetti di premi di cassa malati pagati in eccesso dal 1996 ad oggi, si immagina di presentare l’ennesima pillola come se fosse la verità rivelata? Senza spiegare per filo e per segno come si arriva a questo 3.2%? Chi si crede di menare per il “naso”?

 “Gli aumenti ci saranno sempre” dice il Beltracontento. Ma questi aumenti non si giustificano. Al Beltracontento sta bene che veniamo defraudati di oltre 380 milioni di Fr e per giunta ci cucchiamo il rincaro del 3.2%?

Dire “ci aspettavamo meno” non aiuta granché. Il nuovo aumento sarà contestato oppure no? Se non lo sarà, perché?

18 anni di LAMal non sono bastati ad imparare la lezione. Le storture continuano. Se qualcuno non avesse ancora votato sulla cassa malati unica, ha ancora qualche ora di tempo per farlo.

Lorenzo Quadri

Nuovo scandalo nella socialità allegra: Giovani problematici in barca a vela a 160mila Fr all’anno

Perché, invece, non li mandano a lavorare sui cantieri? Forse perché in questo caso qualcuno non avrebbe il suo rendiconto?

Dopo il Caso Carlos, dopo la famiglia di asilanti eritrei che costa al contribuente 60mila Fr al MESE (non all’anno; vedi articolo a pagina 16) ecco che arriva un ulteriore esempio di come l’ “industria della socialità” sperpera senza ritegno e senza un minimo di coscienza i soldi del contribuente.

Nel Canton San Gallo un 14enne problematico, indicato con lo pseudonimo di Marco, è stato mandato a fare un giro in barca a vela della durata di 40 settimane, al costo di 160mila franchetti. La “gravosa punizione” è stata imposta dall’autorità tutoria di Linth al ragazzo, residente a Schmerikon.  

Il veliero si trova da maggio nell’Atlantico. La crociera è organizzata da una Fondazione  che si occupa di aiutare giovani problematici tra i 14 ed i 18 anni a reintegrarsi nella società.

Sulla barca ci sono 16 “utenti”, ognuno dei quali costa 430 Fr al giorno.

Quindi Marco non è un “caso isolato”, per utilizzare la scusa cui fanno  puntualmente ricorso i politikamente korretti per giustificare ogni aberrazione – specie se diretta conseguenza delle frontiere spalancate.

Per certuni, ogni delinquente straniero è un caso isolato, ogni Carlos è un caso isolato, ogni famiglia di asilanti che costa oltre 700mila Fr all’anno è un caso isolato; e, da un caso isolato all’altro, ci si ritrova con alla Stampa l’80% di detenuti stranieri.

 

“I problemi peggiorano”

La crociera di Marco dovrebbero pagarla i familiari ma, visto che non se lo possono permettere, il conto graverà sul groppone del contribuente.  Al danno si aggiunge la beffa: la madre del giovane ha infatti dichiarato che, ben lungi dal migliorare, in crociera i problemi comportamentali del figlio peggiorano. E al suo ritorno non avrà nemmeno un diploma scolastico.

 

Sito chiuso

Stranamente il sito degli organizzatori di crociere per giovani problematici, www.jugendschiff.ch, dopo lo scoppio dello scandalo non è più accessibile (chissà come mai?). Ma il quotidiano di Rapperswil Obersee Nachrichten – il primo a portare alla luce l’ennesimo caso di abuso sociale pagato dal contribuente – ha pubblicato una delle foto che appaiono sul portale. Vi si vede un gruppo di ragazzotti sorridenti, rilassati ed abbronzati, in costume da bagno; parecchi dei quali evidentemente “non patrizi”.

 

A chi mancheranno i soldi?

E’ sempre più evidente che l’industria sociale, gestita dalla solita corrente politica, è andata del tutto fuori rotta. Gli esempi si sprecano. Oltre quelli elencati, ricordiamo anche – in Ticino – l’asilante minorenne che costava 8114 Fr al mese, o l’ultima pensata friborghese di proporre (a carico del contribuente) dei corsi alle signore in assistenza per imparare a truccarsi.

Simili derive, dalla crociera in barca a vela per giovani problematici al caso Carlos, dimostrano che si è perso il controllo. Piatto ricco mi ci ficco, recita il noto proverbio: e così in tanti “fornitori di prestazioni” si sono inseriti con successo nel business della socialità, lucrandoci alla grande. Tanto il conto lo paga il contribuente. Il pretesto è sempre lo stesso: giustificare i più balzani progetti pro sacoccia come “risposta a dei bisogni”; e si sa che ogni presunto bisogno a $inistra diventa un diritto, e che sui diritti non si transige.

 

Nessuno sembra rendersi conto che i soldi impiegati per mantenere una famiglia di asilanti a 60mila Fr al mese, per foraggiare i corsi di Thai Boxe al delinquente straniero Carlos, per la crociera da 160mila Fr a “Marco” mancheranno poi per le esigenze dei normali cittadini contribuenti, che finiscono sempre sacrificate.

 

Come la rana

Perché invece di mandare il 14enne problematico in crociera a spese del contribuente non lo si manda a lavorare su un cantiere? Forse perché, se così si facesse, certuni “imprenditori del sociale” non potrebbero tettarci dentro senza ritegno?

Lorenzo Quadri

Consiglio nazionale: si è conclusa venerdì la sessione estiva Gottardo e tasse dei frontalieri, “en plein” ticinese

In Consiglio nazionale tre temi importanti per il Ticino hanno contraddistinto la sessione parlamentare autunnale conclusa venerdì: il San Gottardo, il postulato Quadri sulla fiscalità dei frontalieri e le “novità” in materia di trattative fiscali con l’Italia.

Il traforo di risanamento del San Gottardo è stato approvato con una maggioranza sufficientemente confortevole, per quanto la partita a livello di votazione popolare sia ancora tutta da giocare. E’ però significativo il fatto che i deputati romandi dei partiti borghesi abbiano quasi tutti sostenuto il secondo tunnel. Ad opporsi in blocco è rimasta dunque solo l’ala ro$$o-verde, contraria per motivi ideologici, ma incapace di proporre alternative per il risanamento del tunnel autostradale (si limita a ripetere che bisogna fare “ben altro” senza naturalmente dire cosa “altro).

Trattative arenate

Per quel che riguarda le trattative con la vicina ed ex amica Penisola, le risposte alle interpellanze Merlini sul tema non fanno che confermare quel che già si sospettava, “et pour cause”.

 Altro che sottoscrizione di accordi in tempi rapidi, come raccontavano in giugno, mentendo per l’ennesima volta, la ministra del 5% Widmer Schlumpf ed il reggicoda De Watteville. Le negoziazioni sono sempre impantanate. E’ chiaro che la parte italica tira a campare, tanto gli svizzerotti sono fessi e non si accorgono di niente: i ristorni dei frontalieri a giugno li hanno versati. E, ora del prossimo giugno, si vedrà…

Non solo: a quanto pare a Montecitorio si stanno consolidando proposte discriminatorie per la Svizzera in materia di “voluntary disclosure”. E noi dovremmo continuare a versare i ristorni dei frontalieri – nel frattempo saliti a oltre 61 milioni, a diretta conseguenza dell’esplosione del frontalierato – partecipare ad Expo2015,  e via elencando?

Il postulato

Ma il tema per noi più importante, e che ha fatto assai discutere (e panicare) anche oltreconfine, è quello riguardante la fiscalità dei frontalieri. E’, questo, uno dei “cavalli di battaglia” della Lega, che altri hanno poi tentato di scopiazzare. Il riferimento è all’approvazione, da parte della grande maggioranza del Consiglio nazionale, del postulato di chi scrive, che chiede che i frontalieri siano tassati in base alle aliquote italiane. Quindi come i loro connazionali che lavorano in Italia.

Si tratta di una bella vittoria per il nostro Movimento e per tutto il Cantone. E’ vero che il postulato – presentato nel 2012 – non diventa realtà dall’oggi al domani, che l’iter è lungo mentre  le trattative sulla fiscalità dei frontalieri sono in corso adesso. Ma è altrettanto  vero che il segnale politico dato al Consiglio federale, e quindi il compito assegnato ai negoziatori, è inequivocabile. I frontalieri devono pagare molte più tasse. Il mercato del lavoro ticinese deve diventare meno attrattivo per l’invasione da sud. E il Cantone deve incassare più soldi. L’agitazione generata Oltreconfine dalla notizia – sebbene riportata in modo confuso dai media italiani – è anch’essa un segnale importante. 

Se comincia a spargersi la voce che gli svizzerotti, contrariamente dai loro governanti, non sono poi così fessi da continuare a stare a guardare, magari nascondendosi dietro il patetico paravento del “margine di manovra nullo”, mentre il loro mercato del lavoro viene sfruttato come valvola di sfogo per la catastrofe occupazionale italiana, e mentre tutti i posti di lavoro creati vengono immediatamente occupati da frontalieri, avremo solo da guadagnarci.

Lorenzo Quadri

Protezione del segreto bancario per gli svizzeri: Ennesima iniziativa – Xerox

Quando la Lega raccolse le firme per ancorare il segreto bancario nella Costituzione, venne spernacchiata dagli stessi che adesso vogliono chiudere la stalla quando i buoi sono già scappati. E il PPDog non può da un lato sostenere il segreto bancario e dall’altro mantenere in carica contro la volontà popolare la ministra del 5% che lo ha svenduto senza contropartita: o di qua o di là!

L’iniziativa popolare “sì alla protezione della sfera privata” è riuscita a raccogliere le 100mila firme necessarie alla sua riuscita. Se la cancelleria federale confermerà che il numero minimo  di sottoscrizioni per chiamare la popolazione alle urne è stato raggiunto, si andrà a votare. Sempre che, per allora, ci sarà ancora qualcosa su cui votare.

L’iniziativa in questione, sotto il titolo volutamente generalista, mira – giustamente – a salvare i rimasugli del segreto bancario almeno per i cittadini svizzeri.

Eh già: la ministra del 5% Widmer Schlumpf, in carica contro la volontà popolare ma a seguito degli intrallazzi tra $inistra ro$$o-verde ed uregiatti, ha svenduto il segreto bancario elvetico senza contropartita. Poi ci si chiede come mai alla BSI a Lugano lasciano a casa, nel silenzio più assordante, 130 persone (quanti ticinesi? Quanti frontalieri? I ticinesi partono ed i frontalieri, rispettivamente i neo-assunti permessi B restano?). 

I Cantoni bussano

Capita dunque che ora anche i governi cantonali bussino alla porta: perché noi, che siamo cantoni elvetici, non possiamo ottenere quelle informazioni sulle relazioni bancarie dei nostri concittadini che sono invece accessibili a governi di paesi stranieri per quel che riguarda i loro concittadini? E chi siamo noi, i figli della serva?

Ed infatti la ministra del 5%, telecomandata dalla $inistra cui deve la cadrega, vorrebbe abolire il segreto bancario anche per i cittadini svizzeri. Prima ha negato di avere simili deleterie intenzioni: ma, come spesso accade, mentiva. Ed infatti poche settimane dopo è uscita allo scoperto. Sappiamo che il Consiglio federale le ha dato l’altolà; ma per quanto tempo ancora?

Non solo: la ministra del 5% ha anche detto ufficialmente (risposta ad atti parlamentari di chi scrive) che non ci vuole un’altra amnistia fiscale: quindi ai cittadini elvetici verrà tolto il segreto bancario ma senza però concedere la possibilità di mettersi in regola. I moralisti non vogliono.

Alcune puntualizzazioni

Che l’iniziativa “sì alla protezione della sfera privata” sia riuscita è senz’altro positivo: in votazione, dunque, bisognerà  depositare nelle urne un SI’. Tuttavia un paio di cosette vanno ricordate. Perché, come diceva Totò, “Accà nisciuno è fesso”.

Primo:  Nel 2009 il Nano lanciò un’iniziativa popolare per ancorare il segreto bancario nella Costituzione federale. I promotori dell’iniziativa  sulla protezione della sfera privata, ed in particolare PLR ed UDC, rifiutarono di sostenerla, ed anzi la spernacchiarono: iniziativa inutile, sentenziavano  i grandi scienziati con la consueta supponenza: “il segreto bancario è già sufficientemente garantito”! Ed infatti era così “garantito” che è stato smantellato senza contropartita.

Secondo: i promotori di questa nuova iniziativa hanno interpellato la Lega solo in seconda battuta, quando l’iniziativa era già pronta. Dopo essersi accorti non solo della gaffe, ma soprattutto che, se volevano che l’iniziativa avesse delle chance di riuscita in Ticino, non si poteva tagliar il nostro Movimento. Quindi: ancora una volta l’ex partitone prima denigra le proposte della Lega, poi le fotocopia malamente e tenta di spacciarle per sue. Siamo quindi davanti all’ennesima iniziativa-Xerox: una circostanza che si ripete con desolante frequenza.

Terzo: i rappresentanti PPDog che promuovono queste iniziative (che, come detto, la Lega condivide trattandosi di fotocopie di proposte del nostro Movimento) dovrebbero ricordarsi grazie ai voti di chi la ministra del 5% è in carica contro la volontà popolare a fare i disastri che sta facendo – e che continuerà a fare: forse proprio con i voti degli uregiatti? Cari amici PPDog, Widmer Schlumpf l’avete messa lì voi, e l’avete pure confermata nel 2011: sbagliare è umano, perseverare diabolico. Per cui, adesso è inutile che veniate a fare le verginelle…

Lorenzo Quadri

Autorizzare l’incesto: l’allucinante proposta è solo l’inizio? Il prossimo passo sarà legalizzare la poligamia?

Visto che ci sono sempre più immigrati musulmani, ben presto arriverà l’intellettualino da strapazzo di turno a sostenere che “dobbiamo aprirci” anche su questi temi

Non c’è limite al peggio: in Germania il Consiglio d’etica tedesco propone di legalizzare l’incesto tra fratello e sorella. Secondo l’illustre e senz’altro indispensabile gremio, la penalizzazione di questo tipo di rapporti sarebbe contrario al diritto all’autodeterminazione sessuale. Uella!

Si potrebbe semplicemente liquidare la notizia come l’ennesima inutile (e anche raccapricciante) deriva di organismi inutili che non hanno, è evidente, temi più importanti di cui occuparsi. Ci piacerebbe proprio sapere da quale esigenza sia dettata una simile presa di posizione. Ci piacerebbe anche sapere  quanto costa al contribuente germanico il Consiglio d’etica tedesco, e come possa, il contribuente, accettare che i propri soldi vengano sperperati in questo modo. Ma, non essendo noi tedeschi, la questione è puramente accademica. Abbiamo già i nostri di problemi. A quelli degli amici teutonici, ci pensino loro.

E tuttavia, se nel marasma del web abbiamo notato questa notizia, un motivo c’è. Anzi, addirittura due. Questo al di là dell’aberrazione della proposta, che è oggettivamente ed irrevocabilmente ripugnante.

1)     Vediamo già arrivare la prossima mossa. Dopo l’autorizzazione dell’incesto, quella della poligamia. Perché in Europa (Svizzera compresa) ci sono sempre più immigrati musulmani e quindi “dobbiamo aprirci”. Noi, naturalmente. Siamo noi che dobbiamo scardinare i nostri principi, compresi quelli fondamentali, per accontentare gli ultimi arrivati. I quali, sia detto per inciso, nei loro paesi ben si guardano dal fare altrettanto. Non sono mica fessi. Altri, invece, evidentemente lo sono. E tanto.

2)     Non vorremmo che aberrazioni analoghe a quelle espulse (dal verbo espellere utilizzato per gli escrementi, perché di questo si tratta) dal Consiglio d’etica germanico venissero, sull’onda, sdoganate anche alle nostre latitudini. Perché il sospetto? Perché si parla di un’esperta tedesca cui sarebbe stata commissionata (dal Consiglio federale e più precisamente dalla kompagna Simonetta “dobbiamo aiutare l’Italia” Sommaruga) una perizia proprio su questi temi. E, dato il precedente, non abbiamo dubbi su quale sarebbe l’esito dell’operazione…

Lorenzo Quadri

Grazie agli stranieri che ne approfittano ed ai kompagni che ci “tettano dentro”: Il settore sociale si gonfia come una rana

Avanti a suon di garantismo multikulturale politikamente korretto e presto non ci saranno più soldi per finanziarlo

La vicenda della famiglia di asilanti eritrei, residente nel comune zurighese di Hagenbuch, che costa al contribuente 60mila Fr al MESE (non all’anno! Al MESE!) sta giustamente facendo discutere in tutta la Svizzera.

E lo crediamo bene:  si tratta di una deriva assolutamente scandalosa. A maggior ragione se si pensa che, a pochi giorni dallo scoppio del bubbone, in Ticino si è appresa la vicenda di una donna cieca che si  vista dimezzare la rendita di invalidità con la seguente motivazione: al 50% può lavorare comunque, anche se non vedente.

Tassa e spendi

Oltretutto, non solo la famigliola di sedicenti asilanti eritrei costa 60mila Fr al mese, ma non fa alcun progresso verso una maggiore autonomia finanziaria – e quindi verso costi minori per la collettività. Ed infatti il comune deve aumentare le tasse per finanziare la delirante presa a carico.

A questo punto è anche fuori posto dare la colpa alla famiglia di presunti rifugiati. Perché i responsabili di questa situazione sono i servizi sociali che l’hanno creata.

Servizi sociali per lo più gestiti sempre dalla stessa parte politica che non si fa scrupolo di buttare dalla finestra il danaro pubblico. Quando mancano i soldi, tanto, si alzano le tasse. In base al principio del “tassa e spendi” (ovviamente senza produrre un bel niente). Ed è esattamente quello che succede ad Hagenbuch.

Nessuno controlla?

Quest’ultimo scandalo nella socialità, a livello di caso Carlos, dimostra senz’altro una cosa: che la lezione non è stata imparata. Possibile che non ci sia nessuno che verifica i costi di simili prese a carico allucinanti?

E’ chiaro: lo stato sociale gonfiato come una rana quando si tratta del “business degli stranieri in assistenza” è una miniera d’oro per i professionisti di $inistra che ci “tettano dentro” alla grande. Il sistema si autoalimenta e si trasforma in una vera e propria riserva di posti di lavoro per i kompagni, finanziata – come pressoché tutti i posti di lavoro della $inistra – dal contribuente.

Qui però si è perso ogni senso della proporzione. Chi troppo vuole nulla stringe. Chi si abbuffa alla greppia non ha neppure avuto il buonsenso di rendersi conto che, quando si getta a mare ogni decenza, si sega il ramo su cui ci si è appollaiati.

Obiezione di coscienza

E poi: con che criterio una qualsiasi autorità di controllo può aver autorizzato lo sperpero di cifre del genere, con tanto di assistenti sociali a 135 Fr all’ora che spiegano alla mamma eritrea come si fa la spesa? Chi ha autorizzato il pagamento di simili fatture va indagato subito.

E ancora: com’è possibile che il Comune in questione non abbia fatto obiezione di coscienza,  nell’interesse dei suoi concittadini? Invece di aumentare le tasse per saldare il conto, il Municipio si sarebbe dovuto semplicemente rifiutare di pagare la mostruosa fattura, facendo contemporaneamente scoppiare lo scandalo sui giornali.

Cura da cavallo

Lo scandalo della famiglia eritrea mantenuta a 60mila Fr al MESE non può peraltro esaurirsi in un caso mediatico destinato al dimenticatoio nel giro di breve tempo, ed intanto pantalone continua a pagare: passata la festa, gabbato lo santo. Alla storiella del “caso isolato” non crediamo. Anche in Ticino si verificano forse situazioni analoghe? Che garanzie abbiamo che non sia così?

L’accaduto dimostra che il settore è interamente fuori controllo. E il cittadino paga. Quindi, il primo passo da fare è imporre dei tetti massimi. Una presa a carico di  tot persone non può costare più di una cifra tot. Punto.

A suon di buonismo garantista multikulturale politikamente korretto e spalancatore di frontiere, si è gonfiato al di là di ogni ritegno un segmento della spesa pubblica. Questo segmento è destinato a scoppiare come la rana delle favole, perché presto non ci saranno più soldi per finanziarlo.  E allora bisogna intervenire prima che questo accada. Con una cura da cavallo.

Lorenzo Quadri

Traforo di risanamento del San Gottardo: L’unica scelta possibile

Lo scorso giovedì il Consiglio nazionale ha approvato  con 120 favorevoli, 76 contrari e 2 astensioni la realizzazione del secondo traforo del San Gottardo a scopo di risanamento, senza aumento di capacità (quindi compatibile con l’articolo costituzionale sulla protezione delle Alpi). Il risultato non è sorprendente: rispecchia le maggioranze già manifestatesi al Consiglio degli Stati, rispettivamente nella commissione dei trasporti del Consiglio nazionale, che ha esaminato il dossier Gottardo.

Territorio devastato

Si tratta di scegliere tra due varianti di un risanamento che va comunque fatto: volenti o nolenti. Le opzioni sono due: risanare tramite un apposito tunnel, oppure non scavare il nuovo tunnel e chiudere quello attuale per oltre tre anni durante i lavori. In questo caso i veicoli in transito verrebbero caricati su navette.

Sulle prime, il Consiglio federale voleva chiudere il tunnel per tre anni. Poi ha cambiato idea. Rendendosi conto, tanto per una volta, che quanto si immaginava non stava né in cielo né in terra. Si  sarebbero imposti al Ticino oltre tre anni di isolamento con conseguenze economiche ed occupazionali tragiche. Un’inchiesta condotta tra 550 aziende annunciava la perdita di 2000 posti di lavoro. Inoltre: per realizzare le stazioni di trasbordo di Airolo (per le automobili) e di Biasca (per i camion) servirebbero 140mila metriquadri di terreno. Si tratterebbe delle strutture più grandi d’Europa. E noi ce le metteremmo in casa. E questa sarebbe la soluzione appoggiata dagli ecologisti? Una vera devastazione, cui i Comuni interessati, giustamente, si opporrebbero con tutti i mezzi a disposizione. Provocando anni di ritardo sulla tabella di marcia. L’hanno già detto.

Capacità insufficiente

Senza contare che si tratterebbe di una non soluzione, poiché non ci sarebbe capacità sufficiente. Le navette potrebbero trasportare 2400 camion al giorno, quando sotto il Gottardo ne passano 3-4000, e 21’500 auto, quando ne passano fino a 34mila.

Costo vs investimento

E la spesa? Il risanamento senza secondo tubo costerebbe 2 miliardi. Che verrebbero spesi senza alcun ritorno. Quindi un costo secco. Tra 40 anni, al prossimo risanamento, saremmo daccapo: altri 2 miliardi da spendere senza alcun ritorno (anzi).

Il risanamento con nuova canna costerebbe 2.8 miliardi. Ma questo iniziale maggior costo costituirebbe un investimento: il problema sarebbe definitivamente risolto per i prossimi risanamenti.

Inoltre – e questo non viene mai detto –  l’esercizio delle navette imporrebbero l’abolizione del divieto di transito notturno per i mezzi pesanti. Cosa che nessuno in Ticino ha mai voluto.

Sicurezza

La seconda galleria permetterebbe di fare un balzo avanti dal profilo della sicurezza. Un tunnel bidirezionale di 17 km non esiste da nessuna parte ed è una trappola mortale in cui, prima di entrare, “ci si tocca”, come ebbe a dire il senatore Pippo Lombardi.

Tutti gli incidenti mortali, l’ultimo dei quali di poche settimane fa, sono avvenuti per collisione frontale. Per non parlare delle svariate decine di feriti gravi. Chi si oppone ad un provvedimento indispensabile per la sicurezza? Proprio gli stessi ambienti rosso-verdi che a Berna hanno fatto passare una riforma grottesca chiamata Via Sicura. Una riforma che fa sì che un eccesso di velocità senza conseguenze pratiche venga sanzionato più pesantemente di una rapina. L’hanno fatta passare, questa aberrazione, in nome della sicurezza.

E allora, kompagni, chi vogliamo prendere per i fondelli? O la sicurezza sulle strade è prioritaria e allora il secondo traforo dovreste votarlo di corsa, oppure la sicurezza è semplicemente un pretesto moraleggiante e politikamente korretto per criminalizzare l’automobilista.

Lo spauracchio inventato

Altro argomento dei contrari: lo spauracchio che, in caso di costruzione del tubo di risanamento, l’UE pretenda l’apertura di tutte e quattro le corsie (quindi non solo una corsia per senso di marcia). A parte che la stessa UE ha già comunicato per iscritto di non avere interesse ad una simile opzione, del resto già adesso la capacità del Gottardo non è interamente sfruttata, qui facciamo un’altra scoperta: i ro$$overdi ammettono che il Consiglio federale cala le braghe davanti a Bruxelles. Cosa che hanno sempre negato. Ma a che titolo l’UE pretenderebbe l’utilizzo di corsie che non le servono? E a che titolo il Consiglio federale autorizzerebbe qualcosa che la Costituzione vieta? Ma come, i biechi denigratori del governo non erano i leghisti populisti e razzisti? Adesso invece i moraleggianti $inistri reputano l’Esecutivo capace di violare in modo flagrante la Carta fondamentale dello Stato pur di obbedire ad una richiesta europea che nemmeno arriverà?

Ma i frontalieri…

Anche con un secondo tubo ci sarebbe comunque una sola corsia per senso di marcia. Di aumenti significativi di traffico dunque non ce ne sarebbero. Sicché, il tentativo di fare del catastrofismo con questo argomento cade miseramente nel vuoto. Tanto più che esso viene dagli stessi ambienti che non fanno un cip sui 62’500 frontalieri e sulle migliaia di padroncini che entrano quotidianamente in Ticino uno per macchina ad inquinare e ad intasare le strade, in particolare del Mendrisiotto e del Luganese.  Ah già, ma questi veicoli non contano. E nemmeno inquinano. Dal tubo di scappamento emettono soavi effluvi di Chanel nr 5. “Bisogna aprirsi”: l’invasione da sud va benissimo, un turista in più che dovesse arrivare da Nord in macchina, invece, sarebbe una catastrofe…

Lorenzo Quadri

Zurigo: famiglia eritrea costa all’ente pubblico 60mila Fr AL MESE! Abusi sociali: basta con le prese per i fondelli!

Poi i politikamente korretti spalancatori di frontiere hanno il coraggio di dire che non è vero che siamo il paese del Bengodi per chi arriva in Svizzera a mettersi a carico dello Stato sociale, naturalmente finanziato dagli svizzerotti fessi che pagano di tutto e di più pur di non rischiare di venire accusati di razzismo e xenofobia.

In Ticino si ricorderà il caso, reso noto dalla Lega e dal Mattino, dell’asilante minorenne che costava al Cantone 8114 Fr al mese. Ma c’è sempre chi sta peggio.

Nel Canton Zurigo, in un non meglio precisato piccolo comune, per una sola famiglia in assistenza l’ente pubblico paga la stratosferica cifra di 60mila Fr al mese, tra istituti, assistenti sociali, eccetera. E il Comune rischia di trovarsi costretto ad alzare il moltiplicatore per finanziare le prestazioni sociali di questa famiglia.

La famiglia proverrebbe dall’Eritrea, ed ha ottenuto  un permesso B. Complimenti a chi l’ha concesso. Al danno si aggiunge la beffa, visto che l’autorità comunale precisa che, malgrado la spesa assolutamente fuori di testa, la famiglia ovvero la madre e sette figli, non fa alcun passo avanti verso l’autonomia. Non è una sorpresa: non ha alcun interesse a farlo. Gli svizzerotti fessi pagano di tutto e di più senza fiatare. Per cui, perché non continuare a farsi mantenere, seguire e riverire su tutto, con tanto di ore di corsi per imparare a fare la spesa?

Su una cosa non ci piove: 60mila fr di costi sociali per una famiglia di asilanti, che mai sarà finanziariamente autonoma, sono un insulto a tutti i cittadini svizzeri: sia a quelli che sono nel bisogno e spesso e volentieri vengono lasciati soli, sia a quelli che pagano le tasse.

Il paese della cuccagna

Qualche giorno fa, il ministro di Giustizia bernese Hans-Jürg Käser, PLR, ha dichiarato: “ogni negretto sa che la Svizzera è il paese della cuccagna”. Naturalmente gli spalancatori di frontiere hanno subito strillato allo scandalo e al razzismo. Ma è chiaro che, ancora una volta, l’accusa di “razzismo”, ormai abusata come un mantra per delegittimare l’avversario squalificando qualsiasi sua opinione e proposta (viene da un “razzista” per cui non può essere che deplorevole) nasconde ben altro. I kompagni che strillano al razzismo quando si denunciano scandalosi abusi nel sociale difendono in realtà la greppia a cui si abbuffano. Perché questi casi sociali dai costi stratosferici sono degli autentici piani occupazionali per professionisti di $inistra, molti dei quali anche attivi politicamente. Hanno dunque avuto buon gioco, i politikamente korretti, nello spostare l’obiettivo dal “paese della cuccagna”, che è il vero contenuto del messaggio, sui “negretti”.

Va poi da sé che le varie commissioni antirazzismo  mentre starnazzano sull’uso del termine “negretti” da parte del ministro bernese, non hanno nulla da dire sul fatto che la chiesa del Lignon a Vernier (GE) (naturalmente comune multikulturale) data alle fiamme tra insulti irriferibili da parte di giovani delinquenti “non patrizi” e non cristiani.

La testa sotto la sabbia?

Sicché in un ridente comune zurighese una sola famiglia straniera riceve in un mese, naturalmente senza lavorare (ci mancherebbe, come disse il PLR – mica leghista! – bernese Käser: siamo il paese della cuccagna, e nel paese della cuccagna non si lavora) quello che tanti nuclei familiari ticinesi incassano in un anno, e lavorando. Questo è, semplicemente, uno scandalo. Simili cifre sono abusive per definizione. Non c’è scusa che tenga. Non c’è giustificazione. Davanti a situazioni come queste, la  politica non può mettere la testa sotto la sabbia. Urge fissare dei costi massimi sopra i quali non si può salire. E basta con le storielle sulla protezione della personalità, invocate dalla $inistra che, come al solito, anche per la sfera privata utilizza il sistema dei due pesi e delle due misure: nessuna privacy bancaria per i cittadini svizzeri, ma protezione totale per gli stranieri che abusano della nostra socialità (ma creano lavoro per i kompagni).

Fatto sta che grazie ai politikamente korretti spalancatori di frontiere certi ambiti dello Stato sociale elvetico, e segnatamente quelli che riguardano richiedenti “non patrizi” si sono gonfiati al di là di ogni decenza. Come la rana della favola. E andranno incontro allo stesso destino: quello di scoppiare. Perché non ci saranno pIù soldi per mantenerli.

Ticino: un paio di domandine

Inoltre, sarebbe sorprendente se questi casi allucinanti si verificassero solo in Svizzera interna. L’asilante da 8114 Fr al mese era in Ticino. E’ passato nel frattempo qualche annetto. Come siamo messi attualmente?

Al proposito sarebbe interessante disporre di alcune informazioni, ad esempio:

          Quanti nuclei familiari stranieri generano al Ticino costi sociali per oltre 4000 Fr al mese? Quanti sopra gli 8000? Quanti sopra i 15mila?

          Da dove provengono questi nuclei familiari?

          Da quanto tempo risiedono nel nostro Cantone, e con quale permesso?

Così, tanto per gradire…

Lorenzo Quadri

Ma noi, secondo Sommaruga, dobbiamo “aiutare l’Italia”. Asilanti: anche l’Austria vuole chiudere le frontiere

E intanto “restituisce” al Belpaese 2000 clandestini al motto: «Mare nostrum? Quindi sono i VOSTRI immigrati!»

Nella prima metà di agosto da un sondaggio del quotidiano francese Le Figaro è emerso che oltre il 90% dei partecipanti è favorevole alla reintroduzione dei controlli al confine per fermare i clandestini. La Francia peraltro i finti rifugiati in arrivo dall’Italia li rimanda indietro tutti.

La scorsa settimana anche la Baviera, che pure non confina con il Belpaese, sempre per lo stesso motivo ha chiesto la reintroduzione dei controlli in dogana.

In questi giorni è il turno dell’Austria. La quale sta a sua volta valutando la sospensione degli accordi di Schengen. Il motivo? Troppi clandestini tentano di entrarvi, quest’anno ne sono stati individuati 4700. Praticamente  tutti, ma guarda un po’, rimandati in Italia, tranne – così la Südtiroler Zeitung – 300 che hanno depositato domanda d’asilo in Austria.

Solo negli ultimi due mesi, Vienna ha infatti “restituito” all’Italia 2000 clandestini. In base ad un ragionamento che non fa una grinza e che, in poche parole, può essere riassunto così: visto che l’Italia ha abbandonato di propria precisa e $inistra volontà la precedente politica di respingimento (mentre, ad esempio, la Spagna e la Grecia la applicano ancora) e, con l’operazione Mare Nostrum, va a prendere i clandestini in mare, non pretenda poi di scaricarli ad altri.

Il “club” anti-Schengen

Sempre più Stati membri UE dunque chiudono le frontiere e rimandano i clandestini in Italia. La quale, con la citata operazione $inistrorsa Mare Nostrum, si è trasformata nel ventre molle dell’immigrazione in Europa. Lo ha scritto il Washington Post, non il Mattino della domenica. Infatti la vicina Penisola ha abbandonato la prassi del respingimento, e ne paga le conseguenze. E malauguratamente non solo lei.

Mentre dunque anche l’Austria si aggiunge al “club delle frontiere chiuse”, mentre l’UE pianta in asso l’Italia, a Berna la kompagna Sommaruga ha di nuovo ripetuto quello che è diventato il suo mantra: “dobbiamo aiutare l’Italia”. Vabbè che da una che sostiene che “il governo è in sintonia col popolo” ci si può aspettare questo ed altro…

Oltretutto ci si chiede perché i finti rifugiati debbano venire tutti in Europa, mentre i ricchi paesi arabi non facciano assolutamente un tubo per sostenerli. Forse perché, come ha detto un Consigliere di Stato bernese, “tutti sanno che la Svizzera è il paese della cuccagna”? E aspettiamo solo che si diffonda nel Continente Nero l’aberrazione della famiglia eritrea che i servizi sociali zurighesi mantengono allo stratosferico costo di 60mila Fr al mese…

Lorenzo Quadri

Ma la ministra di Giustizia ci è o ci fa? Sommaruga: «il governo è in sintonia col popolo»

Delle due l’una: o ci prende per i fondelli, o fuma roba pesante

Davanti a certe sortite inquietanti non si può che rimanere sconcertati. La kompagna Simonetta Sommaruga – quella che ama ripetere “dobbiamo aiutare l’Italia” nella gestione dei clandestini che il Belpaese si porta in casa a migliaia per volta con la fallimentare operazione “Mare nostrum” – la scorsa settimana ha dichiarato, apparentemente senza imbarazzo, che il governo (nel senso del Consiglio federale) sarebbe “in sintonia” col popolo.

Come si possa giungere a simili conclusioni resta un mistero. Ma, se Sommaruga pensa davvero a quello che ha detto, c’è da preoccuparsi.

Sconfessato sui temi fondamentali

Il Consiglio federale non è per nulla in sintonia col popolo ed infatti viene sconfessato in quasi tutte le scelte importanti che riguardano il futuro del paese. In particolare sulla questione europea.

Che la battaglia contro la strisciante adesione all’UE e contro le scellerate “aperture” sia la madre di tutte le battaglie politiche lo dimostra anche il fatto che un personaggio del calibro di Christoph Blocher abbia deciso di concentrare la propria azione solo su questo tema. Un tema  che vede il Consiglio federale ed il popolo attestati su fronti diametralmente opposti, con un presidente della Confederazione che, nell’allocuzione di capodanno, proclama un indecente “dobbiamo aprirci all’UE”, ma un mese dopo viene sonoramente smentito dal voto sull’iniziativa “contro l’immigrazione di massa”.

Lo stesso Burkhalter straparla di “ripresa dinamica” del diritto comunitario, mentre i cittadini votano iniziative che mirano a rafforzare la sovranità nazionale.

Privacy bancaria

Per non parlare della svendita del segreto bancario senza alcuna contropartita ad opera della ministra del 5% Widmer Schlumpf quando i sondaggi danno il 70% dei cittadini elvetici favorevole alla privacy bancaria.

Eppure la Consigliera federale non eletta, ritenendo di non aver ancora devastato a sufficienza la piazza finanziaria elvetica, vorrebbe abolire il segreto bancario anche per i cittadini svizzeri. Ed oltretutto quando poche settimane prima aveva dato assicurazioni in senso contrario.

E come la mettiamo con i tentativi sistematici da parte del governo di gettare a mare le specificità svizzere per renderci sempre più eurocompatibili, tentivi che vengono – per fortuna – regolarmente sconfessati dai cittadini?

Lavaggio del cervello

E’ quindi evidente che il Consiglio federale è tutto tranne che in sintonia col popolo: manca l’accordo sugli argomenti basilari. Del resto, se davvero l’esecutivo, come sostiene Sommaruga fosse “in sintonia col popolo”, come si spiega che da mesi Berna sta tentando di fare il lavaggio del cervello ai cittadini per convincerli di aver votato sbagliato il 9 febbraio e di conseguenza che quel voto va rifatto e cancellato?

Nel mondo delle statistiche

Se una ministra dichiara che il collegio di cui fa parte  è in sintonia col popolo nella consapevolezza di quanto sopra, vuol dire che ci prende per i fondelli: certe affermazioni sono un insulto all’intelligenza. Tra l’altro c’è da chiedersi come possa la $ocialista Sommaruga dichiararsi “in sintonia col popolo” quando il suo partito raccoglie sempre meno consensi.

Se invece la kompagna crede davvero in un’armonia che non c’è più da un pezzo, vuol dire che a Berna ci sono sette persone che ancora vivono sulla nuvoletta rosa delle statistiche taroccate dalle quali “non risulta che”.  Lo stesso atteggiamento del coniuge un po’ ottuso che crede che nella sua vita di coppia vada tutto a gonfie vele, mentre l’altro è dall’avvocato per preparare il divorzio. E allora non stupiamoci se a Berna si ronfa davanti a problemi che, a quanto pare, proprio non si vedono. A partire da quelli generati dalla devastante libera circolazione delle persone. Problemi? E dove? Tutte frottole: siamo in sintonia col popolo!

Lorenzo Quadri

Liste nere e accordi internazionali L’Italia ci prende ancora per i fondelli

Ma chi l’avrebbe mai detto! Come scrivevamo la scorsa domenica, la vicina Penisola sta ancora tentando di far fessi gli svizzerotti con la telenovela degli accordi fiscali e la fetecchiata delle liste nere illegali.

Si ricorderà che in giugno la ministra del 5% Widmer Schlumpf ed il suo reggicoda de Watteville avevano dichiarato che la conclusione delle trattative fiscali con l’Italia era vicina. I membri della Deputazione ticinese alle camere federali, ricattati – per la serie: “se salta tutto sarà colpa vostra” – hanno ritenuto di farle fiducia consigliando al CdS di non bloccare i ristorni, non senza però aver strappato alla consigliera federale non eletta degli impegni concreti. La fiducia è stata malriposta, e lo si scopre ogni giorno che passa.

Ed infatti sono seguiti mesi di silenzio assai sospetto: cosa alquanto inusuale per una trattativa che dovrebbe essere ad un passo dalla conclusione. La puzza di bruciato era decisamente penetrante ed infatti, come da copione, si scopre che il bruciato c’è davvero. Il Consiglio federale rispondendo ad una domanda del consigliere nazionale PLR Giovanni Merlini non nega – quindi conferma – che

 a) le trattative sono arenate e

 b) l’Italia sta di nuovo facendo strani giochetti, con l’obiettivo di discriminare la Svizzera.

Normalizzazione?

E’ sempre più evidente che la vicina Penisola non intende affatto giungere ad una normalizzazione dei rapporti con la Svizzera, ma intende invece continuare a trattarci da Stato canaglia; senza però subire alcuna conseguenza per un simile atteggiamento, che è tutt’altro che da paese amico. Del resto alla storiella del “paese amico” crede ancora solo il Consiglio federale. O finge di crederci.

Ma i vantaggi…

Infatti da un lato l’Italia discrimina illegalmente la Svizzera; dall’altro però continua ad approfittare senza alcun ritegno del nostro paese. I fatti sono noti. La vicina Penisola ha violato la convenzione sui ristorni dei frontalieri, che era un pizzo pagato al Belpaese per il suo riconoscimento del nostro segreto bancario. Però continua ad incassare i ristorni. Però continua ad utilizzare il nostro paese come valvola di sfogo per la propria disastrosa crisi occupazionale. Senza alcun rispetto per il nostro mercato del lavoro e nemmeno per la nostra viabilità. E’ un vero e proprio assalto alla diligenza.

 E però quando dal nostro paese vengono segnali chiari che così non va più – come il sostegno, ampio e trasversale, in Consiglio nazionale al postulato che chiede che i frontalieri vengano tassati con aliquote italiane – ecco che arrivano personaggi del calibro del sindaco di Lavena Ponte Tresa che credono di potersi permettere di salire sulle barricate.

Come se il Ticino non avesse il diritto di difendersi dall’invasione, dal soppiantamento dei propri lavoratori con stranieri in arrivo da Oltreconfine (con tutte le deleterie conseguenza sociali ed economiche del caso) e dal dumping salariale.

Il colmo

Il colmo è che, malgrado il segreto bancario sia stato svenduto senza contropartita dalla ministra del 5%, noi rimaniamo sulle liste nere. Plateale dimostrazione di malafede da parte degli amici peninsulari.

E’ chiaro che la misura è colma. Davanti ad una nuova discriminazione della Svizzera da parte italiana – scenario tutt’altro che ipotico, visto che il Consiglio federale “non smentisce” – deve giungere una risposta che sia finalmente concreta. Primo passo: denuncia immediata dell’accordo sui ristorni dei frontalieri.

Lorenzo Quadri

Piazza finanziaria: arrivano i licenziamenti in grande stile Chi tace e chi tenta di saltare sul carro

Sulla cancellazione di 160 posti di lavoro da parte della BSI brasileira, di cui 130 in Ticino, si sta decisamente passando l’acqua bassa.  E’ il meno che si possa dire. In altri ambiti, per molto meno si sarebbero smossi mari e monti, con gruppi di proteste e coinvolgimenti politici a tutto andare. Pensiamo ad esempio alle Officine FFS. Se ne deve dedurre che i posti di lavoro sulla piazza finanziaria sono considerati di serie B.

Del resto non sono certo quelli in BSI i primi impieghi andati a ramengo sulla piazza finanziaria ticinese e luganese. Di licenziamenti ce ne sono già stati svariati. Ma senza dare nell’occhio. Poche unità per volta. Meno di 10. Così non c’è l’obbligo di allestire un piano sociale. Per non parlare dei licenziamenti e delle sostituzione con frontalieri. I 62’500 che ogni giorno varcano il confine (uno per macchina) da qualche parte lavorano.

I responsabili ci sono

E’ chiaro che a ciurlare nel manico sulla piazza finanziaria ticinese sono migliaia di posti di lavoro. Il perché e per colpa di chi questi posti sono a rischio, è noto. E’ però opportuno ribadire chi sono i responsabili.

 I responsabili sono quelli che hanno sfasciato la privacy bancaria per i clienti stranieri delle banche svizzere. Adesso vorrebbero abolirla anche per gli Svizzeri. Sono quelli che, per correre dietro all’UE,  hanno distrutto il lavoro ed il benessere costruito in due generazioni. In prima fila c’è naturalmente la ministra del 5%, Eveline Widmer Schlumpf, che ha svenduto la nostra piazza finanziaria senza alcuna contropartita. Ma con lei in prima fila si trova la $inistra. Che ha sempre combattuto il segreto bancario: ovvio, le peculiarità elvetiche non eurocompatibili. Quindi vanno rottamate. Perché “dobbiamo aprirci all’UE”. Perché dobbiamo essere “tutti uguali”.

Kompagni e uregiatti

Widmer Schlumpf è in carica contro la volontà popolare. E’ stata messa in Consiglio federale, dove non ha alcuna legittimità democratica per stare, dalla $inistra e degli uregiatti. Che, per farla all’Udc, hanno organizzato il complotto da retrobottega. $inistra ed uregiatti sono quindi responsabili dello smantellamento della piazza finanziaria ticinese (luganese) e dei suoi posti di lavoro.

Non è solo una questione di licenziamenti – e vogliamo vedere se e quando e dove le persone lasciate a casa troveranno un nuovo impiego, con il mercato del lavoro intasato da frontalieri (il 70% dei nuovi permessi G è attivo nel terziario). E’ una questione di economia in generale. Chi lavora in banca ha in genere un buon stipendio. Un salario che permette anche di spendere e di far girare il commercio. E’ ovvio che, con la perdita del lavoro, la musica cambia. Di modo che queste persone, da traino dell’economia, rischiano di trasformarsi in rimorchi. Va da sé che ne risentirà pesantemente anche l’ente pubblico. Perché alle casse dello Stato mancherà una bella fetta di gettito fiscale. Non solo: al posto di entrate ci saranno uscite.

Un bel tacer…

Ecco quindi chi svuota le casse pubbliche, togliendo allo Stato i mezzi per svolgere i propri compiti: proprio i sostenitori del più tasse e più Stato. I kompagni.

Per questo fa ridere i polli che a Lugano a $inistra facciano ancora le verginelle. E che il capogruppo P$ in consiglio comunale cerchi di mettersi in mostra con interpellanze che auspicano  la creazione di – peraltro inutili – tavoli di lavoro sulla piazza finanziaria:  oziosi consessi in cui blasonati (?) interlocutori si parlano addosso. Senza alcun effetto pratico.

A sinistra non hanno mai mosso un dito a tutela della piazza finanziaria. L’hanno sempre spacciata come potenziale fonte di malaffare. Una criminalizzazione che include anche i lavoratori.

Come se non bastasse…

Ciliegina sulla torta. Nel P$ ci sono esponenti, come il presidente della sezione romanda dell’Associazione svizzera degli impiegati di banca Schwaab, che come Consiglieri nazionali, votano giulivi ogni misura di sfascio della piazza finanziaria, ovviamente con tutte le conseguenze occupazionali del caso. Poi in campagna elettorale si fanno propaganda sulla pelle dei bancari spacciandosi per loro difensori. Da eletti, però, fanno l’esatto contrario.

Lorenzo Quadri

Consiglio nazionale: plebiscitato il postulato leghista per aumentare le tasse dei frontalieri Quadri: “un segnale politico importantissimo”

Per la Lega è sicuramente un risultato importante, che premia il lavoro solto a Berna dai suoi due consiglieri nazionali Lorenzo Quadri e Roberta Pantani. Martedì è stato approvato, a larghissima maggioranza, 154 favorevoli (tra cui tutti i deputati ticinesi) 25 contrari e 7 astenuti, il postulato Quadri sulla tassazione dei frontalieri

L’atto parlamentare, depositato nel 2012, chiede che i frontalieri vengano tassati secondo aliquote italiane. In sostanza si tratta di concretizzare l’auspicata abolizione dello statuto fiscale di frontaliere.

Un passo avanti, dunque, nella battaglia leghista per la difesa del mercato del lavoro ticinese.

Lorenzo Quadri, soddisfatto del risultato? Se l’aspettava?

Sono senz’altro soddisfatto. L’esito non era per nulla scontato. Il Consiglio nazionale, contro la volontà del governo, ha preso una posizione chiara a favore del Ticino, che si dibatte nelle difficoltà legate al frontalierato e agli accordi con l’Italia. Si è trattato di un sostegno trasversale, sia dal punto di vista partitico che da quello geografico: il mio postulato ha ottenuto il sostegno di praticamente tutte le forze politiche e di rappresentanti di tutti i Cantoni. Questo per un problema che interessa sostanzialmente solo il Ticino. A Berna ci si è dunque resi conto che da 40 anni il nostro Cantone è penalizzato dalla famosa convenzione sui ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri, e che il problema del frontalierato in generale necessita di risposte forti. Ma il voto di martedì è anche il segnale che, pur con tutte le difficoltà del caso, i problemi del nostro cantone cominciano a trovare ascolto a Berna.

Anche in questo caso la Deputazione ticinese ha votato compatta…

Sì, è la dimostrazione che su temi che toccano direttamente gli interessi del Ticino si riesce a fare squadra, superando gli steccati partitici. Ci tengo a ringraziare i membri della Deputazione ticinese che hanno sostenuto il  postulato all’interno dei rispettivi gruppi parlamentari, ciò che ha permesso di creare una larghissima maggioranza favorevole in aula.

Quali sono i vantaggi della proposta?

Il Ticino otterrebbe la totalità del gettito in base alle proprie aliquote. Non si verserebbe quindi più alcun ristorno all’Italia. Quest’ultima incasserebbe la differenza tra l’aliquota italiana (più elevata) e quella elvetica. Entrambi gli stati beneficerebbero di più imposte rispetto ad ora. Ciò presuppone un aggravio fiscale, anche importante, sui frontalieri, che ovviamente non ne sarebbero felici. Tuttavia il postulato permette di sanare una discriminazione in Italia. Adesso i cittadini italiani che lavorano in patria pagano molte più tasse rispetto ai loro connazionali frontalieri (in senso fiscale). Con la mia proposta, i frontalieri pagherebbero le tasse che pagano i cittadini italiani che lavorano in Italia: non mi pare dunque uno scandalo. C’è inoltre l’importante questione legata al dumping salariale: pagando più imposte, i frontalieri necessiteranno giocoforza di stipendi più alti.

Ritiene che applicare il suo postulato permetterà di frenare l’invasione da sud?

Darebbe certamente un contributo in questo senso, ma il mercato del lavoro italiano è così disastrato che non mi faccio soverchie illusioni al proposito. Pur di lavorare, gli aspiranti frontalieri accetterebbero di pagare più tasse. Per frenare l’”assalto alla diligenza”  lo strumento principe è quello del contingentamento. L’aspetto fiscale può essere considerato complementare.

E’ però vero che l’iter del postulato non è terminato, mentre le trattative con l’Italia sono in corso ora…

Certo, ma il segnale politico è chiaro ed inequivocabile: la camera del popolo, quasi al completo, ha detto al Consiglio federale che i frontalieri italiani devono pagare più tasse. Tante di più. Basta con i privilegi fiscali dei frontalieri. Sarebbe quindi a questo punto inaccettabile se i negoziatori elvetici concludessero accordi in una direzione diversa.

MDD

Torna la prigione anche per pene di breve durata. Riforma buonista: un fallimento

Le multe al posto della detenzione non hanno alcun effetto deterrente – e anche l’espulsione dei delinquenti stranieri sarà ancora decisa dal giudice

Il buonismo politikamente korretto perde pezzi. Dimostrazione di come questo andazzo, da cui peraltro discende  anche la multikulturalità completamente fallita,  sia vero e proprio flop. A proposito del naufragio della multikulturalità ha scritto in questi giorni anche Ernesto Galli Della Loggia sul Corriere della Sera (non sul Mattino della domenica).
La sostituzione delle pene privative della libertà di breve durata (meno di sei mesi) con pene pecuniarie sta dunque per giungere al capolinea. Manca solo una decisione definitiva del Consiglio nazionale. Poi i giochi saranno fatti. E su una balorda riforma in nome del buonismo (che spesso e volentieri fa rima con calabraghismo) scenderà definitivamente il sipario.

Solo sette anni
La riforma ha avuto solo sette anni di vita. L’entrata in vigore risale infatti al primo gennaio 2007: “è durata come l’erba sui campi”, per parafrasare una celebre orazione funebre del Seicento francese. A partire da quella data, infatti, le pene privative della libertà della durata di meno di sei mesi sono state sostituite da pene pecuniarie e lavori di pubblica utilità. E’ stato un fallimento su tutta la linea. E non c’era bisogno di doti divinatorie per accorgersene. L’effetto deterrente della pena è andato a ramengo. Non poteva essere diversamente. Del resto era anche voluto. Figuriamoci, la pena deve “rieducare”. Guai a parlare di repressione: è roba da populisti e razzisti.

Immaginiamoci infatti che effetto deterrente può avere una pena pecuniaria sospesa con la condizionale. Tra i beneficiari di questa riforma brillano, per la serie “ma tu guarda i casi della vita” i microcriminali stranieri. All’insegna della Svizzera paese del Bengodi, dove si può arrivare, mettersi a tettare nello stato sociale e pure delinquere, tanto non succede niente. Gli unici a venire criminalizzati sono gli automobilisti.

Come ciliegina sulla torta si è pure scoperta un’altra chicca. Nel caso di violenze domestiche la pena pecuniaria, se la coppia si trova in ristrettezze finanziarie, colpisce anche la vittima.

Espulsione stranieri
Come da copione, nella riforma del 2007 è stata fatta filtrare anche un’altra fetecchiata. Ossia l’abolizione dell’espulsione giudiziaria. In sostanza da sette anni l’espulsione dello straniero che delinque non viene più pronunciata dal giudice assieme alla condanna, ma viene scorporata ed eventualmente decisa in via amministrativa. L’obiettivo della riforma era ovviamente quello di declassare l’espulsione degli stranieri che delinquono, rendendola sempre più incerta. Ovvero: teniamoceli tutti! Ciò che peraltro è incompatibile con la volontà popolare che ha deciso l’espulsione degli stranieri che delinquono, votazione che naturalmente è ancora lettera morta.
Anche questa bella pensata è destinata a decadere.

Un piccolo passo
Quindi: reintroduzione delle pene privative di liberà di breve durata e ripristino dell’espulsione decisa dal giudice in coda al processo.  Le modifiche del 2007 all’insegna del puniamo sempre meno (perché bisogna “rieducare”)  e teniamoci sempre più delinquenti stranieri così facciamo contenti i paesi d’origine, vengono rottamate. Un piccolo passo, certo. Ma almeno nella direzione giusta.
Lorenzo Quadri

Multukulturalità completamente fallita: la civilissima protesta di una studentessa ticinese. Siamo tutti pastafariani

Foto sui documenti d’identità: perché il  velo sì e lo scolapasta no?

Il pastafarianesimo è una bizzarra religione creata nel 2008 dal fisico statunitense Bobby Henderson.
Basandosi sul principio dell’indescrivibilità di Dio, il filosofo Bertrand Russel sostiene che Dio può essere identificato in qualsiasi cosa, anche in una teiera rosa che galleggia nello spazio. I pastafariani fanno proprio questo concetto e rappresentano la propria divinità come un mostro extraterrestre fatto di spaghetti e polpette (negli Stati Uniti gli spaghetti si servono con le polpette).

I pastafariani hanno anch’essi i loro dettami religiosi, tra cui quello di coprirsi il capo con uno scolapasta.
Ed ecco che ci avviciniamo al punto. La Confederazione ha emanato prescrizioni particolarmente restrittive per le foto che devono comparire sui documenti d’identità. Vietato sorridere, vietate le fasce per capelli,  vietati i copricapi. Con un’eccezione: il velo islamico si può portare.

Il Consigliere nazionale Udc Oskar Freysinger ha presentato una mozione in cui si chiedeva che il velo islamico non venisse autorizzato. Il governo, nelle scorse settimane, ha risposto picche. Che strano eh?

I conti non tornano
Ancora una volta i conti non tornano. Se una fascia per capelli non è autorizzata perché nuocerebbe all’identificazione della persona ritratta (quindi per motivi di sicurezza) non c’è alcuna ragione per cui un velo islamico, ben più ingombrante, dovrebbe invece essere consentito.
 L’ennesima scelta toppata, invece, fa un minestrone tra le esigenze di sicurezza e quelle di una religione estranea alla nostra cultura. E, “naturalmente”, dà la precedenza a queste ultime. Pur di assecondare gli islamici si sacrifica la sicurezza. Perché agli immigrati non bisogna imporre nulla, non sia mai che ci accada l’incommensurabile sciagura di venire tacciati di xenofobia e razzismo…

Ebbene, se è possibile fare la foto per il passaporto con il velo islamico per motivi religiosi, allo stesso modo deve essere possibile scattarla con in testa lo scolapasta dei pastafariani.

Ma così non è. Sullo scorso numero del Mattino della domenica, a pagina 33  è pubblicata la lettera di Liliane, studentessa ticinese di filosofia cui è stato rifiutato di posare per il passaporto indossando il copricapo della sua religione: lo scolapasta, appunto. Va rilevato che in Austria e nella Repubblica Ceca i pastafariani hanno ottenuto l’autorizzazione di indossare il loro cappello nelle foto sui documenti ufficiali. Nello Stato di New York, un consigliere comunale ha prestato giuramento sfoggiando con orgoglio un colino.

Attendiamo la risposta
Quella di Liliane è una protesta sottile, ironica e civilissima. Se nelle foto per i documenti d’identità è possibile indossare un copricapo per motivi religiosi, perché un velo sì e uno  scolapasta (che oltretutto nasconde il viso meno di un velo, quindi è maggiormente compatibile con i dettami di sicurezza) no? E’ un’evidente discriminazione.
La studentessa intende chiedere alle autorità una posizione ufficiale al proposito. Una posizione che siamo curiosi di conoscere.

Così vedremo se l’eccezione al divieto di coprirsi la testa nelle foto ufficiali è davvero dettata dalla libertà di religione – e allora deve valere anche per gli scolapasta pastafariani – o se si tratta, invece, dell’ennesima calata di braghe “politikamente korretta” davanti ad una minoranza, sempre la stessa, di immigrati che non si vuole integrare nel paese in cui vive. Vedremo subito, in altre parole, se dietro certe scelte c’è la parità di trattamento tra cittadini di fede diversa dalla nostra o se invece la molla è il terror panico di essere accusati di chiusura, xenofobia e – orrore! – islamofobia. Inutile dire che sappiamo già la risposta. Qualcuno saggiamente diceva: “una risata vi seppellirà”.

Lorenzo Quadri

A Mendrisio i lavoratori ticinesi sono già la minoranza: Finiremo come gli indiani nelle riserve

“Gli indiani non hanno saputo fermare l’immigrazione. Adesso vivono nelle riserve”. Questo slogan compariva qualche anno fa su un cartellone della Lega dei Ticinesi. Il Nano, ancora una volta, aveva visto giusto. Ed infatti nei giorni scorsi è arrivata l’ennesima notizia sconcertante in materia di frontalierato. Una “novella” che spicca tra le molte che pure sono giunte a distanza ravvicinata nelle ultime settimane (4000 posti di lavoro in più in Ticino e nello stesso tempo 4000 nuovi permessi G; frontalieri a quota 62’500).
La notizia in questione è che a Mendrisio il 53% dei posti di lavoro è occupato da frontalieri. Quindi i lavoratori ticinesi sono già in minoranza in casa propria. Se questo non è l’inizio della fine, allora non sapremmo proprio come definirlo.

Masochisti
Il perché ci troviamo in simili situazioni è chiaro. E’ stato ripetuto più e più volte, anche sulla stampa d’Oltreconfine: il Ticino è la valvola di sfogo per la crisi nera italiana. Uno sfacelo che di certo non migliorerà. Mentre l’ennesimo premier non eletto, Matteo Renzi, si fa i selfie, il Belpaese, già in recessione, è caduto pure in deflazione. Lo stupore con cui ci guardano da sud è comprensibile: in quale altro paese al mondo si permette allegramente che vengano lasciati a casa i residenti per assumere stranieri? Quale altre “classe politica” (parolone già di per sé fuori posto rapportato alla nostra realtà), padronale e sindacale sarebbe così masochista da tollerare la distruzione economica e sociale di chi è radicato sul territorio, senza nemmeno rendersi conto che in questo modo si smantella la nostra economia e la nostra società? E dove si potrebbero trovare governanti così ottusi da invocare la perpetuazione ed addirittura il peggioramento della situazione “perché dobbiamo (sic!) aprirci all’UE”?

Quale “crescita”?
Intanto però chi dovrebbe essere in prima linea a difendere l’occupazione dei ticinesi, e meglio la ministra delle Finanze PLR, si bea leggendo le statistiche secondo cui l’economia sarebbe in crescita. Peccato che della “crescita” approfittino solo i frontalieri, mentre i residenti subiscono sulla loro pelle una decrescita. Non ancora contento, il partito di cotanta Consigliera di Stato si scaglia contro le misure prese dal leghista Zali che combatte l’invasione dei frontalieri con i mezzi che ha disposizione: ad esempio gli interventi sui posteggi. Del resto chi si è schierato all’unanimità contro l’iniziativa “contro l’immigrazione di massa”, venendo poi asfaltato dalle urne, non può che essere favorevole al soppiantamento dei ticinesi con frontalieri.

I margini ci sono
Eppure i margini di manovra per difenderci ci sono. Il comune ginevrino di Vernier ha autorizzato Ikea a costruire un nuovo capannone solo a patto che assumesse almeno il 40% dei dipendenti tra i residenti nel Comune (nemmeno nel Cantone! Nel Comune!). E la clausola è stata onorata: nella struttura in questione i frontalieri sono infatti solo il 12% dei dipendenti. Noi invece ci siamo lasciati devastare il territorio da chi – vedi Gucci a Sant’Antonino – assume il 10% di residenti e lo fa pure cadere dall’alto come una graziosa concessione. Può permettersi di farlo perché sa bene che c’è chi di residenti ne assume zero, proprio per principio: vuole solo approfittare delle condizioni quadro più favorevoli  lasciando sul territorio solo le ricadute negative della propria presenza. E si scandalizza pure perché, incredibile ma vero, in Svizzera di tanto in tanto si fanno dei controlli.

Diventare più “rognosi”

C’è inoltre la possibilità di diventare molto, ma molto più lenti, e molto, ma molto più rognosi nella concessione di permessi G. Sempre a Ginevra nel settore pubblico e parapubblico prima di poter assumere un frontaliere il datore di lavoro si vede sottoporre dall’URC vari profili, e se li rifiuta tutti deve fornire solide giustificazioni. E noi?
In Ticino si pubblicano allegramente annunci per l’assunzione di soli frontalieri: e gli inserzionisti la ricevono una visitina dall’Ufficio di sorveglianza sul mercato del lavoro?

Poi c’è l’aspetto fiscale, che è sempre una leva efficace. La tassazione dei frontalieri deve schizzare verso l’alto. Con il doppio vantaggio di renderci meno attrattivi e di incassare più soldi che possono essere utilizzati per sostenere l’occupazione dei residenti.

Insomma, il margine di manovra c’è. Bisogna volerlo usare. E se la sveglia non suona nemmeno quando si scopre che a Mendrisio i lavoratori residenti sono ormai in minoranza (e lo saranno sempre più) vuol dire che è il caso di chiudere bottega.
Lorenzo Quadri

Miliardi di coesione regalati senza motivo all’UE. Che fine hanno fatto i nostri soldi?

I contributi di coesione alla fallimentare Unione europea sono stati giustamente argomento di accese discussioni negli anni scorsi, visto che si parla di circa 1,3 miliardi di franchetti del contribuente elvetico in partenza per lidi europei. Dunque non proprio noccioline.

Anzi,  la cifra è ben più alta dal momento che la Confederazione sostiene già dall’inizio degli anni Novanta i paesi ex comunisti allo scopo, citiamo dal Consiglio federale, di “promuovere la pace, la democrazia e l’economia di mercato, preservando gli interessi economici della Svizzera”.

 Il miliardo di coesione per i 10 nuovi Stati membri UE data del 2007. I 257 milioni per Romania e Bulgaria, per contro, sono stati decisi nel 2009. In che modo queste somme enormi abbiano effettivamente giovato agli interessi economici della Svizzera, è ancora tutto da dimostrare.

 Limitare l’immigrazione?

Si diceva che il miliardo di coesione avrebbe dovuto limitare l’immigrazione verso la Svizzera da parte di cittadini dei nuovi Stati membri UE.  Che questo sia accaduto è ancora tutto da dimostrare. Anzi: il fatto che, per contenere gli arrivi, il Consiglio federale abbia applicato la clausola di salvaguardia, dimostra semmai proprio il contrario.

I progetti da finanziare con i franchetti svizzeri vengono concordati direttamente con  i paesi membri, ma naturalmente al volgo non si comunica nulla, né somme impegnate né tipo di operazione finanziata. Soprattutto non si dice che tipo di beneficio ne avrebbe tratto la Svizzera.

Quello che si sa, però, è che gran parte di questi fondi sono già stati spesi. Il contributo di un miliardo (di cui quasi la metà alla sola Polonia: siamo a livelli di risarcimento di guerra) destinato ai dieci Stati membri UE che hanno aderito al club eurofallito nel 2004 risultava interamente stanziato al primo semestre del 2012.

Per contro i 257 milioni per Romania e Bulgaria nell’aprile 2014 erano messi nel seguente modo: il 62% stanziati in via definitiva, il 31% in via provvisoria.

 In massima parte polverizzati

Sicché l’enorme somma che gli svizzeri hanno versato ai nuovi paesi UE è già per la massima parte polverizzata. Una somma, sia ben chiaro, che è stata versata senza alcun obbligo. L’obiettivo era, ancora una volta, mostrarsi eurocompatibili, eurosottomessi, eurosvenduti.

Ciononostante l’Unione europea ancora si permette di fare la voce grossa con la Svizzera a seguito dell’ormai famoso voto del 9 febbraio. E naturalmente ha sempre nel mirino la privacy bancaria e quindi la piazza finanziaria elvetica, potendo in questo contare anche su una nutrita schiera di complici interni, a partire dalla ministra del 5% Widmer Schlumpf. Ecco cosa ci si guadagna a regalare miliardi per farsi belli agli occhi degli eurocrati.

Come detto di indotti non se ne vedono, né politici né economici. Infatti l’UE prosegue con la sua guerra economica nei nostri confronti.

 Bloccare i versamenti

Il fatto che quasi tutti i contributi di coesione siano stati consumati comporta tuttavia che una parte, pur piccola, ancora non lo sia stata. Dei 257 milioni per Romania e Bulgaria il 7% non è stato stanziato, mentre il 31 lo è solo in via provvisoria. Di conseguenza, su questi soldi possiamo ancora decidere noi. In particolare, possiamo decidere di bloccarne il versamento. Sarà bene ricordarlo agli eurobalivi. Quelli che credono di poterci applicare misure di ritorsione come punizione per aver esercitato i nostri diritti democratici.

Lorenzo Quadri

Il 28 settembre votiamo NO. Credito per expo: un esempio di quello che non si dovrebbe fare

Il credito da 3.5 milioni per expo 2015 è il classico esempio di quello che non si dovrebbe fare. Prima il governo “lacrime e sangue” invocando le casse pubbliche vuote. Poi però si trovano soldi da spendere nel modo più discutibile possibile: sostenere un carrozzone estero ampiamente infiltrato dalla corruzione, un cantiere che cumula ritardi e le cui ricadute positive in Ticino rimangano ampiamente nel campo nelle ipotesi. 

E’ chiaro che non si può da un lato invocare tagli ai sussidi di cassa malati o pretendere di raddoppiare le stime immobiliari per fare cassetta, e poi dire che i milioni per expo 2015 ci sono. Tanto più che i progetti ticinesi si sfaldano uno dopo l’altro, e qualche motivo ci sarà. L’unico con una certa concretezza, il Trenhotel di Chiasso, è stato affossato in votazione popolare. Pensate fantasiose come l’idrovia fino a Milano o le piste ciclabili sono destinate a rimanere, appunto, nel regno delle fantasie. Anche perché la controparte italiana non ha interesse a realizzarle.

Al proposito vale la pena ricordare che la Lega dei Ticinesi aveva  proposto in gran consiglio di dimezzare il credito di 3.5 mio, limitandolo ai progetti in Ticino. Una proposta cui però le altre forze politiche non vollero dare alcun seguito. Ne seguì il lancio del referendum e soprattutto la sua riuscita trionfale: le 13mila firme raccolte costituiscono un vero record democratico. E quando questo scenario cominciava a delinearsi, ecco che il governo medesimo ha cominciato a parlare di crediti ridimensionati, sconfessandosi platealmente. Ma soprattutto ha cominciato a cercare delle scappatoie per eludere i diritti popolari: un comportamento che non può essere accettato e che le urne devono sanzionare. Si pensi in particolare al coinvolgimento del fondo Swisslos.

Quando al ricorso ai contributi dei privati, ad essere fuori strada è la tempistica. Gli sponsor privati sono infatti stati coinvolti solo dopo il successo del referendum, quando invece li si sarebbe dovuti chiamare a raccolta fin dal principio, alfine di diminuire il conto per le casse pubbliche. Invece il CdS e chi ha gestito il dossier in suo nome, ha scelto la via più comoda: andare a batter cassa presso il contribuente – quello delle “lacrime e sangue”, quello cui si vogliono tagliare gli aiuti ed imporre nuove tasse e balzelli – con la totalità di un credito innaffiatoio che, oltretutto, è stato pure gonfiato con l’obiettivo “politichese” di accontentare il maggior numero possibile di richiedenti. Un modo di procedere che fa a pugni con il principio di gestione efficace ed efficiente del danaro pubblico. Senza dimenticare che una parte dei soldi chiesti al contribuente ticinese andrebbe a finanziare progetti con ricadute in Italia. Che poi la kermesse milanese possa portare pernottamenti in Ticino, come qualcuno crede, è a dir poco utopistico: tra il capoluogo lombardo e la frontiera svizzera non si fatica di certo a trovare posti letto. Si rischia semmai che accada proprio il contrario. Ossia che i turisti, invece di venire in Ticino, si rechino direttamente a Milano.

Il No al credito è un dunque un chiaro segnale ad una maggioranza governativa che invoca a parole il rigore nella spesa pubblica, ma nella pratica non perde occasione per agire in senso contrario; tanto paga Pantalone. Se il Cantone vuole andare a fare aperitivi all’expo, li finanzierà con soldi privati.

Lorenzo Quadri

TAF: sentenza vergognosa prende a schiaffi i cittadini svizzeri

Sicurezza svenduta in nome dell’ “eurocompatibilità”

Ennesimo schiaffo alla volontà dei cittadini svizzeri. Il Tribunale amministrativo federale dà ragione ad un delinquente bosniaco che l’Ufficio federale della migrazione aveva deciso di espellere dalla Svizzera “a tempo indeterminato”. Tanto per una volta che un ufficio federale – oltretutto facente parte del dipartimento della kompagna $ommaruga – prende una decisione opportuna, ecco che deve arrivare il leguleio di turno a buttare all’aria tutto.

Un cittadino bosniaco (ma come, gli stranieri che delinquono non dovevano essere tutta un’invenzione della Lega populista e razzista?) ha commesso in un anno una trentina (!) di furti con scasso ed è stato condannato ad una pena detentiva di tre anni. Pena che, sia detto per inciso, l’ennesimo straniero perfettamente integrato che ci siamo portati in casa ha scontato a nostre spese nelle carceri elvetiche deluxe con il menù a scelta; non certo in quelle della madre patria: che abbiamo il sospetto adottino standard leggermente diversi. Ricordiamo anche che un detenuto alla Stampa costa attorno ai 350 Fr al giorno (da cifre ufficiali del CdS).

Massimo 8 anni
A pena scontata, l’Ufficio federale della migrazione ha stabilito che il bosniaco andava espulso dalla Svizzera a tempo indeterminato. Quest’ultimo ha presentato ricorso: perché non sia mai che si accetti una decisione dell’autorità, quando si sa benissimo che gli svizzerotti fessi hanno dei tribunali, con giudici nominati per meriti partitici, che decidono sistematicamente a favore dello spalancamento di frontiere. Ed infatti, come da copione, ecco che il Tribunale amministrativo federale (TAF) prontamente viene incontro allo scassinatore seriale bosniaco. Il quale, sentenzia il TAF, non può essere espulso a tempo indeterminato dalla Svizzera. Perché, udite udite, una direttiva UE recepita dalla Svizzera lo impedisce. Quindi il periodo di allontanamento può durare al massimo 8 anni.

Ci riprendiamo i delinquenti stranieri
Quindi gli eurofalliti vengono a comandare in casa nostra; ci impongono di gettare a mare la nostra sicurezza e di riprenderci i delinquenti stranieri, tra l’altro nemmeno cittadini UE. E subito trovano i nostri legulei genuflessi che gli danno spago. Ma chi comanda in questo paese: i cittadini o i giudici (peraltro non eletti da nessuno)? Siamo una magistratocrazia?

 E chi ha deciso di recepire nel diretto elvetico la demenziale direttiva UE? Il ministro degli Esteri PLR Didier “Dobbiamo aprirci all’UE” Burkhaltèèèr, quello che vuole la “ripresa dinamica” (?) del diritto europeo in Svizzera, in altre parole vuole svenderci direttamente a Bruxelles? La ministra di Giustizia P$ Simonetta “Dobbiamo aiutare l’Italia” Sommaruga? La maggioranza parlamentare di centro-$inistra?

Sempre più svenduti
Come tutti sappiamo, i cittadini elvetici hanno votato l’espulsione dei delinquenti stranieri. Questo voto – cosa scandalosa – non è ancora attuato. E adesso arriva il TAF di turno a decidere in senso esattamente opposto. Al bosniaco può essere fatto divieto di entrare in Svizzera solo per otto anni. Quindi: il popolo vota una cosa e nella pratica accade l’esatto contrario. Si crede davvero che gli svizzeri siano disposti a sopportare ad oltranza ogni presa per i fondelli?

Tanto per rendere ancora più incisiva la presa per i fondelli, il TAF infarcisce la sua sentenza con le consuete fregnacce buoniste e politikamente korrette: “vanno presi in considerazione gli interessi familiari e privati del ricorrente”. Eh già. Il delinquente bosniaco commette 30 (non uno! Trenta!) furti con scasso in tre anni, però ha diritto al rispetto dei suoi interessi privati.

E i cittadini elvetici non hanno diritto ad essere liberati da uno scassinatore seriale? Che potrebbe rivelarsi pericoloso non solo per la proprietà, ma anche per l’integrità fisica dei residenti? No, naturalmente.

Si sa: per le maggioranze politiche di centro-$inistra di questo paese gli unici delinquenti sono gli automobilisti, che vanno criminalizzati e tartassati ad oltranza. Nei confronti dello scassinatore seriale bosniaco bisogna avere “comprensione”, “apertura”, “rispetto dei suoi diritti privati”. Intanto la sicurezza Svizzera, una volta caratteristica di cui potevamo andare fieri, va a ramengo. Ma l’importante è calare le braghe davanti alle direttive europee. Sempre e comunque. La sicurezza del paese è secondaria. Anzi: più delinquenti abbiamo, più diventiamo “eurocompatibili”, per cui… 
Lorenzo Quadri