In Francia come in Svizzera, la partitocrazia fa quadrato. Sbarrare la strada agli odiati “populisti”

In Francia il Front National incamera un risultato elettorale storico, tuttavia non ottiene la guida di nessun dipartimento. Questo perché, nelle elezioni di ballottaggio, le altre forze politiche – quelle europeiste, quelle multikulti, quelle del “dobbiamo aprirci” – hanno fatto quadrato per sbarrare la strada allo sgradito intruso. Obiettivo: mantenere cadreghe e potere.

 

Cadreghe come collante

Ohibò: lo scenario sopra descritto a grandi (grandissime) linee ci ricorda qualcosa. Ci ricorda in effetti la situazione elvetica. Anche da noi, un mese fa, alle elezioni di ballottaggio del Consiglio degli Stati, il candidato di Lega-Udc, pur rappresentando il 9 febbraio (plebiscitato in Ticino dal 70% degli elettori), non è riuscito a spuntarla. Questo perché i partiti $torici hanno messo in campo i soliti giochetti di ticket e di sostegni incrociati. Lo hanno fatto non perché vadano d’accordo o condividano degli ideali (uella) ma solo per mantenere le cadreghe: unico, ma potentissimo, collante che tiene assieme l’ammucchiata partitocratica. Agli avversari della fallimentare (dis)unione europea, ai movimenti identitari, a chi vuole frontiere sicure contro la delinquenza d’importazione, a chi vuole salvaguardare il mercato del lavoro per i cittadini, a chi non ci sta a farsi dettare le leggi dai funzionarietti di Bruxelles, bisogna fare lo sgambetto con ogni mezzo. Denigrazione sistematica compresa: vedi le varie trite fregnacce su razzismo e fascismo.

Sabotare la volontà popolare

Ma non è solo alle forze politiche sgradite (in quanto identitarie e decise a tutelare quei valori che i sedicenti progressisti politikamente korretti ambiscono invece a rottamare) che si vuole sbarrare la strada. Si vuole tagliare fuori anche la volontà popolare “non allineata” al pensiero unico, evitando che ad essa venga dato il seguito che le regole della democrazia impongono. Vedi i reiterati tentativi di sabotaggio del “maledetto voto” del 9 febbraio. Ma vedi anche la scandalosa melina federale sull’espulsione dei delinquenti stranieri, ed intanto in Ticino fino all’80% degli “ospiti” della Stampa non ha il passaporto rosso (e nümm a pagum). Al punto di dover addirittura lanciare, cosa inaudita, un’ “iniziativa d’attuazione” per finalmente concretizzare la volontà popolare in materia di espulsione di stranieri che delinquono o che abusano del nostro Stato sociale. Sull’iniziativa d’attuazione si voterà il prossimo 28 febbraio. Lo stesso giorno si voterà pure sul traforo di risanamento del tunnel autostradale del San Gottardo. Dunque, un appuntamento con le urne importantissimo per la Svizzera e per il Ticino.

 

In un angolo?

Gli elettori del Front National sono sempre di più ma il “regime” fa in modo che contino il meno possibile. Una strategia assai poco furba, visto che non farà che aumentare ancora di più i consensi di Marine Le Pen.

Anche in Svizzera gli antieuropeisti sono sempre di più, ma il Consiglio federale va avanti con la politica del servilismo e della calata di braghe nei confronti degli eurobalivi, come se “niente fudesse”.

In Francia hanno una certa esperienza in materia di rivoluzioni, quando il popolo viene sistematicamente messo nell’angolo. C’è forse da imparare qualcosa?

Lorenzo Quadri

 

Consiglio nazionale: bocciate, come da copione, le tre iniziative cantonali ticinesi. Nuove legnate da Berna

Come preventivato, il Consiglio nazionale ha respinto le tre iniziative cantonali ticinesi che più hanno fatto discutere in questi mesi. La prima chiedeva l’abrogazione dell’accordo sulla fiscalità dei frontalieri, la seconda la creazione di una regione a statuto speciale per il Ticino e la terza l’attribuzione ai Cantoni della competenza di fissare i contingenti per i frontalieri votati il 9 febbraio 2014.
Le tre iniziative cantonali sono state trattate dalla commissione dell’economia e dei tributi (CET) dove non siede nemmeno un ticinese, la quale le ha respinte. Non essendo stato redatto alcun rapporto di minoranza che chiedesse l’approvazione di nessuna delle tre iniziative, le stesse sono state archiviate senza votazione.

Irresponsabile e pericolosa?
Non si è votato, ma i due relatori della CET non hanno mancato di calare la lezioncina imbevuta del solito abusato concetto di “comprensione”. Dimostrando di non aver “compreso” granché. Lo si è ben visto dagli argomenti addotti a giustificazione dell’ennesimo njet. L’iniziativa cantonale che chiedeva l’abrogazione dell’accordo sulla fiscalità dei frontalieri è stata qualificata di “irresponsabile e pericolosa”. Uhhhh, che pagüüüüraaa!
E perché l’iniziativa in questione sarebbe “irresponsabile e pericolosa”? Perché “sarebbe inaccettabile per l’Italia” (ma va?) e perché il Grigioni ed il Vallese, che hanno pure frontalieri italiani, non sono d’accordo con la proposta ticinese. Il festival delle fetecchiate!

Alcuni punti
1) Tanto per cominciare, il numero esiguo di frontalieri italiani nel Grigioni e nel Vallese non può essere in nessun caso paragonato all’invasione quotidiana subita dal Ticino per colpa della devastante libera circolazione delle persone. I ristorni dei frontalieri per il Vallese e per il Grigioni non sono un problema, per il Ticino sì.
2) Come scritto più volte, i ristorni sono un pizzo che da 4 decenni viene versato all’Italia in cambio della sua accettazione del segreto bancario svizzero. Quest’ultimo è però stato smantellato, quindi il pizzo non ha più ragione di esistere.
3) E’ stato lo stesso Belpaese a violare gli accordi inserendo la Svizzera sulle famigerate black list illegali a causa del segreto bancario, pur continuando ad intascare il pizzo come se “niente fudesse”.
4) I ristorni non sono mai stati utilizzati per gli scopi per cui sono stati concepiti.
5) Interessante scoprire che il criterio su cui si basa la Svizzera per prendere una decisione che riguarda i rapporti con un altro Stato è quello a sapere se l’altro Stato gradirà oppure no. Forse che la vicina ed ex amica Penisola, prima di inserirci sulle black list, ci ha chiesto se apprezzavamo?
6) La quasi ex ministra del 4% Widmer Schlumpf aveva promesso che, se entro la fine della scorsa estate non si fossero conclusi degli accordi con l’Italia, sarebbe stato il Consiglio federale a denunciare la famigerata Convenzione del 1974. Domanda: Widmer Schlumpf è “pericolosa ed inopportuna”? Oppure è bugiarda?
7) Quando, ormai oltre quarant’anni fa, venne creato il sistema dei ristorni a tutela del segreto bancario, vennero promessi indennizzi al Ticino che portava, e tutt’ora porta, la quasi totalità del peso di questa iniziativa. Non solo gli indennizzi non sono mai arrivati (né mai arriveranno) ma si mantiene artificialmente in vita la Convenzione del 1974 soltanto per fare un piacere all’Italia (e nümm a pagum).

Indorare la pillola?
Perfettamente inutile e stucchevole, dunque, il tentativo di indorare al Ticino la pillola del siluramento delle sue tre iniziative cantonali con la solita fregnaccia della “comprensione”, smentendo poi sistematicamente le parole smielate con i fatti.
Non vorremmo che questa decisione venisse percepita dal Ticino in modo negativo, hanno in sostanza detto i relatori in Consiglio nazionale. Ah ecco, e allora come dovrebbe venire percepita? Per la serie: ti prendiamo a legnate e poi tentiamo di farti credere che erano carezze.
Lorenzo Quadri

La deputata P$ sbrocca su facebook. Ma a $inistra credono di poter calare lezioni

La $inistra moralizzatrice ha toppato di nuovo. Credevano, i kompagni, di poter montare in cattedra a calare lezioni, ovviamente a senso unico. Credevano di poter rendere spregevoli i leghisti brutti e cattivi, razzisti e fascisti, chiusi e gretti, responsabili del degrado (uella!) del confronto politico: qualche kompagno ha addirittura utilizzato il termine di “untori”. Mentre loro, le verginelle ro$$e, si sono autoattribuite (senza alcun motivo concreto) il monopolio della morale, e quindi il ruolo di numi tutelari del dibattito politico corretto e rispettoso. Peccato che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Peccato che per montare in cattedra bisogna essere irreprensibili. Ma a $inistra sono lontanissimi dall’esserlo. E, se si vuole fare la morale, si abbia almeno la decenza di farla a 360 gradi e non solo ai nemici politici.

Ennesima gabola in casa
Così adesso i kompagni, che tanta panna hanno montato contro il Mattino maleducato e la Lega untrice e razzista, si trovano a gestire in casa l’ennesima gabola. La deputata P$ Bosia Mirra (chi è costei?) sbrocca a ripetizione su facebook. Arriva al punto di augurare alla leghista Sabrina Aldi di veder morire i propri figli. Apperò, fulgido esempio di confronto politico corretto. Dove sono i moralisti a senso unico ed in funzione partitica di BrutTicino? Spariti. Defilati. Evaporati. Ma c’è di peggio. Il presidente ad interim del P$ Carlo Lepori prima mette un like all’obbrobriosa esternazione di Bosia Mirra, poi, colto di sorpresa dall’ondata di indignazione (ma come, l’indignazione ed il vituperio non dovevano essere riservati all’odiato nemico leghista?) corre lesto a cancellarlo. Dice di non aver “letto bene” e sostituisce il “mi piace” con una frasetta da “baci perugina”. Qualche ora dopo, costretto dagli eventi, il P$ divulga uno stitico comunicatino in cui dichiara di “distanziarsi” dalle esternazioni della sua deputata (quelle stesse esternazioni che il presidente ad interim aveva gratificato con il “mi piace”). E’ forse il caso di ricordare che lo stesso presidente ad interim nemmeno molto tempo fa ha “ritwittato”, con evidente compiacimento, la notizia dell’assoluzione dello scrittore Alberto Tognola inquisito per aver sfoggiato un cartello con la civilissima scritta “israeliani codardi assassini”. Fosse stato un leghista…

Ultima di una lunga serie
Del resto il caso Bosia Mirra è solo l’ultimo di una lunga serie. La settimana scorsa il presidente nazionale del P$$, quindi non proprio l’ultimo arrivato, ha definito Norman Gobbi un razzista. Qui ci starebbe bene una bella denuncia penale per diffamazione, secondo la moda della gauche caviar.
Ma naturalmente sappiamo che c’è ben altro. Come il municipale e membro della direzione cantonale P$ che insulta i leghisti morti e vivi (“fascisti in giacca e cravatta, esseri più schifosi dell’universo, i loro genitori si vergognino”). Come il responsabile della comunicazione del partito condannato per ingiurie ai leghisti. Come il quindicinale spazzatura sedicente satirico Il Diavolo che cumula le condanne sempre per insulti ai leghisti, il cui referente è anch’egli ben addentro nella comunicazione del P$. E intanto illustri esponenti di siffatto partito plaudevano dette sortite (perché insultare i leghisti con gli epiteti più beceri è progressista e moralmente corretto) e allo stesso tempo sottoscrivevano appelli contro il Mattino populista e razzista.

La morale a due velocità emerge platealmente nelle posizioni di $inistra pubblicate sulle rete al proposito delle sbroccate di Bosia Mirra. “Inelegante nella forma ma conta la sostanza”, “Non sono queste le cose importanti”, “Chi ha seminato vento…”, “Passiamo ad altro”. Due pesi e due misure, come sempre.
Lorenzo Quadri

Il Consiglio federale: “Le liste nere italiane dureranno ancora a lungo”. Continuano a prenderci per i fondelli!

“La Svizzera resterà sulle liste nere italiane ancora per parecchio tempo”. Parola di Consiglio federale, che risponde ad una interpellanza del consigliere nazionale PPDog Fabio Regazzi. Non che al proposito ci fossero molti dubbi, ma la risposta del governo toglie quei pochi che potevano sussistere, mettendo nero su bianco una situazione a dir poco imbarazzante. Imbarazzante in prima linea per il Consiglio federale stesso, ma in particolare per la quasi ex ministra del 4% Widmer Schlumpf ed il suo portaborse De Watteville. Ma come: già nel giugno del 2014 costoro millantavano di avere in tasca la soluzione all’annosa diatriba con la vicina ed ex amica Penisola, al punto da esercitare indebite pressioni sulla deputazione ticinese a Berna affinché quest’ultima esercitasse a sua volta pressioni (ma che razza di giro è?) sul consiglio di stato perché non bloccasse i ristorni dei frontalieri, rovinando così l’idilliaco ambiente italo-svizzero che nel giro di poche settimane avrebbe portato a soluzioni strabilianti nell’interesse del Ticino. Adesso, invece, citus mutus.

Black list rimangono al loro posto
La cruda realtà è che invece le liste nere su cui è stata inserita la Svizzera rimangono allegramente al loro posto, malgrado le calate di braghe compulsive in arrivo da Berna. La vicina Penisola ha sempre una scusa per penalizzarci. L’atteggiamento italiano è improponibile. Il Belpaese approfitta alla grande della devastante libera circolazione delle persone senza limiti, sbarra le porte ad eventuale reciprocità poi però si mette a strillare se il Ticino tenta di difendersi, ad esempio con l’estratto del casellario giudiziale. Arrivando fino alle grottesche sbroccate del governatore della Lombardia Maroni che invita i frontalieri a scioperare per un mese, a spese sue. Il vero scandalo è che, davanti a queste invereconde piazzate, il Consiglio federale non si schiera dalla parte del Ticino, ma da quella dell’Italia. E’ il mondo che gira al contrario. Ci sono centinaia di migliaia di cittadini italiani che portano a casa la pagnotta solo grazie alla prossimità con il Ticino, a danno del nostro mercato del lavoro sempre più squassato; però da sud hanno il coraggio di accusarci di “discriminare”. E a Berna danno corda! Poi però, con incredibile faccia di latta, gli amici bernesi pretendono di essere credibili quando ci vengono a raccontare, con aria affranta, la loro comprensione (?) per i problemi del nostro sempre meno ridente Cantone…

Privati dell’arma
I cedimenti elvetici non hanno in realtà permesso di conseguire alcun risultato apprezzabile. Il nuovo accordo sui frontalieri, così come ventilato lo scorso febbraio (ammesso e non concesso che vedrà mai la luce) porterà al Ticino vantaggi economici vicini allo zero; però – ed era evidentemente questa l’unica parte che interessava alla Penisola – lo priva dell’arma del blocco dei ristorni. Gli amici italiani, se mai aumenteranno le imposte dei frontalieri al livello di quelle pagate dei contribuenti che vivono e lavorano nella Penisola (e qui sì che c’è una discriminazione palese) si terranno tutti i vantaggi. Agli svizzerotti attribuiranno solo le colpe e nemmeno una fettina di torta.

La goccia nel mare
Nella sua risposta sopra citata, il Consiglio federale insiste nel parlare di trattative con l’Italia che procedono. Un’affermazione che diventa sempre meno credibile. Come poco credibile è la storiella dell’adeguato coinvolgimento ticinese in negoziazioni che toccano in prima linea noi. Le conseguenze delle toppate bernesi pesano sul nostro groppone. Al proposito, il governo dichiara serafico che “il Ticino potrà anche dire la sua durante la consultazione che avverrà tra la parafatura dell’accordo e la sua firma”. In sostanza, il nostro Cantone dirà la sua quando questa conterà come una goccia nel mare. Come dire: vi prendiamo per il lato B e ve lo veniamo pure a dire…
Lorenzo Quadri

I deliri del politikamente korretto entrano nelle aule scolastiche. No alla camicia dei contadini svizzeri, sì al velo islamico

Proprio vero che all’idiozia politikamente korretta non ci sono limiti. Poco prima di Natale, in una scuola media di Gossau (ZH) una docente ha impedito agli allievi di indossare la camicia azzurra con le stelle alpine, caratteristica dei contadini svizzeri. Secondo l’illuminata visione dell’insegnante, di cui s’immagina facilmente l’appartenenza politica, la camicia in questione sarebbe “razzista e xenofoba”. I ragazzi l’avevano indossata per mostrarsi svizzeri “fieri e patriottici”: una dichiarazione che, evidentemente, deve essere suonata come una bestemmia alle delicate e multikulturali orecchie della maestrina dalla penna ro$$a di turno. Ma come, anni di lavaggio del cervello all’insegna delle frontiere spalancate e dell’internazionalismo gettati nel water? Se i giovani svizzeri, invece di rifiutare le proprie radici e la propria identità in nome del multikulti, sfoggiano la camicia dei contadini svizzeri – che evidentemente va intesa come simbolo identitario – dove andremo a finire?

Un messaggio tabù?
La direzione dell’istituto ha giudicato eccessiva la reazione della docente, sottolineando che la camicia non è vietata e non viola il codice d’abbigliamento. Almeno fino lì c’è arrivata. Ma al contempo (e ti pareva) ha anche criticato il comportamento dei ragazzi. “Quando uno studente si presenta con una camicia tradizionale è normale – ha affermato il direttore Patrick Perenzin – ma se sono in dieci ad indossare lo stesso indumento, si vuole mandare un certo tipo di messaggio”.
Ah ecco. Quindi, secondo la direzione scolastica, lanciare il messaggio che siamo in Svizzera e lo si può anche sottolineare con un capo d’abbigliamento particolare è un segnale tabù, da non dare. Pare di ricordare la triste vicenda accaduta in un’altra scuola nella Svizzera interna che cancellò una bandiera svizzera disegnata su un muro perché discriminatoria nei confronti degli allievi stranieri. Chi si sente discriminato dai nostri simboli nazionali non è al suo posto in Svizzera ed un insegnante che reputa questi simboli razzisti e xenofobi farà bene a cambiare mestiere.

Crisi isteriche
Dopo il Presepe e le bandiere, adesso anche le camicie con i fiorellini provocano crisi isteriche a chi predica l’inginocchiamento totale alle pretese più strampalate di immigrati che non si vogliono integrare; e questo in nome del “valore della diversità”. Peccato che proprio quei soggetti che si autoerotizzano cerebralmente con il “valore della diversità” sono poi i primi a non tollerare in nessun modo le posizioni differenti dalle loro.

Mentre il velo islamico..
Intanto, mentre una solerte maestrina dalla penna ro$$a manda a cambiarsi gli allievi che si presentano in classe con la camicia dei contadini svizzeri, il tribunale federale autorizza il velo islamico in aula. Perché gli stranieri la propria identità nazionale e religiosa la possono affermare eccome. Non possono invece farlo gli svizzeri, ridotti a cittadini di serie B in casa propria perché “bisogna aprirsi”.

E non si creda di poter risolvere equamente la questione bandendo tutti i simboli nazionali, sia svizzeri che stranieri, in nome di una fittizia “par condicio”. In Svizzera i simboli identitari del nostro Paese hanno tutto il diritto di cittadinanza: perché sono proprio dove dovrebbero essere. Al contrario di quelli stranieri.
Lorenzo Quadri

Terroristi naturalizzati ma non solo. Il ritiro del passaporto non sia più un tabù

Se la Svizzera è il paese della politica dei piccoli passi, un piccolo passo nella direzione giusta è stato fatto lunedì della scorsa settimana quando il Consiglio nazionale ha approvato a maggioranza l’iniziativa parlamentare del presidente nazionale Udc Toni Brunner, il quale chiedeva che agli svizzeri con doppio passaporto che partono per la jihad venisse tolta automaticamente la naturalizzazione.
La maggioranza della commissione delle istituzioni riteneva la richiesta “superflua”, perché la legge attuale già permette di revocare la cittadinanza a una persona la cui condotta è contraria agli interessi o alla buona reputazione del Paese. Una norma che si applica in genere solo in casi di terrorismo.

“Non problema”?
Quando i politikamente korretti vogliono affossare una proposta contraria alla politica delle frontiere spalancate e alle naturalizzazioni facili, o strillano al populismo e al razzismo oppure, visto che questa modalità comincia un po’ a stufare e – soprattutto – a fare cilecca, provano con l’argomento della proposta inutile, quindi del “non problema” perché le regole ci sarebbero già e quindi non servono delle modifiche particolari. Non c’è “Handlungsbedarf”, come dicono oltregottardo. Il burqa è un “non problema”. La naturalizzazione di persone in assistenza è un “non problema”. L’espulsione di delinquenti stranieri è un “non problema”, eccetera. Stessa musica per il ritiro del passaporto rosso ai jihadisti che sono stati naturalizzati. Ma qui le note stonate arrivano subito: ma come, le naturalizzazioni facili di persone non integrate non erano tutta una balla populista e razzista? Il punto, come ben si è visto, è che tra l’essere possibile ed il venire fatto c’è una bella differenza. Ed infatti, a sostegno della tesi che levare il passaporto ai jihadisti naturalizzati che ne hanno due “si può già fare e quindi la proposta è inutile” è stato indicato che una volta è successo. Un solo caso! Decisamente un po’ poco. Bisogna dunque mettere una regola nero su bianco, che valga sempre. Se ci si limita ad avere una possibilità di fare, questa possibilità poi in nome del multikulti non viene utilizzata.

Regole chiare
Occorre essere chiari: il naturalizzato che parte a fare la jihad non deve più poter rientrare in Svizzera. Dovrebbe essere un’ovvietà. Eppure, per chi è contrario al ritiro automatico del passaporto in questi casi, evidentemente non lo è. Costoro dunque sostengono che una persona naturalizzata che è andata a fare la jihad deve poter rientrare in Svizzera, a meno che la Confederazione ed il Cantone di cui ha la cittadinanza decidano il contrario. Con poi tutte le vie ricorsuali del caso. Si converrà che la differenza non è certo di poco conto. E’ evidente che la presenza di terroristi naturalizzati non è accettabile per il nostro Paese. E’ un rischio grave per la pubblica sicurezza. Di conseguenza, non ci possono essere compromessi.

La direzione è quella
Vari Paesi si stanno muovendo nella direzione indicata dall’iniziativa. Vedi Francia, Gran Bretagna, Olanda e pure l’Australia. Tutti populisti e razzisti? Oppure questa è l’evoluzione internazionale? Ma guarda un po’: quando si tratta di spalancare le frontiere gli standard internazionali diventano un must irrinunciabile. Se invece l’aria che tira è diversa…

La decisione della maggioranza del Consiglio nazionale a favore del ritiro, automatico e senza compromessi, del passaporto svizzero ai jihadisti con doppia nazionalità è dunque un passo nella giusta direzione. Tra gli avversari c’è chi ha argomentato che si crea una disparità di trattamento nei confronti di chi ha commesso altri reati gravi (assassinio, stupro, eccetera). Appunto. L’argomento può anche starci, ma la soluzione è semplice. Si ritira il passaporto anche ai naturalizzati con doppia cittadinanza che commettono questo tipo di crimini. Il ritiro del passaporto non deve più essere un tabù.
Lorenzo Quadri

Privacy per i sospetti terroristi, ma non per chi ha un conto in banca

Referendum contro la legge sui sistemi informativi: i kompagnuzzi sono usciti allo scoperto

Bene bene, i nodi della sinistruccia vengono al pettine. Una decina di giorni fa, l’assemblea dei delegati del P$$ ha espresso il proprio appoggio al referendum contro la nuova Legge sul servizio informazioni (LSI) per 106 voti a 62 e 7 astensioni. Quindi una maggioranza decisamente solida.
Il referendum in questione, che scade a metà gennaio, è stato lanciato dai Verdi e dai giovani socialisti; il P$$ non ha subito preso posizione. L’ha fatto lo scorso sabato.

Terroristi in Svizzera: grazie a chi?
La nuova LSI vuole fornire ai servizi informativi gli strumenti per sorvegliare, tra l’altro, le comunicazioni elettroniche. E’ noto infatti che i terroristi vengono reclutati, si tengono in contatto e si organizzano proprio per il tramite di questi canali. I massacri di Parigi, ad opera di terroristi islamici (sottolineiamo: islamici, visto che tale dato di fatto dà particolarmente fastidio ai multikulti) hanno confermato questo “modus operandi”. Però ai kompagni non sta bene che i servizi d’informazione svizzeri dispongano di strumenti adeguati per prevenire attentati terroristici e smantellare le cellule dell’estremismo islamico presenti in Svizzera.
E qui una qualche domandina si pone: chi ha creato le condizioni per l’insediamento dei terroristi islamici nel nostro paese? Forse chi ha spalancato le frontiere perché “dobbiamo aprirci”? Forse chi rifiuta qualsiasi controllo dell’immigrazione? Forse chi vuole cancellare le nostre tradizioni, Natale compreso, per non turbare (?) immigrati in arrivo da altre culture, chiarendo così che la Svizzera è terra di conquista?

Privacy a senso unico
Quindi adesso i sostenitori della politica buonista-coglionista-multikulti, che ci ha portato i terroristi in casa, vogliono sabotare il lavoro dei servizi informativi svizzeri nel combattere il terrorismo. Perché – udite udite – la privacy va tutelata. Peccato anche la sinistruccia tuteli la privacy solo a senso unico. Infatti, quando (tanto per fare un esempio) si tratta di privacy bancaria, ecco che la musica cambia. In modo radicale. I kompagni vogliono lo smantellamento totale della sfera privata. Vogliono il “cittadino trasparente”. Perché chiunque abbia un conto in banca è un potenziale evasore. Si coltiva proprio quella cultura del sospetto che nel referendum si dice di voler combattere.

Iniziativa per la sfera privata
E’ infatti riuscita nei mesi scorsi l’iniziativa popolare a tutela della sfera privata, che vuole tutelare il segreto bancario almeno per gli svizzeri. Forse che la sinistruccia, quella che improvvisamente ha scoperto la privacy (a tutela di immigrati sospetti di terrorismo?), difende questa iniziativa? Ma certo che no! Chi ha un conto in banca deve venire criminalizzato senonché i conti più pingui ce li hanno proprio i kompagni al caviale, vedi la consigliera nazionale P$ Margret Kiener Nellen che non paga tasse su un patrimonio di 12 milioni perché “ottimizza”.

Il caso ASIB
Interessante notare il comportamento di singoli deputati $ocialisti. Ad esempio quello di tale Jean – Christoph Schwaab: questo signore, giustamente sconosciuto ai più, è il presidente della sezione romanda dell’ASIB, Associazione svizzera degli impiegati di banca. Tuttavia, ha sostenuto e sostiene lo smantellamento del segreto bancario. E quindi di decine di migliaia di quei posti di lavoro che dovrebbe tutelare. Non risulta nemmeno che il “Gian Cristoforo” si sia tirato giù la pelle di dosso per impedire che il Consiglio federale desse in pasto alle autorità inquirenti USA i nomi di funzionari di banca, che hanno fatto semplicemente il proprio lavoro in conformità con le leggi vigenti e le indicazioni dei superiori. La privacy di onesti lavoratori svizzeri non è degna di protezione; quella di immigrati sospetti di terrorismo, invece sì. Complimenti, kompagni!

Gravità dei reati?
La deduzione logica può essere una sola: per la sinistruccia l’evasione fiscale è un reato più grave del terrorismo. Non è finita: la scorsa settimana, durante il dibattito sull’esercito, dai banchi del P$$ è arrivata la dichiarazione secondo cui l’esercito non serve a combattere il terrorismo, bisogna invece dotarsi delle basi legali adatte e blablabla. Basi legali come la Legge sui servizi informativi? La quale, ma guarda un po’, viene referendata proprio dai kompagni? Ecco dunque servita una nuova puntata della serie “quando la faccia e le natiche sono gemelle omozigote”.
Lorenzo Quadri

Restituzione dei premi pagati in eccesso. La farsa dei cassamalatari ci sta bene?

Fin troppo spesso alle nostre latitudini viene applicato il principio del “passata la festa, gabbato lo santo”. Ciò accade in modo palese in materia di premi di cassa malati. Dal lontano 1996 ai ticinesi vengono prelevati premi “pompati”. Quanto attinto eccesso dalle nostre tasche è utilizzato per compensare in quei Cantoni là dove i premi erano e sono, invece, troppo bassi. A chi – come l’allora capo dell’Ufficio assicurazione malattia del DSS Bruno Cereghetti – segnalava la scorrettezza, il Dipartimento degli interni rispondeva che non era vero nulla. Ed intanto, per la serie oltre al danno la beffa, ai ticinesi indebitamente munti veniva pure rimproverato di essere degli spreconi, degli abusatori di prestazioni sanitarie. Gli altri invece, quelli che grazie ai nostri soldi pagavano meno del dovuto, erano i virtuosi. Quelli bravi.

Deprimente ripetitività
Finalmente anche a Berna l’Ufficio federale della sanità ha dovuto ammettere che il furto esisteva, ma che non c’era la base legale per correggerla. Intanto le tasche degli assicurati di questo sempre meno ridente Cantone continuano a venire indebitamente svuotate. I premi prelevati in eccesso, secondo uno studio commissionato dall’Ordine dei medici del Canton Ticino, hanno superato i 400 milioni. Alla fine il parlamento federale, infarcito di lobbysti dei cassamalatari (anche ticinesi targati PLR: ma chi è causa del suo mal…) nel marzo del 2014 dopo lunga e tormentata gestazione ha approvato la legge sulla compensazione dei rischi dei premi di cassa malati pagati in eccesso. Tutto è bene quel che finisce bene? Mica troppo. Tanto più che nel frattempo il Consiglio di Stato ha preso la balzana decisione di smantellare l’Ufficio assicurazione malattia del DSS, rinunciando così ad un importante centro di competenza proprio quando si trattava di far valere le nostre pretese. Sicché agli assicurati ticinesi è stata alla fine riconosciuta la restituzione di circa 70 milioni di Fr: una cifra nettamente inferiore a quanto pagato di troppo nel corso degli anni. Ma non solo: i cittadini ticinesi continuano tuttora a versare premi eccessivi ed infatti ogni anno si cuccano aumenti di premio al di fuori di ogni logica. Lo scenario si ripete con deprimente regolarità. Ogni anno un aumento ingiustificato, cui fanno seguito le proteste di rito, senza però che nulla cambi.

Nuova presa per il lato B
Ma lo scorso ottobre si è aggiuta l’ennesima presa per i fondelli.
Pro assicurato ticinese, il rimborso totale (di 70 milioni) è stato calcolato in 276.30 Fr versato in tre rate annuali. Il primo pagamento, di 82.60 Fr, è stato effettuato lo scorso mese di giugno. La Legge prevede che il rimborso venga finanziato per un terzo dalle casse malati, per un terzo dalla Confederazione e per un terzo dagli assicurati dei Cantoni che hanno pagato premi troppo bassi. Le casse malati devono finanziare la loro parte con le riserve, se le riserve sono insufficienti i soldi necessari al rimborso vanno prelevati dagli assicurati. La legge non dice esplicitamente che gli assicurati dei cantoni che hanno pagato troppo (e che dunque beneficeranno della restituzione) non vanno anche loro chiamati alla cassa. Si tratta di una lacuna. E’ tuttavia evidente che non si può far pagare il risarcimento a chi lo deve ricevere: non sta né in cielo né in terra. Lo capisce anche il Gigi di Viganello.

Ci sta bene tutto?
Eppure proprio questo è accaduto: per il 2016 gli assicurati ticinesi di 20 casse malati dovranno pagare 33 franchi supplementari per finanziare i rimborsi, che saranno decurtati dai rimborsi stessi. E quindi, il rimborso che riceveranno detti assicurati nel 2016 non sarà di fr. 82,90 ma in realtà di fr. 49,90.
Questa è dunque l’ennesima presa per i fondelli che ha trasformato il risarcimento dei premi pagati di troppo in una farsa grottesca. Che non può essere accettata. La scorsa settimana, chi scrive ha presentato un atto parlamentare al Consiglio federale chiedendo di intervenire. Obiettivo: impedire ai cassamalatari di uccellare per l’ennesima volta i ticinesi. Vedremo se qualcosa si muoverà. In caso contrario, vorrà proprio dire che i cittadini ticinesi vengono presi per scem. E che i rimborsi, di cui tanto si è discusso, sono solo aria fritta. Passata la festa gabbato lo santo, come si diceva in apertura.
Lorenzo Quadri

Caos asilo: la maggioranza del parlamento insiste “Vogliamo le frontiere spalancate!”

Come c’era da aspettarsi, entrambe le camere del parlamento hanno detto No al ritorno dei controlli sistematici al confine. Sembrava giusto: mentre gli altri paesi europei sospendono l’applicazione dei fallimentari accordi di Schengen, mentre c’è chi decreta lo stop all’arrivo di nuovi migranti economici, non solo la Svizzera mantiene le frontiere spalancate come se il caos asilo non esistesse, ma addirittura si rende più attrattiva per i finti rifugiati accordando a tutti l’avvocato pagato dal contribuente. Questa bella innovazione è prevista nell’ultima riforma dell’asilo. Contro di essa è stato lanciato il referendum: se non l’avete ancora fatto, firmate ritagliate e spedite il formulario che trovate a pag 28!

Anche il presidente nazionale del PLR Philipp Müller ha dichiarato che la kompagna Sommaruga non sta facendo nulla per evitare una deleteria escalation nel settore dell’asilo. Del resto i segnali in questa direzione non mancano. Di recente la conferenza dei direttori cantonali dell’azione sociale ha detto che le capacità d’accoglienza dei Cantoni sono al limite. E’ poi chiaro che, da un giorno all’altro, la Svizzera si potrebbe trovare confrontata con migliaia di migranti economici ammassati ai confini, visto che continua a rifiutarsi di diminuire la propria attrattività. Infatti, non solo non si vogliono reinserire i controlli sistematici alle frontiere, ma nemmeno fare quel che fa una bella fetta di paesi UE, ossia sospendere Schengen.

Conquista di che?
Interessante la scusa addotta da Sommaruga e compagnia per non cambiare di una virgola la linea delle frontiere spalancate: “controllare tutti non è possibile e non si faceva neanche prima dell’adesione a Schengen”. A parte che una bella barriera in stile ungherese sul confine con l’Italia risolverebbe anche questo problema: visto che non si può controllare tutti, allora non si controlla nessuno? Ciò che si rifiuta pervicacemente, per motivi ideologici, è di fare un passo indietro nella deleteria politica delle frontiere spalancate. In particolare, non si vogliono in alcun modo sconfessare gli accordi di Schengen perché essi sarebbero “una conquista”. Su cosa si sarebbe “conquistato”, oltre a costi 14 volte maggiori di quelli preventivati e all’esplosione della criminalità transfrontaliera, però, nessuno del clan politikamente korretto è in grado di dare delle risposte. Semplicemente, gli accordi di Schengen per certuni sono una conquista per il semplice fatto che sono antisvizzeri.

La performance
Nel dibattito in Consiglio nazionale va poi segnalata la performance di una giovane neo-deputata verde la quale, durante la “sessione straordinaria” sull’asilo, ha dichiarato che l’Europa – in primo luogo la Svizzera – deve spalancare le frontiere ai migranti economici, che bisogna reintrodurre la possibilità di depositare una domanda d’asilo in ambasciata (abolita nel 2012 con tanto di votazione popolare, ma a $inistra la volontà del popolo non conta), che bisogna abolire gli obblighi di riprendersi gli asilanti derivanti dagli accordi di Dublino, per poi raggiungere il climax con la seguente dichiarazione: “30mila arrivi in un anno sono niente”. Beh, allora la signora può cominciare ad ospitare qualche decina di migranti in casa propria. Naturalmente ci si dimentica di dire che la Svizzera (populista e razzista, chiusa e gretta) è il paese che accoglie più asilanti. E, con tutta probabilità, anche quello che li tratta meglio.

Ammissione definitiva
Il dibattito parlamentare sull’asilo ha inoltre permesso di sentire, dalla viva voce della kompagna Sommaruga, che “ammissione provvisoria” significa in realtà “ammissione definitiva”. L’asilante che non è minacciato singolarmente per le proprie posizioni politiche, ma che non può essere rimandato nel suo paese d’origine (perché è in guerra) viene ammesso provvisoriamente e quindi ha il diritto di rimanere in Svizzera. Con l’obbligo, però, di partire quando nel suo paese è tornata la pace. Ma poi – ha spiegato la ministra di Giustizia – “passano gli anni, le persone si sposano, fanno bambini che vanno a scuola qui e si sa come vanno queste cose…”. Sì, si sa esattamente come vanno queste cose: restano tutti in Svizzera, e, per oltre l’80% dei casi, a carico dell’assistenza.
Lorenzo Quadri

Doppia imposizione con l’Italia, il pacchetto viene spacchettato. Ticino ancora dimenticato per strada

Ma guarda un po’: come annunciato domenica scorsa su queste colonne, lunedì il Consiglio nazionale ha votato il protocollo di modifica della Convenzione di doppia imposizione (CDI) con l’Italia, che prevede lo scambio di informazioni su richiesta in materia fiscale. Il tema non è certo nuovo. Tuttavia una cosa salta all’occhio. In effetti, ci pareva di ricordare che la modifica in questione avrebbe dovuto essere decisa nell’ambito di un pacchetto di contrattazione comprendente alcune altre questioncelle quali: la fiscalità dei frontalieri, la cancellazione della Svizzera dalle black list illegali della vicina Penisola, l’accesso degli operatori finanziari elvetici alla piazza finanziaria italica, eccetera.

Il pacchetto
Il Ticino, proprio per evitare di rimanere con la Peppa Tencia in mano, aveva sempre sostenuto che il pacchetto non andava diviso. Anche la quasi ex ministra del 4%, negli incontri con la deputazione ticinese a Berna, assieme al suo tirapiedi De Watteville, aveva ribadito che era opportuno che i dossier sopra citati, riguardanti in prima linea il Ticino, rimanessero legati. Invece, ecco che ora il pacchetto viene spacchettato. Per decisione di chi? Ma sempre della quasi ex ministra. Sicché l’Italia ottiene quello che le interessa; mentre quando è il turno degli svizzerotti di portare a casa, ci si accorge costernati, ma guarda un po’, che sono finite le cartucce.

Gesti distensivi?
Visto che ancora una volta veniamo sontuosamente presi per i fondelli, il No ticinese al protocollo di modifica della CDI sarebbe stato la cosa più ovvia. A maggior ragione se si considera il comportamento della vicina ed ex amica Penisola. Pensiamo ad esempio alla sbroccate del governatore della Lombardia Roberto Maroni, sedicente leghista, contro il Ticino, con tanto di invito ai frontalieri a scioperare per un giorno per (dice Maroni) mettere in ginocchio il nostro Cantone (il governatore evidentemente non ha capito bene da che parte sorge il sole). Per non parlare dell’accoglienza riservata, sempre dal medesimo destinatario, al “gesto distensivo” – ovvero: alla calata di braghe – del Consiglio di Stato sul certificato dei carichi pendenti. Subito da Oltreconfine, ma anche da Berna, è arrivata la pretesa che si abolisse anche la richiesta dell’estratto del casellario giudiziale. E come la mettiamo con il continuo inveire contro la chiusura notturna dei valichi secondari, denunciata al di là della ramina quale scandalosa iniziativa unilaterale degli svizzerotti populisti e razzisti? Certo che ci vuole già una bella tolla: e l’iscrizione della Svizzera su black list italiane illegali non è forse stata unilaterale? Il Belpaese si cucca i ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri come pizzo per l’accettazione del segreto bancario. Poi però, proprio a seguito del segreto bancario, ecco che la Svizzera viene inserita sulle black list… ma intanto i ristorni continuano allegramente a venire intascati.

Approvare l’andazzo?
Non si vede dunque per quale motivo bisognerebbe approvare accordi con l’Italia, che nei nostri confronti è inadempiente su tutto, contravvenendo al principio del “pacchetto” di cui sopra. Ma accettare la modifica della CDI equivale – è chiaro – ad approvare questo andazzo. Sicché i rappresentanti ticinesi in Consiglio nazionale avrebbero dovuto quanto meno fare il gesto politico di votare No. Ciò invece non è successo. La modifica è stata approvata con 129 voti favorevoli, 13 contrari e 39 astensioni. Tra i consiglieri nazionali ticinesi solo i due leghisti e l’Udc hanno votato contro, mentre i due PPD si sono astenuti e i due PLR e la P$ hanno votato a favore. Ma guarda un po’…
Lorenzo Quadri

E intanto la piazza finanziaria ticinese ha perso almeno una trentina di miliardi. Affossata l’amnistia fiscale

E ti pareva! La scorsa settimana le Camere federali hanno affossato l’amnistia fiscale. L’atto parlamentare sul tema, presentato dal deputato PPD Fabio Regazzi, era stato approvato un po’ a sorpresa in Consiglio nazionale nella scorsa sessione autunnale. Tuttavia dal Consiglio degli Stati è arrivato un njet a cui si è poi accodata anche la Camera del popolo. Motivo: la possibilità introdotta nel 2008 dell’autodenuncia spontanea non punibile sarebbe sufficiente. Si tratta di una posizione alquanto opinabile, ma molto coerente con la linea $inistrorsa e politikamente korretta che criminalizza solo gli automobilisti ed i titolari di un conto in banca. Nessuna agevolazione ulteriore a chi vuole fare emergere il “non dichiarato”: i materia fiscale, si rispettino le regole in tutto il loro rigore! Peccato che, quando si tratta ad esempio di finiti asilanti, o di stranieri che delinquono o che abusano dello Stato sociale, gli stessi paladini della legalità intransigente cambiano completamente campo. I finti rifugiati che violano le leggi sull’asilo vanno glorificati.

45 anni fa
Fatto sta che l’ultima amnistia fiscale in Svizzera risale ad oltre 45 anni fa. Non si può certo parlare di misure che incoraggiano a cumulare gruzzoletti senza dichiararli, visto che, con una simile cadenza, il contribuente di amnistie ne vedrebbe una nella vita. Niente a che vedere, dunque, con gli scudi fiscali seriali italiani dell’ex ministro Giulio Tremonti, ormai sparito nel nulla. In compenso, un’amnistia permetterebbe di immettere liquidità nell’economia (il “nero” riemerso) come pure nelle casse pubbliche.

Il rischio
Non si può tuttavia negare che l’operazione-amnistia comporti anche un rischio. La quasi ex ministra del 4% Widmer Schlumpf, nel dibattito agli Stati, non ha avuto remore nel dirlo: “di amnistia si potrà riparlare quando cadrà il segreto bancario anche per gli svizzeri”. Capita l’antifona? Il pericolo è dunque di dare un ulteriore elemento a chi vuole rottamare il segreto bancario anche per i cittadini svizzeri, malgrado nessun organo internazionale lo pretenda, ma solo perché bisogna (?) adeguarsi agli eurofalliti. Traduzione del Widmer Schlumpf – pensiero: se un domani ci fosse la possibilità dell’amnistia, non ci sarebbero più scuse per non scardinare completamente la privacy bancaria dei cittadini, dando un’ulteriore mazzata alla piazza finanziaria svizzera ed ai suoi posti di lavoro (posti di cui, è chiaro, i politikamente korretti sostenitori della ministra del 4% non si preoccupano affatto).

Partiti 30 miliardi?
Intanto, è notizia degli scorsi giorni, dalla cosiddetta “voluntary disclosure” la vicina ed ex amica Penisola avrebbe incassato circa 60 miliardi di euro. Il 70% dei quali arriverebbero dalla Svizzera. E la maggior parte dei soldi rientrati dalla Svizzera proverrebbero, e non ci voleva il Mago Otelma per prevederlo, dalla piazza finanziaria ticinese. Quest’ultima avrebbe ora una trentina di miliardi in meno da gestire: a quanti posti di lavoro in meno equivalgono per questo sempre meno ridente Cantone? E chi possiamo ringraziare?
Lorenzo Quadri

Consiglio federale: Adesso il Ticino rimarrà escluso per un bel pezzo. Tagliarsi gli attributi per farla alla moglie

E’ evidente che il centro-$inistra ha scelto il candidato più incolore del tricket Udc, alla faccia di tutto il resto (esito delle audizioni, coesione nazionale, eccetera)

Norman Gobbi non ce l’ha fatta. Il Ticino non ce l’ha fatta. Non ce l’ha fatta a tornare in Consiglio federale dopo 16 anni. E’ ormai evidente anche a quello che mena il gesso che le porte dell’esecutivo nazionale per questo sempre meno ridente Cantone resteranno chiuse ancora per molti anni. Con l’elezione di Guy Parmelin la quota di “latini” in Consiglio federale sale infatti a tre su sette. Un governo con gli svizzero-tedeschi in minoranza è impensabile per la maggioranza dell’Assemblea federale. Per cui un ministro ticinese potrà eventualmente entrare in linea di conto solo quando lascerà un romando. Dei tre attualmente in carica, ad avere la maggiore anzianità di servizio è il ministro degli esteri liblab Didier “dobbiamo aprirci all’UE” Burkhaltèèèèr, entrato in governo nel 2009. Sicché, difficilmente si parlerà di una successione prima del 2019. E, ora di là, può succedere di tutto.

Costituzione violata?
Tagliato fuori, però, non è solo un Cantone: questo non sarebbe di per sé uno scandalo. Ci sono Cantoni che di Consiglieri federali non ne hanno mai avuti: è il caso di Sciaffusa, Uri, Svitto, Untervaldo e Giura. Ma qui ad essere tagliata fuori è un’intera regione linguistica. Questo è contrario alla Costituzione federale dove sta scritto (articolo 175 cpv 4) che “Le diverse regioni e le componenti linguistiche del Paese devono essere equamente rappresentate”.
Non solo. Il Ticino è la parte della Svizzera che maggiormente ha sofferto in questi anni a causa della devastante libera circolazione delle persone. E intanto, in Consiglio federale non c’era nessun ministro che potesse portare nel consesso la conoscenza diretta della nostra situazione. Si è visto con quali risultati: la “Bibbia” del governo diventano gli studi taroccati per farsi dire che “l’è tüt a posct”. Così, senza ticinesi, continuerà ad essere per molti anni ancora. E non si creda che le visite di facciata a Sud delle Alpi del Consiglio federale sortiscano un qualche effetto: come si è visto, si tratta di semplici operazioni marketing. Gobbi, oltretutto, avrebbe rappresentato il 70% dei ticinesi che hanno plebiscitato il 9 febbraio: ciò che nessun esponente dei partiti $torici potrà mai fare.

La melina
Mentre in Ticino tutti i livelli istituzionali hanno dichiarato pubblicamente il proprio sostegno a Norman Gobbi, nella Deputazione ticinese a Berna c’è chi ha fatto di tutto e di più per evitare che si arrivasse ad una presa di posizione. Sulle prime qualcuno ha tentato di cavalcare il pretesto dei fotomontaggi del Mattino; poi, evidentemente, si è reso conto che sarebbe stata una ben misera scusa. Sicché ecco pronto l’argomento “istituzionale”: per chi è capogruppo alle Camere federali o vicepresidente di partito nazionale non sarebbe stata opportuna una presa di posizione visto che i rispettivi partiti hanno lasciato libertà di voto, e uno scritto non firmato da tutti i deputati ticinesi avrebbe fatto più danno che utile. Chissà come mai, c’è come il vago sospetto che queste elucubrazioni mai sarebbero state fatte se il candidato ticinese non fosse appartenuto all’area Lega /Udc… E poi, qualcosa non torna: il Ticino si rallegra quando deputati del nostro Cantone accedono a cariche di peso all’interno dei rispettivi partiti federali, per poi scoprire che queste cariche impedirebbero di sottoscrivere un documento a sostegno del nostro Cantone? Ohibò, ma allora è meglio non averle…
Sta di fatto che, comunque, Lega ed Udc Ticino hanno avuto successo là dove tutti gli altri hanno fallito per 16 anni – e continueranno a fallire ancora per un bel pezzo: hanno portato un ticinese davanti all’Assemblea federale come candidato ufficiale per il CF. Prendere su e portare a casa.

Tutti tagliati fuori
In ogni caso, se all’interno della deputazione ticinese qualcuno non ha sostenuto la candidatura di Gobbi poiché mirava ad accedere lui ad un seggio in Consiglio federale, adesso è servito: con l’elezione dell’ Udc romando tutti i ticinesi sono tagliati fuori a tempo indeterminato. Il Mago Otelma prevede che nessun membro dell’attuale Deputazione ticinese a Berna diventerà mai Consigliere federale. Per la serie: tagliarsi gli attributi per farla alla moglie.

Criteri d’elezione
L’elezione di Parmelin ben dimostra quale sia stato il criterio di scelta del centro e della $inistra: eleggere, all’interno del tricket, il meno Udc dei tre. Al neo-ministro facciamo gli auguri. Ma il suo inizio non è certo dei migliori: il merito che l’ha portato all’elezione è il suo profilo “accomodante”, ovvero incolore. I gruppi parlamentari nelle audizioni hanno dichiarato che la migliore prestazione è stata quella di Gobbi, mentre quella di Parmelin è risultata la peggiore. In mancanza di Gobbi, lo zughese Aeschi, più profilato ed esperto in questioni finanziarie, sarebbe stata una scelta migliore. Sia per la Svizzera che per il Ticino. Ma le cose non sono andate così.

P$$ partito dell’odio
Non poteva poi mancare lo squallido teatrino anti-Gobbi ed anti-Lega messo in scena dal P$ partito dell’odio, della denigrazione e del razzismo nei confronti di chi osa pensarla diversamente dai kompagnuzzi. I tapini ro$$i ormai non sanno più fare altro che strillare istericamente alla Lega razzista, dimenticandosi che loro, ad esempio in Ticino, hanno dei dirigenti condannati in sede penale (vero kompagno Venuti?). Ma di questo non ci lamentiamo: grazie alla sua geniale (?) linea di condotta, il P$ in Ticino si è trasformato in un partito da cabina telefonica. Anche il Mattino è stato generosamente tirato in ballo: prendiamo atto con grande soddisfazione che il domenicale continua a suscitare travasi di bile ai kompagnuzzi della gauche caviar, e ringraziamo per la generosa propaganda gratuita che ci hanno voluto fare oltregottardo. A proposito, amici $ocialistucci con la morale a senso unico: come la mettiamo con il vostro giornalino spazzatura sedicente satirico “il Diavolo”, pluricondannato per insulti ai leghisti ed addirittura ai loro genitori?
Lorenzo Quadri

Polemiche pre-natalizie: tanto per chiarire… I presepi non si toccano

Sia chiaro che non si rinuncia ai nostri simboli per “non turbare” (?) immigrati provenienti da “altre culture”. Chi è turbato da un presepe non è al suo posto in Svizzera

Si avvicina il Natale (le vetrine sono già addobbate da un pezzo…) e con esso le polemiche stagionali. Con tanto di fetecchiate multikulti. Nessuna sorpresa: se in una scuola d’Oltregottardo qualcuno aveva pensato addirittura di vietare la camicia con gli Edelweiss dei contadini svizzeri, figuriamoci quando c’è di mezzo la più importante festività cristiana.
Ed infatti, a quanto si è appreso dai giornali, il comune di Neuchâtel è riuscito a far spostare il presepe da sotto l’albero principale allestito dalla città per evitare che quest’ultimo venisse associato a simboli religiosi. Naturalmente anche altre amministrazioni comunali sono riuscite a prodursi in sortite del genere. Non solo in Svizzera. Vicino a Milano, ad esempio, quindi non molto lontano da noi, una scuola ha deciso di annullare qualsiasi celebrazioni legata al Natale “per non turbare gli allievi di altre religioni”. Apperò. Il rettore dell’Istituto – non si fatica ad immaginare di quale corrente politica – davanti all’ondata di proteste ha dovuto rassegnare le dimissioni. Ma si è affrettato a precisare che rifarebbe tutto esattamente come prima.

Un “non problema”?
Il tema presepi e simboli religiosi è destinato ad assumere una risonanza sempre maggiore. Naturalmente non mancheranno quelli che suoneranno il vecchio ritornello del “non problema”. E già: si smantellano la nostra identità, le nostre tradizioni e le nostre radici cristiane e si cerca di minimizzare l’operazione di rottamazione sostenendo che in fondo si tratta di “non problemi”. Del resto anche il divieto di burqa avrebbe dovuto essere un “non problema”. Fin quando il popolo, ed anche il parlamento, non hanno dato torto ai multikulti che volevano tollerare (“dobbiamo aprirci”) alle nostre latitudini perfino il velo integrale, e magari un domani pure la sharia. Allora, improvvisamente, il burqa è diventato “un problema”; e la stampa di servizio ha tentato di aizzare gli ambienti turistici contro la norma. Ma come: se il burqa è un “non problema”, lo è sia che sia vietato, sia che sia autorizzato. O vuoi vedere che tra i politikamente korretti anche i problemi sono a senso unico?

Non è così che funziona
E’ evidente che non si rinuncia ai simboli del Natale, siano essi abeti, presepi o altro, per non turbare immigrati provenienti “da altre culture”. Chi propone aberrazioni del genere dovrebbe vergognarsi: ma come, si predica l’integrazione e poi si fa di tutto e di più per adeguarsi all’immigrato che la rifiuta? Secondo i noti – e certo non disinteressati – circoli (l’immigrazione è un business per certa industria sociale) l’immigrato va santificato e lo svizzerotto – chiuso e gretto – bastonato. E’ lo svizzerotto che deve integrarsi e rinunciare alle sue tradizioni.
Ma non è così che funziona. Gli attentati dei terroristi islamici ben dimostrano a cosa porta l’immigrazione scriteriata abbinata all’assenza dell’obbligo di integrarsi. Chi si sente offeso e turbato dalle nostre tradizioni non è al suo posto in Svizzera. Cominciamo a rendercene conto e a comportarci di conseguenza. Nel senso della “promozione attiva dei valori occidentali”, è senz’altro da salutare positivamente l’iniziativa parlamentare interpartitica depositata nei giorni scorsi dei granconsiglieri Gianmaria Frapolli (Lega) e Alessandra Gianella (PLR) che chiede, in vista della naturalizzazione, l’introduzione di un corso obbligatorio di cittadinanza, finanziato dal candidato medesimo. Le nozioni da sole, però, non bastano. L’integrazione va vissuta nel quotidiano, come doveroso passo dell’immigrato nei confronti del paese che lo ospita e che, magari, lo mantiene pure.
Lorenzo Quadri

I cassamalatari s’intascavano anche i premi dei morti: sconfessati. E’ ora di cominciare a restituire

I cassamalatari hanno incassato una bella scoppoletta. Per gli assicuratori malattia non sarà un dramma; però per gli assicurati è una vittoria. Il Guastafeste, tramite la sua rappresentante legale, la granconsigliera leghista Sabrina Aldi, è riuscito a far riconoscere dal Tribunale federale di Lucerna il diritto al rimborso, in caso di morte, della quota parte mensile di premio già pagata dal defunto. Il premio dovrà essere rimborsato pro rata. Dunque, se l’assicurato muore il 10 del mese ed il premio, già pagato, è di 300 Fr mensili, 200 vanno restituiti.
Il tribunale cantonale delle assicurazioni aveva respinto in prima istanza il ricorso del Guastafeste, dicendo che il premio è indivisibile. Il Tribunale federale ha ribaltato la sentenza con una maggioranza di tre giudici a due. La decisione farà giurisprudenza e varrà anche in caso di partenza per l’estero. I cassamalatari non potranno che conformarsi. Ancora da chiarire la questione della retroattività, vedi il caso dell’IVA indebitamente prelevata sul canone radiotv. C’è da sperare, nell’interesse dei cittadini, che l’esito non sarà il medesimo.

Far pagare ai risarciti?
Ma guarda un po’ questi assicuratori malattia, i cui lobbysti (anche ticinesi) si trovano in parlamento e non nei corridoi ad adescare ora l’uno ora l’altro, ma proprio nelle aule a fare i deputati. Prima i cassamalatari si gonfiano le riserve a spese della popolazione di alcuni cantoni, in particolare dei ticinesotti; poi, quando l’esistenza del giochetto, prima negato ad oltranza, viene ufficialmente certificata, non ne vogliono sapere di restituire il maltolto. Ricordiamo infatti che il famoso risarcimento agli assicurati di questo sempre meno ridente Cantone per i premi pagati in eccesso dal 1996 in poi ammonta a meno di 70 milioni, mentre il capitale “stuccato” naviga attorno (secondo uno studio effettuato dall’Ordine dei medici del Canton Ticino) ai 450. E continua a crescere. Infatti i premi applicati ai ticinesi rimangono troppo alti.
E non è ancora finita, perché alcuni assicuratori, una ventina, hanno anche avuto la brillante iniziativa di finanziare i risarcimenti non già con le loro riserve create in eccesso, ma tramite prelievi sul groppone degli assicurati stessi. Un’iniziativa scandalosa; una vera e propria presa per i fondelli. A dimostrazione che c’è chi crede di potersi permettere di tutto e di più. Figuriamoci dunque se gli stessi “attori economici” che si producono nelle prodezze sopra indicate, si facevano problemi nell’incassare i premi dei morti…

Il campanile al centro del villaggio
La sentenza del Tribunale federale sul ricorso del Guastafeste, rappresentato da Sabrina Aldi, rimette la Chiesa al centro del villaggio. Tanto per una volta, dà ragione agli assicurati e non ai cassamalatari per i quali la parola restituzione è, evidentemente, un tabù. Si spera almeno (la speranza è l’ultima a morire) che questi ultimi, per pagare le restituzioni dei premi dei morti, o di chi ha lasciato la Svizzera, avranno la decenza di attingere alle pingui riserve (che servono a questo…) invece di ricorrere all’abituale trucchetto dell’aumento dei premi. Comunque, essendo i costi dell’operazione stimati dallo stesso Guastafeste ad una quindicina di milioni l’anno, l’eventuale aumento di premio per finanziare il risarcimento dovrebbe essere di meno di due franchi annui a testa.
Comunque se i cassamalatari dovessero tentare il giochetto di far pagare agli assicurati le restituzioni dei premi dei defunti, l’Ufficio federale della sanità pubblica – che sottostà, ma guarda un po’, al Dipartimento del kompagno Alain Berset – sarà ovviamente chiamato in causa tramite atto parlamentare leghista. Prima, però, lo sarà per la questione del risarcimento dei premi pagati in eccesso fatto pagare agli assicurati da risarcire.
Lorenzo Quadri

In Ticino lo si sapeva già nel 1927. Immigrazione non è uguale a ricchezza!

Proprio vero che la storia si ripete. Di recente siamo venuti in possesso della copia di un documento, assai interessante, al quale abbiamo accennato le scorse settimane su queste colonne. Si tratta di un avviso, pubblicato dall’Ufficio cantonale di collocamento e datato 17 febbraio 1927. Quindi un “pezzo d’antiquariato”. L’originale è in possesso di un gentile lettore, che ce l’ha cortesemente mostrato. Leggendo il documento, ci si imbatte in una premessa che non lascia adito ad alcun dubbio: “La difesa dell’operaio indigeno dalla concorrenza della manodopera d’altri paesi, che deprime a danno di tutti il mercato del lavoro, costituisce oggi uno dei principali problemi da risolvere”. E sono passati quasi 90 anni!

Figuriamoci oggi…
Se tale era “uno dei principali problemi da risolvere” quando la libera circolazione era ancora al di là da venire, figuriamoci oggi che essa è una devastante realtà. Ed è triste vedere come nel 1927 il preambolo citato sembrava, evidentemente, del tutto naturale. Mentre oggi, se un ufficio statale si sognasse di uscirsene con una dichiarazione del genere, gli strilli al populismo e al razzismo non finirebbero più. Difendere il proprio mercato del lavoro è diventato cosa riprovevole. Non è politikamente korretto! Bisogna aprirsi!
Il fenomeno della sostituzione della manodopera residente con quella straniera, e la necessità di combatterlo, era dunque noto già nel 1927. Anche allora si sapeva benissimo che immigrazione NON E’ affatto uguale a ricchezza. Però oggi, a quasi 90 anni di distanza, ci dobbiamo sorbire gli studi taroccati dell’IRE, che pretendono di negare l’evidenza. Un insulto al buonsenso, e per di più pagato con i nostri soldi.

I numeri non mentono
Il vecchio avviso dell’Ufficio del lavoro conferma la certezza che, se il nostro paese non fosse stato svenduto in nome delle becere “aperture”, se avessimo seguito le indicazioni dei nostri nonni e bisnonni, adesso staremmo decisamente meglio. E avremmo un mercato del lavoro dove i ticinesi hanno la priorità, invece di essere, in casa propria, l’ultima ruota del carro!
I numeri, al contrario delle indagini farlocche e pilotate dal committente per farsi dire quello che vuole sentire (ossia che con la libera circolazione delle persone va tutto per il meglio), non mentono. In particolare, non mentono i numeri sull’evoluzione del frontalierato. Ne citiamo solo un paio, ma assai significativi.
– Dal 2002 al 2015, i frontalieri sono passati da 31’911 a 62’555 unità (+ 30’644, + 96%!);
– Dal 2002 al 2015, i frontalieri nel terziario sono passati da 13’937 a 36’402; un aumento di 22’465 unità (+ 161%!).
Chissà cosa avrebbero detto i responsabili dell’Ufficio cantonale di collocamento del 1927 davanti a queste cifre!

Cambiare rotta
Adesso si tratta quindi di rimediare, senza lasciarsi fuorviare da chi, avendo spalancato le frontiere, è causa del problema, e quindi ha tutto l’interesse a negarne l’esistenza.
Il rimedio passa per il contingentamento e la preferenza indigena. Queste misure sono fattibili e reali. Del resto la stessa Gran Bretagna, che è membro fondatore dell’UE, ha detto chiaro e tondo che alle regole insensate attuali, che vogliono sottrarre agli Stati membri il controllo dell’immigrazione, non ci sta più. E lo crediamo bene. Un paese che non difende i propri confini è un paese finito. Spalancare le frontiere ci ha portato solo povertà ed insicurezza. E allora, semplicemente, bisogna cambiare rotta. Ma dov’è, oggi, quello Stato che 90 anni fa proclamava la necessità di “difendere l’operaio della manodopera d’altri paesi”? A blaterare che “dobbiamo aprirci”!
Lorenzo Quadri

Naturalizzazioni: sì ad ulteriori “paletti”. Troppi passaporti rossi vanno a persone “non integrate”

Nuove proposte in Gran Consiglio
In Gran Consiglio si torna a parlare di naturalizzazioni, o meglio: dei requisiti necessari per ottenere il passaporto rosso.
Il deputato leghista Gianmaria Frapolli, assieme a cofirmatari di altri partiti, ha presentato un’iniziativa parlamentare affinché i naturalizzandi siano tenuti – quale presupposto per l’ottenimento del passaporto rosso – a seguire un corso obbligatorio alla cittadinanza, organizzato dal Cantone ma finanziato dai diretti interessati.
Qualsiasi nuova misura che aiuti a far sì che vengano naturalizzate solo persone effettivamente integrate è, ovviamente, positiva. Le naturalizzazioni facili sono infatti una realtà. Una realtà che emerge in modo chiaro anche dalle cifre: ogni anno vengono creati 50mila nuovi cittadini elvetici. Tutti integrati? Qualche dubbio, per usare un eufemismo, viene. Si pensi solo all’ultimo caso del giardiniere kosovaro di Chiasso, col passaporto svizzero fresco di stampa, arrestato per spaccio: il fratello è risultato essere coinvolto in una sanguinosa faida. E’ vero che le colpe di un fratello non devono ricadere sull’altro. Ma una qualche domandina sulla famiglia nasce spontanea, anche senza bisogno di essere populisti e razzisti.

Indipendenza economica
L’integrazione passa anche per l’indipendenza economica. Nella costituzione cantonale di Berna, a seguito di un’iniziativa popolare lanciata dalla sezione locale dei giovani Udc, è stato inserito un articolo che stabilisce che non è possibile naturalizzare persone a carico dello Stato sociale. Questa nuova norma ha ottenuto la garanzia federale lo scorso maggio, assieme al divieto di burqa ticinese. E, al pari del divieto di burqa, è stata oggetto degli starnazzamenti dei kompagni, secondo i quali l’immigrato nello stato sociale, finanziato dagli svizzerotti “chiusi e gretti” non solo non va espulso, Ma, al contrario, va premiato con la cittadinanza elvetica.
La validità della norma bernese è evidente. Va dunque introdotta anche a livello ticinese. Essere a carico dell’assistenza a lungo termine è un motivo di espulsione per un cittadino straniero. A naturalizzazione avvenuta, però, è evidente che l’argomento non può più essere fatto valere. Ed infatti, ma tu guarda i casi della vita, presso “certe etnie” i casi d’invalidità (magari psichica o per mal di schiena) o di assistenza aumentano in modo esponenziale dopo l’acquisizione del passaporto svizzero; e sì che da nessuna indagine medica emerge che quest’ultimo faccia male alla salute…

Doppio passaporto
Parlando di naturalizzazioni, occorre affrontare anche il tema del doppio passaporto. Una facoltà che è tempo di abrogare. Se uno si sente abbastanza svizzero da chiedere il passaporto rosso, non dovrebbe avere problemi a lasciare la nazionalità precedente. Chi non si sente di rinunciare alla cittadinanza originale, vuol dire che non è pronto per quella elvetica. Altrimenti è come pretendere di sposare una nuova moglie senza divorziare dalla precedente. Il trito argomento dei motivi affettivi che giustificherebbero il passaporto doppio o triplo non funziona: dietro i presunti motivi affettivi se ne nascondono spesso e volentieri di altri, molto pratici. Ossia, poter estrarre ora l’uno ora l’altro documento a seconda della convenienza contingente. Sicché il naturalizzato si troverebbe addirittura avvantaggiato rispetto allo svizzero di nascita.

Se l’hanno i politici…
Se il doppio passaporto è discutibile per i “comuni” cittadini, a maggior ragione lo è per i politici. Come si può pretendere di rappresentare credibilmente una nazione nelle istituzioni se non si è nemmeno in grado di sceglierla come unica patria?
In campo d’ipocrisia, i politici del multikulti e delle frontiere spalancate sono imbattibili. Ed infatti, se ad uno di essi viene rinfacciato il passaporto plurimo, ecco che subito si leva il coro di proteste dei compagni di merenda, che strillano come vergini violate: “vergogna! Razzisti! Sono questioni private!”. Ohibò. A parte che costoro dell’esistenza della sfera privata si ricordano rigorosamente a senso unico, solo quando fa comodo, è il colmo che a protestare sia proprio chi non perde occasione per sollevare conflitti d’interessi veri o presunti che siano (naturalmente solo quelli degli altri). Sicché si pretende che il politico di milizia di turno dichiari, per ragioni di trasparenza, l’appartenenza non solo a consigli d’amministrazione, che magari rendono anche, ma perfino a comitati di associazioni benefiche. Però al medesimo politico di milizia non si può chiedere quanti passaporti ha, perché non è politikamente korretto? E’ il colmo: essere membro di una società di utilità pubblica genera potenziali conflitti d’interesse, mentre essere titolare di uno o più passaporti stranieri no? E perché poi? Perché gli autocertificati detentori della morale, ossia gli spalancatori di frontiere, hanno decretato che il tema è tabù? Ma chi si crede di menare per il “lato B”?
Lorenzo Quadri

Certificato dei carichi pendenti: come volevasi dimostrare, la calata di braghe non porta nulla. Anche da Berna arriva lo schiaffone!

Ma guarda un po’! Allora avevamo ragione! La scorsa settimana il Consiglio di Stato ha avuto l’improvvida idea di calare le braghe sulla richiesta del certificato dei carichi pendenti prima del rilascio o del rinnovo di un permesso B o C. Rimane, e ci sarebbe mancato altro, l’obbligo di presentare l’estratto del casellario giudiziale. Tuttavia, rinunciando al certificato dei carichi pendenti, si rinuncia anche ad una fonte di informazioni interessanti sulla persona autorizzata a trasferirsi (o a rimanere) in Svizzera. E voler sapere chi ci si mette in casa, non pare una pretesa così fuori di testa.

Gesto distensivo?

La calata di braghe sul certificato dei carichi pendenti, secondo il Consiglio di Stato, sarebbe un gesto distensivo nei confronti della vicina ed ex amica Penisola. Obiettivo: la ripresa delle famigerate trattative. Il problema però è che le trattative sono arenate per un motivo che non ha nulla a che vedere con la richiesta di certificati sui precedenti penali (che tra l’altro vale per tutti, mica solo per gli italiani). Le trattative sono infatti arenate perché il Belpaese, avendo già ottenuto, a gratis, lo smantellamento del segreto bancario, non ha alcun interesse a fare concessioni gli svizzerotti.

Ed infatti, altro che “distensione”: il governatore della Lombardia, Roberto Maroni (Lega Nord) ha risposto al Consiglio di Stato prendendolo a pesci in faccia. Non solo la calata di braghe “non basta” ma sono pure arrivate frasi arroganti all’indirizzo del Ticino. Evidentemente il governatore, che di leghista non ha proprio nulla, si dimentica che senza il nostro Cantone centinaia di migliaia di suoi concittadini non avrebbero né la pagnotta né un tetto sulla testa. Ecco chiarito cosa ci si guadagna con i gesti “distensivi”. Del resto, nemmeno l’improvvido sblocco dei ristorni da parte del Consiglio di Stato aveva portato ad alcun risultato: la storia (o piuttosto, la cronaca) si ripete.

Sputi da nord

La capitolazione sul certificato dei carichi penali pendenti non ha attirato sputi solo da sud, ma anche da nord. L’improponibile segretario di Stato De Watteville ha infatti già fatto sapere, per il tramite dei suoi subito sotto, che la misura non è sufficiente. Il Consiglio federale si aspetta dal governo ticinese una calata di braghe anche sull’estratto del casellario giudiziale. Ma bene. Ogni giorno si scoprono, in questo sempre meno ridente Cantone, stranieri pregiudicati che ne fanno peggio di Bertoldo. Però a Berna i grandi scienziati insistono perché si rilascino permessi di dimora alla cieca, ben sapendo che poi ritirarli diventa un’impresa acrobatica. Anche perché sempre a Berna da anni si fa vergognosa melina sull’espulsione dei delinquenti stranieri, malgrado sia stata votata dal popolo.

Ripristinare la legalità?

E non è ancora finita: quello stesso Consiglio federale che pretenderebbe la calata di braghe anche sull’estratto del casellario giudiziale perché – udite udite – “bisogna ripristinare il quadro legale” non ha nulla da dire sulle illegalità italiane. A Berna si continuano svendere gli interessi del Ticino mentre i vicini a sud se la ridono a bocca larga e, come abbiamo sentito dalle ultime dichiarazioni di Maroni, fanno pure i gradassi.

Capita infatti che domani sui banchi del Consiglio nazionale arriverà in votazione una modifica della Convenzione tra la Svizzera e l’Italia per evitare le doppie imposizioni (CDI). E a questo punto diventa evidente anche a quello che mena il gesso che il Ticino viene sontuosamente preso per i fondelli. Infatti le modifiche della CDI avrebbero dovuto essere parte del famigerato pacchetto di accordi in cui si sarebbe dovuto: 1) aumentare a livelli italiani le aliquote dei frontalieri; 2) eliminare la Svizzera dalle famose black list illegali dal Belpaese (e poi si ha il coraggio di venire a dire al Ticino che deve “ripristinare il quadro legale”?); 3) garantire l’accesso del mercato finanziario italico anche agli operatori svizzeri, eccetera. Anche la quasi ex ministra del 4% Widmer Schlumpf aveva assicurato che tutti questi temi sarebbero stati trattati in un pacchetto unico, proprio per tutelare gli interessi del Ticino. Ma si trattava dell’ennesima balla.

Spacchettato

Infatti, ecco che il famoso pacchetto viene spacchettato “come se niente fudesse”. La Svizzera continua a fare concessioni all’Italia. E, quando gli svizzerotti che vanno a Roma a parlare in inglese hanno concesso anche le mutande, e si aspettano dunque che l’italica controparte faccia anche lei i compiti, si si sentono rispondere con una pernacchia. Chi resta fregato? Il Ticino!

Come in questa situazione che perdura ormai da anni il Consiglio di Stato abbia potuto pensare di ottenere alcunché calando le braghe sul certificato dei carichi pendenti, rimane incomprensibile. Ed infatti la brillante iniziativa ci ha portato uno schiaffone dalla Lombardia ed un altro da Berna. A Bellinzona hanno forse assunto un come nuovo consulente un tale Leopold Von Sacher – Masoch?

Lorenzo Quadri

Sostegno a Norman Gobbi: c’è chi fa melina Ognuno si assumerà le proprie responsabilità

Si sono moltiplicate nei giorni scorsi in Ticino le prese di posizione istituzionali a sostegno della candidatura di Norman Gobbi al Consiglio federale. Si sono espressi, tra gli altri, il Consiglio di Stato, l’Ufficio presidenziale del Gran Consiglio e l’associazione dei Comuni.
Venerdì è stato annunciato che, per l’elezione del Consigliere federale che prenderà il posto della quasi ex ministra del 4% Widmer Schlumpf, una delegazione ufficiale del Canton Ticino si recherà a Berna. La delegazione sarà composta dai Consiglieri di Stato Beltraminelli e Zali, dal presidente del Gran Consiglio Luca Pagani accompagnati dal cancelliere Giampiero Gianella.
Nel comunicato ufficiale si legge: “Il Cantone intende così rinnovare il sostegno a Norman Gobbi già espresso dal Governo e dal Parlamento ticinesi – con due lettere indirizzate al Gruppo dell’Unione democratica di centro alle Camere federali – e ribadire l’importanza di questa elezione per il nostro Cantone.
È infatti dal 1999 – con la partenza di Flavio Cotti – che la Svizzera italiana non è più rappresentata all’interno del Consiglio federale”.

Melina?
Ad avere più difficoltà a capire “l’importanza di questa elezione per il nostro Cantone” sembra essere, paradossalmente, chi rappresenta il Ticino nel legislativo federale, vale a dire la Deputazione ticinese a Berna. La Deputazione si sarebbe dovuta riunire lo scorso giovedì per decidere se sostenere pubblicamente la candidatura di Gobbi. La riunione è però stata rinviata a domani poiché non tutti i membri erano presenti. Perché non riunirsi direttamente il 10 dicembre?
Nasce come il vago sospetto che, se il candidato ufficiale del Ticino non fosse stato un esponente dell’area Lega/Udc, il sostegno della Deputazione sarebbe stato un’ovvietà risolvibile via e-mail. Adesso, invece, dietro le procedure formalmente corrette si avverte lo stantìo sentore della melina.

I toni del Mattino?
Sulla stampa (anche d’Oltralpe) è già filtrato che tra i deputati ci sarebbe chi si aggrappa al vecchio mantra dei toni del Mattino, pretendendo di utilizzarlo come pregiudiziale anti-Gobbi. Si tratta, è evidente, di una ben misera foglia di fico, tanto più che, al momento di incassare il sostegno della Lega, i “toni del Mattino” non sono mai un problema. Oltretutto, Norman Gobbi non riveste alcun ruolo all’interno della redazione ed il Mattino non è il giornale di partito della Lega, per quanto sia evidentemente un giornale leghista.

I veri motivi
Sostenere la candidatura di Norman Gobbi non è obbligatorio. La Deputazione, o membri della Deputazione ticinese a Berna, possono decidere anche in senso contrario. Tuttavia è chiaro che – specie dopo che tutti gli altri livelli istituzionali hanno già espresso i rispettivi “endorsement” (e nessuno di loro ha tirato in ballo il Mattino) – una scelta in senso opposto proprio di chi fa parte dell’assemblea federale e quindi il lobbysmo per il nostro Cantone a Berna lo dovrebbe praticare tutto l’anno, è un atto grave nei confronti del Ticino. Che, se del caso, dovrà anche essere spiegato ai ticinesi. Un gesto di peso, dunque, che necessita di argomentazioni altrettanto di peso: se qualcuno pensa di poterlo giustificare dicendo che non è piaciuta l’una o l’altra prima pagina del Mattino, e di essere credibile, forse ha fatto male i calcoli. Occorrerà invece indicare i veri motivi della scelta; che non sono certo un fotomontaggio. L’argomento su cui decidere è il possibile ritorno del Ticino nel Consiglio federale, e non certo se il Mattino piace o no. I goffi tentativi di mischiare le carte non cambiano le cose; e di sicuro non scaricano della propria responsabilità eventuali “Nein-sager”.

Tanto per chiarire…
Comunque, affinché tutti si mettano il cuore in pace: se qualche deputato ticinese immagina (ma lo immagina davvero?) di poter sfruttare la contingenza per tentare di imporre (?) la linea al Mattino della domenica, sbaglia grossolanamente i calcoli. La linea del Mattino non la decide la Deputazione ticinese a Berna, la quale (a parte un membro…) non ha alcuna voce in capitolo. Né mai l’avrà.
Lorenzo Quadri

9 febbraio: il Consiglio federale se ne esce con la clausola di salvaguardia. Fumogeni a tutto spiano!

Ma guarda un po’, dopo aver fatto melina per quasi due anni, lasciando dunque infruttuosamente trascorrere i due terzi del tempo a disposizione per concretizzare il “maledetto voto” del 9 febbraio, il Consiglio federale vorrebbe ora far credere di aver tirato fuori il coniglio dal cilindro. Un coniglio che si chiama clausola di salvaguardia; scelto perché “quello della clausola di salvaguardia è un concetto già conosciuto all’UE”. Per la serie: visto che a Bruxelles sono un po’ gnucchi, usiamo le tre parole che conoscono anche loro.

Inventata dall’economia
La storiella della clausola di salvaguardia non l’ha certo inventata il Consiglio federale. L’hanno tirata fuori, già da tempo, le associazioni economiche. E questo non ci rende particolarmente fiduciosi: infatti le associazioni economiche sono in prima fila tra quelli che vorrebbero cancellare il “maledetto voto”.
A parte che il 9 febbraio si sono votati contingenti e non altro, dire “clausola di salvaguardia” di per sé significa ben poco. A seconda di come la clausola viene calibrata, può avere efficacia o può non servire assolutamente ad un tubo. Se si mettono dei tetti massimi d’immigrazione che si sa benissimo non verranno mai raggiunti, l’esercizio si trasforma in una farsa.

Non si capisce un tubo
La clausola proposta dal Consiglio federale è di una fumosità difficile da eguagliare. Detto in altri termini, non si capisce un tubo. Si parla di tetti massimi che però verranno applicati l’anno successivo al superamento del limite. La puzza di presa per i fondelli si fa sempre più acuta. Prima si fissano dei limiti, poi si permette che vengano superati, poi si fanno rispettare l’anno dopo, quando magari la situazione è cambiata? Il presidente nazionale Udc Toni Brunner ha parlato di “un concetto astruso, un costrutto teorico che non risolve nulla”.

La fantomatica commissione
Per la definizione dei tetti massimi si dice pure che si terrà conto (?) delle indicazioni di un’imprecisata Commissione dell’immigrazione, da costituire. E chi comporrà questa fantomatica commissione? Gli spalancatori di frontiere? I funzionarietti dell’ “immigrazione uguale ricchezza”? I padroni del vapore affamati di manodopera straniera a basso costo con cui sostituire i residenti?
E con quali criteri verranno fissati i limiti atti a far scattare la clausola? Il plebiscito ticinese all’iniziativa “contro l’immigrazione di massa” è dovuto certo ai problemi migratori propriamente detti, ma in prima linea all’invasione di frontalieri e padroncini (quindi non si tratta di persone che risiedono in Svizzera). Il problema è quindi di svaccamento del mercato del lavoro, ancora prima che di percentuale, peraltro stratosferica, di residenti stranieri. Che genere di clausola si prevede per porre fine a perniciosi fenomeni occupazionali come il soppiantamento dei residenti ed il dumping? Come la si calibra? Forse in base agli studi farlocchi della SECO e dell’IRE? Oppure prendendo per oro colato le statistiche taroccate sulla disoccupazione, che fanno figurare come occupata una persona che lavora un’ora alla settimana e che non considerano tutti i senza lavoro che sono finiti in assistenza, o in formazioni parcheggio, o in AI, o a fare le casalinghe/i non per scelta?

Frena, Ugo!
L’ottimismo del direttore del DFE Christian Vitta sulla boutade del Consiglio federale è quindi prematuro. Vedere rosa solo perché a Berna si parla di clausola di salvaguardia, rilevando che questo modello è proposto anche dal Consiglio di Stato ticinese nello studio commissionato al Prof Ambühl del politecnico di Zurigo, senza avere però la più pallida idea del contenuto e del funzionamento della clausola bernese (e gli indizi a disposizione al momento puntano nella direzione del bidone) appare un tantinello incauto. Soprattutto da parte del nostro Cantone che, con il suo 70% di Sì, ha fatto vincere il 9 febbraio a livello nazionale. E dunque deve essere in prima linea nel vigilare affinché il “maledetto voto” venga tradotto in realtà senza trucco e senza inganno. Non ci possiamo in nessun caso permettere di fare i boccaloni!
Lorenzo Quadri

Schengen? Un bidone!

Anche il finanziere Tito Tettamanti si dichiara “pentito” dalle colonne del Corrierino

Che muri e frontiere siano una cosa negativa ed immorale, è solo una fregnaccia ideologica politikamente korretta

Sul Corriere del Ticino dello scorso venerdì il finanziere Tito Tettamanti ha pubblicato un commento dal titolo decisamente significativo: “pentito di Schengen”. L’ammissione, dunque, che i tanto magnificati accordi sono un bidone. Ma come, non dovevano essere tutte balle della Lega populista e razzista?

Vale la pena ricordare che tutti i partiti $torici hanno sostenuto questi trattati bidone. Anche quelli che, prima delle elezioni, amano sciacquarsi la bocca con il concetto della “sicurezza”. Vanno alla ricerca di facili consensi in base al principio della politica Xerox: le posizioni “populiste e razziste” della Lega vengono prima denigrate, poi fotocopiate.

Evidenti vantaggi?

Non solo tutti i partiti $torici, in occasione della votazione su Schengen nel giugno 2005, farneticavano di “evidenti vantaggi per la sicurezza” – così evidenti che ad ogni problema di sicurezza l’applicazione dei trattati-bidone viene sospesa – ma sbrodolavano pure delle garanzie che questi accordi avrebbero portato al segreto bancario.

A ciò si aggiunge l’aspetto dei costi, che si sono rivelati 14 volte più alti del previsto. Sì, avete letto giusto. 14 volte più elevati. Non un po’ più costosi.

Se un qualsiasi altro progetto avesse totalizzato una simile catastrofe operativa e finanziaria, i suoi promotori sarebbero stati costretti a sparire dalla circolazione e a nascondere la faccia; loro ed i loro discendenti per almeno sette generazioni. Invece, visto che gli accordi di Schengen sono “politikamente korretti”, i moralisti a senso unico e la stampa di regime tacciono, più silenziosi di cripte: l’è tüt a posct! Ma ve la immaginate la cagnara che sarebbe stata sollevata se, ad esempio, un progetto militare fosse costato 14 volte di più di quanto preventivato?

 Il ricatto morale

Gli accordi di Schengen avrebbero avuto un senso se i loro confini esterni fossero stati a tenuta stagna. Ma è evidente anche a quello che mena il gesso che così non è. Né mai sarà. E non ci si venga a raccontare storielle sullo scambio di informazioni e di banche dati. Questi scambi, senz’altro utili nel combattere la criminalità, si possono benissimo effettuare anche mantenendo i controlli sistematici sul confine.

Le continue sospensioni degli Accordi di Schengen da parte di Stati membri UE – mentre la Svizzera, nella consueta orgia autolesionistica, continua a mantenere le frontiere spalancate per essere sicura che nessuno l’accusi di razzismo, visto che questa è la priorità; tutto il resto sono quisquilie – sono una inequivocabile dimostrazione di fallimento. E allora bisogna avere il coraggio di far retromarcia. Però questo non accade. Perché? Facile: perché dietro a Schengen c’è la becera ideologia delle frontiere spalancate. Sull’altare di questa ideologia ottusa, i politikamente korretti sacrificano la sicurezza dei cittadini. Il ritornello è sempre lo stesso. Ad ogni intervento pubblico, gli intellettualini di regime – quelli che abusano delle proprie credenziali accademiche per spacciare delle ciofeche ideologiche per “pareri specialistici” di gente che “ha studiato” – ripetono come un disco rotto che “Schengen è una conquista”. Senza però essere in grado di addurre anche un solo straccio di motivo a sostegno di questa balorda tesi. E’ una conquista semplicemente perché dà ragione a loro.

Le frontiere devono tornare

E’ ormai chiaro anche ai paracarri che questo sistema va smontato. Le frontiere devono tornare a chiudersi. Che i muri siano una cosa negativa, se lo sono inventati gli spalancatori di frontiere, e tentano di farlo credere a suon di lavaggi del cervello, invocando la regina delle fregnacce: il mantra del “bisogna aprirsi”. Di recente il Mattino ha pubblicato la recensione di un libro citato anche da Tettamanti nel suo articolo sul CdT: “Indispensables frontières” dello studioso belga Therry Baudet. Il titolo dice tutto.

Scrive ancora Tettamanti: “quando si sbaglia l’onestà intellettuale impone di analizzare soluzioni alternative”. Gli spalancatori di frontiere, però, non sono intellettualmente onesti. Non lo sono mai stati né mai lo saranno. Loro vogliono distruggere tradizioni, identità, e diritti popolari. Solo così, facendo tabula rasa dell’esistente, si può infatti imporre la brodaglia multikulturale e politikamente korretta. La quale, lo si è ben visto, è l’humus ideale per far crescere il terrorismo islamico. Assieme alle frontiere, però, si sfasciano sicurezza, mercato del lavoro, stato sociale e libertà. Quando si abbattono i muri portanti di un edificio, viene giù tutto. Vale anche per gli Stati. I responsabili non lo capiscono? Non sono in grado di capire? Fingono di non capire? Importa poco. Quello che conta è che le frontiere tornino. E in fretta. E’ chiaro il messaggio, Simonetta Sommaruga e compari?

Lorenzo Quadri