Vogliamo farci spennare anche dai costi dell’elettricità?

No alla nuove legge sull’energia e no all’iniziativa “Per l’abbandono del nucleare” 

Il referendum contro la rovinosa “strategia energetica 2050” è in fase di raccolta firme, mentre c’è tempo fino a mezzogiorno per votare No allo spegnimento improvvisato ed inconsulto, dettato da motivi ideologici, delle centrali atomiche svizzere

Si torna a parlare di approvvigionamento energetico: un tema che, ovviamente, concerne tutti. Oggi è infatti scontato che quando si schiaccia l’interruttore, si accende la luce. Ma un domani potrebbe anche esserlo meno.

Cedendo ai ricatti ro$$overdi, la maggioranza politikamente korretta ha deciso di spegnere le centrali nucleari.  In Svizzera ci sono cinque centrali atomiche: Beznau 1 e 2, Mühleberg, Gösgen, Leibstadt. Esse producono il 40%, quindi quasi la metà, dell’elettricità svizzera. La decisione di abbandonare il nucleare è stata presa a seguito del “disastro di Fukushima” che avvenne nel giugno 2011. E, ma tu guarda i casi della vita, in ottobre dello stesso anno c’erano le elezioni federali. A $inistra approfittarono della vicinanza dell’appuntamento con le urne per mettere in piedi una campagna populista volta ad ottenere l’uscita dal nucleare. Uscita che la maggioranza del parlamento, terrorizzata dall’idea di perdere qualche cadrega se non avesse “seguito l’onda”, decise in fretta e furia. Perché, è chiaro, l’approvvigionamento energetico del Paese lo si può mettere a rischio; ma la cadrega, invece, mai e poi mai.

Cosa è successo in questi anni?

Cosa è successo dal 2011 ad oggi? C’è forse stata una corsa generalizzata alla chiusura delle centrali nucleari? No. Lo stesso Giappone, che dopo Fukushima aveva spento i suoi reattori, nel frattempo li ha riaccesi tutti. Non solo, ma progetta di costruire 9 nuove centrali atomiche. Completamente scemi, questi nipponici? Magari anche no. In Europa, a parte la Germania, nessun altro paese ha scelto la via “elvetica” dell’abbandono del nucleare. Un qualche motivo ci sarà.

Ed infatti adesso all’orizzonte comincia a delinearsi il conto, stratosferico, della scelta fatta dalla Svizzera, praticamente in solitaria, di lasciare l’atomo. Tanto per cominciare, senza l’energia nucleare aumenterà la dipendenza del nostro Paese dall’estero per un bene di prima necessità quale è l’elettricità. Infatti, a meno di tornare alle candele ed alle lampade al petrolio, l’energia che non potremo più produrre in casa la dovremo comprare altrove. Non si pensi che sia possibile supplire all’energia atomica costruendo pale eoliche e pannelli solari, che producono poca energia a prezzi stratosferici.

Le centrali atomiche svizzere verranno dunque dismesse. Però, in nome della politikamente korrettissima denuclearizzazione (?) acquisteremo l’energia prodotta nelle centrali nucleari dei paesi a noi confinanti.  E, naturalmente, in nome dell’ecologia, compreremo anche l’elettricità  dalle famigerate ed inquinantissime centrali a carbone tedesche. Aumentare l’importazione di energia dall’estero significa inoltre diventare ancora più dipendenti – e quindi anche ricattabili – per quel che riguarda la fornitura di un bene di prima necessità per il Paese.

Ancora mani in tasca

Soprattutto, la nuova legge sull’energia andrà a gravare pesantemente il borsello della gente. Si calcola infatti che essa, ad un nucleo famigliare di 4 persone, costerà 3200 Fr all’anno. In confronto, le stangate dei cassamalatari son carezze.

Con meno elettricità a disposizione non saremo più liberi di utilizzare gli apparecchi ad alto consumo (aspirapolvere, lavatrice, eccetera) quando ne avremo bisogno, ma verranno prescritti gli orari. E naturalmente, la nuova legge porterà con sé tutta una pletora di nuovi  e costosi obblighi. Ad esempio sull’efficienza energetica degli immobili (e nümm a pagum) e sulle emissioni dei veicoli.

Ci saranno aumenti stratosferici del prezzo di carburante ed olio combustibile. Il costo di quest’ultimo raddoppierà. Se le emissioni non si abbasseranno a sufficienza, a partire dal 2029 i riscaldamenti a nafta potranno essere vietati.

Contro la nuova legge sull’energia è stato lanciato il referendum. La Lega ed il Mattino lo sostengono ed invitano a firmarlo.

L’iniziativa

Se quelle schizzate sopra sono le conseguenze dell’abbandono del nucleare quando le centrali atomiche avranno terminato il proprio ciclo di vita, immaginiamoci cosa succederebbe se lo spegnimento dovesse venire drasticamente anticipato come  chiede l’iniziativa “Per l’abbandono del nucleare” su cui si vota oggi. L’iniziativa, se approvata, imporrebbe la dismissione delle centrali di Beznau 1 e 2 e di Mühleberg già nel 2017. Nel giro di pochi mesi verrebbe dunque a mancare un terzo dell’energia prodotta dal nucleare, ovviamente senza uno straccio di alternativa.

Terrorismo?

Interessante notare che uno degli argomenti dei ro$$overdi a sostegno dell’iniziativa “Per l’abbandono del nucleare” è il rischio di attentati: le centrali atomiche potrebbero infatti diventare bersaglio dei terroristi islamici.

Ohibò, qui ci sarebbe da ridere se la situazione non fosse drammatica. Ma tu guarda questa $inistra. Prima spalanca le frontiere perché “bisogna aprirsi” e perché “devono entrare tutti”, ed accetta che l’estremismo islamico metta radici in Svizzera in nome del multkulti. E guai ad intervenire: è roba da razzisti e fascisti. Poi usa lo spauracchio del terrorismo islamico come argomento contro le centrali nucleari.

Se vi preoccupaste sul serio degli atti terroristici, cari kompagni ro$$overdi, non pensereste a chiudere le centrali nucleari, ma a chiudere le frontiere. Invece quelle le volete sempre più spalancate e volete far entrare in Svizzera sempre più migranti economici, ben sapendo che tra essi si nascondono gli affiliati all’Isis.

Per cui, chi credete di prendere per il lato B con le vostre improvvise preoccupazioni per la sicurezza, che naturalmente vi sta a cuore a corrente alternata, solo quando vi torna comodo? Non facciamoci infinocchiare. Votiamo un chiaro NO all’iniziativa che vuole lasciarci senza energia elettrica da un giorno all’altro.

Lorenzo Quadri

 

Le ex regie federali stanno partendo per la tangente

Ma la Confederazione non dovrebbe mettere qualche paletto a certi manager boriosi?

 

Certo che le ex regie federali di questi tempi non stanno rendendo un gran servizio alla cittadinanza. Ancora peggiore, però, è la figura che rimedia chi le dovrebbe controllare: ovvero la politica, e meglio il Consiglio federale, ed ancora meglio il Dipartimento dei trasporti e delle telecomunicazioni guidato dalla ministra  uregiatta Doris Leuthard.

Le “malefatte”

L’elenco delle recenti “malefatte” di Posta, FFS e Swisscom è lungo e non stiamo qui a ripeterlo per intero. Dato di fatto è che, almeno nel caso di Posta e Swisscom, ci troviamo davanti ad aziende che realizzano utili per centinaia di milioni, quando non di miliardi (Swisscom nel primo semestre del 2016 ha registrato 800 milioni di utili) che però tagliano servizi, posti di lavoro e/o appioppano nuovi costi all’utenza.

La Posta intende chiudere 600 sportelli tra il 2017 ed il 2020, un’operazione che interesserà anche 1200 lavoratori. La politica si è limitata ad invitare a procedere in modo “ragionevole” (ci sarebbe anche mancato che invitasse all’irragionevolezza): decisamente poco, e vago. E poi? Campo libero. Ed infatti si è ben presto scoperto – non ci voleva la sfera di cristallo per arrivarci – che il Gigante Giallo per raggiungere i propri obiettivi non si limiterà ad utilizzare le normali fluttuazioni di personale, ma licenzierà anche. E’ “ragionevole” che un’azienda, interamente di proprietà della Confederazione, e che già realizza ogni anno almeno 700 milioni di utili, licenzi, tagli servizi ed aumenti le tariffe?

Attaccarsi a tutto

E che dire della Swisscom che in passato conviveva con la Posta sotto il cappello delle “gloriose” PTT?  Annuncia che riverserà sull’utenza che va a pagare le bollette in Posta, a partire dal prossimo febbraio, la tassa che l’ex gigante giallo riscuote sull’operazione. Swisscom, come detto, nei primi 6 mesi dell’anno ha fatto 800 milioni di utili. Ha davvero bisogno di attaccarsi anche alle bollette di pagamento per incassare ancora di più?  Ha davvero bisogno di imporre, agli utenti che non vogliono versare la nuova  “cresta” sui pagamenti in posta, di saldare le  bollette online, il che significa penalizzare chi a  queste modalità di pagamento non ha accesso (o non è avvezzo)? Evidentemente no.

Anche la RSI…

E visto che in casa della RSI non si poteva stare indietro, ecco che anche da quelle parti si annuncia che dal 2020 il secondo canale televisivo sarà deportato sul web. Ciò significa che per avere accesso al servizio pubblico gli utenti italofoni – e  solo loro visto che nelle altre regioni linguistiche non è prevista alcuna evoluzione (?) analoga – oltre al  canone più caro d’Europa, dovranno pagare anche il collegamento internet. E magari cambiare pure il televisore. Sempre di poterlo avere, il collegamento internet: perché la banda larga, come sappiamo, non è presente ovunque nel Paese.

Il proprietario tace?

Davanti a situazioni del genere, è normale che il proprietario, ossia il Consiglio federale ed in primis il dipartimento Leuthard (che guarda un po’ dovrebbe avere la supervisione su FFS, Posta, Swisscom e SSR) non faccia un cip? L’azionista unico (o di maggioranza) che è anche garante del servizio pubblico, non dovrebbe mettere qualche paletto ai dirigenti delle ex regie federali che giocano a fare i grandi manager sulla pelle di dipendenti ed utenti? Forse perché – come maligna qualcuno – per questi direttori generali dall’ego a mongolfiera è molto più trendy riempirsi la bocca con le app,  il web e le nuove tecnologie, invece di pensare alla consegna delle lettere e dei pacchi?

Soldi che fanno comodo

In queste condizioni è ovvio che il silenzio non è un’opzione, nel senso che la politica non si può chiamare fuori. Tacere  può voler dire solo due cose: o si sta dormendo, oppure si condivide lo smantellamento. E, a voler pensar male, si potrebbe immaginare che la condiscendenza bernese derivi dal fatto che al Consiglio federale gli utili delle ex regie federali fanno molto comodo. Per spenderli a piacimento.

Lorenzo Quadri

Finalmente una bella notizia: inquisiti Blancho ed Illi

Propaganda a sostegno dell’Isis: la procura federale annuncia la tolleranza zero 

Speriamo che questo sia l’inizio di un vero cambiamento di rotta a livello giudiziario, perché qui ci stiamo trasformando nel Paese del Bengodi per jihadisti

Finalmente dal Ministero pubblico della Confederazione arriva una notizia positiva. Il Procuratore generale Michael Lauber ha deciso di incriminare per propaganda in favore dell’Isis Nicolas Blancho e Qaasim Illi, rispettivamente presidente  e responsabile della comunicazione (?) del sedicente Consiglio centrale islamico svizzero.

I due insopportabili personaggi, svizzeri convertiti all’islam radicale, sono assurti ad immeritata  e perniciosa popolarità grazie anche allo spazio che la SSR ha sempre generosamente concesso all’insignificante (dal punto di vista della rappresentatività) associazione da loro capeggiata.

In questo modo la TV di Stato, finanziata col canone più caro d’Europa (però tra qualche anno per vedere RSI LA 2 occorrerà pagare, oltre al canone, anche l’allacciamento veloce ad internet), dà visibilità e soprattutto legittimità a chi andrebbe invece zittito. E lo aiuta nella sua propaganda.

Marito di Nora Illi

Da notare che Qaasim Illi è nient’altro che il marito di Nora Illi, ossia la donna col niqab valletta dei sedicente imprenditore algerino Rachid Nekkaz. Quello che arriva a Locarno ad organizzare manifestazioni non autorizzate in cui si invita a violare la legge antiburqa ticinese, e viene accolto dal capodicastero sicurezza PLR come un “intellettuale che merita di essere ascoltato”.

In una trasmissione in onda su un’emittente austriaca la stessa Illi è stata definita da un ex parlamentare verde e musulmano una “marionetta insignificante alla quale è stato fatto il lavaggio del cervello” ed apostrofata come segue: “sposti un po’ di quella stoffa, così magari l’ossigeno le arriva al cervello”.

Si cambia marcia?

Che finalmente il Ministero pubblico della Confederazione abbia deciso di adottare la politica della tolleranza zero nei confronti dei supporters dell’Isis è certamente rallegrante. In effetti negli ultimi mesi la cronaca giudiziaria è stata purtroppo costellata di sentenze-barzelletta nei confronti di fiancheggiatori dello Stato islamico. Decisioni  improntate al buonismo autolesionista (non scriviamo “buonismo-coglionismo” perché sennò qualcuno fa l’offeso). Leggi: pene sospese con la condizionale.

Speriamo quindi che la dichiarazione del Ministero pubblico della Confederazione che annuncia la tolleranza zero sia il segnale di un vero cambio di marcia. Anche perché la strada che ci hanno fatto imboccare i buonisti politikamente korretti è estremamente pericolosa. Ci sta infatti trasformando nel paese del Bengodi per gli estremisti islamici, nei cui confronti vengono emesse condanne ridicole. Non contenti, ci si viene pure a dire che dalle nostre parti bandire associazioni musulmane estremiste, come è stato fatto in Germania, “sa po’ mia” perché mancherebbe la base legale.

Invece, nei confronti degli automobilisti, altro che garantismo: lì si passa direttamente alle “pene esemplari”. Insomma, è il mondo che gira al contrario.

Reazioni squallide

Particolarmente squallida, ma da simili personaggi  non c’era da aspettarsi altro, la reazione dei due indagati. Blancho e Illi  hanno già annunciato che, se dovessero venire convocati al tribunale penale di Bellinzona, non si presenteranno. Loro, poverini, fanno semplicemente uso della libertà d’espressione.

Qui ci viene veramente da ridere. Quelli che vogliono censurare gli altri starnazzando al razzismo e all’islamofobia pretendono che il sostegno all’Isis sia protetto dalla libertà d’espressione. Come sempre da certe parti: libertà di parola solo per chi la pensa come noi. E’ peraltro la stessa mentalità dei kompagni; quelli che, ma guarda un po’, promuovono l’islamizzazione della Svizzera.

Lorenzo Quadri

 

Con la libera circolazione Ticino sempre più nella palta

Lo conferma l’indagine dell’Ustat sulla sottoccupazione, raddoppiata in dieci anni 

Ma intanto il direttore dell’IRE Rico Maggi continua a fare propaganda politica pro-“aperture”: proprio un bel servizio al Cantone!

Quando si dice la tempistica! In un’intervista pubblicata sul GdP di martedì, il buon Rico Maggi, direttore dell’IRE, se ne esce per l’ennesima volta a predicare la fetecchiata delle “aperture” e della “meravigliosa” libera circolazione delle persone. Ricordiamo che l’IRE, Istituto per le ricerche economiche, è riuscito nell’epica impresa di far realizzare uno studio sul frontalierato a due ricercatori frontalieri, nel quale –ma che caso! – si affermava giulivi che in Ticino l’invasione da sud non è un problema: non esiste né sostituzione né dumping salariale, sono tutte balle populiste e razziste. Certo: un terzo della forza lavoro in Ticino è ormai costituita da frontalieri, ma naturalmente ciò non rappresenta una grave distorsione, nevvero Maggi? Tout va bien, Madame la Marquise!

Un “bel” servizio

Finché a raccontare queste fregnacce sono gli scienziati della SECO che il Ticino l’hanno visto se va bene in fotografia, è un conto. Se a raccontarle è invece un istituto universitario con base in Ticino, e finanziato con soldi pubblici – che quindi la situazione occupazionale reale di questo sempre meno ridente Cantone dovrebbe conoscerla – è un altro. Perché in questo secondo caso le possibilità sono solo due. O chi dirige questo istituto vive in un mondo virtuale tutto suo, oppure compie di proposito un’operazione di sabotaggio con fini ideologici.  Sabotaggio perché offre ai burocrati bernesi una comoda foglia di fico per dare il menavia a chi tenta di far capire ai camerieri dell’UE quale situazione si è creata sul mercato del lavoro ticinese grazie alla libera circolazione delle persone da loro imposta. “Ma se lo dicono anche i vostri (?) istituti di ricerca che l’è tüt a posct…”. Complimenti, IRE e Maggi, proprio un bel servizio al Cantone! Applausi a scena aperta!

Tempistica toppata

Peccato che questa volta, come detto, la tempistica del buon Rico Maggi sia completamente sballata. Mentre infatti dalle colonne del GdP il direttore dell’IRE calava la consueta lezioncina  ai ticinesotti chiusi che si devono aprire e quindi guai a limitare la libera circolazione delle persone, la cronaca segnalava due studi che raccontano tutta un’altra storia. E non si tratta di studi realizzati da leghisti populisti e razzisti.

Il primo è quello del sindacato Transfair, dal quale risulta che in Ticino ci sarebbe il clima di lavoro peggiore di tutta la Svizzera. Preoccupazione per il futuro del proprio impiego, stress, stipendi non adeguati alle prestazioni richieste, eccetera. Ohibò, forse questo accade perché c’è sostituzione con frontalieri e dumping salariale, e ciò grazie alla libera circolazione delle persone e alle “aperture” che il buon Maggi & Co continuano imperterriti a predicare?

Il secondo invece è addirittura dell’Ustat, ossia l’ufficio cantonale di statistica. Da questa indagine emerge che in Ticino il numero di persone sottoccupate è più che raddoppiato in dieci anni. Si è passati dalle 8400 unità del 2004 alle 17’400 del 2015. Per sottoccupato si intende un lavoratore impiegato a tempo parziale non per scelta propria, ma perché costretto. Lui o lei vorrebbe lavorare di più, ma deve accontentarsi di quel che passa il convento.

Sottoccupazione

E questa è un’altra forma di distorsione del mercato del lavoro che non figura nelle statistiche farlocche che ci vengono propinate nel tentativo di dimostrare che con la libera circolazione delle persone  va tutto bene. Come non  figurano le persone in assistenza (il cui numero continua ad aumentare). Come non figurano quei disoccupati che sono stati scaricati sull’AI. Oppure quelli che sono stati mandati in pensione in anticipo. O ancora quanti hanno rinunciato a lavorare (ad esempio fanno la casalinga o il casalingo “per forza” e non compaiono nelle cifre dell’assistenza, perché il reddito del partner basta a mantenere entrambi; intanto il nucleo familiare perde entrate e quindi potere d’acquisto, e l’ente pubblico gettito fiscale). Oppure appunto chi lavora a tempo parziale per forza.  Perché non ha trovato altro. E magari deve integrare il reddito da lavoro con prestazioni sociali (paga il contribuente). Insomma, le statistiche farlocche dell’IRE e della SECO hanno più buchi delle famose forme di formaggio Emmental.

Per ironia della sorte, l’indagine dell’Ustat è stata divulgata proprio il giorno in cui il buon Maggi tornava a fare politica pro-libera circolazione (altro che studi scientifici) dalle colonne del GdP.

Ecco i bei risultati

Eccoli dunque qua i bei risultati dell’economia “aperta” che tanto piace agli internazionalisti di turno. Quelli secondo i quali sostituzione e dumping salariale sarebbero un’invenzione. Quelli che pretendono di venirci a raccontare che è normale che i frontalieri impiegati nel terziario – dove non c’è di certo lacuna, ma semmai sovrabbondanza di personale ticinese –  sono quasi quadruplicati dal 1999 (ad oggi.

La frase seguente è estratta da uno studio realizzato dall’Ustat nel 2013, sulla base dei dati del 2011, quindi non proprio recentissimo ma comunque indicativo: “i frontalieri sono sempre più simili, intermini di caratteristiche e di orientamento professionale, ai lavoratori residenti”. E questo, premiata ditta Maggi&Co, vuol dire solo una cosa: che la sostituzione è realtà! Sicché, per sventarla, i “muri” ci vogliono eccome. E la libera circolazione delle persone deve saltare.

Lorenzo Quadri

Colpa dei politicanti che hanno voluto la libera circolazione

Caos viario a Mendrisio? Altro che prendersela con il Luganese o con il CdS  Zali

 

Che la situazione viaria nel Mendrisiotto (ma anche nel Luganese) sia catastrofica a causa dell’invasione di vetture con targhe italiche è fatto arcinoto. Il riassetto dello svincolo autostradale di Mendrisio non pare aver risolto granché. Fatta la legge trovato l’inganno – l’arte italica dell’arrangiarsi. Sicché i furbetti azzurri hanno escogitato il modo di aggirare l’ostacolo, uscendo e rientrando dall’autostrada  e andando così ad intasare le vie di transito interno. Scontata l’ira dei residenti. Sicché sono comparse nei giorni scorsi le famose barriere alla rotonda.

Chi si pensa di fare fessi?

Al proposito è assai improvvido (per usare un eufemismo) che i politicanti di Mendrisio dei partiti $torici, messi sotto pressione dalla popolazione, se la prendano con il Luganese o con Zali per questa situazione. Ma chi si pensa di fare fessi? Il collasso viario del sud del Ticino è  la conseguenza diretta della devastante libera circolazione delle persone. E chi ha voluto la libera circolazione? L’hanno voluta i partiti $torici. I quali, dopo aver fatto il danno, si rifiutano anche di rimediare. Hanno combattuto il 9 febbraio venendo asfaltati dalle urne.  Adesso si sfogano con sabotaggi a Berna contro il popolo che ha osato contraddirli. Perché è chiaro che, dal Consiglio degli Stati, in campo di immigrazione di massa, il prossimo giovedì, uscirà una legge d’applicazione-ciofeca, che affossa il “maledetto voto”. (Siamo curiosi di vedere cosa voteranno i due Senatori ticinesi. Sosterranno la proposta Föhn, che è l’unica a rispecchiare fedelmente il nuovo articolo costituzionale 121 a, e quindi la volontà del 70% dei ticinesi? Oppure approveranno una delle due “lozze” proposte dai partiti di riferimento, rispettivamente PLR e PPDog?).

Turlupinare i votanti

I partiti $torici hanno combattuto anche l’iniziativa Prima i nostri, pretendendo di turlupinare i votanti ticinesi con un controprogetto annacquato, che non sarebbe servito assolutamente a niente. Una sciacquetta venduta con il solito pretesto del “sa po’ fa nagott”. Quando invece gli approfondimenti avviati  dopo il voto, ed in particolare le proposte formulate dal consigliere di Stato leghista Norman Gobbi, dimostrano che il margine di manovra per intervenire c’è eccome.

E, ad immagine e somiglianza di quel che accade a Berna, sussistono pochi dubbi sul fatto che la partitocrazia si darà da fare per sabotare l’applicazione di Prima i nostri. Perché gli spalancatori di frontiere non vogliono la preferenza indigena.

Iniziativa

Scommettiamo pure che se, come ardentemente speriamo, Blocher manterrà la promessa di lanciare un’iniziativa popolare per abrogare la libera circolazione delle persone, i partiti $torici anche in Ticino strilleranno come aquile – e naturalmente le dichiareranno guerra.

Poi non si lamenti…

Chi in ogni occasione rifiuta di limitare la libera circolazione e quindi l’invasione da sud, poi non venga a lamentarsi per le autostrade e le strade intasate dai veicoli dei frontalieri e dei padroncini, che ne sono la diretta conseguenza. (Adesso aspettiamo la statistica della SECO e dell’IRE che ci dirà che gli ingorghi sono in realtà delle illusioni ottiche).

Avete predicato le “aperture” denigrando gli oppositori come beceri razzisti? Adesso vi prendete la responsabilità per le belle conseguenze delle vostre “aperture”. Sia le conseguenze occupazionali, sia quelle sociali (esplosione di stranieri in assistenza) e anche quelle viarie.

A proposito: come mai ai partiti $torici non va bene nemmeno l’ecotassa per i frontalieri? Forse perché gli svizzerotti “non possono discriminare” mentre la Germania introduce i pedaggi autostradali per stranieri? Ma va là…

Lorenzo Quadri

 

 

Risparmiare sulla sicurezza dei confini? Ma diamo i numeri?

Di rinunciare al potenziamento delle guardie di confine non se ne parla proprio

 

Ma guarda un po’, adesso una parte dell’Udc svizzera ed il ministro delle finanze Ueli Maurer vorrebbero rinunciare al potenziamento del corpo guardie di confine per motivi finanziari. Poiché proteggere i nostri confini è una priorità – ne va di mezzo la sicurezza dei cittadini  – di fare retromarcia con argomenti di contabilità spicciola non se ne parla nemmeno. Tanto più che stiamo parlando di risparmi di 2.5 milioni di Fr!

E’ evidente che ad essere penalizzato dall’eventuale mancato potenziamento, che tra l’altro  venne deciso dal parlamento nel 2013, sarebbe il nostro sempre meno ridente Cantone.

Prima di tutto per il caos asilo, perché gli arrivi di finti rifugiati continuano. Anche se in queste settimane se ne parla un po’ meno. Oltretutto un numero sempre maggiore di migranti economici entra in Ticino fiancheggiando l’autostrada. La situazione, sul fronte dell’asilo, non è affatto normalizzata, anzi. L’emergenza potrebbe riesplodere in ogni momento. A maggior ragione sapendo che, mentre la via dell’est per i finti rifugiati è chiusa o quasi grazie all’impegno di quelle nazioni che hanno costruito MURI sul confine, la rotta del Mediterraneo rimane invece spalancata. Quindi il Ticino, ancora una volta, si trova nella palta a seguito della prossimità con il Belpaese.

Autogol per la Svizzera

Non difendere in modo adeguato per  questioni di “pallottoliere” la porta sud della Svizzera è evidentemente deleterio per il Ticino, ma è un autogol per tutta la Svizzera, dato che i finti rifugiati entrati da Chiasso vengono poi smistati in tutto il Paese.

Se non si riesce a frenare l’afflusso di migranti economici, i costi dell’asilo, già completamente fuori controllo, esploderanno ancora di più. Col risultato, scontato, di andare ad annullare i risparmi fatti con il mancato potenziamento del corpo delle guardie  di confine. Se poi si sparge la notizia – e si spargerà rapidamente visto che i migranti economici sono tutti dotati di almeno uno smartphone ultimo modello – che gli svizzerotti rinunciano a puntellare la difesa delle frontiere, si otterrà il brillante risultato di incitare i finti rifugiati a tentare l’entrata clandestina nel nostro paese.

Criminalità transfrontaliera

Ma potenziare la difesa delle frontiere non è indispensabile solo per il caos asilo. Il rafforzamento delle guardie di confine era stato deciso dal parlamento nel 2013, quando di caos asilo ancora non si parlava. Era stato voluto come misura per difenderci dalla criminalità transfrontaliera. Come sappiamo, “grazie” alla devastante libera circolazione delle persone, nel nord Italia (spesso nei campi Rom) si è insediata la peggiore criminalità dell’Europa dell’Est. La cronaca della vicina Penisola, con l’impennata delle rapine in casa, insegna. Dal 2013 ad oggi la situazione su questo fronte non è certo cambiata in meglio, anzi. Non difendere adeguatamente, come detto per risparmiare qualche spicciolo sulla sicurezza dei cittadini, la porta sud del paese non costituirebbe solo l’ennesimo sgarbo al Ticino ed ai ticinesi. Sarebbe un danno per tutto il paese.

Miliardi per l’estero

La storiella del rigore finanziario, poi, fa ridere i polli. Ma come: la Svizzera sperpera 3.5 miliardi all’anno per aiuti allo sviluppo e risparmia sulle guardie di confine, specialmente nella situazione internazionale attuale? Si prevede che la Confederazione nel 2018 spenderà per l’asilo 2.4 miliardi, e non ci sono i soldi per rinforzare le guardie di confine?  Suvvia, non raccontiamo fanfaluche…

Continuare a spendere in Kosovo?

Come se non bastasse,  il Consiglio federale è intenzionato a proseguire ad oltranza (?) con la missione Swisscoy in Kosovo.

Nell’estate del 2014 le Camere federali avevano approvato la continuazione dell’impiego della missione in Kosovo fino alla fine del 2017. Questo impegno grava sulle casse pubbliche per 44 milioni all’anno. Uella, si dà il caso che la guerra in Kosovo sia finita nel 1999! E la Svizzera continua a mandare soldati e spendere milioni del contribuente? Ma stiamo scherzando? E poi qualcuno pensa di risparmiare sulla difesa delle nostre frontiere? La prima cosa da fare è chiudere a fine 2017 la missione in Kosovo e destinare le risorse così liberate alle guardie di confine. Perché, è evidente, la priorità della Svizzera non sono certo le missioni Swisscoy.

Lorenzo Quadri

ACSI: l’etichetta non corrisponde al contenuto

Cittadino-consumatore turlupinato: “compra” un’associazione consumerista e, quando apre l’imballaggio, trova una succursale del P$. Ma non è proprio contro questo genere di furbate che l’ACSI dovrebbe battersi?

L’ACSI, associazione consumatrici della Svizzera italiana, è finita nell’occhio del ciclone. Ad aprire le danze è stato il deputato PLR Fabio Käppeli che, assieme a cofirmatari di vari partiti (Lega compresa) ha presentato un’interrogazione al  Consiglio di Stato. Nell’atto parlamentare si legge: “Nell’ultimo decennio l’ACSI si è viepiù trasformata da associazione a sostegno dei consumatori ad organizzazione politica di propaganda per il Partito socialista. La vediamo attiva ad ogni votazione popolare e praticamente sempre a sostegno delle tesi della sinistra”. 

Nel mentre che avveniva questa evoluzione (involuzione) il finanziamento pubblico all’ACSI, si legge sempre nell’atto parlamentare, “aumentava di continuo. Il contribuente cantonale e quello federale (e fino a poco tempo fa pure quello della città di Lugano) è infatti costretto a pagare l’esistenza di quest’associazione, che non brilla di certo per l’equilibrio delle proprie posizioni, convinta com’è che la sinistra – la cui forza elettorale è ben nota – abbia il monopolio degli interessi dei consumatori”.

 Critica giustificata

La critica ci sta tutta. Era ora che venisse tirata fuori. Infatti in parecchi l’hanno condivisa: ad esempio il consigliere nazionale PPD Fabio Regazzi e il portale Ticinolive, oltre a chi scrive.

Già che ci siamo rilanciamo e diciamo che non solo l’ACSI fa propaganda di votazione, ma fa pure campagna elettorale a sostegno di candidati (ma guarda un po’) del P$. Che una filiale di detto partito sia alimentata con soldi pubblici è manifestamente un problema. Strano che la $inistra, quella che invoca ad ogni piè sospinto la trasparenza dei finanziamenti pubblici (ma sono di quelli degli altri) non abbia nulla da dire al proposito.

Maldestra difesa d’ufficio

E, tanto per peggiorare ulteriormente la posizione dell’ACSI, a chi viene la brillante idea di ergersi a suo avvocato d’ufficio? Ma al presidente del P$ Igor Righini. Così, nel caso qualcuno avesse ancora avuto dei dubbi sulla reale natura dell’associazione (costola del partito $ocialista), dopo un simile interevento di dubbi non ne possono proprio più sussistere.

Interessante notare come il kompagno Igor tenti di vendere lucciole per lanterne, alla faccia dei cittadini consumatori.  Se l’ACSI fa propaganda per il P$ ed i suoi candidati, questo non vuole affatto dire che il partito $ocialista abbia il monopolio della tutela dei consumatori. Vuol solo dire che il programma dell’ACSI è diventato uguale a quello del P$, e quindi che l’Associazione ha un problemino: non è più rappresentativa dei consumatori, ma strumentalizza questa etichetta per diventare un organo di partito travestito. E così infatti si comporta. Insomma, l’etichetta del prodotto non corrisponde al contenuto!  “Compri” un’associazione consumerista e quando apri l’imballaggio ti trovi uno spin off dei socialisti. Non è proprio uno di quei raggiri ai danni del consumatore contro cui l’ACSI dovrebbe battersi?
Tanto per fare un esempio banale ma eloquente: se l’ACSI fosse rappresentativa dei consumatori e non un organo del P$, non si rifiuterebbe di rispondere alle domande del Mattino.

Lorenzo Quadri

Indulgenti con la Turchia, ma contro la Svizzera strillano

La scandalosa ipocrisia degli eurobalivi che ci ricattano per le nostre votazioni

 

L’europarlamento ha deciso giovedì di “sospendere temporaneamente” i negoziati d’adesione della Turchia alla (fallita) UE. Motivo sarebbero le “misure repressive sproporzionate” adottate dopo il tentato golpe di luglio dal governo Erdogan, ormai ben avviato sulla strada dell’autocrazia. Nella risoluzione votata a larga maggioranza, gli eurodeputati dichiarano che la Turchia deve tuttavia restare “ancorata” all’Unione europea, per “l’importanza strategica” delle relazioni. Si impegnano a rivedere la loro posizione se saranno revocate le misure repressive.

Spose-bambine

Ohibò, a quanto pare il recente disegno di legge, poi revocato dal governo, sulle “spose  bambine” non ha avuto un peso particolare nella decisione di Bruxelles.

Come noto da Ankara era uscita una proposta di legge per regolamentare  l’abuso sessuale su ragazze  minorenni tramite “nozze riparatrici”. Un’aberrazione che ricorda il “pretium stuprii” medievale e che è stata concepita, ma guarda un po’, per  “venire incontro alla sensibilità islamica”. Il governo ha poi fatto retromarcia visto il vespaio suscitato,  ma ormai  la frittata era fatta.

Finanziatori di moschee

A quanto pare a Bruxelles non si è neppure parlato del fatto che nell’Europa occidentale, ed anche in Svizzera, il governo turco è tra i finanziatori stranieri di moschee ed “associazioni culturali” musulmane che diffondono l’islam politico ed intollerante. La situazione  è stato denunciata anche dalla premiata attivista dei diritti umani Saïda Keller Messahli. Per questo motivo chi scrive ha chiesto, tramite mozione, di vietare i finanziamenti esteri alle moschee. Ma naturalmente il Consiglio federale non ne vuole sapere di intervenire, ma quando mai: bisogna essere aperti e multikulti!

Adesione “sospesa”

Qui siamo davanti dunque ad un paese, la Turchia, che vira verso l’integralismo islamico e che lo finanzia nei paesi esteri. Ma per gli eurofalliti va tutto bene, o quasi. Mica si dice che questa Turchia non ha nulla di europeo e quindi non può essere candidata all’adesione all’UE. Si sospende la procedura solo temporaneamente. Come quando a scuola il bambino dispettoso viene mandato per 5 minuti fuori dalla porta. Legalizzazione dell’aberrante pratica delle spose bambine, diffusione dell’estremismo islamico? Non c’è problema! Ci mettiamo le fettone di salame sugli occhi!

Nei confronti di altri…

Nei confronti di altri paesi, gli eurofalliti sono stati assai meno disponibili. Contro l’Ungheria, che ha costruito MURI sul confine per difendere non solo le proprie frontiere, ma quelle di tutto lo spazio Schengen (di cui la Svizzera purtroppo fa parte), a Bruxelles si sono messi a strillare come aquile.

E gli eurobalivi che non si lasciano turbare più di tanto dal progetto di “regolarizzare” le spose bambine, hanno inveito istericamente contro il voto democratico del 9 febbraio. Sono arrivati pure alle minacce ed agli squallidi ricatti nei confronti degli svizzerotti “razzisti e xenofobi”. Ed è inutile dire che dalle fila dei camerieri dell’UE di stanza a Berna non è certo arrivato quel bel “Vaffa” che sarebbe stato l’unica risposta possibile ad un simile atteggiamento.

Braghe calate sui visti

E non solo, ma Bruxelles ha calato le braghe con la Turchia anche sulla questione dei visti agevolati ai cittadini turchi per lo spazio Schengen – malgrado i requisiti per simili agevolazioni non fossero nemmeno lontanamente adempiuti.  Questo dopo che Ankara aveva minacciato, in caso contrario, di lasciar passare tutti i migranti economici diretti ad ovest. Visto che anche la Svizzera fa parte dello spazio Schengen, le capitolazioni di Bruxelles sui visti ai turchi toccano direttamente anche noi.

Anche la Svizzera…

Avanti così, la Turchia anche se sospesa (per quanto?) rimane candidata  all’adesione alla fallita UE dove si tollera il sostegno attivo all’islam politico contrario ai valori europei.

Intanto secondo i kompagnuzzi anche la Svizzera dovrebbe aderire all’Unione europea (figura nel loro programma). Magari a manina proprio con la Turchia? Non sarebbe poi così strano, dal momento che il P$$ promuove l’islamizzazione della Svizzera. Vorrebbe infatti riconoscere l’islam come religione ufficiale.

Lorenzo Quadri

Gli isterici ricatti dei camerieri di Bruxelles

Iniziativa “diritto elvetico anziché giudici stranieri”: il CF la respinge schifato

I camerieri dell’UE in Consiglio federale ancora una volta prendono posizione contro i diritti popolari e contro la sovranità nazionale.  Che, evidentemente, vengono vissuti come degli ostacoli alla svendita del paese ai trombati (definizione dell’industriale radikalchic Carlo De Benedetti) di Bruxelles.

Uhhh, cha pagüüüüraaaa!

Il Consiglio federale infatti respinge senza controprogetto l’iniziativa “Il diritto elvetico anziché giudici stranieri” lanciata dall’Udc svizzera. E naturalmente, dimostrando parecchie carenze in materia di fantasia, continua a fare uso dei soliti toni ed argomenti tra il catastrofistico e lo schifato. “Ci sarebbero gravi ripercussioni a livello economico! Si minaccerebbe la certezza del diritto!”. Per culminare nell’isterico ricatto morale: “sarebbe in pericolo il rispetto dei diritti umani”!

Uhhhh, cha pagüüüraaa! Ma soprattutto, si tratta di clamorose balle di fra’ Luca!  La storiella della messa in pericolo dei diritti umani è particolarmente sconcia. Infatti i sette scienziati sottintendono con questo che gli svizzerotti sono dei razzisti e fascisti che aspettano solo di votare a piene mani proposte lesive dei diritti dell’uomo.

La realtà è che invece gli spalancatori di frontiere politikamente korretti tentano ossessivamente di far rientrare sotto la categoria “diritti umani” cose che con tali diritti non hanno nulla a che vedere, ma che sono invece delle semplici pretese, specie di tipo finanziario, da parte di immigrati nello Stato sociale.

Quanto alla “certezza del diritto invocata dall’esecutivo”, si tratta di una ulteriore fregnaccia. A mettere in pericolo la certezza del diritto sono semmai i tentativi di sabotaggio, da parte della partitocrazia, di decisioni popolari inserite nella Costituzione.

La realtà è invece che i camerieri dell’UE vogliono concludere accordi internazionali deleteri per il paese, all’insegna del “dobbiamo aprirci”, senza che nessuno possa fare cip. Così si boicotta la democrazia.

Il boicottaggio

Ma tu guarda questi  “grandi statisti” bernesi. Sulla scandalosa iniziativa del vicolo cieco, quella che vuole cancellare il voto popolare del 9 febbraio il cui esito è sgradito all’élite, entrano nel merito con la massima goduria, invece di respingerla senza se né ma. Quando si tratta  dell’iniziativa “il diritto svizzero anziché giudici stranieri”, invece, lor$ignori la rifiutano schifati. Così facendo, i camerieri dell’UE dimostrano di voler proseguire imperterriti sulla via del viscido boicottaggio della democrazia diretta. Il popolo non deve poter decidere. Va tagliato fuori tramite accordi internazionali.

Esautorare i cittadini

Sicché, proprio mentre monta la rivolta dei cittadini contro lo scippo della sovranità nazionale ad opera delle élite spalancatrici di frontiere e dei loro sguatteri politici – le elezioni negli USA, la Brexit come pure lo stesso 9 febbraio dovrebbero pur insegnare qualcosa – il Consiglio federale insiste nel voler esautorare i cittadini. Proprio acuti, questi camerieri dell’UE, non c’è che dire. Sempre “sul pezzo”.

Si ricorda inoltre che il ministro degli esteri PLR Didier Burkhaltèèèèr vorrebbe concludere il famigerato accordo quadro istituzionale con l’UE che ci imporrebbe le leggi ed i giudici dei balivi di Bruxelles.

Chi vuole farsi colonizzare…

E’ evidente, e la posizione del Consiglio federale di schifato rifiuto nei confronti dell’iniziativa  “il diritto svizzero anziché giudici stranieri” lo conferma, che il disegno è quello di continuare a smantellare la sovranità nazionale importando ed applicando (con la complicità di giudici spalancatori di frontiere) norme di diritto internazionale che non hanno uno straccio di legittimazione democratica.

In sostanza la conclusione è molte semplice. Chi vuole che gli svizzeri tornino ad essere padroni in casa propria, deve votare l’iniziativa per il diritto svizzero. Chi vuole farsi colonizzare dai balivi dell’UE, invece, vota contro.

A $inistra strillano

Il fatto che i verdi svizzeri (che sono come le angurie: verdi fuori ma ro$$i, anzi ro$$i$$imi, dentro) si siano messi a starnazzare contro l’iniziativa è indicativo. Chi vuole le frontiere spalancate e l’adesione all’UE farebbe carte false per impedire agli svizzerotti di decidere. Perché il popolo, secondo l’illuminata visione di costoro – che è la stessa del Consiglio federale – è un branco di beceri pecoroni razzisti e fascisti che vota “sbagliato”. Quindi non deve poter votare. Capito il concetto di democrazia della $inistra?

Inutile dire che la differenza tra i governanti veri, che si battono per applicare la volontà popolare (vedi Brexit) anche contro l’opposizione dei legulei dei tribunali, ed i nostri politichetti agli ordini della casta che invece si arrampicano sui vetri per impedire ai cittadini di decidere, si fa sempre più abissale ed umiliante.

Lorenzo Quadri

 

 

Vogliamo farci spennare anche dai costi dell’elettricità?

No alla nuove legge sull’energia e no all’iniziativa “Per l’abbandono del nucleare” 

Il referendum contro la rovinosa “strategia energetica 2050” è in fase di raccolta firme, mentre c’è tempo fino a mezzogiorno per votare No allo spegnimento improvvisato ed inconsulto, dettato da motivi ideologici, delle centrali atomiche svizzere

Si torna a parlare di approvvigionamento energetico: un tema che, ovviamente, concerne tutti. Oggi è infatti scontato che quando si schiaccia l’interruttore, si accende la luce. Ma un domani potrebbe anche esserlo meno.

Cedendo ai ricatti ro$$overdi, la maggioranza politikamente korretta ha deciso di spegnere le centrali nucleari.  In Svizzera ci sono cinque centrali atomiche: Beznau 1 e 2, Mühleberg, Gösgen, Leibstadt. Esse producono il 40%, quindi quasi la metà, dell’elettricità svizzera. La decisione di abbandonare il nucleare è stata presa a seguito del “disastro di Fukushima” che avvenne nel giugno 2011. E, ma tu guarda i casi della vita, in ottobre dello stesso anno c’erano le elezioni federali. A $inistra approfittarono della vicinanza dell’appuntamento con le urne per mettere in piedi una campagna populista volta ad ottenere l’uscita dal nucleare. Uscita che la maggioranza del parlamento, terrorizzata dall’idea di perdere qualche cadrega se non avesse “seguito l’onda”, decise in fretta e furia. Perché, è chiaro, l’approvvigionamento energetico del Paese lo si può mettere a rischio; ma la cadrega, invece, mai e poi mai.

Cosa è successo in questi anni?

Cosa è successo dal 2011 ad oggi? C’è forse stata una corsa generalizzata alla chiusura delle centrali nucleari? No. Lo stesso Giappone, che dopo Fukushima aveva spento i suoi reattori, nel frattempo li ha riaccesi tutti. Non solo, ma progetta di costruire 9 nuove centrali atomiche. Completamente scemi, questi nipponici? Magari anche no. In Europa, a parte la Germania, nessun altro paese ha scelto la via “elvetica” dell’abbandono del nucleare. Un qualche motivo ci sarà.

Ed infatti adesso all’orizzonte comincia a delinearsi il conto, stratosferico, della scelta fatta dalla Svizzera, praticamente in solitaria, di lasciare l’atomo. Tanto per cominciare, senza l’energia nucleare aumenterà la dipendenza del nostro Paese dall’estero per un bene di prima necessità quale è l’elettricità. Infatti, a meno di tornare alle candele ed alle lampade al petrolio, l’energia che non potremo più produrre in casa la dovremo comprare altrove. Non si pensi che sia possibile supplire all’energia atomica costruendo pale eoliche e pannelli solari, che producono poca energia a prezzi stratosferici.

Le centrali atomiche svizzere verranno dunque dismesse. Però, in nome della politikamente korrettissima denuclearizzazione (?) acquisteremo l’energia prodotta nelle centrali nucleari dei paesi a noi confinanti.  E, naturalmente, in nome dell’ecologia, compreremo anche l’elettricità  dalle famigerate ed inquinantissime centrali a carbone tedesche. Aumentare l’importazione di energia dall’estero significa inoltre diventare ancora più dipendenti – e quindi anche ricattabili – per quel che riguarda la fornitura di un bene di prima necessità per il Paese.

Ancora mani in tasca

Soprattutto, la nuova legge sull’energia andrà a gravare pesantemente il borsello della gente. Si calcola infatti che essa, ad un nucleo famigliare di 4 persone, costerà 3200 Fr all’anno. In confronto, le stangate dei cassamalatari son carezze.

Con meno elettricità a disposizione non saremo più liberi di utilizzare gli apparecchi ad alto consumo (aspirapolvere, lavatrice, eccetera) quando ne avremo bisogno, ma verranno prescritti gli orari. E naturalmente, la nuova legge porterà con sé tutta una pletora di nuovi  e costosi obblighi. Ad esempio sull’efficienza energetica degli immobili (e nümm a pagum) e sulle emissioni dei veicoli.

Ci saranno aumenti stratosferici del prezzo di carburante ed olio combustibile. Il costo di quest’ultimo raddoppierà. Se le emissioni non si abbasseranno a sufficienza, a partire dal 2029 i riscaldamenti a nafta potranno essere vietati.

Contro la nuova legge sull’energia è stato lanciato il referendum. La Lega ed il Mattino lo sostengono ed invitano a firmarlo.

L’iniziativa

Se quelle schizzate sopra sono le conseguenze dell’abbandono del nucleare quando le centrali atomiche avranno terminato il proprio ciclo di vita, immaginiamoci cosa succederebbe se lo spegnimento dovesse venire drasticamente anticipato come  chiede l’iniziativa “Per l’abbandono del nucleare” su cui si vota oggi. L’iniziativa, se approvata, imporrebbe la dismissione delle centrali di Beznau 1 e 2 e di Mühleberg già nel 2017. Nel giro di pochi mesi verrebbe dunque a mancare un terzo dell’energia prodotta dal nucleare, ovviamente senza uno straccio di alternativa.

Terrorismo?

Interessante notare che uno degli argomenti dei ro$$overdi a sostegno dell’iniziativa “Per l’abbandono del nucleare” è il rischio di attentati: le centrali atomiche potrebbero infatti diventare bersaglio dei terroristi islamici.

Ohibò, qui ci sarebbe da ridere se la situazione non fosse drammatica. Ma tu guarda questa $inistra. Prima spalanca le frontiere perché “bisogna aprirsi” e perché “devono entrare tutti”, ed accetta che l’estremismo islamico metta radici in Svizzera in nome del multkulti. E guai ad intervenire: è roba da razzisti e fascisti. Poi usa lo spauracchio del terrorismo islamico come argomento contro le centrali nucleari.

Se vi preoccupaste sul serio degli atti terroristici, cari kompagni ro$$overdi, non pensereste a chiudere le centrali nucleari, ma a chiudere le frontiere. Invece quelle le volete sempre più spalancate e volete far entrare in Svizzera sempre più migranti economici, ben sapendo che tra essi si nascondono gli affiliati all’Isis.

Per cui, chi credete di prendere per il lato B con le vostre improvvise preoccupazioni per la sicurezza, che naturalmente vi sta a cuore a corrente alternata, solo quando vi torna comodo? Non facciamoci infinocchiare. Votiamo un chiaro NO all’iniziativa che vuole lasciarci senza energia elettrica da un giorno all’altro.

Lorenzo Quadri

 

Multikulti e ottuso buonismo a scapito della sicurezza!

La Germania bandisce l’associazione islamica estremista. Gli svizzerotti invece… 

E intanto in troppe moschee elvetiche ne succedono di tutti i colori: vedi Winterthur, Ginevra, Basilea,… mentre nel Canton Vaud i musulmani fanno politica in nome del Corano

Grazie al fallimentare mulikulti e alle frontiere spalancate, ci  siamo messi in casa gli  estremisti islamici. E, grazie alle leggi vetuste e lassiste e ai tribunali buonisti, ne attiriamo sempre di più.

Le brillanti sentenze emesse negli ultimi mesi lo hanno mostrato a tutti: in Svizzera i simpatizzanti della Jihad non vanno neanche in prigione, perché ricevono condanne con la condizionale. E naturalmente, davanti a questo scandalo, i nostri moralisti a senso unico si sono messi a starnazzare contro chi ha osato criticare i giudici che hanno pronunciato le sentenze-barzelletta. “Vergogna fascisti! La casta dei magistrati non si tocca”! E sulle sentenze che ci trasformano nel Paese del Bengodi per gli estremisti islamici miliziani dell’Isis, invece, niente da dire? Citus mutus? Va tutto bene?

Winterthur e Basilea

Intanto in troppe moschee svizzere ne succedono di tutti i colori. Nella moschea An Nur di Winterthur c’era un imam etiope che incitava i fedeli a denunciare ed uccidere i musulmani non praticanti. (Il delinquente etiope verrà almeno sbattuto fuori dalla Svizzera oppure “ci si” arrampicherà sui vetri per tenerlo qui?). Nella struttura in questione, inoltre, si ospitavano abusivamente stranieri. E la moschea, invece di venire sigillata, dopo pochi giorni aveva già riaperto i battenti “come se niente fudesse”.

A Basilea fa invece l’imam il padre dei due ragazzi di Thalwil che rifiutano di dare la mano alla loro docente per motivi religiosi. E che però pretendevano di farsi naturalizzare!

In Romandia

Non va meglio in Romandia. Nella moschea di Petit Saconnex a Ginevra, non bastava scoprire che il responsabile della sicurezza era schedato in Francia per sospetta radicalizzazione. A scandalo ancora caldo la Fondazione culturale islamica ha infatti assunto un predicatore marocchino, tale Youssef Ibram. Costui nel 2004 aveva detto che è giusto lapidare le donne adultere poiché lo prevede la sharia.

Aggiungiamo pure che nel Canton Vaud le associazioni musulmane hanno iniziato a fare politica contestando nel nome del Corano la nuova legge contro l’accattonaggio votata dal Gran Consiglio. Il segnale è allarmante. I signori musulmani vodesi vogliono cancellare le leggi svizzere per sostituirle con norme ispirate al Corano. In parole povere, altro che integrazione: costoro rifiutano le nostre regole e vogliono imporci le loro. Traduzione: vogliono comandare in casa nostra. E noi glielo lasceremo fare in nome del multikulti?

In Germania

Nei giorni scorsi è poi arrivata la ciliegina, o ciliegiona, sulla torta. Il ministro dell’interno tedesco, Thomas de Maiziere, ha messo al bando dalla Germania l’associazione salafita La Vera Religione, la quale ha reclutato 140 giovani jihadisti tedeschi andati a combattere in Siria. L’inchiesta si è estesa alla Svizzera. Forse che anche la Confederazione metterà al bando l’associazione in questione, così come ha fatto la Germania? Ma naturalmente no! Non si scaccia nessuno! “Manca la base legale”! Sicché, per essere sempre campioni intergalattici di garantismo, ci teniamo in casa i reclutatori dell’Isis all’insegna del sempreverde “sa po’ fa nagott”?
Qui c’è puzza di bruciato.

Ma è possibile che abbiamo le leggi più a colabrodo di tutti? E’ possibile che in Svizzera gli unici su cui la giustizia si accanisce con il massimo rigore siano gli automobilisti?

Se davvero  la base legale per espellere un’associazione che recluta jihadisti esiste in Germania ma non in Svizzera, non si vede perché non potrebbe venire creata, pari pari (copia-incolla) anche da noi.

Ma il sospetto è che la legge tedesca non sia poi tanto diversa dalla nostra. E se la differenza stesse invece nel fatto che i ministri di Berlino, diversamente dai nostri tremebondi camerieri dell’UE, non si fanno tante pippe mentali quando si tratta di difendere gli interessi della nazione?

Quanto scommettiamo che…?

Se invece davvero in Svizzera non c’è la base legale per bandire l’associazione salafita estremista, allora basta riprenderla (copia-incolla) dai vicini a nord. Quanto scommettiamo però che davanti ad una tale operazione qualcuno – a partire dal Dipartimento Sommaruga – si metterebbe a starnazzare alla “massiccia violazione della libertà di religione”?

In queste condizioni, non potrà che accadere quanto indicato all’inizio. Ossia: trasformazione della Svizzera nel paese del Bengodi degli  estremisti islamici. I quali arriveranno tutti in casa degli svizzerotti fessi. Quelli che mettono al primo posto il “garantismo”. A scapito della sicurezza dei cittadini onesti; di qualsiasi nazionalità e religione essi siano!

Lorenzo Quadri

 

Muri sul confine: lo scontato njet del Consiglio federale

Ma alcuni passaggi della risposta governativa meritano di essere sottolineati

 

Come da copione, il Consiglio federale ha risposto picche alla costruzione di una barriera sul confine con l’Italia contro l’afflusso di finti rifugiati. La richiesta era contenuta in un’interpellanza dell’Udc.

La risposta del Consiglio federale era scontata. Del resto stiamo parlando di un gremio di camerieri dell’UE. Mica di governanti con gli attributi che difendono il loro paese ed i loro concittadini, come se ne vede qualcuno nell’Europa dell’Est.

Ciò su cui si glissa

Naturalmente la “disinformazjia” di  regime si è limitata a mettere in risalto lo scontato njet governativo, che di fatto è una non-notizia. Avrebbe invece fatto meglio ad attirare l’attenzione su altri due passaggi contenuti nella risposta del Consiglio federale.

Il primo è questo: “mancano le basi legali per costruire delle barriere, inoltre il sistema Schengen non prevede ostacoli di questo genere per le frontiere interne”. Quindi ci troviamo davanti a consueto servilismo nei confronti di regole e sistemi fallimentari che siamo gli unici a rispettare.

Il secondo è il seguente: “se la situazione dovesse degenerare mettendo in pericolo la stabilità interna… sarebbe sempre possibile creare un’ordinanza ad hoc (per le barriere)”. Anche qui alcune riflessioni “nascono spontanee”. A parte il fatto che, per ovvi motivi, per il Dipartimento Sommaruga la stabilità interna non sarà mai in pericolo a causa dei finti rifugiati (a proposito: la kompagna Simonetta non aveva mica detto, dopo i fatti di Colonia, che gli asilanti molestatori sarebbero stati espulsi dalla Svizzera? Quanti asilanti-molestatori sono stati allontanati dal paese?), era questa semmai la notizia. Ossia, che il Consiglio federale in realtà non esclude di creare un’ordinanza ad hoc per erigere delle barriere sul confine con la Penisola. Ma come: non aveva appena detto che una tale iniziativa sarebbe incompatibile con i fallimentari accordi di Schengen? Ma insomma: sa pò mia o sa pò? Non si capisce un tubo!

In Austria

Intanto i muri sul confine, quelli che secondo i camerieri dell’UE sarebbero vietati da Schengen, qualcuno vicino a noi li fa. Qualcuno che è anche Stato membro UE. Vedi l’Austria, che ha disposto un’ulteriore barriera al valico di Passo Pramollo al confine con l’Italia. E che negli ultimi mesi ha respinto praticamente tutti i migranti economici che hanno tentato di raggiungere il paese passando dal Brennero.

Le fregnacce

Da parte sua il presidente della Commissione UE balivo Jean-Claude Juncker, davanti al fallimento della DisUnione europea se ne è uscito con l’ennesima panzana a sostegno delle frontiere spalancate e contro le barriere interne. Secondo il “non astemio” presidente della Commissione europea i controlli permanenti ai confini interni dell’UE costano 18 miliardi (?) e questi controlli “mettono in discussione il benessere in Europa e la libertà dei cittadini”.

Che fregnacce! E qualcuno dovrebbe bersele?

Sui 18 miliardi di costi. 1) Bisognerebbe sapere con quale pallottoliere si arriva a calcolare questa cifra e soprattutto 2) quanti miliardi costa, invece, l’invasione di finti rifugiati provocata dalla mancanza di barriere e di una politica dissuasiva nei confronti dei migranti economici? In Svizzera, ad esempio, la fattura per l’asilo è raddoppiata in pochi anni. E stiamo parlando di miliardi di franchetti che poi evidentemente mancano quando si tratta di aiutare gli svizzeri in difficoltà. A meno che non si vogliamo aumentare le tasse per mantenere migranti economici con lo smartphone (tutti  giovani uomini che non scappano da alcuna guerra).

Sul benessere in Europa. Come ha detto l’ex vicepresidente della Banca nazionale svizzera Jean-Pierre Danthine, la libera circolazione delle persone non serve all’economia, anzi: se non viene contenuta la danneggia. Le frontiere spalancate non portano alcun benessere alla popolazione, sono solo una pippa ideologica di $inistra. Gli unici a guadagnarci sono i globalizzatori.

Non è “uno qualunque”

Infine, quello che la stampa di regime si è ben guardata dal sottolineare è che l’interpellanza sulle barriere ai confini con l’Italia non l’ha presentata un qualche deputato che non sa nulla di asilanti tanto per fare una boutade e venire citato sui giornali. L’interpellante è infatti l’udc grigionese Heinz Brand, che per quasi 25 anni è stato il direttore dell’Ufficio di polizia del Canton Grigioni e che ha seduto in varie commissioni di esperti su  stranieri ed asilo. Quindi è uno che, in tema di finti rifugiati, quando si esprime lo fa con cognizione di causa.

Lorenzo Quadri

 

Siamo il Paese del Bengodi per tutti gli approfittatori!

Stranieri che rifiutano di integrarsi e di lavorare, e noi li manteniamo ad oltranza!

Ma tu guarda che bella gente che ci arriva “in casa” grazie all’immigrazione scriteriata! E naturalmente noi, in nome del buonismo-coglionismo e del multikulti, la manteniamo pure!

Nei giorni scorsi è balzata agli onori, o piuttosto ai disonori, della cronaca d’Oltralpe la vicenda di tale Emir T, un 40enne bosniaco musulmano residente a San Margrethen (SG) che rifiuta clamorosamente di integrarsi: ha vietato ad una delle sue figlie di frequentare le lezioni di nuoto, ad un’altra quelle di sci e al figlio più piccolo partecipazione ad un saggio musicale. Inoltre, il signore in questione non ha mai cercato un lavoro ed ha accumulato 300mila Fr di debiti con l’assistenza sociale. I suoi atteggiamenti renitenti gli sono costati varie multe, ma mai una pena detentiva.

Ma come, gli immigrati nello stato sociale che rifiutano di integrarsi non erano tutta una fola della Lega populista e razzista? Ma come, immigrazione non era uguale a ricchezza?

E le espulsioni?

Malgrado ne abbia fatte – e continui a farne! – peggio di Bertoldo, il bravo straniero musulmano perfettamente integrato non viene espluso! Gli svizzerotti continuano a mantenerlo! Cacciare questo approfittatore, dicono le autorità locali, “sa po’ mia”, perché la legge non lo permetterebbe! Sicché il “buon” Emir se la ride a bocca larga e continua per la sua strada. Tanto sa che gli svizzerotti continueranno a foraggiarlo. Ma allora è proprio vero che questo è il paese del Bengodi per gli approfittatori stranieri!

Scandaloso: le leggi non sono dalla parte del contribuente sfruttato, bensì da quella dell’immigrato che si fa mantenere e non compie alcuno sforzo per rendersi economicamente indipendente.

Ma come, non ci avevano mica promesso che con la nuova legge sugli stranieri il numero di espulsioni sarebbe aumentato di otto volte, passando dalle attuali 500 all’anno a 4000? E allora, com’è che ci teniamo tutta la foffa d’importazione?

Il ritorno di “Carlos”

Ci piacerebbe proprio sapere quanti stranieri che rifiutano di integrarsi continuano a rimanere in Svizzera a nostre spese. Perché il caso del bosniaco  di San Margrethen non è certo isolato, anzi. Ed infatti, per la serie “ma tu guarda i casi della vita”, si è scoperto che il famigerato Carlos, ossia il giovane delinquente sudamericano che costava al contribuente zurighese oltre 20mila fr al mese in prestazioni sociali varie, è tornato a commettere reati violenti. Lo scorso 8 novembre infatti la procura di Zurigo ha aperto nei suoi confronti un procedimento penale per lesioni.

Ricordiamo che il bravo giovane “non patrizio”, appassionato di Thai Box,  non si è mai sognato di lavorare: eh certo, perché bicipiti e deltoidi sono pompati, ma la cannetta rimane di cristallo di Boemia! E poi, a cosa serve lavorare quando gli svizzerotti fessi ti mantengono nel lusso con i soldi delle loro imposte?

Föö di ball!

E’ poi una bella soddisfazione vedere come la barcata di soldi pubblici spesi per l’ “inserimento” del bravo giovane sudamericano – nel corso degli anni oltre un milione di franchetti! – siano andati letteralmente in fumo, dal momento che Carlos continua a delinquere (a proposito: come mai, dato che il bellimbusto è ormai maggiorenne da un pezzo, nelle foto pubbliche il suo faccione viene sempre censurato?).

Emir T, Carlos e tutti quelli come loro, via subito dalla Svizzera!

E magari qualcuno farebbe bene ad accorgersi che la gente ne ha piene le scuffie di vedere che i soldi delle sue imposte vengono usati per mantenere simili individui. Attenzione: a furia di tirare la corda, primo o poi la rabbia popolare divamperà. E allora altro che politikamente korretto, “bisogna aprirsi” e buonismo-coglionismo…

Lorenzo Quadri

9 febbraio a Berna: comunque vada, uscirà una ciofeca!

I sabotatori renderanno necessario lanciare l’iniziativa contro la libera circolazione

“Comunque vada, sarà un successo”? No: comunque vada, sarà una ciofeca! Il tema è l’applicazione del “maledetto voto” del 9 febbraio. Come noto, il Consiglio nazionale ha partorito la cosiddetta “preferenza indigena light”, vale a dire una lozza anticostituzionale, in cui nulla figura di quanto previsto nel famoso articolo 121 a della Costituzione federale. Quale artefice dell’obbrobrio, lo ripetiamo per l’ennesima volta (repetita iuvant),  viene accreditato il consigliere nazionale dell’ex partitone Kurt Flury.

Sempre sconcio è

La Commissione delle istituzioni politiche del Consiglio degli Stati ha invece partorito la preferenza indigena un po’ meno light; ma sempre di sconcio si tratta. La Commissione in questione aveva sul tavolo tre varianti tra cui scegliere. La prima era quella del senatore Udc Peter Föhn che proponeva una ripresa “copia-incolla” del nuovo (ormai sempre meno nuovo, ma comunque inutilizzato) articolo costituzionale 121 a nella legge. Poi, ben lontane da quanto votato dal popolo, c’erano le proposte dell’uregiatto Gerhard Pfister e quella del liblab Philipp Müller. Con la prima che era leggermente meno annacquata della seconda.

La variante più sciacquetta

Inutile dire che i senatori hanno scelto la variante più sciacquetta di tutte: perché l’obiettivo era evitare ad ogni costo frizioni con l’UE (uhhhh, che pagüüüüüraaaa!). Traduzione: ciò che fortissimamente si voleva era calare le braghe davanti all’UE  impipandosene della volontà popolare.

E la variante più sciacquetta di tutte era, ma guarda un po’, quella del PLR Müller. Ecco dunque che l’ex partitone si riconferma come il partito dell’affossamento della volontà popolare: ricordarsene alla prossime elezioni.

Il bello è che, dopo l’approvazione, da parte del triciclo PLR-PPD-P$$, del compromesso-ciofeca in Consiglio nazionale, i senatori avevano detto che ci avrebbero pensato loro a sistemare le cose. “Ga pensum nümm”! Come no! E infatti adesso siamo venuti al dunque.

Il primo dicembre

Il prossimo primo dicembre si saprà cosa avrà deciso il plenum della Camera dei Cantoni sull’applicazione del “maledetto voto”. Bisognerà poi appianare le divergenze con il Nazionale. Una cosa però è certa: poiché la proposta Föhn non ha alcuna chance di spuntarla – è avversata dal triciclo partitocratico di cui sopra – il risultato sarà o una lozza, o una lozza un po’ meno lozza. Non si tratta nemmeno di scegliere nel segno del meno peggio (cosa frequente in politica), perché qui siamo diversi gradini al di sotto del meno peggio: siamo in pieno schifìo. Questo vuol dire che qualsiasi soluzione uscirà dal parlamento federale sarà comunque inaccettabile per il Ticino. E vogliamo proprio vedere chi, tra i deputati del nostro Cantone, avrà la “lamiera” di dichiararsi soddisfatto.

Il bidone

Tanto più che qualcuno si è accorto che la “preferenza indigena” come la intende la partitocrazia federale è un bidone. Infatti l’intenzione sarebbe quella di favorire nelle assunzioni i disoccupati residenti iscritti all’URC tramite obbligo di annuncio dei posti vacanti. Solo che – ma tu guarda i casi della vita – anche i frontalieri possono iscriversi all’URC. Così come pure i cittadini UE che arrivano in Svizzera per tre mesi (prolungabili fino a sei) alla ricerca di un lavoro.

Morale della favola: l’obbligo di annunciare i posti di lavoro vacanti all’URC non basta nemmeno lontanamente a concretizzare la preferenza indigena e il principio del Prima i nostri. Bisogna invece discriminare tra chi sta in Svizzera e chi sta fuori. Questo è quanto ha deciso il popolo, e questo deve essere fatto. Piaccia o non piaccia ai balivi dell’UE ed ai loro camerieri a Berna.

Iniziativa popolare

Essendo ormai appurato che dalle Camere federali uscirà o una ciofeca massima, o una ciofeca un po’ meno massima, occorrerà fare ciò che il buon Blocher ha annunciato nelle scorse settimane, ossia lanciare un’iniziativa popolare per abolire la devastante libera circolazione delle persone. Un’iniziativa che ha concrete chance di successo in votazione popolare. Perché  il vento è cambiato, come dimostrano il voto sulla Brexit e l’elezione di Trump. L’élite spalancatrice di frontiere non ha più in mano il boccino. Si chieda dunque la partitocrazia  se non era meglio applicare la volontà della maggioranza degli svizzerotti  (“chiusi e xenofobi”) invece di sabotarla, col risultato di provocare l’attacco frontale alla libera circolazione nella sua totalità. Per gli internazionalisti beceri, un vero e proprio autogoal. Come i pifferi di montagna, andarono per suonare e furono suonati.

Lorenzo Quadri

Nuovi posti di lavoro? Vanno ai frontalieri e ai dimoranti

Le ultime statistiche federali lo confermano, e mancano ancora i dati sul Ticino

 

Ma come, con la devastante libera circolazione delle persone non doveva andare tutto a meraviglia sul mercato del lavoro? I problemi e le distorsioni non erano tutta una balla della Lega populista e razzista? Stranamente però anche gli ultimi dati pubblicati nei giorni scorsi dall’Ufficio federale di statistica raccontano una storia “piuttosto diversa”, per usare un eufemismo!

Tüt a posct?

“Gli è che” i dati ILO a livello nazionale indicano un aumento dell’occupazione in Svizzera, che naturalmente viene strombazzato ai quattro venti come dimostrazione che “l’è tüt a posct”. Peccato che l’occupazione sia aumentata soprattutto tra frontalieri ed i permessi B, e solo in misura decisamente minore tra gli svizzeri. Capita l’antifona?

Grazie alla fallimentare libera circolazione delle persone, quando sul fronte dell’occupazione le cose vanno un po’ meglio a trarne vantaggio non sono gli svizzerotti. Infatti si va ad assumere all’estero, prendendo frontalieri e dimoranti!

Resta inoltre a livelli allarmanti il tasso di disoccupazione giovanile che secondo i dati ILO in Svizzera sarebbe dell’11%. Poiché sappiamo che questi dati – per quanto più fedefacenti delle statistiche taroccate della SECO – non sono comunque completi, è evidente che non ce la passiamo poi così bene come vogliono farci credere!

Un paio di punti

Ci sono poi un paio di questioncelle che devono essere sottolineate, onde evitare che restino imboscate nel marasma delle cifre.

La prima è che al momento mancano ancora le informazioni relative alla situazione occupazionale nei Cantoni. Ma se già a livello nazionale sappiamo che di fatto la maggioranza delle nuove assunzioni riguarda frontalieri e permessi B, figuriamoci in Ticino: dove da danni, grazie alla libera circolazione delle persone senza limiti, il numero di nuovi frontalieri è uguale, quando non addirittura superiore, a quello dei posti di lavoro creati. E sappiamo anche che, quando in Ticino i frontalieri diminuiscono – diminuzioni di poche decine di unità su un totale di oltre 62’000, roba da far ridere i polli!  – lo fanno nei settori in cui sono presenti storicamente e dove non causano problemi particolari; mentre nel terziario – dove i frontalieri generano soppiantamento e dumping salariale –  i permessi G continuano ad aumentare. E questo anche quando sul globale si registra un lievissimo calo!

La seconda questioncella è che, mentre il tasso di disoccupazione ILO nell’arco di un anno è leggermente sceso in Europa, in Italia è invece aumentato. Questo significa che la situazione occupazionale nella Penisola è sempre peggiore, e la conseguenza è ovvia: aumento della pressione da sud sul nostro mercato del lavoro! Da qui l’esigenza di attuare subito la preferenza indigena, onde evitare ulteriori disastri.

Lorenzo Quadri

Dai burocrati bernesi l’ennesimo schiaffo al Ticino

Ve le diamo noi le rassicurazioni all’Italia sulla non discriminazione dei frontalieri!

E’ ora di fare finalmente piazza pulita dei “diplomatici” spalancatori di frontiere e svenduti all’UE come De Watteville

Ma guarda un po’! Il sottosegretario italiano agli affari europei, tale Sandro Gozi, avrebbe dichiarato, secondo le note d’agenzia, che “il governo svizzero non approverà nessuna legge che contenga discriminazioni nei confronti dei frontalieri italiani, sia quelli che lavorano già, sia quelli che cercheranno lavoro in Svizzera in futuro”. Rassicurazioni molto importanti (?) in questo senso sarebbero giunte al Gozi dal Segretario di Stato Jacques De Watteville (quello che andava a Roma a parlare in inglese).

Ohibò, qui qualcuno non ha capito da che parte sorge il sole.

1) Tanto per cominciare, adesso vogliamo sapere dal Consiglio federale in che termini è stata data la “rassicurazione” di cui sopra; quando e su incarico di chi. Se le cose stanno come riportato dalle note d’agenzia, sarebbe la conferma (autocertificata) che il governo svizzero è composto da camerieri dell’UE che se ne sbattono della volontà popolare. Interpellanza parlamentare in arrivo.

2) E’ evidente, poi, che la discriminazione  nei confronti dei frontalieri ci sarà eccome perché così hanno deciso i cittadini svizzeri. Si chiama preferenza indigena e verrà applicata. Anzi, visto che il voto del 9 febbraio ha ormai quasi tre anni, è scandaloso che il Consiglio federale non abbia ancora applicato la preferenza indigena nei settori di sua competenza, come ha proposto di fare Norman Gobbi per “prima i nostri” a livello cantonale.

3) Se “negoziare” per i burocrati bernesi  è sinonimo di calare immediatamente le braghe davanti alla controparte, calpestando i diritti popolari, non c’è da stupirsi se i risultati sono un flop.

4) Non è ora di mandare definitivamente in pensione De Watteville, già tirapiedi dell’ex ministra del 5% Widmer Schlumpf? Quello che avrebbe negoziato (?) con Roma i famosi accordi sulla fiscalità dei frontalieri che mai vedranno la luce? Senza contare che sempre lo stesso De Watteville pretendeva addirittura che la deputazione ticinese a Berna si impegnasse a convincere il Consiglio di Stato a rinunciare alla richiesta del casellario giudiziale per i permessi B e G. E’ il colmo! Secondo l’illuminata visione di questo burocrate spalancatore di frontiere, il Ticino dovrebbe solo calare le braghe e rinunciare a difendersi dall’invasione da sud. Ma non se ne parla nemmeno! E’ ora di fare finalmente piazza pulita di questi “diplomatici” svenduti all’UE.

5) Prendiamo atto che il Consiglio federale continua a prendere a schiaffi il Ticino ed i ticinesi, affermando “tranquillo come un tre lire” che, malgrado le votazioni popolari contrarie, il Ticino continuerà ad essere terra di conquista per la Penisola. Di questo ovviamente i camerieri dell’UE che siedono in governo dovranno rispondere.

Lorenzo Quadri

Il nuovo (?) inno e una Società inutile da bacchettare

Revoca alla SSUP del mandato di gestire il praticello del Grütli: il Parlamento voti!

 

Si torna a parlare del presunto nuovo inno nazionale. La Società svizzera di (in)utilità pubblica (SSUP) vorrebbe infatti rottamare il salmo svizzero per sostituirlo con l’ennesima fetecchiata politikamente korretta, all’insegna del multikulti e delle “aperture”.

Il motivo di questa iniziativa di cui nessuno – tranne forse qualche spalancatore di frontiere – sentiva la mancanza? Il salmo svizzero sarebbe vecchio, desueto, non più attuale. Ohibò, e da quando in qua un inno nazionale deve essere attuale ed aggiornato?  Non stiamo mica parlando di un sito online. Se gli inni nazionali dovessero rispecchiare l’attualità, tutti (mica solo gli svizzerotti) dovrebbero cambiarli ogni paio di decenni. Il valore di un inno nazionale non si misura certo dall’attualità dei contenuti. Un inno è un simbolo, come una bandiera. E la bandiera non si cambia secondo la moda. Anche se sappiamo che c’è qualche squinternato che ha da ridire anche contro la bandiera svizzera poiché vi è raffigurata una croce, la quale potrebbe “urtare” (?) la sensibilità di alcuni migranti non integrati e non integrabili, che magari manteniamo pure con i soldi delle nostre imposte. E quindi, in ossequio al nuovo che avanza e alla calata di braghe, togliamo la croce e rimpiazziamola con una bella mezzaluna…

Il praticello del Grütli

La Società svizzera di pubblica (in)utilità gestisce il praticello del Grütli su mandato della Confederazione. Ciononostante, di propria iniziativa ha lanciato la baggianata del nuovo inno e, non ancora contenta, in vista del primo agosto 2016 si è permessa di mandare una mail ai Comuni chiedendo di suonare il nuovo inno da lei prescelto (cosa che ovviamente non ha fatto nessuno).

Lasciare la gestione del luogo-simbolo della  nascita della Svizzera ad un organismo che vuole sabotare i simboli della nazione per i propri scopi d’indottrinamento multikulti non sta né in cielo né in terra. Per questo, 46 Consiglieri nazionali hanno presentato una mozione al Consiglio federale in cui si chiede la revoca del mandato di gestione del praticello del Grütli alla SSUP. Tanto più che, secondo i mozionanti, la società in questione deciderebbe arbitrariamente a quali gruppi concedere l’utilizzo della prestigiosa “location” e a quali dire njet.

Bacchettare!

Naturalmente il governo risponde, come di consueto, che l’è tüt a posct:  non si revoca niente. La SSUP si può dunque permettere di fare e disfare a piacimento con i nostri simboli nazionali, senza che si ravveda un qualsivoglia problema.

Ecco dunque che chi ha messo la mani sugli emblemi della Patria per renderli proprietà non più di tutti gli svizzeri, ma solo di quelli che la pensano nel modo “giusto” – quello che piace all’élite spalancatrice di frontiere e sedicente “progressista” (“bisogna aprirsi”, multikulti, e via andando) – si  vede ora legittimato a proseguire su questa strada.

Adesso aspettiamo che la mozione venga sottoposta al voto del Consiglio nazionale, sperando che la SSUP venga rimessa al proprio posto tramite rescissione del mandato. E, con lei, che venga bacchettato anche il Consiglio federale.

Questioni di lana caprina? I simboli non sono aria fritta. Hanno un valore. Chi vuole convincere che si tratti di “non problemi” lo fa solo per i propri scopi.

Lorenzo Quadri

 

Il machete della Posta e le creste a danno dei cittadini

Intanto la politica, anche a $inistra, lascia campo libero allo  smantellamento

 

La Posta SA, malgrado i 700 e passa milioni di franchetti di utili all’anno, ha preso in mano il machete ed ha annunciato, da qui al 2020, la chiusura di 600 uffici postali, in un’operazione che toccherà in vario modo anche 1200 collaboratori. E non si escludono (traduzione: ci saranno) licenziamenti.

I manager gialli, a cominciare dalla direttrice Susanne Ruoff, uregiatescamente parlano di “adattamento alle mutate abitudini della clientela”. Contorsionismi linguistici che servono solo a camuffare, male,  uno smantellamento in grande stile, effettuato da un’azienda di proprietà della Confederazione. Un’azienda che, oltretutto, non è affatto in difficoltà, come testimoniano gli utili stellari: quindi non taglia per sopravvivere. Se una ditta privata avesse fatto la stessa cosa, i sindacati sarebbero già in piazza con gli striscioni contro i padroni sfruttatori. Qui invece si sente solo qualche stitica frasetta di moderato dissenso. Più per marcare presenza che per altro. Sennò, citus mutus.

Riorganizzazione ragionevole?

E la politica? Idem con patate. Nei giorni scorsi è stato reso noto che la commissione dei trasporti e delle telecomunicazioni del Consiglio nazionale, che proprio lunedì aveva in audizione la Ruoff, ha chiesto che la riorganizzazione della rete postale avvenga “in modo ragionevole”. Ci sarebbe anche mancato che chiedesse una riorganizzazione irragionevole. Questa posizione equivale a dire che, almeno per la maggioranza, “l’è tüt a post.” Non c’è stata dunque nessuna levata di scudi contro l’ecatombe annunciata. Nemmeno da $inistra.

Mucca da mungere

E il Consiglio federale, come proprietario della Posta? Anche da lì, nessuna reazione, e questo è facile da spiegare. Gli utili postali fanno comodo, molto comodo. Soprattutto adesso che la spesa per i finti rifugiati esplode, tanto per citare un esempio, Berna ha bisogno di mucche da mungere. Il Gigante giallo è una di queste.

Compiti stravolti

Infatti di per sé – e questo lo diceva e scriveva già il Nano svariati anni fa – la Posta non “deve” fare utili, ma deve assicurare il servizio pubblico nei suoi ambiti di competenza.  In altre parole: deve consegnare lettere e pacchi, permettere alla gente di fare i pagamenti e mandare in giro gli autopostali. Deve inoltre essere un datore di lavoro “socialmente responsabile” ed attento alle regioni periferiche.

Allo stato attuale, il quadro che si presenta è tuttavia “un po’” diverso. La Posta fa la banca, ha trasformato gli uffici superstiti in bazar di carabattole, e si autoerotizza cerebralmente con i servizi online, con le app su smartphone, con fantomatici “smart button”, e avanti di questo passo.  Alle accuse di snaturare i suoi compiti di servizio pubblico la dirigenza replica che “sono gli utenti a chiederlo”. Stranamente, è la stessa risposta che danno gli autori della TV spazzatura: “è il pubblico a volerla”. In entrambi i casi, si tratta di assiomi tutti da dimostrare.

Boria personale?

C’è chi, un po’ malignamente, ritiene che in queste sbandate del Gigante giallo giochi un ruolo anche la boria personale dei boss postali. Gestire lettere e pacchi non procura la stessa sublime goduria che dà il riempirsi la bocca con teorie sulle app per telefonini e sull’online, pensando di scimmiottare i manager della silicon valley.

La Confederazione intasca

Se poi la Posta, che dovrebbe svolgere servizio pubblico, fa utili, è corretto che questi utili se li intaschi la Confederella e li usi per i propri scopi, ad esempio foraggiare finti rifugiati? Questi utili non dovrebbero essere usati a vantaggio dell’utenza, ad esempio diminuendo le tariffe? Invece queste non vengono abbassate, e costituiscono così una forma di prelievo fiscale mascherato. Lo stesso discorso si può fare in relazione ai dividendi della Swisscom.

Destino segnato

Gli è che il destino del servizio pubblico postale, dei 600 uffici e di 1200 dipendenti appare segnato. Contro lo smantellamento deciso dalla Posta non ci sarà alcun altolà della politica. I Comuni che si vedranno chiudere gli uffici postali protesteranno; il Gigante giallo – in nome del tanto decantato “dialogo” – prenderà atto; e poi li chiuderà lo stesso perché “è nostra facoltà”.

A Berna si benedirà lo smantellamento del servizio pubblico e la cancellazione di centinaia e centinaia di impieghi in nome dei succulenti utili – di fatto delle “creste” – da impiegare a piacimento.

E al cittadino – specie quello in età “diversamente giovane” che non usa le app per lo smartphone – rimarrà l’amara sensazione di essere stato preso per i fondelli per l’ennesima volta.

Lorenzo Quadri

 

La SSR e il Dipartimento sempre più emuli di Tafazzi

In vista della votazione si moltiplicano gli aiuti involontari all’iniziativa No Billag

E’ cominciata da un po’ la campagna contro l’iniziativa No Billag. La quale, nel frattempo, ci mette del suo nel rendersi sempre più odiosa: vengono infatti segnalate nuove ondate di molestie  e di soprusi nei confronti di anziani che non hanno la radio, rispettivamente la TV.

Interessante notare che l’iniziativa No Billag il Consiglio federale la respinge senza controprogetto, ma con visibile schifo. Orrore! Non si entra nemmeno nel merito! L’emittente di regime non si tocca! Invece, quando si tratta dell’iniziativa che vuole cancellare il 9 febbraio, prendendo a schiaffi la volontà del 70% dei Ticinesi trattati da razzisti e fascisti, di reazioni schifate non c’è traccia.  Anzi, il Consiglio federale – voglioso di sabotare il “maledetto voto” – entra nel merito con malcelata goduria. Evidentemente qualcuno ha perso la capacità di vergognarsi.

Il rapporto e il ricatto

Nei mesi scorsi, il governo  ha pubblicato un rapporto sullo stato del servizio pubblico radiotelevisivo. Nel logorroico documento, il Dipartimento Leuthard riesce a dire che l’è tüt a posct. E questo malgrado nel giugno 2015, quindi non tre secoli fa, metà della popolazione svizzera abbia asfaltato la SSR nella votazione sul canone obbligatorio anche per chi non ha né radio né tv. Ma a Berna si va avanti come se niente “fudesse”.

Oltretutto, dimostrando evidente mancanza di argomenti, per convincere gli svizzerotti a respingere l’iniziativa No Billag il Dipartimento Leuthard si serve, ancora una volta, del ricatto (lo fece già in occasione della votazione sulla vignetta autostradale a 100 Fr, per chi ha presente; sappiamo con quali risultati). Questa volta il ricatto è il seguente: guardate che si vi azzardate a votare l’iniziativa No Billag a farne le spese saranno il Ticino e la Romandia.

Scudi umani

Di fatto, dunque, le minoranze linguistiche vengono utilizzate come scudi umani per parare il fondoschiena alla SSR. Oltretutto raccontando fregnacce. Perché l’obbligo di offrire programmi equivalenti nelle tre regioni linguistiche non dipende dalla Billag e dall’ammontare del canone, bensì dalle disposizioni legali che regolano il servizio pubblico e l’autorizzazione ad esercitare dell’emittente.

Particolarmente grottesco il fatto che dall’interno della stessa amministrazione federale siano giunte veementi critiche contro il rapporto del Dipartimento Leuthard. Per la Commissione della concorrenza e per la SECO, infatti, sul servizio pubblico in campo di radiotelevisione occorre discutere eccome. Certo, la SECO si è ormai del tutto screditata con le statistiche farlocche sull’occupazione. Ma la ComCo no.

Svegliare il can che dorme

Se la SSR crede di trovarsi in una botte di ferro perché la nuova legge che ha trasformato il canone radioTV più caro d’Europa in un’imposta è stata approvata per ben (!) 3000 voti a livello nazionale, e perché il Consiglio federale se ne impipa del malcontento degli utenti e le regge la coda con ottusa acriticità, forse ha fatto male i conti.

Il rapporto sul servizio pubblico infatti, non fornendo alcuna risposta alla metà dei cittadini svizzeri che nel giugno 2015 ha bocciato la SSR, ha dato la stura, a livello parlamentare, a tutta una serie di proposte e di emendamenti. In sostanza, invece di metterla via senza prete, come da intenzione dipartimentale, si è svegliato il can che dorme.

Mangiano pane e volpe?

Sicché adesso la SSR rischia di vedersi mettere in discussione ed in votazione proprio quello su cui non voleva che si discutesse (e ancor meno che si votasse). Prima di tutto il ruolo del servizio pubblico. Si moltiplicano le voci che chiedono di passare ad una stretta sussidiarietà. Traduzione: la SSR si ritiri da quello che possono fare anche i privati. Poi, una volta ridotto drasticamente il campo d’azione dell’emittente di regime, si riduce di conseguenza anche l’ammontare del canone (l’UDC torna alla carica con la proposta di canone a 200 Fr). La SSR, con le sue velleità espansionistiche su internet, butta ulteriore benzina sul fuoco. Pretende infatti – essendo finanziata con il canone – di fare concorrenza sleale ai portali privati, che devono stare in piedi solo con le entrate pubblicitarie.

Certo che questi alti papaveri della TV statale mangiano pane e volpe a colazione! Invece di passare all’acqua bassa,  hanno mire imperialistiche. E si tirano la zappa sui piedi da soli. La Waterloo di De Weck e compagnia cantante è dietro l’angolo.

Deciderà il Parlamento?

Inoltre, la bella pensata di trasformare il canone in un’imposta quando non esiste la necessaria base legale, ha ottenuto il brillante (per la SSR) risultato di mettere il vento in poppa a quanti da tempo chiedono che sia il parlamento a decidere l’ammontare della nuova imposta. E se i grandi scienziati della SSR e del DD (Dipartimento Doris) sono proprio sicuri che non ci siano i numeri per far passare una proposta di questo tipo e per poi decidere, in parlamento, un drastico taglio al canone, con tutte le conseguenze del caso, forse sarebbe il caso che riprendessero in mano il pallottoliere. Quando si dice: andarsele a cercare col lanternino…

Lorenzo Quadri

 

A Berna cominciano ad accorgersi che abbiamo ragione

Primo Sì federale per il casellario. Quadri: “adesso bisogna fare lobbying”

Anche il Consiglio degli Stati, o meglio la sua Commissione delle Istituzioni politiche (la differenza non è, purtroppo, di poco conto) è diventato un po’ leghista. Martedì, infatti, la CIP-S ha approvato, seppur a maggioranza risicata di un solo voto (6 favorevoli e 5 contrari), due risoluzioni cantonali ticinesi a favore della richiesta del casellario giudiziale prima del rilascio o rinnovo di un permesso B (dimora) o G (frontaliere).

Da aprile 2015

La richiesta del casellario giudiziale è stata introdotta in Ticino nell’aprile 2015 per ferma volontà del Consigliere di Stato leghista Norman Gobbi, che non ha mai ceduto alle pressioni, sia italiane che bernesi, perché si facesse retromarcia.

Per la Lega si tratta di una battaglia che viene da  lontano. Già nel 2008 infatti l’allora deputato leghista in Gran Consiglio Lorenzo Quadri aveva presentato una proposta di iniziativa cantonale all’indirizzo della Confederazione affinché venisse reintrodotta la richiesta sistematica del casellario giudiziale. Approvata dal Gran Consiglio sette anni dopo, la risoluzione è stata spedita a Berna assieme ad un’altra che chiede di introdurre lo stesso obbligo anche per i padroncini.

Il Consiglio nazionale nel maggio del 2015 aveva invece respinto a maggioranza una mozione dello stesso Quadri con il medesimo contenuto dell’iniziativa cantonale.

Un primo passo

“Il Sì della commissione del Consiglio degli Stati non è ancora una vittoria, ma è comunque un primo passo molto positivo – osserva Quadri -. Il governo ticinese,  nel suo scritto alla Commissione, ha tirato le somme. Dalla sua entrata in vigore, la richiesta del casellario ha permesso di emanare 53 decisioni negative su richieste di permessi, di cui 20 negli ultimi sei mesi.  Ciò significa che, grazie alla richiesta del casellario, si è impedito a 53 persone potenzialmente pericolose di stabilirsi nel nostro paese o di entrarci tutti i giorni per lavorare (ricordiamo inoltre che per i frontalieri non vige più l’obbligo del rientro quotidiano al domicilio). A ciò si aggiunge l’effetto deterrente, che non è misurabile. Nel senso che non si sa quanti stranieri con la fedina penale sporca hanno rinunciato a chiedere di stabilirsi in Ticino a seguito della richiesta dell’estratto del casellario giudiziale. La misura è dunque efficace, contrariamente a quanto ha tentato di far credere, raccontando l’ennesima panzana, l’allora negoziatore con l’Italia De Watteville, che pretendeva addirittura che la deputazione ticinese a Berna convincesse il Consiglio di Stato a ritirarla”.

La strada sarebbe a suo avviso aperta perché non solo il Ticino, ma tutti i Cantoni richiedessero il casellario?

Certamente è una prassi da cui tutti trarrebbero vantaggio. Ne va della sicurezza nazionale. E’ inconcepibile che si concedano permessi  B o G alla cieca, senza informarsi sistematicamente su eventuali precedenti penali dei richiedenti. Tanto più che, come ben sappiamo, la richiesta del casellario non ha di per sé nulla di straordinario. Ai residenti viene chiesto di presentarlo in varie occasioni. Quindi in Italia se ne facciano una ragione.

Tuttavia il fatto che la richiesta ticinese sia stata approvata con un solo voto di scarto dimostra che c’è comunque una forte opposizione, come spiegarla?

L’unica spiegazione possibile è una scandalosa sudditanza nei confronti dell’UE.

Adesso quali sono i prossimi passi?

L’obiettivo ovviamente è che il plenum del Consiglio degli Stati segua la maggioranza della sua Commissione delle istituzioni politiche. Il sì della Commissione è infatti solo un primo passo. Per far questo occorre che la Deputazione ticinese a Berna, ed in particolare i senatori, facciano lobbying sui colleghi perché il plenum della Camera alta voti come la maggioranza della sua Commissione. Certo non è scontato, ma nemmeno impossibile.

Se anche il Consiglio degli Stati accettasse le iniziative cantonali ticinesi, resta ancora il Nazionale. Il quale,  nel maggio del 2015, ha già respinto una sua mozione a favore del ritorno alla richiesta sistematica del casellario.

Certo, ma anche il Consiglio nazionale può cambiare idea. Tanto più che nel frattempo non solo è cambiata la legislatura, ma la misura ticinese, che nel maggio dello scorso anno era solo agli esordi, ha dimostrato la propria validità, come attestano i dati del governo. Inoltre un eventuale sì del Consiglio degli Stati avrebbe, ovviamente, altro peso rispetto alla proposta di un deputato. E ancora: più passa il tempo, più dovrebbe crescere la consapevolezza dell’importanza di tutelare la sicurezza interna evitando arrivi indesiderati. Soprattutto coi tempi che corrono.

MDD