Tenta di aizzare i frontalieri

La performance del sindacalista UNIA ex candidato PD alle elezioni europee

Ma guarda un po’: i kompagni del sindacato rosso UNIA invitano i frontalieri alla ribellione contro le proposte di aggravi fiscali a loro carico. Ad ulteriore dimostrazione di chi rappresenta UNIA nella guerra tra poveri provocata dagli spalancatori di frontiere (sindacati compresi) che ha messo in concorrenza diretta residenti e frontalieri. Con la necessità di fare una scelta di campo. Una scelta che il sindacato rosso non può fare: del resto, quando una bella fettona di iscritti – che pagano le loro brave quote…- è costituita da frontalieri…

Proposta indigesta

Sicché tale sindacalista UNIA Sergio Aureli, già candidato (trombato) alle ultime elezioni europee per il PD (Uella!, direbbe qualcuno) ha organizzato una serata a Porlezza per aizzare i frontalieri. Obiettivo fallito. La serata è andata per lo più deserta. Ma il Corrierone del Ticino, sull’edizione di ieri, ha pensato bene (?) di farne un lungo rendiconto.

Naturalmente al kompagno Aureli risulta particolarmente indigesta la proposta del sottoscritto di aumentare le imposte dei frontalieri, tassandoli in base alle aliquote italiane.

I mal di pancia di Aureli sono comprensibili. Meno i suoi tentativi di spalare palta sul postulato del sottoscritto, che come noto è stato accolto dal Consiglio nazionale a larga maggioranza, con anche il voto dei deputati PSS.

Non è la panacea, ma…

Nessuno ha mai detto che la proposta che ho presentato nel 2012 fosse il toccasana contro il dumping salariale. Darà però il suo contributo, visto che comporta un aumento fiscale. Un aggravio che, ovviamente, sarà più moderato per chi guadagna poco e più elevato per chi guadagna di più. Il sindacalista già candidato alle europee dovrebbe sapere che non tutti i frontalieri guadagnano salari da fame. Soprattutto nel terziario (banche, fiduciarie) ce ne sono di quelli che staccano paghe interessanti, seppur inferiori a quelle che chiederebbe un residente. E questo è uno dei settori in cui si verifica la sostituzione. Lo stesso Aureli calcola ad esempio che su uno stipendio di 5000 Fr al mese l’aggravio fiscale sarebbe di 600 euro mensili.

Per i cittadini italiani, lavorare in Svizzera resterà interessante anche dovendo pagare più imposte: questo è evidente a tutti, anche solo in considerazione della catastrofica situazione occupazionale italiana: nella provincia di Varese, quindi non proprio a Caltanissetta, quasi un giovane su due non ha lavoro.

60 milioni in più

La mia proposta di tassare i frontalieri secondo aliquote italiane non risolverebbe tutti i problemi provocati al mercato del lavoro ticinese dall’invasione di frontalieri. Sarebbe troppo facile. Permetterebbe però di risolvere in modo definitivo la questione dei ristorni. Che non ci sarebbero più. E quindi l’erario ticinese incasserebbe oltre 60 milioni di franchetti all’anno “extra”, da usare per promuovere l’occupazione dei residenti; e scusate se sono pochi.

Inoltre avrebbe effetti positivi in campo di dumping salariale: poiché se si pagano più tasse bisogna anche guadagnare di più. Si tratta di un effetto forse secondario, ma non per questo disprezzabile.

Il piede in due scarpe

Come detto più volte, la vera soluzione del problema del frontalierato sta nell’impedire l’assunzione di frontalieri al posto dei residenti. Per questo bisogna applicare il voto del 9 febbraio. Un voto che il sindacato UNIA ha combattuto e denigrato a tutto andare. Danneggiando quindi i lavoratori “indigeni”. E’ inevitabile: non si può pretendere di difendere contemporaneamente i lavoratori ticinesi e quelli frontalieri che, a seguito della devastante libera circolazione delle persone voluta anche dai sindacati, portano via il lavoro ai “nostri”. Il piede in due scarpe non funziona più. Bisogna scegliere da che parte stare. O di qua, o di là.

Lorenzo Quadri

ROM ungheresi che chiedono asilo al nostro paese? A far fessi gli svizzerotti ci provano proprio tutti

Questa, indubbiamente, ci mancava. Non bastano i sedicenti rifugiati che l’Italia si porta in casa con la fallimentare operazione “mare nostrum” (grazie alla quale il Belpaese si è trasformato nel “ventre molle dell’immigrazione in Europa”, come ha scritto il Washington Post) e poi scarica sui paesi vicini, tramite non applicazione degli accordi di Dublino. Non applicazione che viene giustificata inventando ogni volta una scusa diversa. Prima il ministro italiano Alfano dice che “purtroppo” mancano le risorse per registrare tutti i richiedenti l’asilo. Poi, contrordine compagni. La versione cambia. Sono gli immigrati che non si vogliono far registrare. Perfino la kompagna Sommaruga, quella del “dobbiamo aiutare l’Italia”, si è sentita “leggermente” presa per il fondoschiena, tant’è che ha richiamato il Belpaese ai suoi doveri internazionali. Il che è tutto dire… Naturalmente c’è chi si limita a richiamare ai doveri e chi invece minaccia di chiudere le frontiere, senza tanti complimenti.

Asilanti UE?

Questo però, come detto, non bastava. Sicché dovevano metterci del loro anche i nomadi in arrivo dall’Ungheria. Mercoledì il quotidiano romando Le Matin ha infatti segnalato un’ondata di richieste d’asilo da parte di Rom ungheresi provenienti da una città dalla quale sarebbero stati cacciati dall’autorità, a loro dire per questioni di campagna elettorale (i Rom non sono una presenza gradita).

Quindi ci sarebbero dei richiedenti l’asilo ungheresi. Ovvero provenienti da un paese che non solo non è in guerra, ma che è addirittura membro dell’Unione europea. Uno Stato membro UE non può che essere un paese sicuro per definizione.

La voce si spande…

La presa in giro è manifesta e plateale. Evidentemente si è sparsa la voce, e non ci voleva molto, che gli svizzerotti fessi mantengono tutti. E quindi ci provano anche i Rom ungheresi. I quali dichiarano papale papale di aver scelto la Svizzera perché ha un tasso di disoccupazione basso. Altro che asilanti, dunque. Si tratta di immigrati economici UE che tentano di attaccarsi alla greppia svizzera abusando del diritto d’asilo. Abusandone secondo modalità collaudate. Ovvero puntare sui sensi di colpa elvetici. Far leva sul fatto che gli svizzerotti mai oseranno chiudere le porte, col rischio di venire tacciati – dai fautori dell’immigrazione scriteriata – di razzismo e disumanità.

A proposito, dove sono le prese di posizione di Bruxelles sulla presunta cacciata dei Rom ungheresi? Eurofalliti capaci di prendersela solo con gli svizzerotti per un voto democratico (quello del 9 febbraio) perché tanto si sa che Berna cala le braghe?
E’ chiaro, comunque, che o i Rom sedicenti asilanti vengono respinti in toto, oppure sarà il trionfo del buonismo fesso con conseguente esplosione della spesa sociale.

Lorenzo Quadri

Contingenti per gli stranieri: gli ambienti accademici perdono la faccia Prima starnazzano, poi sono i primi ad introdurli

Ma guarda un po’: i politecnici di Zurigo e Losanna hanno troppi studenti stranieri e adesso, per limitarli, vogliono introdurre dei contingenti.

Scusate, ma qui ci scappa proprio da ridere. Gli ambienti accademici erano quelli che, per motivi ideologici (“dobbiamo aprirci”, come se questo paese non avesse già spalancato di tutto e di più) starnazzavano a tutto volume contro l’iniziativa “Contro l’immigrazione di massa”. Quando l’iniziativa è stata approvata, i professoroni si sono messi a strillare con ancora più decibel, denigrando a pieni polmoni il popolino bestia e razzista che ha osato contraddire i loro alti intelletti, e annunciando la catastrofe del sistema universitario elvetico: perché non sarebbero più arrivati studenti e professori stranieri.

Ancora nei giorni scorsi si sono sentiti i grandi scienziati scagliarsi, dall’alto della loro supposta autorità morale, contro l’iniziativa Ecopop: perché limitare la sovrappopolazione è cosa da fascisti e razzisti.

Bugie con le gambe corte

Mai la dimostrazione che le bugie hanno le gambe corte è arrivata in modo più tempestivo. Qualche giorno dopo le velleitarie dichiarazioni di cui sopra, i politecnici federali hanno scoperto di avere troppi nuovi iscritti stranieri. Ma come: l’iniziativa contro l’immigrazione di massa non li avrebbe dovuti far scappare tutti, determinando l’inizio della fine del sistema accademico svizzero?

Ecco quindi la conferma che “il re è nudo”: l’opposizione isterica degli ambienti accademici all’iniziativa Contro l’immigrazione di massa era semplicemente l’ utilizzo strumentale, da parte dei diretti interessati, della propria aura di autorità scientifica, per far passare un messaggio politico che non ha alcun rapporto con la realtà. Facendo leva sull’effetto “se lo dicono dei professori universitari non può che essere vero”.

La cittadinanza prende invece atto che anche i professori universitari raccontano balle a scopo di propaganda politica.

In casa propria…

Gli è che il “Poli” di Zurigo si ritrova con 2800 matricole, un record assoluto. Con il 29% di studenti stranieri. Ancora più estrema la situazione a Losanna: gli studenti stranieri sono il 52% – dunque la maggioranza! – e gli iscritti hanno raggiunto quota di 10mila.

Ebbene, che soluzioni ti trovano i “magnifici rettori” dei due istituti per fermare “l’immigrazione di massa” nei loro sovrappopolati atenei? Risposta: il contingentamento degli studenti stranieri!

Ma guarda un po’: proprio gli intelletti superiori che predicavano contro le limitazioni all’immigrazione, se toccati direttamente in “casa loro” vanno ad adottare nientemeno che i beceri, razzisti e xenofobi contingenti per gli stranieri!

Coerenza?

Ci piacerebbe proprio sapere con quale coerenza l’esimio ed illustrissimo presidente del Politecnico di Losanna, tale Ralph Eichler, dichiara che nel suo istituto non vuole più di 10mila studenti e quindi contingenta gli stranieri. Nel contempo, però, proprio lui che non riesce a gestire una popolazione di 10mila studenti, va in giro a predicare, in funzione anti-Ecopop, che in Svizzera c’è spazio per 12 milioni di persone – e quindi non bisogna limitare l’immigrazione.

Punto primo: chi non è in grado di gestire 10mila studenti senza ricorrere ai contingenti per gli stranieri non è molto nella condizione di sputare sentenze su come si gestiscono popolazioni di 1000 volte superiori senza restrizioni migratorie.

Punto secondo: allora noi applichiamo al buon Eichler i suoi stessi principi e gli diciamo che nel “suo” Politecnico c’è spazio per 15mila studenti e dunque lui, il Ralph, è un fascista ed un razzista perché ha introdotto il numero chiuso di iscritti stranieri.

O forse per i nostrani luminari le limitazioni all’immigrazione sono roba da populisti e razzisti… tranne quando le fanno loro?

Lorenzo Quadri

Ma guarda un po’! La Lega ed il Mattino AVEVANO RAGIONE L’esplosione della criminalità straniera!

Nei giorni scorsi il Consiglio di Stato ha risposto ad un’interrogazione presentata nel marzo 2012 dal deputato Udc Eros Mellini. Tema: la criminalità straniera. Le cifre le trovate nella tabella annessa.

E sono cifre inequivocabili. In praticamente tutti i reati commessi nel 2011 gli autori sono in maggioranza stranieri. In alcuni casi sono esclusivamente stranieri: quindi si instaura addirittura un regime di monopolio.

Nel caso delle rapine, il 66.7% degli autori è straniero. In quello delle le risse, siamo al 100%. Nel furto con destrezza all’81.6%. E così via.

23 milioni all’anno

Ma come, gli stranieri che delinquono non dovevano essere un’invenzione della Lega populista e razzista? Ancora una volta, invece, le cifre ci danno ragione. E dimostrano una clamorosa sovra rappresentazione di stranieri nelle statistiche criminali.

Una situazione del resto confermata anche dai numeri dei carcerati. L’80% degli ospiti della Stampa non è svizzero. Immaginiamo dunque le conseguenze, anche dal punto di vista finanziario. Le strutture carcerarie ticinesi costano infatti al contribuente circa 23 milioni di Fr all’anno. I quattro quinti della spesa sono dovuti ai detenuti stranieri: quindi non si tratta certo di noccioline.

Le proporzioni

Dalla risposta all’interrogazione emerge tuttavia anche che, nelle aggressioni gravi, la maggioranza (52.5%) degli autori ha il passaporto svizzero. Attenzione però. Gli stranieri in Ticino sono meno degli svizzeri (ci mancherebbe che fosse il contrario). Attualmente sono il 27,2% della popolazione. Nel 2011, anno cui si riferisce la risposta del governo, erano di meno. Se, per rimanere alle aggressioni gravi, il 27,2% della popolazione commette il 47,5% dei reati, è evidente che – considerando il loro numero – in Ticino in proporzione i cittadini stranieri commettono molti più reati di quelli elvetici.

Non è ancora finita. Le statistiche non ci dicono, né mai ci diranno, quanti dei delinquenti indicati come “svizzeri” in realtà sono naturalizzati di fresco. Ciò che amplifica ulteriormente il fenomeno della criminalità importata.

Chi non vuol sentire…

Queste cifre e dati sono proprio quello che gli spalancatori di frontiere e rottamatori della Svizzera non vogliono sentire. Ovvio il motivo: sono le conseguenze del disastro fatto in nome dell’immigrazione scriteriata e dell’internazionalismo becero. Ecco i risultati della politica del “bisogna aprirsi”.

Per chiudere la bocca a chi mette sotto gli occhi di tutti la sgradita realtà, gli spalancatori di frontiere ricorrono alla tattica della denigrazione. Dire certe cose significa essere razzisti e xenofobi. Chi lo ha stabilito? La $inistra internazionalista ed i suoi autocertificati intellettualini da tre e una cicca: quelli che si sono attribuiti un’autorità morale che sono ben lungi dall’avere. E un razzista e xenofobo non può che essere riprovevole per definizione.

Silenzi assordanti

Naturalmente, quelli che “la criminalità straniera è tutta una balla della Lega populista e razzista” si sono ben guardati dal fare un cip davanti all’ennesima plateale smentita della loro tesi di comodo. Smentita venuta per l’appunto dai dati statistici sulla nazionalità dei malviventi che hanno commesso reati in Ticino nel 2011. E purtroppo per loro è arrivata un’altra legnata.

Proprio lo stesso giorno della risposta all’interrogazione Mellini a Bellinzona sono stati arrestati quattro giovani ladri: un 22enne romeno residente in provincia di Savona, un 16enne sedicente bosniaco senza fissa dimora, un 25enne albanese residente in provincia di Milano e un 21enne italiano pure residente in provincia di Milano. Tutti stranieri dunque. E inoltre tutti residenti fuori dalla Svizzera. Grazie alle frontiere spalancate, i malviventi sono arrivati nel self service Ticino.

Ma come, i giovani stranieri che delinquono non dovevano essere tutta una balla della Lega populista e razzista?

Ma come, la criminalità transfrontaliera non doveva essere tutta una balla della Lega populista e razzista?

E davanti a simili fatti e cifre, qualcuno ha ancora il coraggio di sostenere che le frontiere devono rimanere spalancate, che non si devono porre dei freni all’immigrazione e che non bisogna espellere gli stranieri che delinquono?

Lorenzo Quadri

Mentre la Svizzera smantella la privacy bancaria FATCA sarà durato lo spazio di un mattino?

Appena qualche anno fa, quindi non nell’alto Medioevo, l’allora ministro delle finanze svizzero Merz assicurava che “il segreto bancario non è negoziabile”. L’ultima dichiarazione del Consiglio federale al proposito annuncia invece lo scambio automatico d’informazioni entro il 2017- 2018. Sono bastati pochi anni perché un Consiglio federale fermo solo nel cedimento – aiutato dalle grandi banche “svizzere” per le quali la Svizzera è tuttavia solo un tassello sacrificabile sull’altare di più redditizi marcati – capovolgesse completamente lo scenario.

Il Diktat FATCA

Nella “discesa agli inferi” che ha portato allo smantellamento del segreto bancario in un battibaleno (se si considerano i normali tempi della politica), con conseguenze drammatiche per la nostra piazza finanziaria, si segnala il Diktat FATCA. Impostoci dagli USA in violazione della nostra sovranità territoriale, esso priva del diritto alla privacy bancaria non solo cittadini americani con conti svizzeri, ma anche persone con essi relazionate.

Berna non ha mancato di concedere a Washington di tutto e di più, “perché gli USA sono più grandi”. Un atteggiamento che non mancherà di suscitare appetiti di ogni genere. Anche al di fuori dell’ambito finanziario.

La costruzione scricchiola

Eppure lo stesso FATCA, venduto come indispensabile e sicuro come un comandamento scolpito nella pietra, traballa. E traballa proprio a casa sua: negli USA. Alla destra statunitense l’accordo non va giù. L’Associazione Repubblicani Oltreoceano ha dato mandato ad un noto costituzionalista, James Bopp, di trovare il mezzo per invalidare FATCA. Un interessante articolo pubblicato sull’Agefi del 9 ottobre fa il punto della situazione. Secondo Bopp, che per svolgere il proprio incarico ha iniziato una tournée in Europa – ad inizio ottobre era a Ginevra – gli accordi FATCA sono anticostituzionali, poiché violano almeno in tre punti la Carta fondamentale americana. Prima di tutto per quel che riguarda la convalida degli accordi: la Costituzione USA prevede che i trattati internazionali siano ratificati dal Senato a maggioranza di due terzi, ciò che non è avvenuto con FATCA. Violata pure la tutela della sfera privata e il principio della proporzionalità, dal momento che il Diktat minaccia, in caso di fronde fiscale, la confisca della metà del patrimonio del reo.

Secondo Bopp, inoltre, l’obbligo fatto a banche estere, comprese quelle elvetiche, di trasmettere tutti i dati dei clienti americani compresi quelli in regola, è illegale: l’amministrazione americana può chiedere informazioni solo sulla base di sospetti concreti e corroborati da un’inchiesta.

Pure censurate le conseguenze di FATCA per i congiunti non statunitensi di cittadini USA, la cui esistenza viene “gravemente alterata sul piano sia personale che professionale”.

Inoltre, prosegue l’esperto, il sistema fiscale americano è così complesso che è facile sbagliare. E chi sbaglia viene trattato, a seguito di FATCA, come un delinquente. Poiché per essere sicuri di fare tutto in ordine occorre farsi consigliare da uno specialista e questi specialisti costano parecchio e quindi sono alla portata solo degli abbienti, FATCA avvantaggia i più ricchi e discrimina i redditi modesti.

Sospeso da subito?

Ora, è ovvio che lo scopo di queste ricerche è di giungere ad un risultato concreto. Ossia denunciare l’accordo FATCA davanti ad un tribunale USA. E Bopp garantisce: “allestiremo il dossier ed adiremo la corte entro fine anno”. L’obiettivo del Comitato nazionale repubblicano è infatti l’abrogazione di FATCA. Che, a dipendenza della scelta fatta dai giudici, potrebbe essere sospeso già all’inizio della casua.

Quell’accordo vendutoci dalla ministra del 5% Widmer Schlumpf come ineluttabile, è dunque destinato a durare lo spazio di un mattino? Potrebbe anche accadere. Definitivo è invece il danno arrecato alla piazza finanziaria svizzera. Danno cui l’eventuale affossamento di FATCA in patria aggiungerebbe un’amara beffa. Oltre che il suggello definitivo all’incapacità di chi avrebbe dovuto difendere le nostre posizioni. Ma non l’ha fatto.

Lorenzo Quadri

Consigliere nazionale

Lega dei Ticinesi

In un letto non si dorme in dieci

Limitare l’immigrazione è sempre più necessario

L’iniziativa Ecopop può piacere oppure no. Ci possono essere degli argomenti validi sia nel campo dei pro che in quello dei contro.

Il suo più grave difetto, e non è certo cosa da poco, è di non considerare in alcun modo il frontalierato, anzi di fomentarlo ancora di più, vedendolo come un’alternativa all’immigrazione.

Come se sostituire gli stranieri residenti con frontalieri fosse una soluzione “ecologicamente sostenibile”: in Ticino sappiamo benissimo che è vero proprio il contrario. Lo dimostrano le strade perennemente intasate dai veicoli dei 62’500 frontalieri (30mila di troppo) che entrano quotidianamente nel nostro Cantone uno per macchina; ciò che peraltro è stato confermato dall’indagine effettuata da Claudio Zali. E queste decine di migliaia di veicoli, cui vanno aggiunti quelli dei padroncini, dal tubo di scappamento non emettono né vapore acqueo né chanel nr 5. Ma naturalmente i ro$$o-verdi nostrani, fautori della persecuzione e della criminalizzazione degli automobilisti (vedi il grottesco programma Via Sicura a seguito del quale un eccesso di velocità senza conseguenze pratiche viene punito più duramente di una rapina) al proposito non hanno nulla da dire. Guai a dare l’impressione di voler toccare i frontalieri, è roba da populisti e razzisti!

La “toppata”

Ecopop ha quindi la grossa lacuna di fomentare il frontalierato. Una lacuna enorme per noi ticinesi. Questo non vuol dire, però, che non abbia anche dei pregi. Come rispose Madame de Montespan, celebre favorita di Luigi XIV rimbrottata perché, malgrado vivesse in “doppio adulterio” (sia lei che il regale amante erano sposati) osava prender parte alle funzioni religiose: «Non è perché commetto un peccato che devo commettere anche tutti gli altri».

Sicché Ecopop non si trasforma automaticamente in un vaso di turpitudini “solo” perché toppa sul frontalierato. Il pensiero di fondo dell’iniziativa è chiaro e lineare. In Svizzera siamo in troppi. Ciò crea problemi di sostenibilità – ah che bella parola trendy e politikamente korretta! – ad ogni livello: ambientale, abitativo, economico, occupazionale, viario, eccetera. Se un appartamento è pensato per una famiglia di 4 persone, non si si può abitare in 25.

Se in Svizzera siamo in troppi, allora bisogna limitare l’immigrazione. Limitarla in modo drastico. E questa è un’esigenza che abbiamo sempre sostenuto.

Sostengno involontario

La kompagna Simonetta “dobbiamo aiutare l’Italia” Sommaruga, delegata dal Consiglio federale a combattere l’iniziativa Ecopop, sembra stia invece facendo di tutto per promuoverla. Infatti la ministra non riesce a fare di meglio che prodursi nelle solite trite accuse di razzismo e di xenofobia all’indirizzo dei promotori. Accuse che c’entrano come i cavoli a merenda: o Simonetta, se tu rifiuti di far dormire 10 persone nel tuo letto sei xenofoba?

Non ancora contenta, la Consigliera federale $ocialista si produce in perle di saggezza che suonano più o meno: “l’immigrazione non va frenata, se c’è più gente gli svizzeri devono stringersi per fare spazio”.

Mancava solo che dicesse: “gli svizzeri devono sloggiare per fare spazio ai migranti”. Non l’ha ancora detto. Ma la campagna è ancora lunga: su Ecopop si voterà il 30 novembre. Per cui c’è tutto il tempo per “rimediare”.

Razzismo?

Limitare l’immigrazione non è razzismo. E’ necessità. In barba ai “dobbiamo aprirci” che i rottamatori della Svizzera continuano a ripetere come un mantra. E cosa, secondo lor$ignori, dovremmo ancora “aprire”, visto che il partitume $torico ha già spalancato di tutto e di più, dalle frontiere ai cordoni della borsa dello Stato sociale?

A proposito di limitazioni dell’immigrazione, il popolo svizzero ha dato in più occasioni dei segnali chiari. Vedi espulsione degli stranieri che delinquono, vedi 9 febbraio. Tutti rimasti inapplicati. E allora non è sbagliato continuare a battere il chiodo. Perché il Consiglio federale si renda conto che bisogna intervenire.

Lorenzo Quadri

Il P$ garantisce il sostegno alla responsabile dei licenziamenti

Kompagni, altro che fare le verginelle ed interrogare sulla mattanza occupazionale in BSI!

Il Consiglio federale, o meglio sarebbe dire la ministra del 5% Widmer Schlumpf, ha messo a segno l’ennesima calata di braghe in materia privacy bancaria. L’annuncio, devastante per quanto atteso, è il seguente: per il 2017 – 2018 sarà in vigore lo scambio automatico d’informazioni.

Dalla Weissgeldstrategie a Rubrik, il dossier “segreto bancario”, da quando è in mano alla Consigliera federale non eletta, si è trasformato in una lista di monumentali fallimenti. Questa incredibile sequenza di flop ha fatto precipitare la piazza finanziaria elvetica nei gradini bassi della classifica della competitività internazionale. Hai voglia a dire che bisogna “riconventirsi”. “Riconvertirsi” a cosa? Qui si è distrutto il benessere costruito in 60 anni: il recupero è impossibile.

FATCA a rischio

Senza contare che gli Stati che pretendono di imporre pro saccoccia le proprie regole alla Svizzera sono poi ben lontani dall’applicarle loro, quando è in ballo il proprio tornaconto. Non tutti sono così disposti ad autocastrarsi per compiacere paesi esteri. Particolarmente interessante, ma bisognerebbe dire drammatico, il caso FATCA. La ministra del 5% si è affrettata a far approvare il Diktat USA presentandolo come “inevitabile” (tutto quello che non si vuole contrastare è diventato “inevitabile” per definizione). Adesso si scopre che FATCA rischia di saltare proprio negli Stati Uniti a causa della violazione multipla di diritti costituzionali dei cittadini.

Reputazione a ramengo

In cambio di tutto questo, la Svizzera non ha ottenuto assolutamente nulla.

Per contro, le conseguenze della perdita di attrattività della piazza finanziaria elvetica si scontano. E pesantemente. Si contano per quello che Widmer Schlumpf ha svenduto e anche per quello che svenderà in futuro. La reputazione elvetica di affidabilità e stabilità è andata a farsi benedire.

Come si può credere alla stabilità di un paese il cui governo nel 2009 dichiara “il segreto bancario non è negoziabile” e cinque anni dopo annuncia il passaggio allo scambio automatico di informazioni? Non si può sapere se quello che è garantito oggi lo sarà ancora domani.

E come la mettiamo con quegli esponenti dei partiti cosiddetti borghesi che, quando il Nano, dimostrando la consueta lungimiranza, lanciò l’iniziativa per introdurre il segreto bancario nella Costituzione federale, replicarono che si trattava di proposta inutile perché la privacy bancaria era già tutelata, scolpita nella pietra, sicura come l’oro? Adesso siamo in grado di misurare l’ampiezza di questa “tutela”.

E vediamo anche come queste stesse persone, quando i buoi sono ampiamente fuori dalla stalla, hanno da poco raccolto le firme per preservare il segreto bancario almeno per gli svizzeri. Ben sapendo cosa ci riserva il futuro. Ciò tramite l’ennesima “iniziativa-Xerox” fotocopiata dalle proposte della Lega. Ma come, non c’erano già “tutte le garanzie”?

Ipocrisia ro$$a

E’ chiaro che lo smantellamento della piazza finanziaria si paga, e pesantemente, in termini di perdita di posti di lavoro. Lo vediamo bene anche in Ticino. La BSI brasileira ha annunciato 100 licenziamenti. Questi 100 nuovi disoccupati potranno ringraziare la ministra del 5%. Ma non solo lei. Potranno ringraziare anche quelli che la mantengono in carica senza i voti. E qui emerge in maniera plateale l’ipocrisia dei kompagni. I quali, all’annuncio della mattanza occupazionale in BSI, si sono affrettati ad interrogare il municipio (come se c’entrasse qualcosa). Chiara la manovra: tentare di goffamente di spacciarsi per paladini dei bancari che rimarranno senza impiego. Tempo un paio di settimane, ed il P$ a livello nazionale dichiara ai quattro venti che l’anno prossimo – in occasione della rielezione del Consiglio federale da parte del Parlamento – sosterrà ancora la ministra del 5%, per garantirle di rimanere in carica contro la volontà popolare. Affinché la sua opera distruttrice possa continuare. E poi in casa $ocialista hanno ancora il coraggio di fare le verginelle sui licenziamenti in BSI?

Lorenzo Quadri

Infranto il muro del “sa pò mia”!

Appalti pubblici: revisione legislativa di Zali per tenere i soldi in Ticino

La priorità alle ditte locali negli appalti pubblici. Più concretamente, riservare le commesse pubbliche solo alle aziende svizzere fino a un importo di 8,7 milioni di franchi per i lavori edili e 350 mila franchi per forniture e servizi.

Questo è l’obiettivo della revisione della Legge sulle commesse pubbliche presentata la scorsa settimana da Claudio Zali.

Ancora una volta dunque il ministro leghista in carica da un anno ha fatto centro. La precedenza agli svizzeri – sia nelle assunzioni che nell’assegnazione di lavori pubblici – è infatti uno dei principali obiettivi della Lega. Che Zali si sta dando da fare per realizzare.

Quel margine di manovra…

Oltretutto la proposta di revisione della Legge sulle commesse pubbliche è la risposta migliore a chi continua a nascondersi dietro la foglia di fico del “margine di manovra nullo”. Forse per mascherare il fatto che ad essere nulla è invece la volontà d’azione. Del resto agire significherebbe ammettere che l’odiata Lega aveva ragione, ciò che non deve accadere nemmeno sotto tortura.

Strano che però quando si tratta di mettere le mani nelle tasche della gente, allora il margine di manovra lo si trova…

Concretezza leghista

Il ministro leghista Zali concretizza dunque la linea della Lega – riassumibile nella frase “prima i ticinesi” – con i mezzi che ha disposizione come direttore del Dipartimento del Territorio. E lo sta facendo molto bene. Senza tanti fronzoli, senza gigioneggiare, e senza passare la metà del tempo lavorativo a farsi campagna elettorale su facebook e twitter – diversamente da altri suoi colleghi.

Quello degli appalti pubblici è un tema che sta ovviamente a cuore al nostro Movimento. Visto che si tratta di soldi del contribuente, è chiaro che bisogna fare tutto il possibile affinché vadano ad aziende che creano lavoro in Svizzera e pagano le tasse in Svizzera. L’aberrazione del LAC, il maxicantiere pubblico da 240 milioni pagati integralmente dal contribuente luganese, andato in mano alla spagnola COMSA che subappalta a go-go a Sagl in arrivo dalla vicina Penisola, è un chiaro monito. Del resto questo cantiere ha regalato al Ticino anche il caporalato, finora sconosciuto alle nostre latitudini. Un LAC non sarebbe toccato dalla “lex Zali” che non si applica ad importi di quella portata. Ma l’obiettivo cui si vuole tendere, di una linearità disarmante – dei soldi pubblici ticinesi deve beneficiare l’economica ticinese – è chiaro.

A Berna…

Anche a Berna la Lega, tramite mozione Quadri, ha sollevato in altra forma il problema degli appalti pubblici. La richiesta è quella di introdurre tra i criteri di assegnazione dei lavori pubblici anche il numero dei frontalieri, inteso ovviamente come un “malus”. Traduzione: hai tanti frontalieri? Vieni penalizzato nel punteggio. Naturalmente da Berna è arrivato il njet, all’insegna del “sa pò mia”. Non sia mai che gli amici UE ci trovino qualcosa da ridire. La priorità è fare gli zerbini di Bruxelles, e poco importa il prezzo da pagare.

La modifica legislativa proposta da Zali non solo è importante, vantaggiosa per il Ticino, “leghista al 100%” ma è la dimostrazione che il ritornello dei “sa po’ mia” è solo un comodo paravento. Che ora si sfalda miseramente. La realtà è diversa. Si può, ma non si vuole.

Lorenzo Quadri

La Lega ottiene un altro importante successo a Berna

La Lega ottiene un altro importante successo a Berna

Chiusura notturna dei valichi secondari: avanti tutta!

La mozione della Consigliera nazionale leghista Roberta Pantani che chiede la chiusura notturna dei valichi secondari ha compiuto un ulteriore importante passo avanti. E’ infatti stata approvata all’unanimità anche dalla Commissione della politica estera della Camera dei Cantoni. L’atto parlamentare aveva già incassato il sostegno anche del Consiglio federale.

Una bella vittoria. La dimostrazione che la Lega a Berna ottiene risultati concreti ed importanti per il Ticino. Come è stato il caso del postulato Quadri per la tassazione dei frontalieri secondo aliquote italiane, di recente approvato al Consiglio nazionale a grande maggioranza. Partiti storici, prendere su e portare a casa.

Escalation

La decisione della Commissione della politica estera del Consiglio degli Stati favorevole alla chiusura notturna dei valichi secondari cade particolarmente a fagiolo. Nelle scorse settimane il Ticino è infatti stato funestato dall’ennesima escalation di rapine. Anziani aggrediti e depredati nella propria abitazione da delinquenti senza scrupoli arrivati dalla vicina Penisola, ma anche stazioni di benzina prese d’assalto con modalità finora mai viste. Vedi quanto accaduto a Brusino Arsizio: i delinquenti stranieri erano armati di pistola e di fucile a pompa e li hanno usati per fare fuoco. Non in aria. In direzione del benzinaio e per sfondare la vetrina del negozio.

Aperture?

I valichi secondari o si sorvegliano o si chiudono (o una combinazione delle due cose). Certo non possono rimanere spalancati. Il fatto che i malviventi potrebbero entrare comunque attraverso la frontiera verde non è un argomento. Attraverso la frontiera verde potrebbero entrare al massimo a piedi. Non potrebbero arrivare e scappare in auto, totalmente indisturbati, come accaduto nell’assalto al distributore di Brusino Arsizio. Non è perché magari i ladri potrebbero penetrare in una casa calandosi dal camino che si lascia spalancata la porta d’ingresso.

La vicina Penisola, sulla chiusura notturna dei valichi secondari, non ha proprio nulla da dire data la sterminata lista di inadempienze e scorrettezze messe a segno nei nostri confronti. Tutto questo mentre, contemporaneamente, il Belpaese ci sfrutta come valvola di sfogo per il suo mercato del lavoro disastrato.

Per partito preso?

L’approvazione all’unanimità della mozione Pantani da parte della Commissione degli Stati è una bella lezione anche per i nostrani spalancatori di frontiere. In effetti, approvazione all’unanimità significa anche da parte dei membri $ocialisti della Commissione in questione. Tutti populisti e razzisti anche loro? Oppure alle nostre latitudini certa parte politica si rifiuta di dar ragione alla Lega per partito preso? Da notare che lo stesso scenario si è verificato anche per il postulato Quadri sulla tassazione dei frontalieri in base alle aliquote italiane, che il gruppo P$ in Consiglio nazionale ha sostenuto.

Dimostrazione quindi che le proposte della Lega non sono populiste e razziste, ma sono ragionevoli e sostenibili. E, soprattutto, necessarie.

La Lega l’aveva previsto

Lo stesso procuratore pubblico Antonio Perugini in un’intervista al portale LiberaTV ha ammesso che siamo accerchiati dalla delinquenza. “Nessuno prevedeva che si sarebbero innescati fenomeni del genere così diffusi. La realtà dimostra che si sta muovendo molto più massicciamente la criminalità di professionisti, turisti o lavoratori”, ha dichiarato il magistrato.

Nessuno prevedeva? Non è esatto. Qualcuno l’aveva previsto. La Lega dei Ticinesi ed il Mattino della domenica. Quante volte in tempi “non sospetti” su queste colonne si poteva leggere: “prima ancora della manodopera a basso costo, arriverà la delinquenza”? Ma naturalmente erano tutte balle populiste e razziste.

Una cosa intanto è certa. Le aperture scriteriate, all’insegna dell’internazionalismo becero e dell’ubbidienza canina all’UE, hanno dimostrato di essere fallimentari. E allora bisogna correre ai ripari. Chi rifiuta di vedere la realtà lo fa per partito preso. Altro che “dobbiamo aprirci all’UE”, come ha dichiarato il presidente di turno della Confederazione, il PLR Didier Burkhaltèèèèr, nella sua squinternata allocuzione di Capodanno. Altro che rifare la votazione del 9 febbraio, come ha detto il presidente del CdS kompagno Bertoli nell’allocuzione del primo agosto.

Lorenzo Quadri

Come volevasi dimostrare, ecco il bel regalo delle aperture e della fallimentare multikulturalità Ci siamo “aperti” alla Jihad

Che la Svizzera potrebbe diventare una base logistica ideale per i terroristi ISIS ce l’avevano detto. Non c’è neppure di che esserne particolarmente sorpresi. E, se in Svizzera ISIS può attecchire facilmente, è chiaro che il nostro Cantone non può chiamarsi fuori. Anzi. Ed infatti il Corrierone del Ticino ha annunciato nei giorni scorsi la presenza di una pagina facebook che si autodefinisce «la rivolta siriana contro il regime di Assad in canton Ticino», e supporta le gesta degli jihadisti – o comunque ne sminuisce i crimini. Le raccapriccianti iniziative di costoro sono purtroppo drammaticamente note.

Il ministero pubblico della Confederazione peraltro non esclude che tra la quarantina di jihadisti partiti dalla Svizzera per la  Siria ce ne siano anche di partiti dal nostro Cantone.

Fallimento su tutta la linea

Queste notizie non sono una sorpresa. Se qualcuno pensava che la Svizzera fosse, per qualche misterioso motivo, immune dal contagio estremista, perché “da noi queste cose non succedono”, ha toppato alla grande. Del resto, per quale motivo “queste cose” da noi non dovrebbero succedere? A furia di “aperture” ci siamo portati in casa di tutto e di più.

E la presenza di jihadisti in Svizzera dimostra, semmai ci fossero ancora dei dubbi, che la multikulturalità predicata dagli spalancatori di frontiere è un fallimento su tutta la linea. 

Coloro che si sono attribuiti un’autorità morale, senza averne alcun titolo, hanno fatto il lavaggio del cervello alla popolazione. Niente di più facile, visto che tali cerchie hanno colonizzato, facendo “clan”,  l’informazione, l’educazione, la kultura. Il Diktat fatto passare a suon di ricatti morali è chiarissimo: solo la  multikulturalità ha diritto di cittadinanza. Le posizioni contrarie? Razzismo, populismo, xenofobia!

Sempre gli stessi spalancatori di frontiere, e sempre a seguito della loro  presunta (e del tutto ingiustificata) superiorità morale, hanno stabilito che razzismo e xenofobia sono il peggior marchio d’infamia. Il disegno è chiaro: levarsi di torno gli oppositori. Alla faccia della libertà d’espressione, che viene invocata a gran voce, ma solo per gli amici. Coloro che osano contrastare vengono ridotti al silenzio, tramite delegittimazione come razzisti e xenofobi: in quanto tali, non possono che sostenere posizioni abiette ed abominevoli.

L’Occidente ronfa

Il trucchetto però non funziona più. Il petardo è scoppiato in mano ai politikamente korretti. L’Occidente (Svizzera compresa) ha dormito alla grande. Narcotizzato a suon di aperture, si è cullato nella patetica illusione che culture “di paesi lontani” incompatibili con uno Stato di diritto, che rifiutano semplicemente i principi del nostro modo di vivere occidentale, potessero venire accolte in casa nostra pari-pari. Va da sé, senza porre condizioni: figuriamoci, sarebbero inaccettabili concessioni ai razzisti e xenofobi! Nessuna imposizione agli immigrati!

 Si è colpevolmente rinunciato ad imporre il riconoscimento dei nostri valori a chi vuole vivere in casa nostra. Si sono calate le braghe in nome del politikamente korretto. Non solo non si è imposto nulla, ma si è pure dato accesso scriteriato al nostro Stato sociale. Così ci troviamo con una schiera di Imam in assistenza che predicano non si sa bene cosa.

Cambiare rotta

Adesso che il disastro comincia ad emergere nella sua enormità, è urgente, urgentissimo modificare rotta.  La multikulturalità è completamente fallita: se ne prenda atto e ci si comporti di conseguenza. Invece di continuare a starnazzare alla xenofobia e al razzismo, si impongano i nostri valori ed i nostri modi di vita a chi intende trasferirsi in casa nostra. Chi vuole vivere in Ticino come se fosse in Afghanistan, non viene in Ticino ma va – o torna – in Afghanistan.

Quindi, come primo segnale bisogna concretizzare subito le misure volute dal popolo a tutela del nostro paese: divieto di burqa ed espulsione degli stranieri che delinquono. Questo per cominciare a mostrare che in Svizzera non è che ci si possa proprio permettere di fare tutti i propri comodi.

E poi, come diceva il divisionario Peter Regli, ex capo dell’”intelligence” elvetica, per combattere cellule jihadiste insediatesi in Svizzera  “bisogna dare ai servizi segreti la possibilità di penetrare i mezzi elettronici di nemici potenziali (internet, telefono) e di osservare questa gente in modo più costante”.

Oppure la privacy la si distrugge solo ai cittadini che hanno la gravissima colpa di aver depositato qualcosa in banca, mentre per i delinquenti stranieri vige il garantismo più stretto?

Lorenzo Quadri

Le bande rom? Non fanno più notizia…

Degrado della nostra sicurezza grazie alle scriteriate “aperture”

Ma guarda un po’, sono tornate alla ribalta della cronaca le bande di minorenni rom, residenti in accampamenti Oltreconfine (zona di Milano ma non solo) che hanno imparato la strada per arrivare in Ticino a svaligiare appartamenti.  Questa settimana la polizia ha segnalato due casi. Ma come: non dovevano essere tutte balle della Lega populista e razzista?

Ormai le gang di nomadi minorenni che hanno trovato nel nostro Cantone un servisol del furto con scasso non fanno quasi più notizia. Di certo non fanno “sensazione”. Anzi: in una cronaca puntellata da rapine a mano armata ad opera di criminali stranieri sempre più pericolosi, che entrano allegramente dai valichi rimasti incustoditi perché “dobbiamo aprirci all’UE”, dei semplici scassinatori sono vissuti quasi come un “toccasana”. Topi d’appartamento anch’essi stranieri, sia detto per inciso. Perché se all’Hotel Stampa l’80% dei detenuti non ha il passaporto rosso, un qualche motivo ci sarà. Motivo che va ovviamente cercato nelle politiche migratorie scriteriate.

E oltretutto, ma questo è un altro riscorso, se con le frontiere spalancate ci tiriamo in casa di tutto e di più, grazie al Consiglio federale più debole della storia non riusciamo nemmeno a far sì che i galeotti d’importazione vengano mandati a scontare la pena a casa loro: ciò che, oltre a costituire un deterrente – e ne abbiamo bisogno come del pane – comporterebbe pure un risparmio tutt’altro che trascurabile. Mentre l’iniziativa per l’espulsione degli stranieri che delinquono rimane ancora nel limbo  bernese.

Quasi un sollievo

Il fatto che le gang di ladri rom adolescenti in arrivo dai campi della vicina Penisola non facciano ormai  più né caldo né freddo ed anzi generino quasi sollievo – sempre meglio che i delinquenti con fucili a pompa che aggrediscono gli anziani nelle loro abitazioni – è un chiaro indicatore del rapido declino della nostra sicurezza. Che, infatti, è andata a ramengo nel giro di pochi anni. Le cause sono ovvie: libera circolazione delle persone, frontiere spalancate, accordi di Schengen. Poiché queste belle innovazioni non sono piovute dal cielo, ma sono arrivate perché qualcuno le ha volute, è chiaro che questo qualcuno porta delle responsabilità pesantissime.

Invece di difenderci…

Non ci voleva certo il mago Otelma, e nemmeno l’ispettore Derrick, per prevedere che, con la libera circolazione delle persone, ancora prima della manodopera a basso costo sarebbero arrivati i delinquenti. E che delinquenti! Mica ladri di ciliegie… E non ci voleva nemmeno per prevedere che spalancando le frontiere la nostra sicurezza non sarebbe certo aumentata; sarebbe accaduto proprio il contrario. Eppure secondo il partitume storico, queste ovvie considerazione, fatte su queste colonne in tempi non sospetti, erano tutte balle della Lega populista e razzista.

Anche il PP Antonio Perugini, in un’intervista al portale LiberaTV, ha ammesso che Schengen è un fallimento e che servono pene che siano sul serio deterrenti.

Siamo accerchiati da delinquenti di ogni ordine e grado – dai topi d’appartamento ai rapinatori dal grilletto facile, per i quali la vita umana non conta nulla: né quella dei loro bersagli, né la propria – ma, invece di difenderci, ci “siamo aperti”.

La lobby dei “luminari”

Le leggi fatte dalla lobby degli autocertificati “luminari” politikamente korretti, internazionalisti ed “aperti”, criminalizzano gli automobilisti. Però ai delinquenti fanno il solletico. Niente di strano: se le leggi le propone chi non ha mai visto un malvivente in vita sua e vive di pippe mentali professorali, non ci dobbiamo certo sorprendere se diventiamo il paese del Bengodi della criminalità importata.

E’ chiaro che a questo punto ci sono solo due possibilità: o si cambia marcia e ci si adegua, ad ogni livello – sia di chiusura di frontiere che di norme di legge che di controllo del territorio –  alla degradata realtà, oppure si va avanti a suon di “dobbiamo aprirci” e si raccomanda l’anima al creatore.

Se già adesso siamo ridotti al punto di rallegrarci che le bande di rom teenager in arrivo dai campi di Milano non siano i rapinatori col mitra, forse c’è qualcosa che non va.

Lorenzo Quadri

Aspettiamo al varco le Camere federali e gli spalancatori di frontiere Il divieto di burqa prende forma

Il divieto di burqa, votato dal popolo ticinese il 22 settembre dello scorso anno, comincia a prendere forma grazie al consigliere di Stato leghista Norman Gobbi. Nel progetto di revisione della legge sull’ordine pubblico mandato in consultazione sono infatti precisate le sanzioni per chi nasconde il viso. Si tratta di un primo passo poiché il direttore del Dipartimento delle istituzioni ha annunciato che, dopo il conferimento della garanzia costituzionale al divieto votato in Ticino, verrà elaborato uno specifico messaggio di legge sulla dissimulazione del viso nei luoghi pubblici.

 

La legge francese

In effetti, malgrado la votazione popolare di oltre un anno fa, il divieto di burqa non è ancora in vigore. Responsabile della melina è, ancora una volta, la Confederazione. La quale, per fare melina, ha preso a pretesto il caso della legge antiburqa francese.

Il divieto francese – analogo a quello votato in Ticino – era stato impugnato davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Inutile dire che a Berna si sperava che da quella sede venisse un bel njet con tanto di panna montata su xenofobia e razzismo. Del resto i giudici di Strasburgo sono specialisti in decisioni all’insegna del politikamente korretto, si ricordano al proposito  le sentenze contro il rimpatrio dei delinquenti stranieri.

 

Il siluro di Strasburgo

Le aspettative dei bernesi nei confronti della decisione europea non erano dunque fuori luogo: specialmente se, come si suol dire, si conoscono i propri polli. Si può dunque immaginare la costernazione diffusasi sotto le cupole federali quando il verdetto è sì arrivato; ma andava nella direzione opposta a quella auspicata. Non ha usato nemmeno troppe perifrasi, l’alta corte: vietare il burqa non lede la libertà di religione. Addirittura i giudici – con sommo orrore della cricca dei politikamente korretti – hanno messo l’accento sull’incompatibilità del velo integrale con le regole occidentali del vivere insieme. Altrimenti detto, il burqa è la negazione dell’integrazione. Parola di Corte europea dei diritti dell’Uomo.

Altro che “burqa simbolo di libertà” come sosteneva qualcuno (in sprezzo del ridicolo). Qualcuno che magari è pure in assistenza. Sempre meglio: in casa nostra si predica il disprezzo dei valori occidentali. Però quando si tratta di attingere alla greppia pubblica, ecco che improvvisamente si diventa molto conformisti…

 

Divieto nazionale

Dopo che la Corte europea dei diritti dell’uomo, di certo non sospettabile di filoleghismo, ha dato il via libera al divieto francese, gli spalancatori di frontiere fautori della multikulturalità completamente fallita sono rimasti senza argomenti per combattere il divieto plebiscitato dai ticinesi. Speravano, lor$ignori, di ricevere da Strasburgo un assist per prendere a pesci in faccia i ticinesi razzisti e xenofobi. Invece è arrivata una bastonata nei denti.

Dopo questa sentenza, a Berna non hanno nemmeno più argomenti per temporeggiare sul conferimento della garanzia costituzionale. Le commissioni delle istituzioni politiche delle due Camere dovranno dunque cominciare a dibattere in tempi brevi; poi sarà la volta del plenum parlamentare. Siamo molto curiosi. Davanti ad una sentenza della Corte europea dei diritti dell’Uomo, vogliamo vedere se gli spalancatori di frontiere, quelli che avevano denigrato l’iniziativa ticinese come “contraria alla libertà di religione” oltre che populista e razzista, avranno la tolla di spolverare questi stessi argomenti, e in caso contrario cosa diranno.

E’  invece evidente che l’entrata in vigore del divieto ticinese non sarà che il primo passo. Il prossimo sarà l’introduzione di un divieto valido a livello nazionale.

 

Nella Costituzione

Bene ha fatto Gobbi a sottolineare che il messaggio governativo per l’elaborazione di una legge speciale sul divieto di dissimulare il volto metterà l’accento sul problema dell’integrazione. Perché il punto principale è per l’appunto questo. E’ vero che nascondere il viso pone anche delle importanti questioni di sicurezza. Ma ciò non giustificherebbe una norma costituzionale. Se i promotori dell’iniziativa, ovvero il Guastafeste Giorgio Ghiringhelli ed un gruppo di esponenti di varie forze politiche (tra cui chi scrive) hanno voluto un divieto inserito nella Costituzione, non è per sfizio, ma per un preciso motivo. La Costituzione contiene infatti i nostri principi fondamentali. Il burqa, ostentando l’identificazione in un sistema di valori e di regole incompatibili con i nostri, è la materializzazione del rifiuto di questi principi. Principi che vanno invece strenuamente promossi ed imposti a chi vuole vivere da noi. Ora più che mai.

L’Occidente ha dormito per decenni, narcotizzato dalla fanfaronata della multikulturalità. Una fanfaronata imposta a colpi di accuse di razzismo e xenofobia fatte piovere su chi si opponeva: un vero atto di fascismo intellettuale. Il risultato? Una catastrofe su tutta la linea. Ed infatti dall’Occidente partono i macellai che vanno a combattere per l’ISIS, cresciuti ed allevati sotto la protezione della multikulturalità. La difesa dei nostri principi fondamentali può avere solo un posto. Quello in cui tali principi sono iscritti. La Costituzione, dunque. Da cui nessuno spalancatore di frontiere e rottamatore della Svizzera potrà toglierli. Se non passando da una votazione popolare.

Lorenzo Quadri

Il P$ si fa campagna sulla pelle dei bimbi

Scolarizzazione dei bambini equadoregni: i $ocialisti ci ricascano

Ma guarda un po’, il dibattito politico si infiamma (uella) attorno al caso dei due bambini equadoregni nel Comune di Gambarogno. I genitori dei bambini risiedono con i figli in un camper con visto turistico, tuttavia esercitano (illegalmente) la professione di suonatori ambulanti.

Il Municipio si è posto il quesito sulla loro scolarizzazione e il Dipartimento delle istituzioni  diretto da Norman Gobbi ha giustamente risposto che non è possibile scolarizzare i ragazzini dal momento che le scuole sono destinate ai bambini residenti e non ai turisti. 

Peraltro il caso risale ad alcune settimane fa, ma è diventato di pubblico dominio solo ora.

Va da sé che la decisione ineccepibile del DI ha suscitato l’ira funesta dei kompagni, a partire dal direttore del DECS Manuele “bisogna rifare il voto del 9 febbraio” Bertoli.

Tutti a scolarizzarsi in Ticino?

I kompagni pretenderebbero di scolarizzare i due bambini, cosa che creerebbe un pericoloso precedente. A parte che non si capisce a cosa serva una scolarizzazione di qualche settimana in un Paese (di cui presumibilmente gli “alunni” non conoscono neanche la lingua) se poi la famiglia deve partire. E dopo cosa succederebbe? E’ chiaro che se questi bambini vengono sballottati da un posto all’altro la colpa non è dello Stato ticinese e nemmeno dei razzisti e xenofobi con cui la $inistra insiste nel sciacquarsi la bocca. Ma l’intenzione dei kompagni strumentalmente proclamatisi (in funzione antileghista) paladini dei due ragazzini è fin troppo chiara: evitare la partenza.

Sul fatto che per i bambini sarebbe meglio andare a scuola non ci piove. Se però questo non accade, la colpa è dei genitori. Non dello Stato. Ed è inutile che a $inistra tentino il solito giochetto di indurre sensi di colpa inventati ad arte.

Gli spalancatori di frontiere, come da copione (fin troppo prevedibile) stanno dunque montando la panna usando, come di consueto, le emozioni ed il solito moralismo un tanto un chilo. Dimenticando, come sempre, che per poter fare la morale agli altri bisogna essere irreprensibili; ed i kompagni sono ben lungi dall’esserlo.

Prima la scuola, poi l’assistenza, poi…

E’ evidente che la scolarizzazione dei bambini sarebbe solo la prima fetta nella consueta tattica del salame. Una volta iscritti i bambini a scuola, la famiglia allo scadere del visto turistico non potrebbe più essere allontanata dal paese. Le si dovrebbe attribuire casa e rendite. Così il business sociale, gestito – ma tu guarda i casi della vita – sempre da esponenti della stessa area politica, si gonfia. E così i campeggiatori equadoregni resterebbero in Ticino in pianta stabile. Ed ovviamente sarebbe solo il primo caso di una lunga serie. Una volta creato il precedente, e scoperto come fare per mettersi a carico dello stato sociale elvetico, arriverà anche la fila.

Di nuovo la $inistra utilizza dei minorenni a scopo di campagna elettorale con l’obiettivo di montare un nuovo caso Arlind (già ci si immagina la sceneggiata allo scadere dei visti turistici e quindi con l’intimazione della partenza con i bambini a scuola). Bene ha fatto Norman Gobbi ad assumere una posizione ferma.  Su cui adesso i kompagni tentano di fare del populismo buonista lacrimoso sfruttando cinicamente il fatto che sono coinvolti dei bambini.

In ogni caso, visto che “à gauche” i docenti non mancano di certo, non si farà sicuramente fatica a trovarne di disposti a dare lezioni ai due bimbi equadoregni, ovviamente gratis, nell’abbondante tempo libero.

Interessante poi la presa di posizione di quei rossi intellettualini autocertificati che pensano di potersi aggrappare all’altisonante argomento del rispetto della Costituzione.  Proprio loro, che vorrebbero rifare la votazione del 9 febbraio visto che il risultato non risponde alle loro aspettative, e quindi  vorrebbero cancellare un articolo costituzionale appena introdotto dal popolo nella Carta fondamentale, hanno il coraggio di sciacquarsi la bocca con la Costituzione?

Lorenzo Quadri

 

 

Il club degli ex ex ex in crisi d’astinenza da riflettori ci riprova. Senza vergogna: vogliono ancora farci aderire all’UE!

Beh, questa ci mancava. Il solito gruppuscolo di ex ex ex in crisi d’astinenza da visibilità mediatica, che per qualche oscura ragione si crede nella condizione di poter montare in cattedra ad istruire (?) il popolo bestia dall’alto della propria scienza (?) torna alla carica nel tentativo di convincere gli svizzerotti fessi a svendersi alla fallita UE.

L’autoreferenziale combriccola esordisce con le consuete fetecchiate, ormai sentite mille volte (è sempre la stessa zuppa seppur in salse diverse): “La Svizzera fa parte dell’Europa, geograficamente, storicamente, politicamente, economicamente, culturalmente e socialmente (non gliel’ha spiegato nessuno che non bisogna mai abusare degli avverbi?). Pertanto, proseguono imperterriti, qualunque sia la forma che intendiamo dare alle nostre relazioni con l’UE, dobbiamo renderci conto che tutto è interconnesso”.

Acciderba, che profondità di pensiero! Perché tutte le volte che ne servirebbe uno, i premi Nobel per l’economia risultano già attribuiti?

Bilaterali non indispensabili

Non si accorgono nemmeno, lorsignori, che – proprio perché tutto è interconnesso e globalizzato – non abbiamo bisogno di sottoscrivere accordi bilaterali capestro (vedi libera circolazione delle persone) con dei Paesi solo perché ci confiniamo. E questo lo ammettono perfino illustri professori universitari. Non è vero che gli accordi bilaterali sono indispensabili alla Svizzera. Con il declino dell’ormai fallita UE, lo diventano sempre meno. Il gruppuscolo di ex ex ex di cui sopra continua a sostenere l’UE per motivi ideologici. Del resto, e qui gliene va da dato atto, il Consigliere federale PLR Schneider Ammann, non particolarmente sollecito nel fare il proprio dovere quando si tratta di pagare le imposte, ha tuttavia concluso un accordo commerciale con la Cina che Bruxelles si sogna, ed un altro è in preparazione con l’India. Altro che tentare di minacciare i cittadini con il solito squallido ricatto terroristico che senza gli eurofalliti la Svizzera non potrebbe esistere e dunque bisogna cedere al loro sterminato elenco di pretese farneticanti.

Vogliono l’adesione

Ma il bello deve ancora arrivare. Il gruppuscolo di ex ex ex imbosca le proprie elucubrazioni sotto il cappello del “dibattito sereno e fattuale”, ma ben presto chiarisce cosa intenda per “dibattito sereno e fattuale” con il seguente proclama: “l’adesione della Svizzera all’UE non dovrebbe essere scartata di primo acchito e definitivamente dal dibattito politico nel nostro paese”.

Quindi qui non solo si vorrebbe far rifare la votazione del 9 febbraio, ma addirittura si vorrebbe l’adesione della Svizzera all’UE! 

Simili dichiarazioni non hanno assolutamente nulla di sereno né di fattuale, ma sono offensive per la popolazione svizzera in generale e ticinese in particolare. Oltre che del tutto avulse dalla realtà. Il messaggio è sempre lo stesso: la volontà del popolo, becero e chiuso, non conta un tubo, dobbiamo decidere noi autocertificati intelletti superiori (che naturalmente ci incensiamo l’uno con l’altro).

A parte che persone che hanno passato l’intera vita professionale abbarbicate alla greppia pubblica come cozze allo scoglio, con il posto garantito a vita, o ex parlamentari che in decenni di permanenza a Berna inchiodati alla cadrega non hanno mai fatto un tubo per questo Cantone sono difficilmente nella condizione di calare lezioni, è fin troppo evidente il tentativo di lavaggio del cervello. Lavaggio il cui obiettivo è convincere la popolazione dell’ennesima fandonia, ossia che bisogna rivotare sull’immigrazione di massa. Una strada peraltro pericolosa anche per chi la vorrebbe percorrere. Perché non c’è bisogno di essere il Mago Otelma per prevedere che in un secondo voto gli spalancatori di frontiere si beccherebbero una seconda asfaltatura, ancora più pesante della prima.

Del resto ambienti economici un po’ più accorti del gruppuscolo di ex ex ex in crisi d’astinenza da riflettori hanno già messo in guardia contro il rischio boomerang di una votazione bis. A proposito, probabilmente il popolo ha sbagliato a votare sulla cassa malati pubblica, rifacciamo la consultazione?

“sereno e fattuale”?

Dibattito sereno e fattuale vuol dire: il 9 febbraio il popolo elvetico ha preso una decisione democratica e dunque d’ora in poi la libera circolazione delle persone con l’UE non potrà più essere illimitata come ora, visti anche i disastri fatti, ma dovranno esserci dei paletti.
A prendere posizioni isteriche non è certo la Svizzera ma l’UE che rifiuterebbe (?) di entrare in materia su limitazioni della libera circolazione delle persone.
Gli “amici” di Bruxelles si chiudono nei confronti delle legittime richieste del popolo elvetico e noi invece dovremmo “aprirci”? Ma non siamo mica scemi, come recita il famoso slogan…
A proposito, sostenere che un voto popolare va rifatto perché il risultato non piace ai nostrani spalancatori di frontiere è forse un atteggiamento “sereno e fattuale”?

Quanto alle scellerate velleità di adesione all’UE, è scandaloso – oltre che offensivo dell’intelligenza dei cittadini – che si abbia ancora il coraggio di riproporle. Venire a parlare di adesione all’UE non è né sereno né fattuale: è semmai una provocazione del tutto fuori posto.
Se il gruppuscolo dei soliti noti – quelli che credono di poter montare in cattedra a calare lezioni senza in realtà averne alcun titolo – vuole tematizzare l’adesione all’UE, comincia a lanciare un’iniziativa popolare al proposito e a farsela approvare in votazione popolare, poi se ne riparla. Non prima.
Infine c’è da chiedersi se gli ex ex ex, invece di illudersi di poter ancora menare il torrone, non potrebbero – in modo più saggio e proficuo – occuparsi dei tanti simpatici cani e gatti ospiti delle protezioni animali in attesa di un nuovo padrone.

Lorenzo Quadri

Asfaltata con l’85% dei NO una proposta in questo senso: Sciaffusa seppellisce il voto agli stranieri

Tutti razzisti anche a Sciaffusa, malgrado non ci sia la Lega? Oppure sono queste iniziative degli spalancatori di frontiere ad essere delle boiate pazzesche?

Stranamente su questa notizia i nostrani spalancatori di frontiere non hanno emesso un cip: chissà come mai? Fatto sta che i loro omologhi sciaffusani due settimane fa si sono presi una tranvata, ma di quelle memorabili. Mentre infatti in Ticino si votava su expo, nel Canton Sciaffusa i cittadini erano chiamati alle urne per esprimersi sulla concessione del diritto di voto e di eleggibilità ai cittadini stranieri residenti nel Cantone da più di 5 anni.
Ebbene, la proposta è stata letteralmente asfaltata dalle urne: infatti l’85% dei votanti – con una partecipazione al  voto del 68,2% – ha depositato una secco NO.

Silenzio tombale
Per i rottamatori della Svizzera, per i $ignori del “dobbiamo aprirci e chi non ci sta è un becero populista e razzista” il voto sciaffusano è una débâcle, una disfatta, una Caporetto, una Waterloo. Chiamatela come volete, ma il senso non cambia: uno sfacelo. Nessuna sorpresa, dunque, che i loro omologhi nostrani, di regola assai loquaci, anzi diciamo pure petulanti, abbiano stavolta adottato la linea del silenzio sepolcrale. Ma guarda un po’. Stesso discorso per i gazzettieri di partito, in primis quelli che hanno colonizzato la radiotelevisione di sedicente servizio pubblico. Muta come un branco di cavedani anche la schiera di intellettualini e tuttologi da salotto, abbarbicati alla greppia pubblica come cozze allo scoglio. Ma ri-guarda un po’!

Maggioranza bulgara
Ma come, i razzisti della Svizzera non dovevano essere i Ticinesi per colpa della Lega? Ma a Sciaffusa la Lega non c’è. Eppure l’85% dei cittadini asfalta il voto agli stranieri. Ribadiamo: l’85% dei cittadini! Percentuali assolutamente eccezionali nelle nostre consultazioni democratiche, dove le maggioranze bulgare sono merce rarissima. Nemmeno le misure per contenere l’invasione da sud in questo Cantone devastato dalla libera circolazione delle persone senza limiti riscuotono consensi così ampi.

E, se questo accade, può voler dire solo una cosa. Che la proposta di concedere il voto agli stranieri è una boiata pazzesca. Che differenza c’è tra uno svizzero e uno straniero se anche gli stranieri possono votare e addirittura essere eletti? Inoltre: chi eleggerebbe stranieri, e con quali finalità? Di neo-naturalizzati di $inistra che fanno politica e si candidano ad ogni cadrega immaginabile solo per sfogare il proprio astio contro la Svizzera e gli svizzeri ce ne sono già a sufficienza, anche alle nostre latitudini. Con che tolla chi non vuole nemmeno fare lo sforzo di superare un esame di naturalizzazione pretenderebbe di gestire la cosa pubblica?  E se lo straniero residente può votare ed essere eleggibile, che vantaggio ha lo  svizzero nel proprio paese? Vogliamo istituzionalizzare il privilegio degli stranieri in casa nostra?

Doppio passaporto da abolire
Semmai, il discorso da fare è proprio quello inverso: è tempo di abolire l’aberrante doppio passaporto, che permette al titolare di estrarre ora l’uno ora l’altro documento a seconda della convenienza. Illuminante, al proposito, l’esempio recente della sciatrice che fa slalom tra una nazionalità e l’altra in base al tornaconto economico. Il voto di Sciaffusa è quindi un assist per rilanciare questo tema.
Lorenzo Quadri

Valichi incustoditi: stiamo aspettano che ci scappi il morto? O si presidia, o si chiude

A Berna di sicuro non mancano i soldi per potenziare l’organico delle Guardie di confine, visto che ha 23 milioni di Fr per partecipare all’Expo 2015 del galeotti…

 

Le cronache degli scorsi giorni segnalano l’ennesima impennata di rapine, in abitazioni e negozi. L’assalto dello scorso sabato al distributore di benzina di Brusino Arsizio segna un’ulteriore, allarmante tappa nell’escalation. Infatti i criminali, armati di pistola e fucile a pompa, non hanno esitato a servirsene, sfasciando la vetrina  del negozio con un colpo di fucile e sparando, con la pistola, in direzione del benzinaio.

Ciò significa che ci sarebbe potuto tranquillamente scappare il morto.

Sappiamo inoltre che i criminali, naturalmente stranieri – ma come, il frontalierato del crimine non doveva essere tutta un’invenzione della Lega populista e razzista? – sono entrati ed usciti in macchina da un valico incustodito. Senza, è ovvio, incontrare alcun ostacolo. Questi valichi, in nome dei fallimentari accordi di Schengen e della devastante libera circolazione delle persone, non sono sorvegliati. Sono belli aperti. Del resto, come ha dichiarato il presidente di turno della Confederazione, il PLR Burkhaltèèèèr, nella sua squinternata allocuzione di Capodanno, “Dobbiamo aprirci”. Bene, più aperti di così… altro che lamentarsi della Svizzera e del Ticino “chiuso”, come fanno i nostrani autocertificati intellettualini da tre e una cicca. Quelli che disdegnano il ticinese a loro dire becero e limitato, ma si riempiono voluttuosamente  le tasche con i proventi delle sue imposte.

La realtà è che tutto lo spalancabile è stato spalancato, e adesso bisogna correre ai ripari.

 

Frontiera verde?

E non ci si venga a raccontare la storiella che, se anche i valichi non sorvegliati venissero presidiati o chiusi, i delinquenti potrebbero entrare dalla frontiera verde. Di certo non potrebbero entrare in macchina, ed già un bel passo avanti.

Altrimenti è un po’ come dire che, visto che i ladri potrebbero entrare in casa calandosi dal camino, lasciamo porte e finestre spalancate.

 

La mozione Pantani

Essendo ulteriormente dimostrato, semmai ce ne fosse ancora bisogno, che dai valichi spalancati entrano delinquenti pericolosi, muniti di fucili a pompa che non si fanno scrupolo ad utilizzare, le opzioni sono solo due: o questi valichi vengono presidiati, o vengono chiusi. Oppure una combinazione delle due cose: sorvegliati di giorno e chiusi di notte.

Al proposito si ricorderà che il Consiglio federale ha approvato la mozione della Consigliera nazionale leghista Roberta Pantani che chiedeva la chiusura notturna dei valichi secondari. Ebbene, provvedere. Ma provvedere subito.

 

I soldi ci sono

La Confederazione i soldi per aumentare l’organico delle guardie di confine in modo da rendere possibili controlli là dove ora non ce ne sono,  li ha. Del resto se il mondo cambia bisogna adeguarsi. Visto il diffondersi in Lombardia della criminalità senza scrupoli in arrivo dall’Est europeo, e visto che il nostro Cantone si trova geograficamente incuneato nella Lombardia, è ovvio che non si può andare avanti come se “niente fudesse”. I costi non sono un problema per Berna. Infatti  ha trovato 23 milioni per correre giuliva a partecipare all’Expo 2015, malgrado la vicina Penisola ci tenga iscritti, in modo assolutamente ingiustificato, su liste nere illegali. Oppure si ritiene che l’organizzazione di aperitivi glamour all’Expo dei galeotti sia più importante della sicurezza, dell’integrità fisica e anche della vita dei Ticinesi? O magari, ancora una volta, si aspetta che ci scappi il morto per fingere di darsi una mossa (e poi non fare nulla comunque perché passata la festa gabbato lo santo…)?

 

Per non farsi mancare nulla…

Altro che criminalizzare gli automobilisti con il demenziale programma Via Sicura. Ci si occupi della delinquenza vera, che è ora. Forse qualcuno non si rende conto dello stato in cui si ridurrà questo Cantone grazie al passaparola tra delinquenti che lo consiglieranno ai “colleghi” come paese del Bengodi. Del resto gli elementi ci sono tutti:

1)      frontiere spalancate

2)      Misure di sicurezza sulle abitazioni inesistenti

3)      Popolazione disarmata (in nome del politikamente korretto)

4)      Garantismo per i delinquenti, criminalizzazione per gli automobilisti

5)      Polizia barricata negli uffici a produrre carta (perché bisogna essere garantisti e politikamente korretti)

6)      Delinquenti fermati rimessi in libertà in tempo di record (vedi punto 5)

7)      Il poliziotto che eccede nei confronti di un criminale viene messo alla gogna in pubblica piazza, per cui chi glielo fa fare di rischiare?

8)      Male che vada: carceri di lusso con anche il menu a scelta.

Per la serie: pur di farci del male, non ci facciamo mancare nulla…

 

Lorenzo Quadri

 

Fisco dei frontalieri: bisogna aumentare la pressione: Quegli abusi sulla fascia di confine

Sul fatto che la fiscalità dei frontalieri debba venire aumentata sussiste un ampio consenso. In effetti, è essenziale rendere il mercato del lavoro ticinese meno attrattivo per chi arriva dalla vicina Penisola. Se non si fa niente non c’è chance che lo diventi: la situazione occupazionale in Italia è sempre catastrofica. E non migliora.

Misure fiscali

Le opzioni sono molte. Non si escludono a vicenda.  La prima è quella contenuta nel postulato di chi scrive, approvato a larga maggioranza dal Consiglio nazionale durante l’ultima sessione: tassare i frontalieri secondo aliquote italiane. In questo modo i frontalieri pagherebbero le imposte che pagano i loro connazionali che lavorano in Italia. Non certo uno scandalo, dunque, bensì parità di trattamento. In sostanza il privilegio fiscale dei frontalieri verrebbe a cadere.

Una seconda possibilità è quella attuata dal Consiglio di Stato dopo l’approvazione dell’iniziativa parlamentare Udc sul tema: ossia portare al 100% il moltiplicatore d’imposta applicato ai frontalieri.

Ecotasse

Poi c’è la fiscalità che potremmo chiamare “collaterale”. Ad esempio le ecotasse per frontalieri. In questa direzione si sta muovendo il direttore del Dipartimento del Territorio Claudio Zali. La Lega aveva peraltro presentato un’iniziativa, già tempo fa, per l’introduzione di un’ecotassa “pura”: ossia ad ogni frontaliere si fa pagare un “tot” all’anno. La misura  si può  giustificare molto facilmente con l’usura che il traffico da Oltreconfine genera alla rete viaria cantonale. Questa usura ha un costo. Anche solo immaginando un’imposta forfettaria di 500 Fr all’anno per ogni frontaliere, si potrebbero fare entrare nelle casse ticinesi oltre 30 milioni annui. Non proprio da sputarci sopra…

Effetto antidumping

Certo: queste misure di tipo fiscale non risolvono il problema dell’invasione da sud. Non ne hanno nemmeno la pretesa. Contro il soppiantamento dei residenti, c’è un solo provvedimento risolutivo: applicare subito il contingentamento deciso dal popolo il 9 febbraio.

Tuttavia le misure di tipo fiscale aiutano a diminuire un po’ il “gap” tra i costi della vita con cui è confrontato il frontaliere e quelli – nettamente superiori – che deve invece affrontare il residente.

Di conseguenza, obbligano il frontaliere a richiedere stipendi superiori. Ciò che smorza un po’ l’effetto dumping. Ma soprattutto, queste misure portano soldi in cassa al Cantone. Fondi che  vanno utilizzati per promuovere l’occupazione dei residenti.

Da dove arrivano?

I frontalieri che risiedono nella fascia di 20 km dal confine elvetico godono del privilegio fiscale di pagare solo la famosa imposta alla fonte. Questo privilegio è anacronistico, e deve venire cancellato. Tanto più che di abusi ce ne sono a bizzeffe. Per abusi si intende frontalieri con domicilio tarocco nella fascia di confine allo scopo di pagare meno imposte. Al proposito che controlli si fanno? Probabilmente, anzi sicuramente, nessuno.

E’ ovvio che qui c’è gente che ci ha mangiato dentro alla grande. L’escamotage del falso domicilio nella fascia di 20 km dal confine con conseguente vantaggio fiscale agevola l’assalto alla diligenza al mercato del lavoro ticinese anche da parte di chi vive più lontano, reso possibile dalla devastante libera circolazione delle persone.

Sicché è nell’interesse di tutti, sia Svizzera che Italia, che la fascia di confine, nell’attesa di una sua abolizione che deve avvenire quanto prima, venga anche fatta rispettare.

Nell’ambito dei controlli che Zali ha ordinato sulla mobilità dei frontalieri, si può sicuramente verificare anche la questione del domicilio. Scoprire gli abusi e mettere pressione è indispensabile.

Lorenzo Quadri

Asilanti: l’Italia ci prende per il “naso”?

Il ministro Alfano continua a cambiare versione sulle mancate registrazioni

Intanto nel Canton Argovia una giovane donna è stata aggredita e picchiata a sangue da un finto rifugiato eritreo giunto da poco dalla vicina Penisola

La kompagna Simonetta Sommaruga ribadisce che l’Italia non si attiene agli accordi di Dublino, quelli che la obbligano a registrare gli asilanti e, di conseguenza, a doverseli riprendere se questi ultimi depositano una ulteriore richiesta d’asilo in un altro Stato firmatario. E’ la seconda volta in poco tempo. Per la serie: dopo averne mangiate 15 fette, ci si accorge che era polenta. Anche la kompagna Simonetta si è infatti resa conto che il numero dei rinvii di finti rifugiati al Belpaese è crollato.  Ciò non toglie che, secondo la ministra di Giustizia, “dobbiamo aiutare l’Italia” (che ci ringrazia con l’iscrizione su liste nere illegali).

Versioni ballerine

Pronta la risposta del ministro degli esteri italiano Angelino Alfano alle osservazioni di Sommaruga. Alfano smentisce categoricamente che il suo Paese, o meglio il suo ministero, non faccia i compiti. Ma guarda po’, chi l’avrebbe mai pensato! Chissà perché circolano voci insistenti sul fatto che proprio il ministero degli Esteri  italico abbia esplicitamente disposto di far registrare il minor numero possibile di clandestini, così da poterli indirizzare – senza rischio di ritorno – verso i paesi confinanti?

Il buon Alfano si affretta a smentire simili voci, peccato che  ogni volta continui a cambiare versione. Prima dice che “purtroppo” non ce la si fa a registrare tutti i clandestini perché sono troppi. Adesso, invece, virata a 180 gradi: sono gli immigrati che rifiuterebbero pervicacemente di farsi registrare, ma guarda un po’!

Intanto continua il carrozzone Mare Nostrum con il quale la vicina Penisola, invece di respingere i clandestini, come fanno Spagna e Grecia, li va a prendere. Poi ci si chiede come mai ne arrivano a migliaia al giorno…

Ebola in Ticino

Interessante notare, alle nostre latitudini, l’evoluzione delle dichiarazioni sull’Ebola. Fino a qualche mese fa il medico cantonale assicurava: «nessun rischio in Ticino». Poi però all’ospedale Civico viene realizzata la stanza d’isolamento apposita, e anche altrove ci si attrezza. Ma allora il rischio c’è, eccome che c’è; altrimenti mica si sarebbero investiti tutti questi soldi…

Aggressione nel Canton Argovia

Per la serie: “ma come, gli asilanti non erano tutti brava gente ed in particolare quelli arrivati dall’Eritrea”, ecco che da Oltregottardo giunge una notizia da far accapponare la pelle.

Nel canton Argovia una giovane donna di trent’anni  viene aggredita e picchiata a sangue da un asilante eritreo, appena giunto in Svizzera dall’Italia. A svelare il caso, con tanto di foto della vittima, è il Blick. L’aggressore è un 24 enne. E non ha nemmeno avuto il buon senso di ammettere le proprie responsabilità, dichiarandosi sotto l’effetto dell’alcool. Per il momento il bravo giovane è stato incarcerato (naturalmente nelle nostre prigioni deluxe) ma per quanto? Perché chi si distingue in simili prodezze non viene mandato immediatamente nelle prigioni del suo paese?

Libera uscita

Non si pensi poi che gli asilanti pericolosi come l’aggressore argoviese si trovino solo Oltregottardo, anzi. Poco ma sicuro che ce ne sono anche in Ticino. Dal centro asilanti di Chiasso gli “ospiti” possono andare tranquillamente in libera uscita. Ciò vale anche per persone disturbate, in crisi d’astinenza da droghe o magari sospette di essere affette da malattie gravi (ad esempio la tubercolosi). E questo lo confermano medici della regione.

Ma, secondo la kompagna Sommaruga, “dobbiamo aiutare l’Italia” facendoci carico di clandestini che spettano alla Penisola!

Lorenzo Quadri

 

BSI: previsti cento licenziamenti. La mattanza ha dei responsabili

Intanto i kompagni confermano il loro sostegno alla distruttrice della piazza finanziaria, la ministra del 5% Widmer Schlumpf. Ma a Lugano alcuni di essi tentano goffamente di improvvisarsi difensori dei bancari

La mattanza era annunciata e la mattanza è arrivata. La BSI brasileira, malgrado le assicurazioni contrarie di un paio di mesi fa (non del pleistocene) licenzierà 100 persone, mentre una quarantina di dipendenti verranno prepensionati, e ad un’altra decina si proporrà il trasferimento di sede.

La maggior parte dei tagli si faranno in Ticino (dove si trova peraltro il maggior numero di posti di lavoro). Ci piacerebbe poi sapere se verranno toccati dipendenti ticinesi o italiani neoassunti, siano essi frontalieri o permessi B o permessi B con domicilio tarocco per non far vedere che si prendono frontalieri.

Del resto non è certo una novità che quando in posti di responsabilità si mettono persone appena arrivate dalla vicina Penisola, queste ultime assumono solo connazionali. E quando si tratta di lasciare a casa gente, nel mirino finiscono i ticinesi.

E’ la prima legnata in grande stile che si abbatte sulla piazza finanziaria ticinese. Naturalmente di licenziamenti, da quando è iniziata la svendita della piazza elvetica “a cura” della ministra del 5% Widmer Schlumpf, in carica contro la volontà popolare, ce ne sono stati parecchi di più. Ma in piccole dosi. In modo da non dare troppo nell’occhio.

Da traino a rimorchio

E’ evidente che le conseguenze di questi tagli con la motosega non mancheranno di farsi sentire. Le difficoltà che incontrano i bancari licenziati nel reinserirsi professionalmente sono notorie: con un  mercato in forte riduzione e quel poco che resta invaso da frontalieri, le possibilità sono ridotte al lumicino. Persone che erano trainanti nell’economia (perché guadagnavano bene, quindi spendevano e pagavano e tasse) rischiano di finire a rimorchio.

Responsabilità

Lo sfascio della piazza finanziaria svizzera e ticinese, e quindi del benessere costruito in due generazioni di lavoro, ha dei precisi responsabili. La ministra del 5% Widmer Schlumpf e le sue politiche del cedimento a qualsiasi richiesta in arrivo dall’estero, addirittura in modo “proattivo” (si calano le braghe ancora prima che la pretesa venga formulata) e la $inistra che ha sempre voluto la fine del segreto bancario: perché “bisogna aprirsi”, bisogna “diventare uguali a tutti gli altri” e soprattutto perché chi ha risparmiato qualcosa è un nemico oltre che un potenziale evasore per definizione. E questo è il reato più grave di tutti, per i kompagni: toglie risorse allo Stato, e quindi alla loro mangiatoia. La quale deve invece ingigantirsi sempre di più: così ci si inventano nuove regole, nuova burocrazia, nuovi “bisogni”.

Figure di palta

Si dà il caso che i tagli alla BSI sono stati oggetto di un’interrogazione $ocialista al Municipio di Lugano: e qui c’è davvero da stendere non un velo, ma un piumone pietoso. I kompagni fingono di preoccuparsi per i bancari e per la piazza finanziaria. Dopo averla sempre attaccata. Dopo averla azzoppata con la complicità della ministra del 5%,  messa in Consiglio federale dalla $inistra.

Tuttavia il diavolo fa le pentole ma non i coperchi: nell’ennesima alzata d’ingegno, il presidente del P$ svizzero Levrat (quello che vorrebbe rifare la votazione del nove febbraio) ha espresso pubblicamente il sostegno, suo e del partito, alla Consigliera federale non eletta: che per lui deve (?) restare al suo posto (o meglio: al posto che ha usurpato).

Che sfiga, kompagni di Lugano. Proprio mentre, con credibilità sottozero, tentate goffamente di “riposizionarvi” (ah ah ah) come improvvisati difensori dei bancari, ecco che arriva il presidente nazionale e vi disintegra le uova nel paniere.

Lorenzo Quadri

 

L’USAM annuncia il referendum contro la revisione della Legge sulla radioTV No alla nuova tassa per foraggiare la SSR

Bene, bene: altra bella notizia che fa traballare le cappellate bernesi.

Nel giro di un paio di giorni si è infatti appreso che non solo si sta preparando un’iniziativa popolare per abrogare il grottesco programma Via Sicura (quello che punisce un eccesso di velocità senza conseguenze pratiche più duramente di una rapina) ma che è stato anche lanciato il referendum contro la nuova Legge sulla radiotelevisione (LRTV).

 A promuovere questa la raccolta di firme, l’Unione svizzera arti e mestieri (USAM).

Per quale motivo la nuova LRTV viene contestata? Perché, si ricorderà – da queste colonne ne abbiamo scritto in più occasioni – essa prevede un’aberrante novità. Quella di far pagare il canone a tutte le economie domestiche. Anche a chi non ha né una radio né una TV. Perché è l’USAM ad insorgere, si chiederà qualcuno? Perché anche le aziende, quelle che hanno un fatturato superiore a 500mila Fr anno, dovranno pagare il canone. Il che è francamente assurdo. Se infatti il canone diventa una tassa, lo pagano già sia i titolari delle aziende, sia i dipendenti. Perché dovrebbe pagarlo anche l’azienda? E per cosa? La risposta è scontata. Perché il deplorevole obiettivo della nuova legge è quello di introdurre un nuovo balzello.

Non è un servizio di base

Con la riforma della LRTV approvata in via definitiva dalla maggioranza del Parlamento federale nella sessione autunnale appena conclusa (come spesso accade, la revisione è stato oggetto di un ping-pong tra le due Camere) il canone viene trasformato in una tassa. Il che già concettualmente non sta in piedi. Perché chi non guarda – e non ha intenzione, per necessità o per scelta, di guardare la TV – dovrebbe contribuire al suo finanziamento? Non stiamo certo parlando di un servizio di base ai cittadini. Stiamo parlando della televisione e della radio: che fanno parte del superfluo. E che quindi vanno finanziate solo da chi le usa.

Regalo immeritato

Oltretutto, in questo modo si rafforza ulteriormente, ed in modo immeritato, la posizione della SSR – e quindi della RSI. Ogni cittadino verrà costretto a foraggiarla. Anche se il televisore nemmeno ce l’ha.

Perfino la possibilità di protestare contro la scandalosa partigianeria della RSI – dove probabilmente alcuni politici e/o opinionisti e/o mitomani di $inistra dispongono di un pied-à-terre sopra gli studi, vista la costante presenza in video ed in etere, ormai giunta a livelli da stalking – rifiutandosi di possedere un apparecchio di ricezione viene preclusa. E’ come se i cittadini venissero obbligati a pagare un abbonamento al giornale di servizio del partito delle tasse (LaRegione) (tanto per fare un esempio). Se non è una mentalità da regime stalinista…

Nessuna giustificazione

Le motivazioni per giustificare l’ingiustificabile sono le più classiche arrampicate sugli specchi.  Del tipo: visto che a non avere una televisione “sono in pochi”, ce ne freghiamo dei loro diritti. Bello! La prossima tappa quale sarà? Stabilire che “visto che i ticinesi sono pochi, ce ne freghiamo dei loro diritti”?

Dover pagare il canone più caro d’Europa per una radiotelevisione che viola il mandato di servizio pubblico – il quale presuppone un atteggiamento politico equidistante – è già poco stimolante.

Doverlo pagare anche senza avere una radio né una televisione è, semplicemente, un sopruso. Come tale, non ha alcuna giustificazione.

Quindi, non appena saranno in circolazione i formulari, tutti a firmare il referendum!

Lorenzo Quadri