I lecchini sbroccano: “il dumping salariale non esiste!”

AvenirSuisse al servizio degli spalancatori di frontiere partorisce un nuovo studio

Era un po’ che i soldatini di Avenir Suisse non ci deliziavano con le loro impareggiabili fetecchiate, ed in effetti cominciavamo a preoccuparci. Non avranno mica chiuso bottega? Non saranno mica stati acquisiti dal circo Barnum? Invece, ad inizio settimana, abbiamo potuto tirare un sospiro di sollievo: non ci hanno abbandonati, ci sono ancora.

Ma, prima di tutto, cos’è Avenir Suisse? Trattasi (autodefinizione) di un “Think tank” ovvero un “serbatoio di pensiero” vicino all’economia. C’è da chiedersi, visti i risultati, se il “serbatoio” in questione sia pieno di pensiero o piuttosto di qualche superalcolico. Che entusiasmerebbe il presidente non astemio della Commissione UE Jean Claude “Grappino” Juncker almeno al pari delle allucinate teorie di Avenir Suisse.

Le perle

Nella sua presa di posizione divulgata una decina di giorni fa, il “serbatoio di pensiero” diletta la nazione con elucubrazioni sul mercato del lavoro in regime di devastante libera circolazione delle persone e sulle misure accompagnatorie.

Tra tante fregnacce, una più paradossale dell’altra, è difficile stabilire una graduatoria. Eccone alcune:

  • “La paura della pressione sui salari si è dimostrata ampiamente infondata”;
  • “Stando a numerose ricerche (sic!) l’immigrazione si è rivelata favorevole per l’occupazione locale”;
  • “Le misure accompagnatorie presentano grossi svantaggi”
  • “Va soppressa l’estensione facilitata del campo d’applicazione dei contratti collettivi di lavoro (CCL)”.

Quali studi?

Cosa dire davanti ad un tale profluvio di boiate?

Mancano solo un paio di frasi sugli asini che volano, sulla terra piatta che gira attorno al sole, e sugli unicorni che passeggiano per i giardinetti pubblici.

Sarebbe poi interessante capire quali sono le “numerose ricerche” attestanti che l’immigrazione si sarebbe rivelata “favorevole per l’occupazione locale”. Le indagini dell’IRE sul frontalierato, realizzate da ricercatori frontalieri? Gli studi farlocchi della SECO? I libri di Lewis Carroll? Quelli di Carlo Collodi? Le pubblicità del Mulino Bianco?

Tempistica sospetta

“Immigrazione uguale ricchezza”, si ostinano dunque a strillare i soldatini di Avenir Suisse al servizio dei padroni della grande economia, quella che vuole le frontiere spalancate per poter disporre di quantitativi illimitati di manodopera straniera a basso costo con cui sostituire i lavoratori svizzeri per massimizzare i propri profitti. E la $inistra internazionalista e multikulti, con questi padroni ci va a manina; altro che difendere i lavoratori.

Non è certo un caso che il nuovo rapporto dei soldatini di Avenir Suisse sia uscito ad un paio di settimane di distanza all’annuncio del lancio di un’iniziativa contro la libera circolazione delle persone (che va sostenuta ad ogni costo: avanti con la Swissexit!). L’obiettivo dei soldatini è infatti quello di ripetere in modo ossessivo, come un mantra, che la devastante libera circolazione è una benedizione. Quando per la maggioranza degli svizzeri è, invece, proprio il contrario. Ma è allarmante che, in un autoproclamato “serbatoio di pensiero”, non si “pensi” che continuando a pappagallare fregnacce avulse dalla realtà si ottengono solo due risultati: 1) esacerbare ulteriormente gli animi e 2) dimostrare che ormai i fautori delle frontiere spalancate sono alla frutta: smentiti tutti gli argomenti realistici, sono costretti a ricorrere a favolette da acido lisergico.

La situazione ticinese

Non stiamo a ripetere tutti i dati ticinesi a conferma che quanto scritto dal “serbatoio di pensiero” è un accumulo di scandalose balle. Dall’esplosione del numero di frontalieri in Ticino a quella, contemporanea, dei casi di assistenza, dei working poor  e dei sottoccupati. Dal fatto che i frontalieri (sempre in Ticino) con la libera circolazione sono quadruplicati proprio nel terziario (ossia in quel settore in cui vanno a soppiantare la forza lavoro residente), al continuo aumento del divario salariale tra il Ticino e la Svizzera interna. Dal degrado delle condizioni di lavoro in questo sempre meno ridente Cantone (le peggiori della Svizzera, secondo un recente studio Transfair) al tasso di disoccupazione ILO che nel terzo trimestre 2016 era addirittura superiore di quello della Lombardia. E cosa dire dell’ultimo studio dell’Ufficio federale di statistica da cui emerge che il Ticino è il cantone più povero della Svizzera, con un tasso di povertà reddituale del 17%, ossia 10 punti in più del dato complessivo a livello nazionale? 

Non ancora contenti, i sedicenti “studiosi” al servizio dei padroni mettono la ciliegina sulla torta e  si scagliano contro i contratti collettivi di lavoro.

Contro i diritti popolari

Riassumendo: limitazione della libera circolazione NO, misure accompagnatorie NO, contratti collettivi di lavoro NO, frontiere spalancate SI’: il Think Tank vuole semplicemente svendere la Svizzera all’estero.

Per fortuna che a sputtanare le fregnacce di Avenir Suisse ci pensano personaggi del calibro dell’ex vicepresidente della Banca nazionale svizzera Jean-Pierre Danthine il quale ha affermato che la libera circolazione incontrollata nuoce all’economia. Oppure del professor Reinhard Eichenberger dell’Università di Friburgo, che ha detto la stessa cosa, aggiungendo che i bilaterali non sono indispensabili per la Svizzera e che è opportuno introdurre una  tassa d’entrata per i frontalieri.

Tanto per chiarire ulteriormente il livello dei signori di Avenir Suisse: sono quelli che hanno pure proposto di rendere più difficile l’esercizio dei diritti popolari d’ iniziativa e di referendum, perché “il popolo becero vota sbagliato”.

Una benedizione

D’altra parte, le esternazioni di questo sedicente “gruppo di riflessione” (al servizio dei padroni) che si autoerotizza cerebralmente con la globalizzazione spinta, a modo loro sono una benedizione: ogni volta che i galoppini di Avenir Suisse aprono bocca, i consensi per la futura iniziativa contro la devastante libera circolazione delle persone salgono. Per cui, prepariamoci ad una battaglia storica per il futuro del paese!

Lorenzo Quadri

Lugano, centro città in crisi: la colpa non è “del gatto”!

Per la moria di commerci ci sono dei responsabili. Che non vanno dimenticati

 

Tengono banco ultimamente le difficoltà dei negozi del centro di Lugano ed in particolare di Via Nassa. Al proposito si è parlato di varie possibili concause, dal boom degli acquisti online alla crisi, dal piano viario PVP al declino della piazza finanziaria.

Ohibò. Crisi? Ma come, non c’era lo studio delle banche cantonali romandi a raccontare che il Ticino sarebbe la regione più dinamica d’Europa? Certo che se in queste statistiche si infilano anche i salari che i 65mila frontalieri e le svariate migliaia di padroncini esportano direttamente nel Belpaese, senza lasciare sul nostro territorio nemmeno un franco, niente di strano se poi ne risultano statistiche aberranti. Che però fanno comodo, molto comodo, ai lecchini della libera circolazione per venirci a raccontare che Tout va bien, Madame la Marquise: perché ci sono gli studi dei grandi scienziati che dicono che…

Questioni viarie

Sulle evidenti responsabilità del piano viario PVP nelle difficoltà delle attività commerciali del centro città abbiamo detto più volte. Ad esse si aggiungono le tariffe spropositate degli autosili, alzate per fare cassetta. Il retro pensiero è il seguente: si scoraggiano le soste di lunga durata in centro per favorire la rotazione. Campa cavallo.  Il risultato ottenuto è ben diverso: quello di mettere in fuga chi si reca(va) in centro a fare acquisti e a svolgere commissioni. Se arrivare in centro diventa una gimkana e posteggiare un lusso, il cittadino medio che di lussi non se ne può più permettere sceglie di spendere i suoi soldi altrove. Inutile quindi fare le verginelle. Le scelte politiche contro gli automobilisti hanno delle conseguenze dirette sull’economia del centro. E i cittadini, sempre più limitati nelle proprie libertà e tartassati con tasse e balzelli, non sono i soldatini dei politici e delle loro paturnie ideologiche.  Non vanno a fare compere in centro usando autopostale bus trenino  park&ride (con magari cambi di mezzo e tempi d’attesa) per far contenti i politicanti. Ad andarci di mezzo è il tessuto economico cittadino.

Piazza finanziaria:  i colpevoli ci sono

Un altro aspetto che viene sempre citato solo en passant nelle discussioni sulle difficoltà dei commerci del centro di Lugano è il declino della piazza finanziaria. Il che non significa solo meno clientela danarosa in arrivo dall’Italia per questioni di gestione patrimoniale e con disponibilità a spendere nei negozi locali. Significa anche posti di lavoro “pregiati” persi nella piazza finanziaria, in genere occupati da ticinesi. Gente che prima poteva permettersi di spendere in via Nassa e adesso non può più. Questa vera e propria batosta per l’economia cantonale e luganese viene  oggi accettata con fatalismo. Con “ineluttabilismo”. Come se si trattasse di un’ alluvione o di una frana. Un fenomeno naturale di cui nessuno porta la responsabilità. Ma non è affatto così. Per l’accaduto ci sono dei precisi responsabili. L’ex ministra del 5% Widmer Schlumpf che ha smantellato il segreto bancario senza alcuna contropartita per inchinarsi ai suoi padroni UE, e le forze politiche che le hanno dato corda in parlamento: PLR, PPD, P$$.  Ovvero gli stessi che, con perfetta coerenza, rottamano ogni proposta che permetterebbe alla Svizzera di difendere gli ultimi residui di sovranità. E naturalmente c’è un terzo attore: le grandi banche, ormai multinazionali che di svizzero hanno solo il nome e che della Svizzera se ne sbattono. A loro interessa l’accesso globale ai mercati. Il resto, ed in particolare le piazze finanziarie elvetiche, sono quantité négligeable. Strano però, perché quando si trattava di battere cassa presso la Confederella per evitare il “grounding” questi colossi suonavano una musica ben diversa. Poi, passata la festa, gabbato lo santo.

Lorenzo Quadri

Invece da noi vogliono l’Islam religione ufficiale!

Magdi Allam dopo la strage di Manchester: “bisogna mettere fuori legge l’Islam”

 

Nuova strage commessa da un terrorista islamico – sottolineare: islamico.  Questa volta a Manchester, ad un concerto frequentato da adolescenti. Bilancio: 22 morti, tra cui vari ragazzini, e svariate decine di feriti, anche gravi.

A seguito dell’ennesimo massacro firmato Isis, il giornalista e scrittore Magdi Allam (ex musulmano convertito al cristianesimo) ha avanzato la sua proposta, che qualcuno si è affrettato a definire “shock”: mettere fuori legge l’islam, che sta alla radice di tutti gli attentati, in quanto non integrabile.  E che l’islam non sia integrabile l’ha detto a chiare lettere anche il prof Giovanni Sartori, ossia uno dei massimi esperti internazionali di scienze politiche, recentemente scomparso.

Il titolo

Dalle nostre parti, una proposta del genere avrebbe già fatto starnazzare al razzismo e allo scandalo. Magari con tanto di richiesta di interventi del ministero pubblico ad opera di qualche isterico esponente della gauche-caviar.

Basti pensare che i kompagni del “devono entrare tutti”, l’Islam vorrebbero addirittura renderlo religione ufficiale. Malgrado con la Svizzera non c’entri un tubo. E, visto che al peggio non c’è mai limite, dirigenti dell’esercito starebbero valutando l’introduzione della figura dell’imam militare, da affiancare ai cappellani. C’è dunque davvero da chiedersi dove vogliamo andare a parare.

L’Islam ha dichiarato guerra all’Occidente ed i tapini del multikulti non solo vogliono spalancargli le porte, ma mirano addirittura ad istituzionalizzarlo. Perfino nell’esercito.  Da sottoscrivere in pieno il titolo che il quotidiano italiano Il Giornale ha dedicato alla strage di Manchester: “ci uccidono i figli. E’ guerra, ma l’Europa pensa all’accoglienza”.

Neanche le misure elementari

Magdi Allam, che l’islam lo conosce bene, propone di vietarlo.  Dalle nostre parti, invece, i calatori di braghe compulsivi di palazzo federale non sono nemmeno stati capaci di decidere, senza se né ma, di vietare le associazioni islamiche pericolose. Ad esempio quella denominata “La vera religione”, che è stata messa fuori legge in Germania. Il Consiglio federale – segnatamente la ministra del “devono entrare tutti” Simonetta Sommaruga – era contrario addirittura al ritiro del passaporto svizzero ai jihadisti. Sì, perché parecchi di questi criminali sono pure diventati cittadini elvetici. Ma come: le naturalizzazioni facili di stranieri non integrati non erano tutta una balla della Lega populista e razzista?

Il tema del ritiro del passaporto ai seguaci dell’Isis  è destinato a diventare sempre più attuale a seguito delle naturalizzazioni (quasi) automatiche dei cosiddetti stranieri di terza generazione. E’ infatti proprio tra costoro, come sanno bene i paesi a noi vicini, che dilaga l’estremismo islamico.

Il CCIS

Tra le associazioni musulmane da vietare presenti sul nostro territorio c’è pure il sedicente consiglio centrale islamico svizzero (CCIS), organizzazione salafita finanziata con soldi in arrivo dai paesi del Golfo. I referenti del CCIS sono i due zuzzurelloni Nicolas Blancho e Qaasim Illy (marito di quella che viene in Ticino con lo straccio nero in faccia a fare le sceneggiate contro la legge sul burqa). Il CCIS, nel caso qualcuno se lo fosse dimenticato, era quello che voleva organizzare a Zurigo il raduno degli estremisti islamici.

Inutile dire che il CCIS non solo non è vietato, ma al contrario: un consigliere nazionale dell’Udc vallesana è stato processato con l’accusa di discriminazione razziale dopo essere stato denunciato proprio da foffa del genere.

Tanto per gradire, il governo ed il parlamento federali sono addirittura riusciti a respingere le mozioni che chiedevano di vietare i finanziamenti stranieri alle associazioni islamiche e di obbligare queste ultime a fare trasparenza sulle loro entrate.

Pericolo asilo

Altra questione: l’attentatore di Manchester è figlio di un ex asilante. Dimostrazione, non che ci volesse una scienza per accorgersene, che i migranti economici sono un problema per la sicurezza  oltre che per le finanze pubbliche. Al proposito è bene ricordare che non solo gli Stati Uniti hanno decretato lo stop all’immigrazione da sette stati islamici, ma governi di Paesi UE del blocco Visegrad hanno detto senza tanti di giri di parole di non volere la formazione, sul loro territorio, di forti comunità musulmane. Anche per questo rifiutano di aderire ai piani di distribuzione dei migranti economici stabiliti dai balivi di Bruxelles. Ed in prima linea dall’Anghela Merkel la quale, dopo aver provocato l’invasione dell’Europa con le sue scellerate dichiarazioni, vuole scaricarne le conseguenze sugli altri Paesi (e sulla loro popolazione).

Promesse di aiuto

Inutile dire che, incurante del rischio estremismo islamico, la ministra elvetica del “devono entrare tutti” continua invece ad andare in giro per il meridione europeo promettendo l’aiuto  della Svizzera nella gestione del caos asilo. Aiuto già promesso e ribadito  all’Italia. E nei giorni scorsi Sommaruga ha fatto lo stesso con la Grecia. Naturalmente tutto avviene senza alcun obbligo. A titolo volontario. Per “dare l’esempio”. E sempre a titolo volontario la Confederazione – più concretamente il ministro degli esteri  PLR Burkhaltèèèèr – finanzia  con i nostri soldi l’ONG Moas che va incontro ai barconi in partenza dalla Libia, carica a bordo i clandestini e li trasporta nei porti italiani.

Domanda da un milione: quanti jihadisti ci sono tra i finti rifugiati con lo smartphone?

E visto che “fare entrare tutti” ancora non basta, li si fa anche restare, grazie alle sentenze buoniste-coglioniste del Tribunale federale che sventano le espulsioni decise dalle istanze giudiziarie precedenti.

Moriremo garantisti

Dopo la strage di Manchester, Magdi Allam propone di vietare l’Islam. Dalle nostre parti, invece, lo si vuole far diventare religione ufficiale. E nemmeno si ha il coraggio di prendere delle misure degne di questo nome per combattere la Jihad. Al contrario: sembra che si voglia rendere la Svizzera sempre più attrattiva per i miliziani dell’Isis.

Il garantismo ad oltranza prevale. Salteremo in aria con la soddisfazione di essere stati “garantisti” fino alla fine! Per riprendere il Giornale: uccidono i nostri i figli e noi blateriamo di accoglienza, di multikulti, di aperture.

Lorenzo Quadri

 

 

Nuovi accordi fiscali: l’Italia non li ratificherà mai

Il motivo è semplice: i frontalieri non vogliono pagare più tasse, ed i politicanti…

Arieccoli! Lo scorso mercoledì, i  Consigli sindacali interregionali Ticino-Lombardia-Piemonte e Lombardia-Grigioni hanno diramato un logorroico comunicato stampa congiunto sul tema della tassazione dei frontalieri. Un fiume di parole e di dichiarazioni fumogene in cui ancora si persevera nell’accusare la Svizzera in generale ed il Ticino in particolare di “discriminare” i frontalieri. Del resto, finché a Berna nessuno fa un cip mentre la Farnesina si permette di convocare d’urgenza (uhhh, che pagüüüraaa!) l’ambasciatore svizzero per i tre valichi secondari chiusi di notte, ovvio che la shistorm (=tempesta di cacca) contro la Svizzera prosegue. E’ mediaticamente pagante, come ben si è visto.

Discriminazione?

Infatti, è davvero molto plausibile che in un Cantone che “discrimina” i frontalieri ce ne siano 65mila, ossia quasi il 30% della forza lavoro, ed in continuo aumento.  Nella loro ardimentosa arrampicata sui vetri, i Consigli sindacali interregionali arrivano addirittura a dire che la chiusura notturna dei tre valichi secondari sarebbe una misura contro i frontalieri. Signori, ma ci si siete o ci fate? E allora come la mettiamo con la reintroduzione dei controlli sistematici ai confini da parte del Belpaese a seguito del G7? Questo provvedimento sì che ostacola i frontalieri…

Invece delle solite accuse…

Sarebbe anche bene sentire di tanto in tanto da queste associazioni che rappresentano i frontalieri, invece delle solite squallide recriminazioni contro il Ticino anti-italiano, una qualche parola di gratitudine. Perché senza il Ticino “chiuso e gretto”, i cittadini italiani da loro rappresentati non avrebbero la pagnotta da mettere sul tavolo. E, se aspettano le soluzioni dai politicanti azzurri in fregola di visibilità mediatica, quelli che per una comparsata in video venderebbero anche la nonna, fanno a tempo a morire d’inedia.

Il discorso è semplice

I fiumi di parole, i fumogeni ed i discorsi roboanti delle associazioni dei frontalieri servono a mascherare una realtà molto semplice. Addirittura banale. Ovvero che i frontalieri rifiutano i nuovi accordi fiscali perché, se entrassero in vigore, dovrebbero pagare più tasse. Dovrebbero pagarle come i loro connazionali che lavorano in Italia. Ed invece, i frontalieri – comprensibilmente, dal loro punto di vista – vogliono mantenere l’attuale status di privilegiati fiscali (a scapito degli altri contribuenti). Essendo i politicanti d’Oltreramina famelici dei voti dei frontalieri e dei loro familiari, ne sostengono le richieste ad oltranza. Ecco perché il nuovo accordo sui frontalieri non entrerà mai in vigore. Il resto sono solo scuse per nascondere le vere motivazioni del “gran rifiuto”. Una volta è la richiesta del casellario, un’altra il voto su Prima i nostri, una terza la chiusura notturna dei tre valichi secondari… Balle solenni! Se un domani per delirio d’ipotesi – e speriamo che davvero di delirio si tratti – la parte elvetica dovesse aderire a tutte le svalvolate richieste in arrivo da oltreramina (che sono, né più né meno, degli attentati alla nostra sovranità  nazionale) nel Belpaese troverebbero sempre nuove scuse per non ratificare gli accordi.

Vale la pena?

La domanda è: ma questi nuovi accordi sono davvero così interessanti per il Ticino? In altre parole: Vale davvero la pena “scaldarsi l’urina” per averli? La risposta è no. Nell’erario del nostro sempre meno ridente cantone non entrerebbero molti soldi in più di ora. In quello del Belpaese, per contro, ne entrerebbero eccome. Eppure la vicina Repubblica questi soldi sembra non volerli. Per noi, il vantaggio del nuovo regime sarebbe che l’aumentata pressione fiscale potrebbe avere, quale effetto collaterale, una certa funzione calmierante sul dumping salariale. Forse.

Decisamente un po’ poco. In più, con i nuovi accordi, non ci sarebbero più i ristorni dei frontalieri. Quindi il Ticino non disporrebbe più del suo unico mezzo di pressione efficace, sia verso Berna che verso Roma.

E allora, dobbiamo davvero stracciarci le vesti per i nuovi accordi che l’Italia non vuole? Prendiamone atto e procediamo come segue:

  • conferma della richiesta del casellario giudiziale e della chiusura notturna di tutti i valichi secondari;
  • applicazione rigorosa di Prima i nostri;
  • avanti con l’abolizione della libera circolazione;
  • blocco dei ristorni.

 

Lorenzo Quadri

Delinquenti stranieri: No alle difese a “cinque stelle”!

Gli avvocati d’ufficio, pagati dal contribuente, si attengano al minimo indispensabile

Ben vengano le decurtazioni degli onorari ad opera del giudice Marco Villa: ma prima, “l’era tüt a posct”? Oppure nessuno si è mai posto il problema?

Il giudice Marco Villa ha decurtato per la terza volta gli onorari dei difensori d’ufficio di delinquenti stranieri. Come riferisce LaRegione, le riduzioni sono arrivate fino a quasi la metà dell’onorario richiesto. Il procedimento oggetto degli ultimi tagli è quello a carico tre giovani di etnia Rom residenti in Francia, catturati in febbraio mentre svaligiavano un appartamento a Lugano, dopo che nei giorni precedenti avevano messo a segno svariati furti con scasso nella zona.

Milioni pagati indebitamente

Il giudice Villa ha fatto benissimo a decurtare gli onorari della difesa. Al proposito tuttavia nasce spontanea una considerazione inquietante. E’ assai poco plausibile che tutti questi onorari ingiustificati spuntino solo ora. E’ evidente che si tratta di prassi corrente. Solo che fino ad adesso nessun giudice ha mai fatto cip. Malgrado ne avesse facoltà. Col risultato che il Cantone – e quindi il solito sfigato contribuente – ha pagato costi esorbitanti per la difesa d’ufficio di delinquenti stranieri! Ma come, immigrazione non era uguale a ricchezza?

La domanda è: quanti milioni sono stati indebitamente pagati in difese d’ufficio esagerate? Non lo sapremo mai, ma sicuramente si tratta di vagonate. Poi, per far fronte a queste spese allegre, il Cantone mette le mani nelle tasche della gente tramite la fiscalità diretta ed indiretta. Come mai finora i giudici non hanno mai sentito l’esigenza di maggior rigore nel controllare i conti della difesa? A cosa si deve questo “laisser faire”? Al vecchio principio del “cane non mangia cane” ossia nel caso concreto giurista non mangia giurista? E’ evidente che qualcuno dovrà fornire delle spiegazioni.

Immagine lesa?

Come da copione, l’ordine degli avvocati è insorto contro le iniziative di Villa, accusato di “ledere l’immagine della categoria”. Con una facile battuta, si potrebbe replicare che a “ledere l’immagine della categoria” gli avvocati ci riescono benissimo da soli, senza bisogno di aiuti esterni.

E’ chiaro che il problema non è di immagine ma, molto più prosaicamente, di pecunia. In questo Cantone ci sono troppi avvocati che di qualcosa devono pur campare. Il sovrannumero di azzeccagarbugli alimenta la litigiosità (che interesse ha il legale a chiudere rapidamente una causa quando potrebbe “tettarci dentro” per anni?).  E fomenta anche la ricorsite Di conseguenza, pure gli enti pubblici devono assumere legali a go-go, rispettivamente ricorrere sempre più spesso alle loro prestazioni, pagandole in soldoni (pubblici) sonanti. Insomma, la macchina si autoalimenta.

La criminalità d’importazione è un altro filone d’oro per la categoria dei legali. L’onorario riconosciuto dal Cantone per le difese d’ufficio non è certo disprezzabile: 180 Fr all’ora, aumentabile fino a 250 per casi “particolarmente impegnativi” (?) come pure per la partecipazione ad interrogatori al di fuori dell’orario di lavoro.  Per cui, come si dice nella vicina Penisola: “piatto ricco, mi ci ficco”!

Patrocinio a cinque stelle

Le accuse di lesa maestà  lanciate dagli avvocati per le decurtazioni degli onorari nell’ambito del gratuito (“gratuito” non certo per il contribuente) patrocinio di delinquenti stranieri fanno sorridere. Perché si tratta di una semplice manovra diversiva. Nessuno infatti rimprovera ai difensori d’ufficio di rubare. Non c’è ragione di dubitare che le ore lavorative esposte nella calcolazione degli onorari siano state effettivamente svolte. Il problema è un altro; ed è su questo che il segnale deve essere chiaro. Non è accettabile che i delinquenti stranieri beneficino di un patrocinio a “cinque stelle” pagato dagli onesti contribuenti ticinesi (tra cui le vittime dei reati commessi da questi delinquenti). Quegli stessi contribuenti che poi magari si trovano nella condizione di dover rinunciare a far valere i propri diritti perché non hanno i soldi per pagarsi l’avvocato. Però lo devono pagare ai criminali d’importazione.

No al paese del Bengodi

Questo significa che gli avvocati d’ufficio devono capire, al di là di ogni dubbio, una cosa: per i delinquenti stranieri a beneficio dell’assistenza giudiziaria si fa solo quanto strettamente necessario. E non una virgola in più. Per rispetto di chi si trova a pagare il conto. E non veniteci a raccontare che l’avvocato d’ufficio non ha sufficiente margine di manovra per decidere fino a dove può arrivare.

Già i malviventi d’importazione spesso e volentieri vengono condannati a pene ridicole (mica sono automobilisti incappati nelle maglie di Via Sicura). Se vanno in prigione, si trovano in carceri che sembrano alberghi, con tanto di menù per musulmani e palestra. E cosa pretendono ancora, pure le difese di lusso a spese del contribuente?

Di fare il paese del Bengodi per delinquenti stranieri ne abbiamo piene le scuffie. Anche l’ordine degli avvocati farà bene a prenderne nota. E a fare la propria parte. Senza troppe polemiche, che non portano da nessuna parte.

Lorenzo Quadri

I cittadini ticinesi hanno deciso di aumentarsi le tasse

Nuova legge sull’energia e fetido balzello: l’importante è essere consapevoli

 

Come ci si poteva attendere, vista la disparità delle forze in campo, la scorsa domenica alle votazioni cantonali e comunali è passato il doppio sì. Sì alla legge sull’energia e sì al fetido balzello cantonale sul sacco del rüt. Non si può, ovviamente, che prenderne atto (fossero passati i due No, a $inistra pretenderebbero di rifare la votazione). C’è tuttavia spazio per alcune considerazioni conclusive.

  • Gli svizzeri ed i ticinesi hanno democraticamente deciso di aumentarsi tasse e balzelli. Il sì alla strategia energetica comporterà inoltre ulteriori limitazioni della libertà, misure dirigistiche e burocrazia. Vedremo poi che fine faranno i posti di lavoro nel settore dell’olio combustibile e delle centrali nucleari. I costi a carico dei cittadini e dell’economia saranno pesanti. Già domenica il Consigliere di Stato P$ se ne è uscito giubilante a dichiarare che “aumenteranno un po’ le bollette” (evidentemente a qualcuno ogni nuovo prelievo dai sempre più esausti borsellini dei ticinesi provoca il massimo godimento). Quell’ “aumenteranno un po’” sta ovviamente ad indicare aumenti massicci.
  • Che gli esponenti dell’economia, a partire dall’AITI, abbiano potuto sostenere la strategia energetica 2050, è incomprensibile. O forse è fin troppo comprensibile: leggi “ordini di scuderia”.
  • C’èda sperare che il sì al fetido balzello sul sacco del rüt sia stato depositato nell’urna nella consapevolezza che per la raccolta e lo smaltimento rifiuti con la nuova legge si pagherà complessivamente di più e non certo di meno. Perché la legge di fresca approvazione prevede una copertura del 100% di questi costi tramite tasse causali (tassa di base più tassa sul sacco). E solo pochissimi comuni raggiungono oggi tale grado di copertura. In tutti gli altri, siamo ben lontani dal 100%. Ciò vale, nota bene, anche per svariati comuni dove il fetido balzello è già in vigore. La vecchia Bellinzona, ad esempio, pur avendo da tempo la tassa di base e quella sul sacco, dovrà aumentare il proprio grado di copertura attuale (61%) del 39%. Ciò sarà possibile, è chiaro, solo tramite aumenti massicci del prelievo “causale” o presunto tale (perché sulla “causalità” della tassa di base, si potrebbe disquisire a lungo).
  • Il fetido balzello cantonale è stato approvato in sostanza dai comuni dove è già in vigore. Il che non sorprende, dal momento che un No non avrebbe portato all’abolizione dei balzelli esistenti. L’argomento che forse non è passato è che – proprio in virtù di quel tasso di copertura del 100% delle spese di raccolta e smaltimento rifiuti tramite tasse causali previsto dalla nuova legge – anche chi ha già la tassa di base e la tassa sul sacco pagherà di più. Con pochissime eccezioni (5 o 6 comuni).
  • E’ pacifico che a Lugano il moltiplicatore va abbassato per l’equivalente dell’introito dei nuovi balzelli sulla monnezza, dal momento che non si può pagare due volte (con le imposte e con le tasse causali) per la stessa prestazione. Non diminuire il moltiplicatore equivarrebbe dunque a procedere ad un aggravio fiscale occulto. Questo deve essere molto chiaro.  Le maschere cadranno presto: chi si opporrà alla diminuzione del moltiplicatore confermerà che le storielle sulla legalità, sulla tutela dell’ambiente e tutti gli altri leitmotiv del politikamente korretto che ci sono stati somministrati in dosi industriali nelle scorse settimane erano emerite fregnacce: l’obiettivo era semplicemente quello di fare ulteriormente cassetta a spese del contribuente, dopo aver già aumentato il moltiplicatore del 10%.
  • Visto che il moltiplicatore deve essere approvato dal consiglio comunale, ul bel vedè…
  • Non esistono nuove tasse che fanno risparmiare e soprattutto ogni nuova tassa è destinata ad aumentare.
  • Il fetido balzello è un regalo al Consiglio di Stato: in futuro per ogni necessità il governo potrà non solo aumentare i balzelli causali già esistenti, ma inventarsene di nuovi per mungere il cittadino senza toccare le aliquote fiscali (ma il risultato è lo stesso). Ovviamente i nuovi balzelli causali verranno presentati con motivazioni all’insegna del politikamente korrettissimo: quindi “non si potranno rifiutare”, pena la messa alla pubblica gogna come beceri populisti.
  • I contrari al fetido balzello hanno trionfato a Lugano (quasi il 65% dei voti) e hanno ottenuto il 42% a livello cantonale. Il risultato è senz’altro importante se si considera a) lo sparuto gruppetto di promotori e b) il fatto che il margine d’azione esisteva in pratica solo nei comuni dove non c’è la tassa sul sacco. Che infatti l’hanno massicciamente respinta. In questo senso, dunque, il referendum è stato un successo.
  • Lo schiacciante No dei luganesi al fetido balzello andrà evidentemente tenuto in considerazione. Ciò significa: giù il moltiplicatore.
  • Impareggiabili le pippe mentali dei commentatori della stampa di regime (controllata dalla partitocrazia) su presunte lotte di potere (uhhh, che pagüüüüraaaa!) tra la corrente movimentista e quella istituzionale della Lega. Per questo pattume mediatico non si paga la tassa sul sacco?

Lorenzo Quadri

Fallita UE: i cittadini svizzeri non ne vogliono sapere

Ma il ministro degli esteri Burkhaltèèèr (PLR) vuole lo sconcio accordo istituzionale

 

Ma guarda un po’! Anche al Politecnico di Zurigo si sono accorti che i cittadini svizzeri non ne vogliono più sapere di farsi “schiacciare gli ordini” dalla fallita Unione europea. Oggi, secondo il sondaggio “sicurezza 2017” dell’accademia militare del Poli, solo il 31% dei cittadini elvetici è favorevole ad un avvicinamento politico all’UE, mentre nel 1999 la percentuale era del 70%. Chiaro: nel frattempo gli eurobalivi hanno mostrato il loro programma. Ossia comandare in casa nostra e trattarci come una colonia. In altre parole: dal 1999 ad oggi è successo proprio quello che la Lega aveva previsto!

Solo una “percezione”?

Che l’indice di gradimento – chiamiamolo così – dell’UE sia crollato in Svizzera non è certo una sorpresa. Semmai lo scandalo è che i camerieri di Bruxelles in Consiglio federale, la partitocrazia spalancatrice di frontiere, i suoi soldatini, la stampa di regime, i cosiddetti “poter forti”, gli intellettualini da tre e una cicca e compagnia cantante continuino con il lavaggio del cervello agli svizzerotti “chiusi e gretti” perché la smettano con l’assurda – oltre che populista e razzista – pretesa di essere padroni in casa propria! Vi ricordate il  discorso del capodanno 2014 dell’allora presidente della Confederazione Didier Burkhaltèèèr, con le esortazioni ad “aprirsi all’UE”, quando invece bisogna CHIUDERE?

E chissà cosa diranno i sopra citati lecchini della Disunione europea a proposito del sondaggio del Poli di Zurigo: che è “solo una percezione”?

Lavaggio del cervello

Malgrado il continuo lavaggio del cervello politico e mediatico, malgrado l’emittente di regime finanziata con il canone più caro d’Europa non perda occasione per fare propaganda pro-UE, la popolazione non ne vuole sapere. Non ci vuole il Mago Otelma per prevedere che la “fiducia” degli svizzeri negli eurofalliti è destinata a precipitare ulteriormente. Del resto, è anche facile immaginare che, senza il continuo martellamento all’insegna del “bisogna aprirsi” e senza la sistematica denigrazione di chi invece non ci sta,  la percentuale degli svizzeri favorevoli ad un ulteriore “avvicinamento all’UE” sarebbe oggi ancora più bassa.

Giuda della volontà popolare

La volontà dei cittadini elvetici è chiara come il sole. Eppure il ministro degli esteri lilab Didier Burkhaltèèèr brama di sottoscrivere lo sconcio accordo quadro istituzionale con l’UE. Ossia quell’accordo-capestro che, come scritto più volte (repetita iuvant) ci imporrebbe di riprendere automaticamente il diritto comunitario e di sottometterci a giudici stranieri. La pietra tombale sulla nostra sovranità e suoi nostri diritti popolari.

La sottoscrizione di un simile aberrante trattato sarebbe assai più di un “avvicinamento” all’UE. Sarebbe la svendita della Svizzera ai balivi di Bruxelles. Eppure la partitocrazia vuole andare a parare proprio lì! Malgrado il 70% dei cittadini non ne voglia sapere!

Alla faccia della democrazia diretta: in Svizzera la “classe politica” fa proprio quello che il 70% dei cittadini NON vuole. E non su un tema secondario, ma sulla questione su cui si gioca il futuro del Paese. Quando si dice i Giuda della volontà popolare! Certo che se gli elettori continuano a votare certi partiti e certi esponenti…

Via la liberacircolazione

E’ chiaro che, se non ci sarà un gesto di rottura, i camerieri dell’UE in consiglio federale e la partitocrazia spalancatrice di frontiere continueranno nella scellerata calata di braghe. E continueranno così a prendere a pesci in faccia il 70% degli svizzeri. Per evitare il disastro, occorre prima firmare e poi plebiscitare l’iniziativa per disdire la devastante libera circolazione delle persone, che partirà in autunno.

Lorenzo Quadri

Preferenza indigena in Italia: perché loro “possono”?

Il TAR annulla la discussa assunzione di direttori stranieri per sette “supermusei”

Ma noi svizzerotti siamo proprio gli unici fessi che devono sempre – ed autolesionisticamente – “aprirsi”?

Ma chi l’avrebbe mai detto! Il Tribunale amministrativo del Lazio  (TAR) ha annullato la nomina di sette direttori stranieri alla guida di altrettanti super-musei italiani. La nomina, avvenuta due anni fa, aveva fatto urlare allo scandalo. Giustamente: ci mancherebbe che una terra di cultura come il Belpaese non trovasse “in casa” dei direttori per i suoi musei. Adesso a rimettere la situazione in carreggiata ci pensa il TAR. Il quale, senza tanti giri di parole, sentenzia: il bando che ha portato alla nomina di quei direttori stranieri “non poteva ammettere la partecipazione al concorso di cittadini non italiani”. Da notare che qui si parla di cittadini dell’UE. Ma evidentemente il principio della “non discriminazione” nel Belpaese viene applicato a geometria variabile. Solo gli svizzerotti fessi insistono nell’applicarlo sempre e comunque e soprattutto contro i propri interessi (e quelli dei propri cittadini). Perché bisogna calare le braghe. “Bisogna dare l’esempio”, come da un po’ di tempo a questa parte ama ripetere la ministra del “devono entrare tutti” kompagna Simonetta Sommaruga. Un noto critico d’arte del Belpaese (che tra l’altro era insorto contro le nomine di direttori museali stranieri) esclamerebbe: “capre!”.

A senso unico?

Dunque, il Tribunale amministrativo del Lazio ha benedetto la “preferenza indigena”. Ma guarda un po’: peccato che, non appena in Ticino o in Svizzera si osa formulare questo concetto, ecco che al di là della ramina si mettono a starnazzare come germani reali, con tanto di accuse di razzismo e di discriminazione. Ci ricordiamo bene la scandalosa cagnara contro il 9 febbraio, contro Prima i nostri e addirittura contro la sacrosanta dichiarazione di Norman Gobbi a proposito dell’assunzione di stranieri all’ufficio della migrazione.

Il dramma è che al di qua della ramina, e soprattutto a Berna, c’è sempre qualche Strix aluco, volgarmente detto allocco, pronto a dar retta alle rimostranze ipocrite pro-saccoccia in arrivo da sud. Eppure agli italici dovrebbe essere evidente che non si può applicare la preferenza indigena in casa e poi però pretendere di impedire agli altri di fare la stessa cosa. Ed in particolare di impedirlo agli svizzerotti perché il Ticino è – e deve restare – terra di conquista. Ciononostante, ad ogni tentativo di “legittima difesa” da parte elvetica parte il disco del razzismo anti-italiano, della xenofobia o – nella migliore delle ipotesi – del protezionismo. Con tanto di interpellanze a Bruxelles dell’isterichetta eurodeputata di turno (magari scritte dalla mamma).

E, nella Penisola, quello dei direttori di musei non è un caso isolato.  I vicini a sud sono bravissimi nell’evitare quelle “aperture” che però pretendono dagli altri per poterne approfittare senza ritegno.

Un tribunale da ammirare

Il TAR del Lazio, d’altra parte, merita la nostra ammirazione. In molti infatti, a partire dal ministro dei beni culturali Dario Franceschini e dall’ex premier non eletto Matteo Renzi,  hanno sbroccato contro la sentenza, ricordando che i direttori di cui è stata annullata l’assunzione poiché stranieri sono cittadini UE. Che si tratti di cittadini dell’Unione europea, evidentemente, lo sapeva anche la corte giudicante. Tuttavia ha deciso lo stesso che non si potevano assumere stranieri. Comunitari od extracomunitari che fossero. Chapeau. Tribunali così dovremmo averli anche dalle nostre parti. Dove invece accade l’esatto contrario: i  giudici spalancatori di frontiere applicano il proprio margine di manovra per prendere decisioni pro-libera circolazione e contro l’interesse cantonale. Il Tram è perfino riuscito a stabilire che chiedere, quale requisito per l’assunzione dei docenti delle scuole pubbliche cantonali, la conoscenza delle lingue nazionali “sa po’ mia”. Evidentemente il requisito era stato introdotto dal Consiglio di Stato per frenare l’assalto alla diligenza scolastica da parte di candidati italici. Ma il Tram l’ha cancellato.

Morale della favola: un tribunale come il TAR che difende la preferenza indigena a costo di farsi impallinare dalla “casta” l’avremmo bisogno anche noi come del pane. Invece ci troviamo con legulei spalancatori di frontiere.

Lorenzo Quadri

 

Riuscita l’iniziativa popolare per il referendum finanziario

Lo strumento democratico di controllo della spesa pubblica è già realtà in 18 Cantoni

 

Ennesima legnata per la partitocrazia: l’iniziativa popolare costituzionale per l’introduzione in Ticino del Referendum finanziario obbligatorio (RFO) è riuscita. Il tetto delle 10mila firme è stato ampiamente superato grazie al “rush” finale. Adesso lo si può dire pubblicamente senza tema di smentite.

I ticinesi potranno votare

I cittadini ticinesi potranno dunque votare sull’introduzione di questo strumento di controllo popolare della spesa pubblica. Il RFO prevede infatti che le spese del Cantone superiori ad un “tot” da definire vengano obbligatoriamente sottoposte al giudizio delle urne.  Un sistema già in vigore in 18 Cantoni; quindi non si tratta certo di andare a giocare all’apprendista stregone inventandosi regole che non esistono da nessun’altra parte (come sta invece facendo, ad esempio, il DECS del compagno Bertoli con il progetto “La scuola che (non) verrà”, grondante ideologia ro$$a).

E, per la serie “ma tu guarda i casi della vita”, i 18 Cantoni che dispongono del RFO hanno le finanze messe meglio di quelle ticinesi.

Costretti a più cautela

La spesa pubblica ticinese continua a crescere. Da decenni la partitocrazia si sciacqua la bocca con il “contenimento delle uscite” e con la “revisione dei compiti dello Stato”. Peccato che non si vedano né l’uno né l’altra. Se non si riesce nemmeno a risparmiare sull’osservatorio della vita politica regionale o sul centro di dialettologia…

I partiti storici sono nati, cresciuti e hanno prosperato con il clientelismo. Il che significa: favori in cambio di voti. Ed  i favori della politica sono finanziati con soldi pubblici. Certo, non si fanno solo con le grandi spese, ma anche con altri mezzi. Ad esempio posti di lavoro pubblici per galoppini, mandati agli amici degli amici, eccetera.  Tuttavia le grandi spese sono senz’altro un ingranaggio importante del meccanismo. Portarle sotto il controllo del contribuente significa ostacolare fattivamente il giochetto dello “spendi e tassa”. Per non farsi sconfessare ad ogni votazione, con il RFO la politica sarà costretta a diventare più cauta nell’uso delle risorse pubbliche. Dovrà anche cercare dei partner privati per finanziare determinati progetti. Perché le grandi strutture pagate da tutti ma a vantaggio di “pochi intimi” sono un lusso che il Ticino non si può più permettere.

Fermare il “tassa e spendi”

Le uscite dello Stato crescono e per compensare si batte  cassa presso il contribuente.  Gli espedienti messi in campo per raggiungere tale obiettivo si moltiplicano. Vedi il moltiplicatore cantonale con freno all’indebitamento: un meccanismo, promosso dalla $inistra, che serve a contenere il deficit pubblico non già riducendo le uscite ma aumentando la pressione fiscale. Vedi gli aggravi sulle stime immobiliari. Vedi gli aumenti di varie tasse e l’invenzione di nuovi balzelli. La votazione della scorsa settimana sulla tassa sul sacco non ha solo introdotto, appunto, una nuova tassa – che come tutte è destinata ad aumentare. Ha anche sdoganato un discorso altrettanto pericoloso per le tasche dei ticinesi: quello delle tasse causali.

Con slogan politikamente korrettissimi, prestazioni che erano coperte con le imposte ordinarie vengono fatte pagare ai cittadini con tasse specifiche. Naturalmente senza diminuire le imposte. Ma a cosa servono, allora, queste ultime? Solo a finanziare un’amministrazione pubblica sovradimensionata che, per giustificare la propria esistenza, poi si inventa il lavoro, generando ulteriori costi e burocrazia in un circolo vizioso?

Contropartita

Le nuove facilitazioni nel mettere le mani delle tasche della gente per coprire i buchi fatti dalla politica vanno controbilanciate da un maggior controllo popolare sulle uscite. Per questo il RFO è più necessario che mai. Il fatto che l’iniziativa per la sua introduzione sia stata osteggiata dalla partitocrazia – il PLR ad esempio è assolutamente contrario al RFO che peraltro ha già affossato in Gran consiglio nel febbraio 2015 –  e dalla stampa di regime, conferma ulteriormente la validità della proposta. Il RFO non piace in quanto ostacola certe “merende”.

La riuscita dell’iniziativa per l’introduzione del Referendum finanziario obbligatorio offre al contribuente una bella opportunità. Nell’ottica del “chi paga comanda”, i cittadini devono avere più potere decisionale anche in materia di spesa pubblica. In caso contrario, verranno munti sempre più, con sempre nuovi stratagemmi. Il RFO è, dunque, un’esigenza di legittima difesa del contribuente contro il partito trasversale del tassa e spendi.

Lorenzo Quadri

 

Zurigo e la scandalosa svendita del passaporto rosso

La cappellata “compensa”, purtroppo, la bella idea di vietare gli eventi del CCIS

 

Ma tu guarda questi zurighesi (nel senso del Cantone): nei giorni scorsi, hanno fatto notizia a livello nazionale per una scelta giusta, purtroppo ben presto compensata da una madornale cappellata.

La scelta giusta

La scelta giusta riguarda il divieto emanato dal Canton Zurigo sul proprio territorio per eventi organizzati  dal sedicente Consiglio centrale islamico della Svizzera (CCIS). IL CCIS è un’organizzazione salafita, quindi estremista, finanziata con soldi in arrivo dai paesi del Golfo. A dirigerla, l’impresentabile duo Nicholas Blancho e Qaasim Illi, nei cui confronti anche il Ministero pubblico della Confederazione ha aperto dei procedimenti penali. Pieno sostegno, dunque, al divieto. A Zurigo, finalmente, qualcuno comincia a svegliarsi. Adesso, che la Confederazione abbia finalmente il coraggio di proibire a livello nazionale il sedicente Consiglio centrale islamico della Svizzera in quanto associazione pericolosa. Un passo che Berna avrebbe dovuto compiere già da parecchio tempo; ma naturalmente il garantismo autolesionista politikamente korretto e multikulti imperversa!

Poco ma sicuro che sul tema ci sarà un atto parlamentare leghista a Berna per la sessione estiva delle Camere federali, che inizierà domani.

La cappellata

La cappellata, dal punto di vista temporale, è precedente alla lodevole iniziativa contro il CCIS. Ma il bilancio è stato reso noto via TagesAnzeiger solo ieri. Gli zurighesi hanno infatti avuto la sciagurata idea di lanciare una campagna di sensibilizzazione a FAVORE delle naturalizzazioni facili. In sostanza, l’autorità ha invitato gli stranieri a presentare domanda di naturalizzazione prima dell’entrata in vigore delle nuove norme federali, più restrittive! Naturalmente le richieste sono fioccate. E la $inistruccia è in brodo di giuggiole!

Campagna scandalosa

Questa campagna è uno scandalo bello e buono. In sostanza, si è promossa la svendita del passaporto rosso a persone che, in base alla nuova legge, non avranno più diritto ad ottenerlo! Il che significa fomentare proprio quelle naturalizzazioni facili che il legislatore federale ha voluto rendere un po’ meno facili. Evidentemente riconoscendo che occorreva correggere (seppur modestamente) la situazione in essere.

Non ci si venga infatti a parlare di chissà che giri di vite, dal momento che le nuove regole hanno ottenuto una maggioranza sotto le cupole federali. E nessun serio inasprimento dei criteri per l’ottenimento della cittadinanza elvetica “staccherebbe” delle maggioranze a Berna; se le nuove regole ci sono riuscite, vuol dire che i correttivi proposti sono davvero all’acqua di rose. Così infatti è. Eppure a Zurigo la gauche-caviar ha pensato bene di istigare gli stranieri ad approfittare delle naturalizzazioni facili prima che diventino un po’ meno facili con l’entrata in vigore del nuovo quadro legale!

Scuse assurde

Sentite poi la fantascientifica giustificazione della direttrice del Dipartimento cantonale di giustizia e polizia, la $ocialista Jacqueline Fehr (ma un dipartimento del genere, e di questi tempi poi, doveva proprio venire affidato ad una kompagna multikulti, riproducendo così lo scenario autolesionista già creato in Consiglio federale?).

Ha detto la Jacqueline: “L’invito a naturalizzarsi è paragonabile all’avviso che una cassa pensioni spedisce ai proprio affiliati alla vigilia di un peggioramento delle prestazioni”. Ma questa signora Fehr, ci è o ci fa? Il passaporto svizzero paragonato ad una rendita pensionistica?

Si gioca col fuoco

Sicché, grazie alla geniale iniziativa zurighese, stranieri non integrati potranno diventare svizzeri – e rimanere tali in eterno. Infatti, una volta conferita, la cittadinanza elvetica non viene più ritirata. Nemmeno ai terroristi islamici, dal momento che i giudici spalancatori di frontiere trovano sempre qualche scusa per non procedere in questo senso, perché in Svizzera “devono rimanere tutti”.

E qui occorre riallacciarsi al punto precedente. Ossia che a Zurigo ha sede il Consiglio centrale islamico della Svizzera. Se c’è la sede, si suppone che ci siano anche i seguaci: ovvero gli integralisti islamici. Quanti di loro hanno risposto al “geniale” appello del Cantone e di conseguenza diventeranno cittadini elvetici?

Qui qualche spalancatore di frontiere multikulti sta giocando col fuoco. E se ne dovrà assumere le responsabilità.

Lorenzo Quadri

Svizzera sempre più attrattiva per i seguaci dell’Isis?

Nel nostro paese le persone “vicine” al terrorismo islamico sarebbero una novantina

Ma guarda un po’: secondo quanto dichiarato dal capo del Dipartimento militare Guy Parmelin nell’ambito della presentazione del rapporto annuale del Servizio delle attività informative (SIC), sarebbero una novantina le “persone a rischio” monitorate su suolo elvetico per potenziali legami con il terrorismo islamico. La lista, ha aggiunto il Consigliere federale, verrà aggiornata ogni sei mesi.

Ah bene. Sarebbe interessante sapere da dove vengono queste 90 persone. Dubitiamo si tratti di patrizi di Corticiasca, oppure di Gurtnellen. Di che nazionalità sono? Ci sono per caso, tra loro, delle persone naturalizzate? Quelle che  non hanno il passaporto rosso, da dove provengono? Di che permesso dispongono? Da quanto tempo risiedono in Svizzera? Sono magari arrivate nel nostro paese come asilanti? Hanno precedenti penali? Sono a carico dello Stato sociale? Ma come: immigrazione non era uguale a ricchezza?

Queste informazioni ben difficilmente verranno fornite (ci si nasconderà dietro qualche necessità di riservatezza). Eppure sarebbero assai interessanti per capire di chi si sta parlando.

Dobbiamo proprio tenercele?

E c’è poi da chiedersi se queste persone, potenzialmente legate al terrorismo islamico, ce le dobbiamo proprio tenere in casa!

La risposta dei politikamente korretti è purtroppo scontata. Del resto, non vengono espulsi nemmeno i jihadisti condannati come tali, vedi le sentenze buoniste-coglioniste del Tribunale federale. Queste sentenze-ciofeca, vale la pena ripeterlo, ribaltano decisioni in senso contrario – ossia: decisioni di espulsione – di istanze giudiziarie (tribunali) precedenti. Il fatto che questi tribunali – anch’essi composti da giudici che conoscono le leggi – si siano espressi a sostegno dell’espulsione dei jihadisti poi “graziati” da Mon Repos, dimostra che tale scelta è possibile e sostenibile. Sicché il TF usa di proposito il proprio margine di manovra per prendere decisioni all’insegna del “devono restare tutti”. Altro che espulsione dei delinquenti stranieri.

Paese del Bengodi?

L’altra domanda è quindi: stiamo forse diventando, a suon di garantismi, di ingenuità, di buonismi-coglionismi, il paese del Bengodi per i simpatizzanti dell’ISIS? Bisogna essere ben in chiaro che succederà proprio questo, se gli stati attorno noi danno e daranno – giustamente – un giro di vite sulla diffusione dell’islam politico e noi, invece, resteremo fermi al palo (perché non sia mai che si corra anche solo lontanamente il rischio di esporsi all’infamante rimprovero di “islamofobia” e di “xenofobia”).

La Germania, ad esempio, ha già dichiarato fuori legge l’associazione “La Vera religione” che in Svizzera, al contrario, opera tranquillamente. Le Pen ha annunciato che si batterà affinché le 15mila persone (!) sospettate di sostenere il terrorismo islamico residenti in Francia vengano espulse; anche perché controllarle è impossibile. L’Austria ha vietato i finanziamenti esteri ai luoghi di culto musulmani ben sapendo che ci sono moschee ed associazioni foraggiate con soldi in arrivo dai Paesi del Golfo per diffondere l’estremismo islamico in occidente. Da noi, invece, il Consiglio federale ha rifiutato scandalizzato di compiere un passo analogo. Sa po’ mia!

Colmo dei colmi, sotto le cupole bernesi si parla addirittura di inventarsi boiate quali l’imam dell’esercito  (magari per poter radicalizzare naturalizzati non integrati che dispongono di un’arma d’ordinanza?) e di rendere l’islam religione ufficiale in Svizzera.

Nei paesi dell’Europa dell’est, inoltre, i governi dichiarano apertamente di non volere la creazione sul proprio territorio di una forte comunità musulmana. Ed è questo uno dei motivi per cui la loro politica d’asilo è, per usare un eufemismo, alquanto restrittiva.

Da noi invece ci ritroviamo:

  • Le sentenze buoniste-coglioniste, grazie alle quali i miliziani dell’Isis vengono condannati a pene sospese condizionalmente e poi non vengono nemmeno espulsi, ma rimangono in Svizzera, magari a spese del nostro Stato sociale.
  • Le carceri a 5 stelle che sono ormai prive di qualsiasi effetto deterrente
  • Il Consiglio federale che rifiuta di prendere, contro gli estremisti islamici, misure che esistono in paesi a noi vicini (divieto di associazioni potenzialmente pericolose, divieto di finanziamenti esteri a moschee ed imam, obbligo di indicare la provenienza dei fondi, eccetera).
  • Politica d’asilo all’insegna del “devono entrare tutti”.
  • Denigrazione sistematica, da parte della “casta”, di chi si oppone alle frontiere spalancate.
  • Tappeto rosso all’islamizzazione della Svizzera (imam militare, islam religione ufficiale,…)

Il Mago Otelma prevede…

E’ ovvio che, con “condizioni quadro” del genere, l’attrattività della Svizzera per i miliziani dell’Isis non farà che aumentare. Non c’è dunque bisogno del Mago Otelma per prevedere che la novantina di persone potenzialmente a rischio di legami con il terrorismo islamico presenti nel nostro paese è destinata a crescere. Magari in modo esponenziale. Attendiamo i prossimi rilevamenti.

Lorenzo Quadri

Bukhaltèèèr slinguazza l’UE: sempre più imbarazzante!a

“Consolidare e sviluppare” la via bilaterale? Didier, vai a Baggio a suonare l’organo!

Il ministro degli Esteri elvetico Didier Burkhaltèèèr, PLR, è in brodo di giuggiole. Prima corre a slinguazzare senza ritegno il neo-eletto presidente francese. Ovvio: Marine Le Pen all’Eliseo avrebbe fatto vedere i sorci verdi ai funzionarietti di Bruxelles che il cameriere Burkhaltèèèr idolatra. E vi ricordate l’osceno discorso del Capodanno del 2014 quando il Didier, da presidente della Confederazione, poco prima del “maledetto voto” del 9 febbraio, invitava gli svizzerotti (chiusi e gretti) ad “aprirsi all’UE”?. Inoltre Macron è un soldatino delle élite spalancatrici di frontiere: proprio come Burkhaltèèèr. E chi s’assomiglia…

Lo Stato – zerbino

Dopo aver leccato il soldatino dell’establishment spuntato dal nulla (Macron)  con la stessa solerzia con cui si era affrettato a deplorare l’elezione dell’odiato populista Trump (ma non eravamo neutrali?) il ministro della svendita della Svizzera all’estero Burkhaltèèèr prosegue nel suo sport preferito: reggere la coda all’Unione europea.

Chiaro: la nave comunitaria affonda. Gli Stati membri scalpitano: anche loro si rendono conto che la libera circolazione delle persone è un disastro e la arginano come riescono. Se del caso anche violando le regole europee (ma loro “possono”; è solo agli svizzerotti che si risponde sempre col mantra del “sa pò mia”, e loro sono così fessi che se lo fanno andar bene).

In questo clima di disfacimento (uella), Burkhaltèèèr ci tiene a rassicurare i funzionarietti di Bruxelles ed il presidente non astemio della Commissione  UE Jean-Claude “grappino” Juncker: tra tanti felloni, potranno sempre contare su uno Stato zerbino la cui fedeltà è a prova di bomba: la Svizzera appunto, grazie al liblab Didier e ai suoi degni colleghi.

L’ennesima perla

Sicché, in occasione dei recenti colloqui di casa Von Wattenwyl, Burkhaltèèèr se ne è uscito con uno dei suoi brillanti discorsetti che gli organi di stampa hanno riportato nei termini seguenti: Bisogna consolidare e sviluppare la via bilaterale, portando avanti i negoziati sui meccanismi istituzionali degli accordi di accesso al mercato tra la Svizzera e l’UE”.

Traducendo dal politichese stretto, la frase di Burkhaltèèèr suona più o meno così: bisogna (?) sottoscrivere l’immondo accordo quadro istituzionale e versare senza un cip non solo il nuovo miliardo di coesione che Bruxelles pretende, ma anche tutti i futuri tributi che i balivi UE esigeranno dagli svizzerotti. Dal momento che, grazie ai politicanti alla Burkhaltèèèr, la  Confederella è diventata una colonia della Disunione europea, i padroni comunitari esercitano i propri diritti di signoria, e lo faranno anche in futuro.

Prospettiva indegna

Ricordiamo che l’accordo quadro istituzionale imporrebbe alla Svizzera di riprendere automaticamente il diritto europeo e di sottostare a giudici stranieri. Questa prospettiva, lo abbiamo già scritto, metterebbe la pietra tombale sulla sovranità svizzera. Nessuno Stato non membro UE con un minimo di dignità si sognerebbe di prendere in considerazione uno scenario così umiliante anche solo per un secondo. Ma evidentemente certi calabraghe compulsivi la dignità non sanno nemmeno più dove sta di casa.

Quanto all’ulteriore miliardo di coesione, è solo il primo di una lunga serie di futuri tributi che verranno richiesti con sempre maggiore insistenza, essendo gli svizzerotti gli unici cocomeri che ancora si prosternano ai piedi dell’UE.

Siamo messi male!

A casa Von Wattenwyl, le parole del ministro della svendita della Svizzera all’estero Burkhaltèèèr sono parse inopportune perfino ai rappresentanti della partitocrazia presenti. Come si legge nelle cronache, “i partiti” (quindi: non “un partito”, non l’UDC), hanno sentito il bisogno di dichiarare che, nei negoziati (chiamali “negoziati”…) con l’UE “è necessario tenere in considerazione non solo gli interessi di politica estera ma anche e soprattutto quelli interni”.

Se perfino la partitocrazia spalancatrice di frontiere ha dunque detto in faccia al Didier che lui ed i “suoi” diplomatici eccedono nel servilismo, vuol dire che a livello governativo siamo proprio messi male!

Bisogna…

Altro che “bisogna aprirsi”, altro che “bisogna sottoscrivere l’accordo quadro istituzionale”, altro che “bisogna versare il nuovo miliardo di coesione e tutti i contributi futuri” . Qui “bisogna” fare solo due cose:

  • disdire la devastante libera circolazione delle persone; e se con essa cadranno tutti i bilaterali, pazienza (quindi: avanti con l’iniziativa popolare!)
  • mandare a casa certi consiglieri federali camerieri dell’UE!

Lorenzo Quadri

 

Criminalità d’importazione: ma quanto ci costa?

Gratuito patrocinio per delinquenti stranieri: è ora di scoperchiare il pentolone!

 

Ma guarda un po’! In questo sempre meno ridente Cantone sta prendendo “corpo” la  questione dei costi esorbitanti delle difese d’ufficio di delinquenti stranieri. Naturalmente il conto lo paga il solito sfigato contribuente.

Ma come, immigrazione non doveva essere uguale a ricchezza?

Sì, forse per gli avvocati d’ufficio dei delinquenti stranieri di cui sopra, che inoltrano le parcelle al Cantone con la certezza di vedersele saldate.

Del resto, è evidente che sulla piazza ticinese ci sono legali in esubero. Al momento infatti gli iscritti al registro cantonale degli avvocati sono ben 804. Il che vuol dire un avvocato ogni 435 abitanti. Per non saper né leggere né scrivere, la concentrazione ci pare eccessiva, anche per un Cantone litigioso quale è il nostro.

Sicché, tutti questi professionisti del foro in un modo o nell’altro devono portare a casa la pagnotta… E i gratuiti patrocini (gratuiti per il beneficiario, ma non per la collettività) sono sicuramente un “segmento” interessante.

Tariffe “non da dumping”

L’ordinanza sull’assistenza giudiziaria all’articolo 4 stabilisce infatti che “l’onorario dell’avvocato che opera in regime di assistenza giudiziaria è calcolato secondo il tempo di lavoro sulla base della tariffa di 180 Fr all’ora”. In casi particolarmente impegnativi, tuttavia, l’onorario “può essere aumentato fino a 250 Fr all’ora”.

Inoltre (art. 5 a): “l’onorario dell’avvocato per la partecipazione ad interrogatori al di fuori dell’orario di lavoro usuale è fissato a 250 Fr all’ora”.

Insomma: il dumping salariale è un’altra cosa…

Le (giuste!) decurtazioni

Tuttavia, la certezza di vedersi saldare le fatture da mamma Stato ultimamente vacilla. Un paio di settimane fa, il giudice Marco Villa ha ridotto da 120mila a 79mila Fr gli onorari degli avvocati d’ufficio di quattro rapinatori italiani (quelli processati per l’assalto ad un portavalori ad Agno). Ad inizio della scorsa settimana, stesso giudice e stesso scenario: la parcella per la difesa d’ufficio di tre ladri bulgari viene ridotta di un terzo, a 20mila Fr.

Uella, stiamo parlando di un sacco di biglietti da mille, mica di due spiccioli!

Il giudice Villa ha spiegato così la propria decisione: “La Corte ha moralmente (?) l’obbligo di analizzare le note d’onorario e se ritiene che determinate prestazioni non siano giustificate o eccessive, ha il diritto di decurtarle o ridurle”.

I dubbi

Ohibò, a questo punto  le domandine cominciano a sorgere spontanee. Nel giro di pochi giorni sono stati individuati due casi in cui le note d’onorario degli avvocati d’ufficio di delinquenti stranieri sono state ritenute “non giustificate o eccessive” e pertanto decurtate. Due casi in pochi giorni. E prima… il nulla? Era “tüt a posct”? Oppure nessuno controllava e lo Stato – quindi il contribuente – pagava senza un cip? Viste le importanti somme in gioco, occorre andare a fondo.

Inoltre: gli avvocati cui vengono decurtate le parcelle, sono sempre gli stessi? Il che, sia chiaro, non vuole ancora dire che questi patrocinatori tentino di truffare lo Stato. Sarà anche vero che le ore lavorative esposte le hanno effettivamente svolte. Ma la domanda è un’altra: queste ore, erano davvero tutte necessarie? Sapendo che:

  1. lavorano a carico del contribuente;
  2. difendono gente arrivata in Ticino per delinquere;
  3. i costi della difesa d’ufficio dei delinquenti stranieri sono impossibili da recuperare;

i patrocinatori si sono preoccupati di fare solo ciò che è strettamente indispensabile? Oppure sono “andati lunghi” senza porsi il problema di chi paga la fattura?

24 milioni

I due casi balzati agli onori (?) della cronaca indicano che le somme in gioco sono importanti. E a questo punto ci piacerebbe proprio avere qualche indicazione in più.

Ad esempio: a quanto ammontano le spese giudiziarie per la difesa di delinquenti stranieri rimaste sul groppone del contribuente?

Su questo tema, dalla risposta data a metà febbraio dal Consiglio di Stato all’interrogazione della deputata Udc Lara Filippini, si sa che il 31 dicembre 2015  lo scoperto non recuperato a carico del Cantone per gratuito patrocinio e spese processuali non pagate ammontava in totale alla bellezza di 24 milioni di franchetti.  La somma comprende la totalità delle cause, non solo quelle penali, e la totalità dei beneficiari di assistenza giudiziaria, quindi sia svizzeri che stranieri. Il recupero di quanto speso  è estremamente difficoltoso, malgrado il Dipartimento delle Istituzioni si stia dando da fare per migliorare la situazione.

Nello specifico, il governo precisava: “Il settore penale è quello in cui le difficoltà legate al recupero delle spese sono maggiori. In questo ambito infatti il recupero è praticamente limitato ai casi in cui vi sono importi depositati relativi a cauzioni o sequestri confiscati a favore di tasse e spese. Le cifre in gioco sono molto alte ed i condannati – per lo più persone di origine straniera che vengono espulse dopo l’esecuzione della pena – non dispongono dei mezzi necessari per farvi fronte”. Ma come: immigrazione non era uguale a ricchezza?

Sarebbe interessante sapere quanti di questi 24 milioni di costi sono generati da delinquenti stranieri!

E il totale?

A ciò bisogna pure aggiungere che, se i delinquenti in questione vengono condannati a pene detentive, i costi a carico della collettività si fanno subito esorbitanti. Un giorno alla Stampa costa oltre 300 Fr. E l’80% dei detenuti sono stranieri. Sempre per la serie “immigrazione uguale ricchezza”. Se poi, una volta scontata la pena, il delinquente straniero, invece di venire espulso, resta in Svizzera, magari a carico dell’assistenza, la fattura lievita ulteriormente!

Per cui la domanda è: ma quanto ci costano i delinquenti stranieri in gratuito patrocinio, in spese di detenzione e poi magari anche in spese d’assistenza?

Processare all’estero

Uno degli avvocati la cui parcella per la difesa di malviventi d’importazione è stata decurtata ha commentato come segue: “Se non vogliamo questo onere (ossia la spesa del gratuito patrocinio), in particolar modo per gli imputati stranieri ai quali lo Stato non potrà chiedere il rimborso, allora bisognerebbe dare loro la possibilità di essere giudicati nel proprio Paese”.

Il principio è giusto, la scelta dei termini quantomeno incauta. Non deve trattarsi di possibilità, bensì di obbligo. Altrimenti nessuno si farà giudicare nel proprio paese. Idem dicasi per la carcerazione. Che deve avvenire nel paese d’origine ed a spese del medesimo.

Poco ma sicuro che queste richieste verranno portate avanti dalla Lega a livello federale. Ma, chissà perché, siamo pronti a scommettere che a mettersi a starnazzare non saranno solo i buonisti-coglionisti, ma anche la casta degli avvocati.

Lorenzo Quadri

Gauche-caviar asfaltata: l’estrema destra non c’entra!

Minacce al rapper decerebrato e al WKND: gli autori sono due imbecillotti isolati

Ma guarda un po’! Nelle minacce alla discoteca WKND contro l’esibizione del rapper coglionazzo “Bello Figo”, l’estrema destra non c’entra.

Il rapper in questione, giustamente sconosciuto ai più, è un immigrato ghanese che si inventa “canzoni” (oddio, canzoni…) di stupidità rara; immaginando, il poveretto, di essere “provocatorio”. Ed infatti tutta la sua capacità di grande provocatore si riduce all’evocare atti sessuali di vario tipo ogni tre parole.

L’estrema destra non c’entra

Ebbene, è emerso che gli autori delle minacce all’esercizio pubblico luganese non sono un gruppo di estrema destra, bensì due imbecillotti che hanno agito per conto loro. Una cappellata monumentale, di cui avranno modo di pentirsi amaramente. Perché quello commesso è un reato che prevede una pena detentiva fino a tre anni (anche se ovviamente nessuno andrà in prigione per i volantini). Quindi non è un reato bagattella. E questo serva a chiarire in modo definitivo che non si “difendono i nostri valori”, come pretendevano gli stampatori di volantini con le svastiche, con comportamenti e simboli che calpestano questi stessi valori. Chi partorisce simili iniziative aberranti, dei valori che pretende di difendere non ha capito un tubo.

La Caporetto dei kompagni

Detto questo, la vicenda si è risolta in una vera e propria Caporetto per la sinistruccia luganese  che era partita in tromba con la politicizzazione spinta della vicenda. L’interpellanza al municipio, addirittura classificata come “urgente” dagli autori, ha come primo firmatario il presidente della sezione P$ di Lugano Raoul Ghisletta. Ed è partita il giorno stesso dei fatti. A dimostrazione della fregola di cavalcare partiticamente l’accaduto. Piatto ricco mi ci ficco, si sono detti i kompagni. L’obiettivo era quello non solo di montare la panna, ma di arrivare fino al burro Floralp.

E va da sé che a reggere la coda alla gauche caviar c’era la sua stampa di servizio in grande spolvero, a partire dalla quella finanziata col canone più caro d’Europa, che ha dato alla vicenda la massima enfasi possibile. Per inventarsi ciofeche sulla presunta minaccia dell’estrema destra, teoria poi clamorosamente smentita, la Pravda di Comano ha avuto tempo e spazio. Per andare alla consegna delle firme del referendum finanziario obbligatorio, invece, no.

La speranza delusa

In Ticino dunque, secondo i kompagnuzzi con annessa stampa di servizio, dilagherebbero l’estremismo di destra ed il razzismo. Allarme! Scandalo! È la colpa di chi è? Ma naturalmente degli odiati populisti che provocano il “degrado” e blablabla! Perché evidentemente era lì che si voleva andare a parare…

E poi la speranza, ardente, ossessiva, patologica, che gli autori delle minacce fossero in qualche modo riconducibili alla Lega o in subordine all’Udc. Fosse emerso un qualsiasi coinvolgimento degli odiati “nemici”, hai voglia le interpellanze, le lettere sui giornali, gli editoriali sulla stampa di regime! Sarebbe bastata una parentela di quinto grado a scatenare furiosi onanismi cerebrali sull’ambiente familiare del reo, al fine di giustificare la tesi che la $inistruccia brama ardentemente di accreditare (cumulando però continue frustrazioni): ossia che leghisti e nazisti è la stessa cosa.

Che smacco!

Invece, lo smacco. E che smacco! Dietro alle minacce al WKND non c’è nessuna associazione estremista di destra. Non solo. Il collegamento politico c’è, ma non è quello sperato. Infatti il giovane che si è costituito è figlio di un deputato in Gran Consiglio ma, orrore!, trattasi di esponente di un partito storico.  Da notare che, se il giovane bischero fosse stato figlio di un deputato leghista, quest’ultimo sarebbe stato sbattuto in prima pagina con gigantografia, nome, cognome e numero di scarpe. Qui invece…

Come i pifferi di montagna

Il castello di carte dei kompagni, dei moralisti a senso unico e dei loro reggicoda mediatici, dunque, è crollato miseramente. Come i pifferi di montagna, partirono per suonare ma vennero suonati. Ed infatti sono improvvisamente ammutoliti. L’unico risultato del loro frenetico agitarsi nel costruire fittizie “emergenze di estrema destra” è stato quello di attirare l’attenzione sui casi precedenti di minacce ad organizzatori di eventi. E queste minacce precedenti, ma guarda un po’, vengono dall’estrema sinistra. Curiosamente però di interpellanze al proposito la gauche caviar mica ne ha presentate.

Lorenzo Quadri

 

 

 

 

 

 

Non sarà mica colpa delle frontiere spalancate, vero?

Statistica sulla povertà, Ticino – ma guarda un po’ –  “maglia nera” della Svizzera

 

Nelle ultime settimane sono state pubblicate varie statistiche sulla povertà in Svizzera ed in Ticino. Secondo l’Ufficio federale di statistica, a livello nazionale nel 2015 il 7% della popolazione (570mila persone) viveva in situazione di povertà reddituale. In Ticino, ma tu guarda i casi della  vita, questa percentuale sale di ben 10 punti, al 17%! Sicché l’Ufficio federale di statistica certifica che il nostro è il Cantone più povero della Svizzera! Non che ci volessero grandi studi scientifici per accorgersene. Basta guardare i dati dell’assistenza, della sottoccupazione e della disoccupazione.

Magari oltre a constatare i danni, ci si potrebbe anche chiedere il perché il tasso di povertà in Ticino è così clamorosamente superiore a quello medio nazionale. Dove sta la differenza tra il Ticino ed il resto della Svizzera? Sta forse nel fatto che è incuneato nel Belpaese in regime di devastante libera circolazione delle persone? E che questa situazione ha conseguenze occupazionali drammatiche (non stiamo a snocciolare per l’ennesima volta le cifre dell’invasione da sud)?

Visto che tale è la realtà, si abbia almeno la decenza di piantarla di negare l’evidenza. Oppure di ammettere che sì, le cose stanno così, ma la partitocrazia ha scientemente deciso che la libera circolazione delle persone vale più del benessere dei Ticinesi e quindi il Ticino va sacrificato sull’altare dei bilaterali. Sarebbe almeno più onesto di continuare a prenderci per i fondelli.

Presi per il lato B

Presa per i fondelli che invece continua. Infatti, ironia della sorte, pochi giorni prima della divulgazione della citata statistica le banche cantonali romande se ne sono uscite con uno studio, evidentemente farlocco, secondo cui il Ticino, dove sempre più gente ha le pezze alle culottes grazie alla deleteria politica delle frontiere spalancate, sarebbe la quarta regione più dinamica d’Europa, dopo Londra, Lussemburgo e Zurigo.

Uno studio che sicuramente NON è piaciuto all’IRE del buon Rico “E’ solo una percezione” Maggi, visto che potrebbe rubare alle sue indagini sui frontalieri, svolte da frontalieri, il premio annuale per la peggior ciofeca. E questa non è “una percezione”.

C’è chi glissa

Da notare che lo studio dell’Ufficio federale di statistica indica tra l’altro che le persone di più di 65 anni presentavano un tasso di povertà praticamente doppio rispetto alla media (quasi il 14%). Però la partitocrazia – a partire proprio dai kompagnuzzi che si sciacquano la bocca con “i ceti più sfavoriti” – ha affossato la tredicesima AVS per non darla vinta all’odiata Lega.  Su questo aspetto, chissà come mai, i commentatori di regime preferiscono glissare. Altre “scarligate” si segnalano sul fatto  il tasso di povertà tra gli stranieri è nettamente superiore alla media (del resto sono sovrarappresentati anche nelle cifre dell’assistenza).

Prima i nostri

Dunque: Altro che “immigrazione uguale ricchezza”. Immigrazione uguale più gente che dipende dall’ente pubblico e a questo fenomeno bisogna mettere un freno. Perché il “prima i nostri” deve valere anche per l’accesso alle prestazioni sociali. A questo proposito il malcontento tra la popolazione monta. Sicché, sarà bene trovare delle vie per “scremare” gli stranieri a carico del contribuente invece di continuare a nascondersi dietro il trittico “libera circolazione – divieto di discriminazione – sa pò fa nagott”. Non ci sta bene che, dopo aver allargato i cordoni della borsa dello stato sociale a vantaggio di chiunque voglia arrivare in Ticino a mungere (“dobbiamo aprirci!”)  adesso si dica che non ci sono più soldi e quindi bisogna risparmiare su tutti. Prima si blocca l’immigrazione nello Stato sociale e si disdice la libera circolazione. Poi se ne riparla.

Lorenzo Quadri

 

Referendum finanziario: per ridare potere al popolo!

Partitocrazia e stampa di regime in pista per far fallire l’iniziativa costituzionale

 

Manca poco, molto poco, allo scadere del termine di raccolta firme per l’iniziativa popolare costituzionale che chiede l’introduzione del referendum finanziario obbligatorio (RFO) anche in Ticino.  Giovedì scorso una delegazione dei promotori ha consegnato alla cancelleria dello Stato le firme al momento a  disposizione. Occorre dunque darsi da fare nei prossimi giorni, onde evitare di mancare l’obiettivo per poco.

Il RFO, che già esiste in 18 cantoni svizzeri, quindi non si tratta di scoprire l’acqua calda, permette ai cittadini di disporre di un controllo effettivo sulla spesa pubblica. In sostanza, ogni nuova spesa importante, al di sopra di un dato limite – l’iniziativa al proposito è formulata in modo volutamente generico – dovrà essere sottoposta al voto popolare. Questo non significherà  tuttavia un proliferare degli appuntamenti con le urne: le votazioni si terranno infatti in concomitanza con le date già fissate per le consultazioni federali. Come detto: il RFO è già realtà nella stragrande maggioranza dei Cantoni svizzeri. I quali, ma guarda un po’, hanno le finanze messe meglio delle nostre. Quindi non si tratta di fare salti nel buio o di inventarsi cose nuove che non esistono da nessuna parte, ma solo di introdurre, anche da noi, una “buona pratica” consolidata.

Tema ostico

A livello divulgativo, tuttavia, il tema appare “tecnico” e arido. Dunque poco sexy. Ciò che aumenta la difficoltà nella raccolta delle sottoscrizioni. E rafforza implicitamente la bontà della proposta.  Infatti ricorrere al referendum facoltativo per sottoporre al voto popolare ogni spesa pubblica importante è un’operazione proibitiva. Specie con l’avvento del voto per corrispondenza, che ha fatto crollare l’affluenza ai seggi e dunque la possibilità di raccogliere firme di cittadini aventi diritto di voto nel comune: ogni medaglia ha il suo rovescio.

Ostilità facile da spiegare

Il RFO è osteggiato dalla partitocrazia, la quale ha già affossato nel febbraio 2015 in Gran Consiglio un’iniziativa parlamentare in questo senso.

L’ostilità della partitocrazia si spiega facilmente. Se introdotto, il RFO renderebbe assai più difficoltosa una politica che ormai non è neppure più quella del “tassa e spendi” bensì dello “spendi e tassa”. Ovvero: prima lo Stato elargisce a piene mani i soldi pubblici e poi, quando si accorge di trovarsi nelle ristrettezze, mette le mani nelle tasche del contribuente con aggravi fiscali e nuovi balzelli. Oppure con lo sciagurato moltiplicatore cantonale con freno all’indebitamento: ovvero il giocattolo inventato dalla $inistra ed introdotto dall’ex ministra PLR del “margine di manovra nullo” Laura Sadis che serve ad aumentare automaticamente le imposte.

Il Sì a tutto

Da decenni in questo sempre meno ridente Cantone si parla di contenimento della spesa pubblica, che invece continua a galoppare fuori controllo. Perché galoppa? Perché per i partiti ed i politici smaniosi di mantenere poltrone e cadreghini è molto più facile assecondare le varie richieste  – e quindi spendere sempre di più – piuttosto che respingerle. Dire di sì è sempre più semplice ed appagante che dire di no.  Specie quando a chiedere è qualche lobby potente. Di quelle che “spostano i voti” alle elezioni.

Per concretizzare

Un esempio concreto: lo sperpero di 3.5 milioni di Fr per Expo2015 è stato sventato solo grazie al referendum lanciato dalla Lega. Ma non si può pretendere da chi sostiene il rigore nell’utilizzo dei soldi del contribuente il lancio di un referendum contro ogni grossa spesa ingiustificata. Tanto più che oggi c’è un solo modo per far riuscire le iniziative popolari ed i referendum: ossia pagare chi raccoglie le firme. Ricorrere ai diritti popolari comporta dei costi importanti. Il problema non riguarda la $inistra: essa può contare sui suoi sindacati che mandano i loro dipendenti a raccogliere le firme invece che a lavorare.

Altro esempio: da uno studio confidenziale che il PPD ha commissionato al politologo Oscar Mazzoleni sul proprio declino è emersa la seguente indicazione: il partito perde consensi perché non è più in grado di promettere posti di lavoro pubblici in cambio di voti. Questo non vale solo per il PPD. I partiti storici hanno gonfiato l’amministrazione pubblica come una rana per piazzare i propri galoppini con parentado annesso. Ciò ha conseguenze pesanti per la spesa cantonale.  Stesso discorso per i mandati agli amici degli amici. E per le opere pubbliche faraoniche a vantaggio di pochi ma a spese di tutti. L’elenco potrebbe continuare.

“Merende” più difficili

Ecco perché i partiti storici stanno facendo di tutto e di più per boicottare il RFO. Perché toglierebbe margine di manovra a tristi e costosi giochetti clientelari in cambio di voti alle elezioni. Ed infatti la partitocrazia ha impartito l’ordine di marcia ai soldatini. Non è certo un caso se la stampa di regime, a partire dalla RSI, giovedì mattina ha snobbato alla grande la consegna delle firme del RFO.

E non è nemmeno un caso se le associazioni economiche, quelle che si riempiono la bocca con i risparmi nella spesa pubblica, adesso sono più mute di tombe: sono controllate dal PLR ferocemente contrario al RFO (lo affossò in parlamento due anni e qualche mese fa).

Questo ostracismo dimostra che il RFO romperebbe il giocattolino della partitocrazia: favori con i soldi del contribuente in cambio di schede alle elezioni.  Per cui, avanti con le firme!

Lorenzo Quadri

Basta mantenere immigrati nello Stato sociale!

Povertà: Ticino con le pezze al “lato B” e la spesa dell’assistenza esplode

 

In Ticino il tasso di povertà reddituale è del 17% mentre nel resto della Svizzera è del 7%, quindi dieci bei punti percentuali in meno. Lo ha detto nei giorni scorsi l’Ufficio federale di statistica. Ma come, non erano tutte balle della Lega populista e razzista? Ma come, non c’erano fior di istituti di ricerca, dall’IRE (funesta) alle banche cantonali romande a dirci che siamo la quarta regione più dinamica d’Europa e che soppiantamento di residenti con frontalieri e dumping (in granconsigliese: dömping) sono solo “una percezione”?

Sulle allarmanti cifre dell’Ufficio federale di statistica si è espresso nei giorni scorsi sul portale LiberaTV il Beltradirettore del DSS, sollevando alcuni temi.

Tre questioni

La prima questione è quella degli asilanti che gravano sui conti dell’assistenza. “Molti rifugiati ammessi non hanno una formazione professionale per le esigenze svizzere e per tre quarti restano a carico della rete sociale”, dice il Consigliere di Stato. A parte l’arrotondamento al ribasso, perché la quota di asilanti in assistenza è superiore ai tre quarti (per talune etnie siamo anche sopra il 90%) , il punto è un altro. Ossia che molti di questi asilanti non dovrebbero nemmeno più essere in Svizzera.  Le ammissioni provvisorie devono tornare ad essere quello che il nome dice. Provvisorie appunto. L’asilante che non è individualmente minacciato ma che scappa dal suo paese perché è in guerra, una volta passata l’emergenza umanitaria deve rimpatriare. Invece questo adesso non avviene. Non ancora contento il Dipartimento della ministra del “devono entrare tutti” Simonetta Sommaruga vorrebbe dare ancora maggiori garanzie di permanenza. Ma gli asilanti non devono venire “integrati” nel mondo del lavoro di questo sempre meno ridente Cantone dove, “grazie” all’invasione da sud, non c’è più spazio per nemmeno per i ticinesi. Devono venire rimpatriati.

Inoltre, visto che si ammette che i sedicenti rifugiati sono un problema per lo stato sociale, i Consiglieri di Stato responsabili della socialità – e questo vale per tutti i Cantoni – dovrebbero essere sulle barricate contro la politica del “devono entrare tutti”. Invece…

Seconda Beltraffermazione interessante: “insisto che finché una persona che ha diritto di risiedere (da noi) deve poter ricevere gli aiuti dell’assistenza perché non vogliamo che aumentino i furti e il degrado sociale”.  Occorre ribadire:

1) L’immigrato  nello stato sociale non deve poter ricevere aiuti.

2) Non si tratta, quindi, di versare prestazioni assistenziali agli immigrati nello stato sociale per “evitare il degrado” (e nümm a pagum) diventando così sempre più attrattivi per chi vuole approfittare della generosa (ed anche un po’ fessacchiotta) socialità elvetica, ma di rendere rapide ed efficaci le espulsioni. Molto, come sappiamo, dipende dalle istanze giudiziarie.

3) L’andazzo odierno è noto: ricorsi su ricorsi dell’immigrato contro le decisioni di ritiro del permesso di dimora, naturalmente con avvocato finanziato dal contribuente. Ed intanto il diretto interessato rimane in Ticino a carico dell’assistenza. Proposta provocatoria, ma nemmeno poi tanto: si cominci a levare l’effetto sospensivo ai ricorsi contro le decisioni di non rinnovo del permesso. Così intanto la persona in questione comincia a partire (e quindi a non essere a carico del contribuente). Alla peggio, se il mancato rinnovo dovesse risultare ingiustificato, potrà rientrare. Ma intanto, per il tempo della procedura giudiziaria, rimane fuori. E visto che tali procedure durano anni, il risparmio è evidente!

Terza chicca: ovviamente il Beltraministro del PPD, partito fautore della libera circolazione delle persone e contrario a Prima i nostri, tenta di minimizzare gli effetti deleteri della libera circolazione. “Fatico a credere che chiudendo i vasi comunicanti (ossia: le frontiere) si aumenti il benessere”.  Ohibò, eppure è tanto semplice: se in Ticino entrano ogni giorno 65mila frontalieri, e di questi 40mila sono attivi nel terziario dove non colmano alcuna carenza di manodopera locale, è scontato che  poi non ci sia lavoro per i residenti. Questi ultimi, di conseguenza, cadono in situazioni di povertà. E’ quindi evidente che, se salta la libera circolazione, la musica cambia.

Lorenzo Quadri

Aumento massiccio di tasse e balzelli? Ma col piffero!

Criminalizzazione degli automobilisti: le “perle” dell’ ex funzionario cantonale

Ma guarda un po’! Nei giorni scorsi sul portale Tio sono apparse le corbellerie del per fortuna ex ex ex capo della Sezione della protezione dell’aria Mario Camani. Il quale, a quanto ci consta, non è più funzionario dirigente del Cantone da oltre un decennio. E, leggendo l’intervista su Tio, c’è davvero motivo per rallegrarsene. L’ex ex ex regala (?) infatti ai lettori tutta un’infilata di “perle” tipiche del talebanismo verde, all’insegna della criminalizzazione dell’automobilista. Del tipo:

  • Bisogna introdurre subito il limite fisso di 80 km all’ora in autostrada ovunque;
  • Bisogna alzare massicciamente il costo della benzina e le tasse di circolazione;
  • Il nostro inquinamento lo produciamo noi, inutile dare la colpa alla Lombardia;
  • Il Ticino è tutto inquinato, bisogna parlarne ancora di più, bisogna gridarlo.

Posizioni “istruttive”

Che dire? Veramente istruttive le posizioni di questo signore! Avanti con la criminalizzazione ad oltranza degli automobilisti responsabili di tutti i mali ambientali, come se le macchine fossero l’unica fonte d’inquinamento! E naturalmente solo le macchine targate Ticino.

Forse l’ex ex ex  alto funzionario ha trascorso gli ultimi  15 anni  sul pianeta Marte e non si è accorto che nel frattempo, “grazie” alla libera circolazione delle persone, il nostro Cantone è quotidianamente invaso da 65mila frontalieri (dichiarati; più quelli in nero) nonché da migliaia e migliaia di padroncini (dichiarati; più quelli in nero). E tutta questa gente, ma guarda un po’, entra in Ticino uno per macchina!  E allora, Camani, cosa facciamo? Tartassiamo il solito sfigato automobilista con targa rossoblù che ha bisogno del veicolo per andare a lavorare  facendo esplodere  le tasse di circolazione ed il costo della benzina, ed invece chiudiamo gli occhi sull’invasione da sud? Cosa pensa che esca dai tubi di scappamento frontalieri, l’ex ex ex? Vapore acqueo? Viks Vapo Rub? Essenze di eucalipto? Lo sa quanti frontalieri hanno l’auto diesel?

E come la mettiamo con l’accordo bilaterale sui trasporti terrestri, sottoscritto dall’ex ministro P$ Moritz “Implenia” Leuenberger,  che ha trasformato il Ticino in un corridoio per TIR UE in transito parassitario?

E le frontiere?

Se davvero volesse tutelare l’aria,  il granitico ex ex ex funzionario dovrebbe anche proporre di chiudere le frontiere! Invece, a questo proposito, non un cip! Anzi: difende pure la Lombardia! Sono solo i ticinesotti che vanno martellati: noi tutti costretti ad andare in bicicletta o a piedi o a dorso di mulo (ah no, il mulo emette gas serra dal posteriore) perché, secondo l’illuminata visione di Camani, l’automobile deve tornare ad essere un lusso per i “borsoni” che si possono permettere di pagare le tasse ed i balzelli stratosferici che a suo dire andrebbero introdotti subito. Frontalieri e padroncini, invece, tranquillamente in giro uno per macchina ad intasare le strade ticinesi, che diventerebbero, di fatto, di loro uso quasi esclusivo. Naturalmente per i residenti in Italia nessun balzello aggiuntivo, perché altrimenti oltreramina starnazzano!

E sostenere poi che tutte le fabbriche della fascia di confine non avrebbero influenza sulla qualità dell’aria ticinese…

Urgono repulisti?

Ovviamente, non possiamo che essere lieti che uno che pretende di bastonare ad oltranza gli automobilisti ticinesi non lavori più per l’amministrazione pubblica da oltre un decennio. Come si dice nel Belpaese: ciaone!

A preoccupare è che, profumatamente pagati con i nostri soldi, potrebbero esserci tutt’oggi altri funzionari con le medesime idee e progetti. Se così fosse, urgono repulisti.

Lorenzo Quadri

 

I camerieri dell’UE dovranno spiegare alcune cosette!

I nostri soldi utilizzati per foraggiare trasporti di finti rifugiati dalla Libia all’Italia? 

Secondo il quotidiano italiano il Giornale, il DFAE sarebbe tra i principali foraggiatori della discussa ONG Moas: interpellanza della Lega al Consiglio federale in arrivo!

Perdindirindina, questa è grossa! Il quotidiano d’Oltreramina “Il Giornale” venerdì ha pubblicato un’ampia inchiesta su chi trasporta i finti rifugiati con lo smartphone dalle coste libiche a quelle italiane. Tra questi, figura la discussa ONG (organizzazione non governativa) Moas.

Moas ha sede a Malta ed è stata fondata da una ricca coppia italo-americana. L’ONG è in prima linea nel gestire (citazione dal Giornale) la “flotta solidale” ossia “un gruppo di navi che, com’è ormai assodato, va incontro ai barconi dei migranti a ridosso delle coste libiche, li carica a bordo e li trasporta nei porti italiani”.

Ebbene, secondo le informazioni raccolte dal Giornale, pare che tra i principali finanziatori di questa ONG ci sia nientepopodimento che la Confederella. E, più precisamente, il DFAE guidato dal liblab Didier “dobbiamo aprirci all’UE” Burkhaltèèèèr. Uella!

Sulla base di questa scoperta, il Giornale pubblica un lungo editoriale intitolato “Se la Svizzera ora finanzia l’invasione d’Italia”.

I contenuti sono faziosi ed anti-svizzeri (e poi a rovinare il clima transfrontaliero sarebbe il Mattino populista e razzista?). Come sempre accade quando la stampa d’Oltreramina riferisce su questioni che riguardano il nostro paese, del resto. Abbondano, nell’articolo del quotidiano italico, le cifre creative  – ovvero farlocche – sui flussi migratori verso il nostro paese. Ricordiamo ai vicini a sud che la Svizzera (razzista, chiusa e gretta) è il paese che accoglie più asilanti per rapporto al numero di abitanti.  E che ha un quarto di popolazione straniera, senza contare le naturalizzazioni facili. Ma, al di là di questo, l’affare scotta. Eccome che scotta!

E’ infatti chiaro come il sole che, se davvero la Confederazione, e meglio il Dipartimento federale affari esteri, foraggia con soldi pubblici un’ONG che va a prendere i finti rifugiati sulle coste libiche e poi li scarica  nei porti italiani, dovrà renderne conto. Eccome che dovrà. Anche davanti al parlamento, e di conseguenza all’opinione pubblica ed ai cittadini che pagano il conto, sempre più spropositato, della politica d’asilo e degli aiuti miliardari all’estero. Vero Burkhaltèèèr?

E’ infatti palese che i migranti economici giunti in Italia vanno poi a creare il caos asilo ai confini ticinesi. Con tutte le conseguenze del caso. Anche – ovviamente – a livello di entrate clandestine nel nostro paese.
Ministro degli esteri targato PLR,  è così che si usano i soldi dei contribuenti? Interpellanza leghista in arrivo!

Lorenzo Quadri

A giugno confermare il casellario e bloccare i ristorni!

Intanto l’ufficio frontalieri del sindacato OCST sbrocca contro il Ticino

 

Sulla fiscalità dei frontalieri, qualcuno sta perdendo la trebisonda. Come noto, il famoso accordo con la vicina Penisola è arenato per il semplice motivo che l’Italia non lo vuole. Infatti, e questo lo sottolineeremo ad oltranza, i politicanti del Belpaese vogliono mantenere i privilegi fiscali dei frontalieri, che pagano molte meno tasse degli italiani che vivono e lavorano in patria. Questo ovviamente va a scapito degli altri contribuenti. Ed è incomprensibile che nel Belpaese nessuno insorga contro questa situazione.

No alle retromarce

Oltreconfine dunque cercano scuse per non ratificare l’accordo. Il pretesto attualmente in voga è il famigerato casellario giudiziale (che tra l’altro mica viene chiesto solo agli italiani, ma a tutti gli stranieri).

Al proposito della richiesta del casellario, il Consiglio di Stato dovrà fare il punto della situazione a giugno, essendosi impegnato in questo senso. E’ scontato ma lo scriviamo lo stesso: che nessuno si sogni di fare delle retromarce sul casellario! La misura, introdotta dal ministro leghista Norman Gobbi, è valida ed efficace. Ha permesso di evitare che in questo sempre meno ridente cantone si trasferissero decine di pregiudicati, magari pericolosi. Senza contare il numero di quelli che, sapendo della misura in vigore, hanno rinunciato a presentare richiesta di permesso B o G, avendo qualcosa da nascondere.

Bloccare i ristorni

In giugno il CdS farebbe invece bene a decidere il blocco dei ristorni dei frontalieri. Sia perché la Convenzione su cui si basa non ha più ragione di essere, sia perché l’Italia nei nostri confronti è inadempiente in tutto o quasi, sia per la vergognosa “shitstorm” (=tempesta di cacca) che politichetti e veline d’Oltreramina in fregola di visibilità mediatica scatenano contro il Ticino e contro i ticinesi ogni volta che da parte elvetica si prendono delle sacrosante – e legittime! – decisioni a tutela della nostra sovranità. Vedi la famosa chiusura notturna di tre (!) valichi secondari, in vigore da inizio aprile.

Il sindacato la fa fuori dal vaso

A quanto pare, l’avvicinarsi dell’appuntamento di giugno e quindi della verifica della richiesta del casellario (ribadiamo: l’unico esito possibile è una conferma della misura) ha fatto partire voci incontrollate sull’imminenza dell’entrata in vigore del nuovo accordo fiscale sui frontalieri. Incontrollate e pure infondate, per i motivi di cui si è detto.

Ma evidentemente un certo numero di frontalieri, in panico per l’inaudita prospettiva di dover pagare le tasse come i propri connazionali che lavorano in patria, è andata nel pallone. A questo punto si è inserito a gamba tesa l’Ufficio frontalieri del sindacato OCST. E qui il sindacato in questione, in genere ragionevole (o comunque molto più degli omologhi rossi) l’ha decisamente fatta fuori dal vaso.

OCST si distanzi

In una lettera trasmessa ai propri associati frontalieri. L’OCST li rassicura con queste parole: nessun passo avanti è stato fatto al proposito della ratifica dell’accordo fiscale; “un rallentamento dovuto sostanzialmente alle tensioni sorte tra il Governo italiano e la Svizzera a causa delle politica aggressiva del Canton Ticino, sempre più accanita nell’attaccare i frontalieri (sic!)”.

Qui qualcuno, per prodursi in una simile fregnaccia, deve aver preso un colpo di sole. A parte che la politica ticinese è così “aggressiva contro i frontalieri” che il numero di questi ultimi continua ad aumentare ed ha già raggiunto quota 65mila: quindi il problema è proprio il contrario, ossia che la politica ticinese è troppo molle. Ma la domanda è: come si permette questo sindacato di  farsi bello (?) con i propri associati d’oltreconfine denigrando il Ticino ed i ticinesi, e cavalcando la fregnaccia italica del Ticino cattivo e razzista che si accanisce contro i poveri frontalieri? O forse qualche sindacalista, magari “non patrizio di Corticiasca”, si è dimenticato che i suoi affiliati frontalieri portano a casa la pagnotta solo grazie al Ticino?

Qui qualcuno ha toppato alla grande. Sicché adesso ci attendiamo che l’OCST si distanzi pubblicamente dalle affermazioni contenute nella lettera del suo Ufficio frontalieri. Oppure bisogna pensare che la nuova linea del sindacato uregiatto sia quella di seguire la pratica, comune tra troppi frontalieri, dello sputare nel piatto dove si mangia?

Lorenzo Quadri