Le brillanti sortite dei sette scienziati di Berna: Combattere il dumping? Costa troppo!

Sempre meglio. La Commissione della gestione del Consiglio nazionale lo scorso novembre aveva raccomandato al Consiglio federale di migliorare la raccolta di dati riguardo all’evoluzione dei salari e alla quota di prestazioni sociali in regime di devastante libera circolazione delle persone. Si tratta in sostanza di monitorare, in modo efficace e veritiero, il dumping salariale provocato dalla politica delle frontiere spalancate voluta dai partiti $torici. In testa, naturalmente, il P$. Che prima sostiene la libera circolazione delle persone senza limiti, a manina con gli odiati “padroni”. Poi si lamenta per il dumping e scende in piazza a difendere i salari dei frontalieri.

“Non valete la pena”

Ovviamente monitorare non basta, perché bisogna anche intervenire. Misure a tutela del mercato del lavoro ticinese sono necessarie subito. Ma il consiglio federale, per l’ennesima volta, dice njet al Ticino. Con la seguente, illuminante motivazione: raccogliere dati costa. Ecco la nuova porta in faccia al nostro Cantone. Ad ulteriore conferma che le promesse fatte ai ticinesi, i sette scienziati le dimenticano non appena varcato il Gottardo. Se ne è accorto perfino il navigato sindacalista Renzo Ambrosetti…

Il retropensiero del Consiglio federale è abbastanza semplice: “raccogliere informazioni costa, e voi ticinesi non valete né la spesa né la sforzo”. Inoltre: “se per caso dall’indagine richiesta ci arrivano informazioni veraci, come facciamo poi a continuare a dire che dumping e sostituzione dei residenti con frontalieri  sono tutte balle populiste perché dalle statistiche taroccate della SECO non emerge che…”?

Meglio non sapere?

Insomma, pare proprio che si preferisca “non sapere”. Perché è più comodo. Ma non solo. Giova ricordare che il Consiglio federale sta facendo scandalosa melina sulla concretizzazione del voto del 9 febbraio. In effetti, i sette auspicano – la ministra del 5% Widmer Schlumpf  l’ha detto chiaramente – una nuova votazione sui bilaterali. E’ chiaro che questa eventuale votazione andrebbe preparata con pesantissimi lavaggi del cervello ai cittadini. Mobilitando l’artiglieria pesante della propaganda di regime (naturalmente a spese di Pantalone).

Ma come si fa a raccontare – a scopi propagandistici – la fregnaccia che la libera circolazione delle persone è una “figata pazzesca” e che va tutto a meraviglia, quando ci sono dei dati federali, magari non taroccati a differenza di quelli della SECO che fa le indagini pro-saccoccia, che raccontano una storia ben diversa?

Arrangiarsi da soli

Il No del Consiglio federale all’indagine antidumping si aggiunge al “triplete” di Njet giunto in settimana dalla Commissione del Consiglio degli Stati, che ha bocciato all’unanimità tre iniziative cantonali ticinesi incentrate sul problema dell’occupazione (quindi non proprio sul sesso degli angeli).
La buona volontà bernese nei confronti del nostro Cantone, strombazzata a destra e a manca, è dunque una semplice operazione di marketing del Consiglio federale. Se dunque vogliamo difendere il nostro mercato del lavoro, dobbiamo fare da noi. Senza paura di fare degli “strappi” con Berna.

Lorenzo Quadri

Statuto speciale, convenzione frontalieri e contingenti. Da Berna ancora porte in faccia al Ticino

Dimostrazione che la Lega, dopo aver confermato la maggioranza relativa in CdS, deve diventare più forte anche a livello federale

La Commissione dell’economia e dei tributi del Consiglio degli Stati – dove non siede nessuno dei due senatori ticinesi – ha respinto all’unanimità tre iniziative del nostro Cantone: quella per l’introduzione di uno statuto speciale per il Ticino, quella che domanda di abrogare e rinegoziare la convenzione sui ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri e quella in cui si chiede che la competenza per la fissazione dei contingenti e tetti massimi riguardanti i frontalieri sia trasferita ai Cantoni.

Si sta già facendo?

Per le ultime due iniziative l’argomento utilizzato dalla Commissione per il siluramento è che si starebbe già facendo. La famigerata Convenzione del 1974 è in corso di negoziazione nell’ambito degli accordi-ciofeca con l’Italia. La fissazione dei contingenti la si discute nel contesto della concretizzazione dell’iniziativa contro l’immigrazione di massa. Un contesto in cui si sta facendo  melina oltre a tentare di abituare i cittadini all’idea che “sa po’ fa nagott” per poi inventarsi una nuova votazione.

Per quel che riguarda lo statuto speciale, invece, si tratta di un njet chiaro: non si vuole andare in questa direzione.

Iniziative cantonali

E’ vero che le iniziative cantonali non hanno un alto tasso di riuscita alle camere federali. Per non dire che vengono quasi tutte impallinate. I promotori pensano che, essendo queste proposte sottoscritte dalla maggioranza di un legislativo cantonale,  vengano trattate con particolare riguardo a Berna in quanto espressione della volontà di un Cantone. Le cose vanno diversamente. Un’iniziativa cantonale non ha più chance di venire accolta dell’atto parlamentare di un semplice deputato alle Camere federali. 

Un’idea del Nano

Lo statuto speciale, si ricorderà, era una vecchia idea del Nano. Non ha perso nulla della sua attualità. Al contrario: la devastante libera circolazione delle persone ha dimostrato che il Ticino necessita proprio di soluzioni speciali. Perché si trova in una situazione unica in tutta la Svizzera.

Il fatto che tutte e tre le iniziative siano state respinte all’unanimità deve preoccupare, pur nel quadro delle citate poche chance delle iniziative cantonali in generale. Nessuno dei 13 membri della Commissione dell’economia e dei tributi, presieduta dal Kompagno Roberto Zanetti di Soletta ed in cui siede il presidente del P$$ Christian Levrat, ha ritenuto di esprimersi a sostegno delle proposte presentate, ed in particolare della zona a statuto speciale.

Più forti anche a Berna

Un sostegno a questa iniziativa sarebbe servito a dimostrare consapevolezza della situazione ticinese: essendo un Sonderfall, necessita anche di soluzioni ad hoc. Del resto di regimi speciali ne esistono in vari ambiti, ad esempio fiscale.  Un messaggio in questo senso, la Commissione dell’economia e dei tributi degli Stati avrebbe potuto benissimo darlo: sarebbe stata una dimostrazione della famosa “attenzione particolare” con cui a Berna si riempiono la bocca ma che poi non si trasforma in niente di concreto. I Consiglieri federali si dimenticano delle promesse fatte al Ticino non appena hanno di nuovo varcato il Gottardo. Ed evidentemente non sono i soli. Possibile che nessuno dei 13 commissari abbia pensato che, se queste proposte arrivano, e raccolgono maggioranze in gran consiglio, forse hanno anche delle ragioni di essere? Se ne deve dedurre che a Berna si sta prendendo sottogamba la situazione ticinese?

Questa nuova porta in faccia  al nostro Cantone non è certo di buon auspicio per il futuro. Forse qualcuno crede che il voto del 9 febbraio e la vittoria elettorale della Lega dello scorso fine settimana siano dei capricci ticinesi? Non è così!

E’ dunque necessario che la Lega – dopo aver confermato la maggioranza relativa in Consiglio di Stato – in ottobre diventi più forte anche a Berna.

Lorenzo Quadri

Iniziare la legislatura con pesci in faccia a Christian Vitta? Attribuzione dei dipartimenti e il “caso” DFE

Il CdS uscito dalla seduta costitutiva di giovedì è una fotocopia di quello dello scorso quadriennio per quel che riguarda l’attribuzione dei dipartimenti. Tutti gli uscenti si tengono i loro, Christian Vitta eredita il DFE da Sadis.

Appunto, il DFE. Zali aveva detto di essere pronto a prenderne le redini. Avrebbe dovuto pretenderle? Al proposito alcune considerazioni.

1)       La Lega si è assunta la responsabilità delle finanze a Lugano. Che, nell’aprile di due anni fa, erano in una situazione peggiore di quelle del Cantone oggi. In quest’ambito, come dimostra il Consuntivo 2014 della città, con Michele Foletti sta facendo un ottimo lavoro. In campo di assunzione di responsabilità, dunque, la Lega non deve dimostrare nulla.

2)       I due ministri leghisti hanno dimostrato – e le ottime votazioni personali di entrambi lo confermano – di lavorare molto bene a capo dei dipartimenti Territorio ed Istituzioni, che non sono peraltro dipartimenti facili.

3)       Christian Vitta ha subito dichiarato pubblicamente il proprio interesse per il DFE. Non si può negare che, per formazione e curricolo professionale, tra i cinque “ministri” Vitta sia quello con le competenze più adatte per occuparsi di Finanze ed Economia.  Un njet alla richiesta del neo-eletto Consigliere di Stato avrebbe dunque avuto solo motivazioni di tipo partitico. Questo genere di motivazioni sono contrarie allo spirito leghista che ha sempre voluto dare la precedenza alle competenze personali (non esitando, vedi il caso della presidenza AET, a fare spazio a persone di altra provenienza politica quando queste dimostrano di possedere le qualifiche migliori).

4)       PLR e Lega assieme totalizzano 46 seggi in Gran Consiglio (maggioranza assoluta). Il che di per sé non vuole dire molto: le votazioni compatte in casa liblab sono un’utopia. Ma evidenzia la necessità per le due formazioni di trovare delle intese per governare;

5)       L’ex partitone come noto ha un solo seggio governativo, pur avendo pochi punti percentuali in meno della Lega. L’aspirazione politica a dirigere un dipartimento ritenuto (a torto o a ragione) “di peso” è legittima. E a questo scopo il PLR ha un Consigliere di Stato indubbiamente competente; diversa la situazione se fosse stato eletto Bertini.

6)       Strappare il DFE al PLR in presenza di soli argomenti partitici, quando l’ex partitone aveva l’aspirante meglio qualificato, avrebbe significato iniziare la legislatura con una frattura insanabile tra le due forze maggiori: con tutte le conseguenze del caso in campo di governabilità (o piuttosto, ingovernabilità) e dunque del raggiungimento di soluzioni concrete ai problemi dei ticinesi. L’ex partitone, imponendo irresponsabilmente una campagna elettorale di 10 mesi, ha già paralizzato un gran numero di decisioni importanti. Prendere a pesci in faccia il neo-ministro liblab già nella seduta costitutiva del governo non sarebbe certo stato un buon inizio di collaborazione.

7)       E’ chiaro che non si potranno accettare dal nuovo direttore del DFE altri quattro anni di politica del “sa po’ fa nagott” e del servilismo nei confronti della ministra del 5% Widmer Schlumpf fotocopiati da chi l’ha preceduto (che speriamo non sia anche lei portata a casa i faldoni). I due ministri leghisti dovranno assolutamente scongiurare uno scenario del genere. Una responsabilità non da poco.

8)       Non è detto che in un prossimo futuro il governo possa decidere di ridisegnare i dipartimenti, in particolare separando l’economia dalle finanze, sul modello del Consiglio federale. In questo caso si rimescolerebbero le carte.

In conclusione, dunque, l’attribuzione dei Dipartimenti uscita dalla seduta costitutiva appare come la più sensata.

Lorenzo Quadri

La Lega ce l’ha fatta: contro tutti e con le sue sole forze. Avanti verso la prossima battaglia!

Attenzione però a non dormire sugli allori: le aspettative dei cittadini sono giustamente alte, ed i liblab non sono in via d’estinzione

 La Lega ce l’ha fatta: grazie a voi, abbiamo vinto ancora. Non era certo scontato. E’ vero: l’ex partitone si ripresentava senza un Consigliere di Stato uscente, un handicap che è stato però compensato da una figura “istituzionale” quale Christian Vitta, oltre che dalla prestazione di Michele Bertini. L’entrata in lista ad inizio anno del giovane municipale luganese ha chiaramente incrementato la voglia di riscossa – o sete di vendetta? – dell’ex partitone.

 Gli “handicap”

Se i liblab avevano un handicap, la Lega ne aveva tre: 1) Non c’era il Nano; 2) Non c’era più l’apporto dell’Udc; 3) Non c’era la “locomotiva Borradori” in lista.

La prima elezione senza l’indimenticabile ed insostituibile presidente a vita era destinata, fatalmente, ad essere un banco di prova decisivo per il Movimento. Vero: alle ultime elezioni comunali di Lugano il Nano già non c’era più. Ma la prematura scomparsa risaliva solo ad un mese prima. Adesso sono ormai trascorsi più di due anni. La Lega si è dovuta assestare. E sicuramente il Nano sarebbe contento di sapere che la “creatura” cui ha dedicato oltre un ventennio della sua vita, con passione ed energia inesauribili, è in grado, sulle proprie gambe, non solo di stare in piedi, ma anche di tagliare il traguardo per prima.

Per quel che riguarda l’Udc, non solo ha voluto presentare una lista propria ma, per il tramite di taluni suoi esponenti, ed in particolare tre, non ha mancato di cannoneggiare la Lega, sacrificando gli interessi di area ed i fondamentali temi strategici comuni (politica migratoria, difesa dell’identità e dell’autonomia svizzera, lotta alla strisciante adesione all’UE) a risentimenti personali, beccandosi così il meritato cazziatone del presidente nazionale Toni Brunner. Pazienza: la Lega ha dimostrato di poter vincere da sola.

La mancanza di Borradori è stata compensata dagli ottimi risultati dei due ministri uscenti. Che hanno lavorato bene e raccolto la giusta ricompensa. In particolare Zali al primo appuntamento con le urne.

Il PLR è cresciuto

La vittoria è arrivata, dunque. Ma non c’è di sicuro da dormire sugli allori. Le aspettative dei ticinesi sono giustamente alte.

Quanto all’ex partitone: la minaccia è sempre presente. Dire che il PLR “non ha perso”, come hanno fatto vari esponenti liblab, non è solo la classica frase di circostanza post-trombatura. In effetti il PLR – mobilitando tutto il mobilitabile, con scivoloni anche nell’ illegalità – è cresciuto un po’ rispetto a quattro anni orsono. Certo: l’obiettivo principe, la riconquista del secondo seggio, l’ha fallito. Ma il trend non è comunque quello di un PPD che si ridimensiona di elezione in elezione. Quindi attenzione a non abbassare la guardia. Dal risultato delle scorsa domenica non si può certo concludere che l’ex partitone sia in via di estinzione.

 Gli argomenti premiano

Se la Lega ha vinto malgrado i tre “handicap” mica da ridere, vuol dire che i temi che propone sono quelli giusti: legati al territorio, al lavoro, alla sicurezza, ai temi identitari, alla vicinanza con il cittadino e con le sue preoccupazioni quotidiane. A partire da quelle occupazionali, in un mercato del lavoro devastato dall’invasione da sud. Quell’invasione cui la Lega si è sempre opposta, con tutte le proprie forze. E continua coerentemente a farlo. Il voto storico del 9 febbraio 2014  ha trovato la sua naturale – ma, come detto non scontata – continuità il 19 aprile 2015. Un esito elettorale diverso nel Cantone che ha trascinato la Svizzera verso questa cesura nei rapporti con l’UE finora improntati ad una deleteria sudditanza elvetica, avrebbe decretato la fine del “maledetto voto” del 9 febbraio. Per la serie: se i primi a voltare le spalle a quel voto sono proprio i ticinesi, al punto da premiare con la maggioranza relativa in governo quel PLR che si è espresso all’unanimità contro l’iniziativa “contro l’immigrazione di massa” (venendo asfaltato dalle urne) perché star lì a scaldarsi tanto per dargli concretezza?

Si può quindi dire che la scorsa domenica, proprio come il 9 febbraio 2014, hanno vinto la Lega ed i Ticinesi. Mentre hanno preso l’UE ed i suoi reggicoda nostrani, ossia i partiti storici. La battaglia era fondamentale. Ma la guerra è ancora lunga.

Lorenzo Quadri

Ma ci facciamo prendere per i fondelli proprio da tutti? Il simpatizzante dell’ISIS dimorante in Ticino!

Malgrado fosse stato espulso dall’Italia in quanto “fervente sostenitore” dello Stato islamico – Il DI ha chiesto l’espulsione a marzo

Ma guarda un po’: sostenitori dell’Isis che arrivano tranquillamente in Ticino e con regolare permesso di dimora, dopo essere stati espulsi dall’Italia. E’ la sconcertante realtà emersa dall’ultima edizione di Falò. Non è proprio un inedito. Che il signore  amico dell’ISIS gravitasse dalle nostre latitudini lo si era già sentito. Adesso la conferma. Con tanto di intervista.

L’uomo, marocchino, è stato espulso dall’Italia verso il Marocco per motivi di sicurezza in quanto “fervente sostenitore” dello stato islamico. Però è sposato con una cittadina ticinese. Di conseguenza, è arrivato qui ottenendo regolare permesso di dimora. Non è chiaro se lavori o se sia a carico dell’assistenza. Essendo preparati al peggio, non ci stupirebbe troppo nemmeno la seconda opzione.

Estremismo in casa

Che l’estremismo islamico l’avessimo in casa, non è una sorpresa. Del reso solo in Lombardia, a due passi da noi, ci sono cinque delle circa quindici strutture musulmane italiane ritenute ad alta pericolosità di estremismo. A Milano ci sono l’istituto culturale islamico e l’ex scuola coranica di via Quaranta. A Varese la Moschea di via Giusti. A Como quella di via Domenico Pino.

Intanto alle nostre latitudini la sezione di Lugano del P$ dice che vuole “più moschee”. Tuttavia, visto che gli stessi signori pretendono di farci credere di essere diventati euroscettici dalla sera alla mattina, magari domani diranno di essere contrari al burqa ed ai minareti.

I conti non tornano

Qui i conti proprio non tornano. Non sta né in cielo né in terra che al simpatizzante Isis, già espulso dall’Italia, si applichino, nell’assegnazione di permessi, le stesse regole che valgono per un qualsiasi coniuge di cittadino svizzero (nel caso concreto si tratta di una svizzera con doppio passaporto). Non ci verrete mica a raccontare, nevvero, che “l’è tüt a posct” perché la  base legale e blablabla e quindi “sa po’ fa nagott”? Il Dipartimento delle istituzioni ha chiesto, a quanto sembra, l’espulsione a marzo: come mai il signore amico del califfato è ancora qui bello tronfio rilasciare interviste?

E’ chiaro che ci devono essere delle norme speciali per casi del genere. Questo in termini generali. Ma ancora più chiaro è che ad un simpatizzante ISIS non si rilascia alcun permesso di dimora: espulsioni subito!

Base facile?

Quanto accaduto è doppiamente pericoloso perché si diffonde l’immagine di Svizzera – grazie al solito deleterio garantismo – come base “facile” per simpatizzanti Isis. In nome delle frontiere spalancate, ci portiamo in casa di tutto e di più. Cose da pazzi. Il popolo vota l’espulsione dei delinquenti stranieri. Che però non vengono espulsi. Ed in più entrano gli amici  del sedicente Stato islamico. Oltre al danno, la beffa.

Se poi aggiungiamo che in Consiglio nazionale c’è una deputata $ocialista, tale Cesla Amarelle (quanti passaporti?) secondo cui la Svizzera “non ha il diritto di espellere terroristi” se la loro vita nel paese d’origine sarebbe in pericolo, siamo a posto. Allora mettiamo in pericolo le nostre, di vite, per tenerci in casa i terroristi. Grazie kompagni!

Reagire rapidamente

L’ISIS è una realtà cui bisogna reagire in modo rapido. Anche a livello legislativo. E’ dunque evidente la necessità e l’urgenza di stabilire che gli addentellati ed ammiratori dello “Stato islamico” vengano subito espulsi dal nostro Paese. Anche se per disgrazia hanno acquisito, grazie alle naturalizzazioni facili, il passaporto rosso. La Svizzera non si presta,  in nessun caso, a fare base per i nemici dell’Occidente. E’ ora di gettare a mare un po’ – un bel po’ – del politikamente korretto e del buonismo-garantismo-coglionismo che caratterizzano la politica migratoria svizzera (altro che “razzismo”)!

Due pesi e due misure

Interessante notare le prese di posizione da parte degli Imam residenti alle nostre latitudini. Sempre presenti quando si tratta di lamentare presunte discriminazioni dei musulmani, al momento di condannare senza mezzi termini i massacri compiuti in nome di Allah, stranamente, cominciano le arrampicate sui vetri. Del tipo: i sostenitori dell’Isis? “Libertà di opinione”. Ah, ecco. Le vignette su Maometto sono dei crimini passibili di morte. Però quando si tratta degli ammiratori dell’Isis ecco che improvvisamente si scopre la “libertà d’espressione”. Chi si pensa di prendere in giro?

Lorenzo Quadri

Ma guarda un po’! Adesso i $ocialisti tentano di spacciarsi per euroscettici? Kompagni, “non siamo mica scemi”!

Maldestro tentativo P$ di salto della quaglia dopo la meritata legnata elettorale

Davvero non c’è limite alla lamiera (o “tolla” che dir si voglia).

Improvvisamente il presidente della sezione di Lugano del partito $ocialista (quella che vuole “più moschee”) Raoul Ghisletta tenta il salto della quaglia: adesso i kompagni vorrebbero sdoganare la svolta euroscettica.

Forse è il caso di ricordare a Ghisletta e soci quella pubblicità che recita: “Non siamo mica scemi”!

Un paio di promemoria tanto per fare il punto della situazione.

Punto primo: il P$$ – come del resto i Verdi – nel suo programma prevede l’adesione all’UE.

Punto secondo: i $ocialisti hanno sempre difeso ad oltranza la libera circolazione delle persone ed i Bilaterali. Lo hanno fatto andando a manina con gli odiati “padroni”. E chi non è d’accordo è un bieco populista e razzista. Sono anni ed anni che sentiamo ormai questo trito ritornello.

Punto terzo: sempre a spada tratta i kompagni hanno sostenuto l’adesione ai fallimentari trattati di Schengen, quelli che hanno devastato la nostra sicurezza ed in più ci costano (normalmente si paga per avere un vantaggio; gli svizzerotti pagano per stare peggio) oltre 100 milioni all’anno. Vale a dire 14 volte di più quel che aveva raccontato il Consiglio federale nella sua propaganda pre votazione piena di balle.

Punto quarto: i kompagni erano favorevoli, sempre a spada tratta e sempre con la solita fatwa morale del “populismo e razzismo” indirizzata ai contrari, all’allargamento ad est dei Bilaterali. Quell’allargamento che ci è costato 1.3 miliardi di franchi di contributi di coesione… in cambio di cosa? Dei delinquenti dei paesi dell’Est insediati in Lombardia, appena fuori dalla nostra “porta di casa”, che entrano ed escono liberamente dalla Svizzera grazie alle frontiere spalancate dagli accordi di Schengen.

Punto quinto: il P$ ha fatto campagna dura contro l’iniziativa “contro l’immigrazione di massa” con tanto di cartellonistica a go-go ed il solito mantra del populismo e del razzismo rivolto ai promotori. E’ stato asfaltato dalla urne il 9 febbraio 2014.

Punto sesto: dopo l’approvazione di detta iniziativa (che in Ticino come noto è stata letteralmente plebiscitata), i compagni dicono che “bisogna rivotare” perché le frontiere devono rimanere spalancate e la libera circolazione delle persone non va assolutamente limitata. E anche perché, come da consolidata tradizione dei kompagni, la volontà popolare viene rispettata solo quando fa comodo, in caso contrario bisogna rifare la votazione perché il popolo bestia “non ha capito”.  Ed è inutile che adesso si tenti di far credere che la sciagurata dichiarazione di Bertoli nell’allocuzione del primo d’agosto (il famigerato “bisogna rifare la votazione del 9 febbraio” appunto) fosse una sua posizione personale isolata. Quella è la posizione del partito, più volte ripetuta da numerosi esponenti, a partire dal presidente nazionale Christian Levrat.  E’ patetico che i kompagni tentino ora di gettare la croce (ah no, “croce” non si può dire, non è sufficientemente multikulti) addosso a Bertoli con l’accusa di raccontare fregnacce sul 9 febbraio. Quelle stesse fregnacce le racconta tutto il partito. Se il partito socialista giustamente perde, la colpa non è del Consigliere di Stato. E’ del partito e delle sue allucinanti posizioni: frontiere spalancate, naturalizzazioni facili, adesione all’UE, immigrazione incontrollata, no all’espulsione degli stranieri che delinquono, tasse a raffica, “più moschee”, abolizione dell’esercito, eccetera. Il problema è di contenuti. Non certo di “comunicazione”.

E adesso, visto che sono stati meritatamente mazzuolati dalle urne ticinesi, i kompagni vogliono farci credere di essersi rifatti una verginità e di essere diventati di punto in bianco euroescettici? Ripetiamo: “non siamo mica scemi”!

Lorenzo Quadri 

Altro che “fantasie” della Lega populista e razzista! C’è un incarto a dimostrarlo: I Carabinieri sconfinano in Ticino senza autorizzazione

Il Mattino l’ha scritto in più occasioni: i Carabinieri sconfinano in Svizzera senza autorizzazione giudiziaria per fare “accertamenti”. Ovviamente in incognito; se no verrebbero subito riconosciuti.

Queste sono cose che la Lega dei Ticinesi ha denunciato a più riprese. Anche con atti parlamentari. Naturalmente erano tutte balle populiste e razziste perché “non risulta che…”. Oppure, nella migliore delle ipotesi, leggende metropolitane. Invece non si tratta di questo. Si tratta di realtà. E oggi c’è la dimostrazione. I fatti sono confluiti in una circostanziata denuncia al Ministero pubblico.

I Carabinieri sono entrati in Svizzera illegalmente, hanno pedinato una persona, che tra l’altro ha anche passaporto svizzero e che non è inquisita in Italia, con grave violazione della sua sfera privata. Ed infatti sono stati spiati solo movimenti privati. Spiati e pure fotografati.

Queste vicende, con corollario fotografico, sono allegramente confluite in un verbale giudiziario. Che peraltro può servire solo a scopi voyeuristici e a null’altro; in particolare a nulla che abbia attinenza con la giustizia.

Sovranità in gioco

L’incarto è ora nelle mani del Ministero pubblico che speriamo voglia procedere con solerzia. Questo perché è in gioco la sovranità territoriale della Svizzera. Un argomento su cui non si può certo transigere. Se lo si facesse, si confermerebbe la tesi, assai diffusa Oltreramina, del “tanto gli svizzerotti sono fessi e non si accorgono di niente”.

La punta dell’iceberg

Soprattutto una riflessione s’impone. Se c’è stato, da parte dei carabinieri, uno sconfinamento territoriale con tanto di pedinamenti e foto senza uno straccio di autorizzazione in una vicenda del genere, figuriamoci nel caso di cittadini italiani sospettati di avere fondi non dichiarati nel nostro paese.  Altro che tentare di farci credere che gli “spioni” dell’Agenzia delle entrate sono un parto della bieca fantasia anti-italiana della Lega e del Mattino. Semplicemente, la vicina Penisola se ne fa un baffo della sovranità elvetica.

E questo non sorprende neanche più di tanto. In effetti, avviene la stessa cosa anche in politica, negli accordi-ciofeca negoziati dalla ministra del 5% Widmer Puffo e dal tirapiedi de Watteville. Nel trattato (in divenire) sulla fiscalità dei frontalieri, l’Italia si permette di inserire clausole ghigliottina contro il 9 febbraio e di pretendere l’annullamento di decisioni parlamentari sul moltiplicatore d’imposta applicato dei frontalieri.

Chiarire alcuni concetti…

 E’ evidente che qui – o piuttosto al di là dal confine – c’è qualcuno che crede di poter fare tranquillamente i propri comodi. L’Italia vuole criminalizzare i propri concittadini che hanno una qualche relazione bancaria o commerciale in Svizzera facendo passare un messaggio chiaro: noi il confine lo varchiamo come ci pare e piace; e vi spiamo a piacimento. Il “grande fratello” vi osserva. E’ un palese tentativo di boicottaggio della piazza economica e finanziaria ticinese.

Nel caso di sconfinamento documentato di cui siamo a conoscenza, ci aspettiamo un intervento esemplare da parte della Magistratura. Un intervento che chiarisca ai nostri vicini a Sud che non ci facciamo menare per il naso così facilmente. Quanto avvenuto non è una “bagattella”. Anche perché c’è il sospetto più che fondato che non si tratti affatto di un “caso isolato”.

La sovranità di uno Stato è una cosa seria.

Lorenzo Quadri

In Italia la Camera ha compiuto il passo due mesi fa. Legittima difesa: mai “eccessiva” se si è assaliti in casa

Al delinquente che entra nelle abitazioni altrui per commettere reati deve essere chiaro che lo fa interamente a proprio rischio e pericolo: l’aggredito deve essere libero di difendersi

Potenziare il diritto alla legittima difesa di chi viene aggredito in casa? Non è certo un’operazione piacevole. Però è necessaria. Sarebbe decisamente più bello vivere nel mondo del Mulino Bianco. Così non è. Bisogna prenderne atto ed agire di conseguenza.

Libera circolazione

La libera circolazione delle persone ha mandato a ramengo la nostra sicurezza. L’allargamento della fallita Unione europea, che gli svizzerotti stanno finanziando con 1.3 miliardi di Fr (pagare per stare peggio: si può essere più fessi di così?) ha portato nell’UE la delinquenza dell’est, che si è insediata non tanto lontano dai nostri confini. Risultato: la Lombardia è la regione italiana più colpita dai furti in casa: in media ne avviene uno al minuto! Non serve una laurea in criminologia per capire che il Ticino ne risente; per ovvi motivi geografici. Ne risente in particolare perché siamo in regime di frontiere spalancate.

 

Chiusura dei valichi

La mozione della deputata leghista Roberta Pantani per la chiusura notturna dei valichi secondari è stata approvata dal Consiglio federale e da entrambe le Camere. Questa è una misura necessaria che va presa quanto prima. Si dirà che c’è sempre la frontiera verde. Ma dalla frontiera verde non si entra in auto. Mentre tanti rapinatori in arrivo dall’Italia erano in Ticino in macchina dai valichi incustoditi, delinquono e poi scappano in macchina. E il colmo è che i partiti $torici, sostenitori della libera circolazione delle persone e degli accordi di Schengen, sono venuti a raccontarci che aprendo le frontiere ed abolendo i controlli sistematici la sicurezza sarebbe aumentata!

 Adesso tutti tentano di appropriarsi della proposta di chiusura notturna dei valichi secondari. Il PPDog, per esempio, l’ha fatto in modo particolarmente maldestro. Ma la proposta è della Lega.

 

Difendono ancora Schengen!

I partiti $torici, spalancando le  frontiere,  hanno mandato a ramengo la sicurezza del Cantone. E non si sono neanche ravveduti. Ancora difendono gli Accordi di Schengen (che tra l’altro ci costano oltre 100 milioni all’anno). Guai a sospenderne l’applicazione! Gli svizzerotti rispettano le regole a proprio danno!

Di conseguenza bisogna adattarsi. Da oltre un anno nei capienti cassetti di Palazzo federale giace imboscata una mozione del sottoscritto che chiede che l’eccesso di legittima difesa in caso di aggressioni al domicilio non sia più punibile. La necessità di compiere questo passo, non certo simpatico, è purtroppo data. A furia di aperture politikamente korrette, ci siamo aperti anche a rapinatori senza scrupoli che non esitano a prendere di mira le nostre abitazioni. E se in casa c’è qualcuno, peggio per lui: lo si leva di mezzo. Questi criminali stranieri sanno bene che in Ticino le case non sono sufficientemente protette. Che le misure di sicurezza non ci sono, o sono irrisorie. Del resto, prima che i partiti $torici spalancassero le frontiere, non c’era nemmeno bisogno di particolari protezioni. Adesso la musica è cambiata. E non certo per colpa della nostra polizia.

 

Esitazioni fatali

Chi viene aggredito in casa e reagisce (ad esempio sparando con un’arma legalmente detenuta) oggi rischia di finire in prigione lui. Per cosa? Per “eccesso di legittima difesa”. Perché difendersi è legittimo… ma solo fino ad un certo punto. Se si “eccede” si diventa perseguibili. Questo è un potente deterrente per l’aggredito: per paura di diventare lui il fuorilegge, rinuncia a difendersi. Con risultati anche tragici. Ogni esitazione davanti ad un criminale può essere fatale. Lui lo sa e ne approfitta. E’ il mondo che gira al contrario: delinquenti tutelati dalla legge!

 

Le regole devono cambiare

Le regole del gioco devono cambiare perché il gioco è cambiato. In Italia il passo è stato fatto due mesi fa: a metà febbraio la Camera ha approvato, con 244 sì e 175 no, la nuova norma sulla legittima difesa. In base ad essa, chi trovandosi in casa propria, e anche sul posto di lavoro, viene aggredito o minacciato, può reagire come crede utilizzando le armi “legalmente detenute” e anche uccidendo, perché la sua reazione sarà sempre considerata proporzionata.

 

I contrari naturalmente hanno subito starnazzato al “Far West”. Ma così non è. Si tratta invece di chiarire che la legge sta dalla parte delle vittime  e non degli aggressori; senza se e senza ma. E si tratta di mandare un messaggio chiaro ai delinquenti. La casa è sacra. Se violate le case altrui per delinquere, lo fate interamente a vostro rischio e pericolo. Non contate più sulla legge. Né sulla paura dell’aggredito di reagire per timore di venire incarcerato lui.

Lorenzo Quadri

Allarme a Milano: sono arrivati i nomadi rumeni pericolosi, lo dicono gli altri zingari. Quanto ci metteranno ad arrivare in Ticino?

Sempre più urgente la depenalizzazione dell’eccesso di legittima difesa per gli aggrediti in casa

E’ stato di recente pubblicato sul Corriere del Ticino un interessante servizio sul campo nomadi di via Idro, alla periferia di Milano, uno dei più problematici dei tanti che infestano la vicina Penisola.

Si sarà notato che nel nostro Cantone, con il leghista Norman Gobbi a capo del Dipartimento delle Istituzioni, di carovane Rom in Ticino non ne sono più arrivate: chissà come mai?

Di recente due ragazze nomadi residenti (?) in un campo romano avevano allegramente dichiarato ad un’emittente televisiva locale che loro rubando incassano 900 euro al giorno e che se ne infischiano se qualcuno, magari anziano, muore a seguito delle conseguenze delle loro incursioni in casa.

Questo è il genere di persone che arriva e piazza, in modo illegale in Italia. Non solo a Roma, ma anche ben più a nord. Dunque ben più vicino ai nostri confini. Confini dai quali, grazie alla devastante libera circolazione delle persone e agli sciagurati accordi di Schengen – che ci costano oltre 100 milioni di Fr all’anno per sfasciare la nostra sicurezza – si entra e si esce indisturbati. Per fortuna, solo grazie alla Lega, dieci valichi secondari saranno chiusi di notte, ciò che migliorerà la sicurezza del Ticino e dei ticinesi.

Legittima difesa

Le dichiarazioni delle due nomadi “romane” dimostrano che la depenalizzazione dell’eccesso di legittima difesa per le persone aggredite in casa è  necessaria. Anche se naturalmente alle nostre latitudini i buonisti politikamente korretti strillano al Far Wast mentre il Consiglio federale dichiara che le basi legali attuali sono sufficienti. Peccato che si tratti di basi legali che risalgono a prima della devastante libera circolazione delle persone: quindi inadatte alla realtà attuale. Con le frontiere spalancate, il mondo è cambiato. In peggio. Chi viene aggredito in casa deve potersi difendere senza temere di finire lui sul banco degli imputati. L’arrivo – dai nuovi Stati membri UE – di criminali  (anche giovani donne, come nel caso delle due nomadi romane!) che scelgono scientemente i propri bersagli tra i più deboli, in particolare tra gli anziani, e se ne sbattono se questi ultimi perdono la vita a seguito delle loro incursioni) impone di adeguarsi alla nuova realtà. Una realtà che non abbiamo certo scelto noi ticinesi. Ci è stata imposta dai politikamente korretti spalancatori di frontiere. Kostoro ci hanno portato in casa la delinquenza dell’est europeo. Però vorrebbero anche negare ai cittadini onesti la possibilità di difendersi. Starnazzano al Far West: al Far West provocato da loro! Come dicevano i nostri vecchi: “andate a Baggio a suonare l’organo”!

Sono arrivati i rumeni

Gli intervistati del campo nomadi di via Idro, una zona in cui la polizia non può più nemmeno entrare, si affrettano a precisare che loro non fanno queste cose. Perché – bontà loro – un conto è rubare in casa, ma mettere in pericolo la vita di chi viene svaligiato è un altro paio di maniche. Ah beh, adesso sì che possiamo stare tranquilli! Tutta brava gente!

E il reportage del Corrierone sul campo nomadi conclude con questa rassicurante dichiarazione raccolta sul terreno: “Dall’altra parte del fiume, nelle campagne, sono arrivate centinaia di Rom dalla Romania: quelli provocano, rubano, stuprano, ammazzano. Sono pericolosi”.  E si trovano a Milano. Ad un tiro di schioppo da noi. Sono arrivati da poco – almeno così dicono gli altri nomadi, quelli che si autocertificano “meno peggio”. Quanto tempo impiegheranno quelli “pericolosi” a trovare la strada per la Svizzera?

Lorenzo Quadri

Lavoro: i partiti $torici sono il problema, non la soluzione

In questa interminabile campagna elettorale tutti si sono riempiti la bocca con i temi occupazionali, ma…

Intanto esplodono, “grazie” all’invasione da sud, i casi d’assistenza in Ticino. Ma come, non dovevano essere tutte balle della Lega populista e razzista?

In questa campagna elettorale dalla spropositata lunghezza di 10 mesi, irresponsabilmente voluta dall’ex partitone, tutti si sono riempiti la bocca con il problema del lavoro. Con risultati che, per i partiti $torici, sono più vicini all’umorismo nero che alla politica.

“Ticinesi, emigrate”

Il Consigliere di Stato PPD, davanti all’esplosione dei casi d’assistenza  in Ticino (aumento del  43% a 8300 in pochi anni, con spesa annua di 113 milioni di Fr) ha invitato i giovani ticinesi ad emigrare. E’ il mondo che gira al contrario. A causa della deleteria politica delle frontiere spalancate il mercato del lavoro ticinese viene invaso da sud e si trasforma – Corriere di Como dixit – nella “valvola di sfogo per la disoccupazione lombarda” (peraltro attestata su livelli allucinanti). Conseguenza  più che prevedibile (ma come, non dovevano essere tutte balle della Lega populista e razzista?): esplodono i casi d’assistenza, specialmente tra i giovani. E il Consigliere di Stato PPD cosa propone? Non certo che si richiudano le frontiere. Ma non sia mai. Propone invece che i giovani ticinesi emigrino per far spazio a frontalieri e padroncini. A livello nazionale, poi, il partito ha mandato in Consiglio federale la catastrofica ministra del 5%. Ed i suoi alti papaveri – a partire dal capogruppo alle Camere, Senatore Pippo Lombardi – entrano giulivi nei vari  comitati contro il 9 febbraio.

Misure accompagnatorie silurate

Non va certo meglio al PLR, anzi. L’ex partitone si è sempre schierato a favore delle frontiere spalancate. Il suo comitato si è espresso all’unanimità contro il contingentamento dei frontalieri, venendo asfaltato dalle urne. Il PLR è ampiamente rappresentato nei numerosi comitati che vogliono sabotare il “maledetto voto” del 9 febbraio.

La sua Consigliera di Stato uscente non ha fatto nulla  per difendere il  mercato del lavoro ticinese dall’invasione da sud. Al contrario, ha sdoganato il mantra del “margine di manovra nullo”.

 Il PLR ha due Consiglieri federali. Uno, il ministro degli esteri Didier “dobbiamo aprirci all’UE” Burkhaltèèèèr, è il fautore della  “ripresa dinamica” (= automatica) del diritto europeo in Svizzera.  Il che significa: a comandare in casa nostra non siamo più noi, ma i balivi UE che ci impongono le loro leggi. L’altro, il ministro dell’Economia Schneider Ammann, ha silurato il potenziamento delle misure accompagnatorie alla devastante libera circolazione delle persone su ordine dei “poteri forti”. Il pacchetto di potenziamento era stato elaborato di concerto con il Canton Ticino.

Che queste misure non siano la panacea è evidente. Ma, visto che da oltre  un anno Berna fa melina sulla concretizzazione del voto del 9 febbraio e la libera circolazione delle persone è in vigore esattamente come prima di quel voto, è evidente la necessità e l’urgenza di imporre dei correttivi, per quanto di piccolo cabotaggio, usando il diritto interno. E qui la perniciosità del PLR è plateale. Il suo Consigliere federale non vuole nemmeno usare gli strumenti che abbiamo a disposizione – e che potremmo mettere in campo senza che nessuno abbia da fare cip – per tutelare il nostro mercato del lavoro dall’invasione. Figuriamoci allora se si sogna di andare a litigare con l’Ue per far diventare realtà un voto popolare che il PLR sogna di cancellare dalla faccia della terra.

Ciliegina sulla torta: il Numes, squinternato movimento per l’adesione della Svizzera all’UE, è presieduto da una PLR, la Consigliera nazionale Christa Markwalder.

A ciò aggiungiamo pure l’ultima “perla” del Think tank Avenir suisse, di sedicente – ma proprio solo sedicente – ispirazione liberale, formato da quelli che una volta erano chiamati “capitani d’industria”. Avenir suisse vuole rottamare le iniziative popolari perché cominciano a riuscire troppo spesso.

P$ a manina con i “padroni”

Non va certo meglio al P$ che l’internazionalismo becero ce l’ha nel DNA. I kompagni hanno sostenuto ad oltranza la devastante libera circolazione delle persone (i contrari sono razzisti e fascisti) a manina con gli odiati “padroni”: e già qui i conti non tornano. I $ocialisti sono spalancatori di frontiere per motivi ideologici, ma anche molto pratici. Nel partito comandano i sindacati. Obiettivo dei sindacati è massimizzare il numero degli iscritti. Quindi più frontalieri ci sono che pagano le quote, meglio è. Sicché, avanti con l’invasione da sud, che provoca soppiantamento e dumping salariale. Ma poi, con allucinante ipocrisia, i kompagni pretendono di scendere in piazza a manifestare contro il dumping, da loro stessi fomentato.  In realtà manifestano, come ben si è visto nelle recenti vicissitudini provocate dal franco forte, a sostegno dello stipendio dei frontalieri sindacalizzati.

La causa

I partiti $torici si sono dunque riempiti la bocca,in questa interminabile campagna elettorale, con il tema del lavoro. Evidentemente a lorsignori la “tolla” non manca, essendo costoro la causa del problema. Non certo la soluzione.

Lorenzo Quadri

Perché non invitiamo lei in visita ufficiale in Svizzera? Danimarca: la Regina contro il multikulti!

Margrethe II: “Chi si trasferisce da noi deve conformarsi ai nostri valori e alle nostre norme”

Altra legnata al multikulturalismo completamente fallito. Margrethe II, Regina di Danimarca, in un’intervista rilasciata per il suo 75esimo compleanno (auguri) è stata estremamente esplicita sul multikulti che tanto piace ai nostrani spalancatori di frontiere e ai pavidi che li seguono temendo di venire etichettati come “populisti e razzisti”.

Ha detto la Regina: “Chi si trasferisce in Danimarca deve conformarsi ai valori e alle norme danesi. Possiamo accoglierli, ma dobbiamo anche dire cosa ci aspettiamo da loro. Quella in cui arrivano è la nostra società”. E ancora: “sono venuti nella nostra società e quindi non possono aspettarsi di poter perpetuare i loro modelli da noi (…) se fanno cose incompatibili con il modello di società danese, devono rendersi conto che non può funzionare”.

Gli spalancatori strillano

Naturalmente queste dichiarazioni non hanno mancato di suscitare alti lai tra gli spalancatori di frontiere, come il sociologo comunista che ha accusato la Regina di intromettersi politicamente nel dibattito sull’immigrazione facendo sapere agli immigrati che la Danimarca non deve essere un paese multikulturale.

Insomma, passi che queste cose le dicano i soliti populisti e razzisti, ma che ci si metta pure la Regina…! Del resto, se le dice anche la sovrana – che è il capo di Stato di tutti, e non di una parte politica – forse un motivo c’è. Magari il motivo è che si tratta di cose VERE. Alla faccia di quel che ripete come un disco rotto la $inistra dell’internazionalismo becero e dell’intolleranza: quella che si sciacqua la bocca con il “valore della diversità” ma poi denigra e diffama tutte le posizioni “diverse” dalla sua.

Libertà a senso unico

Ma tu guarda questi kompagni con la morale a senso unico. Vanno in giro con il cartello “Je suis Charlie” spacciandosi per difensori della libertà d’espressione. Peccato che essa valga solo se si dicono cose di $inistra, mentre tutte le altre posizioni vanno censurate. Così, se il kompagno Manuele Bertoli  nell’allocuzione del 1° agosto dice che “bisogna rifare il voto del 9 febbraio”, prendendo a pesci in faccia il 70% dei votanti ticinesi, fa legittimo uso della sua libertà d’espressione. Se invece la Regina di Danimarca dice che gli immigrati devono conformarsi ai valori e alle norme danesi, secondo i kompagni si immischia indebitamente. Ohibò, vuoi vedere che un capo di Stato non può avere una posizione sul suo paese? Da notare che nel 1984 Margrethe II si era prodotta in una sortita del tipo: “i danesi farebbero meglio a tenere per loro certe osservazioni idiote sugli immigrati”. Stranamente allora nessun $inistro ritenne che si stesse immischiando in politica. I tempi cambiano…

Libertà d’espressione

Del resto la monarca danese si è espressa pure sulla libertà d’espressione: “alcuni dicono che bisogna essere prudenti, che bisogna riflettere, eppure dobbiamo assolutamente poter chiamare le cose con il proprio nome. Vogliono spaventarci, non dobbiamo lasciarci intimidire”.

Il messaggio a chi vorrebbe rottamare, retrocedere, abolire valori fondamentali e tradizioni occidentali per “non offendere” il migrante islamico è dunque chiaro. Ed è sempre lo stesso.  Non ci possono essere società parallele e non ci può essere annacquamento delle nostre leggi, dei nostri valori, dei nostri diritti fondamentali per  far piacere all’immigrato che ne ha di altri e incompatibili.

A proposito: perché non si invita in Svizzera la Regina di Danimarca invece del bietolone Hollande (peraltro destinato a prossima trombatura) che viene raccontare che sulla devastante libera circolazione delle persone non “si” transige? Forse perché il kompagno Hollande dice proprio quello che i sette scienziati bernesi vogliono sentir dire, mentre invece – almeno a giudicare dall’intervista per il 75° compleanno – la sovrana danese…?

Lorenzo Quadri

E i partiti $torici non muovono un dito, anzi… Piazza finanziaria in rottamazione

La direttrice dell’agenzia delle entrate italiana ha dichiarato che ci sarebbe “forte attenzione” sulla voluntary disclosure, ossia quel processo che permette ai cittadini italiani di legalizzare i fondi non dichiarati depositati in Svizzera per poi lasciarli dove stanno o rimpatriarli. Forte attenzione ma numeri piccoli. Perché, secondo la direttrice, “ci troviamo in una fase iniziale”. Ma è davvero quello il motivo? O bisogna invece cercare altrove? Della serie: i cittadini italiani non si fidano e magari hanno anche qualche motivo per non fidarsi dal momento che, una volta che escono allo scoperto, poi sono schedati per sempre come evasori e si salvi chi può?

Il risultato di questa più che comprensibile sfiducia è facile da immaginare. In previsione della caduta del segreto bancario, strombazzata ai quattro venti dalla ministra del 5% Widmer Schlumpf e messa in calendario per i prossimi anni, i cittadini italiani portano via i soldi dal Ticino per metterli altrove. Segnatamente per trasferirli in piazze finanziarie che vengono difese dai rispettivi governi e che stanno facendo affari d’oro grazie agli svizzerotti.

1000 impieghi

I conti sono presto fatti. Se parte un terzo dei capitali in gestione sulla piazza bancaria ticinese spariscono mille posti di lavoro. Se le partenze sono maggiori, saranno maggiori anche le perdite occupazionali. A rimanere senza impiego saranno persone, soprattutto ticinesi, che in genere guadagnavano bene, facendo girare l’economia. Persone che sono, oltretutto, difficilmente collocabili. Specie in un mercato del lavoro andato a ramengo “grazie” alla libera circolazione.

Chi difende i bancari?

I posti di lavoro sulla piazza finanziaria sono stati svenduti dalla ministra del 5% in fregola di aperture. E’ evidente che chi ha messo costei in governo, e ce la mantiene in violazione dei più elementari principi democratici, porta delle pesantissime responsabilità.

Chi ha difeso i bancari il cui posto di lavoro ora traballa pericolosamente? Non certo la loro associazione di categoria. Basti pensare che in consiglio nazionale siede il presidente della sezione romanda dell’Associazione impiegati di banca (ASIB). E siede tra le fila dei kompagni. Ne sostiene senza riserva alcuna tutti gli attacchi al segreto bancario; ognuno di questi attacchi costituisce un attentato a quei posti di lavoro che il kompagno rappresentante di categoria dovrebbe difendere. Dovrebbe, appunto. Ma non lo fa.

Se chi sarebbe tenuto a difendere gli impieghi sulla piazza finanziaria è insediato armi e bagagli nel campo dei rottamatori, è chiaro che non si va molto lontani. O vuoi vedere che qualcuno pensa di fare carriera (?) politica sulla pelle chi lavora in banca, accaparrandosene i voti e poi…?

Altro che centro…

Nemmeno i partiti cosiddetti di centro difendono la piazza finanziaria. Il PPD ha messo in governo la ministra del 5% Widmer Schlumpf. E’ quindi direttamente responsabile per la sua deleteria politica. Al proposito, è evidente che il partito dovrà dire, e ben prima delle elezioni federali, se intende o meno continuare a sostenere la Consigliera federale in carica senza i voti nella malaugurata ipotesi in cui quest’ultima in dicembre intendesse sollecitare un nuovo mandato.

Non va meglio all’ex partitone, il quale non si è mai opposto alle deleterie iniziative di Widmer Puffo. Quando la Lega, grazie al Nano, nel 2009 lanciò un’iniziativa popolare per ancorare il segreto bancario nella Costituzione federale – di conseguenza, se l’iniziativa fosse riuscita, per scardinare il segreto bancario sarebbe stata necessaria una votazione popolare, e si può ben immaginare che le cose avrebbero preso una piega ben diversa da quella attuale – gli alti papaveri PLR rifiutarono di sostenere la démarche leghista con la seguente, illuminante argomentazione: “il segreto bancario è già sufficientemente tutelato dalla legge”. Uella! Una frase che la dice lunga sulla lungimiranza liblab.

La Lega, per contro, è sempre stata dalla parte dei dipendenti della piazza finanziaria. E continuerà ad esserlo.

Lorenzo Quadri

Sempre più vicina la chiusura notturna dei valichi secondari. Importante passo avanti per la sicurezza del Cantone

La Lega, come volevasi dimostrare, ottiene risultati concreti a beneficio dei cittadini ticinesi. Il Consiglio di Stato ha nei giorni scorsi proposto a Berna la chiusura notturna di 10 valichi con l’Italia e la sorveglianza di due. La proposta non piove dal cielo. Trattasi infatti delle osservazioni governative alla mozione della Consigliera nazionale leghista Roberta Pantani che chiedeva la chiusura notturna dei valichi secondari. La mozione è stata approvata dal Consiglio federale e da entrambe le Camere.

Il muro del “sa po’ mia”

Ecco quindi che la Lega ancora una volta infrange il “muro del sa po’ mia”. E’ successo in varie occasioni in poco tempo. Alcune in ordine sparso:

          la trasmissione di dati dei padroncini all’agenzia delle entrate italiana, in funzione deterrente;

          l’introduzione della richiesta sistematica dell’estratto del casellario giudiziale ai cittadini UE che postulano l’ottenimento di permessi di dimora;

          il patentino (a pagamento) per i fungiatt frontalieri;

          e adesso la chiusura notturna dei valichi secondari.

Il tristo ritornello

A tutte queste richieste, come pure a numerose altre, la risposta iniziale è stata quel tristo ritornello del “sa po’ fa nagott”, cui ci hanno abituati i partiti storici ogni volta che c’è di mezzo la devastante libera circolazione delle persone. E a quello stadio si sarebbe rimasti senza la Lega. Secondo la filosofia (?) del “margine di manovra nullo”, la Svizzera dovrebbe rinunciare a qualsiasi tutela dei propri cittadini per attenersi pedissequamente a principi deleteri, che non vengono applicati da nessuna parte.

Grazie al PLR Schneider Ammann, ministro dell’economia, si rinuncia perfino al potenziamento delle misure accompagnatorie alla libera circolazione delle persone. Ossia ad un modesto contributo, basato interamente sul diritto interno, alla lotta al dumping e alla concorrenza sleale in arrivo da Oltreconfine.

L’allarme concorrenza sleale è ormai diventato una costante in Ticino da quando le frontiere sono state sciaguratamente spalancate (va da sé senza uno straccio di reciprocità) all’invasione di padroncini e distaccati. Un allarme che è stato ripetuto per l’ennesima volta nei giorni scorsi dalle associazioni di categoria. Ma naturalmente chi vorrebbe cancellare il “maledetto voto” del 9 febbraio da ormai oltre un anno cerca di fare il lavaggio del cervello ai cittadini per convincerli che va tutto a meraviglia, che “immigrazione uguale ricchezza” (tale sciagurata affermazione è stata fatta dall’attuale negoziatore con l’UE) e che quindi gli accordi bilaterali devono essere confermati senza esitazione, e che diamine!

O così, o così

La  chiusura notturna dei valichi secondari, ottenuta dalla Lega tramite lavoro di squadra a Berna  e a Bellinzona, non risolverà tutti i problemi di sicurezza: il disastro compiuto non si sistema con una sola misura. Però aiuterà. Rimane tuttora un’incognita: il consenso di Roma che sarebbe necessario (?) per concretizzare la chiusura

L’Italia, che nei nostri confronti è inadempiente su tutto – vedi lo sfacelo della Stabio-Arcisate, vedi la non applicazione degli accordi di Dublino per scaricare sul groppone elvetico asilanti che spettano alla Penisola – avrà la “tolla” di porre obiezioni? Può anche darsi. In quel caso, la conseguenza deve essere la decisione immediata di blocco dei ristorni dei frontalieri. Lo scandalo però sarebbe se all’eventuale njet italiano seguisse la rinuncia ad un provvedimento sacrosanto. Non è così che funziona. Se Roma si mostrerà collaborativa, bene. Se non lo farà, i valichi verranno chiusi lo stesso. E se avrà da protestare, verranno chiusi non solo di notte, ma anche di giorno. Tanto per vedere l’effetto che fa.

Lorenzo Quadri

Ennesimo allarme sbarchi in Italia, 10mila clandestini in pochi giorni. Dobbiamo aiutare l’Italia? La Svizzera fa già fin troppo

Come da copione in Italia è scattato l’ennesimo allarme sbarchi. In tre giorni sono arrivati nel Belpaese oltre 10mila clandestini. L’Unione europea si è già esibita nel proclama “dobbiamo aiutare l’Italia”.  Questo però non lo dicono certo gli Stati membri. Lo dicono gli eurocrati. Nello specifico il commissario UE agli affari interni. Che tra l’altro è un greco. E la Grecia, ma guarda un po’, pratica il respingimento in mare.

Gli altri Paesi UE?

Come gli altri paesi UE “aiuteranno” l’Italia, siamo ben curiosi di vederlo. La Francia in genere “aiuta” chiudendo le frontiere. Al proposito la scorsa estate da un sondaggio realizzato da LeFigaro emergeva che oltre il 90% degli interpellati sarebbe stato favorevole al ripristino dei controlli alla frontiera, e quindi all’abolizione degli accordi di Schengen, per combattere l’immigrazione clandestina in arrivo attraverso l’Italia.

La Germania e l’Austria sono sulle stesse posizioni. I rifugiati che spettano all’Italia glieli rimandano senza eccezioni, in base al principio: “Mare nostrum”? Immigrati vostri. L’operazione “Mare nostrum” è conclusa. Ma l’andazzo rimane il medesimo. L’Italia è ancora il ventre molle dell’immigrazione in Europa. Non solo per questioni geografiche. Anche per scelte politiche. Scelte le cui conseguenze non possono essere semplicemente  scaricate sui vicini.

Il copione quindi è già scritto. I compagni di merende UE lasceranno “tranquillamente” l’Italia nel suo brodo, anche ispirati da riflessioni elettorali.

Primi della classe

Il ritornello “dobbiamo aiutare l’Italia” lo sentiamo anche noi, da parecchio tempo ormai, dalla kompagna Simonetta Sommaruga. In questo caso però non si tratta solo di parole. Perché per Sommaruga e soci non basta essere di gran lunga i primi della classe. Bisogna fare ancora di più.

La Svizzera già oggi è il paese che accoglie più richiedenti l’asilo. Circa 25mila all’anno. Contro, ad esempio, i 110mila della Germania. Che, però, ha 10 volte gli abitanti della Svizzera.

Come se non bastasse la kompagna Sommaruga non manca mai di promuovere qualche azione speciale, ad esempio l’arrivo di migliaia di profughi siriani extra. Se poi tra questi ci sono “fior” di aderenti all’Isis travestiti da richiedenti l’asilo, la ministra di Giustizia non se ne cura troppo. L’importante è “aprirsi”!

Del resto, sul terrorismo islamico in generale, la $inistra, per il tramite della Consigliera nazionale vodese Cesla Amarelle (quanti passaporti?) ha precisato la propria posizione: se il terrorista nel suo paese d’origine rischia la vita, la Svizzera non ha diritto ad espellerlo. Quindi ce li teniamo tutti qui! Un invito più esplicito a scegliere il nostro paese per insediarvi delle cellule Isis non lo si poteva formulare.

Gli eritrei

C’è poi un’altra “questioncella” giustamente sollevata dal Guastafeste: quella dei richiedenti l’asilo eritrei. Essi fuggono da un Paese dove non è in corso alcuna guerra; se ne vanno per evitare il lungo servizio militare. Gli eritrei costituiscono il principale gruppo di richiedenti l’asilo in Svizzera (circa 7000 all’anno). Il parlamento ha votato e il popolo pure, avendo respinto il referendum del P$, il nuovo articolo della Legge sull’asilo in base al quale uno straniero non può ottenere lo status di rifugiato se è arrivato in Svizzera come disertore o renitente alla leva. Tuttavia il Tribunale amministrativo federale ha bellamente turlupinato la legge stabilendo che il nuovo disposto di legge “non impedisce la concessione dell’asilo a chi rischia non solo di essere sanzionato per non essersi voluto arruolare, ma pure di essere perseguito”. Quindi il popolo vota una misura per rendere più restrittivo il diritto d’asilo e subito arrivano i legulei di turno ad aggirarla. Fatta la legge, trovato l’inganno… dai tribunali.

Dovete aiutare

In conclusione: per quel che riguarda la Svizzera, non ci può essere nessun “dobbiamo aiutare l’Italia”. Non solo perché l’Italia è inadempiente nei nostri confronti più o meno su tutto, ma perché la Confederazione – come dimostrano le cifre sopra – non solo fa già la sua parte; fa parecchio di più.  Se l’Italia deve essere aiutata, allora dai compagni di merende UE.

Dobbiamo aiutare l’Italia? No: Dovete aiutare l’Italia.

 

Lorenzo Quadri

L’iniziativa per l’aumento dei limiti di velocità in autostrada va sostenuta. Basta con la criminalizzazione degli automobilisti

E’ stato costituito nelle scorse settimane il comitato per l’introduzione del limite di 140 km/h in autostrada. La proposta, lanciata da un gruppo di giovani di vari partiti – principalmente Plr, Destra, Lega – è sostenuta anche dall’associazione dei giornalisti del  motore.

La prima reazione davanti ad un’iniziativa di questo tipo è, evidentemente, di sorpresa. E’ infatti la prima volta che si vuole allargare un limite  di velocità e non renderlo invece più restrittivo – magari accompagnandolo con sanzioni fuori di zucca.

La sicurezza non c’entra

La proposta viene giustificata col fatto che in autostrada (dove non ci sono altri ostacoli) viaggiare a 140 Km/h non è più pericoloso che viaggiare a 120 Km/h. Non è, in effetti, la velocità a causare incidenti autostradali. Lo stesso UPI (Ufficio Prevenzione Infortuni), notoriamente attento e assai rigido nelle sue prese di posizione, ha dichiarato che “la quantità di incidenti autostradali dovuti alla velocità è talmente esigua da poter essere trascurabile”.

Il limite di 120 Km/h era stato peraltro introdotto provvisoriamente a metà degli settanta, prima il massimo era 130. Poi il provvisorio, come spesso accade, è diventato permanente (un po’ come la stessa vignetta autostradale, del resto). E qualcuno si è accorto che il 120 permetteva di comminare più sanzioni, incassando le relative contravvenzioni.

La ciofeca Via Sicura

Si dirà che 120 o 140 Km/h in autostrada non è il principale problema del Paese. Del resto, nessuno pretende che lo sia. La criminalizzazione dell’automobilista, per contro, è un problema.  Essa ha portato alla ciofeca Via Sicura, a seguito della quale un eccesso di velocità senza conseguenze è punito più duramente di una rapina. Non solo: un poliziotto che insegue un delinquente, con Via Sicura va in galera lui. Proprio quello che ci mancava: come se non fossimo già il paese del Bengodi per la criminalità d’importazione.

Incidenti domestici

Lo stesso automobilista accetta ormai con rassegnazione di venire tartassato senza motivo. Chiaro: gli è stato inculcato di essere un pericolo pubblico. Eppure, non c’è alcun paragone tra l’enfasi messa sulla sicurezza stradale e il basso profilo che invece si applica alla sicurezza domestica. Infatti, gli incidenti mortali tra le proprie quattro mura sono ben più frequenti di quelli al volante. Nel 2013 i morti sulle strade sono stati meno di 300. Nel 2010 gli incidenti mortali in casa sono stati  invece 1734. Quindi sei volte tanto. Però di questi non si parla mai: per scelta politica/manipolatoria. Ma le cifre non mentono. E lo rendono evidente: la sicurezza è in realtà un pretesto politikamente korretto per giustificare la scelta politica di perseguitare gli automobilisti, per definizione “cattivi” e “pericolosi”. E quindi per inserire divieti sempre più stretti. Accompagnati da sanzioni sempre più pesanti.

La farsa deve finire

La farsa dell’ “automobilista cattivo” deve finire. Per questo l’iniziativa dei 140 Km/h – che concederebbe, dopo 4 decenni di giri di vite, più libertà ai conducenti –  sarebbe un sassolino in grado  (forse) di far saltare il perverso ingranaggio della criminalizzazione moraleggiante.

Nei mesi scorsi era nato un gruppo di promotori romandi  con l’intenzione di lanciare un’iniziativa contro Via Sicura. Se ne sono perse le tracce. C’è dunque da sperare che l’iniziativa dei 140 Km/h abbia miglior fortuna. Non solo per la richiesta in sé. Ma per la necessità di rompere un tabù. Di invertire una tendenza. Di dimostrare che non sta scolpito nella roccia che le libertà del cittadino-automobilista debbano sempre venire limitate in nome di un presunto (ma proprio solo presunto) bene superiore.

Se l’iniziativa per i 140 Km/h in autostrada riuscisse, potrebbe essere l’inizio di una nuova presa di coscienza da parte di una categoria di cittadini, gli automobilisti, ingiustamente trattati come dei nemici pubblici. I  nemici pubblici sono altri ed è ora di farlo capire chiaro e forte.

Lorenzo Quadri

Canone radioTV trasformato in imposta? Non sta né in cielo né in terra!

Il Consiglio federale e la maggioranza del Parlamento hanno approvato la modifica della Legge sulla radiotelevisione che prevede l’introduzione di una nuova imposta per foraggiare la SSR.

Contro questa balorda novità è stato lanciato il referendum. I cittadini voteranno il 14 giugno.

La novità è balorda poiché il canone radiotv viene trasformato in imposta in modo illogico ed illecito.

Dapprima alcune considerazioni terre-à-terre, per poi passare a quelle di tipo più giuridico (uella).

Perché foraggiare?

La radiotelevisione non è affatto un servizio di base al cittadino. Se ne può benissimo fare a meno. Non solo. Ci sono persone che non possono usufruire dei  servizi SSR o di qualsiasi altra emittente. Ad esempio perché ci vedono o ci sentono poco. O perché vivono in una zona discosta dove la ricezione è pessima o inesistente. Altre, invece, semplicemente non vogliono guardare la televisione né ascoltare la radio. Di conseguenza, non intendono foraggiare con il canone più caro d’Europa la propaganda di $inistra che la SSR propina spacciandola per “servizio pubblico”.

Libera scelta

Non si vede perché anche chi per libera e giustificata scelta non è interessato a possedere un apparecchio di ricezione funzionante debba pagare il canone trasformato in imposta. La radiotelevisione è un esempio classico di prestazione che va finanziata con il principio di causalità: paga chi consuma.

La teoria secondo cui oggi la televisione può essere guardata anche da un computer o da un telefonino, e quindi di fatto tutti avrebbero accesso ai programmi, non regge.

Prima di tutto perché non è affatto vero che in ogni economia domestica ci sono questi apparecchi. Molti anziani non ne posseggono. Ma soprattutto, questi dispositivi non sono concepiti per guardare la televisione, bensì per altri scopi. Se poi vengono farciti di funzioni ulteriori, la decisione è dei produttori. La colpa per la farcitura non può essere scaricata sull’acquirente/consumatore. Del resto anche l’Associazione dei consumatori della Svizzera tedesca si è espressa contro l’imposta Billag. Quelle delle altre regioni linguistiche non l’hanno fatto, presumibilmente a seguito di “aderenze partitiche” (di sinistra) con la SSR.

Questioni giuridiche

Alcune considerazioni di tipo più giuridico (uella). Le imposte devono venire pagate da tutti, indipendentemente dal fatto che si benefici o meno di prestazioni erogate dallo Stato. Le tasse causali invece funzionano in modo diverso: le paga solo chi usufruisce di un certo servizio. I requisiti di legge cui devono sottostare le imposte, proprio per il fatto che sono versate incondizionatamente, sono più stretti. Il principio di legalità viene applicato in modo rigoroso. Serve una base legale formale che contenga gli elementi essenziali dell’imposizione. L’aumento delle imposte avviene tramite modifica di legge, che sottostà al referendum: il cittadino deve potersi difendere tramite gli strumenti democratici.

Una tassa causale invece può essere aumentata anche cambiando delle ordinanze che non sono referendabili.

Rispedire al mittente

Ebbene, in base alla modifica della legge sulla radiotelevisione su cui i cittadini saranno chiamati a pronunciarsi in giugno, il Consiglio federale avrà la facoltà di aumentare a piacimento l’imposta Billag. Senza che il popolo possa dire la sua. Ciò che è inaccettabile per un’imposta. Peraltro il cittadino andrebbe a votare senza nemmeno conoscere l’ammontare del nuovo balzello.

Si capisce dunque che la modifica della legge sulla radiotelevisione non sta in piedi né dal punto di vista pratico né da quello giuridico. Al contrario di quanto ha incautamente affermato la Consigliera federale Leuthard, essa è tutt’altro che equa, poiché obbliga a pagare per una prestazione anche chi non intende beneficiarne. Andremo dunque a votare su una  novità iniqua che pertanto merita di  venire rispedita al  mittente come già accaduto ad un altro oggetto presentato dal medesimo dipartimento federale: ossia la vignetta autostradale a 100 Fr.

Lorenzo Quadri

“Avenir Suisse” all’assalto delle iniziative: «bisogna raddoppiare le firme». I borsoni vogliono rottamare i diritti popolari

In questi ultimi giorni si sono aggiunti ulteriori tentativi, da parte dei nemici della democrazia, di sabotare il “maledetto voto” del 9 febbraio.

Prima c’era l’iniziativa contro il 9 febbraio denominata “fuori dal vicolo cieco” (e dentro a capofitto nel baratro), finanziata dal miliardario residente negli USA.

Poi è arrivato il comitato “pro bilaterali”, in realtà “pro libera circolazione delle persone senza limiti”, già infarcito di spalancatori di frontiere, reggicoda della ministra del 5% nonché esponenti dei partiti $torici (tra cui il Senatore Pippone Lombardi): tanto per chiarire chi è pro e chi è contro i ticinesi.

Liberali una cippa

Adesso, strano che non si siano fatti vivi prima, si aggiungono anche i signori (nel vero senso della parola perché questi sono tutti plurimilionari) del cosiddetto Think tank (usano l’inglese che fa più figo e più “aperto”, mica una lingua nazionale da razzisti e xenofobi) “Avenir Suisse”.

Un Think tank che, senza ironia, si definisce “orientato verso una visione liberale della società”.

Si tratta di plateali balle di Fra’ Luca, dal momento  che il Think tank in questione altro non è che il megafono dei “poteri forti”. Ed ha una precisa missione: fare il lavaggio del cervello alla popolazione per convincerla a sposare le sue posizioni.

Lo dice Avenir suisse nel suo sito, dove possiamo leggere: «Si prefigge di dare un contributo tempestivo alla costruzione dell’opinione economica e sociopolitica del Paese e di preparare così il terreno intellettuale per quelle riforme che sono fondamentali per il benessere, la qualità di vita e la competitività». Uella, viene da dire! I signori pensano di essere dei grandi filosofi!

Per “benessere, qualità di vita e competitività” si intende, ma è ovvio, la saccoccia dei promotori del Think tank dal borsello già rigonfio fino a scoppiare.

Demolire  i diritti popolare

Ecco dunque che Avenir suisse si mette in testa di demolire i diritti popolari. E, senza vergogna, fa anche delle proposte concrete.

Del tipo: raddoppiamo il numero di firme necessarie alla riuscita di un’iniziativa popolare. Introduciamo la censura preventiva delle iniziative. E via sproloquiando. Ohibò. Ecco servito l’ennesimo regalo al cittadino svizzero. Arrivano i borsoni e pretendono rottamare i diritti democratici.

Il fastidio dei “poteri forti”

Come è giunto il Think tank alla “proposta indecente”? Facile: si è accorto che non solo le iniziative si moltiplicano, ma – orrore! – vengono anche accettate dal popolo. In particolare quelle sbagliate, come l’iniziativa “contro l’immigrazione di massa”.

I diritti popolari si dimostrano sempre più un ostacolo ai “poteri forti”; e questi ultimi, nascosti dietro il loro Think tank, si promettono di asfaltarli.  Bella roba.

E hanno il coraggio, quelli di Avenir suisse, di definirsi «di impostazione liberale»? Hanno il coraggio di sostenere di muoversi «a favore della qualità di vita»? Forse che la devastante libera circolazione delle persone – che i sedicenti “avveniristici” difendono per poter continuare allegramente ad assumere stranieri al posto di svizzeri – ha portato qualità di vita? No! Ha portato disoccupazione, povertà e delinquenza. Lo sperimentiamo tutti i giorni.

Attacco alla Svizzera

La situazione è molto semplice. La democrazia diretta ed i diritti popolari danno sempre più fastidio ai poteri forti. Perché impedisce ai loro rappresentanti di farsi gli affari propri sulle spalle dei cittadini. E adesso i poteri forti partono all’assalto dei diritti popolari.

Sostenendo, in sprezzo del ridicolo, che rottamare i diritti del cittadino gli porterebbe “benessere e qualità di vita”.

 Qui c’è qualcuno che crede che la gente svizzera sia scema del tutto.  Una cosa è certa. Questi squallidi tentativi manipolatori vanno smascherati subito per quello che sono: un attacco alla Svizzera. E stroncati sul nascere.

Lorenzo Quadri

Automobilisti, alla riscossa!

Iniziativa della “mucca da mungere” bocciata alla Commissione del  nazionale, ma la battaglia è solo all’inizio

Il Consiglio degli Stati lo scorso 11 marzo ha bocciato l’iniziativa detta della “mucca da mungere”. A fine mese la commissione dei trasporti e delle telecomunicazioni del Consiglio nazionale ha trattato l’oggetto, giungendo a maggioranza alla stessa decisione. A favore dell’iniziativa si è espresso solo il gruppo Udc (con il membro leghista).

Iniziativa benvenuta

L’iniziativa della “mucca da mungere” chiede in sostanza che i soldi pagati dagli automobilisti vengano utilizzati per finanziare la strada, in base al famigerato principio di causalità. Gli automobilisti non devono più essere trattati come una mucca da mungere per rimpinguare in modo indiscriminato le casse della Confederazione.

L’iniziativa va sostenuta come benvenuta e necessaria reazione all’indegna criminalizzazione degli automobilisti imposta dai “politikamente korretti” con il bidone Via Sicura: un aborto legislativo, voluto dalla Doris uregiatta ed approvato dalla maggioranza delle Camere federali, che punisce un eccesso di velocità più duramente di una rapina. Con in più un grottesco effetto collaterale di cui abbiamo riferito da queste colonne: un poliziotto che insegue un criminale (infrangendo i limiti di velocità) va in galera lui, quindi meglio che rinunci a fare il suo lavoro. Eccola qua, la “morale” dei politikamente korretti: criminalizziamo gli automobilisti e tuteliamo i delinquenti.

Munti per 8 miliardi

In cifre, oggetto del contendere è l’imposta sugli oli minerali, i cui introiti ammontano attualmente a circa tre miliardi di franchetti all’anno. La metà di questi finisce direttamente nelle casse generali della Confederella, a finanziare compiti che nulla hanno a che vedere con le strade e la viabilità. L’altra metà va invece ad alimentare il fondo speciale per il finanziamento stradale, che però non serve solo a finanziare le strade ma anche la ferrovia, i programmi d’agglomerato, eccetera. In effetti il finanziamento della mobilità a livello federale, ben lungi dall’essere lineare, nel tempo è cresciuto come un oscuro, contorto ed opaco puzzle in cui una sola cosa è chiara: gli automobilisti vengono “munti” per quasi 8 miliardi di Fr ma solo una frazione di questi soldi viene utilizzata a loro beneficio.

Chiarezza

L’iniziativa “mucca da mungere” pone il tema della chiarezza nei flussi finanziari prodotti con soldi attinti a piene mani dalle tasche degli automobilisti. Il terreno per la loro mungitura indiscriminata è stato peraltro preparato con il consueto lavaggio del cervello ideologico. Anni di fregnacce mirate a convincere l’opinione pubblica, e quindi gli stessi automobilisti, di essere dei viziosi, e pertanto giusto bersaglio di angherie: sia finanziarie  che penali che pratiche (si pensi a Lugano al fallimentare piano viario PVP concepito contro chi va in macchina).

Il tema è la  trasparenza nella politica dei trasporti ma il Consiglio federale, “ovviamente” contrario all’iniziativa, ne fa unicamente una questione finanziaria. Tant’è che a sostenere la posizione del governo nei dibattiti parlamentari (agli Stati come nella Commissione del nazionale) non ci è andata la Doris uregiatta, bensì la ministra del 5% Widmer Schlumpf.

Chiaro il messaggio che si vuol far passare: gli automobilisti hanno la tolla di pretendere di non sborsare quello che sono “naturalmente” tenuti a pagare  in quanto criminali e viziosi.

Lo squallido giochetto

E naturalmente è subito partito lo squallido giochetto della messa l’uno contro l’altro. Ovvero: se alle casse “generali” della Confederella dovessero mancare di punto in bianco gli 1.5 miliardi di Fr annui indebitamente prelevati dalle tasche degli automobilisti, il Consiglio federale ha già deciso dove tagliare: 150 milioni sui rapporti con l’estero, 250 sulla difesa, 350 dalla formazione, 50 sulla socialità, 250 sul traffico, 200 all’agricoltura e altri 250 qua e là.

Anche quello che mena il gesso si accorge che sono cifre buttate lì a casaccio. Con un obiettivo: demonizzare l’iniziativa della mucca da mungere che, udite udite, provocherebbe tagli alla formazione! E visto che i promotori (“destra”) sono anche sostenitori dell’esercito, gli diciamo che per finanziarie l’iniziativa tagliamo sulla difesa.

Una tattica più sguaiata, i sette scienziati bernesi non la potevano trovare. Chi l’ha detto che bisogna tagliare nei settori indicati, e nella misura indicata? Nessuno. Se lo sono inventati i sette. I quali non spiegano perché – ad esempio – uno degli 1.5 miliardi annui non lo si risparmia sugli aiuti allo sviluppo i quali costano ogni anno 3 miliardi, e vanno a finire anche nei paesi dove comandano i terroristi islamici che quindi approfittano di finanziamenti federali!

In votazione popolare…

Insomma, se il Consiglio federale specializzato nella calata di braghe con l’UE crede di far fessi quegli automobilisti che sono stufi di farsi criminalizzare e mungere, forse sbaglia qualcosa. Gli converrebbe molto di più venire incontro alle proposte presentate, in vista di una soluzione concordata che potrebbe portare al ritiro dell’iniziativa, invece di tentare di denigrarle con argomenti-fetecchia.

Anche perché, se la “mucca da mungere” va in votazione, vince. La débâcle della vignetta autostradale a 100 Fr non ha insegnato niente alla Doris e $oci?

Lorenzo Quadri

Gli svizzeri di carta si fanno il selfie in divisa davanti alla bandiera albanese. Ecco il risultato delle naturalizzazioni facili!

A volte la cronaca riserva qualche sorpresa. Alcune reclute dell’esercito svizzero hanno pensato bene di scattarsi un selfie in treno con addosso la tenuta mimetica e sfoggiando una bandiera albanese. Questo perché i militi in questione sono, evidentemente, degli svizzeri naturalizzati malgrado la palese mancanza di integrazione: svizzeri di carta o “rigommati”, come diceva  il Nano.

Il selfie è approdato alla redazione del Blick, non esattamente un giornale nazionalista essendo di proprietà dell’editore europeista gauche caviar Ringier. E ne è nato un “caso”. Con tanto di dure dichiarazioni di condanna da parte del portavoce dell’esercito.

Adesso ci si sveglia?

Ohibò. Doveroso indignarsi. Però di immagini simili ne girano in rete parecchie. Con bandiere di varie nazioni. Il Mattino e il Mattinonline ne hanno segnalate più d’una. Ma naturalmente erano tutte balle populiste e razziste.

Perché allora ci si sveglia solo adesso? Forse perché, dopo la decima fetta, è arrivato anche il Blick? Quest’ultimo, sia chiaro, non è certo mosso dalla volontà di difendere i valori elvetici, visto che fa parte del club dei rottamatori della Svizzera che vogliono portarci nella fallita UE. Il Blick vuole solo aumentare le tirature.

Fa sorridere amaramente, e fa pure anche un po’ incazzare, vedere personaggi istituzionali infiammarsi per i soldati svizzeri di carta non integrati che posano tronfi davanti alla bandiera del loro paese (l’Albania, non la Svizzera).

Ma come, signori: adesso scendete dal pero?

Ce la siamo cercata

Ecco il risultato della deleteria politica delle frontiere spalancate, della multikulturalità completamente fallita, del rifiuto di imporre agli immigrati  di assimilarsi (è roba da populisti e razzisti) e dei doppi passaporti a go-go!

Il problema è che sui temi identitari la Svizzera ha calato vergognosamente le braghe. Lo ha fatto per correr dietro all’ideologia politikamente korretta portata avanti dagli intellettualini rossi da tre e una cicca a suon di fatwe morali ai contrari: chi non è d’accordo è un razzista e un fascista. Adesso raccoglie quello che ha seminato a furia di naturalizzazioni facili (che i kompagni vorrebbero rendere ancora più facili).  Ossia, la creazione di schiere di neo-svizzeri non integrati che hanno il passaporto rosso solo per convenienza – e  che di sicuro hanno mantenuto pure quello originario. Svizzeri di carta che, del nostro paese (che dovrebbe essere anche il loro ma che evidentemente non sentono affatto come tale) se ne infischiano: pronti a “svenderlo” alla prima occasione.

La punta dell’iceberg

Questo è  lo scandalo. La foto degli imbecillotti in divisa che si fanno il selfie in treno davanti alla bandiera albanese è solo l’irritante punta dell’iceberg. Sotto c’è una politica della sistematica calata di braghe; quella politica che, in una scuola di Lucerna, arriva a proibire agli studenti di indossare la camicia dei contadini elvetici con le stelle alpine perché “provocatoria” nei confronti di stranieri non integrati. Ma sa po’?

Sono i responsabili di questa politica della rottamazione della Svizzera che vanno chiamati a render conto dei disastri fatti. I bimbiminkia del selfie ne sono solo il logico prodotto. Ma guai a dirlo: è roba da “fascisti” per usare il fraseggio non solo dei kompagni splancatori di frontiere, ma di recente adottato anche dei loro manutengoli del PLR.

Lorenzo Quadri

Grazie alla devastante libera circolazione delle persone. Esplodono i casi d’assistenza

Ma il direttore del DSS Beltraminelli, invece di bloccare l’invasione da sud, vuole far emigrare i ticinesi. E sui divorziati, la Lega aveva ancora una volta ragione

 

Ma guarda un po’: “improvvisamente” si scopre che, negli ultimi cinque anni, il numero di persone che dipendono dall’assistenza sociale in Ticino è cresciuto del 43%.

Nel 2009 erano 5’849, mentre nel 2014 sono state in media 8’342, con una punta di 8’621 nel mese di novembre. E l’anno scorso il Cantone ha dovuto spendere in totale circa 113 milioni di franchi per l’assistenza. Lo riporta il GdP di venerdì.

 

Aumenti spropositati

Ci troviamo dunque confrontati con un’esplosione in piena regola del numero delle persone in assistenza: evidente conseguenza della devastante libera circolazione delle persone senza limiti e quindi dell’invasione da sud. Non ci voleva un Nobel per l’economia per arrivarci: con 62’500 frontalieri (almeno 20mila dei quali non fanno affatto lavori per cui non si trovano ticinesi), e decine di migliaia di padroncini, distaccati e compagnia “bella”, era chiaro che i residenti sarebbero rimasti a piedi.

A ciò si aggiunge poi il fenomeno dell’immigrazione nello Stato sociale, con svariati permessi B in assistenza. Alcuni di essi hanno pure il termine di partenza scaduto. Però, presentando ricorsi su ricorsi (e nümm a pagum anche l’avvocato d’ufficio) sono ancora qui, a carico del contribuente.

Divorziati

Ennesima scoperta dell’acqua calda: «il 40% dei beneficiari d’assistenza è divorziato – dichiara il Beltrasereno direttore del DSS al GdP -. Oltre ai problemi di tipo psicologico che fanno seguito alla decisione dei genitori di dividersi, vi sono dunque molte implicazioni finanziarie». 

Ma va, ma chi l’avrebbe mai detto? Peccato che, quando i leghisti Quadri, Guerra e Minotti chiedevano che, ad oltre un decennio dall’introduzione del nuovo diritto del divorzio, il Cantone effettuasse un’indagine per valutarne le conseguenze economiche, sociali e psicologiche erano tutte balle populiste. Il Beltra è andato davanti al parlamento a dire che non c’era alcuna necessità di intervento perché “l’è tüt a posct”. Guai a dar ragione alla Lega! Adesso, a qualche mese di distanza, contrordine compagni. Inversione di rotta  a 180 gradi: è allarme divorziati in assistenza! Ma sa po’?

I giovani emigrino

Ancora più allarmante la conclusione cui arriva il direttore PPD del DSS presentando la sua brillante ricetta contro l’assistenza giovanile: i giovani emigrino.

Qui qualcuno non ha capito da che parte sorge sole. Siamo invasi da frontalieri e padroncini grazie alla devastante libera circolazione delle persone voluta dai partiti $torici – tra cui il PPD del Beltra – e il ministro della socialità cosa dice? Forse di bloccare l’invasione? Macché! “Venghino” pure i frontalieri ed i padroncini, cacciamo i nostri! Che i giovani ticinesi emigrino! No limits!

Lorenzo Quadri