Disoccupazione dei frontalieri: Ticino di nuovo fregato?

Da tre mesi sono noti i piani degli eurobalivi. Eppure a Berna nulla sembra muoversi

Ma guarda un po’. Da dicembre non si hanno più notizie al proposito dell’ennesima vigliaccata degli eurofalliti ai danni della Svizzera, che ricompensano così i loro camerieri bernesi per anni di slinguazzante servilismo.

Il tema è la disoccupazione dei frontalieri. La Commissione UE vorrebbe infatti che a pagare le loro indennità non fosse più lo Stato di residenza, come ora, bensì quello in cui i frontalieri hanno lavorato. Oggi gli oltre 314’000 frontalieri attivi nel nostro Paese pagano i loro contributi in Svizzera, ma ricevono le indennità dallo Stato in cui vivono. In cambio la Svizzera versa ai Paesi di residenza dei frontalieri un indennizzo pari a 3 mesi di disoccupazione per chi ha lavorato meno di un anno, o a 5 mesi per chi ha lavorato di più. L’UE mira adesso a cambiare le carte in tavola. Naturalmente a nostro svantaggio. E ti pareva!

Spese per centinaia di milioni

Non basta che l’invasione da sud, conseguenza della devastante libera circolazione delle persone, provochi sostituzione e dumping salariale. Tant’è che nell’anno di disgrazia 2016 il numero di frontalieri in questo sempre meno ridente Cantone è aumentato di 2000 unità, ormai siamo quota 65’000, e contemporaneamente in Ticino ci sono 1000 persone in assistenza in più. Adesso secondo gli eurofalliti dovremmo anche pagare la disoccupazione ai frontalieri. Ne conseguirebbero spese per centinaia di milioni (a livello federale) con conseguente necessità di potenziare gli uffici regionali di collocamento: e questi costi se li sobbarcherebbe il contribuente ticinese.

Ticino nella palta

Per l’ennesima volta, dunque, a ritrovarsi immerso nella palta sarebbe il Ticino, visto che qui c’è oltre il 20% del totale dei frontalieri presenti in Svizzera. Oltretutto, se il “cambiamento di paradigma” dovesse passare così come vogliono gli eurofunzionarietti, punto primo tutti i frontalieri si iscriverebbero agli URC beneficiando così delle misuricchie di sostegno ai disoccupati decise nell’ambito della (non) applicazione del 9 febbraio (altro che aiutare i residenti), e soprattutto molti frontalieri potrebbero scegliere di mettersi in disoccupazione… per poi magari lavorare in nero oltreconfine.

Il regalo

Ironia della sorte, la “lieta novella” è arrivata in dicembre, in contemporanea con la rottamazione del “maledetto voto” del 9 febbraio ad opera dei Giuda della partitocrazia. Un’operazione che ha mandato in brodo di giuggiole gli eurobalivi: probabilmente nemmeno loro si aspettavano una calata di braghe così integrale ed incondizionata. Ed ecco il ringraziamento: un nuovo calcione di Bruxelles sulle gengive degli svizzerotti.

Togliersi la paglia dal…

Ormai sono tre mesi che le intenzioni di Bruxelles a proposito delle indennità di disoccupazione dei frontalieri sono note. Eppure a Berna tutto tace. Il che non è certo buon segno. Non sempre nessuna nuova uguale buona nuova. Se dalle cupole federali non filtra nulla, spesso vuol dire, semplicemente, che non si sta facendo nulla. E a questo punto ci sono solo tre possibilità.

I sette scienziati:

  • Non hanno capito la portata del problema;
  • Hanno capito ma se ne impipano;
  • Sanno già che caleranno le braghe e quindi cercano di farlo con il minor clamore possibile.

E’ in ogni caso doveroso che il Ticino si tolga la paglia dal “lato b”, onde evitare di farsi infinocchiare per l’ennesima volta. Chi scrive ha presentato un atto parlamentare sul tema ma, evidentemente, non basta. Anche il Consiglio di Stato deve farsi sentire.

Una certezza

Almeno una cosa, tuttavia, è certa: se dovessimo beccarci l’ennesima fregatura europea, il minimo che questo Cantone può fare è bloccare i ristorni dei frontalieri a compensazione dei maggiori costi che si troverebbe a fronteggiare. Anzi, il blocco è meglio deciderlo subito, visto che il treno passa solo una volta all’anno nel mese di giugno. Sicché vediamo di non perderlo per l’ennesima volta.

Lorenzo Quadri

Impossibile sapere quanto si spende per gli asilanti

I costi totali, inclusi quelli a carico di Cantoni e Comuni, restano un mistero 

Evidentemente non c’è, da parte delle autorità, una gran voglia di fare trasparenza tra i vari conti e travasi. Anche perché i contribuenti potrebbero legittimamente “inalberarsi” se conoscessero l’ammontare globale della pillola, senza dubbio spropositato (miliardi e miliardi di franchetti)

Uno dei misteri, non propriamente gaudiosi, della politica svizzera riguarda i costi dell’asilo. Questo perché non si riesce a mettere insieme la somma totale degli esborsi provocati ai vari livelli istituzionali: Confederazione, Cantone e Comuni. Non si riesce, ma nemmeno si vuole. Perché le autorità preposte non sentono, chissà come mai, un particolare bisogno di trasparenza a tal proposito. Certe informazioni, insomma, è meglio non divulgarle. Soprattutto adesso che il risanamento delle casse dell’AVS è al centro del dibattito – e dello scontro – politico. E naturalmente alla gente si chiede di fare dei sacrifici per garantire il futuro del primo pilastro. Ebbene questa stessa gente, se conoscesse il costo della largheggiante politica d’asilo svizzera, potrebbe anche “inalberarsi”. E pretendere che si faccia pulizia. Senza contare che nel caos asilo ci sono un sacco di enti ed associazioni, prevalentemente ro$$e, che ci tettano dentro. E che non hanno la benché minima intenzione di tagliare il ramo su cui sono sedute.

A livello federale

A livello federale si sa ad esempio che per il 2018 la Confederazione prevede di spendere 2,4 milardi di Fr per l’asilo. Ma questi non sono affatto i costi totali.  In effetti mancano i costi a carico di Cantoni e Comuni.  E arrivare ad un calcolo totale diventa una missione impossibile. Anche perché dopo un po’ i profughi, accertati come tale, spariscono dalle statistiche d’asilo. Ciò accade dopo cinque, rispettivamente sette anni (per i rifugiati riconosciuti, rispettivamente per le persone ammesse provvisoriamente).  Il che, sia detto per inciso, ancora non significa che queste persone siano davvero perseguitate e meritevoli del sostegno elvetico. Infatti anche gli eritrei che tornano nel paese d’origine per trascorrervi le vacanze perché “lì è più bello” erano stati formalmente riconosciuti come profughi. Ma evidentemente trattavasi di finti rifugiati, che si fanno beffe degli svizzerotti fessi.

Rifilati ai Cantoni

Dopo 5, rispettivamente 7 anni, dunque, i costi causati dagli asilanti finiscono nei  bilanci cantonali e comunali, alla voce socialità. Inutile cercarli sotto il capitolo asilo.

A giustificazione dello scarica-barile, Berna invoca la seguente scusa: trascorsi i 5 o 7 anni, i migranti dovrebbero essere diventati almeno in una certa misura autonomi finanziariamente. Si tratta di una spudorata presa per i fondelli, dal momento che quasi l’81% degli asilanti è invece in assistenza, altro che autonoma. Questo dato, che non è di per sé nuovo, l’ha ri-pubblicato di recente la Basler Zeitung. Anch’essa ha tentato, invano, di fare ordine nel ginepraio dei costi generati dall’asilo. Ma non ce l’ha fatta.

Misure di protezione

E il caos si fa totale quando – spesso e volentieri – gli asilanti oltre che di aiuti economici vengono messi al beneficio (?) anche di misure cosiddette di protezione. Ad esempio, sappiamo che già svariati anni fa una richiedente l’asilo minorenne ospite in un istituto ticinese costava quasi 6000 franchi al mese all’ente pubblico.  La vicenda venne resa nota dal Mattino. Questo solo per avere un ordine di grandezza delle cifre che circolano. Non si tratta certo dell’unico caso. Da altri Cantoni vengono esempi ancora più folli. Ad esempio,  in un Comune dell’agglomerato zurighese una coppia di richiedenti l’asilo minorenni in istituto arriva a costare  lo sproposito di 100mila Fr all’anno.

C’è chi fattura…

Le misure di protezione possono riguardare ovviamente anche i maggiorenni. Sicché il contribuente assiste impotente (ma pagante) a situazioni che gridano vendetta. Come assistenti sociali  – che fatturano alle proprie tariffe – impegnati ad insegnare ai migranti come si fa la spesa. Oppure a spiegare che per guidare l’auto serve una patente. O ancora, a tentare di far passare il messaggio che  il rüt va messo negli appositi sacchi e non buttato direttamente in strada dalla finestra. Il fatto che queste misure  di protezione vengono in genere rinnovate ad oltranza, dimostra che sortiscono assai scarsi effetti. Però costano, e parecchio. E intanto c’è chi fattura…

Se poi si aggiungono i costi della salute e di scolarizzazione, si apre un nuovo universo contabile sconosciuto.

Casse pubbliche svuotate

Ma anche prima di scaricarsi di tutte le spese rifilandole ai Cantoni ed ai Comuni, quindi anche prima del termine di 5, rispettivamente 7 anni, la Confederazione non copre comunque tutti i costi dell’asilo. Alle Camere federali sono stati depositati vari atti parlamentari con l’obiettivo di accrescere la copertura federale, ma senza risultato.

La morale della favola è dunque che la politica dell’asilo decisa da Berna troppo spesso all’insegna del “devono entrare tutti”  ha dei costi enormi. Quanto enormi, però, non è possibile saperlo. Certo è però che questi esborsi svuotano le casse pubbliche.

Lorenzo Quadri

RSI: i fumogeni sull’indotto

Con il 240 milioni di canone obbligatorio, a generare “ricadute” sono capaci tutti…

 

Lo studio, lo abbiamo già scritto in passato, è come lo scaraffone della nota canzone: è bello a mamma sua. Dove per mamma nel concreto si intende “committente”. Sicché, in tempi decisamente sospetti, ecco comparire lo studio del Bak Basel che magnifica gli indotti della RSI sull’economia locale. I tempi sono sospetti perché a Comano e a Besso aleggia il terrificante spettro dell’iniziativa No Billag.

L’indagine, costata 27’500 Fr (non prelevati dal canone, si affrettano a precisare i vertici dell’emittente di regime: coda di paglia?) quantifica detti indotti in 213 milioni di Fr, che corrisponderebbero a 1600 posti di lavoro. L’equivalente del settore alberghiero, esultano con la massima goduria i vertici RSI.

Scelta azzeccata

Una cosa va detta. Almeno una “scelta strategica” – per utilizzare un termine tanto pomposo quanto abusato, visto che oggi anche quella del colore delle piastrelle del water viene definita una “scelta strategica”  – azzeccata, l’azienda l’ha fatta. Puntare sull’aspetto economico. Basta sciacquarsi la bocca con fregnacce politically correct  su “coesione nazionale”, “promozione dell’italianità in Svizzera (che non ha mai contato così poco come ora, alla faccia della “promozione”), “crescita culturale” e via sproloquiando. Riconoscere che il vero interesse del Cantone per la RSI è quello legato ai posti di lavoro. In sostanza, un grosso piano occupazionale, lo diceva già il Nano tanti anni fa.

Pagare non è un optional

Detto questo, lo studio “pro saccoccia committente” del Bak Basel non porta molto lontano. La RSI incassa ogni anno 240 milioni di fr di canone; ci mancherebbe che non creasse indotti sul territorio! Questi milioni la RSI non li riceve per bravura propria, ma tramite obbligo legale. Tutte le economie domestiche sono costrette a pagare il canone, tra l’altro il più caro d’Europa; e questo – “grazie” alla nuova legge – anche se non hanno né una radio né una televisione. Paga anche chi non vuole o non può usufruire dei servizi della SSR. Sicché parlare degli indotti della RSI è un po’ come parlare di quelli dell’amministrazione cantonale a Bellinzona.  Certo che ci sono, ma li paga il contribuente. Per lo stesso motivo, il paragone con il settore alberghiero è un puro fumogeno. Gli alberghi i pernottamenti se li devono guadagnare. Non sono prescritti per legge! La legge obbliga invece i cittadini a  pagare il canone radiotv.

Non si sa poi se lo studio Bak Basel abbia calcolato anche gli indotti che non restano sul territorio ticinese. Ad esempio perché, tramite appalti o subappalti, vanno a ditte di oltreconfine. Sarebbe questo il dato più interessante. Ma naturalmente si tratterebbe di chiaro autogoal.

Sanno che…

Il moltiplicarsi di fumogene operazioni di marketing pro RSI, così come il lobbying politico in cui si sta lanciando alla grande il duo Canetta – Gigio Pedrazzini, dimostrano che a Comano la paura di prendersi una nuova “tranvata” dalle urne ticinesi in occasione del voto sull’iniziativa No Billag è concreta. Ohibò. Ma perché averne paura visto che – a detta dei vertici dell’emittente –  l’informazione è assolutamente equidistante, propaganda di regime non se ne fa (vergogna, beceri populisti e razzisti che osate pensarlo!) ed i ticinesi, stando alle opinioni autoincensatorie pubblicate dal direttor Canetta sul CdT – amano la RSI alla follia? O vuoi vedere che anche gli alti papaveri radiotelevisivi sotto sotto sanno che non è proprio così?

Lorenzo Quadri

La $inistra del “devono entrare tutti” la fa fuori dal vaso

Arriva comitato per costringere i ticinesotti a mantenere stranieri ad oltranza 

Proprio vero che questi kompagnuzzi spalancatori di frontiere, se non ci fossero, bisognerebbe inventarli. Per la Lega sono una vera manna dal cielo. Ogni volta che aprono bocca, il nostro Movimento guadagna consensi

Questa volta i talebani del “devono entrare tutti” e del “i ticinesotti, chiusi e gretti, devono mantenere tutti” hanno fatto le cose in grande (?) stile. O almeno, così immaginano loro. Ed infatti in 15 associazioni si sono riunite a Bellinzona (uella) nei giorni scorsi. Ed hanno proclamato “urbis et orbis”, con la prosa logorroica che li contraddistingue, la nascita di un pomposo “Comitato unitario per una nuova politica migratoria in Svizzera”. Acciderba, roba da far tremar le vene ai polsi, come si diceva una volta!

Dopo il terrificante spettacolo delle giovani $ocialiste svizzere che si mettono in topless per protestare contro il trumpismo e a favore dei finti rifugiati con lo smartphone, questo nuovo comitato unitario (?) proprio ci mancava.

Tra le 15 associazioni firmatarie fanno bella (?) mostra di sé  P$, Verdi ed MP$ (dimostrazione, sia detto per inciso, che i Verdi del Post Savoia sono tornati a fare la succursale dei kompagni, perfettamente in linea con la posizione, fallimentare, del partito nazionale); e naturalmente i $indakati ro$$i Unia e USS.

Illusione ottica

Il numero spropositato di associazioni firmatarie non deve trarre in inganno sulla reale portata del comitato. Le associazioni sono numerose, ma dietro ci sono sempre i soliti quattro gatti, che si presentano di volta in volta con cappelli diversi pensando di “fare numero”. Ma è una semplice illusione ottica.  Il modus operandi è tipico della $inistruccia.

L’appello costituisce un attacco frontale a Norman Gobbi e alle sue sacrosante politiche in materia di stranieri. Uhhh, che pagüüüraaaa! Immaginiamo che il direttore del Dipartimento delle istituzioni stia semmai gongolando: perché con nemici così, la rielezione è garantita ad oltranza. Oltretutto simili isterismi sono la dimostrazione che le politiche leghiste di Gobbi vanno nella direzione giusta: frontiere il più chiuse possibile (a quando un bel MURO “à la Trump”?), allontanamento di stranieri in assistenza o con la fedina penale sporca, e PRIMA I NOSTRI!

Nuovo?

Il comitato $inistro si chiama “per una nuova politica migratoria”. Ma ciò che propone, di “nuovo” non ha proprio nulla. Si tratta infatti del solito vecchio e putrescente ritornello delle frontiere spalancate. Del “dobbiamo far entrare tutti” (compresi i delinquenti, dal momento che il comitatuccio starnazza pure contro la richiesta del casellario giudiziale). Del dobbiamo mantenere tutti. Ed anche, ciliegina sulla torta, del dobbiamo naturalizzare tutti. I $inistri pretendono addirittura di vietare l’espulsione degli stranieri in assistenza! Avanti, venite tutti nella Svizzera paese del Bengodi, che vi mantiene ad oltranza! I soldi crescono sugli alberi!

Catalogo di boiate

Le rivendicazioni del nuovo comitato, oltre a costituire un incredibile catalogo di boiate (se non si sapesse che certi personaggi sono privi di qualsivoglia senso dell’umorismo, si potrebbe pensare ad un pesce d’aprile anticipato) sono un vero insulto al contribuente. Ecco alcune delle loro perle:
– Abolire il concetto di centro di interessi quale criterio per stabilire la legittimità di una persona di risiedere in Svizzera o di percepirne le prestazioni sociali. (Traduzione: bisogna mantenere tutti!)
– Rivendicare l’impossibilità di espulsione dalla Svizzera per i disoccupati e per coloro che stanno esaurendo il diritto all’indennità di disoccupazione e per chi è caduto nel bisogno. (Traduzione: idem come sopra!)
– Sostenere il diritto alla naturalizzazione secondo procedure standardizzate e non discriminatorie, valide per tutto il territorio svizzero, che prevedano criteri trasparenti e formalmente rappresentativi e che contemplino la possibilità per il richiedente di ricorrere contro la decisione. (Traduzione: i passaporti svizzeri vanno REGALATI come se fossero noccioline!)
– Assicurare il riconoscimento automatico delle lauree, dei diplomi e delle qualifiche professionali ottenuti all’estero. (Traduzione: parificare lauree estere, comprate e/o che non valgono una sverza, con quelle delle università svizzere che sono le migliori al mondo. Ovvero: svilire le università ed i laureati svizzeri. E come la mettiamo, esagitati kompagnuzzi, con la protezione del consumatore?).
– Chiedere la fine della chiusura delle frontiere (quando mai sono state chiuse?, ndr), la fine dei respingimenti, la fine delle politiche di controllo e persecuzione (?) dei richiedenti l’asilo. (Traduzione: tutti i finti rifugiati con lo smartphone devono poter non solo entrare in Svizzera, ma anche restarci per sempre, mantenuti dal contribuente. Anche in violazione della legge. Ma si sa che a $inistra rispettano solo le leggi che piacciono. Quelle che non piacciono ai kompagni, invece, è giusto violarle).

Ovviamente il conto delle prestazioni sociali ai troppi stranieri in assistenza che hanno trovato in Ticino il paese del Bengodi  lo pagano di tasca propria i membri del nuovo “comitato unitario”, nevvero?

L’insulto ai nostri anziani

Non ancora contenti, i kompagnuzzi coronano il loro florilegio di scempiaggini con una premessa oltraggiosa: “i lavoratori stranieri hanno costruito questo paese”. Ah certo. Ed i nostri anziani invece non hanno fatto nulla, vero? Passavano le giornate a grattarsi!

I kompagnuzzi con i piedi al caldo grazie al pubblico impiego garantito a vita, invece di autoerotizzarsi cerebralmente con l’ideologia internazionalista più ottusa e becera, chiedano scusa agli anziani svizzeri e ticinesi! Quelli che ancora sono tra noi e quelli che non lo sono più! Fondamentalisti xenofili, vergognatevi!

Avanti così

Comunque, gauche caviar, avanti così. Spiace solo che il vostro bel proclama non sia stato pubblicato in periodo di elezioni cantonali, perché la Lega avrebbe guadagnato come minimo il 5%. Ma siamo convinti che da qui al 2019 non ci farete mancare le iniziative a sostegno indiretto del nostro Movimento. Restando in trepidante attesa, ringraziamo commossi.

Lorenzo Quadri

Stop beneficienza al Belpaese! Ci vogliono contropartite!

Asilanti: la kompagna Simonetta promette nuovi aiuti all’Italia. E in cambio?

E ci risiamo! La kompagna Simonetta “dobbiamo aiutare l’Italia” Sommaruga va a Roma a promettere ulteriori aiuti al Belpaese da parte degli svizzerotti nella gestione dei finti rifugiati. Chiaro: la vicina Penisola non sigilla la frontiera del Mediterraneo (in Spagna nel 2016 sono arrivati 15mila asilanti, poco più di un terzo di quelli giunti in Svizzera!) e quindi i migranti economici con lo smartphone continuano a sbarcare a frotte. E naturalmente la ministra di Giustizia (?) Sommaruga, quella che riempie il Ticino di centri asilanti, si impegna a fare sempre di più per aiutare i vicini a sud. Il problema ovviamente è che non impegna se stessa (a proposito: quanti migranti ospita a casa sua?) bensì i cittadini svizzeri. E i ticinesi in particolari. Visto che abbiamo la sfortuna di confinare con l’Italia in regime di libera circolazione delle persone, è chiaro che, di fatto, ad aiutare l’Italia per permettere alla Simonetta di farsi bella con gli amici romani sono i Ticinesi.

Non aderisce nemmeno l’UE

Ma come, proprio la kompagna ministra del “devono entrare tutti” prima della votazione sul tema non aveva andava in giro a raccontare che la nuova legge sull’asilo era “restrittiva”? Infatti è così “restrittiva” che la Svizzera si fa carico, senza alcuna base legale, di sempre più migranti economici che spettano al Belpaese, in base a piani di ridistribuzione di Bruxelles! Piani ai quali non aderiscono neppure i paesi UE!

Portare a casa

Invece di andare in vacanza a Roma a fare promesse, sarebbe ora che la kompagna Simonetta portasse a casa qualcosa dall’Italia. La Confederella aiuta il Belpaese con i finti rifugiati a spese, in prima linea, del Ticino. E cosa ottiene in cambio? Zero! Oltreconfine il concetto di reciprocità lo devono cercare sul dizionario. La cacca viene scaricata direttamente nel Ceresio perché non ci sono i depuratori. Sulla famosa ferrovia Mendrisio-Malpensa stendiamo un velo pietoso. La Penisola da più di 40 anni incassa i ricchi ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri, che sono un pizzo pagato all’Italia in cambio del riconoscimento del segreto bancario svizzero. La Penisola ha vigliaccamente attaccato la Svizzera sul segreto bancario. Però, ma guarda un po’, ha continuato ad intascare il pizzo. Pecunia non olet, come si diceva una volta da quelle parti! E adesso vorrebbero pure rifilarci i costi della disoccupazione dei frontalieri…

E  come la mettiamo con il libero accesso dei servizi finanziari rossocrociati al mercato italico, ora che grazie all’ex ministra del 5% Widmer Schlumpf la Svizzera in materia di piazza finanziaria ha calato le braghe integralmente? Campa cavallo, che l’erba cresce! Se ne parla da anni ma, ovviamente, i  negoziatori svizzerotti non cavano un ragno dal buco. La mediterranea controparte dichiara che “il tema è sul tavolo” e le aquile bernesi immaginano di aver ottenuto chissà quale successo… quando si dice credere a Gesù Bambino!

Non si vede l’ombra

E aggiungiamo pure che l’Italia, per il proprio tornaconto elettorale, rifiuta con scuse ridicole di tassare i frontalieri come i lavoratori italiani che vivono in Italia, discriminando gravemente la maggioranza dei propri concittadini. In questo modo l’Italia fomenta attivamente il dumping salariale in Ticino. Eppure la kompagna Sommaruga contribuisce a togliere le castagne dal fuoco, a nostro danno, al Belpaese, in materia di caos asilo. Quel caos asilo di cui la politica italiana porta la responsabilità. E dove sono i ringraziamenti dell’Italia per l’aiuto offerto? Ringraziamenti sottoforma di azioni concrete. Risposta: non se ne vede l’ombra! Addirittura, oltreramina taluni politicanti (credendo di farsi belli agli occhi del proprio elettorato) starnazzano al Ticino razzista. Vedi qualche sindaco che dovrebbe semmai ringraziare il nostro Cantone di esistere mattina, mezzogiorno e sera, perché senza il Ticino la maggioranza dei suoi concittadini non avrebbe la pagnotta sul tavolo. Oppure qualche evanescente europarlamentare che assume la mamma e poi si fa mazzuolare. Costoro hanno addirittura avuto il coraggio di sbroccare contro la decisione di chiusura notturna in prova di tre valichi secondari.

Insomma, noi “aiutiamo” ed in cambio…

Passatori

Visto poi che la kompagna Simonetta nella sua gita ricreativa a Roma ha pure parlato di lotta ai passatori, ci piacerebbe proprio conoscere il suo pensiero al proposito della deputata presunta passatrice che continua a rappresentare  il $uo partito nel Gran Consiglio ticinese.

Lorenzo Quadri

Grazie, Tribunale federale! Due disastri in due giorni!

Avanti così! Pene ridicole e niente espulsione dalla Svizzera per i miliziani dell’Isis!

 

Avanti così! A suon di sentenze balorde, i giudici del Tribunale federale stanno trasformando la Svizzera nel paese del Bengodi per i miliziani dell’Isis e di analoghe associazioni criminali. Stiamo parlando di terroristi islamici, mica di ladri di ciliegie. Proprio nel preciso momento in cui il terrorismo islamico – e quell’aggettivo, islamico, lo sottolineiamo per benino – semina il panico in Europa, vedi l’attentato di Westminster, vedi l’attentato mancato ad Anversa, i legulei di Losanna almanaccano sui diritti dei terroristi islamici. Naturalmente in nome del sacro dogma del “non si espelle nessuno alla faccia della volontà del popolo becero” e delle “pene buoniste”. Nel giro di un paio di giorni si sono viste due decisioni da far rizzare i capelli in testa ai calvi.

Ai jihadisti si riduce la pena

Il Tribunale penale federale (TPF) di Bellinzona ha condannato due uomini iracheni a quattro anni e otto mesi di carcere per partecipazione ad un’organizzazione criminale, nel concreto l’Isis (ma come: immigrazione non era uguale a ricchezza? Ma come: gli stranieri che delinquono non erano tutta una balla della Lega populista e razzista?).

Il TPF non è propriamente un covo di leghisti. Ed infatti quattro anni ed otto mesi sono ancora una pena mite. Altrove simili soggetti li sbattono in cella e buttano via la chiave. Giustamente. Eppure i due jihadisti iracheni non hanno nemmeno la decenza di volare basso. Macché: presentano ricorso contro la sentenza (gli avvocati glieli paga il contribuente?) ed il Tribunale federale in quel di Losanna che fa? Dà loro ragione e intima al TPF di emettere una condanna ancora più all’acqua di rose!

Abuso dell’ospitalità

L’aspetto obbrobrioso della vicenda è che il Tribunale federale non annulla la decisione del TPF perché i due iracheni non sono colpevoli o hanno delle attenuanti. Macché. La colpevolezza è confermata in pieno. Ma il calcolo della pena massima possibile, sentenziano i legulei di Losanna, a Bellinzona non è stato eseguito in modo corretto. Scrivono, tranquilli come un tre lire, i giudici politically correct: “La corte penale ha considerato a torto (sic!) come fattore aggravante, che i due imputati avevano abusato dell’ospitalità della Svizzera”.

Ma è il colmo! Qui ci sono delinquenti stranieri che arrivano nella Svizzera paese del Bengodi e per tutto ringraziamento impiantano cellule terroristiche di matrice islamica (ri-sottolineiamo l’aggettivo). Però l’abuso dell’ospitalità della Svizzera (fessa) non può essere considerato un’aggravante! Tale aggravante non è stata inserita nella sentenza da dei beceri leghisti, populisti e razzisti, ma da dei giudici di una corte penale federale. E si suppone che questi ultimi conoscano la legge. Sicché, se hanno inserito l’abuso dell’ospitalità come aggravante (bravi!)  vuol dire che ciò è giuridicamente sostenibile. Invece, ecco che arrivano i luminari del TF a dire che “sa po’ mia”!

Con queste sentenze del cavolo, diventeremo un polo d’attrazione per terroristi islamici e sapremo chi ringraziare.

Seconda prestazione

E il peggio deve ancora venire, perché non contento dell’esaltante prestazione di cui sopra, il TF ha pensato bene di farne subito un’altra. Al centro ci sono ancora i jihadisti iracheni. La Fedpol ne ha disposto l’espulsione, uno di essi è pure intenzionato a tornare spontaneamente in Iraq. Ma, ancora una volta, nel faraonico palazzo di Losanna gli azzeccagarbugli politically correct si mettono per traverso. Il miliziano dell’Isis deve rimanere in Svizzera, altro che espulsioni razziste! Deve rimanere in Svizzera perché – udite udite – se l’ennesimo pericoloso delinquente straniero che ci siamo messi in casa tornasse al suo paese, sarebbe a rischio di incarcerazione o di tortura. E noi dovremmo preoccuparci se un terrorista islamico (non un ladro di galline!) viene incarcerato o torturato nel suo paese? Ma stiamo scherzando? E per evitargli questo rischio  – che il diretto interessato è disposto a correre: è lui che intende partire – ce lo teniamo in Svizzera libero di organizzare attentati che possono costare la vita a decine di onesti cittadini? (Come si è visto, non c’è mica bisogno di un arsenale bellico per seminare morte, basta un’automobile lanciata in una zona pedonale affollata). Per tutelare un criminale mettiamo in pericolo la sicurezza interna? E oltretutto, rafforziamo ulteriormente la deleteria immagine di una Svizzera buonista-coglionista, covo ideale per miliziani dell’Isis?

Qualcuno ha perso la trebisonda

Qui qualcuno ha proprio perso la trebisonda. Ma il popolo non aveva votato l’espulsione dei delinquenti stranieri? Ed invece, non solo non vengono espulsi i delinquenti comuni, ma ci teniamo in casa pure i terroristi islamici!

Evidentemente, per evitare ulteriori sconci, urge cambiare qualche legge. E magari qualche giudice. E magari anche disdire qualche convenzione internazionale a tutela dei criminali che – ça va sans dire – gli svizzerotti fessi sono gli unici ad applicare. Pedissequamente. Contro i propri interessi vitali. Ma forse la sicurezza dei terroristi è più importante di quella della Svizzera, nevvero luminari di Losanna?

Lorenzo Quadri

Le perle dell’IRE: “65mila frontalieri? Solo una percezione”

Anche noi abbiamo una “percezione”: che Rico Maggi ci stia prendendo per il lato B

L’Istituto ricerche economiche dell’USI continua a produrre propaganda pro-libera circolazione, pagata con i nostri soldi

Ma guarda un po’: è online da qualche giorno sul sito internet dell’IRE, ma ben pochi se ne sono accorti, la nuova indagine dell’Istituto ricerche economiche sui frontalieri in Ticino. O piuttosto, il complemento del famoso “studio”, realizzato da ricercatori frontalieri, da cui – chissà come mai – emergeva che il soppiantamento di ticinesi con frontalieri e il dumping salariale erano tutte balle populiste e razziste.

L’obiettivo di queste indagini è sempre lo stesso. Dimostrare che l’assalto da sud al mercato del lavoro ticinese non è un problema, sono tutte balle della Lega populista e razzista!

Sono solo “percezioni”, per usare il termine dell’IRE!

Tutte percezioni?

Eh già, 65mila frontalieri, di cui 40mila nel terziario, sono una “percezione”. Il fatto che in Ticino il 27.1% (quindi quasi il 30%) dei lavoratori siano frontalieri, è una “percezione”. La presenza in Ticino del 20,2% della totalità dei frontalieri attivi in Svizzera, è una percezione. 8000 ticinesi in assistenza sono una “percezione”. Le targhe azzurre che saturano strade ed autostrade sono un’illusione ottica!

Per non parlare poi dei padroncini (tutti in nero) che costituiscono ancora un discorso a parte. Ma anche questa è una forma di frontalierato. Non solo. Le cifre ufficiali dei frontalieri sono taroccate verso il basso, poiché non tengono conto dei permessi B farlocchi. Ovvero, cittadini d’oltreconfine che creano una residenza fittizia in Ticino per non figurare come frontalieri: un trucchetto molto gettonato tra chi lavora nello Stato, nel parastato e nella piazza finanziaria di questo sempre meno ridente Cantone; e, ovviamente, anche dai rispettivi datori di lavoro, nel caso fossero chiamati ad esibire una qualche statistica sulla provenienza dei propri dipendenti.

Realtà alternativa?

Quindi delle due l’una. O le “percezioni distorte” (a fini di propaganda pro-libera circolazione) sono quelle del direttore dell’IRE Rico Maggi, oppure Maggi vive in una realtà alternativa, da pubblicità del Mulino bianco, fatta di prosperità, di piena occupazione, di famigliole felici e di uccellini che cinguettano. In questo caso, gli chiediamo di indicarci come si fa a raggiungerla, questa realtà alternativa, così ci andiamo anche noi.

Pure noi comunque abbiamo una “percezione”, ossia che l’IRE con i suoi studi pro-frontalierato ci stia prendendo sontuosamente per i fondelli.

A proposito: ma anche questa nuova ricerca sarà stata effettuata da collaboratori frontalieri, come la precedente?

Chi ha commissionato?

Che il direttore dell’IRE Rico Maggi tenti in ogni modo di far passare la propria personale posizione pro frontiere spalancate è umanamente comprensibile. Ma che un istituto universitario di ricerca, finanziato dal contribuente, si arrampichi sui vetri per tentare di negare l’evidenza – con l’obiettivo politico di reggere la coda alla deleteria libera circolazione delle persone – è  ben poco professionale (per usare un eufemismo).
Domandina finale: ma chi ha commissionato all’IRE il nuovo approfondimento propagandistico? Il Dir Maggi se lo è commissionato da solo per trasmettere il proprio Verbo d’”apertura” al volgo ticinese “chiuso e becero”? E nümm a pagum?

Lorenzo Quadri

Accordi con l’UE: stanno ancora tentando di farci fessi!

La diplomazia turboeuropeista prepara il terreno per la prossima calata di braghe

 

Chissà come mai, ma abbiamo come l’impressione che qualche illustre esponente della diplomazia svizzera, cameriera dell’UE, stia tentando per l’ennesima volta di infinocchiarci in grande stile!

Non è certo un caso se l’ineffabile Jacques De Watteville (già portaborse dell’ex ministra del 5% Widmer Schlumpf nonché  abile negoziatore con il Belpaese, così abile che non ha portato a casa un tubo) adesso torna a remenarla con l’ accordo quadro istituzionale tra la Svizzera e gli eurofalliti di Bruxelles.

Accordo capestro

L’accordo quadro è quel trattato-capestro che obbligherebbe la Svizzera a riprendere il diritto UE oltre che a sottomettersi a giudici stranieri. Si tratterebbe della pietra tombale sulla nostra sovranità, ed anche sui diritti popolari. Sicché, di sottoscrivere una simile bestialità non se ne parla nemmeno. Come non se ne parla nemmeno di estendere un qualsivoglia accordo bilaterale. De Watteville evidentemente tenta di convincere gli svizzerotti della necessità, anzi dell’ineluttabilità, dell’ ennesima calata di braghe davanti agli arroganti funzionarietti di Bruxelles: “Abbiamo tre mesi di tempo per trovare un accordo – ha dichiarato – dopodiché l’UE sarà troppo impegnata a gestire la Brexit”.

Ah, ecco. Adesso è colpa della Brexit. Perché evidentemente i balivi UE, essendo un po’ limitati, sono in grado di affrontare un solo dossier per volta. E, se sono occupati nella Brexit, non avranno più tempo per la Svizzera. Che evidentemente, secondo l’illuminata visione del capo negoziatore De Watteville, conta come una caccolicchia.

Basta fole!

Ma la vogliamo piantare di raccontare fregnacce?

  • La storiella dell’ “ineluttabilità” è la stessa panzana utilizzata dall’ex ministra del 5% Widmer Schlumpf per svendere sciaguratamente il segreto bancario senza alcuna contropartita.
  • Per i camerieri dell’UE del Consiglio federale, qualsiasi cip in arrivo da Bruxelles è “ineluttabile”. Ma a chi pensano di darla a bere?
  • Al proposito della Brexit, ricordiamo la posizione di un’ex ministra degli esteri elvetica, assai poco sospetta di simpatie leghiste, ovvero Micheline Calmy-Rey. La quale disse che grazie alla Brexit (e magari tra un po’ ci sarà anche la Frexit?) l’UE sarà costretta, se vuole continuare ad esistere, a mediare su determinati dogmi.
  • La stessa posizione l’ha espressa l’ex vicepresidente della BNS Jean Pierre Danthine.

Il ricattino

E il De Watteville pensa ancora di venirci a propinare la fanfaluca secondo cui davanti all’onnipotente UE la Svizzera deve di nuovo abbassare le braghe ad altezza caviglia e firmare un folle accordo quadro istituzionale entro tre mesi, altrimenti….?

De Watteville, ma “daccene una fetta”! Se tu vai a Bruxelles a negoziare in ginocchio e non sei in grado di far valere la posizione della Svizzera (o non vuoi farlo!), questo non significa affatto che la capitolazione compulsiva che tanto ti piace sia ineluttabile. Non ci sarà nessun accordo quadro! Non ci sarà nessuna estensione dei Bilaterali! E nemmeno ci sarà un ulteriore pagamento di un miliardo di contributi di coesione (!)  ad un’UE che ci ricatta! Quel miliardo che invece i camerieri dell’UE Didier Burkhaltèèèèr e Johann Leider Ammann, guarda caso entrambi ministri PLR, sarebbero invece pronti a versare domani senza colpo ferire!

La Svizzera non crolla

Lo ripetiamo per l’ennesima volta. La libera circolazione non è un dogma. Se la sua fine comporta anche quella dei bilaterali, la Svizzera non cola a picco, anzi. Questo è semplicemente quel che vuole farci credere, per il proprio tornaconto, l’élite spalancatrice di frontiere. La quale non vuole ammettere che il suo disegno di globalizzazione ha fatto flop. La Svizzera esportava già prima dei bilaterali, e più di ora. Se i bilaterali cadono, si troveranno altri accordi, senza la libera circolazione delle persone. Certo, qualche intellettualino ro$$o da tre e una cicca dovrà rimangiarsi un po’ di ideologia internazionalista. E magari qualche padrone del vapore si vedrà ridurre di un po’ gli utili stratosferici. Tutto qui. De Watteville, basta! L’era della diplomazia turboeuropeista e succube di Bruxelles è finita. La tua era è finita. Vai in pensione che è meglio.

Lorenzo Quadri

 

La libera circolazione mette a rischio anche i nostri denti

Nell’UE ci sono dentisti che concludono gli studi  senza alcuna formazione pratica

 

La devastante libera circolazione delle persone, voluta dalla partitocrazia spalancatrice di frontiere, non ha solo mandato a ramengo la nostra sicurezza, il nostro mercato del lavoro (dumping salariale e soppiantamento dei residenti con frontalieri), la nostra viabilità (interminabili colonne di veicoli con targa azzurra, naturalmente con a bordo soltanto il conducente), la qualità della nostra aria (le auto d’oltreramina non emettono essenza di eucalipto dal tubo di scappamento). Senza contare che l’immigrazione incontrollata – come diceva giustamente l’iniziativa Ecopop, troppo presto finita in dimenticatoio – esaurisce le risorse naturali e fa pure decollare i costi dell’alloggio.  E poi c’è naturalmente il lungo e scandaloso capitolo della volontaria e pianificata distruzione delle nostre radici e della nostra identità tramite il multikulti imposto col ricatto morale (i moralisti a senso unico denigrano e delegittimano i contrari etichettandoli come spregevoli razzisti e fascisti).

10% senza pratica

Ma non di soli massimi sistemi vive l’uomo (o la donna). Quindi, tornando più sul terre-à-terre, si scopre che la libera circolazione delle persone mette in pericolo anche i nostri… denti. Ed infatti da uno studio realizzato in Francia si apprende che nell’Unione europea il 10% dei dentisti conclude la formazione, e quindi comincia a lavorare, senza aver mai avuto alcuna esperienza pratica: al massimo ha guardato altri che lavoravano.

L’informazione non se l’è inventata il Mattino populista e razzista. Proviene dal sito ZWP online,  portale svizzero d’informazione per gli addetti al settore della medicina dentaria. L’articolo in questione è stato pubblicato nella seconda metà di gennaio; un gentile lettore ce l’ha segnalato.

Le prime cavie di questi dentisti UE che durante gli studi mai hanno messo mano ad una gengiva, sono dunque proprio i pazienti. Grazie alle frontiere spalancate, tali dentisti possono lavorare anche in Svizzera, perché i diplomi vengono considerati equivalenti. Vengono considerati, appunto. Però non lo sono. Ed infatti nelle università elvetiche dove si insegna medicina dentaria, la pratica ha un peso rilevante nel curricolo di studio Come è giusto che sia.

Morale (molare?) i dentisti UE avranno forse un diploma “equivalente”; ma di certo non hanno competenze equivalenti ai colleghi rossocrociati.

Nozioni semplici

L’articolo di ZWP online rincara la dose: non solo nella disunione europea parecchi futuri dentisti studiano in modo superficiale dei trattamenti complessi, ma anche le nozioni più semplici “ciurlano nel manico”: ad esempio, uno studente su tre non ha mai fissato una protesi dentaria.

Lo scenario che si presenta non è dunque dei più incoraggianti.

Studio lacunoso

Ma se la formazione in medicina dentaria nell’UE – o per lo meno in taluni paesi membri – è gravemente lacunosa, purtroppo lo è anche lo studio che ha portato alla luce la poco edificante situazione.

Qual è infatti la prima domanda che il lettore si pone davanti ad un’indagine del genere? Fuori i nomi delle Università che rilasciano lauree traballanti. O almeno delle nazioni in cui esse si trovano. Così il consumatore si sa orientare. E invece questa informazione non c’è. Manca volutamente. L’autore dello studio ha dichiarato che il suo obiettivo non è “mettere qualcuno alla berlina” ma “sensibilizzare in generale su quello che non va”.  Quando si dice l’uregiateria! Certo che serve a poco realizzare uno studio se poi, in nome del politikamente korretto, si lascia via di proposito la parte più interessante ed importante. La parte senza la quale l’utilità pubblica dell’indagine va a farsi benedire.

Autocensura politikamente korretta

Questo modo di procedere rappresenta una forma deleteria di autocensura. Non si dice come stanno le cose perché è sconveniente nell’ottica delle frontiere spalancate. Non sia mai che si rischi di nuocere al sommo ideale del “devono entrare tutti”!

Si potrebbe sapere quali dentisti hanno lauree UE da tre e una cicca. Però si preferisce chiudere gli occhi.  Per scelta. E mica vorremmo rischiare di discriminare! Le esigenze (?) del buonismo-coglionismo vengono fatte passare prima dell’integrità fisica delle persone.

Ad ogni buon conto, tanto per non sbagliare, quando si ha bisogno di un dentista basta rivolgersi a professionisti svizzeri che hanno studiato in Svizzera. Così si è sicuri di non incappare in uno di quel 10% di dentisti  UE che la bocca di un paziente l’ha vista solo in fotografia.

Lorenzo Quadri

Ticino: entrate clandestine triplicate e sarà sempre peggio

Intanto il Consiglio nazionale vuole spendere sempre di più per formare gli asilanti

Ma come, il caos asilo non doveva essere tutta una balla della Lega populista e razzista? Ed invece si è di recente appreso, ma tu guarda i casi della vita, che le entrate clandestine in Ticino sono triplicate da un anno all’altro: erano meno di 11mila nel 2015, contro le quasi 34mila nel 2016. Sicché la proposta di costruire un bel muro sul confine non è poi tanto campata in aria.

Eppure delle cifre in questione si prende semplicemente atto; come se fossero solo dei segni sulla carta e non avessero delle conseguenze assai concrete. Sia finanziarie che sotto il profilo della sicurezza. Intanto il Belpaese, ma tu guarda i casi della vita, è stato nuovamente rampognato in sede internazionale perché l’accoglienza dei migranti economici minorenni non sarebbe adeguata. Naturalmente si tratta in gran parte di presunti minorenni, visto che le dichiarazioni sull’età sono fantasiose e i documenti d’identità vengono gettati in mare.

“Persone in autostrada”

Il fatto che l’Italia non faccia i compiti in materia di accoglienza, aumenta la pressione sui paesi vicini (nel senso che sempre più migranti giunti nel Belpaese vista la situazione decidono di raggiungere altri lidi più accoglienti).  Questo lo hanno riconosciuto anche gli organismi internazionali di cui sopra. Va da sé che i primi  a scontare questa situazione sono proprio gli svizzerotti. E più precisamente il Ticino, per ovvi motivi geografici. C’è quindi da attendersi che gli ingressi clandestini in questo sempre meno ridente Cantone, già triplicati in un anno, siano destinati ad impennarsi ulteriormente. Con modalità sempre più fantasiose e rischiose. Vedi gli episodi di trainsurfing (viaggio clandestino sul tetto del treno) che hanno riempito la cronaca recente. Anche perché in  un caso l’esito è stato tragico. Ma da tempo decine di migranti entrano in Ticino a piedi camminando in autostrada. Pratica che non è di certo sicura. Chi credete che siano le “persone lungo l’autostrada” nel Mendrisiotto che i notiziari di Via Suisse annunciano con bella regolarità? Non sono mica turisti con la macchina in panne…

Troppo attrattivi

Chi istiga i migranti economici a tentare simili imprese rocambolesche, che possono anche costare la vita? Risposta: i fautori del “devono entrare tutti”. Quelli che si ostinano ad illudere gli asilanti che una volta raggiunto il nostro paese sono a posto: perché gli svizzerotti accolgono e mantengono tutti. Come ha detto il consigliere del presidente eritreo in visita a Berna, “il vostro (della Svizzera) problema è che siete troppo attrattivi”.

Svizzerotti pronti ad obbedire

E gli stessi organismi internazionali che bacchettano il Belpaese in materia di accoglienza di asilanti fanno – e ti pareva! –  appello all’UE e alle famose quote di ridistribuzione.  Il che significa, come di consueto, che i primi (se non gli unici) a seguire con la massima diligenza simili inviti, senza peraltro avere alcun obbligo al proposito, saranno proprio gli  svizzerotti. Come del resto hanno sempre fatto. Ringraziamo in coro la ministra del partito del “devono entrare tutti”, kompagna Simonetta Sommaruga. Ci troveremo quindi ad alloggiare sempre più sedicenti rifugiati che toccherebbero ad altri. Per questo la buona Simonetta ci vuole rifilare sempre più centri per asilanti.

La metà sparisce

E’ inoltre confermato che quasi la metà dei migranti spariscono nel nulla; questi, è evidente, sono tutti finti rifugiati, dal momento che dei veri perseguitati, una volta giunti in Svizzera, non avrebbero alcun motivo per far perdere le proprie tracce. Su questi clandestini nulla si sa – e nulla si continua a sapere. Il Consiglio federale, rispondendo a delle domande sul tema, ha ribadito che verosimilmente questi migranti non sono più in Svizzera e che comunque non risultano aumenti di reati che potrebbero essere riconducibili alla permanenza in clandestinità dei finti rifugiati “spariti” e blablabla. Ah beh, quando si dice “l’importanza del controllo sul territorio”!

Formazione

Intanto, sempre in tema di asilanti, il Consiglio nazionale è riuscito a prodursi nell’ennesima brillante pensata: ovvero accettare, per 108 voti contro 70, una mozione che chiede di spendere “parecchio di più”  nella formazione dei giovani rifugiati. E già, perché i giovanotti con lo smartphone non vanno solo accolti. Devono pure venire formati a spese del contribuente svizzerotto. Altrimenti – questa la brillante argomentazione dei mozionanti, naturalmente di $inistra – rimanendo in Svizzera saranno poi a carico dell’assistenza. Ma guarda un po’! Peccato che il punto sia un altro: ossia che questi signori non devono restare  definitivamente nel nostro paese, bensì rientrare nel loro il prima possibile. Le ammissioni provvisorie devono tornare ad essere quello che dice il nome: provvisorie, appunto. Invece la partitocrazia spalancatrice di frontiere, Dipartimento Sommaruga in prima fila, ha reso le ammissioni provvisorie, de facto, definitive.

Sdoganare

Sicché,  invece di intervenire al livello giusto, dove è effettivamente necessario intervenire, non solo si prosegue nell’irregolarità (e nümm a pagum) ma si pongono i presupposti per sdoganarla e perpetrarla. Si accetta come normale ciò che normale non è. Questo per ampliare sempre di più la spesa sociale provocata dai migranti economici. E naturalmente si ampliano di pari passo i diritti di questi ultimi (i doveri mai). Già, perché mica vorrete rimandare a casa un asilante che si è formato o che si sta formando, vero beceri razzisti?

Avanti, diventiamo sempre più accoglienti per i migranti economici! Quanto al conseguente caos asilo, semplicemente se ne nega l’esistenza (un po’ come accade con il dumping salariale ed il soppiantamento dei residenti con frontalieri). Ma fino a quando si pensa di prendere la gente per i fondelli?

Lorenzo Quadri

 

 

Berna: il Mobility Pricing avviato alla rottamazione?

Martedì la Commissione dei trasporti del Nazione potrebbe decretarne l’affossamento

In ogni caso: in Ticino di questi “esperimenti” non vogliamo nemmeno sentire parlare

Il Mobility Pricing arranca. Per Mobility Pricing si indica quel progetto che vorrebbe penalizzare, andando ad incidere come al solito sul portafoglio, chi si sposta negli orari di punta. Nel mirino ci sono in prima linea i soliti sfigati automobilisti, tartassati e criminalizzati. O, per essere più precisi, criminalizzati per avere la giustificazione morale (?) ai salassi. Ma poi potrebbe anche essere il turno degli utenti dei mezzi pubblici.

Nessun volontario

L’obiettivo del progetto di  Mobility Pricing – parto bernese del Dipartimento Leuthard (PPD) – sarebbe quello di fluidificare il traffico. Tuttavia, per l’ennesima boiata prodotta dai burocrati federali, le prospettive si fanno fosche. Il tema sarà trattato dalla Commissione dei trasporti e delle telecomunicazioni del Consiglio nazionale il 22  marzo. Gli uccellini bernesi cinguettano che in quell’occasione arriverà in Commissione una proposta che chiede l’interruzione immediata dell’esperimento. Esperimento che, peraltro, è già fallito.

In effetti, il Dipartimento Doris non ha trovato nessuna regione pronta a mettersi a disposizione come cavia per il Mobility Pricing. Perfino le agglomerazioni a maggioranza ro$$overde di Berna e Zurigo hanno risposto picche. Il che dovrebbe già chiarire a Leuthard ed ai suoi portaborse che il progetto non è in grado di ottenere un grado di accettanza minimamente decente. E quindi va cestinato.

Sulle auto elettriche?

Eppure c’è chi si arrampica sui vetri per attuarlo comunque. Swisscleantech, ad esempio, ha proposto di testare il mobility pricing sulle auto elettriche. La ricompensa sarebbe l’esenzione delle “cavie” dalla nuova tassa annuale che i titolari di veicoli elettrici dovranno sborsare a partire dal 2020: il balzello in media ammonterà a 370 Fr a vettura. Solo che le auto elettriche sono troppo poche per un test del genere, visto che sono attualmente circa 11mila in tutta la Svizzera. Sicché l’idea di utilizzarle per sperimentare è, come direbbe Fantozzi, una  c_gata pazzesca.

Ma questi goffi tentativi di salvataggio in corner ben dimostrano le finalità del Mobility Pricing. Non certo fluidificare il traffico ma, ancora una volta, penalizzare gli automobilisti. E’ significativo che politicamente sia sostenuto soltanto dai ro$$overdi e oltretutto – come ben dimostra la defezione di Berna e Zurigo – solo a patto che venga introdotto in casa d’altri.

Grande fratello?

E’ evidente che, per quel che ci riguarda, in Ticino di mobility pricing non vogliamo nemmeno sentire parlare, e questo per una serie di motivi.

Tanto per cominciare, come si fa a sapere se un’automobilista entra nell’agglomerato nell’ora di punta o in altro orario? Evidentemente le automobili verrebbero dotate di speciali vignette che rilevano gli spostamenti con i relativi orari. Ohibò, peggio del Grande Fratello! Alla faccia della privacy! E poi magari un domani nemmeno tanto lontano si farà  in modo che i dispositivi rilevino anche la velocità dei veicoli, così il solito sfigato automobilista avrà di fatto un radar sempre appicciato addosso, pronto a registrare e a segnalare alla polizia ogni minima infrazione dei limiti consentiti?

Alcune considerazioni

E poi: se il traffico non è fluido, la colpa è degli automobilisti residenti o va cercata altrove? Alcune semplici considerazioni al proposito si impongono.

  • Proliferano i fallimentari piani viari (vedi il PVP di Lugano) che vengono concepiti appositamente contro le auto. Perché è politikamente korretto mazzuolare la mobilità privata. L’obiettivo è chiaro: esasperare gli automobilisti costringendoli ad utilizzare i mezzi pubblici “per sfinimento”. Ma l’efficienza del trasporto pubblico lascia alquanto a desiderare, specie per chi vive appena fuori dall’agglomerato. Le automobili aumentano, eppure le strade vengono chiuse o ristrette, e gli assi di transito non vengono sviluppati. Per precisa scelta politica. Ai mezzi pubblici si dà la possibilità di “chiamare il verde” agli incroci e tale possibilità (del resto era scontato) viene abusata. Poi ci si meraviglia se le colonne non scorrono. La fluidità del traffico viene sabotata di proposito.
  • Se nelle ore di punta si sostituissero i semafori nei punti più caldi con i “securini”, di certo si formerebbero meno colonne. Ma non si vuole nemmeno tentare. L’operazione infatti avrebbe un costo. E per gli automobilisti non si deve spendere: al contrario, bisogna (?) mungerli per fare cassetta! Altrimenti i politikamente korretti insorgono.
  • Le automobili aumentano, ovviamente a seguito dell’aumento della popolazione. La quale cresce a causa dell’immigrazione incontrollata. E nel nostro sempre meno ridente Cantone, ma tu guarda i casi della vita, il grosso degli immigrati viene proprio da paesi in cui l’auto è considerata uno status symbol, vedi i Balcani e la vicina Penisola. Il Ticino ha il più alto tasso di automobili immatricolate. Non c’è alcun nesso con il fatto che abbia anche quasi un terzo di popolazione straniera, e che le comunità straniere più rappresentate siano quelle indicate sopra? Da notare che quanti rifiutano istericamente qualsiasi limitazione all’immigrazione (“bisogna aprirsi!”) sono poi gli stessi che vogliono il Mobility Pricing.  La rete viaria attuale non è più in grado di reggere ad un’immigrazione andata del tutto fuori controllo (saldo migratorio dalla sola UE di 80mila persone all’anno! Quando prima della votazione sui fallimentari accordi bilaterali, il Consiglio federale parlava di 10mila persone in più all’anno!).
  • Ogni giorno in Ticino entrano 65mila frontalieri uno per macchina, più svariate migliaia di padroncini. Ecco come mai le nostre strade sono infesciate e i valori delle polveri fini schizzano verso l’alto. E qui si torna al punto precedente: a volere il Mobility Pricing sono gli stessi ambienti spalancatori di frontiere che rifiutano istericamente ogni limitazione del frontalierato. E no kompagnuzzi, non ci siamo proprio! Prima si provoca l’invasione di targhe azzurre e poi si pensa di penalizzare tutti indiscriminatamente con il Mobility Pricing? Ma col piffero! Prima si screma, ma alla grande, il numero di veicoli di frontalieri presenti sul territorio. Poi semmai se ne riparla.
  • Gli orari di inizio lavoro non sono “à la carte”. Chi ha bisogno dell’auto per andare a lavorare non può scegliere di spostarsi negli orari in cui le strade sono più libere. Anche perché, se così fosse, non aspetterebbe l’imposizione dall’alto del Dipartimento Leuthard (PPD) che gli mette le mani in tasca per costringerlo a spostarsi come e quando vorrebbero la Doris ed i suoi burocrati. Uella, in tutti i palazzi governativi di ogni ordine e grado ci si sciacqua la bocca con la storiella dell’ “amministrazione al servizio del cittadino” ed invece si assiste ad un’allarmante deriva nel senso contrario: il cittadino è sempre più al servizio delle paturnie ideologiche dell’amministrazione.
  • In Ticino, ma questo lo sanno anche i paracarri, la conformazione del territorio è tale che utilizzare l’auto per recarsi al lavoro è una necessità di moltissimi.

Morale della favola: la Doris uregiatta faccia una bella cosa e “termovalorizzi” definitivamente il progetto del Mobility Pricing.

Lorenzo Quadri

“Fai il frontaliere, conviene!”

Grazie partitocrazia! Ecco il bel regalo che hai fatto al Ticino con i bilaterali

Gli annunci di lavoro ci spiattellano in faccia le conseguenze della libera circolazione. E i soldatini dei partiti storici hanno ancora il coraggio di fare le verginelle offese

Nei giorni scorsi è stato segnalato sul portale Tio un annuncio di lavoro di un’azienda, guarda caso italiana, che cerca collaboratori  allettandoli in questo modo: “l’azienda si trova in Ticino, il candidato ha quindi la possibilità di valutare se lavorare come frontaliere, il che comporterà un forte vantaggio economico”. Ma guarda un po’! Capito come funzionano le cose in regime di devastante libera circolazione delle persone? Altro che “prima i nostri”: prima gli altri!

Ed ecco l’ennesimo esempio di azienda italica che sbarca in Ticino e “predilige” (per usare un eufemismo) l’assunzione di frontalieri. Poi ci chiediamo come mai ne abbiamo 65mila.

Un’ovvietà

Il bello, o il brutto, è che l’annuncio in questione contiene in realtà un’ovvietà. Ossia che fare il frontaliere conviene. Poiché grazie al differenziale tra il costo della vita al di qua e al di là della ramina, i frontalieri possono fare concorrenza sleale ai lavoratori residenti. Sicché è inutile che esponenti della partitocrazia spalancatrice di frontiere, rispettivamente i loro soldatini sistemati nelle istituzioni, davanti ad annunci come quello di cui sopra facciano le verginelle offese e strillino allo scandalo. Perché quello che succede era ampiamente previsto e predibile.

“Stigmatizziamo” gli spalancatori di frontiere

Ad esempio il direttore della divisione dell’economia del DFE Stefano Rizzi  al medesimo portale dichiara: “annunci simili ci preoccupano, li stigmatizziamo assolutamente”. Noi invece “stigmatizziamo” questo modo di prendere la gente per i fondelli! E “stigmatizziamo” gli spalancatori di frontiere! Annunci simili, caro Rizzi, sono una semplice descrizione della realtà. Realtà creata  da chi ha voluto la libera circolazione delle persone. Vertici del DFE compresi. Ma come: prima si eleva la libera circolazione a dogma intoccabile, si sfornano ricatti e terrorismo di regime a favore dei bilaterali, e poi per lavarsi la coscienza si “stigmatizzano” le loro conseguenze, che erano ovvie fin dall’inizio?

Chiaramente, e a maggior razione, il discorso vale anche per gli esponenti di quei partiti che vogliono la libera circolazione, che combattono prima i nostri, e poi davanti agli annunci di lavoro diretti ai frontalieri fingono di scandalizzarsi credendo di guadagnare in questo modo facili consensi. Ma i ticinesi “non sono mica scemi”. Sicché, quando il DFE dirà chiaro e tondo che la libera circolazione va disdetta, i suoi funzionari dirigenti targati PLR potranno essere credibili nello “stigmatizzare assolutamente” certi annunci di lavoro. Prima proprio no. Prima possono solo recitare il mea culpa. Il resto sono storielle.

Ci vogliono i muri

Più interessante, per quanto anch’essa non certo originale, la posizione dell’esperto di risorse umane, pubblicata sempre sul portale Tio. Eccola: “Fintanto che i frontalieri godono in Italia di una tassazione più vantaggiosa rispetto agli altri lavoratori italiani, un datore di lavoro può legittimamente fare presente questa opportunità”. Appunto. I frontalieri pagano molte meno tasse rispetto ai loro connazionale che lavorano in patria. Senza che esista, per questo privilegio, uno straccio di giustificazione plausibile. Gli italiani che lavorano in Italia sono di conseguenza chiamati a compensare con le loro imposte quel che i frontalieri non pagano. Nessun politicante del Belpaese ha nulla da dire? Ad esempio: la mamma della Comi non le ha spiegato niente al proposito?.

Seconda affermazione interessante: “l’unica soluzione è la logica Trumpista di costruire muri di separazione tra sistemi. Ma la Svizzera è un paese esportatore. E se si affermasse la logica delle frontiere, avrebbe più svantaggi che vantaggi”. Ad essere interessante è ovviamente solo la prima frase. Le due seguenti sono fole. Per esportare non c’è affatto bisogno della libera circolazione delle persone. Gli accordi conclusi con la Cina, ad esempio, mica la contemplano. La Svizzera era paese esportatore assai prima di sottoscrivere lo sciagurato accordo sulla libera circolazione. Ed esportava anche più di adesso.

Lorenzo Quadri

 

 

Caos asilo: in Germania arriva la censura di regime

 

Ecco che siamo arrivati all’ultimo stadio. L’élite spalancatrice di frontiere, responsabile del caos asilo, impone la censura di regime. Accade in Germania, dove il governo non vuole che i mass media riferiscano dei reati commessi da asilanti, magrebini, migranti islamici. In questi casi, la nuova regola politikamente korretta impone di indicare solo genericamente che si tratta di persone in arrivo da “paesi a sud” (anche la Svizzera è a sud della Germania…). Va da sé che la stampa di regime, perfettamente allineate sul fronte delle frontiere spalancate, è più che entusiasta di ottemperare al Diktat.

Nascondere il disastro

Evidentemente il governo Merkel tenta, male, di nascondere il disastro fatto non solo in Germania, ma in tutta Europa. A seguito degli sciagurati inviti dell’Anghela (“ce la possiamo fare”) si sono messi in marcia verso il vecchio continente interi popoli. Il risultato è l’arrivo in Europa di milioni di finti rifugiati musulmani con lo smartphone, che non sono né integrati né integrabili. Che disprezzano la nostra cultura. Che vogliono importare il loro modo di vita. Che non rispettano le donne. Al proposito, nei giorni scorsi la Basler Zeitung ha pubblicato un’interessante intervista ad uno psicologo che da anni lavora con i giovani migranti economici.

Nuova panzana

La kompagna Simonetta “dobbiamo aiutare l’Italia” Sommaruga ha detto che “non c’è posto in Svizzera” per i finti rifugiati che “non rispettano le donne”. Si tratta, purtroppo, dell’ennesima panzana. Proprio questi migranti economici, la kompagna Sommaruga ed il $uo partito li vogliono fare entrare tutti.

E adesso in Germania l’élite spalancatrice di frontiere, ormai alla frutta, tenta la via della censura di regime. I reati commessi dagli asilanti devono essere taciuti dai media. La gente non deve sapere. Perché sennò si accorgerebbe che gli odiati e denigrati populisti hanno ragione. Che la politica delle frontiere spalancate è un disastro sotto tutti i punti di vista.

I paladini della libertà di stampa

E il bello è che a sostenere la censura di regime, e ad accodarsi  slinguazzanti alla medesima, sono gli organi d’informazione politikamente korretti. Proprio quelli che si riempiono la bocca con la libertà di stampa (ma solo per gli amici; solo quando fa comodo) adesso inneggiano alla censura della nazionalità dei delinquenti.  Per nascondere i disastri della politica che loro stessi hanno fattivamente sostenuto e promosso. Perché, come la morale, anche la libertà di stampa è a senso unico. Ne devono beneficiare solo le posizioni “giuste”. Per le altre, invece… museruola!

Del resto anche alle nostre latitudini polizia e magistratura fanno fatica, e tanta, ad indicare nelle comunicazioni ufficiali la nazionalità dei delinquenti. Invece si tratta di un’informazione che va fornita, sempre. Perché è ora di finirla di nascondere la realtà nel disperato tentativo – ormai siamo davvero alla frutta – di nascondere lo sfacelo della politica delle frontiere spalancate e del multikulti . Se qualcuno crede di fermare l’avanzata degli odiati “populisti”  con questi disperati mezzucci, forse ha sbagliato a fare i conti.

Lorenzo Quadri

SSR: le tre scimmiette sbarcano in Consiglio nazionale

Emittente di regime criticata solo a parole, ma quando si tratta di votare…

Tanto tuonò che non piovve. Alla fine il Consiglio nazionale non ha apportato  modifiche sostanziali al mandato di servizio pubblico della SSR. Una mozione di commissione che chiedeva di introdurre la competenza duale nel rilascio nella concessione  alla SSR (concessione quadro decisa dal parlamento, concessione di dettaglio definita dal Consiglio federale) è stata respinta di misura con 99 voti contrari 87 favorevoli e 4 astensioni. Un’altra mozione, che chiedeva che la competenza passasse tout-court al parlamento, è stata parimenti bocciata. E’ stata per contro approvata una mozione per l’istituzione  di un’autorità di sorveglianza indipendente, che adesso non c’è.

La SSR raccoglie una “vittoria”. E’ infatti chiaro che, se il parlamento ottenesse la competenza di fissare l’ammontare delle risorse a disposizione dell’azienda, e di conseguenza il canone, esso si dimostrerebbe meno accomodante del dipartimento Leuthard, che con l’azienda va a manina. Ciò significa che il canone verrebbe decurtato.

I contrari all’ipotesi della concessione decisa dal parlamento hanno strillato allo scandalo, al controllo della epolitica sull’azienda. Il che fa piuttosto ridere dal momento che l’azienda è già lottizzata adesso. A suscitare lo scandalo dei benpensanti non è tanto il fatto che la politica possa avere da dire nell’emittente. Lo scandalo è semmai che la parte politica che si vuole tagliare fuori, e specialmente l’odiata “destra populista”, potrebbe avere qualcosa da dire.

Chi si loda…

Fa poi piuttosto specie che il direttore della RSI kompagno Maurizio Canetta abbia dovuto scrivere un’opinione sul Corriere del Ticino per spiegare ai lettori quanto brava e bella e vicina al territorio (?) sia l’emittente da lui diretta, ciò alla luce delle risultanze di un sondaggio. Un detto dialettale recita: “chi g’ha miga vatandur, i sa vanta da par lur” (nb: non essendo torinese non posso garantire sulla correttezza  dell’ortografia in dialetto). Ma i sondaggi non sempre ci azzeccano. Anzi, ultimamente non ci azzeccano quasi mai. A contare sono i voti. E l’ultima votazione sulla RSI è quella del giugno 2015 sulla nuova legge sulla radiotelevisione. La legge è stata approvata a livello federale per una manciata di schede, mentre in Ticino è stata sonoramente bocciata. Metà della popolazione svizzera è scontenta della SSR. E a questa metà il Consiglio federale nel suo rapporto dice che “l’è tüt a posct”, il direttore della RSI si autoincensa sui giornali e la maggioranza del parlamento come dice il nome parla; ma quando si tratta di schiacciare il bottoncino di voto si allinea al coro di “Tout va bien, Madame la Marquise” (qualche politicante teme forse di non venire più invitato nei salotti televisivi?).

Alta tensione

Che in casa SSR ci sia preoccupazione per l’esito sull’iniziativa No Billag è evidente. Mai si è visto, ad esempio, che il presidente della CORSI sconfessasse pubblicamente l’emittente. Invece è proprio quello che ha fatto il Gigio Pedrazzini a proposito dell’ospitata (reiterata) del terrorista di Prima linea alla RSI. E la scelta della ministra uregiatta Doris Leuthard di disdire il mandato all’impopolarissima Billag è evidentemente un modo per migliorare l’immagine della SSR.

Argomenti fetecchia

Fa poi specie che, nella foga di magnificare l’emittente di regime, la maggioranza parlamentare e Leuthard, oltre a riempirsi la bocca con il solito ritornello della SSR che garantisce la coesione nazionale (come se la coesione nazionale fosse nata nel 1931 con la TV svizzera, quando invece esisteva già da parecchi secoli ed esisterà ancora quando la televisione non ci sarà più) abbia addirittura sostenuto che la SSR è indispensabile alla pluralità dell’informazione. Uella, è vero proprio il contrario! La SSR praticando tariffe pubblicitarie dumping – e oltretutto vuole pure crearsi la holding apposta con gli amichetti di Swisscom e Ringier – danneggia la stampa scritta, che vive di inserzioni. Quindi nuoce alla pluralità dell’informazione. Grottesco poi che si sia arrivati a giustificare 1,2 miliardi di canone estorto dalle tasche di tutti i cittadini con la libertà di stampa. Tanto per cominciare, la libertà di stampa serve a garantire, appunto, la libertà degli organi di informazioni privati – specie se non allineati! – dal controllo dello Stato. Qui invece la si usa per giustificare il processo esattamente inverso: ossia gonfiare come una rana l’emittente di regime.  Visto poi che tutti i cittadini, compresi quelli che non vogliono  o non possono guardare la televisione, sono costretti dalla nuova legge a pagare il canone, sciacquarsi la bocca con la “libertà” vuol dire prendere la gente per i fondelli.

Non serve la maggioranza

Come già scritto, le possibilità di riuscita dell’iniziativa No Billag sono esigue, per non dire nulle: ma, nel caso di un’iniziativa così estrema, a mettere nella palta la SSR basta un consenso significativo. Non c’è bisogno che sia maggioritario.

Lorenzo Quadri

 

Sommaruga sabota il casellario

Mentre si scopre che in Ticino si era trasferita la “mente di un sodalizio criminale”

“Immigrazione uguale ricchezza”! Certo, come no. Ed infatti grazie alla devastante libera circolazione delle persone e alle frontiere spalancate il Ticino è diventato l’Eldorado dei delinquenti d’Oltreconfine. Nei giorni scorsi è stato arrestato a Como per traffico di stupefacenti un quarantenne italico, tale Omar Ribaudo, già destinatario di un ordine di custodia cautelare nel 2009, per – citiamo dal portale Ticinonews – “reati di traffico di stupefacenti, aggravati dal metodo mafioso”. Secondo gli inquirenti di Palermo, l’ennesimo immigrato di specchiata onestà era “la mente di un sodalizio criminale, gestiva ed organizzava i traffici di droga dall’hinterland milanese alla Calabria con destinazione finale Palermo”.

Nel 2014…

Ora, e qui viene il bello, il signor Ribaudo era felice titolare di un permesso B dal gennaio 2014, e se ne sarebbe stato tranquillo e beato e libero come l’aria in Ticino se non avesse commesso l’imprudenza di recarsi a Como, dove è stato arrestato!
Nel gennaio 2014 non era ancora in vigore né la richiesta dell’estratto del casellario giudiziale (e nemmeno quella dell’attestato dei carichi pendenti) introdotti da Gobbi nell’aprile del 2015. Ecco dunque un bell’esempio concreto di quello che succede a rilasciare permessi G o B alla cieca, senza alcuna verifica, come vorrebbero i kompagni spalancatori di frontiere e la ministra del “devono entrare tutti” Simonetta  Sommaruga. E qualche cameriere bernese dell’UE ha ancora la tolla di dire che l’estratto del casellario non serve?

Accordi internazionali

I permessi rilasciati a cani e porci, senza verifiche, sono la diretta conseguenza degli accordi internazionali sulla libera circolazione delle persone fortemente voluti e difesi dalla partitocrazia. Risultato: delinquenti pericolosi si trasferivano in Ticino; addirittura “la mente di un sodalizio criminale”. Ecco dunque la migliore risposta da dare a chi, sia a Berna che Oltreconfine, starnazza contro il casellario giudiziale. In realtà nella Penisola si servono semplicemente del casellario come pretesto per non sottoscrivere i famosi accordi sulla fiscalità dei frontalieri a cui l’Italia non è interessata. I boccaloni federali ci cascano come polli d’allevamento e, more solito, se la prendono con il Ticino!

La kompagna Sommaruga…

Gli uccellini bernesi cinguettano che nei giorni scorsi la kompagna Sommaruga ha ancora tentato di fare opera di convinzione (?) presso la Deputazione ticinese a Berna contro il casellario giudiziale.

Il tema è attuale: in novembre la Commissione delle istituzioni politiche del Consiglio degli Stati ha approvato, seppur di misura, un’iniziativa cantonale ticinese che chiede di lasciare facoltà ai Cantoni di chiedere l’estratto del casellario giudiziale prima del rilascio di permessi B e G. In gennaio l’iniziativa in questione è stata approvata pure dalla Commissione del Nazionale. Che ne dibatterà ancora la prossima settimana.  C’è quindi il “fondato sospetto” che la kompagna Simonetta non se ne sia ancora fatta una ragione ed insista nel  tentare  di sabotare l’operazione da dietro le quinte: perché in Svizzera devono entrare tutti. Delinquenti compresi. Come il signore arrestato nei giorni scorsi, appunto.

Lorenzo Quadri

Braghe calate in cambio di NULLA

Fisco: richieste di gruppo dall’Italia, siamo alle solite

Ma allora è vero che gli svizzerotti si fanno prendere per i fondelli proprio da tutti! Nei giorni scorsi l’Ufficio stampa del Ministero dell’Economia e delle finanze del Belpaese ha divulgato un comunicato, scritto in burocratese stretto, in cui si annuncia con giubilo l’ennesima calata di braghe elvetica in materia di segreto bancario. La Confederazione ha infatti siglato con i vicini a Sud un accordo che definisce le modalità operative per le richieste raggruppate e blablabla. Con la massima goduria, l’italico Ministero chiosa: “l’iniziativa è in linea con l’evoluzione del quadro di cooperazione internazionale per la trasparenza fiscale che include lo scambio automatico di informazioni finanziarie a fini fiscali”.

Siamo ormai alla calata di braghe sistematica, integrale, e soprattutto unilaterale. Non c’è uno straccio di reciprocità! Mentre gli “intreghi” negoziatori bernesi – quelli che vanno a Roma a parlare in inglese e vengono regolarmente infinocchiati – passano di capitolazione in capitolazione, l’Italia non concede nemmeno un millimetro alla Confederella. C’è sempre qualche impedimento, ovvero qualche scusa costruita ad arte, per non concludere. Tanto, si dicono a Roma, gli svizzerotti sono fessi e si fanno andar benne tutto!

Già, dov’è finito ad esempio il famoso accesso al mercato italiano per i servizi finanziari rossocrociati?  A questo proposito la Svizzera non ha portato a casa assolutamente nulla!

L’italica controparte,  un mese fa, in occasione della Beltravacanzetta a Roma, si è spinta a dichiarare che “la questione è sul tavolo”. Uella, che trionfo! La questione, come molte altre, è sul tavolo da anni, ma naturalmente non se ne viene ad una!

Ed intanto gli svizzerotti concedono, smantellano, si tagliano i “gioielli di famiglia”  – e stiamo parlando di migliaia di posti di lavoro e degli indotti della piazza finanziaria! – in cambio di  ZERO! E non solo in campo finanziario, ma anche in tutti gli altri ambiti.

Il Balpaese, lo ripetiamo per l’ennesima volta, nei nostri confronti è inadempiente su tutto. Non solo. Centinaia di migliaia di italiani (frontalieri, padroncini e le loro famiglie) hanno la pagnotta sul tavolo grazie al Ticino. Però al di là della ramina, oltre a non applicare, ma nemmeno per sbaglio, il principio della reciprocità, si permettono pure di fare i gradassi nei nostri confronti. Vedi gli strilli contro la chiusura notturna di tre valichi secondari.

La domandina (facile-facile) è la seguente: fino a quando intendiamo tollerare questo stato di cose?

Lorenzo Quadri

 

 

Finti rifugiati: il centro provvisorio diventa permanente?

Losone: come volevasi dimostrare, la kompagna Simonetta vuole infinocchiare tutti

 

Tutto come previsto! In quel di Losone si consolida l’ipotesi del prolungamento ad oltranza della presenza all’ex caserma del centro sedicente “provvisorio” per migranti economici.

Il termine di tre anni sta per scadere. E, come c’era da aspettarsi, nel frattempo il Dipartimento Sommaruga non ha trovato alcuna collocazione alternativa per i finti rifugiati. Non l’ha trovata e, probabilmente, nemmeno l’ha cercata. Non ci vuole molta fantasia per immaginare che l’intenzione fosse, fin dall’inizio, quella di far fessi i ticinesotti.

Procedure taroccate

La kompagna Sommaruga, ministra del “devono entrare tutti”, prima ha ottenuto la modifica della legge sull’asilo che dà alla Confederazione la facoltà di trasformare propri stabili in centri asilanti provvisori (per un massimo di tre anni) senza chiedere niente a nessuno. In seguito, con la nuova legge sull’asilo – venduta al popolino come “restrittiva” quando in realtà è proprio il contrario -, ha istituito l’avvocato gratis (cioè pagato dal contribuente) per i finti rifugiati, ed ha pure taroccato le procedure edilizie. Sicché il Dipartimento Sommaruga può ora costruire a piacimento nuovi centri d’accoglienza per finti rifugiati, asfaltando i diritti di ricorso di comuni, cantoni e cittadini confinanti!

Emergenza permanente

Quanto provvisori siano i centri asilanti cosiddetti “provvisori”, lo si sta vedendo a Losone: una volta che la struttura è stata creata, poi non la schioda più nessuno. Ci sarà sempre un’emergenza asilo a cui i ticinesotti dovranno piegarsi (ma come: il caos asilo non era tutta una balla della Lega populista e razzista?); perché, come ama ripetere la ministra di giustizia (?), “dobbiamo aiutare l’Italia”. Tanto più che la kompagna Simonetta non ne vuole sapere di chiudere le frontiere e continua a mettere la Svizzera a disposizione dei programmi di ridistribuzione di finti rifugiati decisi dagli eurofalliti. Programmi ai quali non aderiscono nemmeno gli Stati membri UE. Ma la Svizzera, “grazie” alla kompagna Simonetta, sì. Perché “bisogna dare l’esempio”.

Il “regalo” al Mendrisiotto

Come noto, la ministra del “devono entrare tutti” intende regalare al Mendrisiotto un nuovo megacentro asilanti sul Pian Faloppia, dotato di ben 350 posti: ossia 200 in più di quelli attualmente presenti a Chiasso. La spropositata struttura dovrebbe aprire i battenti per il 2020. Le opposizioni verranno rottamate grazie alle nuove procedure che conferiscono poteri assoluti al Dipartimento Sommaruga.

Non ci vuole dunque molta fantasia per prevedere che i losonesi si cuccheranno il centro asilanti attuale almeno per altri tre anni. Ammesso e non concesso che la gigantesca struttura momò non cumuli ritardi. E quando anche questa sarà operativa, siamo poi sicuri che il centro di Losone verrà smantellato?

Domandina facile-facile

L’obiettivo della kompagna Simonetta, infatti, è chiaro: aumentare ad oltranza le capacità d’accoglienza per migranti economici. Ed ovviamente aumentarle in Ticino, visto che la grande maggioranza dei finti rifugiati con lo smartphone raggiunge la Svizzera dal Belpaese.

Domadina facile-facile: quanti di questi giovanotti – che non scappano da nessuna guerra, che disprezzano la nostra cultura, che non rispettano le donne – intende rifilare al Ticino la kompagna Sommaruga?

Lorenzo Quadri

Il Consiglio federale vuole la mucca gialla da mungere

La Posta massimizza gli utili a spese dei cittadini e delle imprese: chi ci guadagna? 

Così nelle casse bernesi entrano tante centinaia di milioni extra, da usare a piacimento per mantenere finti rifugiati con lo smartphone e per regalare miliardi all’estero

In questo sempre meno ridente Cantone, le proteste contro le chiusure di uffici postali si moltiplicano. Vedi i casi di Balerna, di Ascona, eccetera. La novità rispetto al passato è la seguente: non si chiudono più sportelli solo nelle zone discoste e con scarsa utenza, ma pure nel bel mezzo delle agglomerazioni urbane. Si eliminano anche uffici ben frequentati. Del resto non poteva essere diversamente: quando l’obiettivo dell’ex regia federale è la rottamazione di ulteriori 600 uffici entro il 2020 – dopo aver già abbondantemente “scremato” negli anni scorsi! – non si può certo immaginare che questi siano tutti situati sul cucuzzolo di una  montagna.

Servizio universale?

La Posta ha il mandato di fornire un cosiddetto servizio universale. La domanda è a sapere se tale servizio universale sarà ancora garantito in futuro visti i continui tagli. E non solo sugli sportelli. Anche i titolari di una casella postale verranno colpiti (chi non riceve almeno un tot di lettere alla settimana pagherà una “penale”) e prossimamente sarà il turno degli invii a domicilio. Il Gigante giallo ha infatti sviluppato un modello calcolatorio (uella) che gli permetterà di stabilire se effettivamente è tenuto a portare la corrispondenza fino ad una data abitazione, o se invece la può tagliare fuori. Ovviamente la Posta non si autoerotizza cerebralmente con gli algoritmi per aumentare il servizio, e quindi farsi carico di nuovi costi, ma per ridurlo, e quindi per risparmiare, massimizzando gli utili.

Le nuove abitudini

La storiella delle “abitudini cambiate dell’utenza” sta in piedi solo fino ad un certo punto. Passi il maggiore utilizzo della posta elettronica (ma comunque per spedire le lettere cartacee mica si andava all’ufficio postale, basta una bucalettere). Ma – contrariamente a quanto vorrebbero farci credere i manager gialli a partire dalla direttrice generale Susanne Ruoff – malgrado internet, l’80% dei pagamenti viene ancora effettuato agli sportelli postali.

 Autolesionismo giallo?

Inoltre: la Posta si bulla di aver sviluppato tutta una serie di servizi che vanno al di là della consegna di pacchi e lettere (probabilmente questi campi d’attività, concreti al limite del terre-à-terre, non titillano a sufficienza l’ego dei grandi manager).
Ma a tali servizi aggiuntivi non si può accedere dalle tanto magnificate agenzie postali, dove il traffico di pagamenti è pesantemente limitato e le prestazioni bancarie di Posfinance inesistenti.

E la limitazione dei traffici di pagamento non tocca solo i cittadini, ma anche le piccole e medie imprese, per le quali la prossimità con la Posta  è un elemento fondamentale. Decimando gli uffici, la Posta smantella la sua principale ricchezza, ossia la capillarità sul territorio. Quella capillarità che dovrebbe servirle a sviluppare e a portare all’utenza i nuovi servizi. Non si capisce bene che strategia ci sia dietro.

La teoria dei 20 minuti

Particolarmente balordo, poi, il criterio utilizzato dalla Posta per autocertificare il rispetto del mandato di servizio universale. Secondo i manager gialli, esso  è garantito in presenza di ufficio postale raggiungibile in 20 minuti tramite i mezzi pubblici. Questo criterio, curiosamente, va a penalizzare proprio gli uffici con più utenza, ossia quelli dei quartieri dei centri urbani. Perché nelle città ci sono più collegamenti con i mezzi pubblici. A voler applicare alla lettera tale regola (ed è chiaro che l’obiettivo è quello) a Lugano di uffici postali aperti ne rimarrebbe uno centro, uno a nord ed uno a sud. E Lugano ha la particolarità di avere una vasta estensione territoriale (la seconda città più estesa della Svizzera). A Lucerna – che per popolazione, ma non per km quadrati, è paragonabile a Lugano – si potrebbe fare addirittura un solo grande ufficio postale alla stazione FFS, essendo questa raggiungibile con un qualche mezzo pubblico in una ventina di minuti da ogni parte della città. Alla faccia della prossimità al cittadino, ma anche alle attività economiche, che dovrebbe essere la caratteristica principale della Posta (però lo è sempre meno).

Enti pubblici

Il ruolo dei Comuni e dei Cantoni nelle chiusure di uffici postali è del tutto inesistente. Nel senso che il Gigante giallo e la sciura Susanna che lo dirige con l’accetta in mano prendono atto delle opposizioni, le mettono in un cassetto e poi fanno comunque quello che vogliono.

Anche i giornali…

Visto che penalizzare i cittadini ancora non bastava, la Posta ha pensato bene di prendere di mira anche i suoi principali clienti, ossia i giornali. Mattino compreso: i lettori si saranno accorti che da quest’anno è stato (purtroppo) abolito l’abbonamento del lunedì. Come mai? La colpa è, ancora una volta, della Posta; la quale – essendo il numero di invii inferiore ad un “tot” – pretendeva che il giornale venisse avvolto nel cellophane (sic!) ciò che avrebbe fatto esplodere i costi dell’abbonamento, ed oltretutto il tempo di consegna si sarebbe prolungato di due o tre giorni. I lettori avrebbero pagato una cifra spropositata per ricevere il domenicale il mercoledì successivo, se non ancora più tardi.

Tassazione occulta

In casa della Posta, la parola d’ordine è sempre la stessa: massimizzare i profitti. Che già sono di 700 milioni di Fr all’anno. Malgrado un’ex regia federale non debba realizzare utili, bensì offrire un servizio di base alla popolazione senza andare in rosso con i conti. Inoltre, se utili ci sono, allora questi andrebbero ridistribuiti ai cittadini, magari sottoforma di riduzioni tariffarie. Invece accade contrario. L’utente paga sempre di più per un servizio peggiore, e le vagonate di milioni di guadagno finiscono nelle capienti casse della Confederella: una forma di tassazione occulta grazie alla quale a Berna si costituiscono un bel tesoretto non vincolato, che i camerieri dell’UE in Consiglio federale possono impiegare a proprio piacimento, senza chiedere niente a nessuno. Ad esempio per mantenere finti rifugiati con lo smartphone o per regalare miliardi all’estero. Ecco perché si tagliano i servizi al cittadino. Perché il Consiglio federale vuole la mucca gialla da mungere.

Lorenzo Quadri

Mettere il “turbo” alle naturalizzazioni? Neanche per sogno!

Lugano: chi vorrebbe raddoppiare le sedute delle Petizioni, se lo levi dalla testa

 

Qui i conti non tornano. A Lugano negli ultimi dieci anni sono state naturalizzate circa 2000 persone. Le naturalizzazioni respinte sono state solo tre, di cui una, se la memoria non inganna, è poi stata comunque accordata a seguito di un ricorso. Le domande in lista d’attesa sono circa 200 e adesso la presidente PPD della Commissione delle petizioni del consiglio comunale, ma non solo lei, vorrebbe accelerare. Pretende addirittura di raddoppiare il numero delle sedute, per distribuire passaporti elvetici a pieno regime. E si lamenta pubblicamente a mezzo stampa dei commissari leghisti (populisti e razzisti) rei di fare scandaloso ostruzionismo.

I consiglieri comunali leghisti fanno benissimo ad opporsi ad un simile bislacco disegno, tanto più che il conto delle sedute raddoppiate lo pagherebbe il contribuente luganese.

Non c’è alcuna fretta di naturalizzare. Anche se a $inistra, ma evidentemente non solo, c’è chi immagina di trarne vantaggi elettorali, infatti il P$ è pure arrivato al punto di inviare sotto elezioni volantini mirati ai neo-svizzeri.

Osiamo sperare che il Consiglio comunale di Lugano abbia  priorità un  po’ più consistenti della fabbricazione seriale di nuovi svizzeri. Ci sono importanti messaggi municipali che attendono di essere trattati: che ci si dedichi a quelli.

Più superficialità

E’ evidente che accelerare sull’esame dei candidati  all’attinenza luganese significa anche procedere in modo affrettato e quindi superficiale. Ma questo è proprio ciò che vogliono i kompagni. Svilire il processo di naturalizzazione, trasformandolo in un semplice atto amministrativo senza le necessarie verifiche dell’integrazione dei candidati. Avanti con gli svizzeri di carta!

Quanto accaduto a Lugano nell’ultimo consiglio comunale deve poi far riflettere: un rapporto contrario, con solidi argomenti, alla concessione del passaporto rosso ad un candidato non meritevole, è stato asfaltato dalla maggioranza PLR-PPD-PS. Dalla sinistra sono pure arrivati ignobili attacchi personali, su questioni private, al relatore contrario alla naturalizzazione.

Presupposto sbagliato

Chi presume che attualmente viga un particolare rigore nella concessione del passaporto rosso parte dal presupposto sbagliato. Il fatto che il Consiglio comunale  di Lugano abbia respinto solo 3 naturalizzazioni su 2000 la dice lunga. Tutti perfettamente integrati i 2000 candidati? Mah… Le procedure per l’ottenimento della cittadinanza saranno forse lunghe, ma questo non vuole affatto dire che alla fine solo chi è effettivamente meritevole ottenga la cittadinanza elvetica. Pensando di accorciare i tempi perché bisogna “svuotare i cassetti” delle domande in attesa (e per quale motivo bisognerebbe farlo, dal momento che “pendono” ben altre urgenze?) non si farà che rendere sempre più superficiale la verifica dell’integrazione dei singoli aspiranti svizzeri

Gli interrogativi

Il tema è diventato di prepotente attualità proprio negli scorsi giorni a seguito dei vari scandali che hanno interessato il Cantone. Nella fregola di trarre vantaggi politici (ovviamente in funzione antileghista) dal caso Ufficio della migrazione, ad esempio, la partitocrazia ben si guarda dal chiedersi chi abbia naturalizzato, e con quali verifiche, i vari neo-svizzeri finiti dietro le sbarre per traffico di permessi, vedi padre e figli kosovari.

Stesso discorso per la scoperta ancora più grave del cittadino turco naturalizzato svizzero arrestato come sospetto reclutatore dell’Isis che, grazie al Beltradipartimento DSS, faceva il sorvegliante in un centro asilanti.

Il bello è che il kompagno di turno un po’ di tempo fa descriveva pubblicamente il presunto reclutatore come un esempio di integrazione riuscita. Quando si dice la lungimiranza. Oltretutto l’obiettivo dell’operazione era di partire dal caso singolo per arrivare alla generalizzazione. Se un turco è “perfettamente integrato” allora  lo sono tutti. Quanto perfettamente integrata fosse la persona presa come esempio, lo si è ben visto. Più che integrato il signore è integralista. E non era certo da solo. La coppia sanzionata dalla CEDU perché non mandava le figlie a lezione di nuoto per motivi religiosi era composta da due cittadini turchi beneficiari di una naturalizzazione clamorosamente facile. Questo non vuole nemmeno dire che nessun cittadino turco sia integrato. C’è chi lo è e chi no. Per poter distinguere, la verifica deve essere seria, approfondita e non inficiata da fregole politikamente korrette.

Il rischio

Forse qualcuno non si è ancora reso conto del rischio che si corre seguendo la via della faciloneria multikulti:  è nientemeno quello di rendere svizzeri perfino dei fiancheggiatori del terrorismo islamico. Il che vuol dire tenerseli in casa in via definitiva.

Il passaporto rosso è una cosa seria e non è merce da barattare in cambio di voti. Chi lo fa può solo vergognarsi.

Lorenzo Quadri

La chiusura notturna deve essere solo un primo passo

Valichi secondari: finalmente una bella misura unilaterale! Padroni in casa nostra

 

Beh era ora che qualcosa finalmente si muovesse. Ad oltre due anni e mezzo dall’approvazione da parte del Parlamento federale della mozione della consigliera nazionale leghista Roberta Pantani sulla chiusura notturna dei valichi secondari con il Belpaese arriva (finalmente) la “lieta novella”. A partire dal primo aprile per sei mesi verranno chiusi “in prova” tre valichi: si tratta, come noto, di quelli di Novazzano-Marcetto, di Pedrinate e di Ponte Cremenaga, che non saranno agibili tra le 23 e le 5 di mattina.

Più sicurezza

In questo modo aumenterà, almeno di un po’, la sicurezza dei cittadini che vivono nelle prossimità di queste dogane, che oggi sono incontrollate giorno e notte. Questa prima misura non si risolverà  forse tutti i problemi di sicurezza della regione; ma è anche ora di piantarla di affossare qualsiasi proposta sgradita agli spalancatori di frontiere politikamente korretti recitando il mantra del “benaltrismo”: ovvero, con la scusa che bisogna sempre fare “ben altro” (senza però mai precisare cosa) si continua non fare un tubo. Di certo così non si progredisce!

Si cominci invece a fare quello che si può. Sarà sempre meglio di niente.

Alcune precisazioni

Al proposito della chiusura notturna dei valichi secondari, alcune precisazioni sono opportune.

  • Che non si pensi di giochicchiare con la storiella della chiusura in prova per sei mesi. La chiusura deve essere definitiva. Del resto il parlamento ha votato la chiusura, mica la chiusura “in prova”. Non vorremmo infatti che qualcuno pensasse di lavarsi la coscienza nei confronti del Ticino chiudendo di notte per sei mesi tre dogane, solo per poter dire: vedete ticinesotti che mamma Confederella pensa anche a voi? E poi “passata la festa, gabbato lo santo”: ovvero, trascorso il semestre, si prende qualche scusa-fetecchia (statistiche farlocche? Mugugni italici?) per far tornare tutto come prima. Messaggio a Berna: Achtung perché, come diceva Totò, “Accà nisciuno è fesso”.
  • La chiusura notturna va estesa anche agli altri valichi non sorvegliati. Vanno chiusi tutti.
  • Se qualche sindaco del Belpaese si “irrita” o “sbotta” per la chiusura notturna, e lamenta “decisioni unilaterali”, il problema è solo suo. Questi politici italici, rappresentanti di comunità che hanno la pagnotta sul tavolo solo grazie al Ticino e alla (per noi) devastante libera circolazione delle persone, dovrebbero volare molto più basso e schivare i sassi. Altro che blaterare di populismo leghista (uhhh, che pagüüüraaa!) verso sciur sindic di Cremenaga?
  • Tra i vicini a sud qualcuno, non contento di considerare il Ticino terra di conquista, pretende pure di venire a comandare in casa nostra? Magari perché ha imparato che basta accusare gli svizzerotti di “razzismo e xenofobia” per ottenere una calata di braghe istantanea ed integrale? E poi magari questo stesso qualcuno va in giro a piagnucolare sul presunto “clima ostile” ai frontalieri? Suggerimento ai vicini a sud: imparare una volta per tutte a rispettare la sovranità nazionale altrui. Così si dà anche un contributo concreto al miglioramento del “clima transfrontaliero”. In caso contrario, avere almeno la decenza di non venire a lamentarsi!
  • La chiusura notturna (permanente e non in prova) dei valichi secondari (tutti e non solo tre) è soltanto il primo passo. Di “decisioni unilaterali” come questa ce ne dovranno essere parecchie altre.

Lorenzo Quadri