I multikulti pretenderanno di sdoganare anche la poligamia?

L’immigrazione scriteriata fa impennare i matrimoni forzati. E il prossimo passo…

 

Ecco che anche in Svizzera tengono banco i matrimoni forzati. Uno studio della Confederazione realizzato nel 2012, citato di recente dal Corriere del Ticino, parla di 700 prese di contatto all’anno per gli uffici che si occupano di combattere questa piaga. Ovviamente dati statistici ufficiali non ce ne sono. Ed altrettanto ovviamente non tutte le persone (spesso donne) che si trovano costrette a sposare un coniuge imposto dalla famiglia denunciano la propria situazione.

Nei mesi scorsi è stata pronunciata la prima sentenza  in Svizzera per matrimonio forzato. Il condannato è un padre musulmano di origine turca. Da notare che l’uomo vive nella Confederella (Basilea) da trent’anni ed ha pure ottenuto il passaporto rosso.

Ringraziare le “aperture”

I matrimoni forzati sono dunque l’ennesimo sconcio e l’ennesima violenza contro le donne per i quali possiamo ringraziare la politica dell’immigrazione scriteriata. Ad organizzarli ed imporli sono infatti genitori di origine straniera ed in genere di religione islamica. Il fatto che il padre turco di recente condannato viva in Svizzera da 30 anni e ne abbia pure acquisito la nazionalità dimostra:

  1. a) che le naturalizzazioni facili di persone che non sono per nulla integrate non sono un’invenzione della Lega populista e razzista, bensì una realtà, e
  2. b) che troppi immigrati accolti in Svizzera “perché devono entrare tutti” non sono integrabili: pertanto, non saranno mai integrati.

Il caso danese

Nei mesi scorsi è stato pubblicato uno studio sulla poligamia in Europa. Ad importare tale usanza sono stati, evidentemente, degli immigrati musulmani. Ci sono infatti nel vecchio continente degli imam che non si fanno problemi nel celebrare matrimoni “aggiuntivi”; alla faccia delle leggi della nazione dove sono ospiti.

Il focus dell’indagine sulla poligamia era mirato sulla Danimarca, dove si è verificato un caso assai singolare. Un asilante siriano ha raggiunto il paese, lasciando però indietro tre mogli e 20 figli (sic!). Le norme sul ricongiungimento familiare hanno permesso ad una delle spose di raggiungere il marito assieme ad otto figli. Ma l’asilante pretende di fare lo stesso anche con le altre due consorti. E, va da sé, con la rispettiva prole. Naturalmente tutto il clan finirebbe a carico dello Stato sociale danese. Il capofamiglia, con una faccia di tolla olimpionica, si dichiara inabile al lavoro per motivi psichici, causati dalla separazione dai figli. Peccato che sia stato lui stesso ad abbandonarli.

$inistra pro poligamia

Da questa vicenda è nata una vivace diatriba. I kompagnuzzi danesi – ma guarda un po’! – non solo appoggiano le tesi del migrante poligamo, ma puntano addirittura al riconoscimento ufficiale della poligamia. Fino a tal punto la $inistruccia è rincoglionita dal multikulti e dall’internazionalismo becero. Ormai è pronta a qualsiasi aberrazione. La poligamia comporta una pesantissima discriminazione della donna. Ne lede in maniera insopportabile i diritti, le libertà e la dignità. Ma naturalmente i bolliti residui del femminismo rosso non hanno nulla da obiettare al suo sdoganamento in Europa. Ormai pensano solo a far entrare tutti i finti rifugiati e a piegarsi alle loro usanze; comprese le più illegali, aberranti ed incompatibili con i principi di una democrazia occidentale. E, naturalmente, a strillare al razzismo e all’islamofobia. In Danimarca un’esponente (donna!) di questa improponibile $inistra ha addirittura dichiarato che “la poligamia sarà la regola nei prossimi decenni”. A lasciar fare a voi, di sicuro…

Non integrabili

Non bisogna pensare che questi problemi li abbia solo la Danimarca. La Svizzera è esposta allo stesso flusso migratorio di persone non integrabili: vedi, appunto, la questione dei matrimoni forzati. I quali, come detto, sono molto più numerosi di quel che si creda. Per non parlare poi di altri fenomeni quale antisemitismo, razzismo, sessismo, omofobia, eccetera, importati dai finti rifugiati magrebini con lo smartphone. Ma naturalmente a tal proposito dai multikulti con la morale a senso unico giunge il solito silenzio assordante. I tapini, così pronti a servirsi – tanto per fare un esempio – di accuse farlocche di sessismo per spalare palta sull’odiata “destra”, sognano di far entrare in Svizzera centinaia di migliaia di migranti sessisti.

Questione di tempo

Certo, finora alle nostre latitudini nessuno è stato così scriteriato da proporre l’introduzione della poligamia. Finora, appunto. Ma se si pensa che tale kompagno Cedric Wermuth (simpatico come un cactus nelle mutande) vorrebbe rendere l’albanese ed il serbo-croato lingue nazionali; se si pensa che il presidente del P$$ nonché $enatore Christian Levrat predica che l’islam dovrebbe diventare religione ufficiale in Svizzera, appare chiaro che è solo questione di tempo.  Prima o poi i soliti noti pretenderanno – naturalmente in nome delle aperture, del multikulti, della comprensione, dell’antirazzismo – di sdoganare la poligamia anche in Svizzera. Proprio come accade in Danimarca.

Lorenzo Quadri

 

Fermare il proselitismo islamista? “Sa po’ mia!”

Consiglio federale: dal buonismo-coglionismo al coglionismo tout-court 

Il governo non ne vuole sapere di proibire la distribuzione per strada del Corano a scopo di radicalizzazione, organizzata dall’associazione “Lies”

Svizzera Paese del Bengodi per jihadisti e reclutatori dell’Isis? Se ancora non lo siamo, di certo ci stiamo impegnando a fondo per diventarlo! E per questo possiamo ringraziare il garantismo ad oltranza del Consiglio federale.

Ecco alcuni esempi (lista non esaustiva) delle brillanti prese di posizioni dell’Esecutivo elvetico al proposito:

– Espellere sistematicamente dalla Svizzera i seguaci dell’Isis? Sa po’ mia! Potrebbero trovarsi in pericolo nel loro paese!

– Ritirare il passaporto a tutti i jihadisti che hanno ottenuto la cittadinanza svizzera? (Ma come, le naturalizzazioni facili di stranieri non integrati non erano tutta una balla della Lega populista e razzista?) Sa po’ mia!

– Vietare le associazioni islamiche pericolose, ad esempio quella denominata “La vera religione”, peraltro messa al bando dalla Germania? Sa po’ mia!

– Proibire a moschee e “centri culturali” islamici di ricevere finanziamenti esteri, ovvero  provenienti da paesi o “benefattori” stranieri intenzionati a diffondere l’estremismo islamico in Svizzera? Sa po’ mia!

– Obbligare gli imam a tenere le prediche in lingua locale, di modo che sia chiaro a tutti cosa dicono ed eventuali messaggi estremisti vengano subito individuati? Sa po’ mia! Ed intanto non passa settimana senza che si scopra in Svizzera un qualche imam che predica l’odio, magari sontuosamente mantenuto dal nostro stato sociale, come il fetente della moschea di Nidau! Ma quanta foffa ci siamo portati in casa “grazie” alle frontiere spalancate e al fallimentare multikulti?

– E adesso, ultima in ordine di tempo, arriva la presa di posizione del Consiglio federale sulla distribuzione gratuita del Corano per strada. Una mozione ne chiede la proibizione, dal momento che dietro queste iniziative c’è l’associazione “Lies”, che le  organizza a scopo di radicalizzazione. E cosa dice il Consiglio federale a proposito del divieto richiesto dalla mozione? Esatto: ancora “Sa po’ mia”!

Da notare che la lista dei “Sa po’ mia” testé citata, per quanto lunga, è certamente ben lontana dall’essere esaustiva.

Iniziativa “non  innocente”

Il bello è che il Consiglio federale sa benissimo che la distribuzione del Corano  in luoghi pubblici non è affatto un’iniziativa “innocente”, dal momento che nella sua presa di posizione scrive: “Il governo è consapevole del fatto che gli stand informativi di “Lies” possono essere utilizzati per avvicinare persone interessate all’Islam e per indottrinarle, oppure per offrire a persone già radicalizzate una piattaforma per creare reti e contatti con individui che condividono le medesime convinzioni (…). Una parte consistente dei viaggi con finalità jihadiste – presunti o accertati – presenta legami con “Lies” (…). Il Ministero pubblico della Confederazione ha reso noto che sono in corso diversi procedimenti penali contro persone che hanno o hanno avuto un legame con la campagna in questione”.

Ma bene! Eppure, nonostante questo, il CF dichiara, tranquillo come un tre lire, che vietare la distribuzione del Corano  “sa po’ mia” e questo perché “la libertà di opinione e di credo così come la libertà di associazione sono diritti protetti dalla Costituzione federale”.

A parte che anche la limitazione dell’immigrazione, articolo 121 a, è inserita nella Costituzione federale, ma di questo i camerieri dell’UE in Consiglio federale se ne sbattono: come sanno anche gli studenti di diritto alle prime armi, i diritti costituzionali possono essere limitati se c’è una base legale, se esiste un interesse pubblico, e se la limitazione è proporzionale.

Rifiuto consapevole

Quindi, cari signori bernesi, non venite a raccontarci fregnacce. La verità è che il Consiglio federale consapevolmente rifiuta di intervenire in modo serio contro gli islamisti per PAURA delle accuse di islamofobia. Del resto il CF vorrebbe addirittura l’imam nell’esercito. E la presidenta della Confederazione Doris Leuthard, nelle sue condoglianze pelose dopo l’attentato di Barcellona, parla di “vile atto terroristico” evitando accuratamente di dire che si tratta di terrorismo islamico.

Coglionismo o connivenza?

Sta di fatto che qui c’è un’associazione salafita, “Lies,” (che in inglese significa “bugie” mentre in tedesco “leggi”, nel senso dell’imperativo del verbo leggere) che fa proselitismo jihadista. Lo fa pubblicamente e sotto il nostro naso. Ma il Consiglio federale lo tollera. Vietare di distribuire il Corano a scopo di radicalizzazione? Sa po’ mia! 
Questo non è nemmeno più buonismo-coglionismo. Questo è coglionismo e basta. Oppure connivenza. Fate un po’ voi.

Lorenzo Quadri

 

Segreto bancario nella Costituzione: la Lega aveva ragione

 Peccato che nel frattempo la maggior parte dei buoi sia ormai uscita dalla stalla

 

La scorsa settimana il Consiglio nazionale ha ribadito, a maggioranza, il proprio sostegno all’iniziativa ”Per la protezione della sfera privata”, e quindi all’inserimento del segreto bancario degli svizzeri nella Costituzione. La Camera del Popolo ha infatti detto “Sì” sia all’iniziativa che al controprogetto, che va nella stessa direzione, con 81 voti favorevoli, 39 contrari e 68 astenuti. Il Consiglio degli Stati aveva invece respinto entrambi.

Già otto anni fa…

La decisione del Nazionale è senz’altro positiva. Prendendola, i deputati hanno di fatto ammesso che la Lega aveva ragione. Eh già: nel 2009 la Lega lanciò un’iniziativa popolare per l’inserimento del segreto bancario in generale nella Costituzione, ritenendo insufficiente la tutela nella sola legge. Questo perché già allora si sospettava che il Consiglio federale, confrontato con le pressioni degli eurofalliti, avrebbe calato le braghe. Con danno enorme per la piazza finanziaria svizzera in generale e ticinese in particolare. La realtà si è poi dimostrata peggiore delle più pessimistiche previsioni. Per questo possiamo evidentemente ringraziare l’ex ministra del 5% Widmer Schlumpf, marionetta dei kompagni (atteggiamento mantenuto anche dopo l’uscita dal governo) che ha svenduto il segreto bancario dei clienti esteri senza alcuna contropartita. E come noto ha tentato di smantellare pure quello degli svizzeri: i padroni UE, abituati a comandare in casa nostra perché i loro camerieri in Consiglio federale glielo lasciano fare, potrebbero infatti avere qualcosa da dire anche a tal proposito. Il proditorio tentativo dell’ex ministra è andato a vuoto. Ma è chiaro che ne seguiranno altri. Ed infatti c’è già chi tenta di sdoganare la fine del segreto bancario anche per i residenti blaterando di “standard internazionali”.

Sfera privata

E’ bene ribadire che la tutela della sfera privata, di cui fa parte anche la sfera privata finanziaria, è una delle grandi conquiste della democrazia. La privacy finanziaria sancisce il rapporto di fiducia tra cittadino e Stato. E’ un valore tipicamente elvetico. Niente di strano, dunque, che a volerlo spazzare via siano i soliti rottamatori della Svizzera (quelli che “la Svizzera non esiste”). Sta di fatto che nel nostro paese il tasso di evasione fiscale è nettamente più basso che nell’UE. Per contro, lo “Stato ficcanaso” stimola gli evasori.

Iniziativa – Xerox

La maggioranza del Nazionale, stabilendo che il segreto bancario dei residenti deve essere inserito nella Costituzione, ha dunque dato ragione alla Lega, che sosteneva questa posizione già otto anni fa.  Meglio tardi che mai. Magra consolazione, però. Se le maggioranze odierne fossero scese dal pero in tempo utile, magari la piazza finanziaria sarebbe messa meglio; soprattutto in Ticino. Invece, nel 2009 c’erano anche i partiti cosiddetti borghesi a sfottere l’iniziativa leghista.  A dire che il segreto bancario era già “sufficientemente garantito”. Evidentemente perché l’iniziativa veniva dalla parte sbagliata. Poi, la giravolta: contrordine compagni! Serve la tutela costituzionale! Ed ecco servita l’iniziativa-Xerox, fotocopiata dalle proposte dell’odiato Movimento. Peccato che nel frattempo i buoi siano scappati dalla stalla al gran galoppo.

Fregature italiche

Nel frattempo, si avvicina a grandi passi il 2018. Data in cui, a seguito della fine del segreto bancario per i clienti esteri, le banche elvetiche saranno tenute a fornire informazioni a go-go alle autorità fiscali di un gran numero di paesi. In prima linea proprio l’Italia. La quale però, ma tu guarda i casi della vita, non si sogna, nemmeno lontanamente, di fare la propria parte a proposito dell’accesso degli operatori finanziari svizzeri alla piazza finanziaria tricolore. Accesso previsto dalla road map, Ma a Roma se ne impipano; tanto gli svizzerotti si fanno sempre fregare, come ha ben dimostrato “Leider” Ammann durante l’ultima gita enogastronomica a Roma, riuscendo nella titanica impresa di farsi infinocchiare addirittura da tale ministro Carlo Calenda (Calenda chi?).

Fatto sta che il governo italiano ha stabilito tramite decreto governativo che se le banche svizzere vogliono lavorare oltreramina devono aprire una succursale in loco. Il che significa: spostare anche il personale nel Belpaese. Le conseguenze sono evidenti: ulteriore perdita massiccia di impieghi in Ticino e creazione di nuovi posti di lavoro in Italia, ovviamente a vantaggio di cittadini italici. Come se il mercato del lavoro di questo sempre meno ridente Cantone non fosse già sufficientemente devastato dall’invasione da sud. Ma per il consiglio federale, naturalmente, l’è tüt a posct.

E in queste condizioni noi versiamo ristorni dei frontalieri e ci apprestiamo a consegnare dati bancari? Forse siamo davvero affetti dalla sindrome di Tafazzi. Solo che, invece di martellarci i gioielli di famiglia con una bottiglia, utilizziamo una mazza chiodata medievale.

Lorenzo Quadri

Tra una pippa mentale e l’altra, l’immigrazione esplode

Giustamente asfaltata al Nazionale l’iniziativa del Vicolo cieco. Ma il problema resta

 

Il Consiglio nazionale, come c’era da sperare (ma non si sa mai…) ha asfaltato la famigerata iniziativa del vicolo cieco, detta anche RASA. Si tratta dell’iniziativa lanciata all’indomani del “maledetto voto” del 9 febbraio con l’intenzione di cancellarlo. Un’iniziativa scandalosa ed antisvizzera che non ha (per fortuna) precedenti (e speriamo che non avrà neppure emuli). Un’iniziativa della casta e degli intellettualini di regime: basta vedere la composizione del comitato promotore. Un’iniziativa finanziata da un miliardario residente negli USA; che evidentemente con i problemi della Svizzera (e del Ticino che ha plebiscitato il “maledetto voto”) in regime di devastante libera circolazione non ha nulla a che vedere. In nessun modo li vive sulla propria pelle.  Un’iniziativa dell’élite spalancatrice di frontiere contro il popolo becero che osa votare “sbagliato”. Un’iniziativa dell’establishment, che aborre i diritti popolari ma non ha remore nello sfruttarli in modo perverso, per cancellare l’esito delle votazioni sgradite.

Un comitato a sostegno di questa iniziativa è stato creato anche in Ticino, capeggiato da un certo avvocato luganese; quello che si è fatto beccare con le mani nella marmellata mentre distribuiva nottetempo falsi giornali; quello dei Consiglieri di Stato che sarebbero dei “pagliacci”; eccetera eccetera.

Inutile dire che il numero di firme raccolto nel nostro Cantone è stato ridicolo.

Non servono le firme

L’iniziativa è stata respinta dal Consiglio nazionale a larga maggioranza. Ci sarebbe mancato altro, visto che essa è diventata inutile. Infatti  in quel venerdì nero della democrazia in Svizzera, ossia il 16 dicembre 2016, il triciclo PLR-PPD-P$$ alle Camere federali ha rottamato il maledetto voto del 9 febbraio. Si è così scoperto che per prendere a schiaffi i cittadini non c’è bisogno di raccogliere le firme: basta la partitocrazia iscariota. Stupisce quindi che i promotori dell’iniziativa del vicolo cieco non l’abbiano ritirata. Avrebbero fatto meglio a farlo. Se infatti l’iniziativa, come c’è da sperare, verrà asfaltata in votazione popolare, ciò equivarrà ad una riconferma del 9 febbraio.  Quindi, ad una bocciatura popolare del compromesso-ciofeca ufficialmente denominato, con un’epica faccia di tolla, “preferenza indigena light”. Malgrado con la preferenza indigena non abbia nulla a che vedere.

Controprogetti?

Vale anche la pena ricordare che il Consiglio federale inizialmente pensava di proporre un controprogetto diretto all’iniziativa RASA. Ma bravi, standing ovation per i camerieri dell’UE: invece di respingere al mittente un’iniziativa sconcia, erano disposti ad inventarsi i controprogetti pur di tenerla buona. Per l’iniziativa per salvare il segreto bancario degli svizzeri, invece, di controprogetti i sette scienziati non ne volevano: quello esistente lo ha elaborato  il parlamento. Idem per No Billag.

Controprogetti di matrice ro$$overde a RASA sono stati però presentati in Consiglio nazionale. Obiettivo: inserire di straforo nella Costituzione a) la libera circolazione (vergogna!) e b) la preminenza del diritto internazionale su quello costituzionale svizzero (doppia vergogna!). Queste proposte aberranti sono per fortuna state spazzate via dalla maggioranza dei deputati.

Il problema resta

Intanto però che i politicanti si fanno le pippe mentali sull’iniziava della casta, il problema dell’immigrazione incontrollata resta di prepotente e drammatica attualità.

I camerieri dell’UE continuano a reiterare la fregnaccia che senza la libera circolazione incontrollata la Svizzera non disporrebbe della forza lavoro di cui ha bisogno. Balle solenni! La libera circolazione senza limiti è in vigore dal 2004. Forse che prima l’economia elvetica non disponeva delle risorse estere che le servivano? Non prendiamo la gente per scema. Semplicemente, prima dei bilaterali il nostro paese poteva scegliere di far entrare gli immigrati di cui aveva bisogno. Adesso invece “devono entrare tutti”.

Esigenze dell’economia?

Ed inoltre, alla faccia delle “esigenze dell’economia”, la metà degli 800mila stranieri arrivati nel nostro Paese a seguito  della libera circolazione mica lavora! In compenso, provoca costi infrastrutturali, consuma servizi, intasa le strade, fa salire i prezzi degli alloggi, eccetera. Senza contare che nel 2015 gli immigrati hanno versato nelle casse della disoccupazione il 20% in meno di quanto hanno attinto. Da notare che questo dato figura sul rapporto del Consiglio federale sui 15 anni di Bilaterali. Che è un documento di propaganda pro-frontiere spalancate. Sullo stesso rapporto si dice pure che il 70% dei migranti proviene da paesi dove le paghe sono ben inferiori alle nostre. Quindi, si tratta di manodopera estera a basso costo, che mette sotto pressione i salari in Svizzera. E ancora: il  tasso di disoccupazione degli europei del sud presenti in Svizzera è del 9%; quello degli europei dell’est, del 12.4%. Contro una media nazionale del 3.7%.

E non stiamo a tirar fuori per l’ennesima volta l’invasione di frontalieri in Ticino con conseguente soppiantamento e dumping salariale.

Ma di tutto questo, è chiaro, l’élite spalancatrice di frontiere, i professorini, gli intellettualini  ed i miliardari residenti negli USA che stanno dietro l’iniziativa del vicolo cieco mica si preoccupano. Loro vogliono solo spalancare le frontiere e distruggere quel poco che resta della Svizzera: “devono entrare tutti!”.

Lorenzo Quadri

 

 

Perché la loro organizzazione non è ancora fuori legge?

Islamisti: Blancho e Illi del CCIS accusati dal Ministero pubblico della Confederazione

 

Ma guarda un po’! I vertici del  sedicente Consiglio centrale islamico della Svizzera (CCIS) sono imputati davanti al Ministero pubblico della Confederazione per la propaganda ed il supporto offerti ad Al Qaïda, allo Stato islamico e ad organizzazioni ad essi associate.

Gli imputati sono Nicolas Blancho (quello che andava in giro a dire che picchiare le donne è un diritto), tale Naim Cherni nonché Qaasim Illi. Quest’ultimo è il marito di Nora Illi. Ossia la donna velata che, assieme al compagno di merende Rachid Nekkaz, sedicente imprenditore algerino, arriva di tanto in tanto in Ticino per contestare il divieto di burqa. E che ancora di recente si è espressa contro l’estensione a livello nazionale del divieto in questione, invocando i diritti della donna. Certo, come no. Il fatto che i vertici dell’associazione di cui fa parte, compreso il suo signor consorte, siano sotto inchiesta per propaganda jihadista dimostra ulteriormente il legame tra il burqa ed il terrorismo islamico.

La $inistruccia

Ma intanto talune esponenti della $inistruccia ticinese ancora difendono il burqa. Vedi le prese di posizione a seguito della riuscita dell’iniziativa federale “contro la dissimulazione del viso”. Perché evidentemente  gli immigrati devono essere liberi di stare in casa nostra senza doversi minimamente adeguare alle regole di base della convivenza comune, e magari mettendosi pure a  carico del contribuente.  Senza fare nessuno sforzo di integrazione: tanto a fine mese i corposi aiuti sociali arrivano lo stesso. A pagare il conto, va da sé, sono gli svizzerotti fessi. Ed è proprio il caso di sottolinearlo: fessi. Perché, per permettere ai jihadisti di arrivare in Svizzera e – di fatto – stipendiarli con i soldi del nostro Stato sociale mentre procedono con reclutamenti e propaganda islamista, bisogna essere davvero fessi. Eppure accade proprio questo. Lo ha dichiarato di recente un esperto di terrorismo islamico.

Comunque, vedremo se le signore della $inistruccia cantonticinese difenderanno ancora il burqa quando, grazie alla loro politica di islamizzazione della Svizzera, saranno costrette ad indossarlo loro. Se in un futuro nemmeno tanto lontano le loro figlie e nipoti dovranno sottostare alla poligamia e alla sharia sapranno chi ringraziare. E’ il massimo: queste signore si stracciano le vesti per le quote rosa in Consiglio federale e nei CdA delle aziende e nello stesso tempo, a suon di multikulti e di frontiere spalancate agli integralisti islamici, spianano la strada alla fine dei diritti della donna in Svizzera.

Cosa si aspetta a vietare?

A  dimostrazione del rispetto che i bellimbusti del sedicente Consiglio centrale islamico della Svizzera hanno nei confronti delle istituzioni, quando nei mesi scorsi si è parlato della loro messa in stato d’accusa, Blancho, Illi e compagnia cantante si sono premurati di comunicare che non si sarebbero presentati al Tribunale penale federale di Bellinzona. Bravi, avanti così! E noi continuiamo a tollerare questa foffa?

Infatti il punto è come mai il CCIS non sia ancora stato dichiarato fuori legge in quanto associazione. Ma naturalmente ogni volta che a livello federale si toccano questi argomenti, la risposta è sempre la stessa: “Sa pò mia! Mancano le basi legali!”. Quando però qualcuno chiede di crearle, queste fantomatiche basi legali, se davvero il problema è la loro mancanza, ecco che parte il disco rotto numero due: “razzismo! Islamofobia! Vergogna!”. Cari signori, ma chi pensate di prendere per i fondelli?

I finanziamenti esteri

Intanto la prossima settimana, ordine del giorno permettendo, è previsto che il Consiglio nazionale voti sulla mozione presentata lo scorso anno da chi scrive. L’atto parlamentare chiede di vietare i finanziamenti esteri alle associazioni islamiche, di obbligare queste ultime ad indicare la provenienza dei fondi a loro disposizione, e di stabilire che gli imam devono obbligatoriamente predicare nella lingua del posto.

Come al solito, il Dipartimento Sommaruga strilla la propria opposizione a tutte e tre le proposte. Non se ne parla neanche! Gli islamisti devono poter fare i propri comodi in Svizzera! Non sia mai che qualche estremista islamico abbia a lamentarsi della Svizzera non abbastanza accogliente nei suoi confronti! Bisogna aprirsi!  Tappeto rosso a chi vuole islamizzare il nostro paese!

Vedremo se la maggioranza del Consiglio nazionale saprà dimostrare buonsenso o se invece, per l’ennesima volta, si allineerà pecorescamente dietro il pensiero unico multikulti e spalancatore di frontiere. Poi ci chiediamo come mai la Svizzera si trasforma in base logistica per terroristi islamici…

Lorenzo Quadri

10 motivi per votare Sì alla Previdenza 2020

Ultimo appello a chi non ha ancora depositato la scheda nell’urna

 

Oggi si vota, tra l’altro, sulla Previdenza 2020. Per questa votazione si prevede un esito tirato. Nelle scorse settimane della PV 2020 non si è sentito parlare granché. L’importanza del tema avrebbe meritato maggiore attenzione. Ma da un lato la complessità dell’oggetto – e quindi il suo scarso appeal mediatico – e dall’altro l’interminabile quanto stucchevole pantomima sulla nomina del nuovo Consigliere federale hanno fatto sì che la riforma delle pensioni passasse in secondo piano. A torto.

Poiché c’è ancora qualche ora di tempo per votare, vale la pena pubblicare un piccolo “decalogo” a beneficio  chi non avesse ancora depositato la scheda nell’urna.

  • La riforma Previdenza 2020 non entusiasma. Non poteva essere diversamente: quando bisogna risanare un’assicurazione sociale, non si può che scontentare. L’obiettivo deve quindi essere quello di scontentare il meno possibile.
  • Ogni anno si spendono miliardi per i finti rifugiati con lo smartphone. Questi soldi potrebbero essere dirottati sull’AVS. Su questo non ci piove. Ma è evidente che il triciclo PLR-PPD-P$$ non approverà mai una simile soluzione. Occorre dunque guardare in faccia alla realtà.
  • Non è solo l’AVS ad avere problemi di “cassa” ma anche il secondo pilastro. Il famoso tasso di conversione al 6,8% non sta più in alcun rapporto con il rendimento dei capitali. La conseguenza: gli assicurati attivi professionalmente finanziano con i loro contributi le rendite dei pensionati. Questa distorsione non può continuare.
  • La Previdenza 2020 prevede l’aumento a 65 anni dell’età di pensionamento delle donne. Questo non è bello. Però contempla contemporaneamente una maggiore flessibilizzazione del pensionamento tra i 62 ed i 70 anni; di modo che, per le donne che sceglieranno anche in futuro di smettere di lavorare a 64 anni, non cambierà granché.
  • Per compensare i risparmi sul secondo pilastro, chi andrà in pensione a partire dal 2018 beneficerà di un aumento della rendita di 70 Fr al mese. Si tratta di una sorta di “mini tredicesima AVS”: la Lega non può che salutarla positivamente, dopo vent’anni di battaglie sul tema (con tanto di iniziativa popolare).
  • Il pacchetto Previdenza 2020 prevede un amento dell’IVA dello 0,3% a partire dal 2021. Questo aumento, evidentemente, non fa piacere. In molti ci hanno ricamato sopra. Ma a conti fatti si tratta di 30 centesimi per ogni 100 franchi di spesa; ancora meno per quegli acquisti che beneficiano dell’IVA agevolata. E’ davvero un prezzo troppo alto da pagare per garantire le pensioni per i prossimi decenni?
  • Soprattutto: cosa succederà se la riforma dovesse venire bocciata? Nel cassetto non c’è pronto alcun piano B. Passeranno anni prima che le Camere federali lo partoriscano. Nel frattempo, la situazione finanziaria del primo e del secondo pilastro si degraderà ulteriormente. Di conseguenza, i tagli dovranno giocoforza essere più incisivi; e verranno imposti con i soliti catastrofismi. Una cosa è certa: il nuovo pacchetto non conterrà l’aumento di 70 Fr delle rendite AVS. Per contro, prevedrà l’innalzamento dell’età del pensionamento a 67.
  • E’ questo che vogliamo? La pensione a 67 anni? In Ticino dove, per colpa dell’invasione da sud, chi perde il lavoro dopo i 50 anni può star certo che non ne troverà un altro? Anche perché, ormai l’abbiamo sentito in tutte le salse, la partitocrazia non ne vuole sapere di introdurre la preferenza indigena, alla faccia di quel che ha votato il popolo.
  • Chi sono i principali oppositori della Previdenza 2020? La destra economica. Che la combatte non perché è troppo dolorosa per i cittadini, ma perché lo è troppo poco.
  • In conclusione: la Previdenza 2020 non fa fare salti di gioia. Ma va assolutamente votata per evitare il peggio.

 

Cassis: l’establishment salta scompostamente sul carro

Lega coerente sul nuovo ministro: ha fatto quello che ha promesso. Altri invece…

 

Non ci voleva il mago Otelma per prevedere che KrankenCassis sarebbe stato eletto Consigliere federale. Semmai si sarebbe potuto scommettere sul numero dei turni. Pensavamo che si sarebbe arrivati almeno a tre. Invece il circo elettorale si è consumato in due sole votazioni. Con grande disappunto della RSI che ha letteralmente invaso il palazzo federale (si vede che le risorse sia umane che finanziarie abbondano) per scoprire che nel giro di una mezz’oretta era già tutto finito.

L’esito era prevedibile in mancanza di una vera alternativa a Cassis. Le candidature romande erano più velleitarie che di sostanza. Del resto, tre seggi romandi su sette costituiscono chiaramente una sproporzione.

Il voto leghista

I due rappresentanti leghisti a Berna avevano annunciato che avrebbero votato scheda bianca, ritenendo che nessuno dei tre candidati fosse convincente.  Così è stato detto, e così è stato fatto. Diversamente da chi, per compiacere l’uno o l’altro, ha fatto pubbliche dichiarazioni di voto ma poi, al momento di venire al dunque, è stato colpito da amnesia selettiva. Ne sa qualcosa la “povera” Isabelle Moret, brutalmente scaricata dai kompagni già al secondo turno, dopo settimane di profferte quasi amorose. Vatti a fidare dei $ocialisti!

Inoltre: siamo poi sicuri che, a parte le due schede bianche leghiste, il resto della Deputazione ticinese abbia votato compatta per KrankenCassis? Il dubbio è lecito. Perché quello che infili nell’urna, ma guarda un po’, non lo vedono né i giornali, né i portali online.

No ai ricattini

Comunque, la storiella del “sostegno al candidato ticinese che deve essere compatto” è solo l’ennesima bufala messa in giro dai galoppini del neo-consigliere federale (galoppini per interessi della propria bottega partitica, spacciati per interessi del Ticino quando in realtà sono qualcosa di ben diverso).

Da nessun Cantone si è mai preteso il sostegno – bulgaro ed acritico – a propri eventuali candidati al Consiglio federale. E nemmeno è mai arrivato. Per dire: mica tutti i deputati ginevrini hanno sostenuto Maudet. Quelli che si riempiono la bocca con la “coesione”, la pretendono solo dal Ticino. E dietro ci sta il pensiero seguente: i ticinesi figli della serva devono farsi andar bene qualsiasi aspirante sventoli bandierina rossoblù, e “cara grazia”. Indipendentemente da tutto il resto: dalle posizioni politiche, dalla professione di lobbysta dei cassamalatari, dalla binazionalità. Per la serie: o mangi questa minestra, o salti dalla finestra. Questo è un ricatto, ed è pure umiliante. Noi non ci stiamo.

L’establishment salta su carro

Come detto, auguriamo buon lavoro ad Ignazio Cassis. Se ci sorprenderà in positivo, non avremo problemi ad ammetterlo. Ma al momento la nostra posizione rimane quella che avevamo prima della sua elezione. Non potrebbe essere diversamente, visto che la sua attività in Consiglio federale non è ancora cominciata!

Per contro l’establishment, anche quella parte che nelle scorse settimane non lesinava critiche, commenti e battute sul candidato, da mercoledì sta scompostamente saltando sul carro del vincitore. Più che una corsa a saltare sul carro, sembra ormai un vero e proprio assalto alla diligenza. KrankenCassis è stato eletto: sicché, santo subito! Imbarazzante e poco decoroso.

Del resto e per l’ennesima volta, mentre l’establishment slinguazza giulivo, e si prepara ad ingozzarsi di tartine e champagne (pagati dal contribuente) ai festeggiamenti ufficiali di giovedì, una parte (maggioritaria?)  del popolo ticinese – quello che, per citare il neo Consigliere federale, “si alza la mattina, va a lavorare, ha dei buoni valori (?)” – non necessariamente è altrettanto entusiasta.

Il tasto “reset”

Venerdì l’assegnazione dei Dipartimenti non ha portato alcuna sorpresa. Al nuovo arrivato è andato il DFAE, liberato dal suo predecessore Didier “dobbiamo aprirci all’UE” Burkhaltèèèr. Del resto, mai e poi mai gli Esteri sarebbero stati lasciati in mano ad un UDC.
Vedremo presto se Cassis schiaccerà davvero il tasto “reset” sulle devastanti politiche euroturbo del suo predecessore, o se invece lo schiaccerà sulle sue promesse pre-elezione.
Burkhaltèèèr si è già premurato di precisare che in politica estera il tasto “reset” non esiste. Per le dichiarazioni da campagna elettorale, invece, il tasto in questione esiste eccome.

Da parte sua, il mago Otelma prevede che sul fronte dei rapporti con il Belpaese in tema frontalieri, Cassis o non Cassis cambierà ben poco, visto che il grosso delle trattative le conduce un altro dipartimento.

Buon lavoro

In ogni caso, e ancora una volta, auguri di buon lavoro al neo ministro degli Esteri. Ne avrà bisogno. Il sipario sui festeggiamenti calerà presto. Poi sulla scena irromperà la realtà. E il gruppo parlamentare dell’UDC, che a larga maggioranza ha accordato il proprio sostegno a Cassis, non tarderà a chiamarlo alla cassa.

Del resto l’appoggio è stato graziosamente concesso al buon Ignazio non certo perché ticinese, e nemmeno perché i vertici UDC lo considerino un grande statista. E’ stato accordato perché, assai più prosaicamente, il maggiore partito svizzero si aspetta da Cassis che cambi le maggioranze in Consiglio federale, facendole pendere in direzione centro-destra per quattro a tre: ovvero, da una parte i due liblab ed i due UDC, e dall’altra i due $ocialisti e la PPD. Se questa legittima aspettativa non dovesse venire soddisfatta, l’imbottita poltrona del neo-eletto si farà ben presto bollente.

Lorenzo Quadri

Invece di tassare di più i frontalieri, li sgravano!

Ennesima boiata dei burocrati federali. E il costo? Lo pagheranno i ticinesotti!

 

Ancora brutte notizie in arrivo per il Ticino. Nei giorni scorsi è stata posta in consultazione la modifica di un’ordinanza federale sul tema della  tassazione dei quasi residenti. Dietro i termini tecnocratici si nasconde una fregatura. Di quelle belle grosse.

I burocrati bernesi, camerieri dell’UE, intendono infatti fare un regalo fiscale ai frontalieri. Ovvero, vogliono permettere a questi ultimi di beneficiare delle stesse deduzioni che vengono accordate ai ticinesi. I frontalieri verrebbero infatti trattati come “quasi residenti”. Ora, i frontalieri saranno anche “quasi residenti” però non devono affatto far fronte ai costi della vita in Svizzera. A partire, ad esempio, dai premi di cassa malati.  I permessi G non lasciano un centesimo sul nostro territorio, visto che si portano la “schiscetta” direttamente da casa. Il differenziale tra il costo della vita al di qua e al di là della ramina è proprio la prima causa del dumping salariale e del soppiantamento dei lavoratori residenti con frontalieri in regime di devastante libera circolazione delle persone!

Per compensare almeno in parte questo squilibrio, dalle conseguenze drammatiche per i ticinesi,  bisogna semmai tassare di più i frontalieri. Invece i burocrati bernesi li vogliono sgravare: proprio il contrario di quel che andrebbe fatto! Ed i costi dell’indecente ed immotivato regalo fiscale ai frontalieri vengono scaricati, ma guarda un po’, sul groppone del Ticino. Il nostro Cantone dovrà infatti assumere più tassatori per calcolare gli sgravi dei “quasi residenti”. Traduzione: più spese per meno entrate! Se questo non è masochismo allo stato puro…

Grazie, ex ministra del 5%!

Da notare che per il regalo fiscale ai frontalieri possiamo ringraziare la catastrofica ex ministra del 5% Widmer Schlumpf, dal momento che l’input  per la modifica dell’ordinanza federale viene da lei.

Ma chi c’è a monte di questa triste pantomima? Ancora una volta, i legulei del Tribunale federale. I quali hanno avuto la bella idea di stabilire che non accordare ai frontalieri le stesse deduzioni fiscali dei residenti costituirebbe una  “discriminazione”.

Qui qualcuno è fuori come un balcone!

A parte che il problema della discriminazione ce lo poniamo solo noi svizzerotti fessi, mentre nell’UE – ed in particolare nel Belpaese – fanno tutt’altro. Discriminazione significa trattare in modo diverso ciò che è uguale; ma significa anche trattare in modo uguale quel che è diverso! E la situazione dei frontalieri, per quel che riguarda i costi della vita, non ha assolutamente nulla a che vedere con quella dei residenti! Quindi la discriminazione sta semmai nel trattare i permessi G come i residenti. Morale: ancora una volta, per calare le braghe davanti agli eurobalivi, i burocrati bernesi sono pronti a discriminare i ticinesi.

Tutto al contrario

Un altro aspetto va sottolineato. La sentenza del Tribunale federale sulla tassazione dei quasi residenti data del febbraio 2017. Ha quindi più di sette anni e mezzo. Nel frattempo, però, non è successo proprio nulla. Nessuno si è lamentato. Quindi, non c’era alcun bisogno di partorire una modifica d’ordinanza sfacciatamente contraria agli interessi del nostro Cantone. Si poteva benissimo far finta di niente!

E’ il colmo: invece di darsi da fare affinché i frontalieri siano tassati di più, i camerieri dell’UE a Palazzo federale li tassano di meno. E il regalo fiscale ai frontalieri lo fanno pagare al Ticino. E noi ci facciamo andar bene anche questo?

Lorenzo Quadri

Finti rifugiati: nuovo assalto magrebino?

 

Ma guarda un po’! Pare proprio che ai nostri confini si stiano di nuovo ammassando i migranti economici magrebini. E pare anche che tra costoro si moltiplichino i segnali di radicalizzazione. Il tema  è oggetto di una domanda al Consiglio federale del deputato PPD Marco Romano. Siamo curiosi di sentire la risposta.

In particolare ci interessa sapere in che modo i camerieri bernesi dell’UE intendono impedire che arrivino in casa nostra frotte di finti rifugiati integralisti. La situazione in Svizzera  su questo fronte è già abbastanza deleteria. Infatti, grazie all’accesso facile alle nostre prestazioni sociali (una facilità analoga esiste solo nei paesi del nord Europa, ed infatti si vede come sono messi) la Svizzera si presta assai bene a diventare un centro logistico per integralisti islamici, mantenuti con i nostri soldi. A costoro è infatti permesso di tutto e di più. Per questo ringraziamo i fautori del buonismo-coglionismo in Consiglio federale ed anche nei tribunali.

Espellere i jihadisti? Sa po’ mia, se questi sono in pericolo nel paese d’origine! Vietare le associazioni islamiste? Sa po’ mia! Impedire a moschee e centri culturali musulmani di farsi foraggiare dall’estero, segnatamente da paesi dove vige l’islam radicale? Sa po’ mia! E avanti di questo passo.

Insomma, l’andazzo è sempre lo stesso: per tutelare la Svizzera dall’avanzata islamista mancano sempre le basi legali. Ora, se il nostro diritto penale va bene per i ladri di galline ma non è per nulla adatto a far fronte alle minacce del terrorismo islamico, ci sono dei precisi responsabili. Ossia gli spalancatori di frontiere, fautori del multikulti, che hanno aperto le porte del  nostro paese, e le casse del nostro stato sociale, ai musulmani radicalizzati e radicalizzatori. Senza però nemmeno prendere uno straccio di contromisura: guai, è populismo e razzismo! Basti pensare che i kompagnuzzi si opponevano perfino alla nuova legge sui sistemi informativi!

Adesso vogliamo sapere se il Dipartimento Sommaruga e compagnia cantante intendono impedire l’arrivo in Ticino di finti rifugiati che “evidenziano segnali di estremismo” o se invece, come al solito, “devono entrare tutti” altrimenti è discriminazione, razzismo, fascismo! Ciò che equivarrebbe a servire su un piatto d’argento una nuova infornata di potenziali miliziani ai reclutatori già attivi in casa nostra. Applausi a scena aperta!

Lorenzo Quadri

Previdenza 2020: il santo vale la candela

Risanare le pensioni ha giocoforza un prezzo: quello proposto è accettabile

 

Il prossimo 24 settembre saremo chiamati ad esprimerci sulla Previdenza 2020, un pacchetto di misure che mira a stabilizzare la situazione finanziaria del primo e del secondo pilastro. La riforma pensionistica fa fare salti di gioia? No, ovviamente. Perché quando le casse vanno nelle cifre rosse, se si vuole risistemare la “baracca”, la possibilità è una sola: scontentare. Non certo fare contenti.

Certo, sarebbe bello dire: con 2.4 miliardi di spesa prevista nel 2018 per i finti rifugiati con lo smartphone, dirottiamo da lì i fondi per sistemare i conti del primo pilastro (il buco dello scorso anno era di mezzo miliardo). Facile, ma non realistico. Per una simile operazione non ci sono le maggioranze. Ringraziare la partitocrazia.

Numerosi compromessi

Sono ormai tanti anni che si parla di riforme dell’AVS senza mai venirne ad una. Questa volta, le camere federali hanno svolto un lungo esercizio di compromessi e di correzioni per dare al pacchetto sottoposto al voto popolare una sostenibilità complessiva. L’età del pensionamento delle donne sarà portata a 65 anni, è vero. Ma le possibilità di pensionamento flessibile ed i 70 Fr al mese di AVS in più permettono alle lavoratrici che lo desiderano di andare in pensione un anno prima senza perderci.  Il tasso di conversione del secondo pilastro viene modificato verso il basso. Non suona bene. Ma bisogna considerare che quello oggi in vigore da tempo non è più in linea con i rendimenti dei capitali. Che, come sappiamo, sono stati ridotti ai minimi termini. La conseguenza è che lavoratori attivi con i loro contributi finanziano le rendite di chi è già pensionato invece delle proprie. Questo non è giusto e non può andare avanti.

D’altra parte, però, verrà migliorato l’accesso dei redditi bassi (in genere conseguiti da chi lavora a tempo parziale) al secondo pilastro: una misura di cui beneficeranno in particolare le donne. Perché, se è vero che già adesso i redditi più bassi possono versare dei contributi pensionistici volontari, i rispettivi datori di lavoro non sono tenuti a fare lo stesso. Nulla cambierà, per contro, per la parte sovra obbligatoria.

Consolidare l’AVS

I 70 Fr al mese in più – che fanno pur sempre 840 Fr all’anno – di rendita AVS andranno a compensare la riduzione del tasso di conversione della previdenza professionale. E in ottica leghista, dopo oltre un ventennio di battaglie per la “tredicesima AVS” (affossata dalla partitocrazia per non “darla vita” all’odiata Lega) questa parziale tredicesima AVS non può che essere ben vista. E’ infatti “cosa buona e giusta” consolidare il primo pilastro. Indebolirlo come vorrebbero fare gli oppositori della Previdenza 2020, per spostare sempre più il peso della rendita di vecchiaia sulla previdenza professionale, non può che avere conseguenze negative. Specie nel nostro Cantone dove la sicurezza occupazionale si fa sempre più labile  – per usare un eufemismo.

30 cts su 100 Fr

C’è poi la questione dell’aumento dell’IVA, che  passerà all’8.3% dal gennaio 2021. Un argomento su cui gli oppositori insistono ad oltranza. Certo che aumentare l’IVA non è simpatico. Ma spendere 30 centesimi in più su 100 Fr di spesa, che si riducono poi a 20 centesimi per i beni e servizi che sottostanno alle tariffe agevolate, è davvero un prezzo troppo alto da pagare per garantire il futuro delle pensioni?  E di questo, checché ne dicano gli oppositori alla Previdenza 2020, approfitteranno anche i pensionati attuali, dato che si vedranno garantite le rendite almeno fino al 2030. Ciò che, se la riforma non passerà lo scoglio della votazione popolare, potrebbe anche non essere il caso.

Qual è l’alternativa?

Già, gli oppositori. Essi dicono e  scrivono peste e corna della Previdenza 2020. Ma la loro alternativa qual è? Hanno forse in tasca una riforma ancora meno costosa per il cittadino? Certo che no. Il coniglio nascosto nel loro cilindro è la pensione a 67 anni. Del resto è in questa direzione che si stanno muovendo svariati paesi europei come Germania, Italia, Olanda, Danimarca… Diritto alla pensione a 67 anni in un mercato del lavoro che, grazie in particolare alla devastante libera circolazione delle persone e conseguente invasione di frontalieri, è ormai off-limits per chi perde l’impiego sopra i 55 anni? No grazie!

Quanto alla tesi dei contrari secondo cui il “pacchetto” in votazione danneggerebbe i giovani, è semmai vero l’opposto. Basta pensare che, in caso di bocciatura nelle urne, i giovani a causa del tasso di conversione non più sostenibile dei capitali previdenziali  continueranno a pagare le rendite altrui invece di costruire le proprie.

Fattura più elevata

Risanare le assicurazioni sociali ha un prezzo. Non è possibile farlo gratis e non è possibile farlo stando a guardare. Pagare non fa mai piacere. Ma il prezzo chiesto dalla Previdenza 2020 è tutto sommato sostenibile. Gli oppositori, dietro l’uso torrenziale di tecnicismi fumogeni (per lasciare ad intendere che “lur sì che i a stüdiaa” mentre gli altri…) hanno già pronta una fattura molto più elevata. Non dicono di no alla Previdenza 2020 perché il  conto per i cittadini sarebbe troppo elevato. Dicono di no perché non lo sarebbe abbastanza. Il 24 settembre, votiamo Sì per evitare il peggio.

Lorenzo Quadri

Immigrazione: Ticino verso un destino da riserva indiana

I manifesti elettorali della Lega di qualche anno fa non erano mica campati in aria…

Ma guarda un po’: mentre imperversano le accuse di razzismo e di xenofobia alfine di colpevolizzare i ticinesotti, appaiono le ultime statistiche a proposito dell’immigrazione in Ticino. E, per l’ennesima volta, fanno stato di numeri che, in proporzione, non si trovano praticamente da nessun’altra parte. In Europa solo il piccolo Lussemburgo ha percentuali di popolazione straniera paragonabili alle nostre. Però noi siamo quelli chiusi e xenofobi. Quelli che devono fare entrare sempre più gente se vogliono avere la coscienza a posto.

180mila stranieri

In Ticino, secondo gli ultimi dati ci sono 100mila stranieri, ovvero quasi il 30% della popolazione. E, se gli stranieri continuano ad aumentare, sia per immigrazione che per saldo demografico, i ticinesi diminuiscono. Il destino che ci attende è dunque quello degli indiani nelle riserve. Il manifesto elettorale della Lega di qualche anno fa non era mica campato in aria. Senza contare che, come noto, i beneficiari di naturalizzazioni facili vanno a rimpolpare le statistiche degli svizzeri, così da abbellirle a beneficio degli internazionalisti.

Le statistiche sulla popolazione straniera, va da sé, non contano neppure frontalieri, padroncini e distaccati. Costoro infatti non sono formalmente residenti in Ticino. Però vi entrano tutti i giorni uno per macchina. Se aggiungiamo anche loro ai 100mila stranieri “ufficiali”, arriviamo tranquillamente, come scritto la scorsa settimana, a quota 180mila stranieri presenti giornalmente nel nostro Cantone. Cifre e percentuali che nessun altro paese ha. Per cui, piantatela una buona volta di seccarci la gloria con la fola del razzismo. Perché non sta né in cielo né in terra!

In tutto ci vuole misura

Parliamo invece di proporzioni. Perché ogni fenomeno ha un limite oltre il quale diventa insostenibile. E’ una legge fisica. Pretendere che l’immigrazione faccia eccezione è una vergognosa presa per i fondelli.  Ed è ovvio che, quando i limiti si superano, poi arrivano i contraccolpi. Chi ne porta la responsabilità? Non certo i ticinesi che questa situazione la subiscono. La responsabilità la porta chi ha permesso ed anzi ha voluto  l’immigrazione fuori controllo, e senza alcun rapporto con le esigenze dell’economia. Ed essa, come era scontato, ha generato una guerra tra poveri da cui ad uscire perdenti sono i  residenti.

E gli islamisti?

E già che ci siamo, ci piacerebbe avere anche un aggiornamento a proposito della situazione degli immigrati di religione islamica, perché il fenomeno della radicalizzazione non può essere preso sottogamba. Non passa settimana senza che si scopra in Svizzera un qualche imam filo-jihad che predica l’odio contro di noi, il nostro paese e la nostra società. Magari mentre nel frattempo intasca lauti aiuti sociali. E questi, evidentemente,  gli vanno bene anche se vengono dagli infedeli. Ma quanta di questa foffa estremista abbiamo fatto entrare?  Ringraziamo i multikulti! Ed intanto suona l’allarme anche sui matrimoni forzati…

Tornare indietro si può

Forse è il caso di rendersi conto che la limitazione dell’immigrazione non è una pretesa di pochi beceri razzisti. E’ diventata ormai un’esigenza se si vuole salvare la pace sociale, che è minacciata.  Elite spalancatrice di frontiere, cosa pretendi ancora che i cittadini siano disposti a sopportare?

Lo Stato sociale galoppa verso l’infinanziabilità perché “bisogna mantenere tutti” . La spesa per i finti rifugiati è ormai andata completamente fuori controllo. La politica d’asilo della kompagna Simonetta Sommaruga ci sta riempiendo di giovani migranti economici che mai saranno integrati. E che gli imam di cui sopra potranno facilmente radicalizzare (ammesso che non lo siano già di bel principio).   Sulla percentuale di detenuti stranieri nelle nostre carceri (punte fino all’80%) non torniamo nemmeno più. Le conseguenze viarie ed ambientali di una circolazione che non è più “libera” bensì selvaggia le tocchiamo con mano e le respiriamo tutti i giorni.  La sovrappopolazione da immigrazione scriteriata  fa esplodere  i costi dell’alloggio. Considerazioni, queste, che già si trovavano nell’iniziativa Ecopop, sostenuta anche da professori universitari. Ma naturalmente i promotori vennero trattati da delinquenti e l’iniziativa sepolta sotto quintalate di palta politikamente korretta.

Cosa deve ancora succedere perché ci si renda finalmente conto che così non si va avanti? Le frontiere spalancate hanno fatto solo disastri. Si sono dimostrate per quello che sono: un incidente nella storia. Un esperimento miseramente fallito. Si deve tornare indietro. Si deve e si può. Eccome che si può!

Lorenzo Quadri

Iniziativa del Vicolo Cieco: è ora di asfaltarla

Il Consiglio nazionale ne discuterà la prossima settimana: se ne sentiranno delle belle

La prossima settimana il Consiglio nazionale si esprimerà sull’iniziativa del Vicolo cieco. Trattasi dell’iniziativa lanciata praticamente il giorno dopo il “maledetto voto” del 9 febbraio (2014) con l’obiettivo di cancellarlo.

A promuovere una simile sconcezza sono, come noto, esponenti dell’élite spalancatrice di frontiere con i piedi bene al caldo. Gauche caviar, intellettualini, artistucoli. Le stesse cerchie, ma guarda un po’, che si oppongono istericamente all’insegnamento della civica nelle scuole. Chissà come mai? Forse perché il loro senso civico consiste nel rifiutare con stizza l’esito delle votazioni popolari che non condividono, tentando di far rifare le consultazioni?

La maggioranza della Commissione delle istituzioni politiche del CN, che ha esaminato l’iniziativa del vicolo cieco, propone di respingerla senza controprogetto. E ci mancherebbe altro. Tanto più che all’atto pratico è diventata del tutto inutile. A rottamare il “maledetto voto” ha già provveduto la partitocrazia PLR-PPD-P$. Il triciclo “iscariota” nel dicembre del 2016 ha stuprato la Costituzione federale e la volontà popolare. Ha trasformato un articolo costituzionale che prevede la preferenza indigena ed i contingenti all’immigrazione in un compromesso-ciofeca sull’annuncio agli URC dei posti di lavoro vacanti. Una sciocchezzuola che non limiterà per nulla l’immigrazione; e che, invece di sostenere l’occupazione dei residenti, finirà col favorire i frontalieri. Questo perché i senza lavoro ticinesi di lunga durata, che sono caduti in assistenza, spesso non sono più iscritti agli Uffici regionali di collocamento. Mentre i frontalieri potranno iscriversi in massa. Perfino il Consiglio di Stato ticinese si è accorto che il compromesso-ciofeca non vale una sverza. L’ha anche comunicato pubblicamente.

A proposito: non si sono più avute informazioni sul tentativo degli eurobalivi di scaricare i costi della disoccupazione dal paese di domicilio (situazione attuale) a quello in cui lavorano. Le conseguenze per la Svizzera e per il Ticino si possono facilmente immaginare.

Che senso ha?

Essendo stato il maledetto voto già stato rottamato dalla partitocrazia, c’è da chiedersi che senso abbia mettersi ancora a discutere sulla sconcia iniziativa del vicolo cieco. Va premesso che anche in questo caso, come già accaduto con l’iniziativa No Billag, il parlamento decide solo la raccomandazione di voto all’indirizzo dei cittadini. Di conseguenza, quanto decide conta come il due di briscola.

Nessun partito è così sconsiderato da dire sì all’iniziativa. Pretendere di cancellare le votazioni popolari praticamente all’indomani della chiusura delle urne è quanto di più assurdamente antisvizzero si possa immaginare. Però la cricca ro$$overde spalancatrice di frontiere, quella con l’adesione all’UE nel programma politico, propone un controprogetto. Anzi, ne propone due. Con quale obiettivo? Inserire nella Costituzione gli accordi internazionali – segnatamente la devastante libera circolazione delle persone. Una vera bestialità. In questo modo si statuirebbe anche la preminenza del diritto internazionale su quello costituzionale. Il sogno dei camerieri dell’UE!

L’unico controprogetto sensato

E’ dunque evidente che non solo l’iniziativa del vicolo cieco va spazzata via come merita, ma anche queste controproposte. E’ il colmo: il popolo sovrano vota per la limitazione dell’immigrazione ed invece si trova la libera circolazione senza limiti nella Costituzione?

Oltre a quella ro$$overde c’è però anche un’altra proposta di controprogetto, che viene dall’UDC. Essa chiede di applicare in modo credibile l’articolo 121 a. Quindi proprio il contrario di quel che vuole l’iniziativa del Vicolo Cieco.

Ora, in genere un controprogetto ad un’iniziativa popolare va nel senso dell’iniziativa. Questo va invece proprio della direzione opposta. Una provocazione, una presa in giro? Forse. E allora? Chi lancia iniziative del genere – che costituiscono un insulto alla maggioranza degli svizzeri e al 70% dei ticinesi – non merita altro.

Lorenzo Quadri

Voltano marsina sulla civica per vendicarsi degli odiati nemici

Un’isterica campagna-contro che ha ormai poco a che vedere con l’oggetto in votazione

Si avvicina a grandi passi la votazione sull’insegnamento della civica nelle scuole medie e medie superiori come materia a sé stante e con propria valutazione. Si tratta in sostanza di 2 ore – lezione al mese di 45 minuti l’una, senza aggravi sulla griglia oraria globale.

Dal momento che si tratta di formare i cittadini-elettori di domani, l’importanza di metterli nella condizione di (quando sarà il momento) andare a votare conoscendo i propri diritti e doveri, nonché il funzionamento di uno Stato democratico, è così ovvia che non dovrebbe neppure essere oggetto di discussione.

Aria fritta, poi, l’accusa di “nozionismo”. Perché allora qualsiasi materia è “nozionistica”. Per essere non nozionistica la scuola dovrebbe smettere di insegnare. Si vedrà poi con quali risultati quando gli ex alunni dovranno inserirsi nel mondo del lavoro senza aver appreso un tubo.

Alcune constatazioni

Il tema in votazione in sé è dunque pacifico e, tutto sommato, circoscritto. Eppure la partitocrazia, la casta, l’establishment o apparato che dir si voglia, stanno facendo una cagnara inaudita contro l’iniziativa. Neanche si stesse discutendo dell’abolizione della libera circolazione delle persone. Già questa cagnara, fondata principalmente sulla denigrazione personale degli iniziativisti, sarebbe un motivo sufficiente per votare un Sì deciso all’insegnamento della civica.

Alcuni elementi per inquadrare la situazione:

 

  • Il comitato promotore dell’iniziativa “Educhiamo i giovani alla cittadinanza”, presieduto dal Dr Alberto Siccardi, è apartitico, ma i suoi esponenti non sono certo di $inistra.
  • In Gran Consiglio, anche i deputati dei partiti $torici hanno sostenuto a larga maggioranza il compromesso della commissione scolastica, che è assai vicino all’iniziativa: segno che chi conosce la proposta messa in votazione non può che approvarla.
  • In seguito però la partitocrazia si è “accorta” che l’iniziativa è appoggiata dall’odiata Lega e dall’Udc. E ha perso la testa. In quattro e quattr’otto ha voltato marsina, sconfessando brutalmente i propri parlamentari. Questo perché non bisogna mai dare ragione ai vituperati “populisti”. Soprattutto quando manifestamente ce l’hanno! Poi però all’occorrenza, e specie prima delle elezioni, se ne fotocopiano le proposte (politica-Xerox).
  • La partitocrazia voltamarsina è andata così ad unirsi agli esponenti di punta (?) dell’antileghismo isterico. A costoro, evidentemente, della questione civica o non civica non importa un tubo. Se le parti fossero invertite, ossia se la partitocrazia fosse favorevole alla civica e la Lega si opponesse, direbbero proprio il contrario di quel che dicono ora. Ed infatti, in mancanza di argomenti concreti, le loro esternazioni sono ridotte ad un conglomerato di arrampicate sui vetri e di “fake news” (in italiano:  balle di fra’ Luca).
  • E’ quindi evidente che la partitocrazia e la “casta” (concetti che in buona parte si coprono) tentano, semplicemente, di punire l’iniziativa rea di arrivare da quella parte politica che deve imperativamente venire bastonata. Questo è il loro senso civico. E, per raggiungere il loro obiettivo, denigrano i promotori con attacchi personali. E questi sono poi gli stessi che si riempiono la bocca con il “rispetto”. Ma naturalmente sono capaci solo di pretenderlo, il rispetto. Non certo di offrirlo.
  • Il primo a voltare marsina è stato il PPD, ormai ridotto a personale megafono di alcuni deputati-sindacalisti in perenne fregola di visibilità. Comprensibilmente criticato per questa ennesima dimostrazione di uregiateria, ne ha approfittato per gettarsi nella mischia a suon di comunicati stampa. Obiettivo: ottenere un po’ di quella così bramata visibilità.
  • A $inistra alla logica del “dàgli agli odiati nemici” si aggiungono anche riflessioni legate alla civica in sé. Ovvero: la civica non va insegnata perché i futuri cittadini devono rimanere nell’ignoranza del modello svizzero. Così è più facile sdoganare bestialità sul genere “la Svizzera non esiste”. E continuare a svendere il paese alla fallita UE.
  • Che la civica attualmente non sia insegnata è chiaro. Non lo dice solo lo studio SUPSI, ma anche l’esperienza. Quanti ragazzi alla fine della scuola dell’obbligo sanno cos’è il gran consiglio, cos’è un’iniziativa popolare, cos’è un referendum? Quanti sanno cos’è il potere esecutivo? Da un servizio realizzato nei giorni scorsi dal Quotidiano RSI, l’ignoranza emergeva con desolante evidenza. E la RSI non è di certo sospetta di reggere la coda agli iniziativisti.
  • Un certo numero di docenti è contrario alla civica. Per i sindacati si tratta di una clientela interessante, che “deve” essere accontentata. Per i partiti ostaggio dei sindacati (P$ e PPD) idem.
  • Il voto del 24 settembre si è trasformato in un voto su chi comanda nella scuola pubblica. La gauche-caviar la considera di sua proprietà esclusiva. Ogni tentativo da parte della “società civile” di metterci il becco va quindi stroncato sul nascere. Tanto più se gli “intrusi” sono in qualche modo assimilabili all’odiata “destra”. Noi sia mai che si apra una falla! Vade retro!

 

Sì alla civica, no ai voltamarsina

Come si vede, lo scomposto agitarsi dei contrari alla civica ha poco a che vedere con l’oggetto in votazione. Ha invece molto a che fare con squalificanti giochetti partitici ed ideologici. Il fatto che la partitocrazia e la casta conducano questi giochetti sulla pelle degli scolari ticinesi è un’ulteriore aggravante.

Depositare un sì nell’urna il prossimo 24 settembre significa dunque dire sì alla civica e no ai sordidi intrallazzi di cui sopra. Tanto più che i ragazzi la civica la vogliono apprendere. Vedi la decisione della scorsa settimana del Consiglio cantonale dei giovani (CCG). Una richiesta che il CCG aveva peraltro già avanzato nel 2014.

Sì alla civica, No alla partitocrazia voltamarsina, No ai rottamatori della Svizzera!

Lorenzo Quadri

Il Paese del Bengodi degli estremisti islamici

Abusano del nostro stato sociale troppo generoso con i migranti economici 

A dirlo è un esperto di radicalismo; non il Mattino populista e razzista

Il costo dello stato sociale svizzero galoppa fuori controllo. E lo fa rapidamente. L’ultimo indicatore è il rapporto sui costi dell’assistenza adottato di recente dal Consiglio federale. Ne emerge che la fattura a questa voce è passata da 1.7 miliardi nel 2005 a 2.6 nel 2015. Quasi un miliardo in più! Naturalmente ciò è avvenuto, ma guarda un po’, in concomitanza con la devastante libera circolazione delle persone.

La situazione del Ticino è emblematica. Invasione di frontalieri (con conseguente soppiantamento dei residenti sul mercato del lavoro, che finiscono in disoccupazione e poi magari in assistenza), immigrazione nello Stato sociale e caos asilo non possono che produrre un cocktail esplosivo. Ed impagabile. Nel senso che non lo si può pagare.

Prima i nostri

Ecco dunque l’ennesima dimostrazione che occorre applicare il primanostrismo anche nell’accesso allo stato sociale. Attualmente infatti gli ultimi arrivati in Svizzera (o in Ticino) possono attaccarsi alla mammella pubblica con troppa facilità. Oltretutto, tanto per peggiorare ulteriormente la situazione, a mungere arriva pure foffa della peggiore specie: tanto gli svizzerotti sono fessi e non si accorgono di niente. Ad esempio estremisti islamici. E’ recente il caso dell’imam predicatore d’odio della moschea di Nidau. Costui, giunto in Svizzera come finto  rifugiato, ha stuccato allegramente  600mila Fr alla socialità elvetica. Nel frattempo radicalizzava. E naturalmente le autorità non c’erano, e se c’erano dormivano.

Il caso non è isolato

Il caso non è certo isolato. E a dirlo non è solo il Mattino razzista e fascista. E’ anche l’esperto di ambienti islamisti Thomas Kessler. Il quale non usa nemmeno molti giri di parole. Il nostro sistema di assistenza sociale, dichiara Kessler, rende la Svizzera la base ideale per i terroristi islamici. Perché? Perché da noi, come in alcuni paesi nordici, “si possono ottenere molte risorse con poco sforzo”. “I jihadisti – prosegue l’esperto – abusano del sistema sociale elvetico ed utilizzano il paese come base logistica per il loro estremismo. Gli islamisti temono la perdita dell’assistenza sociale assai più delle pene detentive”.

Più chiaro di così! E allora che si fa? Facile: “per chi non desidera o non vuole integrarsi, è sufficiente l’aiuto d’emergenza” conclude Kessler. Il quale, tra l’altro, è un ex deputato Verde.

Tradotto, ciò significa che bisogna tagliare drasticamente le prestazioni sociali agli stranieri che non si integrano. Meglio ancora azzerarle del tutto ed espellerli.

Ulteriore aggravante

Il quadro attuale è desolante. L’eccessiva generosità del nostro stato sociale con gli ultimi arrivati non solo svuota le casse a danno degli svizzeri nel bisogno, in particolare anziani ma non solo. Ci rende addirittura una base ideale per gli estremisti islamici. Se davanti a questa evidenza non interveniamo, vuol dire che le fregnacce multikulti e politikamente korrette ci hanno bruciato completamente il cervello.

Tanto più che c’è un’ulteriore aggravante: i legulei buonisti-coglionisti nei tribunali. Quelli che fanno di tutto per non espellere nessuno, nemmeno i seguaci dell’Isis. E questo alla faccia della volontà del popolo svizzero che nel lontano 2010 ha deciso che gli stranieri che delinquono vanno allontanati dal paese.

Controlli e risorse

Poiché per scoprire gli abusi nello stato sociale da parte di migranti economici islamisti servono i controlli, occorrono anche le risorse per svolgerli. Se gli uffici preposti si trasformano in semplici passacarte, se nessuno verifica cosa realmente accade sul terreno, e se chi sa tace per non aver storie, continueremo a farci fregare. Perdendo non solo soldi, ma anche sicurezza, visto che foraggeremo estremisti e radicalizzatori. I quali si faranno ben presto raggiungere dai loro degni compari.

Morale della favola: meno aiuti all’estero – ed in particolare ai paesi di provenienza degli estremisti islamici! – e più risorse per i controlli sugli abusi sociali.

Ma le risorse finanziarie non bastano. Ci vogliono anche i mezzi legali per poter svolgere le indagini. E allora, quando si legge che il Tribunale federale ,nell’ennesima alzata d’ingegno, ha stabilito che non ci sono le basi legali per pedinare i finti invalidi, cadono le braccia (ed anche altre parti anatomiche).

Per difenderci non abbiamo mai le basi legali né risorse; quelle ci sono solo per fare entrare e mantenere tutti. Si può essere più allocchi di così? Ma svegliamoci, che è ora!

Lorenzo Quadri

La tassa per frontalieri al vaglio del Consiglio nazionale

Settimana prossima la Camera bassa dovrebbe esprimersi sulla mozione di Lorenzo Quadri

 

La prossima settimana, all’ordine del giorno del Consiglio nazionale ci sarà la mozione del deputato leghista Lorenzo Quadri che chiede al Consiglio federale l’introduzione di una tassa d’entrata per i frontalieri.

Quadri, di cosa si tratta?

La mozione, come suggerisce il titolo, propone di introdurre una nuova tassa apposita per i frontalieri. L’idea è stata lanciata dal professor Reiner Eichenberger, dell’Università di Friburgo. Il quale ritiene che questa tassa sia fattibile e giustificata. Con l’obiettivo di tutelare il mercato del lavoro indigeno e compensare i costi generati dai frontalieri. Ora, se un docente universitario, che ha una reputazione accademica da difendere, sostiene che introdurre questo genere di tassa “sa pò”, c’è ragione di credere che sia così e che non si tratti di una semplice boutade.

Cosa ne pensa il Consiglio federale della sua mozione, e quindi della proposta Eichenberger?

Naturalmente è contrario. Peraltro senza fornire alcuna spiegazione. Si limita a ripetere il solito stantìo ritornello della “disparità di trattamento”. Sembra però che questo problema ce lo poniamo solo noi svizzerotti. Una delle concause dell’invasione di frontalieri è il differenziale tra il costo della vita in Ticino ed in Italia. Lo sappiamo tutti: un frontaliere può permettersi di vivere bene con una paga che nel nostro Cantone non basta nemmeno lontanamente ad arrivare a fine mese. Per usare i termini del politikamente korretto: le pari opportunità non sono per nulla date. I ticinesi sono discriminati in casa propria. E la partitocrazia cameriera dell’UE rifiuta di rimediare tramite preferenza indigena. La tassa d’accesso per frontalieri potrebbe calmierare parzialmente questa discriminazione dei residenti. E comunque: si trattasse anche solo di 500 Fr all’anno per frontaliere, avremmo un’entrata di 33 milioni di Fr annui, da investire per promuovere l’occupazione dei ticinesi.

Il Consiglio federale come risponde a queste osservazioni?

Non risponde proprio. Anzi, per l’ennesima volta dimostra un’inquietante ignoranza della situazione ticinese. Nella sua presa di posizione sulla mia mozione, non solo torna a remenarla con l’accordo sulla fiscalità dei frontalieri con l’Italia, che non verrà mai concluso, ma addirittura tenta di spacciare per soluzione la modifica di legge che consentirà ai frontalieri di far valere le stesse deduzioni fiscali dei residenti. Un’autentica bestialità: una riforma del genere  va nel senso esattamente opposto alla mozione. Infatti provocherà al Ticino una perdita di gettito fiscale ed un aumento importante delle spese amministrative. Più costi per meno entrate! E questa per il Consiglio federale sarebbe una soluzione? Ma ci sono o ci fanno?

La particolare situazione del Ticino non merita delle soluzioni “personalizzate”?

In questi giorni abbiamo sentito parlare fino alla nausea delle particolarità regionali. A proposito dell’iniziativa No Billag, ad esempio, invocando il fatto che il Ticino riceve una quota superiore di canone rispetto a quella che paga. Oppure sulla questione della presunta necessità di eleggere un ticinese  in Consiglio federale. Ma solo uno del partito “giusto” e con le idee “giuste”. Che non sono quelle della maggioranza dei ticinesi. Tuttavia le specificità regionali vengono invocate solo quando fa comodo. Se infatti si tratta di tenerne conto in questioni che sono ben più importanti della SSR, ad esempio lo sfascio del mercato del lavoro ticinese a causa della libera circolazione delle persone, ecco che improvvisamente di “solidarietà regionale” e di soluzioni ad hoc non si parla più. Chiaro: la priorità è ubbidire ai padroni di Bruxelles.

Qual è la sua previsione sull’esito della votazione in Consiglio nazionale sulla sua mozione?

Non mi faccio evidentemente illusioni. La mozione verrà respinta. Tuttavia, alcuni colleghi non ticinesi e non appartenenti al “mio” gruppo, mi hanno manifestato il loro interesse per il tema, suggerendo di presentare un postulato. Ovvero un atto parlamentare che chiede al Consiglio federale di presentare un rapporto su un determinato argomento, in questo caso sull’introduzione della tassa per i frontalieri. Un suggerimento che penso di seguire. Tanto più che il CF ha respinto la mozione senza manifestamente svolgere alcun approfondimento.

MDD

Terroristi islamici? Ma quando mai, sono solo “squilibrati”!

L’ultima frontiera della stampa di regime per nascondere i disastri del multikulti

 Nei giorni scorsi in Francia ci sono stati ben tre attentati ad opera di terroristi islamici. Il 13 settembre a Tolosa un uomo ha ferito tre passanti e due poliziotti al grido di Allah Akhbar. Due giorni dopo, il 15 settembre, venerdì, alla mattina presto nella stazione del metrò di Chatelet a Parigi un uomo armato di coltello si è scagliato contro un soldato “urlando delle frasi che lodavano Allah”, ma è stato fermato e bloccato dallo stesso militare. Sempre venerdì ma nel pomeriggio, l’attacco più grave: due donne  sono state aggredite a Chalon-sur-Saône, nella Saone et Loire (centro est), da un uomo armato di un martello. Secondo alcuni testimoni al momento del gesto l’aggressore avrebbe urlato “Allah Akhbar”. Le donne sono rimaste seriamente ferite.

Sempre venerdì a seguito di un attentato jihadista nel metrò di Londra sono state ricoverate in ospedale 29 persone.

Assuefazione

Gli attentati dei terroristi islamici imperversano nella cronaca europea. Sta sopraggiungendo l’abitudine. Per non dire l’assuefazione. I commenti sono diventati del seguente tenore: “meno male, solo dei feriti”. Ma stiamo uscendo di testa?

Per questa situazione sappiamo ovviamente chi ringraziare. Quelli che hanno spalancato le frontiere. Quelli che grazie al multikulti permettono agli islamisti di mettere radici e di radicalizzare in Occidente. Quelli del “devono entrare tutti”, che continuano a portare in Europa finti rifugiati con lo smartphone: questi giovanotti non saranno mai integrati, andranno praticamente tutti in assistenza, ed un domani saranno facili da radicalizzare (ammesso che non lo siano già quando arrivano nel vecchio continente). Quelli che non espellono i jihadisti e che permettono ai gruppi islamisti di fare proselitismo; e quei governanti che, ormai del tutto rincretiniti dal politikamente korretto, giustificano la loro scandalosa inazione farfugliando di “basi legali mancanti” (Vero Consiglio federale?).

Truccate anche le notizie

Intanto, ma guarda un po’, la casta e la stampa di regime proseguono con la censura dell’aggettivo islamico: si arrampicano sui vetri per non affiancarlo al sostantivo terrorismo. Parlare genericamente di “vili atti terroristici” omettendo di dire che si tratta di terrorismo islamico, perché su certe cose bisogna glissare, è penoso e squallido. Però la presidenta della Confederella Doris Leuthard, nel suo tweet di condoglianze trasmesso a Barcellona, ha fatto proprio questo. E che dire poi della situazione francese? Tre attentati di terroristi islamici nel giro di due giorni. I criminali urlavano Allah Akbar. E, per non saper né leggere né scrivere, non ci risulta che Allah Akbar sia una marca di patatine fritte. Però la stampa di regime francese non parla di terroristi islamici. Parla di “squilibrati”. Ah ecco: non c’è alcuna rete jihadista nel paese, chi potrebbe mai pensarlo. Gli attentatori sono solo dei poveri pazzi. Ma chi si pensa di prendere per i fondelli? Evidentemente il presidente Macron, marionetta dell’establishment con la popolarità in caduta libera, oltre a spendere un capitale per truccarsi la faccia, pretende che vengano truccate anche le notizie.

“Lo stupro? Brutto solo all’inizio”

Intanto nel Belpaese ecco uscire alla ribalta l’ennesimo pirla. In riferimento agli ultimi stupri di branco, guarda un po’ commessi da immigrati magrebini, che hanno fatto (giustamente) scalpore nella Penisola, tale senatore Vincenzo D’Anna (chi sarebbe costui?) dichiara pubblicamente che le donne “non devono vestirsi da prede sessuali”.  Bravo senatore, avanti così! Burqa per tutte! Se magari l’Europa, invece di dire alle donne che devono girare ricoperte da palandrane altrimenti se vengono stuprate è colpa loro, la smettesse di far entrare immigrati, provenienti da paesi islamici, che ritengono che una donna che esce la sera sia a loro disposizione? Una “cultura” ben spiegata da uno che se ne intende: ossia il mediatore culturale (!) coinvolto nelle violenze di gruppo a Rimini. Il quale senza vergogna ha pubblicamente dichiarato (citazione): “Lo stupro è brutto solo all’inizio, poi quando il pisello entra la donna gode come in un rapporto normale”.

Questa è la “cultura” da cui l’Europa – Svizzera compresa – si sta facendo invadere. Con la fattiva collaborazione dei bolliti residui del femminismo di $inistra.

Se invece si cominciasse a non far più entrare esponenti della “cultura” dello “stupro brutto solo all’inizio, poi…”  e a buttar fuori i finti rifugiati che, per dirla con la kompagna Simonetta Sommaruga, “non rispettano le donne”?

Lorenzo Quadri

Frontalieri intoccabili, svizzerotti infinocchiati

Tra accordi fiscali, residenze farlocche e notifiche che non vengono trasmesse

Johann “Leider” Ammann, PLR, ministro dell’economia, di recente si è di nuovo fatto infinocchiare dai vicini a sud. Dopo aver incontrato il suo omologo Carlo Calenda (Calenda chi?) se ne è uscito trionfante a dichiarare: nel giro di un paio di mesi gli accordi sui frontalieri saranno cosa fatta.

Ma si può essere più boccaloni di così? Anche il Gigi di Viganello ha capito che il nuovo accordo, in base al quale i frontalieri sarebbero più tassati di ora, non sarà mai sottoscritto. E questo perché i frontalieri nel Belpaese sembrano essere, anzi sono, una lobby intoccabile. Guai a chi osa mettere in discussione i loro privilegi fiscali (pagano molte meno imposte degli italiani che lavorano in Italia)! Subito i soliti politicanti lombardi in fregola di visibilità si mettono a strillare sui media compiacenti. Naturalmente spalando palta sugli “svizzeri razzisti”. Indecente.

I “finti” frontalieri

Più volte su queste colonne è stato scritto che dal nuovo accordo sulla fiscalità dei frontalieri a guadagnarci di più – ma tanto di più! – dal profilo del gettito fiscale sarebbe la vicina Penisola. Ma evidentemente oltreramina questo non interessa. Chissenefrega delle casse pubbliche, e soprattutto chissenefrega dell’equità fiscale! L’importante è accaparrarsi i voti dei frontalieri,  e preferibilmente anche quelli dei loro familiari, in vista delle prossime elezioni.

Un nuovo esempio di tale andazzo lo fornisce la vicenda dei finti (fiscalmente parlando) frontalieri. Ossia quelli che fanno figurare una residenza fittizia entro i 20 km dalla fascia di confine. In questo modo, pagano le imposte alla fonte in Ticino (che poi ristorna il famoso 38% al Belpaese). I frontalieri che vivono al di fuori della fascia dei 20 km devono invece pagare le tasse in Italia, secondo le aliquote italiane. Che sono assai più elevate.  Sicché, a risiedere entro i famosi 20 km ci si guadagna. E parecchio.

Questione non nuova

La questione non è certo nuova, ma è stata riportata in auge di recente dal responsabile del centro competenze tributarie della SUPSI Samuele Vorpe in un’intervista sul GdP. A seguito dei frontalieri “furbetti” l’Italia perde cospicue entrate fiscali. Eppure non si sogna di intervenire. La famigerata Agenzia delle entrate se ne impipa: tüt a posct! Va bene così!

C’è chi propone che la Svizzera si attivi direttamente per permettere all’Italia di smascherare i  frontalieri “furbetti”. Il suggerimento appare vagamente autolesionistico. Non solo non ce ne viene in tasca nulla ma questi frontalieri, se smascherati, non pagherebbero più imposte alla fonte in Svizzera; sarebbero tassati solo nel Belpaese. Quindi meno entrate fiscali per noi. E di certo non lasceranno il posto di lavoro per questo…

Semmai, la situazione sopra descritta dovrebbe essere uno stimolo in più per il Belpaese per concludere il famoso accordo fiscale con la Svizzera e regolare in quell’ambito anche tale questione. Ma su questo fronte, come tutti (tranne Leider “Boccalone” Ammann) hanno capito, è buio pesto.

E le notifiche dei padroncini?

Molto più interessante per noi sarebbe trasmettere al Belpaese le notifiche dei padroncini che lavorano in Ticino. Questi le tasse non le pagano da nessuna parte, visto che evidentemente non dichiarano il reddito conseguito nel nostro paese al fisco tricolore. L’Italia dovrebbe essere la prima a reclamare l’elenco delle notifiche. E noi dovremmo essere ben felici di fornirglielo. Ciò costituirebbe infatti un potente deterrente; di certo permetterebbe di smorzare un po’ l’assalto alla diligenza ticinese da parte della concorrenza sleale d’oltreconfine, che mette in ginocchio artigiani e piccole imprese del nostro Cantone. Ma anche qui, nulla si muove. L’Italia non si sogna di chiedere le informazioni necessarie per chiamare alla cassa i padroncini. Del resto, costoro sono dei frontalieri “sui generis”. E i frontalieri, come si è visto, sono intoccabili.

Sommaruga: “sa pò mia”

E se fosse la Svizzera a farsi parte attiva nella questione? Se trasmettesse spontaneamente le liste all’Agenzia delle entrate italica, visto che ciò sarebbe chiaramente nell’interesse del Ticino? Non sia mai. La ministra del “devono entrare tutti”, kompagna Simonetta Sommaruga, insorge: “sa po’ mia! Manca la base legale!”. Ma come: non è proprio lei quella che va in giro a dire che “bisogna aiutare l’Italia”?

E i camerieri dell’UE in Consiglio federale vorrebbero ancora raccontare la storiella che con la vicina Repubblica i rapporti sono normali?

Lorenzo Quadri

 

Confermare, ampliare e prolungare!

Chiusura notturna dei valichi secondari con il Belpaese: avanti tutta!

 

Si avvicina alla scadenza il famoso periodo di prova per la chiusura notturna – tra le 23 e le 5 – di tre valichi secondari con il Belpaese: quelli di Pedrinate, Novazzano-Marcetto e Ponte Cremenaga.

La chiusura notturna, decisa dalla Confederazione dando seguito alla mozione della deputata leghista Roberta Pantani, è iniziata lo scorso primo aprile. E ricordiamo benissimo l’indegno starnazzare, in tale occasione, dei politicanti d’Oltreramina in fregola di visibilità mediatica. Lorsignori, per giorni e giorni, pur di mettersi in mostra e spacciarsi come paladini della potente lobby dei frontalieri, sono andati avanti a spalare palta contro la Svizzera in generale  ed il Ticino in particolare. Dimenticandosi, come sempre fanno quando gli torna comodo, che almeno 250mila loro connazionali (frontalieri, padroncini e rispettivi familiari)  hanno la pagnotta sul tavolo solo grazie al nostro Cantone. Sicché, prima di sputare nel piatto dove si mangia, bisognerebbe pensarci non dieci ma cento volte. Tanto più che poi, con la chiusura notturna dei valichi secondari, i frontalieri c’entrano come i cavoli a merenda! Il provvedimento è una misura di sicurezza e non un atto protezionistico.

Per fortuna che il Consigliere federale di riferimento è l’UDC Ueli Mauer. Il quale non si è fatto impressionare dalla “shistorm” (=tempesta di cacca) scatenata oltreconfine; ha semplicemente replicato che, contenti o meno che fossero i vicini a sud, la misura sarebbe stata mantenuta. Così è stato. Ed infatti nel giro di poco tempo la panna si è rapidamente smontata.

Chiudere tutti i valichi

Adesso che sta per scadere il periodo di prova, tutti ammettono che gli isterismi italici erano fuori luogo. Di conseguenza, non solo la misura va confermata e resa permanente, ma va estesa a tutti i valichi secondari con la vicina Repubblica. Questo è infatti stato deciso alle Camere federali, e questo deve essere fatto.  Anzi, già che ci siamo sarebbe magari il caso di aumentare le ore di chiusura. Certamente il provvedimento non risolverà tutti i problemi di sicurezza del Mendrisiotto; sarebbe troppo facile. Nemmeno ha  questa pretesa. Però di sicuro aiuta.

Sicché, avanti: chiudiamo tutti i valichi secondari di notte, chiudiamoli definitivamente e chiudiamoli più a lungo.

Quanto al “grado di soddisfazione” dei vicini a sud per questo tipo di misure elvetiche: visto il trattamento che puntualmente riceviamo da tali signori, non ce ne potrebbe fregare di meno!

Lorenzo Quadri

 

 

Imam nell’esercito: il Consiglio federale lo brama!

Non contenti di svendere la Svizzera, i camerieri dell’UE la vogliono pure islamizzare

 

Di recente il Consiglio federale ha svuotato un po’ di cassetti ed ha risposto ad alcuni atti parlamentari. Tra questi atti parlamentari figurano anche due interpellanze – una di chi scrive e l’altra del consigliere nazionale Udc Beat Arnold – sull’imam nell’esercito. La delirante ipotesi, si ricorderà, era stata ventilata addirittura dal capo delle forze armate. Con i tempi che corrono, sarebbe decisamente auspicabile (eufemismo) che i vertici dell’esercito rossocrociato si occupassero di questioni di altro tipo: ad esempio l’impiego dei militari sui confini per fermare l’invasione dei finti rifugiati con lo smartphone; vedi quanto fatto dai nostri vicini austriaci al Brennero (e loro, contrariamente a noi, sono pure membri UE).

Lealtà inequivocabile?

Agli atti parlamentari sugli imam nell’esercito, il Consiglio federale risponde che “oggi mancano le condizioni per integrare religiosi musulmani nell’esercito. Sono necessari: una formazione teologica riconosciuta in Svizzera o negli Stati limitrofi, una lealtà inequivocabile nei confronti del nostro Paese e delle sue istituzioni, la disponibilità a sottostare alle strutture dell’esercito e ad assistere spiritualmente tutti i militari, indipendentemente dalla loro confessione”.

Ohibò, c’è un problemino: le condizioni citate non solo non ci sono oggi, ma non ci saranno mai. A partire dalla “lealtà inequivocabile” al Paese ed alle istituzioni. Peraltro sarebbe interessante capire come si intenderebbe verificarla, questa lealtà a tutta prova. Magari tramite qualche autocertificazione farlocca? Oppure chiedendo al Comune di domicilio? Forse è il caso di ricordare che a proposito del tristemente famoso imam di Nidau, un ex finto rifugiato che predicava l’odio malgrado fosse mantenuto dal nostro stato sociale al quale ha stuccato nel corso degli anni la bellezza di 600mila Fr (però poi i soldi per i nostri anziani non ci sono), nessuno sapeva nulla fino a quando il caso è scoppiato per indiscrezioni giornalistiche. Le autorità locali sono venute giù dal pero. Prima, per loro era “tüt a posct”. Tant’è che il signore in questione ha pure staccato il permesso C, malgrado non lavorasse. Vuoi vedere che un simile soggetto avrebbe ottenuto il certificato di “lealtà alle istituzioni”? E  per predicatori vicini ad organizzazioni quali la Lega dei Musulmani in Ticino, che pubblica su faccialibro (facebook) un video in cui si annuncia l’arrivo del califfato e a proposito dell’estremista islamico ex candidato PPD al Consiglio comunale di Lugano dichiara che è un bravo ragazzo? Lealtà garantita anche in questi casi?

Si sperava in ben altro…

Quello che ci si attendeva dal Consiglio federale a proposito di imam militare, non erano certo pippe mentali su “condizioni che attualmente non sono date”. Ci si attendeva, invece, che il governo dicesse forte e chiaro che non c’è alcuna intenzione di procedere all’ennesima boiata multikulti; e per di più all’interno dell’esercito. Perché l’islam, come ha detto il prof. Giovanni Sartori recentemente scomparso (quindi non un becero leghista populista e razzista, bensì uno dei massimi sociologi a livello internazionale) non è integrabile. Di conseguenza, la balorda ipotesi dell’imam militare va rottamata sul nascere.

L’amara conclusione

L’amara conclusione è la seguente. Abbiamo un Consiglio federale che non vuole vietare i finanziamenti esteri (da paesi estremisti) alle moschee, che non vuole imporre l’obbligo agli imam di predicare nella lingua locale, che viene a raccontare che proibire la distribuzione per strada del Corano a fini di proselitismo islamista “sa po’ mia”, che addirittura dichiara pubblicamente ed ufficialmente che non si possono (di nuovo: “sa po’ mia”) espellere dalla Svizzera i jihadisti se questi si troverebbero in pericolo nel loro paese d’origine, e l’elenco delle fetecchiate potrebbe continuare, che adesso mette la ciliegina sulla torta venendo a dirci di voler inserire gli imam nell’esercito. Perché questo è ovviamente il senso della risposta agli atti parlamentari sul tema. Il CF non crea l’imam militare perché “non ci sono le condizioni”; mica perché ritiene  che inventarsi una figura del genere sarebbe l’ennesima clamorosa cappellata. Oltre che un ulteriore passo sulla strada, già ben battuta dalla partitocrazia spalancatrice di frontiere, dell’islamizzazione della Svizzera.

Previsione facile

Oltretutto non ci vuole il mago Otelma per prevedere come andrà a finire. Gli scienziati bernesi in nome del multikulti – o con l’imam militare, o con altri mezzi – faranno dilagare il radicalismo islamico anche nell’esercito. Poi verranno dire che, causa il rischio terrorismo, “bisogna” ritirare l’arma d’ordinanza ai militi (ovviamente a tutti, mica solo a quelli musulmani: sarebbe spregevole razzismo!) oltre che tutte le altre armi detenute legalmente dai cittadini onesti. Così, al posto di rottamare, come sarebbe doveroso, la politica dell’immigrazione scriteriata, si criminalizzano e si rottamano le tradizioni elvetiche. Vergogna!

Lorenzo Quadri

 

 

 

 

Civica nelle scuole: un sì per il futuro del paese!

Chissà come mai, gli oppositori sono tutti esponenti della gauche-caviar antisvizzera

 

Il 24 settembre i cittadini ticinesi saranno chiamati ad esprimersi anche a proposito dell’insegnamento della civica nelle scuole medie e medie superiori  in qualità di materia a sé stante con una sua propria valutazione, così come chiedono l’iniziativa “Educhiamo i giovani alla cittadinanza” ed il relativo controprogetto.

Questa iniziativa, come noto lanciata dall’imprenditore Alberto Siccardi e sostenuta da un comitato interpartitico di cui fanno parte anche esponenti leghisti, ha raccolto ben 10mila firme nell’arco di pochi giorni. Il rapporto elaborato da Michele Guerra ha ottenuto in Gran Consiglio una solida maggioranza. Segno evidente, dunque, che la proposta piace. Comprensibilmente: perché, al momento, le lacune sono enormi. Oggi, in barba a quanto figura sulla carta, la civica i giovani non la imparano proprio. Si trovano così a fronteggiare l’impegno di cittadini-elettori senza aver ricevuto la necessaria preparazione.

Si trattasse di insegnare il multikulti…

Che la scuola ticinese insegni anche i fondamenti della nostra democrazia diretta (o semidiretta) con le sue preziose peculiarità,  i diritti e doveri che comporta, pare la cosa più naturale del mondo. Eppure a $inistra  non ne vogliono sapere e vanno a caccia di pretesti per opporsi. Proprio quella parte politica che non esita ad infarcire le griglie orarie degli allievi con le più inverosimili ciofeche – ultima trovata in ordine di tempo: l’educazione sessuale all’asilo – quando si tratta della civica alza un muro di njet (ma non erano proprio loro ad essere contrari ai muri?). Si trattasse di insegnare multikulturalismo, europeismo e spalancamento di frontiere, poco ma sicuro che le ore-lezione necessarie si troverebbero in un battito di ciglia.

La situazione attuale

Chi combatte l’iniziativa in votazione lo fa per un solo motivo: perché non vuole che la civica venga appresa. Quello che vuole è lo statu quo: ovvero, uno pseudo-insegnamento che esiste solo sulla carta ma non nella realtà. Ovvio: per certe cerchie ideologiche, è meglio mantenere i giovani nell’ignoranza delle peculiarità del sistema elvetico. Ciò non sorprende affatto da parte di chi questo sistema lo vuole rottamare in nome del solito trito mantra delle “aperture” e dell’”eurocompatibilità”.  E’ più facile svendere il “modello svizzero” se nemmeno si sa cos’è! L’ignoranza, dunque, è pagante… per chi vuole approfittarsene.  E che diamine: ci mancherebbe solo che fosse la scuola ticinese, gestita dal DECS con capodipartimento P$ che ha piazzato nei posti chiave tutti i “suoi”, ad alimentare criminali sentimenti di identità nazionale!

Come dice l’Addolorata Marra di Botrugno, ben riassumendo il pensiero del partito che ha in mano la scuola pubblica del nostro Cantone: “la Svizzera non esiste”. Ecco cosa deve insegnare la scuola nell’era bertoliana. Non certo il contrario!

Non a caso il direttore del DECS si è arrampicato sui vetri nel tentativo, miseramente fallito, di far dichiarare irricevibile l’iniziativa “Educhiamo i giovani alla cittadinanza”, onde impedire che i cittadini fossero chiamati alle urne. Questo tanto per ribadire la considerazione in cui certe cerchie tengono i diritti popolari (ed infatti all’indomani del 9 febbraio 2014 pretendevano di rifare la “maledetta votazione”): niente di strano che si oppongano al loro insegnamento.

La scuola non è un feudo della $inistra

Poiché di motivi oggettivi per opporsi alla civica non ce ne sono, l’iniziativa a suo sostegno ha fatto uscire allo scoperto le incattivite obiezioni ideologiche di chi crede che la scuola ticinese sia il proprio orticello. E guai a coloro che osano metterci il becco. Se poi si tratta, come nel caso concreto, di un comitato iniziativista non di $inistra, apriti cielo!

Il fatto che tra gli oppositori della civica non ce ne sia uno che non sia spalancatore di frontiere e multikulti, rende evidente che storielle quali la griglia oraria sovraccarica – naturalmente sovraccarica solo quando fa comodo a certuni – sono dei semplici pretesti. I veri motivi del Njet sono altri.

Il voto a favore della civica a scuola serve quindi non solo ad assicurare ai futuri cittadini le conoscenze necessarie per decidere, quando verrà il momento, il futuro del paese. Serve anche a chiarire alla gauche-caviar antisvizzera che la scuola pubblica ticinese è, come dice il nome, di tutti: non è loro proprietà esclusiva.

Lorenzo Quadri