La presa per il lato B continua

Il Belpaese esige sempre di più dagli svizzerotti; ma quando si tratta di dare…

 

Ma guarda un po’! Ecco che la Guardia di Finanza italica torna all’attacco e pretende dagli svizzerotti informazioni sui titolari di 10mila conti presso il Credit Suisse,  per presunta evasione fiscale. Non ci vuole molta fantasia per immaginare che da parte elvetica “si” scatterà sull’attenti, mettendosi subito al servizio del padrone tricolore.

Eh già: i vicini a sud hanno ottenuto, senza alcuna contropartita, lo smantellamento del segreto bancario grazie all’ex ministra del 5% Widmer Schlumpf. Adesso possono imperversare.

E quando è il turno degli italiani di fare la propria parte nei confronti della Svizzera? Lì la musica cambia; e in modo radicale. Gli svizzerotti vengono blanditi con salamelecchi e ringraziamenti, ma al momento in cui occorre venire al dunque e sottoscrivere degli impegni… zac! Infinocchiati! Per l’Italia, trattare con dei partner così gnucchi come i bernesi che vanno a Roma a parlare in inglese, dev’essere una vera goduria!

Non si avanza di un millimetro

I temi  sul tappeto li conosciamo. Sono sempre i soliti. E non avanzano di un millimetro: accesso al mercato italiano degli operatori finanziari svizzeri (doveroso, vista la calata di braghe sul segreto bancario), fiscalità dei frontalieri, trenini, depuratori, Alptransit, eccetera. Il bello è che, malgrado i politicanti nostrani i mezzi per richiamare all’ordine il Belpaese li avrebbero – ad esempio il blocco dei ristorni, o la disdetta unilaterale della Convenzione del 1974 sulla fiscalità dei frontalieri – non si sognano di usarli. Non sia mai! I vicini a Sud andrebbero immediatamente a frignare a Bruxelles. E solo all’idea di venire ripresi dai loro padroni UE, i nostri “governanti” vengono colti da gravissimi disordini intestinali. Non solo: in Ticino il triciclo PLR-PPD-P$ in Consiglio di Stato, invece di bloccare i ristorni, è riuscito a calare le braghe sul casellario giudiziale. Per togliere “l’ultimo ostacolo” (sic) alla firma del nuovo accordo fiscale sui frontalieri da parte dell’Italia. Una firma che, ormai l’ha capito anche il Gigi di Viganello, non arriverà mai. Ma evidentemente a qualcuno va bene così!

Regio inutile

L’andazzo di cui sopra viene confermato integralmente dall’ultimo incontro della Regio Insubrica, tenutosi venerdì. Il resoconto, così come pubblicato sui media, è a dir poco desolante. Ci si scambia informazioni, si sottolinea l’importanza dei buoni uffici, si “ricorda formalmente che”, e via cianciando. Solo aria ai denti!

Essendo manifesto che le Regioni nel Belpaese contano meno del due di picche, ed essendo altrettanto manifesto che chi invece, a Roma, ha facoltà di decidere sulle questioni italo-svizzere, ci prende per il lato B, la domanda è: per quale motivo bisognerebbe continuare a perdere tempo con la Regio Insubrica, visto che ciò non porta a nulla? La Regio è solo uno dei tanti pretesti per “condir via” gli svizzerotti. Serve a simulare una volontà di collaborazione che invece da parte italiana non esiste. Ma tanto il partner rossocrociato ci casca tutte le volte. E allora, perché cambiare una tattica che ha sempre dimostrato di funzionare?

Lorenzo Quadri

 

Caos asilo: l’Italia ci frega di nuovo?

L’ipotesi del  nuovo centro asilanti a Cavallasca, ossia a poche centinaia di metri dal confine di Chiasso-Pedrinate, torna a fare capolino! Ne dà notizia il GdP di venerdì. E’ ovvio che l’ipotesi di piazzare a Cavallasca una nuova struttura per finti rifugiati avrebbe conseguenze deleterie per Chiasso.

Ohibò: ci pare di ricordare che appena qualche giorno fa il ministro degli esteri italico, Angelino Alfano, si profondesse in viscidi ringraziamenti al suo omologo elvetico, l’euroturbo liblab Didier Burkhaltèèèr, per la collaborazione della Svizzera nella gestione del caos asilo. In effetti, gli svizzerotti  sono gli unici a contribuire nel togliere le castagne migratorie dal fuoco alla vicina Penisola. I vicini UE, invece, se ne impipano alla grande.

Sicché Alfano (da non confondere con Albano) a parole slinguazza Burkhaltèèèr e la Svizzera. Nel concreto, invece, le cose vanno un po’ diversamente. Nei giorni scorsi infatti il Belpaese ha prospettato/minacciato di mettersi a distribuire visti Schengen ai finti rifugiati, così da autorizzarli a circolare liberamente nello spazio Schengen. Che purtroppo comprende anche la Svizzera. Anzi, se lo scellerato proposito dei vicini a sud venisse attuato, il Ticino sarebbe il primo a venire preso d’assalto! A questo si aggiunge ora il nuovo centro asilanti di Cavallasca.

Morale: ancora una volta, dietro i ringraziamenti ed i salamelecchi italici si nasconde la fregatura. Ma gli svizzerotti fessi si fanno sempre irretire. Un motivo in più per ripristinare i controlli sistematici sul confine con il Belpaese, far saltare Schengen ed avvicinarsi ai paesi del gruppo Visegrad. I quali hanno appena scritto al governo italico chiedendogli di chiudere i porti. L’Austria, dal canto suo, ha annunciato l’esercito sul Brennero. Mentre noi…

Lorenzo Quadri

 

Grazie, libera circolazione! Stipendi da fame nel terziario

Impiegati di commercio sempre più sottopagati: ma non erano “solo percezioni”?

 

Ma come, non erano solo “percezioni”? Sostituzione di residenti con frontalieri e dumping salariale non erano tutte balle della Lega populista e razzista? Gli scienziati della SECO non ci hanno appena detto che in Svizzera arriva solo la manodopera altamente qualificata che qui non si trova? Eh già: i 65mila frontalieri attivi in questo sfigatissimo Cantone, di cui 40mila nel terziario, sono tutti profili altamente formati (scienziati nucleari?) che tra noi poveri analfabeti non esistono!

Inoltre, qualcosa non torna. Risulta infatti che le università elvetiche siano tra le migliori al mondo. Però, chissà come mai, i profili “altamente qualificati” bisogna continuare ad importarli dall’estero. Ohibò. I cittadini UE che arrivano con la devastante libera circolazione delle persone sarebbero tutti più qualificati degli svizzerotti? Oppure sono più qualificati solo nell’utilizzo creativo della lapa, ovvero quando si tratta di vendere fumo per autopromuoversi?

Le bufale

La bufala del “personale altamente qualificato che non si trova in Svizzera” appare nelle sue immani proporzioni soprattutto in Ticino. Speriamo infatti che nessuno ci venga a dire, a giustificazione dell’esplosione del numero dei frontalieri nel terziario, che tutte le migliori intelligenze d’Europa si trovano concentrate nell’area di Como e Varese; perché gli ridiamo in faccia.

Del resto, ma tu guarda i casi della vita, le fregnacce della SECO su sostituzione e dumping salariale vengono smentite da uno studio della Divisione dell’economia pubblica del Canton Zurigo, pubblicato alcuni mesi fa e prontamente messo in dimenticatoio dall’élite spalancatrice di frontiere. Dal documento emerge che solo uno su sei dei frontalieri attivi in Ticino lavora in un ambito dove c’è effettiva carenza di manodopera locale. La logica conseguenza è che 5 frontalieri su 6 non colmano alcuna “lacuna” ma semplicemente si sostituiscono ai lavoratori residenti. Si chiama “soppiantamento”; ma va da sé che per gli scienziati della SECO il fenomeno non esiste. E non esiste nemmeno per i luminari dell’IRE, l’Istituto ricerche economiche diretto dal buon Rico Maggi, quello che fa svolgere gli studi sul frontalierato a ricercatori frontalieri. Sostituzione? Dumping salariale? Sono solo “percezioni”!

Quasi il 30%…

Probabilmente, secondo i sopra citati galoppini della libera circolazione, anche quanto pubblicato venerdì sul Giornale del Popolo a proposito degli impiegati di commercio sottopagati “è solo una percezione”.

Risulta infatti che il 15.8% delle assunzioni di impiegati di commercio effettuate in Ticino negli ultimi due anni sia avvenuta con salari al di sotto del minimo di riferimento. Tra i frontalieri, quelli assunti con paghe troppo basse negli anni di disgrazia 2015 e 2016 sarebbero addirittura il 28.9% del totale. Ovvero quasi un terzo. Naturalmente queste sono le cifre ufficiali. Manca il nero. Ossia i contratti con assunzione e stipendio a metà tempo, ma lavoro effettivo al 100%. Ennesima prassi, sempre più diffusa alle nostre latitudini, importata da Oltreramina (perché “bisogna aprirsi”).

E’ quindi evidente che i frontalieri vengono assunti – magari da datori di lavoro connazionali – non certo per “le competenze che non si trovano tra i residenti” ma semplicemente per pagarli meno. Di conseguenza, anche i ticinesi che vogliono lavorare si devono adeguare, altrimenti restano a piedi. Più chiaro di così. Altro che “percezioni”, altro che le statistiche farlocche per negare l’evidenza e per far credere agli svizzerotti che la libera circolazione delle persone è una figata pazzesca, mentre i disastri che provoca sono solo balle populiste e razziste!

Annuncio scandaloso

Ed intanto, sempre per la serie “il dumping salariale è solo una percezione”, nei giorni scorsi è apparso un annuncio di ricerca di lavoro pubblicato da una ditta con sede a Massagno. L’azienda cerca per il suo “settore commerciale internazionale”  un impiegato a tempo pieno, con ottima conoscenza dell’inglese, ad una paga lorda annua (!) che va dai 23mila ai 35mila Fr. Ovvero, se suddividiamo in dodici mensilità (parlare di tredicesime con tali cifre sarebbe una vera e propria presa per i fondelli) otteniamo uno stipendio mensile lordo compreso tra i 1900 ed i 2700 Fr al mese. Bene, scienziati della SECO e dell’IRE: visto che il dumping salariale secondo voi non esiste, questi stipendi come vogliamo definirli?

Intanto nel settore privato il divario salariale tra il Ticino ed il resto della Svizzera continua a crescere. Ma naturalmente la libera circolazione delle persone e conseguente invasione da sud non c’entra nulla, vero?

L’importante, per gli spalancatori di frontiere ed i loro galoppini “scientifici” – finanziati dal contribuente – è negare l’evidenza per reggere la coda alla libera circolazione.

Lorenzo Quadri

Avanti con le misure per ridurre il numero di frontalieri

Incredibile! Gli spalancatori di frontiere scoprono l’ inquinamento d’importazione

 

Preferenza indigena uguale meno frontalieri uguale meno auto occupate da una sola persona sulle nostre strade e quindi meno inquinamento: più facile di così…

E  poi, ecotassa per targhe azzurre; e se oltreconfine i politicanti in fregola di visibilità strillano alla “discriminazione”, chissenefrega.

Di certo, comunque, non si introdurranno trasporti pubblici gratuiti (ossia, pagati dal solito sfigato contribuente ticinese) per i frontalieri.

“Lo smog non si ferma in dogana”. A dirlo è forse un becero leghista, populista e razzista? No: le parole sono del compagno prof dr Franco Cavalli, già capogruppo P$$ alle Camere federali. Cavalli si è espresso commentando uno studio comasco, pubblicato sull’International Journal of Cardiology, che ha messo in evidenza una possibile correlazione tra aria inquinata ed infarti e ictus.

Il compagno prof dr  ha pure riconosciuto (ci sarebbe mancato altro…) che il “traffico transfrontaliero fa parte del problema” e quindi “occorre prendere delle misure coraggiose”. E porta anche un esempio di misura: offrire sempre i trasporti pubblici gratuiti ai frontalieri che rinunciano ad usare l’auto (sic!).

Fenomeno non marginale

Fa piacere che anche a $inistra finalmente ci si renda conto che la devastante libera circolazione delle persone, fortemente voluta e difesa dai kompagni, ha effetti altamente nocivi anche sulla qualità dell’aria. Non ci voleva un premio Nobel per accorgersene. Ma visto che il motto degli spalancatori di frontiere è “negare anche l’evidenza pur di fare il lavaggio del cervello ai ticinesotti chiusi e gretti”, l’ammissione è già un passo avanti.

Ecco quindi che il bilancio della libera circolazione si appesantisce: non solo mercato del lavoro devastato dall’invasione da sud; non solo criminalità d’importazione; non solo esplosione della spesa sociale; non solo collasso delle infrastrutture, in primis viarie (ed in Ticino lo vediamo quotidianamente, con strade ed autostrade perennemente infesciate di targhe azzurre; mentre gli automobilisti locali vengono messi in croce a suon di PVP); ma anche inquinamento dell’aria.

E il fenomeno non è certo marginale: del resto, con 65mila frontalieri che (quasi tutti) entrano in Ticino uno per macchina, l’impatto ambientale non può che essere assai pesante. O forse qualche spalancatore di frontiere ci vuole venire a raccontare che dal tubo di scappamento delle automobili dei frontalieri esce vapore acqueo? O che sono tutti veicoli elettrici? O che funzionano a pedali?

Interventi mirati

Visto che finalmente anche a $inistra c’è chi comincia a rendersi conto che il frontalierato fuori controllo è deleterio anche dal punto di vista ambientale, allora i kompagni concorderanno sulla necessità di intervenire. Quindi: applicare la preferenza indigena votata dal 60% dei ticinesi, senza se né ma, così da diminuire il numero di frontalieri, e dunque anche quello delle loro automobili.

Poi, introdurre un’ecotassa per i frontalieri, di modo da “incoraggiarli” ad usare mezzi di trasporto pubblici o a condividere l’auto. E se i politicanti d’oltreramina in  perenne fregola di visibilità starnazzano alla “discriminazione” (vedi la “shitstorm” ( = tempesta di cacca) scatenata contro la Svizzera per i famosi tre valichi secondari chiusi di notte), chissenefrega. Se la Lara Comi di turno va a frignare a Bruxelles tramite atto parlamentare scritto dalla mamma, chissenefrega. Visto che il problema ambientale del Ticino è in gran parte imputabile al frontalierato, ci vogliono misure mirate sul frontalierato. E non certo provvedimenti che colpiscano solo (o prevalentemente) l’automobilista ticinese: perché è questo che in realtà bramano i ro$$overdi.

Trasporti gratuiti?

Quanto ai trasporti pubblici gratuiti per i frontalieri ipotizzati dal compagno prof dr Cavalli: è chiaro che non se ne parla nemmeno.

“Gratuito” significa infatti “pagato dal (solito sfigato) contribuente ticinese”. Sicché, ci mancherebbe che chi soppianta i residenti sul mercato del lavoro venisse pure premiato con le trasferte gratis, mentre i ticinesotti si pagano sia le loro che quelle dei frontalieri. Rispettivamente, ci mancherebbe che chi assume frontalieri a scapito dei residenti – magari trattasi di datore di lavoro italico che sfrutta il territorio ed assume solo suoi connazionali per pagarli meno – si vedesse recapitare i dipendenti stranieri sul posto di lavoro, con il conto dell’operazione a carico del (solito sfigato) contribuente.

Lorenzo Quadri

 

 

Nuova scandalosa marchetta della $inistra agli stranieri

Il deputato P$$ Wermuth: “albanese e serbo croato nuove lingue nazionali”. E l’arabo no?

 

Consiglio al buon Wermut: prima di inventarti nuove lingue nazionali farlocche, comincia ad imparare quelle attuali, visto che non le sai

E ti pareva! A $inistra sbroccano di nuovo. Naturalmente il mantra è sempre lo stesso: ovvero frontiere spalancate e multikulti.

A regalare l’ennesima scempiaggine, naturalmente poi ampliata dai portali online  che visto il periodo estivo e il conseguente manco di notizie non sanno più cosa inventarsi per aumentare i click (più visualizzazioni uguale miglior posizionamento sul mercato pubblicitario), è ancora una volta tale consigliere nazionale P$$ Cedric Wermuth, simpatico come un cactus nelle mutande.

Costui, ex presidente della Gioventù Socialista (GISO: è quella che organizza le marce-flop contro le guardie di confine, quindi contro dei lavoratori, ed a sostegno degli immigrati clandestini e di conseguenza dei passatori e dell’Isis) già la scorsa settimana se ne era uscito a blaterare di introduzione in Svizzera del cosiddetto “ius soli”. Traduzione: chi nasce in nel nostro paese ottiene automaticamente la cittadinanza elvetica.

L’obiettivo che i kompagnuzzi perseguono con questa proposta è evidente: naturalizzare a tutto spiano ed in massa persone non integrate, che magari odiano e disprezzano la Svizzera e gli svizzeri (ma certamente non le prestazioni sociali pagate dal contribuente; quelle, invece, “piacciono” eccome). Intento partitico: tamponare l’emorragia di elettori P$$ con neo-svizzeri non integrati, così da poter portare avanti un programma politico che è contro la Svizzera e gli Svizzeri. Perché ormai la sigla PSS questo sta a significare: Partito contro la Svizzera e contro gli Svizzeri.

Nuove lingue nazionali

L’ultima sbroccata rossa  è dunque la seguente: il citato Wermuth dichiara che bisogna rendere lingue nazionali anche l’albanese ed il serbo-croato.

E’ evidente che non si tratta solo di una opinione personale del  Cedric, che conta come il due di briscola, ma  di una posizione condivisa all’interno del partito nazionale. Il quale infatti, ma tu guarda i casi della vita, ben si guarda dal distanziarsene ufficialmente.

A parte che una simile esternazione denota una clamorosa ignoranza della storia del nostro paese – ma è notorio che i kompagni se ne fregano della Svizzera, non per nulla in Ticino sono istericamente contrari all’insegnamento della civica – i conti non tornano. Wermuth, perché solo l’albanese ed il serbo croato? E l’arabo dove lo lasci? Ed il tigrino, ovvero la lingua dei finti rifugiati eritrei che voi kompagnuzzi volete “fare entrare tutti”? Non sarà che la gauche-caviar discrimina, vero?

Oltretutto, con questa ennesima marchetta agli stranieri, non gli si rende nemmeno un gran servizio, poiché sembra che la rivendicazione delle nuove lingue nazionali venga da loro.

La linea

Le sbroccate del deputatucolo Wermuth, malgrado come detto il peso politico di costui sia paragonabile a quello della sua collega Addolorata Marra di Botrugno (Puglia), ovvero tendente a zero, ben illustrano quali siano i programmi della $inistruccia rossocrociata; quella che se ne frega degli svizzeri e si preoccupa solo degli stranieri, a cominciare dai finti rifugiati. Visto poi che Wermuth è relativamente giovane, è verosimile immaginare che l’evoluzione, o piuttosto l’involuzione, del partito andrà nella direzione da lui indicata.

In sintesi

Ecco dunque riassunti i punti salienti del programma della $inistra (anti)svizzera:

– naturalizzare tutti;
– albanese e serbo croato, e magari prossimamente anche l’arabo, come nuove lingue nazionali;

– islam religione ufficiale;

– accogliere e mantenere tutti i finti rifugiati con lo smartphone (vedi marcia-flop dello scorso sabato);

– aumentare le tasse per finanziare l’accoglienza a tutti i migranti economici, e di conseguenza l’industria sociale ro$$a che vi ruota attorno;

– adesione e sottomissione integrale all’UE (Svizzera colonia di Bruxelles);
– nessuna espulsione di criminali d’importazione: ci teniamo in casa tutti i delinquenti stranieri, jihadisti compresi;

– in nome del multikulti, introduzione in Svizzera di leggi speciali per i musulmani.

Il mistero

Il mistero è come sia possibile che qualcuno voti ancora un partito con idee del genere. Che può piacere solo ai neo-svizzeri non integrati. Ecco perché i compagni vogliono naturalizzare tutti: in caso contrario, la cabina telefonica come sala per le riunioni plenarie diventa addirittura troppo spaziosa.

Ci sono paesi in cui nascono dei partiti islamisti. Da noi non serve: c’è già il P$$.

PS: suggerimento al “buon” Wermuth: invece di inventarti nuove lingue nazionali farlocche, comincia ad imparare quelle attuali, visto che non le sai.

 

Lorenzo Quadri

Slinguazzata alla francese! Servilismo anche con Macron

“Naturalmente” la Doris non poteva fare a meno di magnificare la libera circolazione

 

E ti pareva se l’incontro della presidente di turno della Confederella, l’uregiatta Doris Leuthard (quella che appoggia gli smantellamenti di uffici postali) con il presidente francese Macron, non si traduceva nell’ennesima genuflessione elvetica al padrone straniero e all’UE. “Se la Francia sta bene, anche la Svizzera sta bene”, ha declamato la Doris. Come dire: dipendiamo in tutto e per tutto da voi!

Brava, proprio un bell’esordio! Evidentemente a Berna non si sono ancora accorti che i paesi a noi confinanti, e l’UE in generale, non sono amiconi con cui andare a fare partite a bocce, bensì avversari.  I quali (diversamente dalla Svizzera) perseguono i propri interessi. E all’occorrenza non esitano ad approfittarsi degli svizzerotti.

Buona collaborazione?

In effetti il presidente francese Macron ha sottolineato come esempio di “buona collaborazione” i “progressi compiuti in materia di scambio di informazioni fiscali”. Una clamorosa presa per i fondelli. Altro che “collaborazione”. I paesi  a noi confinanti hanno lanciato, per i propri interessi di bottega, un vero assalto alla diligenza della piazza finanziaria svizzera. La catastrofica ex ministra del 5% Widmer Schlumpf, messa in Consiglio federale dal P$$ e dal PPD,  ha calato le braghe. Capitolazione immediata e, va da sé, senza condizioni. Questa il buon Macron ha  il coraggio di chiamarla “collaborazione”? E alla Doris va bene così?

Ricordiamo che il risultato dell’operazione è stato il seguente: perdita di migliaia e migliaia di posti di lavoro in tutta la Svizzera. Ticino in prima linea.  I paesi a noi confinanti se la ridono a bocca larga. Naturalmente sulla piazza finanziaria ticinese si licenzia a go-go nella totale indifferenza dei $indakati rossi. Ciò che stride con la cagnara autopromozionale accompagnata da baracconata in stile italico messa in atto per i 34 posti della navigazione a Locarno quando il salvataggio degli impieghi era già cosa fatta.

Esempio che non segue nessuno

Slinguazzata alla francese anche materia di caos asilo, con Marcon che “accoglie favorevolmente il ruolo della Svizzera nelle recenti crisi migratorie internazionali”. Eh già: la Svizzera aderisce,  senza avere alcun obbligo in questo senso, ai piani di ricollocamento di finti rifugiati dell’UE. La Confederazione si prende in casa migranti economici che spetterebbero al Belpaese. Macron “applaude”. Però si guarda bene dal seguire l’esempio. Infatti, alle richieste dell’Italia di sostenerla nella gestione del caos asilo, la Francia ha sempre risposto con un cippelimerli. Immigrati vostri? Ve li smazzate voi! Per i passatori (compresi quelli che invocano motivi sedicenti umanitari) la Giustizia francese propone pene severe: svariati mesi di detenzione. Altro che aliquote sospese condizionalmente, come i nostri buonisti-coglionisti. Quando poi la vicina Repubblica ha chiesto per favore ai vicini “gallici” di far attraccare qualche barcone nel porto di Marsiglia, perché in Sicilia non ce la fanno più a gestirli, in risposta è giunto un immediato e perentorio Njet, con tanto di pernacchie.

Gli unici a correre in soccorso del Belpaese (grazie alla ministra del “devono entrare tutti” kompagna Simonetta Sommaruga) sono gli svizzerotti. “Dobbiamo dare l’esempio”, moraleggia la Simonetta. Peccato che si tratti di un esempio assolutamente inutile. Nell’UE infatti nessuno si sogna di seguirlo, sull’onda del noto slogan: “non siamo mica scemi”.  Intanto, come abbiamo sentito la scorsa settimana dalle dichiarazioni del ministro degli esteri Alfano (da non confondere con Albano) l’Italia esprime la propria gratitudine al nostro paese per gli aiuti ricevuti nella gestione dei finti rifugiati. Questi untuosi salamelecchi non impediscono però ai politicanti d’oltreconfine di fregarci davanti e di dietro non appena se ne presenta l’occasione. E anche di scatenarci addosso delle vere e proprie shitstorm ( = tempeste di cacca) quando fa comodo per motivi elettorali e di visibilità. Ricordiamo che il Ministero degli Esteri italiano diretto proprio dal buon Alfano che adulava Burkhaltèèèr è lo stesso che ha convocato d’urgenza l’ambasciatore svizzero per i famosi tre valichi secondari chiusi di notte.

“Forte pilastro”?

La retorica della Doris all’incontro con Macron ha però raggiunto il clou con la seguente affermazione: “La libera circolazione delle persone  resta un forte pilastro della Svizzera”. Immonda fregnaccia che si iscrive nell’operazione di continuo lavaggio del cervello ai cittadini pro-frontiere spalancate.

Altro che “pilastro della Svizzera”. La libera circolazione sta distruggendo la Svizzera. Come sappiamo, è in gestazione  l’iniziativa popolare per rescinderla. Questa prospettiva evidentemente sta facendo diventar fredda la camicia alle élite spalancatrici di frontiere, malgrado le alte temperature. Sicché la Doris se ne esce con il solito mantra: “libera circolazione pilastro della Svizzera! Invadeteci pure!”. Vedremo ancora per quanto, cara Doris…

Lorenzo Quadri

 

Ma la $inistra pretende le naturalizzazioni di massa!

Gli esperti confermano: molti stranieri nati in Svizzera non sono affatto integrati

 

Come se l’immigrazione incontrollata ed il fallimentare multikulti non avessero già fatto abbastanza disastri, la gauche-caviar vorrebbe introdurre pure lo “ius soli”. Ma col piffero!

 

Si può vivere in Svizzera, anche da molto tempo, senza essere minimamente integrati. Gli esempi a questo proposito si sprecano. Il padre 48enne di origine turca, residente a Basilea città, condannato per aver costretto entrambe le figlie a matrimoni forzati,  abitava nel nostro Paese da trent’anni.  I due studenti che non davano la mano alla docente perché donna, erano addirittura in predicato di diventare cittadini elvetici.

Grazie al fallimentare multikulti, è senz’altro possibile per un immigrato proveniente da “altre culture” risiedere in Svizzera per anni ed anni ma continuare a vivere secondo le regole e la mentalità del suo paese d’origine. Per questi migranti che rifiutano di integrarsi, la Svizzera è solo una mucca da mungere. Nei suoi confronti non sentono alcun legame. Sono da noi solo perché gli conviene. Magari nei confronti del nostro paese e dei suoi abitanti nutrono disprezzo ed avversione.

Altro che “razzisti”!

Alla faccia delle fregnacce dei moralisti a senso unico che istericamente strillano alla Svizzera “chiusa e xenofoba” contrapponendola ai paesi scandinavi “aperti e progressisti”, solo pochi giorni fa è stata pubblicata la classifica dei migliori Stati al mondo dove immigrare. Ne emerge, ma tu guarda i casi della vita, che la Svezia è sì al primo posto, seguita dal Canada. Ma poi arrivano, in quest’ordine, Svizzera, Australia e Germania. Ennesima conferma che gli spalancatori di frontiere che cercano di ricattarci e di criminalizzarci  blaterando accuse di chiusura e xenofobia, possono venire tranquillamente mandati a Baggio a suonare l’organo.

Un paese attrattivo per gli immigrati lo è anche per quelli che non si sognano di integrarsi. E la mancata integrazione causata dal fallimentare multikulti comincia ora a presentarci il conto. In Europa i jihadisti sono spesso e volentieri giovani di cosiddetta terza generazione. Ossia, proprio quelle persone che in Svizzera da qualche tempo beneficiano della naturalizzazione quasi automatica. Per questa fantastica novità possiamo ringraziare, naturalmente, la $inistra. Ma anche i pavidi partiti del cosiddetto centro che, terrorizzati dall’etichetta di razzisti e xenofobi, si fanno ricattare dagli spalancatori di frontiere, e li seguono.

Jihadisti nati in Svizzera

Di recente Paul Roullier, esperto elvetico di terrorismo a Ginevra, ha sottolineato come in Svizzera i miliziani dell’Isis sono in buona parte  persone nate nel nostro paese o che comunque ci vivono da tanti anni. In Svizzera, ha dichiarato l’esperto, si sta creando un vivaio jihadista “endogeno”. A conferma dunque che l’essere nato qui è tutt’altro che garanzia di integrazione. Quest’ultima deve infatti essere verificata caso per caso.

E cosa fanno i kompagni spalancatori di frontiere davanti questa realtà? Semplicemente, non la considerano. Sicché, non ancora contenti del regime di immigrazione incontrollata, non ancora contenti di aver reso pressoché automatica la naturalizzazione degli stranieri di cosiddetta terza generazione, adesso vorrebbero addirittura lo “ius soli”. Ossia vorrebbero che lo straniero che nasce nel nostro Paese diventasse automaticamente svizzero. Quindi svariati seguaci dell’Isis, in conseguenza di cotanta geniale pensata, acquisirebbero il passaporto rosso. Lo stesso varrebbe, senza andare a prendere esempi così estremi, per tanti immigrati non integrati.

Ecco quindi che ancora una volta la $inistra al caviale dimostra di voler ridurre il passaporto svizzero ad un pezzo di carta privo di qualsiasi valore. Un documento da regalare a chiunque senza porre alcuna condizione.  Chi lo ottiene non se lo deve meritare. Lo riceve senza far nulla.

Stop doppi passaporti

Gli islamisti che beneficerebbero di simili “naturalizzazioni di massa” chiaramente prima o poi tenteranno – con la complicità dei multikulti – di imporre in casa nostra loro regole, riprese al Corano. Il che equivarrebbe a fare tabula rasa di secoli di battaglie per la libertà e per i diritti civili.  Quindi, “ius soli” un piffero. La verifica dell’integrazione prima della concessione del passaporto rosso deve al contrario diventare ancora più approfondita. Perché adesso, per paura delle campagne d’odio della $inistra spalancatrice di frontiere, troppo spesso si naturalizza con leggerezza; “per non avere storie”.

Proprio in ragione della presenza di numerosi stranieri non integrati le naturalizzazioni devono diventare più selettive.

Ed è anche tempo che gli aspiranti cittadini svizzeri siano chiamati a scegliere: o il passaporto rossocrociato o quello del paese d’origine. Ma tutte due – per poter estrarre il documento più conveniente a seconda della circostanza – no. Chi invece davvero non se la sente di abbandonare il passaporto originario, evidentemente non è pronto per diventare svizzero.

Lorenzo Quadri

Gli “haters” si combattono a 360 gradi, sennò è ipocrisia

Segnalazione al ministero pubblico di commenti sul decesso di una giovane eritrea

Che i “social” siano diventati degli sfogatoi dove c’è chi si lascia andare senza remore ai più bassi istinti è innegabile. Questo non vale solo per il solito facebook. Vale anche per certi blog che i portali accodano alle notizie immaginando di incrementare le visualizzazioni (più click uguale maggiore spendibilità sul mercato pubblicitario).

Di recente è partita la segnalazione al ministero pubblico, sottoscritta pare da quaranta persone, per alcuni commenti improponibili pubblicati su facebook a seguito della notizia della tragica morte di una giovane mamma eritrea “caduta” dal balcone a Bellinzona.

Intenti poco lineari

Se gli scritti hanno rilevanza penale è giusto che intervenga il ministero pubblico: è il suo lavoro.

Assai meno lineari appaiono tuttavia gli intenti dei denuncianti, così come indicati nelle loro dichiarazioni. Ed ai quali, ma guarda un po’, la R$I ha dato ampio spazio già domenica scorsa. Un’amplificazione che puzza di bruciato.

Infatti tutto ruota non già attorno agli “haters” – i quali non hanno colore politico, o meglio sono equamente distribuiti in tutte le aree politiche – bensì al solito trito ritornello “xeonfobia discriminazione razzismo”. Come dire: ogni sbroccata è lecita; noi (denuncianti e dintorni) ci indigniamo solo quando ciò è funzionale al lancio di accuse di razzismo. Ed infatti i cosiddetti antirazzisti sono poi i primi a riversare insulti ed odio su chi osa pensarla diversamente da loro a proposito di immigrazione. Ma, per qualche strano motivo, le campagne d’odio della $inistra non turbano alcun benpensante.

Si tenta l’autocensura

Inoltre e soprattutto: “Avevamo il desiderio di dare un messaggio forte non solo agli autori dei commenti, ma anche ai politici che devono abbassare i toni, altrimenti tutti si sentono legittimati a dire qualsiasi cosa”. Così argomentano gli anonimi (sic!) denuncianti. Questa motivazione fa acqua da tutte le parti. Ma ben chiarisce sia la provenienza della denuncia – ambienti spalancatori di frontiere multikulti – che  la sua finalità: criminalizzare non solo le esternazioni che costituiscono effettivamente reato, e che quindi vanno giustamente sanzionate, ma anche quelle affermazioni legittime (dei politici) che non piacciono alla gauche caviar. Il trucchetto è sempre il solito: si punta sul ricatto morale per imporre l’autocensura delle posizioni  contrarie alle frontiere spalancate e al multikulti. Perché certe cose scomode non si possono dire. Anzi, non si possono nemmeno pensare. Vige il regime del pensiero unico!

Chi dovrebbe “abbassare i toni”?

E’ infatti evidente che i politici che, secondo i promotori della segnalazione al Ministero pubblico, dovrebbero “abbassare i toni”, non sono mica quelli che strillano al “devono entrare tutti”, che insultano e denigrano chi ha posizioni diverse,  che manifestano contro le Guardie di confine. Nossignori. Del resto, contro gli “haters” di $inistra, i moralisti a senso unico di denuncie non si sognano di presentarne.

A dover abbassare i toni è sempre una parte sola. La solita. L’odiata “destra”.   

Tramite segnalazioni alla magistratura si vorrebbe indurre al silenzio chi (ad esempio) sottolinea che il tasso di delinquenza tra gli asilanti è un multiplo di quello dei residenti; chi rileva che i giovanotti con lo smartphone che premono ai nostri confini non sono affatto profughi bisognosi di protezione secondo la legge sull’asilo, bensì immigrati clandestini e magari pure aderenti all’islam radicale; chi fa notare che oltre l’80% degli asilanti ammessi in Svizzera è a carico dell’assistenza; chi osserva che essi ricevono, dallo Stato sociale elvetico, più di tanti anziani con la sola AVS . Eccetera eccetera.

Chi ha voluto e tollerato situazioni di questo tipo, perché “devono entrare tutti”, porta anche la responsabilità per le reazioni di rifiuto che esse provocano nella popolazione.

Responsabilità indivuale

Inoltre, anche se a $inistra ci sono un po’ di difficoltà nell’assimilare certi concetti, nel nostro paese esiste ancora la responsabilità individuale. Questo vuol dire che ciascuno – e non degli indefiniti “politici” – porta personalmente la responsabilità per i commenti che pubblica in rete.

La libertà d’espressione, cari signori e signore denuncianti, vale per tutte le posizioni. Non solo per le vostre o per quelle che piacciono a voi. E vale nei limiti posti dalla legge. Non in quelli che i moralisti a senso unico vorrebbero inventarsi a proprio vantaggio. Prendetene finalmente atto.

RSI fuori posto

Del tutto fuori posto, poi, l’intervista anonima del radiogiornale RSI ad una promotrice della denuncia. L’anonimato è stato  giustificato con motivi di sicurezza personale; neanche si trattasse di una pentita della ‘ndrangheta!

Qui qualcuno sta perdendo la bussola. Che la RSI si presti a  simili giochetti, il cui unico obiettivo è veicolare il messaggio, falso, che i ticinesi sarebbero non solo razzisti, ma pure pericolosi nei confronti di chi afferma di combattere il razzismo, è l’ennesima violazione del mandato di servizio pubblico ad opera dell’emittente di regime. Un motivo in più per votare l’iniziativa No Billag.

Care signore e signori denuncianti, combattere gli “haters” e le “affermazioni ignobili” è cosa buona e giusta. Ma va fatto a 360 gradi. Altrimenti è solo ipocrisia.

Lorenzo Quadri

Consigliere federale ticinese: quanto serve davvero?

Solo una questione di “prestigio”? No: può essere utile, ma anche un boomerang

 

Il presidente di Arealiberale Sergio Morisoli in un recente intervento “controcorrente” sostiene che il Consigliere federale ticinese in realtà serva a ben poco. Per una serie di motivi: perché a Berna comandano gli alti funzionari, perché uno contro sei non potrebbe cambiare le scelte importanti del Paese, perché da solo non potrebbe cambiare le leggi, perché non disporrebbe della bacchetta magica per risolvere i problemi. In sostanza il Consigliere federale ticinese sarebbe una questione di prestigio e di storia, ma irrilevante nella pratica.

Anche senza essere fautori – e ce ne sono fin troppi – del “va bene chiunque purché sia ticinese”, la posizione del buon Morisoli pare un po’ riduttiva.

E’ vero che…

E’ vero: un “ministro” ticinese contro sei non fa maggioranza. Ma allora allo stesso modo bisognerebbe chiedersi che senso abbia che il partito X o Y disponga di uno o addirittura due consiglieri federali. Anche in quel caso siamo ben lontani dalla maggioranza.

E’ altrettanto vero che un eventuale consigliere federale ticinese  da solo non troverebbe un lavoro ai disoccupati, non bucherebbe montagne, non sposterebbe binari, non costruirebbe muri sul confine, eccetera.

Corretta anche l’osservazione che a comandare a Berna sono i direttori dei vari “Bundesamt für…”.

Ma non per questo la presenza di un Consigliere federale ticinese è una semplice questione di prestigio e di storia.

Le condizioni

Al Ticino un Consigliere federale può essere utile concretamente. A patto che siano date certe condizioni.

E’ utile se porta nella stanza dei bottoni la situazione particolare del nostro Cantone devastato dalla libera circolazione delle persone. E’ utile se, quando arrivano i rapporti farlocchi della SECO all’insegna del “l’è tüt a posct”, del “soppiantamento e dumping salariale non esistono”, smentisce simili boiate “in presa diretta”: perché lui la realtà del territorio la conosce. E’ utile se porta in Consiglio federale la posizione anti-UE e anti-Schengen della maggior parte dei ticinesi. E’ utile se perora la causa del ritorno alla preferenza indigena. E’ utile se si attiva per evitare ulteriori smantellamenti della piazza finanziaria ticinese. E’ utile se, al tavolo governativo, chiarisce che non si può continuare a farsi menare per il lato dal B dal Belpaese. E’ utile se, nelle contese con la vicina Penisola, si schiera dalla parte del Ticino e non da quella dell’Italia.

In sostanza, un Consigliere federale ticinese serve  al Ticino se fa il lobbysta governativo della maggioranza dei ticinesi. E, se è vero che uno su sette non fa la rivoluzione, è altrettanto vero che “ogni voto conta”.

Un CF “di tutti gli svizzeri”?

Se invece l’eventuale Consigliere federale ticinese intende fare il galoppino delle élite spalancatrici di frontiere, se pensa di affossare tutto quello che la maggioranza dei ticinesi vuole e di  promuovere quello che non vuole, allora fa solo danni al nostro Cantone e dunque è meglio andare avanti senza “ministri” rossoblù.

E che nessuno se ne esca con la solita fregnaccia politicamente corretta  del  “Consigliere federale di tutti gli svizzeri”. Il Ticino ha bisogno di un consigliere federale che possa dire “suo”: non perché è un Cantone (ce ne sono di quelli che di CF non ne hanno mai avuti), non per una questione linguistica  (perché allora andrebbe bene un qualsiasi italo-parlante, anche sciaffusano) ma perché qui c’è una parte della Svizzera che si trova ad affrontare situazioni e difficoltà che non hanno paragone nel resto del paese. Ed è nell’interesse della coesione nazionale che questa parte di Svizzera, che necessita di soluzioni “su misura” perché la sua situazione è unica, non venga dimenticata o snobbata. E neppure trattata come tutte le altre.  Non serve che l’eventuale CF ticinese sia un piccolo napoleone, ma serve che abbia in chiaro la linea che deve adottare.

In conclusione:

1) Nessun candidato sostenuto dalla $inistra farà mai gli interessi del Ticino ed infatti il P$ ha già chiarito la sua posizione: Sì ad un ticinese ma solo se gioca contro al suo Cantone ed alla sua popolazione “chiusa e gretta”.

2) Se l’intenzione dell’assemblea federale è quella di eleggere un altro profilo alla Burkhaltèèèr, ossia spalancatore di frontiere e cameriere dell’UE, allora è meglio che NON si tratti di un ticinese.

Lorenzo Quadri

Il terrorismo islamico mette radici anche in Svizzera

Grazie, spalancatori di frontiere! Grazie, cricca del “devono entrare tutti”!

 

Bene (si fa per dire): come volevasi dimostrare, il terrorismo islamico diventa realtà anche in Svizzera. Nei giorni scorsi tre presunti jihadisti sono stati arrestati nel Canton Vaud. Non è stata  resa nota la nazionalità (patrizi di Corticiasca?), ma il procuratore generale vodese ha dichiarato che “potevano passare all’azione in modo relativamente rapido”. Quindi si tratta di terroristi pericolosi.

Evento “totalmente isolato”?

I tre fermi, sempre secondo il procuratore generale del Canton Vaud, sarebbero un “evento totalmente isolato” ed inoltre “dal punto di vista geografico (?) non è opportuno parlare di cellula”. Sarà anche vero che le cose stanno così, ma magari no. Anche se l’articolo pubblicato dal Corriere del Ticino sulle presunte istruzioni date dal governo tedesco a proposito della gestione dell’informazione nei casi di terrorismo si è poi dimostrato farlocco, non ci vuole una grande fantasia per immaginare che l’andazzo sia proprio quello di nascondere e di minimizzare.  Del resto la stessa cosa succede anche in altri ambiti. Infatti, anche in materia stranieri che delinquono (delinquenza comune) o che sono a carico dello Stato sociale, si fa di tutto e di più per scopare il problema sotto il tappeto. Ad esempio, evitando di indicare in modo sistematico la nazionalità di chi commette reati. E naturalmente omettendo di precisare, nel caso in cui a delinquere fossero dei cittadini elvetici, se essi hanno “trascorsi migratori” come si usa dire adesso per indicare con un’espressione politikamente correttissima chi ha il passaporto rosso ancora fresco di stampa. Dunque, non ci sarebbe certo da stupirsi se anche in campo di terrorismo islamico si abbellissero le informazioni.

Un caso?

Sarà infatti certamente un caso, come no, che lo spettacolare  arresto di jihadisti sia avvenuto nel ro$$i$$imo e multikulti Canton Vaud. Non sarà mica che a furia di accogliere indiscriminatamente, perché “devono entrare tutti”, si sono accolti anche terroristi musulmani? E non sarà mica che, a furia di permettere a chiunque di farsi i propri comodi in casa nostra senza integrarsi (se non magari nello Stato sociale attingendo a prestazioni) abbiamo permesso alle cellule terroristiche di proliferare? Non sarà che ha ragione chi, come il recentemente scomparso prof Giovanni Sartori, sottolinea che l’islam non è integrabile e che in 1500 anni l’integrazione di musulmani in società non islamiche è sempre fallita?

Vivaio jihadista

Nei giorni scorsi, l’esperto di terrorismo Paul Roullier ha dichiarato che in Svizzera si sta creando un vivaio jihadista. Questo significa che ci sono dei militanti della guerra santa islamica che sono cresciuti nel nostro Paese. Queste persone dunque, pur vivendo da noi, non si sono mai integrate. A conferma di quanto osservato dal prof. Sartori a proposito dell’impossibilità di integrare l’Islam. Questo vivaio jihadista, è ovvio, viene alimentato dai nuovi acquisti. Ovvero migranti economici, che, se non sono già radicalizzati, sono facilmente radicalizzabili. Essi non hanno alcuna prospettiva economica né sociale nel nostro paese dove, grazie alla devastante libera circolazione delle persone, di lavoro non ce n’è più nemmeno per i residenti. E’ chiaro che i jihadisti del “vivaio” non faranno troppa fatica a trovare seguaci in questo humus.

“Terza generazione”

Ma l’osservazione dell’esperto di terrorismo sui jihadisti cresciuti in Svizzera (fenomeno che si osserva anche in altri paesi europei) è interessante anche per un altro motivo: l’entrata in vigore delle naturalizzazioni (quasi) automatiche dei giovani stranieri di cosiddetta “terza generazione”. Ed è proprio tra questa categoria che, come ha spiegato Rouiller, si moltiplicano i seguaci dello Stato islamico. Anche nel nostro paese. Però gli  svizzerotti in nome del politikamente korretto concedono il passaporto rosso alla leggera (poiché fare diversamente comporterebbe le consuete accuse di razzismo, temute evidentemente più del terrorismo). Ben sapendo che la cittadinanza elvetica, una volta concessa, di fatto non può più venire revocata.

Senza contare che la Svizzera, nella lotta al terrorismo islamico, rimane il fanalino di coda, non disponendo i servizi d’intelligence di strumenti adeguati. E che il tribunale federale emette sentenze buoniste-coglioniste sui seguaci dell’Isis, che spesso e volentieri non vengono nemmeno espulsi.

In queste condizioni, si capirà che per la Svizzera il passo tra isola felice al riparo dal terrorismo islamico e paese del bengodi per jihadisti si fa breve. Pericolosamente breve.

Lorenzo Quadri

Nuovo triste spettacolo dei camerieri di Bruxelles

Contro l’ iniziativa “Per l’autodeterminazione” è già iniziato il terrorismo di regime

 

I camerieri dell’UE in Consiglio federale non si smentiscono mai. Ed infatti, con in testa la ministra del “devono entrare tutti” kompagna Simonetta Sommaruga, respingono schifati l’iniziativa popolare “Il diritto svizzero anziché giudici stranieri” (detta anche “Per l’autodeterminazione”). L’iniziativa, lanciata dall’Udc svizzera, ha raccolto 116’500 firme valide consegnate nell’agosto 2016. Il Consiglio federale ha preso posizione la scorsa settimana, proponendo di respingere l’iniziativa senza controprogetto. Ovviamente, trattandosi di iniziativa popolare, a decidere sarà il popolo: quindi il parere del CF conta come il due di picche.  Ma tuttavia, ancora una volta, i camerieri dell’UE si pregiano di esibire la propria pochezza ed il proprio asservimento compulsivo ai padroni di Bruxelles.

Secco njet

Già il solo fatto che l’iniziativa venga respinta senza controprogetto, è indicativo. Soprattutto se si pensa che i sette “grandi statisti” sarebbero stati disposti ad entrare nel merito di un controprogetto per la sconcia iniziativa del vicolo cieco, quella che chiede di cancellare la votazione del 9 febbraio. Apperò! Capito l’andazzo dei camerieri dell’UE? Su un’iniziativa vergognosa, che prende a pesci in faccia il nostro sistema democratico (lanciare un’iniziativa per cancellare un voto popolare sgradito a pochi mesi di distanza dal responso delle urne, è un comportamento che grida vendetta)  il Consiglio federale era pronto ad entrare nel merito con controprogetti. Eh già: pur di calare le braghe davanti all’UE, tutto è lecito. Quando invece, come nel caso dell’iniziativa “diritto svizzero anziché giudici stranieri”, la richiesta è quella di affermare la nostra sovranità nazionale e di ribadire che in questo paese le leggi le fanno il popolo ed il parlamento, e di ribadire pure che non si può cancellare la volontà popolare tramite accordi internazionali del menga, la musica cambia. Eccome che cambia! La ministra del “devono entrare tutti” kompagna Sommaruga, a nome del Consiglio federale, carica l’artiglieria pesante. E sbrocca contro gli iniziativisti. La Svizzera,  minaccia Sommaruga, in caso di accettazione dell’iniziativa rischierebbe di essere chiamata a rispondere dell’inadempienza di trattati internazionali (uhhh, che pagüüüraaa)! La certezza del diritto sarebbe in pericolo (uella)! Ed inoltre – fregnaccia somma – “vi è il rischio di indebolire la tutela internazionale delle garanzie previste dalla Convenzione europea dei diritti dell’Uomo (CEDU)”.

In sostanza, appoggiare l’iniziativa sarebbe quasi un crimine.

Le “criminose” richieste

E quali sono le delinquenziali richieste dell’iniziativa che suscitano l’indignazione della kompagna Simonetta? Che il diritto costituzionale svizzero abbia la priorità  su quello internazionale. Che gli accordi internazionali non compatibili con la Costituzione federale vengano o adattati o denunciati. Che solo i trattati internazionali il cui decreto d’approvazione è stato assoggettato a referendum siano determinanti per il Tribunale federale.

Da notare che, dal 1848 fino agli anni Novanta – quindi non nell’antichità classica – nessuno aveva dei dubbi sul fatto che la Costituzione svizzera avesse la priorità sul diritto internazionale. Ma negli ultimi anni, con la vergognosa sottomissione della Svizzera ai funzionarietti di Bruxelles voluta dalla partitocrazia, quello che prima era scontato è improvvisamente diventato scandaloso.

Ohibò. Qui l’unica cosa scandalosa è l’atteggiamento del Consiglio federale  e della ministra del “devono entrare tutti”, che istericamente difendono l’asservimento del nostro Paese ad organismi sovranazionali non eletti da nessuno!

Di simili rappresentanti politici che si tirano giù la pelle di dosso per smontare la sovranità nazionale, ci possiamo solo vergognare.

Esempio concreto

La presa di posizione del Consiglio federale non fa che confermare il tristo andazzo già noto. Le élite spalancatrici di frontiere vogliono esautorare il popolo a suon di accordi internazionali imposti dall’alto, pretendendo che questi ultimi, in casa nostra, contino di più di quanto i cittadini decidono. Così si cancella la volontà popolare.

Un esempio, molto concreto ed attuale, di ciò che tale andazzo comporta, lo vediamo con la nuova direttiva UE contro le armi al domicilio. Una direttiva che calpesta le nostre tradizioni, la nostra volontà popolare, le nostre regole e la nostra libertà. Ma il Consiglio federale – sempre con in testa la kompagna Sommaruga – cala le braghe e vuole a tutti i costi eseguire. Perché? Perché il nuovo Diktat è l’evoluzione di un (fallimentare) accordo internazionale: quello di Schengen. E quindi gli svizzerotti, ligi e pavidi, “devono” adeguarsi! Intanto la Repubblica Ceca, Stato membro UE, ha già fatto sapere agli eurofunzionarietti che di applicare la direttiva in questione non se ne parla nemmeno…

Un sacco di panzane

Oltretutto, per opporsi all’iniziativa  per l’autodeterminazione, i camerieri dell’UE in Consiglio federale raccontano un sacco di fregnacce, che fanno acqua da tutte le parti. Infatti sembrerebbe che, accogliendola, dovremmo cancellare trattati internazionali a go-go. Delle due l’una: o la scelleratezza dei politicanti spalancatori di frontiere è tale che costoro hanno approvato una sfracca di accordi che contraddicono la nostra Costituzione, e allora ci sarebbe da scendere in piazza con i forconi, oppure la Simonetta e compagnia cantante non la raccontano giusta.

E che dire della fetecchiata dell’ “incertezza del diritto che nuoce alla piazza economica” (ennesima roboante  frase fatta che viene ripetuta come un mantra pensando di impressionare il popolino)? A generare incertezza è semmai il doversi continuamente adeguare ai Diktat degli eurofalliti o alle compulsive calate di braghe di un governicchio federale che sottoscrive accordi internazionali come fossero noccioline. Stabilire la preminenza della Costituzione porta certezze, e non incertezze.

L’ennesima buffonata

Sostenere poi che la Convenzione europea dei diritti dell’Uomo (CEDU) sarebbe in pericolo in caso di accettazione dell’iniziativa per l’autodeterminazione, è l’ennesima buffonata. Come dire che il nostro paese, che accoglie e mantiene tutti, senza il controllo di qualche strapagato funzionarietto di Bruxelles non sarebbe in grado di rispettare i diritti umani. Perché – messaggio sottointeso – gli svizzerotti sono “razzisti e disumani”. Kompagna Sommaruga, vai a Baggio a suonare l’organo!

Ma forse è il caso di ricordare di transenna che la CEDU è quel trattato in base al quale non si possono (“sa pò mia!”) espellere i terroristi islamici se nel paese d’origine sarebbero in pericolo. Questa disposizione, come avrebbe detto il compianto Paolo Villaggio, è una “cagata pazzesca”; non la si può sdoganare come tutela dei diritti umani. Si proteggono i terroristi islamici a scapito delle loro potenziali vittime? Ecco, se queste scempiaggini giuridiche vengono a cadere, tutto di guadagnato. E non è perché un domani non saremmo più assoggettati a regole-foffa di questo tipo, assolutamente improponibili quando ci si trova a lottare contro l’insediamento dell’Isis in casa nostra, che la Svizzera diventerà uno Stato canaglia che non rispetta i diritti umani.

Tutti a votare Sì

Il rifiuto schifato da parte del Consiglio federale di schierarsi, almeno per una volta, dalla parte della Costituzione e del popolo elvetico, è l’ennesimo passo sulla via della rottamazione della Svizzera e della sovranità popolare. L’ennesimo schiaffo inferto dalle élite al popolo.

Ringraziamo la partitocrazia ed i suoi esponenti governativi. E, ovviamente, prepariamoci a votare un Sì convinto all’iniziativa per l’autodeterminazione!

Lorenzo Quadri

Autostrada: la vignetta elettronica e fregature in arrivo

Sarà il primo passo per introdurre il road pricing sul groppone degli automobilisti

Ma guarda un po‘: la vignetta autostradale elettronica torna d’attualità. Oddìo, attualità è forse troppo dire, visto che l’entrata in vigore è prevista al più presto, ma proprio solo se tutto fila liscio, nel 2023. Così il Consiglio federale nel suo rapporto su un postulato, rapporto consegnato nell’ultima seduta della commissione dei trasporti e delle telecomunicazioni del Consiglio nazionale  (CTT-N), tenutasi il 3 ed il 4 luglio. L’introduzione della vignetta elettronica è stata inserita dal governo nel programma di legislatura 2015-2019.  Naturalmente nell’ottica della famosa “digitalizzazione”, con cui tutti oggi si riempiono la bocca pensando che faccia figo. Peccato che c’è anche il rovescio della medaglia. Anzi ce n’è più di uno.

La nota positiva

Cominciamo però con le note positive (ci sono anche quelle). In realtà sostanzialmente una. La vignetta elettronica, a differenza di quella cartacea, sarà legata alla targa e non al veicolo. Di conseguenza, chi ha targhe trasferibili pagherebbe un solo contrassegno e non due come oggi. Questo è sicuramente un passo avanti. Altro aspetto positivo: in ossequio a quanto votato dal popolo nel 2013 a proposito del prezzo del contrassegno autostradale, anche la vignetta elettronica costerà 40 Fr. Questa sarebbe di per sé un’ovvietà. Ma, visto come viene trattata la volontà popolare di questi tempi, è già un successo che non si tenti di ribaltarla alla prima occasione.

I punti critici

Purtroppo la lista degli aspetti positivi è già giunta al termine. Poi cominciano i punti critici.

  1. La vignetta elettronica permetterà potenzialmente di sapere dove si trova un’automobile in ogni momento (a dipendenza da dove si mettono gli apparecchi di controllo). Il che:
    • Evidentemente costituisce il primo passo per l’introduzione del mobility pricing, del road pricing, e di altre analoghe boiate. Infatti grazie al contrassegno elettronico si potrà sapere se l’automobile X è andata in giro nell’ora di punta e quindi si potrà fatturare un sovrapprezzo; si potrà sapere se l’automobilista vizioso ha osato recarsi in centro in macchina per fare compere con il suo veicolo privato invece di perdere ore sui mezzi pubblici, e fatturargli un altro sovrapprezzo. E così via;
    • La reperibilità costante in stile “Grande fratello” di ogni conducente costituisce una sfacciata violazione della sfera privata. Come mai i kompagnuzzi, quelli che si opponevano alla nuova legge sui sistemi informativi (che serve a combattere il terrorismo islamico) blaterando di tutela della privacy – dei presunti jihadisti insediati in casa nostra! – non hanno nulla da dire al proposito? Ah già, ma mazzuolare gli automobilisti è cosa buona giusta. I miliziani dell’Isis, secondo la $inistruccia multikulti, hanno diritto alla privacy. Gli automobilisti no. Prendere nota. Non sarà mica perché i miliziani dell’Isis sono tutti immigrati, vero?
  2. La vignetta elettronica, così si legge nel rapporto del Dipartimento Doris, “potrà essere acquistata ovunque tramite un’applicazione web”. Ah ecco. E chi non ha un computer e un allacciamento ad internet? Chi non ha uno smartphone? E’ forse un obbligo per tutti essere digitalizzati? Chi non lo è, merita di venire discriminato? Oppure qui qualcuno sta perdendo la trebisonda?
  3. La vignetta “autocollante” comporta alcune decine di posti di lavoro nell’amministrazione federale delle dogane. In caso di passaggio alla vignetta elettronica, questi impieghi sono destinati alla sparizione.
  4. La vignetta elettronica non è gratis: si calcolano tra i 50 ed i 75 milioni di investimento per la sua introduzione e dai 25 a 35 milioni all’anno per la gestione.
  5. Soprattutto: nel rapporto non si fa un cip sulla questione della vignetta con prezzo maggiorato per stranieri. Malgrado la Germania, come noto, l’abbia introdotta. E malgrado ci siano degli atti parlamentari che la chiedono esplicitamente. Eppure il dipartimento Doris va avanti “come se niente fudesse”. La questione della vignetta più cara per stranieri potrebbe essere vista come in contrasto con la promozione del turismo, ma non necessariamente. Infatti, i turisti stranieri che arrivano da noi per spendere possono anche essere agevolati; non così chi usa la Svizzera come semplice corridoio di transito, lasciandoci solo i gas di scarico. E poi ovviamente c’è il tema dei frontalieri ai quali far pagare una tassa aggiuntiva è cosa buona e giusta. Del resto perfino il prof Reiner Eichenberger dell’Università di Friburgo ha dichiarato che far pagare una tassa d’entrata ai frontalieri “sa po’”. Che questa tassa venga in parte legata alla viabilità è cosa buona giusta: in effetti i 65mila frontalieri entrano in Ticino quotidianamente uno per macchina, infesciando le nostre strade con code interminabili – e le code, lo sanno anche i paracarri, danneggiano pesantemente l’economia – e provocando un pesante e costoso deterioramento infrastrutturale. E’ vero che i frontalieri pagano la vignetta autostradale, però mica transitano solo sull’autostrada. Usano anche le strade cantonali e comunali, senza pagare imposte di circolazione. Al di là di questo: se si vuole ridurre il numero delle “targhe azzurre”, oltre ad applicare “Prima i nostri”, bisogna anche intervenire sul portafoglio dei frontalieri. Oppure si colpiscono nel borsello, per influenzarne il comportamento, sogli automobilisti svizzerotti, perché andare a battere cassa presso i non residenti è becero populismo e razzismo? E’ ora di piantarla con questo ridicolo masochismo e di cominciare a fare i nostri interessi. Come del resto proprio il Belpaese ci insegna ogni giorno.

Lorenzo Quadri

I paggetti della SSR contro l’iniziativa No Billag

Anche la commissione del nazionale non ne vuole sapere di abolire il canone radiotv

 

Per l’iniziativa No Billag non ci sono state chance neanche nella commissione dei trasporti e delle telecomunicazioni del Consiglio nazionale (CTT-N). L’iniziativa è stata respinta senza controprogetto, così come già accaduto agli Stati: sia nell’apposita commissione che nel plenum.

A disturbare è che nemmeno delle controproposte, anche moderate, abbiano ottenuto delle maggioranze. E sì che le opzioni erano sul tavolo. Nell’ordine: ridurre il gettito totale del canone di 100 milioni a 1,1 miliardi all’anno (tagli dell’8.5%); abbassare il canone a 350 Fr;  oppure a 200 (come chiedeva una petizione alcuni anni fa).

Ma nella CTT-N solo gli esponenti del gruppo Udc ed il verde liberale hanno dimostrato apertura alle proposte alternative. Da tutti gli altri, chiusura talebana. Compresi i liblab, i quali hanno “benedetto” il sistema attuale. Evidentemente, la casta sostiene compatta la propria emittente di servizio.

Posizioni estreme

L’iniziativa “No Billag” sarà forse estrema. Ma anche la posizione della SSR – e della Doris uregiatta che le regge indiscriminatamente la coda – lo è.

Non solo l’emittente di regime di rifiuta di rinunciare anche ad un solo centesimo delle sue entrate, ma vuole sempre di più. Infatti  gli introiti del canone radioTV aumentano con l’aumentare del numero delle economie domestiche (più gente che paga il canone). Quindi, in effetti, per la SSR “immigrazione uguale ricchezza”. Basti pensare che dal 2013 al 2016 le entrate del canone sono passate da 1,203 miliardi a 1,218. Ovvero, 15 milioncini in più, e scusate se sono pochi.

Vuole sempre di più

Sicché, qui c’è qualcuno che non solo incassa il canone più caro d’Europa, ma vuole sempre di più. Più soldi ma anche più attività, sottraendo risorse e spazi agli altri (ed in particolare agli organi d’informazione privati). Questo avviene con il supporto della partitocrazia, la quale puntella ad oltranza la sua emittente. Ovviamente, perché serve a propagandare le idee giuste.  Pro frontiere spalancate, pro immigrazione incontrollata, pro-establishment. E soprattutto sempre contro gli odiati “populisti”.

Senza dimenticare che l’emittente titilla l’ego dei politicanti tramite inviti a stracchi dibattiti televisivi; ed i politicanti ricambiano il tempo d’antenna (e le possibilità di autopromozione)  con il sostegno nei gremi opportuni. Do ut des! Mica si assumeranno atteggiamenti critici col rischio di non venire più invitati…

E intanto i cittadini, alla faccia del politikamente korrettissimo principio del “chi consuma paga” che ci viene propinato ad oltranza quando si tratta di introdurre nuovi balzelli, sono obbligati a pagare il canone più caro d’Europa, anche se non vogliono (o non possono) usufruire della prestazione che sono costretti ad acquistare. Il contrario del “chi consuma paga”, quindi.

Le consuete fregnacce

Anche nella Commissione del nazionale si sono sentite – guarda un po’: da $inistra – le sconce fregnacce sulla coesione nazionale e sulla democrazia che sarebbero messe in pericolo dall’iniziativa No Billag. Uhhh, cha pagüüüraaa! Come se la coesione nazionale e la democrazia fossero un’invenzione della SSR. Esistevano molto prima, ed esisteranno ancora quando la radioTV di Stato sarà scomparsa. Inoltre la SSR è semmai nociva alla democrazia, visto che, grazie alle tariffe pubblicitarie a prezzi dumping (possibili grazie alle entrate del canone), toglie risorse ad altri organi d’informazione.

I cittadini sono scemi?

Nel giugno 2015 metà della popolazione elvetica ha bocciato la nuova legge sulla radiotv. E’ quindi evidente che i cittadini non sono soddisfatti della SSR. Eppure la partitocrazia non vuole cambiare una virgola. Figuriamoci, non sono le prestazioni della SSR ad avere qualche problemino: sono, come al solito, i cittadini scemi che votano sbagliato. Doppiamente scemi se si tratta di ticinesi, visto che i costi della RSI sono superiori all’ammontare del canone prelevato dagli abitanti del nostro Cantone. Questa la geniale teoria della ministra delle telecomunicazioni. Brava Doris, tu sì che hai capito tutto! La casta ha sempre ragione mentre i votanti che la sconfessano sono degli idioti.  Avanti così, che vedrai le legnate nelle urne…

Bisognerà votare l’iniziativa

Visto che nemmeno le controproposte più moderate all’iniziativa No Billag passano, e visto che di continuare a dare sempre più risorse all’emittente di regime per fare propaganda pro-UE, pro-immigrazione scriteriata, pro-multikulti  e pro-frontiere spalancate non se ne parla nemmeno, non resta altro da fare che sostenere l’iniziativa No Billag. Così magari qualcuno, evidentemente colpito da deliri di onnipotenza, al punto arrogarsi il merito per l’esistenza della democrazia e della coesione nazionale in Svizzera (!), torna sulla terra.

Lorenzo Quadri

Epico flop della petizione contro il Mattino: 44 firme!

E adesso avanti con la chiusura notturna di tutti i valichi secondari con il Belpaese

 

Ad inizio aprile è entrata in vigore la famosa chiusura notturna in prova per sei mesi di tre valichi secondari con il Belpaese.

La misura è stata decisa dalla Confederazione dopo l’approvazione in sede parlamentare della mozione della deputata leghista Roberta Pantani.

Si ricorderà che, alla notizia della chiusura, i vicini a sud hanno dato fuori di matto. I politicanti d’oltreramina si sono messi a starnazzare a pieni polmoni contro gli svizzeri razzisti che discriminano gli italiani. Come di consueto, a lorsignori gli svizzeri razzisti fanno ribrezzo, ma i soldi dei ristorni ed i posti di lavoro in Ticino, invece, li gradiscono assai.

Pretesto per mettersi in mostra

Si è subito capito che la shistorm ( = tempesta di cacca) antisvizzera (ed antileghista) era solo un pretesto per mezze tacche in fregola di visibilità per poter finalmente metter fuori il faccione sui media rilasciando dichiarazioni surreali.  Quando si è  in campagna elettorale nel Belpaese, spacciarsi per paladini dei frontalieri paga. Peccato che questi ultimi con la chiusura notturna dei tre valichi non c’entrino un tubo.

Ricordiamo pure che la Farnesina (ministero degli esteri italico) arrivò al punto da convocare d’urgenza (uhhhh, che pagüüüraaa!) l’ambasciatore di Svizzera a Roma per chiedere “spiegazioni”. Speriamo che il buon Kessler si sia presentato munito di disegnini per chiarire meglio il messaggio.

Fortunatamente, il dossier valichi rientra sotto la competenza del Dipartimento delle finanze di Ueli Maurer sicché, malgrado gli isterismi italici, la misura è rimasta al suo posto. Se la decisione fosse dipesa dalla ministra del “devono entrare tutti” kompagna Simonetta Sommaruga, poco  ma sicuro che l’epilogo sarebbe stato l’abituale calata di culottes in stile elvetico.

Ulteriori strilli

In questo clima di shitstorm antisvizzera per una misura che rientra ampiamente nella nostra sovranità nazionale – e ci mancherebbe ancora che a decidere sulla nostra sicurezza fosse la vicina Repubblica che tra l’altro in questo campo non brilla particolarmente – era nata la prima pagina del Mattino che vedete riprodotta. Vi figurano degli scassinatori (rappresentati come Bassotti) che dall’Italia tentano di entrare in Ticino ma vengono fermati dalla barriera abbassata e dai due supereroi leghisti (SuperNorman e WonderPanty). La pagina aveva suscitato ulteriori strilli. E non solo al di là del confine. Si ricorderà che un certo avvocato luganese aveva subito telefonato al quotidiano di servizio (LaRegione) per annunciare segnalazioni al Ministero pubblico per presunto razzismo. Naturalmente non c’è stata nessuna segnalazione, dal momento che la prima pagina in questione nemmeno lontanamente potrebbe configurare il reato invocato.

La petizione

Non solo. Sempre a seguito della copertina “incriminata” (che tra l’altro finì anche sui giornali della Svizzera tedesca) tale Marco Villa, responsabile del Gruppo Frontalieri Ticino (?) ebbe la bella idea di lanciare una petizione per chiedere al Consiglio federale di chiudere il Mattino. Uella!

Hai capito il signore? Ha la pagnotta sul tavolo grazie al Ticino ma pretende di imporre in casa nostra misure fasciste di censura.  Naturalmente i sedicenti paladini della libertà di stampa al proposito rimasero muti come avelli. Chiaro: per costoro solo  chi la pensa come loro ha il diritto di esprimersi. Gli altri vanno zittiti e criminalizzati. Il dogma del pensiero unico multikulti e spalancatore di frontiere!

Villa asfaltato

Adesso sappiamo che la  raccolta firme per la chiusura del Mattino (ci perdevamo il sonno di notte) si è risolta in un epico flop. 44 sottoscrizioni  raccolte in tre mesi: un vero e proprio record negativo. Sarebbe poi interessante sapere quanti firmatari hanno il passaporto rosso e risiedono in Svizzera. Il promotore – uno che si sciacqua la bocca con slogan come “rispetto”, “legalità”, “serenità” per poi sbroccare sulla sua paginuzza di faccialibro (facebook) distribuendo insulti a destra e a manca  – è stato letteralmente asfaltato. Figura di palta! Se Villa ci tiene,  è ovviamente liberissimo di andare a Berna consegnare le sue preziose 44 firme alla cancelleria federale; sarà, per i funzionari, una benvenuta occasione per farsi qualche grassa risata. In ogni caso, il Consiglio federale non ha facoltà di chiudere testate giornalistiche. Queste cose succedono solo nei regimi che evidentemente piacciono al promotore della petizione. Si consiglia comunque ai frontalieri, per non rischiare di essere accomunati a certi personaggi, di prendere le distanza dal Gruppo Frontalieri Ticino e dal suo responsabile.

PS: E’ ovvio che, essendo i primi tre mesi di sperimentazione della chiusura notturna dei tre valichi secondari andata per il meglio, la misura va resa definitiva e va estesa a tutti i valichi secondari con il Belpaese. Così come deciso alle Camere federali (che mai hanno parlato di periodi di prova o  di chiusura solo di alcune dogane).

Lorenzo Quadri

 

Il P$$ insiste: il passaporto rosso va regalato a tutti!

Dopo la naturalizzazione automatica degli stranieri di cosiddetta terza generazione

 

Rilanciamo anche noi: stop alle nazionalità plurime!

E  ti pareva! La $inistruccia al caviale, spalancatrice di frontiere e rottamatrice della Svizzera, prosegue imperterrita con le sue  fetecchiate.  L’esubero di portali online e la carenza di notizie tipiche del periodo estivo costituiscono un cocktail micidiale: ogni “flatulenza” trova ampi spazi.

Sicché  ieri un portale ticinese quale notizia d’apertura ha pensato bene di utilizzare le baggianate raccontate in un’intervista ad un altro sito (!) da tale kompagno Cédric Wermuth. Costui, giustamente sconosciuto ai più, è un  consigliere nazionale ex presidente dei giovani $ocialisti: quelli che organizzano le manifestazioni non autorizzate per protestare contro le guardie di confine colpevoli di non “fare entrare tutti” i finti rifugiati con lo smartphone. Il che già la dice lunga. Il signor Wermuth, simpatico come un cactus eccetera, era poi uno di quelli che esultava per la rottamazione del maledetto voto del 9 febbraio.

Lo ius soli

Qual è dunque l’ultima sortita? Il kompagno torna a rivangare la trita storiella dello ius soli: ossia, chiunque nasce in Svizzera deve avere il passaporto rosso.

La $inistra spalancatrice di frontiere non si smentisce. Altro che “integrazione”: l’importante è concedere il passaporto svizzero a chiunque, per cancellare la nostra identità e le nostre radici. Avanti col multikulti! Ricordiamo che il P$$, quando si trattava di votare sulla naturalizzazione automatica degli stranieri di cosiddetta terza generazione – che non sono affatto quello che la truffaldina definizione lascia ad intendere – ebbe la bella idea di diffondere dei volantini arabo. Capita l’antifona? Anche stranieri che capiscono solo l’arabo, secondo i $ocialisti, devono diventare svizzeri!

Se poi si pensa che la gauche-caviar, oltre  (va da sé) ad essere istericamente contraria al divieto di burqa, vuole pure rendere l’Islam religione ufficiale in Svizzera, il futuro che lor$ignori vorrebbero per il nostro paese è proprio rallegrante!

Aumentarsi l’elettorato

Ovviamente l’obiettivo dei kompagni è quello di rendere le naturalizzazioni sempre più facili, in particolare quelle di persone che non sono integrate né integrabili. In questo modo si immaginano di incrementare il proprio seguito elettorale. Ad esempio, a Lugano il P$ aveva organizzato un volantinaggio elettorale in bucalettere mirato ai naturalizzati di fresco.

Non sorprende certo che un partito del genere, che tra i suoi obiettivi – oltre ad islamizzare la Svizzera, ad aumentare le tasse a go-go, a far entrare tutti i finti rifugiati con lo smartphone, ad abolire l’esercito – ha pure l’adesione alla fallita UE, fatichi a trovare degli elettori tra i cittadini elvetici. E fatichi anche a trovarne tra i naturalizzati integrati davvero: quello che si sono fatti svizzeri perché credono in questo paese e nei suoi valori e magari hanno pure rinunciato al passaporto originario. Da qui l’esigenza di puntare sui naturalizzati di comodo. E su quelli che campano grazie al business dell’immigrazione incontrollata e delle frontiere spalancate.

No al passaporto multiplo

Nemmeno sorprende che, dopo la naturalizzazione automatica degli stranieri di cosiddetta “terza generazione”, adesso i kompagni anti-Svizzera mirino a regalare il passaporto anche a tutti quelli che sono nati su suolo elvetico. Si tratta della più scontata tattica del salame: una fetta alla volta si raggiunge l’obiettivo. Che è poi quello di trasformare il passaporto rosso in carta straccia.

Visto che i kompagni ripropongono le loro belle pensate sul tema naturalizzazioni rispolverando lo “ius soli”, allora rilanciamo anche noi una semplice proposta in tema di ottenimento della cittadinanza elvetica: obbligo di rinunciare al passaporto del paese d’origine al momento dell’acquisizione di quello svizzero. Già con questa semplice misura, le naturalizzazioni di comodo diminuiranno in modo visibile.

Lorenzo Quadri

Consigliere federale ticinese? Attenzione ai boomerang

L’interesse del Cantone? Appoggiare il candidato più euroscettico e primanostrista

Intanto il PLR è tutt’altro che compatto dietro a “KrankenCassis”: sui social network son già botte da orbi tra liblab

Sicché i liblab ticinesi hanno deciso: sarà Ignazio Cassis l’unico candidato del nostro Cantone alla cadrega che verrà presto liberata dal Didier “dobbiamo aprirci all’UE” Burkhaltèèèr.

La scelta di correre con un candidato unico è, a personale giudizio di chi scrive, opportuna. Indicare un tandem o un triciclo avrebbe significato dimezzare, rispettivamente ridurre ad un terzo, i voti per singolo candidato. E’ una questione matematica.

Non a caso i primi sostenitori della candidatura multipla sono proprio i romandi. Che hanno tutto l’interesse ad affossare le chance del nostro Cantone, per papparsi loro la cadrega “ex Burkhaltèèèr”. E sono sempre romandi a remenarla con la candidatura femminile. Lo fanno con cognizione di causa. Sanno che l’unica candidata femminile che entrava in linea di conto, ovvero Laura Sadis, è (sarebbe stata) in realtà la candidata del P$ e degli euroturbo. Ora, è vero che il parlamento federale è messo male, ma non ancora così male da eleggere in Consiglio federale una terza $ocialista (Widmer Schlumpf bis?).  Se candidata in tandem, Sadis avrebbe “drenato” i voti della $inistra togliendoli al compagno di ticket ticinese… a tutto vantaggio del romando.  Come unica proposta  del nostro Cantone, le possibilità di elezione sarebbero state prossime allo zero, per il motivo indicato.

Obiezioni note

Detto (posizione personale) dell’opportunità di presentare un solo nome ticinese, il punto è quello a sapere se si stia puntando sul “cavallo” giusto. Al proposito il PLR poteva fare meglio. Ad esempio proponendo Vitta. (E’ vero che avrebbe potuto anche fare peggio con Sadis).

Le obiezioni nei confronti di “KrankenCassis” sono note:

  • la professione di lobbysta dei cassamalatari. Tanto più che, a seguito di un tutt’altro che improbabile walzer di dipartimenti, il nuovo Consigliere federale potrebbe ritrovarsi proprio agli Interni, quindi a trattare con gli assicuratori malattia.
  • Come capogruppo PLR a Berna, il “candidato unico” ha giocato un ruolo di primo piano nell’affossamento del “maledetto voto” del 9 febbraio. Questo è uno schiaffo bello e buono al 70% dei ticinesi per correr dietro agli interessi (di ideologia o di saccoccia) dell’élite spalancatrice di frontiere. E’ un atto gravissimo nei confronti del nostro Cantone e non si può far finta che non lo sia.
  • Il fatto che Cassis sia “particolarmente vicino alla dirigenza nazionale del partito” non è certo positivo, visto che mai il PLR nazionale ha preso o appoggiato una decisione nell’interesse del Ticino.

Rischio boomerang

Come già detto, un Consigliere federale del nostro Cantone ha senso se va in governo a promuovere le posizioni della maggioranza dei ticinesi; per lo meno sui temi più importanti di politica federale. In caso contrario, rischia di diventare un boomerang. Infatti, come potrebbe immaginare il Ticino di ottenere dal Consiglio federale risposte per i propri problemi – vedi invasione da sud e sfascio del mercato del lavoro – se il “suo” rappresentante in governo è il primo a sostenere, in stile SECO, che “l’è tüt a posct”?

Il più euroscettico

L’interesse del Ticino è eleggere, al posto del cameriere dell’UE Burkhaltèèèr, il Consigliere federale più euroscettico e primanostrista possibile. E, se il PLR ticinese non è in grado di proporre una candidatura di questo tipo – quindi una candidatura rappresentativa della volontà della maggioranza della popolazione cantonale su temi fondamentali quali la preferenza indigena, l’immigrazione ed i rapporti con l’UE – la responsabilità è solo del PLR. Ancora una volta il partito si dimostra scollegato dal paese che vuole rappresentare. I nodi vengono al pettine.

Pretese di compattezza?

E che nessuno in casa dell’ex partitone si sogni di pretendere unanimità da parte della deputazione ticinese e galoppinaggio a prescindere solo perché c’è un candidato al CF con bandierina rossoblù. Tanto per cominciare, nemmeno il PLR è compatto dietro al suo candidato (che strano eh?): anzi, le varie fazioni se le stanno già suonando di santa ragione via social network. Secondo i “rumors” qualcuno starebbe già tramando ribaltoni. E poi, chissà come mai, quando il candidato ufficiale era Norman Gobbi,  per i liblab l’importanza di un Consigliere federale ticinese era assai relativa. Adesso che si tratta di piazzare uno dei LORO, invece, ecco che la provenienza cantonale diventa l’unico criterio di valutazione possibile, e osare dire altro è becero sabotaggio del “bene comune”? Questa è, semplicemente, una presa per il lato B.  Il bene del PLR ed il bene del Canton Ticino sono due concetti sempre più distanti.

Lorenzo Quadri

In Ticino è sempre record di fallimenti di aziende

Quante chiusure dipendono dall’invasione da sud? Altro che le panzane della SECO!

 

Cosa sono venuti a raccontarci solo la scorsa settimana i burocrati della SECO nell’ennesimo atto di propaganda di regime a sostegno della fallimentare libera circolazione delle persone? Che l’evoluzione dell’economia elvetica è “rallegrante”? Che l’economia ha “fame di manodopera estera specializzata”? Che non esiste né soppiantamento di residenti con frontalieri e nemmeno dumping salariale? Che “immigrazione uguale ricchezza”?

Le fregnacce della SECO, il cui obiettivo è  quello di magnificare la libera circolazione a 15 anni dalla sua entrata in vigore – la preferenza indigena, invece, è caduta nel giugno 2004 – sono state smentite già il giorno successivo da un’altra statistica: quella dei casi d’assistenza in Ticino. Le richieste sono infatti aumentate del 62% dal 2010 al 2016! Il che non pare esattamente un indicatore di crescita.

Per non parlare dell’immonda boiata “made in SECO” della libera circolazione che farebbe arrivare solo manodopera estera specializzata che non si trova in Svizzera. Tanto per cominciare, quasi la metà degli immigrati UE non lavora. Punto secondo: gli scienziati della SECO ci vorrebbero raccontare che i 65mila frontalieri in continuo aumento, di cui 40mila nel terziario,  che occupano quasi il 30% dei posti di lavoro nel Cantone, sarebbero “manodopera specializzata che in Ticino non si trova”? Ma andate a Baggio a suonare l’organo!

Lo studio zurighese

Peccato poi che da uno studio della divisione dell’Economia pubblica di Zurigo sia emerso che In Ticino solo un frontaliere su sei lavora in settori dove non si trova manodopera locale, e che quattro lavoratori stranieri su cinque non sono necessari. Altro che immigrazione di forza lavoro specializzata. Arrivano  proprio quei “profili” di cui non c’è affatto bisogno e questo perché i politicanti spalancatori di frontiere e camerieri dell’UE non vogliono la preferenza indigena. Se ci fosse la preferenza indigena, arriverebbe la manodopera che effettivamente non si trova. In sua mancanza, succede ciò che ben descrive lo studio della Divisione dell’economia pubblica di Zurigo (che naturalmente è stato prontamente imboscato nel dimenticatoio): arriva la forza lavoro che si trova benissimo anche da noi, solo che costa meno perché straniera. E’ inutile che i burocrati della SECO, con il lauto stipendio ed il posto di lavoro garantito fino alla pensione con i soldi del contribuenti, continuino a raccontarci balle di fra’ Luca pensando che gli svizzerotti siano boccaloni al punto da bersele.

Il paese dei “puff”

Nei giorni scorsi è arrivata la seconda smentita delle fandonie della SECO sulla fiorente economia svizzera grazie alla devastante libera circolazione delle persone. Il numero dei fallimenti di aziende, ma tu guarda i casi della vita, continua infatti ad aumentare. E soprattutto in Ticino. Già a maggio la società Bisnode aveva comunicato che in questo sfigatissimo Cantone nei primi quattro mesi del 2017 il numero di fallimenti era salito dell’11% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Adesso in luglio arriva l’aggiornamento della situazione al primo semestre dell’anno. E naturalmente l’andazzo è confermato: crescita dell’11% dei fallimenti aziendali rispetto allo stesso periodo del 2016. Tra gennaio e giugno in Ticino sono andate a gambe all’aria 212 aziende. In calo del 5%, per contro, l’apertura di nuove attività.

Quattro domandine

E adesso, premi Nobel della SECO, come la mettiamo?  Il boom di fallimenti in Ticino, il continuo aumento delle serrande abbassate, mal si conciliano con lo scenario idilliaco di economia fiorente che i galoppini della Segreteria di Stato per l’economia vorrebbero propinarci. Sorgono infatti almeno quattro domandine, di quelle facili-facili:

  • Quante aziende “indigene” sono fallite in Ticino a causa della concorrenza sleale in arrivo da sud?
  • Quante delle aziende fallite sono, invece, ditte-foffa giunte da oltreconfine che lasciano sul territorio ticinese solo “puff” (mentre i titolari hanno ville e macchinoni)?
  • Quante di queste ditte fallimentari con referente italico dopo aver chiuso i battenti riaprono sotto altro nome per poi rifallire e così via?
  • E quindi: in che misura per questo scempio possiamo ringraziare la fallimentare libera circolazione delle persone che i burocrati della SECO continuano a magnificare contro ogni decenza e buonsenso, a scopo di propaganda di regime?

A proposito: se l’economia cresce così bene, come mai il Consiglio federale ha deciso di lasciare ferme al palo le rendite AVS/AI? Ah già, i conti devono quadrare… stranamente però, quando si tratta di spendere miliardi del contribuente per i finti rifugiati con lo smartphone, la preoccupazione finanziaria sembra sparire di colpo.

Lorenzo Quadri

La cacca nel Ceresio e il contenimento del CO2

Perché i vicini a sud non vengono sanzionati tramite blocco dei ristorni?

 

Niente di nuovo sotto il sole! Anche quest’anno, con desolante puntualità,  la Goletta dei laghi di Legambiente ha certificato l’inquinamento del Ceresio  nella parte italiana. Il motivo è noto: a Porto Ceresio il riale Bolletta scarica la cacca nel lago a causa del depuratore sottodimensionato. Lo scempio prosegue e sappiamo che nella migliore delle ipotesi andrà avanti fino al 2020. Peccato che oltreconfine avevano promesso di mettere a posto le cose già entro la stagione estiva 2015. Ma del resto gli unici a prendere sul serio gli impegni dei vicini a sud sono gli intrepidi negoziatori bernesi che vanno a Roma a parlare in inglese e si fanno prendere sistematicamente per i fondelli. La vicenda del trenino Lugano-Malpensa dovrebbe aprire gli occhi; ma evidentemente ancora non basta.

Avanti ancora per molto

Sappiamo che di recente la Regione Lombardia ha promesso i finanziamenti per sistemare la puzzolente faccenda. I lavori dovrebbero iniziare nel 2019 e finire nel 2020. Due anni per due km di fognature: già un bel record negativo. Ed in più sappiamo che le tempistiche della realizzazione di opere infrastrutturali nel Belpaese sono ancora meno attendibili degli oroscopi. C’è dunque il vago sospetto che l’inquinamento del Ceresio con cacca lombarda andrà avanti ancora per molto tempo. Ci sarà sempre una qualche scusa creativa con cui giustificare inadempienze e menare per il naso gli svizzerotti. Contrattempi amministrativi, problemi politici, difficoltà tecniche: tutto fa brodo. E’ davvero inaudito come, dopo essersi scottati un numero stellare di volte, al di qua del confine ancora si prendano per buone le promesse italiche.

Al di qua del confine e soprattutto al di là del Gottardo. Ad inizio 2016 – quindi svariati mesi dopo il termine entro il quale i vicini a sud avevano promesso di rimediare all’inquinamento fecale del Ceresio – il Consiglio federale, prendendo posizione su un atto parlamentare sull’argomento, così si esprimeva: “Il tema (del depuratore) è oggetto di discussioni e continuerà ad esserlo fino a quando non sarà risolto”. O la Peppa! Sicuramente una simile “muscolosa” presa di posizione avrà provocato oltreconfine allarmanti movimenti intestinali, col risultato di aggravare ulteriormente il problema fognario.

Opere infrastrutturali

Pare di ricordare che i ristorni dei frontalieri vengano versati con l’obiettivo, concordato tra le parti, di finanziare opere infrastrutturali di interesse comune.  Ma tali opere non vengono eseguite. E questo non da un anno o da due. Da lustri. Però il triciclo PLR-PPD-P$ in Consiglio di Stato continua a versare i ristorni. In occasione di uno di questi versamenti, il governo cantonale si era pure prodotto in una logorroica auto giustificazione in cui, in svariate pagine, spiegava perché, malgrado ci fossero tutti i motivi per bloccare i ristorni dei frontalieri, il malloppone veniva versato lo stesso.

Penalizzati solo gli svizzeri?

Nei giorni scorsi abbiamo appreso  l’ennesima “lieta novella” (si fa per dire) sul fronte ambientale: poiché nel 2016 in Svizzera non sono stati raggiunti gli obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2 (grazie ai TIR UE in traffico parassitario e alle decine di migliaia di automobili dei frontalieri?) col primo gennaio 2018 inquilini e proprietari di casetta si smazzeranno un ulteriore rincaro di 3 centesimi al litro della tassa sull’olio combustibile.

Domanda da un milione: come mai i cittadini svizzerotti vengono penalizzati nel borsello per il mancato raggiungimento di obiettivi in campo di tutela dell’ambiente mentre i vicini a sud, che continuano a scaricare cacca nel Ceresio, non vengono penalizzati finanziariamente tramite blocco dei ristorni per i danni ecologici fatti?

Lorenzo Quadri

 

La maggioranza del CdS contro la preferenza indigena

Prima i nostri: il governo trama per un’applicazione farlocca. Un altro tradimento?

 

Il Consiglio di Stato in settimana ha preso posizione  su 10 iniziative parlamentari e 4 mozioni  partorite dalla Commissione speciale per l’applicazione dell’iniziativa popolare “Prima i nostri”. L’iniziativa venne approvata dai ticinesi il 25 settembre del 2016 con quasi il 60% dei consensi.

Gli atti parlamentari servono a tradurre in misure legislative i principi contenuti nella modifica costituzionale votata dai cittadini. O almeno: dovrebbero servire.

Il governo nella sua presa di posizione si esprime  “a favore di tutte le proposte che, al momento dell’assunzione del personale, mirano a prescrivere alle aziende pubbliche e parapubbliche, e agli enti privati legati allo Stato da contratti di prestazione, di dare la precedenza a persone residenti, a parità di qualifiche”. E prosegue precisando che “l’inserimento nella legislazione cantonale di queste norme – che formalizzano una prassi già da tempo adottata dal Cantone – consentirà di sfruttare nel modo più ampio possibile il margine di manovra a disposizione dei Cantoni per adottare norme sulla preferenza dei lavoratori svizzeri o residenti in Svizzera”. «Tale margine – sottolinea il Consiglio di Stato – risulta molto limitato, in base alle regole oggi in vigore».

Il CdS respinge invece la legge d’applicazione della preferenza indigena, quella che contiene una serie di condizioni per il rilascio ed il rinnovo di premessi per stranieri, in quanto sarebbe “in contrasto con il diritto superiore”.

Manca il nucleo

Tüt a posct? Per nulla, perché in realtà manca la parte più succulenta. La chiave sta proprio nell’ affermazione sopra citata: le nuove norme che il CdS è d’accordo di inserire nella legislazione cantonale “formalizzano una prassi già da tempo adottata dal Cantone”.  Questo cosa vuol dire? Vuol dire che di fatto il Consiglio di Stato – o la maggioranza di esso – vuole applicare l’iniziativa “Prima i nostri” nel senso di una codificazione di quello che già si fa.  Quindi all’atto pratico la maggioranza del CdS non vuole cambiare nulla! Siamo, di nuovo, alla NON applicazione della volontà popolare! Come insegna già Tomasi di Lampedusa nel Gattopardo: “cambiare tutto perché non cambi niente”.

Quello che c’è già?

E’ chiaro che i promotori di Prima i Nostri non hanno lanciato un’iniziativa popolare (con tutti gli sforzi che ciò comporta), ed i cittadini ticinesi non l’hanno votata, semplicemente per  codificare quello che già si fa. Chi ha lanciato, firmato e votato “Prima i nostri” evidentemente vuole che rispetto ad oggi si faccia assai di più per promuovere l’assunzione di ticinesi.  Del resto la situazione del mercato del lavoro di questo sempre meno ridente Cantone impone di fare di più. E non stiamo qui a snocciolare per l’ennesima volta le allarmanti cifre dell’invasione da sud.

No alle prese in giro

L’applicazione corretta e non farlocca di Prima i nostri è tanto più necessaria in considerazione del fatto che il triciclo PLR-PPD-P$ alle Camere federali ha sconciamente rottamato il 9 febbraio.  Quindi il nuovo articolo 121a della Costituzione federale, così come (non) applicato da Berna, non limiterà in alcun modo l’immigrazione e non creerà alcuna preferenza indigena. Il fatto che i balivi di Bruxelles, a partire dal presidente della Commissione UE  “Grappino” Juncker,  abbiano subito applaudito a tale risultato  vale più di mille parole. Prima i nostri è dunque l’ultima àncora di salvezza  per il Ticino (prima dell’iniziativa per disdire la libera circolazione delle persone, s’intende).

Anche il mantra della “non compatibilità con il diritto superiore” della proposta di legge d’applicazione della preferenza indigena puzza di fregnaccia. La preferenza indigena è perfettamente compatibile con l’articolo 121 a della Costituzione. Quindi  la compatibilità con il diritto superiore è senz’altro data. E’ la legge federale ad essere anticostituzionale. Ma la Costituzione prevale sulla legge.

Nuovo tradimento?

E’ evidente che quel 60% di ticinesi che ha votato Prima i nostri si aspetta ben altro che l’iscrizione in qualche cavillo di legge dell’insufficiente prassi attuale. Perché gli effetti concreti di un’operazione del genere, all’insegna dei pantaloni abbassati davanti all’UE ed ai suoi camerieri bernesi, sarebbero pari a  zero. I cittadini si aspettano invece dei cambiamenti tangibili. Per questo hanno votato il 9 febbraio. Per questo hanno votato prima i nostri. Applicare la preferenza indigena come proposto dalla maggioranza del Consiglio di Stato sarebbe dunque la seconda presa per i fondelli dei votanti, dopo la rottamazione bernese del “maledetto voto”.

E’ chiaro che per proporre una vera preferenza indigena ci vuole coraggio. Altrettanto chiaro è che, da una maggioranza governativa che cala le braghe sul casellario giudiziale e che non blocca i ristorni dei frontalieri malgrado i vicini a sud continuino a fregarci davanti e di dietro, non ci si possono attendere grandi guizzi eroici. Avanti, continuate a votare per i partiti cosiddetti storici…

Lorenzo Quadri

Manifestazione pro finti rifugiati: un fallimento!

Nella giornata di ieri, la gauche-caviar elvetica non si è fatta mancare nulla

 

Nella giornata di ieri, la $inistruccia del “devono entrare tutti”, multikulti e spalancatrice di frontiere, non si è voluta far mancare nulla.  Si sono infatti registrati (non necessariamente in ordine di importanza) ben tre “significativi” eventi:

  • L’ex presidente dei Giovani socialisti Cédric Wermuth (simpatico come un cactus nelle mutande) in un’intervista inneggia allo “ius soli”: chi nasce in Svizzera, sentenzia il kompagno, ha diritto al passaporto rosso! Avanti con le naturalizzazioni a go-go di stranieri non integrati nella speranza di incrementare l’elettorato P$$! (vedi articolo a pagina 13).
  • La marcia da Como a Chiasso della GISO (Gioventù socialista) per protestare contro le guardie di confine e per sostenere i finti rifugiati con lo smartphone, che “devono entrare tutti”.
  • A Berna una settantina di estremisti di $inistra ha sfilato in centro città per “solidarietà con gli arrestati del G8 di Amburgo”: quindi massima solidarietà a vandali, delinquenti e casseur assortiti. Bravi!

Questi tre punti ben evidenziano quali siano le preoccupazioni dalla $inistra al caviale: 1) naturalizzare tutti; 2) far entrare in Svizzera, e naturalmente far restare, tutti i migranti economici; 3) sostenere vandali.

A dir poco desolante! Ai cittadini svizzeri in difficoltà, ai lavoratori ticinesi lasciati a casa e sostituiti con frontalieri, agli anziani che tirano la cinghia, questi kompagnuzzi al caviale non pensano mai! Al contrario: gli svizzeri, “razzisti e xenofobi”, “chiusi e gretti”, vanno mazzuolati!

Un capitolo a parte lo merita poi la GISO, gioventù socialista presieduta da tale Tamara Funiciello (non patrizia di Corticiasca e neppure di Gurtnellen). Quella che si proponeva in topless per “promuovere i diritti della donna”, malgrado una fugace occhiata nello specchio avrebbe dovuto suggerire di stare ben coperta.

Un vero flop

La manifestazione di ieri tra Como e Chiasso, organizzata per l’appunto dalla GISO, si è risolta in un autentico flop.  I partecipanti erano una ventina. Quindi quattro gatti! La manifestazione ovviamente non era autorizzata. Si è così assistito allo spettacolo di giovani di $inistra che manifestano CONTRO dei lavoratori. Ossia contro le guardie di confine. E che sostengono l’immigrazione illegale, direttamente legata alla tratta di esseri umani e all’ISIS (inchieste in corso proprio a Como). E tutto quello che sanno dire questi kompagnuzzi si riduce al vetusto slogan “nessun essere umano è illegale”. Gli abusi nell’asilo, cari GISO, sono illegali eccome! A proposito: ma di asilanti in casa vostra ne ospitate? Oppure per l’affitto dipendete dal borsello di papà?

Ma la RSI…

Inutile precisare che, malgrado la manifestazione a sostegno dei finti rifugiati sia stata chiaramente un buco nell’acqua, la radiotelevisione di riferimento, ossia la R$I, era presente in forze. E naturalmente ha dedicato all’evento (?)  ampi spazi nel Quotidiano. Eh già, si sono detti i kompagni redattori nei faraonici studi di Comano: questi giovini saranno anche quattro gatti, però sono “dei nostri”, hanno le posizioni giuste (frontiere spalancate, “devono entrare tutti”, “svizzerotti chiusi e gretti vergognatevi”) e quindi meritano visibilità! E intanto gli utenti pagano il canone più caro d’Europa.

Lorenzo Quadri