Cari amici italiani, la ricreazione è finita

Estratto del casellario giudiziale, oltreconfine c’è qualcuno che strilla allo scandalo?

 E’ ovvio che dal sacrosanto provvedimento del leghista Gobbi non si retrocede di un millimetro. E se il governo non eletto della vicina Penisola dovesse fare un cip, blocco immediato dei ristorni!

 Ma guarda un po’, un $indakalista italiano UIL ha pensato bene di mettersi a sproloquiare contro la decisione del ministro leghista Norman Gobbi di chiedere sistematicamente l’estratto del casellario giudiziale e il certificato dei carichi pendenti anche ai cittadini UE che chiedono un permesso B o G: niente documenti, niente premssi. Lo sproloquio è poi confluito in un’interrogazione al governo italiano da parte di tre parlamentari, naturalmente di $inistra. Uhhhh, che pagüüüüüraaaa!, avrebbe detto il Nano.

 

Manna elvetica

E’ chiaro che ad essere toccato dal provvedimento deciso dal direttore leghista del Dipartimento delle Istituzioni, come detto in più occasioni, è solo chi ha qualcosa da nascondere. E’ quindi palese che a costoro non si rilascia alcun permesso. Né la richiesta di produrre la documentazione sulla propria situazione penale può essere ritenuta scandalosa: i cittadini svizzeri sono tenuti ad ottemperarla in svariate occasioni. Ma evidentemente oltreconfine qualcuno si è abituato alla manna degli svizzerotti fessi che discriminano i “loro” per avvantaggiare gli stranieri. Ebbene, la ricreazione è finita: a sud di Chiasso faranno bene a prenderne atto.

 

Idee confuse

A dimostrazione poi che – come spesso accade a $inistra – il blaterante $indakalista UIL ed i suoi parlamentari di servizio in cerca di visibilità hanno “poche idee ma ben confuse”, costoro strillano alla violazione degli Accordi di Schengen. Che con la richiesta di certificati penali c’entrano un tubo. Infatti la questione è semmai regolata dall’articolo 5 dell’allegato I all’accordo sulla devastante libera circolazione delle persone.

 

Si potrebbe comunque rilevare che “violare” o sospendere gli Accordi di Schengen per la Svizzera non sarebbe certo “uno scandalo”, come farneticano gl’italici kompagni. Sarebbe un dovere morale. Questi fallimentari accordi ci costano 14 volte di più di quanto aveva dichiarato il Consiglio federale nelle sue frottole pre-votazione. Il conto a carico del contribuente ammonta a 100 milioni di Fr all’anno. Pagati per cosa? Per sfasciare la nostra sicurezza.

 

Difendere i delinquenti?

Gl’italici kompagni dovrebbero altresì rendersi conto – se del caso si può sempre fare un disegnino – che, visto quanto sopra, solo i delinquenti che pensano di entrare allegramente in Svizzera grazie alla devastante libera circolazione delle persone (perché tanto gli svizzerotti sono fessi e non si accorgono di niente, e se per caso dovessero alzare la cresta basta pronunciare le paroline magiche “xenofobia e razzismo” che subito rientrano nei ranghi con la coda tra le gambe) avrebbero motivo di preoccuparsi della nuova prassi stabilita da Gobbi.

 

Ergo, il signor $indakalista ed i suoi parlamentari di servizio difendono i delinquenti. Ne sono consapevoli o non ci arrivano?

 

Accordi di Dublino

Visto poi che vengono tirati in ballo a sproposito gli Accordi di Schengen, ricordiamo agli amici a sud in cerca di visibilità che l’Italia viola alla grande i paralleli Accordi di Dublino. Infatti istrada verso Nord i clandestini senza registrarli, per non doverseli poi riprendere.

 

La richiesta sistematica dell’estratto del casellario giudiziale non riguarda però Schengen, bensì la libera circolazione delle persone.  E l’Italia – ma tu guarda i casi della vita –  è proprio la prima ad applicare (o a non applicare) questo accordo in modo unilaterale a proprio vantaggio.

 

Non solo: l’Italia inserisce la Svizzera su black list illegali; pretende di inserire clausole contro il voto popolare del 9 febbraio nella trattativa sui ristorni dei frontalieri (che andrebbero azzerati); si guarda bene dall’aprire il suo mercato alle ditte svizzere; è del tutto inadempiente sulla Stabio-Arcisate per la quale il contribuente elvetico ha stanziato 200 milioni (100 dei ticinesi); eccetera. Vogliamo proprio vedere con che “lamiera” il governo non eletto di Roma oserebbe aprire il becco contro la decisione ticinese sull’estratto del casellario.

 

E se da Berna…

Nel caso in cui ad avere qualcosa da dire fosse invece Berna, e in particolare la kompagna Simonetta “dobbiamo aiutare l’Italia” Sommaruga, si risponderà semplicemente che, poiché Berna non mantiene le promesse di aiutare il Ticino, ma anzi alla prova dei fatti fa proprio il contrario, il Ticino si aiuta da solo. Chi fa da sé…

 

Nel caso in cui da oltreconfine dovesse arrivare anche un solo “cip” sulla questione della richiesta sistematica dell’estratto del casellario giudiziale, è comunque ovvio che la prima conseguenza dev’essere il blocco dei ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri. Giugno è vicino.

Ed è evidente che dal sacrosanto provvedimento introdotto da Gobbi – che, assieme a Zali, sta finalmente infrangendo la vergognosa logica del “sa pò fa nagott” – non si retrocede. Ma nemmeno di un millimetro!

Lorenzo Quadri

Il 14 giugno non cadiamo nella trappola fiscale! No all’iniqua imposta per finanziare la SSR

Il prossimo 14 giugno i cittadini elvetici saranno chiamati a votare sulla modifica della Legge sulla radiotelevisione che mira a rendere il pagamento del canone obbligatorio per tutti. In concreto ciò significa che si voterà sull’introduzione di una nuova imposta per foraggiare la SSR.

Il “sofisticato” argomento con cui si tenta di giustificare l’ingiustificabile nuova imposta è il seguente: visto che a non possedere apparecchi di ricezione sono in pochi, tassiamo allegramente tutti che è più semplice.

Se qualcuno pensa che una simile teoria permetterà di “vincere facile”, forse ha sbagliato i conti.

Obbligo illiberale

Il canone radioTV è proprio il classico esempio di tassa causale. Visto che la radiotelevisione non è di certo un servizio di base ai cittadini, dal momento che si può stare benissimo senza, è ovvio che la deve pagare solo chi ne usufruisce. Invece ecco che ora si tenta di sdoganare la svolta in stile Corea del Nord: uno stato sedicente liberale (non in senso partitico) obbliga i cittadini a pagare per la Tv pubblica anche se non dispongono, né vogliono disporre, di apparecchi di ricezione.  Perché, a questo punto, non obbligare tutti ad abbonarsi ad un giornale?

Pagare per non usufruire

Quindi la nuova imposta pro SSR la pagherebbero anche persone anziane o invalide che  hanno problemi di vista e/o di udito e pertanto non guardano la televisione né ascoltano la radio; pagherebbe anche chi vive in zone discoste con scarsa o nulla copertura; e pagherebbe anche chi, in tutta legittimità, non ne vuole sapere di acquistare apparecchi di ricezione e di usufruire del servizio proposto perché – ad esempio – non gli sta bene che un ente che dovrebbe, con i nostri soldi, produrre informazione di servizio pubblico, quindi equidistante, non perda occasione per fare sfoggio di partigianeria.

Per non farsi mancare nulla, a pagare la nuova imposta pro SSR saranno chiamate anche le aziende. Perché notoriamente sul posto di lavoro non ci si va per lavorare: ci si va per sollazzarsi davanti al video. Oltretutto, ci troviamo confrontati con un flagrante caso di doppia imposizione: il canone già lo pagano il titolare dell’azienda e i dipendenti (se vivono in Svizzera).

La trappola fiscale

“Ma si pagherà meno” obiettano i fautori della nuova imposta pro SSR. Uno slogan che ricorda la settimana francese di 35 ore: “lavorare meno per lavorare tutti”. Si è visto come è andata a finire. Il “si pagherà meno” è un semplice specchietto per le allodole pre-votazione. Succederà invece proprio il contrario. La nuova imposta viene introdotta senza una base legale sufficiente: servirebbe infatti una modifica costituzionale. Non solo. Anche il “quantum” necessiterebbe di venire iscritto in una legge. Niente di tutto questo accade. Il Consiglio federale, a manina con la SSR, via ordinanza potrà aumentare a piacimento il canone-imposta, senza che nessuno – nemmeno il parlamento – abbia a fare un cip. Tempo qualche anno ed il conto schizzerà verso l’alto. Le prime avvisaglie già ci sono. Ma soprattutto, la storia insegna. E dice che, nel giro di 25 anni, il canone è aumentato del 65%.

La modifica della LRTV sottoposta a votazione è dunque una trappola fiscale: il beneficiario potrà aumentare la pillola a carico del contribuente a proprio piacimento e senza controllo. Con buona pace del principio dell’utilizzo razionale delle risorse!

Tutti possono?

Altro argomento dei fautori della nuova imposta – e quindi del “tutti paghino il canone”: praticamente ogni economia domestica (?) disporrebbe oggi di un computer con collegamento internet o di un tablet o di un telefonino, che permettono di accedere in rete ai programmi televisivi. Questa tesi non solo è arrampicata; è anche falsa. Non è vero che tutti possiedono computer o dispositivi da cui si può accedere ai programmi. E soprattutto, questi apparecchi hanno altre finalità. La scelta dei produttori di farcirli di funzioni accessorie non può essere fatta scontare agli acquirenti.

Servizio pubblico?

“Ma il servizio pubblico…” obiettano ancora i fan della nuova imposta. A parte che il servizio pubblico prima di invocarlo bisognerebbe farlo, e nel caso della SSR – RSI compresa – al proposito si potrebbe discutere a lungo, si rileva che il servizio peggiora. La RSI 2 è destinata a trasformarsi in canale internet (e dove non c’è la banda larga, ti saluto Rosina);  Cablecom ha annunciato per luglio la soppressione della diffusione analogica: chi ha un vecchio televisore dovrà cambiarlo. Il servizio peggiora, ma si pretende di introdurre una nuova imposta, aumentabile a discrezione, per finanziarlo. La recente vicenda dell’IVA prelevata illegalmente sul canone dimostra inoltre che esso è troppo caro e calcolato in modo non trasparente.

Chi non paga?

Vale pure la pena ricordare che la nuova imposta servirebbe anche a finanziare gli stipendi da mezzo milione all’anno (più di un consigliere federale) dei manager radiotelevisivi. Che simili stipendi rientrino nel concetto di servizio pubblico è un po’ difficile da sostenere.

E non poteva mancare la ciliegina sulla torta: l’imposta SSR la pagheranno i ciechi, i sordi, chi non ha né radio né televisore. Continueranno a non pagarla, per contro, i dipendenti dell’azienda. Per loro provvederà il datore di lavoro. Con i nostri soldi. Ah, però! Questa sì che è “equità”!

Lorenzo Quadri

Altre picconate al “modello svizzero”

Il 14 giugno si vota sull’ennesima iniziativa del partito delle tasse che vuole depredare gli eredi

 

Il prossimo 14 giugno i cittadini svizzeri saranno chiamati a votare sull’iniziativa popolare lanciata dalla Sinistra e denominata “Tassare le eredità milionarie per finanziare la nostra AVS (Riforma dell’imposta sulle successioni)”.

Ohibò, e poi i populisti sarebbero a destra?

La parola chiave di tutta l’operazione, comunque, è la prima: tassare. Perché è evidente che, dalle parti dei promotori, non si esce dalla consueta logica: un problema = una nuova tassa.

Colpire la sostanza

La tassa in questione vuole colpire la sostanza. Si procede con la criminalizzazione di chi ha qualcosa – ad esempio un’abitazione di proprietà – con sempre nuovi livelli d’imposizione. Il reddito e la sostanza, specie quella immobiliare, sono già abbondantemente tassati. Ciononostante, gli iniziativisti vorrebbero ri-tassare al momento della successione, anche tra genitori e figli. Naturalmente con aliquote confiscatorie. E pure retroattivamente: una situazione che, in occasione del dibattito parlamentare, è stata a ragione qualificata da repubblica delle banane.  Non conosciamo a sufficienza le repubbliche bananiere per sapere se il paragone sia calzante o meno. Conosciamo però a sufficienza il diritto per sapere che la retroattività è illegale.

La stessa sinistra che per denigrare le proposte a lei sgradite in materia di espulsione degli stranieri che delinquono, di libera circolazione delle persone, eccetera, distribuisce a destra e a manca patenti di illegalità è poi la prima a fare proposte illegali.

Confiscatoria e retroattiva

Non solo: la tassa confiscatoria e retroattiva sulle eredità manifesta anche altri due tratti distintivi dell’area politica da cui proviene: è antifederalista e vuole sabotare il modello svizzero.

E’ antifederalista poiché comporta un attacco frontale alla sovranità fiscale dei Cantoni, togliendo loro delle competenze per trasferirle allo Stato centrale. Al momento i Cantoni sono infatti liberi di decidere se e come tassare le successioni e le donazioni. In Ticino ad esempio grazie alla Lega la tassa di successione tra genitori e figli è stata abolita in votazione popolare. Ma si sa che in certe aree politiche la volontà popolare viene rispettata solo quando fa comodo. Plateale al proposito il noto ricorso al tribunale federale contro l’amnistia approvata dai cittadini ticinesi.

Contro il federalismo

L’iniziativa comporta inoltre un attacco al federalismo fiscale (l’ennesimo). Questo non sorprende. Si sa che a Bruxelles la concorrenzialità fiscale elvetica è vista come fumo negli occhi. E i promotori della supertassa di successione vogliono l’adesione della Svizzera all’UE. Un programma che passa per la rottamazione del modello svizzero, con l’obiettivo di renderci sempre più eurocompatibili.

Senza contare le difficoltà che l’iniziativa crea alle piccole e medie imprese, specie in quei casi in cui il patrimonio è investito nell’impresa stessa e quindi gli eredi non sarebbero in condizione di far fronte all’imposta federale di successione. Le aziende rischiano quindi di chiudere i battenti o di trasferirsi all’estero. E’ questo che vogliamo?

Far scappare i ricchi?

E’ poi evidente che, se l’iniziativa dovesse venire approvata in sede popolare, l’attrattività della piazza svizzera per ricchi contribuenti stranieri ne uscirebbe a pezzi. Idem per gli insediamenti aziendali. Ancora una volta si ha l’impressione che gli stranieri graditi alla sinistra – che ha tentato, fallendo, di far saltare anche i forfait fiscali per i globalisti – siano alla fine solo quelli che delinquono o che sono a carico del sociale.

Non ci si lasci trarre in inganno dal riferimento all’AVS. E’ solo uno specchietto per le allodole che mira  a rendere più digeribile l’ennesimo attacco alla proprietà privata, all’autonomia cantonale, al modello svizzero. L’obiettivo dei promotori non è in alcun modo il miglioramento della situazione finanziaria del primo pilastro. E’ quello di avvicinarci sempre più all’UE. Non caschiamoci.

Lorenzo Quadri

 

 

 

Il nuovo flop alla ferrovia Stabio-Arcisate è l’ennesimo campanello d’allarme: Basta con gli “scambi” a senso unico!

Il nuovo flop italiano della ferrovia Stabio-Arcisate (concorso andato deserto) mette ancora una volto a nudo i meccanismi che reggono i rapporti tra la Svizzera e la vicina Penisola. L’Italia è inadempiente nei nostri confronti più o meno su tutto. Gli è che, all’attuale stato di cose, la Svizzera ha speso qualcosa come 200 milioni di Fr, di cui 100 di proprietà del Ticino, per un trenino che si ferma al confine. E dire che la Stabio-Arcisate sarebbe dovuta servire a dare un po’ di sollievo alla viabilità ticinese, collassata a causa dei 62’500 frontalieri e delle svariate migliaia di padroncini che entrano quotidianamente nel nostro Cantone uno per macchina.

La dichiarazione del direttore del Dipartimento del Territorio Claudio Zali, secondo cui bisognerebbe bloccare i ristorni ed utilizzarli per completare i lavori della nuova ferrovia anche su tratta italiana, ovviamente appaltando ad imprese svizzere, non è certo peregrina: in effetti i ristorni dovrebbero servire per eseguire opere infrastrutturali, senonché le cose vanno molto diversamente.

Triste realtà

Le concessioni a senso unico sono una triste realtà anche in molti altri settori. Mentre la Svizzera, grazie alla catastrofica ministra del 5%, ha svenduto la propria piazza finanziaria, le black list italiane illegali rimangono in vigore: perché i negoziatori svizzeri non sono nemmeno stati in grado di imporre come contropartita l’accesso al mercato italiano. Si negozia a compartimenti stagni ed il risultato è sempre lo stesso: gli svizzerotti rimangono con la Peppa Tencia in mano, nell’attesa che anche la controparte faccia i compiti. Campa cavallo.

Le conseguenze

Il nostro paese, nei rapporti con l’Italia, ma più in generale con l’UE, ha svenduto la privacy bancaria, ovvero una condizione quadro fondamentale. Le conseguenze non tarderanno. La volutary disclosure, concordata con l’Italia, non la fa nessuno. Comprensibilmente, i clienti italiani delle banche svizzere non si fidano delle autorità fiscali del proprio paese. Quindi semplicemente portano il gruzzolo altrove. L’equazione è di una semplicità disarmante: parte anche solo un terzo dei capitali in gestione, sparisce un terzo degli impieghi sulla piazza ticinese.

E i dati dei padroncini?

Sicché ci si prepara allo sciagurato scambio automatico di informazioni bancarie. Però la Svizzera, costretta a mandare al fisco italico ogni sorta di informazioni finanziarie, non può invece trasmettergli l’elenco dei padroncini e dei distaccati (che evadono le tasse) in funzione antidumping. Non solo: il potenziamento delle misure accompagnatorie alla devastante libera circolazione delle persone è stato congelato dal ministro PLR Schneider Ammann dietro pressioni lobbystiche. Proprio quando il franco forte peggiora l’invasione da oltreconfine. I nostri vicini a sud ridono a bocca larga: non solo ottengono dagli svizzerotti di tutto e di più, ma potranno continuare a fare concorrenza sleale alle aziende ticinesi rischiando ben poco.

Niente informazioni giudiziarie

La Svizzera trasmette informazioni bancarie a go-go, però non può chiedere sistematicamente l’estratto del casellario giudiziale ai cittadini UE – in particolare italiani – che postulano un permesso B o G. E’ semplicemente allucinante: questi permessi secondo Berna vanno rilasciati alla cieca anche a delinquenti, con buona pace della sicurezza interna. Grazie al Consiglio federale più debole della storia, svendiamo la piazza finanziaria ma non  possiamo impedire l’arrivo di delinquenti stranieri perché “bisogna” (?) rispettare pedissequamente la libera circolazione delle persone. Il Belpaese ottiene da noi tutte le informazioni che vuole. Noi non riceviamo nemmeno quelle più elementari.

Continuare a concedere per non ottenere nulla in cambio. Questa è la politica elvetica nei confronti dell’UE in generale e dell’Italia in particolare. Non è magari ora di cambiare registro?

Lorenzo Quadri

L’UE ci prende a pesci in faccia per un voto democratico. Ma noi continuano a pagare i contributi di coesione!

Ma che strano.  A parte Lega ed Udc, in Consiglio nazionale tutti sono d’accordo di continuare a versare i contributi di coesione agli eurofalliti. Loro ci trattano da Stato-Canaglia e noi continuiamo a pagare miliardi. Geniale, come tattica.

La mozione per il blocco del versamento dei contributi di coesione era stata  presentata da chi scrive nel marzo 2014 a seguito delle vergognose rappresaglie UE contro il voto del 9 febbraio.

A noi pare di un’evidenza solare: non si può accettare che dei funzionarietti europei non eletti da nessuno ricattino un paese sovrano, quale è la Svizzera, a seguito di un voto popolare.

Mozione superata?

Dopo oltre un anno, forse peccando di ottimismo, ci si sarebbe potuti attendere che la mozione per il blocco dei contributi fosse superata dagli eventi. Ovvero, ci si sarebbe anche potuti aspettare che in un simile lasso di tempo le punte di diamante (?) della diplomazia elvetica sarebbero riuscite ad inculcare nelle pur dure cervici europee che  non siamo una colonia di Bruxelles. Ma le cose sono andate diversamente. Prevedibile: quando a trattare  i contingenti per i frontalieri c’è  uno come l’Yves Rossier, autore del bon mot “immigrazione uguale ricchezza”, che non ha mancato, dopo il 9 febbraio, di denigrare i contingenti per i frontalieri che è strapagato per  portare a casa, dimostrando oltretutto “crassa ignoranza” della situazione ticinese, non bisogna nemmeno sorprendersi troppo se siamo ancora ai piedi della scala. A maggior ragione se il ministro degli Esteri è quel PLR che nella sua allocuzione di capodanno raccontava che “Dobbiamo aprirci all’UE”.

Ricadute… dove?

I contributi di coesione sono stati decisi nel 2007 e 2009 ed ammontano a 1.3 miliardi di Fr. Solo la Polonia si è portata a casa 500 milioni di franchetti degli svizzerotti: cifre del genere si sono finora visti solo nei risarcimenti di guerra.

Questi contributi sarebbero, secondo il Consiglio federale, nell’interesse della Svizzera (ma come suona politikamente korretto). Peccato che queste presunte ricadute positive rimangano nel campo delle pie illusioni. Sicuramente gli spropositati “pizzi” non sono serviti a contenere l’immigrazione dai paesi beneficiari, visto che il Consiglio federale ha dovuto introdurre la clausola di salvaguardia.

Linea dura

Per quanto vecchia di oltre un anno, la mozione per il blocco del versamento dei contributi di coesione è ancora attuale. Specie dopo che gli eurobalivi, e pure una delegazione del parlamento europeo, hanno adottato la cosiddetta linea dura nei confronti della Svizzera (che pagüüüüraaaa!) con il blocco delle trattative. A dire il vero con la linea dura ci avevano già provato dopo la votazione “contro l’immigrazione di massa”, con l’esclusione della Svizzera dagli inutili programmi Erasmus che – così strillavano i nemici del 9 febbraio – avrebbero svuotato le università ed i politecnici. Invece, è notizia degli scorsi giorni, il “maledetto voto” non ha avuto alcuna incidenza sull’affluenza di studenti negli atenei svizzeri. Ma guarda un po’!

Margine di manovra

E’ chiaro: tra il 2007 e oggi la maggioranza dei contributi è già stata versata.  Sussiste tuttavia un margine di manovra di qualche centinaio di milioni. E’ doveroso sfruttarlo. Replica del Consiglio federale: toccati dal blocco sarebbero i singoli stati membri e non l’Unione. O Burkhaltèèèr, ma ci sei o ci fai? Certo che sarebbero toccati i singoli stati membri, ma appunto: ci penserebbero poi loro a far ragionare i rispettivi rappresentanti a Bruxelles.

Per quale motivo, infatti, la ministra del 5% lo scorso anno si sarebbe scomodata per impedire il blocco dei ristorni dei frontalieri per – disse lei – non pregiudicare l’esito della trattative con la vicina ed ex amica Penisola? Anche lì i ristorni sarebbero mancati ai comuni italiani della fascia di confine, mica allo stato centrale…

Affidabili o fessi?

Da manuale, poi, l’argomento principe addotto dal PLR Burkhaltèèèr in aula a favore del versamento di contributi miliardari a chi ci ripaga con minacce, attacchi, pressioni e ritorsioni: bloccare i pagamenti “nuocerebbe alla Svizzera, poiché ne danneggerebbe la reputazione di affidabilità”. E’ il colmo! Peccato che pagarli accresca invece la reputazione di fessacchiotti da prendere allegramente a pesci in faccia: tanto non reagiscono. Adesso è certificato: gli eurofalliti possono continuare indisturbati con le loro angherie, grazie alla classe politica più debole della storia non devono temere nessuna misura di ritorsione. La Svizzera non ne adotta perché deve (?)  “dimostrarsi affidabile”. Un inno all’autolesionismo!

Il blocco dei contributi di coesione ci avrebbe resi uno Stato canaglia? Continuare a versarli ci rende uno Stato coniglio. Per la serie: chi s’accontenta, gode…

Lorenzo Quadri

In arrivo due votazioni federali per mungere il contribuente: Blocchiamo il partito del tassa e spendi!

Il prossimo 14 giugno i cittadini svizzeri decideranno se spianare ulteriormente la strada al partito delle tasse. Infatti all’ordine del giorno della votazione federale ci saranno due trappole fiscali, seppur di diversa portata. Ed entrambe sono illegali.

Imposta per la SSR

La trappola fiscale da spazzar via con un colpo di spugna è la modifica alla legge sulla radiotelevisione (LRTV) che prevede l’introduzione del canone obbligatorio per tutti: quindi un’imposta per foraggiare la SSR. La quale si lecca i baffi e si prepara, con la complicità del Consiglio federale, ad aumentarla. Altro che  “si pagherà meno” come raccontano i fautori della balorda proposta.

Aumenti senza controllo

Il “si pagherà meno” è uno specchietto per le allodole. L’ammontare della nuova imposta per foraggiare la radiotelevisione del P$ – che tutti saranno costretti a pagare, cittadini ed imprese, anche chi non ha un apparecchio di ricezione né lo vuole avere – la deciderà il Consiglio federale. Per creare una nuova imposta occorre una modifica costituzionale (votano i cittadini). L’ammontare dell’imposta va stabilita in una legge (vota il parlamento ed i cittadini in caso di referendum). Qui invece ci si inventa una nuova imposta tramite legge mentre l’ammontare sarebbe a discrezione del Consiglio federale. Il quale, a manina con la rossa SSR, sarebbe liberissimo di fissarlo come più gli aggrada, mettendo senza remore le mani in tasca alla gente. In pochi anni, se la modifica alla LRTV dovesse venire approvata dal popolo, il canone, con una scusa o con l’altra, verrà fatto schizzare a 1000 Fr. E nessuno potrà fare cip!

 

Tassa e tartassa

La seconda aberrazione fiscale, questa è un’iniziativa P$, è la tassa di successione federale con cui si vorrebbe tassare, con un’aliquota del 20% (quindi un’aliquota confiscatoria) le eredità. Tutte le eredità. Comprese quelle tra genitori e figli. In Ticino, grazie alla Lega, le imposte di successione tra genitori e figli non si pagano più da parecchi anni. Adesso i kompagni vorrebbero introdurle a livello federale.

Questa nuova imposta di successione federale sarebbe l’ennesima violazione dell’autonomia cantonale. Oggi infatti i Cantoni sono liberi di decidere se applicare imposte  di successione e se sì, con quali aliquote. Ma per i kompagni giacobini l’autonomia cantonale non dovrebbe nemmeno esistere: è uno degli ostacoli all’ambita eurocompatibilità; ambita da loro, ovviamente, che vogliono portarci in Europa. L’hanno inserito nel programma. Anche se i $ocialisti nostrani, dopo la trombatura rimediata il 19 aprile, vorrebbero farci credere di essere diventati euroscettici “dans l’espace d’un matin”.

 

Retroattività illegale

Inoltre l’imposta sarebbe anche retroattiva al 2017 e questo – lo dicono i massimi esperti di diritto – è illegale. Ma guarda un po’: i compagni che accusano gli odiati “populisti e razzisti” di presentare iniziative che violano il diritto superiore (che pagüüüüüraaaa) sono poi i primi a presentarne di illegali. Tutto, pur di mettere le mani nelle tasche della gente. Ed in particolare nelle tasche del ceto medio.

Chi compensa?

E’ poi evidente che un’imposta di successione di questo tipo metterebbe i ricchi – quelli che pagano tante tasse – in fuga dalla Svizzera. I grossi contribuenti stranieri scapperanno a gambe levate. E naturalmente non ne arriveranno di nuovi.  L’attrattività della piazza economica elvetica ne uscirebbe a pezzi. Ma si sa: la $inistra gli stranieri ricchi non li vuole; vuole solo quelli che delinquono o che si mettono a carico dello Stato sociale (e creano lavoro per il business dell’assistenzialismo ro$$o).

Chi compenserà l’ammanco fiscale provocato scacciando questi ricchi contribuenti? Forse i plurimilionari della gauche caviar? No, loro le tasse mica le pagano: vedi la consigliera nazionale P$ Kiener Nellen che ha un patrimonio di 12 milioni ma non paga un tubo perché “ottimizza”. Alla cassa verrà chiamato, come sempre, il ceto medio svizzero.

E come giustificano i kompagni l’ennesimo atto di guerra nei confronti di ha qualcosa? Naturalmente con l’argomento più populista che sono riusciti a trovare: il finanziamento dell’AVS. Peccato che la stessa ministra del 5% ha dichiarato che tassare le eredità non risolve i problemi dell’AVS. Visto che i socialisti sono giustamente preoccupati per il futuro dell’AVS – preoccupazione che condividiamo essendo il primo pilastro un’istituzione fondamentale – ecco la soluzione servita su un piatto d’argento: l’AVS la finanziamo tagliando sulla politica d’asilo.  Va bene così, kompagni?

Lorenzo Quadri

In Gran Bretagna vince Cameron e crescono gli euroscettici: Gli inglesi voteranno sull’UE

In Gran Bretagna ha vinto il premier uscente David Cameron, hanno trionfato i nazionalisti scozzesi e anche il partito anti immigrazione ed anti-UE UKIP di Nigel Farage ha aumentato nettamente i propri voti, pur conquistando un solo seggio a Westminster: situazione, questa, che è frutto di un’anomalia del sistema maggioritario britannico, particolarmente penalizzante per le formazioni minori.

Temi identitari

Il partito conservatore di Cameron sostiene le limitazioni alla devastante libera circolazione delle persone. Il premier ha promesso un referendum sulla permanenza inglese nell’UE entro il 2017. I cittadini, ha dichiarato, devono potersi esprimere su un tema di tale portata.

In generale, dunque, il fronte identitario ed euroscettico ha fatto balzi avanti anche in Gran Bretagna.

Conseguenze per la Svizzera?

Quali saranno le conseguenze per la Svizzera, e notoriamente per le relazioni con l’UE, del voto inglese è ovviamente presto per dirlo. Se nei paesi della disunione aumenta la consapevolezza che la libera circolazione delle persone senza limiti è un disastro, la stessa sensibilità dovrebbe farsi strada anche tra i loro rappresentanti a Bruxelles.

C’è anche chi sostiene la tesi inversa. Ossia che, davanti alle spinte centrifughe sempre più forti, gli eurofalliti adotteranno la linea dura. La adotteranno proprio a partire dalla Svizzera, per dare l’esempio.

Scelta rischiosa

Una scelta di questo tipo sarebbe decisamente rischiosa per Bruxelles. I funzionarietti non eletti da nessuno  che dirigono (?) l’immondo carrozzone sembrano non rendersi conto dell’esistenza dei diritti popolari. Quei diritti che i poteri forti cercano di smontare, vedi gli squallidi tentativi di “Avenir Suisse” di rendere ancora più difficile il lancio di iniziative popolari. Ma i cittadini “non sono mica scemi”.

Peggio ancora, gli eurobalivi, nella loro sconfinata arroganza – non essendo eletti da nessuno, credono di poter fare i propri comodi a piacimento – non si rendono conto che i loro ricatti e le loro prepotenze ottengono un unico risultato: quello di giustamente esasperare i cittadini. In Svizzera come altrove: vedi Gran Bretagna, vedi Francia, vedi Austria, vedi Grecia…

Rivotare? Pericoloso!

Alle nostre latitudini, anche i nemici del “maledetto voto” del 9 febbraio cominciano a rendersene conto. Il loro sogno proibito rimane quello di “rifare la votazione”.  Però qualcuno inizia a sospettare che il sogno di annullare il voto popolare per “farla vedere” a quei populisti e razzisti che osano mettersi per traverso alla politica delle frontiere spalancate potrebbe trasformarsi in un incubo. Lo ha detto anche la kompagna Simonetta Sommaruga dopo l’ultimo atto di arroganza UE: un nuovo voto è pericoloso.

Perché pericoloso? Perché rischia di far saltare tutti i bilaterali. Più l’UE ci minaccia e più ci difenderemo. A Bruxelles conviene quindi rispettare il voto dei cittadini svizzeri ed accettare le limitazioni – moderate e ragionevoli – alla libera circolazione delle persone votate il 9 febbraio. Perché se l’ostinazione degli eurobalivi fa saltare gli accordi bilaterali, all’interno dell’UE il rischio di effetto domino sarebbe altissimo. Soprattutto quando sarà confermato che si può benissimo stare anche senza questi accordi.

UE alla frutta

La prepotenza UE ne dimostra tutta la debolezza. Attenzione, perché sulla lista di partenza non ci sono solo la piccola Svizzera (che non è neppure Stato membro) e magari l’altrettanto piccola Austria. Se la Gran Bretagna, Paese fondatore, vota contro Bruxelles, l’Unione europea è finita. E’ quindi nell’interesse di tutti far prevalere la ragionevolezza ed applicare in fretta il voto del 9 febbraio.

Lorenzo Quadri

Da Bellinzona arrivano le cifre: 1358 invalidi (ex) frontalieri, che non sono tre gatti: Avanti con i controlli a tappeto!

In Ticino ci sono circa 12mila persone a beneficio dell’AI, e 1358 di questi sono frontalieri. Quindi più del 10% del totale, non una percentuale irrisoria. Lo dice il governo cantonale rispondendo ad un’interrogazione del deputato leghista Massimiliano Robbiani.

Senza voler generalizzare perché ogni storia è diversa dall’altra, tuttavia davanti a cifre di questa entità nascono alcuni giustificati quesiti supplementari.

Motivi psichici?

Ad esempio sull’ammontare della cifra che varca il confine tramite AI. Si tratta di parecchi milioni, ovviamente; ma non si dice quanti.

Il CdS informa che dei 1358 frontalieri in invalidità, 221 lo sono per motivi psichici. “Motivi psichici” e “mal di schiena” sono le cause di inabilità lavorativa più difficili da verificare. In alcuni casi sono indubbiamente vere; in altri molto meno. Sappiamo quanti frontalieri sono in AI per motivi psichici (221 appunto) ma non quanti lo sono per mal di schiena.

Chi ha redatto i certificati?

Altra informazione è quella relativa ai certificati medici di questi frontalieri invalidi. Chi li ha redatti? Forse un qualche medico italiano compiacente, magari dietro compenso? Sono stati opportunamente verificati?

 Visto che siamo notoriamente populisti e razzisti non ci facciamo problemi nel dire che sui certificati AI dei frontalieri i controlli devono essere strettissimi. Queste rendite vanno infatti a beneficio di persone che non vivono in Ticino. Quindi non pagano la cassa malati, non devono fronteggiare i costi della vita in Svizzera e, come se non bastasse, a seguito dell’abbandono del tasso minimo di cambio con l’euro si trovano con la rendita aumentata del 15%. Inoltre anche i contribuiti AVS da versare ammontano ad un forfait di 500 Fr annui.

Se la passano molto meglio

Chiaramente la rendita AI non viene spesa in Svizzera e nemmeno viene adattata al costo della vita in Italia. La stessa cosa accade ad esempio con gli assegni per i figli: quelli elvetici sono un multiplo di quelli italiani. Il che è un totale controsenso, visto che i figli dei frontalieri vivono in Italia (costi della vita italiani) e non in Svizzera.

Un invalido che vive in Ticino spesso tira la cinghia. Un (ex) frontaliere invalido se la passa molto meglio, grazie alla rendita pagata dagli svizzerotti.

A questo punto ci piacerebbe anche sapere che controlli vengono effettuati. Perché di storielle di ex frontalieri invalidi sedicenti “invalidi” e che poi in Italia lavorano tranquillamente in nero senza alcun controllo cumulando redditi, se ne sentono a sufficienza.

Presi per il “lato b”?

Nella situazione attuale i cittadini ticinesi hanno  fondati motivi per credere che tra i 1358 frontalieri invalidi ce ne siano di fasulli. Magari nemmeno pochi. Al proposito è opportuno ricordare che quando in Svizzera interna a qualcuno venne il ghiribizzo – chissà come mai c’è chi si fa venire queste strane idee? Tutti populisti e razzisti? – di ingaggiare una società privata per verificare cosa facevano i tanti cittadini balcanici beneficiari di una rendita AI e tornati al natìo paesello, la società in questione dovette rinunciare al mandato dopo poco dopo a causa delle minacce ricevute dai sedicenti “invalidi” balcanici. Ma guarda un po’. E’ dunque evidente che adesso pretendiamo controlli a tappeto sui 1358 invalidi frontalieri.

Il contribuente elvetico un qualche sospetto di venire preso per il “lato b” ce l’ha. A maggior ragione ce l’ha l’invalido vero che vive in Ticino e tira la cinghia. Nel frattempo un numero (quanto elevato?) di finti invalidi ex frontalieri residenti oltreconfine se la passano molto meglio di lui! Cippelimerli, svizzerotti!

Lorenzo Quadri

Avanti con l’ecotassa per frontalieri e con i pedaggi per stranieri

La Germania fa pagare le autostrade solo  agli stranieri: ma allora “sa pò”!

Ma guarda un po’: come se “niente fudesse” la Germania, stato membro e locomotiva UE, ha varato definitivamente la legge che introduce sulle autostrade il pedaggio pagato solo dagli stranieri.  Anche il Senato federale ha approvato la misura, già approvata dal Bundestag.

Per essere più precisi, il pedaggio in effetti lo pagheranno tutti. Per i cittadini germanici, però, il costo del nuovo balzello stradale sarà neutralizzato da un taglio equivalente sull’imposta di circolazione. Quindi per loro il conto non aumenterà. Hai capito i vicini teutonici?

Germania populista e razzista?

Adesso aspettiamo di sentire i funzionarietti di Bruxelles, non eletti da nessuno, che fanno la voce grossa con la Germania. Aspettiamo anche che su Berlino arrivi la consueta pioggia di accuse di razzismo e populismo che gli svizzerotti si devono sorbire per ogni cip.

Ah già: i nostri rappresentanti bernesi, con la politica delle braghe abbassate ad altezza caviglia, hanno fatto sì che tutti si sentissero nella posizione di rampognare gli svizzerotti (che tanto sono fessi e non reagiscono).

Quando in Ticino è stato giustamente lanciato il logo di Claro per promuovere le ditte che assumono residenti invece di frontalieri, sulla RAI il pennivendolo napoletano di turno si lanciava in farneticanti parallelismi con le leggi razziali (introdotte dall’Italia, mica dalla Svizzera). Vediamo se per il pedaggio solo per stranieri qualcuno oserà tirar fuori simili fregnacce all’indirizzo della Germania.

Ma la Doris…

Finanziare le strade con un pedaggio fatto pagare solo agli automobilisti stranieri  non è di per sé la scoperta dell’acqua calda. Come ci sono arrivati i tedeschi, ci erano arrivati anche altri. In particolare in relazione al famoso tunnel di risanamento del San Gottardo. La proposta di finanziare l’opera tramite un pedaggio prelevato solo ai veicoli stranieri è uscita nel dibattito commissionale. Ma naturalmente la ministra dei trasporti, la PPDog Doris Leuthard, ha ribattuto che “sa pò mia”: sarebbe discriminazione nei confronti dei cittadini UE contraria ai fallimentari accordi bilaterali eccetera eccetera. Adesso invece, ma tu guarda i casi della vita, si scopre che “sa pò”, visto che la Germania l’ha fatto.

Logiche conseguenze

L’accaduto dimostra una volta di più la deleteria sudditanza della Svizzera che continua a farsi male da sola – permettendo la devastazione del proprio mercato del lavoro, della propria sicurezza e del proprio benessere – per rispettare in modo pedissequo e masochista un principio di non discriminazione di cui, nella stessa UE, ci si fa beffe. Possibili che gli svizzerotti fessi non imparino mai la lezione?

Nel caso concreto, la lezione da trarre è a due livelli, federale e cantonale.

A livello federale, introduciamo anche noi un pedaggio solo per stranieri per finanziare la nostra rete autostradale, compreso il traforo di risanamento del San Gottardo. Se la Germania può, possiamo anche noi.

A livello cantonale, introduciamo l’ecotassa per i frontalieri, come da iniziativa leghista. O meglio: l’ecotassa la facciamo pagare a tutti, ma ai residenti verrà rimborsata tagliando sull’imposta di circolazione. Proprio come il pedaggio autostradale tedesco. Berlino insegna. Impariamo! 

Lorenzo Quadri

Ente autonomo per gli istituti sociali comunali di Lugano. Nell’interesse di tutti

Il giornale sindacale già monta la panna, con la consueta faziosità

Il periodico sindacale Area è venuto a conoscenza del progetto del municipio di Lugano di trasformare gli Istituti sociali comunali (ISC) in Ente autonomo comunale (mica in una SA) e quindi nell’ultimo numero non perde occasione di ricamarci sopra con un’interminabile articolessa, probabilmente ci si ispira ai discorsi di Fidel Castro.

Con tanto di titolo “Lugano Shock”, che ben prelude alla scontata  faziosità del testa.

In realtà, contrariamente a quel che vogliono far credere i kompagni di Area, non si pensa a smantellare proprio nulla.

I “compiti” al nuovo ente li darà il Municipio tramite mandato di prestazione; il presidente del CdA  sarà il municipale titolare della socialità (una parte rimarrà comunque di competenza comunale); per i dipendenti continuerà a valere il ROD comunale; i contratti di prestazione con il Cantone e la Confederazione rimarranno ovviamente in essere. Come noto, il settore sociale è massicciamente regolato da leggi cantonali e federali: l’autonomia comunale è in ogni caso ridotta.

La creazione dell’Ente autonomo di diritto comunale non prelude né tagli alle prestazioni né tagli al personale. I risparmi che permette di conseguire sono quelli che ci si può attendere da una riforma amministrativa. Riforma che si ripromette di migliorare l’efficienza del futuro ente, ma anche di alleggerire l’amministrazione comunale. Il tema dell’ente autonomo era nell’aria da anni. Non è legato alle note contingenze finanziarie della città (tanto di più che di per sé le case anziani fanno utili). Adesso assume concretezza. Va pure detto che in nessuna città di dimensioni paragonabili a Lugano i dipendenti delle case anziani sono dipendenti comunali.

Da notare infine che il progetto non viene condotto in segreto dal capodicastero “populista, razzista e fascista” (per usare le calzanti definizioni dei kompagni) e dal “barone” della socialità luganese, con il beneplacito unanime di un municipio di delinquenti, ma è seguito, approvato ed incoraggiato anche dal DSS, notoriamente un covo di reazionari e biechi capitalisti antisociali.

Comunque, nel giro di qualche settimana il messaggio municipale verrà consegnato al consiglio comunale, che potrà fare tutte le discussioni e considerazioni del caso.

Lorenzo Quadri

Capodicastero ISC

Scongelare subito quel pacchetto!

Potenziamento delle misure accompagnatorie alla libera circolazione delle persone

Lo scorso primo aprile, Berna ha fatto un “bel” regalo al Ticino, ma non si tratta di un pesce (anche se lo si sarebbe potuto sperare…). Il Consiglio federale, ed in particolare il ministro PLR dell’Economia Johann Schneider Ammann, ha congelato il pacchetto di potenziamento delle misure accompagnatorie alla devastante libera circolazione delle persone.  Un pacchetto alla cui composizione aveva partecipato anche il Ticino, come unico cantone coinvolto.

Esplode l’assistenza

Nel frattempo, per la serie “ma tu guarda i casi della vita”, in Ticino si è appresa la notizia dell’esplosione dei casi d’assistenza, con tanto di invito ad emigrare da parte del ministro della socialità Beltraminelli (emigrare per fare spazio a frontalieri e padroncini? Mica male come programma). E’ evidente che l’esplosione dei casi d’assistenza è la spia di un mercato del lavoro mandato a ramengo dalla libera circolazione delle persone. Perché non ci possono essere 62’500 frontalieri e decine di migliaia di padroncini e oltre 8000 casi d’assistenza tra i residenti. Chiara testimonianza, se mai ce ne fosse bisogno, che dei correttivi urgono.

Dumping? Connais pas!

In tempi ancora più recenti, il Consiglio federale, malgrado la richiesta della Commissione della gestione del Consiglio nazionale, ha rifiutato di migliorare la raccolta di dati sul dumping salariale e sociale. Come dire: combattere il dumping costa, ed i ticinesi non valgono né la spesa né lo sforzo. Ma, e l’hanno capito tutti, c’è anche un altro retropensiero (per la serie: a pensar male si commette peccato ma ci si azzecca quasi sempre). Se infatti il Consiglio federale, ed in particolare il PLR Schneider Ammann (che non ha freddo ai piedi) dovesse disporre di dati veri sul dumping, poi non potrebbe più venire a raccontare che il fenomeno non esiste perché dalle cifre taroccate della SECO non risulta che… Evidentemente chi, come il Consiglio federale, vuole rifare il “maledetto voto” del 9 febbraio, non ha alcun interesse a rendere pubblici quei dati ed argomenti che gli giocherebbero contro nell’eventuale nuova votazione.

“Triplete” di njet

Ciliegina sulla torta, più o meno in contemporanea al rifiuto del Consiglio federale di occuparsi del dumping – perché costa (?) e soprattutto perché è più conveniente non sapere – dalla Commissione della gestione del Consiglio nazionale è arrivato il “triplete” di njet a tre iniziative cantonali ticinesi. Iniziative che non vertevano esattamente sul sesso degli angeli, bensì su temi quale il Ticino zona franca, la facoltà dei Cantoni di stabilire i contingenti dei frontalieri, ed i ristorni dei medesimi. Che delle iniziative cantonali vengano respinte a Berna non è di per sé niente di straordinario. Ma che sia arrivato il triplete di njet, e per di più all’unanimità, una qualche domandina la fa nascere.

Quindi: da un lato grandi dichiarazioni di attenzione per la situazione ticinese (per la serie: una buona parola non costa niente) poi, all’atto pratico, arrivano le decisioni in senso contrario.

Come prima

Il congelamento del potenziamento delle misure fiancheggiatrici è il caso più plateale, ma non è certo l’unico. Anche  il navigato sindacalista Renzo Ambrosetti si è accorto, meglio tardi che mai, che i consiglieri federali si dimenticano delle promesse fatte al Ticino non appena tornati al di là del Gottardo.

E’ inaccettabile e scandaloso che il potenziamento delle misure accompagnatorie – che non è la panacea, ma sempre meglio di un calcio nelle gengive – venga “congelato” (che in politichese significa “affossato”) dal Consiglio federale, in prima linea dal PLR Schneider Ammann, dietro pressioni lobbystiche, e con giustificazioni che fanno ridere i polli. L’abbandono del tasso di cambio minimo con l’euro è semmai un argomento a favore di misure fiancheggiatrici potenziate, non certo contro, visto che ha fatto aumentare il dumping. Quanto alle trattative in corso sul 9 febbraio: tanto per cominciare siamo ai piedi della scala. Ed inoltre, al momento la devastante libera circolazione delle persone è in vigore esattamente come prima del voto sull’iniziativa “contro l’immigrazione di massa”: ossia senza limiti. Sicché il pacchetto di potenziamento delle misure accompagnatorie, come chiesto dalla mozione al Consiglio federale depositata da chi scrive nei giorni scorsi, va subito riattivato!

Lorenzo Quadri

Ma cosa va a raccontare al parlamento europeo l’ambasciatore Balzaretti? Il nostro futuro non lo decidono giudici stranieri!

La Svizzera, sul futuro dei bilaterali, sarebbe disposta ad accettare la competenza della Corte di giustizia europea, cosa che nessun paese terzo farebbe? E chi l’ha deciso? Balzaretti? Rossier? Burkhaltèèèr? Noi non ci stiamo!

Ma guarda un po’,  dopo le brillanti sortite dei funzionarietti dell’Unione europea sulla “linea dura” nei confronti della Svizzera,  anche una Commissione del parlamento europeo si era unita alle posizioni antisvizzere. Evidentemente questi signori, che guadagnano oltre 20mila euro al mese con benefits da mille e una notte mentre i rispettivi paesi sono in miseria, pensano di potersi mettere a sindacare sulle votazioni elvetiche.

Peppa Tencia?

A questo proposito nei giorni scorsi l’ambasciatore Roberto Balzaretti è stato sentito dai parlamentari UE dove ha dichiarato che “una votazione non è mai un problema” e che la libera circolazione delle persone è solo una parte dei vari accordi in essere tra Svizzera ed UE.

Eh già: mentre gli svizzerotti si fanno infinocchiare di continuo con la scusa che le loro richieste verranno esaminate in altra sede (ad esempio: i ristorni dei frontalieri non c’entrano con le black list, l’accesso ai mercati non c’entra con lo scambio di informazioni bancarie, eccetera), col risultato che la controparte porta sempre a casa quello che vuole, mentre gli svizzerotti rimangono con la Peppa Tencia, adesso gli eurofalliti pretendono di cambiare tattica: tutto, anche quel che non c’entra un tubo, dipende dalla devastante libera circolazione delle persone!

E no, non ci siamo e non ci facciamo prendere per i fondelli!

Linea ferma?

Non è certo un mistero che i rappresentanti elvetici a Bruxelles siano filoeuropeisti. Il ministro degli Esteri è il PLR Didier Burkhaltèèèr, quello del “dobbiamo aprirci all’UE” e del “continuiamo a versare i contributi di coesione anche se veniamo presi a pesci in faccia”.

Il segretario di Stato è  quell’Yves Rossier dell’”immigrazione uguale ricchezza” e che, all’indomani della votazione del 9 febbraio 2014 andava in giro a pontificare contro i contingenti per i frontalieri. Ora, almeno a leggere le cronache sui giornali, sembra che improvvisamente Balzaretti abbia adottato una linea più ferma nei confronti degli eurobalivi. Ohibò, conversione sulla via di Damasco?

Noi ai giudici stranieri!

Tuttavia dal servizio del Telegiornale delle 20 di giovedì emerge un quadro leggermente diverso da quello dipinto sui media cartacei. Infatti il buon Balzaretti davanti al parlamento europeo ha dichiarato che la Svizzera, nella vertenza con l’UE, sarebbe pronta ad accettare che sarà la Corte europea di giustizia a decidere quale diritto si applicherà nei futuri bilaterali. Aggiungendo: “non credo che molti altri paesi terzi accetterebbero la competenza della corte europea”.

Traduzione: “solo gli svizzerotti sono fessi al punto da accettare che siano dei giudici stranieri a decidere del loro futuro”!

I conti non tornano

Frena Ugo! Qui i conti proprio non tornano. Chi l’ha detto che la Svizzera è pronta ad accettare la competenza della Corte di giustizia europea? Chi? Roberto Balzaretti, Yves “immigrazione uguale ricchezza” Rossier, il PLR Didier “dobbiamo aprirci all’UE” Burkhaltèèèèr, la kompagna Simonetta “dobbiamo aiutare l’Italia” Sommaruga? Di sicuro non l’ha detto il popolo nella votazione del 9 febbraio e non l’ha detto nemmeno il parlamento! Quindi non l’ha detto nessun rappresentante del popolo!

Qui qualcuno non ha capito da che parte il sole! Altro che “fermezza con Bruxelles”:  si sta svendendo la Svizzera ai giudici UE!

Visto che, contrariamente a quel che pare si creda a Berna, non abbiamo alcuna intenzione di continuare a fare sempre i più fessi di tutti, noi NON accettiamo affatto la competenza della Corte di giustizia europea!

Lorenzo Quadri

Immigrazione clandestina: come evitare le morti in mare? Far rispettare la legge!

Lo scopo dell’asilo è la protezione, non la migrazione

In Italia sbarcano quotidianamente migliaia di sedicenti rifugiati. Sedicenti, appunto. La stragrande maggioranza delle persone che si vedono sui barconi non sono affatto perseguitati che scappano da territori in guerra. Sono giovani uomini di colore: migranti economici.

L’Italia, con le sue fallimentari operazioni militari-umanitarie, è diventata il “ventre molle dell’immigrazione in Europa” (lo ha scritto il Washington Post). La quale Europa se ne impipa ampiamente della tutela delle frontiere esterne. La Svizzera, con il Consiglio federale a maggioranza di centro $inistra e la ministra di giustizia targata P$, non fa certo eccezione. Qual è infatti la ricetta della Simonetta Sommaruga? “Dobbiamo aiutare l’Italia”. Ovvero, accogliere rifugiati economici che non siamo affatto tenuti ad accogliere. E, va da sé, mantenerli.

Domanda e offerta

I fenomeni di “immigrazione di massa” verso l’Europa in corso da tempo hanno assai poco a che vedere con l’asilo. Ne sono anzi, come figura in un recente, magistrale articolo pubblicato sulla Weltwoche, la negazione. Lo scopo del diritto d’asilo è protezione, non migrazione. Men che meno migrazione economica.

Di conseguenza la kompagna Simonetta e soci, con il ritornello buonista-coglionista del “dobbiamo aiutare l’Italia” fomentano l’immigrazione illegale. O Simonetta, mai sentito parlare della legge della domanda e dell’offerta? Con le tue sparate $inistrorse aumenti l’offerta. Scontata conseguenza: aumenta anche la domanda.

Due pesi e due misure

Da sottolineare che non stiamo parlando di perseguitati ma di immigrazione economica illegale. Vedi le frotte di eritrei, vedi quelle di kosovari che arrivano in Svizzera spacciandosi per rifugiati. Ma i loro paesi non sono affatto in guerra. Sicché, invece di far rispettare la legge, la ministra di Giustizia incoraggia l’illegalità. Ohibò: gli automobilisti vengono criminalizzati per ogni piccola mancanza. Chi ha soldi non dichiarati è un ladro (P$ dixit in materia di amnistia fiscale). Però in campo d’immigrazione violare la legge è una virtù che viene premiata. Ennesimo esempio della deleteria morale a senso unico con cui si sta (s)governando questo – e non solo questo – paese. Col risultato di farlo colare a picco.

Migranti economici

La Svizzera spende miliardi all’anno per l’asilo. La situazione, invece di migliorare, peggiora. Più si spende, più peggiore. La soluzione è una sola. Far sì che l’asilo torni ad essere quello che è. Quello che è secondo la legge. Mica la Lega populista e razzista. Quindi far rispettare la legge. Il che significa chiudere (metaforicamente) il braccio di mare che separa l’Italia dall’Africa. Il messaggio da far passare non è certo quello che si invia tramite la creazione di nuovi centri asilanti – magari acquistando a questo scopo ville con piscina,  come accaduto nel Canton Soletta. Il messaggio da far passare è: non venite qui. Rischiate la vita per niente. L’Eldorado che vi descrivono i traghettatori non esiste. Non c’è lavoro, non c’è posto, non c’è futuro. E soprattutto: vi rimandiamo indietro. Il piccolo spot appena pubblicato sarà un passetto nella direzione giusta, ma non basta. Le autorità australiane, ad esempio, hanno prodotto anche loro un video per scoraggiare l’immigrazione clandestina. Ma di ben altro “polso” e consistenza.

E perché, poi, l’Europa allo stremo dovrebbe risolvere tutti i problemi di povertà del mondo quando i ricchissimi paesi arabi islamici non fanno assolutamente nulla per aiutare i loro correligionari africani?

I morti sulla coscienza

Chi incoraggia l’immigrazione economica illegale verso l’Europa non solo impoverisce l’Africa ma è direttamente responsabile delle tragedie in mare. Non serve lanciare le solite, trite e scontate, accuse di populismo e razzismo all’indirizzo di chi è stufo di subire in nome dell’imbecille proclama del “dobbiamo aprirci”.

Sono proprio loro, i signori e signore del “venite in Svizzera che tanto c’è posto e vi manteniamo” ad avere sulla coscienza le morti in mare.

Lorenzo Quadri

L’Austria uscirà dalla Disunione europea?

Mentre i funzionarietti di Bruxelles tentano di fare la voce grossa con gli svizzerotti

In Austria comincia la mobilitazione per uscire dalla Disunione europea.  E ci potrebbe essere una votazione popolare.

L’Austria non è l’unico paese in cui soffiano, giustamente, venti di indipendenza: al proposito è ben nota la posizione della Gran Bretagna.

Come direbbe la canzoncina, l’ “austriaco sulla cima dei monti” non è “felice” di stare nell’UE. Lo crediamo bene. In due decenni alla mercé degli eurobalivi, i nostri vicini si sono accorti di averci solo perso. In sicurezza, in benessere, in occupazione. A noi è successa la stessa cosa con la devastante libera circolazione delle persone, ma guarda un po’…

Adesso, poi, sui membri UE grava anche la minaccia di dover pagare il debito della Grecia.

Raccolte le firme

Sicché in Austria sono state raccolte 20mila firme per l’uscita dalla Disunione europea, ciò che permetterà di dare il via al processo democratico che sfocerà nella votazione popolare.

Da notare che, stranamente, in Austria nessuno strilla al cataclisma economico in caso di abbandono del club degli eurofalliti. Al contrario: ritrovando la propria moneta, gli austriaci si aspettano di poter mettere in atto quelle politiche economiche necessarie al benessere della popolazione.  E nessuno strilla al populismo e al razzismo. Solo a noi svizzerotti, che abbiamo spalancato tutto lo spalancabile, i consiglieri federali PLR e P$ vengono a raccontare la fregnaccia del “dobbiamo aprirci”.

Ripagare con la stessa moneta

La situazione austriaca lo rende ancora più evidente: il lavaggio del cervello che i fautori dell’adesione al’UE, a partire da 6 consiglieri federali su 7, tentano di farci sulle conseguenze apocalittiche che comporterebbe la fine degli accordi bilaterali è, semplicemente, un concentrato di fregnacce. Propaganda politica di basso profilo. Che, oltretutto, non fa che accrescere la sacrosanta insofferenza dei cittadini svizzeri nei confronti di un’UE fallita e arrogante che crede di poterci trattare come un baliaggio.

Abituati ad avere a che fare con svizzerotti che calano le braghe non appena si fa la voce un po’ grossa, i burocrati della commissione UE, vale a dire un pugno di funzionarietti non eletti da nessuno e quindi privi di qualsiasi legittimazione democratica, hanno bloccato le trattative con la Svizzera in attesa che si regoli la questione delle limitazioni alla devastante libera circolazione delle persone. Si tratta, è evidente, di un atto ostile che come tale va considerato. E ripagato con la stessa moneta. Una commissione del parlamento europeo (composto da gente che guadagna 20mila euro al mese più un numero sterminato di benefits da mille e una notte mentre i relativi paesi sono in miseria) ha convocato (che pagüüüraaaa!) l’ambasciatore elvetico Balzaretti. Il quale farà bene a ricordarsi che il suo compito è quello di difendere, senza alcun compresso, il voto del 9 febbraio ed il contingentamento dei frontalieri. E’ chiaro il messaggio?

Lorenzo Quadri

Quando gli spalancatori di frontiere si fingono euroscettici. Primo maggio bagnato ed annacquato

Primo maggio bagnato (dalla meteo) ed annacquato nei contenuti quello ticinese. Che, ma non è certo una novità, si è trasformato nella consueta vetrina dei sindacati di sinistra e di conseguenza del partito socialista (sono la stessa cosa).

In Ticino il problema numero uno è il lavoro. Il lavoro per i residenti, non in generale. Se ogni giorno entrano in questo Cantone (ovviamente uno per macchina) 62’500 frontalieri e svariate migliaia di padroncini – a cui bisogna aggiungere il “nero” – vuol dire che da qualche parte il lavoro c’è. Ma per le persone “sbagliate”. Lo stesso Corriere di Como ha scritto più di una volta in prima pagina che la Svizzera è la “valvola di sfogo” della crisi del mercato lombardo.

E’ evidente che la devastante libera circolazione delle persone senza limiti sta affossando il mercato del lavoro ticinese. I casi d’assistenza esplodono. Se ne è accorto, dopo la decima fetta, anche il ministro della socialità Beltraminelli, che invita i ticinesi ad emigrare. Emigrare per far spazio a frontalieri e padroncini? Poi ci si chiede come mai il PPD fa flop alle elezioni…

Chi ha voluto cosa

La politica delle frontiere spalancate ha dei fautori e degli oppositori. La $inistra sindacale in piazza venerdì è stata ed è – a manina con gli odiati “padroni” – tra i supporters più accaniti.

Questi kompagni hanno sostenuto la libera circolazione delle persone, ed i contrari erano populisti e fascisti. Hanno sostenuto l’allargamento ad est dei bilaterali, ed i contrari erano populisti e fascisti.

Hanno combattuto – spendendo un pacco di soldi dei lavoratori – l’iniziativa “contro l’immigrazione di massa”, ed i favorevoli erano populisti e fascisti. Hanno detto che bisogna rifare il voto “populista e fascista” del 9 febbraio (mica solo Bertoli: è la posizione di tutta la $inistra). Gongolano ad ogni schiaffo che questo voto – e quindi i cittadini “populisti e fascisti” che l’hanno espresso – riceve dai balivi UE. E, non dimentichiamolo, vogliono l’adesione all’UE. Nel PSS comanda UNIA.

Contrordine?

Adesso, dopo la batosta elettorale del 19 aprile, i ro$$i vorrebbero far credere di aver fatto il salto della quaglia e di essere diventati euroscettici. Così, dalla sera alla mattina. Evidentemente pensano che i ticinesi, oltre che “populisti e fascisti”, siano anche scemi.

Che a giocare ai paladini dei lavoratori siano gli stessi che hanno provocato la guerra tra poveri spalancando le frontiere (perché “bisogna aprirsi”, “vogliamo una Svizzera aperta”, “no all’isolazionismo xenofobo”) evidentemente non suscita più alcuna sorpresa: ci siamo abituati. Ma quella sensazione di nausea e leggero schifo rimane.  Facile fingersi euroscettici nell’illusione di recuperare qualche consenso quando poi, nella pratica, non si perde né il pelo né il vizio. Dov’è l’abiura dell’obiettivo adesione all’UE? Dov’è l’appoggio al contingentamento dei frontalieri? E quello alla priorità dei residenti? Non ci sono. Il motivo è sempre lo stesso: i frontalieri per l’industria sindacale sono un ottimo affare economico. E mica si taglia il ramo su cui si è seduti, nemmeno a $inistra. Altro che spalancare le frontiere e poi manifestare contro il dumping!

Sindacati per ticinesi

Quando ci saranno dei sindacati con affiliati solo ticinesi, che difenderanno gli interessi dei ticinesi, magari questi ultimi potranno credibilmente guidare i cortei del primo maggio. Nella situazione attuale, meglio starsene con i pochi fedeli rimasti. Come gli intellettualini rossi da tre e una cicca (quelli che disprezzano il Ticino chiuso e retrogrado ma poi attingono a piene mani ai sussidi pubblici), i BrutTicino, il prete di partito Don Feliciani, il Caffè della Peppina domenicale dove i redattori “non patrizi” ancora inneggiano alle “aperture”, eccetera.

Ed intanto anche il primo maggio i padroncini entravano allegramente in Ticino a fare concorrenza sleale ad artigiani ed imprese ticinesi, grazie alla libera circolazione delle persone sostenuta da quelli che venerdì  predicavano al microfono.

Lorenzo Quadri

Negoziati in stallo con l’UE? Misure di ritorsione

Quando mai si sono ottenuti dei risultati continuando a cedere? Quanto accaduto con il segreto bancario è sotto gli occhi di tutti. Il Consiglio federale è complice nel sabotaggio del “maledetto voto” del 9 febbraio e non riesce più a nasconderlo

Ma guarda un po’, l’UE starebbe nuovamente facendo pressioni indebite nei confronti della Svizzera, bloccando tutti i negoziati in attesa di definire la questione istituzionale ossia le limitazioni della libera circolazione delle persone votate il 9 febbraio. Un inutile comitato del parlamento UE avrebbe pronta una mozione con il medesimo contenuto.

Lo ha annunciato, sicuramente gongolando, il Segretario di Stato Yves Rossier.

Gongolando perché il buon Rossier è l’inventore della frase “immigrazione uguale ricchezza” si può quindi immaginare con quale zelo e soprattutto convinzione sta trattando con gli eurofalliti per limitare quella che lui definisce “ricchezza”.

Incoraggia la chiusura

Ecco dunque un’altra conferma, nel caso ce ne fosse stato bisogno, che si sta facendo melina. Berna dunque non sta trattando. Sta semmai incoraggiando la posizione di chiusura di Bruxelles. L’obiettivo è sempre lo stesso: cancellare il “maledetto voto” del 9 febbraio con una nuova votazione. E per questa votazione il terreno va preparato in modo accurato. Occorre dunque fare terrorismo di Stato affinché gli svizzerotti tornino sui propri passi con la coda fra le gambe e approvino la libera circolazione senza limiti. Bisogna martellarli a tal punto da essere certi che non osino un’altra volta mettersi di traverso ai disegni degli spalancatori di frontiere e dei poteri forti.

Tradimenti della volontà popolare

Che l’unione europea abbia un problema perché ci sono degli Stati membri che vorrebbero anche loro limitare la libera circolazione delle persone, essendosi accorti che porta solo povertà ed insicurezza, ormai è stato detto in tutte le salse. Ma forse sarebbe anche ora di cambiare ritornello. La situazione di partenza è diversa. Noi non siamo nell’UE. Il Consiglio federale ha permesso per anni che i burocrati di Bruxelles assumessero un atteggiamento colonialista nei confronti della Svizzera. Fossero stati fedeli al proprio mandato, i sette scienziati dal 9 febbraio ad oggi avrebbero dovuto almeno far capire all’interlocutore che adesso si cambia registro. Questo non è stato fatto. Al contrario. La ministra del 5% Widmer Puffo, una vera sciagura per la nazione, ha detto che bisogna rifare la votazione. Idem altri esponenti politici e governativi. Si fondano comitati anti-9 febbraio. Queste iniziative sono altrettanti tradimenti della volontà popolare. Trasmettono agli eurocrati sempre il solito messaggio: fate un po’ la voce grossa e vedrete che gli svizzerotti molleranno le braghe, il fronte si sta già sfaldando.

Strappo necessario

Il blocco dei ristorni dei frontalieri lo ha dimostrato: come si porta al tavolo delle trattative un partner renitente? Facendo uno strappo. Ma è evidente che a Berna non vogliono fare passi avanti sul 9 febbraio. Vogliono sentirsi dire che “sa po’ mia” per poi ripeterlo ai cittadini: applicare quello che avete votato “sa po’ mia”. Allora rassegnatevi.

Rassegnarsi, è chiaro, non è un’opzione. Se l’iniziativa “contro l’immigrazione di massa” viene  buggerata, se la via bilaterale viene confermata senza limitazioni, noi ci troviamo nell’UE il giorno dopo.

Ripagare con la stessa moneta

Allarmante è, ancora una volta, l’atteggiamento della kompagna Simonetta “dobbiamo aiutare l’Italia” Sommaruga. La quale, invece di reagire al mobbing UE,  voleva rilanciare l’estensione della libera circolazione delle persone alla Croazia. Quindi estendere la libera circolazione senza limiti ad un nuovo Stato membro UE. Invece di limitarla.  L’esatto contrario della volontà popolare.

Ma quando mai si è portato a casa continuando a cedere unilateralmente? Lo sfascio della piazza finanziaria – ceduta senza contropartita – non ha insegnato niente?

Si cominci ad applicare all’UE qualche misura di ritorsione. Si dimostri finalmente che la Svizzera ha delle carte da giocare, e le ha, invece di presentarsi sempre in ginocchio. Si ripaghino gli eurofalliti con la loro stessa moneta.

Del resto stare senza Bilaterali si può. E l’Austria vuole uscire dall’UE perché si è accorta che in due decenni di permanenza all’interno del club eurofallito ci ha solo perso.

O forse qualcuno crede che dire verso l’interno che “la Svizzera ha carte da giocare” ma poi non giocarle convinca i cittadini che il Consiglio federale sta facendo di tutto per applicare la volontà popolare ma si scontra con ostacoli insormontabili, quando invece la volontà popolare il CF la sta scientemente sabotando? “Non siamo mica scemi”!

Lorenzo Quadri

Canone radioTV: altro che farlo pagare a tutti! No alla trappola fiscale. Ridateci i soldi dell’IVA!

A dimostrazione che il canone Billag è una monumentale presa per il lato B, arriva la sentenza del tribunale federale. Su ricorso di un privato cittadino, l’alta corte ha stabilito che sul canone non si paga l’IVA. Peccato che però agli utenti detta imposta venga prelevata eccome. E ora deve venire restituita. Il tasso IVA applicato illecitamente è del 2.5  %, sicché il risarcimento ammonta a 11.30 Fr per l’anno 2015. Una cifra che non cambierà la vita a nessuno. Ma non c’è ragione di regalarla.

Non dimentichiamo poi che l’IVA è stata indebitamente riscossa per anni. Non è chiaro quindi cosa accadrà con gli arretrati, o meglio: è chiaro che vanno restituiti fino all’ultimo centesimo.

Pillola meno salata?

La vicenda capita a fagiolo, nell’imminenza della votazione sulla modifica della Legge sulla radiotelevisione che vorrebbe rendere obbligatorio per tutti il pagamento del canone. Per meglio turlupinare i cittadini, si fa balenare l’ipotesi di una pillola meno salata. Si tratta però di uno specchietto delle allodole.

Non c’è trasparenza

Quanto accaduto con l’IVA dimostra che non c’è trasparenza nella formazione nel canone e che i beneficiari ci tettano dentro. Tanto paga pantalone. Non bisogna quindi credere alle promesse di un canone meno salato nel caso in cui esso venisse reso obbligatorio per tutti, il che significa trasformarlo in una nuova imposta per foraggiare la SSR (radiotelevisione del partito $ocialista).

Infatti, se la modifica della LRTV su cui saremo chiamati a votare passasse, a stabilire l’ammontare della nuova imposta radiotelevisiva sarebbe il Consiglio federale a manina con l’azienda. Nessuno avrebbe facoltà d’intervento. Quindi, magari per un paio d’anni il canone scenderebbe. Ma poi schizzerebbe verso l’alto, senza che noi si possa fare un cip.
L’esperienza insegna che col passare del tempo il canone non diminuisce affatto, ma cresce. Basti pensare che in un quarto di secolo è aumentato del 65%, e scusate se è poco. Ed oltretutto in futuro si pagherà anche l’IVA perché sta scritto nella legge.

Alzare a piacimento

Certo che sarebbe proprio il colmo. Billag ed Ufcom ci devono indietro dei soldi che ci hanno prelevato indebitamente e noi, invece di bacchettarli e chiamarli alla cassa, li premiamo rendendoli beneficiari di una nuova imposta che possono alzare a piacimento; e questo a differenza di quanto accade con tutte le altre imposte, il cui ammontare è iscritto in una legge e quindi per accrescerlo occorre passare dal parlamento (ed eventualmente in caso di referendum dal voto popolare).

Trappola fiscale

Il canone obbligatorio per tutti è, dunque, una trappola fiscale. Ed è anche iniqua. Infatti impone di pagare il canone anche chi non vuole o non può  (per impedimenti fisici o tecnici) usufruire di prestazioni radiotelevisive. Una linea che né in cielo né in terra. Infatti non stiamo certo parlando di un servizio di base al cittadino. Stiamo parlando di una prestazione di cui si può benissimo fare a meno. Quindi, deve pagarla solo chi ne usufruisce. Non certo chi non vuole o non può accedervi. Invece il Consiglio federale – segnatamente la Doris uregiatta, già mazzuolata dal popolo sulla vignetta autostradale a 100 Fr – vuole obbligare i cittadini ed anche le imprese a foraggiare la televisione di $inistra. La SSR, grazie al meccanismo di cui sopra, avrà poi la strada spianata per spendere sempre di più. E il contribuente? Potrà solo tacere. E pagare la pillola ancora più cara. Quando già abbiamo il canone più caro d’Europa.

Lorenzo Quadri

Verso il divieto di burqa a livello federale? Il Ticino ha fatto scuola

Se la scorciatoia parlamentare dovesse chiudersi, resta la via maestra dell’iniziativa popolare

Il  Ticino fa scuola nel campo del divieto di burqa. Anche se il divieto in questione non è al momento operativo, poiché  la legge di applicazione non è ancora stata approvata dal parlamento.

Si ricorderà che in marzo anche il plenum del Consiglio nazionale, da buon ultimo, ha accordato la garanzia federale all’articolo costituzionale ticinese sul divieto di burqa votato dal popolo il 22 settembre 2013. Prima si erano espressi il Consiglio federale e la Camera alta.

L’esecutivo ed in particolare la ministra di giustizia kompagna Simonetta “dobbiamo aiutare l’Italia” Sommaruga sognava di dire njet al divieto votato dai ticinesi. Perché il popolo che si esprime a difesa dell’identità elvetica e contro il multikulti deve venire mazzuolato come populista e razzista. Purtroppo per lei, come noto, la Corte europea dei diritti dell’Uomo ha dato la luce verde al divieto francese. Che è uguale a quello ticinese. Il potenziale alleato europeo ha giocato un brutto tiro. Ed i politikamente korretti moralisti a senso unico sono rimasti in braghe di tela. Hanno dovuto ritirarsi con la coda tra le gambe, masticando bile e ringhiando la propria “disapprovazione” (che pagüüüüraaa!).

Multikulti con le pive nel sacco

Naturalmente i $inistri invasati di internazionalismo becero,  in nome del multikulti hanno addirittura tentato di sdoganare uno strumento di oppressione della donna, contrario al nostro modello di società, quale è il velo integrale definendolo – udite udite – un “simbolo di libertà”. Bravi, applausi a scena aperta. Poi i $ocialisti si chiedono come mai per i loro congressi è sufficiente una cabina telefonica.

Sono pochi?

Il divieto ticinese, promosso dal Guastafeste Giorgio Ghiringhelli, è ripreso da quello francese. Ma gli integralisti del multikulti che siedono in Consiglio nazionale sono arrivati a dichiarare che in Svizzera divieti di burqa non si giustificano perché, diversamente che in Francia, da noi le donne velate sono “poche”. A tal punto i $ocialisti – quelli che dicono che la Svizzera “non ha il diritto” di espellere i terroristi islamici – raschiano il fondo del barile. O kompagni, ma ci siete o ci fate? In Svizzera anche gli omicidi, se paragonati al Bronx, sono “pochi”. Allora cosa facciamo: li depenalizziamo?

Commissione federale

Il Ticino ha dunque funto da apripista. La scorsa settimana  la Commissione delle istituzioni politiche del Consiglio nazionale ha dato il via libera, seppure di misura (11 favorevoli, 10 contrari e 2 astenuti) ad un’iniziativa parlamentare dell’Udc Walter Wobmann che chiede un divieto di dissimulazione del viso da introdurre a livello federale.

 Si tratta del primo passo politico dell’iniziativa in questione. Gli ostacoli sono ancora molti. Ma non insormontabili. Specie dopo l’ufficializzazione del divieto ticinese. Se l’iniziativa parlamentare dovesse comunque arenarsi (magari agli Stati), questo non vuole affatto dire che non ci saranno divieti nazionali di burqa. La via parlamentare è la scorciatoia “comoda”. Dovesse chiudersi, rimarrebbe comunque aperta la via maestra. Quella dei diritti popolari. Che è poi la stessa seguita dal Ticino. Peraltro, il divieto di burqa ticinese è l’unico ad essere stato approvato dal popolo.

L’argomento principe

Il comitato promotore dell’iniziativa popolare federale contro il velo integrale si è già formato. Deve però, a modesto avviso di chi scrive, orientarsi sugli argomenti “giusti”. E’ vero che il velo integrale pone un problema di sicurezza. Ma il punto principale è un altro: la difesa dei nostri valori, delle nostre regole. Il burqa va vietato perché è contrario al nostro modello di società. Per questo il divieto è al suo posto nella Costituzione, assieme ai diritti fondamentali. L’islam radicale è incompatibile con i nostri diritti fondamentali ancora prima che con le norme di sicurezza. Per risolvere un problema di sicurezza non si cambia la Costituzione:  basta un’ordinanza di polizia. La sicurezza è un aspetto che esiste, certo; ma nel concreto è secondario. Il focus non è impedire a qualcuno di commettere reati o vandalismi nascosto sotto una palandrana. E’ impedire che in casa nostra approdino e si insedino società parallele incompatibili con la nostra. Non siamo terra di conquista. Il messaggio deve partire, per una volta, forte e chiaro.

Lorenzo Quadri

Armi d’ordinanza al domicilio, esercito di milizia e diritti individuali Vogliono cancellare la volontà popolare

Ad inizio maggio il Consiglio nazionale dovrà esprimersi sul nuovo registro federale delle armi ed i suoi annessi e connessi: riforme che hanno l’obiettivo di far rientrare dalla finestra ciò che il popolo, a chiara maggioranza, ha fatto uscire dalla porta nella votazione del febbraio 2011!

 Gli attacchi alla volontà popolare proseguono. A Berna si fa melina e si cerca ogni scusa per sabotare il “maledetto voto” del 9 febbraio. Nascono i comitati contro la volontà popolare, finanziati dal miliardario residente negli USA (se sta negli USA, di che s’impiccia?). Aderiscono spalancatori di frontiere di varia provenienza politica, anche ticinesi. Nel frattempo, ecco che spuntano anche i borsoni di Avenir Suisse, i quali vorrebbero mutilare le iniziative popolari perché “riescono troppo spesso”. E a comandare, secondo i citati borsoni, non deve essere il popolo, bensì i cosiddetti “poteri forti”: quelli che ci vogliono portare in Europa.

Decisioni popolari sotto attacco

Ma le decisioni del popolo non sono sotto attacco solo in tema di 9 febbraio. Lo sono anche in campo di esercito di milizia e di armi d’ordinanza al domicilio. L’obiettivo che il Consiglio federale vuole perseguire è chiaro: disarmare i cittadini onesti. Ciò che, evidentemente, non ha alcuna conseguenza sulle armi illegali dei delinquenti. Indebolire gli onesti, dunque, per ringalluzzire i criminali. Questo è il disegno (?) ideologico, di un’ottusità ed un autolesionismo allucinante, dei politikamente korretti. Nel concreto della kompagna Simonetta “dobbiamo aiutare l’Italia” Sommaruga, ministra di giustizia.

Registri e notifiche

In sostanza si ricorderà che, il 13 febbraio 2011, i votanti respinsero a grande maggioranza – in Ticino con ben il 63.6% di NO! –  l’iniziativa popolare che voleva imporre ai militi la restituzione del­l’arma, istituire un registro centrale delle armi da fuoco gestito dalla Con­federazione, vietare di possedere al­cune armi e imporre la dimostrazione della necessità e della capacità di utilizzare un’arma. Quindi chi ha il fucile del nonno appeso sul camino avrebbe dovuto dimostrare di saperlo usare e indicare anche per quale scopo.

Sconfessando la decisione del popolo sovrano – ma si sa che a $inistra le votazioni vengono accettate solo quando se ne condivide l’esito, altrimenti “bisogna rifarle”, proprio come quella del 9 febbraio – ecco che la kompagna Simonetta “dobbiamo aiutare l’Italia” Sommaruga vuole far rientrare dalla finestra quello che era uscito dalla porta. La resa dei conti è vicina. La prima settimana di maggio, in occasione della sessione speciale, il Consiglio nazionale dovrà decidere sul messaggio del Consiglio federale che chiede, in spregio della volontà popolare espressa nel 2011 e non cent’anni fa, di creare un registro centrale delle armi e di inserire un obbligo di notifica a posteriori delle armi legalmente detenute.

 Rottamare l’esercito di milizia?

E’ chiarissimo l’attacco al principio svizzero del cittadino-soldato con l’arma a domicilio, che viene trattato da potenziale criminale. Al proposito, l’articolo di legge proposto dalla kompagna Sommaruga parla esplicitamente di “pericolosità” e “potenziale di violenza”. Non basta. Il messaggio contiene anche l’esortazione a terzi a denunciare comportamenti ritenuti sospetti: si promuove dunque la creazione di un clima da caccia alle streghe permanente nei confronti di “quei soggetti pericolosi” che hanno prestato servizio militare.

Il nuovo scambio di informazioni per il registro centrale delle armi basato sul numero AVS pone inoltre le premesse per gravi violazioni della sfera privata – oltre che per la creazione di un grande fratello a danno dei militi.

Ma tutto questo alla kompagna Simonetta “dobbiamo aiutare l’Italia” Sommaruga ancora non bastava. E quindi, per le armi, si inserisce pure l’obbligo di dichiarazione retroattivo, platealmente contrario ai fondamenti dello stato di diritto.

In sostanza si vuole introdurre un sistema in cui tenere armi a domicilio è di principio vietato, salvo alcune eccezioni. Il contrario di quello che ha votato il popolo il 13 febbraio di quattro anni fa.

Cittadini onesti criminalizzati

E’  evidente: con queste proposte sulle armi, che sono solo apparentemente settoriali, si mira a smontare il nostro esercito di milizia, inviso ai rottamatori della Svizzera. Non solo. Quello in atto è un attacco frontale al modello di società svizzero, basato sulla fiducia tra Stato e cittadino. E sul rispetto della volontà popolare.

Ecco quindi le priorità del Consiglio federale più debole della storia: invece di combattere i delinquenti stranieri, che invece ci dovremmo tenere in casa, si combattono e criminalizzano i cittadini onesti. Quelli che hanno svolto servizio militare, ma anche i cacciatori ed i collezionisti. E pure chi, semplicemente, ha ereditato il fucile a pallettoni del nonno. Sono questi i “nemici dello Stato” secondo il Consiglio federale! Non i delinquenti, magari d’importazione, non i terroristi islamici  (che, secondo la kompagna Consigliera nazionale Amarelle, non abbiamo il diritto (sic) di espellere)!

Con un governo del genere, non c’è da stupirsi che tutto quanto conquistato e costruito a caro prezzo nel corso di decenni e secoli vada a ramengo.

 

Rappresentanti del popolo?

Ma attenzione: ad esprimersi sulle proposte di sabotaggio di un chiarissimo voto popolare saranno, tra poco, i deputati al Nazionale. Quelli che si definiscono rappresentanti del popolo e che, tra qualche mese, solleciteranno un nuovo mandato per “rappresentare i cittadini a Berna”. L’esito della votazione parlamentare sul nuovo registro federale delle armi con annessi e connessi sarà un’interessantissima cartina di tornasole. Mostrerà chiaramente chi rappresenta i cittadini a Berna e chi, invece, va a Berna per cancellare le decisioni del popolo sovrano.

Lorenzo Quadri