Delirio “Via Sicura”: questa roba non è la Svizzera!

Nuovo regalo dell’aborto legislativo anti-automobilisti: la caccia alle streghe

Tempi sempre più duri per gli automobilisti (come pure per i motociclisti). La criminalizzazione della cosiddetta “mobilità individuale” fa un nuovo balzo avanti. Per questo possiamo ringraziare il bidone “via Sicura”, fulgido esempio di calata di braghe del Legislatore federale davanti al populismo ro$$overde.

L’ultima escalation fuori di melone l’abbiamo appresa nei giorni scorsi. Quando si è scoperto – a seguito di un articolo del TagesAnzeiger poi ripreso anche dalla stampa ticinese – che, sulla base di un semplice sospetto, “grazie” a Via Sicura si può obbligare un conducente a fornire delle prove sul proprio stato di salute. Facendosi carico dei relativi costi.

Il caso riportato dal TagesAnzeiger è il seguente. A seguito di una segnalazione anonima che l’accusava di fare uso di droghe, una motociclista è stata costretta, sotto minaccia di ritiro della patente, a sottoporsi al test del capello per dimostrare di non essere tossicodipendente. L’esame ha scagionato la donna, che ciononostante ha dovuto pagare di tasca propria i costi degli esami.

Caccia alle streghe

Qui in nome dell’isterismo anti-automobilisti si stanno gettando nel water i fondamenti dello Stato di diritto. Davanti a delazioni anonime, anche del tutto infondate, il conducente è obbligato, pena il ritiro della patente, a sottoporsi a test medici e a pagarseli pure. Anche se ne esce immacolato.

Che cose simili accadano nel nostro paese è una vergogna. Signori, questa non è la Svizzera. E non è nemmeno un paese civile. Nel New England del XVI secolo, durante la caccia alle streghe, forse le istituzioni funzionavano in questo modo. Magari anche nella Francia rivoluzionaria durante il Terrore. Ma in nessun caso simili aberrazioni sono tollerabili nella Svizzera del 2017.

Garantismo vs giustizialismo

Forse qualcuno non si rende ben conto delle conseguenze che pratiche del genere possono avere. Voglio vendicarmi del vicino arrogante, del collega antipatico, dell’ ex fidanzata? Niente di più facile: lo o la denuncio anonimamente come alcolista o tossicodipendente, e gli (o le) faccio passare un sacco di guai con l’ufficio di circolazione.

Nemmeno i terroristi islamici vengono trattati in questo modo dalle nostre istituzioni. Anzi: i giudici buonisti-coglionisti permettono a miliziani dell’Isis, condannati come tali, di rimanere in Svizzera, addirittura a carico del contribuente. Garantismo ad oltranza per i terroristi islamici e giustizialismo becero ed isterico per i conducenti. Se questa non è una vergogna…!

Fare piazza pulita

Ecco l’ulteriore dimostrazione che di Via Sicura bisogna fare piazza pulita.  E in fretta.

Via Sicura è un conglomerato fallimentare di leggi, apparentemente voluto per combattere i pirati della strada, che invece serve alla criminalizzazione indiscriminata degli automobilisti. Non è nemmeno vero, come ha commentato qualcuno, che “la macchina infernale di Via Sicura è sfuggita di mano”. Non è affatto “sfuggita di mano”: si dirige proprio là dove i promotori di questo aborto volevano che andasse.

E’ forse il caso di ricordare che alle Camere federali solo Udc e Lega hanno rifiutato di votare un simile scempio. Invece i partiti cosiddetti “di centro” si sono fatti infinocchiare dalla storiella – venduta dalla Doris uregiatta e dai suoi burocrati – delle sanzioni dirette contro pochi, veri pirati della strada. Miserevole fregnaccia ben presto smentita dai fatti.

PLR-PPD calano le braghe

Ora, nella vita come nella politica, si possono anche commettere degli errori di valutazione. Ad essere scandaloso è che, davanti al vaso di Pandora delle aberrazioni di via Sicura, PLR e PPD non abbiano il coraggio di intervenire con decisione  spazzando via l’aborto normativo, e accettino un sistema che è indegno della Svizzera (ma probabilmente piacerebbe alla Corea del Nord e avrebbe mandato in estasi la Russia bolscevica). Scandaloso è che questi due partiti cosiddetti borghesi, che a parole si piccano di difendere gli automobilisti, alla prova dei fatti calino le braghe davanti ai ricatti dei populisti di $inistra. Costoro infatti con Via Sicura sono riusciti nell’intento di criminalizzare i conducenti. Di conseguenza, promettono campagne d’odio – e sanno benissimo come orchestrarle! – contro chi osa anche solo immaginare di rompergli il “bel” giocattolino.

Automobilisti e moticiclisti se ne ricordino alle prossime elezioni.

Lorenzo Quadri

 

 

 

 

Disarmando i cittadini onesti si favorisce il terrorismo

Sommaruga&Co avvisati: basta calate di braghe! Rispettare la volontà popolare!

 

L’ultimo sanguinoso attentato dei terroristi islamici (sottolineare: islamici) a Londra è stato compiuto lanciando un furgone sulla folla in un’area pedonale. Poi i terroristi hanno continuato l’opera muniti di lunghi coltelli. Non sono state usate armi da fuoco. E questo è un fatto rilevante.

Rilevante perché gli eurobalivi, dicendo di voler combattere il terrorismo, in quel di Bruxelles hanno introdotto delle nuove regole sul possesso legale di armi.  Le limitazioni sono state inserite negli accordi di Schengen che la Svizzera ha avuto la pessima idea di sottoscrivere: di conseguenza andrebbero (il condizionale è d’obbligo) recepite anche da noi.

Ed a tale scopo, come già scritto la scorsa settimana, il Consiglio federale, ed in primis la kompagna Simonetta “dobbiamo aiutare l’Italia” Sommaruga, alla faccia delle ipocrite promesse fatte anche davanti al Parlamento di garantire le prerogative svizzere, ha emesso sconce disposizioni che affossano le nostre tradizioni, la nostra volontà popolare e la nostra libertà. Si spera che le Camere federali avranno la decenza di affossarle; ma non bisogna farsi soverchie illusioni, vista la maggioranza politikamente korretta e cameriera dell’UE.

Operazione priva di senso

Pensare di combattere il terrorismo disarmando i cittadini onesti è un’operazione insensata. Uno squallido e penoso paravento che nasconde ben altre intenzioni. Quando usano armi da fuoco per le loro mattanze in Occidente – e come visto lo fanno sempre più raramente – i jiahdisti se le procurano sul mercato nero. Mica le comprano in modo legale!  Le limitazioni colpiscono dunque solo i cittadini onesti. I quali, con la minaccia del terrorismo, dovrebbero semmai essere messi in grado di difendersi; non  certo disarmati!

Avanti con le espulsioni

Se volessero combattere il terrorismo, gli eurofalliti comincerebbero ad espellere sistematicamente i seguaci della jihad, senza tante pippe mentali sui loro diritti umani: si pensi piuttosto ai diritti umani delle potenziali vittime! Inoltre, chiuderebbero le moschee dove si predica l’integralismo, metterebbero fuori legge i gruppi e le associazioni radicali, e proibirebbero i finanziamenti stranieri a moschee ed “associazioni culturali” musulmane.

Inoltre, chiuderebbero le frontiere al caos asilo. Il legame tra migranti economici ed Isis è infatti ampiamente dimostrato. Con tanto di inchieste in corso a Como. Da dove, ma guarda un po’, arriva la stragrande maggioranza dei clandestini che entrano in Ticino.

Questo invece non accade. Il multikulti politikamente korretto prevale. Chiaro: anni di lavaggio del cervello pro-frontiere spalancate, pro-migranti e contro i valori occidentali e nazionali lasciano il segno.

Sicché gli eurobalivi utilizzano il pretesto della lotta al terrorismo per fare tutt’altro: ossia per disarmare i cittadini onesti.

No alle direttive

La ministra del “devono entrare tutti”, kompagna Simonetta Sommaruga, scalpita per recepire le nuove direttive europee contro le armi detenute legalmente. E smentisce le sue stesse promesse. Prima fra tutte quella secondo cui l’arma d’ordinanza non sarebbe stata messa in discussione. Balle solenni! Ed infatti le disposizioni-ciofeca partorite di recente dal Consiglio federale prevedono che, per potere tenere l’arma, il milite fuori servizio deve essere iscritto ad una società e partecipare regolarmente a manifestazioni o competizioni di tiro. Questo  non solo contraddice quanto votato dal popolo svizzero nel 2011, ma è in contrasto plateale con le nostre tradizioni e le nostre libertà. Quindi non può essere accettato.

Referendum

Se quindi la maggioranza parlamentare (PLR-PPD-P$$ e partitini di contorno) calerà le braghe pretendendo di applicare in casa nostra i diktat di Bruxelles, dovrà essere referendum.

Così almeno, anche per il futuro, sarà chiaro che una cricca di eurofunzionarietti non eletti da nessuno, ed i loro camerieri bernesi, non hanno facoltà di schiacciarci gli ordini e di prevaricare quanto votato dal popolo sovrano. Se in conseguenza di ciò  andranno a ramengo anche i fallimentari accordi di Schengen, tutto di guadagnato: in questo modo potremo finalmente CHIUDERE LE FRONTIERE. Ciò che ci permetterà di combattere in modo efficace il terrorismo islamico. Altro che disarmo dei cittadini onesti!

Lorenzo Quadri

 

Estremismo islamico: è ora di darsi una svegliata

Dalle nostre parti continua il colpevole letargo, e presto lo pagheremo caro

 

Nei mesi scorsi  in Svizzera interna sono state organizzate iniziative di distribuzione del Corano, ed i Cantoni interessati intendono attivarsi onde evitarne la proliferazione (in Ticino, invece, non si ritiene che ci sia un pericolo imminente).

A tirare i fili dietro queste iniziative c’è l’associazione “La vera religione”, il cui obiettivo è quello di fare proselitismo a sostegno dell’estremismo islamico. Per questo motivo, l’organizzazione “La vera religione” è stata dichiarata fuori legge in Germania. Ma in Svizzera sa pò mia. Perché non c’è (per ora) la base legale.

Associazioni pericolose

Sicché, mentre all’estero c’è chi – specie dopo gli ultimi attentati inglesi – parla di vietare l’Islam, da noi non si proibiscono nemmeno le organizzazioni musulmane pericolose.

A proposito di queste associazioni, è bene ricordare che solo poco più di due mesi fa il consiglio nazionale, a risicatissima maggioranza, ha respinto una mozione del sottoscritto che chiedeva di creare la famosa base legale, oggi assente, per mettere fuori legge senza tante paturnie le organizzazioni estremiste musulmane. Con questa balorda decisione all’insegna del politikamente korretto (non sia mai che la Svizzera rischi di esporsi al rimprovero di “islamofobia”!) il parlamento ha seguito il Consiglio federale. Se si pensa che questi dossier sono di competenza del Dipartimento della ministra del “devono entrare tutti” kompagna Simonetta Sommaruga, ci si rende conto che forse seguire il Consiglio federale non è la scelta migliore.

Tüt a posct?

Il governo ha infatti sostenuto che con la nuova legge sui sistemi informativi, che dovrebbe entrare in vigore il prossimo settembre, sarà possibile vietare un’organizzazione o un gruppo che direttamente o indirettamente propaga, sostiene o favorisce in altro modo attività terroristiche o di estremismo violento e che in questo modo minaccia concretamente la sicurezza interna o esterna della Svizzera. Il divieto deve fondarsi su una decisione delle Nazioni Unite o dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa”.

Tüt a posct? Mica tanto! Non ci vuole il mago Otelma per prevedere le pippe mentali che imperverseranno quando si tratterà di valutare se la  minaccia per la sicurezza è sufficientemente “concreta” da giustificare un intervento. Ed in più, c’è l’ulteriore requisito della proibizione che deve fondarsi su una decisione dell’ONU o dell’OSCE. Ohibò: il divieto tedesco nei confronti dell’associazione “La vera religione” si basa forse su decisioni dell’ONU o dell’OSCE? Non risulta. Quindi, anche con la nuova legge, la Svizzera si terrebbe “La nuova religione” – come pure altri gruppi analoghi. Girando la domanda: la Germania per mettere fuori legge l’associazione “La nuova religione” ha dovuto aspettare decisioni di organismi internazionali bidone? No. E allora, perché non dovremmo poter fare la stessa cosa?

Senza dimenticare che in casa abbiamo anche altre organizzazioni estremiste. Il Canton Zurigo, ad esempio, ha vietato gli eventi del Consiglio centrale islamico della Svizzera (CCIS). Per proibire a livello nazionale questa organizzazione, guidata dallo squinternato duo Nicolas Blancho – Qaasim Illi, come facciamo? Aspettiamo l’ONU?

Isola… per chi?

A ciò si aggiunge la questione, non proprio secondaria, delle sentenze buoniste-coglioniste del TF che condannano miliziani dell’Isis a pene ridicole, e non li espellono nemmeno. Avanti di questo passo e diventeremo sì un’isola felice… ma per i jihadisti!

Forse sarebbe ora di rendersi conto che non si sta parlando del sesso degli angeli ma – letteralmente – di questioni di vita o di morte. Un po’ meno garantismo ed un po’ più di decisionismo s’impongono. Il problema è che la nostra legislazione penale è fatta per i ladri di galline. Perché questo era il livello della criminalità indigena al momento in cui è stata redatta. Ma poi, grazie alla devastante politica delle frontiere spalancate, ci siamo “aperti” a ben altro tipo di delinquenza. E adesso ci accorgiamo di non avere gli strumenti per combatterla. Sicché dobbiamo a) darci una mossa b) espellere i delinquenti stranieri e c) chiudere le frontiere!

Lorenzo Quadri

 

Nuovo regalo ai finti rifugiati: “devono restare tutti”!

Consiglio nazionale, nuova cappellata della partitocrazia: ecco la “persona protetta”

Da quale guerra scappano i 4000 rifugiati europei (sic!) che si trovano in Svizzera con lo statuto di “ammessi provvisoriamente”?

E ti pareva! La partitocrazia multikulti e spalancatrice di frontiere ha pensato bene di aumentare ulteriormente l’attrattività della Svizzera per i finti rifugiati.

Ecco l’ultima geniale pensata bernese del triciclo PLR-PPD-P$$ (quello che in Ticino elimina il casellario giudiziale, per intenderci): inventarsi un nuovo statuto per i rifugiati di lunga durata: quello di “persona protetta” con diritto di rimanere in Svizzera senza limiti di tempo. Il Consiglio nazionale ha infatti approvato nella sua ultima sessione una mozione in questo senso con 113 voti favorevoli, 63 contrari (sostanzialmente Udc e Lega) e 8 astenuti.

Qui qualcuno è fuori come un terrazzino.

 “Come vanno le cose”

Il punto di partenza per l’ennesima cappellata federale è la questione degli asilanti ammessi provvisoriamente. Chi arriva in Svizzera in quanto non “minacciato individualmente” ma non può essere rimandato indietro perché il suo paese è in guerra o per altri motivi (?), riceve lo statuto di ammesso provvisoriamente. Ma quell’avverbio, “provvisoriamente”, è una presa per i fondelli.

Come ha riconosciuto a più riprese perfino la ministra del “devono entrare tutti”, kompagna Simonetta Sommaruga, l’ammissione provvisoria, alla faccia della definizione, è in realtà – spesso e volentieri – permanente: “gli asilanti magari si sposano in Svizzera, fondano una famiglia, e si sa come vanno queste cose”. Certo, si sa benissimo come vanno queste cose: restano tutti qui, mantenuti dal contribuente, dal momento che l’80% dei sedicenti profughi è a carico dell’assistenza.

4000 rifugiati europei

Dalle cifre delle persone ammesse provvisoriamente emerge inoltre un “problemino”: su un totale di 37mila i siriani (che perlomeno scappano da una guerra) sono circa 6000. Gli eritrei, per contro, sono 8000. In più ci sono – udite udite – 4000 europei. Ora, ci piacerebbe proprio sapere da quale guerra scappano gli 8000 eritrei ed i 4000 europei ammessi provvisoriamente come profughi! E ci piacerebbe anche sapere quanti di questi 8000 eritrei, e dei 4000 asilanti europei (!), tornano a trascorrere le ferie al paesello perché “lì è più bello”.

Ah già: è impossibile saperlo: in effetti, basta che vadano in treno fino al primo aeroporto estero e si imbarchino da lì, e gli svizzerotti non si accorgono di niente. Ma sa pò?

Rimpatrio, altro che integrazione!

E’ palese che l’ammissione provvisoria deve tornare ad essere tale. Ovvero: una volta finita la guerra nei paesi di provenienza, gli ammessi provvisoriamente devono tornare a casa loro. Invece, la partitocrazia in Consiglio nazionale fa proprio il contrario. Invece di correggere le distorsioni, le istituzionalizza inventandosi un nuovo statuto: quello della “persona protetta” senza limite di tempo. E visto che queste persone protette sono nella stragrande maggioranza dei casi (80%) in assistenza (vedi sopra), ecco che ci si inventa che esse vanno sostenute nella ricerca di un impiego.

Geniale! Gli svizzeri – ed i ticinesi in particolare – non hanno lavoro “grazie” alla fallimentare libera circolazione; ed adesso bisognerebbe “integrare” nel mercato del lavoro i finti rifugiati? “Prima gli asilanti”? Eh no $ignori, non ci si siamo proprio! Nel mercato del lavoro elvetico si integrano gli svizzeri (Prima i nostri!). Gli asilanti invece non vanno integrati; vanno rimpatriati.

Persona protetta

La maggioranza PLR-PPD-P$$ e partitucoli di contorno, creando un nuovo “diritto a restare” per presunti profughi, evidentemente accresce l’attrattività della Svizzera per i finti rifugiati con lo Smartphone. E’ infatti chiaro che si alimenterà in essi la speranza (nel caso in cui gli Stati dovessero seguire il Nazionale) di poter accedere al nuovo bislacco statuto. E quindi di rimanere in Svizzera come “persona protetta” senza limite di tempo. Non solo “devono entrare tutti”, ma devono anche restare tutti!

Promesse al Belpaese

Il giorno prima della decisione del Nazionale, la kompagna Simonetta era nel Belpaese. A pretendere la firma degli accordi sulla fiscalità dei frontalieri dopo la calata di braghe della maggioranza del CdS sul casellario? No: a slinguazzare la Penisola per gli sforzi fatti nell’ambito dei finti rifugiati “che vengono tutti (?) registrati ed alloggiati”. E, soprattutto, a  promettere al ministro degli Interni italico, Domenico Luca detto Marco (sic!) Minniti (triplo nome e triplo pelo sullo stomaco) che gli svizzerotti si faranno carico di sempre più rifugiati che, in base agli accordi internazionali vigenti, spettano al Belpaese. Naturalmente il tutto su base volontaria.

Ohibò, e chi  paga il conto? Oltretutto, tali promesse vengono fatte quando le inchieste in corso a Como confermano il legame tra immigrazione clandestina ed Isis. Contemporaneamente, in consiglio nazionale, gli spalancatori di frontiere si inventano i nuovi statuti per far rimanere definitivamente in Svizzera i migranti ammessi in via provvisoria. E per promuoverne l’inserimento nel mondo del lavoro a scapito dei cittadini elvetici.

Grazie partitocrazia! Svizzera sempre più paese del Bengodi per migranti economici! Il tutto a spese della nostra sicurezza e delle nostre casse pubbliche.

Lorenzo Quadri

Il dado è tratto: sarà iniziativa contro la libera circolazione

I delegati UDC hanno approvato il principio – la Lega raccoglierà le firme in Ticino

Un passo dopo l’altro, l’iniziativa popolare per finalmente disdire la devastante libera circolazione delle persone si avvicina. Ieri i delegati UDC ne hanno approvato il principio. Finora si era sulle dichiarazioni di intenti, ma adesso non ci sono più dubbi: il dado è tratto. Indietro non si torna. L’iniziativa dovrà essere lanciata. Anche perché, in caso contrario, ne andrebbe di mezzo la credibilità del principale partito svizzero. E la credibilità, si sa, la si può perdere una volta sola.

Sul tavolo ci sono due varianti, una che prevede la disdetta pure e semplice della libera circolazione, un’altra più elaborata. Un gruppo di lavoro dovrà nei prossimi mesi scegliere quale delle due versioni adottare.

Come detto in più occasioni, la Lega c’è e si occuperà di raccogliere le firme in Ticino.

Visto come è andata a finire con il “maledetto voto” del 9 febbraio, e visto che la partitocrazia spalancatrice di frontiere se ne frega di quanto hanno deciso i cittadini (ricordarsene alle prossime elezioni!) è evidente che, per far saltare la libera circolazione, occorre scegliere la strada più blindata possibile. Ai camerieri dell’UE, ai Giuda della volontà popolare non bisogna lasciare alcuno spazio. Occorre impedire – nel caso di approvazione popolare dell’iniziativa – che l’immigrazione scriteriata buttata fuori dalla porta venga poi fatta rientrare dalla finestra. Quindi vale la pena non solo disdire la libera circolazione delle persone, ma inserire esplicitamente nella Costituzione il divieto di concludere altri trattati che minino la sovranità svizzera in materia di immigrazione. Del resto, le cifre parlano chiaro. Negli ultimi 10 anni, grazie alla scellerata politica delle frontiere spalancate, nel nostro Paese sono arrivati qualcosa come 800mila immigrati. Le conseguenze sono state: esplosione della spesa sociale, disoccupazione, delinquenza, dumping salariale, necessità di investimenti nelle infrastrutture, crescita degli affitti, strade stracolme, inquinamento. Altro che “immigrazione uguale ricchezza”!

Alla fetecchiata della “libera circolazione indispensabile” non ci crede più nessuno. Mettiamo fine una volta per tutte a questo scempio dettato dall’ideologia spalancatrice di frontiere. Avanti con l’iniziativa contro la libera circolazione! Basta con il caos migratorio! Riprendiamo il controllo del nostro futuro!

Lorenzo Quadri

Mercato del lavoro a ramengo: 8200 sono in assistenza

Grazie, libera circolazione! Grazie, rottamatori del 9 febbraio! Grazie, partitocrazia!

 Intanto per l’IRE il salario minimo in Ticino deve essere di 2818 Fr al mese e non di più: bene, cominciamo a portare a questo livello la paga del direttor Rico Maggi, poi ne riparliamo

Grazie, spalancatori di frontiere! Grazie, devastante libera circolazione! Grazie, rottamatori del 9 febbraio! Grazie, sabotatori di “Prima i nostri”! A seguito delle deleterie “aperture” volute dalla partitocrazia, dal padronato e dai sindacati, e propagandate ad oltranza dalla stampa di regime (a cominciare dall’emittente di sedicente servizio pubblico) e dagli intellettualini da tre e una cicca, il mercato del lavoro ticinese è allo sbando. Il DSS ha aggiornato la statistica sui casi d’assistenza in questo sempre meno ridente Cantone. Casi che, ma chi l’avrebbe mai immaginato, sono in continuo aumento. La soglia degli 8000 è stata ampiamente superata, la cifra di marzo è infatti di 8179 persone in assistenza. In crescita dell’1.9% rispetto al mese di febbraio 2017 e dell’8.1% su base annua. Domandina facile facile: ad un ritmo di aumenti dell’ 8.1% all’anno, quanto ci mettiamo ad arrivare a 10mila?

Ci sono dei responsabili

Naturalmente l’assistenza è solo la punta dell’iceberg della situazione sul mercato del lavoro ticinese. O meglio, è uno dei tanti indicatori. Altri sono quelli dell’esplosione del frontalierato in settori dove non c’è alcuna carenza di manodopera residente; della sottoccupazione; dei working poor; della forchetta tra gli stipendi del settore privato in Ticino e nel resto della Svizzera che continua ad allargarsi; eccetera.

Questa situazione disastrata non piove dal cielo. Ci sono delle precise responsabilità riconducibili alla libera circolazione delle persone. Quindi, chi la libera circolazione l’ha voluta e continua a tutti i costi a volerla e a difenderla con la monumentale fregnaccia dei “bilaterali indispensabili per la Svizzera” (balle di Fra Luca, smentite da fior di economisti non asserviti dalla casta delle frontiere spalancate), non venga poi a piagnucolare sulla situazione del lavoro in Ticino, visto che ne porta la responsabilità. Vero kompagni?

Avanti con la preferenza indigena

Se davanti a cifre e percentuali e sviluppi di questo tipo la maggioranza politica, ovvero il triciclo PLR-PPD-P$, non si rende conto che qui o si fa davvero la preferenza indigena o si cola a picco, c’è davvero di che preoccuparsi. L’affermazione evidentemente è retorica, dal momento che in effetti il triciclo non si rende conto. La servile obbedienza a trattati internazionali farlocchi e all’UE fallita, unita all’isterismo ideologico e becero pro-frontiere spalancate, ha obnubilato le menti nei  partiti storici. Per non parlare di quelle dei loro rappresentanti alle camere federali (ticinesi compresi) che sono pure riusciti ad approvare il principio che i finti rifugiati vanno integrati nel mercato del lavoro. Come, come? Sul nostro mercato del lavoro non c’è spazio per gli svizzeri di nascita e di residenza, e dovremmo però trovarlo per i migranti economici? Qui qualcuno è fuori come un terrazzino. I rifugiati “ammessi provvisoriamente” vanno rimpatriati e NON tenuti e mantenuti qua ed in seguito pure  “integrati”  nel nostro mercato del lavoro con l’argomento-tranello del “non è giusto che siano a carico dell’assistenza”. Certo che non è giusto che siano a carico. Quindi, devono partire.

Il salario minimo dell’IRE

Altra conseguenza del mercato lavorativo ticinese sfasciato è il dumping salariale, provocato dall’invasione di frontalieri e padroncini. Quel fenomeno che secondo l’IRE non esiste. Del resto, sempre secondo tale blasonato istituto foraggiato dai contribuenti, lo stesso frontalierato non è un problema in Ticino: parola di ricercatori frontalieri.

Per l’applicazione dell’iniziativa popolare “Salviamo il lavoro in Ticino”, che prevede appunto l’introduzione di salari minimi, non è stato trovato un accordo tra le parti. E’ per contro arrivata l’illuminante presa di posizione del citato IRE. Che dall’alto della propria scienza afferma: “il salario minimo in Ticino deve ammontare a 2818 Fr al mese e non di più”. Evviva! Ci provino il direttor Maggi e soci – grandi lecchini della libera circolazione e delle frontiere spalancate – a campare in Ticino col salario da loro proposto, poi ne riparliamo. O vuoi vedere che i ricercatori frontalieri dell’IRE per i loro calcoli si sono basati sul costo della vita nel Belpaese?

Lorenzo Quadri

 

Mozioni a difesa della Svizzera asfaltate senza pudore

Doppi passaporti e finti rifugiati: decisioni penose in Consiglio nazionale

I media di regime, naturalmente, non hanno fatto un plissé. Ma nell’ultima sessione del Consiglio nazionale, la partitocrazia spalancatrice di frontiere è riuscita ad asfaltare due mozioni di particolare interesse. E il fatto che proposte di questo genere vengano bocciate induce un solo pensiero: povera Svizzera!

La prima mozione

La prima mozione silurata riguarda i doppi passaporti. In sostanza, si chiedeva che in futuro la doppia – quando non plurima! – cittadinanza non fosse più possibile. Presupposto per l’acquisizione del passaporto rosso deve dunque essere la rinuncia a quello originario. La richiesta si fa particolarmente attuale dopo l’approvazione delle naturalizzazioni (quasi) automatiche per gli stranieri di cosiddetta “terza generazione” (che non sono affatto quel che la truffaldina definizione polikamente korretta vuole far credere).

Infatti, non sta né in cielo né in terra che gli svizzeri “con trascorsi migratori” – come usano dire i multikulti per indicare i titolari di passaporto rosso ancora fresco di stampa – siano avvantaggiati rispetto agli svizzeri di nascita, potendo infatti estrarre ora l’uno ora l’altro documento a seconda della convenienza contingente. Eppure, la votazione al Consiglio nazionale ha di nuovo dimostrato che al di fuori di Lega ed Udc, nessuno è contrario alla nazionalità plurima. Nemmeno tra i partiti cosiddetti “borghesi” (sulla gauche-caviar, evidentemente, meglio stendere un burqa pietoso).

La seconda mozione

Seconda perla: è stata pure respinta, questa volta con margini meno ampi (91 sì, 98 no e tre astensioni) un’altra mozione che presentava una richiesta perfettamente logica. Di quelle che è insensato rifiutare, ma che però vengono rifiutate lo stesso. Nel caso concreto si trattava di una questione che ciclicamente ritorna, soprattutto nell’attuale situazione di caos asilo. Stabilire che non si versano aiuti ai Paesi di provenienza dei finti rifugiati se non sottoscrivono accordi di riammissione. Ovvero: volete i contributi elvetici? Allora vi impegnate a riprendere i vostri concittadini che arrivano in Svizzera a fare i migranti economici.

Ma anche questa volta, niente da fare! Il quasi ex ministro degli esteri Burkhaltèèèr ha perfino avuto la bella idea di dichiarare che in Eritrea, paese da cui proviene una grossa fetta dei finti rifugiati presenti dalle nostre parti, i diritti umani non sarebbero ancora “abbastanza sviluppati” per la sottoscrizione di accordi di riammissione.

Ah, ecco: i sedicenti profughi eritrei tornano al paese d’origine per trascorrervi le vacanze “perché lì è più bello”. Però per il quasi ex Consigliere federale liblab (Didier, ciaone!) i diritti umani non sarebbero sviluppati a sufficienza per pretendere che il paese si riprenda i suoi “vacanzieri”.

Morale

E’ inquietante che nemmeno richieste logiche e sensate come le due testè indicate trovino delle maggioranze alla Camera del popolo. E, se queste proposte non vengono approvate al Nazionale, figuriamoci agli Stati dove l’UDC è clamorosamente sottorappresentata. E’ vero che la seconda è stata bocciata di poco. Ma, tanto o poco, sempre di bocciatura si tratta.

Grazie partitocrazia! Poi ci chiediamo come mai siamo il paese del Bengodi dei migranti economici, come mai la spesa per l’asilo esplode, come mai…

Una prima risposta a questi “come mai” la troviamo nei risultati di certe votazioni parlamentari. Ricordarsene alle prossime elezioni.

Lorenzo Quadri

PLR-PPD-P$: schiaffo fiscale a 200mila persone sole

Il triciclo del “tassa e spendi” ha affossato l’iniziativa Canonica pendente dal 2001

Si spera che gli interessati se ne ricorderanno in occasione delle prossime elezioni cantonali – il njet parlamentare rende evidente che di riforme fiscali in Ticino non se ne faranno mai

L’iniziativa parlamentare generica per una tassazione più equa delle persone singole, presentata nel lontano 2001 dall’allora deputata Iris Canonica e poi ripresa da vari altri parlamentari nel susseguirsi delle legislature, ultimo in ordine di tempo il leghista Michele Guerra, è stata respinta lunedì in Gran Consiglio.

Non è certo una sorpresa, perché il triciclo PLR-PPD-P$ è ormai ridotto ad un partito unico dello “spendi e tassa”. Negli ultimi anni se ne sono avute numerose dimostrazioni. A partire dall’introduzione del moltiplicatore cantonale con freno all’indebitamento, ossia il giocattolo legislativo per aumentare le imposte, concepito dalla $inistra ed introdotto dall’ex ministra PLR Laura Sadis (che adesso qualcuno indica come papabile candidata al Consiglio federale assieme al lobbysta delle casse malati Ignazio Cassis: allegria!).

I “liberali” esistono ancora?

Il njet all’iniziativa è arrivato per 45 voti contrari, 25 favorevoli e un astenuto. A votare a favore, solo la Lega, la Destra e due deputati del PLR. Fa poi specie notare che anche parlamentari rappresentanti delle associazioni economiche, che quindi dovrebbero avere a cuore le riforme fiscali, hanno votato contro l’iniziativa. Ma evidentemente l’ordine di marcia del partito per i soldatini viene prima di ogni altra considerazione.

Davanti ai risultati di certe votazioni parlamentari, una domanda nasce spontanea: ma in questo Cantone i “liberali” esistono ancora?

196’500 persone

Il njet del Gran Consiglio non è dunque una sorpresa. Ma è comunque deludente. Perché se in Gran Consiglio non si trova una maggioranza per correggere quella che è una stortura evidente, annosa e riconosciuta,  che colpisce ben 196’500 contribuenti quindi non due gatti, vuol dire che di riforme della fiscalità in Ticino non se ne faranno mai. Indicativi in questo senso anche i vacui argomenti con cui è stato giustificato il “njet”: “il problema esiste ma non è il momento giusto”, “ci vuole una riforma che interessi tutti” e via cianciando.

Non è mai il momento

Insomma, il ritornello del tandem PLR-PPD (non citiamo ovviamente i $ocialisti secondo i quali le tasse si possono solo aumentare) è sempre lo stesso: non è mai il momento (in 16 anni non si è trovato il momento) per alleggerimenti fiscali alle persone sole; e comunque “bisogna fare altro” (ovviamente senza mai fare alcuna proposta concreta di “altro”). Sono gli argomenti “standard” che la politichetta adduce quando vuole bloccare qualcosa. Intanto si prende nota che le quasi 200mila persone sole che vivono in Ticino lunedì sono state prese a pesci in faccia dalla maggioranza PLR-PPD-P$.

Perché il momento per lasciare qualche soldo in tasca in più ai contribuenti non arriva mai, è presto detto. Perché la spesa cantonale galoppa: dai 2.7 miliardi nel 2006 ai quasi 3.3 di 10 anni dopo. Il problema delle finanze cantonali non è dunque la mancanza di entrate, bensì le uscite. Che però la politica sembra incapace di correggere.

La causa delle distorsioni

Il rapporto di minoranza di Pamini ben evidenzia cosa provoca le distorsioni che possono penalizzare (a seconda del reddito) sia le persone singole che i coniugi: l’estrema progressione delle aliquote fiscali ticinesi. A titolo di esempio viene citato il Canton Uri, dove tale progressione non è data ed il problema delle distorsioni non si pone.

La progressione fiscale ticinese, si legge nel rapporto, “è vecchia di 40 anni e deriva da un periodo con un approccio ben diverso alla fiscalità rispetto a quello odierno”. Anche la società degli anni Settanta era assai diversa da quella di oggi: “paradossalmente, la progressiva emancipazione femminile e l’entrata massiccia delle donne nel mondo del lavoro si sta sempre più scontrando contro un duro muro fiscale”.

Il tempo non risolve

Ci sono problemi che tendono a risolversi da soli con il tempo. Quello sollevato dall’iniziativa Canonica non è tra questi. Infatti il numero di persone sole (single propriamente detti, ma anche divorziati/e, vedovi/e senza, o senza più, figli a carico) aumenta di continuo per i cambiamenti sociali e la frammentazione delle famiglie che ormai tutti conosciamo.

In Ticino i single sono già quasi 200mila: c’è da sperare che, alle prossime elezioni cantonali, questi quasi 200mila si ricordino dello schiaffone ricevuto in una calda serata di giugno dal triciclo PLR-PPD-P$.

Quanto alla promessa di riforma fiscale per tutti, che pure si è sentita durante il dibattito parlamentare: è evidente che si tratta di uno specchietto per le allodole. Quante volte abbiamo sentito ripetere la storiella del “sì ma non così” per contrastare le varie iniziative popolari fiscali proposte dalla Lega? Ed intanto di sgravi fiscali non ne sono stati fatti del tutto!

Lorenzo Quadri

 

I vicini a sud si fanno di nuovo beffe dei ticinesotti

Cacca italica nel Ceresio ancora per anni, scorie radioattive sotto il nostro naso…

 

Ormai l’ha capito anche il Gigi di Viganello:  il Belpaese gli accordi sulla nuova fiscalità dei frontalieri non li ratificherà mai. La questione del casellario era solo un pretesto.  Adesso che i Consiglieri di Stato  di PLR-PPD-P$ hanno calato le braghe sul casellario, oltreconfine cercano altre scuse per non fare i compiti. E dire che ben tre anni fa (!) l’allora ministra del 5% Eveline Widmer Schlumpf ed il suo tirapiedi De Watteville, quando si trattava di convincere il CdS a non ripetere la decisione sul blocco dei ristorni, promisero che, se nel giro di pochi mesi l’Italia non avesse approvato i nuovi accordi sulla fiscalità dei frontalieri, ci sarebbero state “misure unilaterali da parte della Svizzera” per sanzionare il Belpaese. Da spanciarsi dalle risate. In questi tre anni si è forse visto qualcosa?

Piccola parentesi

Da notare che l’ipotesi, approvata di recente in consiglio nazionale, di adesione della Confederella alla piattaforma ECRIS per lo scambio di informazioni sui precedenti penali di cittadini UE è l’ennesimo specchietto per le allodole. Viene però festosamente salutata dalla stampa di regime come alternativa al casellario. L’intento è chiaro: minimizzare le responsabilità degli esponenti del triciclo PLR-PPD-P$ nella rottamazione del casellario.

A parte l’incognita dei tempi e dei costi di adesione, da nessuna parte sta scritto che ECRIS permette di richiedere sistematicamente la fedina penale degli stranieri UE intenzionati a trasferirsi in Svizzera. Se infatti ECRIS e il casellario fossero la stessa cosa, non si capirebbe perché chi starnazzava contro il casellario dovrebbe ora approvare ECRIS. Opposizioni ad ECRIS infatti non ce ne sono state. E questo già la dice lunga sul bidone che si prepara.

E intanto, al di là dell’ormai defunto e sotterrato accordo sulla fiscalità dei frontalieri, ed a conferma che i vicini a sud si fanno beffe degli svizzerotti (“che tanto sono fessi e non si accorgono di niente”) nei giorni scorsi sono arrivati due nuovi episodi. Secondari forse, ma di certo significativi.

Primo episodio

Ad Ispra, in Provincia di Varese, sono in arrivo vagonate di scorie nucleari. La ridente località, dove ha sede il Joint Research Centre che fa capo dalla Commissione europea, ospita dal 2013 un deposito di residui radioattivi: dal settembre prossimo ospiterà 12-13mila metricubi di nuove scorie (prodotte sempre nel sito). La popolazione locale è preoccupata, e si dà il caso che Ispra si affacci sulle rive lombarde del Lago Maggiore, ad una cinquantina di km in linea d’aria da Locarno e Stabio. Il che ha portato anche ad un’interrogazione al CdS.

Ohibò: gli amici a sud strillano come aquile per tre valichi secondari chiusi di notte. S’indignano come verginelle oltraggiate perché i ticinesotti scandalosamente pretendono, prima di rilasciare un permesso B o G, di sapere se per caso non si stanno mettendo in casa l’ennesimo delinquente straniero. Però, tranquilli come un tre lire, ci piazzano sotto il naso le scorie radioattive.

A proposito: i residui nucleari non vengono necessariamente dalle centrali atomiche. Il 25% di essi è infatti prodotto dalla ricerca scientifica.

Secondo episodio

Squilli di trombe, rullo di tamburi: si apprende la notizia dello stanziamento di due milioni di euro per sistemare la rete fognaria di Porto Ceresio, Brusimpiano e Lavena-Ponte Tresa. Infatti come noto il locale depuratore non funziona, sicché gli italici scaricano la cacca direttamente nel Ceresio, a danno di tutto il lago che è però per la maggior parte svizzero. Il problema non è certo nuovo. Oltreramina avevano infatti promesso che già per la stagione estiva 2015 (?) lo sconcio sarebbe cessato. Campa cavallo.

Adesso con toni trionfalistici si annuncia il credito stanziato e quindi l’esecuzione dei lavori. Che dovrebbero (notare il condizionale) iniziare nel 2019 e, se non vi saranno particolari inconvenienti (altra variabile) terminare nel 2020. Ohibò: due anni per realizzare due km di fognature? Massì, tanto c’è tempo…

Un tale programma lavori equivale ad altri tre anni di cacca italica nel lago (per lo più) ticinese. Tre anni se tutto fila liscio, che ben s’intenda. E sappiamo che nel Belpaese in campo di opere pubbliche non fila mai tutto liscio. Nella migliore delle ipotesi (ma siamo a livelli di miracoli della Madonna di Civittavecchia) il grave problema d’inquinamento ambientale verrebbe risolto  5 anni (!) dopo  il termine promesso!

Una tempistica del genere è l’ennesima presa per i fondelli. Stupisce invece che ci sia chi l’ha accolta con esultanza. Forse ci siamo assuefatti alle fregature.

Caduti dal seggiolone

E intanto però, grazie al triciclo PLR-PPD-P$ in Consiglio di Stato, continuiamo a versare i ristorni. I quali dovrebbero servire in prima linea per la realizzazione di opere infrastrutturali di interesse comune italo-svizzero. Che però, come ben esemplifica il depuratore di Porto Ceresio, non vengono fatte.  Perché la vicina Penisola nei nostri confronti è inadempiente (più o meno) su tutto. Però gli esponenti della partitocrazia in Consiglio di Stato s’immaginano che la cancellazione del casellario “obbligherà moralmente” l’Italia a sottoscrivere i nuovi accordi fiscali sui frontalieri; malgrado manifestamente non ne voglia sapere. Bisogna davvero essere caduti dal seggiolone da piccoli.

Lorenzo Quadri

Di “Islamexit” bisogna poter parlare. Senza censure

Dopo la strage di Manchester, qualcuno sta aprendo gli occhi. Ed anche in Ticino…

Alcuni sassi sono stati lanciati nello stagno. Dopo l’attentato di Manchester, ad opera di terroristi islamici che hanno colpito di proposito un concerto frequentato da ragazzini, cominciano a moltiplicarsi le proposte di vietare l’Islam. Almeno nel Belpaese, dove a fare da apripista è stato il giornalista e scrittore ex musulmano Magdi Allam. Ha seguito, per citare un altro esempio, il giornalista Alessandro Sallusti su il Giornale.

Ma soprattutto, non bisogna dimenticare che ad inizio anno il professor Giovanni Sartori, ovvero uno dei massimi esperti di scienze politiche a livello internazionale, scomparso di recente, ha rilasciato sempre al Giornale un’intervista importante, in cui lo studioso afferma senza mezzi termini che l’Islam non è integrabile. Non lo è perché si basa sulla sovranità di Allah, contraddicendo quindi le Costituzioni occidentali costruite attorno alla sovranità popolare. E non lo è in quanto “dal 630 d.C. in avanti la Storia non ricorda casi in cui l’integrazione di islamici all’interno di società non-islamiche sia riuscita”.

Se l’Islam non è integrabile in Occidente, vuol dire che è fonte di conflitti e di conseguenza un problema per la sicurezza.

Ritornelli ritriti

Sull’esistenza e consistenza dell’Islam moderato c’è ragione di dubitare, dal momento che esso sembra sempre più un’invenzione dell’Occidente nel disperato tentativo di salvare i rottami del fallimentare multikulti. L’arrampicato ritornello è più o meno il seguente: i terroristi islamici non sono nemmeno islamici, l’Islam è un’altra cosa, i jihadisti sono solo delle frange deviate che non c’entrano, e blablabla. Insomma, gli assassini dell’Isis (ed organizzazioni analoghe) macellano in nome di Allah, però si pretende di farci credere che non abbiano nulla da spartire con l’Islam. Ma chi si crede di prendere per i fondelli?

Questi esercizi di contorsionismo sono facili da spiegare. Gli spalancatori di frontiere multikulti seguono tre “comandamenti”:

1) devono entrare tutti;

2) i migranti hanno l’inviolabile diritto di vivere in casa nostra esattamente come vivevano al loro paese;

3) pretendere che gli immigrati si adeguino ai nostri valori è becero razzismo nonché fascismo.

Applicando questi tre principi cardine del multikulti si è provocato il disastro. I colpevoli cercano disperatamente di nasconderlo per negare le proprie responsabilità. Che sono, invece, pesantissime.

Il citato Sallusti ha scritto dopo la strage di Manchester: se i cosiddetti musulmani moderati non elimineranno i terroristi, bisognerà decretare un Islamexit dall’Europa.

La domanda rimane: l’Islam moderato esiste? Oppure semplicemente esistono – come per tutte le religioni – dei musulmani non praticanti, che si integrano perché non seguono i precetti del Corano? La differenza è sostanziale.

La direzione opposta

Di un divieto di Islam come proposto da Magdi Allam si deve poter parlare liberamente. Senza venire criminalizzati. Anche perché in Svizzera la maggioranza politikamente korretta e buonista-coglionista sta trascinando il paese nella direzione esattamente opposta: quella dell’istituzionalizzazione dell’Islam. Vedi le assurde proposte di rendere l’Islam religione ufficiale, malgrado con il nostro paese non c’entri un tubo. Per non parlare della demenziale ipotesi di creare l’imam militare.

La petizione

Il Guastafeste Giorgio Ghiringhelli ha lanciato a fine marzo una petizione online per vietare i movimenti islamisti in Svizzera, mentre nel settembre scorso ha pubblicato sul suo sito un articolo in cui sostiene la necessità di sradicare l’Islam dall’Europa “almeno fino a quando questa religione non sarà profondamente riformata”. La petizione si può sottoscrivere (solo online) all’indirizzo https://www.change.org/p/proibire-i-movimenti-islamisti-in-svizzera.

Un aspetto deve far riflettere: come racconta Ghiringhelli, parecchi giornali d’Oltregottardo tra cui il Blick, la NZZ, la Luzerner Zeitung, il St. Galler Tagblatt, la Südostschweiz ed altri, si sono rifiutati di pubblicare un piccolo annuncio pubblicitario (a pagamento) per invitare a firmare la petizione.

Per spiegare questo “gran rifiuto” ci sono solo tre opzioni.

  • I giornali in questione sono soldatini del multikulti e delle frontiere spalancate
  • I giornali in questione hanno paura degli islamisti
  • I giornali in questione sono terrorizzati dall’idea di venire etichettati come islamofobi e razzisti, e magari pure inquisiti in base all’articolo 261 bis.

Il pensiero unico

Con metodi fascisti, i talebani del “devono entrare tutti” presentano infatti denunce a vanvera per criminalizzare le opinioni a loro sgradite. Perché certe posizioni contrarie al pensiero unico non si possono formulare. Anzi, non si possono nemmeno pensare. Dal momento che a nessun giornale piace ricevere denunce, anche se poi vanno a finire in niente, per evitare fastidi molti scelgono la via dell’autocensura. L’articolo penale contro la discriminazione razziale (261 bis) viene dunque pervertito in strumento coercitivo – l’equivalente del manganello del Ventennio – per imporre sotto minaccia il pensiero unico. Attenzione, perché ci sono già dei giudici che, seguendo l’onda, stanno permettendo alla norma testè citata di dilagare al di fuori dei suoi argini.

Razzismo importato

Va da sé che sul razzismo d’importazione conseguenza del “devono entrare tutti”, la $inistruccia non ha nulla da dire. Tra i migranti che arrivano in Svizzera – sia a seguito del caos asilo che della devastante libera circolazione delle persone – ci  sono anche razzisti, antisemiti, misogini, omofobi. Sono questi immigrati che rischiano di creare un serio problema di razzismo nel nostro paese. Non certo gli “spregevoli nazionalisti”.  Ma su questo capitolo, naturalmente, i solitamente logorroici moralisti a senso unico sono più muti di tombe. Quando si dice la coda di paglia…

Lorenzo Quadri

 

 

 

Più potere ai cittadini anche in materia di spesa pubblica

Alla faccia della “casta” che le sta tentando tutte per esautorare il popolo becero

Come noto, l’iniziativa popolare per l’introduzione del referendum finanziario obbligatorio (RFO) è recentemente riuscita. I cittadini ticinesi avranno dunque la possibilità di aumentare i propri diritti in un ambito senza dubbio fondamentale: quello della spesa pubblica. Si tratta di un segnale importante, sia dal punto di visto della democrazia diretta che da quello delle finanze. Importante ed anche in controtendenza.

Democrazia in difficoltà

Per quel che riguarda la democrazia diretta. Quest’ultima di recente non se la passa bene. I camerieri di Bruxelles in Consiglio federale, la partitocrazia spalancatrice di frontiere, la stampa di regime, i “poteri forti” e compagnia cantante la stanno sabotando alla grande. E’ in corso una rivoluzione al contrario: una rivoluzione dell’establishment contro i cittadini. Una rivoluzione per tagliare fuori il “popolo becero, che vota sbagliato” e, così facendo, mette i bastoni tra le ruote alla “casta” internazionalista, arraffona, multikulti e politikamente korretta.

Da un lato, la volontà popolare viene impunemente calpestata: lo abbiamo visto a Berna con il compromesso-ciofeca che ha rottamato il “maledetto voto” del 9 febbraio. In Ticino c’è chi sogna di fare il bis con “prima i nostri”, recitando fino alla nausea il mantra del “sa po’ mia”.

Dall’altro, il ministro degli Esteri PLR Didier Burkhaltèèèèr (quello che regala i nostri soldi all’ONG Maos che trasporta illegalmente i finti rifugiati in Italia) ardentemente brama di sottoscrivere lo sconcio accordo quadro istituzionale con l’UE, per accontentare i suoi padroni di Bruxelles. Un accordo che ci obbligherebbe alla ripresa automatica delle leggi della fallita UE. Col risultato di affossare non solo la sovranità nazionale, ma anche i diritti popolari.

Diritti popolari sotto attacco

Come se non bastasse, l’esercizio dei diritti popolari è “sotto attacco”.  Il Là l’hanno dato i padroni del vapore. I loro soldatini del “Think tank” Avenir Suisse da tempo predicano l’inasprimento dei criteri per la riuscita di iniziative popolari e di referendum (leggi: aumento del numero delle firme necessarie). Perché? Ovvio: l’establishment non deve essere disturbato dal “popolo becero” mentre svende la nazione per i propri interessi. Adesso è arrivato anche il supporto politico. Da parte di chi? Ma da parte del PBD. Ovvero il partitino dell’ex ministra del 5% Widmer Schlumpf. Il quale ha presentato un’iniziativa parlamentare dal contenuto analogo alle richieste di Avenir Suisse: il numero di firme necessario alla riuscita di iniziative e referendum va aumentato. Non sarà che il PBD se nesce con simili fetecchiate perché il presidente del partito, il consigliere nazionale Martin Landolt, di lavoro fa il lobbysta dell’UBS?

E’ evidente che questi scandalosi tentativi di esautorare il popolo per spalancare le frontiere e promuovere l’immigrazione scriteriata vanno denunciati e – soprattutto – sventati.

Tuteliamo le nostre tasche

Per quel che riguarda le finanze pubbliche. Il referendum finanziario obbligatorio, se verrà approvato dal popolo, permetterà a quest’ultimo di tenere sotto controllo la spesa del Cantone, votando sulle uscite importanti. Infatti, la clientelare politica ticinese non è in grado di risparmiare. Questo perché la partitocrazia campa sul mercimonio: favori (a galoppini, lobbies, gruppi d’interessi…) in cambio di voti. E i favori si finanziano con i soldi del contribuente. Poiché la logica conseguenza di questo modus operandi è che i conti pubblici vanno in profondo rosso, la politica rimedia mettendo le mani nelle tasche del contribuente. Negli ultimi anni sono stati creati svariati strumenti a tale scopo: dal moltiplicatore cantonale ai nuovi balzelli (naturalmente motivati con tutto un florilegio di argomenti politikamente korrettissimi). Il referendum finanziario obbligatorio può dare una bella mano per ostacolare tale andazzo. Esso infatti permetterà al popolo di bloccare spese spropositate ed inutili. Che altrimenti verrebbero effettuate – e poi finanziate battendo cassa presso i cittadini. Avete presente i 3.5 milioni che sarebbero stati sperperati per Expo 2015 se la Lega non avesse lanciato il referendum?

Lorenzo Quadri

Miliardi della socialità svizzera “volano” all’estero

Lorenzo Quadri: “Eppure il Consiglio federale non è interessato ad intervenire”

Eclatante caso scoperto nei giorni scorsi: un kosovaro finanziava un’associazione mafiosa con i soldi dell’assistenza. Ma è solo la punta dell’iceberg

Quando si dice i casi della vita! Adesso salta fuori che un kosovaro ha “esportato” nel paese d’origine prestazioni sociali, finanziate dagli svizzerotti, per quasi mezzo milione di franchi. Soldi percepiti illegalmente, oltretutto. Con questi fondi, il galantuomo “non patrizio” avrebbe fondato in patria una vera e propria associazione mafiosa. I fatti, riportati dalla cronaca dei giorni scorsi, sono avvenuti nel Canton Soletta.

“Ovviamente, quanto accaduto è vergognoso – commenta il consigliere nazionale leghista Lorenzo Quadri – visti gli smaccati abusi, niente di strano che la spesa sociale in Svizzera esploda. Ma la vicenda sbugiarda anche il Consiglio federale. Ritengo peraltro che si tratti solo della punta dell’iceberg”.

Perché il Consiglio federale sarebbe sbugiardato?

Perché di recente il CF, prendendo posizione su un mio atto parlamentare, ha rifiutato di approfondire la questione dei soldi che i migranti esportano all’estero. Secondo le stime, si tratta di 17 miliardi ogni anno. Se questi soldi provengono da reddito da lavoro, è un conto. Ma se invece vengono da aiuti sociali, è evidente che c’è un problema. Oltre l’80% degli asilanti è a carico dell’assistenza. Se i soldi ricevuti non servono per la sussistenza del beneficiario in Svizzera, ma vengono inviati all’estero, è chiaro che occorre cambiare le regole. Tanto più che c’è il rischio concreto che questi denari non vengano utilizzati solo per mantenere i parenti, ma magari anche per foraggiare gli scafisti, o attività criminose; magari perfino legate all’ISIS.

E il governo invece non vuole approfondire la questione?

No, non vuole. Evidentemente non è interessato a saperne di più sui miliardi che i migranti inviano all’estero. Reputa che effettuare degli accertamenti sarebbe troppo complicato.

E non è forse così?

Certamente è complicato, ma stiamo parlando appunto di miliardi ogni anno,  non di noccioline. La spesa vale  l’impresa. Non dimentichiamo che un asilante riceve più soldi di un anziano che vive con la sola AVS. I miliardi che ogni anno lasciano la Svizzera potrebbero essere un indicatore che a questo proposito c’è qualcosa da rivedere. La scoperta del kosovaro che ha finanziato addirittura un’organizzazione mafiosa in patria con i soldi del nostro stato sociale conferma che il tema del trasferimento all’estero di aiuti sociali ad opera di beneficiari stranieri è di scottante attualità. Bisogna, insomma, controllare meglio. E’ quindi evidente che l’inerzia del Consiglio federale sul tema è sbagliata: personalmente tornerò alla carica su questo argomento. Del resto, il tema è stato sollevato ancora nei giorni scorsi anche da un altro deputato.

MDD

Casellario: ECRIS è un bidone, non certo un’alternativa

Dopo la cappellata del triciclo PLR-PPD-P$ in governicchio, tentano pure di farci fessi? 

Intanto è ormai assodato che il Belpaese non ratificherà mai i nuovi accordi che aumentano le tasse per i frontalieri

Come volevasi dimostrare! Il triciclo PLR-PPD-P$ in Consiglio di Stato – vale a dire i “ministri” Vitta, Beltraminelli e Bertoli – ha rottamato il casellario giudiziale, prendendo a pesci in faccia la volontà popolare (oltre 12mila firme pro-casellario) e parlamentare (ben due iniziative cantonali ticinesi inviate a Berna).

L’efficacia della richiesta del casellario sotto il profilo della sicurezza interna è fuori discussione: essa ha infatti permesso di sventare l’arrivo in Ticino di 64 delinquenti pericolosi. Senza contare tutti quelli che, sapendo che avrebbero dovuto presentare la “fedina”, hanno rinunciato a chiedere un permesso B o G. Questi, evidentemente, non figurano su alcuna statistica.

Indicazioni chiarissime

Eppure i Consiglieri di Stato di PLR, PPD e P$ hanno calato le braghe, cedendo alle pressioni in arrivo da Berna. In questo modo, lor$ignori pretendono di aver levato l’ostacolo (?) alla ratifica da parte del Belpaese dei nuovi accordi fiscali sui frontalieri. A parte che gli accordi in questione non sono poi così interessanti per il Ticino quindi non è il caso di mitizzarli, “gli è che”, malgrado la geniale decisione del governo cantonale, sono giunti dall’Italia, da parte di tutte le cerchie interessate, indicazioni chiarissime ed univoche: la ratifica del famoso accordo sulla fiscalità dei frontalieri  non si farà mai. Nel Belpaese tutte le parti coinvolte si sono espresse contro la ratifica del nuovo accordo che aumenterebbe le tasse ai frontalieri: i rappresentanti dei frontalieri (ovviamente), ma anche assessori regionali lombardi nonché deputati a Roma.

Nessun vantaggio

E’ quindi chiaro anche quello che mena il gesso che la rottamazione del casellario giudiziale non ci porterà alcun vantaggio. Si spera che almeno i cittadini ticinesi abbiano imparato la lezione. Del triciclo PLR-PPD-P$ non ci si può fidare. I suoi ministri sono infatti soldatini dei Consiglieri federali. E la posizione di questi ultimi a proposito del Ticino è noto: trattasi di quantité négligeable.  E’ quindi sacrificabile – anzi, è già stato sacrificato – sull’altare del presunto “bene supremo”: la devastante libera circolazione delle persone.

 Il flop di ECRIS

Lunedì in Consiglio nazionale è passato senza votazione il postulato della Commissione delle Istituzioni politiche (CIP) che chiede al governo di valutare l’adesione della Svizzera al sistema ECRIS (European Criminal Records Information System). Si tratta di una piattaforma di scambio di informazioni tra Stati membri sui precedenti penali di cittadini UE. La votazione non c’è stata perché il Consiglio federale era d’accordo con il postulato e quest’ultimo era sostenuto dalla Commissione senza alcuna voce contraria. Questa unanimità è assai sospetta. Di più: è un chiaro indicatore che ECRIS è un bidone. Al di là dei costi e della tempistica dell’eventuale adesione, ci sono serissimi sospetti sul fatto che tale sistema consenta di chiedere sistematicamente i precedenti penali (aggiornati) di chi aspira a trasferirsi in Svizzera.

Del resto, se ECRIS fosse davvero, come qualcuno vorrebbe far credere, l’equivalente del casellario giudiziale, perché quelli che prima starnazzavano alla violazione degli accordi sulla libera circolazione adesso starebbero zitti?

Manca una parte

A ciò si aggiunge che le iniziative cantonali ticinesi, a cui il postulato per l’adesione all’ECRIS pretenderebbe di dare evasione, prevedevano anche che il Consiglio federale rinegoziasse gli accordi con gli eurofalliti in modo che la richiesta sistematica del casellario giudiziale fosse consentita (una modifica in questo senso sarebbe peraltro di evidente interesse anche per i paesi UE). Ebbene, nel postulato approvato al Nazionale di questo fondamentale aspetto non c’è traccia.

Sicché, diciamo le cose come stanno. ECRIS non è un’alternativa al casellario. Al massimo potrà essere un cerotto sulla gamba di legno.

Lorenzo Quadri

La kompagna Sommaruga vuole sempre più finti rifugiati

Nei primi 5 mesi dell’anno nuovo record di entrate clandestine. E, invece di rimediare..

Ma come, il “caos asilo” non doveva essere tutta una balla della Lega populista e razzista? Ed invece, ma tu guarda i casi della vita, le entrate clandestine in Svizzera hanno polverizzato l’ennesimo record. I dati delle guardie di confine parlano chiaro: tra gennaio e maggio del 2017 sono arrivate illegalmente in Svizzera 11’912 persone, ovvero 12mila. Nel 2015 erano 7000. L’incremento è quindi stratosferico. I clandestini sono principalmente migranti economici provenienti dall’Africa occidentale. I quali, se presentano richiesta d’asilo, la motivano con le argomentazioni più inverosimili, compresi i “problemi familiari”. Mancano solo la tifoseria sportiva e le cure estetiche, poi ci sarà tutto…

Anche senza obblighi

L’ “assalto alla diligenza”  ad opera di finti rifugiati avviene attraverso la rotta del Mediterraneo, che rimane spalancata. E’ ovvio che la soluzione può essere solo quella di chiudere la rotta in questione; di rimandare indietro i barconi, rispettivamente di affondarli prima che salpino (ovviamente quando non c’è ancora a bordo nessuno). Del resto, tale posizione è stata espressa anche dal ministro degli esteri austriaco Sebastian Kurz.

Di tutt’altro parere, ma guarda un po’, la ministra del “devono entrare tutti”, kompagna Simonetta Sommaruga, che nei giorni scorsi è andata nel Belpaese profondendosi in lodi per l’ottimo lavoro svolto dall’Italia la quale “registra e alloggia” tutti (?) i finti rifugiati. Va da sé che la Simonetta non poteva limitarsi alle slinguazzate: doveva anche, per l’ennesima volta – ormai sta diventando un mantra – ribadire che la Svizzera aderisce ai piani di ridistribuzione di migranti decisi dagli eurofalliti. Malgrado non sussista per il nostro paese alcun obbligo in questo senso. 

E la sicurezza interna?

Intanto che la ministra del “devono entrare tutti”, non ancora contenta del record di ingressi clandestini registrati nei primi cinque mesi dell’anno, esorta per l’ennesima volta i funzionarietti di Bruxelles a comandare in casa nostra e a rifilarci migliaia di ulteriori finti rifugiati con lo smartphone (quanti tra loro sono miliziani dell’Isis?) che non ci spettano affatto, quattro Stati membri dell’UE fanno ben altro. Polonia, Ungheria, Repubblica ceca e Slovacchia hanno ribadito il fronte compatto contro il caos asilo: respingeranno al mittente qualsiasi sanzione che gli eurobalivi dovessero decidere nei confronti dei paesi che – come loro – non ci stanno a farsi imporre ulteriori finti rifugiati da Bruxelles.

L’argomento dei quattro “sovversivi” è il seguente: l’UE non può decidere sulla sicurezza interna degli Stati membri. Traduzione: aderire ai programmi di ridistribuzione dei finti rifugiati deciso da Bruxelles nuoce alla sicurezza interna, oltre naturalmente a comportare ingenti costi (e nümm a pagum). Eppure gli svizzerotti lo fanno volontariamente. Per “dare l’esempio” (Sommaruga dixit). Si spera che l’autolesionismo diventi disciplina olimpionica per staccare una medaglia d’oro?  Grazie, kompagna Simonetta! Quando ti deciderai a seguire l’esempio del tuo sodale Burkhaltèèèèr e a lasciare la cadrega?

Accordo di Dublino

Intanto, a seguito del caos asilo, i compagni di merende dell’UE intendono mandare al macero l’accordo di Dublino. Ossia quell’accordo che prevede che a farsi carico di un migrante economico sia il primo Stato firmatario in cui quest’ultimo viene registrato. Questo perché alcuni Paesi, tra cui la vicina Repubblica, sarebbero troppo sotto pressione. E naturalmente i camerieri dell’UE di Palazzo federale corrono servili ad ubbidire.

Con i fallimentari accordi di Schengen abbiamo sciaguratamente spalancato le frontiere. Quelli di Dublino ci permettono per lo meno di rinviare al Belpaese un certo quantitativo di finti rifugiati. Però la Penisola prima va a prendere i finti rifugiati in mare invece di riportarli indietro, e poi piagnucola di averne troppi. E la Simonetta si strugge: “dobbiamo aiutare l’Italia”! Sicché nelle ultime settimane sotto le cupole federali è risuonata l’ennesima geniale pensata: la Svizzera si attiverà per promuovere la revisione degli accordi di Dublino. Naturalmente a proprio danno. E sugli accordi di Schengen, quelli che spalancano le frontiere? Il caos asilo ha cambiato solo le condizioni per i rinvii di finti rifugiati, ma non quelle per la difesa dei nostri confini? Ma chi vogliamo prendere per il lato B? Sicché: 1) Nessuna adesione ai programmi di ridistribuzione UE a cui peraltro non aderiscono neppure  tutti gli stati membri; 2) chiudere le frontiere; 3) MURI sul confine!

Lorenzo Quadri

Didier, ciaone! E per la successione: calma e gesso

Consiglio federale: nulla è scontato e l’ex partitone non pensi di avere carta bianca

 

Sicché il ministro degli esteri euroturbo Didier “dobbiamo aprirci all’UE” Burkhaltèèèr ha annunciato le proprie (inattese?) dimissioni dal Consiglio federale.

La notizia è stata accolta con sorpresa, ma non certo con sgomento. Nessuno si strappa i capelli per questa partenza. A parte forse gli spalancatori di frontiere multikulti, i quali si sono prodotti in inverosimili slinguazzate del seguente tenore: “rimpiangeremo la sua personalità ideale (sic) per rappresentare una Svizzera aperta (“dobbiamo aprirci!”) e umanista (?)”. Noi invece non la rimpiangeremo.

“Dobbiamo aprirci”

Si ricorderà che il buon Didier era inizialmente ministro degli Interni. Lì ha fatto casotti con la LAMal, peggiorando ulteriormente le condizioni dei cittadini, prima di darsela a gambe levate davanti ai complessi dossier per rifugiarsi al più ricreativo Dipartimento degli Esteri (aperitivi, cene di gala, strette di mano, tanto parlarsi addosso). Peccato che per gli Esteri l’euroturbo Burkhaltèèèr sia stato una scelta tutt’altro che azzeccata. Vedi l’osceno discorso di Capodanno come presidente della Confederella nell’anno di grazia 2014, in cui – nel tentativo di affossare l’iniziativa “contro l’immigrazione di massa” – il Didier dichiarò: “dobbiamo aprirci all’UE” (L’UE, per contro, mai si è “aperta” nei confronti della Svizzera, che gli eurobalivi considerano alla stregua di una colonia; e questo con l’attiva complicità dei loro camerieri bernesi, Burkhaltèèèr in prima fila). Sicché il buon Didier avrebbe già potuto dare le dimissioni dopo il “maledetto voto” del 9 febbraio.

Accordo quadro con l’UE

Le recenti prestazioni del Consigliere federale liblab non lo mettono in una luce migliore.  Da tempo infatti Burkhaltèèèr la mena con la ripresa dinamica (ovvero automatica) del diritto UE in Svizzera, nonché con lo sconcio accordo quadro istituzionale, che il Didier brama di sottoscrivere. Si tratta di posizioni infami. Comporterebbero – come più volte scritto – la scomparsa definitiva della sovranità del nostro Paese, che si vedrebbe imporre dagli eurobalivi le leggi (quindi addio democrazia diretta e addio diritti popolari) e pure i giudici.

Non ancora contento, il liblab Burkhaltèèèr vorrebbe pure versare un ulteriore miliardo di coesione all’UE – ulteriore ma non certo l’ultimo: uno tira l’altro – mentre gli eurofalliti, per tutto ringraziamento, ci trattano da Stato canaglia; ci “schiacciano gli ordini” come se fossimo i loro zerbini quando nemmeno siamo membri UE, e ancora blaterano di inserire la Svizzera su liste grigie e nere per la fiscalità delle imprese.

Inoltre va da sé che, come di consueto, l’ulteriore miliardo dei contribuenti verrebbe versato senza alcuna contropartita. A titolo grazioso. “Per dare l’esempio” (come l’adesione ai piani di ricollocamento UE dei finti rifugiati).

E’ quindi appurato che la partenza del cameriere di Bruxelles Burkhaltèèèr non è una perdita per il Paese. Didier, ciaone!

La successione

Adesso si apre il “tormentone” sulla successione, al cui proposito non c’è nulla di scontato. La prima cosa a non essere scontata è che il successore sarà un ticinese. (Curioso al proposito che il Blick – certamente non un amico del Ticino – si sia schierato a sostegno del nostro Cantone: qui gatta ci cova).

Ricordiamo infatti che Parmelin venne eletto al posto dell’ex ministra del 5% Widmer Puffo: gli svizzero tedeschi potrebbero pertanto rivendicare la cadrega persa, ritenendo che in governo ci sia un esubero di “latini”. A tal proposito si fa il nome come possibile candidata della cadregara sangallese Karin Keller Sutter, Consigliera agli Stati e già Consigliera di Stato (per un certo tempo ha ricoperto entrambe le cariche contemporaneamente) che da anni, onde chiudere il cerchio, sogna di poggiare le leggiadre terga sul seggiolone governativo federale. Sta di fatto che gli unici a credere fermamente (autosuggestione?) nella successione ticinese sembrano essere proprio i ticinesi.

Non è scolpito nella roccia

Bisogna poi vedere quale ticinese intendono schierare i liblab. Ad esempio: se l’aspirante ticinese in questione dovesse essere un parlamentare che, come capogruppo alle Camere federali, ha svolto un ruolo di primissimo piano nella rottamazione dell’iniziativa “contro l’immigrazione di massa”, tale scelta non necessariamente ci riempirebbe di entusiasmo. Il Ticino ed i ticinesi hanno interesse ad avere un rappresentante in Consiglio federale; ma possibilmente per farsi sostenere, non per farsi votare contro su temi fondamentali. Sennò tanto vale.

Sarebbe inoltre piuttosto bizzarro se, a seguito di una qualche rotazione interna – e c’è già chi parla di eventuali traslochi di Berset agli Esteri – un eventuale neo-eletto consigliere federale che prima faceva il rappresentante degli assicuratori malattia approdasse al Dipartimento degli Interni a controllare (?) i cassamalatari. Pure curioso sarebbe che a realizzare la riforma Previdenza 2020 ci fosse chi alle Camere federali ha fatto di tutto e di più per affossarla.

E non è nemmeno scolpito nella pietra che l’eventuale candidato PLR ticinese alla successione di Burkhaltèèèr debba essere qualcuno che è già presente a Berna.

Soprattutto: non si vede motivo perché l’ex partitone dovrebbe avere carta bianca nel proporre qualsiasi ticinese e pretendere poi il sostegno incondizionato e compatto della deputazione ticinese alle camere federali, e chi non ci sta a farsi ricattare è un traditore della causa (da che pulpito!). Non è così che funziona. Lo stesso PLR nel recente passato si è comportato ben diversamente. Anche perché tradimento più flagrante della causa ticinese della rottamazione del “maledetto voto” del 9 febbraio non c’è. Vero liblab?

Lorenzo Quadri

Vogliono rottamare le nostre libertà e la nostra sovranità

Possesso legale di armi: il Consiglio federale cala di nuovo le braghe davanti all’UE

 

Eccola qua! Puntale come sempre, arriva la nuova calata di braghe dei camerieri dell’UE davanti agli eurofalliti di Bruxelles. Il tema: il possesso legale di armi da parte dei cittadini svizzeri.

E’ lo stesso Consiglio federale ad annunciare in pompa magna via comunicato stampa che “intende trasporre la direttiva UE sulle armi. In tale ottica, ha deciso di confermare all’UE che la Svizzera, in qualità di Stato associato all’Accordo di Schengen adempirà i suoi obblighi (=calerà le braghe) trasponendo la direttiva nel proprio diritto”.

Terrorismo?

Come noto, gli scienziati di Bruxelles approfittano della scusa del terrorismo per disarmare i cittadini onesti. Come se ai terroristi – che tra l’altro sempre più spesso per le loro stragi nemmeno usano armi da fuoco – gliene fregasse qualcosa dei divieti partoriti dalle menti di questi nipotini di Einstein. I terroristi, come i criminali in generale, le armi le hanno sempre acquistate sul mercato nero, e così continueranno a fare.

“Sì padroni!”

La direttiva UE sulle armi costituirebbe uno sviluppo dei fallimentari accordi di Schengen che la Svizzera ha avuto la pessima idea di sottoscrivere. Su questa scorta, gli eurobalivi  pretendono di schiacciarci gli ordini. Di comandare in casa nostra. E naturalmente, i loro camerieri bernesi non aspettavano di meglio per dare l’ennesima dimostrazione di ubbidienza canina (con tutto il rispetto per il miglior amico dell’uomo). “Sì padroni, sempre a disposizione padroni, ai vostri ordini padroni”!

In prima linea troviamo ancora una volta la ministra del “devono entrare tutti”, kompagna Simonetta Sommaruga che, secondo i dettami del $uo partito, fa di tutto e di più per trasformare la Svizzera in una colonia dell’UE.

Le balle della Simonetta

Oltretutto, la Simonetta ha di nuovo mentito senza pudore. Infatti nelle scorse settimane e mesi aveva spergiurato che l’arma d’ordinanza dei militi non sarebbe stata toccata dai Diktat degli eurobalivi. Balle solenni! Ed infatti adesso si scopre che, per tenere l’arma al domicilio dopo essere stati prosciolti dall’obbligo di servizio, bisognerà dimostrare di essere membri di una società di tiro e di esercitare il tiro con regolarità.

Pesanti restrizioni si abbatteranno anche sul possesso di armi sportive o da collezione. Per tenere il fucile a pallettoni del bisnonno appeso sopra il camino bisognerà essere iscritti ad una società di tiro e dimostrare di esercitare regolarmente? Qui qualcuno si è bevuto il cervello.

Volontà popolare

Il Diktat UE contraddice inoltre il voto popolare del febbraio 2011 sulle armi al domicilio dei cittadini elvetici. Un voto che la $inistruccia non ha mai digerito. E che, ovviamente, non si sogna di rispettare. La ministra del “devono entrare tutti” non aspettava altro che l’ordine dei suoi padroni di Bruxelles per rottamare la decisione sgradita del popolo becero: 9 febbraio bis!

Precedente da sventare

L’ennesima sconcia genuflessione del Consiglio federale davanti ai balivi UE non insulta solo la volontà popolare  e le tradizioni svizzere, ma anche la nostra sovranità e le nostre libertà. Valori che i camerieri bernesi dell’UE non esitano a calpestare in nome dei fallimentari accordi di Schengen.  Un parlamento composto di rappresentanti del popolo degni di questo nome ci metterebbe meno di 30 secondi per rimandare al mittente il pattume che il Consiglio federale tenta di sbolognarci. Anche perché  qui siamo davanti ad un flagrante esempio di come, tramite sciagurati accordi internazionali, l’UE venga a dettar legge in casa nostra. Nel senso letterale del termine. Il precedente è deleterio. Altri seguiranno, se non stronchiamo l’andazzo sul nascere.

Purtroppo, sulla maggioranza politikamente korretta ed asservita all’UE alle Camere federali (triciclo PLR-PPD-P$) non si può fare affidamento. E allora, se il parlamento a maggioranza seguirà il governo, dovrà essere referendum. E, se a seguito del referendum salterà anche la nostra partecipazione a Schengen, tutto di guadagnato: potremo finalmente chiudere le frontiere e costruire pure un bel MURO sul confine!

Lorenzo Quadri

 

Smantellamenti postali: nessun motivo di soddisfazione

Altro che “mezzo successo”, la resa dei conti sull’altra metà è solo rinviata

 

In Ticino a proposito di smantellamenti di uffici postali c’è poco da stare allegri! Altro che successo a metà perché la sopravvivenza di 48 uffici postali è “da verificare” (traduzione: verranno chiusi) mentre 61 sarebbero “garantiti”. Gli uffici in questione sono infatti “garantiti” solo fino al 2020. E il 2020, nel caso qualcuno non se ne fosse accorto, non si situa in un indefinito futuro. E’ dietro l’angolo. Sicché, ha ragione il sindacato Transfair quando dice che, dopo il 2020, ossia tra meno di tre anni, ricomincerà tutta l’attuale trafila; e addio uffici garantiti.

Il gioco delle tre carte

Del resto, la dirigenza postale è solita prodursi nel gioco delle tre carte. A trattare con i Cantoni non ci va la mega direttrice Susanne Ruoff pagata un milione all’anno. La signora manda dei quadri intermedi. I quali possono comunque sempre chiamarsi fuori, dicendo che le decisioni sono prese da altri. Un giochetto che è molto gettonato anche a livello di consiglio di amministrazione della Posta: “sum mia mì che decidi, a podi fa nagott”. Chi decide non va a trattare e a trattare (per finta) manda chi non decide. Questo tanto per chiarire cosa intende la Posta per “dialogo” con Cantoni e Comuni.

La Doris sta con Ruoff

Nella sessione delle Camere federali appena conclusa, il Consiglio nazionale ha approvato una mozione che mira ad ostacolare gli smantellamenti di uffici postali, ponendo regole più severe per quel che riguarda il criterio della raggiungibilità da parte dell’utenza. L’approvazione è avvenuta contro il parere della ministra dei trasporti, la Doris uregiatta, che si è sempre schierata a difesa delle scelte del gigante giallo. Argomento principe utilizzato in parlamento dalla Doris: “il servizio postale della Svizzera è il migliore d’Europa, a sentire la discussione odierna si direbbe che sia il peggiore”.

A parte che bisognerebbe vedere come vengono svolti certi confronti (tramite qualche statistica farlocca in  stile SECO?), essere il miglior servizio postale d’Europa non è poi motivo di gran vanto, visto come funzionano le poste nei paesi a noi vicini. Inoltre: adesso il servizio postale svizzero sarà forse il migliore d’Europa. Come si posizionerà dopo gli smantellamenti stabiliti dalla Posta – se questi verranno messi a segno secondo gli intendimenti del “magic duo” Ruoff&Doris – è ancora da vedere.

Argomenti evanescenti

Altro argomento Leuthardesco per lasciar fare i propri comodi all’ex gigante giallo: se si impedisce alla Posta di chiudere tutti gli uffici che vuole chiudere, ciò genererebbe un “aumento dei costi”. Ohibò: risulta che la Posta (comunicato ufficiale di qualche settimana fa) nel primo semestre del 2017 abbia conseguito un utile del gruppo pari a 267 milioni di franchi, ossia 75 milioni in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Quindi i soldi ci sono; c’è poco da piangere miseria.

Ci si lamenta quando una ditta privata licenzia per salvare il salvabile. Qui abbiamo invece un’azienda pubblica, interamente di proprietà della Confederella, che taglia alla grande – a scapito in prima linea delle solite regioni periferiche tra cui il Ticino – mentre gli utili aumentano. E la Doris uregiatta tenta di opporsi agli interventi parlamentari mirati a frenare gli smantellamenti postali menandola con i “costi”? Ciò non fa che corroborare quanto già scritto su queste colonne, ossia che il Consiglio federale approva le scellerate iniziative della Susanna “un milione all’anno” Ruoff perché vuole la mucca gialla da mungere. In altre parole, grazie agli utili della Posta ogni anno il governo si incassa un bel po’ di soldoni da spendere a piacimento, senza chiedere niente a nessuno.

Alquanto evanescenti anche altre argomentazioni del tipo “la Posta non chiude uffici senza offrire alternative”. Peccato che nel caso concreto l’alternativa sia più o meno l’equivalente di: vi ritiriamo le automobili e in cambio vi diamo dei cavalli.

Posti di lavoro

Gli smantellamenti postali pongono ovviamente anche dei problemi occupazionali non di poco conto. Infatti i posti di lavoro destinati alla sparizione sono remunerati dignitosamente, e spesso sono occupati da svizzeri (che magari lavorano da decenni per la Posta). Queste opportunità d’impiego verranno a mancare non solo per il presente, ma anche per il futuro. E nelle agenzie postali la musica (ovvero le condizioni di lavoro) sono ben diverse.

Forse la signora megadirettrice postale da un milione all’anno non si rende conto che non sta tagliando “solo” un servizio pubblico e tanti posti di posti di lavoro, ma sta smantellando quello che una volta era un simbolo e una ragione d’orgoglio per la Svizzera.

Lorenzo Quadri

 

 

Sappiamo benissimo quel che vogliamo: mandarvi affan…!

Accordo quadro, gli eurobalivi sbroccano: “la Svizzera non sa quello che vuole”

Uhhhh, che pagüüüüraaa! Secondo le ultime notizie in arrivo da Oltregottardo (TagesAnzeiger, ripreso anche dai portali online ticinesi) gli eurofunzionarietti sarebbero “irritati con la Svizzera” che “non sa quello che vuole”. Oggetto del contendere è il vergognoso accordo quadro istituzionale. Quello – repetita iuvant – che ci imporrebbe di riprendere automaticamente in Svizzera il diritto degli eurofalliti, e a sottostare a giudici UE.

Il passo inverso

La Gran Bretagna, a seguito della Brexit, ha deciso di far passare una per una le normative imposte in passato dall’UE per poi decidere autonomamente cosa tenere e cosa buttare. Noi invece, con lo sconcio accordo quadro istituzionale, dovremmo fare il contrario. Ciò che avrebbe conseguenze catastrofiche. Un bell’esempio (bello si fa per dire) di adeguamento al diritto UE lo abbiamo visto nei giorni scorsi con l’infame decisione del Consiglio federale a proposito della trasposizione delle direttive comunitarie sulle armi, che costituiscono uno sviluppo (?) del fallimentare accordo di Schengen. Se questa scandalosa calata di braghe non verrà buttata all’aria dal parlamento federale (improbabile vista l’aria che tira) oppure da un referendum, le tradizioni svizzere in materia di arma d’ordinanza al domicilio verranno gettate nel water. E non solo loro: nel water andrà anche la volontà espressa dai cittadini a proposito del possesso legale di armi (espressa nel febbraio 2011) e più in generale ci andranno la nostra libertà e la nostra sovranità. Riprendere il diritto UE significa infatti permettere agli eurobalivi di dettare legge in casa nostra. Nel senso letterale del termine. Alla faccia della sovranità nazionale, della democrazia diretta e dei diritti popolari.

Vendiamo ai cinesi

Sappiamo che il quasi ex ministro degli esteri PLR Didier Burkhaltèèèr (Didier, ciaone!) spalleggiato dal suo compare di partito Johann “Leider” Ammann, vorrebbe sottoscrivere  l’accordo quadro istituzionale che prevede appunto la ripresa automatica del diritto UE, ovvero la nostra trasformazione a tutti gli effetti in colonia di Bruxelles. Per tanto così – visto che gli ordini, nell’illuminata visione del liblab Burkhaltèèèr, ce li schiaccerebbero direttamente i funzionarietti di Bruxelles non eletti da nessuno – tanto vale che chiudiamo Palazzo federale e vendiamo anche quello ai cinesi (meglio non dirlo troppo forte, altrimenti Leider Ammann potrebbe pensarci davvero).

I “Giuda” sono avvisati…

Il colmo è che, nella loro smisurata arroganza, i balivi di Bruxelles pretenderebbero addirittura che gli svizzerotti firmassero l’osceno accordo quadro entro fine anno! Qui qualcuno ha preso un colpo di calore. Oppure ha esagerato con i grappini (vero presidente “non astemio” della Commissione UE, Jean-Claude Juncker?).

Se lor$ignori di Bruxelles ritengono che “la Svizzera non sa cosa vuole”, sono fuori strada. In effetti, maggioranza dei cittadini svizzeri sa benissimo cosa vuole: mandare finalmente affan… la fallita Unione europea!

Per contro, la partitocrazia spalancatrice di frontiere e cameriera dell’UE vorrebbe, per l’ennesima volta, calare le braghe. Ma questi signori dovranno stare bene attenti nel portare avanti i loro piani da Giuda della volontà popolare. Perché, per loro sfiga, i diritti popolari e soprattutto le elezioni esistono ancora.  Accordo quadro istituzionale? Col piffero!

Lorenzo Quadri

“Amnistia sociale”: una possibilità anche per il Ticino?

Ginevra e Neuchâtel stanno risparmiando fior di milioni grazie alle autodenunce

 

Lo Stato sociale svizzero, ormai lo si sarà capito, galoppa in direzione infinanziabilità. Uno dei motivi principali è di tipo migratorio. Ovvero, sempre più immigrati si attaccano alla generosa mammella pubblica rossocrociata. Basti pensare ai costi miliardari provocati dai finti rifugiati con lo smartphone. E poi gli svizzerotti, che mantengono letteralmente cani e porci,  devono pure sorbirsi le accuse di razzismo?

L’iniziativa romanda

Visto che la spesa sociale esplode, se non si vogliono imporre tagli dolorosi ai cittadini elvetici in difficoltà, o ai nostri anziani che hanno lavorato e pagato le tasse per tutta la vita, occorre per prima cosa azzerare i contributi ai permessi B. Perché, come ha riconosciuto la stessa UE, la libera circolazione delle persone non è stata creata per trasferirsi nel paese con il “welfare” più largheggiante. E poi è urgente combattere gli abusi. A questo proposito, come abbiamo riferito nelle scorse settimane, un paio di Cantoni romandi, principalmente Ginevra e Neuchâtel, hanno avuto un’idea interessante. Quella di indire un’amnistia per chi ottiene prestazioni sociali senza averne diritto. Obiettivo: indurre i truffatori all’autodenuncia, con l’impegno a mandarli esenti da pena. Intendiamoci: per quanto indebitamente percepito si dovranno trovare delle modalità di restituzione. Ma per chi ammette spontaneamente di aver “traslasciato” di trasmettere alle autorità delle indicazioni rilevanti sulla propria situazione economica,  ottenendo in questo modo degli aiuti a cui non avrebbe avuto diritto, non ci sarà la segnalazione al ministero pubblico.

La letterina

Lo spunto per lanciare l’amnistia l’hanno dato le nuove disposizioni federali in vigore, diventate più severe. E che, per gli stranieri che abusano di prestazioni sociali, aumentano il rischio di espulsione (anche se sappiamo che al Tribunale federale c’è chi utilizza il proprio margine di manovra per espellere il meno possibile, alla faccia della volontà popolare). Di conseguenza, il Dipartimento della socialità ginevrina guidato dall’esponente del MCG (ovvero il movimento ispirato alla Lega) Mauro Poggia ha spedito nel corso dell’autunno 2016 una letterina ai 93mila beneficiari di assistenza sociale o di prestazioni complementari all’AVS e all’AI. In considerazione dell’entrata in vigore delle nuove regole federali, nella denegata ipotesi in cui il destinatario dello scritto non avesse dichiarato qualcosa, ha tempo fine a fine anno (ovvero fine 2016) per mettersi in regola. Questo in sostanza il messaggio, per quanto presentato con toni melliflui ed uregiatti.

Oltre le aspettative

Il risultato ottenuto è andato al di là delle aspettative. Dalla stampa d’Oltregottardo apprendiamo infatti che al 31 dicembre scorso all’amministrazione cantonale ginevrina erano giunte qualcosa come 2000 autosegnalazioni, dalle quali è emerso di tutto e di più. Specialmente, ma guarda un po’, case, appartamenti e conti bancari all’estero da parte di beneficiari stranieri. Addirittura un cittadino portoghese che riceveva l’AVS e la complementare si era “dimenticato” di possedere, al paese d’origine, due case e sei appartamenti. Apperò!

Davanti a notizie di questo genere, è evidente le “scatole” ci girano come eliche. Anzi come pale eoliche, per rimanere su un argomento d’attualità. Ma allora è proprio vero che siamo il paese del Bengodi per gli approfittatori stranieri! Imponiamo sempre nuove tasse e balzelli ai contribuenti; mettiamo in difficoltà chi è veramente nel bisogno; e poi manteniamo immigrati che, nel paese d’origine, sono pure latifondisti o quasi! Ovviamente questo non vuol dire che tutti quelli che approfittano dello Stato sociale sono stranieri. Ma già che bisogna fare i conti con i “furbetti del quartierino” indigeni, almeno evitiamo di importarne altri tramite l’immigrazione scriteriata voluta dalla partitocrazia!

Il Canton Neuchâtel, dal canto suo, ha lanciato un’amnistia per le frodi sociali ma anche per chi ha “aggirato” il fisco. La campagna “Réglo” ha ottenuto così tante adesioni che il Cantone ha deciso di prolungarla.

E noi?

Ecco, forse qui abbiamo degli spunti interessanti anche per il Ticino. Un sistema che potrebbe permettere al Cantone di risparmiare tanti milioncini sulla spesa sociale. Il DSS ha esaminato le iniziative romande? Cosa ne pensa? Le ritiene trasponibili alla nostra realtà? Se no, per quale motivo? (Si spera NON perché i controlli dalle nostre parti sono così carenti che un’amnistia non convincerebbe nessuno, stante la certezza di non venire comunque sgamati). Oppure al DSS si pensa solo ai mandati alla Argo 1?

Lorenzo Quadri

Caos asilo: ancora brutte sorprese in arrivo per noi!

A Berna vogliono fare in modo di respingere meno finti rifugiati. Intanto a Como…

 

Ohibò, quando il Consiglio federale se ne esce ufficialmente con certe dichiarazioni, c’è ben poco da stare allegri! L’ultima esternazione che giustamente ha fatto scattare i campanelli d’allarme è la seguente: i camerieri dell’UE in governo intendono “impegnarsi per lo sviluppo del sistema” degli accordi di Dublino.

Chissà perché, ma c’è come il vago sospetto che qui l’unica cosa che si sta “sviluppando” è una monumentale fregatura per i cittadini!

Riforme?

Gli accordi di Dublino prevedono infatti che ad occuparsi dei migranti economici debba essere il primo Paese firmatario in cui sono stati registrati (a patto ovviamente che le registrazioni avvengano, ciò che non è scontato).  Naturalmente questo permette alla Svizzera di respingere un numero interessante di finti rifugiati. Questo però non piace a chi si vede “restituire” i migranti. E quindi adesso si sostiene che il  sistema va  riformato. Su questo naturalmente il Consiglio federale non solo è disposto ad entrare nel merito, ma anche ad impegnarsi in prima linea. Perché “bisogna aiutare l’Italia”. Perché “bisogna aiutare la Grecia”. E soprattutto perché i finti rifugiati “devono entrare tutti”.

I nostri vicini…

Quindi, quei trattati internazionali che prevedono i respingimenti di migranti si possono mettere in discussione. Invece i fallimentari accordi di Schengen, quelli che impongono di tenere le frontiere spalancate, non si toccano! Guai! Sono scolpiti nella granito! Vanno applicati alla lettera con masochistico zelo! E questo malgrado l’Italia stessa ne abbia sospeso l’applicazione in occasione del G7, mandando addirittura i militari a presidiare i confini con la Svizzera. E questo malgrado la Germania nelle prossime settimane –  poco ma sicuro  – deciderà di reintrodurre i controlli sistematici ai confini con la Confederella, perché “attraverso quelle frontiere a colabrodo passano troppi finti rifugiati”. E i controlli, hanno fatto sapere i ministri degli interni dei “Land” tedeschi a noi vicini, verranno ripristinati “anche autonomamente”. Ovvero, si procederà alla chiusura dei valichi impipandosene degli accordi internazionali. Perché loro, i tedeschi,  “possono”. Così come gli italiani possono di fatto applicare “prima i nostri” annullando l’assunzione di stranieri alla direzione di alcuni importanti musei. Solo gli svizzerotti non “possono” mai!

Fuori da Schengen!

Sicché, di “riformare” gli accordi di Dublino nel senso di far entrare in Svizzera sempre più finti rifugiati con lo smartphone, magari legati all’Isis, non se ne parla nemmeno! Ma siamo bolliti al punto da accettare giulivi, ed addirittura promuovere, ogni modifica di accordi internazionali a nostro svantaggio? Mentre quando si tratta di limitare l’invasione caliamo sistematicamente le braghe?

Cominciamo invece  DISDIRE i fallimentari accordi di Schengen e a ripristinare i controlli sistematici sui confini. Poi vederemo!

Allarme Jihad

Oltretutto, sarebbe anche bello sapere cosa intende fare il Consiglio federale adesso che il Magistrato antiterrorismo italiano Franco Roberti ha informato che è in corso un’indagine a Como – quindi ad un tiro di schioppo da noi! – sul sostegno logistico dato dall’Isis ai flussi migratori. Come noto, la stragrande maggioranza dei finti rifugiati entra in Ticino proprio da Como. E adesso che si fa? Andiamo avanti come se niente fudesse? Facciamo entrare jihadisti perché chiudere le frontiere “sa po’ mia”? Insistiamo con la politica del suicidio, o finalmente facciamo passare la sicurezza interna davanti alle fregole internazionaliste?

Temere il peggio

Chissà perché, c’è da temere il peggio. E’ infatti evidente che la ministra del “devono entrare tutti” kompagna Simonetta Sommaruga vuole:

  • Ridurre drasticamente le riconsegne al Belpaese di migranti economici giunti in Ticino;
  • Aumentare la capacità d’accoglienza di finti rifugiati. Infatti il centro asilanti di Losone, contrariamente a quanto era stato promesso, non verrà chiuso in ottobre. E anche a Chiasso si cominciano a temere brutte sorprese;
  • Infischiarsene dell’allarme Isis lanciato a Como dal procuratore italiano antiterrorismo;
  • Mantenere le frontiere spalancate, quando i paesi attorno a noi fanno il contrario;
  • Dare agli asilanti provvisoriamente ammessi sempre più possibilità di rimanere. Sommaruga ha mandato in consultazione un progetto in questo senso. A parte i kompagni, l’hanno respinto tutti i partiti… ma è chiaro che la ministra P$$ tornerà alla carica. Perché non solo in Svizzera “devono entrare tutti”, ma chi è entrato deve anche restare.

Il colmo

Ciliegina sulla torta: a quanto risulta, c’è un asilante con permesso F, sospettato di legami con l’Isis, che ha lasciato la Svizzera per svariati mesi. Dove sia stato realmente in questo periodo non lo sa nessuno: magari in Siria? Eppure il signore ha potuto rientrare allegramente in Svizzera, e adesso si pare si trovi in Ticino a carico dell’assistenza! Qui qualcuno ha davvero perso la trebisonda. Vero kompagna Simonetta?

Lorenzo Quadri