Il presidente nazionale liblab contro l’amnistia fiscale: Tavolo di sasso PLR-P$ anche a Berna?

Ma guarda un po’, il presidente nazionale PLR Philipp Müller dice njet all’amnistia generale.

Si moltiplicano dunque le prese di posizione dell’ex partitone allineate a quelle dei kompagni. Ricordiamo al proposito l’ultima sortita sempre di Müller, il quale se ne è uscito a dire, tranquillo e beato, che bisogna rivotare sul 9 febbraio.

E’ quindi evidente che, anche e soprattutto in Ticino, quanti alle prossime elezioni federali voteranno PLR daranno la propria scheda a chi vuole cancellare il “maledetto voto” del 9 febbraio. Ricordiamoci che il ministro degli esteri PLR Didier Burkhaltèèèr è quello del “dobbiamo aprirci all’UE”. Il ministro dell’economia PLR Schneider Ammann è invece quello che ha congelato (ovvero silurato) il pacchetto di potenziamento delle misure accompagnatorie alla devastante libera circolazione delle persone.

Dal 1969

Tornando all’amnistia generale. Essa è una richiesta  anche ticinese. L’ultima risale al 1969. Dare una volta ogni 50 anni la possibilità di mettersi in regola, pagando comunque un prezzo, a chi ha dei capitali non dichiarati non può essere certo considerato un incoraggiamento all’evasione. In Svizzera il contribuente di amnistie ne vede, se va bene, una nella vita. Diversamente, tanto per fare un esempio, dagli scudi fiscali italici, che sono seriali.

L’obiettivo dell’amnistia è quello di re-immettere in circolazione capitali che altrimenti rimarrebbero bloccati sui conti non dichiarati. In questo modo si favorisce l’economia e si incrementa pure il substrato fiscale.

In Ticino

Il popolo ticinese aveva approvato l’amnistia fiscale in votazione popolare. I kompagni, che come al solito rispettano la volontà dei cittadini solo nelle occasioni, sempre più rare, in cui ottengono ragione, si sono subito mesi a strillare al “regalo ai ladri” e sono andati a lagnarsi al Tribunale federale. Sicché l’amnistia cantonale è saltata. Adesso a Berna il presidente liblab si schiera contro l’amnistia federale invocando più o meno gli stessi argomenti della $inistra. Si ricalca, dunque, quanto accaduto sul 9 febbraio. Conclusione logica: non solo in Ticino, ma anche a livello federale si concretizza  il “tavolo di sasso” tra PLR e P$.

Il motivo per diffidare

C’è un solo motivo per diffidare dell’amnistia federale ed è che la ministra del 5% Widmer Schlumpf si sarebbe detta favorevole. Ora, è noto che costei – una vera catastrofe per la Svizzera, ed in particolare per il Ticino – dopo aver svenduto senza contropartita il segreto bancario dei clienti stranieri delle banche svizzere, vorrebbe cancellare il segreto bancario anche per i cittadini elvetici. Ha tentato di far approvare lo scempio dal Consiglio federale – dopo che, poche settimane prima, aveva pubblicamente dichiarato che il segreto bancario per gli svizzeri “non è in discussione” – ma è stata mazzuolata. Giustamente.

E’ chiaro dunque che la ministra del 5% sostiene l’amnistia in vista dello smantellamento del segreto bancario anche per gli svizzeri. Naturalmente non lo dice, trattandosi di personaggio infido e bugiardo. Il ragionamento è semplice: la possibilità di mettersi in regola è il pedaggio da pagare per la rottamazione totale della privacy bancaria, bramata dalla Consigliera federale non eletta e dai suoi burattinai di $inistra.

Attenzione però: c’è di mezzo un’iniziativa popolare, sulla quale i cittadini elvetici dovranno esprimersi. L’iniziativa vuole appunto tutelare la privacy bancaria.

Via d’uscita?

E’ evidente una cosa: l’amnistia fiscale non deve diventare il cavallo di Troia di per la fine del segreto bancario anche per i cittadini svizzeri.

Ma non è così difficile trovare una via d’uscita. Se il popolo accetterà l’iniziativa a tutela della privacy, almeno il “nostro” segreto bancario sarà inserito nella Costituzione, ed i sogni di rottamazione integrale della Consigliera federale non eletta andranno in fumo. A quel punto si potrà fare l’amnistia. Prima di allora, però, ci sarà un altro appuntamento decisivo. A dicembre l’Assemblea federale dovrà rieleggere il Consiglio federale. Occorre dunque mandare a casa la ministra del 5%. Tutto dipenderà dall’atteggiamento del PPD. Questo partito, prima delle elezioni di ottobre, dovrà chiaramente dire a tutti i cittadini, ed in primis ai ticinesi, se sosterrà ancora Widmer Schlumpf!

Lorenzo Quadri

Consiglio federale in gita scolastica a Bellinzona il prossimo tre luglio: Basta con il marketing inutile, vogliamo concretezza!

Quindi, come annunciato la scorsa domenica, il Consiglio federale sarà in Ticino il prossimo tre luglio per l’annuale passeggiata scolastica.

A quanto pare l’allegra combriccola ha scoperto la strada per il sud delle Alpi. Dopo la visita dell’anno scorso a Lugano in pompa magna, adesso è il turno di Bellinzona. Non crediamo però che gli altri Cantoni saranno gelosi di tutta questa “attenzione”, che tale è solo di facciata. Grattando sotto la facciata, si trova l’operazione di marketing. Invece di occuparsi seriamente dei problemi del Ticino, i Consiglieri federali pensano di supplire, e di ammansire, apparendo in pubblico. Lo facevano anche i re di Francia nell’Ancien Régime.

Banalità allucinanti

La visita dello scorso anno a Lugano del Consiglio federale (quasi) in corpore si è distinta per i discorsi di una banalità allucinante: l’allora presidente della Confederazione Didier Burkhaltèèèr, PLR, quello del “dobbiamo aprirci all’UE”, parlò del sole e delle montagne.

Cosa ha lasciato quella visita di concreto? Di fatto, nulla. Ha segnato una svolta nei rapporti tra Berna ed il Ticino? Certamente no. E’ l’equivalente delle generiche dichiarazioni di “attenzione” nei confronti del nostro Cantone.

La conclusione è sempre la stessa. O i Consiglieri federali vengono in Ticino per prendere degli impegni concreti, oppure possono risparmiarsi la trasferta (a carico dei contribuenti). Degli incontri ludici, salametto e boccalino, non ce ne facciamo nulla.

Lavoro

E’ evidente, tutte le formazioni politiche l’hanno detto prima delle elezioni, che il problema principale del Ticino è il lavoro. E allora  non ci può stare assolutamente bene che il Consiglio federale colga tutte le occasioni per non fare un tubo a tutela del mercato del lavoro ticinese. L’ultima decisione clamorosa è quella di congelare (che in politichese significa affossare) il pacchetto di potenziamento delle misure accompagnatorie alla devastante libera circolazione delle persone. E quindi? Questa decisione balorda, oltretutto presa con argomentazioni assurde (l’abbandono del tasso minimo di cambio con l’euro, che semmai sarebbe stato un motivo per accelerare il potenziamento, e non certo per affossarlo) ce la facciamo andare bene perché, come diceva qualcuno, “il margine di manovra è nullo e quindi” e quindi “sa po’ fa nagott”?

In occasione della scampagnata del 3 luglio il Consiglio di Stato dovrà mettere i 7 davanti alle loro responsabilità, e non far finta di niente per non guastare l’atmosfera.

Clandestini

Altra questione da affrontare con urgenza: la chiusura delle frontiere a seguito dell’emergenza clandestini. E’ una decisione che  nell’UE hanno ormai preso praticamente tutti. E noi, dopo 10 anni di fallimenti integrali, vogliamo rimanere l’unico paese con le porte spalancate, ottenendo l’unico risultato di far aumentare in modo esponenziale la pressione su di noi? E magari pensiamo anche di calare le braghe in maniera deleteria? Ad esempio accontentando dei finti rifugiati che non trovano dignitosa una sistemazione in una casa anziani dismessa, come accaduto a Ginevra? Così da far passare il messaggio che con gli svizzerotti basta puntare un po’ i piedi per ottenere tutto quello che si vuole?

La prima battaglia

E come la mettiamo con lo scandaloso disegno della ministra del 5% di riconoscere anche ai frontalieri le stesse deduzioni fiscali dei residenti, ciò che costituirebbe una perdita di entrate ed un aumento di burocrazia per il Ticino, oltre ad un’allucinante marchetta  ai frontalieri?

Ma, al di sopra di tutto, c’è la madre di tutte le battaglie: ossia la concretizzazione del voto espresso il 9 febbraio dal 70% dei ticinesi. Vogliamo finalmente fare sul serio o a Berna si continua a sognare di fare il lavaggio del cervello ai cittadini per convincerli  di aver votato sbagliato?

Questi sono temi che il 3 luglio andranno affrontati. Il governo ticinese dovrà pretenderlo. Non è più tempo di aperitivi e salamelecchi.

Lorenzo Quadri

La kompagna Simonetta Sommaruga ed il suo subito sotto Mario Gattiker non hanno capito da che parte sorge il sole. Casellario, non si retrocede di un millimetro!

Prosegue senza alcun limite né decenza la calata di braghe  bernese nei confronti dell’UE. Nei giorni scorsi abbiamo appreso che la kompagna Simonetta “dobbiamo aiutare l’Italia” Sommaruga ed il suo “subito sotto” segretario di Stato alla migrazione Mario Gattiker, chiedono al Ticino di rinunciare alla richiesta dell’estratto del casellario giudiziale e del certificato dei carichi pendenti prima del rilascio di nuovi permessi B e G.

Già il 9 giugno…

La sortita non è nuova. Già nell’incontro del 9 giugno con la deputazione ticinese alle Camere federali, la ministra del 5% Widmer Schlumpf ed il suo tirapiedi De Watteville avevano “tematizzato” la questione. Peccato che il ministro degli Esteri italiano abbia detto che la sacrosanta iniziativa del leghista Norman Gobbi “non è un problema”. Ci mancherebbe che lo fosse. E non è nemmeno chissà quale novità. Prima dell’entrata in vigore della devastante libera circolazione delle persone l’estratto del casellario giudiziale veniva ovviamente richiesto.

Servilismo bernese

Ma tu guarda questi sveltoni bernesi: nel loro servilismo compulsivo nei confronti dell’UE e soprattutto della vicina Penisola la quale, per quel che riguarda gli impegni presi con la Svizzera, è inadempiente su tutto (“tanto gli svizzerotti sono fessi e non si accorgono di niente”) pretendono che il Ticino si metta a rilasciare permessi di dimora a cani e porci, senza conoscere il “curriculum” penale dei richiedenti. Ma stiamo scherzando? In gioco c’è la sicurezza pubblica del nostro Cantone. Ma per i sette scienziati basta che qualche funzionarietto di Bruxelles o qualche politicante della vicina Penisola faccia un cip che la sicurezza pubblica del Ticino diventa una questioncella marginale, immediatamente sacrificabile senza remore. Obbediamo, padroni!

Un pretesto

Interessante notare che il ministro degli Esteri italiano, che è poi l’unica persona competente a prendere posizione sul tema, ha detto che la richiesta dei casellari “non è un problema”. Di certo non mente. Infatti non è un problema; è un pretesto. Un pretesto per non arrivarne ad una con gli accordi con la Svizzera. Avendo ottenuto tutto quelle che le interessava nelle trattative (?) sullo smantellamento del segreto bancario senza contropartita, la vicina Penisola non ha alcuna intenzione di concedere alcunché. Lo abbiamo ben visto. La parte più interessante – o meglio, l’unica parte interessante – per il Ticino dei nuovi accordi sulla fiscalità dei frontalieri è l’adeguamento del loro livello di tassazione a quello dei lavoratori italiani che vivono in Italia. Adattamento sacrosanto, del resto. Al momento infatti i frontalieri sono avvantaggiati in modo clamoroso. Ciò che peggiora il dumping salariale e la sostituzione dei lavoratori ticinesi. Però l’adeguamento della fiscalità dei frontalieri, per la serie “ma tu guarda i casi della vita”, negli accordi in questione viene lasciato interamente nel campo della sovranità dell’Italia. La quale non si sogna di ottemperare.

Richieste surreali

Ecco dunque che, per non concludere accordi, la controparte va a caccia di pretesti: una volta il problema è il 9 febbraio, poi il moltiplicatore comunale applicato ai frontalieri, adesso la richiesta del casellario giudiziale. Poi sarà la volta delle nuvole e del bel tempo.

Nell’incontro del 9 giugno con la deputazione ticinese a Berna, il tirapiedi De Watteville pretendeva addirittura, e qui siamo a livelli surreali, che la deputazione ticinese convincesse (?) il Gran Consiglio ad annullare la decisione sul moltiplicatore cantonale ed il CdS a rinunciare alla richiesta dell’estratto del casellario giudiziale. Qui qualcuno non ha capito da che parte sorge il sole. Ovviamente la risposta, almeno quella della grande maggioranza, è stata picche.

Ambasciatore da lasciare a casa

Nella questione si è poi introdotto – aizzato da chi? – l’improponibile ambasciatore d’Italia a Berna, Cosimo Risi, che – riferisce il GdP di lunedì – in un incontro a Zurigo si sarebbe espresso in termini assai poco diplomatici contro il Ticino per la questione dei casellari. Contraddicendo, dunque, il suo capo, ovvero il Ministro degli Esteri, che ha detto ben altro. Da notare che alla deputazione ticinese il tirapiedi De Watteville ha parlato di conclusione di accordi entro l’estate, precisando che la stagione “finisce il 21 settembre”. Risi ha invece detto che dalle sue parti (meridione italiano) l’estate “dura fino ad ottobre”. Cosa deve ancora accadere prima che gli svizzerotti si rendano conto di essere sontuosamente presi per il lato B?

Non si cede!

E’ evidente che sulla questione casellari non si molla di un millimetro. La richiesta, introdotta come misure provvisoria, deve diventare definitiva. La sicurezza interna lo impone. Lorsignori di Berna lasciano il Ticino allo sbaraglio della devastante libera circolazione delle persone. Adesso non si lamentino se ci arrangiamo da soli!

Oltretutto è evidente che l’improponibile rinuncia alla richiesta dei casellari giudiziali non risolverebbe alcunché nelle trattative con la vicina Penisola. Via un pretesto per non concludere, ne troverebbe subito un altro. Quindi, avanti così! E il Mario Gattiker e la kompagna Simonetta si preoccupino piuttosto di chiudere le frontiere…

Lorenzo Quadri

Niente blocco dei ristorni: da Stato canaglia a Stato-coniglio: Hanno di nuovo calato le braghe

Come c’era da attendersi, a maggioranza il Consiglio di Stato ha deciso di versare i ristorni dei frontalieri all’Italia. Ulteriore dimostrazione che di leghisti in governo ce ne vorrebbero tre…

Una scelta definita dalla maggioranza governativa di “ragionevolezza e pragmatismo”. Tradotto in parole povere: una calata di braghe. A cui però qualcuno ha pensato di poter supplire con una lunga e arrampicata lettera al Consiglio federale. La missiva finirà nel capiente dimenticatoio bernese. L’esperienza dimostra che il Ticino viene considerato solo quando ha il coraggio di fare uno strappo.

Arriverà, certo, la rispostina di circostanza. A Bellinzona arriveranno anche, il tre luglio, i Consiglieri federali in gita scolastica: strafogandosi di salametti e Merlot ci racconteranno, con espressione contrita, quanto abbiano a cuore le difficoltà ed i problemi del Ticino. Poi, appena tornati Oltregottardo, faranno “reset”. Si dimenticheranno tutto. In fondo, per loro, i problemi ed i Cantoni che contano sono ben altri.

 

L’unico strumento efficace

Il blocco dei ristorni, vituperato dai partiti $torici in quanto proposto della Lega, è l’unico strumento di pressione efficace nei confronti sia di Berna che dell’Italia. Non per nulla lo scorso anno la ministra del 5% Widmer Schlumpf convocò la deputazione ticinese alle Camere federali con la richiesta di convincere il governo cantonale a versare i ristorni, in quanto le trattative con il Belpaese sarebbero state “ad un passo dalla conclusione”: al più tardi in primavera si sarebbero portati a casa “accordi vantaggiosi”. Campa cavallo.

Aggiunse pure, la ministra del 5%, che, se non si fosse giunti alla conclusione prima di quest’estate, non solo non si sarebbe opposta al blocco dei ristorni, ma avrebbe proposto lei stessa iniziative unilaterali da parte della Svizzera: a partire dalla denuncia dell’accordo del 1974.

Adesso abbiamo la dimostrazione che si trattava, ancora una volta, di panzane.

 

La scampagnata

La maggioranza del Consiglio di Stato ha rinunciato ad utilizzare l’unico strumento efficace di pressione a sua disposizione: il blocco dei ristorni. E’ evidente che, se si rinuncia a giocare le proprie carte, non si potrà che essere perdenti.  E pensare di cavare qualcosa dalla scampagnata ticinese del Consiglio federale agendata il prossimo tre luglio, dopo aver gettato nel water il proprio asso nella manica, è un’illusione. Speriamo che nessuno dei ministri ticinesi ci creda veramente. Ci sarebbe davvero di che preoccuparsi.  Non è stata accumulata sufficiente esperienza al proposito?

 

I pretesti

Interessante notare i contenuti della lettera mandata al Consiglio federale e che finirà ben presto nell’archivio rotondo (ossia il cestino della carta straccia).

1)       L’Italia non usa i ristorni per gli scopi indicati negli accordi.

2)        L’Italia è clamorosamente inadempiente sulla Stabio-Arcisate.

3)       L’Italia registra solo 3 migranti su 10, in violazione flagrante e sistematica degli accordi di Dublino.

4)        I ristorni sono un pizzo all’Italia in cambio del riconoscimento del segreto bancario. Ma adesso il segreto bancario è andato a ramengo. Da notare (aggiunta nostra) che il Belpaese è partito all’assalto del segreto bancario svizzero contravvenendo ai termini dell’accordo sui ristorni. Ma gli svizzerotti fessi, invece di denunciare l’accordo, hanno continuato a pagare.

Ma guarda un po’! Questi quattro argomenti ci suonano assai familiari. Infatti, li abbiamo ripetuti innumerevoli volte su queste colonne. Ma, secondo l’allora direttrice del DFE Laura Sadis, non era vero niente. Adesso invece confluiscono nelle lettere del Consiglio di Stato al CF. Allora, chi è che raccontava balle?

Da notare che l’elenco di 4 punti di cui sopra è tutt’altro che esaustivo. Aggiungiamo, ad esempio, che Roma ha denunciato (che pagüüüüraaaa!) il Ticino ai funzionarietti di Bruxelles per l’aumento al 100% del moltiplicatore comunale per i frontalieri.

 

Excusatio

La missiva del CdS sembra inoltre un’excusatio nei confronti dei ticinesi. Un’excusatio per non aver fatto l’unica cosa che si sarebbe dovuta fare: ossia tornare a bloccare i ristorni. Si ottiene però il risultato contrario. Lo stesso governo ammette: gli elementi per non inviare oltreconfine i 60 e rotti milioni c’erano tutti. Però non l’abbiamo fatto. Bravi!

 

Stato-coniglio

L’agitazione che ha preceduto la  fatidica data del versamento dei ristorni (con tanto di nuove richieste alla deputazione ticinese da parte della ministra del 5% e del suo tirapiedi De Watteville e le esternazioni sul Ticino dell’improponibile ambasciatore d’Italia Cosimo Risi) ha ampiamente confermato l’efficacia dello strumento del blocco. Adesso conferma che la maggioranza governativa ha perso il treno. Lo ha lasciato partire di proposito.

Grazie al PLR, al PPD ed al P$, ed ai loro rappresentanti governativi, i nostri interlocutori sia a Berna che a Roma sanno di non avere a che fare con uno Stato canaglia, ma con un ubbidiente Stato-coniglio.

Lorenzo Quadri

 

 

“Vogliamo le frontiere spalancate”

La Conferenza cantonale del P$ rimette il campanile, pardon minareto, al centro del villaggio

Smentita ufficialmente, nel caso ce ne fosse ancora bisogno, l’improvvisa “conversione” all’euroscetticismo. Era una semplice tentativo di raggirare gli elettori

 

Tanto tuonò che non piovve. La Conferenza cantonale del P$ (evidentemente a sinistra il numero di gremi è inversamente proporzionale a quello dei voti raccolti) ha tranquillizzato tutti. Il Partito $ocialista ticinese resta un partito europeista, spalancatore di frontiere, fautore della devastante libera circolazione delle persone.

La rassicurante comunicazione è giunta dalla Conferenza cantonale del partito, consumatasi domenica in una sala semideserta del Liceo Lugano 2 a Savosa.

 

Non c’erano dubbi

Non che ci fossero dubbi sul fatto che il P$ fosse un partito spalancatore di frontiere. Per anni ha accusato gli oppositori di un simile sfacelo di populismo, razzismo e pure fascismo (tanto per non farsi mancare niente). Per non parlare della velenosa campagna contro il 9 febbraio. O degli squallidi tentativi di sabotare il “maledetto voto”. O ancora delle allocuzioni ufficiali del primo agosto (altro che posizione personale!) in cui l’allora presidente del governo ticinese Bertoli prendeva a pesci in faccia il 70% dei suoi concittadini dichiarando che “bisogna rivotare”. E come la mettiamo con la partecipazione “di massa” a comitati finanziati dal miliardario residente negli USA (dove paga le tasse costui, se le paga?) che hanno l’obiettivo di cancellare la macchia dell’iniziativa “contro l’immigrazione di massa” da un curricolo elvetico finora contraddistinto da incondizionata e servile sottomissione ai funzionarietti di Bruxelles?

 

Razzisti e fascisti

I kompagni hanno pure organizzato manifestazioni contro la Lega ed il Mattino, ampiamente pubblicizzate e pompate dalla televisione di servizio. Invano, visto che poi le operazioni si sono sempre risolte in clamorosi flop. Il pretesto politikamente korretto del “Mattino maleducato” è una patetica foglia di fico. Di quelle che fanno ridere i polli. Le pubblicazioni di $inistra fanno larghissimo uso di attacchi personali calunniosi, volgari e razzisti contro gli avversari (specie se leghisti). Non  disdegnano neppure gli insulti ai morti. E i moralisti a senso unico non fanno un cip. Lo hanno capito anche i paracarri: non è una questione di linguaggio. La $inistra vuole denigrare l’antieuropeismo in quanto tale, facendolo diventare automaticamente “razzista e fascista”. Ovvero: o sei d’accordo di spalancare le frontiere, o sei spregevole per definizione. Un atteggiamento ben dimostrato dall’ultimo deplorevole comunicato P$: uno sproloquio che accusa i Ticinesi di essere “gretti” perché vogliono chiudere le frontiere per frenare l’invasione di clandestini – come peraltro sta facendo anche la Francia con un governo, ohibò, di $inistra.

 

Tempi sospetti

E’ evidente che questa linea, portata avanti per anni, non poteva certo cambiare dalla sera alla mattina. E per di più in tempi estremamente sospetti: dopo una trombatura elettorale (19 aprile) e in vista delle elezioni federali di ottobre.

Far credere, come sperava  qualcuno, che il P$ si fosse rifatto una verginità virando “improvvisamente” verso l’euroscetticismo è solo una mossa di propaganda elettorale. E non avrebbe potuto essere più goffa. Per rinfrescare la memoria a chi se lo fosse dimenticato, vale la pena ricordare che nel programma del P$  figurano l’adesione all’Unione europea, l’abolizione dell’esercito ed anche il “superamento del capitalismo”.  L’ultimo punto  è davvero da barzelletta. Basti pensare all’alta concentrazione di milionari “ottimizzatori fiscali” – fossero di destra sarebbero “ladri” – che si trova tra gli alti papaveri $ocialisti.

 

Chiarito per direttissima

Che il P$ non fosse diventato euroscettico o contrario alla libera circolazione delle persone era, come detto, evidente. Ringraziamo tuttavia la conferenza cantonale $ocialista tenutasi la scorsa domenica per averlo chiarito in prima persona. Il partito vuole le frontiere spalancate. Il partito vuole la devastante libera circolazione delle persone. E non ci si venga a raccontare la storiella delle misure accompagnatorie. Abbiamo visto che fine fanno: affossate dal Consiglio federale (e non ci risulta che i due kompagni ivi sedenti si siano tirati giù la pelle di dosso per impedirlo). Ed inoltre queste misure rappresentano dei piccoli rattoppi. Non certo la soluzione allo sfacelo di un mercato del lavoro devastato dalla libera circolazione delle persone. Devastato al punto che pare essersene accorta perfino la SECO nel suo ultimo rapporto; ed è tutto dire.

 

Le utopie

Il P$ vuole dunque le frontiere spalancate. Di conseguenza, esternazioni in senso contrario di taluni suoi esponenti erano e sono semplici fanfaronate elettorali. In altre parole: un tentativo di turlupinare i ticinesi. Tentativo abortito.

E perché il P$ vuole le frontiere spalancate? Illuminante al proposito la dichiarazione, sempre alla conferenza cantonale di domenica a Savosa, del kompagno già Consigliere di Stato Pietro Martinelli: “L’Europa è l’ultima delle nostre utopie”. Ah beh. Ognuno ha le utopie che si merita. Ma aspettarsi di sacrificare il mercato del lavoro dei ticinesi, oltre che la loro sicurezza, a simili “utopie” senza venire poi sistematicamente asfaltati dalle urne, questo sì che è “utopico”.

Lorenzo Quadri

 

 

 

Le ultime fregnacce della SECO: mercato del lavoro devastato dalla libera circolazione? “La colpa è di voi ticinesi”!

Troppa grazia, Sant’Antonio!  La SECO, Segretariato di Stato dell’economia, nel suo ultimo rapporto si è accorta che la Svizzera è sempre più attrattiva per l’immigrazione. Non ci voleva una scienza per accorgersene. E’ appena stato reso noto che in Svizzera gli stranieri sono il 25%. Però noi saremmo chiusi, razzisti, gretti, come amano ripetere i kompagni spalancatori di frontiere.

Loro “osservano”

Si sono anche accorti, gli illuminati signori della SECO, che nelle regioni di confine, ed in particolare in Ticino, l’aumento dei frontalieri rende necessaria un’osservazione costante del mercato del lavoro.

Eh già: alla SECO da anni ed anni ci si limita ad osservare il degrado del mercato del lavoro nelle zone di confine,  affrettandosi ad aggiungere che non servono nuove misure accompagnatorie per combattere gli effetti devastanti della libera circolazione delle persone. Questa ed altre interessanti indicazioni emergono dall’intervista alla direttrice, Marie Gabrielle Ineichen Fleisch (è una sola persona, non quattro) pubblicata sul Corrierone dello scorso mercoledì.

La lampadina non si accende

Padrone comanda, cavallo trotta. Il Consiglio federale, con in prima linea il ministro delle finanze PLR Schneider Ammann, ha infatti congelato il pacchetto di potenziamento delle misure accompagnatorie. E allora ovviamente la SECO non poteva che dire che un potenziamento “non serve”: ma quando mai, le misure esistenti bastano. Infatti bastano così tanto che il 70% dei ticinesi ha votato No all’iniziativa contro l’immigrazione di massa. Ma evidentemente nemmeno questa circostanza è sufficiente a far sì che negli sfarzosi uffici della SECO a qualcuno si accenda la classica lampadina.

Figuriamoci, il fatto che in Ticino si infrangano tutti i record d’assistenza non c’entra nulla con la libera circolazione delle persone, sono i ticinesi che non hanno voglia di lavorare.

Pressione “non enorme”?

Bontà sua, Madame Ineichen Fleisch aggiunge che in Ticino c’è una certa pressione sui salari che però, si affretta a precisare, “non è enorme”. Come, come? Stipendi di 1000 Fr al mese dati a frontalieri per un lavoro a tempo pieno non costituirebbero un dumping enorme?

Un mercato del lavoro appena al di là del confine devastato al punto – ed è solo l’esempio più recente – che per un solo posto fisso d’infermiere a Milano hanno concorso in 2000, non comporta una pressione enorme?

“Colpa dei ticinesi”

E’ evidente che i rapporti della SECO non hanno nulla di scientifico né di oggettivo. Servono a solo giustificare a posteriori la scandalosa inattività del Consiglio federale, ossia del “padrone” della SECO.

Ma questa volta, non sapendo più che favolette raccontare per fare il lavaggio del cervello ai tcinesotti e convincerli che la libera circolazione delle  persone è una meraviglia e che, come diceva pure il “buon” Yves Rossier, “immigrazione uguale ricchezza”, Madame Marie Gabrielle va decisamente un po’ lunga. E dichiara: se il mercato del lavoro ticinese è in palta, la colpa è dei ticinesi che non applicano le misure accompagnatorie e che non prendono seriamente le cose in mano.

E’ il colmo! Peccato che poi, quando i ticinesi “prendono le cose in mano” (vedi blocco dei ristorni o richiesta dei casellari giudiziali) a Berna si mettano a starnazzare…

 

Quanto ci costa la SECO?

E’ evidente che qui si è infranto ogni limite di decenza. Prima la SECO per anni nega ad oltranza il problema del dumping salariale e del soppiantamento dei ticinesi con frontalieri. Poi, quando esso ha raggiunto una gravità tale da non poter più essere scopato sotto il tappeto, dà la colpa a chi lo subisce, ossia ai ticinesi stessi. E declama con bella sicurezza che “altre misure accompagnatorie non servono”.

A questo punto, la domanda nasce spontanea: ma quanto ci costa la SECO per raccontare simili fregnacce?

Non si può che condividere l’affermazione contenuta in un’interrogazione al CdS presentata dall’ex presidente P$ Saverio Lurati: “forse, una sana delocalizzazione, almeno temporanea, al sud delle Alpi di questi inetti della SECO potrebbe essere salutare anche per i depositari della verità bernesi”.

Giugno 2005 – giugno 2015: 10 di anni di fallimenti. Schengen: uscire subito!

I fallimentari accordi di Schengen compiuto 30 anni in questo periodo. Dal canto suo , la Svizzera ha malauguratamente aderito allo spazio Schengen 10 anni fa, nel giugno 2005. Lo ha fatto con il voto contrario del Ticino, che giustamente asfaltò i trattati con il 62% di no.

Sono stati 10 anni di fallimenti. Le fandonie pre-votazione sono state ben presto smascherate. A partire dai costi dell’adesione allo spazio Schengen. La fattura avrebbe dovuto essere di  7.4 milioni di Fr all’anno. Ma è esplosa a 100 milioni. Quindi 14 volte di più.

Partecipazione?

Altra fandonia raccontata prima della votazione: il fantomatico “diritto di partecipazione” – quindi la possibilità di poter intervenire nella definizione del contenuto degli accordi di Schengen.

A questo punto sarebbe interessante sapere quando mai, dal 2005 ad oggi,  sarebbe accaduto qualcosa del genere e quali modifiche abbiano portato gli svizzerotti a Schengen nel proprio interesse. La risposta è semplice: nessuna.  Queste storielle sulla compartecipazione si dimostrano regolarmente per quello che sono: delle  fregnacce totali. La Svizzera non influisce affatto sullo sviluppo degli accordi di Schengen. Per contro, deve recepire in modo automatico il diritto ad essi connesso. In questo modo a fine 2013 ci siano già cuccati 155 nuovi “sviluppi”, e scusate se sono pochi.

Sprofondare nel pantano

E’ quindi evidente che gli accordi di Schengen hanno il preciso obiettivo di farci sprofondare sempre di più nel pantano europeo. La rinuncia a sorvegliare i nostri confini è peraltro un importante, quanto scellerato passo in direzione dell’UE. Un paese che rinuncia a difendere le proprie frontiere è un paese finito.

In cambio di cosa abbiamo rinunciato a difendere i nostri confini? In cambio del famoso SIS, il Sistema d’informazione di Schengen, una mirabolante banca dati sulla criminalità internazionale che naturalmente in 10 anni non è servita ad un tubo. Già pensare di scambiare i controlli al confine con l’accesso ad una banca dati doveva far nascere fondati interrogativi sulla lucidità di chi propone simili permute.

 

Assalto dei finti rifugiati

A 10 anni da quel “fatidico” voto, il fallimento è clamoroso. I confini esterni dello spazio Schengen sono un colabrodo. Cosa fanno i paesi Schengen in caso di crisi? Chiudono le frontiere.  Pensiamo all’esempio recente della Germania, che ha reintrodotto i controlli al confine per qualche giorno in occasione del G7. In questo modo ha potuto effettuare oltre 3500 arresti.

E pensiamo anche, ovviamente, all’assalto dei finti rifugiati. La Francia (governo di $inistra) ha chiuso la frontiera a Ventimiglia. Analoghe misure le ha prese l’Austria. Iniziative più che comprensibili. L’Italia, con le sue disastrose missioni militari – umanitarie, ha spalancato le porte dell’Europa all’assalto dei finti rifugiati. I compagni di merende UE semplicemente fanno ciascuno i propri interessi. E noi? Vogliamo rimanere gli unici con le frontiere aperte, col risultato di far aumentare in modo esponenziale la pressione su di noi?

 

10 anni bastano

10 anni sono, a non averne dubbio, un periodo di prova sufficientemente lungo per accorgersi che gli accordi di Schengen sono un flop. Quali conseguenze avrebbe, per la Svizzera, la loro cancellazione? Che i nostri confini diventerebbero confini esterni dello spazio Schengen. E allora? Forse che i paesi a noi confinanti hanno un qualche interesse a farci delle difficoltà a questo proposito – ad esempio controlli a tappeto ai danni degli svizzerotti – ben sapendo che verrebbero ripagati con la stessa moneta? Ci sono 62’500 frontalieri e svariate migliaia di padroncini che entrano quotidianamente in Ticino dalla Vicina Penisola. Non certo il contrario. Anche perché, se fosse il contrario, le provincie lombarde limitrofe che starnazzano contro la richiesta di presentare il casellario giudiziale per ottenere permessi B e G avrebbero già puntato i cannoni verso il confine.

Dalla fine degli accordi di Schengen avremmo tutto da guadagnarci. I vantaggi promessi non si sono concretizzati. Nemmeno nella minima parte. I costi sono esplosi. Gli stessi paesi UE considerano ormai questi trattati come una cosa di cui sbarazzarsi il prima possibile. E allora cosa aspettiamo? Abbiamo provato Schengen. Non funziona. Quindi si torna indietro. Fine della storia e amici (o ex amici) come prima.

Lorenzo Quadri

Le manovricchie per guadagnare tempo

Che pagüüüraaa! L’Italia denuncia il Ticino a Bruxelles per discriminazione dei frontalieri

Ah beh, questo è proprio il massimo! Oltreconfine qualcuno ha avuto la bella idea di chiedere ai funzionarietti di Bruxelles l’avvio di una procedura d’infrazione nei confronti della Svizzera. Uhhh, che pagüüüraaa!, avrebbe detto il Nano.

Oggetto del contendere è la tassazione dei frontalieri. Il Gran Consiglio ticinese ha infatti giustamente deciso di portare il moltiplicatore comunale per i frontalieri dal 78% al 100%. “Giustamente” perché tassare di più i frontalieri significa ridurre l’attrattività del mercato del lavoro ticinese e tamponare il dumping salariale. La misura decisa dal parlamento cantonale porterebbe inoltre una ventina di milioni di Fr all’anno in più nelle  nostre casse pubbliche.

 Che urgano misure urgenti per combattere l’invasione da sud è fuori discussione. L’Italia è e rimane alla canna del gas: basti pensare che di recente a Milano ad un concorso per un singolo posto fisso da infermiere si sono presentati 2000 candidati (sic!) in arrivo da tutta Italia.

Trattative arenate

Che l’Italia fosse andata a frignare a Bruxelles lo si era già sentito la scorsa settimana all’incontro tra la Deputazione ticinese a Berna e la ministra del 5% Widmer Schlumpf. Tuttavia qualcosa non quadra. La decisione sul moltiplicatore dei frontalieri è stata presa a dicembre 2014. Oltreconfine se ne accorgono solo ora? Certo che no. Ed infatti il tema era già emerso nelle trattative per i famosi accordi sui ristorni dei frontalieri. Quelli che già un anno fa erano “ad un passo dalla conclusione” ed adesso sono ancora “ad un passo dalla conclusione”. Ah beh… e poi dicono che non è vero che i negoziatori svizzerotti, che vanno a Roma a parlare in inglese, vengono fatti sù davanti e di dietro dagli scafati interlocutori?

Arrampicate sui vetri

E’ chiaro anche a quello che mena il gesso – ma, a quanto pare, non alla ministra del 5% ed al suo tirapiedi De Watteville – che la vicina Penisola sta cercando pretesti per non concludere accordi con la Confederazione. Del resto, non ne ha bisogno: grazie alle calate di braghe della Consigliera federale non eletta e dei suoi colleghi, ha già ottenuto tutto quello che le interessava; e a gratis. Adesso che sarebbe il suo turno di concedere qualcosa agli svizzerotti, l’Italia si arrampica sui vetri e trova pretesti per temporeggiare. Del resto, basta tirare a campare fino a quando cadrà anche l’attuale  governo italiano non eletto, e poi si avrà la scusa per ripartire da zero.

Italiani discriminati in Italia

Ecco quindi che nel Belpaese fingono di inalberarsi per la richiesta degli estratti del casellario giudiziale prima del rilascio di un permesso B o G (sapendo benissimo che opporsi vuol dire difendere i delinquenti); ecco che vanno a strillare alla discriminazione dai funzionarietti di Bruxelles per l’aumento del moltiplicatore comunale dei frontalieri.

Eh già, perché la fiscalità dei frontalieri è chiaramente una pietra d’inciampo. Gli accordi “vicini alla conclusione” (campa cavallo) prevedono che il loro carico fiscale arrivi a raggiungere quello, decisamente superiore, dei cittadini italiani che lavorano in Italia. Sono infatti gli Italiani che dovrebbero semmai denunciare il loro paese a Bruxelles per discriminazione: infatti i frontalieri sono sfacciatamente privilegiati nei confronti dei contribuenti che lavorano e vivono in Italia. Però il mondo politico della vicina Penisola non ne vuole sapere di aumentare le tasse ai frontalieri. Non perché non avrebbe bisogno di soldi, anzi, ma per bieco calcolo elettorale. Chi tassa di più i frontalieri perde le elezioni in Lombardia.

Bloccare i ristorni

Ecco dunque che, non avendo argomenti per non firmare gli accordi con la Svizzera, la controparte cerca pretesti. Per la serie: non rifiutiamo di firmare perché abbiamo ottenuto gratis tutto quello che volevamo e non siamo mica così scemi da dare qualcosa in cambio; non firmiamo perché i ticinesotti cattivi discriminano i “poveri” frontalieri.

Forse qualcuno pensa che a nord di Chiasso siamo tutti scemi. Per rimettere la chiesa al centro del villaggio, la prima misura è il blocco dei ristorni dei frontalieri.

Lorenzo Quadri

Vogliamo anche noi il muro sul confine!

Contro l’invasione di falsi rifugiati, l’Ungheria annuncia la muraglia sulla frontiera con la Serbia

 

L’Ungheria è presa d’assalto dai finti rifugiati. Nel primo trimestre del 2015 ha ricevuto quasi 33mila domande d’asilo, su un totale UE di 185mila. Solo la Germania se ne è cuccate di più. L’Italia è al momento a quota 15mila. Vale a dire, a meno della metà.  E allora cosa fanno gli ungheresi, evidentemente non abituati a farsi menare per il naso? Annunciano la costruzione di un muro lungo la frontiera con la Serbia. Una barriera lunga ben 174 km ed alta 4 metri. A Bruxelles, naturalmente, si sono subito messi a starnazzare. Ma a Budapest tirano dritto. A ragione. La totale incapacità che stanno di nuovo dimostrando i funzionarietti UE, non eletti da nessuno, nel gestire questa emergenza – come tutte le altre emergenze, del resto – li priva di qualsiasi diritto di parola. Comunque, era scontato che sarebbe andata a finire così: la Commissione UE è sempre stata una specie di refugium peccatorum per trombati e scartine dei governi degli Stati membri. Che cosa si pretendeva che producesse?

Istigazione all’invasione

Ogni volta che i funzionarietti UE aprono bocca, fanno danni. Emblematiche, al proposito, le esternazioni della “ministra degli esteri UE”, tale Federica Mogherini (velina del premier italiano non eletto Matteo Renzi). Costei ha dichiarato che “nessun clandestino verrà rimandato indietro contro la propria volontà”. Tali sciagurate affermazioni, dimostrazione di incredibile ottusità ideologica di $inistra, si diffondono in un lampo nei paesi di provenienza dei barconi. Una vera istigazione a continuare l’invasione di massa. Vale il motto: noi andiamo in Europa e, una volta che siamo lì, qualcuno sicuramente provvederà a noi.

Diversi tipi di muro

Visto che i funzionarietti di Bruxelles non ne vengono a una sull’assalto all’Europa da parte di rifugiati economici e di terroristi islamici travestiti da profughi – il business mortifero dei barconi prolifera con il patrocinio dell’ISIS: chissà come mai? – gli Stati membri UE si autogestiscono. Ovviamente ognuno secondo il proprio interesse. Perché la solidarietà comunitaria non esiste. Gli unici a metterla in pratica, naturalmente a proprio danno, sono gli svizzerotti fessi. Malgrado non siano neppure membri dell’UE.

Dobbiamo aiutare…?

L’Ungheria, dunque, annuncia la costruzione del suo muro di mattoni e cemento a difesa dei propri confini. Ma c’è chi erige muri di altro tipo. Ad esempio la Francia, che manda sempre più forze di sicurezza alla frontiera di Ventimiglia: per ricacciare indietro i clandestini in arrivo dal Belpaese. Prima che la splendida “Côte d’Azur” si trasformi in un gigantesco campo per finti rifugiati. E la Francia ha un governo di $inistra. L’Austria dal canto suo non fa più partire le procedure di registrazione. Nemmeno la Gran Bretagna le ha mandate a dire all’Italia: al massimo diamo un contributo finanziario, ha dichiarato Cameron, ma di clandestini non ne accogliamo. E Renzi che replica: “allora faremo da soli”. Bene: la kompagna Simonetta “dobbiamo aiutare l’Italia” Sommaruga prenda nota. E’ evidente che non abbiamo alcuna intenzione di rimanere gli unici che “aiutano l’Italia” con le frontiere aperte e gli accordi di Schengen in vigore quando gli stessi Stati membri UE fanno tutt’altro. Primo passo: sospensione immediata ed a tempo indeterminato dei fallimentari accordi di Schengen.

Piano Marshall

Se il muro ungherese si farà davvero, è, al momento, troppo presto per saperlo. Noi speriamo ovviamente che il muro si faccia. Visto che all’Ungheria abbiamo versato centinaia di milioni di franchetti di contributi di coesione, almeno che li usino per un’opera di interesse generale come un bel muro a difesa dei confini esterni dell’UE.

Noi potremmo  anche seguire l’esempio e costruire un bel muro analogo  sulla frontiera con l’Italia. Visto che si parla di investimenti anticiclici e di piani Marshall per il Cantone, di sicuro il muro al confine è meglio della mega-pista ciclabile tra Mendrisio e Lugano.

Lorenzo Quadri

Votazioni federali dello scorso fine settimana. Il Ticino non ha ceduto al ricatto

In Ticino le votazioni federali dello scorso fine settimana hanno raccolto risultati assai significativi.

Estremamente positivo il nettissimo njet alla maxi-imposta sulle successioni e sulle donazioni, oltretutto retroattiva, proposta dagli evangelici, sul cui carro erano immediatamente saltati (come poteva essere diversamente?) i kompagni del partito delle tasse.

Un’imposta che, se approvata, avrebbe inferto l’ennesimo duro colpo alle condizioni quadro svizzere in generale e ticinesi in particolare per le imprese e per chi ha qualcosa: tanto più che i famosi due milioni di limite soglia sarebbero stati calcolati sul valore commerciale (chi li calcola?). L’iniziativa, se approvata, avrebbe messo in pericolo l’esistenza di tante aziende familiari e azzerato la nostra attrattività per i ricchi contribuenti stranieri. Ma è evidente che gli iniziativisti vogliono solo gli stranieri che delinquono o che sono a carico dello stato sociale. Tra i più penalizzati ci sarebbe stato il Ticino, la cui competitività fiscale è da tempo andata a ramengo.

Nuova imposta

A livello federale il canone obbligatorio per tutti è purtroppo passato, seppure per un soffio. Il Ticino, però, ha detto No, seppure con margine ridotto. La maggioranza dei ticinesi, dunque, non ha ceduto ai ricatti e alle intimidazioni con cui il fronte del sì ha voluto far passare una nuova, iniqua imposta pro saccoccia SSR. Un’imposta che, come la storia insegna, è destinata ad aumentare. E aumenterà. Iniqua perché, come sappiamo, costringe a passare alla cassa anche chi non vuole o non può usufruire della prestazione per cui paga quello che rimane il canone – ormai trasformato in tassa – più caro d’Europa. Da notare che pagherà chi non ha né una radio né una televisione, pagherà chi non riceve il segnale, pagheranno i ciechi ed i sordi, ma non pagheranno i dipendenti della SSR. Compresi i manager da mezzo milione all’anno. Per loro provvederà l’azienda. Naturalmente con i nostri soldi.

Paragoni azzardati

Gli argomenti che si sono sentiti a giustificazione dell’ingiustificabile “canone obbligatorio” fanno sinceramente sorridere. Ad esempio l’azzardato paragone della radioTV con la scuola. Ossignùr. E’ evidente che il funambolico accostamento non sta né in cielo né in terra. La scuola è un servizio di base al cittadino. La radioTv no. E’ un prodotto legato al tempo libero e, nel caso della RSI, un piano occupazionale. Per informarsi, akkulturarsi e tutte le belle cosette molto politikamente korrette con cui ci hanno tirato la testa come un lampione negli scorsi mesi non c’è affatto bisogno né della radio né della televisione. Soprattutto oggi, ci sono molti altri strumenti.

Fregnacce a geometria variabile

Il Ticino, e c’è da andarne fieri, non ha ceduto allo squallido ricatto dei tagli alle risorse della RSI in caso di no alla modifica di legge. Anche perché oggetto della votazione non era affatto la ridistribuzione delle risorse del canone all’una o all’altra regione linguistica, bensì le modalità di prelevamento di queste risorse. Il cui ammontare – pure questo è stato detto – dovrebbe (il condizionale è veramente d’obbligo) rimanere invariato. Promessa che tuttavia, e non c’è bisogno del Mago Otelma per prevederlo, verrà ben presto disattesa. Anche quello che mena il gesso ha infatti capito che la nuova imposta salirà.

 E’ il colmo, dunque, che adesso che la nuova imposta è stata purtroppo approvata, si vada a blaterare che il No ticinese mette a rischio la quota-parte di canone destinata alla RSI. E’ ora di piantarla di raccontare fregnacce a geometria variabile. Prima si diceva che se non passava la modifica di legge le risorse per la Svizzera italiana erano a rischio. Adesso si dice che sono a rischio malgrado sia passata la modifica? Ma per cortesia!

RSI bocciata

Tuttavia il responso delle urne in Ticino ha anche una evidente valenza politica. Nel nostro Cantone è passato il No alla nuova imposta. E’ passato malgrado i ricatti, le pressioni, le strumentalizzazioni di altisonanti concetti quali “federalismo” e “coesione nazionale”, di cui si è abusato (e ancora si abuserà) senza vergogna per mettere le mani nelle tasche della gente. E a farlo è stato proprio chi quegli stessi principi non esita un secondo a calpestarli quando fa comodo. Un No che costituisce un chiaro voto di sfiducia nei confronti della RSI che, invece di fare servizio pubblico, fa propaganda di $inistra; un’azienda che la $inistra gestisce, tramite l’incestuosa cooperativa CORSI, come se fosse cosa sua. La RSI colonizzata dai kompagni ha perso la fiducia dei ticinesi. Negli sfarzosi uffici dirigenziali di Comano un “ripensamento” (eufemismo) è urgente.

Lorenzo Quadri

Tutto ciò che serve a combattere dumping e soppiantamento dei ticinesi è utile. Salari minimi: un passo avanti

L’approvazione, in votazione popolare, dei salari minimi settoriali (da contrattualizzare tra le parti) va senz’altro accolta positivamente. L’iniziativa, come noto, è stata lanciata dai Verdi ticinesi. La Lega l’ha appoggiata sia in gran consiglio (dove è passata grazie al nostro Movimento) che all’appuntamento con le urne.

Ovviamente i contrari alla proposta non hanno mancato di trovarle ogni tipo di pecche. Ben amplificati, in questo, dalla stampa di regime.

I contrari sono sostanzialmente quelli che, dopo aver devastato il mercato del lavoro ticinese spalancando le frontiere, adesso bocciano qualsiasi provvedimento che possa – seppur modestamente – contribuire a tamponare il disastro. Il motivo di questo atteggiamento può essere uno solo: a costoro sta bene che i lavoratori ticinesi continuino a rimanere a casa, soppiantati da frontalieri che costano meno.

Silurato il potenziamento

L’ex partitone ed il suo presidente, puntellati dalle associazioni economiche satellite, si sono spesi assai contro i salari minimi settoriali. Nulla di strano. Basta considerare i precedenti. Non solo a suo tempo il comitato liblab si espresse all’unanimità contro l’iniziativa “contro l’immigrazione di massa”, venendo asfaltato dalle urne, ma il ministro dell’economia PLR, Johann Schneider Ammann (che non ha freddo ai piedi) ha congelato, ossia silurato, il pacchetto di potenziamento delle misure accompagnatorie alla devastante libera circolazione delle persone. Questo malgrado il Ticino, di questo potenziamento, ne abbia bisogno come del pane. Lo ha fatto, il ministro PLR, prendendo a pretesto l’abbandono del tasso di cambio minimo con l’euro. Quando questo sarebbe semmai stato un argomento in più a favore del pacchetto! E come ha reagito il partito di Schneider Ammann a sud delle Alpi di fronte a questa brillante mossa del suo Consigliere federale? Silenzio. Citus mutus. Ohibò!

“Una serie di misure”

Il colmo è che è stato proprio il “Giuànn” a dichiarare che le distorsioni sul mercato del lavoro provocate dalla devastante libera circolazione delle persone vanno combattute “con una serie di misure, anche di portata modesta”. Misure che magari prese singolarmente possono sembrare di basso profilo ma che, messe assieme, dimostrano la loro efficacia. Belle parole. Smentite, però, dai fatti. Un conto è quello che si predica; altra storia è come si razzola. Infatti il primo ad affossare queste iniziative è proprio il PLR Schneider Ammann: vedi, appunto, la trombatura del famoso pacchetto di potenziamento delle misure accompagnatorie. Ed il suo partito di riferimento in Ticino fa la stessa cosa. Infatti si è battuto contro i salari minimi. Venendo sconfessato dalle urne; ancora una volta.

Fare o non fare?

L’iniziativa “salviamo il lavoro in Ticino” sarà stata imperfetta. Del resto le iniziative perfette non esistono. Ma non è perché si potrebbe fare “meglio” che bisogna rinunciare a fare “bene”. Altrimenti non si farà proprio nulla: e questa è la scelta peggiore possibile. Con la scusa che si può fare “meglio” gli spalancatori di frontiere PLR e PPD rifiutano le misure che potrebbero portare sollievo al mercato del lavoro ticinese, spremendosi le meningi per trovare ed amplificare difetti, e facendo i baffi alle formiche. In questo modo dimostrano di non voler rimediare al disastro. Anche perché boicottano le proposte altrui, ma mica ne propongono di alternative…

Il motivo può essere uno solo: a loro la situazione attuale sta bene così. I ticinesi se ne ricordino in ottobre.

Lorenzo Quadri

Da Berna ancora “triplete” di njet!

Iniziative cantonali ticinesi asfaltate dal Consiglio degli Stati

E poi dicono di essere particolarmente attenti ai problemi del Ticino? Al danno si aggiunge la beffa: invece di misure concrete arriverà l’ennesimo studio taroccato. Siamo a cavallo!

Ma guarda un po’. Per la serie “teniamo in particolare considerazione i problemi del Ticino”, ecco che il Consiglio degli Stati fa il bis. Prima la sua commissione dell’economia affonda all’unanimità tre iniziative cantonali ticinesi che chiedevano 1) l’abrogazione dell’accordo sui frontalieri del 1974 con l’Italia, 2) la competenza cantonale per fissare i contingenti dei frontalieri e 3) uno statuto speciale per il Ticino allo scopo di mitigare le ricadute negative della libera circolazione. Adesso il plenum della Camera dei Cantoni conferma questa posizione. Triplete di njet al Ticino!

In compenso ci sarà, udite udite, un postulato sui timori e sulle richieste del Ticino. Servono azioni e arriva carta.

Questioni importanti

Ora, è vero che per le Camere federali non c’è differenza tra un’iniziativa cantonale (quindi sottoscritta dalla maggioranza del parlamento di un Cantone) e un atto parlamentare di un qualsiasi deputato a Berna (fosse anche il più sfigato). Le iniziative cantonali hanno un tasso di trombatura altissimo. Ma questo non rende la situazione meno pesante.

I temi sollevati dalle tre iniziative asfaltate dalla Camera alta non erano proprio di quelli da tre e una cicca. Non si trattava di discutere sul sesso degli angeli. Tanto più che sulla concretizzazione del 9 febbraio siamo ancora in alto mare. Il Consiglio federale e la maggioranza dei partiti non bramano altro che l’affossamento del “maledetto voto”. Altrettanto in alto mare gli accordi con l’Italia sui frontalieri. La vicina Penisola, dopo aver ottenuto tutto, non vuole dare nulla. Se ne impipa della sovranità degli svizzerotti ed inserisce clausole ghigliottina contro il 9 febbraio. Vorrebbe annullare – con quali mezzi? – la decisione del parlamento ticinese di portare al 100% il moltiplicatore comunale per l’imposta alla fonte dei frontalieri. Un sostegno della Camera dei Cantoni al Ticino sarebbe stato assai utile. Un segnale politico importante. Che però non è venuto. Cosa si decide invece? Di respingere le iniziative. Come dire che “l’è tüt a posct”. Quindi, che il Ticino la pianti di scassare le scatole ed altro!

Sgradita conferma

Dalla Camera dei Cantoni, il segnale politico importante non è arrivato. Per contro, è arrivata proprio  la cosa più sbagliata. Ossia l’ennesima dimostrazione che le dichiarazioni di “stima”, di “comprensione”, di “attenzione”,  che piovono all’indirizzo del nostro Cantone sono delle semplici frasi fatte. Contentini fini a sé stessi. Quando si tratta di diventare più concreti, arriva il triplete di njet. Come detto, non è una sorpresa. E’, semmai, una sgradita conferma.

Rapporto farlocco

Ah no, fermi tutti. I Senatori hanno tacitamente approvato, bontà loro, il postulato commissionale che incarica il Consiglio federale di presentare un rapporto sui timori e sulle richieste ticinesi. Proprio quello che ci voleva per risolvere i problemi del Ticino: l’ennesimo studio taroccato, da cui emergerà – non ci vuole certo il Mago Otelma per prevederlo –  1) che “dalle statistiche non risulta che” e 2) che comunque, essendo in vigore la libera circolazione delle persone, “sa po’ mia”.

Forse è il caso di ricordare agli ingenui che l’ultima misura arrivata da Berna “a sostegno del Ticino” è la decisione del Consiglio federale, in prima linea il ministro dell’economia PLR Schneider Ammann, di congelare il pacchetto di potenziamento delle misure accompagnatorie alla devastante libera circolazione delle persone. Che razza di “rapporto” ci aspettiamo da un Consiglio federale che prende simili decisioni, se non un’arrampicata sui vetri con il preciso obiettivo di autogiustificarsi? Sveglia!

Lorenzo Quadri

Widmer Schlumpf prepara il regalo avvelenato?

Ohibò, la ministra del 5% “improvvisamente” favorevole all’amnistia fiscale

Di recente, sulla stampa domenicale (uella), la ministra del 5% Widmer Schlumpf si è dichiarata favorevole ad un’amnistia fiscale.

Si ricorderà che in Ticino, quando di recente una decisione del popolo a favore di un’amnistia cantonale è stata annullata in sede giudiziaria, gli amichetti ro$$i dell’Evelina esultavano per la trombatura della volontà popolare: “l’amnistia è un regalo ai ladri!”, berciavano i kompagni a mezzo stampa.

L’ultima nel 1969

Che un ministro delle finanze non di $inistra si esprima a favore dell’amnistia fiscale non è di per sé niente di strano. Essa in effetti serve a far emergere capitali nascosti, che possono così venire reimmessi nell’economia. La regolarizzazione del “non dichiarato”, tuttavia, non avviene gratis. Avviene dietro pagamento di una tassa d’amnistia. La tassa in questione finisce nelle casse pubbliche; sicché tutti felici e contenti. Se si pensa poi che in Svizzera l’ultima amnistia risale al 1969, si può ben dire che – diversamente ad esempio dagli scudi Tremonti – il provvedimento è assolutamente straordinario: il contribuente ne beneficia una volta nella vita.

Contrordine kompagni?

Tuttavia, anche i paracarri hanno ormai capito che Widmer Puffo è una marionetta dei kompagni (che la mantengono in carica in violazione dei più elementari principi democratici; ma si sa che violare la volontà popolare per il P$ è un’abitudine ed un piacere, vedi le posizioni contro il 9 febbraio). E, soprattutto, Widmer Schlumpf si è sempre espressa contro l’amnistia fiscale. Non solo sui domenicali, ma anche ufficialmente. Ad esempio, rispondendo ad atti parlamentari di chi scrive, ha detto che un’amnistia non serve: per chi volesse regolarizzare dei capitali non dichiarati bastano le leggi esistenti. Boh…

Adesso, ma guarda un po’, arriva il “contrordine compagni”. L’amnistia fiscale si può fare. A cosa è dovuto l’improvviso salto della quaglia? E (domanda aggiuntiva) è plausibile che, quando la sua cadrega traballa come non mai, la ministra del 5% voglia scattivarsi i suoi principali sponsor – ovvero i $ocialisti che, come detto, hanno esultato alla trombatura dell’amnistia fiscale ticinese da parte dei legulei del TF?

A pensar male…

A pensar male, diceva Andreotti, si commette peccato, ma ci si azzecca quasi sempre. Nel caso della Consigliera federale non eletta, si può tranquillamente tralasciare il “quasi”.

Sappiamo che Widmer Schlumpf vuole abolire il segreto bancario anche per i cittadini svizzeri.

 Malgrado, da bugiarda qual è, abbia detto che il segreto bancario per gli svizzeri non è in discussione, poco dopo ha tentato il golpe in Consiglio federale. Tanto per una volta, però, i colleghi, in un guizzo di buonsenso, l’hanno stoppata; e la ministra non eletta è uscita dalla seduta con le pive nel sacco. Ma non per questo si può presumere che abbia rinunciato al suo scellerato disegno. Ed infatti, con la tattica del salame, la “nostra” sta preparando il terreno per defraudare anche i cittadini elvetici della privacy bancaria. Lo scrivevamo la scorsa settimana: secondo le intenzioni di Widmer Puffo, i risparmiatori svizzeri dovranno autorizzare “volontariamente” la propria banca a trasmettere le informazioni che li concernono, oggetto dell’accordo sullo scambio automatico con gli eurofalliti, direttamente all’amministrazione federale delle finanze.

 Non c’è bisogno del Mago Otelma per prevedere che le banche, per paura di venire accusate di complicità in eventuale evasione fiscale, faranno in modo di costringere i propri clienti a concedere l’autorizzazione “volontaria”, applicando condizioni sempre più svantaggiose per i renitenti. I quali alla fine si vedranno posti davanti all’alternativa: o autorizzare “volontariamente” o chiudere la relazione bancaria.

L’”infilatio” è servita?

In questo disegno ben si inserisce l’amnistia fiscale. Che sarebbe, nelle intenzioni della Consigliera federale non eletta, il più classico dei regali avvelenati. Una volta entrata in vigore l’amnistia, l’Eveline direbbe: visto che gli svizzerotti hanno ora la possibilità di mettersi in regola, si può tranquillamente togliere anche a loro il segreto bancario. L’”infilatio” è servita! Il tutto per la gioia dei kompagni (altro che scattivarseli, vedi sopra).  Ministra del 5%, come recita uno slogan noto a sud delle Alpi: “non siamo mica scemi”!

Per evitare il disastro totale c’è un solo sistema. A dicembre la Consigliera federale non eletta non deve più essere in carica. I suoi sponsor – ossia i kompagni e gli uregiatti – sappiano di essere guardati a vista!

Lorenzo Quadri

Urge bloccare l’assalto al segreto bancario per gli svizzeri e sbugiardare la ministra del 5%. Difendiamo la nostra privacy!

Come noto, di recente il Consiglio federale ha aperto la consultazione sullo scambio automatico di informazioni bancarie con gli eurofalliti. Il passo segna la fine del segreto bancario con i paesi in questione. Proprio di quel segreto bancario che meno di 6 anni fa veniva dichiarato dall’allora ministro delle Finanze Merz “non negoziabile”.  Nel frattempo, però, la ministra del 5% viene nominata in Consiglio federale, in violazione dei più elementari principi della democrazia. Il suo partitino, presieduto da uno che di lavoro fa il lobbysta dell’UBS, non ha nemmeno lontanamente i numeri per aspirare ad una cadrega governativa. Widmer Schlumpf entra in Consiglio federale ed è il disastro.

In 6 anni, dunque, viene compiuta la svolta a 180 gradi. Le conseguenze si annunciano deleterie non solo per la piazza finanziaria, ma anche per la sicurezza del diritto in Svizzera. Una sicurezza del diritto che “ciurla nel manico” non può che avere, a sua volta, ripercussioni estremamente negative sull’attrattività del nostro paese per capitali ed imprese estere.

Prossimo passo

Il prossimo passo è già programmato: l’abolizione del segreto bancario anche per gli svizzeri. Al proposito si sta infatti già preparando il terreno nel modo seguente. I cittadini svizzeri dovranno autorizzare “volontariamente” la propria banca a trasmettere le informazioni che li concernono, oggetto dell’accordo sullo scambio automatico con gli eurofalliti, direttamente all’amministrazione federale delle finanze.

 Non c’è bisogno del Mago Otelma per prevedere che le banche, per paura di venire accusate di complicità in eventuale evasione fiscale, faranno in modo di costringere i propri clienti a concedere l’autorizzazione “volontaria”, applicando condizioni sempre più svantaggiose per i renitenti. I quali alla fine si vedranno posti davanti all’alternativa: o autorizzare “volontariamente” o chiudere la relazione bancaria.

Farsi male da soli?

Non c’è, evidentemente, alcun motivo di politica internazionale per smantellare il segreto bancario per i clienti svizzeri delle banche svizzere. I tentativi in questo senso vanno stoppati sul nascere. Del resto si ispirano alla criminalizzazione di chi ha messo via qualcosa: “tutti ladri”, come direbbero i kompagni. Che poi sono i primi ad “ottimizzare fiscalmente”, vedi la parlamentare $ocialista plurimilionaria esentasse Kiener Nellen.

Cancellare il segreto bancario anche per gli svizzeri significa sabotare un valore tipicamente elvetico (un altro): quello della fiducia tra cittadino e Stato. Sabotarlo,  per introdurre il principio del sospetto e della presunzione di colpevolezza, che è tipico dei paesi bancarottieri dell’UE. Il tutto, naturalmente, con la complicità della ministra del 5%, che della $inistra è una marionetta.

Iniziativa da appoggiare

Il 24 settembre 2014 è stata consegnata a Berna, corredata da quasi 120mila firme valide,  l’iniziativa “Per la protezione della sfera privata”. Come dice il nome, essa vuole tutelare la privacy dei cittadini nelle sue varie componenti. Compresa – e ci mancherebbe altro – quella bancaria. L’11 febbraio il Consiglio federale propone di respingere l’iniziativa, adducendo le consuete scuse fregnaccia (del tipo: la privacy è già sufficientemente garantita). L’iniziativa è sostenuta anche dalla Lega. Al proposito, è bene ricordare che nel 2009, grazie alla lungimiranza del Nano, la Lega lanciò un’iniziativa popolare per ancorare il segreto bancario nella Costituzione federale. Gli altri partiti rifiutarono però di sostenerla poiché – dissero – il segreto bancario era già sufficientemente tutelato dalla legge. Abbiamo visto come. Adesso costoro si mordono le mani e tentano di correre ai ripari con la tutela della privacy, chiudendo le porte quando i buoi sono già scappati. Complimenti!

 

Asfaltare Widmer Schlumpf

Sull’iniziativa “per la protezione della sfera privata” occorre dunque votare quanto prima. Un massiccio sostegno popolare, con conseguente iscrizione nella Costituzione del principio richiesto, avrà almeno due effetti benefici:

          stroncare sul nascere le deleterie iniziative della catastrofica ministra del 5% che mirano a distruggere la privacy bancaria dei cittadini svizzeri;

          sbugiardare la Consigliera federale non eletta.

E’ poi evidente che colpire la privacy bancaria del cittadino svizzero è solo il primo passo: l’obiettivo è demolire la privacy tout-court, istituendo il grande fratello.

Lorenzo Quadri

Niente assistenza per Varano, ma quanti altri casi analoghi ci sono? Stop alla presa per i fondelli!

Almeno una buona notizia c’è: l’Ufficio del sostegno sociale e dell’inserimento ha respinto la richiesta di assistenza presentata da Michele Varano, 63enne italiano residente a Gandria rinviato a giudizio per contrabbando di sigarette.

A Varano è stato revocato il permesso C, provvedimento contro cui il diretto interessato ha presentato ricorso, andando fino al tribunale federale (!).

Indigenti?

Una volta uscito di prigione in Italia, Varano ha chiesto nuovamente l’assistenza. Ah, però! Ma il Cantone questa volta ha detto njet. E il diretto interessato, bontà sua, ha rinunciato a presentare ricorso. Sicché la decisione negativa è cresciuta in giudicato. A dimostrazione di quanto era già evidente, ossia che Varano indigente non è di certo. Lo era solo agli occhi delle autorità ticinesotte.

Ed intanto per anni il contribuente ha pagato le prestazioni assistenziali all’inquisito straniero di turno, mentre ci sono – tanto per fare un esempio – anziani ticinesi che tirano la cinghia e non ricevono un centesimo perché proprietari di un bene immobile invendibile.

Quanto è il totale?

Adesso ci piacerebbe sapere a quanto ammontano in totale le prestazioni sociali ottenute nel corso degli anni da Varano, e se l’ente pubblico intende chiedere – andando per le vie legali – la restituzione di quanto percepito. Perché anche alla presa per i fondelli ci deve essere un limite. E perché non si pensi che lo Stato sociale cantonticinese è davvero il paese del Bengodi per tutti i furbi in arrivo da Oltreconfine che si fanno passare per nullatenenti.

Controllo sulle prestazioni

Al proposito è bene ricordare che il problema del controllo sulle prestazioni sociali erogate è sempre attuale. Negli anni scorsi la Lega ha ottenuto che venisse creata la figura dell’ispettore sociale (ispettrice, nel caso concreto), ma evidentemente questa figura deve essere in grado di svolgere il suo compito. Non deve diventare una foglia di fico per pulirsi la coscienza.

Altrettanto chiaro è che i comuni di domicilio degli assistiti, che meglio conoscono (o dovrebbero conoscere) il territorio, hanno un importante compito di sorveglianza e di segnalazione. Ma anche singoli cittadini che sentono e vedono “cose strane” (magari su facebook, perché c’è chi addirittura si vanta sui social di approfittare della socialità) possono fornire un importante contributo.

Non si tratta di diventare delatori o di creare climi da caccia alle streghe. Si tratta invece di difendere i soldi del contribuente, che sono soldi di tutti noi.

Permessi B

E’ peraltro sempre all’ordine del giorno la questione dei permessi B in assistenza. Che, per loro natura, in assistenza non dovrebbero proprio poterci andare: ricevono il permesso di trasferirsi in Svizzera per esercizio di attività lavorativa, requisito che non è manifestazione più dato se la persona entra in assistenza.

E non ci sono solo i permessi B in assistenza, ci sono anche i permessi B tarocchi in assistenza. Ad esempio, cittadini italiani che hanno in Ticino un domicilio farlocco, in genere presso un parente o un conoscente. In realtà però vivono oltreconfine. Però prendono l’assistenza. Che in Italia permette di vivere alla grande. E, se si vuole strafare, in Italia si può anche lavorare occasionalmente in nero, così si guadagna più di un professore universitario, e magari ci si compra pure la casa con i soldi dei ticinesotti, che tanto “sono fessi e non si accorgono di niente”.

Oppure, cambiando destinazione, vogliamo ricordare la vicenda dei cittadini balcanici al beneficio dell’invalidità svizzera e che con essa sono rientrati al loro paese d’origine? La società incaricata di investigare sulle reali condizioni di salute di questi “invalidi” dopo poco tempo rinunciò al mandato per le minacce ricevute. Ma guarda un po’…

Lorenzo Quadri

Dall’Austria “linea dura” contro l’immigrazione clandestina. Mentre in Svizzera la “linea” rimane molle come un fico

Gli austriaci, che sono un po’ più furbi degli svizzerotti, hanno deciso di rendersi meno attrattivi nei confronti dei finti rifugiati. Rilevando che le domande d’asilo sono aumentate del 160% nel corso dei primi 4 mesi dell’anno, Vienna ha deciso che smetterà di esaminarle. In questo modo l’Austria intende “incitare gli altri paesi membri dell’UE a fare più sforzi per accogliere le ondate di rifugiati che arrivano in Europa”. Per il momento infatti “ci sono solo dichiarazioni d’intenti isolate che non ci fanno avanzare”.

Si retrocede

Ad dire il vero, non solo non si avanza. Addirittura si retrocede. I confini esterni dell’UE sono un colabrodo. La ripartizione di un numero peraltro limitato di asilanti tra gli Stati UE è subito saltata; primi ad opporsi i paesi dell’Europa dell’Est, foraggiati a suon di miliardi di coesione: proprio vero che la riconoscenza non è di questo mondo!

 E la “ministra degli esteri” degli eurofalliti, tale Federica Mogherini (velina di Renzi) se ne va in giro a raccontare che “nessun clandestino verrà rimandato indietro contro la sua volontà”. Una dichiarazione più scriteriata e deleteria era difficile da fare. Qualcuno, però, c’è riuscito. E purtroppo alle nostre latitudini. Si tratta kompagni del $indakato UNIA. Quelli che, invece di preoccuparsi di tutelare i posti di lavoro degli svizzeri, dicono che il nostro paese si deve (!) fare carico del 10% dei clandestini del Mediterraneo. Naturalmente, questo 10% extra lo ospitano i kompagni di UNIA a casa loro, e sempre i kompagni di UNIA provvedono al mantenimento degli asilanti, e ancora loro garantiscono del corretto comportamento degli immigrati, nevvero?

Confini esterni a colabrodo

I vari stati membri UE, preso atto che di far rispettare le regole che reggono il diritto d’asilo non si preoccupa nessuno – perché infrangerle è politikamente korretto – stanno irrigidendo le loro posizioni. Vedi Inghilterra, Germania e adesso anche l’Austria, con lo stop all’esame delle domande.

La posizione elvetica, invece, continua – come direbbero i nostri vecchi – ad essere “molle come un fico”.

 La kompagna Simonetta Sommaruga non perde occasione per ripetere che “dobbiamo aiutare l’Italia”. Quest’ultima, per tutto ringraziamento, fa fessi gli svizzerotti (ma anche i suoi compagni di merende UE) non applicando gli accordi di Dublino. Nei giorni scorsi si è appreso che 50mila immigrati sono “misteriosamente spariti” dai registri italici.

 Il “subito sotto” della Simonetta, Mario Gattiker, segretario di stato (uella) per l’immigrazione, chiede ai comuni di accogliere ancora più asilanti. Cosa, cosa? Ma non se ne parla nemmeno! Non ci facciamo carico delle conseguenze della deleteria politica della $inistra italiana non eletta che ha trasformato l’Italia nel “ventre molle dell’immigrazione in Europa”.

La soluzione è una sola. Chiudiamo le frontiere; via gli accordi di Schengen, che per il nostro paese rappresentano una storia di fallimenti e di costi fuori di cotenna (100 milioni all’anno!) lunga un decennio. Via Schengen, ma subito! La Germania li ha sospesi per una decina di giorni, in occasione del G7, ed ha ottenuto risultati mirabolanti!

Lorenzo Quadri

Bruxelles, i funzionarietti sproloquiano: “svizzeri pentiti del 9 febbraio”. Il “rapporto” da tre e una cicca

Ormai la fallimentare (Dis)unione europea è scesa a livelli da barzelletta. E’ proprio vero che, quando si pensa che sia stato toccato il fondo, ci si accorge che in realtà è sempre possibile continuare a scendere.

Il sedicente “rapporto” appena elaborato da funzionarietti UE da tre e una cicca su quello che sarebbe l’orientamento della popolazione  svizzera sulla devastante libera circolazione delle persone è un concentrato di ignoranza, di incapacità e di malafede. Un tentativo, veramente patetico, di dire al committente quello che vorrebbe sentirsi dire. Che però, ma tu guarda i casi della vita, è lontano anni luce dalla realtà.

Avanti con le fantasie

Sicché, secondo questi funzionarietti europei, il vento in Svizzera “starebbe cambiando”, l’Udc con l’iniziativa “contro l’immigrazione di massa” si sarebbe “spinta troppo in là” (uhhhh, che pagüüüüraaa!) e quindi (?) perderà consensi in ottobre. Quanto alle paure della popolazione a seguito della devastante libera circolazione delle persone, sarebbero “ingiustificate”.

Quindi, secondo gli incauti scribacchini, la popolazione svizzera si sarebbe di fatto pentita del voto del 9 febbraio e dell’imperdonabile gesto di insubordinazione nei confronti degli eurofalliti dopo anni di prona sottomissione.  Sognate, ragazzi, sognate…

Su quali dati si basa il vostro rapporto-carta straccia? A chi avete chiesto informazioni? Ai kompagni della SSR, quelli che quotidianamente fanno propaganda pro-UE con i soldi del canone più caro d’Europa? Ai promotori delle varie iniziative anti 9 febbraio, sodali dello strasussidiato pagliaccio Dimitri? Al miliardario residente negli USA che li finanzia? Ai kompagni del “dobbiamo rifare il voto del 9 febbraio”? Agli autocertificati intellettualini politikamente korretti, mungitori seriali di contributi pubblici che sputano il loro spocchioso disprezzo sugli svizzeri chiusi e razzisti, ma quando si tratta di attingere a finanziamenti pagati dal contribuente ecco che la puzza sotto il naso si volatilizza come per incanto, perché “pecunia non olet”?

Concentrato di fregnacce

Ma bravi funzionarietti: i vostri superiori saranno stati entusiasti di leggere un simile concentrato di fregnacce. Peccato che la realtà sia lontana anni luce da questo grottesco quadretto. E avreste potuto benissimo accorgervene anche voi, dal momento che nella carta straccia che pomposamente definite “rapporto” almeno una cosa con una parvenza di senso compiuto (sparando nel mucchio) l’avete scritta: ossia che “l’ipotesi di una votazione globale sui rapporti tra Svizzera ed UE sembrerebbe stata abbandonata poiché ritenuta non ragionevole” dal Consiglio federale.

O aquile di Bruxelles, e questa considerazione non vi fa nascere qualche domandina, qualche piccolo dubbio? Non vi chiedete come mai la votazione testé citata “non è ritenuta ragionevole”? Forse perché a Berna qualcuno si sta rendendo conto che rivotare sui bilaterali comporterebbe un alto rischio di asfaltatura per gli accordi in questione? Ma come, secondo i vostri voli pindarici gli svizzerotti non erano diventati d’incanto filo europeisti?

Lavaggio del cervello

E’ chiaro che simili “rapporti” privi di qualsiasi valore – li avesse fatti uno studente liceale avrebbe rimediato una sonora bocciatura – vengono divulgati senza vergogna con un solo scopo: il lavaggio del cervello agli svizzerotti. Specie se poi vengono pubblicati con titoli fuorvianti del tipo: “in Svizzera il vento sta cambiando”, vero Corrierone?

Il vento sta sì cambiando: ma nella direzione esattamente contraria a quella auspicata dai funzionarietti di Bruxelles e dai nostrani spalancatori di frontiere.

Certo che se la qualità dei documenti che servono poi da base per le decisioni sull’UE è quella del rapporto-fetecchia sulla situazione elvetica post 9 febbraio, non c’è da stupirsi che l’Unione europea stia andando a catafascio.

Lorenzo Quadri

Siamo sempre allo stesso punto

Accordi con l’Italia: verso l’ennesima presa per i fondelli?

Come noto la deputazione ticinese alle Camere federali, presente il neo-direttore del DFE Christian Vitta, si è incontrata martedì  con la ministra del 5% Widmer Schlumpf ed il segretario di Stato De Watteville.

Tema principale all’ordine del giorno, gli accordi con la vicina ed ex amica Penisola. Quegli accordi che nel giugno dello scorso anno dovevano essere vicini alla conclusione. Adesso a che punto sono? “Vicini alla conclusione”. Ma guarda un po’, il concetto di “vicino” è, evidentemente, alquanto elastico.

Si gira attorno alla torta

In sostanza, quindi, si continua a girare intorno alla torta. Rispetto a quanto già noto da mesi non si sa granché di nuovo. La Svizzera ha concesso; la controparte  incassa e temporeggia. Inventa pretesti per tirarla in lungo. Per la serie: “tanto gli svizzerotti sono fessi e non si accorgono di niente”.

Naturalmente le black list italiane illegali restano allegramente in funzione, e il mercato italiano è e rimane chiuso a riccio alle aziende ticinesi. La burocrazia d’Oltreramina pretende dagli “operatori stranieri” le attestazioni e le iscrizioni più assurde, che naturalmente sono impossibili da ottenere. Per poter battere un chiodo ad expo un artigiano ticinese avrebbe dovuto produrre il certificato antimafia non solo per se stesso, ma anche per la moglie e/o convivente.

Colmo dei colmi: l’Italia nei confronti della Svizzera è inadempiente su tutto – ma però continua a ricevere – e crede pure di poter andare avanti a ricattini. Per la serie: se fate questo, gli accordi sono a rischio. Se fate quell’altro, la tempistica si allunga. Ma stiamo dando i numeri? Se qualcuno pensa di mettere il Ticino sotto pressione con l’obiettivo di farci calare le braghe, forse ha sbagliato qualcosa.

Sovranità elvetica calpestata

Per il resto il Belpaese continua, come noto, a calpestare la sovranità svizzera nelle trattative per il famigerato accordo. Contro il voto del 9 gennaio si inseriscono le clausole ghigliottina. Calcolare le imposte alla fonte dei frontalieri col moltiplicatore comunale al 100% è discriminatorio. Uella, e il fatto che i frontalieri siano sfacciatamente avvantaggiati dal punto di vista fiscale rispetto agli italiani che lavorano in Italia, non è forse discriminatorio nei confronti di questi ultimi?

Vantaggi per il Ticino?

Che il nuovo accordo sui frontalieri sia “vantaggioso per il Ticino”, come sostiene la ministra del 5%, è ancora tutto da dimostrare. Tanto più che la stessa Consigliera federale non eletta è l’autrice della sciagurata marchetta fiscale ai frontalieri, secondo la quale a questi ultimi dovrebbero venire riconosciute le stesse deduzioni fiscali che valgono per i residenti (il famoso concetto dei “quasi residenti”). Risultato: per l’erario cantonale meno entrate fiscali e più spese!

Il mantra

La storiella degli accordi vantaggiosi per il Ticino comincia a suonare come un mantra da ripetere a go-go. Per contro, i nuovi accordi sono certamente vantaggiosi per la Confederazione. Infatti lo splitting delle risorse fiscali prevede l’abolizione dei ristorni, poiché l’Italia preleverebbe direttamente le sue imposte. La conseguenza sarebbe ovvia: il Ticino verrebbe privato del suo più importante mezzo di pressione nei confronti della vicina Penisola e degli scienziati bernesi. Questi ultimi potranno allegramente svendere il nostro cantone all’Italia senza dover più temere la spada di Damocle del blocco dei ristorni.

Più tasse per i frontalieri

In realtà il principale vantaggio dei nuovi accordi per il Ticino consisterebbe nell’aumento della pressione fiscale sui frontalieri. In effetti il loro carico fiscale dovrebbe venire nel tempo (?) aumentato, fino ad essere parificato a quello degli italiani che lavorano e vivono in patria. Un importante aumento delle tasse dei frontalieri, così come chiesto dal postulato di scrive che il Consiglio nazionale ha approvato a larga maggioranza, servirebbe a rendere meno attrattivo il frontalierato. Ma al proposito la vicina Penisola fa melina. Non certo perché non le servano i soldi che potrebbe incassare. Ma per motivi di convenienza politica. Il partito che aumenta le tasse ai frontalieri perde in Lombardia.

Come disse, in occasione dell’ultimo incontro con la deputazione ticinese a Berna, l’accoppiata Widmer Schlumpf / De Watteville: la questione dell’aumento delle imposte italiane ai frontalieri ricade sotto la sovranità della Penisola. Apperò: l’Italia può calpestare la nostra sovranità quando le fa comodo, e gli svizzerotti non devono reagire per non pregiudicare le trattative. Però la sovranità italica è sacra e non si tocca.

Morale: siamo vicini agli accordi o siamo vicini all’ennesima presa per il lato B dei ticinesotti?

Lorenzo Quadri

Accordi di Schengen: il disastro è totale!

La Germania reintroduce i controlli ai confini per il G7 e i risultati sono mirabolanti

 

Cosa aspettiamo a sospendere subito ed a tempo indeterminato questi trattati fallimentari?

 

Ma guarda un po’! A seguito della riunione del G7 in Baviera, la Germania ha sospeso i fallimentari accordi di Schengen. In questo modo ha potuto scoprire oltre 10mila fuorilegge, centinaia di ricercati con mandato di cattura e compiere oltre 3500 arresti. E scusate se è poco!

L’accaduto dimostra, nel caso ci fosse stato ancora qualche dubbio, che l’abolizione dei controlli in frontiera è deleteria per la sicurezza. Gli accordi di Schengen servono solo a garantire la libera circolazione dei delinquenti nei paesi che li hanno sottoscritti, tra cui il nostro. Sono accordi ideologici, che costituiscono un passo – e che passo! – avanti nella rottamazione degli Stati nazionali. Perché un paese che non difende i propri confini è un paese finito.

 

Costi fuori di zucca

Il consiglio federale ha avuto la tolla di venire a dire che, tramite chissà quali mirabolanti innovazioni tecnologiche e banche dati, eliminando i controlli doganali la sicurezza del paese sarebbe aumentata. Come la maggioranza dei cittadini svizzeri (ma non dei ticinesi) abbia potuto bersi una simile plateale balla rimane un mistero. Oltretutto, sviluppo tecnologico e controlli al confine non stanno certo in contraddizione tra loro. Una cosa mica esclude l’altra.

Anche sui costi di questi disastrosi accordi sono state raccontate panzane grandi come case. La realtà è che la partecipazione allo spazio Schengen costa agli svizzerotti 100 milioni di fr all’anno: 14 volte di più di quanto indicato nella campagna di votazione. Paghiamo cifre fuori di cotenna per mandare a ramengo la nostra sicurezza!

 

10 anni di disastri

Gli accordi di Schengen sono stati votati dai cittadini svizzeri il 5 giugno 2005. Sono trascorsi 10 anni giusti.  E sono stati 10 anni di fallimenti. La cronaca ce lo ricorda tutti i giorni. Ultimo episodio in ordine di tempo: la rapina ed i furti nei giorni scorsi a Brusino Arsizio. I rapinatori entrano ed escono allegramente in macchina dalle dogane incustodite. Un vero invito a nozze!

E non veniteci a raccontare la storiella dei delinquenti che, anche con i controlli in dogana, entrerebbero comunque dalla frontiera verde. Dalla frontiera verde non si entra e non si esce in macchina, e nemmeno in moto! Ed i delinquenti hanno bisogno di allontanarsi rapidamente dal luogo del reato.

E’ il caso di ricordare che le Camere federali hanno approvato la mozione della Consigliera nazionale leghista Roberta Pantani per la chiusura notturna dei valichi non controllati. Cosa aspetta la ministra del 5% Widmer Schlumpf a mettere in atto la decisione? Sveglia!

 

L’assalto dei finti asilanti

A siglare il totale fallimento degli accordi di Schengen arriva poi l’assalto dei finti asilanti, tra cui si nascondono i miliaziani dell’Isis. Mentre, ad esempio, l’Australia rimanda indietro i barconi, l’Italia, con le sue assurde operazioni militari-umanitarie, li va a prendere in mare. E poi non li registra in violazione degli accordi di Dublino. Non è finita. Il “ministro degli esteri” della fallita UE è tale Federica Mogherini, velina di Matteo Renzi, la quale ha già detto che “nessun migrante verrà rimandato indietro contro la sua volontà”. E’ quindi evidente che la Svizzera non ha altra scelta che difendersi da sola, chiudendo le frontiere.

 

Confini esterni a colabrodo

Purtroppo, però, anche la Svizzera rinuncia a far rispettare le regole del diritto d’asilo. Il Segretario di Stato per l’immigrazione Mario Gattiker e la sua capa, la kompagna Simonetta “dobbiamo aiutare l’Italia” Sommaruga, invece di applicare il diritto d’asilo – che serve per i perseguitati politici e non per i rifugiati economici – fa pressioni sui Comuni perché accolgano più clandestini.

Visto che i confini esterni dello spazio Schengen sono peggio di un colabrodo, le premesse per l’applicazione degli omonimi accordi non sono manifestamente più date.

 

Sospendere subito!

 10 anni sono un periodo più che sufficiente per rendersi conto che, in particolare per la Svizzera, gli accordi di Schengen sono un totale flop. La loro sospensione da parte della Baviera in occasione del G7, ed i mirabolanti risultati ottenuti in pochi giorni di controlli sistematici alle frontiere, sbattono sotto gli occhi di tutti l’enormità di questo fallimento annunciato. Sono cifre, statistiche ufficiali. Non blabla.

Non decidere la sospensione immediata ed a tempo indeterminato degli accordi di Schengen davanti a queste prove vuol dire essere ciechi. Una cecità che sconfina in complicità con i delinquenti.

Lorenzo Quadri

 

Schengen sospeso in Germania, ecco i risultati

Numero di persone controllate durante il G7: 362 275

Infrazioni alla legge sul soggiorno: 10.555

Fermati 135 ricercati con mandato di cattura

3.517 persone arrestate. Tra di esse diversi passatori.

Scoperte diverse violazioni e infrazioni alla la legge sugli stupefacenti e la detenzione di armi

Identificate 65.634 persone. Fermate 77 persone per reati minori.

 

 

 

Votano contro la mozione per esporre la bandiera svizzera

I partiti $torici non vogliono il vessillo rossocrociato

E non è neanche la prima volta che vengono affossate proposte di questo tipo

In Gran Consiglio i partiti $torici Plr (con eccezioni) PPDog e P$ hanno votato contro la bandiera svizzera. E non è nemmeno la prima volta che questo accade.

Oggetto del contendere, una mozione presentata nel 2013 dall’allora deputato leghista Stefano Fraschina, che chiedeva che la bandiera svizzera fosse obbligatoriamente esposta sugli edifici pubblici, dove attualmente compare in occasioni saltuarie.

Ci sono dei precedenti

La mozione, dibattuta lo scorso lunedì in Gran Consiglio, è stata bocciata per 40 voti a 32 con un’astensione. In questo genere di “misfatti”, il parlamento cantonale è recidivo. Nel 2012 aveva infatti respinto una mozione presentata nel 2007 da chi scrive e da Norman Gobbi su un tema analogo: allora si trattava di autorizzare l’esposizione di bandiere straniere (ovunque) solo se accompagnate da una svizzera di uguali dimensioni.

Di recente il tema delle bandiere è tornato d’attualità il 5 maggio, quando dal Cantone (dal cancelliere Gianella) è giunta la richiesta ai comuni di esporre la bandiera Ue per onorare il “compleanno” del Consiglio d’Europa. Praticamente tutti i Comuni hanno incautamente ottemperato. La maggior parte di essi senza nemmeno passare dal livello politico (hanno fatto tutto le cancellerie comunali). Ovviamente la presenza della bandiera blu con le stelle non è piaciuta in un Cantone dove quasi il 70% dei cittadini ha votato, e giustamente, l’iniziativa “contro l’immigrazione di massa”.

A chi dà fastidio la bandiera

Non si capisce a chi possa sensatamente dare fastidio la bandiera rossocrociata. A parte, è ovvio, ai soliti spalancatori di frontiere: quelli che vogliono abolire le bandiere, ma anche le camicie con gli Edelweiss, per non “urtare la sensibilità” dei soliti stranieri non integrati. Se qualche immigrato si sente offeso dai simboli della nazione che lo ospita, può voler dire solo una cosa: che non è al suo posto in quella nazione. E quindi può anche tornare al paese d’origine.

Scuse debolissime

La scusa del federalismo e dell’autonomia comunale fa un po’ ridere, soprattutto se invocata da quanti, come i kompagni, il federalismo non perdono occasione per sabotarlo. Vedi l’esempio della nuova imposta sulle successioni in votazione oggi. Altrettanto inconsistente l’altro argomento sentito, ossia che esporre costantemente la bandiera equivarrebbe a “svilirla”. Ma per cortesia. Come se un simbolo fosse  un qualcosa da tenere nascosto. Visto che i signori sono spalancatori di frontiere, che si guardino un po’ in giro. I paesi che espongono la bandiera in permanenza su tutti gli edifici pubblici, dai municipi alle scuole, lo fanno forse per “svilirla”? Suvvia, evitiamo di scadere nella barzelletta.

Chi rifiuta la bandiera semplicemente vuole staccare la popolazione dalla Svizzera e dai suoi valori. In nome del solito internazionalismo becero. Per la serie: i ticinesotti sono già sufficientemente antieuropeisti, non sia mai che si incoraggino sentimenti di attaccamento alla nazione (e quindi alla sua indipendenza e soprattutto sovranità): “bisogna aprirsi” (come se non avessimo già spalancato tutto lo spalancabile); bisogna educare i ticinesotti a farsi comandare dai funzionarietti stranieri di Bruxelles. Europeismo è politikamente e moralmente korretto (perché cosa lo è e cosa no lo decidono gli spalancatori di frontiere); antieuropeismo è uguale a razzismo e fascismo.

I simboli – come la bandiera – hanno un valore, distruggerli (o farli sparire) è il modo più evidente di colpire quello che ci sta dietro.

Lorenzo Quadri