L’UE vuole farci pagare la disoccupazione dei frontalieri!

Un motivo in più per DISDIRE la devastante libera circolazione delle persone

 

E se il direttore del DFE Christian Vitta si aspetta davvero che “Berna si muoverà”, vuol dire che crede ancora a Gesù Bambino: davanti all’UE, e lo abbiamo visto benissimo nei giorni scorsi, Berna sa solo calare le braghe senza condizioni

Ci sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere. La partitocrazia spalancatrice di frontiere non ha fatto a tempo a tradire il popolo affossando il voto del 9 febbraio, che già i funzionarietti dell’UE ringraziavano i loro camerieri per il servizio svolto e arrivavano con un nuovo “regalo” al Ticino e alla Svizzera.

Certo, perché gli svizzerotti non possono assolutamente azzardarsi a pretendere delle modifiche alla fallimentare libera circolazione delle persone. In compenso i trombati (definizione dell’industriale radikalchic Carlo De Benedetti) di Bruxelles possono cambiare le carte in tavola a piacimento. Naturalmente a nostro danno. Ecco cosa ci si guadagna a gettare la Costituzione nel water per ridursi a zerbini dell’UE!

Nubi all’orizzonte

Cosa è successo, dunque? E’ successo che a Bruxelles vorrebbero cambiare le regole del gioco sulla disoccupazione dei frontalieri. Il progetto è il seguente: in futuro la disoccupazione dei frontalieri non la dovrebbe più pagare lo Stato di residenza, come ora, bensì quello dove i frontalieri hanno lavorato, maturando quindi il diritto alla rendita. Questo cosa vuol dire? Che i 62’200 e rotti frontalieri attivi in Ticino, nel caso perdessero il lavoro riceveranno la disoccupazione svizzera.

Cosa ciò implichi, è chiaro.

Per la Confederazione, un importante onere finanziario in più: così magari ci verranno pure a dire che per pagare la disoccupazione ai frontalieri bisogna tagliarla agli svizzeri, perché non ci sono soldi per tutti.

Per il Cantone, un pesante onere amministrativo. Se, come sostiene il sindacato OCST, i frontalieri italiani disoccupati sono circa 8000, significa che in Ticino gli URC dovranno assumere un bel po’ di funzionari in più per gestire gli incarti dei disoccupati frontalieri! E chi paga il conto? I balivi di Bruxelles o il contribuente di questo sempre meno ridente Cantone?

La beffa

E non è finita: se otterranno la disoccupazione in Svizzera, i frontalieri si iscriveranno tutti agli Uffici regionali di collocamento. Di conseguenza, beneficeranno delle misuricchie decise a Berna nell’ambito dell’affossamento del 9 febbraio, che mirano a sostenere (?) gli iscritti all’URC, indipendentemente dalla residenza! Quindi anche i frontalieri! Ennesima dimostrazione che la preferenza indigena votata dal popolo è stata totalmente sotterrata dai lecchini bernesi dell’UE.

Iniziative sciagurate

E’ il massimo: con la tassazione ordinaria dei frontalieri, il Cantone rischia di dover assumere nuovi funzionari del fisco per calcolare le deduzioni cui avranno diritto i frontalieri: quindi più spesa per meno gettito. Con questa nuova trovata della disoccupazione pagata dallo  Stato dove il frontaliere lavorava, dovremmo potenziare gli URC apposta per i disoccupati residenti oltreramina.

Quanto ci verranno a costare queste sciagurate iniziative?

Nuova calata di braghe

E’ ovvio che a fare le spese della nuova scelleratezza sulla disoccupazione dei frontalieri attualmente al vaglio di Bruxelles sarà chi di frontalieri ne ha tanti. In prima linea il Ticino.

Ed infatti il direttore del DFE Christian Vitta – subito dopo che il suo partito, il PLR, a Berna ha annientato il voto del 70% dei ticinesi sul 9 febbraio – ha suonato il campanello d’allarme. “Berna deve muoversi, occorre un dibattito politico (?) all’interno della Svizzera”, ha dichiarato Vitta alla RSI.

Se il buon Christian si aspetta davvero che Berna si muoverà per un problema che riguarda in prima linea il Ticino, vuol dire che crede ancora a Gesù bambino (vabbè che siamo vicini a Natale). Come abbiamo visto negli scorsi giorni, nei rapporti con l’UE Berna non ha che un motto: calare le braghe ad altezza caviglia, sempre e comunque.

Disdire la libera circolazione
Complimenti Consiglio federale, partiti $torici, stampa di regime, padronato, sindacati e spalancatori di frontiere assortiti! Continuate a difendere ad oltranza la libera circolazione delle persone, che così ci arrivano anche i “regali” sulla disoccupazione dei frontalieri!

La soluzione è una sola: DISDIRE il deleterio accordo bilaterale sulla libera circolazione delle persone!

Lorenzo Quadri

 

Vogliono insegnare l’albanese e l’arabo nelle nostre scuole!

I multikulti partoriscono l’ennesima boiata, e il politicante PLR di turno segue

 

Ecco servita l’ultima boiata dei multikulti spalancatori di frontiere: quelli che vogliono fare entrare tutti in Svizzera, mantenerli con i soldi del contribuente, e poi, naturalmente, permettere ad ogni immigrato di fare i propri comodi nel nostro paese. Tale Jürg Brühlmann, esperto di formazione (?) dell’Associazione svizzera dei docenti, ha infatti formulato una proposta davvero “geniale” (si fa per dire): gli allievi “con passato migratorio” (ormai per i politikamente korretti anche la parola “straniero” è diventata tabù) devono poter seguire le lezioni nella loro lingua madre. Perché le competenze linguistiche sono fondamentali per l’apprendimento di tutte le materie e blablabla.

Ansia da prestazione

Se la  balorda proposta dovesse trasformarsi in realtà, nella scuola svizzera ci sarebbero lezioni in albanese, in arabo, in serbo-croato, e in svariate decine di idiomi esotici (chi paga i docenti di tigrino e di swahili?). Avanti con la genuflessione nei confronti degli immigrati! Le loro richieste, è ovvio, sono ordini per i politicanti svenduti. Costoro vanno in ansia da prestazione se non riescono non solo ad accontentarle tutte, ma addirittura a prevenirle! (I risultati delle votazioni popolari, invece, possono venire tranquillamente gettati nel water: tanto gli svizzerotti mica scendono in piazza col forcone. E, discriminando gli svizzerotti, non si viene accusati di “razzismo”).

Libido alle stelle

Immaginiamo che i moralisti a senso unico e gli intellettualini da tre e una cicca sperimenteranno la massima libido  davanti alla proposta del buon Brühlmann.  Che naturalmente vuole introdurre in Svizzera un sistema che non esiste da nessun’altra parte del mondo. Ma noi, quando si tratta di accoglienza scriteriata, dobbiamo dare l’esempio!

Intanto gli svizzerotti, che hanno un quarto di popolazione straniera, senza contare le naturalizzazioni facili, ed un saldo migratorio dalla sola UE (quindi senza i finti rifugiati e gli extracomunitari) di 80mila persone all’anno, vengono accusati di razzismo e di xenofobia. E i “nostri” (s)governanti, invece di rispondere per le rime, recitano pure il mea culpa.

E’ un PLR

Il Consigliere di Stato basilese Christoph Eymann, presidente della Conferenza dei direttori cantonali dell’educazione, si è affrettato a dichiarare che la “proposta è degna di essere esaminata”. Prendere nota: il buon Eymann è un PLR.

Quindi questo partito cameriere dell’UE non solo è in prima linea nella cancellazione del “maledetto voto” del 9 febbraio, ma è pure d’accordo di inserire l’arabo, l’albanese, il serbo-croato, eccetera tra le lingue d’insegnamento scolastico (naturalmente a spese del contribuente). Alla faccia della difesa e della promozione della nostra identità.

Interessante: Oltregottardo si cancella l’insegnamento dell’italiano, che è lingua nazionale. Però c’è chi vorrebbe insegnare l’albanese e l’arabo. E il presidente PLR della Conferenza cantonale dei direttori applaude.

Stimolo alla ghettizzazione

Con l’ennesima scempiaggine multikulti dell’insegnamento della e nella lingua d’origine si incitano gli  scolari stranieri a non integrarsi, e a ghettizzarsi tra loro. Ma non sia mai che noi si osi pretendere alcunché dagli immigrati! Solo diritti e nessun dovere: non vorremo mica passare per “beceri populisti e razzisti”!

Avanti così: continuiamo ad inginocchiarci davanti agli ultimi arrivati a scapito degli svizzeri, che andremo molto lontano. Le risorse per insegnare le lingue nazionali nelle scuole non ci sono; per la civica men che meno. Del resto insegnare i fondamenti delle nostre istituzioni non è politikamente korretto, visto che la Svizzera va svenduta all’UE. Per insegnare l’arabo e l’albanese, invece, le risorse ci sono eccome!

Quale sarà la prossima geniale proposta degli spalancatori di frontiere multikulti? Magari che l’albanese, l’arabo eccetera li dovranno obbligatoriamente imparare gli svizzeri, affinché gli immigrati non si sentano “discriminati” in casa nostra? Ma andate a Baggio a suonare l’organo!

Lorenzo Quadri

 

Segreto bancario nella Costituzione: il Sì del Consiglio nazionale all’iniziativa. Almeno una decisione sensata sono riusciti a prenderla

Ohibò: la maggioranza del Consiglio nazionale almeno una decisione decente l’ha presa. Quella sull’iniziativa “per la protezione della sfera privata”. Ossia per l’inserimento del segreto bancario degli svizzeri nella Costituzione federale. La Camera del popolo ha infatti deciso di appoggiare sia l’iniziativa che il controprogetto. Controprogetto che è farina del sacco commissionale (gli scienziati del Consiglio federale proponevano di semplicemente respingere la proposta).

Gli antefatti sono noti. L’ex ministra del 5% Widmer Schlumpf ha smantellato senza contropartita il segreto bancario dei clienti esteri della piazza finanziaria elvetica. In questo modo ha arrecato un danno incalcolabile all’economia ed all’occupazione in Svizzera; Ticino ovviamente compreso. Per non parlare del crollo del gettito fiscale. Ecco chi svuota le casse pubbliche: Widmer Schlumpf ed i suoi reggicoda, a partire dai kompagni. Ovviamente i paesi che attaccavano la Svizzera per il segreto bancario si sono ben guardati dal mettersi in regola: i loro “paradisi” se li tengono ben stretti. Ed anzi ci sono piazze finanziarie USA che, con una tolla senza pari, si propagandano come “la nuova Svizzera”.

A rischio

Sappiamo anche che l’ex ministra del 5%, dopo aver dichiarato che il segreto bancario per gli svizzeri “non è in discussione”, ha poi tentato di farne passare l’abolizione in Consiglio federale. L’operazione finora non è riuscita. Ma verrà senz’altro ritentata. Il tutto chiaramente nell’ottica della servile sottomissione a norme ed organismi internazionali.

A ciò si aggiunge che, proprio nella sessione appena trascorsa, il Consiglio degli Stati ha affossato la proposta di lasciare ai Cantoni l’autonomia di introdurre delle amnistie fiscali una tantum: quindi non uno scudo fiscale sul modello italiano, ma un’operazione che il contribuente vede, di fatto, una volta nella vita. Il rischio concreto è quindi quello che il segreto bancario cada senza nemmeno la possibilità di mettersi in regola. Questo per chi ha qualcosa di non dichiarato.

La criminalizzazione

Per tutti, invece, la fine della privacy finanziaria costituisce l’introduzione della cultura (o piuttosto dell’incultura) della sfiducia, del sospetto e della criminalizzazione nei rapporti tra stato e cittadino. Chi ha un conto in banca è di principio un bieco evasore fiscale, fino a prova del contrario. Un’incultura che è estranea alla tradizione elvetica: viene mutuata da realtà a noi vicine. Da notare che i kompagni, sempre in prima fila quando c’è da criminalizzare ad oltranza chi ha qualche spicciolo non dichiarato, poi difendono gli stranieri che abusano dello Stato sociale e gli immigrati clandestini. Perché questi non danneggiano le casse pubbliche, nevvero? Oppure le casse pubbliche devono essere piene proprio per poter mantenere tutti i “furbi” in arrivo dai quattro angoli del globo, perché “devono entrare tutti”?

Primo appoggio

Quello compiuto dal Consiglio nazionale è, all’atto pratico, un piccolo passo. Nel senso che 1) l’oggetto deve ancora essere discusso dal Consiglio degli Stati e 2) comunque la decisione spetta al popolo. Tuttavia è un segnale importante: il primo appoggio istituzionale al salvataggio dei rimasugli del segreto bancario tramite inserimento nella Costituzione.

Certo che “magari” ci si poteva anche svegliare un po’ prima. Perché – ad esempio – i liblab che adesso sostengono l’iniziativa “per la protezione della sfera privata”, non si sono certo stracciati le vesti per fermare i disastri di Widmer Schlumpf. Anzi, li hanno assecondati.

Xerox

Va infine ricordato che nel 2009, grazie alla lungimiranza del Nano, la Lega lanciò un’iniziativa popolare per inserire il segreto bancario nella Costituzione, che però fallì perché nessun partito nazionale fu disposto ad appoggiarla: l’allora presidente del PLR Fulvio Pelli (quello che “grazie alla libera circolazione delle persone i nostri giovani potranno lavorare a Milano”), ad esempio, sentenziava che il segreto bancario era già “sufficientemente garantito” dalle leggi. Abbiamo visto.

Adesso il popolo potrà decidere su un’iniziativa che è una brutta copia (politica Xerox) di quella della Lega, con l’obiettivo di salvare il salvabile. Non è molto, ma è meglio di un calcio nelle gengive.

Lorenzo Quadri

Costituzione gettata nel water: per la partitocrazia vale come la carta da gabinetto. 9 febbraio: non c’è uno straccio di “preferenza indigena”

 

Il popolo ha preso una decisione storica. I suoi indegni rappresentanti PLR, PPD e P$$ l’hanno cancellata. I funzionarietti di Bruxelles ridono a bocca larga

Nessuna sorpresa era ormai possibile, visto che le differenze tra il Consiglio degli Stati ed il Consiglio nazionale a proposito del “maledetto voto” del 9 febbraio erano poca cosa. Infatti sull’obiettivo fondamentale la maggioranza PLR-P$$-PPDog di entrambe le Camere ed il Consiglio federale erano perfettamente d’accordo: buttare nel water il nuovo articolo costituzionale 121 a, sgradito all’élite spalancatrice di frontiere. Ed è esattamente quello che hanno fatto. Di conseguenza, il dibattito non verteva ormai più sull’attuazione del  voto del 9 febbraio, dal momento che questo è stato vergognosamente cancellato. Il dibattito sulle “divergenze” è stato in realtà un dibattito su delle semplici misuricchie accompagnatorie: provvedimenti da tre e una cicca che, come già scritto in più occasioni, non necessitavano affatto di una modifica costituzionale. La limitazione dell’immigrazione, i tetti massimi, i contingenti, la preferenza indigena, in breve quanto deciso dal popolo, non erano da tempo più un tema di discussione.

Frontalieri avvantaggiati

Infatti, parlare di preferenza indigena – light o meno light – è una presa per i fondelli. Nella ciofeca uscita dal parlamento non c’è uno straccio di preferenza indigena. Il triciclo PLR-PPDog-P$$ si è pervicacemente rifiutato di inserire, in qualsivoglia articolo o paragrafo o lettera, la parola “residente”. Perché se la faceva sotto al solo pensiero di misure di ritorsione (quali?) da parte dell’UE. Il controprogetto-ciofeca è, semmai, un tentativo abortito di agevolare gli iscritti agli uffici regionali di collocamento (URC). Ma agli URC si possono iscrivere anche i frontalieri, e pure coloro che arrivano in Svizzera dalla fallita UE per cercare lavoro. Questa NON preferenza indigena, dunque, non impedirà ad un solo frontaliere di lavorare al posto di un ticinese. E non limiterà in alcun modo l’immigrazione. Al contrario: un frontaliere iscritto all’URC sarà addirittura avvantaggiato rispetto al ticinese che non è iscritto.

Libera circolazione: un flop

L’iniziativa “contro l’immigrazione di massa” chiedeva che la Svizzera potesse tornare a decidere autonomamente la propria politica migratoria. La “lozza” uscita dalle Camere federali va nella direzione opposta. Infatti essa non fa che confermare la libera circolazione senza alcun limite. Come se il 9 febbraio non ci fosse nemmeno stato.

Tre quarti di coloro che sono immigrati in Svizzera approfittando della libera circolazione non lavorano, e solo il 20% di quelli che lavorano sono impiegati in settori dove c’è carenza di manodopera residente (recente studio di Zurigo). Quindi solo un quinto di un quarto degli immigrati serve all’economia. Un quinto di un quarto, se la matematica non è un’opinione, fa un ventesimo. Sicché la libera circolazione delle persone è un flop totale: lo dicono i numeri. La sua motivazione non è affatto economica, e non c’entra un tubo con il benessere della Svizzera. Queste sono semplici pippe ideologiche. La vera spiegazione l’ha detta un deputato verde durante il dibattito sulla cancellazione del 9 febbraio: la libera circolazione è un atto di apertura della Svizzera nei confronti degli stranieri. Gli unici a trarne vantaggio sono questi ultimi.

Rappresentanti indegni

Sotto le cupole federali tutti, compresa la kompagna Simonetta “dobbiamo aiutare l’Italia” Sommaruga, hanno ammesso che il compromesso-ciofeca viola la Costituzione per genuflettersi davanti all’UE. Il Parlamento ed il Consiglio federale hanno cancellato con un colpo di spugna la volontà popolare ed un articolo della Costituzione. Uno scandalo del genere non ha precedenti. Fosse successo in qualsiasi altro paese al mondo, la popolazione sarebbe già scesa in piazza con i forconi. Gli svizzerotti, invece, si fanno andare bene tutto. E i funzionarietti dell’UE se la ridono a bocca larga. Il popolo svizzero, il 9 febbraio 2014, ha preso una decisione storica. I suoi indegni rappresentanti l’hanno annullata. E, tanto per mettere la ciliegina sulla torta, si è pure dovuto assistere allo squallido spettacolo del PLR che si bulla dell’osceno inciucio con il P$ per far passare in parlamento la sottomissione più servile possibile ai balivi di Bruxelles. Ma il “lingua in bocca” tra i due partiti si spiega facilmente: i liblab calpestano il “maledetto  voto” perché vogliono la manodopera straniera a basso costo con cui soppiantare i residenti. I kompagni invece lo fanno perché “devono entrare tutti”.

Osiamo sperare che i cittadini, ed in particolari quelli ticinesi, se ne ricorderanno alle prossime elezioni!

Lorenzo Quadri

Ecco come il Belpaese ringrazia gli svizzerotti per l’aiuto nel gestire i migranti. Un nuovo centro per finti rifugiati a due passi da Chiasso!

 

Quali sono state le ultime strabilianti dichiarazioni della kompagna Simonetta Sommaruga? Che dobbiamo (?) aiutare ancora di più l’Italia a gestire il caos asilo? Evidentemente “dobbiamo” aiutarla a titolo del tutto volontario, senza avere alcun obbligo in questo senso. Non sia mai che gli svizzerotti non facciano i primi della classe quando si tratta di dare l’esempio nel farsi carico di finti rifugiati che spettano ad altri.

Sommaruga promette

Sicché la kompagna Sommaruga di recente è andata a Roma a promettere all’Italia il nostro (ulteriore) aiuto. Su autorizzazione di chi abbia fatto tale promessa, non è dato di sapere. Tanto più che la stessa Simonetta nel recente passato ha raccontato ai cittadini elvetici la storiella di aver proposto una “riforma” dell’asilo di tipo restrittivo. Così restrittiva che, a difenderla in votazione popolare, sono scesi in campo proprio gli spalancatori di frontiere.

Fare i primi della classe andando a promettere soccorsi non obbligatori e nemmeno richiesti, che naturalmente si traducono nella presa a carico da parte nostra di un numero sempre maggiore di migranti economici che in realtà spettano ad altri, non sembra proprio rientrare nell’ordine di una politica d’asilo “più restrittiva”. Semmai si iscrive nel notorio motto $inistrorso del “devono entrare tutti”.

In Spagna…

Fatto sta che la ministra di giustizia è andata nel Belpaese a lodarlo per il lavoro fatto sul caos asilo, ed a promettere collaborazioni ed aiuti. Chissà se le è passato dall’anticamera del cervello di far notare che lo scorso anno in Spagna sono arrivanti solo 18mila finti rifugiati perché la Spagna riporta in Africa le imbarcazioni con a bordo i clandestini, mentre l’Italia lascia spalancata la rotta mediterranea, con tutte le conseguenze del caso anche per noi?

Il nuovo centro

Certamente la missione italiana di Sommaruga è stata un trionfo su tutta la linea, se si pensa a quanto successo solo un paio di giorni fa. Giovedì si è infatti appreso che i nostri vicini a sud intendono creare un bel centro asilanti, con almeno un centinaio di posti, in quel di Cavallasca, ossia a 450 metri da Chiasso, nelle immediate vicinanze del valico di Pedrinate (valico non sorvegliato).  La struttura dovrebbe aprire i battenti la prossima estate. Ciò significa evidentemente che gli ospiti “in libera uscita” del nuovo centro italico se li cuccherà il comune di Chiasso, che già ha il suo bel daffare con gli arrivi clandestini. Comprensibile e sacrosanto lo sconcerto del municipio della città di confine.

Il ringraziamento

Certo che questo tipo di collaborazione è geniale:  la Svizzera promette aiuti a titolo puramente volontario, e per tutto ringraziamento si vede rifilare un nuovo centro asilanti a ridosso del confine.  A Sommaruga durante la “vacanza romana” è stato detto qualcosa al proposito? Oppure i venditori di padelle dell’appena riciclato governo Renzi hanno ritenuto opportuno far finta di niente?

E il buon Roberto Maroni, governatore della Lombardia, per il quale ultimamente Palazzo delle Orsoline sembra diventato quasi una seconda casa, ha informato il governo ticinese sul nuovo centro per migranti economici di Cavallasca?

Come di consueto i vicini a sud sono bravissimi quando si tratta di circuire – a suon di lapa – gli svizzerotti fessi, ottenendo concessioni di ogni tipo. Quando arriva il momento di fare la propria parte, invece…

Intanto a Calais…

A Calais sono da poco terminati i lavori del muro anticlandestini realizzato dal governo britannico, alto quattro metri e lungo un km. Da noi, invece, Berna non procede nemmeno alla chiusura notturna dei valichi secondari con il Belpaese, malgrado quest’ultima sia stata decisa da anni. Ora sappiamo che la prossima estate a poche centinaia di metri da uno di questi valichi e dalla frontiera verde, malgrado la protesta della popolazione locale, aprirà i battenti un centro asilanti.

Qualcuno ha ancora il coraggio di venirci a dire che non dobbiamo costruire un bel MURO sul confine col Belpaese e chiudere le dogane secondarie non solo di notte, ma anche di giorno?

Lorenzo Quadri

Tassazione ordinaria dei frontalieri, Quadri: “nuovo ed inutile schiaffo al Ticino”. Necessario limitare i danni, altrimenti blocco dei ristorni

 

La fetecchiata è servita. La “famosa” legge, voluta dall’ex ministra del 5% Widmer Schlumpf, che permette l’imposizione dei frontalieri in via ordinaria, è dunque stata licenziata dalle Camere federali. I Cantoni rimangono per lo meno liberi di fissare il moltiplicatore per il calcolo dell’imposta alla fonte dei frontalieri: si ricorderà che il Gran consiglio ticinese decise nel novembre 2014 di portare il moltiplicatore cantonale per i permessi G dal 78% al 100%. Quindi Berna non obbligherà il Ticino a fare retromarcia (perdendo una ventina di milioni all’anno).

I frontalieri potranno tuttavia, in base alle nuove norme, far valere lo statuto fiscale di quasi-residenti e quindi chiedere a certe condizioni di venire tassati in via ordinaria. Una situazione assai svantaggiosa per il nostro Cantone, che il Mattino ha segnalato a più riprese. Il consigliere nazionale leghista Lorenzo Quadri ha presentato un atto parlamentare sul tema.

“Permettere ai frontalieri di chiedere la tassazione ordinaria significa metterli al beneficio delle deduzioni che spettano ai residenti – osserva Quadri -. Per l’erario ticinese, ciò costituirebbe una doppia penalizzazione. Da un lato meno gettito fiscale, a causa appunto delle deduzioni. Dall’altro più spese amministrative, ossia in concreto la necessità di assumere più tassatori per calcolare le deduzioni dei frontalieri. Quindi più costi per meno entrate: un flop su tutta la linea. E’ vero che questa regolamentazione avrebbe in teoria durata limitata; nel senso che, per quel che riguarda il Ticino, verrebbe a cadere con l’eventuale applicazione dei nuovi accordi con l’Italia sulla fiscalità dei frontalieri. Ma, come sappiamo, l’entrata in vigore di questi accordi, che da anni viene indicata come “imminente”, è in realtà rimandata ad un indefinito futuro; a maggior ragione in considerazione dell’attuale situazione politica del Belpaese”.

Il Consiglio federale sostiene che consentire ai frontalieri l’accesso alla tassazione ordinaria è obbligatorio dopo che il Tribunale federale ha deciso in questo senso nel 2010.

Questa è semmai la dimostrazione che non era necessaria alcuna modifica legislativa. La sentenza del TF è di quasi sette anni fa; nel frattempo non è successo nulla. Quindi si poteva benissimo andare avanti così. Perché bisogna sempre ed immancabilmente adeguarsi quando si tratta di avvantaggiare i frontalieri a danno dell’erario pubblico? E’ autolesionismo. Inoltre, un governo ed un parlamento che non si fanno alcuno scrupolo nel calpestare la Costituzione e la democrazia, possono benissimo permettersi di restare inattivi anche davanti ad una vecchia sentenza del TF che, come detto, costituisce solo un ingiustificato regalo ai frontalieri, a nostro danno.

Si tratta quindi di una questione di volontà politica?

Si tratta di una questione di volontà politica, che va sempre nella stessa direzione: invece del “Prima i nostri”, la regola è immancabilmente “Prima gli altri”. La questione dell’imposizione ordinaria dei frontalieri non è che un un’ulteriore dimostrazione. Come detto, il tema è rimasto nel cassetto per anni; poteva rimanerci ancora. Il fatto che ciò non sia avvenuto costituisce l’ennesimo schiaffo al Ticino da parte dell’ex Consigliera federale Widmer Schlumpf, visto che è stata lei a proporre la modifica legislativa al governo e poi al parlamento. Quando non ce ne sarebbe stato alcun bisogno.

Esiste un modo di limitare il danno?

Limitare il danno è possibile, ed è questo il senso della mia interpellanza. Qua e là il Consiglio federale ha dichiarato la volontà di mantenere la soglia di reddito di 120mila Fr/anno per poter accedere alla tassazione ordinaria. Se questa soglia venisse mantenuta la grande maggioranza dei frontalieri, circa il 90%, che ha un reddito inferiore a 120mila Fr all’anno, non avrebbe accesso alla tassazione ordinaria con tutte le conseguenze negative del caso per il Ticino. Il mantenimento di questa soglia è peraltro auspicato anche dal Consiglio di Stato. Ho quindi chiesto conferma in tal senso al Consiglio federale, visto che la fissazione del reddito-soglia è di sua competenza.

E se il Consiglio federale non confermasse, rispettivamente se abbassasse in modo importante questa soglia?
Si tratterebbe dell’ennesima calata di braghe. In quel caso il Ticino dovrebbe cominciare a tutelarsi bloccando finalmente il versamento dei ristorni dei frontalieri. Tanto più che per compiere questo passo i motivi non mancano di certo.

MDD

In Ticino record di incidenti stradali. Ennesimo regalo dell’invasione da sud!

 

Ohibò, adesso salta fuori il sondaggio di Axa Winterthur che viene a dirci che i ticinesi sono i conducenti che fanno più danni a livello nazionale. Nel nostro Cantone si registrerebbe il 20% di incidenti in più rispetto alla media svizzera.

I ticinesi sarebbero dunque dei pirati della strada, oppure degli impediti che non sanno guidare? O magari c’è dell’altro?

Secondo gli stessi autori dello studio, nel leggere la loro statistica bisogna tenere conto del fatto che in Ticino tante strade sono strette e con scarsa visibilità. E soprattutto c’è molto traffico. Niente di strano quindi che ci siano più incidenti che altrove. Qui casca l’asino. Perché c’è molto traffico in Ticino? Forse perché ogni giorno entrano in questo Cantone 62’200 frontalieri, naturalmente uno per macchina, nonché svariate migliaia di padroncini, che non solo intasano, ma portano anche al degrado infrastrutturale una rete viaria che non è concepita per assorbire simili carichi?

E magari, quando si guarda il numero degli incidenti, in Ticino bisogna considerare che i frontalieri, proveniendo dal Belpaese, ne hanno anche lo stile di guida, che non è propriamente svizzero tedesco?

I pirati della strada

Sarebbe poi interessante sapere, ma questo “naturalmente” dalla statistica Axa Winterthur non emerge, quanti degli incidenti conteggiati in Ticino sono stati provocati da conducenti stranieri e quanti da ticinesi. Perché una cosa va ricordata. Il bidone Via Sicura, quello che punisce un eccesso di velocità senza alcuna conseguenza più duramente di una rapina, nasce come risposta ai pirati della strada, che oltregottardo vengono definiti “Raser”. In prima linea si pensava di sanzionare in modo “esemplare” chi organizza le gare in autostrada o sulle strade cantonali. In questo giusto intendimento, la $inistra populista ha visto subito un’occasione d’oro per criminalizzare tutti gli automobilisti, mica solo i “Raser”. I politikamente korretti ci sono cascati come polli d’allevamento e hanno seguito. E adesso ci troviamo con il bidone via Sicura.

Già, ma chi sono quei “casi estremi” che hanno messo nella palta tutti gli automobilisti? Chi sono i pirati della strada, i “Raser”? Chi sono i delinquenti che organizzano le gare in autostrada e sulle strade cantonali?

Risposta: sono tutti giovani stranieri. Possiamo ringraziare loro se gli automobilisti vengono criminalizzati in modo globale a colpi di Via Sicura.

Per questo, leggendo le statistiche che dipingono i ticinesi come dei conducenti scriteriati, sarebbe interessante sapere se si sta parlando  davvero dei ticinesi o di qualcun altro.

Lorenzo Quadri

 

Macelleria postale: lo smantellamento prosegue

La mannaia si abbatte anche sulle caselle, mentre il CdS si illude che sarà ascoltato

 

Il Consiglio di Stato ticinese ha di recente incontrato una delegazione della dirigenza della Posta. Tema della riunione, le nuove strategie del cosiddetto Gigante giallo, che come sappiamo intende chiudere 600 uffici postali da qui al 2020, in un’operazione che interesserà anche 1200 collaboratori. Questo malgrado la Posta realizzi 700 milioni di utili all’anno: quindi non si trova affatto nella necessità di tagliare per pareggiare i conti (e men che meno per sopravvivere).

Dal momento che la Posta in questo sempre meno ridente Cantone occupa oltre 1400 persone, è  chiaro che anche il Ticino sarà pesantemente toccato dalle iniziative dei “grandi strateghi” gialli.

Da notare, ma tu guarda i casi della vita, che se al momento dell’annuncio della riforma i manager postali “non escludevano” licenziamenti, adesso li danno per certi (tipica tattica del salame).

Ci sono le app

E’ chiaro che ad essere penalizzate dalla chiusura di uffici postali saranno in particolare le regioni periferiche. Ma per gli adrenalici manager gialli non c’è problema: tanto ci sono le app per telefonino. Come no. Peccato che, diversamente dai finti rifugiati, mica tutti gli svizzeri hanno lo smartphone ultimo modello. E mica tutti sono d’accordo di farsi monitorare in qualsiasi cosa facciano, pagamenti compresi, dal “grande fratello” della rete; ciò in barba alla famosa privacy che sta sempre più diventando un vago ricordo.

Vago ricordo

Come un vago ricordo rischia di diventare l’importante ruolo di datore di lavoro  delle ex regie federali, che sta andando allegramente a farsi benedire. Il che è particolarmente problematico in Ticino, dove anche sulla piazza finanziaria è in atto un’emorragia di impieghi. Vedi svendita del segreto bancario, vedi sfacelo della BSI e conseguenti licenziamenti (in entrambi i casi i responsabili ci sono e sono noti. Vero ex ministra del 5%? Vero Sir Alfred?).

Nuova sorpresa

Nei giorni scorsi è arrivata l’ultima sorpresa targata gigante giallo: la Posta intende penalizzare con una sanzione mensile di 20 franchi i titolari di una casella postale che non ricevono almeno tre lettere al giorno. Questa misura va a colpire chi il servizio postale a domicilio non ce l’ha – magari perché vive in una zona discosta – o chi ce l’ha ma è “poco funzionale” perché la corrispondenza viene recapitata dopo mezzogiorno. Non per tutti la casella postale è un capriccio. Ovviamente i grandi strateghi del Gigante giallo sosterranno che ci sono le email…

Lo smantellamento del servizio pubblico è in atto, ma qualcuno manca all’appello: il  Consiglio federale ed in particolare la ministra dei trasporti e delle telecomunicazioni Doris Leuthard, PPD, da cui non viene un cip. Letargo? Oppure l’è tüt a posct?

Pie illusioni

Il Consiglio di Stato ha dunque senz’altro fatto bene ad incontrare i vertici della Posta per esprimere le proprie preoccupazioni. Peccato che si tratti di parole al vento, visto che il CdS non ha voce in capitolo. Il copione è quello già visto “x volte” in occasione delle chiusure di uffici postali nei comuni. Il municipio interessato protesta, la Posta prende atto e poi chiude lo stesso perché “ne ha facoltà”. Così andrà anche con i Cantoni. Gli appelli del governo ticinese  cadranno nel vuoto. La Posta li ascolta solo pro forma, poi fa quello che vuole. Se non si muove la proprietà, ossia la Confederazione, la linea dei manager postali non cambierà di una virgola. E Berna si muoverà? C’è da dubitarne. I  partiti, almeno finora, non hanno fatto una piega davanti alla macelleria annunciata. Inoltre e soprattutto: gli utili della Posta, che sono una forma di tassazione indiretta, tornano molti comodi al Consiglio federale, il quale può poi servirsene come gli torna più comodo. Ad esempio per finanziare finti asilanti o per versare aiuti all’estero.

Lorenzo Quadri

Burqa patata! Anche la Merkel vuole vietare il velo integrale

Ma come, non doveva essere un non problema? E la CDU a gamba tesa anche sui migranti

Ma tu guarda i casi della vita. Quando in Ticino un comitato guidato dal “guastafeste” Giorgio Ghiringhelli lanciò l’iniziativa popolare per vietare la dissimulazione del viso, i politikamente korretti fautori del disastroso multikulti ne fecero di ogni per sminuire la proposta e soprattutto – come è uso tra gli autocertificati detentori della “morale” – per squalificare i proponenti. Questi ultimi vennero etichettati come dei beceri xenofobi senza niente di meglio da fare che sollevare “non problemi” e con essi far perdere tempo alle istituzioni.

Quando il 65% dei ticinesi approvò il divieto di burqa in votazione popolare, i moralisti a senso unico non mancarono di strillare al populismo, al razzismo e all’islamofobia (a queste cerchie, autoerotizzarsi cerebralmente con le “fobie” procura il massimo godimento).

Quando si trattò di concedere la garanzia federale alla modifica della Costituzione ticinese, alle camere federali la $inistruccia montò in cattedra per difendere la libertà (?) delle donne di venire costrette da padri, fratelli e mariti a girare nascoste sotto un pastrano integrale. Certo che la $inistra che parla di libertà fa leggermente sorridere: potendo, i kompagnuzzi introdurrebbero un nuovo divieto al giorno e, a quelli che non la pensano come loro, toglierebbero subito la libertà di espressione come pure il diritto di voto, visto che si tratta di “beceri”. Anche il Consiglio federale, pur costretto dalla sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo favorevole alla legge antiburqa francese ad approvare anche il divieto ticinese, non mancò di deplorarlo e di sciacquarsi la bocca con le “aperture”: non sia mai che a qualche immigrato, magari a carico dello stato sociale, venga impedito di fare in Svizzera tutti i propri comodi.

Islamofobi?

Adesso invece tutti parlano di vietare il burqa. Il parlamento olandese ha deciso di recente in questo senso. E nei giorni scorsi anche l’Anghela Merkel, prima responsabile del caos asilo in Germania ed in Europa, ha detto, al congresso della CDU, che il velo integrale va proibito.

Ma come, non doveva essere un “non problema”? Ma come, i sostenitori del divieto non erano dei beceri xenofobi islamofobi?

Inoltre: visto quello che sta succedendo in numerose moschee nel nostro paese, dove si predica la jihad grazie a finanziamenti in arrivo da paesi retti dall’islam radicale ed espansionista, “forse” l’islamofobia è una necessità difensiva. No all’islamizzazione della Svizzera!

Tetto massimo per asilanti

Ma oltre alla volontà della Cancelliera tedesca di vietare il burqa ed il niqab – la responsabile del caos asilo doveva pur dire qualcosa per recuperare consensi – dal congresso della CDU di cui sopra è emersa un’altra indicazione interessante. Ossia che l’ala destra bavarese del partito chiedeva l’introduzione di un tetto massimo di 200mila migranti all’anno. Notare che stiamo parlando di un partito democristiano, mica dei “populisti e razzisti” di Alternative für Deutschland.

Le proporzioni

Le proporzioni sono presto fatte. Visto che la Svizzera ha un decimo degli abitanti della Germania, il nostro tetto massimo dovrebbe essere di 20mila domande. Invece navighiamo attorno al doppio, ma guarda un po’… E poi veniamo accusati di “chiudere illegalmente le frontiere” violando i diritti dell’uomo.

E non solo: la kompagna Simonetta Sommaruga va in giro ad impegnarsi a destra e a manca, o meglio a nord e a sud, promettendo che la Svizzera si farà carico di sempre più asilanti nell’ambito dei programmi di ricollocamento dell’UE; i quali programmi però non sono per noi vincolanti. Traduzione: accogliamo sempre più finti rifugiati su base assolutamente volontaria. E perché? Ma “per dare l’esempio”! Sommaruga ha detto proprio così: per dare l’esempio. E per fortuna che, secondo la partitocrazia spalancatrice di frontiere, la politica d’asilo elvetica sarebbe diventata “più restrittiva”. Come no. Sempre “per dare l’esempio” la kompagna Simonetta gli asilanti li ospiterà a casa propria?

Lorenzo Quadri

Salviamo almeno il segreto bancario degli svizzeri

Dopo la vergognosa calata di braghe su uno dei motori della nostra economia

La prossima settimana il Consiglio nazionale dibatterà sull’iniziativa “Sì alla protezione sfera privata”. L’iniziativa, riuscita nel 2014 con oltre 117 mila firme, chiede di inserire nella Costituzione la tutela del segreto bancario almeno per i residenti in Svizzera, tramite modifica dell’articolo 13 (protezione della sfera privata).

“Grazie” a Widmer Schlumpf

Grazie all’ex ministra del 5% Widmer Schlumpf – una marionetta della $inistra spalancatrice di frontiere – la Svizzera, attaccata a livello internazionale per il segreto bancario, ha calato immediatamente le braghe, cedendo su tutta la linea e senza ottenere nulla, o ben poco, in cambio. La maggioranza parlamentare naturalmente ha seguito, gettando scriteriatamente a mare uno dei motori economici del paese. Al punto che ancora in questa sessione parlamentare si voteranno accordi sullo scambio di informazioni bancarie con stati campioni di corruzione come il Brasile. Perché sicuramente ci sono tanti svizzeri che hanno dei conti in banca in Brasile, nevvero? Di certo l’erario elvetico incasserà milioni da questo accordo, come no…

Gli altri non si adeguano

Intanto, come sappiamo, mentre gli svizzerotti sono corsi ad adeguarsi alle nuove pretese in materia di scambi di informazioni bancarie, altri si sono ben guardati dal farlo. A partire dagli accusatori del nostro paese. Addirittura ci sono piazze finanziarie USA che, con incredibile faccia di tolla, si pubblicizzano come “la nuova Svizzera”. La quale ha raschiato il fondo del barile accettando, sempre grazie all’ex ministra del 5%, il Diktat Fatca, con cui gli Stati Uniti sono venuti a dettar legge in casa nostra.

In tempo di record si è così distrutto un sistema che garantiva benessere al paese e a decine di migliaia di famiglie svizzere. E senza alcuna contropartita. Le conseguenze saranno pesantissime anche per il Ticino, in termini di occupazione, di potere d’acquisto, di gettito fiscale.

Il prossimo passo

Spazzato via il segreto bancario per i clienti esteri della piazza finanziaria, il prossimo passo è quello di cancellarlo anche per i residenti. Si ricorderà che Widmer Schlumpf aveva assicurato che il segreto bancario “degli svizzeri” non era in discussione. Poi, nel giro di poche settimane, ha portato in Consiglio federale un progetto per cancellarlo. Ma, almeno in quell’occasione, una maggioranza di colleghi ha avuto il buonsenso di asfaltarla. L’accaduto fa comunque ulteriore chiarezza sul personaggio che il duo P$-PPDog ha messo abusivamente in Consiglio federale per 8 anni di disastri che non potranno mai essere riparati.

Decretare l’altolà

E’ ovvio che i tentativi di smantellare il segreto bancario per gli svizzeri, anche sotto la pressione dei Cantoni, continueranno. Perché, secondo il “nuovo corso” internazional-$inistrorso il risparmiatore (come l’automobilista) è un delinquente. Il rapporto di fiducia tra cittadino e Stato, uno dei cardini della Svizzera, deve dunque essere spazzato via e sostituito da una criminalizzazione in stile fallita UE. Bisogna “aprirsi”, “adeguarsi”, diventare uguali a tutti gli altri!

E’ quindi necessario decretare subito l’altolà ai rottamatori delle specificità svizzere, inserendo quel che resta della protezione della sfera privata finanziaria nella Costituzione.

La privacy

A battersi contro la tutela della privacy finanziaria è la $inistra. Il che di per sé non sarebbe strano, dal momento che i kompagni hanno sempre voluto la fine del segreto bancario, e dei posti di lavoro ad esso legati (però ci sono parlamentari P$$ che si sono fatti eleggere con i voti degli impiegati di banca, spacciandosi per loro sindacalisti). Non fosse che però, per contrastare la nuova legge sui sistemi informativi – quella che serve a dotare l’intelligence svizzera degli strumenti necessari a combattere il terrorismo islamico – la $inistra è pure riuscita a tirare in ballo la tutela della privacy. Sicché, secondo i kompagnuzzi, i risparmiatori svizzeri non hanno diritto alla privacy, ma i sospetti terroristi islamici sì.

Figura marrone

E, anche a proposito di tutela del segreto bancario per i residenti, il Consiglio federale si produce nell’ennesima figura di palta. Infatti, respinge l’iniziativa “Sì alla protezione della sfera privata” senza nemmeno un controprogetto. Perché l’iniziativa potrebbe configurare un ostacolo a livello di rapporti internazionali. I camerieri dell’UE non si fanno ormai alcuno scrupolo nello svendere il paese. Però il controprogetto alla vergognosa iniziativa del “vicolo cieco”, quella che vuole cancellare il “maledetto voto” del 9 febbraio, i sette scienziati l’hanno partorito. Invece di respingerla seccamente al mittente come la schifezza che è. Il controprogetto diretto, che riprende il nucleo della richiesta dell’iniziativa (informazioni bancarie sono possibili solo se c’è un fondato sospetto di frode fiscale o di grave evasione) è infatti  farina del sacco del parlamento.

 Politica Xerox

Va pure ricordato che la Lega, grazie alla lungimiranza del Nano, già nel 2009 lanciò l’iniziativa per inserire il segreto bancario nella Costituzione federale, visto l’aria che tirava. Ma l’iniziativa non riuscì a raccogliere le firme necessarie alla sua riuscita, poiché i partiti nazionali che dicono di sostenere l’economia se ne impiparono. “Inserire il segreto bancario nella Costituzione non serve, è già abbastanza protetto dalla legge” sentenziava ad esempio l’allora presidente del PLR Fulvio Pelli. Abbiamo visto come è andata a finire. E adesso quegli stessi partiti – in nome della politica-Xerox – corrono ai ripari con una brutta copia della proposta della Lega.

L’iniziativa per la protezione della sfera privata è indispensabile per salvare il segreto bancario almeno per i residenti in Svizzera, e va dunque sostenuta.

Lorenzo Quadri

Soldatini della libera circolazione asfaltati tre volte!

Studio sulla sottoccupazione, indagine sulle condizioni di lavoro e ricerca zurighese 

E tutto nel giro di un paio di settimane – le richieste di chiudere la SECO e l’IRE appaiono quanto mai attuali

Tempi decisamente duri per i soldatini della libera circolazione e delle frontiere spalancate. Quelli del “l’è tüt a posct”. Quelli che “il dumping e la sostituzione non esistono, sono solo un’invenzione politica” (traduzione: sono una balla populista e razzista).

Tempi duri, perché nel giro di un paio di settimane i citati soldatini hanno subito asfaltature plurime.

Sono infatti arrivati:

  • Lo studio sulla sottoccupazione, realizzato dall’Ufficio cantonale di statistica (Ustat), che indica come il fenomeno sia raddoppiato in un decennio. Per sottoccupate si intendono le persone impiegate a tempo parziale, ma non per scelta. Vorrebbero lavorare di più, ma devono accontentarsi di quel che passa il convento. Queste persone, “parzialmente disoccupate”, non figurano nelle statistiche farlocche usate dalla SECO. Allo stesso modo in cui non appaiono quelle persone che, dopo aver perso l’impiego, rinunciano a lavorare, e fanno le casalinghe (o i casalinghi) per forza. Se il reddito del partner basta a mantenere l’intera economia domestica, questi disoccupati sfuggono alle statistiche degli URC e dell’assistenza. Ma la loro esclusione dal mondo del lavoro porta meno entrate fiscali per l’ente pubblico e meno potere d’acquisto per i diretti interessati. E’ ovvio che la sottoccupazione dipende dall’invasione da sud. I frontalieri occupano posti di lavoro che altrimenti andrebbero ai residenti. I quali si devono arrangiare come possono.
  • L’indagine sulle condizioni di lavoro effettuata dal sindacato TravailSuisse, dalla quale emerge che quelle del Ticino sono le peggiori della Svizzera. I ticinesi temono di perdere l’impiego (infatti potrebbero venire sostituti con frontalieri da un giorno all’altro) e ritengono che gli stipendi non siano adeguati alle prestazioni richieste (certo, perché gli stipendi non solo non crescono, ma subiscono pressioni verso il basso: si chiama dumping salariale ed è causato dalla libera circolazione delle persone).
  • Qualche giorno fa è arrivata anche la terza asfaltatura. La più esplicita di tutte: lo studio della Divisione dell’economia pubblica di Zurigo pubblicato la scorsa domenica dalla NZZ. Da questa inchiesta risulta che in Ticino solo un frontaliere su sei lavora in settori dove non si trova manodopera locale, e che quattro lavoratori stranieri su cinque non sono necessari. Una conferma esplicita della necessità di applicare subito Prima i nostri (che però la partitocrazia cerca di sabotare).

La sostituzione c’è

Lo studio zurighese dimostra quindi che l’effetto sostituzione, sul nostro mercato del lavoro, c’è eccome. Del resto, negarlo significa negare l’evidenza. I frontalieri sono triplicati in un decennio nel settore terziario. Quindi proprio nel settore in cui non c’è alcuna carenza di manodopera locale, semmai il contrario. Del resto l’Ufficio cantonale di statistica, in uno studio del 2013 (lo abbiamo citato la scorsa domenica) già scriveva che il profilo professionale dei frontalieri è sempre più simile a quello dei lavoratori residenti. Questo significa che i frontalieri non colmano affatto una lacuna: semplicemente si sostituiscono ai ticinesi.

Non erano tutte balle?

Ma come, non dovevano essere tutte balle populiste e razziste? Ohibò, vuoi vedere che l’Ustat, Travail.Suisse ed anche la Divisione dell’economia pubblica di Zurigo, sono tutti dei covi di beceri leghisti, populisti e razzisti? O invece sono la SECO e l’IRE che si servono di statistiche taroccate per fare menzognera propaganda politica alla libera circolazione, la quale appare ciurlare più che mai nel manico? Eh già: poiché è evidente che dalle camere federali in materia di concretizzazione del “maledetto voto” del 9 febbraio uscirà o una ciofeca immane, o una ciofeca un po’ meno immane, c’è da sperare che il buon Blocher manterrà la promessa di lanciare un’iniziativa popolare contro la libera circolazione delle persone. E un’iniziativa di questo tipo ha attualmente delle buone chance di venire approvata dal popolo. Perché il vento sta cambiando e perché le fregnacce ed i ricatti della partitocrazia e delle élite spalancatrici di frontiere non fanno più presa. Da qui gli ossessivi tentativi di lavare il cervello ai cittadini in favore dell’immigrazione scriteriata, inventandosi vantaggi che non ci sono e negando i disastri. Ricordiamo anche che l’ex vicepresidente della Banca nazionale svizzera Jean Pierre Danthine ha detto che la libera circolazione delle persone è inutile all’economia.

Chiudere

Visto che la SECO si è ormai ridotta ad un organo di propaganda politica pro-bilaterali, che però costa al contribuente 100 milioni all’anno, e l’IRE le tira dietro ma con l’aggravante di trovarsi in Ticino, il discorso sulla chiusura di questi due istituti rimane di evidente attualità. E il bello è che, malgrado le smentite arrivino ormai a valanga, il direttore dell’IRE Rico Maggi pretende ancora di avere ragione.

Lorenzo Quadri

Finti rifugiati, Sommaruga insiste: devono entrare tutti!

Il Nazionale taglia i preventivi dell’asilo, ma la ministra di giustizia non ci sta

Il Consiglio nazionale ha rifiutato di iscrivere nel Preventivo 2017  della Confederazione una spesa extra di circa 400 milioni di Fr per l’asilo. Il plenum della Camera del popolo ha seguito la decisione analoga della sua commissione delle finanze.

Questo è accaduto giovedì primo dicembre. Un paio di giorni dopo – e meglio sabato 3 dicembre, al congresso P$$ in quel di Thun – la ministra di giustizia (?) kompagna Simonetta Sommaruga se ne è uscita a dichiarare che ci vuole più solidarietà (?) con gli asilanti e con gli Stati esteri. Il messaggio è chiaro: devono entrare tutti!

Come se la Svizzera non fosse già il paese che, per rapporto al numero degli abitanti, accoglie più migranti.

E’ ora di piantarla con la fregnaccia degli svizzerotti “chiusi e gretti” che devono accogliere sempre più richiedenti l’asilo. Accogliere e, va da sé, mantenere a vita. Perché questi giovanotti con lo smartphone non sono integrabili. Piccolo esempio: nel giro di otto anni il numero dei finti rifugiati eritrei a carico dell’assistenza è aumentato di oltre il 2200%.

Tirare la cinghia

Quindi, altro che spendere sempre più soldi per l’asilo, settore che già ha costi miliardari e le cui uscite sono letteralmente esplose. E’ invece ora di rimandare a casa loro, ma con urgenza, un po’ di immigrati nel nostro stato sociale. Perché non si possono spendere cifre folli per i migranti e poi venire a dire agli svizzerotti che devono tirare la cinghia (leggi pensione a 70 anni, leggi macelleria sociale) e pagare più tasse e balzelli perché noi “viviamo sopra le nostre possibilità”. Qui l’unica cosa sopra le nostre possibilità, ma ampiamente sopra, è la scriteriata politica di accoglienza che i kompagni continuano a propugnare.

Menefreghismo

E’ inoltre del tutto fuori posto che la kompagna Sommaruga se ne esca con le sue pretese di più asilanti, e quindi maggiori costi, due giorni dopo che il Consiglio nazionale ha tagliato le uscite per l’asilo. Evidentemente la signora se ne impipa delle decisioni parlamentari che non le piacciono. Il marchio di fabbrica P$ è evidente. Vengono subito in mente le grottesche giustificazioni della sezione ticinese del partito all’indomani del fermo della deputata Bosia Mirra con l’accusa di favoreggiamento all’entrata illegale di migranti: le leggi si rispettano, affermò il partito, ma solo quelle che piacciono a noi. Le altre sono immorali (il monopolio sulla morale, come noto, ce l’ha la gauche caviar), e quindi è giusto violarle.

Primo passo

Naturalmente, nel merito della decisione del Consiglio nazione di ridurre le uscite sull’asilo, si può obiettare che non si risolvono certo le entrate illegali tirando una riga su dei numeri nei preventivi. I preventivi sono solo carta. Se ci si limita all’esercizio contabile senza chiudere le frontiere, i soldi verranno spesi comunque. Il taglio sui preventivi deve dunque essere solo il primo passo. Occorre fare in modo che le cifre decurtate non vengano superate in seguito. Ciò significa frontiere “meno permeabili”. Sommaruga ha indicato chiaramente che non si sogna di adeguarsi. Il parlamento dovrà invece assicurarsi che lo faccia.

Regali all’Italia…

Non è certo un caso se la Consigliera federale P$$ al congresso del partito se ne è uscita con la storiella della maggiore solidarietà con i finti rifugiati (=devono entrare tutti) e con gli Stati esteri. Infatti nelle scorse settimane la Simonetta è andata a Roma a promettere aiuti nella gestione degli aslianti.  E ha lasciato ad intendere che la Svizzera avrebbe continuato volontariamente a farsi carico di un numero sempre maggiore di migranti economici che non le spettano affatto, aderendo ai piani di ricollocamento dell’UE. Piani che per noi non sono in alcun modo vincolanti.

Chi l’ha autorizzata a compiere simili passi ed a prendere simili impegni?

… E anche alla Germania

Non solo: sappiamo anche che la Germania si lamenta, da mesi, perché dai confini elvetici le entrano troppi asilanti. Sicché, secondo gli amici tedeschi, dobbiamo controllare meglio che i migranti non escano dal nostro territorio. Ciò significa che dovremmo potenziare i controlli sulla frontiera nord, a scapito di quelli sul confine sud (la coperta è corta e non basta per tutti). Ad andarci di mezzo sarebbe, ovviamente, il Ticino. Chissà perché, c’è come il sospetto che i camerieri bernesi capitoleranno anche davanti a questa richiesta.

Ecco dunque che i conti purtroppo tornano. Prima si prendono impegni autolesionistici (ma tanto  il conto lo pagano gli svizzerotti) contro la volontà popolare. Poi si pretende di ricattare moralmente i cittadini affinché li accettino. Non ci caschiamo!

Lorenzo Quadri

Dall’Italia un’altra asfaltatura per la casta europeista

Il referendum del parolaio Renzi è stato sotterrato: i “populisti” vincono di nuovo

Il premier italiano non eletto Matteo Renzi è stato asfaltato dai suoi concittadini. Renzi è il parolaio che, tra l’altro, ha tentato di attribuirsi il merito della realizzazione del tunnel di base AlpTransit Gottardo; quando la vicina Penisola non fa nemmeno la sua parte nella Stabio-Arcisate (credere alle promesse di inaugurazione per la fine dell’anno prossimo è come credere a Gesù bambino, soprattutto nella situazione attuale).

Contro il premier non eletto

Il voto sul referendum italiano, come è stato detto, è stato un voto sia contro la riforma che contro il premier non eletto. Il quale pensava di servirsene, in caso di riuscita, per pompare ulteriormente il proprio ego. Ma gli è andata buca. Del resto, dopo tre anni di riforme promesse e non fatte, il venditore di aspirapolveri fiorentino non poteva mica pensare di poter andare avanti in eterno affidandosi solo alla “lapa”.

Cerchio magico?

Almeno dall’esterno, pare particolarmente incauta la scelta renziana di vincolare il proprio futuro politico ad una riforma istituzionale che un professore universitario ha definito “scritta con i piedi”.

Se la riforma fosse effettivamente “scritta con i piedi” non sappiamo dire. Di certo l’idea della “de facto” rottamazione – per usare un termine caro al premier dimissionario –  delle regioni per accentrare ancora più potere a Roma (ladrona) appare alquanto balzana. E soprattutto appare “antistorica”. A parte che talune regioni funzionano incommensurabilmente meglio del governo centrale (vabbè, non ci vuole molto), il futuro è delle autonomie regionali. E questo vale ovunque. Lo dimostrano le continue vittorie dei movimenti regionalisti. Che proprio il sedicente premier “modernista” – ma in realtà esponente della casta più ammuffita e retrograda – abbia tentato di contrastare questa evoluzione è incomprensibile. A meno che il buon Renzi vivesse attorniato da un cerchio magico che ne alimentava il delirio di onnipotenza.

Casta di nuovo asfaltata

Ma il dato più significativo (per noi) è che, ancora una volta, l’ennesima, la casta europeista è stata asfaltata – letteralmente asfaltata, visto che i No hanno vinto con ben il 70% – dai cittadini. Non a caso i funzionarietti di Bruxelles dopo il voto italiano sono andati in panico. Dopo la Brexit, dopo l’elezione di Trump, con la crescita a razzo del Front National in Francia e dell’AfD in Germania, ci sono tutti i segnali di un effetto a valanga dei “populisti”. E in questo trend le elezioni presidenziali austriache, che hanno incoronato un verde, non sono che un incidente di percorso; l’eccezione che conferma la regola. Non forniscono alla casta alcun motivo di esultanza.

Ovviamente  la stampa di regime si è affrettata a negare che abbiano vinto i “populisti”.  Certo che no, e allora chi avrebbe vinto? Il Gigi di Viganello? Nessuno però ha potuto negare che la casta europeista abbia perso. La fallita Unione europea è sempre più vicina alla catastrofe. Il dramma è che gli unici a continuare a genuflettersi davanti all’UE sono i camerieri bernesi di Bruxelles.

Vantaggi per il Ticino

La caduta del governo Renzi ha degli aspetti positivi molto concreti anche per il Ticino, e segnatamente per la nostra piazza finanziaria. L’instabilità politica della vicina Penisola ne alimenta la crisi bancaria. Questo vuol dire che ci saranno cittadini italiani che torneranno a depositare i loro soldi, dichiarati, nelle banche ticinesi. Occorre evidentemente lavorare in questo senso. Senza farsi problemi particolari nell’avvantaggiarsi delle “disgrazie” politiche del Belpaese. Perché i vicini a sud, quando si è trattato di attaccare la piazza finanziaria ticinese, non si sono  mai tirati indietro. Anzi. E questo malgrado almeno 200mila italiani della fascia di confine (frontalieri, padroncini e le loro famiglie) mangino grazie al Ticino. Senza dimenticare che l’Italia da oltre 40 anni incassa – e continui ad incassarlo tuttora! – il pizzo per accettare il segreto bancario, sottoforma di ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri. Ma, pur intascando il pizzo, ha iscritto il nostro paese su liste nere illegali.

Per la piazza finanziaria ticinese la caduta del governo del parolaio Renzi è un’occasione che va sfruttata fino in fondo.

 

“UE nemica della democrazia” parola di professore di Oxford

Ma come, l’internazionalismo e le  frontiere spalancate non erano  il “bene supremo”?

Ma come, i contrari alla (fallita) UE non dovevano essere tutti dei beceri razzisti? Questo perché l ‘élite spalancatrice di frontiere ed i suoi intellettualini da tre ed una cicca si sono autoattribuiti – nel senso che hanno fatto tutto da soli – il monopolio della morale e pure quello dell’intelligenza. Chi non la pensa come loro, dunque, è becero per definizione. Con le fanfaluche degli spalancatori di frontiere è ora di darci un taglio.

Il professore dixit

E’ quindi sicuramente positivo che sempre più persone non sospettabili di essere populiste e becere impallinino l’Unione europea e, di conseguenza, i suoi camerieri: ossia quelli che vorrebbero rottamare gli stati nazionali – e con essi, sovranità e diritti popolari – per svenderci a Bruxelles.

Sulla Weltwoche Oliver Zimmer, professore di storia all’Università di Oxford (quindi non proprio l’ultimo somaro ignorante) si è espresso in modo molto chiaro. “L’UE – ha dichiarato il professore – mette in pericolo le democrazie liberali”. Ha poi rincarato la dose: “L’UE minaccia le basi democratiche delle nazioni”. In merito al recente voto italiano, costato la cadrega al parolaio Matteo Renzi, il commento è il seguente: “Gli italiani si sono pronunciati contro un’ulteriore limitazione della democrazia: questo viene poi definito populismo”.

Eh già: come da copione, l’élite spalancatrice di frontiere denigra e delegittima l’opposizione come “populismo e razzismo”. In questo è ben spalleggiata dall’informazione di regime. A partire da quella di sedicente “servizio pubblico” – che  è invece al “servizio” dell’ideologia europeista, e non perde mezza occasione per dimostrarlo.

Disintegrare un tabù

Si potrebbe dire che le dichiarazioni del professorone di Oxford non sono di per sé particolarmente originali. Rilanciamo e diciamo pure che sono piuttosto ovvie. La notizia è che finalmente anche blasonati accademici hanno il coraggio di scaricare il pensiero unico politikamente korretto (quello secondo cui le frontiere spalancate e la rottamazione degli Stati nazionali sono il “progresso”, il “bene supremo” e, soprattutto, sono “ineluttabili”) e di dire come stanno le cose. Ricordiamo che in tempi recenti anche l’ex vicepresidente della Banca nazionale svizzera Jean Pierre Dantine (che tra l’altro è di origine belga) ha dichiarato che “la libera circolazione delle persone è inutile per l’economia”. Mentre il professor Reiner Eichenberger dell’Università di Friburgo ha detto pubblicamente che i bilaterali “non sono indispensabili per la Svizzera”, disintegrando così un tabù.

Meno democrazia

L’equazione è alquanto semplice. Più ci sottomettiamo all’UE, più perdiamo autonomia e meno il popolo è sovrano. Avvicinarsi all’UE significa rottamare la democrazia e cancellare i diritti popolari. In uno Stato nazionale decidono i rappresentanti democraticamente eletti ed inoltre (almeno nel caso della Svizzera) il popolo può imporsi direttamente tramite iniziative e referendum, che spesso e volentieri rompono le uova nel paniere ai camerieri dell’UE. Legarsi all’UE significa invece dare sempre più potere, in casa nostra, ai  funzionarietti di Bruxelles. Che non hanno uno straccio di legittimazione democratica. E chi sono questi funzionarietti? Scartine e trombati dei governi degli stati membri, affetti da deliri di onnipotenza. A partire dal lussemburghese non astemio Jean Claude Jucker (uno che starnazzava contro il segreto bancario svizzero dopo essere stato primo ministro di un granducato che sul segreto bancario ci ha campato alla grande;  quando si dice: “avere il fondoschiena pitturato in faccia”).

I becchini della democrazia

La situazione è chiara. L’UE è la tomba della democrazia, ed i suoi camerieri – a partire da quelli che sabotano il 9 febbraio e che vorrebbero farci sottoscrivere accordi quadro istituzionali con il rudere di Bruxelles  – ne sono i becchini.

Lorenzo Quadri

 

Lo storico voto del 9 febbraio è stato gettato nel water

La partitocrazia tradisce i cittadini. Democrazia ancora stuprata. Questa non è la Svizzera!

Perfino la kompagna Sommaruga ha ammesso che il compromesso-ciofeca viola la Costituzione

Niente di nuovo sotto il sole, non che ci fossero dei dubbi particolari al proposito. Gli ultimi dibattiti alle Camere federali sul “maledetto voto” del 9 febbraio si sono risolti con la consueta presa per i fondelli. L’élite spalancatrice di frontiere ha, di nuovo, calpestato la volontà popolare. Nessuna sorpresa, visto che l’obiettivo era uno solo, sempre lo stesso: abbassare le braghe ad altezza caviglia davanti ai funzionarietti dell’UE. Davvero squallido: mentre gli Stati membri dell’UE prendono a schiaffi Bruxelles ad ogni occasione, i camerieri bernesi dell’UE, terrorizzati da chissà quali misure di ritorsione (uhhh, che pagüüüüraaaa!) da parte di un’Europa con ormai entrambi i piedi nella fossa, capitolano senza condizioni, tradendo la volontà popolare. La sorpresa non è che i camerieri dell’UE continuino su questa strada rovinosa. La sorpresa è che la gente non sia ancora scesa in piazza con il forcone.

Solo un ventesimo…

Altro che “immigrazione uguale ricchezza”, altro che “la libera circolazione delle persone è necessaria per mettere a disposizione dell’economia svizzera la forza lavoro di cui necessita”. Dal 2007 ad oggi, solo dall’UE sono immigrate in Svizzera 750mila persone. Quasi un milione di migranti! Di questi, soltanto un quarto sono lavoratori. Gli altri tre quarti, quindi, non servono all’economia. Anzi, magari non solo non servono, ma al contrario attingono all’erario pubblico (leggi: immigrazione nello Stato sociale).

Non è finita: da un recente studio zurighese è emerso, alla faccia delle fregnacce della SECO e dell’IRE, che solo il 20% degli immigrati lavora in settori in cui c’è carenza di manodopera locale. Il restante 80%, dunque, porta via il lavoro agli svizzeri.

Morale: solo una minima parte dell’immigrazione dall’UE (un quinto di un quarto, ossia un ventesimo) è utile alla nostra economia. Quella restante, ossia la stragrande maggioranza, è nociva. Evidente dimostrazione che la libera circolazione è un fallimento totale. Altro che “balle della Lega populista e razzista”!

I punti salienti

La ciofeca uscita dal Consiglio nazionale sul 9 febbraio è una calata di braghe integrale davanti agli eurobalivi. I quali – poco ma sicuro – se la ridono a bocca larga. Chiamare una simile ciofeca “applicazione dell’articolo costituzionale 121 a” è un insulto all’intelligenza. Del resto, durante il dibattito, perfino la kompagna Simonetta Sommaruga ha ammesso che il modello voluto dalla partitocrazia, ed in particolare dal PLR, costituisce una violazione della Costituzione.

Ecco infatti i punti salienti di tale “modello”:

  • L’obbligo dei datori di lavoro di annunciare i posti vacanti agli Uffici regionali di collegamento (URC) scatterà in quelle categorie professionali in cui il tasso di disoccupazione è considerevolmente sopra alla media. Cosa vuol dire “considerevolmente sopra la media”? Lo decide il Consiglio federale. Si parla di un tasso di disoccupazione del 10-15%. Naturalmente calcolato in base ai dati farlocchi della SECO. Previsione del Mago Otelma: la soglia per far scattare la misura non verrà mai raggiunta.
  • Alle condizioni di cui sopra, il datore di lavoro deve annunciare i posti vacanti e invitare ad un colloquio i candidati proposti dagli URC da lui ritenuti idonei. L’esito va comunicato agli URC. Qui siamo oltre il ridicolo. Siamo allo scandalo. Infatti, anche i frontalieri possono iscriversi agli URC. Idem per i cittadini UE che possono venire in Svizzera per tre mesi, prolungabili a 6, alla ricerca di un impiego. Sicché l’eventuale obbligo di colloquio con gli iscritti all’URC non avvantaggia in alcun modo i residenti rispetto ai frontalieri. Altro che preferenza indigena light: qui non c’è uno straccio di preferenza indigena. Ticinesi e frontalieri sono messi esattamente sullo stesso piano. Questo va detto forte e chiaro. Ed infatti la partitocrazia cameriera dell’UE ha spazzato via le proposte di emendamento che chiedevano l’obbligo di invitare al colloquio i disoccupati residenti. Anche “quello che mena il gesso” è in grado di capire che, senza quell’aggettivo – “residenti” – non può esistere alcuna preferenza indigena. Nemmeno extralight. Quindi: volontà popolare stuprata.
  • Ultima presa in giro: i Cantoni possono proporre ulteriori misure se riscontrano importanti difficoltà economiche e sociali causate dai frontalieri. Le misure vengono decise dal Consiglio federale nel rispetto degli impegni di diritto internazionale. Previsione del Mago Otelma: a) se anche i Cantoni arrivassero a delle proposte, il Consiglio federale risponderebbe picche, perché ci sarebbero gli studi farlocchi della SECO e dell’IRE (questi ultimi realizzati da frontalieri) a dichiarare che “tout va bien, Madame la Marquise”, i problemi sono dolo “invenzioni politiche” (=balle populiste e razziste). B) se anche il Consiglio federale non chiudesse subito la porta, nella migliore delle ipotesi se ne uscirebbe con delle misure che non limitano in alcun modo la libera circolazione: ovvero, misure che non servirebbero assolutamente a nulla. E che costituirebbero, semplicemente, una presa per il lato b.

Questa non è la Svizzera

Mentre quindi Stati membri UE come la Germania e la Gran Bretagna (per ora è ancora membro) discriminano eccome i cittadini comunitari, i camerieri bernesi di Bruxelles proseguono imperterriti – e soli – con la politica della sottomissione senza condizioni. La famosa “fermezza nel cedimento”.

Il Consiglio federale fin dall’inizio ha avuto un solo obiettivo: cancellare il maledetto voto del 9 febbraio. Ed infatti, con l’osceno controprogetto alla vergognosa iniziativa del Vicolo cieco, i sette scienziati vorrebbero inserire i Bilaterali  nella Costituzione. Nientemeno!

Ossia: prima stuprano la Costituzione con compromessi ciofeca, e poi pretendono di adeguarla alla ciofeca. Questa non è democrazia, questa non è la Svizzera. Di questa casta eurocalabraghe ci possiamo solo vergognare.

Lorenzo Quadri

Islam radicale: vogliamo diventare il paese del Bengodi?

In Germania indagata la moderatrice televisiva di ARD che ha invitato Nora Illi

Notizie interessanti arrivano dalla Germania. La conduttrice dell’emittente pubblica ARD che ha invitato Nora Illi ad una trasmissione televisiva è stata messa in stato d’accusa dalla Procura di Amburgo proprio a seguito di tale invito.

Illi, lo ricordiamo, è la donna in burqa valletta del sedicente imprenditore algerino Rachid Nekkaz. Quello che arriva in Ticino ad incitare alla violazione della legge antiburqa (però il capodicastero polizia PLR di Locarno lo accoglie come “un intellettuale che merita di essere ascoltato”, mentre il consiglio federale rifiuta ostinatamente di dichiararlo persona non grata in Svizzera).

“Non ci presenteremo”

Illi è anche la responsabile per le questioni femminili (?) del sedicente Consiglio centrale islamico svizzero (CCIS) presieduto da Nicolas Blancho. Il marito della Illi, Qasaam, ne è il responsabile della comunicazione. I vertici del CCIS sono stati messi sotto inchiesta dal Ministero pubblico della Confederazione per propaganda a sostegno di associazioni terroristiche. E il duo Blancho – Illi (marito) a dimostrazione del loro rispetto per le leggi svizzere, si sono affrettati a dichiarare che non si presenteranno ad un eventuale processo a loro carico: “non ci faremo mettere un sacco in testa e trascinare in aula” hanno affermato i due simpatici individui. Evidentemente questi signori il sacco in testa lo vogliono mettere solo alle donne sottoforma di burqa e niqab.

Chi ha dato visibilità?

La messa in stato d’accusa da parte della procura di Amburgo della conduttrice dell’emittente ARD Anne Will, questo il nome della donna, avviene perché quest’ultima ha dato spazio alla Illi e alle sue farneticanti dichiarazioni come esponente del CCIS. E allora una domandina “nasce spontanea”: chi ha dato, per prima, visibilità e legittimità a Blancho e compagnia brutta? Risposta: la SSR che non ha mancato di invitarli a varie trasmissioni come la seguitissima (in Svizzera tedesca) Arena. Complimenti, è sicuramente per questo tipo di “servizio pubblico” che si paga il canone più caro d’Europa, nevvero? In nome del multikulti l’emittente pubblica dà spazio all’Islam radicale. E, così facendo, lo sdogana. Perché la TV di Stato ha sempre il crisma dello Stato.

Sa pò mia?

La procedura penale avviata a carico della giornalista tedesca dovrebbe dunque far riflettere anche alle nostre latitudini. Ad esempio: adesso che la sua complice in niqab ed il di lei gradevole maritino sono indagati come fiancheggiatori della Jihad, non ritiene il Consiglio federale che ci siano elementi più che sufficienti per dichiarare finalmente l’algerino Nekkaz persona non grata in Svizzera? Ed è normale che un municipale PLR accolga costui, accompagnato da (presunti) fiancheggiatori dell’Isis, come “un intellettuale che merita di essere ascoltato”? E cosa pensare del fatto che, mentre la Germania ha messo al bando l’associazione islamica “La vera religione” poiché essa sostiene i terroristi islamici, alle nostre latitudini ci si viene a dire che prendere una misura analoga “sa po’ mia” perché non ci sarebbero le basi legali?

Attenzione perché qui, a furia di dimostrare aperture, disponibilità, buonismo-coglionismo, stiamo diventando il paese del bengodi per gli estremisti islamici. Tanto più che c’è pure chi, leggi i kompagni, vorrebbe rendere l’islam religione ufficiale in Svizzera. E’ evidente che urge cambiare atteggiamento. E gli argomenti per farlo non mancano di certo. Occorre dunque darsi da fare affinché questi argomenti vengono anche colti. Ma subito.

Lorenzo Quadri

Gli svizzerotti devono per forza “dare l’esempio”?

Migranti economici: in Germania tornano alla ribalta i tetti massimi. Da noi invece…

 

L’Anghela Merkel, ormai è chiaro anche al Gigi di Viganello, è una delle principali responsabili del caos asilo. Quello che ha portato all’invasione dell’Europa da parte di milioni di migranti economici con lo smartphone, tutti giovanotti che non scappano da alcuna guerra e che mai si integreranno nel nostro continente, dove  già stanno causando gravi problemi di ordine pubblico, e ne causeranno sempre di più. Vedi i fatti di  Colonia e non solo: in Germania sta giustamente tenendo banco  lo stupro e l’omicidio di una ragazza a Friburgo in Bresgovia ad opera di un finto rifugiato e finto minorenne. Perché, nel caso qualche buonista-coglionista spalancatore di frontiere non se ne fosse ancora accorto,  l’invasione di migranti economici (quanti tra loro sono miliziani dell’Isis?) è un pericolo in particolare per le donne. Ci sono infatti paesi UE che hanno detto chiaro e tondo di non volere asilanti islamici.

L’ala bavarese

Il partito dell’Anghela Merkel è la CDU. E, nella sua ala bavarese, a qualcuno sta diventando fredda la camicia davanti all’avanzata dei “populisti e razzisti” dell’AfD. Infatti al congresso tenutosi negli scorsi giorni la destra bavarese della CDU ha chiesto l’introduzione di un tetto massimo di 200mila migranti all’anno. I conti sono presto fatti. Se si pensa che grossomodo la Germania ha dieci volte gli abitanti della Svizzera, ne consegue che per noi il tetto massimo “à la CDU” sarebbe di 20mila asilanti all’anno. Adesso ne arrivano circa il doppio. Se una tale proposta fosse stata avanzata dalla Lega o dall’Udc, la partitocrazia si sarebbe messa a strillare. Compreso il PPD, ossia l’equivalente della CDU. In Germania invece…

Regali all’Italia

Da notare che  la scorsa settimana la kompagna Simonetta Sommaruga a Thun al congresso del P$$ ha dichiarato, tranquilla come un tre lire, che ci vuole “più solidarietà” per i migranti e per i paesi esteri.

E’ chiaro che, nel caso concreto, più solidarietà vuol dire più soldi del contribuente – e già per asilanti ed aiuti all’estero si spendono miliardi – nonché frontiere sempre più aperte, perché “devono entrare tutti”.

La dichiarazione della kompagna Sommaruga non è che la ratifica a posteriori di quanto la signora ha già fatto: ossia andare ad offrire, non si sa autorizzata da chi, ulteriore sostegno alla vicina Penisola. Più sostegno vuol dire che la Svizzera si farà carico di sempre più migranti, “su base volontaria, per dare l’esempio”. Domandina facile-facile: quanti asilanti ospita a casa propria la Consigliera federale $ocialista “su base volontaria e per dare l’esempio”?

In Spagna cifre irrisorie

Intanto che la Svizzera si appresta a togliere castagne migratorie dal fuoco al Belpaese facendo entrare sempre più finti rifugiati – e per tutto ringraziamento il sindaco di Lavena – Ponte Tresa ci tratta da delinquenti e sbrocca contro il Ticino – nei giorni sul portale Tio si poteva leggere il seguente passaggio relativo alla Spagna. “Nel 2016, stando a fonti dell’OIM, sono stati 18.000 i migranti (sic!) che sono riusciti ad entrare in territorio spagnolo. Numeri molto contenuti rispetto all’Italia e ad altri paesi europei affacciati sul Mediterraneo. Ciò succede anche perché, sulla rotta marittima spagnola, la marina riporta in Africa i migranti che vogliono raggiungere lo Stato iberico”. Invece il Bel Paese (e l’UE) non chiudono la rotta mediterranea, e la Penisola gli asilanti li va a prendere. Poi arriva la ministra bernese di turno a promettere “più sostegno” ai vicini a sud (e chi non ci sta è un becero razzista) nel gestire l’emergenza permanente. Perché gli svizzerotti devono “dare l’esempio”, ottenendo poi di farsi mettere i piedi in testa da tutti: forse bisogna “dare l’esempio” anche in questo.

Perché Sommaruga non dà l’esempio nel sostenere la volontà popolare, vedi 9 febbraio? Lì invece…

Lorenzo Quadri

 

Gli aiuti allo sviluppo non frenano il caos asilo

Ma la politica svizzera non l’ha ancora capito (o finge di non capire)

 

A Berna si torna a parlare dell’arrivo spropositato in Svizzera di finti rifugiati eritrei. E naturalmente si pensa subito di intervenire tramite saccheggio delle tasche del contribuente. La Confederazione intende infatti verificare se ci siano le basi per rilanciare dei programmi di aiuti allo sviluppo all’Eritrea.  Aiuti che sarebbero mirati, secondo il Consiglio federale, alla realizzazione di progetti pilota volti a migliorare le prospettive nel Paese per i giovani.

I finti rifugiati eritrei, infatti, sono tutti giovani uomini soli (altro che famiglie) che non scappano da alcuna guerra.

Sperperando in Eritrea i soldi del contribuente, i grandi statisti bernesi si immaginano che meno migranti economici partiranno da quel paese alla volta della Svizzera. Ed infatti gli eritrei sono la nazionalità  più rappresentata tra i clandestini che varcano i nostri confini (altro che siriani).

Bidone politikamente korretto

Riprendere il versamento di aiuti allo sviluppo pensando di poter in questo modo frenare l’invasione di finti rifugiati suona molto politikamente korretto. Ma si tratta di un bidone.

In effetti l’attuale caos asilo si verifica malgrado negli ultimi 50 anni a livello globale siano stati versati aiuti allo sviluppo per qualcosa come 5000 miliardi di dollari. Ciò significa che, sul fronte dell’asilo, queste somme stratosferiche non sono servite assolutamente ad un tubo.

Non c’è rapporto

Come riporta la Basler Zeitung in un recente articolo, studi effettuati su 239 paesi in via di sviluppo hanno dimostrato che non c’è alcun rapporto tra i sussidi piovuti dall’estero e la crescita economica. Gli aiuti in questione vanno ad alimentare una burocrazia inefficiente e corrotta, senza stimolare l’iniziativa individuale. Ancora meno, dunque, permettono di prevenire le ondate di immigrazione clandestina verso l’Europa convincendo gli aspiranti asilanti a non lasciare il loro paese.

Ulteriore spreco

Pensare quindi che tornando a spedire milioni ad Asmara si avranno meno migranti economici eritrei, è semplicemente un’illusione. Con una simile operazione si otterrebbe un unico risultato: l’ulteriore spreco di soldi pubblici, e questo proprio quando la spesa per l’asilo è andata completamente fuori controllo (grazie, spalancatori di frontiere!).

E’ inoltre opportuno ricordare che il consigliere del presidente eritreo, in visita in Svizzera, ha dichiarato che i suoi connazionali che vengono da noi a fare i finti rifugiati sono giovani ben formati, su cui lo Stato ha investito, e che in Eritrea le opportunità di lavoro ci sono. Quindi non c’è alcun motivo per spedire milioni del contribuente in aiuti che sono perfettamente inutili dal profilo migratorio e che non sono neppure richiesti. Certamente bisogna far sì che i finti rifugiati eritrei rientrino in patria – del resto abbiamo visto che quelli che rimangono da noi vanno tutti in assistenza, e nümm a pagum –; ma che questo debba avvenire tramite l’ennesimo saccheggio, diretto o indiretto, delle tasche degli svizzerotti, è l’ennesima fanfaluca.

La priorità

La nostra priorità deve semmai essere quella di potenziare i controlli sul confine e renderci meno attrattivi per i migranti economici (altro che avvocati gratis e nuovi centri d’accoglienza). Troppi asilanti arrivano in Europa imbevuti di illusioni e pretese. Spesso e volentieri, come ben sanno nel Belpaese, la prima richiesta dei giovanotti con lo smartphone è quella di vestiti firmati e scarpe di marca, e se non ottengono quello che vogliono strillano al razzismo.

Burkhaltèèèr persevera

Ancora in un recente incontro con il ministro degli esteri malese il Consigliere federale PLR Didier Burkhaltèèèèr (quello che vuole la ripresa automatica del diritto UE in Svizzera) ha sottolineato l’importanza di continuare a sussidiare il Mali anche in prospettiva delle ondate migratorie. La politica continua dunque a vendere la fola che esista un nesso tra aiuti allo sviluppo sempre più pompati e la  limitazione delle migrazioni di popoli dall’Africa verso l’Europa. Ma questo nesso non esiste affatto. A testimoniarlo non c’è solo l’evidenza della realtà ma anche apposite indagini.  Semplicemente, il caos asilo viene usato come pretesto per mandare sempre più soldi all’estero; perché non sia mai che la Svizzera non faccia la propria parte in queste operazioni, e poi in patria si fa tirare la cinghia agli svizzerotti con la scusa che non ci sono soldi.

Le mucche da mungere

In questi giorni si parla molto delle ex regie federali, leggi la Posta, che fanno centinaia di migliaia di utili ogni anno, eppure smantellano il servizio pubblico e tagliano impieghi, per aumentare sempre più la propria redditività. Chi ci guadagna da questa redditività conseguita sulla pelle della gente? Chi ha un interesse immediato a che si prosegua su questa strada? La proprietaria dell’azienda, ovvero la Confederazione. Infatti in questo modo si trova  a disposizione centinaia di milioni da impiegare per i finti rifugiati e per gli aiuti all’estero.

Lorenzo Quadri

Sveglia, la libera circolazione l’avete voluta (anche) voi!

In Ticino le peggiori condizioni di lavoro della Svizzera, il sindacato scende dal pero

 

Ma chi l’avrebbe mai detto! Secondo un sondaggio presentato di recente dal sindacato Travail.Suisse, il Ticino avrebbe le condizioni di lavoro peggiori di tutta la Svizzera. In generale, nella Svizzera latina si sta peggio che in quella tedesca. A pesare in particolar modo sui lavoratori sono, secondo l’inchiesta del sindacato,  stress, paura di perdere il posto di lavoro, orari sempre più pesanti, stipendio non più adeguato alle prestazioni richieste, scarso incoraggiamento alla formazione continua.

Tali concetti si possono concentrare in poche parole che in questo sempre meno ridente Cantone ormai tutti hanno imparato a conoscere: sostituzione e dumping salariale. Che sono la conseguenza della fallimentare politica delle frontiere spalancate.

Chissà come mai?

Infatti, chissà come mai i Cantoni della Svizzera latina, ed in particolare Ginevra ed il Ticino, sono messi peggio di quelli della Svizzera tedesca? Forse perché devono fare i conti l’invasione di frontalieri e di padroncini? E chissà come mai il Ticino è il più malconcio di tutti? Forse perché il problema del frontalierato è particolarmente tragico proprio da noi, visto che ci ritroviamo con un terzo della forza lavoro composta da residenti oltreconfine (una quota assolutamente insostenibile che non esiste da nessun’altra parte del mondo) quando la media nazionale è del 6%?

I risultati della libera circolazione

I lavoratori ticinesi sono oppressi dallo stress, dalla paura di perdere il posto di lavoro? Ovvio: da un giorno all’altro rischiano di essere lasciati a casa e sostituiti o da due frontalieri – o da un frontaliere pagato la metà. E non necessariamente per colpa di datori di lavoro ticinesi “approfittatori”. Perché con i bilaterali ci siamo riempiti di foffa “imprenditoriale” in arrivo da oltreconfine, che oltre ai suoi dipendenti importa anche i suoi metodi. E se ne sbatte alla grande del nostro territorio con cui non ha alcun legame: è solo una mucca da mungere. Tanto gli svizzerotti sono fessi e tollerano tutto…

Stipendio non più adeguato alle prestazioni richieste? Visto che dall’altra parte della ramina c’è un bacino sterminato di forza lavoro a basso a costo, a cui si può attingere senza alcun limite, è ovvio che gli stipendi dei residenti non aumentano. Sono anzi sottoposti a pressione verso il basso. Per la serie: o ti va bene così, oppure quella è la porta. Si chiama dumping salariale, e oltregottardo faranno bene a cominciare a metterselo in testa.

Stesso discorso per il carico lavorativo (se con la sua paga si stipendiano due frontalieri, niente di strano che il residente sia spinto a lavorare per due) per non parlare della prassi ormai consolidata dell’assunzione di frontalieri formalmente al 50%, ma con tempo lavorativo reale del 100% ed oltre. Quanto allo stimolo alla formazione continua, idem con patate. Formazione continua per i ticinesi? Quando nel Belpaese si trovano (tanto per fare due esempi) folle di laureati alla Bocconi pronti a fare i centralinisti, e di diplomati in farmacia disposti a fare gli aiuti farmacisti?

Sostenuta anche dai sindacati

Eccola qua la “ricchezza” portata dalla libera circolazione delle persone, che però è stata sostenuta, oltre che dalla partitocrazia e dal padronato, anche dai sindacati. Come Travail.Suisse. Che poi fa i sondaggi per scoprire, ma chi l’avrebbe mai detto, che i lavoratori sono stressati, che temono per il posto di lavoro, che gli stipendi sono fermi al palo (ma non le spese fisse) che gli orari aumentano perché bisogna rendersi “competitivi” rispetto alla concorrenza sottopagata in arrivo dalla Penisola, eccetera.

A seguito del suo studio Travail.Suisse ha detto che si “impegna per ottenere salari più alti”. Ed impegnarsi a difendere il lavoro dei residenti limitando la libera circolazione delle persone, no? Ah già, “bisogna aprirsi”! E le quote sindacali dei frontalieri fanno sempre comodo…

La sparata dei giovani comunisti

Di recente i giovani comunisti, commentando la notizia che gli stivali dell’esercito svizzero sono fatti in Romania perché la ditta italiana che ha ricevuto il mandato lo subappalta (LAC Style!) scrivevano, forse pensando di essere spiritosi, che a questo punto tanto valeva far confezionare gli stivali in Ticino, visto che quanto a stipendi e diritti dei lavoratori il nostro Cantone “è come l’Europa dell’Est”. Ma che acuti questi nipotini di Einstein con falce e martello. Magari se il mercato del lavoro ticinese è allo sbando, la colpa è della politica delle frontiere spalancate da loro sostenuta. La domanda ai kompagnuzzi è quindi sempre la stessa: fate finta di non capire, oppure proprio non ci arrivate?

E la SECO?

Infine, ci piacerebbe sapere cosa ne pensano i “ministri della propaganda pro bilaterali” della SECO dell’indagine di Travail.Suisse. Quelli secondo cui con la libera circolazione delle persone “l’è tüt a posct”: sostituzione e dumping salariale sono solo invenzioni della Lega populista e razzista. Anche l’indagine di Travail.Suisse è un’invenzione politica?

Lorenzo Quadri

 

 

Ma quando si tratta di “portare a casa” viene infinocchiata

Avanti così! Caos asilo, la kompagna Sommaruga corre in soccorso dell’Italia

Ma guarda un po’, la kompagna Simonetta “Dobbiamo aiutare l’Italia” Sommaruga insiste nel correre in soccorso del Belpaese in materia di caos asilo. Eh certo: la rotta del Mediterraneo rimane ben aperta, e la Svizzera non poteva (?) evitare di far sapere  a Roma che ci  va bene così. Non solo. Sommaruga ha pensato bene di sottolineare che il nostro Paese partecipa volontariamente ai programmi di ricollocazione dell’UE. E annuncia pure che si farà carico, senza alcuna base legale, di sempre più migranti economici che spetterebbero ad altri Stati. In particolare, appunto, all’Italia.

Ma dove lo trova la Penisola un altro vicino così fessacchiotto? Da nessun’altra parte, appunto. L’Austria e la Francia, tanto per dirne una, costruiscono le barriere sul confine.

Primi della classe

Certo che dalla fissazione di fare i primi della classe, per meglio slinguazzare i padroni di Bruxelles, i nostri camerieri dell’UE non guariscono proprio mai. Infatti Sommaruga non si fa alcun problema nel dichiarare che quanto fa la Svizzera “spontaneamente” dovrebbe essere un modello per l’Europa. Naturalmente la volontà “spontanea”  è quella di Sommaruga e soci spalancatori di frontiere; mica quella dei cittadini.

Ohibò, i paesi UE non ne vogliono sapere di fare i compiti in materia di finti rifugiati, e quindi deve arrivare la ministra bernese di turno ad ergersi ad esempio d’accoglienza. Non per nulla Sommaruga ha fatto passare una nuova legge sull’asilo che aumenta le capacità d’accoglienza, dando alla Confederazione la possibilità di creare nuovi centri per asilanti senza chiedere niente a nessuno. Sicché adesso ha gli strumenti per correre in soccorso degli amici italiani.

Ci sono invece membri UE, per i quali aderire ai programmi di ricollocamento di Bruxelles sarebbe obbligatorio, che tuttavia non si sognano di farlo.  E rifiutano di sottomettersi non solo per i costi, presenti e futuri. Sappiamo ad esempio che praticamente tutti i migranti economici che restano in Svizzera vanno a carico dello stato sociale: nel caso degli eritrei ad esempio l’aumento dei casi d’assistenza è stato di oltre il 2200% (!) in otto anni. Ma rifiutano anche perché vogliono evitare “la creazione di una forte comunità islamica sul loro territorio” (parole del premier ceco).

Estremismo in Svizzera

Un tema, quest’ultimo,  che dovrebbe essere d’attualità anche dalle nostre parti, dal momento che nelle moschee svizzere ne succedono di tutti i colori, come dimostrano i vari casi di estremisti venuti alla luce in tempi recenti. Ed evidentemente nessuno è in grado di distinguere con certezza i migranti economici dai seguaci dell’Isis. A ciò si aggiunge che il Ministero pubblico della Confederazione, scendendo finalmente dal pero, ha deciso di mettere in stato d’accusa i vertici del sedicente Consiglio centrale islamico svizzero, leggi il presidente Nicholas Blancho ed il responsabile della comunicazione Qaasim Illi, per propaganda a favore dell’Isis. Intanto però i due insopportabili personaggi si sono fatti pubblicità in lungo ed in largo, grazie anche al concreto contributo dell’emittente di cosiddetto servizio pubblico SSR, che non ha mancato di dare loro spazio e visibilità. Chi sono i destinatari della propaganda jihadista dei Blancho e degli Illi? Forse i migranti musulmani?

E l’Ungheria?

Interessante notare come la kompagna Simonetta a Roma non abbia mancato di elogiare l’Italia sostenendo che “se le frontiere marittime non sono controllate, il problema è di tutta l’Europa”. Ma guarda un po’. Allo stesso modo allora la ministra $ocialista dovrebbe elogiare l’Ungheria che costruisce MURI sul confine. Perché anche Budapest in questo modo, difende tutta l’Europa. Stranamente però se ne guarda bene. Due pesi e due misure?

Rientro a mani vuote

Sarebbe poi interessante sapere se nelle sue “vacanze romane” la ministra di giustizia abbia sollevato anche  altre questioncelle. Tipo la permanenza del nostro paese su black list italiche illegali. O la totale mancanza di reciprocità nell’applicazione dei fallimentari accordi bilaterali. Ma vuoi vedere che, ancora una volta, la rappresentante svizzerotta si è offerta di contribuire a togliere le castagne migratorie dal fuoco ai vicini a sud (e nümm a pagum) ma, quando si tratta invece di portare a casa quello che ci spetta, è rimasta con il solito pugno di mosche, perché gli italici l’hanno fatta su davanti e di dietro? Il copione si ripete ormai da anni, con desolante regolarità.

Ma avanti così, continuiamo a correre in soccorso del Belpaese. Che poi, per tutto ringraziamento, si mette a starnazzare contro il 9 febbraio e contro Prima i nostri, con tanto di segnalazioni a Bruxelles (uhhhh, che pagüüüüraaaa!).  Ma la kompagna Simonetta e soci sono caduti dal seggiolone da piccoli?

Lorenzo Quadri