Come volevasi dimostrare: Il DECS dice Njet alla Civica!

E’ chiaro che i vertici di $inistra della scuola ticinese non sono disposti ad insegnare ciò che il partito vuole smontare

Alla fine, non che sussistessero grandi dubbi al proposito, il Consiglio di Stato ha a maggioranza bocciato l’iniziativa popolare che chiede l’insegnamento della civica a scuola come materia a se stante con una propria valutazione, recuperando le  ore necessarie da quelle di storia.

Il DECS, nella ricerca di appigli per rifiutare la “scandalosa” proposta, invoca pure l’allestimento di fantomatiche perizie giuridiche sull’ammissibilità del testo.

 Chi si crede di prendere per i fondelli? Certo, in periodo elettorale non è particolarmente simpatico dire njet ai 12mila cittadini che hanno sottoscritto l’iniziativa (primo firmatario Alberto Siccardi). Ma non è che nascondendosi dietro fumogeni da legulei si fa migliore figura.

“Strategico”?

La realtà è che la maggioranza politikamente korretta del CdS (3 su 5) non vuole l’insegnamento della civica a scuola perché è contraria per principio. Infatti taluni ambienti politici, a cominciare dal P$ del direttore del DECS Manuele “dobbiamo rivotare sul 9 febbraio” Bertoli, vogliono ridurre  i diritti popolari essendo questi ultimi un ostacolo alla devastante eurocompatibilità – ovvero alla trasformazione della Svizzera in una colonia dei burocrati di Bruxelles non eletti da nessuno. Non è certo “strategico” mettersi ad insegnare proprio ciò che si vorrebbe cancellare!

Ci provano e riprovano

Chi a distruggere le nostre specificità ci prova e ci riprova da anni – e quando perde in votazione popolare bellamente aggira il responso del Sovrano, come sta accadendo con i vari registri sulle armi mirati a disarmare i cittadini onesti – non ha alcun interesse a che queste specificità vengano insegnate alle nuove generazioni, che così ne diventano consapevoli. Perché rendersi più difficile l’opera di “picconamento”?  «Non siamo mica scemi!».

Identità

E’ poi evidente che l’insegnamento della civica contiene un “deplorevole” – per la $inistra di cui fa parte il direttore DECS – richiamo ad un discorso identitario. Quell’identità che i politikamente korretti vogliono svendere in nome della multikulturalità completamente fallita.

Da ambienti che bandiscono dalle scuole le camicie dei contadini con l’Edelweiss perché sarebbero “discriminatorie e razziste” (uella!) nei confronti di stranieri non integrati, ci si aspetta il benestare all’insegnamento della civica a scuola? Suvvia, siamo seri…

Al voto

Il DECS si è pure visto affossare, tema su cui avremo modo di tornare, la sua proposta di insegnamento della storia delle religioni. Una mossa che mirava a portare sullo stesso piano il Cristianesimo dei ticinesi, che sta alla base della nostra storia e della nostra società (questo è un paese cristiano da 1500 anni) e l’Islam di una minoranza di immigrati recenti. E’ chiaro che dire njet alla civica e tentare di sdoganare la storia delle religioni sono due lati di una stessa medaglia multikulti.

Comunque, sull’iniziativa per l’insegnamento della Civica si dovrà esprimere il popolo. Le 12mila firme facilmente raccolte preannunciano l’asfaltatura della premiata ditta Bertoli & kompagni.

Lorenzo Quadri

Difendiamoci dall’assalto dei padroncini. Tre misure contro l’invasione da sud

Mercoledì mattina dalle 6.20 alle 10.30 a Caslano, Sessa, Fornasette e Ponte Cremenega è stata svolta un’operazione di controllo delle prestazioni di servizio transfrontaliere. In sostanza, dunque, un blocco antipadroncini: e ce n’è bisogno come del pane.

Sono stati controllati 109 veicoli e 155 persone. Gli ispettori dell’UIL dovranno eseguire approfondimenti sul conto di 64 persone, gli ispettori dell’AIC su 15 lavoratori, mentre l’AFD su 2 veicoli relativamente ad un probabile mancato sdoganamento. Questo il bilancio ufficialmente indicato dalla polizia.

Irregolarità

Si conferma dunque un tasso di irregolarità vicino al 50%, che è assolutamente allarmante. Come c’era da aspettarsi, gli operatori italiani che quotidianamente invadono il mercato del lavoro ticinese, facendo concorrenza sleale alle aziende locali, non si sognano di rispettare le regole.

E’ quindi chiaro che una situazione di questo genere rappresenta un’emergenza, per rispondere alla quale occorrono delle misure di emergenza.

Tre proposte

E di queste misure se ne possono trovare facilmente almeno tre. La prima l’abbiamo invocata di recente a più riprese, ossia trasmettere all’agenzia delle entrate italiana le informazioni relative ai padroncini che si notificano. Questo “scambio volontario di informazioni” proposto dalla Lega sarebbe l’unico scambio di informazioni a noi utile che possiamo instaurare con l’Italia. Però non viene fatto.

La seconda misura include la prima ed è quella di rendere pubblico l’elenco delle notifiche, un elenco che indica anche il nome di chi – privato o azienda – ha chiamato il padroncino. L’effetto deterrente sarebbe palese. E quindi anche la responsabilizzazione. Oltretutto si scoprirebbe anche che il ritornello politikamente korretto mirato a sminuire le devastanti conseguenze della libera circolazione delle persone (in fondo è colpa dei ticinesi che chiamano i padroncini) vale poi fino ad un certo punto: vogliamo proprio vedere se a chiamare i padroncini sono ticinesi (privati o aziende) o piuttosto stranieri…(in particolare ditte estere).

Se l’elenco delle notifiche venisse, ad esempio, reso accessibile online, è evidente che potrebbe consultarlo anche il fisco italiano. Quindi la prima misura sarebbe concretizzata automaticamente.

La terza misura è l’introduzione di sanzioni che siano davvero deterrenti per chi sgarra. Oggi infatti vale comunque la pena infrangere le regole dei Bilaterali. Sicché non possiamo certo aspettarci che i nostri vicini a sud, per i quali il lavoro nero è la norma (il Berlusca diceva che fino al 20% non è neanche evasione), rispettino le nostre leggi; diversamente dagli svizzerotti.

Attenzione alla sfiducia

Ci sono privati cittadini, artigiani, ditte che sono perfettamente consapevoli della necessità di far girare l’economia ticinese e pertanto spendono in Ticino, assumono residenti, eccetera. Ma questi comportamenti virtuosi non sono sufficientemente tutelati, e neppure promossi. Nemmeno dallo Stato, che nei concorsi non riconosce – ad esempio – l’assumere residenti come un criterio preferenziale nell’assegnazione di appalti pubblici . Quindi anche ai benintenzionati prima o poi scappa la poesia. A questi cittadini, artigiani, imprenditori, l’ente pubblico deve dare una risposta; deve mostrare il proprio sostegno. Altrimenti sarà sempre peggio. E la prima risposta è: impariamo un po’ di sano protezionismo dalla vicina Penisola. E favoriamola questa economia locale. Anche a rischio di perdere qualche ricorso. Ma è meglio perdere un ricorso che la fiducia della popolazione e di chi si sforza di conservare un’economia sana!

Lorenzo Quadri

Cellula Isis con ramificazioni in Lombardia scoperta a Torino, e non è che l’inizio Rottamare subito gli accordi di Schengen!

Ma guarda un po’. In quel di Torino nei giorni scorsi sono state arrestate tre persone con l’accusa di gestire una cellula dell’Isis, attiva in Italia ed in Siria, che reclutava jihadisti. Perquisizioni ci sono pure state in Toscana, Piemonte e Lombardia. Quindi fuori dalla porta di casa nostra. Si tratta forse di una notizia sorprendente? No di certo!

 

Jihadisti dalla Svizzera

Nel recente passato, appena fuori confine, sono stati individuati dall’intelligence italiana almeno 4 centri islamici pericolosi tra Como e Milano.

Tra i jihadisti andati in Siria dalla Svizzera ce ne sono di sicuro anche di quelli in provenienza dal Ticino. Non li chiamiamo “jihadisti svizzeri” perché questi non esistono. Al limite ci potranno essere dei jihadisti svizzeri di carta non integrati, conseguenza delle naturalizzazioni facili.

Ad eventuali titolari di passaporto rosso partiti per entrare nell’Isis, è evidente che il passaporto va immediatamente ritirato. Questi signori non devono più poter metter piede nel nostro paese.

 

Grazie, multikulti!

Grazie alla multikulturalità completamente fallita, alla rinuncia – in nome del politikamente korretto – a difendere ed imporre regole ed i valori occidentali agli immigrati, ci troviamo in casa le cellule dell’Isis. Grazie alla  politica suicida delle frontiere spalancate,  i componenti di queste cellule possono entrare, uscire e stabilirsi in Ticino senza difficoltà: i permessi di dimora vengono rilasciati alla cieca perché non è più possibile, in regime di devastante libera circolazione delle persone, chiedere sistematicamente informazioni su cittadini che vogliono stabilirsi in Ticino in arrivo da un paese UE.

Ma, se concedere il permesso è automatico, ritirarlo quando si scoprono precedenti penali del titolare – in genere attraverso i media (!) – lo è molto meno. Grazie anche al garantismo dell’autorità giudiziaria.

 

Il P$$ vuole 200mila asilanti

All’insediamento di cellule Isis abbiamo spianato la strada e spalancato le porte. Niente di strano quindi se poi accade proprio ciò di cui sono state poste le premesse.

Ma come, non erano tutte balle della Lega populista e razzista?

Ovviamente oltre all’immigrazione “regolare” si pone poi il problema di quella “eccezionale” come pure clandestina. Vedi gli asilanti. La ministra di giustizia Simonetta “dobbiamo aiutare l’Italia” Sommaruga ha già approvato l’arrivo di 3000 profughi siriani “extra”. C’è chi –vedi Caritas – ne vorrebbe cinque volte di più. Il primato  spetta però ad un personaggio della “levatura” del presidente del P$$ Christian Levrat che vorrebbe addirittura decuplicare gli asilanti in Svizzera. Oggi ne arrivano 20mila all’anno in totale; il buon Levrat ne vorrebbe 200mila. Ad alloggiarli e mantenerli provvederanno ovviamente i tanti kompagni della $inistra al caviale, come la consigliera nazionale P$ che ha un patrimonio di 12 milioni ma non paga le tasse perché “ottimizza” o l’altra consigliera nazionale P$ membro di comitato dell’iniziativa Weber che si compra l’attico di vacanza da 900mila Fr tramite la società di famiglia (che, come tutti sanno, è una peculiarità del proletariato).

 

Popolo buggerato

Naturalmente tra gli asilanti ci sono anche aderenti all’Isis cui si permette di insediarsi in Svizzera sotto il cappello dell’asilo. Non basta: per limitare il più possibile la selezione tra veri perseguitati ed approfittatori, il legulei del Tribunale federale amministrativo hanno cominciato ad aggirare la legge e la volontà popolare con l’obiettivo di non rimandare a casa loro dei finti rifugiati. La nuova legge sull’asilo prevede che un renitente alla leva militare non può avere lo statuto di rifugiato. Ma il TAF, con una recente sentenza, ha annullato il rimpatrio di un richiedente l’asilo eritreo che ha rifiutato di fare il militare. Motivo? Il finto rifugiato al suo paese verrebbe sanzionato in maniera sproporzionata. E’ il colmo. Il legislatore e il popolo – le modifiche alla LAsi, contro cui i kompagni avevano lanciato il referendum, sono state approvate in votazione popolare nel giugno 2013 – hanno deciso che ai renitenti alla leva ed ai disertori non si concede l’asilo. Ma i legulei del TAF se ne impipano!

 

Via Schengen

Le Camere federali, pensando in particolare alla minaccia del terrorismo islamico, nella sessione primaverile appena conclusa hanno dibattuto la legge sull’intelligence.

Multikulturalità completamente fallita, frontiere spalancate, mancanza di controlli, politici che vogliono tirarci in casa di tutto e di più, tribunali che si fanno beffe delle norme restrittive sull’asilo, costituiscono altrettanti regali ai jihadisti. La prima misura di prendere: sospendere subito, e a tempo indeterminato, l’applicazione degli accordi di Schengen, che devastano la nostra sicurezza ed in più ci costano 100 milioni di Fr all’anno: ben 14 (!) volte di più di quanto promesso dai sette scienziati del Consiglio federale!

Lorenzo Quadri

Assistenza e disoccupazione, il DFE fa il furbetto? “Nuove strategie” per abbellire le statistiche?

Ma guarda un po’! Il DFE targato ex partitone pare proprio stia nuovamente facendo il furbetto giochicchiando con le cifre degli iscritti all’URC. Obiettivo (in stile SECO): far credere che con la devastante libera circolazione delle persone, voluta dai partiti $torici PLR in testa – quello che si è espresso all’unanimità contro il contingentamento dei frontalieri ed è stato asfaltato dalle urne – in fondo le cose non vanno poi così male. E  quindi giustificare il clamoroso assenteismo del DFE in mano al PLR, il quale non ha fatto un tubo a tutela del mercato del lavoro ticinese.

Gli è che nei giorni scorsi il DFE ha pubblicato il rapporto di attività annuale degli uffici di collocamento, indicando che agli URC sono iscritte 22mila persone.  Il che non è propriamente una buona notizia. Ma poi il DFE  sente il bisogno di precisare: “Si sente spesso ripetere che i disoccupati che esauriscono le indennità di disoccupazione o quelli che finiscono in assistenza sono esclusi dalle statistiche ufficiali sulla disoccupazione” in quanto non più iscritti agli URC. E dichiara: “tutti i disoccupati che desiderano cercare attivamente lavoro rimanendo iscritti agli URC sono conteggiati”. 

Si tenta dunque di abbellire le statistiche, peccato che si tratti di un’iscrizione su base volontaria e non automatica. E, tanto per rimettere il campanile (o il minareto, visti i tempi che corrono) al centro del villaggio ripetiamo che molti sono i casi che non figurano nelle cifre ufficiali dei senza lavoro: come ad esempio le casalinghe per forza, gli studenti parcheggiati, chi è finito in AI, chi segue programmi di lavoro, i prepensionati, eccetera. Quindi i disoccupati “veri” sono molto più numerosi (almeno il doppio) di quelli ufficiali.

 

La direttiva ai Comuni

Il DFE ribadisce che anche le persone in assistenza possono (!) rimanere iscritte agli URC e quindi figurare nelle statistiche dei cercatori d’impiego. Questa precisazione è particolarmente buffa se si considera la direttiva che lo stesso DFE ha trasmesso ai Comuni ticinesi un mese fa, a fine febbraio.

La direttiva, pomposamente intitolata “strategia interdipartimentale per l’inserimento dei disoccupati in assistenza” spiega che, a seguito del nuovo modello elaborato, le persone in assistenza vengono divise in tre categorie, ossia:

1)     utente inserito in un percorso di inserimento professionale, gestito dagli URC;

2)     utente inserito in una misura di inserimento sociale, gestita da USSI (Ufficio del sostegno sociale e dell’inserimento);

3)     utente in assistenza passiva, gestito da USSI.

 

Versioni divergenti?

In base a questa strategia, dunque, solo le persone in assistenza della categoria 1) risultano iscritte agli URC. Quindi tutte le altre, contrariamente a quanto dichiara il DFE ai giornali, non figurano nelle statistiche. O vuoi vedere che ai media si racconta una cosa e ai Comuni un’altra?

Nella stessa circolare trasmessa a tutti i Comuni, il DFE li invita a non far iscrivere all’URC le persone in assistenza!

A questo punto un paio di osservazioni vengono spontanee.

1)     Non si capisce con quale affidabilità si possa inserire la persona in assistenza sotto una delle tre categorie indicate solo in base alla lettura di un dossier: ricordiamo che i casi aperti sono oltre 8000;

2)     Il DFE invita le persone in assistenza a non iscriversi all’URC e poi va in giro a raccontare che le statistiche URC comprendono anche le persone in assistenza! Tutto e il contrario di tutto!

 

Ma siamo sicuri che…

C’è poi anche un’altra domandina (facile facile) che aleggia nell’aria. Gli URC cantonali ricevono dei contributi dalla Confederazione, stabiliti anche in base all’efficienza ossia alle persone collocate. Non è che magari qualcuno ha avuto la bella idea di fare in modo di ridurre il numero degli iscritti all’URC perché altrimenti la percentuale di collocati sul totale dei casi in gestione scende troppo e la Confederella decurta i contributi?

Beh sono cose che succedono quando il PLR spalanca le frontiere, lascia allo sbaraglio il mercato del lavoro ticinese perché, come dice la sua Consigliera di Stato, “sa po’ fa nagott”, e poi si accorge che, essendo il mercato del lavoro intasato da frontalieri, gli uffici di collocamento (gestiti sempre dal DFE) non riescono a collocare e quindi il Cantone ci smena anche i soldini di Berna…

Lorenzo Quadri

Abusi nello Stato sociale: e nümm a pagum. Stranieri: limitare l’accesso allo stato sociale

L’assistenza “self service” non sarà più finanziabile, dunque bisogna cominciare a selezionare: “prima i nostri”

E’ stata beccata di recente in dogana a Chiasso una donna italiana che continuava a beneficiare delle prestazioni assistenziali pagati dai ticinesotti anche se in realtà abitava da tempo in Italia. In questo modo la donna avrebbe truffato il contribuente per decine di migliaia di franchi (per la serie: tanto gli svizzerotti sono fessi e non si accorgono di niente). Naturalmente con i soldi dell’assistenza elvetica, si presume attorno ai 2200 Fr mensili, la signora nella vicina Penisola viveva alla grande.

 Lugano: 24 milioni

La spesa per l’assistenza continua a crescere in direzione infinanziabilità.

Ad esempio, nel caso della città di Lugano, il numero di casi aperti è rimasto più o meno stabile attorno agli 800 fino al 2010. Ma poi è esploso in pochi anni. Di recente ha superato quota 1300. La spesa, ovviamente, è cresciuta di pari passo. Per Lugano la fattura totale (Cantone che paga tre quarti, Comune un quarto) ammonta a 24 milioni di Fr nel 2014, per una città di 70mila abitanti. E’ evidente che c’è qualcosa che non va.

Immigrazione uguale ricchezza?

A livello nazionale, tre quarti delle persone in assistenza hanno un passato migratorio: altro che “immigrazione uguale ricchezza”! A Lugano gli stranieri sono la maggioranza (leggera, ma pur sempre maggioranza) dei beneficiari d’assistenza; però sono il 37% della popolazione. La sproporzione è manifesta.

I permessi B in assistenza sono circa il 10% del totale, quando dovrebbero essere zero: si tratta di persone che ottengono di poter dimorare in Svizzera perché sono in grado di mantenersi da soli. Se non lo sono più vanno semplicemente allontanati dal paese: non devono avere alcun accesso alle prestazioni sociali.

Tanto più che, se per molti svizzeri, soprattutto di una certa età (purtroppo tra i giovani non è sempre il caso) l’assistenza era ed è l’ultima ratio, vissuta con pudore e vergogna – e per il minor tempo possibile, per persone provenienti da “altre culture” non è necessariamente così.

Abusi

 Ci sono famiglie straniere in assistenza “intergenerazionale”. I genitori sono in assistenza, i figli crescono e vanno anche loro in assistenza. La dipendenza dallo stato sociale diventa un modo di vita. Se qualcuno avesse qualche scrupolo residuo a chiedere, ci pensa l’associazione ro$$a di turno ad invitarlo ad utilizzare il suo “diritto”. Che, specie in presenza di altre forme di aiuto sociale (assegni familiari, assegni di prima infanzia, eccetera) permette di vivere in modo sufficientemente comodo da non rendere impellente trovarsi  un lavoro. E, se c’è bisogno di arrotondare, si può sempre svolgere qualche lavoretto in nero: la possibilità di venire beccati è minima. Soprattutto in realtà urbane dove l’anonimato è maggiore e il “controllo informale” (vicini, conoscenti,…) minore.

C’è poi tutto il capitolo dei beni all’estero: persone straniere che in Svizzera sono in assistenza ma che possiedono case nel paese d’origine. Qualche anno fa erano stati inviati nei Balcani degli investigatori privati per verificare queste situazioni. Hanno dovuto rinunciare al mandato a causa delle minacce di morte ricevute.

Inoltre, il numero dei casi d’assistenza aumenta, quello dei funzionari preposti alla loro trattazione no. Quindi controllare diventa più difficile.

Il caso zurighese

In queste settimane ha suscitato giustamente scandalo in Svizzera interna il caso di tale Jeton G, 31 anni, residente nel Canton Zurigo, kosovaro naturalizzato svizzero malgrado una lunga fedina penale. Costui  si  è sempre rifiutato di lavorare ritenendo assai più comodo farsi mantenere, senza pudore, dal contribuente. Lo svizzero di carta, “perfettamente integrato”, vive assieme alla famigliola in un appartamento al di sopra degli standard riconosciuti: per arrotondare le entrate si dedica ad attività illecite di vario genere, compreso lo spaccio di droghe leggere.

Il fatto che un soggetto del genere sia stato naturalizzato dimostra, tra l’altro, quanto sia necessario estendere a livello nazionale la modifica della costituzione cantonale bernese – cui il parlamento ha di recente concesso la garanzia federale – secondo cui lo straniero in assistenza o con la fedina penale sporca non può venire naturalizzato.

I cerottini non bastano

Questa vicenda zurighese è il campanello d’allarme di un sistema che non funziona più. L’hanno detto anche i responsabili federali: se l’assistenza viene considerata come un diritto acquisito, scoppia. E allora bisogna cominciare a selezionare i beneficiari, invece di pagare in modo indiscriminato. I primi da scremare sono gli immigrati nello stato sociale.  Quindi si potrebbe cominciare a stabilire che non ha diritto all’assistenza chi non ha vissuto almeno (ad esempio) 15 anni in Svizzera.

O si prendono misure incisive, che permettano di selezionare chi è meritevole di beneficiare di soldi pubblici, oppure non ci saranno più fondi per aiutare i nostri concittadini che si trovano in difficoltà dopo aver per anni contribuito a finanziare lo stato sociale.

Due cose sono chiare: 1) i cerottini non bastano. 2) non si può continuare a trattare allo stesso modo chi per anni ha contribuito al finanziamento dello stato sociale e poi si è trovato nel bisogno e chi, invece, è sempre stato a carico e non si sogna di cambiare.

Lorenzo Quadri

Canone radioTV obbligatorio per tutti. Altro che “soluzione equa”!

La PPDog Doris Leuthard sceglie proprio l’argomento più sbagliato per difendere la nuova cappellata federale – andrà a finire come con la vignetta autostradale a 100 Fr?

Nei giorni scorsi la ministra dei trasporti e delle telecomunicazioni Doris Leuthard ha lanciato la campagna di votazione sul canone radiotv obbligatorio per tutti. La popolazione sarà chiamata alle urne il 14 giugno. Come noto contro il canone obbligatorio è stato lanciato il referendum dall’Unione svizzera delle arti e mestieri (USAM) che ha raccolto 91mila firme, quando ne sarebbero bastate 50mila. Anche altri hanno raccolto delle sottoscrizioni. Ciò dimostra che il tema – pur non essendo il principale problema della Svizzera… – interessa. Ed interessa giustamente.

Se questi sono gli argomenti…

Leuthard ha definito il canone obbligatorio per tutti una “soluzione equa”. Se questi sono gli argomenti, per la Doris uregiatta si prepara un’altra remenata come quella sulla vignetta autostradale a 100 Fr, che avrebbe travasato tutti i frontalieri sulle strade cantonali (per la serie: complimenti per la lungimiranza).

Infatti, l’ennesima riforma federale toppata una cosa certamente non è: ossia equa. Essa prevede, nientemeno, di far pagare il canone radiotelevisivo anche a chi non ha né una radio né una televisione. Non l’ha per scelta, o per impedimento fisico, o per mancanza di ricezione o per qualsiasi altro motivo. Sicché si vuole far pagare il canone anche chi della televisione non ne vuole, giustamente, sapere. Visto che, argomenta la Doris paladina dell’equità, a non avere una televisione sono pochi, facciamo pagare tutti che è più comodo. E questa sarebbe una soluzione equa?

Nuova tassa per la SSR

Quella che si mira a creare è dunque una nuova tassa per foraggiare la SSR. Tutti i cittadini e le aziende saranno dunque obbligati a finanziare la radiotelevisione di sedicente servizio pubblico, in realtà organo di partito della $inistra. La $inistra che invoca la trasparenza ai finanziamenti dei partiti (avversari) vuole la nuova tassa per finanziare la propria radioTV di regime. Ma si sa che da quelle parti la coerenza non è di casa.

Se c’è un settore in cui deve valere il principio di causalità sono proprio la radio e la televisione. Solo chi ne usufruisce deve venire chiamato a finanziare.  Guardare la TV o ascoltare la radio non è né obbligatorio né necessario. Si può benissimo stare senza. Non mancano certo giornali cartacei o elettronici. E la scusa che oggi in quasi tutte le economie domestiche c’è un telefonino, un tablet, un accesso ad internet, eccetera, attraverso i quali si può guardare la televisione, è ben magra. Gli apparecchi citati non sono concepiti per guardare la televisione. Il loro scopo è un altro. Se poi i produttori li farciscono di funzioni che non c’entrano, la colpa non può certo essere scaricata sul consumatore.

E si abbia almeno la decenza di non venire a sciacquarsi la bocca con la storiella del “servizio pubblico”: esso presuppone un’equidistanza politica da cui la radiotv di Stato è lontana anni luce.

Aziende

Altrettanto iniquo – altro che sciacquarsi la bocca con l’equità – imporre a tutte le aziende di pagare il canone, quando già lo pagano i titolari ed i dipendenti (a meno che siano tutti frontalieri…).

Quanto alle possibilità di esenzione dal nuovo balzello obbligatorio per finanziare la SSR, sono una barzelletta: limitate nel tempo (5 anni) e complicate ad arte, sono fatte apposta per scoraggiare chi ne avrebbe diritto dall’usufruirne. Il trucco è vecchio.

Energia

E intanto a Berna, a dimostrazione ulteriore di quanto poco si tenga in considerazione la volontà dei cittadini, si sta preparando una nuova stangata sull’energia con la scusa che bisogna ridurre i consumi. Eppure il modo in cui è stata letteralmente (e giustamente) asfaltata l’imposta sull’energia nella votazione dell’8 marzo avrebbe dovuto spingere a più miti consigli. Il consumatore elvetico ne ha piene le tasche di farsi tartassare sotto il pretesto del raggiungimento di obiettivi di risparmio energetico che – come d’abitudine – gli svizzerotti sono gli unici a conseguire. E poi si cuccano l’inquinamento dei paesi vicini che non hanno affatto intenzione di imporre a cittadini ed economia dei costi ulteriori.

Lorenzo Quadri

Provincia di Como: in 10 anni disoccupazione triplicata- Ecco perché urge una diga!

Com’è la situazione sul mercato del lavoro lombardo? Nera è ancora dire poco. Rimaniamo vicino a noi. Nella Provincia di Como i disoccupati sono triplicati in 10 anni. A fine 2004 se ne contavano infatti circa 8600. Adesso sono quasi 25mila. Le cifre sono state pubblicate sul Corriere di Como nei giorni scorsi. Il tasso disoccupazione medio lombardo è dell’8.1%. E stiamo parlando della regione che dovrebbe fare da “locomotiva” alla Penisola. Quello comasco è superiore, attestandosi al 9%. Da qui ad arrivare al 10% la strada è breve.

Sempre sul Corriere di Como si legge anche che il tasso di occupazione è sceso al 64%. Ciò significa che, appena fuori dalla nostra “porta di cosa” oltre un terzo della popolazione tra i 15 ed i 64 anni non ha un lavoro.

Nessuna prospettiva

Questo continuo degrado allarma e all’orizzonte non si vedono soluzioni positive.

Ovviamente anche noi dobbiamo preoccuparci perché, in regime di devastante libera circolazione delle persone, il nostro territorio si trova a fare da valvola di sfogo alla crisi occupazionale delle Province italiane vicine. Il rafforzamento del franco sull’euro ci mette ancora del suo: aggrava il dumping salariale (frontalieri e padroncini possono proporsi a costi sempre inferiori).

In Ticino

Della situazione ticinese, si insiste nel venirci a dire che non è drammatica, che il tasso di disoccupazione ufficiale è “solo” del 4.6%, e via elencando. Peccato che queste cifre siano ben lontane dall’essere fedefacenti. Molte sono le categorie che non figurano nelle statistiche ufficiali dei senza lavoro: dalle persone in assistenza a quelle scaricate sull’AI, dai prepensionati agli eterni studenti, dalle casalinghe per forza a chi segue programmi occupazionali.

E le statistiche risulteranno prossimamente ancora più abbellite. Infatti adesso il Cantone raccomanda ai Comuni di non esortare più le persone in assistenza ad iscriversi all’Ufficio regionale di collocamento perché, nell’ambito della nuova strategia (?), ci penseranno gli uffici cantonali a selezionare i casi  (quelli con maggiori chance di collocabilità in tempi brevi) da mandare agli URC.

C’è da chiedersi come potranno gli uffici sociali cantonali, da tempo sommersi dagli incarti, a decidere in modo affidabile chi tra i beneficiari di prestazioni assistenziali è facilmente collocabile, e quindi va iscritto alla disoccupazione, e chi no.

Abbellire le statistiche?

Un effetto immediato di questa nuova raccomandazione comunque ci sarà: quello di abbellire ulteriormente le cifre degli iscritti agli URC. Sicché, sulla base di dati taroccati, continueranno a dirci che in fondo non si sta così male in regime di devastante libera circolazione delle persone, perché se lo dicono le statistiche, cosa volete che sia la realtà sul territorio?

Certo che talune tempistiche sono quanto meno curiose. Le statistiche sulla disoccupazione vengono ulteriormente truccate proprio quando si tratta di concretizzare lo scomodo voto del 9 febbraio.

Quale messaggio si tenta di far passare? Forse si vuole far credere che, in fondo, non vale la pena ostinarsi a voler concretizzare quanto votato il 9 febbraio?

In caso di dubbio…

Nel caso ci fossero dei dubbi, per trovare una motivazione più che valida per non recedere di un millimetro dal voto dello scorso anno, basta guardare le cifre dell’occupazione della provincia di Como (anch’esse edulcorate) citate all’inizio articolo. Urge una diga. Altrimenti finiamo tutti travolti.

Per questo è essenziale anche un’altra cosa: che in maggioranza relativa in Consiglio di Stato resti chi questa diga la vuole costruire. Sarebbe deleterio se ci tornasse chi ha aperto gli argini, e non si sogna di richiuderli, come è il caso del PLR.

Lorenzo Quadri

Esplusione degli stranieri che delinquono: popolo ancora raggirato. Vogliono rottamare la nostra democrazia!

Non è una sorpresa: ancora una volta la politica fa melina quando si tratta di applicare la volontà del popolo. E, se il tema è l’espulsione degli stranieri che delinquono, scatta subito l’arrampicata sui vetri alla ricerca  di scappatoie che permettano di snobbare le decisioni popolari sgradite.

Comandano i giudici?

E così sull’espulsione dei delinquenti stranieri il Consiglio nazionale ha fatto retromarcia accodandosi al Consiglio degli Stati. I giudici potranno alla fine decidere se espellere o no il criminale straniero, annullando così di fatto ciò che il popolo voleva: ossia l’espulsione automatica.

Il giudice avrà dunque, secondo la versione parlamentare, la possibilità di derogare dall’allontanamento della Svizzera qualora questo ponesse lo straniero in una situazione grave. Qui qualcuno non ha capito da che parte sorge il sole. Lo straniero espulso non ha rubato le ciliegie al mercato. Si è macchiato di reati gravi, come omicidio, stupro, eccetera. Non voleva rischiare di tornare al suo paese? Doveva comportarsi bene in Svizzera.

Vale anche la pena ricordare che oltretutto parlamento e consiglio federale hanno stabilito che l’espulsione non è per sempre, bensì per un periodo compreso tra i 5 ed i 15 anni. Non sia mai che si rischi di esagerare!

A questo risultato deludente  si giunge a quasi 5 anni dalla votazione popolare, tenutasi nel 2010 che ha approvato l’iniziativa per l’espulsione dei delinquenti stranieri. Il che non è certo un buon auspicio per l’attuazione del voto del 9 febbraio.

Rifiuto della volontà popolare

Il problema di fondo è sempre lo stesso: funzionari, politici, professori e legulei assortiti non vogliono applicare la volontà popolare. E quindi per ostacolarla invocano il diritto internazionale, i giudici stranieri e via elencando. Naturalmente solo quando fa comodo. Perché se la Corte europea dei diritti dell’uomo, tanto per fare un esempio, approva il divieto di burqa, quindi eccezionalmente si esprime a sostegno di una votazione popolare, i rottamatori della Svizzera, quelli che invocano l’autorità straniera contro gli svizzerotti populisti e razzisti, si mettono comunque a strillare.

Un paio di cosette

Forse è il caso di ricordare che il rifiuto dei giudici stranieri è proprio alla base della nascita della Svizzera. Occorre quindi ribadire un paio di cosette essenziali.

Primo: i diritti dell’uomo in Svizzera non sono certo meno sviluppati che altrove, anzi. Quindi perché il diritto internazionale dovrebbe essere “migliore” del nostro? Non lo è affatto. Va anche notato che i diritti cui gli spalancatori di frontiere fanno riferimento ogni tre per due non sono le libertà individuali, bensì pretese di prestazioni da parte dello Stato.

Secondo: il diritto svizzero lo  fanno gli svizzeri. La nostra democrazia è un patrimonio unico al mondo che non abbiamo alcuna intenzione di far demolire da nemici esterni ed interni. Quanto accettato in votazione popolare va applicato senza che nessuno abbia alcunché da dire: in questo modo si tutela anche la certezza del diritto, chiarendo una volta per tutte chi comanda in Svizzera. Cioè i cittadini e non giudici stranieri. Altro che riprese automatiche o “dinamiche” del diritto europeo, come va in giro a raccontare il ministro degli esteri PLR Didier Burkhaltèèèr, quello del “dobbiamo aprirci all’UE”! Con questi concetti fumogeni si vuole, semplicemente, spossessare il popolo svizzero della sua sovranità, per trasferirla a burocrati europei non eletti da nessuno. Quello che Burkhaltèèèr e soci progettano è dunque un attentato contro la nostra democrazia. E va sventato a tutti i costi.

Iniziativa

L’Udc nazionale ha appena iniziato la raccolta di firme per l’iniziativa popolare “il diritto svizzero al posto dei giudici stranieri”. La Lega e il Mattino sostengono l’iniziativa, che va firmata a piene mani. Difendiamo i nostri diritti popolari da chi vuole smantellarli in nome della deleteria eurocompatibilità!

Lorenzo Quadri

Ma guarda un po’! La Lega aveva ragione: per frenare l’invasione. Trasmettere al fisco italiano l’elenco dei padroncini

L’invasione di padroncini costituisce una vera catastrofe per l’economia ticinese. Il numero delle notifiche di questi lavoratori indipendenti è sempre in aumento. La cifra d’affari da essi realizzata a scapito di artigiani ed imprese ticinesi anche. Una situazione che si traduce in perdita di posti di lavoro, di entrate fiscali, eccetera. Da notare che al numero di quanti si notificano vanno aggiunti quelli che entrano in Ticino senza nemmeno annunciarsi: tanto gli svizzerotti sono fessi e non si accorgono di niente.

Concorrenza sleale

I padroncini fanno un’evidente concorrenza sleale alle ditte e agli artigiani locali. Non pagando tasse né oneri sociali da nessuna parte possono permettersi di praticare tariffe inarrivabili per chi rispetta le regole.

Dai controlli effettuati, i famosi blocchi anti-padroncini che sarebbero da fare tutti i giorni, sono emersi tassi di irregolarità allucinanti: anche superiori al 50%. Cifre che avrebbero non solo giustificato, ma imposto interventi massicci da parte della Confederazione. Invece niente: queste derive sono frutto della devastante libera circolazione; e la devastante libera circolazione, si sa, non si tocca. Perché noi “dobbiamo aprirci”.

Michele Barra

Negli ultimi mesi, a seguito della famosa votazione del 9 febbraio, l’attenzione si è concentrata più sui frontalieri e sul loro contingentamento, in quanto esplicitamente previsto nel nuovo articolo costituzionale. Però, anche i padroncini sono una forma di frontalierato su cui occorre intervenire.

Al proposito in tempi non sospetti esponenti della Lega, tra cui il compianto Michele Barra ed anche chi scrive, avevano avanzato la “scandalosa” proposta di trasmettere all’Agenzia delle entrate italiana l’elenco degli indipendenti italiani che si “notificano”. E perché? Semplice, perché una grossa percentuale di questi padroncini, per non dire tutti, evade il fisco del proprio paese. L’Italia ha dunque un grande interesse ad andare a recuperare queste imposte mancanti. Lo spauracchio di finire nel mirino dell’erario italico sarebbe peraltro un potentissimo deterrente. A molti passerebbe la voglia di venire in Ticino a fare i furbi perché il rischio sarebbe troppo grosso.

Perché l’Italia non chiede?

Per soddisfare gli appetiti del fisco italico la catastrofica ministra del 5% Widmer Schlumpf ha svenduto il segreto bancario senza contropartita, sfasciando la piazza finanziaria ticinese. E allora perché non dovremmo sfruttare a nostro vantaggio gli appetiti dell’agenzia delle entrate, creando quella che i politicanti chiamano una situazione “win win”? Tramite la segnalazione dei “notificati” la vicina Penisola incassa imposte, e noi freniamo la concorrenza sleale.

E’ assolutamente sorprendente, peraltro, che l’Italia stessa non faccia pressioni sulla Svizzera per ottenere queste informazioni. Ma evidentemente alle autorità $inistrorse della vicina Penisola dell’equità fiscale non gliene frega un fico: importa solo sabotare la piazza finanziaria elvetica. Anche perché si sa che far pagare le tasse ai padroncini, ed anche ai frontalieri, porterebbe un evidente beneficio finanziario allo Stato, ma a costo di un danno politico. Chi aumenta le tasse a frontalieri e padroncini perde le elezioni in Lombardia. E si sa che quel che conta  è la cadrega; mica i soldi pubblici.

Aspettiamo al varco

Quando il compianto Michele Barra chiedeva che, proprio in funzione antidumping ed anti-concorrenza sleale,  il governo ticinese si attivasse con Berna affinché si concordasse la trasmissione all’Italia di informazioni sui padroncini, la risposta del CdS, ed in prima linea del DFE targato ex partitone, era sempre njet. Zali ha fatto però cambiare parere alla maggioranza dei colleghi; ed adesso, con incredibile faccia di tolla, il PLR  in campagna elettorale tenta addirittura di appropriarsi della proposta leghista sabotata dalla ministra liblab (Xerox a tutto andare).

Il governo ticinese ha dunque avanzato al Consiglio federale la richiesta di trattare con l’Italia anche questo tipo di scambio di informazioni, che torna anche a nostro vantaggio.

Morale: ancora una volta la Lega populista e razzista aveva ragione. E adesso vedremo se la ministra del 5% Widmer Schlumpf, nemica del Ticino, avrà la sfrontatezza di inventare qualche pretesto per prendere ancora una volta il nostro Cantone a pesci in faccia.

Lorenzo Quadri

La ministra del 5% difende la sovranità italica!

Accordo-ciofeca con la Penisola: mentre la sovranità svizzera viene calpestata in mille modi

Se non fosse che ci andiamo ancora di mezzo noi, ci sarebbe da ridere. L’accordo-ciofeca con l’Italia si dimostra sempre più un fallimento oltre che, naturalmente, unilaterale. Perché la Ministra del 5% ed il suo scudiero De Watteville concedono a nome della Svizzera – e il prezzo lo paga il Ticino – mentre l’Italia si nasconde dietro le collaudate cortine fumogene.

In cambio della svendita del segreto bancario la Svizzera non ha ottenuto l’accesso ai mercati italiani. Né per le aziende né per le banche. Del resto, quando si è già andati a raccontare ai quattro venti che nel giro di un paio d’anni si concederà lo scambio automatico d’informazioni, non si vede per quale motivo i nostri vicini a sud, che sono più furbi che belli, (ma anche chiunque altro) dovrebbero pagare pegno per ottenere qualcosa che riceveranno comunque “aggratis” e a breve termine.

Vantaggi per chi?

Su ciò che si sta profilando in materia di accordo sulla fiscalità dei frontalieri abbiamo già detto; solo chi ne porta la responsabilità potrebbe definirlo “vantaggioso per il Ticino”.

Sicché con il nuovo regime – che avrebbe dovuto, almeno in parte, risarcire il nostro Cantone, e per quanto pagato “nell’interesse generale della Svizzera” negli ultimi 40 anni, e per quello che perderà a causa della svendita del segreto bancario – il Ticino otterrà nella migliore delle ipotesi le briciole. Ossia un qualche milione in più rispetto ai  circa 100 che si incassano attualmente dalla tassazione di frontalieri.

Mezzo di pressione

E’ però più realistica la previsione secondo cui si otterrà meno di adesso.  Con una differenza sostanziale: non ci saranno più i ristorni. E di conseguenza nemmeno la possibilità di bloccarli. Perché evidentemente la priorità della ministra del 5% era quella di privare il Ticino di questo efficace mezzo di pressione,  che dava fastidio a Berna come a Roma. Dimostrazione inequivocabile, ancorché indiretta, che il blocco dei ristorni voluto dalla Lega è uno strumento potente: di fatto l’unico di cui il nostro Cantone dispone per farsi sentire in materia di rapporti con l’Italia.

Il gioco delle tre carte

Essenziale per il Ticino, l’ha detto peraltro anche il Consiglio di Stato, è la questione dell’aumento della pressione fiscale dei frontalieri che “in futuro” “di principio” andrebbe “adeguata” a quella dei residenti italiani. Essenziale perché, è evidente, se i frontalieri dovranno pagare molte tasse in più di adesso, necessiteranno anche di stipendi più elevati. Ciò contribuirebbe a calmierare il ben noto dumping generato dalla devastante libera circolazione delle persone voluta dai partiti $torici.

E sull’aumento delle imposte ai frontalieri naturalmente l’Italia fa melina. Settimana scorsa il negoziatore italiano Vieri Ceriani ha dichiarato che ci vorranno “almeno 10 anni” per giungere alla parificazione frontalieri – italiani residenti. Con simili premesse, chiunque è in grado di capire che la parificazione non si farà mai. La sortita dei 10 anni ha seguito solo di pochi giorni la sottoscrizione dell’accordo. Bisogna dire che per turlupinare gli svizzerotti  i vicini a sud non hanno certo perso tempo…

La ciliegiona

La ciliegina, anzi ciliegiona sulla torta arriva ora: a precisa domanda se il Consiglio federale intende accettare una simile tempistica farlocca, la risposta è stata: “si tratta di decisioni che rientrano nella sovranità italiana”.

Qui qualcuno non ha capito da che parte sorge sole.

L’Italia, nel “nuovo” accordo fiscale sui frontalieri, ha inserito la clausola ghigliottina sul voto del 9 febbraio: se entra in vigore il nuovo trattato decade. Questa non è forse una sfacciata violazione italiana della nostra sovranità?

L’Italia pretende di annullare la decisione del Gran Consiglio ticinese che ha portato il moltiplicatore comunale al 100% per i frontalieri. Questa non è forse una sfacciata violazione italiana della nostra sovranità?

E intanto la ministra del 5% ed il tirapiedi si preoccupano di non violare la sovranità italiana. Proprio vero che gli svizzerotti sono fessi…

Lorenzo Quadri

Nuova legge sull’intelligence: cerotti sulla gamba di legno. Sospendere subito gli accordi di Schengen!

Improvvisamente, per la serie “ma tu guarda i casi della vita”, anche al parlamento federale ci si accorge che la sicurezza è un problema. Ed infatti il Consiglio nazionale nei giorni scorsi ha approvato la legge sull’intelligence.

Ohibò. Prima si spalancano le frontiere, si aderisce allo scriteriato spazio Schengen andando in giro a raccontare la patetica fregnaccia che togliendo i controlli ai confini la sicurezza aumenta. Poi ci si accorge che si è creato un problema. Ma va? Un po’ come i kompagni che prima sostengono la libera circolazione delle persone, esattamente come gli odiati “padroni”, poi manifestano contro il dumping salariale.

Permessi rilasciati alla cieca

Addirittura, a seguito della devastante libera circolazione delle persone, il Cantone è obbligato a rilasciare permessi B e G senza poter disporre di informazioni sui precedenti penali del richiedente. Lo ha ammesso il CdS in una recente risposta all’interrogazione del leghista Massimiliano Robbiani. Così in Ticino ci ritroviamo alle officine FFS i frontalieri capomafia, ma anche i Raffaele Sollecito indagati in Italia per omicidio. E via elencando. La stessa Sezione della Popolazione del DI apprende dai media che uno straniero cui è stato concesso di dimorare in Ticino a seguito di autocertificazioni farlocche è inquisito in patria per reati della massima gravità.

E anche una volta individuato il delinquente con permesso B o G, il ritiro del medesimo si trasforma in una via crucis giudiziaria della durata di anni grazie a tribunali garantisti la cui priorità non è la sicurezza del paese, bensì il diritto dell’immigrato di rimanerci ad oltranza anche se ne ha fatte più di Bertoldo. Questa è la “sicurezza” che ci ha regalato la devastante libera circolazione delle persone con corollario schengen-iano: un fallimento su tutta la linea che prima salta meglio è.

Terrorismo islamico

Adesso si aggiunge ovviamente la questione dei terroristi ISIS, tra i quali non mancano i cittadini UE: ecco i bei risultati della multikulturalità completamente fallita imposta dalla foffa politikamente korretta a suon di accuse di populismo-razzismo-fascismo ai contrari.

Dunque, a seguito della devastante libera circolazione delle persone, aderenti, simpatizzanti e spalleggiatori dell’ISIS possono allegramente stabilirsi in Svizzera, Ticino compreso, senza che le autorità abbiano la possibilità di controllare prima di rilasciare permessi, e raccogliere proseliti tra i molti stranieri “perfettamente integrati” che ci siamo messi in casa.

A questo proposito, è interessante un’intervista del Sole 24 ore al presidente del Partito per la libertà olandese, Geert Wilders, che dichiara: “Prima di tutto bisogna smetterla con il “politically correct” e riconoscere che l’Islam è un problema; poi va bloccata l’immigrazione dai Paesi musulmani. L’Olanda dovrebbe uscire da Schengen, reintroducendo i controlli alle frontiere, togliere la doppia cittadinanza a quanti non rispettano le nostre leggi e i nostri valori ed espellerli. Non solo i musulmani, chiunque abbia una doppia nazionalità e commetta reati”. Ma guarda un po’!

I cerotti

Ecco dunque che anche a Berna ci si rende conto che la sicurezza è una priorità e che, a suon di spalancature (perché, come ama ripetere il ministro del esteri PLR Didier Burkhaltèèèèr, “dobbiamo aprirci”) la si è mandata a ramengo. Sicché al Nazionale è passata la legge sull’ “intelligence”. E’ passata come una lettera alla posta: con solide maggioranze che hanno spazzato via le opposizioni. I servizi (più o meno) segreti avranno dunque la possibilità di sorvegliare le comunicazioni (posta, telefono, mail) ma anche osservare quello che succede in luoghi privati (case, hotel) di persone sospette, usare droni, e così via, previa autorizzazione di un giudice del Tribunale amministrativo federale e del capo del Dipartimento della difesa. Uella, direbbe qualcuno: come “gli 007 veri”!

Sospendere Schengen

Certamente queste novità sono utili e positive. Ma hanno se del caso effetto a posteriori. Sono un po’ – per restare in campo di devastante libera circolazione delle persone – come le misure accompagnatorie che dovrebbero tutelare il mercato del lavoro. Meglio che un calcio nei denti. Ma certo non una soluzione.  Serve a poco dilettarsi con aeroplanini telecomandati o passare il tempo a scartabellare i mail altrui se non si affronta il problema nella sua vera causa: ossia la devastante libera circolazione delle persone, che va bloccata.

Quindi si cominci a sospendere, a tempo indeterminato, gli accordi di Schengen. Il resto sono cerotti sulla gamba di legno.

Lorenzo Quadri

Il Mattino compie 25 anni: Cucù, siamo ancora qui!

25 anni. Il Mattino esiste da un quarto di secolo. Ed è proprio il caso di dire: “chi l’avrebbe mai detto”. Chissà se l’avrebbero detto il Nano, o il primo direttore Flavio Maspoli, al momento di imbarcarsi in un’avventura editoriale innovativa – per il Ticino del 1990, un giornale gratuito che usciva la domenica era una cosa inaudita – che ben presto sarebbe diventata politica?

Certamente non lo immaginavano i cosiddetti partiti $torici con stampa di regime annessa. Quelli che dicevano che il Mattino sarebbe durato, appunto “lo spazio di un mattino”. Ironia insipida e previsione cannata. Ah, la capacità di autoilludersi!

Per farci sparire

Questi 25 anni di Mattino, dai primissimi numeri pubblicati a Locarno prima del trasferimento definitivo in via Monte Boglia (chi c’era ricorda ancora il “blitz” del Nano) non sono certo stati facili. Del resto nessuno si aspettava che lo fossero. Il Mattino è nato come organo di rottura contro un sistema: quello della spartizione incestuosa di potere e prebende. E il sistema si vendica.

Per far sparire dalla faccia della terra il Mattino le hanno tentate più o meno tutte. Dall’utilizzo strumentale della Giustizia – il Nano, contrariamente agli ideatori e distributori di finti giornali, in tribunale ci è andato a più riprese – ai boicottaggi economici; dalle paginate di petizioni pubblicate sui giornali alle manifestazioni flop organizzate dai kompagni. Si sono pure inventati un giornale concorrente, il Caffè della Peppina domenicale, nella speranza che…

L’ultima…

In prima fila in questi tentativi d’imbavagliamento,  troviamo quelli che si sciacquano la bocca con la libertà di stampa, e magari vanno pure in giro con i cartelli “je suis Charlie”; ma la libertà di stampa e di parola, è chiaro, questi moralisti a senso unico la difendono solo per “i loro”.

E cosa dire dell’ultima farneticante accusa di “fascismo” da parte del presidente dell’ex partitone? Magari qualcuno potrebbe spiegargli che non è vietato leggere un libro di storia, anche se si è PLR…

«Siamo ancora qui»

Ci hanno provato in tutti i modi a ridurci al silenzio. Ma senza esito. Cucù, siamo ancora qui!, come amava ripetere il Nano.

Lui però, il grande, inimitabile Nano, non è più qui. Se ne è andato un mese di marzo di due anni fa, dopo aver scritto 20 anni di storia di questo Cantone; per uno di quegli strani scherzi del destino, lo stesso mese in cui è nato il Mattino. E se ne sono andati anche Flavio, Rodolfo, Giorgio, Michele, e tanti altri che ci hanno accompagnato in questo cammino.

Una generazione

25 anni sono, si dice, una generazione. C’è quindi una generazione di giovani che non ha mai visto il Ticino senza Mattino. E che, quindi, dà per scontata la sua esistenza.  Non lo è. Il Mattino, come peraltro la Lega, è frutto di una battaglia quotidiana. Ma, come promesso al Nano, non molleremo.  Quelli che piagnucolano che gli roviniamo la domenica con qualche fotomontaggio burlesco – quando loro, a troppi ticinesi, rovinano tutti i sette giorni della settimana, mettendo il Cantone alla mercé della devastante invasione da sud – si rassegnino.

Lorenzo Quadri

Il partito delle tasse PLR e i nuovi balzelli a carico dei proprietari di una casetta. Il mantra delle “condizioni quadro”

Uno dei tanti mantra reiterati in questa interminabile campagna elettorale voluta dall’ex partitone contro gli interessi del Ticino  è quello delle “condizioni quadro”. Tra queste figura anche la fiscalità.

 Al proposito è bene ricordare che gli aggravi d’imposta che sono stati propinati e si stanno propinando ai cittadini portano il timbro dell’ex partitone (tramite la sua Consigliera di Stato, titolare del DFE).

Come hanno scritto illustri esponenti o ex esponenti del PLR (ala “L”) – pensiamo a Tullio Righinetti e Sergio Morisoli – il partito, ormai in tandem perenne con il P$, ha fatto di tutto per attribuirsi l’etichetta di partito delle tasse.

I balzelli PLR

Pensiamo, in ordine sparso, al moltiplicatore cantonale copiato dalla $inistra che serve a mettere le mani in tasca al contribuente, alla decurtazione delle deduzioni sul valore locativo, al raddoppio delle stime immobiliari per fare cassetta, al njet al referendum finanziario obbligatorio, alla tassa sui letti freddi con cui si vogliono colpire le casette di vacanza dei ticinesi. Quest’ultimo balzello, che andrebbe a colpire le residenze secondarie occupate per meno di 90 giorni all’anno, è paradigmatico dell’incoerenza liblab.

A livello nazionale il PLR lancia iniziative popolari a tutela della privacy e contro la burocrazia, mentre in Ticino s’inventa, per il tramite della sua Consigliera di Stato, nuovi balzelli la cui riscossione impone più burocrazia e comporta plateali violazioni della privacy di onesti cittadini (mica di terroristi islamici dell’ISIS) messi sotto sorveglianza.

Sono in molti a chiedersi fino a quando il PLR voglia infierire sui proprietari di una casetta, e quali “condizioni quadro” voglia creare per questi ultimi, che costituiscono quel “ceto medio” spina dorsale della nostra società con cui tutti si riempiono la bocca a scopo propagandistico, ma poi…

Sgravi fiscali

Quanto agli sgravi fiscali, l’ex partitone negli ultimi 13 anni ha sempre affossato tutte le proposte altrui, ed in particolare della Lega. «Non è vero – ha tuonato stizzito l’organo di servizio – c’è un’iniziativa parlamentare PLR del 2013 che…». Certo, l’iniziativa c’è. E su quest’ultima avremo modo di tornare più dettagliatamente nelle prossime settimane. Ma una cosa si può dirla subito: l’iniziativa liblab propone sgravi solo per i ricchi e ricchissimi. A guadagnarci sarebbero i redditi e le sostanze milionarie. Gli altri, ed in particolare il ceto medio? Un tubo (o quasi)! Per contro, si smazzano i balzelli e gli aggravi fiscali promossi dal PLR.

Da notare che lo stesso ex partitone di questa iniziativa parlamentare del 2013 parla assai poco. L’ha tirata in ballo in replica alle osservazioni mosse da queste colonne al comportamento liblab nei confronti degli sgravi leghisti; ma sarebbe stato meglio tacere.

Persone singole

A proposito: cosa ha fatto il PLR, in carico delle finanze, sulla fiscalità delle persone singole, che in Ticino è manifestamente discriminatoria? Zero. Alcuni suoi esponenti sono andati a metter fuori la faccia sulla stampa, tentando di appropriarsi di proposte altrui (Xerox) che mai si sono mai sognati di sostenere nella “politica reale”. Per il resto: eclisse totale.

Lorenzo Quadri

Vietano la camicia dei contadini svizzeri perché “provocatoria”

Delirio in una scuola lucernese: per calare le braghe davanti ad allievi stranieri non integrati

Proprio vero che al peggio non c’è alcun limite. Nei giorni scorsi  si è scoperto che in una scuola di Willisau (LU) la direzione, e non si fa tanta fatica ad immaginare di quale orientamento politico (lo stesso di troppe direzioni scolastiche, del resto), si è prodotta in un’alzata d’ingegno decisamente meritevole di attenzione: quella di vietare la camicia con gli edelweiss, o stella alpina che dir si voglia, caratteristica dei contadini elvetici – e quindi una sorta di simbolo nazionale – con questa allucinante giustificazione: è provocatoria (!!) e razzista (!!). Uella, direbbe qualcuno!

In Ticino…

La notizia ha avuto ampia eco in Svizzera interna; così non è stato in Ticino, dove evidentemente si preferisce tacere su certi argomenti, peraltro fondamentali visto che è in ballo la nostra identità. Silenzio dettato, è evidente, anche dal periodo elettorale: i media di regime non vogliono correre il rischio  di portare acqua al mulino dell’odiata Lega populista razzista e (come da calzante definizione del presidente dell’ex partitone) pure fascista.

Qulacuno non ha capito…

Ma come si è potuti giungere al delirante divieto? E perché una camicia di cotone azzurro con dei fiorellini bianchi, peraltro usata in numerosi spot pubblicitari a sostegno dei contadini svizzeri, sarebbe diventata un’insostenibile provocazione razzista, al punto da venire bandita da una scuola ?

Il motivo, ma guarda un po’, va ricercato nel comportamento di alcuni allievi albanesi i quali hanno pensato bene di presentarsi in classe ostentando doppie aquile. Ecco il risultato della politica delle frontiere spalancate e della multikulturalità completamente fallita: adolescenti albanesi non integrati, provenienti evidentemente da famiglie non integrate (e magari pure a carico dello stato sociale), ostentano la propria non integrazione come se fosse un motivo di vanto.

Per reazione, alcuni studenti svizzeri sono andati a scuola vestiti con la camicia con gli edelweiss (che peraltro è simbolo nazionale fino ad un certo punto…). Sono di conseguenza sorte tensioni, e allora cosa fa la direzione scolastica politikamente korretta? Vieta sia i simboli albanesi che quelli svizzeri “per calmare le acque”.

Complimenti! Qui qualcuno non ha capito da che parte sorge il sole. In nessun paese al mondo si vietano i simboli nazionali argomentando che sarebbero “provocatori” nei confronti degli immigrati. Solo gli svizzerotti calabraghe. Se ci sono stranieri che si sentono offesi dalla camicia con le stelle alpine, il problema è loro: ed è giusto offenderli. Proviamo  noi ad andare in Albania a dire che ci sentiamo provocati da indumenti con simboli nazionali, poi vediamo l’esito. Oppure potremmo anche andare in una scuola islamica di un paese arabo a pretendere che le ragazze tolgano il velo perché offende la nostra sensibilità.

Chi si sente offeso…

Non esiste proprio che in una scuola svizzera vengano vietati simboli svizzeri. Nemmeno temporaneamente per placare gli animi. Per placare gli animi di chi? E’ ovvio che la direzione avrebbe semmai dovuto vietare le provocazioni albanesi. Qui siamo in Svizzera (ai politikamente korretti bisogna continuare a ripeterlo perché sennò il messaggio non passa). Chi si sente offeso da una camicia azzurra a fiorellini non è al suo posto in Svizzera. Quindi,  non ha che da fare fagotto e tornare da dove è venuto: in Albania ostenterà, a buon diritto, tutte le aquile bicipiti che vuole (sapesse che è un’insegna araldica tipica dell’impero bizantino…).

 

A scuola inno e bandiere

Cosa deve ancora succedere perché i politikamente korretti oltre a spalancare le frontiere, aprano anche gli occhi? La risposta è fin troppo semplice: costoro, accecati dall’internazionalismo becero, gli occhi non gli apriranno mai. Peraltro è accaduto anche in Svizzera romanda che delle scuole mettessero al bando indumenti giudicati troppo  nazionalisti. Quindi a Willisau purtroppo non hanno inventato niente. E’ evidente che direttori di scuole che vietano camicie a fiorellini non sono al loro posto. Un direttore degno di questo nome la camicia avrebbe dovuto metterla lui, altro che proibirla.

L’accaduto dimostra peraltro la necessità di insegnare obbligatoriamente l’inno nazionale a scuola e di esporre la bandiera rossocrociata in ogni sede scolastica: tanto per chiarire a qualcuno in casa di chi si trova.

In parlamento…

La vicenda della scuola basilese ha avuto un epilogo parlamentare. Alcuni consiglieri nazionali Udc hanno reagito alla notizia giungendo in aula con addosso la camicia  “incriminata”. Hanno fatto benissimo. Ma non poteva mancare l’episodio grottesco: una deputata $ocialista (oltretutto “non patrizia”) è andata da loro a lamentarsi.

Ma tu guarda questi kompagni: difendono il burqa ma non vogliono la camicia con gli Edelweiss! Ogni commento ulteriore è superfluo…

Lorenzo Quadri

Gli italiani tentano di nuovo di farci fessi

Come volevasi dimostrare: l’accordo con la Penisola è una ciofeca

Il negoziatore italiano vuole fare melina per non alzare le imposte dei frontalieri ed è convinto, probabilmente non a torto, che la catastrofica ministra del 5% sia pronta ancora una volta a calare le braghe, buttando nel water gli interessi del Ticino

Ma guarda un po’: ancora una volta la Lega aveva ragione. L’accordo fiscale con l’Italia è proprio una ciofeca. La catastrofica ministra del 5%, come noto, ha svenduto la piazza finanziaria ticinese senza contropartita. Il segreto bancario è stato scassinato, tuttavia sull’accesso delle banche svizzere al mercato italiano ci sono solo cortine fumogene. Che poi i clienti italiani, come vaneggia qualcuno, manterranno i loro soldi in Svizzera comunque, dopo aver visto gettare nel water la propria privacy, è ancora tutto da vedere. Il premier italiano Renzi, quello che si fa i selfie, il 23 febbraio dopo la sigla dell’accordo-ciofeca ha twittato:  “l’accordo ci è costato un euro ma porterà miliardi”. Ulteriore conferma, se caso ci fosse ancora bisogno, che il segreto bancario svizzero è stato svenduto in cambio di nulla. E che i capitali italiani non continueranno ad essere gestiti sulla nostra piazza. Meno fondi da gestire uguale meno posti di lavoro: l’equazione è semplicissima.

Illusioni italiche

 Ma anche i vicini a sud sbagliano se si illudono di poter contare su rientri miliardari. Non c’è alcun motivo per cui gli italiani dovrebbero fidarsi a riportare in patria i propri soldi. I capitali partiranno semmai verso piazze finanziarie dove a decidere sono governi i quali, contrariamente agli svizzerotti, non calano le braghe così facilmente.

La ministra del 5% Widmer Schlumpf ed il suo tirapiedi De Watteville non sono, quindi, nemmeno riusciti a contrattualizzare il segreto bancario con l’accesso ai mercati della Penisola. E l’uscita della Svizzera dalle liste nere rimane rinviata ad un indefinito futuro e a fantasiose road map.

Fallimento totale

Dal punto di vista della fiscalità dei frontalieri, poi, il fallimento è totale. L’ipocrisia della controparte italiana è fin troppo evidente. Allo Stato italiano le entrate fiscali servono come il pane, però non si vogliono aumentare le imposte ai frontalieri. Eh certo: il bacino elettorale dei frontalieri è prezioso. Molto più delle entrate fiscali. E allora si continua a mantenere privilegi fiscali che gridano vendetta: stupisce che il popolo italiano non si sollevi.

Nessun guadagno

Il Ticino ha un evidente interesse nell’ottenere un miglioramento del gettito fiscale pagato dai frontalieri. Ma con l’accordo sottoscritto il 23 febbraio il nostro cantone non ci  guadagna niente.

 Al nostro Cantone sarebbe destinato al massimo il 70% delle imposte alla fonte di frontalieri, ciò che si traduce in una dozzina di milioni in più, spalmati tra Cantone, Comuni e Confederazione (oggi incassiamo ca 100 mio di imposte alla fonte dei frontalieri).

 Ovviamente ad un tasso inferiore al 70% corrisponde un’ulteriore riduzione del già risicatissimo guadagno. Non solo: l’Italia come noto pretende di cancellare la decisione del Gran Consiglio di portare al 100% il moltiplicatore comunale d’imposta per i frontalieri. Ecco quindi che invece di guadagnarci, grazie agli accordi-ciofeca della catastrofica ministra del 5%, il Ticino finirà per perderci.

Il PLR e la Xerox

Naturalmente la Consigliera di Stato del PLR è entusiasta del trattato da cui il Ticino non guadagna nulla. Invece di trattenere più imposte dei frontalieri, si preferisce mettere le mani nelle tasche dei cittadini, in stile tassa e spendi (ma non si può dirlo perché è  “fascismo”).

Dopo un paio di settimane, con la solita coerenza, ecco che scende in campo il presidente dell’ex partitone Rocco Cattaneo, che impallina l’accordo della ministra del 5%, quello per cui la sua Consigliera di Stato gongola, ripetendo gli argomenti presentati da varie settimane sul Mattino fascista.

 Ancora una volta l’ex partitone prima denigra le posizioni della Lega e poi le copia. O vuoi vedere che anche Cattaneo è un po’ “fascista”?

“No limits” alla tolla

A dimostrazione che nelle trattative con l’Italia gli interessi del Ticino sono stati completamente scaricati, l’ultima presa di posizione del negoziatore italiano Veri Ceriani, il quale ha annunciato che l’avvicinamento della fiscalità dei frontalieri ad aliquote italiane avrà tempi lunghi, almeno dieci anni!

Chiare le intenzioni: la tiriamo in lungo e poi, una volta ottenuto dagli svizzerotti (che tanto sono fessi e non si accorgono di niente) quel che interessa a noi, “passata la festa, gabbato lo santo”.  Il negoziatore ha pure affermato che intende trovare, presso il Consiglio federale, spazio di manovra per ulteriori concessioni ai frontalieri. Che tolla! Ma la richiesta si spiega facilmente: gli italiani si sono accorti, e non serviva certo la sfera di cristallo, che il Consiglio federale cala le braghe.

E come la mettiamo con la bislacca pretesa italiana di sottoscrivere accordi che poi decadono in caso di applicazione della volontà popolare espressa il 9 febbraio dell’anno scorso? Ma stiamo scherzando? Nessun paese al mondo, a parte la Svizzera, permetterebbe ad altri di calpestare in questo la sua sovranità!

Lorenzo Quadri

Divieto di naturalizzare stranieri in assistenza iscritto nella Costituzione. Dal Canton Berna un esempio da seguire

Il divieto di burqa votato dal popolo ticinese nel settembre 2013 non è la sola modifica di Costituzioni cantonali che il Consiglio nazionale ha trattato mercoledì scorso.

Le Camere federali sono chiamate a concedere la “garanzia” alle modifiche delle Costituzioni dei Cantoni. Ecco perché il divieto di burqa ticinese, malgrado sia trascorso parecchio tempo dalla votazione, non è ancora entrato in vigore. Tuttavia il Dipartimento delle istituzioni di Norman Gobbi nell’attesa della decisione della Confederazione non ha certo dormito nella concretizzazione della volontà popolare: la legge d’applicazione antiburqa era già pronta ed è stata divulgata a poche ore dalla votazione alla Camera del popolo. Una votazione che ha costituito la parte conclusiva di un lungo percorso.

Kompagni contro la volontà popolare

Mercoledì il Consiglio nazionale ha votato sulla concessione (termine che suona già male: come se il sovrano non fosse il popolo che decide ma il parlamento che “concede”) della garanzia federale a varie modifiche costituzionali di vari cantoni. Per il Ticino, tra l’altro, non c’era solo il divieto burqa. C’era anche il moltiplicatore cantonale, ossia il meccanismo, inventato dalla $inistra e copiato dal partito delle tasse PLR, che serve per mettere le mani nelle tasche della gente.

Solo due delle tante modifiche costituzionali sottoposte al voto del Parlamento erano contestate. Naturalmente le contestazioni venivano entrambe da parte della $inistra. Non è una sorpresa, visto che si tratta di quell’area politica che rispetta la volontà popolare solo quando fa comodo e che ancora oggi si arrampica sui vetri per sabotare il “maledetto voto” del 9 febbraio.

Il Canton Berna ha ragione

Le due modifiche costituzionali contestate erano quella ticinese sul divieto di burqa e una del Canton Berna che prevede il divieto di naturalizzare stranieri in assistenza.

Di questa modifica costituzionale bernese si è parlato poco. Forse per non farle eccessiva pubblicità? Che chi è in assistenza non vada naturalizzato è ovvio, e dovrebbe già essere prassi corrente. Dovrebbe, appunto. Non è però detto che sia sempre così. Del resto ben si vede come starnazza la $inistra ad ogni naturalizzazione negata. La strategia (se così si può chiamare) è chiara: da un lato si pescano voti tra gli elettori neosvizzeri – come dimostra peraltro l’appello del P$ di Lugano che vuole “più moschee”. Dall’altro si vogliono abbellire artificialmente le statistiche sugli stranieri presenti in Svizzera, per nascondere il fatto che il nostro paese è quello che di gran lunga accoglie più immigrati e più rifugiati d’Europa. Una verità decisamente scomoda per gli spalancatori di frontiere nostrani: infatti smentisce lo squallido mantra degli “svizzeri razzisti” con cui i moralisti a senso unico sono soliti denigrare l’avversario.

L’inserimento nella Costituzione cantonale di un divieto di naturalizzare stranieri in assistenza è una proposta assai interessante. E anche necessaria. Necessaria per essere sicuri che immigrati nello Stato sociale non vengano addirittura premiati con il passaporto rosso e necessaria per tagliare una volta per tutte l’erba sotto i piedi a chi vuole rendere le naturalizzazioni sempre più facili e immeritate.

Lorenzo Quadri

In Ticino delinquenti stranieri a go-go!

Il Consiglio di Stato conferma: per colpa della devastante libera circolazione delle persone

Gli accordi con l’UE impediscono i controlli prima del rilascio di permessi di soggiorno – il ministro leghista Gobbi si sta dando da fare per metterci una pezza

Ma come, non dovevano essere tutte balle della Lega populista e razzista (da un paio di settimane anche “fascista”)?

Ed invece, ma tu guarda i casi della vita, la Lega ed il Mattino avevano ancora una volta ragione. Grazie alla devastante libera circolazione delle persone, ci riempiamo di delinquenti stranieri! A questi criminali stranieri, anche pericolosi, gli svizzerotti devono rilasciare permessi senza poter svolgere controlli.  E poi,  quando si tratta di ritirare i permessi ai loschi figuri testé citati, ecco che ben presto si affonda nel pantano del garantismo dei tribunali.

Frontaliere e latitante

Ricordiamo un caso clamoroso, denunciato in passato da queste colonne. Ad un frontaliere che risulta latitante in Italia (!), e che si ritrova sul groppone condanne a vari anni di reclusione per una lista di reati lunga come l’elenco del  telefono, non è stato possibile ritirare il permesso G: il Cantone aveva rifiutato il rinnovo, il Tram aveva confermato il rifiuto, ma il Tribunale federale ribaltò la frittata dando ragione al frontaliere delinquente. Che quindi, grazie ai legulei del TF, ancora pascola indisturbato in terra ticinese.

Frontaliere e capomafia

Adesso arriva un nuovo caso: quello del frontaliere capomafia che lavorava alle Officine FFS. L’ennesimo  “caso isolato” di cittadino straniero di specchiata onestà arrivato in questo ridente Cantone grazie alla devastante libera circolazione delle persone – imposta e difesa dai partiti storici contro la volontà popolare – aveva ottenuto un permesso G nel 2010 grazie ad un’agenzia di lavoro interinale. Ohibò! Il meglio del meglio!

Il Consiglio di Stato, nella sua recente risposta all’interrogazione che il deputato leghista Massimiliano Robbiani aveva presentato sul tema, non può che riconoscere come la sicurezza del Ticino sia stata ignobilmente svenduta all’UE. Quindi la Lega aveva ragione!

Accesso alle informazioni

Scrive il Consiglio di Stato: (l’accordo sulla libera circolazione) «impone alle autorità della migrazione cantonali dei limiti restrittivi per quanto comporta l’accesso alle informazioni di coloro che postulano il rilascio di un permesso di soggiorno e, in particolare, per l’ottenimento dei certificati penali esteri (…). Si ricorda inoltre che la revoca o il mancato rinnovo dei permessi di soggiorno, soprattutto inerenti a cittadini comunitari, può avvenire solo a determinate condizioni (…)».

Traduzione: bisogna rilasciare permessi alla cieca senza potersi nemmeno accertare se a chiedere è un cittadino onesto o un capomafia. E, quando si tratta di ritirare i permessi, ci si scontra con mille ostacoli e cavilli. Perché prioritario, secondo le autorità giudiziarie, è sempre l’interesse del delinquente UE a restare in Ticino. Mai quello della popolazione ticinese a non doversi tenere in casa criminali stranieri. Per  tutto questo, scusate se ci ripetiamo, bisogna ringraziare la devastante libera circolazione delle persone.

Si apprende dai media

Sicché, scrive il CdS nella risposta a Robbiani sul frontaliere capomafia alle Officine FFS di Bellinzona, «proprio a causa dei vincoli posti alla Sezione della popolazione (SP) dalla legislazione nell’ambito della libera circolazione delle persone (…) la SP è venuta a conoscenza dai media cantonali e da quelli italiani del procedimento giudiziario in Italia a carico dello straniero citato nell’interrogazione». E’ il massimo: le autorità sono costrette ad apprendere le notizie dai giornali.

Non solo: viste le premesse, il DI non può nemmeno escludere la presenza in Ticino di «ulteriori cittadini stranieri titolari di permessi di soggiorno o per frontalieri, oggetto di inchieste penali per rapporti con la criminalità organizzata».

Unica nota positiva

L’unica nota positiva in questa desolante situazione è merito del ministro leghista Norman Gobbi che, proprio per favorire lo scambio di informazioni e per intervenire con tempestività, ha creato tramite riorganizzazione interna il nuovo settore giuridico dell’Ufficio della Migrazione. La nuova unità ha il compito di approfondire e coordinare il più possibile i controlli.

 Il capo del Dipartimento delle Istituzioni si dà da fare, ma il problema è  la libera circolazione delle persone che – proprio come previsto dalla Lega – ci obbliga a rilasciare permessi senza controlli: vedi anche il “caso Sollecito”.

Ma il partito che vorrebbe tornare ad avere la maggioranza relativa in CdS, ossia il PLR del “tassa e spendi”, difende ad oltranza la libera circolazione delle persone.

Lorenzo Quadri

Avanti con il logo per chi assume residenti

Anche perché c’è chi fa il furbetto sfoggiando bandierine svizzere e diciture “swiss”, ma sotto sotto…

Il Gran Consiglio è diviso sul marchio Ticino, ossia il logo “etico” per le ditte che assumono residenti. Non c’è infatti unanimità su chi dovrebbe gestire la certificazione: se il Cantone o le associazioni economiche. Queste ultime hanno già dichiarato il loro disinteresse. Lo si può anche comprendere, poiché il logo potrebbe essere fonte di imbarazzo per alcuni loro associati.

Sta di fatto che, come si “vende” giustamente lo stato di azienda formatrice – a patto che vengano effettivamente formati degli apprendisti, e non frontalieri adulti “travestiti” da apprendisti, perché purtroppo accade anche questo – allo stesso modo anche la qualità di azienda che assume sul territorio merita di venire valorizzata nei confronti del pubblico.

Effetto deterrente

Il progetto dei loghi “frontalier-free”, che oltretutto non costa nulla, rischia però di arenarsi nel pantano del “benaltrismo”. Ovvero di quell’atteggiamento secondo cui ad ogni proposta che risulti indigesta, o per provenienza o per contenuti, cui però non si può dire di no perché sarebbe troppo “impopolare”, si risponde che è giusto intervenire nell’ambito in questione, ci mancherebbe, ma occorrerebbe fare “ben altro”. Senza naturalmente mai indicare in cosa consisterebbe questo “altro”.

Ci si dimentica però una cosa: che certe iniziative hanno anche un aspetto deterrente. Lo stesso che avrebbe una discussione seria finalizzata alla trasmissione di informazioni sui padroncini all’Agenzia delle entrate italiana.

 L’ipotesi di una prossima introduzione di un logo che premi chi assume residenti – e, di conseguenza, che penalizzi chi non lo fa – già da sola indurrebbe certuni ad una maggiore responsabilità sociale.

Diritto del consumatore

Ma non solo. Sapere se un’azienda assume residenti oppure fa incetta di frontalieri, quindi incassa soldi in Ticino ma non fa la sua parte nel far girare l’economica da cui trae vantaggio, è un diritto del consumatore. Perché, infatti, ci si dovrebbe stracciare le vesti per sapere se un prodotto contiene il colorante X o Y mentre non è possibile scegliere con cognizione di causa una ditta che assume ticinesi? Poter scegliere anche in base alla responsabilità sociale è un diritto del consumatore. Forse che il lavoratore ticinese non è altrettanto importante di un colorante o di un antiossidante? Ma ad attestare la responsabilità sociale non ci sono, al momento, né marchi né etichette.

Trasparenza

La richiesta di  trasparenza è tanto più pertinente se si considera che c’è chi ha trovato il trucchetto per accalappiare il consumatore in buona fede. Ditte con sede in Svizzera, iscritte al nostro registro di commercio, ma di proprietà di cittadini italiani e che assumono solo frontalieri. Però sfoggiano ovunque bandierine rossocrociate e si ricoprono di loghi Swiss come alberi di Natale con le bocce. A questo punto bisognerebbe anche chiedersi se basti essere iscritti al registro di commercio nel nostro paese per potersi fregiare del marchio svizzero, o se invece non servirebbe adempiere a qualche requisito anche per quel che riguarda il personale assunto.

Ostacolo insormontabile?

Proprio perché queste diciture e bandierine rossocrociate possono risultare ingannevoli, serve una certificazione, un logo di Claro, un “label” o come lo si vuole chiamare. Certo, andrà risolto il problema dell’affidabilità e di come si può dare una ragionevole sicurezza al consumatore che quanto certificato in materia di dipendenti frontalieri sia effettivamente fedefacente. Ma non ci si dica che l’ostacolo è insormontabile. Inoltre, basta guardare le reazioni isteriche suscitate in Italia dal logo di Claro, con il pennivendolo napoletano della RAI, Franco Di Mare (che evidentemente mai ha letto un libro di storia del suo paese in tutta la sua vita) a farneticare di leggi razziali, per rendersi conto che la misura è efficace.

Ma soprattutto: è un diritto del cittadino decidere di dare i suoi soldi a chi assume in Ticino.

Lorenzo Quadri

 

Lavoro: pressione in aumento. Ma sulla priorità ai ticinesi si nicchia…

I dividendi della BNS vanno usati per promuovere le assunzioni dei residenti

 

La disoccupazione in Italia è nuovamente salita, ciò che non sorprende. I dati ufficiali del 2014 parlano del 12,7% contro il 12.1% del 2013, mentre il tasso di senza lavoro tra i giovani supera da tempo il 41%.

 Naturalmente bisogna ricordare che le statistiche, ben lungi dal costituire la verità rivelata, sono, al contrario, un mezzo di propaganda. Vale anche per il Ticino. Anche i dati sulla nostra, di disoccupazione, sono ben lontani dall’essere uno specchio fedele della realtà. I senza lavoro finiti in assistenza, quelli scaricati sull’AI, le “casalinghe per forza”, chi è parcheggiato in una formazione e lì tira a campare, eccetera: tutte queste persone non figurano nelle statistiche dei senza lavoro.

Cifre da “ripulire”

E come la mettiamo con l’esplosione dei casi d’assistenza nel nostro Cantone, ormai sopra gli 8000? Il problema è serio. Per almeno due motivi. Il primo: il dramma sociale ed umano che vive chi è in assistenza contro la propria volontà. Il secondo: una situazione come quella attuale, che oltretutto non migliora ma peggiora, in tempi più o meno brevi non sarà più finanziabile. Solo per gli abitanti di Lugano, la spesa complessiva per l’assistenza ammonta a 24 milioni di Fr. Per una città di 70mila abitanti.

E dunque occorre “ripulire”. Con urgenza. A partire dagli immigrati nello Stato sociale. Di permessi B in assistenza non ce ne deve essere nemmeno uno. Il problema non riguarda comunque solo l’assistenza: l’accesso alle prestazioni sociali non deve essere consentito ai dimoranti. Perché lo sanno anche i paracarri: i dimoranti che vivono di assegni di prima infanzia non mancano.

Stralciare quel poco che c’è?

La situazione occupazionale italiana dimostra, non che sussistessero particolari dubbi al proposito, che la pressione sul mercato del lavoro ticinese non è certo destinata a calare. Con essa il soppiantamento ed il dumping. E il dipartimento federale dell’economia targato PLR cosa fa?  Propone, in un impeto di creatività, di abolire le striminzite misure di accompagnamento alla devastante libera circolazione delle persone. Eccola qui l’avanzata (?) visione del partito che vorrebbe – non si sa in base a quali meriti – riappropriarsi della maggioranza relativa nel governo ticinese.

Al PLR non si chiede niente?

Eh già: uno dei problemi principali di questo Cantone è l’invasione di frontalieri e padroncini. Questo i ticinesi lo sanno benissimo. Ed infatti hanno plebiscitato con il 70% dei voti l’iniziativa “contro l’immigrazione di massa”. E allora ci piacerebbe proprio sapere perché i ticinesi dovrebbero ridare la maggioranza relativa a chi non ha la benché minima intenzione di limitare la devastante libera circolazione delle persone.

Quanto all’aumento dei frontalieri: adesso tutti cavalcano i temi della Lega, prima denigrati come populisti e razzisti. Senza la maggioranza relativa leghista, l’aumento di frontalieri e padroncini sarebbe stato ancora più marcato. Il DFE, da tempo immemore diretto dall’ex partitone, dovrebbe essere in prima linea nella tutela del mercato del lavoro. Ma per promuovere la preferenza indigena non ha fatto assolutamente un tubo, nascondendosi dietro la foglia di fico del “margine di manovra nullo”. Dalla Lega si pretende tutto e subito, mentre all’ex partito di maggioranza relativa, pesantemente corresponsabile della catastrofe occupazionale, non si chiede proprio nulla? Siamo seri…

Soldi BNS per l’occupazione

Il PLR, tramite la sua ministra delle finanze, non ne vuole sapere di utilizzare i 56 milioni che arriveranno dalla BNS per promuovere l’occupazione del ticinesi. Li vuole utilizzare per fare la cosmesi ai conti del Cantone. E quindi per mascherare il fatto che il PLR, a miglioramento dei conti pubblici, ha solo saputo proporre aggravi fiscali.

E invece noi diciamo che i 56 milioni vanno utilizzati per spingere le aziende ad assumere ticinesi. Così come pure i futuri dividendi in arrivo dalla Banca nazionale. Ad esempio, possono costituire la base per sgravi fiscali che premino chi fa lavorare ticinesi.

Assieme alle misure di tipo “finanziario” vanno promosse anche quelle che non costano nulla ma che possono portare risultati interessanti. Come i loghi per chi assume residenti.

 Ma naturalmente se, come  per il PLR, il motto è “sa po fa nagott”…

Lorenzo Quadri

Il Servizio per la lotta al razzismo ammette: Svizzeri sempre più aperti verso gli stranieri

Altro che continuare a farneticare di svizzeri chiusi e razzisti, come fanno gli aspiranti annullatori del  9 febbraio!

Poffarbacco, questa sì che era una necessità imprescindibile !

Un dettagliato comunicato stampa  di recente divulgazione ci rende edotti sul fatto che “sotto la guida del Servizio per la lotta al razzismo l’istituto di ricerca gfs.bern ha sviluppato uno strumento per il monitoraggio della convivenza. In un progetto pilota articolato su tre inchieste rappresentative condotte tra il 2010 e il 2014 sono stati rilevati gli atteggiamenti razzisti e discriminatori”.

Certo, ci pareva imprescindibile che in Svizzera, ossia il paese che di gran lunga accoglie più stranieri e più rifugiati per rapporto al numero di abitanti, si spendessero fior di soldi pubblici (quanti?) per disporre di strumenti scientifici (?) con cui accusare gli svizzerotti di essere chiusi, razzisti, xenofobi.

Né razzisti né islamofobi

Il saldo migratorio in Svizzera è quadruplicato in pochi anni, passando da 20-25mila persone annue alle attuali 80mila. Ma noi spendiamo soldi del contribuente per scoprire quanto sono “razzisti” gli svizzeri che hanno spalancato a chiunque le frontiere-  e la borsa dello stato sociale.

Tuttavia gli internazionalisti talebani, i politikamente korretti e gli intellettualini rossi da tre e una cicca, come quelli che stanno attualmente raccogliendo le firme per annullare il voto del 9 febbraio, scorreranno invano i risultati dello studio di gfs.bern con occhio cupido, nella speranza di trovare la conferma delle proprie teorie: ossia che gli svizzerotti sono razzisti e quindi devono essere rieducati  da chi, senza averne alcun titolo, si è autoattribuito la patente di superiorità morale.

Dallo studio emerge infatti ben altro. Ad esempio che il rifiuto di determinati gruppi di persone come potenziali vicini è calato dal 17% del 2013 al 13% del 2014.

E non è tutto. Una delle litanie che da molto tempo ormai sentiamo ripetere è quello dell’islamofobia. Gli svizzeri, aizzati dai soliti populisti e razzisti, avrebbero sviluppato un atteggiamento di rifiuto dei confronti dei musulmani. Ebbene, sorpresa! Dice l’inchiesta  realizzata per contro del Servizio per la lotta al razzismo che gli atteggiamenti ostili ai musulmani sono nettamente diminuiti, passando dal 45% nel 2010 al 19% del 2014. Pure lo scetticismo nei confronti del’Islam è sceso dal 45% al 33%.

Problema serio?

 A pubblicare queste cifre non è la Lega populista e xenofoba , bensì un servizio il cui obiettivo è quello di dimostrare che in Svizzera il razzismo c’è. Se così non fosse, infatti, non si giustificherebbe l’esistenza del servizio in questione. Ma anche questa fonte, di parte, non può nascondere che il problema non è certo il razzismo degli svizzeri;  i quali, oltretutto, non sono nemmeno islamofobi. Le accuse degli spalancatori di frontiere sono dunque prive di sostanza. Non volere burqa e minareti non significa infatti svalutare l’islam. Vuol dire semplicemente affermare la nostra identità e le regole del nostro vivere comune nei confronti di chi arriva da “altre culture”.

 E che l’obiettivo dell’indagine di gfs.bern  sia specificamente quello di giustificare l’esistenza del servizio che l’ha commissionata, lo conferma l’affermazione che,  secondo  la maggioranza degli interpellati, il razzismo sarebbe un problema sociale “serio o molto serio”. Serio o meno che sia, la sua portata nel nostro paese è estremamente circoscritta.

Quello che non si dice

Gli svizzeri non sono dunque “razzisti e xenofobi” come ama ripetere qualcuno pensando di indurre sensi di colpa sul nulla. E pensando, ovviamente, di sfruttare questi sensi di colpa creati artificialmente per estorcere al cittadino, ansioso di mondarsi dall’infamante reato (uella), prima di tutto “aperture” a go-go (come se tutto lo spalancabile non fosse già stato spalancato), e poi il consenso alla rottamazione della propria identità in nome della fallimentare multikulturalità.

A proposito: chissà perché non si parla mai del razzismo da parte di stranieri nei confronti degli svizzeri o di altri stranieri? Facile: perché sono gli svizzeri che si vuole colpevolizzare senza alcuna base reale. Non certo gli stranieri.

Lorenzo Quadri