Canone radiotv: cittadini infinocchiati!

Come volevasi dimostrare, niente restituzione dell’IVA indebitamente prelevata

Come volevasi dimostrare, ancora una volta il contribuente svizzerotto rimane cornuto e mazziato.

Il Tribunale federale ha stabilito che sul canone radioTv (il più caro d’Europa, di recente trasformato in imposta, visto che verrà corrisposto “senza causa”) l’IVA è prelevata ingiustamente. Questo è accaduto lo scorso aprile.

Per il futuro quindi non si pagherà più l’imposta sul valore aggiunto sul canone. E il passato? Già, perché il prelievo dell’IVA, che il TF ha riconosciuto come indebito, avviene dal lontano 1995. E, se il salasso non è legittimo da aprile, è evidente che non lo era nemmeno in precedenza.

Chi ha avuto, ha avuto…

La decisione sul da farsi in merito ai canoni versati dal 1995 in poi spettava però all’Ufficio federale delle comunicazioni, Ufcom. Il quale, ma tu guarda i casi della vita, ha deciso che all’utente non si risarcisce un fico secco. Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato. E, visto che ad aver “avuto” è la Confederazione, figuriamoci se un suo ufficio si sognava di restituire! Si fa decidere chi si è indebitamente ingrassato alle spalle dei cittadini se vuole dare indietro il maltolto? Geniale!

La storia insegna

E’ il caso di ricordare che l’Ufcom, che benedice un ladrocinio a danno dei cittadini-telespettatori, è poi lo stesso che  fissa, d’accordo con i compagni di merende della SSR, l’ammontare della nuova imposta con cui si foraggerà l’ente radiotelevisivo. La storia insegna che, quando viene introdotta una nuova imposta, quest’ultima è destinata ad aumentare. Figuriamoci allora cosa succede quando a stabilire l’ammontare del prelievo è un ufficio federale che rifiuta di restituire quanto indebitamente sottratto alla gente!

Come le casse malati?

Quanto accaduto con l’IVA sul canone ricorda da vicino – anche se, per fortuna, più in piccolo – la vicenda del rimborso, o piuttosto, del non rimborso, dei premi di cassa malati pagati in eccesso. I Ticinesi, come sappiamo, da 18 anni sborsano premi di cassa malati gonfiati. Ciò è accaduto con la complicità della Confederazione. “E’ accaduto?” In effetti, il tempo al passato è scorretto. Non “è accaduto”: tuttora accade. Il risarcimento ottenuto – 70 milioni su 450 – lo abbiamo scritto un’infinità di volte, è una presa per i fondelli.

Chissà perché c’è come il vago sospetto che anche la nuova imposta radiotelevisiva ex canone avrà lo stesso andazzo dei premi di cassa malati: continuerà ad aumentare.

Votazioni da rifare

Ma quella sui vent’anni di IVA sul canone stuccata agli utenti e che non si vuole restituire, non è l’unica decisione in materia radiotelevisiva presa in questi giorni. Il TF ha infatti deciso che le schede della votazione del 14 giugno, per quanto l’esito sia stato risicatissimo, non verranno ricontate.  Stranamente in questo caso non si trova un miliardario residente negli USA disposto a finanziare un’iniziativa per rifare la votazione. Chiaro: il Sì per il rotto della cuffia costituisce un regalo alla SSR, ovvero all’organo propagandistico degli spalancatori di frontiere e dei sabotatori del 9 febbraio, sicché… due pesi e due misure!

Lorenzo Quadri

Basta con la melina e con le pippe mentali

Divieto di Burqa, i giusti siluri del “Ghiro” contro chi giochicchia con la volontà popolare

Se i relatori parlamentari non fanno i compiti, vuol dire che la Commissione della Legislazione li deve cambiare!

E’ evidente: anche in materia di divieto di burqa – un po’ come sul 9 febbraio – la volontà chiaramente espressa dal popolo ticinese è oggetto di sabotaggio da parte delle solite cerchie politico-mediatiche. La NZZ ha pubblicato venerdì un articolo del suo corrispondente dal Ticino in cui appare manifesta la volontà di certuni di fare melina. E’ stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso: il promotore dell’iniziativa anti-burqa Giorgio Ghiringhelli ha scritto una mail al direttore del Dipartimento delle Istituzioni Norman Gobbi (che in realtà il suo compito l’ha fatto…) e al presidente della Commissione della legislazione del Gran Consiglio Andrea Giudici. Comunicazione con aut-aut: o in tempi brevi – non certo nella primavera del 2016, come si leggeva sulla NZZ! – dalla citata Commissione esce una legge d’applicazione che rispetti la volontà popolare, oppure verrà lanciata una nuova iniziativa; e saranno “cavoli amari”.

In Francia – con oltre 60 milioni di abitanti! – il divieto di burqa è stato messo in vigore in quattro e quattr’otto, senza tante paturnie. Nessuno ha fatto un cip. E’ evidente che la stessa cosa può essere fatta anche in Ticino (350mila abitanti!). Se ciò non accade, il motivo non è affatto di ordine tecnico. Nemmeno legislativo. E’, semplicemente, politico.

Scelte infauste

Il Mattino lo aveva detto subito: la scelta dei relatori commissionali sul divieto di burqa è stata oltremodo infelice. L’incarico è infatti andato alla PLR Micocci e al neo-kompagno Ducry. Il P$ è contrario al divieto di burqa. E sappiamo che questo partito la volontà popolare la rispetta solo le volte (sempre meno) in cui ottiene ragione. A dire il vero, in un documento del 2010 il partito nazionale si era espresso a favore del divieto. Poi però ha fatto il salto della quaglia, perché bisogna essere aperti, multikulti, e via andando. Quanto alla relatrice dell’ex partitone, la signora si è profilata in aprile – si è visto con quali risultati – come candidata antileghista. E dato che la Lega sostiene con convinzione il divieto di velo integrale, anche a livello nazionale…

Cambiare cavalli?

Adesso è compito della Commissione della Legislazione del Gran Consiglio riprendere in mano le redini della situazione. Se la priorità di chi è incaricato del compito, certo non arduo, di tradurre in realtà una votazione popolare che più chiara non si può, è quella di tirarla in lungo per mettersi in mostra ad oltranza sui media compiacenti, a partire dalla radiotelevisione di presunto servizio pubblico – sempre in prima fila quando si tratta di sabotare le decisioni popolari contrarie al politikamente korretto e alla fallimentare multikulturalità – semplicemente il compito di relatore va ritirato ed affidato ad altri. Ovvero a qualcuno che intenda svolgerlo con celerità, nel rispetto della volontà popolare. E non utilizzarlo come mero pretesto per apparire (e speriamo almeno non per fatturare al contribuente ore di lavoro di relatore riempiendo pagine di elucubrazioni-foffa, perché nel parlamento di questo ridente Cantone si vede anche questo).

Rimettere in carreggiata

La Commissione della Legislazione ha quindi ora la possibilità di rimettere le cose in carreggiata, pretendendo dai relatori la consegna del rapporto – oppure cambiando i relatori.

La Commissione della Legislazione deve quindi dimostrare che ci sono dei politici che la volontà popolare – sia che personalmente la condividano oppure no – intendono rispettarla ed applicarla in tempi brevi, come democrazia impone. Se ciò non accadrà e si dovrà andare, come giustamente minaccia il “Ghiro”, ad una nuova votazione popolare, se ne assumerà la responsabilità. Vale a dire, si assumerà la responsabilità dei costi, della perdita di tempo e soprattutto dell’ulteriore perdita di fiducia dei cittadini ticinesi nei confronti della politica e, più in generale, delle istituzioni.

Lorenzo Quadri

La diplomazia traditrice del popolo

Il Consiglio federale manda a negoziare con gli eurofalliti i sabotatori del 9 febbraio

Ma guarda un po’. Dal famoso voto del 9 febbraio è passato ormai oltre un anno e mezzo. In questo periodo sotto le cupole federali si è però fatto ben poco (eufemismo) per la sua traduzione in realtà. L’impegno bernese è stato però massimo nel farsi dire dai funzionarietti di Bruxelles, come pure da taluni europarlamentari (e, se il livello standard è quello della notoria Lara Comi, siamo a posto) che sulla libera circolazione delle persone “non si negozia”.

Beh, anche il segreto bancario avrebbe dovuto essere “non negoziabile”. Anche il muro ungherese avrebbe dovuto essere solo una boutade fuori di zucca. Invece…

L’uscita di Balzaretti

Naturalmente la diplomazia federale, favorevole all’adesione della Svizzera all’UE, non poteva evitare di combinarne qualcuna delle sue. Vedi l’uscita dell’ambasciatore Balzaretti che ha dichiarato, davanti all’europarlamento, che la Svizzera sarebbe disposta a sottomettersi alla giurisdizione della Corte europea di giustizia sul proseguimento dei bilaterali dopo il 9 febbraio. E chi avrebbe autorizzato una simile, ed impegnativa, dichiarazione? Chi ha deciso che la Svizzera sarebbe d’accordo di sottoporsi alle decisioni di giudici stranieri? Balzaretti? Burkhaltèèèr? Il Gigi di Viganello?

La nomina del negoziatore

Passato, ma non certo archiviato, questo increscioso episodio, ecco che arriva lo psicodramma per la nomina del negoziatore elvetico a Bruxelles. Eh già: la votazione si è tenuta oltre un anno e mezzo fa. Però con la nomina del negoziatore si arriva adesso. Quando oltre la metà del tempo a disposizione – tre anni – per concretizzare la volontà popolare è trascorsa infruttuosamente. O meglio: è stata lasciata trascorrere infruttuosamente di proposito. Ed intanto, tra un “sa po’ mia” e l’altro, gli ambienti economici tentano di fare il lavaggio del cervello agli svizzerotti con i soliti metodi terroristici. E reiterando ad oltranza la panzana dei “bilaterali indispensabili per la Svizzera”.

La Monika non ci sta

Si diceva del negoziatore con Bruxelles. Prima il Consiglio federale – quindi in prima linea il ministro degli Esteri dell’ex partitone Didier Burkhaltèèèèr – voleva affidare l’incarico nientepopodimenoché a Monika Rühl. Il nome di questa signora alle nostre latitudini dirà poco o niente. Ma la Monika (con la k) è la presidente della direzione di Economiesuisse, la Federazione delle imprese svizzere. Economiesuisse è – ma tu guarda i casi della vita – assolutamente contraria al 9 febbraio. Ed in particolare ai contingenti per i lavoratori stranieri: da un anno e mezzo sta infatti facendo di tutto e di più per sabotarli. E’ il colmo: Burkhaltèèèr, esponente del PLR – partito il cui comitato si è espresso all’unanimità contro l’iniziativa “contro l’immigrazione di massa” – avrebbe voluto mandare a Bruxelles a trattare la concretizzazione di un voto popolare proprio chi quel voto lo vorrebbe cancellare dalla faccia della terra. Come mettere la volpe nel pollaio.

Scelto il galoppino di Widmer Schlumpf!

Incassato, e per fortuna, il njet della sciura Monika, l’ineffabile Burkhaltèèèr (PLR) passa al piano B. Ossia: nominare capo negoziatore con gli eurofalliti il Jacques De Watteville. Proprio lui, il galoppino della ministra del 5% Widmer Schlumpf. Quello che da anni sta trattando (in inglese) con l’Italia. Senza venirne ad una. Quello che, in occasione dell’ultimo incontro a Berna con la Deputazione ticinese alle camere federali, pretendeva che la Deputazione in questione si mettesse a fare pressione affinché  1) il Gran consiglio ticinese si rimangiasse la decisione di aumento del moltiplicatore dei frontalieri al 100% e 2) Gobbi rinunciasse alla richiesta dell’estratto del casellario giudiziale prima del rilascio di un permesso B o G.

Immaginiamo cosa possa portare a casa, per gli svizzeri, un negoziatore che, invece di sostenere le posizioni di chi gli paga il lauto stipendio, ossia i cittadini elvetici, tiene su la coda alla controparte. Un po’ come l’improponibile ambasciatore di Svizzera a Roma (tale Giancarlo Kessler, niente a che vedere con le omonime gemelle che se non altro avevano qualcosa da mostrare) il quale va in giro – nelle sedi pubbliche ed anche sui media – a raccontare fregnacce contro la sacrosanta richiesta dell’estratto del casellario giudiziale.

Certo che con una simile diplomazia – che è la prima traditrice della volontà popolare, e che è pure la prima ad infischiarsene bellamente delle sorti di questo Cantone – non c’è da stupirsi se gli svizzerotti vengono sempre, sistematicamente, fregati.

Lorenzo Quadri

L’iniziativa che insulta i ticinesi

Hanno raccolto le firme con i soldi del miliardario residente negli USA

Non si è mai visto un simile disprezzo per la volontà popolare: vergogna!

Ma guarda un po’: i promotori dell’iniziativa per cancellare il voto popolare del 9 febbraio, denominata iniziativa “fuori dal vicolo cieco (?)” hanno strombazzato ai quattro venti di aver raccolto le 100mila firme necessarie per portare ad una nuova votazione sul tema. Tra anni; perché la tempistica è questa.

E’ in ogni modo chiaro che la riuscita di un’iniziativa a livello federale dipende dai soldi a disposizione dei promotori, che pagano chi raccoglie le firme. In questo caso, i promotori erano foraggiati dal miliardario residente negli USA (dove paga le tasse costui, ammesso che le paghi?) Hansjörg Wyss. Il fatto che l’iniziativa sia riuscita, in simili condizioni, non vuole di per sé dire molto.

A proposito: secondo l’ultima informazione, che risale ai mesi scorsi, in Ticino il numero di sottoscrizioni raccolte dalla sciagurata iniziativa, che nel nostro Cantone è promossa dallo strasussidiato pagliaccio Dimitri e dal lic iur Paolo Bernasconi, era miserrimo. Nell’ordine di poche centinaia. Roba da far ridere i polli – e vergognare i promotori; ammesso che ne siano capaci, beninteso.

Inaudito e scandaloso

I promotori di una simile iniziativa, di motivi per vergognarsi ne hanno a vagonate. Non si è mai visto che praticamente il giorno dopo una votazione popolare si lanciasse un’iniziativa per cancellarne l’esito,  in quanto sgradito agli spalancatori di frontiere nonché moralisti a senso unico.

Un simile disprezzo per la volontà della maggioranza dei cittadini svizzeri, e del 70% del ticinesi, è inaudito e scandaloso.

Da notare che i promotori dell’iniziativa del vicolo cieco sono poi gli stessi che starnazzano contro gli ottimizzatori fiscali. Però i soldoni sonanti del miliardario che non si sa dove paga le tasse vanno bene. “Pecunia non olet”, il denaro non puzza. E l’indignazione messianica contro gli ottimizzatori fiscali tace su comando: morale a senso unico, come sempre. Soprattutto, pecunia non olet quando si tratta di mazzuolare il popolo bestia: ha osato contraddire il sacro mantra politicamente korretto del “bisogna aprirsi” e quindi va punito! A questo scopo, ogni mezzo è lecito.

Va da sé che coloro che oggi abusano del diritto di iniziativa popolare per cancellare un voto – quello del 9 febbraio – che gli provoca continui travasi di bile, si sarebbero messi a strillare come ossessi, con tanto di indignazione morale prezzolata, se si fosse lanciata un’iniziativa contro una qualche fallimentare “apertura” subito dopo la sua approvazione popolare. Il sistema dei due pesi e delle due misure è d’obbligo.

Contro gli interessi della Svizzera

L’iniziativa contro il 9 febbraio nuoce agli interessi della Svizzera e degli Svizzeri. E’ del resto questo il suo scopo: convincere i funzionarietti di Bruxelles che in realtà gli svizzerotti fessi e succubi mai oseranno alzare la testa ed opporsi al giogo degli eurobalivi che vogliono comandare in casa loro (evidentemente senza avere uno straccio di legittimazione per farlo). Ma figuriamoci: in realtà – ecco il messaggio che si vuole far passare – gli svizzerotti sono contenti e beati di farsi mettere i piedi in testa.

Obiettivo degli affossatori della volontà popolare: far sì che i negoziatori elvetici, già filoUE di loro (invece di sostenere le posizioni del popolo svizzero reggono la coda alla controparte) a Bruxelles non ottengano assolutamente nulla.

Quattro cose devono essere chiare:

1)       Il fine ultimo della scellerata iniziativa contro il 9 febbraio è portare la Svizzera nell’UE. Per questo si arrampicano sui vetri per ottenere una giravolta sulle sacrosante limitazioni alla devastante libera circolazione delle persone.

2)       Questa iniziativa è un attacco, ed un insulto, al Ticino e ai Ticinesi. In particolare a tutti quelli che non hanno un lavoro per colpa dell’invasione di frontalieri e padroncini.

3)       Il fatto che, a quanto pare, siano state raccolte 100mila firme non deve avere alcuna influenza sulla concretizzazione del voto del 9 febbraio, che – per il nostro cantone – è la prima priorità a livello federale. La volontà popolare è quella espressa un anno e mezzo fa e non altra: e a questa Berna deve attenersi.

4)       Avanti di questo passo e al “ri-voto” il popolo butterà all’aria tutti i bilaterali.

Lorenzo Quadri

Il festival del film ne ha fatta un’altra delle sue. Sì ai terroristi rossi, no ai cristiani

Con tanto di “ritorsione” contro il Giornale del Popolo accusato di scatenare polemiche

Anche quest’anno non poteva mancare la polemica sul festival del film di Locarno. Il “casus belli”, come noto, è l’esclusione del film “Noun” della regista svizzera Aida Schläpfer. Un documentario incentrato su un tema che gli intellettualini di $inistra, quelli che hanno colonizzato la kultura, trovano decisamente poco sexy: il massacro dei cristiani in Iraq.

La polemica è stata innescata dal Giornale del Popolo: a ragione. Una ragione pagata poi con l’esclusione dall’incontro con Andy Garcia. Alla faccia della libertà d’espressione e delle tanto decantate “aperture”! Gli è che sui cristiani perseguitati, troppo spesso si chiudono gli occhi. Quanto alle critiche, il Festival sembra andarsele a cercare: potrebbe anche essere una strategia per creare attenzione. Dagli zombie gay al palco offerto a terroristi rossi, ma rifiutato ai cristiani massacrati in Iraq, pare impossibile che non si sia pensato alle conseguenze.

Specie nel caso di una manifestazione, come è il festival di Locarno, certamente della massima importanza per il Cantone, ma anche ampiamente foraggiata con soldi del contribuente. Non essendo venuti giù con l’ultima piena, sappiamo bene che Oltregottardo ci sono festival concorrenti, ad esempio quello di Zurigo, che hanno tutto l’interesse, pro saccoccia loro, a “farla” al Pardo. Ossia ad indebolire un evento ticinese per ingrassare il proprio: in primis scippando sponsor. Ma questa situazione non giustifica comunque atteggiamenti di stizzoso ricatto morale come quelli che la direzione della RSI adotta regolarmente. Per la serie: chi non è con noi è contro di noi, chi ci critica è “nemico del Ticino” e quindi ci possiamo permettere di tutto e di più e nessuno deve osare fare un cip.

Libertà artistica?
Anche sulla questione della “libertà artistica” – altro mantra politikamente korretto invocato con la massima libidine dai soliti intellettualini – è bene puntualizzare alcune cosette. Chi attinge, e alla grande, dalla mammella pubblica, si levi dalla testa di poter zittire le critiche di cittadini e politici con la storiella della libertà artistica, ovvero: “siamo artisti (?) e quindi, con i soldi pubblici, facciamo quello che ci pare; propaganda politico-partitica inclusa. E voi, beceri bifolchi, chiusi e gretti, che non fate parte della nostra casta, pagate e tacete”.

Nossignore. Ci mancherebbe che chi paga non potesse dire la sua. Gli intellettualini con la puzza sotto il naso saranno liberi di fare i loro comodi quando non dipenderanno dalle casse pubbliche e quindi dal contribuente per la loro sussistenza: quel contribuente su cui non di rado costoro amano scaricare, reggendosi la coda l’uno con l’altro, spocchioso disprezzo in quantità industriali.

Proiettato al Rivellino
I cittadini così come pure i politici – che nel nostro sistema di milizia sono cittadini proprio come gli altri – sono senz’altro legittimati a criticare scelte presunte “artistiche” delle manifestazioni che si trovano costretti a finanziare. Specie quando dietro l’argomentazione “artistica” si sospetta la motivazione politica (o politikamente korretta).

E poi, lo diceva già il Consigliere federale Couchepin, ministro della kultura: non si può fare cinema senza spettatori. Il documentario Noun di pubblico ne ha raccolto parecchio, grazie alla lodevole – e anche furba – iniziativa del Rivellino, che ha fatto serate di pienone proiettando il film che tutti ormai volevano vedere. Dal punto di vista del pubblico, quindi, il cortometraggio funziona, Anche in questo, rifiutandolo, il festival di Locarno ha perso un’occasione.

Non dimentichiamo “Submission”
C’è poi un precedente che non va dimenticato. Un precedente che risale a 10 anni fa, all’edizione 2005 del Festival di Locarno. Si tratta del caso di “Submission”: un cortometraggio di una decina di minuti, realizzato dal regista Theo Van Gogh, che denuncia la sottomissione della donna nell’Islam. Per questa sua coraggiosa opera, il cineasta olandese venne ammazzato in mezzo ad una strada da un fanatico musulmano, nel novembre 2004. Qui dunque abbiamo a che fare con un regista che la sua libertà artistica l’ha pagata con la vita. Un gruppo trasversale di deputati in Gran Consiglio chiese alla direzione del Festival di Locarno di riservare uno spazietto a Submission nell’edizione 2005. Ma l’allora direttrice del festival del film Irene Bignardi rifiutò, stizzita e scandalizzata. Eppure l’esecrato documentario toccava proprio quei temi che dovrebbero essere cari al festival, come la libertà d’espressione e la condizione femminile. Affrontati, però – e qui casca l’asino – dalla prospettiva politica sbagliata: quella non di $inistra. Si critica l’Islam? Scandalo! Islamofobi! Razzisti! Fascisti! Alle considerazioni di censura polico-ideologica si sono aggiunte, nel caso concreto, quelle dettate da prosaica fifa blu o cagarella che dir si voglia: ci imbavagliamo, in casa nostra, per paura di “reazioni” da parte di immigrati in arrivo da “altre culture”.

Per questo, chissà perché, quando certi ambienti parlano di “libertà artistiche”, si ha sempre il sospetto che tali libertà valgano solo per le cerchie “giuste”…

Lorenzo Quadri

Le improbabili conversioni all’antieuropeismo

Le elezioni si avvicinano e le prese per i fondelli si moltiplicano

L’avvicinarsi delle elezioni federali sta provocando un’ondata di improbabili conversioni all’euroscetticismo da parte di chi, fino all’altro giorno, diceva ben altro. Poiché simili tentativi di raggiro vanno sbugiardati, è opportuno rimettere la chiesa al centro del villaggio.

Nel PS ci sono esponenti che, già dopo la randellata incassata in aprile alle elezioni cantonali, hanno tentato un maldestro salto dalla quaglia sulla questione europea. Ma il partito socialista, l’adesione della Svizzera all’UE se la ritrova addirittura nel programma – assieme all’abolizione dell’esercito e al “superamento del capitalismo”. Il PS ha sistematicamente denigrato come populisti, xenofobi, razzisti e fascisti gli avversari della libera circolazione delle persone. Ha condotto, anche appoggiandosi ai sindacati di sinistra – che comandano in casa socialista – una virulenta campagna contro il 9 febbraio. Finanziata, va da sé, dai sindacati. Che hanno usato, allo scopo, i soldi degli affiliati. Ossia dei lavoratori esposti al mobbing e al soppiantamento con frontalieri e padroncini provocato dalla libera circolazione. Tale virulenta campagna si è svolta sia prima che dopo la votazione. Vedi gli appelli al “voto da rifare” da parte dell’allora presidente del governo ticinese Manuele Bertoli nell’allocuzione ufficiale del primo agosto 2014. Solo un’opinione personale? Certo che no. Quella del voto da rifare è la posizione del partito socialista, espressa in svariate occasioni dalla presidenza nazionale.

PPD
Anche in casa PPD c’è chi, con zelo e tempistica assai sospetta, ora si straccia le vesti per mostrarsi euroscettico e rispettoso della volontà popolare ticinese. Giravolte a bassa credibilità. Rappresentanti di primo piano del PPD sono infatti entrati nei comitati anti-9 febbraio finanziati dal miliardario residente negli USA. Per contro, nessun popolare democratico – malgrado gli inviti ci siano stati eccome – ha accettato di entrare nel comitato (partiticamente trasversale) contro l’adesione strisciante all’UE. Visto che questo non bastava, il presidente nazionale PPD ha pensato bene di dichiarare che Widmer Schlumpf deve rimanere in Consiglio federale poiché “ha lavorato bene”. Quindi: no al 9 febbraio, sì a Widmer Schlumpf. Se con questo programma il PPD pensa di conquistare il voto ticinese…

Ex partitone
Non va certamente meglio in casa PLR. Come noto, il comitato cantonale del partito si è espresso all’unanimità contro l’iniziativa “Contro l’immigrazione di massa”, venendo poi asfaltato dalle urne. E il presidente nazionale Philipp Müller ha dichiarato che “bisogna rivotare” sui bilaterali, iscrivendo così il partito nella combriccola del sabotaggio del “maledetto voto” del 9 febbraio. Vale anche la pena ricordare che il ministro degli esteri PLR, Didier Burkhaler, oltre ad aver dichiarato che la Svizzera deve “aprirsi all’UE” (ovvero accettarne i diktat) è fautore della ripresa dinamica, ossia automatica, del diritto UE. Che significa farsi imporre le leggi da Bruxelles, alla faccia della nostra sovranità. E sempre dal Dipartimento degli esteri diretto dal PLR Burkhalter è uscita la spettacolare pensata di proporre alla presidente della direzione di Economiesuisse, Monika Rühl, l’incarico di capo negoziatrice a Bruxelles. Economiesuisse è ferocemente contraria a qualsiasi limitazione della libera circolazione delle persone, ed in particolare ai contingenti votati lo scorso anno dal 70% dei ticinesi. Non ci vuole dunque molta fantasia per immaginare in che modo la Signora Rühl avrebbe difeso a Bruxelles la volontà della maggioranza del popolo elvetico…

E chi altri, se non il capodipartimento PLR, può aver autorizzato l’ambasciatore presso l’UE Roberto Balzaretti ad uscirsene, davanti al parlamento europeo, con la balzana dichiarazione secondo cui la Svizzera sarebbe disposta a sottomettersi alla decisione della Corte di giustizia europea sul destino dei bilaterali dopo il 9 febbraio? Aggiungendo pure “non so quale altra nazione terza sarebbe stata disposta a compiere questo passo”? Risposta scontata: nessuna. Perché nessun altro Paese sguazza nella politica della capitolazione che a Berna si pratica con virtuosismo degno di miglior causa.

E vale forse anche la pena ricordare che l’altro Consigliere federale PLR, Johann Schneider Ammann, ha “congelato” (ovvero: rottamato) il pacchetto di potenziamento delle misure accompagnatorie alla libera circolazione delle persone, di cui il nostro Cantone avrebbe bisogno come del pane. Si fa dunque molta fatica a vedere nell’ex partitone un difensore della volontà espressa dal 70% dei ticinesi.

La pantomima sul casellario

Altrettanto indicativa la pantomima verificatasi dei giorni scorsi: interpellati da un giornale d’Oltralpe, improvvisamente tutti gli attuali rappresentanti ticinesi alle Camere federali si sono scoperti favorevoli alla richiesta del casellario giudiziale introdotta da Norman Gobbi. Peccato che in maggio, quando si trattò di votare in Consiglio nazionale una mia mozione contenente proprio questa misura, i due PLR si astennero mentre la rappresentante socialista votò contro. Uno dei due astenuti, interpellato da un portale ticinese, ha poi tentato di giustificare la propria goffa giravolta con scuse francamente ridicole. Chi si crede di prendere in giro?

L’imbroglio
Per il Ticino la concretizzazione del 9 febbraio e lo scardinamento della politica (in corso da anni) di adesione strisciante all’UE sono battaglie fondamentali. I giochi si fanno a Berna. Il 70% dei ticinesi non può permettersi di farsi rappresentare sotto le cupole federali da chi si trova sul fronte opposto. E vi si trova da sempre: i partiti storici, tanto per dirne un’altra, hanno sempre sostenuto a spada tratta anche i fallimentari accordi di Schengen.

E’ evidente che le conversioni di comodo all’antieuropeismo dureranno lo spazio di un mattino: quello del 18 ottobre. Il giorno dopo saranno già state dimenticate. Chi, tra gli pseudo-convertiti, sarà eletto o riconfermato, tornerà a fare quello che ha sempre fatto. Cioè il contrario di quello che ha promesso per ottenere il voto. Ma i ticinesi, per citare un noto slogan, “non sono mica scemi”.

Lorenzo Quadri
Consigliere nazionale
Lega dei Ticinesi

Postfinance leva le carte di credito agli Svizzeri all’estero

Piazza finanziaria: avanti così, continuiamo a farci male da soli!

Se a dare segnali alla capitan Schettino è un’ex regia federale, di proprietà al 100% della Confederazione, cosa dovrebbero fare gli altri?

Svendere senza contropartita il segreto bancario non bastava. Ma come, il segreto bancario non era “non negoziabile”? Ma come, con gli accordi di Schengen non si era garantito anche il futuro del segreto bancario? Eh già: pochi se lo ricordano, ma gli scellerati spalancatori di frontiere, nell’anno di disgrazia 2005, per sdoganare gli accordi di Schengen, raccontarono pure la panzana che essi costituivano una garanzia per il segreto bancario (sic!) oltre a portare “evidenti vantaggi” (doppio sic!) sul fronte della sicurezza. Come no! Ed infatti l’allora ministro degli esteri, l’evanescente Consigliere federale uregiatto Joseph Deiss (qualcuno se lo ricorda ancora?), ebbe a dichiarare, il giorno dopo l’approvazione dell’adesione allo spazio Schengen in votazione popolare (il Ticino, però, disse njet): “abbiamo ancorato il segreto bancario nel diritto dei popoli: è fantastico”.

Gli accordi di Schengen si sono ben presto dimostrati un flagello per la sicurezza – altro che “evidenti vantaggi” -, una catastrofe per le finanze pubbliche (costano 100 milioni all’anno, 14 volte di più della cifra indicata prima della votazione), e, quanto a garantire il segreto bancario, abbiamo visto come è andata a finire.

Modalità terroristiche

Non bastava, si diceva, svendere senza contropartita il segreto bancario.

Non bastava nemmeno svendere i dipendenti della piazza finanziaria – cittadini svizzeri che svolgevano il loro lavoro secondo la legge elvetica e le disposizioni delle banche – trasmettendone i nominativi alle autorità inquirenti USA. Questo modo d’agire si chiama tradimento, ha dei responsabili, ed in cima alla lista dei responsabili figura la ministra del 5% Widmer Schlumpf.

Non bastava nemmeno imporre al paese il Diktat Fatca sulla trasmissione agli yankees dei dati bancari delle “US persons” (definizione nebulosa che va ben al di là di quella di cittadino americano) e dei loro consulenti elvetici. Imposizione effettuata con le solite modalità terroristiche, raccontando la storiella che praticamente tutti i paesi avevano accettato il Diktat: se la Svizzera avesse detto No si sarebbe esposta a chissà quali tremende vendette da parte di Washington, la minore delle quali sarebbe stata la guerra termonucleare globale. Ancora una volta una montagna di balle!

Fatca nel mirino negli USA

Gli accordi Fatca sono infatti così granitici che da mesi sono nel mirino negli stessi USA. Il partito repubblicano li contesta per triplice violazione della Costituzione americana. Cause giudiziarie sono già pendenti. Inoltre il Diktat Fatca l’avranno accettato anche tanti Paesi, ma pochissimi sono invece stati così pistola da accettarne il “modello due”. Questo modello prevede che le informazioni vengano inviate dalle banche direttamente al fisco USA. In base al modello uno, invece, la trasmissione va fatta dalle banche all’autorità fiscale del proprio paese che a sua volta trasmette le informazioni ai “colleghi” americani. Inutile dire che tra i pochissimi “Stati pistola” figura la Svizzera che come al solito ha scelto, senza che ce ne fosse alcun motivo, la pista più svantaggiosa per sé. Perché svantaggiosa? Perché il modello uno è un accordo tra governi e prevede la reciprocità. Se gli USA modificano o aboliscono il Fatca, l’accordo viene a cadere. Ciò che non accade nel modello due. Sicché gli svizzerotti, fessi oltre ogni dire, si troverebbero a trasmettere dati di clienti e di dipendenti delle banche svizzere agli USA anche se il Fatca dovesse venire abolito proprio negli States!

La decisione assurda

Ma l’autolesionismo continua e l’ultimo esempio assurdo lo fornisce Postfinance, che ha deciso di abolire le carte di credito per i clienti residenti all’estero; svizzeri compresi. Stiamo parlando di una società al 100% di proprietà della Confederazione, che penalizza i cittadini svizzeri (espatriati). Per quale motivo? Così! Si potrebbe dire per semplice paura. Quella stessa paura che spinge vari istituti bancari a mollare la piazza rossocrociata. Del resto, Visto che il Consiglio federale è campione planetario nella calata di braghe, e gode addirittura nel nuocere alla piazza finanziaria elvetica ancora più del necessario pensando di compiacere non si sa quale padrone, che garanzie ci sono che quel che è legale oggi domani sarà un reato, e magari pure sanzionato retroattivamente?

Schettìni gialli?

Che nei panni di capitan Schettino ci si metta proprio Postfinance, sottolineiamo di proprietà della Confederazione, che toglie le carte di credito ai cittadini svizzeri residenti all’estero, è la dimostrazione che si è persa la bussola. Per almeno tre motivi.

1) E’ politicamente aberrante che a chiudere le porte, per paura, ai clienti svizzeri sia un’azienda interamente di proprietà dei cittadini svizzeri e con cui essi si identificano (ex regia federale).

2) La scelta di scaricare i clienti svizzeri residenti all’estero contraddice in modo plateale tutte le storielle rassicuranti sulla piazza finanziaria elvetica che rimarrà attrattiva per i clienti all’estero con prestazioni di qualità eccetera. La politica dello sfascio provocata dalla ministra del 5% Widmer Schlumpf, che speriamo nel giro di pochi mesi rimanga A CASA, fa sì che i clienti dall’estero, svizzeri compresi, vengano trattati da appestati e dunque scaricati. Quindi ci si auto-preclude una fette di mercato. Conseguenza logica: licenziamenti!

3) Come si può pretendere che gli altri istituti di credito continuino a puntare sulla piazza finanziaria svizzera se la prima a tirare i remi in barca è proprio la Posta? Un’azienda controllata al 100% dalla Confederazione dà il segnale del “si salvi chi può”? Siamo proprio messi bene!

Lorenzo Quadri