Ma i buonisti-coglionisti predicano l’ “accoglienza”

L’islam torna ad insanguinare la Gran Bretagna: e noi, quando inizieremo a difenderci?

Intanto i funzionarietti di Bruxelles ed i loro camerieri di Berna vorrebbero disarmare i cittadini onesti, quando bisogna fare proprio il contrario

Un nuovo attentato ha insanguinato la Gran Bretagna lo scorso sabato, provocando sette morti e svariate decine di feriti.  Si tratta, evidentemente, di terrorismo islamico. Di strage in nome di Allah. Quindi un nuovo atto di guerra dell’Islam nei confronti dell’Occidente.

L’islam radicale sempre islam è. Non ci sono due o tre o quattro islam. Ce n’è uno solo. E questo è nemico dell’Occidente e dell’Europa. Per cui, certi distinguo sull’islam moderato sono semplicemente pippe mentali degli spalancatori di frontiere multikulti. Ci sono invece, e ci mancherebbe altro, dei musulmani che seguono solo parzialmente, o che non seguono affatto, i dettami coranici. Così come ci sono i cristiani non praticanti. Sono semmai questi musulmani ad essere moderati e pacifici. Non la loro religione. La quale è incompatibile con l’Europa. Eppure la “nostra” $inistruccia vorrebbe  rendere l’islam religione ufficiale in Svizzera! Complimenti!

L’inesistente islam moderato

Le pippe mentali su un inesistente islam moderato sono solo l’ultima arrampicata sui vetri con cui gli spalancatori di frontiere multikulti tentano di scaricarsi delle proprie pesantissime responsabilità nelle stragi di innocenti. Questi $ignori pensano di prendere la gente per il lato B. Sono loro, gli spalancatori di frontiere multikulti, che hanno permesso agli integralisti islamici di insediarsi in casa nostra, stendendogli pure il tappeto rosso. E sempre loro, desiderosi di sfasciare la nostra identità ed i nostri valori perché “bisogna” trasformare l’Europa in un suk multietnico, sono i migliori alleati dei terroristi musulmani. Hanno permesso ai radicalisti di fare proselitismo in casa nostra. Di organizzare le loro “cellule”. Di predicare appelli criminali nella loro lingua. Perché guai ad interferire! Guai a mettere dei divieti o addirittura ad espellere – e senza tante storie! – chi non si attiene alle nostre regole! E’ “razzismo e fascismo”!

Se si pensa che i ragazzotti musulmani residenti a Basilea campagna che rifiutavano di dare la mano alla docente perché donna erano in predicato di diventare cittadini elvetici, quando invece si sarebbe dovuto procedere all’espulsione di tutta la famiglia, si ha la misura dell’abisso di imbecillità politikamente korretta in cui siamo stati precipitati.

Integrare?

Non dimentichiamo, poi, che i coglionisti strillavano isterici perfino contro il divieto di minareti; quando anche il Gigi di Viganello sa che i minareti sono il più evidente simbolo di conquista islamico.  La scia di morte che insanguina l’Occidente – e non illudiamoci che prima o poi non toccherà anche alla Svizzera – è la conseguenza di anni di scellerato lavaggio del cervello pro-migrazione scriteriata: affinché si facesse “entrare tutti”. Adesso ci si “accorge”, ma guarda un po’, che i buonisti non sono i buoni. Un po’ tardi.

Per le stragi di oggi ci sono delle responsabilità. E queste responsabilità non possono essere scaricate. Eppure i coglionisti ancora predicano che bisogna accogliere, integrare, riverire, “non offendere” il nemico che ci odia. Che ci vuole sterminare. Non solo predicano, ma addirittura lanciano infamanti accuse di “razzismo” contro chi non ci sta. Sventolano, a sbalzo, il codice penale per zittire le posizioni a loro sgradite. Nel Ventennio si usavano manganelli e olio di ricino. Oggi le segnalazioni farlocche al ministero pubblico. Cambiano i metodi, ma la mentalità è sempre la stessa. Fascistelli rossi.

Islamexit

Davanti all’ultima strage londinese vengono subito in mente le dichiarazioni di Magdi Allam, del prof. Giovanni Sartori, e di tanti altri che, quando si esprimono sull’Islam, sanno bene di cosa stanno parlando. Posizioni riassumibili in: basta politikamente korretto, basta multikulti. In una sola parola: islamexit.

Disse il prof Sartori in una memorabile intervista, rilasciata ad inizio anno, poco prima della sua scomparsa: “dal 630 d.C. in avanti la Storia non ricorda casi in cui l’integrazione di islamici all’interno di società non-islamiche sia riuscita”. Qualcuno, del resto, se ne era accorto già più di cinquecento anni fa: i sovrani spagnoli Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona (noti tra l’alto per essere stati gli “sponsor” di Cristoforo Colombo) dopo la “reconquista” espulsero tutti i musulmani dal regno.

Cinque secoli dopo, il minimo che si possa fare è espellere gli integralisti. Invece gli svizzerotti, grazie alle sentenze del Tribunale federale, si tengono in casa – e magari foraggiano con l’assistenza –  pure i jihadistii. I quali, udite udite, non possono essere rimandati nel loro paese se vi si troverebbero in pericolo. Allegria! Se è così che pensiamo di proteggere il nostro paese dal terrorismo islamico, siamo a posto.

Se poi pensiamo che a finti rifugiati ammessi provvisoriamente, sospetti di legami con l’Isis, che sono stati all’estero per mesi (!) – non si sa bene né dove, né a fare cosa – viene permesso di rientrare in Svizzera e di mettersi pure al carico del contribuente, vuol dire che qualcuno si è proprio bevuto il cervello.

Inchiesta a Como

Naturalmente, mentre il procuratore antiterrorismo italiano Franco Roberti ha chiaramente denunciato il legame tra jihad e flussi migratori informando di un’inchiesta aperta a Como (fuori dalla nostra porta di casa!) noi teniamo le frontiere spalancate ed aumentiamo i posti d’accoglienza per i finti rifugiati con lo smartphone. I quali, ma guarda un po’, per la stragrande maggioranza dei casi arrivano in Ticino proprio da Como.  E ci inventiamo pure che bisogna “riformare” gli accordi di Dublino perché non si possono (?) rinviare troppi finti rifugiati. E di DISDIRE i fallimentari accordi di Schengen, invece, quando ne parliamo? Ringraziamo la ministra del partito del “devono entrare tutti” compagna Simonetta Sommaruga!

Armi da fuoco?

Da notare che i terroristi islamici di Londra non avevano armi da fuoco: si sono gettati sulla folla con un furgone e poi hanno proseguito l’opera muniti di lunghi coltelli. Dimostrazione dunque che le nuove regole UE contro le  armi detenute legalmente – regole che la Svizzera, avendo sottoscritto i fallimentari accordi di Schengen, dovrebbe recepire – vengono spacciate come misura di lotta al terrorismo, ma su questo fronte sono del tutto inutili. Sempre meno i terroristi usano armi da fuoco e, quando lo fanno, se le procurano sul mercato nero!

L’obiettivo dell’ultimo bidone che Bruxelles ci vuole rifilare è chiaramente un altro: ossia disarmare i cittadini onesti. Quando invece bisognerebbe fare proprio il contrario: ossia promuovere l’autodifesa. Perché, nel caso qualcuno non l’avesse capito, è in atto una guerra di religione.

Lorenzo Quadri

“La libera circolazione devasta il Ticino? Ecchissenefrega!”

Il ministro dell’economia “Leider” Ammann (PLR) ribadisce la propria posizione

Come volevasi dimostrare, delle difficoltà del Ticino il Consiglio federale se ne impipa alla grande. Chiaro: sono stati i camerieri dell’UE a mandare il nostro Cantone allo sbaraglio con la devastante libera circolazione delle persone. Il Ticino si trova così in una situazione che non ha uguali in Svizzera. Nemmeno nei cantoni romandi. Perché sul mercato dal lavoro nel nostro sempre meno ridente Cantone i frontalieri sono il 30% degli addetti totali. Questo quando la media nazionale è del 6% ed in Romandia siamo al 13.2%.

E’ ovvio che a situazioni particolari devono corrispondere delle misure particolari. Altrimenti è disparità di trattamento. Se un paziente ha un raffreddore ed un altro la tubercolosi, non si può pretendere di curare entrambi con il Vicks vaporub. Eppure  è proprio questo l’andazzo bernese. Ed in particolare è l’andazzo del ministro dell’economia, il PLR Johann “Leider” Ammann, che si ostina a negare la sofferenza del mercato del lavoro ticinese.

“Non servono misure”

Ad inizio settimana, il buon “Leider” Ammann se ne è uscito a dichiarare davanti al consiglio nazionale che ai  cantoni latini, e al Ticino in particolare, non servono misure particolari per alleviare i problemi occupazionali, perché l’è tüt a posct: quindi si va avanti come se “niente fudesse”. E proprio per puntellare la tesi del “tout va  bien, Madame la Marquise”, l’inutile SECO sforna studi farlocchi a getto continuo – naturalmente pagati con i soldi del contribuente. E’ il caso di ricordare che la SECO costa 100 milioni all’anno, e scusate se sono pochi. Ed è anche il caso di ricordare che fu proprio lo stesso “Leider” Ammann a congelare – ossia a rottamare – nel 2015 un pacchetto di nuove misure accompagnatorie ai devastanti accordi bilaterali.

Ora, le misure accompagnatorie non sono certo la panacea. Sono, piuttosto, dei cerotti. Tuttavia, in attesa dell’applicazione di Prima i nostri, e in seguito, della disdetta della libera circolazione delle persone, è l’unica carta che possiamo giocare, visto che i Giuda a Palazzo federale hanno azzerato il “maledetto voto” del 9 febbraio.

Il dire contraddice il fare

Al proposito, è altresì opportuno (uella) ricordare che è stato proprio lo stesso “Leider” Ammann, a dichiarare che “a tutela del mercato del lavoro svizzero serve una serie di misure, che magari individualmente sembrano di scarsa portata, ma che, nell’insieme, generano effetti rilevanti”.

Peccato che “Leider” Ammann sia il primo a non fare quello che dice. Infatti, di misure a tutela del mercato del lavoro elvetico non ne prende proprio. Né di piccolo cabotaggio, né di grosso. Non sia mai: i suoi padroni dell’UE potrebbero avere da ridire.

Ed infatti, ma tu guarda i casi della vita, “Leider” Ammann è quello che, assieme al collega di partito Burkhaltèèèr, vorrebbe sottoscrivere subito lo scellerato accordo quadro istituzionale con l’UE e versare senza fiatare il secondo miliardo di coesione agli eurofalliti (secondo miliardo di una lunga serie, s’intende). E da costui ci si aspetta che tuteli il nostro mercato del lavoro, il che implica giocoforza far sbroccare Bruxelles che ci considera una sua colonia? Ma è come credere a Babbo Natale!

Ed infatti, cosa succede quando il Ticino si allinea alle enunciazioni del ministro dell’Economia e prende in  modo autonomo (essendo stato completamente piantato in asso da Berna, non ha altra possibilità) delle “misure… anche di scarsa portata” per tutelarsi (vedi ad esempio l’albo antipadroncini)? Succede che il buon “Leider” Ammann manda i suoi soldatini della ComCo  a bacchettare i ticinesotti “chiusi e gretti” con l’accusa di “protezionismo” (uhhh, che pagüüüraaa!). Come scriveva il Mattino la scorsa domenica: VaffanComCo!

Lorenzo Quadri

Sul segreto bancario, i senatori tradiscono di nuovo

I Consiglieri agli Stati contro la privacy finanziaria: asfaltiamoli in votazione!

Il Consiglio degli Stati dice Njet sia all’iniziativa “Per la protezione della sfera privata” che al controprogetto

Il Consiglio degli Stati, dove uregiatti e kompagni sono ampiamente sovrarappresentati, l’ha fatta di nuovo fuori dal vaso. Infatti, ha pensato bene di respingere sia l’iniziativa popolare “Per la protezione della sfera privata” che il controprogetto elaborato dal Consiglio nazionale.

L’iniziativa – sostenuta da Udc, Lega e Plr – chiede come noto che nella Costituzione federale venga inserita la tutela del segreto bancario per i residenti in Svizzera. Il nostro paese è infatti costruito sul rapporto di fiducia tra cittadino e Stato. La sfera privata, anche finanziaria, è un valore svizzero. Da notare che i kompagnuzzi opponendosi alla nuova Legge sui sistemo informativi (LSI) strillavano come aquile alla violazione della privacy. La LSI serve a dotare l’ “intelligence” svizzera degli strumenti necessari a combattere il terrorismo islamico (sottolineare: islamico. Ossia, legato a quell’Islam che il P$ vorrebbe però far diventare religione ufficiale nel nostro paese). La “privacy” che la $inistra voleva tutelare era dunque quella dei sospetti terroristi. Capita l’antifona ro$$a? Gli immigrati (magari mantenuti dal nostro stato sociale) sospettati di essere dei miliziani dell’Isis hanno diritto alla privacy. Gli onesti lavoratori che hanno messo da parte qualche spicciolo, invece, no. Di conseguenza, vanno tutti trattati da presunti evasori fiscali. Questa posizione è profondamente antielvetica. Eppure la maggioranza dei senatori la segue giuliva. Ma questo paese è ancora la Svizzera o siamo diventati una repubblica delle banane?

La solita solfa

Quale giustificazione del loro njet all’iniziativa per la tutela della sfera privata, i $ignori senatori scioriano la solita litania della “misura non necessaria” poiché il segreto bancario dei residenti in Svizzera sarebbe “già tutelato”. Questa è l’ennesima presa per i fondelli, dal momento che non è affatto vero che il segreto bancario dei residenti è già tutelato. Infatti c’è chi vi attenta. Sia dall’esterno che dall’interno.  Ricordiamo che  l’ex ministra del 5% Widmer Schlumpf, prima ha dichiarato che “il segreto bancario per gli svizzeri non è in discussione”, poi però ha presentato in Consiglio federale un progetto per affossarlo, dimostrando così, al di là di ogni dubbio, di essere una bugiarda. Il progetto in questione è sì dormiente, ma non tolto dal tavolo. Questo significa che potrebbe venire riesumato in qualsiasi momento. Alla faccia del “già tutelato”. Una storiella, quella del “sem già a posct”, che peraltro si sentiva già nel 2009. Si è visto come è andata a finire. La ministra del 5% il segreto bancario l’ha svenduto senza alcuna contropartita. Causando danni incalcolabili. Non solo al settore bancario, ma a tutta l’economia. Ed in particolare a quella ticinese. Se la via Nassa a Lugano è sempre più deserta, se i negozi chiudono uno dopo l’altro, una bella fetta di responsabilità la porta il tracollo della piazza finanziaria.

I rottamatori della Svizzera

A non volere il segreto bancario nella Costituzione sono i soliti rottamatori della Svizzera. Quelli che vogliono cancellare le nostre peculiarità e la nostra sovranità. Quelli che non vogliono inserire il segreto bancario nella Costituzione per non scontentare i padroni di Bruxelles. A questi politicanti, di quel che pensano i cittadini svizzeri non gliene potrebbe fregare di meno.

Per fortuna, trattandosi di iniziativa popolare, l’unica cosa che il parlamento ed il consiglio federale sono chiamati a stabilire è l’indicazione di voto. Ma a decidere sull’oggetto saranno i cittadini. I sondaggi valgono quello che valgono. Però hanno sempre indicato che i cittadini elvetici sono a larga maggioranza favorevoli al segreto bancario. Quindi, c’è motivo di ritenere che, quando si tratterà di votare sull’iniziativa a tutela della sfera privata, i signori senatori verranno asfaltati dalle urne. E con loro i consiglieri federali.

I quali, è bene ricordarlo, respingono schifati l’iniziativa per la privacy bancaria. Però sono vergognosamente disposti ad entrare nel merito della sconcia iniziativa del vicolo cieco, quella che vorrebbe cancellare la votazione del 9 febbraio. Quindi, tutti a votare Sì all’iniziativa “per la protezione della sfera privata”! Difendiamo una tradizione svizzera, alla faccia dei camerieri dell’UE!

Lorenzo Quadri

Ministri del triciclo PLR-PPD-P$: sono allocchi o in malafede?

E’ chiaro che l’Italia non ha alcuna intenzione di ratificare l’accordo sui frontalieri

Davanti alla decisione dei Consiglieri di Stato del triciclo spalancatore di frontiere PLR-PPD-P$ – ovvero Vitta, Beltraminelli e Bertoli – di revocare, contro la volontà dei colleghi leghisti Gobbi e Zali, la richiesta del casellario giudiziale prima della concessione di un permesso B o G, ci si può solo incazzare. Delusione ed incazzatura sono  infatti i sentimenti che pervadono la grande maggioranza della popolazione ticinese. E ce n’è ben donde.

Pretesti-fregnaccia

La revoca del casellario costituisce tradimento multiplo. Tradimento dei cittadini (il casellario è stato sostenuto da una petizione con oltre 12mila firme ed era universalmente approvato), del Gran consiglio (che a sostegno della misura ha inoltrato a Berna ben due iniziative cantonali) e anche della maggioranza della Deputazione ticinese a Berna, che ha sempre difeso con convinzione il casellario, ottenendo ampi consensi.

La richiesta del casellario è una misura ovvia, efficace e ragionevole di sicurezza interna, peraltro capita ed accettata anche dai frontalieri. Gli unici a contestarla sono i politicanti italici. E non per la misura in sé. Ma perché sono in cerca di pretesti-fregnaccia per non ratificare il nuovo accordo con la Svizzera che prevede importanti aggravi fiscali per i frontalieri (ovviamente non si sa da quando).

Il Belpaese non ratificherà mai

E’ chiaro che la rinuncia al casellario non porterà assolutamente a nulla. Dalla Penisola sono arrivati segnali chiarissimi in questo senso. I vicini a sud adesso dicono che l’eliminazione del casellario “non basta” e pretendono, per l’approvazione dei nuovi accordi sui frontalieri, nuove deliranti concessioni. E’ così dimostrato che il casellario era solo una scusa. Oramai l’ha capito anche quello che mena il gesso: l’Italia non ratificherà mai i nuovi accordi sui frontalieri. Né prima delle elezioni e nemmeno dopo. Ha sempre trovato pretesti per non fare i compiti; e sempre li troverà. I nostri polli li conosciamo da un pezzo.

Il precedente

La giustificazione addotta  dal terzetto governativo per lo scellerato tradimento, ossia “rottamando il casellario porteremo a casa l’accordo sui frontalieri”, è una barzelletta. Per partorire una scusa del genere bisogna essere o gnucchi o in malafede. La stessa fregnaccia della “conclusione imminente” l’abbiamo sentita esattamente tre anni fa. Allora il tema era la rinuncia al  blocco dei ristorni. L’ex ministra del 5% Widmer Schlumpf ed il suo tirapiedi De Watteville promisero che, in cambio del regolare versamento dei ristorni, entro pochi mesi la nuova tassazione dei frontalieri sarebbe diventata realtà. E avevano pure promesso misure unilaterali (sic!) contro il Belpaese in caso di inadempienza! Naturalmente non si è visto nulla…

In simili condizioni, nemmeno il Gigi di Viganello può seriamente credere che la rinuncia al casellario porterà dei risultati. Già è poco plausibile che ad una favola del genere credano gli sveltoni bernesi, quelli che vanno a Roma a trattare in inglese e vengono sistematicamente infinocchiati. Ma che a bersela siano dei ministri ticinesi, che l’Italia dovrebbero conoscerla meglio degli altri, fa sorgere interrogativi allarmanti.

I camerieri dell’UE

A volere fortemente la fine del casellario sono i camerieri bernesi dell’UE. Vari Consiglieri federali – a partire dalla ministra del “devono entrare tutti” kompagna Sommaruga – hanno tentato a più riprese di esercitare pressioni sui deputati ticinesi affinché questi ultimi ottenessero la revoca del casellario. Le pressioni non sono mai andate a buon fine. Sicché i Consiglieri federali di PLR, PPD e P$$ hanno pensato bene di far andare i telefoni, chiamando direttamente i loro soldatini nel governicchio ticinese. E i soldatini, scandalosamente, hanno marciato.

Credibilità a ramengo

A ciò si aggiunge che l’indegno voltafaccia sul casellario sputtana il Ticino sia verso nord che verso sud.

Verso sud: si conferma la tesi che basta fare la voce grossa ed i ticinesotti fessi calano le braghe. La pressione su chi si dimostra debole è destinata ad aumentare. “Chi si fa pecora, il lupo lo mangia”: lo sapevano già i nostri vecchi.

Verso nord: è evidente che, con un simile precedente, quando il Ticino avanzerà specifiche richieste a Berna, nessuno vi darà più alcun peso: tanto poi arriverà il dietrofront.

Altro che gli odiati populisti: a demolire la credibilità del nostro Cantone a livello nazionale ed internazionale è il triciclo PLR-PPD-P$ con le sue giravolte. C’è da sperare che alle prossime elezioni i cittadini di questo sempre meno ridente Cantone sapranno “premiare” a dovere chi ci svende.

L’ultima chance

Poiché le reazioni italiane alla caduta del casellario dimostrano che essa non porterà affatto alla ratifica dell’accordo sulla fiscalità dei frontalieri, la maggioranza del Consiglio di Stato ha un’ultima chance per rimediare all’immonda cappellata di mercoledì. La prossima seduta decida: 1) il ripristino immediato del casellario e 2) il blocco dei ristorni dei frontalieri.

Lorenzo Quadri

Mentre i soldatini ci svendono, l’Italia applica Prima i nostri

Ma se noi li imitiamo, oltreconfine starnazzano senza ritegno al Ticino razzista

In Ticino la partitocrazia PLR-PPD-P$ si sta arrampicando sui vetri per poter rottamare “Prima i nostri”. Si vede che aver rottamato la richiesta sistematica del casellario giudiziale  prima del rilascio di un permesso B o G, e questo contro la volontà popolare e parlamentare, ancora non bastava.

Intanto in altri Cantoni si riprende la proposta ticinese sulla preferenza indigena, mentre a livello nazionale partirà prossimamente un’iniziativa popolare sul tema.

E’ il colmo: chi non ha “Prima i nostri” cerca di introdurlo. Mentre dove il principio è stato votato dal popolo, la partitocrazia fa di tutto per affossarlo. Perché non dobbiamo sognarci, nemmeno lontanamente, di essere ancora padroni in casa nostra. Con i fallimentari accordi bilaterali, gli ordini ce li schiacciano gli eurofunzionarietti non eletti da nessuno.

I disastri del triciclo

Il “maledetto voto” del 9 febbraio dà fastidio ai padroni di Bruxelles ed in particolare al Belpaese? Il triciclo PLR-PPD-P$ a Berna lo azzera. Il casellario giudiziale indispettisce i vicini a sud ? Arrivano i Consiglieri di Stato del triciclo a cancellarne la richiesta. Così ogni sorta di pregiudicati, delinquenti e naturalmente jihadisti, sarà ancora più facilitata nel trasferirsi nel nostro sempre meno ridente cantone. E intanto che noi affossiamo votazioni popolari, preferenza indigena e sicurezza interna per genufletterci al Belpaese (dove se la ridono a bocca larga degli svizzerotti fessi, e a questo punto a buon diritto) nella Penisola la preferenza indigena la applicano alla grande.

C’è tribunale e tribunale…

Solo qualche settimana fa, il TAR (tribunale amministrativo) del Lazio ha annullato l’assunzione  di 5 direttori stranieri alla testa di altrettanti “supermusei”. Motivo? Il Ministero della kultura non aveva facoltà di aprire il concorso a stranieri; ivi compresi i cittadini UE. Li avessimo noi dei tribunali che prendono decisioni del genere. Invece, troppo spesso ci troviamo con legulei che sfruttano tutto il loro margine di manovra per emettere sentenze contro gli interessi del mercato del lavoro locale e a vantaggio di frontalieri, padroncini e ditte estere: “bisogna aprirsi”!

E queste cose non le dice solo la Lega populista e razzista; le dicono anche alcune associazioni professionali.

 “Prima i nostri” a Castellanza

Passa poco tempo dalla decisione sui direttori di musei, e arriva la seconda puntata. “Teatro dell’azione” questa volta è Castellanza, Comune in provincia di Varese (quindi geograficamente assai vicino a noi) dove la sindaca ha autorizzato un grande magazzino ad insediarsi, a patto però che assumesse il 60% di personale tra i residenti del Comune. Sicché loro, gli italici, “possono”. Del resto, anche altrove nella vicina Repubblica è stata adottata la soluzione citata per promuovere l’occupazione locale. Lo stesso principio lo aveva infatti già applicato il Comune veneto di Godega di Sant’Urbano. Ma anche a Vernier (GE) ad uno stabilimento IKEA erano state poste analoghe condizioni.

 I soldatini marciano

Sicché l’ipocrisia raggiunge livelli massimi: da un lato l’Italia non si fa problemi nell’applicare il primanostrismo, essendo un paese protezionista. Però urla allo scandalo ed al razzismo se noi facciamo lo stesso. Il dramma è che i camerieri bernesi dell’UE non hanno ancora capito il giochetto – o meglio, la presa per i fondelli – e ci cascano tutte le volte. Invece di sostenere il Ticino nei suoi tentativi di legittima difesa dall’invasione da sud, si schierano immediatamente dalla parte del Belpaese. Ci mandano pure i balivi della ComCo per accusarci di “protezionismo”. Si fa notare che i primi a dare l’esempio di protezionismo sono proprio i vicini  a sud? La geniale risposta confederata è del seguente tenore: noi non dobbiamo guardare cosa fanno gli altri; noi dobbiamo dare l’esempio nel rispetto degli accordi internazionali! Il dramma, l’abbiamo purtroppo visto col casellario giudiziale, è che la maggioranza PLR-PPD-P$ in consiglio di Stato è fatta da soldatini che marciano secondo gli ordini dei Consiglieri federali dei partiti di riferimento. Hanno calato le braghe su un tema profondamente sentito nel Paese come il casellario: poco ma sicuro che lo faranno ancora.

Lorenzo Quadri

La CORSI scivola nel melodramma

L’iniziativa No Billag sta facendo perdere la trebisonda a tanti

 

Evidentemente l’iniziativa No Billag fa diventare fredda la camicia a tanti. All’assemblea CORSI di ieri, stando a quanto riportato dai portali online, il presidente Gigio Pedrazzini ha lanciato la battaglia alla “scellerata” iniziativa ricorrendo a toni da crociata: “Un confronto epocale, dal cui esito potranno dipendere le sorti della vita democratica”. Perbacco! Forse qualcuno farebbe bene a tornare con i piedi per terra.

Già è strano che alla CORSI ci si sciacqui la bocca con il confronto democratico quando la Lega, ossia il partito di maggioranza relativa in Ticino, è uscita da tale inutile cooperativa. Evidentemente in casa CORSI democrazia significa “parlarsi addosso tra gente che la pensa allo stesso modo”.

Ma soprattutto, come dicevano i nostri vecchi, “giò dò dida”. Qui qualcuno si sta “sovrastimando” alla grande. La democrazia non se l’è inventata la SSR. C’era anche prima dell’emittente di Stato. E, se un domani non ci sarà più, non sarà di certo per l’eventuale ridimensionamento della SSR. Sarà semmai per l’avanzata islamista, cui proprio la SSR spiana la strada con la propria martellante propaganda di regime pro frontiere spalancate e pro multikulti.

Bagno di realismo

Le sorti della democrazia e della coesione nazionale dipenderebbero da quelle della RSI e dall’iniziativa No Billag? Forse nel mondo alternativo autoreferenziale in cui vorrebbero vivere il Gigio, il direttore kompagno Canetta e soci. La realtà è un po’ diversa. I giovani – il futuro del paese – la televisione non la guardano. La pletora di oziosi dibattiti politici dall’audience infima serve molto più all’azienda che alla democrazia: 1) come foglia di fico per ostentare un “pluralismo” che in realtà non c’è, e 2) come strumento per titillare l’ego sovradimensionato degli amichetti politicanti, barattando minuti in video contro sostegno nei gremi politici.

Senza dimenticare che la SSR del “pensiero unico”, a suon di dumping pubblicitario, provoca semmai la moria di testate giornalistiche di corrente diversa. Questo  significa nuocere alla democrazia, non certo giovarle.

Modesto suggerimento: se la CORSI vuole combattere l’iniziativa No Billag, abbia almeno il buon senso di non rendersi ridicola con melodrammatici proclami alla democrazia minacciata o alla coesione nazionale in pericolo. Ammetta che il ruolo della SSR, nella società odierna, è sempre più simile a quello di un grosso piano occupazionale finanziato dal contribuente (e che alla democrazia fa probabilmente più danno che utile). Quindi, giochi semmai la carta dei posti di lavoro.

Lorenzo Quadri

Il filmato “non pacifico” su fb

Le Lega dei Musulmani Ticino, il video e le giustificazioni che non ingannano nessuno

 

La Lega dei Musulmani Ticino lo scorso 2 maggio ha pubblicato sulla sua pagina facebook un video, risalente al 2011, in cui si definiscono gli ebrei “nemici di Allah”, si richiama alla prossima venuta del califfato e si conclude pure con un ameno: “Non abbiate alcun dubbio, l’Islam sta arrivando”.

Il Guastafeste Giorgio Ghiringhelli ha segnalato pubblicamente il video, sottolineandone la propaganda islamista e il contenuto tutt’altro che pacifico. Il presidente della Lega dei Musulmani Ticino (niente a che vedere con un’altra Lega…) Slaheddine Gasmi, si è subito affrettato a dichiarare che si tratta di una narrazione storica, che il video va contestualizzato e che se i contenuti fossero illeciti sarebbe già intervenuto il Ministero pubblico, tacciando il Guastafeste di “islamofobia”.

Il solito mantra

La storiella dell’ “islamofobia”, naturalmente associata a “populismo e razzismo”, è il consueto mantra con cui si tenta di sdoganare l’islamizzazione della Svizzera. Chi non ci sta è islamofobo e quindi (?) razzista: di conseguenza, la sua posizione non può che essere pattume.

Prima di tutto, islamofobo non è affatto sinonimo di razzista. Essendo l’Islam incompatibile con le democrazie occidentali, la fobia (ossia paura) nei suoi confronti è legittima. Ed è giustificata proprio dal video postato dalla Lega dei Musulmani. Un filmato che, annunciando califfati e la venuta dell’Islam, indica volontà di conquista.

Come di consueto, Gasmi & Co giocherellano con la libertà d’espressione: la sfruttano a proprio vantaggio, ma pretendono di negarla agli altri ricorrendo al ritornello dell’islamofobia. Evidentemente, hanno imparato la lezione dei multikulti e politikamente korretti. I quali hanno criminalizzato, a suon di accuse di razzismo, le posizioni contrarie al pensiero unico delle frontiere spalancate. Perché certe cose “vergognose” non solo non vanno dette, ma non bisogna nemmeno osare pensarle. In questo “humus”, gli islamisti sguazzano.

Imam nell’esercito?

Ma è interessante notare anche un’altra cosa. Gasmi ha di recente espresso il proprio sostegno all’imam nell’esercito, come pure il fervente desiderio di vedere l’Islam riconosciuto quale religione ufficiale in Svizzera (riconoscimento promosso, ma guarda un po’, dal P$$). Naturalmente garantendo che si tratta di una questione di fede – libertà religiosa! – e non di politica. Come no. Ed infatti il video postato dalla Lega dei Musulmani su “faccialibro” ben chiarisce quali siano i veri obiettivi dell’Imam militare e del riconoscimento ufficiale all’Islam. Altro che libertà di fede: “il califfato sta arrivando, l’Islam sta arrivando”.

Lorenzo Quadri

Vignetta autostradale più cara per gli stranieri: “sa pò!”

Prima erano tutte balle populiste. Adesso anche in casa liblab c’è chi si sveglia…

 

Ma come, non erano tutte balle della Lega populista e razzista? Nelle scorse settimane invece un deputato liblab in Consiglio nazionale, Thierry Burkart, rilancia la proposta della vignetta autostradale più cara per veicoli con targhe straniere. I quali pagherebbero 80 Fr invece dei 40 dei residenti in Svizzera. Burkart, che è anche vicepresidente del TCS nazionale, osserva che il sistema attuale è ingiusto, poiché gli svizzeri non finanziano la propria rete stradale solo con il contrassegno, ma anche con altri balzelli (vedi imposta di circolazione e tassa sugli oli minerali). Di conseguenza gli stranieri sono avvantaggiati. Il che ormai non sorprende più nessuno. La politica delle frontiere spalancate e delle braghe calate si traduce infatti in: “Svizzeri discriminati nel proprio paese perché bisogna aprirsi”.

Sul tavolo da anni

La proposta di una vignetta apposita (dal costo maggiore) per gli stranieri non se l’è inventata l’altro giorno il buon Burkart. Il tema circola già  da un paio di anni buoni: ennesimo esempio di politica Xerox da parte di un esponente liblab? In ogni caso, la risposta della ministra dei trasporti e delle telecomunicazioni, la Doris urgiatta, è sempre stata l’abituale “sa po’ mia”. La stessa risposta, sia detto per inciso, che viene fornita in merito agli interventi sulla Posta affinché la smetta di smantellare uffici postali (altro ambito di competenza della Doris).

In Germania

Per la Doris uregiatta, far pagare di più la vignetta agli automobilisti stranieri “sa pò mia” perché sarebbe infame discriminazione (vergognatevi, beceri populisti e razzisti!) ed i padroni di Bruxelles mai l’accetterebbero. Peccato che nel frattempo la Germania abbia introdotto il contrassegno autostradale solo per stranieri. O meglio: il contrassegno lo pagano tutti, però agli automobilisti tedeschi il costo viene compensato tramite operazioni di ingegneria fiscale sulle imposte di circolazione. Ma allora discriminare “sa pò”!

La tassa per frontalieri

Del resto il tema dell’utilizzo e quindi del consumo della rete stradale, con relativo deperimento e conseguenti costi, era uno degli argomenti che ha spinto il prof. Reiner Eichenberger  dell’Università di Friburgo a proporre l’introduzione di una tassa apposita per  i frontalieri.  E il prof. Eichenberger, in qualità di docente universitario, ha una reputazione accademica da difendere. Non è l’ultimo ciula. Sicché, se sostiene che introdurre una tassa d’entrata per frontalieri è possibile e giustificato, c’è motivo di credergli. Senz’altro ha più credibilità lui dei camerieri dell’UE in Consiglio federale (e dei loro portaborse). Ovviamente questa opzione, ossia la tassa d’entrata per i frontalieri, per noi ticinesi è ben più interessante della vignetta “deluxe” da rifilare agli stranieri. Ma immaginare che a Berna si possa trovare una maggioranza favorevole all’introduzione di una tassa per frontalieri, è come credere a Gesù bambino. Le nuove tasse si appioppano solo agli svizzerotti…

Questione di principio

Le autostrade svizzere in un paragone internazionale sono indubbiamente poco costose. Un aumento del “pedaggio” per gli stranieri, dunque, non scandalizzerebbe nessuno. Inoltre, nulla vieta di seguire il modello tedesco. Ossia: la vignetta costa 80 Fr per tutti ma agli svizzeri se ne restituiscono 40 tramite sconti sull’imposta di circolazione.

Se poi si teme che la vignetta ad 80 Fr per stranieri possa nuocere al settore turistico – cosa peraltro ancora tutta da dimostrare – nulla impedisce di pensare, per i turisti, a dei “bollini” di durata limitata ad un costo inferiore. Ma un costo differenziato del contrassegno, che tenga conto del fatto che gli svizzeri pagano le strade nazionali non solo con la vignetta ma anche con altre tasse e balzelli, ci sta tutto. Anche per un semplice discorso di principio. Che è quello accennato sopra. Ne abbiamo piene le scuffie di avvantaggiare gli stranieri – e quindi discriminare gli svizzeri – in casa nostra per correre dietro alle fregnacce ideologiche di Bruxelles.

Lorenzo Quadri

 

 

 

 

 

 

La Posta smantella e il Consiglio federale è complice

Qual è l’obiettivo dello scempio? Aumentare gli utili? Oppure la licenza bancaria?

 

Lo smantellamento della rete postale incontra nuove resistenze dalla politica. E per fortuna che le incontra. Perché, se così non fosse, ci sarebbe davvero da chiedersi cosa ci sta a fare la politica. Il termine smantellamento non è certo un’esagerazione, bensì la descrizione di quello che i grandi manager postali progettano. Come noto infatti l’ex Gigante giallo vuole tagliare entro il 2020 circa 550 dei 1400 uffici postali.

Il malcontento è generalizzato. Perché questa volta non si vanno a colpire solo le solite sfigate regioni periferiche, che tanto non contano un tubo, bensì anche quelle che periferiche non sono per nulla. Improvvisamente gli zurighesi si sono visti chiudere gli uffici postali nel centro città. E non hanno gradito affatto: chi ha osato commettere il sacrilegio? Oltretutto è difficile nascondersi dietro la tesi che gli uffici in questione avessero poca utenza.

Delirio di onnipotenza?

Tanta arroganza postale è difficile da comprendere. Sembra proprio che i manager gialli siano affetti da delirio di onnipotenza. E che non si rendano nemmeno conto che la forza della Posta sta proprio nel suo radicamento nel territorio, che loro vogliono tagliare. E soprattutto, che non si rendano conto che non stanno azzoppando un’azienda qualsiasi. No, stanno devastando una tradizione svizzera; un pezzo della nazione.

I vertici della Posta se ne sbattono delle opposizioni. Sia comuni che cantoni sono del tutto impotenti davanti agli smantellamenti. Se inizialmente i manager dell’azienda pensavano di abbindolare qualche amministrazione comunale facendo balenare i vantaggi delle agenzie postali, il giochetto è durato poco. Il ragionamento era semplice: far apparire i comuni conniventi se non addirittura complici, per poi scaricare su di loro la responsabilità delle chiusure,  mandandoli allo sbaraglio davanti ai propri cittadini. Qualcuno ingenuamente c’è cascato. Ma i comuni hanno imparato in fretta la lezione, e adesso più nessuno si fa turlupinare.

I Cantoni

Non sono messi meglio i Cantoni. A questo livello si muovono sia i parlamenti che i governi. I primi con iniziative cantonali. Ne ha fatta una anche il Ticino, ottenendo il sostegno di Ginevra e Vallese.  I secondi convocando i responsabili del gigante giallo. Accade però che, a dimostrazione della coda di paglia dei vertici postali, agli incontri con i governi cantonali non ci vanno i numeri uno o due. Vengono mandati i quadri intermedi,  che poi naturalmente si nascondono dietro le decisioni prese da altri. La macchina dello scaricabarile è attiva a pieno regime. Anche tra dirigenza e consiglio d’amministrazione della Posta, è tutto un rimpallo. Con l’intenzione di fare ai cittadini e agli esponenti politici il gioco delle tre carte.

Il vero scopo…

C’è da chiedersi quale sia l’obiettivo finale dei manager postali. Certamente massimizzare gli utili per la goduria del Consiglio federale che si trova poi delle entrate supplementari da utilizzare a piacimento. E’ infatti notizia recente che nel primo trimestre del 2017 la Posta ha realizzato un utile di 267 milioni di franchi, in aumento di 75 milioni rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Ma guadagnare sempre di più è un obiettivo fine a se stesso? C’è chi ritiene che in realtà il vero scopo della Posta sia ottenere la licenza bancaria dalla Finma, per poi poter andare a fare concorrenza alle banche cantonali disponendo della copertura della Confederazione. Questo sarebbe uno scenario totalmente negativo. I tagli dolorosi non servirebbero nemmeno per arrivare ad un risultato nell’interesse comune, ma solo per fare ulteriori danni. Le banche cantonali non hanno affatto bisogno della nuova concorrenza che la Posta mira a fare.

Conniventi o abbioccati?

A Berna qualcosa si muove, nel senso che le commissioni dei trasporti e delle telecomunicazioni di entrambe le Camere federali hanno presentato delle mozioni al governo chiedendo di rivedere i criteri che attualmente definiscono il servizio pubblico postale. Quelli in vigore, come ben si vede, permettono alla Posta di fare i propri interessi di saccoccia, impipandosene di tutto e tutti.

E qui ci si accorge che il Consiglio federale, malgrado rappresenti la proprietà della Posta, ciurla nel manico. Infatti, non ne vuole sapere di arginarla. L’intenzione del governo, e dunque in prima linea della ministra competente ossia la Doris uregiatta, è quindi quella di lasciare mano libera ai manager postali per smantellare, nell’ordine: un servizio pubblico, un datore di lavoro di primaria importanza ed un pezzo di nazione. Altre spiegazioni per la sua passività non ce ne sono. Se non quella dell’abbiocco perenne. Dunque c’è poco da stare allegri.

Lorenzo Quadri

 

 

Il Politecnico ha parlato: ed i politicanti tacciono?

L’ETH di Zurigo scopre l’acqua calda: il “gradimento” dell’UE tra gli svizzeri a picco

 

Incredibile ma vero, c’è arrivato anche il Politecnico di Zurigo: in Svizzera cresce lo scetticismo nei confronti della fallita Unione europea. Come noto, secondo l’ultima indagine – il sondaggio “Sicurezza 2017” dell’Accademia militare del Poli – meno del 31% della popolazione auspica un avvicinamento politico tra Svizzera ed UE, e solo il 15% è a favore di un’adesione.

Chissà cosa ne pensano, in quel di Berna, i camerieri di Bruxelles? E quelli che orchestrano la propaganda di regime pro-libera circolazione? Ah già, diranno che “sono solo percezioni”.

Il paradosso

Gli eurolecchini controllano la politica svizzera (e la morale, e la stampa di regime, e l’intellighenzia,…) eppure rappresentano solo una piccola, e sempre decrescente, fetta di popolazione.

E’ davvero paradossale che una nazione a democrazia diretta o semidiretta come la nostra si ritrovi con un governo, e più in generale con una classe (?) politica, in rotta di collisione con la stragrande maggioranza dei cittadini. E non su una quisquilia, bensì su quello che è il tema centrale per il futuro del paese. I rapporti con gli eurofalliti, appunto. Quando si dice: “governare contro il popolo…”

Democrazia?

Il “governo” non è un’entità astratta, bensì un’emanazione della partitocrazia.  Dunque la partitocrazia  rappresenta sempre meno i cittadini. I partiti $torici sono ormai ridotti a lobby della casta delle frontiere spalancate. Eppure i cittadini continuano a votarli.

E la casta, per meglio blindare le proprie decisioni contrarie alla volontà degli elettori, vorrebbe addirittura rendere più difficile l’esercizio dei diritti popolari, quindi iniziativa e referendum, adducendo pretesti-ciofeca. Una cosa è certa, e non c’è bisogno di un’indagine del politecnico di Zurigo per scoprirlo: dalla democrazia ci stiamo allontanando sempre di più.

Burkhaltèèèr scalpita

Solo il 31% degli svizzeri auspica un avvicinamento politico all’UE, eppure il ministro degli esteri targato PLR Didier Burkhaltèèèr – quello che con i nostri soldi finanzia le ONG che trasportano i finti rifugiati dalle coste libiche all’Italia – scalpita per correre a sottoscrivere l’aberrante accordo quadro istituzionale con l’UE, che ci ridurrebbe in tutto e per tutto al ruolo di baliaggio di Bruxelles: leggi e giudici imposti dagli eurobalivi. E, non ancora contento, sarebbe d’accordo di pagare subito un ulteriore miliardo di coesione all’UE, a cui evidentemente ne faranno  poi seguito svariati altri (per la serie: dai il dito e ti prendono il  braccio).

L’eurofunzionarietta

Intanto l’eurofunzionarietta Federica Mogherini, scartina dell’ex governo Renzi sbolognata alla Commissione europea, la scorsa settimana ha sbroccato contro i provvedimenti ticinesi, in particolare Prima i nostri, che “non devono ostacolare la libera circolazione”. Uhhhh, che pagüüüraaaa! Il colmo è che, praticamente in contemporanea, nel Belpaese della Mogherini, in nome della libera circolazione, il TAR del Lazio ha annullato l’assunzione di cinque direttori stranieri (dell’UE) di “supermusei”. Perché – così ha stabilito il tribunale – il Ministero dei beni culturali non aveva il diritto di aprire la posizione a candidati non italiani. Invece gli svizzerotti devono farsi invadere senza un cip. Altrimenti arrivano i balivi di Bruxelles a bacchettarci. E a Berna i loro camerieri vanno in panico al solo pensiero di scontentarli.

L’unico modo per frenare il disastroso asservimento all’UE  è l’iniziativa contro la libera circolazione delle persone, che va prima sottoscritta e poi votata a piene mani. Swissexit, alla faccia della casta!

Neutralità?

Oltre all’aumentato “scetticismo” degli svizzeri nei confronti dell’UE, dal sondaggio del Poli di Zurigo è emerso il consenso quasi unanime per la neutralità, considerata parte integrante dell’identità svizzera. E questo è un altro valore che a Berna viene calpestato senza ritegno. Ed infatti Burkhaltèèèr, all’indomani dell’elezione di Macron a presidente francese, è corso a slinguazzarlo. Ben diverso il commento su Trump. In “onore” del presidente USA, il Didier ha pappagallato, con la massima goduria, le isteriche reprimende della gauche-caviar. E questa sarebbe neutralità?

Lorenzo Quadri

 

No a nuovi balzelli e a divieti che non portano benefici

USExit: gli Stati Uniti si ritirano dall’Accordo di Parigi sul clima. E noi invece?

 

Tra gli esponenti del pensiero unico è scoppiato il panico. Il presidente USA Donald Trump ha annunciato il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo di Parigi sul clima del 2015. In Svizzera la modifica della legge sul CO2 in applicazione di tali accordi è ancora al vaglio delle Camere federali. Nel dicembre 2016 il Consiglio nazionale l’aveva approvata a larga maggioranza (contrario il gruppo Udc e qualche deputato sparso). Il Consiglio degli Stati deciderà la prossima settimana. Non ci vuole il Mago Otelma per prevedere che l’esito sarà lo stesso.

Quindi, per l’ennesima volta, siamo alle solite: gli svizzerotti si martellano sugli attributi, sommergendo i cittadini di tasse balzelli e divieti e azzoppando l’economia, con il mantra politikamente korrettissimo della protezione dell’ambiente. E adesso gli Stati Uniti  – quindi non un  micro-staterello – annunciano che non giocano più. A cosa servono, a livello globale, gli sforzi e le privazioni che la Svizzera si autoinfligge se (anche) gli USA si chiamano fuori?

Costi e criminalizzazioni

La nuova Legge sull’energia, approvata dalla maggioranza dei cittadini il 21 maggio dopo mesi di propaganda di regime da parte del Consiglio federale e dei media di servizio, graverà i sempre più magri borselli della gente con una pletora di nuovi costi, stimati in 800 fr all’anno per persona. A questi seguirà il consueto florilegio di obblighi e divieti.  Tutto questo per ridurre drasticamente il consumo energetico, e quindi l’impatto ambientale. Sacrifici tanti per risultati effettivi pochi.

Con il mantra della protezione dell’ambiente si stanno inoltre preparando una pletora di nuove misure punitive. Che colpiranno in prima linea gli automobilisti: un numero crescente di talebani va in giro a dire che la benzina dovrebbe costare 10 Fr al litro così da costringere i cittadini ad usare i mezzi pubblici, ovviamente anche dove non ci sono. Come se gli automobilisti fossero un branco di delinquenti che si spostano in macchina inutilmente per il puro piacere perverso di inquinare. Ma arriveranno anche misure contro i riscaldamenti a nafta, contro i caminetti a legna, e poi i divieti di circolazione, il mobility pricing (Berna è sempre in cerca di agglomerati disposti a fare da cavia), e altre amenità di questo genere.

Si ha tutta l’impressione che il mantra politikamente korrettissimo della protezione dell’ambiente sia solo un pretesto per andare a criminalizzare intere categorie di cittadini e settori economici (echissenefrega delle conseguenze occupazionali). Quando si prendono decisioni legislative sulla scorta dell’ideologia e della morale a senso unico, non possono che uscirne delle ciofeche: il bidone Via Sicura dovrebbe pur aver insegnato qualcosa.

Solo i residenti

Ovviamente poi le misure punitive “in nome dell’ambiente” vanno a colpire solo i residenti, e il caso del Ticino è emblematico. Mazzuolare gli automobilisti con targhe TI perché inquinino meno serve a ben poco se ogni giorno entrano indisturbati nel nostro Cantone 65mila frontalieri, ovviamente uno per macchina, più svariate migliaia di padroncini su furgoni-catorcio, più i TIR UE in transito parassitario (grazie agli accordi bilaterali sui trasporti terresti sottoscritti a suo tempo dal kompagno Moritz “Implenia” Leuenberger). E a tutto questo dobbiamo ancora aggiungere l’inquinamento in arrivo dalla Lombardia.

Già pagheremo la strategia 2050

Il rischio di tirare troppo la corda è concreto. Aggiungendo – ottemperando ai dettami del “pensiero unico” – sempre nuove restrizioni sedicenti ecologiche e sempre nuovi balzelli alla produzione indigena, non si farà altro che fomentare delocalizzazioni all’estero. Dove non solo la manodopera costa meno, ma anche gli standard ambientali sono ben diversi. Questo di certo non giova alla causa ecologista. In compenso avremo in Svizzera tanti disoccupati in più. A trovare un nuovo impiego a questa gente ci peserà l’area ro$$overde, nevvero?

La quale area dopo la decisione di Trump di uscire dall’accordo sul clima è stata colpita da isterismo collettivo. Come sempre accade quando le sue presunte verità assolute vengono messe in discussione.

Ma è evidente che se gli USA escono dall’accordo sul clima la Svizzera non ha motivo per entrarci. Tanto più che già dovremo pagare il prezzo stratosferico della strategia energetica 2050.

Sulla reale valenza dell’accordo sul clima occorre poi interrogarsi. Per non saper né leggere né scrivere, sembra di assistere alla stessa cagnara ideologica che accompagnò la sospensione della Svizzera dai programmi Erasmus plus dopo il “maledetto voto” del 9 febbraio. Sembrava che da questi programmi dipendesse il futuro della formazione universitaria del nostro paese; poi “ci si è accorti” che essi costano uno sproposito all’ente pubblico, ma i tassi di partecipazione sono infimi.

La shitstorm

Inutile dire che i custodi del “pensiero unico”, dopo la decisione di Trump, sono già in fibrillazione. Aspettiamoci dunque nei prossimi giorni dei massicci tentativi di lavaggio del cervello da parte dell’establishment, degli intellettualini e della stampa di regime.  La “shitstorm” (=tempesta di cacca) è già iniziata. L’obiettivo non è solo denigrare l’odiato populista Trump, che evidentemente degli strilli degli svizzerotti se ne fa un baffo. L’obiettivo è soprattutto quello di ricattare chi per caso, alle nostre latitudini, coltivasse la malsana idea di seguirne le orme (mettendo in crisi certi dogmi e chi, su questi dogmi, ci campa): non avete che da provarci che vi ricopriamo di palta.

Lorenzo Quadri

 

 

 

VaffanComCo! I balivi ancora schierati contro il Ticino

Mentre nel Belpaese il protezionismo ed il primanostrismo sono il pane quotidiano

Ma guarda un po’! I balivi della ComCo sono sbarcati in Ticino per tenere la propria spocchiosa lezioncina in materia di libero mercato. L’obiettivo è quello di impallinare, con la scusa della Legge sul mercato interno, le disposizioni faticosamente messe in campo in questo sempre meno ridente Cantone per difenderci dalla concorrenza sleale dei padroncini italici.

Protezionisti?

La ComCo ci accusa di “protezionismo”. Infatti, il Ticino è così “protezionista” da essere quotidianamente preso d’assalto da migliaia di furgoni con targhe azzurre. E le conseguenze si vedono. Se il nostro Cantone detiene il record di fallimenti, se questi in Ticino nei primi 4 mesi dell’anno sono aumentati dell’11% mentre nel resto della Svizzera sono diminuiti del 3%, un qualche motivo ci sarà. La colpa di tali numeri inquietanti non è solo dei fallimenti farlocchi dei furbetti dell’italico quartierino che abbiamo pensato bene di metterci in casa grazie alla devastante libera circolazione delle persone. Ad andare a gambe all’aria ci sono anche piccole aziende ticinesi (tante) che non sono in grado di reggere la concorrenza sleale in arrivo da Oltreconfine.

Lavarsi la coscienza

La Confederazione ha mandato il Ticino allo sbaraglio con la libera circolazione. Dopodiché, della – più che prevedibile! – situazione creatasi nel nostro Cantone, se ne è sbattuta alla grande. Per giustificare il proprio scandaloso menefreghismo, per lavarsi la coscienza, Berna ci inonda di statistiche taroccate ad arte per dare l’impressione che tutto vada per il meglio. Il degrado è solo una “percezione”.  Quindi non serve intervento di sorta. Tanto più che gli interventi non piacciono ai balivi dell’UE e nemmeno ai vicini a Sud, che almeno una cosa la sanno fare bene: scatenare una “shitstorm” (=tempesta di cacca) contro gli svizzerotti razzisti ogni volta che questi ultimi tentano di tutelarsi dall’invasione. Perché il Ticino è – e deve rimanere – terra di conquista.

Difendersi da soli

E’ ovvio che in questa situazione il nostro Cantone può fare solo una cosa: difendersi da solo. Del resto, in passato l’ex consigliere federale Pascal Couchepin invitò i ticinesi a fare uso dell’arte latina dell’ “arrangiarsi”. Questo è ciò che il Ticino – che ha sempre rifiutato, a ragione, la devastante libera circolazione delle persone – sta tentando di fare, grazie in particolare ai ministri leghisti. Ma i vicini a sud starnazzano come germani reali contro il presunto protezionismo ticinese, ed ecco che a Berna improvvisamente si svegliano. E se la prendono con il Ticino! Così è accaduto con il famoso casellario giudiziale, così accade con gli albi antipadroncini. Inutile dire che nel Belpaese – dove di protezionismo sono campioni europei – se la ridono a bocca larga.

Non ci deve interessare?

Adesso dunque il balivo di turno della ComCo varca il Gottardo per venirci a dire che così non si fa. Anche se altrove il protezionismo prende piede, gli svizzerotti – in controtendenza – devono aprirsi! Sempre e comunque! “Bisogna dare l’esempio”, come direbbe la kompagna Simonetta.

Capita l’antifona? Nel Belpaese il protezionismo imperversa (giustamente). E non solo il protezionismo. Anche il primanostrismo: la scorsa settimana abbiamo appreso che il TAR del Lazio ha annullato l’assunzione di 5 direttori stranieri (cittadini UE), effettuata nel 2015, alla testa di altrettanti “supermusei”, in quanto il Ministero dei beni culturali “non aveva il diritto di aprire il concorso a candidati non italiani”.

A noi invece si viene a dire che, mentre gli altri – in prima linea proprio i vicini a sud! – si difendono, noi dobbiamo farci invadere. Perché le pratiche in uso attorno a noi non ci devono interessare.

Casellario-bis

Come nel caso del casellario giudiziale, anche qui si tratta di non calare le braghe. Rendiamocene conto: i camerieri bernesi dell’UE hanno sacrificato il Ticino sull’altare delle frontiere spalancate. Adesso pretendono che ce ne stiamo zitti e buoni ad assistere allo sfacelo del nostro mercato del lavoro. All’esplosione del numero di frontalieri e padroncini e, specularmente, a quella delle cifre dell’assistenza e dei fallimenti. Magari ascoltando in riverente silenzio il soldatino di turno che viene a spiegarci che in realtà non  è vero niente, sono solo “percezioni”. Signori della ComCo, guardate che non siamo mica scemi! Ma vaffancomco!

Lorenzo Quadri

 

Il soppiantamento esiste, se ne accorgono anche all’USI

Frontalierato: i soldatini della libera circolazione tentano di sminuire, ma… 

Questa è la vera notizia che emerge dall’ultimo studio; non certo i giochetti su percentuali infinitesimali che si smontano da soli

Scusate ma ci scappa da ridere. I tentativi di lavaggio del cervello ad opera dei soldatini della libera circolazione proseguono. Ben lo dimostra l’enfasi mediatica data all’ultimo studio dell’USI secondo cui tra il 2014 ed il 2016 i frontalieri sarebbero cresciuti meno rispetto ai posti di lavoro creati in Ticino. Questa affermazione viene utilizzata per accreditare la solite tesi: ovvero che con le frontiere spalancate l’è “tüt a posct”, che la libera circolazione è una figata pazzesca, che immigrazione uguale ricchezza, che sostituzione e dumping salariale sono tutte balle della Lega populista e razzista, eccetera. Insomma, i soliti “fatti alternativi” con cui si tenta di convincere i ticinesotti (chiusi e gretti) che la loro esperienza quotidiana in materia di frontalierato è frutto di allucinazioni collettive. “Solo una percezione” come direbbe il buon Rico Maggi dell’IRE. IRE che, guarda caso, è parte dell’USI.

La tesi si smonta da sola

Ovviamente i soldatini della libera circolazione delle persone puntano sui titoli ad effetto. Del tipo: “Altro che frontalieri: nuovi impieghi per lo più a residenti” o “Nuovi impieghi, residenti in testa”.

Ma cosa dice lo studio USI? Dice che in questo sempre meno ridente Cantone da fine 2014 a fine 2016 i posti di lavoro sono nel complesso aumentati del 5.8% mentre i frontalieri solo (?) del 2%. Lo studio stesso però precisa: “è probabile che questo andamento sia dovuto all’incremento dei posti a tempo parziale così come pure a decisioni individuali dei frontalieri di trasferire il domicilio in Ticino”. Ciò che già basta a smontare i titoli ad effetto appena citati: ma ovviamente chi produce tali titoli punta poi sul fatto che i lettore si fermi a quelli e non vada a leggere il resto.

Sottoccupazione

Perché se l’obiettivo era di far credere che l’invasione da sud starebbe rallentando, che la situazione sarebbe insomma sotto controllo e quindi – perché è lì che si vuole andare a parare – la libera circolazione delle persone deve andare avanti ad oltranza e non ci deve essere alcuna “Swissexit”, tale obbiettivo è ampiamente mancato.

Infatti il numero dei frontalieri ha conosciuto una nuova impennata: l’Ufficio federale di statistica ha annunciato che i frontalieri a fine marzo 2017 in Ticino erano 65mila, circa 2000 in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. In contemporanea, il numero delle persone in assistenza è aumentato di 1000 unità.

C’è poi il dato sulla sottoccupazione, che è raddoppiata in un decennio. Il che ha, ovviamente, una relazione diretta con il lavoro a tempo parziale. Per molti residenti lavorare a tempo ridotto non è una scelta, lo fanno perché non hanno trovato altro. E non hanno trovato altro perché il mercato del lavoro ticinese è saturato da “targhe azzurre”.

Confermato il soppiantamento

Lo studio USI contiene anche un’altra constatazione interessante. Infatti riconosce  che la libera circolazione delle persone ha messo “in concorrenza i lavoratori indigeni con lavoratori frontalieri (meno pagati, ma spesso altrettanto qualificati) anche nei settori precedentemente considerati protetti”. Ohibò, quindi il soppiantamento esiste! Non che ciò equivalga a chissà quale scoperta, visto che se ne è accorto anche il Gigi di Viganello. Tuttavia, dal momento che l’IRE – come detto istituto dell’USI – sostiene invece che sono tutte balle populiste, ben venga che si rimetta il campanile al centro del villaggio.

Ecco, questa avrebbe dovuto semmai essere la notizia da mettere nel titolo. Ossia che anche l’USI si accorge che il soppiantamento di lavoratori residenti con frontalieri è una realtà. Non certo la storiella dei residenti in testa nei nuovi impieghi. Che si smonta da sola. Non soltanto per la questione dei tempi parziali, ma anche perché un certo numero di frontalieri sceglie di trasferirsi in Ticino e diventa così “residente”. Senza considerare poi i permessi B farlocchi,  ossia rilasciati a persone che in realtà vivono oltreconfine. Prassi, questa, particolarmente in voga sulla piazza finanziaria per far credere che la percentuale di addetti frontalieri sia minima. A ciò vanno ancora aggiunti i frontalieri in nero, che evidentemente non figurano in nessuna statistica.

Visto poi che la crisi economica del Belpaese prosegue, è evidente che la pressione sul mercato del lavoro ticinese continuerà ad aumentare.

Le grandi cifre

Ma forse bastano tre cifre per smontare il tentativo di utilizzo dell’ultimo studio dell’USI per puntellare la sempre più traballante tesi del “con la libera circolazione l’è tüt a posct”.

I soldatini delle frontiere spalancate si arrampicano sui vetri delle percentuali infinitesimali dimenticando che:

  • In Ticino i frontalieri sono quasi il 30% dei lavoratori
  • La media svizzera è del 6%
  • Quella della regione lemanica è del 12.3%.

Cos’altro serve per rendersi conto che la libera circolazione deve saltare?

Lorenzo Quadri

Losone: il centro asilanti resterà!

Come volevasi dimostrare, la kompagna Simonetta ha preso i cittadini per il lato B

Come volevasi dimostrare! La ministra del “devono entrare tutti”, kompagna Simonetta Sommaruga, sta di nuovo buggerando i ticinesi. Ed, evidentemente, ha mentito fin dall’inizio.

Il tema è il centro per finti asilanti con lo smartphone che la Confederella ha insediato in quel di Losone, nell’ex caserma. La kompagna Sommaruga ed i suoi subito-sotto avevano giurato e spergiurato che il centro di Losone sarebbe rimasto in esercizio solo per tre anni (del resto tale è il tempo massimo concesso dalla legge); quindi che avrebbe chiuso i battenti nell’ottobre 2017.

Si ricorderà che, sul rispetto di tale promessa, da queste colonne avevamo sollevato più di un dubbio. In tre anni, scrivevamo, di sicuro il disastro del caos asilo non sarà risolto. Sicché la ministra del “devono entrare tutti”, se riuscirà ad insediare il centro asilanti a Losone, troverà poi la scusa per tenerlo aperto ad oltranza. Alla faccia delle promesse e dei termini di legge.

Non ci voleva il Mago Otelma

E, ma tu guarda i casi della vita, proprio questo accadrà. Non che ci volesse il Mago Otelma per formulare una simile previsione. Ma adesso è ufficiale. Infatti la notizia – che in prima battuta era stata pubblicata dal Guastafeste sul suo sito come indiscrezione – ha trovato conferma nella risposta  che il Consiglio federale ha appena dato ad un’interpellanza della Consigliera nazionale leghista Roberta Pantani. Il governo infatti ammette (del resto non poteva negare sfacciatamente l’evidenza…)  di aver contattato il Comune  di Losone ed il Cantone in vista di un prolungo dell’utilizzo dell’ex caserma come centro asilanti. Infatti la nuova maxistruttura di Balerna potrebbe essere pronta solo dal 2022; e fino ad allora serve una soluzione transitoria. Il CF si affretta poi a sottolineare che un prolungo sarà possibile solo con l’accordo del Comune e del Cantone e blablabla. Certo, come no: e a chi si pensa di darla a bere questa ennesima fanfaluca?

Il soliti sistema

Il modus operandi è sempre il medesimo: stupisce davvero che ci sia ancora qualcuno pronto a farsi infinocchiare!

Prima si garantisce che il centro asilanti chiuderà entro una precisa data. Poi si ammette che in effetti, date le contingenze (naturalmente “imprevedibili”; come no!) si sta valutando una proroga, ma che questa sarà possibile solo con il consenso di tutti gli attori coinvolti e avanti con le fregnacce. E alla fine si trova una scusa – presunte “emergenze”, rapporto costi-benefici, eccetera – per mantenere il centro asilanti aperto anche contro la volontà del Comune e del Cantone. Naturalmente per un altro periodo “transitorio” ben definito. Che però, con l’avvicinarsi della scadenza, diventerà sempre meno definito. E la commedia ricomincerà. Il solito vecchio trucchetto del provvisorio-permanente! Che a maggior ragione verrà applicato nel caso concreto. Infatti:

  • Che nel 2022 il nuovo maxicentro di Balerna sarà pronto, è ancora tutto da vedere; e
  • La ministra del “devono entrare tutti” non ha alcuna intenzione di adottare una politica d’asilo più restrittiva, e questo alla faccia della volontà popolare. Quindi il numero di migranti economici presenti in Svizzera continuerà ad aumentare.

Sicché, i losonesi si rassegnino. La kompagna Simonetta li ha presi per i fondelli. I centri asilanti sono come le nuove tasse: una volta che ci sono, non le leva più nessuno.

Riformare Dublino?

Tanto più che il Consiglio federale, rispondendo ad un altro atto parlamentare, ha dichiarato che gli accordi di Dublino sono da “riformare”. Capita l’antifona? I trattati internazionali che permettono di respingere dei finti rifugiati vanno “riformati”. Perché “devono entrare tutti”. Quelli che spalancano le frontiere – vedi i fallimentari accordi di Schengen – sono invece intoccabili e vanno applicati alla lettera! Ma stiamo scherzando? Altro che “riformare” gli accordi di Dublino. Usciamo SUBITO da Schengen!

Lorenzo Quadri