9 febbraio: asfaltiamo i giuda della volontà popolare

Blocher conferma l’iniziativa contro la devastante libera circolazione delle persone

In un’intervista pubblicata venerdì sul Corriere del Ticino, l’ex ministro Udc Christoph Blocher ha confermato che se sul 9 febbraio dalle Camere federali uscirà il compromesso-ciofeca partorito dal triciclo PLR-PPD-P$ (ossia dai nemici del “maledetto voto”), verrà lanciata un’iniziativa per abolire la libera circolazione delle persone.

La notizia non è nuova. L’intenzione di promuovere l’iniziativa contro la libera circolazione era in effetti già stata annunciata. Ma è importante che abbia ricevuto conferma. L’intenzione si trasforma così in una promessa.

Una “lozza” targata PLR

Non c’è bisogno del Mago Otelma per indovinare che dal Consiglio degli Stati, malgrado gli annunci pomposi, non uscirà qualcosa di sostanzialmente diverso dal compresso-ciofeca licenziato dal Nazionale. L’ideatore di questa “lozza”, che costituisce un vero e proprio schiaffone al 70% dei ticinesi che ha plebiscitato l’iniziativa “contro l’immigrazione di massa”, è un deputato PLR: i ticinesi se ne ricordino alle prossime elezioni. Il compromesso-ciofeca, fatto dai camerieri dell’UE, viola l’articolo costituzionale 121 a, e mira a cancellarlo. Non prevede alcuna limitazione reale all’immigrazione: né contingenti, né tetti massimi, e nemmeno la preferenza indigena (perché quella contenuta nel compromesso-ciofeca non è una preferenza indigena, sono solo misuricchie di diritto interno, che oltretutto utilizzano solo una piccola parte del margine di manovra che sarebbe a disposizione).

Applicazione intollerabile

Se questa è la (non) applicazione del “maledetto voto” del 9 febbraio, è evidente che è intollerabile. Sarebbe la pietra tombale della democrazia in Svizzera. A ciò si aggiunge l’ultima porcata del Consiglio federale: il controprogetto alla ridicola iniziativa del “vicolo cieco”, con cui il Consiglio federale vorrebbe sabotare il maledetto voto inserendo la libera circolazione nella Costituzione!

Iniziativa contro la libera circolazione

Se dalle Camere federali dovesse uscire, come si prospetta, un sabotaggio del 9 febbraio, si potrebbe lanciare il referendum. Il che costituirebbe certamente un segnale politico forte. All’atto pratico, tuttavia, si tornerebbe ai piedi della scala.  I tentativi di sabotaggio della volontà popolare non sarebbero stroncati. Bene dunque che venga lanciata un’iniziativa contro la libera circolazione delle persone: se i funzionarietti di Bruxelles si rifiutano di limitarla, vuol dire che salterà direttamente. Se questo provocherà poi la fine di tutti gli accordi bilaterali, è ancora da vedere, e comunque i bilaterali non sono affatto indispensabili per la Svizzera. Per cui, avanti con il Swissexit! Mettiamo la parola fine alla colonizzazione del paese da parte dei trombati (definizione usata dall’idustriale radikalchic Carlo De Benedetti) di Bruxelles con la complicità dei loro camerieri a Berna! Se i bilaterali dovessero saltare, vorrà dire che si negozieranno altri accordi commerciali che non prevedono la libera circolazione delle persone. Di esempi di trattati di questo tipo ce ne sono a bizzeffe. Prima dei bilaterali li aveva anche la Svizzera, e le aziende elvetiche esportavano anche più di adesso.

Infinocchiare gli svizzerotti

Da notare che i camerieri dell’UE, a partire della ministra del P$$ (partito che nel suo programma contempla l’adesione della Svizzera alla fallita Unione europea) Sommaruga, hanno smesso da un po’ di starnazzare al voto del 9 febbraio “da rifare”. Perché sanno bene che verrebbero asfaltati. E allora ecco la nuova geniale pensata dei “giuda della volontà popolare”: tentare di cancellare il “maledetto voto” tramite controprogetto all’iniziativa del vicolo cieco. Controprogetto che, contrapposto alla squallida iniziativa testé citata (che sarà sotterrata in votazione) verrebbe presentato come alternativa ragionevole. Invece è semplicemente un tentativo appena un po’ dissimulato di infinocchiare gli svizzerotti, fare strame dei diritti popolari, e consegnare il paese a Bruxelles; magari ornandolo pure con un bel fiocco da pacco regalo.

Una riuscita dell’iniziativa contro la libera circolazione delle persone metterebbe definitivamente al loro posto gli spalancatori di frontiere. Va da sé che, in caso di sua approvazione, in Consiglio federale saranno in 5 a dover dimissionare in blocco.

Lorenzo Quadri

Prima sloggiamo tutti i migranti economici, poi…

Carla Del Ponte monta in cattedra: “La ricca Svizzera deve accogliere più siriani!”

 

Certo che l’illuminata opinione dell’ex procuratrice Carla Del Ponte secondo cui la Svizzera deve spalancare le frontiere agli asilanti siriani mancava proprio. “La Svizzera e l’UE sono ricche e possono permettersi di accogliere un numero molto maggiore di siriani in fuga dalla guerra”, sentenzia l’ex procuratrice. Che, tanto per rincarare la dose, garantisce: “dopo la guerra i migranti siriani torneranno tutti in patria”. Ohibò, qui qualcosa non ci torna.

Punto primo: cominciamo ad averne piene le scatole di questi Soloni e “Solonesse” con i piedi bene al caldo che, tronfi come tacchini, montano in cattedra a moraleggiare, rimproverando al “popolino” chiusure e razzismi e tentando di inculcarci sensi di colpa perché “in Svizzera devono entrare tutti”.

Punto secondo: La Svizzera sul fronte dell’asilo, per rapporto al numero di abitanti, fa già molto di più di tanti altri paesi UE. E se cominciasse invece a fare di più per i propri concittadini in difficoltà? Se la smettesse di tartassare il ceto medio per finanziare la spesa della socialità andata fuori controllo anche per colpa dell’immigrazione nello stato sociale (vedi finti asilanti, vedi permessi B a carico dell’ente pubblico, vedi…)?

Punto terzo: la Svizzera sarà anche ricca (?); la Signora Del Ponte lo è di sicuro (tanto meglio per lei); ma la maggior parte dei cittadini elvetici non lo è. Quindi la Signora ex procuratrice ed ex ambasciatrice, oltre a calare sentenze (o meglio ancora: al posto di calare sentenze) può anche attivarsi in prima persona, attingendo dalla propria ampia disponibilità finanziaria.

Punto quarto: gli asilanti ammessi provvisoriamente non rientrano affatto in patria una volta che è tornata la pace, e questo lo sanno anche i paracarri. Al contrario, restano tutti qui. Ammissione provvisoria è diventato sinonimo di ammissione definitiva. La stessa kompagna Simonetta Sommaruga, davanti al parlamento, non lo ha nascosto: “passano gli anni, le persone si sposano (matrimoni di comodo?, ndr), fanno bambini che vanno a scuola qui e si sa come vanno queste cose…”.  Appunto, si sa esattamente come vanno queste cose. Rimangono tutti in Svizzera invece di rientrare nel paese d’origine. E non solo rimangono tutti qui, ma vanno tutti (quasi il 90%) in assistenza. Una situazione che perfino il già consigliere nazionale P$$ Rudolph Strahm, ex Mr Prezzi (quindi non il Mattino populista e razzista) ha definito “esplosiva”.

Punto quinto: invece di correggere la situazione di cui sopra, facendo in modo che le ammissioni provvisorie tornino ad essere effettivamente tali, il Consiglio federale ha appena  partorito un progetto che vuole garantire agli ammessi provvisoriamente la permanenza in Svizzera vita natural durante. Quindi proprio il contrario di quello che dovrebbe fare. Tra tutti i partiti, solo il P$$ ha approvato la proposta: non servono altri commenti.

Punto sesto: i siriani sono una piccola percentuale dei richiedenti l’asilo in Svizzera, attorno 10%. Vogliamo accogliere più siriani? Ci va anche bene. Però di migranti economici in arrivo dall’Eritrea, dal Magreb, eccetera, ossia i giovanotti con smartphone e vestiti alla moda, non ne facciamo più entrare nemmeno uno.

Punto settimo: come si fa a distinguere un vero profugo siriano da un terrorista dell’Isis sotto mentite spoglie? Attenzione inoltre che l’equazione siriani = tutta brava gente non è esattamente scontata. Ad esempio, il super-ricercato di Chemnitz era un siriano; nei giorni scorsi un quindicenne (!) siriano a Liezen (Austria) ha picchiato e violentato una prostituta. Eccetera.

Lorenzo Quadri

 

Ulteriore scandaloso attentato ai diritti popolari

Il Consiglio federale dà corda all’iniziativa che vuole cancellare il 9 febbraio

I camerieri dell’UE preparano un nuovo schiaffo al Ticino e la $inistruccia manifesta la propria goduria. L’unico controprogetto ammissibile all’iniziativa del “vicolo cieco” è la disdetta tout-court della libera circolazione delle persone!

E’ proprio vero che non c’è limite al peggio ed in particolare non c’è limite al peggio dei camerieri dell’UE in Consiglio federale.

Nei giorni scorsi l’esecutivo ha infatti annunciato che non appoggia l’iniziativa RASA, ossia l’iniziativa del vicolo cieco: quella che, lanciata dagli spalancatori di frontiere, vorrebbe cancellare il “maledetto e voto” del 9 febbraio. Si sa infatti che la gauche caviar e dintorni provano un sentimento di incoercibile ribrezzo, di incontrollato schifo nei confronti dei diritti popolari, e meglio nei confronti del popolino becero che osa contraddire le élite delle frontiere spalancate e del multikulti. Sicché le votazioni popolari il cui esito non piace alla  $inistra vanno rifatte. Quelle – sempre più rare – i cui risultati vanno bene ai politikamente korretti, invece, non vengono messe minimamente in discussione. Ad esempio: la nuova legge sulla radiotelevisione, quella che ha reso il pagamento del canone radioTV obbligatorio per tutti, compreso chi non ha né radio né televisione, è passata per 3000 voti a livello nazionale, ma nessuno a $inistra si è messo a sindacare su questo risultato. Citus mutus!

Ennesimo tentativo di sabotaggio

Il Consiglio federale dunque non appoggia l’iniziativa del vicolo cieco, e ci mancherebbe altro. Però, e qui sta lo scandalo, non difende nemmeno la volontà popolare. Il CF ha infatti annunciato che ci sarà un controprogetto diretto. Ciò significa che il governo intende modificare, ossia SABOTARE, la volontà popolare e quanto inserito nella Costituzione il 9 febbraio del 2014. Il governo vuole cancellare  contingenti migratori, tetti massimi e ovviamente la preferenza indigena. Questo, evidentemente, per scodinzolare davanti ai padroni di Bruxelles. Perché  la volontà dei cittadini svizzeri non conta nulla, mentre i diktat dei trombati (definizione dell’industriale radikalchic Carlo De Benedetti) dell’UE… Inutile precisare che la $inistruccia ha accolta la notizia del controprogetto con gioia orgasmica.

E’ quindi chiaro che il Consiglio federale sta preparando l’ennesimo schiaffo al Ticino, che ha plebiscitato l’iniziativa “contro l’immigrazione di massa” con il 70% dei consensi. Ci provino ancora, lorsignori, a metter fuori la faccia a sud del Gottardo per farsi propaganda… E il governo ticinese non ha nulla da dire al proposito?

Preminenza del diritto internazionale?

Pare inoltre che nel controprogetto all’iniziativa del vicolo cieco il Consiglio federale voglia inserire il principio della preminenza del diritto internazionale sulla Costituzione svizzera. Se così fosse, si tratterebbe di una oscena svendita della sovranità nazionale: roba da scendere in piazza col forcone. E oltretutto sarebbe anche una mossa assai sciocca. Infatti, solo il mese scorso, è riuscita l’iniziativa popolare per l’autodeterminazione, che chiede proprio il contrario.  E, se i cittadini la voteranno…

L’unico controprogetto accettabile

Ma tu guarda questi camerieri dell’UE che invece di applicare la volontà popolare fanno di tutto, ma proprio di tutto, per sabotarla. L’iniziativa No Billag la respingono schifati senza alcun controprogetto, ed anzi pubblicano pure un rapporto sul servizio pubblico in campo radiotelevisivo in cui dicono che nell’emittente di regime “l’è tüt a posct”. Rapporto che viene contestato perfino dall’interno dell’amministrazione federale (figura da cioccolatai).

Quando invece, come nel caso del 9 febbraio, non c’è alcun margine di manovra perché il popolo ha già deciso, e quindi il Consiglio federale non può fare altro che adeguarsi,  si assiste a squallide arrampicate sui vetri pur di sabotare la volontà popolare. Come dire che in fondo, quando si tratta di spalancare le frontiere e rifiutare di controllare l’immigrazione, la democrazia può anche essere stuprata.

Vogliamo opporre un controprogetto all’iniziativa del vicolo cieco? Allora questo: la disdetta tout-court della libera circolazione delle persone. Ma i camerieri dell’UE, è ovvio, hanno mire diametralmente opposte.

Lorenzo Quadri

Quando ci toglieremo le fette di salame dagli occhi?

Ginevra, estremista in moschea. Mentre nel Canton Vaud le associazioni islamiche…

 

Andiamo proprio bene! La moschea di Ginevra si trova di nuovo nella bufera in quanto uno dei responsabili sarebbe un integralista islamico, schedato come tale in Francia. Ne ha dato notizia Le Temps nei giorni scorsi. Da notare che il sospetto estremista è schedato in Francia perché è un frontaliere francese: avanti con la libera circolazione delle persone! E poi gli spalancatori di frontiere hanno il coraggio di venirci a dire che non bisogna chiedere l’estratto del casellario giudiziale prima di rilasciare permessi B e G? Inoltre: alla moschea non trovavano un residente da assumere?

Il bello è che il presunto estremista si sarebbe dovuto occupare proprio di “prevenire altre derive jihadiste”, dopo che due giovani frequentatori della moschea ginevrina sono partiti per la Siria.

Ovviamente il problema non è che dei fiancheggiatori dell’Isis siano partiti; il problema è che di simili personaggi ce ne sono anche Svizzera, e per questo possiamo ringraziare l’immigrazione incontrollata ed il multikulti; ed il problema è anche che questi jihadisti, non di rado neo-svizzeri grazie al regime di naturalizzazioni facili, potrebbero anche tornare nel nostro paese.

I politikamente korretti

Certo che è il massimo: alla moschea di Ginevra mettono un presunto jihadista residente in Francia a prevenire le derive jihadiste! Letteralmente la volpe nel pollaio! E poi i soliti politikamente korretti – a partire dal Consiglio federale – hanno il coraggio di venirci a dire che applicare delle misure di “sorveglianza speciale” alle moschee “sa po’ mia”!

Esempio concreto: chi scrive ha proposto al Consiglio federale di vietare i finanziamenti esteri ai luoghi di culto musulmani. Questo poiché chi finanzia, specie se proviene da paesi dove impera l’estremismo islamico, ovviamente lo fa con secondi fini (propagandare la “guerra santa” anche dalle nostre parti). Oltre al divieto di finanziamenti esteri, per ragioni di trasparenza e anche di integrazione, andrebbe imposto l’obbligo di predicare nella lingua del luogo. Replica scandalizzata del Consiglio federale: ma non se ne parla nemmeno! Sarebbe una “massiccia violazione della libertà di religione”!

Come se i finanziamenti esteri e l’obbligo di predicare in lingua locale avessero qualcosa a che vedere con la libertà di religione…

Prospettive fosche

Con il Consiglio federale che ci ritroviamo, il futuro è plumbeo. Se poi si pensa che ci sono dei politicanti spalancatori di frontiere, come il presidente del P$$ Christophe Levrat, che vorrebbero far diventare l’Islam religione ufficiale in Svizzera, come l’Islam c’entrasse qualcosa con il nostro paese – che è cristiano e costruito su base cristiana -, c’è davvero di che mettersi le mani nei capelli.

Avanti con l’islamizzazione della Svizzera grazie anche al fattivo contributo dei kompagnuzzi!

Nel Canton Vaud…

Intanto nel Canton Vaud  nei giorni scorsi le associazioni musulmane hanno per la prima volta preso una posizione politica. Oltretutto l’hanno presa contro la nuova legge votata dal parlamento cantonale che vieta l’accattonaggio, sostenendo che l’elemosina sarebbe uno dei pilastri dell’Islam. Bene, se è un pilastro dell’Islam, che la si pratichi nei paesi musulmani. Di certo l’accattonaggio non è un pilastro della Svizzera; e quindi in casa nostra non lo vogliamo.

E’ inoltre  degno di attenzione che le associazioni musulmane vodesi abbiano preso posizione contro una nuova legge perché non in linea con le loro usanze e valori. Usanze e valori che evidentemente, alla faccia dell’integrazione, vogliono imporre in casa nostra.

Se questo non è un chiaro campanello d’allarme!

Fin troppo facile immaginare quale sarà il prossimo passo: fondare un partito, ottenere cariche politiche, e pretendere di cambiare le nostre leggi dall’interno, per sostituirle con regole d’ispirazione islamica. A partire dalla sharia.

Magari sarebbe il caso che qualcuno cominciasse a togliersi le fettone buoniste di salame dagli occhi.

Lorenzo Quadri

Svizzera – UE: quando “sa po’ mia” vuol dire “a vörum mia”

Horizon 2020: storia di uno squallido ricatto e di un’immediata calata di braghe

 

La fallita Unione europea, per ricattare la Svizzera su un voto popolare (quello sull’iniziativa contro l’immigrazione di massa) l’ha arbitrariamente legato alla partecipazione al programma di ricerca Horizon 2020.

I trombati (definizione usata da Carlo De Benedetti) di Bruxelles hanno come noto dichiarato che il nostro Paese sarebbe stato parzialmente escluso dal programma in questione se non avesse accettato di estendere la libera circolazione delle persone alla Croazia. L’estensione comporta tuttavia la flagrante violazione del “nuovo” articolo costituzionale 121 a “Contro l’immigrazione di massa”.

Ma Horizon 2020 non c’entra un tubo con la libera circolazione delle persone: infatti vi partecipano anche paesi non UE (ad esempio Israele).  La “démarche” della DisUnione europea nei confronti della Svizzera altro non è, dunque, che l’ennesimo e squallido ricatto. Al quale, inutile sottolinearlo, la partitocrazia cameriera dell’UE si è immediatamente inchinata. Perché per costoro, e ben lo si è visto con il compromesso-ciofeca contro il 9 febbraio, la volontà popolare non conta un tubo, mentre ogni cip che arriva da Bruxelles…

Un altro “caso Erasmus”?

Davanti al ricatto blu stellato, la casta degli intellettualini spalancatori di frontiere, ben spalleggiata dalla stampa di regime e dai cosiddetti “poteri forti” (quelli che rifiutano ogni limitazione dell’immigrazione perché bramosi di manodopera straniera a basso costo) si è  affrettata a sfoderare il solito arsenale catastrofista.  “Bisogna” (?) violare la Costituzione e calare le braghe davanti a Bruxelles, altrimenti ne andrà di mezzo la nostra ricerca! E chi sarà mai il bifolco che oserà mettere in pericolo una vacca sacra del politicamente korretto come la ricerca? Naturalmente non viene mai detto che la Svizzera partecipa ad Horizon 2020 con la bellezza di 4.4 miliardi di Fr. Quanti ne ricava in finanziamenti ai suoi progetti? Boh! Vuoi vedere che ci troviamo davanti all’ennesima operazione in perdita? Vedi ad esempio il caso analogo dei programmi Erasmus, che costano uno sproposito ma hanno tassi di partecipazione infima. E anche lì, quando – sempre a seguito del “maledetto voto” – la Svizzera venne penalizzata dall’UE, la casta degli intellettualini si mise a strillare, rimediando una figura barbina o marrone che dir si voglia quando vennero rese pubbliche le disastrate cifre di Erasmus.

Parola di ex CEO

A proposito di Horizon 2020, sul numero di ottobre del periodico dell’ASNI (Associazione per una Svizzera neutrale ed indipendente) è pubblicato un interessante contributo del Dott. Pedro Reiser, ex CEO di Novartis Pharma a Tokio. Dunque uno  che di ricerca qualcosa ne dovrebbe capire.

Reiser in sostanza conferma quello che il Mattino, per non saper né leggere né scrivere, ha ribadito in più occasioni.

A parte lo squallore del ricatto europeo nei nostri confronti, che ben ci dà la misura del livello dei trombati (De Benedetti dixit) di Bruxelles, i quali andrebbero sistematicamente mandati “a scopare il mare” ogni volta che formulano una pretesa all’indirizzo della Svizzera, l’ex CEO ribadisce che le eccellenze in ambito di ricerca non si trovano affatto nell’UE, bensì al suo esterno. Oppure in Gran Bretagna, anch’essa in fase di uscita dalla DisUnione. E’ con questi centri d’eccellenza che bisogna collaborare. Non certo con le università rumene o bulgare o italiane.

I principali enti di ricerca in Svizzera, ovvero i due politecnici, si trovano peraltro, nelle classifiche internazionali, ad un livello assai superiore rispetto alle Università UE. Oltretutto, per la serie “ma tu guarda i casi della vita”, dopo il “maledetto voto” del 9 febbraio il ranking delle Università elvetiche è ulteriormente migliorato. Ma come: non ci avevano detto che sarebbe accaduto proprio il contrario?

E la neutralità?

Nel suo scritto, Reiser porta un ulteriore elemento di riflessione. In luglio UE e NATO hanno deciso una stretta cooperazione nell’ambito della ricerca. Però la neutralità della Svizzera non è compatibile con la partecipazione a programmi  in cui la NATO è presente in modo massiccio. Forse che qualcuno a Berna si pone il problema? Macché! I camerieri dell’UE che siedono in Consiglio federale della neutralità se ne impipano; così come della sovranità nazionale e della democrazia diretta.

Grattare la superficie

Che l’estensione della libera circolazione delle persone alla Croazia costituisca una violazione della Costituzione federale, lo ha ammesso perfino Simonetta Sommaruga all’indomani del voto sul 9 febbraio. Ma il triciclo ex partitone – PPDog – P$$, invece di sostenere la volontà popolare, ha assecondato, e con la massima goduria, il ricatto dell’UE sulla ricerca. Ricatto che le élite spalancatrici di frontiere e gli intellettualini della “gauche caviar”, sempre famelici di argomenti con cui minacciare gli svizzerotti per costringerli a far entrare tutti, hanno subito fatto proprio.

Vogliamo davvero continuare a seguire una partitocrazia che ha fatto della calata di braghe davanti  all’UE e dello stupro della democrazia l’abituale “modus operandi”? Basta grattare un po’ la superficie del mantra del “sa po’ mia” che viene sistematicamente opposto a qualsiasi richiesta di ripristino della sovranità nazionale scelleratamente svenduta, per scoprire cosa esso nasconde. Ci si accorge che quel “sa po’ mia” è in realtà un “a vörum mia”!

Lorenzo Quadri

Basilea: “niente passaporto svizzero a chi è in assistenza”

Riuscita con ampio margine un’iniziativa popolare contro le naturalizzazioni facili 

L’accesso alla cittadinanza elvetica sarebbe precluso anche a chi è stato condannato ad una pena detentiva di oltre sei mesi o non ha restituito le prestazioni assistenziali percepite in passato

In questo sempre meno ridente Cantone, la spesa sociale è andata fuori controllo. Però, invece di bloccare l’immigrazione nello Stato sociale, si taglia sui ticinesi in difficoltà e si mettono le mani nelle tasche del contribuente.

In Germania, che è pure un paese UE, si sta facendo ben altro. Il governo ha deciso che l’immigrato dell’eurozona, nei primi cinque anni di permanenza su suolo tedesco, non avrà diritto né alla rendita di disoccupazione, né ad aiuti sociali di sorta. Invece gli svizzerotti mantengono (quasi) tutti. E invece di limitare l’accesso alle prestazioni sociali agli immigrati, riescono pure ad agevolarlo sempre di più. Vedi il recente cambiamento di prassi della maggioranza del Consiglio di Stato in merito all’espulsione di dimoranti in assistenza con famiglia in Ticino.

Altro che “immigrazione uguale ricchezza”: qui si fomenta l’immigrazione di chi non porta ricchezza alcuna, ma al contrario attinge, senza remore, alle casse dello Stato sociale.

Chi premiare?

Se poi si pensa che chi “munge” potrebbe anche venire premiato con il passaporto rosso – malgrado la nuova legge federale includa quale requisito per l’ottenimento della cittadinanza elvetica la “partecipazione alla vita economica” – ci si rende conto che all’autolesionismo non c’è mai fine.

Nel semicantone di Basilea città, l’UDC ha da poco consegnato le firme per un’iniziativa intitolata: “Niente naturalizzazione di criminali e beneficiari dell’aiuto sociale”. Le firme raccolte sono state oltre 4800, quando per la riuscita ne sarebbero bastate 3000.

Questa in sostanza la richiesta che verrà sottoposta al popolo: si decida che non  può diventare svizzero chi è stato condannato in modo definitivo ad una pena detentiva di almeno sei mesi, come pure gli stranieri che ricevono prestazioni dell’assistenza sociale o che non hanno completamente rimborsato le prestazioni ricevute in passato. Quest’ultimo aspetto è particolarmente interessante. Alle nostre latitudini, infatti, all’assistenza vengono rimborsate le briciole. Da un lato il rimborso viene imposto de facto solo a chi, uscito dall’assistenza, è diventato milionario o giù di lì; dall’altro il diritto di regresso dello Stato è prescritto dopo 5 anni.

L’iniziativa basilese esplicita inoltre che non esiste alcun diritto all’ottenimento del passaporto rosso.

A Berna

Nel Canton Berna nel 2013 i giovani Udc lanciarono con successo un’iniziativa costituzionale simile, che venne approvata in votazione popolare malgrado l’opposizione di tutti i partiti, e che ottenne la garanzia federale nel maggio 2015, assieme al divieto di burqa ticinese. A $inistra strillarono come aquile, sia contro ticinesi che contro i bernesi; ma alla fine i kompagni rimasero, per l’ennesima volta, con le pive nel sacco.

In Ticino

In Ticino la proposta di vietare  la naturalizzazione di stranieri “non in grado di provvedere autonomamente e durevolmente al proprio mantenimento” venne presentata nel novembre 2013 dalla deputata leghista Amanda Rückert tramite iniziativa parlamentare. La Commissione della legislazione del Gran Consiglio redasse due rapporti. Uno di maggioranza, che proponeva di accogliere parzialmente l’iniziativa, ed un altro di minoranza che proponeva di respingerla. Ma in plenum ci fu il “ribaltone” politikamente korretto. La spuntò la minoranza e l’iniziativa venne affossata.

“modello basilese”

Malgrado la modifica legislativa a livello federale e l’introduzione del concetto di “integrazione nella vita economica” – non osiamo immaginare come la giurisprudenza buonista lo interpreterà, leggi stravolgerà – una bella modifica costituzionale sul modello della proposta basilese ci starebbe assai bene anche in Ticino.

Occorre infatti stabilire in modo chiaro che chi è a carico dello Stato sociale, o è stato condannato per un reato che non sia una bagattella, o anche chi ha usufruito di prestazioni assistenziali senza restituirle, non accede alla naturalizzazione.

Non è cosa da poco

Il passaporto rosso non è una quisquilia: conferisce il diritto di voto e di eleggibilità e sancisce l’ingresso a pieno titolo di una persona nella comunità elvetica. Con conseguenze pratiche anche pesanti. Oltre all’ impossibilità di espulsione nel caso il neo-svizzero si metta a delinquere, le naturalizzazioni facili si prestano a “maneggi” di tipo finanziario.

Esempio: famiglia straniera extra-UE che ha già “staccato” centinaia di migliaia di franchi di aiuti sociali, con decreto d’espulsione annullato dal Tram perché i figli vanno a scuola in Svizzera, fa naturalizzare un figlio (tramite procedura agevolata) Risultato: il nucleo familiare rimarrà attaccato alla mammella ticinese senza limiti di tempo. E il conto lo paghiamo noi.

Lorenzo Quadri

Nekkaz arrestato a Parigi

Finalmente ha trovato pane per i suoi denti!

A Locarno, invece, era stato accolto e riverito dal municipale PLR Salvioni come “un intellettuale (!) che va ascoltato”. A quando il divieto di entrare in Svizzera?

E ben gli sta! Il sedicente imprenditore algerino Rachid Nekkaz è stato arrestato a Parigi a margine, a quanto sembra, di una manifestazione islamica.

Il Nekkaz è quello che arriva in Ticino, assieme alla svizzera convertita all’islam radicale, ad inscenare squallidi teratrini a sostegno della violazione del divieto di burqa – e quindi della legge e della Costituzione votata dal popolo ticinese.

A Parigi Nekkaz ha trovato finalmente pane per i suoi denti. Non così a Locarno, dove  in luglio è stato ricevuto dal municipale PLR Niccolò Salvioni  come “un intellettuale che va ascoltato, una persona moderata ed affabile, con argomenti filosofici interesanti” e avanti con i grotteschi salamelecchi.

Bellissimo: un algerino arriva in Ticino a dire che bisogna violare legge e Costituzione – naturalmente tramite manifestazione non autorizzata, perché costui si crede al di sopra delle regole – e  cosa incontra? Il municipale liblab di turno che lo accoglie e lo riverisce come se si trattasse di un illustre intellettuale in visita di cortesia.

A quando il divieto d’entrata?

Quale sia poi il livello “intellettuale” del Nekkaz lo si è ben visto al momento dell’arresto a Parigi, quando l’ “affabile e moderato” (Salvioni dixit) “signore”, evidentemente fuori dalle pezze, è sbroccato con incredibile arroganza e cafonaggine contro gli agenti con affermazioni del tipo: “Lei è una vergogna per la Polizia francese”.

Chissà cosa ne pensa la kompagna Simonetta Sommaruga della prestazione parigina del Nekkaz?

Adesso aspettiamo che, dopo l’arresto a Parigi, per l’ “imprenditore” algerino arrivi anche il divieto di entrare in Svizzera. Quel divieto che il Consiglio federale ha a più riprese rifiutato di pronunciare poiché il Nekkaz non rappresenterebbe un problema per l’ordine pubblico; peccato che l’arresto parigino indichi altro. Ma il fatto è che al Consiglio federale il divieto di burqa dà fastidio perché “bisogna aprirsi” all’estremismo islamico e all’islamizzazione della Svizzera. E quindi non si sogna di difenderlo. Ad ennesima dimostrazione che, per i camerieri dell’UE, la volontà popolare non conta un tubo.

Lorenzo Quadri

“Prima i nostri” sul lavoro e anche nella socialità!

Sempre più casi d’assistenza in Ticino per colpa della libera circolazione

 

Ma nooo! Ma chi l’avrebbe mai detto! Nel mese di luglio del 2016 il numero di casi d’assistenza in questo sempre meno ridente Cantone è aumentato di ben il 12,6% rispetto al luglio del 2015. Si contano infatti 880 casi in più. Ma come: con la libera circolazione delle persone non andava tutto a meraviglia? Ma come: i problemi occupazionali in Ticino non erano tutta una balla della Lega populista e razzista? Ma come: il gettito fiscale complessivo (mica il procapite…) non era aumentato, per cui l’ è tüt a posct? Ma come: non c’erano le statistiche farlocche della SECO e dell’IRE a raccontarci che…

Adesso aspettiamo di sapere come intendono spiegare l’ennesima impennata dei casi d’assistenza in Ticino quelli che hanno spalancato le frontiere all’invasione da sud e poi hanno ancora la faccia di lamiera di negare che, in questo modo, hanno generato sul mercato del lavoro ticinese fenomeni deleteri quali il soppiantamento ed il dumping. E ci hanno pure messo in casa l’imprenditoria-ciarpame “made in Italy” che con i dipendenti ne fa da vendere e da spendere. Vedi  il caso della Consonni Contract SA, quello dell’Adria costruzioni…

Le politiche di $inistra

Ancora una volta, davanti all’ennesimo aumento dei casi d’assistenza, i kompagni spalancatori di frontiere non sono riusciti a cogliere l’occasione d’oro per passare all’acqua bassa. Ed infatti, hanno pensato bene di diramare un fumoso comunicato in cui si punta il dito contro la presunta politica di destra (?) che sarebbe responsabile dell’attuale situazione.

E’ ovvio che quegli imprenditori che assumono frontalieri e lasciano a casa i ticinesi hanno delle pesanti responsabilità: ma chi, o meglio che cosa, permette a questi “padroni” di praticare il soppiantamento? Risposta: la libera circolazione delle persone. Che i kompagni non solo hanno assolutamente voluto, ma che tuttora difendono con ideologico isterismo. Infatti a $inistra non solo vogliono cancellare il “maledetto voto” del 9 febbraio – il consigliere di Stato Manuele Bertoli lo ha di nuovo ribadito – ma rifiutano categoricamente la preferenza indigena sul mercato del lavoro: non sia mai! In Svizzera “devono entrare tutti”!

Per cui, cari kompagni internazionalisti, come la mettiamo con le responsabilità della $inistra nell’esplosione dei casi d’assistenza?

La spesa sociale esplode

Non è tutto: il P$ prende spunto dall’aumento massiccio dei casi d’assistenza per promuovere i suoi referendum contro i tagli alla socialità. Naturalmente si dimentica di un piccolo particolare.

La spesa sociale ticinese è andata fuori controllo, col risultato che si taglia linearmente, perché qualcuno (in particolare a sinistra) non ne vuol sapere di chiudere i rubinetti all’immigrazione nello stato sociale. Sempre perché “devono entrare tutti”. E dire che all’interno della stessa UE si va in ben altra direzione: vedi le recenti decisioni dei governi di Germania e Gran Bretagna.

Risultato: spesso e volentieri gli ultimi arrivati attingono a piene mani dalle casse del nostro stato sociale e poi la maggioranza corre ai ripari risparmiando su tutti, compresi i ticinesi in difficoltà (che magari hanno pagato decenni di tasse, mentre le “new entry” non hanno versato un centesimo all’erario). Da notare che, per una strana dimenticanza, negli ultimi dati statistici ci si guarda bene dal dire  di quanto è aumentato il numero degli stranieri in assistenza.
Altro che inveire contro le presunte “politiche di destra”, cari compagni: e dove la mettiamo la responsabilità delle politiche di sinistra nell’esplosione dei casi d’assistenza e nei tagli alla socialità?

Cominciamo ad applicare “Prima i nostri”: sia sul mercato del lavoro che sull’accesso allo Stato sociale. Poi ne riparliamo.

Lorenzo Quadri

Lugano, festeggiati i primi quarant’anni di Casa Serena

Il capodicastero Lorenzo Quadri: “le case per anziani si sono trasformate radicalmente”

 

Casa Serena, la “decana” – oltre che la più grande – delle case per anziani della città di Lugano, ha compiuto 40 anni. Una traguardo che il municipio ha voluto sottolineare martedì con evento alla presenza di autorità civili e religiose. Ne abbiamo parlato con il capodicastero degli istituti sociali della città di Lugano, Lorenzo Quadri.

“Con l’evento di martedì – esordisce Quadri – si è voluto segnare, oltre ai 40 anni di Casa Serena, la conclusione dell’importante cantiere di ristrutturazione che ha interessato l’edificio negli ultimi sei anni. I lavori sono infatti iniziati nell’ottobre 2010 per concludersi un paio di settimane fa”.

Un cantiere in una casa abitata non è facile da gestire…

No, e a maggior ragione in una struttura medicalizzata. Una casa anziani non si svuota durante il giorno perché gli inquilini vanno a lavorare. Gli ospiti sono sempre lì, e la residenza deve essere operativa sette giorni su sette e 24 ore al giorno. Coordinare il cantiere e la gestione quotidiana è stata una sfida molto impegnativa per tutte le parti coinvolte: edilizia da un lato e gestione della struttura dall’altro. Senza dimenticare ovviamente abitanti di Casa Serena ed i loro familiari. Quindi sono sicuramente stati sei anni “intensi”, per usare un eufemismo.

Cosa è cambiato a Casa Serena dal 1976 ad oggi?

Moltissimo, fare un elenco esaustivo prenderebbe svariate pagine. Cito un paio di cifre. Nel 1976 Casa Serena ospitava 84 anziani  e c’erano 40 appartamenti, che vennero poi riconvertiti in camere già negli anni Novanta. I collaboratori erano 40 e c’erano 18 suore. Oggi gli anziani sono 174 ed i collaboratori (prendendo solo quelli sanitari) sono 112. Ed  è rimasta una sola suora, che presto ci lascerà poiché destinata ad altri incarichi dalla casa madre. Con questa partenza si chiude un’epoca, perché il personale religioso ha sempre svolto un ruolo negli istituti sociali comunali, fin dall’apertura del primo ricovero d’assistenza nel 1910.

Cosa ci dice l’evoluzione del personale di Casa Serena?

Ci dice che col passare del tempo la casa si è sempre più medicalizzata. La tipologia dell’ospite è cambiata. Negli anni Settanta anche persone autosufficienti sceglievano di trasferirsi in una casa anziani, cosa che oggi nessuno più farebbe (del resto non verrebbe neppure ammesso). Oggi si rimane a casa propria il più a lungo possibile, con l’aiuto dei servizi di cura e assistenza a domicilio. Solo nel momento in cui lo stato di salute è compromesso in maniera tale da rendere impossibile una permanenza a domicilio, si opta per il trasferimento in casa anziani. Da qui l’innalzamento dell’età media di entrata (attualmente di 86 anni) e la crescente medicalizzazione di questi istituti. Inoltre nel 1976 nessuno parlava di “Alzheimer”, che è invece oggi uno dei grandi temi legati all’invecchiamento: le decadenze cognitive sono la conseguenza dell’allungamento della vita. Casa Serena dispone di un reparto specializzato in casi Alzheimer dal 2008, mentre il giardino appositamente dedicato agli ospiti del reparto è stato inaugurato quest’anno.

Quali altre novità si possono indicare?

Il risultato più vistoso del cantiere è la creazione del nuovo blocco C dell’edificio e l’orizzontalizzazione dei reparti, che in precedenza erano organizzati in verticale, ciò che era poco funzionale. Ma, sempre nell’ambito dei grandi lavori di ristrutturazione, è stato creato il reparto dialisi nel 2011. Esso permette agli ospiti di casa Serena che devono sottoporsi a questo trattamento, che è pesante ed invasivo, di evitare defatiganti trasferte in ospedale, oltretutto in orari sfavorevoli. Un passo avanti importante, dunque, per la qualità di vita dei dializzati. Posso poi anche citare il nuovo reparto di cure palliative, il robot di farmacia che permette di minimizzare gli errori nella preparazione dei farmaci, e la sopraelevazione della sala Airoldi. Grazie al lascito Kratt e ad una generosa donazione dall’Associazione italiana di Lugano per gli anziani (AILA) è stato possibile aggiungere un secondo piano alla sala Airoldi creando nuovi importanti spazi a giorno, che sono poi gli spazi di vita degli ospiti di Casa Serena al di fuori delle camere.

Per ricordare i 40 anni di Casa Serena è stato scelto un oggetto particolare…

Sì, invece di posare la tradizionale targa o di piantare un alberello, si è deciso di riportare a nuova vita un pezzo della Lugano che fu. Vale a dire la fontana che si trovava in Piazza Castello, prima che le casermette di Villa Ciani venissero demolite per fare spazio al Palazzo dei Congressi (la cui costruzione, tra l’altro, è quasi contemporanea a quella di Casa Serena). La fontana venne portata nel parco di Casa Serena, ma da tempo si trovava in cattivo stato, non funzionava ed era pure stata vandalizzata. Per i 40 anni della residenza, la direzione generale ha dunque deciso di restaurarla e di rimetterla in funzione. Un piccolo ma concreto tributo al passato della città.

Quali sono i grandi progetti per il futuro?

Ad inizio 2017 si spera di poter finalmente cominciare con il cantiere della nuova casa anziani e centro polifunzionale di Pregassona: un’opera molto attesa ed i cui crediti sono stati approvati da tempo. Nei giorni scorsi la città ha potuto finalmente ufficializzare la delibera dei lavori, per cui speriamo bene! Il Consiglio comunale ha inoltre di recente dato il via libera all’Ente autonomo che ci permetterà, assieme al Comune di Canobbio, di costruire una casa anziani in territorio di Canobbio, la cui gestione sarà messa in rete con quelle di Lugano. Il Consiglio comunale nei prossimi mesi si determinerà inoltre sul progetto di trasformare gli attuali istituti sociali comunali di Lugano in un ente autonomo di diritto comunale.  Un passo che permetterebbe alle strutture sociali cittadine di dotarsi di un abito gestionale più adatto alle loro esigenze e funzionalità rispetto a quello del dicastero, ma che, come prevedibile, incontra delle difficoltà nell’accettanza politica.

MDD

E nümm a pagum anche per i vandalismi dei “no borders”

La manifestazione di Chiasso a sostegno dei clandestini  è costata quasi 70mila Fr

Ma i teppisti italiani con precedenti penali potranno continuare ad arrivare in Svizzera perché – Sommaruga dixit – non hanno compiuto reati di una gravità tale da giustificare il divieto d’accesso al paese. Intanto però  il questore di Como…

Nel settore dell’asilo,  la Confederazione prevede  un raddoppio dei costi a carico del contribuente dal 2015 al 2018. Già lo scorso  marzo, Berna preventivava un’escalation della spesa a 2,4 miliardi di franchetti per il 2018, contro gli 1,2 del 2015. Se pensiamo che nel mese di agosto in questo ridente Cantone abbiamo avuto punte di 3000 arrivi clandestini, probabilmente le previsioni di marzo non sono più così attendibili.

Ma oltre ai costi generati dai migranti economici con lo smartphone (giovanotti che non scappano da alcuna guerra) e che se per caso ottengono di  rimanere in Svizzera come ammessi  provvisoriamente fanno esplodere la spesa sociale  –  perché non solo vanno in assistenza ma “naturalmente” vengono seguiti individualmente da una pletora di operatori sociali di ogni ordine e grado – c’è anche la fattura per le gesta di  taluni imbecilli. Vale a dire, dei cosiddetti “no borders” che oltre un mese fa hanno pensato bene di organizzare un corteo a Chiasso a sostegno dell’immigrazione clandestina: questo perché – come direbbero anche i kompagni del P$ – gli svizzeri “chiusi e gretti” devono far entrare tutti.

Altro che “manifestazione pacifica”

Spacciato per manifestazione assolutamente pacifica, il corteo a Chiasso si è ben presto rivelato qualcosa di assai diverso. Ovvero un festival dell’insulto e della minaccia all’indirizzo della polizia e delle Guardie di confine, condito con  danneggiamenti a go-go. Il tutto “arricchito” dalla presenza di vandali col volto nascosto da un passamontagna. Chissà se costoro saranno stati multati anche per la violazione della nuova legge contro la dissimulazione del viso?

Il conto di queste prodezze lo paga ancora una volta il contribuente. Se si pensa che a “manifestare” e a vandalizzare Chiasso c’era anche un nutrito distaccamento di no-borders italiani, a noi populisti e razzisti girano oltremodo le scatole.

Fattura da 66mila Fr

Il deputato leghista Massimiliano Robbiani ha interrogato il Consiglio di Stato per avere qualche doverosa informazione su quanto è costata al contribuente ticinese la manifestazione dei “no borders” a Chiasso. Si scopre così che essa ha reso necessario l’intervento di 54 agenti, 49 della polizia cantonale e 5 della comunale, per un costo di 55mila Fr. Intanto noi non solo paghiamo il conto ma, evidentemente, gli agenti incaricati di tenere a bada i no borders non potevano essere impiegati altrove.

Al totale mancano i costi dell’impiego delle guardie di confine, visto che lì la cassa non l’ha il Cantone bensì  la Confederazione. Ma sempre di soldi pubblici si tratta.

A ciò si aggiungono gli imbrattamenti: ne sono stati censiti 34 per un danno totale di circa 11mila Fr.  La fattura del “corteo” di Chiasso sale così a 66mila Fr. E nümm a pagum. Cosa che non ci sta bene proprio per niente.

Sappiamo che il Municipio di Chiasso ha sporto denuncia contro ignoti per gli atti vandalici commessi su proprietà comunale: speriamo che le denunce abbiano portato ad indentificare qualche responsabile.

Porte spalancate

Non si sa quanti dei “no borders”  di Chiasso fossero italiani poiché, come precisa il governo nella sua risposta, non è stato possibile controllare tutti i partecipanti – circa 400 – alla manifestazione. Si sa però che sono stati identificati 31 cittadini italiani di cui tre posti in arresto per sommossa. Alcuni di loro avevano precedenti penali in Italia. Ma naturalmente gli svizzerotti – e qui arriva il secondo punto della questione – non vogliono proibire ai vandali italici l’ingresso al Paese. “Sa po’ mia” limitare la libera circolazione dei delinquenti, ha dichiarato in consiglio nazionale la ministra di giustizia, kompagna Simonetta “dobbiamo aiutare l’Italia” Sommaruga. Ohibò,  e perché “sa po’ mia”? Risposta: perché i reati commessi dai vandali “no borders” non sono sufficientemente gravi per giustificare una misura di questo tipo.

Intanto  Como…

Non ci pare che quello di “sommossa” sia propriamente un reato-bagattella. Se poi si aggiunge che i responsabili hanno pure precedenti penali in Italia, la risposta della Simonetta  risulta  ancora più scalcagnata. Sembra quasi un invito ai vandali d’Oltreconfine: venite pure in Svizzera  a minacciare, insultare e imbrattare a sostegno della violazione della legge (immigrazione clandestina); non solo vi spalanchiamo le porte, ma vi stendiamo pure il tappeto rosso.

E tuttavia a Como per la stessa fattispecie (uella) hanno utilizzato un metro assai diverso. Lì il questore ha infatti consegnato  il foglio di via ad 11 no borders, tra i quali 4 svizzeri. Costoro  non potranno entrare nel capoluogo lariano per un periodo compreso tra uno e tre anni. Ma allora gli unici a garantire senza un cip la libera circolazione ai vandali stranieri  sono, ancora una volta, gli svizzerotti?

Lorenzo Quadri

 

 

Gli eurofunzionarietti boriosi stanno giocando col fuoco

Rapporti Svizzera-UE: ve lo diamo noi lo “sviluppo degli accordi bilaterali”!

 

I trombati (definizione dell’industriale radikalchic Carlo De Benedetti) di Bruxelles, quando si tratta di dare delle risposte alla Confederella, evidentemente non si scaldano le urine.

Dopo oltre tre mesi, lor$ignori hanno preso posizione sulla lettera con cui Berna li informava della decisione del parlamento elvetico di ritirare la domanda d’adesione all’UE presentata nel 1992 (per la serie: meglio tardi che mai). Secondo voci di corridoio poi confermate dal ministro degli Esteri Didier Burkhaltèèèèr davanti al Consiglio nazionale, a Bruxelles lo scritto contenente la domanda d’adesione sarebbe addirittura andato perso.

Non si capisce come mai per tanti anni la maggioranza politica abbia rifiutato di ritirare la domanda d’adesione manifestamente in urto con la volontà popolare, respingendo con ostinazione degna di miglior causa tutte le richieste in tal senso. O meglio: lo si capisce fin troppo bene. Perché sotto sotto la partitocrazia sperava che…

Risposte confuse

La risposta dei trombati di Bruxelles (De Benedetti dixit) al ritiro della richiesta d’adesione è quanto mai confusa: costoro si rallegrano delle intenzioni del presidente della Confederazione, il PLR Johann  “Leider” Ammann, di “proseguire e sviluppare (?) la collaborazione della Svizzera con l’UE attraverso la via degli accordi bilaterali”. Frena Ugo! O meglio, frena Giuànn!

Cosa intendano i funzionarietti per “sviluppare la collaborazione” non si fa fatica ad immaginarlo: trattasi del famoso accordo quadro istituzionale che ci imporrebbe di riprendere in casa nostra le leggi UE e di sottostare ai giudici comunitari. Sarebbe la fine dei nostri diritti popolari e della nostra sovranità nazionale; ma sappiamo che al ministro degli esteri PLR Burkhaltèèèèr l’ipotesi andrebbe oltremodo a genio.

Provocazioni

Il colmo è che a Bruxelles – forse perché sono un po’ duri di comprendonio, o forse perché sono abituati, quando trattano con la Svizzera, ad avere a che fare con camerieri dell’UE – insistono nel voler ignorare le nostre decisioni popolari.

Infatti nei giorni scorsi sono perfino riusciti a sentenziare che il compromesso-ciofeca contro il 9 febbraio votato dal Consiglio nazionale potrebbe (?) ledere la libera circolazione delle persone.

Si tratta evidentemente di una provocazione. Forse a Bruxelles i trombati (De Benedetti dixit) non sono in grado di capire che “limitare l’immigrazione” vuol dire, appunto, limitare l’immigrazione – e non solo fingere di farlo.

Rifare i conti?

Se gli eurofunzionarietti rifiutano di trattare sulla libera circolazione delle persone, vuol dire che quest’ultima salterà. Se a Bruxelles immaginano che gli svizzerotti “non oseranno” compiere lo strappo, gli conviene rifare un po’ di conti. Alla storiella dei “bilaterali indispensabili” non ci crede più nessuno. Il monito vale anche per taluni politicanti italioti di nostra conoscenza. Costoro infatti, invece di mettersi a strillare come aquile contro “Prima i nostri” e blaterare di richieste di sanzioni europee alla Svizzera (uhhhh, che pagüüüüraaaa!), il tutto ovviamente solo per farsi campagna elettorale e per ottenere un po’ di visibilità, farebbero bene, se proprio vogliono andare a parlare del nostro Paese con i funzionarietti di Bruxelles, a convincerli a mostrare maggiore elasticità. In effetti, se salta la libera circolazione, poi li vogliamo vedere i politicanti italici a giustificare la nuova situazione al loro elettorato.

Invece di rendersi conto che i tempi sono cambiati e di scendere a più miti consigli si preferisce irrigidirsi, per motivi ideologici, sulla devastante libera circolazione delle persone senza limiti? Il gioco potrebbe essere rischioso. Perché, appunto, potrebbe saltare tutto. In Svizzera se ne stanno accorgendo anche i “poteri forti”. Tant’è che Economiesuisse, l’associazione mantello delle imprese, ha scaricato i suoi soldatini PLR al Consiglio nazionale, bocciando il compromesso-ciofeca  sul 9 febbraio da essi “architettato”, in quanto lesivo della volontà popolare.

Nell’UE si discrimina eccome…

Dopo il voto sulla Brexit la Gran Bretagna, ben lungi dall’essere andata in malora, sta meglio di prima. La Germania ha deciso di discriminare i cittadini UE nell’accesso allo Stato sociale: per gli immigrati dall’eurozona, niente rendite di disoccupazione né sussidi sociali per almeno cinque anni. Naturalmente nessuno a Bruxelles dice niente. E queste cose i cittadini svizzeri le sanno.

I paesi UE discriminano e limitano mentre noi, che non siamo nemmeno un paese membro, non potremmo applicare la preferenza indigena e dovremmo continuare a tollerare l’invasione? Non ci siamo proprio.

L’atteggiamento dei trombati (De Benedetti) nei confronti della Svizzera è dovuto al fatto che i camerieri dell’UE insediati a Berna hanno sempre calato le braghe davanti ai desiderata comunitari? Signori, la festa è finita.

Lorenzo Quadri

 

Frontalieri: rimettere la chiesa al centro del villaggio

Torniamo a bloccare i ristorni. E non ci facciamo minacciare da chi ci deve tutto

 

Si torna a parlare di accordi sulla fiscalità dei frontalieri. Lo ha fatto il Mattino due settimane fa. E lo ha fatto anche il Corriere del Ticino nell’editoriale di lunedì. Ce n’è ben donde. Infatti, anche se la notizia è passata quasi inosservata, i ristorni dei frontalieri italiani ammontano ormai a 77,2 milioni di Fr all’anno. Si tratta della somma totale, quindi comprensiva anche di quei (pochi) frontalieri che lavorano nei Grigioni e nel Vallese.

Del resto l’equazione è semplice: più frontalieri = più ristorni.

Due punti fermi

Sicché, mentre la politica si accapiglia per strapuntini da tre e una cicca come quelli dell’ente LAC, qui ci sono paccate di milioni che transitano inosservate dalle casse pubbliche ticinesi a quelle italiche. Ogni anno; non una tantum.

Occorre dunque partire da un paio di punti fermi.

Il primo: i ristorni nacquero, oltre 40 anni fa, come un pizzo all’Italia. I termini erano questi: noi italiani non vi rompiamo i cosiddetti sul segreto bancario, ma voi in cambio ci passate una quota delle imposte alla fonte dei frontalieri.

Il secondo: i ristorni erano legati al rientro quotidiano dei frontalieri al domicilio. E lo dimostra il fatto che, quando una decina di anni dopo si scoprì che una piccola parte di frontalieri non rientrava tutte le sere al paesello, la percentuale di ristorno venne abbassata: dal 40% al 38.8% attuale.

Accordi decaduti

Oggi nessuna di queste condizioni è più adempiuta. L’Italia come sappiamo ha infranto i patti inserendo la Svizzera, a causa del segreto bancario, su illegali liste nere, grigie, tigrate e chi più ne ha più ne metta; però ha continuato ad incassare il pizzo-ristorno come se “niente fudesse” (scemi noi che continuiamo a pagare). Inoltre, con la libera circolazione delle persone, l’obbligo di rientro quotidiano al domicilio per i frontalieri è venuto a cadere.

Non essendoci più i presupposti che stavano alla base della famigerata Convenzione del 1974, quest’ultima è da considerarsi decaduta. “Null und Nichtig”, come dicono a Berna. E allora la domanda è: di cosa cavolo stiamo discutendo con il Belpaese?  La Convenzione andava unilateralmente denunciata e i ristorni bloccati.

E l’utilizzo?

Oltretutto, visto che nella Penisola non si fanno le cose a metà, anche l’utilizzo concordato per i ristorni viene clamorosamente disatteso. Dovrebbero servire per opere infrastrutturali, ed in particolare per quelle di interesse transfrontaliero. Invece vanno a tappare i buchi di bilancio dei Comuni beneficiari. E le opere transfrontaliere restano impantanate. Vedi la grottesca telenovela del trenino Stabio-Arcisate. Vedi la cacca scaricata direttamente nel Ceresio perché non si fanno gli impianti di depurazione. Eccetera eccetera.

Proposta semplice

Essendo la Convenzione del 1974 di fatto decaduta, il Ticino giustamente si aspetta di incassare la totalità delle imposte alla fonte dei frontalieri, senza quindi doverne ristornare il 38.8% all’Italia. La proposta all’Italia è dunque semplice e lineare: i frontalieri vengono tassati come tutti gli altri cittadini italiani (non si capisce infatti perché dovrebbero continuare ad essere privilegiati nei confronti di coloro che vivono e lavorano in Italia;  ancora meno si capisce come mai, nel Belpaese, nessuno insorga contro questo ingiustificato trattamento di favore, che danneggia pesantemente le casse pubbliche). Dal totale dell’aliquota fiscale italiana, Ticino si prende la sua imposta alla fonte; tutto il resto lo incamera il fisco del Belpaese.

Se per il Ticino questa operazione comporterebbe un aumento del gettito di ca 65 milioni di Fr all’anno – e scusate se sono pochi! – per l’Italia si parla invece di un multiplo di questa cifra (c’è chi ha addirittura ipotizzato 600 milioni, ma è probabilmente un’esagerazione). E’ comunque assodato che l’affare più grosso lo fanno al di là della ramina. Ma ci va anche bene. Noi chiediamo il giusto. Non pretendiamo quello che non ci spetta.

Dove casca l’asino

La Svizzera, dunque, ha teso una mano all’Italia. Avrebbe potuto semplicemente disdire la “vecchia” convenzione sui ristorni e tanti saluti. Invece ha proposto una soluzione che permetterebbe al Belpaese di uscirsene con una paccata di milioni in più nelle casse pubbliche (che di certo ne hanno un grande bisogno). Il problema naturalmente è che la soluzione comporta un aggravio fiscale importante per i frontalieri. E qui casca l’asino. Come abbiamo ben potuto vedere dalle reazioni isteriche che hanno fatto seguito a “Prima i nostri”, sembra che i frontalieri, e le loro lobby a Montecitorio, tengano in scacco il paese.

Cosa ci abbiamo guadagnato?

L’Italia, grazie alle calate di braghe della catastrofica ex ministra del 5% Widmer Schlumpf, ha ottenuto dalla Svizzera quello che voleva, ossia lo scambio di informazioni bancarie (adesso su richiesta, dal 2018 automatico). Lo ha ottenuto senza dover dare nulla in cambio. Nel frattempo, gli svizzerotti fessi hanno, come detto, teso la mano sulla questione ristorni.

Cosa ci abbiamo guadagnato tendendo la mano? Sputi in faccia. Dalle negoziazioni, “magistralmente” condotte dai tirapiedi di Widmer Schlumpf (quelli che vanno a Roma a parlare in inglese), è uscita l’ennesima ciofeca: il Ticino secondo gli accordi sulla fiscalità dei frontalieri attualmente al vaglio del governo italiano, otterrebbe il 70% dei ristorni: quindi poco più di adesso, e assai meno del 100% che ci spetta. In più salterebbe il moltiplicatore cantonale al 100% per i frontalieri deciso dal Gran Consiglio nel 2014. Quindi l’esercizio finisce addirittura in perdita! In più l’Italia pretende pure che la non applicazione del 9 febbraio. E poi cosa ancora?

Ulteriore e pesante aggravante: la “poco edificante” (eufemismo) cronaca recente. Leggi gli insulti, i ricatti e le minacce giunti da Oltreconfine contro “Prima i nostri”.

Cambiare registro

Abbiamo davvero intenzione di continuare fare da punching ball? I politicanti d’Oltreramina pensano davvero di poterci trattare da beceri razzisti per le nostre decisioni democratiche? Di farneticare di denuncie alla Commissione UE (uhhhhh, che pagüüüüüraaaa!)? E si aspettano che noi tolleriamo tutto senza reagire? Che teniamo le frontiere spalancate? Quando ci sono 62’500 frontalieri e decine di migliaia di padroncini, più le relative famiglie, che portano in tavola la pagnotta solo grazie al Ticino?

Non è così che funziona ed è ora di farlo capire. Primo passo: decidere subito di bloccare i ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri. CdS, se ci sei…

Lorenzo Quadri

Elettricità e non solo: in arrivo una super-stangata!

Sosteniamo il referendum contro la nuova legge sull’energia approvata a Berna 

In confronto, le “pillole” dei cassamalatari sono carezze

E’ dunque partito nei giorni scorsi il referendum contro la legge sull’energia, approvata dal parlamento federale nella sessione autunnale da poco conclusa. Vista la densità dei temi in agenda – dal compromesso-ciofeca sul 9 febbraio alla revisione dell’AVS, passando per la legge sui padroncini e quella sul lavoro nero – il tema energetico non ha suscitato grandissimo interesse mediatico. A torto. Perché, se le nuove norme entreranno in vigore, i cittadini (e anche le piccole imprese) rischiano di trovarsi con stangate al cui confronto quelle dei cassamalatari sono carezze.

Si calcola infatti che la nuova legge sull’energia potrebbe costare ad una famiglia di quattro persone qualcosa come 3200 Fr all’anno. Non certo noccioline.

Manie da primi della classe

Tutto ha inizio nel lontano, ma nemmeno tanto, 2011. Il populismo ro$$overde, cavalcando l’onda del disastro di Fukushima, ottiene che la Svizzera decida l’uscita dall’energia nucleare (le elezioni federali sono dietro l’angolo, per cui…). Le centrali atomiche esistenti non verranno pertanto sostituite, bensì dismesse.

Peccato che dall’energia nucleare provenga il 40% dell’approvvigionamento del nostro paese: non si tratta quindi di una risorsa di nicchia. Visto che, come sappiamo, in caso di incidente nucleare la contaminazione non si ferma certo ai confini, l’ “exit” elvetico avrebbe un senso se tutti i paesi scegliessero questa strada. Invece, ancora una volta, gli svizzerotti vengono colpiti dalla sindrome dei primi della classe, vanno avanti (quasi) in solitaria e dunque si fanno male da soli. Solo la Germania infatti si è incamminata sulla nostra stessa via. Ma gli altri non si sognano di farlo.

Sempre più ricattabili?

La Svizzera ha deciso di uscire dal nucleare, solo che l’alternativa per sostituire quel 40% di elettricità fornita dall’atomo non c’è. Le politikamente korrettissime fonti rinnovabili non sono in grado, ma neanche lontanamente, di produrre l’energia necessaria ad un prezzo abbordabile.

Il risultato sarà dunque che nel nostro paese si dovrà, tanto per cominciare, importare ancora più elettricità dall’estero. Ad esempio dalle centrali nucleari francesi, o da quelle al carbone tedesche. Geniale: rinunciamo a produrre il nucleare “in casa” per poi andare ad acquistare energia prodotta dalle centrali atomiche in paesi limitrofi, o  addirittura quella generata dal carbone, che è la fonte più inquinante di tutte (vedi la disastrosa esperienza di Lünen). Certamente un grande contributo alla causa ambientale, non c’è che dire.

Inoltre, diventeremo sempre più dipendenti dall’estero per un bene primario come l’energia. Anche questa strategia denota particolare acume: in un momento in cui la Svizzera, se vuole sopravvivere, deve affermare picchiando i pugni sul tavolo la propria sovranità ed indipendenza – ad esempio riprendendosi il diritto di regolare autonomamente l’immigrazione e difendendo la propria democrazia diretta da leggi e giudici stranieri – cosa facciamo? Andiamo a metterci in mani estere per l’approvvigionamento energetico, esponendoci così ad ogni tipo di ricatti. Avanti così!

Costi che esplodono

Parallelamente bisognerà sussidiare in modo spropositato le energie rinnovabili per renderle più performanti – si pensa magari di tappezzare la Svizzera di pannelli solari e di pale eoliche, devastando il paesaggio? Altro contributo alla causa ambientale… – e diminuire in modo importante i consumi. Sappiano bene come si fa in questo Paese a diminuire i consumi: si bastonano i cittadini con nuovi obblighi – sull’efficienza energetica degli edifici, dei veicoli, eccetera –, con nuovi divieti e soprattutto con nuovi balzelli.  Infatti, a seguito della legge sull’energia appena approvata, il diesel e la benzina potrebbero costare fino a 26 centesimi al litro in più, l’olio combustibile fino a 67 centesimi al litro in più. Non solo: la Confederazione si riserva anche la possibilità di vietare tout-court i riscaldamenti a nafta dal 2029. Apperò!

3200 Fr in più all’anno

L’andazzo, dunque, è sempre il solito: più divieti, meno libertà e costi ulteriori. Tanti. Infatti il conto della nuova legge sull’energia lo pagheranno le economie domestiche con  un aumento della bolletta. Ma lo pagheranno anche le imprese. Le quali, ma tu guarda i casi della vita, scaricheranno l’aggravio sui consumatori. La nuova legge sull’energia dunque provocherà un aumento dei prezzi. Gli esperti hanno preso in mano il pallottoliere e sono arrivati a stimare che le regole approvate dal parlamento costeranno ad una famiglia di 4 persone i 3200 Fr all’anno extra citati in apertura.  A cui vanno aggiunte le ulteriori limitazioni della libertà individuale.

Sosteniamo dunque il referendum contro la legge sull’energia sventando così l’ennesima operazione autolesionistica.

Lorenzo Quadri

Minoranze linguistiche utilizzate come scudi umani

Iniziativa “No Billag”: il ricatto del Consiglio federale per reggere la coda alla SSR

 

Come da copione il Consiglio federale propone di respingere, senza controprogetto, l’iniziativa No Billag, che chiede l’abolizione del canone radiotv. Comincia quindi ufficialmente la propaganda di regime a sostegno dell’emittente di regime SSR. E c’è da aspettarsi che la campagna in questione sarà martellante, in considerazione dell’esito, nel giugno 2015, della votazione sulla Legge sulla radiotelevisione (LRTV). La modifica sottoposta a giudizio popolare chiedeva come noto di trasformare il canone radioTV in un’imposta che tutti sono chiamati a pagare: anche chi non possiede un apparecchio di ricezione, anche chi non vuole o non può usufruire di programmi radiotelevisivi. Il canone obbligatorio è stato respinto dai votanti ticinesi mentre, a livello nazionale, è passato per il rotto della cuffia (stranamente da $inistra nessuno ha chiesto di rifare la votazione, chissà come  mai?). E’ chiaro che in ballo non c’era solo il nuovo balzello. Si è trattato di una votazione sulla SSR. Esito: la maggioranza dei ticinesi ha bocciato la RSI. E metà della popolazione svizzera ha bocciato la SSR.

“Tüt a posct”

Davanti a questo risultato, la posizione del Consiglio federale lascia basiti. A sorprendere non è che il governo respinga l’iniziativa No Billag: questo era scontato. Stupisce per contro, in negativo, che  nemmeno si degni di formulare delle proposte alternative.

Non solo: di recente il Consiglio federale ha pubblicato un rapporto sul servizio pubblico in campo radiotelevisivo in cui rifiuta ogni serio dibattito sul tema. “L’è tüt a posct” scrivono i sette – ed in prima linea la ministra dei trasporti e delle telecomunicazioni Doris Leuthard, PPD – nel logorroico documento.  Al massimo ci si aspetta dalla SSR (udite udite) “più attenzione ai telespettatori con passato migratorio”. Sicché gli svizzerotti dovrebbero pagare il canone più caro d’Europa per fare una radioTV su misura per gli immigrati.

Il rapporto è stato contestato perfino all’interno della stessa amministrazione federale (!), con la Commissione della concorrenza e la SECO che criticavano il rifiuto di mettere in discussione la reale estensione del servizio pubblico finanziato dal canone diventato obbligatorio. I giochini scemi sono servizio pubblico? Le serie TV comprate all’estero sono servizio pubblico? Lo sport internazionale è servizio pubblico?

Partigianeria

E naturalmente, il Consiglio federale non ha nulla da eccepire nemmeno su un’altra questione fondamentale, ossia la partigianeria dell’informazione della SSR e della RSI, le quali non perdono occasione per fare propaganda politica pro-Ue e pro-frontiere spalancate; alla faccia dell’equidistanza e dell’imparzialità politica prescritta dal mandato di servizio pubblico. A ciò si aggiunge che gli organi interni, come il consiglio del pubblico della CORSI, che dovrebbero garantire una parvenza di controllo democratico sull’azienda e sui programmi, non contano un tubo, ma sono delle semplici foglie di fico.

Schiaffo ai cittadini

Davanti ad un’iniziativa che chiede l’abolizione tout-court del canone radioTV, davanti al precedente di metà della popolazione svizzera che in votazione boccia la SSR, il Consiglio federale avrebbe, come minimo, dovuto prendere atto del disagio e formulare, in alternativa alla drastica richiesta dei “No Billag”, delle proposte di riforma del sistema. Invece niente, zero al quoto! “L’è tüt a posct”!  Non si cambia nulla! Ci si limita a confidare nella bocciatura popolare dell’iniziativa No Billag e ad affidarsi al Creatore.

Questo atteggiamento non è solo uno schiaffo alla metà dei cittadini svizzeri che hanno bocciato la LRTV, a cui si fa chiaramente capire che il loro parere conta meno del due di briscola, ma è pure irresponsabile. Invece di cercare di comprendere il malcontento che regna nei confronti della SSR e di porvi rimedio, lo si nega ad oltranza, esasperando ancora di più gli animi.

Ticinesi come scudi umani

Non ancora contento, il Consiglio federale utilizza le minoranze linguistiche – di cui ha dimostrato in più occasione di impiparsene – come scudi umani. Questo il tenore del ricattino governativo: guardate che se approvate l’iniziativa No Billag, ad andarci di mezzo saranno le minoranze ed in particolare i ticinesi. Ai ticinesi ed agli altri confederati viene dunque mandato un messaggio chiaro. Ai ticinesi: non osate manifestare il vostro malcontento nelle urne o sarà peggio per voi. Ai confederati: se votate No Billag vi infamiamo come i beceri becchini della coesione nazionale.

Intanto la RSI…

Deplorevole il ricorso alle minoranze linguistiche ed in particolare alla nostra quale strumento ricattatorio. Strano: quando si tratta di devastante libera circolazione delle persone, il Consiglio federale dei problemi del Ticino se ne impipa. Per parare il fondoschiena alla SSR, invece, ecco che la minoranza italofona diventa all’improvviso importante.

Se il comportamento del Consiglio federale è irresponsabile, ancora di più lo è quello della RSI che, malgrado la sonora batosta (asfaltatura) popolare ricevuta nel giugno dello scorso anno, va avanti “come se niente fudesse” ad abusare del servizio pubblico per fare propaganda politica di $inistra.  Avanti così, che il risveglio rischia di essere molto doloroso.

Lorenzo Quadri

 

Siamo il paese del Bengodi per tutti, tranne che per noi

Per asilanti e dimoranti in assistenza i cordoni della borsa si allargano sempre di più 

Mentre la Germania decide di limitare l’immigrazione nello Stato sociale, alle nostre latitudini  sia il governo federale che quello ticinese fanno proprio il contrario. E il conto lo paga il contribuente!

Bene, avanti così! In Germania il governo ha deciso, senza tanti complimenti, di ridurre l’immigrazione nello stato sociale. Anche per i cittadini UE. Nei primi cinque anni  di residenza, gli stranieri non avranno diritto a prestazioni di sorta.

In Ticino per contro la maggioranza del Consiglio di Stato, cedendo alle pressioni ed ai ricatti morali, ha “cambiato prassi” in materia di espulsioni di stranieri in assistenza quando c’è di mezzo un nucleo familiare. Naturalmente ha cambiato in senso largheggiante. Primo risultato: una cittadina sudamericana, in Ticino dal 2011, che ha avuto una figlia con un neosvizzero (naturalizzato da qualche anno e anch’egli in assistenza), potrà rimanere ad oltranza nel nostro Cantone. Ciò malgrado abbia già incassato 59mila Fr di assistenza e 170mila di assegni familiari e di prima infanzia. Questo perché il nucleo familiare non può essere diviso. Ci sta: se il nucleo non può essere diviso, partono tutti (madre, figlia e compagno neosvizzero) per il Sudamerica. Già, perché non l’ha detto nessuno che i ricongiungimenti familiari devono sempre avvenire in Svizzera ed a spese del contribuente. O forse questo accade perché da nessun’altra parte al mondo gli ultimi arrivati possono attaccarsi ad oltranza alla mammella dello Stato sociale del Paese ospite come da noi? Solo noi siamo minchioni al punto da mantenere tutti, ed in più tolleriamo pure di essere infamati come razzisti e fascisti?

Altro che casse vuote!

Visto che la maggioranza del governo ha deciso di diventare ancora più permissiva in materia di immigrazione nello stato sociale, che non venga più a lamentarsi delle casse vuote, e soprattutto che non si azzardi a pretendere aumenti di tasse e balzelli. Se i soldi per mantenere dimoranti in assistenza ci sono, allora ci sono anche per tutto il resto. Perché a farci prendere impunemente per i fondelli non ci stiamo. E ci piacerebbe proprio sapere di quanto farà aumentare la spesa pubblica l’ennesima bella trovata politikamente korretta che avrà, è ovvio, funzione incentivante per chi  intende arrivare da noi da paesi stranieri vicini e lontani per farsi mantenere.

La statistica federale

Quasi in contemporanea con la nuova prassi  del CdS è uscita una statistica della SECO sui disoccupati stranieri. Sappiamo che la SECO non è certo sospetta di portare acqua al mulino della limitazione dell’immigrazione. Si tratta infatti di un organismo propagandistico il cui scopo è quello di magnificare la libera circolazione senza alcun limite. Ebbene, dall’ultima statistica della SECO risulta che il 45% dei senza lavoro nel nostro paese non ha il passaporto rosso. Ma come: immigrazione non era uguale ricchezza? E invece si importano disoccupati!

Asilanti: sempre più diritti

E visto che fare il paese del Bengodi  per dimoranti e disoccupati stranieri ancora non bastava, bisognava “allargare” anche sull’asilo. Ed infatti il Consiglio federale vorrebbe introdurre un nuovo statuto di protezione per dare agli asilanti ammessi provvisoriamente maggiori garanzie di rimanere in Svizzera in via definitiva, naturalmente a carico del contribuente, e di farsi pure raggiungere dai familiari.

E’ il colmo: oggi gli asilanti ammessi provvisoriamente, invece di tornare al loro paese appena possibile come prescrive il loro statuto, restano in Svizzera. E la stragrande maggioranza di loro (quasi il 90%) va in assistenza. La situazione, come ha dichiarato l’ex Mr Prezzi ed ex consigliere nazionale $ocialista Rudolph Strahm (non il Mattino razzista e fascista), è “esplosiva”. Sarebbe dunque urgente fare in modo che l’ammissione provvisoria torni ad essere tale. Invece no: con il nuovo statuto di protezione, che neppure distingue adeguatamente tra veri profughi e rifugiati economici, si istituzionalizza l’abuso. In questo modo, è chiaro, non si fa che aumentare l’attrattività della Svizzera per i migranti economici. E di conseguenza la spesa dell’asilo. Che già esplode perché gli arrivi sono andati del tutto fuori controllo.

Il fatto che, tra tutti i partiti consultati sul nuovo statuto di protenzione, solo i kompagni – quelli  secondo cui “devono entrare tutti” – abbiano aderito entusiasti, la dice lunga!

Abbiamo perso la bussola

La situazione è desolante e scandalosa. Sia a livello federale che a livello cantonale la partitocrazia si impegna (?) per trasformare sempre più la Svizzera ed il Ticino nel Paese del Bengodi per finti rifugiati. Però poi ci si lamenta che i conti pubblici sono in rosso, sicché si taglia sulla socialità (quella per gli svizzeri: vedi aumenti dell’età di pensionamento) e si aumentano le tasse.

Qui qualcuno ha proprio perso la bussola!

Lorenzo Quadri

248 “permessi B” in assistenza sono 248 di troppo

Oltretutto parecchi aiuti sociali vengono dissimulati sotto altre etichette  

Attenzione, perché il contribuente comincia ad averne piene le scuffie di farsi tartassare per mantenere immigrati

L’immigrazione nello Stato sociale è tema di discussione in tutta Europa. Altro che la fetecchiata dell’ “immigrazione uguale ricchezza”: sempre più stranieri che arrivano in Svizzera non costituiscono affatto quella tanto declamata “manodopera altamente qualificata indispensabile per l’economia” con cui amano sciacquarsi la bocca gli spalancatori di frontiere. Sono invece persone che non lavorano e che si mettono a carico dello Stato sociale.

Statistiche federali

Per quel che riguarda la Svizzera, dalle stesse statistiche federali – poco sospette di essere manipolate a svantaggio della libera circolazione delle persone; semmai sono taroccate a suo supporto – emergono cifre allucinanti. Dal 2006 al 2014, la percentuale di stranieri a carico del contribuente svizzerotto (“chiuso e gretto” secondo i kompagni e gli intellettualini da tre e una cicca) per talune nazionalità è duplicato, triplicato, quadruplicato. In un caso c’è stato addirittura un aumento del 2’272% (sic!): maggiori informazioni sul tema le potrete leggere la prossima domenica su queste colonne.

In Ticino

A livello ticinese, il Consiglio di Stato ha di recente risposto ad un’interrogazione dei deputati leghisti Boris Bignasca e Massimiliano Robbiani sui permessi B in assistenza.

Ebbene, è emerso che in Ticino ci sono attualmente 248 dimoranti a beneficio di prestazioni assistenziali. Le prestazioni LAPS pagate nel 2015 dalle casse cantonali a titolari di un permesso B ammontavano a 12,6 milioni di Fr. Al proposito, il CdS rileva che sarebbe in atto una flessione (?) a seguito del rafforzamento dei controlli in sede di rilascio, di rinnovo e di revoca dei permessi di soggiorno. Peccato che ultimamente si siano invece avute notizie che vanno nel senso contrario: vedi la decisione di cambiamento di prassi della maggioranza governativa in materia di rinnovo di permessi di dimora a stranieri in assistenza con figli in Ticino  (come se l’avesse ordinato il medico che i ricongiungimenti familiari devono avvenire in Ticino a spese del contribuente); vedi le sentenze del Tribunale federale che istituzionalizzano l’immigrazione nello Stato sociale.

Cavilli giuridici

Va poi considerato che gli assegni familiari ed assegni di prima infanzia, che esistono praticamente solo in Ticino, non vengono nemmeno  conteggiati come aiuti sociali. E neppure i sussidi di cassa malati. Di conseguenza un titolare di permesso B può staccare centinaia di migliaia di Fr pubblici senza risultare, dal punto di vista giuridico, formalmente a carico della socialità ticinese! Ma, poiché presupposto per l’ottenimento di un permesso di dimora è l’autonomia finanziaria, ne abbiamo piene le tasche delle eccezioni e degli escamotage degli spalancatori di frontiere per relativizzare, ovvero spazzar via, questo sacrosanto requisito; e ciò in nome del “devono entrare tutti”!

Milioni di troppo

248 permessi B in assistenza sono 248 di troppo. 12,6 milioni di spesa sociale per permessi B sono 12.6 milioni di troppo. Vari paesi UE, non solo l’uscente Gran Bretagna ma anche la Germania, stanno prendendo misure anche drastiche per porre un freno all’immigrazione nello Stato sociale. Se noi svizzerotti non ci diamo una mossa, ma in fretta, saremo sempre più presi d’assalto. Non c’è bisogno di spiegare cosa accadrà in campo migratorio se la Svizzera continuerà a fare il paese del Bengodi per tutti, tranne che per i “suoi”. E forse qualcuno nelle stanze dei bottoni farebbe bene a rendersi conto che qui si sta tirando troppo la corda. Il contribuente ne ha piene le scuffie di farsi tartassare per mantenere immigrati e di sentirsi ripetere che 1) per limitare l’immigrazione “sa po’ fa nagott” e 2) solo osare avanzare una simile richiesta è dimostrazione di becero razzismo. Partitocrazia attenzione, perché la situazione potrebbe diventare esplosiva.

Lorenzo Quadri

C’è razzismo in Svizzera? Sì, quello degli immigrati

Facendo entrare tutti, i moralisti a senso unico importano razzisti e antisemiti

 

Alle Camere federali qualcuno, forse non avendo di meglio da fare, si sta inventando i gruppi parlamentari contro il razzismo. Milioni di migranti economici con lo smartphone (tutti giovani uomini) sono in marcia dall’Africa verso l’Occidente, dove non hanno alcuna possibilità di integrarsi. Però i politikamente korretti si preoccupano del “razzismo” degli Svizzeri. Non dell’immigrazione incontrollata e delle sue deleterie conseguenze.

Il bello è che la Svizzera è  il paese dove ci sono più stranieri in assoluto. Il tasso attuale è di circa il 25%; cifre simili non si ritrovano da nessun’altra parte. E questo malgrado si tenti di continuo di abbassarle artificialmente tramite le naturalizzazioni facili.

Naturalmente nella Svizzera “chiusa e xenofoba”, dove secondo alcuni sarebbe necessario inventarsi anche i gruppi parlamentari contro il razzismo, il tasso di popolazione straniera continua ad aumentare: il saldo migratorio è di 80mila persone all’anno provenienti dalla sola Unione europea, a cui vanno aggiunti gli arrivi extra UE – nonché i migranti economici.

Il codice penale

Montando la panna sul fenomeno del presunto razzismo si vuole, è ovvio, ricattare moralmente gli svizzerotti, affinché facciano entrare tutti: solo così potranno essere a posto con la coscienza; solo così potranno evitare di farsi infamare dai moralisti a senso unico e dalle élite spalancatrici di frontiere. Utilizzando il medesimo ricatto morale si è inserito un apposito articolo “contro la discriminazione razziale” nel codice penale: il famoso 261 bis. L’articolo serve, ovviamente, per mettere a tacere posizioni non allineate al buonismo multikulti. Anche se, nella realtà giuridica, il campo d’applicazione della norma penale è circoscritto,  essa viene continuamente agitata a mo’ di spauracchio. La sua sola esistenza si trasforma in un formidabile bavaglio. Sicché, per non rischiare denuncie, la stragrande maggioranza sceglie la via dell’autocensura.

Il razzismo d’importazione

Ma i moralisti a senso unico che hanno creato a tavolino, per i propri scopi (frontiere spalancate) un problema di razzismo in Svizzera – come detto la nazione con più stranieri – e che su questo leitmotiv continuano a montare la panna, non hanno calcolato, non si sa se per dabbenaggine o di proposito, l’altra faccia della medaglia: ossia il razzismo d’importazione. Al proposito, ciò che sta accadendo in Germania è esemplare. La Weltwoche ha di recente pubblicato un interessante articolo sul tema del professor Bassam Tibi, studioso di origine siriana, che per lungo tempo ha insegnato Rapporti internazionali alla Georg-August-Unversität di Göttingen.

Il caso della Germania

Il deleterio appello ad accogliere tutti dell’Anghela Merkel è tra le cause principali del caos asilo che non solo sta provocando sfracelli nell’Europa occidentale, ma sta anche spingendo milioni di migranti economici a rischiare la vita in viaggi verso eldoradi inesistenti.

Questo atteggiamento di scriteriata apertura, secondo molti, nasce dal senso di colpa tedesco per le atrocità commesse dal regime nazista; in particolare lo sterminio degli ebrei. Con l’accoglienza indiscriminata di finti rifugiati si pensa di poter in qualche modo compensare i crimini del passato. Si aspira a dimostrare – a se stessi e agli altri – che quell’innominabile passato non può ritornare. Invece succede proprio l’esatto contrario perché, come osserva il professor Tibi, in Germania sono arrivate e ancora arriveranno centinaia di migliaia di migranti che sono a maggioranza antisemiti.

Da un’inchiesta giornalistica condotta nel 2015, scrive l’accademico sulla Weltwoche, è emerso che il 50% dei siriani intervistati a Berlino ha dichiarato la propria simpatia per Hitler. Naturalmente i politikamente korretti hanno tentato di imboscare l’imbarazzante risultato.

E noi?

La Germania vorrebbe liberarsi del proprio fardello morale, e invece importa antisemitismo. E cosa fa per combattere l’antisemitismo importato? Nulla. Perché l’antisemitismo è per definizione tedesco.

In Svizzera succede la stessa cosa. Si monta la panna sul presunto razzismo dei cittadini svizzeri per costringerli a far entrare tutti. Così arrivano nel nostro paese migliaia di persone a cui il razzismo e l’odio verso gli ebrei sono stati inculcati nell’ambiente di provenienza fin dall’infanzia. Sicché,  paradossalmente ma nemmeno poi tanto, la Svizzera non diventa razzista chiudendo le frontiere: lo diventa spalancandole, perché il razzismo lo importa.

Lorenzo Quadri

Prima spalancano le frontiere e poi si lamentano?

I ro$$overdi hanno consegnato le firme per l’iniziativa contro nuove zone edificabili

 

Ma guarda un po’, i giovani Verdi hanno in questi giorni consegnato un’iniziativa popolare a livello federale. L’iniziativa, intitolata “contro la dispersione degli insediamenti”, ha raccolto 135mila firme ed è sostenuta – e ti pareva – anche dalla gioventù $ocialista.

Obiettivo è quello di impedire che vengano create nuove zone edificabili; bisogna invece “densificare” l’esistente. Gli iniziativisti dichiarano guerra in particolare alle case unifamiliari con giardino, che consumano troppo territorio.

Ohibò, kompagni ro$$overdi spalancatori di frontiere, non vi viene il sospetto che, se in Svizzera servono nuove zone edificabili, la colpa potrebbe essere della politica dell’immigrazione scriteriata da voi sempre voluta e sostenuta? Non si può pretendere di far entrare tutti (e ovviamente anche di mantenerli) facendo finta che questo non abbia delle conseguenze anche a livello di ecologia e di utilizzo del territorio.

80mila in più solo dall’UE

Cari kompagnuzzi, la Svizzera – che voi non perdete un’occasione che sia una per denigrare come “chiusa e gretta” – ha il tasso di stranieri più alto di tutta Europa, con l’unica eccezione del piccolo Lussemburgo. A seguito della libera circolazione senza limiti, ogni anni ci ritroviamo con un saldo migratorio (quindi considerando non solo gli stranieri che immigrano, ma anche gli svizzeri che emigrano) di 80mila persone all’anno. Quindi 80mila abitanti in più ogni anno solo a seguito dell’immigrazione dai paesi UE. A cui vanno ancora aggiunti gli asilanti. Da notare che, prima della votazione sui fallimentare accordi bilaterali, il Consiglio federale aveva dichiarato che, con la libera circolazione delle persone, dalla DisUnione europea sarebbero arrivate in Svizzera circa 10mila persone all’anno. La cifra reale è 8 volte superiore. Ad ennesima dimostrazione delle monumentali balle che la propaganda di regime ha propinato agli svizzerotti.

Da quale parte dovranno andare

Pare ovvio che da qualche parte queste 80mila persone in più che ogni anno arrivano in Svizzera “grazie” all’immigrazione fuori controllo, da qualche parte dovranno anche andare ad abitare. Inoltre avranno anche bisogno di spostarsi (più traffico), consumeranno energia, eccetera.

Per cui, che gli spalancatori di frontiere, quelli che non solo hanno voluto l’immigrazione scriteriata, ma che la difendono ad oltranza vomitando accuse di razzismo e fascismo su chi osa non pensarla come loro, vengano adesso a lamentarsi per il consumo di territorio, pretendendo il divieto di nuove zone edificabili e addirittura puntando il dito, come se fossero la fonte di tutti i mali, sulle case unifamiliari, non sta né in cielo né in terra.

Altro che case unifamiliari: il problema è l’immigrazione scriteriata. Siamo qui in troppi!

Come avete votato su Ecopop?

Cari kompagni ro$$overdi, come avete votato sull’iniziativa Ecopop, che sollevava proprio il problema degli eccessi migratori e dei conseguenti danni ambientali? L’avete forse sostenuta? Giammai! Come al solito, avete strillato al fascismo ed al razzismo. Perché voi volete far entrare tutti. E, pur di concretizzare tale scopo, non vi ponete quesiti di sorta: né sull’impatto sul mercato del lavoro, né su quello sulle casse dello Stato sociale, e men che meno su quello sull’ambiente.

E adesso pretendereste di abolire le case unifamiliari e di densificare, cioè ammucchiare, la popolazione mentre allo stesso tempo continuate a rifiutare con sdegno isterico qualsiasi limitazione dell’immigrazione? Ma chi credete di prendere per i fondelli?

Quando sarete d’accordo di chiudere le frontiere potrete venire a farci le vostre belle teorie sulle case unifamiliari e sugli insediamenti abitativi densificati, diluiti o liofilizzati. Prima…

Lorenzo Quadri

Impiegati di commercio, meglio cambiare mestiere

Grazie libera circolazione! Negli uffici lavorano sempre più frontalieri 

Lo dice anche l’URC: ticinesi espulsi da uno dei settori professionali più gettonati dai “nostri” 

Ma come, la sostituzione di frontalieri con residenti non doveva essere tutta una balla populista e razzista? Ed infatti, gli impiegati di commercio ticinesi sono la categoria più rappresentata tra i disoccupati iscritti all’URC (e probabilmente anche tra quelli finiti in assistenza, che però spariscono dalle statistiche farlocche della SECO che mirano a reggere la coda alla libera circolazione delle persone). Al punto che, leggiamo sulla stampa di venerdì, l’Ufficio regionale di collocamento intende mettere in campo delle strategie ad hoc per gli impiegati di commercio disoccupati. Ma il responsabile delle misure attive dell’URC mette subito in guardia: a due terzi degli impiegati di commercio senza lavoro proponiamo di cambiare settore professionale.

Come mai?

Ohibò, perché accade questo? In un passato nemmeno tanto remoto la formazione commerciale, magari tramite scuola a tempo pieno, occupava uno dei primi posti nella lista delle aspirazioni dei giovani ticinesi e delle loro famiglie. Adesso invece ci si viene a dire che è meglio metterci una croce sopra. Come mai? E’ certamente vero che la piazza finanziaria ticinese e tutto quel che le ruota attorno è in difficoltà e perde impieghi. E per questo cominciamo a ringraziare, oltre alla “crisi”, anche la politica bernese della calata di braghe davanti agli attacchi esteri al segreto bancario. E in prima linea a sabotare la piazza finanziaria ticinese c’è proprio il Belpaese, che però approfitta del Ticino come valvola di sfogo per la propria crisi occupazionale. Ma nel frattempo, con una faccia di tolla difficile da uguagliare, si permette pure di ricattarci e di minacciarci per il voto su “Prima i nostri”.

Sempre la stessa storia

Ma c’è anche, e soprattutto, un’altra questione. Sempre la medesima: ossia la devastante libera circolazione delle persone voluta dai partiti storici. Ed infatti i frontalieri attivi nel settore terziario sono aumentati, udite udite, di qualcosa come 20mila unità in dieci anni, passando da 18mila a 38mila. Ormai  il 70% dei nuovi permessi G viene rilasciato nel settore terziario. Intanto nel Mendrisiotto già nel 2014 i frontalieri erano il 55.6% della forza lavoro.

Eh sì:  il numero di frontalieri esplode proprio in quei settori professionali dove essi portano via il lavoro ai ticinesi. Non certo in quei “lavori che i ticinesi non vogliono più fare”  (luogo comune tutto da verificare alla luce della situazione occupazionale attuale ) dove il loro numero è rimasto sostanzialmente costante. E, se sul totale il quantitativo di frontalieri in Ticino cala di qualche unità, la diminuzione non si registra di certo negli uffici. Avviene, invece, sui cantieri o nelle fabbriche. E non perché vengono assunti residenti. Ma perché questi settori economici rallentano.

Meglio cambiare mestiere

Alla conferenza di presentazione del nuovo “piano” per sostenere gli impiegati di commercio rimasti senza lavoro, il direttore della SIC (società impiegati di commercio) non ha nascosto l’origine del problema: la libera circolazione delle persone. E chi l’ha voluta? Il Gigi Viganello? Chi andava in giro a dire che con la libera circolazione i giovani ticinesi avrebbero trovato spettacolari posti di lavoro a Milano? Forse un presidente dell’ex partitone?

Per colpa della libera circolazione delle persone senza limiti i ticinesi si trovano espulsi da un settore professionale tra i più gettonati dai residenti. Altro che “i frontalieri fanno i lavori che i ticinesi non vogliono più fare”. A chi ha perso il lavoro si dice senza tanti giri di parole di tentare di riciclarsi in un altro settore (cosa che notoriamente si può fare da un giorno all’altro, specie dopo i cinquant’anni). Perché il loro è stato colonizzato. E’ diventato off limits. E i soldi spesi per creare profili che “non sono più spendibili” perché vengono assunti frontalieri a go-go? Gettati nel water. Ecco la bella “ricchezza” portata dai bilaterali. Grazie partiti storici!

Lorenzo Quadri

 

 

 

 

Il lavoro in Ticino affonda tra i “sa po’ fa nagott”

Nel Mendrisiotto il tasso di frontalieri ha probabilmente già raggiunto il 60%

 

Nel Mendrisiotto la situazione, per quel che riguarda il frontalierato, degenera sempre di più.

Già nel 2014 i frontalieri rappresentavano il 55.6% degli occupati nel distretto. Non ci vuole un grande sforzo di fantasia per immaginare che la cifra, costantemente in crescita, sia ancora aumentata, e che adesso navighi attorno al 60%.

Ora, se qualcuno crede di venirci a raccontare che, in una situazione del genere, “l’è tüt a posct”, forse non è ben in chiaro. Oppure ci prende per scemi.

Da nessun’altra parte al mondo…

Ci piacerebbe sapere in quale altro paese, in nome del masochistico rispetto di accordi internazionali bidone, si sarebbe tollerato che la situazione degenerasse fino a questo punto.

Non certo nella vicina  Penisola, dove, è bene ricordarlo, contro “Prima i nostri” strillano come aquile, tentando di farci passare per razzisti (lo schema è sempre lo stesso: ricatto morale per ottenere l’apertura delle frontiere), ma poi non si fanno problemi a contingentare i frontalieri croati.

E nemmeno in Gran Bretagna. Oltremanica il voto sulla Brexit viene preso sul serio. Lì la preferenza indigena (Prima i nostri) è stata esplicitamente formulata dalla ministra dell’Interno Rudd. La quale, dopo aver ribadito che la manodopera estera nel Regno Unito deve andare solo a colmare delle lacune, e non ad occupare posti di lavoro per i quali ci sarebbero candidati inglesi, ha anche annunciato un giro di vite sui visti, compresi quelli degli studenti.

Inchieste taroccate

In Ticino invece il Mendrisiotto si ritrova con il 60% dei lavoratori frontalieri eppure, secondo gli spalancatori di frontiere, va tutto bene. Opporsi? Giammai! Il dumping non esiste. La sostituzione non esiste.

L’IRE ci ha stuccato 50mila franchetti (il costo lo abbiamo appreso di recente) per uno studio, realizzato da ricercatori frontalieri, da cui, chissà come mai, emerge che il frontalierato in Ticino non è un problema. E noi quell’indagine l’abbiamo anche pagata! Malgrado ciò, non possiamo nemmeno permetterci di contestarla: sarebbe reato di lesa maestà!

L’Ufficio di collocamento

Del resto la dimostrazione che la sostituzione di lavoratori residenti con frontalieri in Ticino esiste eccome, arriva proprio dall’Ufficio regionale di collocamento. L’URC, con sindacati e associazioni di categoria, ha di recente presentato un nuovo piano per combattere la disoccupazione tra gli impiegati di commercio, che è letteralmente esplosa a seguito della libera circolazione. Ed  è esplosa perché il “mercato” assume residenti in Italia. Ed in particolare lo fanno le numerose aziende in arrivo dal Belpaese che si insediano  sul nostro territorio per sfruttarne le vantaggiose condizioni quadro (fiscalità, sicurezza…) ma poi assumono solo frontalieri, così li pagano meno. Una realtà ammessa anche dal direttore del Centro di competenze tributarie della SUPSI Samuele Vorpe in una recente intervista.

E’ chiaro che, in un contesto dove si possono ingaggiare economisti laureati alla bocconi e poi farli lavorare a tempo pieno per 2000 Fr al mese (o in alternativa: assunzione al 50% a 2000 Fr al mese, ma grado d’occupazione reale del 100%) gli impiegati di commercio ticinesi non hanno chances.

Lo studio imboscato

Da un interessante studio realizzato dall’Ufficio cantonale di statistica nel 2014 emerge un dato significativo, che  per qualche misterioso motivo la stampa di regime non cita mai. Ossia che il profilo dei nuovi frontalieri è sempre più simile a quello dei ticinesi. Quindi, altro che “complementari”, altro che la patetica barzelletta dei “profili che non si trovano”, altro che la fetecchiata dei “lavori che i ticinesi non vogliono più fare”. La realtà è quella del soppiantamento.

Una sola risposta

A queste situazioni ci può essere una sola risposta. Non il “sa po’ fa nagott” che abbiamo sentito per troppi anni, durante i quali la situazione del mercato del lavoro ticinese è denegerata. E nemmeno la fandonia dei “Bilaterali irrinunciabili”: ormai non ci credono più nemmeno gli ambienti economici. No: la risposta è la preferenza indigena.

Lorenzo Quadri