Il prossimo attacco UE sarà ai nostri diritti popolari?

I camerieri di Bruxelles calano le braghe e si preparano a disarmare i cittadini onesti

Una cosa dovrebbe averla capita anche il Gigi di Viganello: quando i camerieri di Bruxelles in Consiglio federale parlano di “soluzione pragmatica” in relazione ai rapporti con la fallita Unione europea, intendono  una sola cosa: calata di braghe integrale e ad altezza caviglia. Perché è questo l’unico tipo di “soluzione pragmatica” che conoscono.

Squallore vergognoso

Così accade anche a proposito dalla famosa nuova normativa UE sulle armi. Questa normativa utilizza il pretesto del terrorismo islamico (sottolineare: islamico) per disarmare non già i jihadisti, bensì i cittadini onesti.

Una manovra di uno squallore vergognoso, naturalmente sempre contro il popolo: ma dai funzionarietti di Bruxelles ci si può solo attendere il peggio. Infatti non si è mai visto un terrorista islamico che per i suoi attentati utilizza delle armi legalmente registrate. Costoro, nei casi in cui si servono di armi di fuoco (ciò che avviene assai raramente perché i mezzi impiegati, come sappiamo, sono ben altri: dagli esplosivi fai da te ai camion ai coltelli) le acquistano sul mercato nero. Come fanno tutti i criminali, del resto. Mica le comprano alla luce del sole e declinando la propria identità.

Un favore al terrorismo

Accanirsi contro le armi legalmente detenute dai cittadini significa semmai fare un favore ai terroristi islamici, ed alla criminalità in generale, riducendo le possibilità dei cittadini di esercitare la legittima difesa in caso, ad esempio, di una rapina in casa. Il terrorismo diventa quindi la scusa, per la fallita UE, per colpire non già i seguaci dell’Isis, bensì i cittadini onesti. E’ evidente: la casta arraffona e spalancatrice di frontiere ha paura dei cittadini. Ed infatti li ha vessati in ogni modo.

Non si combatte il terrorismo disarmando i cittadini onesti. Il terrorismo si combatte con misure quali: frontiere chiuse, un calcio al fallimentare multikulti, espulsione dei musulmani radicalizzati, messa fuori legge delle loro associazioni, stop all’accoglienza di finti rifugiati in arrivo da paesi islamisti, divieto di finanziamenti esteri alle moschee, eccetera. Invece niente di tutto questo accade. Mentre il Giappone (grande!) in sei mesi ha accolto tre (!) domande d’asilo su quasi 8600, l’ Europa – Svizzera compresa – continua a “far entrare tutti”.

Scusa miserevole

La storiella della lotta al terrorismo è dunque una scusa miserevole. La realtà è che l’UE  vuole disarmare i suoi cittadini. Ed i camerieri di Bruxelles in CF sono subito scattano sull’attenti, da bravi soldatini. A partire, ovviamente, dalla ministra del “devono entrare tutti”, kompagna Simonetta Sommaruga, che per somma sfiga nazionale è la titolare di questo dossier. Osiamo sperare che nessuno pretenda di farci credere che codesta signora intende combattere il terrorismo islamico. Perché gli ridiamo  in faccia. Proprio lei, che non vuole nemmeno impedire i finanziamenti esteri alle moschee! Proprio lei, che non ne vuole sapere di vietare associazioni islamiste come “La vera religione”, già messe fuorilegge nei paesi vicini! Proprio lei, che ci porta in casa i finti rifugiati dal Belpaese (quanti  tra loro sono estremisti islamici?) perché “bisogna dare l’esempio” nell’aderire ai piani di ricollocamento! Proprio lei, che non vuole espellere i jihadisti nel caso questi criminali fossero in pericolo nel paese d’origine!

Limitazioni pesanti

Il governo bernese tenta di spacciare le imposizioni degli eurofalliti in materia di armi come questioncelle di poco conto, con conseguenze pratiche irrilevanti. Balle di Fra’ Luca. Le limitazioni ci saranno eccome. E saranno pesanti. Tanto per citarne alcune: il Consiglio federale nella sua posizione prevede la clausola del bisogno per l’acquisto di armi da fuoco e il divieto generalizzato di acquisto per una serie di altre armi, quali le armi lunghe semiautomatiche in grado di accettare caricatori con più di 10 colpi. In buona sostanza, quali armi lunghe, rimarrebbero legali solamente i fucili da caccia ed i vecchi moschetti della prima metà del secolo scorso.

Per il tiro sportivo, bisognerà dimostrare di essere iscritti ad una società di tiro o fornire prova di frequentare con regolarità il poligono di tiro. E chi non può più andarci, ad esempio perché è anziano? Si vedrà sequestrare le armi? Tutti propositi contrari alla tradizione ed alla legge svizzera, che il popolo elvetico ha già respinto in votazione popolare nel febbraio del 2011.

Sommaruga e compagnia cantante vogliono, per l’ennesima volta, permettere all’UE di imporci le sue leggi. Che sono contrarie alle nostre regole, alle nostre tradizioni ed anche alla volontà popolare. Oggi nel mirino (tanto per restare in tema) ci sono le armi; domani magari toccherà ai diritti popolari?

Sembra una barzelletta: paghiamo miliardi di coesione all’UE per permettere a Bruxelles di comandare in casa nostra. Ed è chiaro che, dovesse passare lo scempio disarmista ed antisvizzero partorito da Sommaruga & Co, questo non farà che spalancare le porte ad ulteriori invasioni di campo degli eurofunzionarietti in casa nostra. Ma per questa situazione ci sono dei precisi responsabili. Non si può certo pretendere di rimanere padroni in casa propria quando si è governati da personaggi evanescenti (per usare un eufemismo).

Se salta Schengen…

Come da copione, i sette scienziati tentano di imporre l’ennesima vergognosa ciofeca con il ricatto: essendo la nuova direttiva sulle armi parte degli acquis di Schengen, se non passa salta tutto il pacchetto – Schengen. Uhhhh, che pagüüüüraaaa! E allora? Se Schengen salta, stappiamo lo champagne!

Ormai noi svizzerotti siamo tra i pochi che continuano a mantenere le frontiere spalancate invece di ripristinare i controlli sistematici sul confine. Quindi siamo tra i pochi che continuano ad applicare i fallimentari accordi di Schengen. Perché i trattati internazionali che fanno entrare tutti non si toccano. Guai! Fare diversamente è becero razzismo! Naturalmente questi rimproveri ipocriti vengono mossi solo a noi. Che siamo il paese più accogliente di tutti e abbiamo il 25% di popolazione straniera, oltre ad un milione di doppi passaporti. Invece il Giappone fa entrare tre asilanti in sei mesi – e fa benissimo! – e nessuno osa fare un cip.

Unica speranza: il referendum

Sicché, Schengen è sacro e non si tocca. Quando però si tratta di procedere ai rimpatri-Dublino, invece, la musica cambia. Ad esempio, arrivano i legulei buonisti-coglionisti del Tribunale amministrativo federale a dire che non si può – sa po’ mia! – rinviare i finti rifugiati in Ungheria perché gli ungheresi brutti e cattivi sono troppo severi nel concedere l’accesso alle procedure d’asilo.

Le associazioni di tiro hanno annunciato il referendum contro l’ennesima imposizione di Bruxelles che vuole disarmare i cittadini onesti. C’è da sperare che siano pronte a lanciarlo. Non bisogna infatti illudersi che il triciclo PLR-PPD-P$$ alle Camere federali si opporrà ad un qualsivoglia Diktat UE! Figuriamoci: la partitocrazia seguirà servilmente i propri esponenti governativi. Solo il popolo potrà evitare l’ennesima vergogna.

Lorenzo Quadri

Assicurazione malattia: casse cantonali alla ribalta

Il sistema attuale non funziona, e sempre più cittadini vogliono saltare il fosso

Un’inchiesta di bonus.ch rivela: favorevoli due svizzeri su tre. Attendiamo inoltre che la kompagna Sommaruga ci spieghi il ruolo dell’immigrazione selvaggia e del caos asilo nell’esplosione dei costi della salute

Come da copione, nel 2018 arriverà l’ennesima stangata sui premi di cassa malati. E non ci si venga a raccontare la storiella dei cittadini spreconi che consumano sempre più prestazioni sanitarie. Perché, ma tu guarda i casi della vita, l’evoluzione dei premi non rispetta quella dei costi sanitari nei vari Cantoni. Ciò significa che dietro il salasso imposto ai cittadini non ci sono solo i costi della salute. Ci sono anche e soprattutto inciuci e magna-magna di altro genere. Ad opera dei cassamalatari – i quali si versano onorari superiori alla paga di un consigliere federale – e dei loro reggicoda a palazzo federale. Ad essere particolarmente penalizzati sono i ticinesi. Da vent’anni paghiamo premi eccessivi perché le riserve create dagli assicuratori (non di rado pompate) vengono allegramente travasate da un Cantone all’altro, ed i burocrati bernesi stanno a guardare. E proprio noi ci dobbiamo addirittura sorbire aumenti di premio superiori alla media? E questo dopo che i risarcimenti, per il giochetto di cui sopra, si sono risolti in delle autentiche, palesi e sontuose prese per i fondelli!

A rappresentare il Ticino…

Se si pensa che in Consiglio federale a rappresentare il Ticino vessato dagli assicuratori malattia ci è andato “il” lobbysta dei cassamalatari per eccellenza Ignazio KrankenCassis, ex doppio passaporto, entrato ed uscito in tempo di record dalla Pro Tell per opportunismo, c’è proprio da chiedersi se il mondo non sta girando al contrario.

Fatto sta che, a suon di aumenti del 5% per volta, i premi di cassa malati diventano un onere sempre più insostenibili. Da notare che l’aumento del 5% è una media: questo significa che ci sono assicurati che si cuccheranno un pillola assai più cara.

Crescono anche i sussidi

Ovviamente, visto che i premi di cassa malati aumentano, ma il reddito dei cittadini no, assieme ai premi crescono anche i sussidi, finanziati dal solito sfigato contribuente. In particolare quello del ceto medio, che i premi se li deve pagare di tasca propria fino all’ultimo centesimo. E che, dalla riformetta fisco-sociale mignon licenziata dal Consiglio di Stato, non otterrà un tubo poiché essa nulla contiene per il ceto medio, malgrado quest’ultimo negli scorsi anni abbia dovuto far fronte a nuove tasse e balzelli: vedi in particolare l’aumento delle stime immobiliari.

Già che ci siamo, ci piacerebbe anche che la ministra del “devono entrare tutti”, kompagna Simonetta Sommaruga, spiegasse il ruolo dell’immigrazione scriteriata e del caos asilo nella crescita dei costi della salute.  Altro che “immigrazione uguale ricchezza”!

Il sistema non funziona

L’aumento fuori controllo dei premi di cassa malati, di cui non si vede la fine, dimostra che il sistema attuale non funziona e che nemmeno può essere corretto. Se non ci si è riusciti in oltre vent’anni, “forse” è segno che la missione è impossibile!

Ed infatti da un’inchiesta condotta da bonus.ch emerge che quasi due svizzeri su tre  (il 64.4%) è favorevole alla creazione di casse malati cantonali. Del resto sono pendenti un paio di iniziative romande che chiedono proprio questo. Ovviamente, sarebbe preferibile una cassa malati pubblica federale. C’è però un problemino: questa proposta è stata bocciata due volte in votazione popolare.

Due obiettivi

Le casse malati cantonali costituirebbero la panacea per tutti mali? Consentirebbero di ridurre i premi di assicurazione malattia? Verosimilmente, no. Permetterebbero però di raggiungere due obiettivi:

  • i premi seguirebbero esattamente l’evoluzione dei costi della salute senza ulteriori maggiorazioni dovute a creste indebite, travasi di riserve da un Cantone all’altro, e via elencando. Per riprendere le parole dell’ex capo dell’Ufficio assicurazione malattia Bruno Cereghetti: la trasposizione dell’aumento dei costi sanitari in premi diventerebbe trasparente. Cosa che oggi non è, anzi: aumento dei costi ed aumento dei premi viaggiano su binari diversi.
  • I premi potrebbero venire abbassati a tutti tramite contributi pubblici. Che si possono ricavare risparmiando sui finti rifugiati e sugli stranieri in assistenza.

 

Lorenzo Quadri

Posta: ci vuole una moratoria sugli smantellamenti

Se la dirigenza del Gigante giallo ne fa peggio di Bertoldo, è perché il CF dà corda

E‘ un po’ di tempo che sugli smantellamenti di uffici postali sembra calato il silenzio. Con l’eccezione di Balerna: lì il municipio che ha annunciato il ricorso al Tribunale federale contro la conferma della chiusura.

Intanto la Posta, guidata dalla direttrice generale Susanna “un milione all’anno” Ruoff, prosegue imperterrita per la propria strada, adducendo le consuete scuse farlocche.

Ricordiamo che la Posta non deve affatto tirare la cinghia per salvare la baracca, dal momento che realizza ben 800 milioni di utili all’anno.

I venti minuti

Come noto la Posta si nasconde dietro la regola dei venti minuti: quella che prescrive che un ufficio postale deve essere raggiungibile dall’utenza in venti minuti a piedi o coi mezzi pubblici. Peccato che per l’utenza anziana la camminata di 20 minuti non sia necessariamente un’opzione praticabile. E peccato pure che i mezzi pubblici devono anche esserci, e se ci sono bisogna vedere con quale cadenza transitano, e quanto tempo ci mette il cittadino a raggiungere la fermata più vicina. Perché questi venti minuti possono tranquillamente trasformarsi in ore.

La Doris approva

E’ chiaro: se l’attuale dirigenza postale si permette di smantellare un’ex regia federale, che un tempo era anche un simbolo della nazione, è perché il Consiglio federale le dà corda. La Doris uregiatta ha sempre sostenuto le scelte del fu Gigante Giallo, che si riempie la bocca con le “mutate abitudini della clientela” e con la “digitalizzazione” (che goduria pappagallare ad oltranza questo trermine così trendy) per giustificare la chiusura non di due o tre uffici postali periferici che non frequenta nessuno, ma di 600 uffici su 1300 da qui al 2020: quindi praticamente uno su due. E’ infatti noto che vengono chiusi anche uffici che sono frequentati. Ma la Posta, chissà come mai, non si sogna di fornire cifre a proposito del numero di utenti degli uffici destinati alla rottamazione.

Da notare che anche a livello di Postfinance si parla di riorganizzazioni ed esternalizzazioni. Tradotto in italiano, questo significa perdita di posti di lavoro.

Alternative?

A giustificazione degli smantellamenti la direttrice generale della Posta Susanna “un milione all’anno” Ruoff ama raccontare la fetecchiata delle “alternative”. Ovvero, non si chiudono uffici postali senza fornire delle alternative: in genere sotto forma di agenzia rifilata a qualche negozio locale. Peccato che le prestazioni svolte dalle agenzie non siano le stesse che vengono offerte in un ufficio postale e che sbrigare operazioni postali, ad esempio, al banco dei salumi, non pare propriamente il massimo della vita. Visto inoltre che vengono chiusi anche uffici frequentati, non necessariamente l’indennità pagata ai gestori delle agenzie copre il lavoro svolto.

Ma soprattutto: non si fornisce alcuna garanzia sulla durata di queste alternative. Per infinocchiare i cittadini, la Posta racconta che con le agenzie postali favorirebbe la sopravvivenza dei negozietti di paese. Il che è tutto da dimostrare: in effetti, se il negozietto chiude, salta anche l’agenzia postale ed il servizio non c’è più.

Il bello è che, non ancora contenta, la Posta si vanta pure del fatto che la consegna della corrispondenza al domicilio rimane garantita. Ah beh, ci mancherebbe anche che per ricevere le lettere il cittadino fosse costretto ad affittare, naturalmente a proprie spese, una casella postale nei centri urbani…

Servizio solo dove rende?

Il problema è da un lato imprenditoriale: la Posta dispone di una rete di prossimità sottoforma di uffici postali; un bene prezioso che, invece di capitalizzare, vuole smantellare. Dall’altro è di servizio pubblico. La Posta vorrebbe fornirlo solo dove è redditizio. Peccato che il concetto di servizio pubblico non sia esattamente questo.

Oltretutto,  nemmeno ci sono garanzie che dopo il 2020 la moria di uffici postali sarà terminata e che non comincerà una nuova fase di tagli.

Nella sessione autunnale il Consiglio degli Stati, contro il parere del Consiglio federale, ha approvato una mozione che chiede al governo di “esigere dalla Posta la presentazione di un progetto di pianificazione della rete postale. Il Consiglio federale sottoporrà al Parlamento entro un anno una proposta di revisione dei criteri che definiscono il servizio pubblico nella legislazione concernente la Posta. Tali criteri dovranno tenere conto delle particolarità regionali, delle condizioni specifiche di mobilità, nonché delle diverse categorie di utenti dei servizi postali”. La stessa mozione è stata approvata a larga maggioranza dalla Commissione dei trasporti e delle telecomunicazioni del Consiglio nazionale nella sua ultima seduta.

Serve una moratoria

Certamente è un passo avanti ma non è abbastanza. Che nel corso degli anni il mondo sia cambiato e che la Posta non può più essere uguale a trent’anni fa, è chiaro a tutti. Non è per nulla chiaro, invece, dove il fu Gigante giallo intende realmente andare a parare: con gli uffici postali, con i posti di lavoro, col servizio pubblico, con Post finance. Una moratoria, ossia uno stop, agli smantellamenti, sembra al momento la soluzione più adeguata, finché non ci sarà la necessaria trasparenza.

Lorenzo Quadri

 

Nel rigore, dobbiamo diventare i primi della classe

Immigrazione nello Stato sociale: ogni Cantone fa un po’ a modo suo. E in Ticino…

Anche in Svizzera interna la questione del ritiro di permessi B o C a stranieri in assistenza comincia a farsi urgente. A dar il là, il caso dell’imam predicatore d’odio di Nidau. Quello che ha stuccato al contribuente 600mila franchi nel corso degli anni. Costui continuava ad incassare prestazioni sociali “come se niente fudesse”; nel frattempo, non compiva alcuno sforzo per integrarsi. In effetti, non aveva alcuna intenzione di integrarsi. Il suo obiettivo era radicalizzare. E farsi mantenere dall’ente pubblico mentre svolgeva tale attività. E’ evidente che, se l’andazzo è andato avanti per anni, ciò significa che a questo imam integralista nessuno ha mai chiesto nulla. I permessi gli venivano rinnovati in scioltezza. E’ chiaro che non si tratta di un caso isolato. Oltregottardo hanno dunque  cominciato a guardarsi in giro. E hanno scoperto alcune cosette curiose.

Rimedio all’invecchiamento?

Tanto per cominciare, salta fuori in Svizzera nel 2015 (lo scrive di recente la SonntagsZeitung) c’erano 266mila persone a carico della socialità e  quasi la metà erano titolari di permessi  B o C. Hai capito? Altro che  “immigrazione uguale ricchezza”. Altro che la fregnaccia degli immigrati che pagherebbero le pensioni degli svizzeri. Altro che la bestialità dell’immigrazione incontrollata quale unico rimedio possibile all’invecchiamento della popolazione! Basta con queste idiozie politikamente korrette che la casta spalancatrice di frontiere cerca di imporci a suon di lavaggi del cervello. Il problema dell’invecchiamento della popolazione non ce l’ha di sicuro solo la Svizzera. Ce l’hanno anche altri paesi. Come ad esempio il Giappone. Dove però l’immigrazione è prossima allo zero e gli stranieri sono meno del 2% degli abitanti. E non crediamo proprio che i giapponesi siano destinati all’estinzione. Per cui, non farsi invadere si può eccome! Anche in presenza di un problema di denatalità.

Del resto, se avessero una certa sicurezza  economica ed occupazionale, anche gli svizzeri farebbero più figli. Invece c’è chi rinuncia per paura di non poterli poi adeguatamente mantenere. Chiaro: spalancando le frontiere si è mandato a ramengo il nostro mercato del lavoro. Ovvio quindi che gli svizzerotti coscienziosi si pongano degli interrogativi prima di formare una famiglia. Per contro, certi  stranieri in arrivo da altre culture il problema delle risorse necessarie a mantenere la prole non se lo pongono nemmeno. Anzi: fanno figli a cadenza di uno ogni tre anni per poter staccare sempre nuovi assegni di prima infanzia. E nümm a pagum.

Parametri diversi

Per tornare a bomba. La domanda che nasce spontanea è quella a sapere come mai con una percentuale così alta di stranieri che non è autonoma finanziariamente può rimanere in Svizzera. E al proposito le inchieste svolte oltregottardo hanno portato alla luce due cosette interessanti. Primo, che malgrado il numero degli stranieri a carico dello stato sociale sia alquanto elevato, quello del ritiro di permessi è molto piccolo. Ad esempio, lo scorso anno il Canton Berna ne ha ritirati solo 11, Basilea Campagna 8 e Argovia due.

Secondo, che ogni Cantone nella revoca (o non rinnovo) dei permessi a stranieri a carico della collettività applica parametri diversi. C’è chi è più restrittivo e chi lo è molto meno.

Sicurezza in pericolo

La situazione attuale non solo ci svuota le case pubbliche e fa galoppare il nostro stato sociale verso l’infinanziabilità. Costituisce anche un pericolo per la sicurezza. Perché – e l’ha detto di recente un esperto di islam, non la Lega populista e razzista – ad essere particolarmente attratti dalla facilità con cui in Svizzera gli ultimi arrivati si possono abbarbicare alla mammella pubblica sono gli estremisti islamici. Come il predicatore d’odio di Nidau, appunto.

Diventare i primi della classe

Da qui la necessità di darsi una svegliata, ma in fretta. Si renda finalmente chiaro a tutti che la pacchia è finita. Lo stato sociale svizzero non è un self service aperto all’intero pianeta. Da Paesi come il Giappone, l’USA e l’Australia abbiamo molto da imparare. Entra solo chi ha un lavoro e si mantiene da sé. I permessi B che gravano sulle spalle del nostro stato sociale devono partire tutti; questo è il minimo.  E i kompagnuzzi strillino e manifestino pure quanto vogliono. Il Ticino è uno dei Cantoni maggiormente presi d’assalto per la sua socialità generosa e per la sua posizione geografica. Doveroso, quindi, che dia l’esempio di rigore. In questo sì che dobbiamo diventare i primi della classe. Non certo nell’accogliere finti rifugiati con lo smartphome, come invece vorrebbe la kompagna Sommaruga.

Fa benissimo dunque il direttore del DI Norman Gobbi ad adottare una politica restrittiva in campo d’immigrazione e di ritiro di permessi a chi è qui per farsi mantenere. Anzi, rilanciamo e diciamo che, finché il Ticino non sarà diventato il Cantone più rigoroso di tutti, bisognerà andare avanti a stringere le viti!

Lorenzo Quadri

Accoltellamento a Lugano: la musica deve cambiare!

Non solo pene più severe ma anche giudici meno buonisti-coglionisti e più espulsioni 

E al Giudice Ermani ribadiamo che questo “sottobosco malavitoso” di “indigeno” non ha proprio nulla, dal momento che è composto da foffa d’importazione. E, se qualcuno di questi galantuomini ha pure il passaporto rosso, ringraziamo le naturalizzazioni facili volute dalla partitocrazia politikamente korretta!

Dopo l’accoltellamento dello scorso sabato mattina in centro Lugano tra gang rivali di criminali stranieri (ai quali naturalmente paghiamo pure le cure sanitarie, poi ci chiediamo come mai i premi di cassa malati esplodono) fa piacere che anche all’interno della Magistratura si levino voci che richiedono sanzioni più severe per chi commette reati violenti. Alla buon’ora! Nel concreto, ad esprimersi pubblicamente sul tema è il giudice Mauro Ermani ai microfoni di Teleticino.

Eh già, perché gli unici nei cui confronti la giustizia è inflessibile sono gli sfigati automobilisti incappati nelle maglie di Via Sicura. Per loro, nessuna giustificazione è ammessa. Per i delinquenti, invece, parte il festival delle attenuanti.

Le scusanti del piffero

E qui è opportuno ricordare che il codice penale è senz’altro una parte, anche importante, del problema. Ma non è l’unica. Un’altra componente è proprio quella dei magistrati che applicano la legge, e che spesso e volentieri trovano scusanti del piffero per mitigare le condanne dei delinquenti. Quando poi si tratta di stranieri – che sono la stragrande maggioranza dei criminali attivi in Ticino: lo dimostra l’occupazione della Stampa, il cui tasso di popolazione senza il passaporto rosso raggiunge anche all’80% – ecco che arrivano i giudici spalancatori di frontiere a stabilire che questa foffa non può essere espulsa perché “la libera circolazione prevale”. E’ accaduto ancora un paio di settimane fa: il tribunale cantonale zurighese ha annullato l’espulsione di un picchiatore tedesco di 27 anni decisa dal tribunale distrettuale di Winterthur. E questo in nome della libera circolazione. La quale prevarrebbe sul diritto svizzero ed in particolare sulla norma, votata dal popolo, che prevede l’espulsione dei delinquenti stranieri. Il bello è che, per stessa ammissione dei giudici di Zurigo, “il caso si presta a valutazioni giuridiche contrastanti”. E questi legulei del flauto barocco tra le “valutazioni contrastanti” quale ti vanno a scegliere? Ma naturalmente quella favorevole al “devono entrare tutti” e contraria alle decisioni popolari!

Quindi, oltre a sistemare il Codice penale, occorre anche cominciare a lasciare a casa quei giudici che si arrampicano sui vetri pur di permettere a delinquenti stranieri di continuare a vivere nel nostro paese (magari anche a carico del nostro Stato sociale).

Impedire l’arrivo

Altra componente è la prevenzione. Per evitare che gang straniere vengano ad accoltellarsi in centro Lugano, la prima cosa da fare è impedire che arrivino in Ticino. Quindi, ripristino dei controlli sistematici sul confine. Bye bye Schengen!

E per impedire poi che stranieri pregiudicati per reati violenti si stabiliscano nel nostro sempre meno ridente Cantone, è indispensabile mantenere in vigore la richiesta del casellario giudiziale. Altro che calare le braghe nella ridicola illusione di ottenere dal Belpaese la firma degli accordi sulla fiscalità dei frontalieri!

Mandare nelle patrie galere

Ulteriore ambito di intervento: la possibilità di far scontare la pena ai delinquenti stranieri nel paese d’origine. Ciò che oggi accade solo in casi rarissimi. Non sta né in cielo né in terra che Stati ai quali elargiamo a go-go inutili aiuti allo sviluppo o “contributi di coesione” – naturalmente a scapito dei cittadini svizzeri in difficoltà – abbiano ancora la faccia di tolla di rifiutarsi di sottoscrivere convenzioni sulla carcerazioni nelle loro galere dei loro concittadini che si trovano in Svizzera a commettere reati. Quanto ai criminali UE: i paesi dell’Unione possono mandarci tutta la foffa in nome della libera circolazione e noi, in nome sempre della libera circolazione, non possiamo rispedirgli i loro galeotti? Per citare il noto slogan: “non siamo mica scemi”!

E’ evidente che la certezza di dover scontare la pena nelle patrie galere, che sono “appena un attimino” diverse dall’Hotel Stampa, già di per sé costituisce un potente deterrente per la criminalità d’importazione.

Visto poi che i giovani stranieri violenti nella maggior parte dei casi ricevano condanne ridicole ovvero sospese condizionalmente, sarebbe buona cosa – sia a titolo deterrente che di informazione della popolazione – che nome e fotografia di questi signori venissero pubblicati in una banca dati aperta al pubblico, consultabile liberamente via internet. Negli USA esistono soluzioni simili e funzionano.

“Sottobosco indigeno”?

Disturba infine l’affermazione conclusiva del giudice Ermani riportata dal portale Ticinonews, riferita sempre all’accoltellamento a Lugano: “Questi fatti fanno male. La Svizzera ha una tradizione di convivenza pacifica fra più culture e inclusione fra diverse sensibilità. Questa gente (i picchiatori stranieri, ndr) sempre più spesso nasce e cresce da noi, ha il passaporto, parla perfettamente italiano e ha le stesse possibilità degli altri. Un sottobosco malavitoso indigeno che non si può controllare”.

Eh no, Signor Giudice. Questo “sottobosco malavitoso” di indigeno non ha proprio nulla, visto che si tratta o di stranieri tout-court, o di stranieri che hanno beneficiato di naturalizzazioni facili. E’ tutta foffa importata. Si ammetta una buona volta che la scellerata politica delle frontiere spalancate e del multikulti, accoppiata con le leggi lassiste ed i tribunali buonisti-coglionisti, ci ha trasformati nel paese del Bengodi dei malviventi stranieri. E si ammetta che, grazie alla partitocrazia politikamente korretta, vengono naturalizzate “in scioltezza” persone non integrate e non integrabili. Lo si ammetta, e si cominci a comportarsi di conseguenza. A partire proprio dal potere giudiziario che lei rappresenta, Signor Giudice.

Lorenzo Quadri

 

 

 

Ristorni dei frontalieri: da Berna ancora pesci in faccia!

“Non vi rimborsiamo neanche un centesimo”: Adesso il CdS prenda l’iniziativa!

 

Come da copione! I camerieri dell’UE  in Consiglio federale rispondono picche alla richiesta di risarcire il Ticino a causa della mancata firma, da parte del Belpaese, del famoso accordo sulla fiscalità dei frontalieri. Un accordo che, come sappiamo, non verrà mai sottoscritto, dal momento che l’Italia non lo vuole.

L’ipotesi del risarcimento era stata avanzata dal direttore del Centro competenze tributarie della SUPSI Samuele Vorpe, che ne quantificava l’ammontare in “almeno 15 milioni all’anno”, e poi ripresa dal consigliere nazionale Udc Marco Chiesa.

Solita solfa

Non è certo una sorpresa che i sette non ne vogliano sapere di indennizzare il Ticino, il quale continua a mandare vagonate di milioni oltreconfine. Di fatto i costi della famosa convenzione del 1974 sulla fiscalità dei frontalieri gravano integralmente sul nostro Cantone, malgrado essa sia stata conclusa nell’interesse di tutta la Svizzera. I ristorni costituivano infatti il pizzo al Belpaese in cambio del riconoscimento del segreto bancario.

Alle richieste di indennizzo per il Ticino, avantate nel recente passato anche dalla Lega, Berna ha sempre risposto quello che risponde ora: ossia che non se ne parla nemmeno perché, udite udite, manca la base legale. La solita storiella buona per ogni occasione. Un coperchio per tutte le pentole che non convince più nemmeno il Gigi di Viganello.

Le fandonie della ex

E’ forse il caso di ricordare che l’ex ministra del 5% Widmer Schlumpf, già nell’estate del 2014 promise alla deputazione ticinese a Berna che, in caso di mancata sottoscrizione entro qualche mese dei nuovi accordi sulla fiscalità dei frontalieri da parte italiana, avrebbe denunciato la convenzione del 1974. Ovvero: niente più ristorni. Inutile dire che la promessa farlocca non venne mantenuta.  Spieghi il Consiglio federale perché allora non la disdice adesso, la famigerata convenzione.

Intanto i ristorni dei frontalieri sono lievitati ad 80 milioni di franchetti, dimostrazione tangibile di come l’invasione da sud sia ormai andata completamente fuori controllo. E questi soldi li versa il Ticino ogni fine di giugno con masochistica puntualità elvetica. Solo un paio di anni fa il Consiglio di Stato aveva pubblicato un logorroico documento in cui spiegava che, malgrado ci fosse una lista di motivi per non versare i ristorni al Belpaese lunga come l’elenco del telefono, i ristorni in questione li pagava comunque.

Non è una boutade

Adesso per l’ennesima volta la Confederella rifiuta di assumersi le proprie responsabilità nei confronti del nostro Cantone. Per colpa dell’incapacità dei negoziatori bernesi – a partire dall’improponibile tirapiedi De Watteville – e dei loro superiori in Consiglio federale, l’erario ticinese perde milioni a vagonate. Però il CF non lo rimborsa perché “non c’è la base legale”. Da notare che l’ipotesi del risarcimento non è una sparata del leghista populista e razzista di turno. L’ha formulata uno stimato specialista, responsabile del centro di competenze tributarie della SUPSI. Uno che ha anche una reputazione accademica da difendere. E che quindi non può permettersi di sputtanarla a suon di boutade.

Due opzioni

Cosa dovrebbe fare il Consiglio di Stato davanti all’ennesimo immotivato njet dei camerieri bernesi dell’UE? Le possibilità sono due:

  • Variante top: bloccare integralmente i ristorni dei frontalieri.
  • Variante moderata: dedurre dai ristorni i famosi 15 milioni che il CF non ne vuol sapere di restituirci.

Poi, in entrambi i casi, sarà la Confederella a vedersela con Roma.

Non c’è alcun motivo plausibile per cui il CdS non dovrebbe adottare almeno la variante due. Ma se si pensa che il triciclo PLR-PPD-P$ nel governo cantonale ha calato le braghe perfino sul casellario giudiziale per ubbidire agli ordini in arrivo da Berna, c’è ben poco da stare allegri. Gli esponenti della partitocrazia in CdS spieghino dunque ai cittadini perché non ne vogliono sapere di dedurre dai ristorni, versati senza alcun motivo al Belpaese, almeno i 15 milioni testè citati; e ciononostante hanno ancora il coraggio di dire ai ticinesi devono tirare la cinghia perché i conti pubblici sono in rosso. Ribadiamo l’invito al direttore del DSS Paolo Beltraminelli, la cui cadrega scanchigna come non mai. Se vuole almeno tentare di recuperare una parte del sostegno popolare malamente perso, i ristorni dei frontalieri costituiscono un’occasione irrinunciabile. E se poi la Doris telefona? Basta risponderle che nell’aprile 2019 non sarà lei quella che dovrà mettere fuori la faccia davanti all’elettorato ticinese…

Lorenzo Quadri

Stop alla scellerata politica delle frontiere spalancate!

Finalmente pronta l’iniziativa popolare contro la libera circolazione delle persone 

La Lega sarà in prima fila nel raccogliere le firme in Ticino

Finalmente! Il comitato centrale dell’UDC ha approvato venerdì  il testo dell’iniziativa “Per un’immigrazione moderata”. Si tratta della famosa iniziativa, di cui si parla da mesi, per disdire la devastante libera circolazione delle persone. Come già annunciato, la Lega sarà in prima fila nel raccogliere le firme in Ticino.

Questa volta il testo non lascia spazio ad ambiguità. Sicché, il triciclo iscariota PLR-PPD-P$$, in caso di riuscita dell’iniziativa e di sua approvazione in votazione popolare, non  potrà inventarsi compromessi-ciofeca ed “applicazioni light” per buggerare i cittadini ed inginocchiarsi davanti al padrone europeo. (Una volta si diceva “alto e potente signore”; adesso, con “Grappino” Juncker, al massimo si può dire “alticcio”).

Niente equivoci

Il testo che sarà sottoposto all’approvazione del popolo è chiarissimo: il Consiglio federale ha 12 mesi di tempo per negoziare con l’UE l’uscita della Svizzera dalla libera circolazione. Se le trattative falliscono, la Svizzera disdice unilateralmente l’accordo sulla libera circolazione delle persone entro altri 30 giorni.

Il testo si premura inoltra di precisare che non si possono concludere altri accordi che  garantiscono a cittadini stranieri la libera circolazione in Svizzera, e che gli accordi internazionali in essere vanno adattati di conseguenza. Questo evidentemente per evitare che ciò esce dalla porta venga poi fatto rientrare della finestra. Un atto di sfiducia, più che giustificata, nei confronti dei camerieri bernesi dell’UE.

Il Ticino attendeva da tempo

Il Ticino aspettava questa iniziativa dal dicembre del 2016. Ossia da quando è stato messo nero su bianco lo sconcio tradimento  del  triciclo PLR-PPD-P$$ che rifiuta di applicare la volontà popolare.  E per carità di patria non torniamo ad insistere sul ruolo giocato in questo golpe contro il popolo dal neo-consigliere federale italo-svizzero KrankenCassis, allora capogruppo liblab a Berna.

E l’iniziativa diventa ancora più importante considerando che in Ticino lo stesso triciclo PLR-PPD-P$ si appresta a rottamare anche la preferenza indigena contenuta in “Prima i nostri”.

Paturnia ideologica

L’immigrazione incontrollata, come scritto in più occasioni, non ha alcun rapporto con le necessità dell’economia svizzera. E’ semplicemente una paturnia ideologica degli spalancatori di frontiere multikulti. Una paturnia imposta e difesa a suon di denigrazione degli avversari (infamati e delegittimati come spregevoli razzisti) e di squallidi ricatti all’indirizzo del popolino “chiuso e gretto”. A ciò va naturalmente aggiunta un’inaudita sfilza di balle solenni. Come quella raccontata dall’allora presidente nazionale del PLR Fulvio Pelli secondo cui “con la libera circolazione i nostri giovani potranno andare a lavorare a Milano” (sic!).

Solo disastri

L’immigrazione incontrollata ha fatto solo disastri; del resto, la Lega ed il Mattino lo avevano ampiamente previsto. E i disastri li ha fatti in tutti gli ambiti: sul mercato del lavoro (ma come: non erano solo “percezioni”?), sulla sicurezza (ci siamo riempiti di delinquenti stranieri che poi giudici buonisti-coglionisti si rifiutano di espellere, perché “la libera circolazione prevale”), sui costi sociali e sanitari (e quindi anche sull’esplosione dei premi di cassa malati), sulla viabilità, sull’ambiente (65’500 frontalieri che circolano uno per macchina), sui costi dell’alloggio, su quelli delle infrastrutture, e via elencando.

Anche il Gigi di Viganello è in grado di capire che la piccola Svizzera non può far fronte ad un saldo migratorio che oscilla tra le 60 e le 80mila persone all’anno dalla sola UE; tanto più che gli scienziati del Consiglio federale, “lungimiranti” come sempre, prima della votazione sui  bilaterali parlavano di un saldo di 10mila persone. Il Gigi di Viganello è in grado di capirlo, ma evidentemente la partitocrazia spalancatrice di frontiere, i camerieri dell’UE in Consiglio federale,  la stampa di regime (a cominciare dalla SSR) e gli intellettualini rossi da tre e una cicca non lo sono.

Al saldo migratorio di cui sopra si aggiunte l’invasione di frontalieri e di padroncini e quella di finti rifugiati con lo smartphone (quanti gli estremisti islamici? Quanti i galeotti che hanno beneficiato dei recenti indulti in Tunisia?). E gli svizzerotti fessi, naturalmente, mantengono tutti…

Correggere lo sconcio

E’ quindi chiaro che la libera circolazione delle persone è un esperimento completamente abortito. Uno sbaglio della storia, che come tale va corretto il prima possibile. La Svizzera deve tornare a decidere autonomamente sull’immigrazione, in base alle proprie esigenze e necessità. E tenendo conto del proprio mercato del lavoro e della sacrosanta preferenza indigena. Del resto, è quello che fanno tutti gli Stati sovrani. Compresi quelli dove – diversamente della Svizzera – non è in corso alcuna invasione. O dobbiamo ricordare che in Giappone la percentuale di popolazione straniera è inferiore al 2%?
Adesso invece centinaia di milioni di cittadini europei hanno il diritto di stabilirsi nel nostro Paese e gli svizzerotti “chiusi e razzisti” possono solo stare a guardare. Ulteriore aggravante: la partitocrazia PLR-PPD-P$$ ed i suoi esponenti nelle istituzioni non si sognano di difendere i propri concittadini: “bisogna aprirsi! Immigrazione uguale ricchezza!”. Cose del genere succedono, purtroppo, solo da noi.  E’ dunque ampiamente tempo di mettere fine a questo obbrobrio.

A proposito: quelli che, all’indomani del “maledetto voto” del 9 febbraio, ripetevano che bisognava rifare la votazione, e che comunque bisognava porre esplicitamente al popolo il quesito sulla libera circolazione, da svariati mesi non fanno più un cip. Chissà come mai? Forse perché si rendono conto che, in caso di votazione sulla libera circolazione, rischiano di venire asfaltati? Ul bel vedé…

Lorenzo Quadri

 

Siamo minoranza in casa nostra

Il 50% degli abitanti del Ticino ha “passato migratorio”. Aggiungiamo i frontalieri…

 

Ma chi l’avrebbe mai detto! L’Ufficio federale di statistica (UST) ci rende edotti che anche nel 2016 è “cresciuta fortemente” la popolazione svizzera “con passato migratorio”. A livello nazionale stiamo parlando del 37% degli abitanti nella Confederazione, percentuale che in Ticino esplode al 50%. Cifre analoghe si trovano a Basilea Città e Vaud. Il record spetta a Ginevra (64%), mentre Obvaldo, Giura e Uri sono sotto il 20% (bravi!).

L’anno scorso, dice sempre l’UST, la popolazione con “passato migratorio” è cresciuta di ulteriori 76mila unità.

Definizioni grottesche

“Persone con passato migratorio”: ecco l’ultima grottesca definizione politikamente korretta per indicare gli stranieri o i naturalizzati. A tal punto è arrivata la squallida censura del pensiero unico multikulti: la parola “straniero” non può più essere pronunciata e nemmeno pensata: è becero razzismo! Tra un po’ gli spalancatori di frontiere pretenderanno di sdoganare termini come “diversamente svizzeri” o “ svizzeri senza passaporto”!

Minoranza sempre più piccola

In Ticino, dunque, la metà della popolazione o è straniera o è naturalizzata; magari di fresco e magari senza essere integrata, perché vige il regime delle naturalizzazioni facili. E a questa quota dobbiamo aggiungere i 65’500 frontalieri e le migliaia di padroncini presenti quotidianamente sul territorio cantonale. E poi ci sono anche i finti rifugiati con lo smartphone.

E’ quindi evidente che i ticinesi in casa loro sono una minoranza, che diventa sempre più piccola. L’assalto alla diligenza svizzera in generale e ticinese in particolare è una realtà. Altro che “percezioni”! Altro che “balle populiste e razziste”! E poi qualche bambela ha ancora il coraggio di accusare i ticinesi di essere “chiusi e razzisti”?

Per fortuna c’è l’iniziativa…

In un paese razzista, lo capiscono anche i paracarri, il numero di stranieri dovrebbe diminuire e non certo aumentare. Il problema non è il razzismo dei ticinesi su cui i soliti multikulti montano la panna, tacendo omertosi sul razzismo dei migranti in arrivo da “altre culture” che disprezzano la nostra e che magari addirittura manteniamo con soldi pubblici. Il problema è l’invasione, andata completamente fuori controllo. Che questa possa provocare delle reazioni di autodifesa è scontato. Ma la colpa è di chi ha imposto l’invasione criminalizzando i contrari.

Farsi invadere non è né obbligatorio né inevitabile. Il Giappone ha meno del 2% di popolazione straniera. Paesi dove non è in corso alcun assalto alla diligenza controllano rigorosamente l’immigrazione; e nessuno si permette di strillare al “razzismo”. Per fortuna che a breve partirà l’iniziativa contro la libera circolazione delle persone. E’ la nostra ultima opportunità per salvare la Svizzera.

Lorenzo Quadri

Lugano: regolamento di conti tra gang straniere!

Scene da Bronx per colpa delle frontiere spalancate! Grazie partitocrazia PLR-PPD-P$!

 

Grazie libera circolazione! Grazie multikulti! Siamo diventati Paese del Bengodi e crocevia di foffa d’importazione che si dà appuntamento da noi per regolare i propri conti a coltellate! Via subito questa feccia dalla Svizzera!

E adesso dalla Magistratura ci aspettiamo sanzioni esemplari! Oppure la nostra giustizia buonista-coglionista è inflessibile solo con gli sfigati automobilisti incappati nelle maglie di Via Sicura?

Sempre meglio! Immigrazione uguale ricchezza! Bisogna aprirsi! La libera circolazione è un valore! Ieri abbiamo avuto l’ennesima dimostrazione concreta di questa “ricchezza” e di questo “valore”.

Nelle prime ore di sabato mattina, e più precisamente verso le 3 e 40,  il centro di Lugano è stato teatro di una scena da Bronx. Una maxirissa con accoltellamenti fuori dalla discoteca Blu Martini che, stando a quanto riportato dal portale Ticinonews, non sarebbe una zuffa scoppiata per futili motivi e poi degenerata (che già sarebbe grave). Ma la situazione è ancora peggiore. Il fatto di sangue in città farebbe l’epilogo di un vero e proprio regolamento di conti tra bande di delinquenti stranieri: da una parte un gruppo di albanesi residenti in Italia e dall’altra una gang di cittadini domenicani. Questi si sarebbero dati appuntamento a Lugano per sistemare a coltellate le proprie vertenze, a quanto pare legate a questioni di droga e/o prostituzione.

Le persone rimaste ferite sono quattro, tre cittadini albanesi residenti nel Belpaese ed uno svizzero (?) residente nel Mendrisiotto, tutti di età compresa tra i 22 ed i 27 anni. Ci piacerebbe sapere quanto “svizzero” sia il signore in questione; sarà mica qualche beneficiario di naturalizzazione facile?

L’accoltellatore fino a ieri sera risultava in fuga. Nessuno dei feriti è in pericolo di vita. Per uno è stato necessario il ricovero in ospedale.

Naturalmente vogliamo anche sapere se per caso tra i componenti delle gang che si sono scontrate c’è anche qualche beneficiario di prestazioni sociali pagate dal solito sfigato contribuente ticinese!

Ecco la “ricchezza”!

Ma bene! Eccola qui la “ricchezza” portata dalla libera circolazione delle persone e dalle frontiere spalancate volute dalla partitocrazia!

Non solo ci riempiamo di delinquenti stranieri, ma la suddetta foffa si dà addirittura appuntamento a Lugano per i propri regolamenti di conti all’arma bianca! Ma cosa stiamo diventando grazie alle frontiere spalancate e al “devono entrare tutti”? Un sobborgo di Rio de Janeiro?

Noi non ci stiamo! Questa feccia estera in casa nostra non la vogliamo! Per cui, se tra i bravi giovani “non patrizi” coinvolti nella maxirissa con accoltellamenti di ieri ci sono degli stranieri residenti in Ticino, è evidente che vanno sbattuti fuori dalla Svizzera. E senza tanti autoerotismi cerebrali su “proporzionalità” e su fallimentari accordi internazionali! Perché ne abbiamo piene le scuffie!

Perché a Lugano?

Perché poi questi delinquenti si sono dati appuntamento per il loro regolamento di conti proprio a Lugano? Non sarà mica perché sanno che, male che vada, grazie alla nostra giustizia buonista-coglionista se la caveranno con un gradevole soggiorno all’Hotel Stampa?

E’ chiaro che ci aspettiamo delle sanzioni esemplari nei confronti di questi delinquenti d’importazione! O dobbiamo credere che la nostra Magistratura usi il pugno di ferro solo con gli automobilisti incappati nelle maglie di Via Sicura, mentre per i veri criminali si trova sempre una qualche attenuante in nome del garantismo tafazziano?

Sappiamo chi ringraziare

E’ pacifico che non intendiamo tollerare che feccia straniera renda le nostre città dei posti dove si deve avere paura a girare di notte. Non siamo abituati a regolamenti di conti per strada e nemmeno intendiamo abituarci. E se simili scene da Bronx accadono a Lugano, sappiamo benissimo chi ringraziare: il triciclo PLR-PPD-P$ che ha spalancato le frontiere, e che non ne vuole sapere di espellere sistematicamente i delinquenti stranieri!

Rottamare Schengen!

Il fatto che la banda di albanesi sia residente in Italia è poi  l’ennesima dimostrazione che bisogna ripristinare i controlli sistematici sulla frontiera. Rottamare immediatamente gli accordi di Schengen e potenziare le Guardie di confine!

Il colmo è che i camerieri dell’UE in Consiglio federale sono pronti a sperperare un miliardo per la candidatura di Sion per le Olimpiadi del 2026, ma hanno avuto il coraggio di rimangiarsi il promesso potenziamento delle guardie di confine adducendo la miserevole scusa delle ristrettezze finanziarie. Però quando si tratta di sperperare miliardi per i finti rifugiati con lo smarphone  o di mantenere delinquenti stranieri con i soldi dell’assistenza, di “ristrettezze finanziarie” non ce ne sono mai! Ma vergognatevi!

Lorenzo Quadri

 

Ristorni: ottanta milioni di prese per i fondelli!

Ma il Ticino continua imperterrito a versare: ringraziamo il triciclo PLR-PPD-P$!

 

Evviva, evviva! Queste notizie sì che sollevano il morale. Nei giorni scorsi si è tenuta a Luino l’annuale riunione bilaterale sull’imposizione fiscale dei frontalieri, per fare il punto (?) sui famosi accordi del 1974. Trattasi di riunioni assolutamente inutili. Delle vere prese per i fondelli, visto che l’atteggiamento del Belpaese è noto: incassare i ristorni che i ticinesotti fessi si ostinano a versare e  sbattersene alla grande degli impegni presi con la Confederella.  In prima linea proprio in ambito di frontalierato.

Gli esempi a questo proposito si sprecano. Vedi l’ultima visita a Lugano del ministro siculo Angelino Alfano. Il quale non ha perso l’occasione per raccontare un sacco di balle sulla “conclusione imminente” dell’accordo sulla fiscalità dei frontalieri. Naturalmente il Didier Burkhaltèèèr le balle in questione se le è bevute tutte, dalla prima all’ultima, per poi lanciarsi in accorati appelli all’amico Angelino. Nel giro di poche ore da Roma sono arrivate le smentite categoriche: il dossier frontalieri non è nemmeno sul tavolo del governo Gentiloni.

Ma per tornare all’inutile incontro annuale di Luino (aperitivi, “standing dinner”, degustazioni enogastronomiche), esso ci ha portato la lieta novella: i ristorni, che negli scorsi anni ammontavano a circa 60 milioni, sono lievitati ad 80.5 milioni. O gioia! O tripudio!

Fatto inspiegabile

La decisione del versamento come noto viene presa dal CdS ogni anno a fine giugno. Naturalmente gli svizzerotti corrono subito ad effettuare il pagamento. I vicini a sud intascano e ringraziano a suon di pesci siluro in faccia.

Rimane inspiegabile come si possa essere fessi al punto da perseverare nel versare i ristorni senza alcun motivo plausibile. Tanto più che la loro consistenza continua a lievitare. La cifra ci dà oltretutto una bella dimostrazione “plastica” delle proporzioni dell’invasione da sud.

Oltreconfine hanno capito

Qualche anno fa il Consiglio di Stato, prima di effettuare il versamento dei ristorni, aveva pubblicato una lunga presa di posizione in cui spiegava perché c’era tutta una sfilza di motivi per bloccare i ristorni ma ciononostante li pagava lo stesso. Dopodiché il versamento, per volontà del triciclo PLR-PPD-P$,  è sempre partito come una lettera alla posta. Figuriamoci: il citato triciclo cala le braghe perfino sul casellario giudiziale, che ha impedito a centinaia di delinquenti pericolosi di arrivare in Ticino. Credere che potrà avere gli attributi per  tornare a bloccare i ristorni è come credere a Babbo Natale. Eppure le vagonate di milioni in arrivo dal Ticino non vengono neppure impiegate dal Belpaese in modo conforme. Eppure, come ben si è visto, Roma ha fatto chiaramente capire che il famoso accordo sulla fiscalità dei frontalieri non verrà mai sottoscritto. E’ chiaro: Oltreconfine hanno ormai capito che gli svizzerotti si fanno sempre fare fessi, e se ne approfittano senza remore. D’altronde, perché dovrebbero averne, di remore? Tanto più che, dopo la calata di braghe del CdS  sul casellario giudiziale, avvenuta perché Bertoli, Beltra e Vitta hanno ubbidito agli ordini schiacciati da Berna,  i politicanti italici hanno la certezza di poter contare sull’appoggio dei camerieri dell’UE in Consiglio federale. Se il Ticino fa valere le proprie ragioni nei rapporti con lo Stivale, i sette si schierano puntualmente dalla parte dell’Italia. E non si creda che con KrankenCassis cambierà qualcosa nell’approccio bernese con i vicini a sud. La vicenda della Pro Tell, avvicinata dal neo consigliere federale italo-svizzero per opportunismo elettorale e scaricata in tempo di record alla prima critica, è un segnale chiaro.

Se i soldi non interessano…

Con 80,5 milioni di franchetti in più all’anno il Ticino un po’ di cose ne potrebbe fare. In particolare nell’ambito della promozione dell’occupazione dei residenti.

Del resto, il Belpaese non ne vuole sapere di firmare il famoso nuovo accordo sulla fiscalità dei frontalieri, da cui guadagnerebbe centinaia di milioni all’anno (c’è chi dice 300, chi addirittura 600). Visto dunque che i milioni non interessano, la Penisola può tranquillamente fare a meno anche dei ristorni.

Lorenzo Quadri

 

 

Allarme smog? Cominciamo a ridurre le auto dei frontalieri

Le polveri fini non si possono fermare in dogana, ma i veicoli con targa azzurra sì

 

A causa delle particolari condizioni meteo la qualità dell’aria in Ticino è, secondo le comunicazioni ufficiali, peggiorata in modo “acuto e repentino” da mercoledì pomeriggio, con importanti superamenti dei limiti di polveri fini nel Mendrisiotto. Sono dunque scattate le ormai note limitazioni di velocità ad 80 Km/h in autostrada. Con l’ aggiunta di un massimo per la temperatura negli edifici: non più di 20 °C.

Le immagini dal satellite hanno mostrato la cappa di inquinamento che grava su Lombardia e Piemonte. Lo smog è dunque d’importazione. Arriva dal Belpaese. Un motivo in più per non versare i ristorni dei frontalieri, il cui ammontare è salito alla stratosferica cifra di 80.5 milioni di franchetti, e di impiegarli a vantaggio del  nostro territorio.  Anche – perché no? – per provvedimenti ambientali, oltre che occupazionali.

Uno per macchina

E’ noto poi  che, mentre scatta l’allarme inquinamento, in questo sfigatissimo Cantone entrano ogni giorno 65’500 frontalieri uno per macchina, più svariate migliaia di padroncini sui relativi furgoni (che non sono certo elettrici).  In alcuni spiazzi costoro posteggiano gratis ed abusivamente, ad esempio presso la piscina di Mendrisio. Si ricorderà poi che alla chiusura dello sterrato della Gerra a Lugano, dove centinaia di targhe azzurre rimanevano parcheggiate tutto il giorno senza pagare un centesimo, qualche rappresentante dei frontalieri ebbe pure la bella idea di sbroccare: a queste condizioni tanto vale che restiamo a casa. Uhhh, che pagüüüraaa! Peccato poi che non uno abbia messo in atto la minaccia. Infatti, come da copione il numero dei frontalieri è sempre aumentato.

Benzina a peso d’oro?

E’ chiaro che il ruolo degli automobilisti nell’inquinamento atmosferico va relativizzato. Come abbiamo visto, gran parte dello smog che impesta il Ticino è importato dalla Lombardia. Tuttavia non ci sta neanche bene che vengano prese delle misure che colpiscono tutti gli automobilisti indiscriminatamente, quando abbiamo 65’500 frontalieri e svariate migliaia di padroncini che entrano tutti i giorni in Ticino uno per macchina. Prima si interviene riducendo drasticamente questo flusso spropositato; poi se ne riparla. Il problema non sono tanto gli 80 Km/h in autostrada. Infatti c’è chi vorrebbe misure assai più drastiche, ad esempio un’impennata del prezzo della benzina giustificata con motivi ambientali. Un’operazione che trasformerebbe l’automobile in un lusso. Naturalmente solo in Svizzera. Ma che idea meravigliosa! Costringiamo i ticinesi a pagare la benzina a peso d’oro, obblighiamoli ad andare in giro a piedi o in bicicletta col pretesto ecologico. Intanto decine di migliaia di targhe azzurre scorrazzano libere ed indisturbate sulle nostre strade, che noi abbiamo pagato. Ovviamente senza dover affrontare eventuali balzelli ambientali sulla benzina, visto che il  pieno lo fanno oltreramina. E senza pagare neppure le imposte di circolazione.

Differenza sostanziale

Non ci sta bene nemmeno sentire storielle politikamente korrette del tipo “ma anche tanti ticinesi utilizzano l’auto inutilmente, riscaldano eccessivamente la casa, eccetera” magari condite con la frasetta preconfezionata  buona per qualsiasi occasione: “il problema va affrontato in modo globale”.

Eh no. La differenza è sostanziale. I ticinesi in Ticino sono a casa loro; i frontalieri no. Quindi non va bene che ticinesi e frontalieri siano trattati allo stesso modo. Non si possono alzare muri per impedire allo smog lombardo di raggiungere il nostro Cantone? Bene, allora cominciamo a trattenere i ristorni dei frontalieri come indennità per il danno ambientale subìto.

E se lo smog non si può fermare in dogana,  i veicoli dei frontalieri occupati da una sola persona si possono fermare eccome. Altro che “approccio globale” ossia misure uguali per tutti, frontalieri e residenti. Prima si comincia, per motivi ambientali e di salute pubblica, a limitare drasticamente l’accesso dei frontalieri motorizzati. O condividono l’auto, o usano il treno, oppure semplicemente non varcano il confine. Poi si vedrà. Perché ne abbiamo piene le scatole di dover sempre subire passivamente le conseguenze negative della contiguità con il Belpaese nello scellerato regime delle frontiere spalancate. E se qualcuno starnazza alla “discriminazione”? Chissenefrega!

Quanto alla cricca ro$$overde fustigatrice degli automobilisti, può solo stare zitta. Chi sostiene la libera circolazione, chi sabota la preferenza indigena, è direttamente responsabile dell’invasione da sud ed anche delle sue conseguenze ambientali e viarie.

Lorenzo Quadri

Il facile trucchetto per infinocchiare i cittadini

Riduzione temporanea del canone radioTV per sabotare l’iniziativa No Billag

E’ chiaro che, senza l’iniziativa per l’abolizione del canone, mai e poi mai quest’ultimo sarebbe stato abbassato. Ma anche il Gigi di Viganello ha capito che la fregatura è dietro l’angolo. Se infatti l’iniziativa No Billag dovesse venire asfaltata dalle urne…

Quando si dice i casi della vita! Il Consiglio federale ha finalmente fissato la data per la votazione sull’iniziativa No Billag: si andrà alle urne il prossimo 4 marzo. In contemporanea, ha deciso di ridurre il canone radioTV da 451 a 365 Fr all’anno per il biennio 2019 – 2020. Che strana coincidenza eh?

Un paio di cosette appaiono evidenti anche al Gigi di Viganello.

  • Senza lo spauracchio dell’iniziativa No Billag, col fischio che il Consiglio federale avrebbe deciso di abbassare il canone! Ecco quindi che l’iniziativa No Billag ha già sortito il primo effetto positivo sulle tasche dei cittadini.
  • Malgrado i continui piagnistei dell’emittente di regime, ecco dunque la dimostrazione che abbassare il canone radioTV si può, senza con questo mettere in pericolo la coesione nazionale e nemmeno la democrazia, come invece blaterava qualche alto papavero dell’azienda in preda a deliri di onnipotenza.
  • E’ evidente che ridurre il canone da 451 Fr all’anno a 365 è meglio di un calcio nelle gengive, ma si può certamente fare meglio. In effetti, come ha spiegato il Consiglio federale, questa riduzione garantisce alla radioTV di Stato un contributo fisso di 1,2 miliardi di Fr all’anno. A questi bei soldoni vanno ovviamente aggiunti gli introiti pubblicitari. Nel 2015 il provento del canone era di 1,213 miliardi. Mancano quindi all’appello poco più di dieci milioni su 1,2 miliardi! Non stiamo certo parlando di una misura draconiana. Come dice la nota canzone: “si può fare di più”… E non solo si può, ma si deve.
  • Infatti, la SSR, a parità di canone per le economie domestiche, incassa sempre di più. Ciò a seguito dell’aumento della popolazione (per la SSR sì che “immigrazione uguale ricchezza”!), del nuovo sistema di calcolazione per le aziende, e del fatto che il canone è stato trasformato in un’imposta pro-SSR che tutti devono pagare (compresi quelli che non hanno né radio né TV).
  • Senza l’iniziativa No Billag, ovviamente il canone non sarebbe diminuito di un centesimo. Ciò significa che la SSR sarebbe andata avanti a gonfiarsi come una rana senza doversi porre alcun problema di uso parsimonioso delle risorse e monopolizzando sempre di più il panorama mediatico svizzero. Altro che la fregnaccia della “SSR indispensabile alla democrazia”. L’elefantesca SSR nuoce alla pluralità dell’informazione, e quindi semmai danneggia la democrazia.
  • Quanto sopra significa quindi che, adesso che il canone è stato abbassato, non serve più votare per l’iniziativa No Billag? Assolutamente no! Il tranello in cui il Consiglio federale ed in particolare la Doris uregiatta vogliono far cadere gli svizzerotti è evidente. Se infatti il cittadino si ritiene soddisfatto dal canone a 365 Fr e per questo rinuncia a sostenere l’iniziativa No Billag, col risultato di provocarne l’asfaltatura nelle urne, non solo perde l’occasione di pagare ancora meno, ma si spara nei gioielli di famiglia. Perché poi a fine 2020 il canone verrebbe fatto di nuovo risalire con qualche scusa. Passata la festa, gabbato lo santo!
  • Solo se l’iniziativa No Billag otterrà un buon sostegno popolare, si potrà essere sicuri che il canone verrà ridotto – magari anche in misura maggiore rispetto al taglietto indolore deciso dal Consiglio federale a titolo di prova – e che la riduzione durerà nel tempo.
  • Morale: il 4 marzo prossimo, tutti a votare Sì all’iniziativa “No Billag”!

Lorenzo Quadri

Contro i furbetti della vignetta: controlli sistematici in dogana!

In 500mila in autostrada senza contrassegno: e il CF tira in ballo la vignetta elettronica

Ma guarda un po’! Improvvisamente la Confederella si accorge che sulle strade svizzere circolano 500mila automobilisti senza vignetta autostradale. Ciò comporta una minore entrata di 20 milioni di Franchetti, su un totale di circa 340 milioni. Non proprio noccioline, dunque! Da notare che gli introiti della vignetta, diversamente da quelli della maggioranza dei balzelli e sovrabalzelli che gravano sul groppone degli automobilisti, servono effettivamente a finanziare le strade nazionali. Non finiscono, dunque, nel calderone delle casse federali, utilizzati poi per scopi che nulla hanno a che vedere con la viabilità (ad esempio, finanziare finti rifugiati).

La fetecchiata della “digitalizzazione”

La “scoperta” del mezzo milione di veicoli senza vignetta e dei 20 milioni che mancherebbero all’appello arriva, tuttavia, in un momento assai sospetto. Come noto infatti il Consiglio federale vorrebbe introdurre la vignetta elettronica. Che però, con grande scorno dei sette camerieri dell’UE, non riscuote il successo sperato. Varie voci contrarie si sono già levate. Anche dai Cantoni. Ticino compreso. E questo malgrado il Dipartimento Leuthard abbia tentato di sdoganarla a suon di fetecchiate politikamente korrette: a partire dalla “digitalizzazione”. Un argomento con cui si immagina di far digerire qualsiasi cosa al popolino boccalone. Del resto è lo stesso che utilizza la Posta per giustificare la chiusura compulsiva di uffici postali. Per cui, vedete un po’ voi…

In che modo la vignetta elettronica risolverebbe il problema dei furbetti del contrassegno? Perché i rilevamenti sulla sua presenza verrebbero svolti automaticamente da appositi apparecchi posti a bordo-autostrada.

E allora – messaggio sottointeso – perché ancora si recalcitra?

Infinocchiare i cittadini

Prima di tutto, bisognerebbe sapere  come sono targati questi 500mila veicoli senza contrassegno autostradale: si tratta di  svizzeri, di residenti, oppure – più probabile – di stranieri?

Ma soprattutto. Chissà come mai la questione delle auto senza vignetta salta fuori proprio adesso che il Dipartimento federale dei trasporti vorrebbe introdurre la vignetta elettronica ma incassa solo njet? Come detto, la tempistica è sospetta. Non solo: il trucchetto del “bisogna cambiare sistema perché c’è chi non paga”, il Dipartimento Leuthard l’ha già utilizzato una volta per infinocchiare i cittadini. Il canone radiotelevisivo, alla faccia del tanto declamato principio di causalità, è stato trasformato in un’imposta pro-SSR. Una delle scuse più gettonate ere proprio: “almeno non ci saranno più telespettatori in nero”. Adesso si tenta di ripetere il giochetto con la vignetta: la facciamo elettronica che così non scappa più nessuno. Ciò fa peraltro nascere il sospetto che a circolare senza contrassegno siano  automobilisti che non risiedono in Svizzera. Si suppone infatti che gli eventuali rilevatori di vignetta elettronica non verrebbero piazzati su ogni tratta autostradale interna (esempio: tra Rivera e Bellinzona sud…), ma semmai solo in qualcuna. Mentre verrebbero certamente installati in prossimità dei valichi.

Caduti dal seggiolone?

Lo abbiamo già scritto: anche il Gigi di Viganello ha capito che la vignetta elettronica è il primo passo per l’introduzione del road pricing, del mobility pricing, e di tutti gli altri ciofeca pricing che la cricca politikamente korretta vuole rifilarci per penalizzare ulteriormente il solito sfigato automobilista. Ovvero per mungerlo ancora di più, per criminalizzarlo e limitarne la liberà di movimento. Vuoi entrare in città in auto? Paghi (poi ci si chiede come mai i commerci del centro si desertificano). Vuoi spostarti nell’ora di punta? Paghi (eh già, perché il comune cittadino gli orari di inizio e di fine della giornata lavorativa se li può scegliere à la carte, come no).

Naturalmente il Dipartimento Leuthard nega che lo scopo della vignetta elettronica sia quello di introdurre road pricing, mobility pricing e boiate affini.  Ma per crederci bisogna essere caduti dal seggiolone da piccoli.

Controlli in dogana

Questo non vuol dire ovviamente che ci sta bene che ci siano mezzo milione di automobili che usano le autostrade senza vignetta. Poiché ci sono tutti i motivi per ritenere che si tratti di stranieri, la soluzione è semplicissima: reintrodurre finalmente i controlli sistematici in dogana. Così, oltre ad ostacolare delinquenti, passatori, finti rifugiati con lo smartphone, eccetera, si controlla anche chi ha la vignetta e chi no. Più facile di così… perché il Doris-Dipartimento non lo propone? Perché non chiede la sospensione dei fallimentari accordi di Schengen, visto che anche gli eurobalivi hanno detto che “sa po’”?

Lorenzo Quadri

Il tamberla europeo: “fate di più per i finti rifugiati”

Il Consiglio d’Europa contro gli svizzerotti. E Burkhaltèèèr scatta sull’attenti

 

Adesso ne abbiamo veramente piene le scuffie di sentire imbecillità da parte di organismi internazionali che contano come il due di briscola e che si accaniscono contro svizzerotti perché sono gli unici fessi che ancora gli danno corda!

L’ultima sortita del Consiglio d’Europa a proposito degli asilanti in Svizzera è semplicemente allucinante. Secondo tale commissario Nils Muiznieks (Nils chi?) l’approccio elvetico sarebbe troppo restrittivo (sic!). Ci vuole “più protezione per i migranti”. Cosa, cosa? Qui qualcuno deve avere preso un colpo di sole.

Mentre manteniamo tutti…

La Svizzera fa entrare e mantiene tutti. E’ al secondo posto (dopo la Germania, che però è un po’ più grande di noi) nel mettersi in casa – senza avere alcun obbligo! – finti rifugiati che spettano al Belpaese.

La Svizzera si riprende i migranti economici che la Germania rimanda indietro. Ma a sua volta, a seguito dell’ennesima sentenza buonista-coglionista del Tribunale federale amministrativo, rinuncia al proprio buon diritto, sancito dagli accordi di Dublino, di rispedire migranti economici in Ungheria perché il paese sarebbe troppo restrittivo nell’accesso alle procedure d’asilo. E vuoi vedere che presto, sempre dando retta alle sentenze buoniste-coglioniste, non potremo più rimandare finti rifugiati nemmeno all’Austria visto l’esito delle elezioni della scorsa domenica?

In più c’è la nuova legge sull’asilo. Quella dell’avvocato gratis (cioè pagato dal contribuente) per i finti rifugiati. Quella delle espropriazioni facili per creare nuovi alloggi per asilanti, aumentando così la “capacità ricettiva” e quindi l’attrattività della Svizzera. Quella che la ministra del “devono entrare tutti” kompagna Simonetta Sommaruga ha venduto ai cittadini come restrittiva. Come no. Così restrittiva che infatti i tapini del Consiglio d’Europa la lodano senza riserve.

 

Anche il fratello dell’assassino

La Svizzera deve fare di più per i migranti, farnetica l’ennesimo eurofunzionarietto spalancatore di frontiere. E intanto nel centro asilanti di Chiasso c’erano pure il fratello del terrorista islamico pluriassassino di Marsiglia e gentil consorte, ritenuto da chi lo conosce ancora più pericoloso del congiunto. E se questo ennesimo criminale che abbiamo fatto entrare avesse avuto la bella idea di mettersi ad accoltellare donne gridando “Allah Akbar” alla stazione di Chiasso, seguendo le orme del fratello a Marsiglia, chi si sarebbe preso la responsabilità? La kompagna Sommaruga? I multikulti?

La Svizzera deve fare di più per i migranti, blatera il Consiglio d’Europa. Intanto a livello federale nel giro di 8 anni il numero degli asilanti eritrei in assistenza, quelli che  trascorrono le vacanze in patria perché lì è più bello, è aumentato del 2242%.  Mentre la spesa per l’asilo è raddoppiata. E nümm a pagum.

“Non limitare”?

Secondo il commissario Nils Muiznieks la Svizzera “non deve limitare i diritti di chi non ottiene lo status di rifugiato per quanto riguarda l’assistenza sociale, la mobilità e la riunificazione familiare”. A Strasburgo la grappa deve avere una gradazione troppo elevata.

Sicché oltre a far entrare e mantenere tutti i finti rifugiati – perché chi non ottiene lo status  profugo, è un finto rifugiato – dovremmo far arrivare e mantenere anche tutti i loro familiari? Nils, e tu quanti asilanti ospiti a casa tua?

Approccio giapponese

Il colmo è che i camerieri dell’UE in  Consiglio federale, non appena un qualche organismo sovranazionale fa il proprio verso, sentono il bisogno compulsivo di scattare sull’attenti. Un po’ come i cani di Pavlov che salivavano al suono della campanella. Mai una volta che siano in grado di replicare con un meritato Vaffa.

Sicché, bontà sua, Didier Burkhaltèèèr, corre a garantire ai padroni spalancatori di frontiere del Consiglio d’Europa che “la Svizzera non ha un approccio restrittivo” in materia d’asilo. Ma va? Prendiamo nota. E prendano nota anche gli sfaccendati marciatori pro-finti rifugiati. Grazie Didier per aver confermato che gli svizzerotti fessi fanno entrare tutti.

Per contro, non si sa cosa ne pensi della vicenda il successore di Burkhaltèèèr agli Esteri, Ignazio KrankenCassis. Pare che si stia già esercitando a slacciarsi la cintura.

Quello che pensiamo noi lo abbiamo invece già scritto. La Svizzera non deve avere un approccio restrittivo in materia di migranti economici. Deve avere un  approccio giapponese. Tokyo in sei mesi ha accolto tre asilanti su 8600 domande. Chiaro il messaggio, Nils?

Criminali tunisini

Il colmo è che la rampogna del tamberla del Consiglio d’Europa contro gli svizzerotti “chiusi e razzisti” arriva proprio in contemporanea con un’altra notizia: tra i finti rifugiati che entrano illegalmente in Ticino dal Belpaese sono esplosi tunisini ed algerini. E questi giovanotti non sono solo migranti economici che non scappano da nessuna guerra. Tanti di loro sono pure dei delinquenti. Infatti la Tunisia ha pensato bene di svuotare le patrie galere, concedendo in poco tempo l’indulto ad un totale di quasi duemila detenuti. Questi galantuomini partono in direzione Belpaese e noi – che ci ostiniamo a mantenere le frontiere spalancate – ce li ritroviamo a Chiasso. Ai delinquenti comuni vanno poi aggiunti gli estremisti islamici travestiti da finti rifugiati. E il bello è che di recente dopo una visita in Tunisia la kompagna Sommaruga se ne usciva beatamente a dichiarare che i tunisini non chiedono più asilo in Europa.

Giudici stranieri

Non ancora contento delle fregnacce sull’asilo, il commissario del Consiglio d’Europa ha pensato bene di mettersi ad inveire anche contro i diritti popolari in Svizzera; in particolare, contro l’iniziativa anti-“giudici stranieri”. Ma a questa performance dedichiamo un articolo a sé.

Intanto il prossimo atto parlamentare a Berna è già pronto: la Svizzera esca dal Consiglio d’Europa.

Lorenzo Quadri

 

I migranti economici ci sfruttano: parola di ambasciatore

Un diplomatico propone di introdurre le Green card USA: entri solo per lavorare

 

Asfaltati anche gli aiuti all’estero: “è illusorio pensare che dissuadano gli africani dal lasciare il loro continente”

Chi ha detto che in Svizzera c’è una marea di finti rifugiati eritrei perché costoro fanno venire i loro compatrioti raccontando quanto è bello il nostro Paese e quanto sono generose ed abbondanti le prestazioni sociali pagate dagli svizzerotti fessi?

Chi ha detto che eritrei e somali non arrivano in Svizzera per lavorare ma perché sanno che non verranno rispediti indietro, ed infatti in 8 anni il numero degli eritrei a carico dell’assistenza è aumentato del 2282% (sic)?

Chi ha detto che i somali che stanno arrivando ora vanno respinti?

E chi ha detto che “è un’utopia credere che ampliando l’aiuto allo sviluppo si possa dissuadere gli africani dal lasciare il loro continente”?

E’ forse stato un becero leghista populista e razzista? No. E’ stato nientemeno che un ex ambasciatore svizzero. Trattasi di Dominik Langenbacher, che si è espresso nei termini sopra citati in un’intervista rilasciata al Blick. E Langenbacher, quando dice che: “spesso valutiamo gli africani in maniera sbagliata: hanno una strategia di sopravvivenza e sono molto creativi” sa di cosa parla. Diversamente dalla ministra del “devono entrare tutti” kompagna Simonetta Sommaruga. La quale però, pur non sapendo, monta in cattedra con piglio da maestrina a calare sentenze. Ad esempio, quella secondo cui l’islam non può essere messo “sotto sospetto generale” malgrado sia manifestamente incompatibile con la società occidentale. Manca solo che Sommaruga aggiunga che l’islam deve diventare religione ufficiale in Svizzera. Poco ma sicuro che la sua posizione è quella!

Cosa ne pensa la Simonetta?

E chissà cosa pensa la ministra del “devono entrare tutti” delle affermazioni dell’ex ambasciatore Langenbacher che la sbugiardano (per usare un termine casto) in modo integrale. Lei e le sue politiche di accoglienza, tanto il conto lo paga il contribuente.

Del resto l’ex ambasciatore non è mica l’unico ad aver detto che le prestazioni sociali elvetiche, eccessivamente generose con i migranti economici, ci attirano in casa ogni sorta di foffa. La stessa cosa l’ha detta l’esperto di estremismo islamico Thomas Kessler, tra l’altro un ex parlamentare verde (quindi: uno di $inistra!) a proposito degli estremisti islamici. Costoro arrivano in Svizzera perché il nostro è uno dei paesi dove un furbetto straniero può attaccarsi alla mammella pubblica con la maggiore facilità. Senza dover compiere alcuno sforzo per integrarsi e per rendersi autosufficiente.

Green card

E chissà cosa pensa  la ministra del “devono entrare tutti” della proposta concreta avanzata dell’ex ambasciatore  Langenbacher, il quale suggerisce di modificare radicalmente il sistema dell’asilo, passando al modello americano delle Green Card. In sostanza,  secondo questa proposta, il migrante per entrare in Svizzera deve disporre di un importo di partenza di 20mila Fr. Dopodiché, avrà sei mesi di tempo per trovare un lavoro, durante i quali non potrà usufruire delle prestazioni sociali. Se non l’avrà trovato, dovrà lasciare la Svizzera. Più semplice di così!

Non osiamo immaginare la faccia che farebbe la kompagna Sommaruga, e non solo lei, davanti ad un’ipotesi di questo genere. Non c’è più religione se nemmeno gli ex ambasciatori osano asfaltare il sacro pensiero unico dell’accoglienza  indiscriminata, e  perorare l’introduzione di modelli fascisti e razzisti come le Greencard USA!

Noi, già che ci siamo, proponiamo di considerare anche il modello Giapponese: il paese del Sol Levante nei primi tre mesi dell’anno corrente ha riconosciuto 3 domande d’asilo  su 8560! E allora piantiamola di farci menare per il naso…

Asfaltati gli aiuti all’estero

Degna di nota anche l’affermazione di Langenbacher secondo cui non è continuando a scialacquare miliardi in aiuti allo sviluppo che si convincono gli africani a rimanere nel loro continente. Peccato che invece sia proprio questa  la scusa che da anni ed annorum viene propinata al popolino rossocrociato per giustificare come mai miliardi dei nostri soldi partono per lidi esotici invece di rimanere qui e venire spesi per le nostre necessità.  E’ quindi evidente che sugli aiuti all’estero bisogna tagliare, ma e alla grande, e allo stesso modo bisogna chiudere i rubinetti dello Stato sociale ai finti rifugiati. Se lo propone un ex ambasciatore…

E ripetiamo: il Giappone, che non è la Germania degli anni Quaranta, fa entrare tre asilanti in sei mesi; e noi dovremmo farci dei problemi a chiudere i rubinetti? Ma non sta né in cielo né in terra!

E intanto…

E il colmo è che, mentre si inviano miliardi all’estero con la scusa che questi prevengono il caos asilo quando sono tutte balle di fra’ Luca; mentre altri miliardi vengono bruciati per mantenere finti asilanti che arrivano per attaccarsi alla mammella pubblica, i sette camerieri dell’UE hanno il faccia di palta di venirci a dire che non ci sono i soldi per procedere al promesso potenziamento delle guardie di confine per aumentare la sicurezza del nostro territorio, ed in particolare delle regioni di frontiera!

Vergognoso. Evidentemente in quel di  Berna credono di potersi permettere qualsiasi cosa. Ma ancora più vergognoso è che questo sia tollerato.

Lorenzo Quadri

Legittima difesa: il CdS inginocchiato al “pensiero unico”

Il Messaggio governativo contro l’iniziativa popolare sul tema è una ciofeca

 

Il tema della legittima difesa torna alla ribalta dopo quanto accaduto di recente a Brissago, dove un agente intervenuto durante una lite in una struttura che ospita asilanti ha dovuto aprire il fuoco su un richiedente l’asilo armato di due coltelli (!), per difendere se stesso ed altri due richiedenti.

L’accaduto avrebbe dovuto spingere il Consiglio di Stato a trattare seriamente il delicato tema della legittima difesa. Come il poliziotto di Brissago, la persona minacciata da un aggressore, in genere nella propria vita e nella propria integrità fisica, deve reagire in pochi secondi, o addirittura in frazioni di secondo. E se in queste condizioni valutare la situazione è un esercizio difficile per un agente di polizia addestrato anche per simili evenienze, immaginiamoci per un cittadino comune.

Con i tempi che corrono, ed in regime di buonismo-coglionismo ad oltranza che difende i delinquenti (che tra l’altro, alla faccia della volontà popolare nemmeno vengono espulsi, vedi il caso del picchiatore zurighese) e criminalizza i cittadini onesti, la vittima di un’aggressione viene di fatto spinta a non difendersi del tutto, quindi a mettere in pericolo se stessa e gli altri, per paura di finire a sua volta sul banco degli imputati, con l’accusa di eccesso di legittima difesa.

Iniziativa popolare

Il tema della legittima difesa – specialmente di chi viene aggredito da malviventi nella propria abitazione – è al centro del dibattito politico in vari paesi. A partire dalla Vicina Penisola, dove la Camera dei deputati ha approvato una modifica di legge che prevede una serie di casi in cui l’eccesso di legittima difesa è ritenuto scusabile di principio. Sta eventualmente alla magistratura inquirente dimostrare che, nel caso concreto, l’autore non era scusabile.

In Ticino nel marzo del 2016 è stata presentata un’iniziativa popolare sul tema della legittima difesa (primo firmatario Giorgio Ghiringhelli, accompagnato da un comitato interpartitico) che riguarda  l’unica parte della questione che può essere regolata a livello cantonale. Ossia i costi legali che chi, accusato di eccesso di legittima difesa, ma poi assolto, ha dovuto comunque sostenere, in particolare per l’avvocato di fiducia. Si dirà che si tratta di un intervento “di nicchia”: ma lo spazio in cui ci si può muovere è quello. Infatti il tema della legittima difesa è regolato a livello federale nel Codice penale. Che evidentemente non può essere modificato tramite un’iniziativa popolare cantonale.

Livello rasoterra

Ebbene di recente è arrivato il Messaggio del Consiglio di Stato sull’iniziativa in questione. Che “naturalmente” propone di respingerla. Le argomentazioni governative meravigliano per la loro pochezza. A parte che si confonde la procedura penale federale con quella cantonale, a stupire è il livello rasoterra delle considerazioni generali sul tema della legittima difesa.

Ad esempio si dice che, poiché il numero di furti nelle abitazioni in Ticino sarebbe diminuito negli ultimi anni, l’iniziativa “non risponde ad un bisogno” ed ha solo scopo preventivo. Ah ecco: quindi secondo il CdS le leggi si devono fare solo in situazioni di emergenza, e meglio ancora quando i buoi sono già fuori dalla stalla. Evviva. La diminuzione dei furti nelle abitazioni in Ticino potrebbe benissimo essere un fenomeno temporaneo. A non essere temporaneo è  per contro il salto di qualità di una criminalità che si fa viepiù violenta. Da un lato rapinare le banche è sempre più difficile. Dall’altro sempre più persone, spesso anziane, vivono sole in casa e diventano un facile bersaglio per i malviventi. Specie dalle nostre parti, dove le misure di sicurezza sulle abitazioni in genere oscillano tra il ridicolo e l’inesistente. Niente di strano che i rapinatori  più violenti (tutti stranieri, ça va sans dire) si “convertano” alle razzie nelle case. Del resto basta guardare appena al di fuori dei confini cantonali per accorgersi che nel centro-nord Italia le rapine in casa sono triplicate tra il 2003 ed il 2013. E’ evidente che i rapinatori (non di rado provenienti dai paesi dell’Est) che operano oltreconfine, grazie alla deleteria politica delle frontiere spalancate arriveranno anche da noi. Nascondersi dietro una statistica sul calo dei furti è, a voler essere gentili, ben poco lungimirante.

La balla del “Far West”

Va ancora peggio con la tesi politikamente korrettissima e tristemente “mainstream” secondo cui  qualsiasi sostegno al diritto alla legittima difesa equivarrebbe a sdoganare una logica da Far West e ad incoraggiare la giustizia fai da te. Balle di fra’ Luca.

Punto primo: l’iniziativa popolare si applica solo a chi è stato assolto dall’accusa di eccesso di legittima difesa, quindi si tratta di una persona che ha agito nella legalità.

Punto secondo: nessuno ha mai messo in dubbio il principio fondamentale della legittima difesa, che deve servire a respingere un attacco e non a punire l’aggressore, altrimenti non è più legittima. Si tratta di considerare meglio la posizione di chi è aggredito – specie se in casa propria – da delinquenti di cui non può conoscere la pericolosità (e non si creda che un coltello sia meno letale di una pistola). Non si può pretendere che la vittima di un’aggressione e rinunci a difendersi, mettendo in pericolo la propria stessa vita, per paura di passare dalla parte del torto. Invece oggi accade proprio questo.

Punto terzo: Il CdS sembra dimenticarsi che la polizia non ha ancora il dono  dell’ubiquità e nemmeno quello del teletrasporto. Per restare alle rapine in casa: nel momento in cui la vittima viene aggredita dai rapinatori nella propria abitazione, la polizia non è lì per difenderla. Al massimo può intervenire a posteriori, cercando di assicurare i criminali alla giustizia.

Punto quarto: ma davvero qualcuno pensa che rafforzando il diritto alla legittima difesa il comune  cittadino si metterebbe a sparare all’impazzata a tutto quello che si muove? Suvvia, non siamo assurdi.

Con tutto il rispetto parlando, il Messaggio del Consiglio di Stato contro l’iniziativa popolare per la legittima difesa è foffa.

Lorenzo Quadri

 

Tra i galoppini della RSI mancano i “comuni” cittadini

In campo contro l’iniziativa No Billag solo i dipendenti della SSR e l’establishment

 

L’iniziativa No Billag, su cui i cittadini svizzeri saranno chiamati ad esprimersi in una data ancora indefinita, sta facendo perdere la trebisonda ai piani alti della SSR. L’ultimo a gratificare il Paese con i  suoi esercizi di catastrofismo è   Guy Marchand, il nuovo megadirettore generale dell’emittente di regime. Marchand succede a Roger De Weck (simpatico come un cactus nelle mutande). “Naturalmente” il buon Guy è stato nominato senza concorso. Perché, per la cricca che vi detiene il potere, la SSR è “cosa nostra”.

La frase rivelatoria

Accade dunque che Marchand, a pochi giorni dal suo insediamento (primo ottobre) sull’imbottita cadrega che fu di De Weck, si è subito lanciato nella propaganda contro l’iniziativa No Billag. Non solo in caso di una sua accettazione in votazione popolare succederanno sfracelli ma anche – e questa è una dichiarazione degna di nota – un’eventuale decisione del Consiglio federale di abbassare il canone a 350 Fr costituirebbe una vera tragedia.

Bene bene, ecco che  lorsignori sono usciti allo scoperto. Le chance di riuscita dell’iniziativa No Billag sono tanto piccole da essere visibili solo al microscopio elettronico. Se però l’iniziativa, pur fallendo, dovesse comunque ottenere un buon numero di consensi, ecco che il governo si troverebbe di fatto nella necessità di rivedere il canone al ribasso.

Puntellare il “pensiero unico”

Inutile ripetere per l’ennesima volta che il canone più caro d’Europa, di oltre 450 fr all’anno,  serve a mantenere un enorme carrozzone la cui missione è quella di fare propaganda di regime per puntellare il pensiero unico: pro-UE, pro-multikulti e soprattutto sempre contro gli odiati “populisti”. Un carrozzone che per giustificare la propria esistenza e stazza, fa lievitare senza pudore il concetto di servizio pubblico. Si inventa sempre nuovi compiti per poi gonfiarsi come una rana con la scusa che questi compiti autoattribuiti “devono” anche essere svolti. Una leggenda metropolitana narra di una delegazione giapponese in visita alla RSI poco dopo l’inaugurazione del megalomane complesso di Comano. Un ingenuo visitatore nipponico, colpito dallo sfoggio di “grandeur”, raggelò gli astanti chiedendo candidamente: “Ma voi quanti milioni di telespettatori avete?”.

Piano occupazionale

La dichiarazione del buon Marchand che bolla come una criminale eresia anche la mera ipotesi di portare il canone a 350 Fr all’anno, lasciando nelle tasche del contribuente, che sempre meno guarda la SSR, una “centella” in più da spendersi per gli affari propri, è rivelatoria. L’emittente di regime non vuole rinunciare nemmeno ad un frammento dei propri privilegi, e ricatta sordidamente i cittadini con il ritornello dei posti di lavoro che sarebbero rischio. Allora che la si pianti di sciacquarsi la bocca con le grottesche fregnacce sulla coesione nazionale e sulla democrazia in pericolo per colpa degli spregevoli traditori che sostengono il No Billag.  Si abbia il coraggio di ammettere che la SSR e con essa la RSI, nell’era di yutobe e dei portali online, è semplicemente un gigantesco piano occupazionale. Con la differenza che un piano occupazionale “normale” a) per far lavorare lo stesso numero di persone costerebbe molto meno, e b) non fa danni. Mentre la SSR da un lato monopolizza il panorama mediatico (quindi nuoce alla democrazia) e dall’altro approfitta della propria posizione da schiacciasassi per fare il lavaggio del cervello ai cittadini in funzione del pensiero unico citato sopra. Naturalmente con l’intento di garantire  potere e cadreghe agli amichetti dei partiti giusti; quelli con le idee giuste. Che poi vengono pure premiati con opportuni strapuntini nell’inutile “CdA” dell’emittente di Stato. Tanto per essere sicuri che si mantenga la rotta.

Mancano i cittadini

Ma c’è un altro elemento che vale la pena sottolineare. Chi difende la SSR/RSI nella campagna contro il No Billag? Dalle nostre parti si sentono solo:

  • gli esponenti della partitocrazia, quelli che vengono invitati sproloquiare negli studi di Comano ogni tre per due, i quali ovviamente si schierano dalla parte di chi gli fa campagna elettorale con i soldi del canone. Preoccupati per il servizio pubblico o per il tornaconto personale?
  • Gli alti papaveri della RSI stessa (direttori, presidenti CORSI, eccetera) che se le cantano e se le suonano da soli;
  • I giornalisti dell’azienda, che sbroccano sui blog e sui social contro i promotori dell’iniziativa No Billag (chiaro: sono parte in causa);
  • Un sedicente gruppuscolo di sostegno composto dai soliti rappresentanti della casta, anch’essi ospiti fissi negli studi radiotelevisivi.
  • Del tutto assenti: i comuni cittadini.

 

Ohibò, vuoi vedere che la RSI per la maggioranza dei ticinesi non è poi così tanto “parte del tuo mondo” come si illude di essere? Ecco, fossimo dei responsabili dell’emittente  pubblica ci preoccuperemo piuttosto di questo. Invece di pensare di intimidire il popolino con invereconde fetecchiate come la “democrazia in pericolo se passa il No Billag”.

Lorenzo Quadri

Gli svizzeri sono “ostili” o il problema è un altro?

Commissione federale contro il razzismo: e se per una volta la raccontassi giusta?

 

La Commissione federale contro il razzismo (CFR) ci delizia con l’ennesimo rapporto secondo cui  in Svizzera crescerebbe l’ostilità nei confronti dei musulmani. E la colpa, secondo la CFR, sarebbe dei media. Ed in particolare dei social media che “facilitano la diffusione di contenuti ostili”.

Magari il problema sta invece da un’altra parte. Ad esempio nel fatto che gli attentati di terroristi islamici tengono purtroppo banco in Europa un giorno sì e l’altro pure. E se i terroristi sono islamici, la colpa non è dei media, e nemmeno dei social.  L’ostilità forse cresce anche perché, grazie al buonismo-coglionismo imperante, gli islamisti in Svizzera possono fare ciò che vogliono. Da noi infatti non si vieta la vendita del Corano a scopi di radicalizzazione. Non si proibisce alle moschee ed ai centri culturali islamici di beneficiare di finanziamenti esteri che hanno l’obiettivo di foraggiare chi diffonde il radicalismo in casa nostra. Non si distingue, insomma, tra l’islam moderato e quello radicale. Ed inoltre, come ha detto di recente un esperto (non il Mattino razzista e fascista) dalle nostre parti gli estremisti possono facilmente mettersi a carico dello stato sociale pagato dagli svizzerotti. Il quale versa cospicui vitalizi agli ultimi arrivati ad attaccarsi alla mammella pubblica, senza nemmeno pretendere che questi si integrino. Una vera pacchia! Il famigerato imam predicatore d’odio di Nidau si è fatto mantenere per anni ed annorum dal solito sfigato contribuente.  Non ha mai dovuto nemmeno fare lo sforzo di imparare una lingua nazionale: perché tanto a fine mese le prestazioni assistenziali entrano comunque. E  così il signore ha attinto a piene mani dalle casse pubbliche, e nel frattempo ringraziava radicalizzando. Quanti altri migranti economici fanno la stessa cosa (senza necessariamente essere imam)?

E poi ci si stupisce?

Di queste situazioni se ne scoprono con bella (bella si fa per dire) regolarità. E poi ci si stupisce se la gente ne ha piene le scatole e magari sviluppa atteggiamenti ostili? Ma la colpa non è né dei social (che sono solo un veicolo) e nemmeno degli svizzeri “chiusi e gretti”. La colpa è di chi ha tirato troppo la corda creando situazioni insostenibili perché “bisogna aprirsi” e perché “devono entrare tutti”.

Nella vicina Penisola si sono addirittura trovati con un mediatore culturale (sic!) coinvolto nello stupro di branco a Rimini. Costui allegramente dichiarava che lo stupro è brutto solo all’inizio; dopo per la donna diventa piacevole come un rapporto sessuale normale. Questa è la mentalità, la “cultura” di centinaia di migliaia di migranti economici che arrivano in massa in Europa. Sarà bene rendersene conto. E poi i soliti moralisti a senso unico, sempre pronti a strillare al razzismo, si meravigliano se cresce l’ostilità nei confronti dei musulmani?  E come la mettiamo con un altro bel regalo arrivato con l’immigrazione scriteriata da inculture straniere, ovvero il matrimonio forzato, odioso reato per cui cominciano a fioccare condanne anche in Svizzera?

Cosa vuol dire “ostili”?

E cosa intende poi la pregiata CFR per ostilità, o meglio, cosa bisognerebbe fare per non essere ostili? Permettere ai migranti islamici di mantenere  e diffondere in casa nostra usanze contrarie ai principi della nostra società, come vorrebbero fare gli spalancatori di frontiere? Lasciare che gli estremisti musulmani infiltrati in Svizzera obblighino le donne a girare in burqa? O magari rinunciare alle nostre tradizioni, usanze e libertà, piccole o grandi che siano, per adeguarci  alle pretese degli ultimi arrivati? Togliamo i riferimenti alla croce dalle opere liriche, come ha fatto un pirla di direttore artistico in quel di Barcellona, perché non bisogna urtare la sensibilità (?) di nessuno?  Ribattezziamo i “moretti” perché  il nome attuale è manifestamente (?) razzista e coloniale, come sostiene una squinternata ricercatrice specializzata in fastidi grassi?

E come la mettiamo con…

Magari, invece di cambiare le nostre abitudini e i nostri  stili di vita, invece di negare le nostre radici per “non offendere”, sarebbe ora di sbattere fuori da casa nostra, rispettivamente di non far entrare, chi odia e disprezza la nostra società ed arriva da noi solo perché siamo così fessi da mantenerlo. Gli svizzeri sono accoglienti, altro che ostili; ed i tassi di popolazione straniera presenti nel Paese, con percentuali che non hanno paragoni in Europa, lo dimostrano. Ma occorre selezionare tra chi merita ospitalità e chi deve invece trovare la porta sbarrata.

A proposito, Commissione federale contro il razzismo: come la mettiamo con il razzismo importato in Svizzera da immigrati xenofobi, antisemiti e misogini? A quando un bello studio su questo fenomeno? Oppure le accuse di razzismo vengono lanciate a geometria variabile? Vanno usate come armi di ricatto morale contro gli svizzeri per costringerli a far entrare tutti?

Lorenzo Quadri

Basta mungere gli automobilisti: no ai ciofeca-pricing

Berna ci prova, ma per fortuna anche il governo ticinese ha dato preavviso negativo

 

Il Consiglio di Stato non è entusiasta della vignetta elettronica, che Berna vorrebbe invece introdurre. Il modello attuale, dice il governo ticinese, funziona bene e non c’è bisogno di cambiarlo. Specialmente non con un sistema, come quello della vignetta elettronica, che comporterebbe grossi investimenti. Meglio sarebbe pensare semmai ad introdurre delle vignette di breve durata, come esistono in vari paesi europei.

Il primo passo

Il CdS fa bene a prendere questa posizione. E’ infatti evidente che la vignetta elettronica costituisce il primo passo per l’introduzione del road pricing, del mobility pricing, e di altri ciofeca-pricing che servono a mettere ulteriormente le mani nelle tasche degli automobilisti e, nel contempo, a limitarne ancora di più le libertà.

Road pricing significa rendere a pagamento l’accesso a determinate strade (in particolare dei centri cittadini). Mobility pricing vuol dire far pagare di più chi si muove nelle ore di punta. E questo sia che utilizzi l’automobile sia che si serva dei mezzi pubblici. Perché nelle ore di punta tutte le reti di trasporto sono sovraccariche.

Quindi si penalizza anche chi prende il bus o il treno per andare al lavoro: ma come, non bisognava incentivare?

Tre domandine

A questo punto però qualche domandina vale la pena porsela. Ad esempio: forse che la gente è masochista e quindi fa apposta ad andare in giro quando le strade sono intasate ed i bus ed i treni stracolmi? O magari il problema è che il cittadino “comune” in genere non può scegliere liberamente l’orario di inizio e della fine della giornata lavorativa, ed è dunque per questo che in tanti si trovano in viaggio alla stessa ora? Sicché il mobility pricing serve per tartassare ulteriormente i lavoratori che sono  già costretti a subire i disagi dell’ora di punta perché non hanno alternative?

Seconda domandina: come mai strade e mezzi pubblici sono intasati? Forse perché “siamo qui in troppi”? Per sgravare la viabilità – pubblica o privata che sia – la prima cosa da fare sarebbe dunque limitare l’immigrazione ed il frontalierato. Così come votato dal popolo e come di conseguenza prescritto dalla Costituzione. Ed invece, ma tu guarda i casi della vita, quelli che vogliono il mobility pricing (area ro$$overde) sono poi gli stessi che  vogliono anche l’immigrazione incontrollata, e la conseguente sovrappopolazione, perché “devono entrare tutti”.

Terza domandina: come si fa a sapere se l’automobilista circola nelle ore di punta o rispettivamente se accede a zone a pagamento? Ovviamente, lo si sorveglia tramite la vignetta elettronica. All’inizio la sorveglianza sarà limitata. Poi si troveranno delle scuse per estenderla sempre di più. Fino a farla diventare totale. Alla faccia della tutela della sfera privata!

I tassatori sbragheranno

Ovviamente, una volta che si potrà sapere dove si trova in qualsiasi momento l’automobilista X, i tassatori potranno sbragare senza alcun limite. Si potranno inventare il sovrapprezzo per chi circola in salita ed inquina di più, quello per chi va in campagna, quello per chi va in città, quello per chi è da solo in auto, eccetera. Una volta creato il giocattolo per mettere le mani nelle tasche degli automobilisti, non ci saranno remore nel farne uso. Che diamine: se si fanno degli investimenti infrastrutturali, bisognerà pur ammortizzarli!

Le trasferibili

La vignetta elettronica avrebbe, è vero, un vantaggio. Essendo legata alla targa, chi ha le “trasferibili” non sarebbe più tenuto a comprare due vignette, come accade ora. Tuttavia, se il prezzo di questo vantaggio è la costruzione di un sistema destinato col tempo, e a colpi di politikamente korretto, a trasformarsi nel grimaldello ideale di chi vuole tartassare e criminalizzare gli “automobilisti cattivi”, forse è meglio – molto meglio! – lasciar perdere.

Corta durata

Quanto alle vignette di corta durata per turisti, pure evocate dal Consiglio di Stato: tale proposta è stata avanzata anche da chi scrive. E’ accaduto in Consiglio nazionale oltre quattro anni fa, quando si dibatteva sulla vignetta a 100 Fr, poi asfaltata in votazione popolare. Naturalmente ai tempi erano tutte balle populiste. Adesso invece perfino il governo ticinese…

Lorenzo Quadri

Assicurazione malattia: avanti con le casse cantonali

La Lega  la chiedeva già nel 2002, ma la partitocrazia nemmeno permise di votare

 

Ogni anno è sempre la stessa storia. A fine settembre, viene annunciata la stangata sui premi di cassa malati per l’anno successivo. Questa volta la ferale (quanto abituale) novella è arrivata mentre la “casta” festeggiava a Bellinzona l’elezione di KrankenCassis in Consiglio federale. Ironia della sorte.

Cambiare sistema

Fatto sta che, a botte di aumenti del 5% ogni anno, il salasso per i cittadini ticinesi si fa sempre più insostenibile. E’ dal 1996 che ci dobbiamo sorbire premi pompati. I rimborsi degli scorsi anni sono stati a dir poco ridicoli; una presa in giro. E malgrado da oltre due decenni paghiamo troppo, ci troviamo pure con gli aumenti superiori alla media nazionale. Non sta né in cielo né in terra!

Se poi pensiamo che abbiamo gli stipendi più bassi della Svizzera, grazie anche alla devastante libera circolazione delle persone e conseguente dumping salariale (quello che dovrebbe essere “solo una percezione”), ecco che le prospettive appaiono decisamente cupe.

Meno “beltrasereni”

Quest’anno, stranamente, i responsabili politici del dossier cassa malati appaiono meno “beltrasereni” del solito. Sia a livello cantonale che a livello federale è stata espressa preoccupazione. Tuttavia, se la preoccupazione non si traduce in qualcosa di un po’ più concreto, se rimane a livello di dichiarazione mediatica per accontentare l’audience e poi nel giro di un paio di giorni è già in dimenticatoio, è evidente che non cambierà mai nulla. E che l’anno prossimo saremo qui a recitare lo stesso identico copione.

Vent’anni di flop

Se in oltre un ventennio il sistema attuale non ha saputo correggere le proprie distorsioni, ma al contrario è peggiorato, la conclusione possibile è una sola: bisogna cambiare sistema, perché quello in vigore non è sanabile. Vent’anni di flop vorranno pur dire qualcosa!  Ci sono in ballo troppi interessi e troppi attori. Ognuno  di essi si fa la propria “cresta” sui costi della salute e il conto finale lo paga il cittadino.

Al momento alcune iniziative bollono in pentola. In particolare due in arrivo dalla Romandia, che chiedono la possibilità di creare casse malati cantonali o regionali, e chiedono anche  che gli aumenti dei premi si limitino all’effettiva evoluzione dei costi sanitari.

Casse cantonali

I cittadini elvetici hanno già bocciato due volte la creazione di una cassa malati unica a livello nazionale. Quanto alle casse cantonali: la Lega oltre quindici anni fa aveva raccolto le firme per crearne una Ticino, ma la partitocrazia – kompagni compresi! – ha impedito alla gente di andare a votare. Un po’ come in Catalogna, ma senza la mobilitazione dell’esercito.

E’ evidente che il tema deve tornare sul tavolo, come chiedono le iniziative romande. Ed è anche evidente che i premi di cassa malati, per tante famiglie diventati la seconda voce di spesa dopo l’affitto, se non addirittura la prima, vanno abbassati. Se del caso in modo artificiale. Anche e soprattutto a chi deve farvi fronte senza alcun aiuto. Questo vuol dire da un lato diminuire attori e costi amministrativi, ma dall’altro poter intervenire anche per ridurre il premio stesso. L’idea, contenuta in un’iniziativa P$$ attualmente allo studio, di plafonare i premi di cassa malati ad al massimo il 10% del reddito disponibile dell’assicurato non è sbagliata. Ma come si copre il resto? Chiaramente non mettendo ancora una volta le mani nelle tasche del contribuente; e nemmeno mettendole in quelle dei datori di lavoro nello stile della “riformetta” fisco-sociale appena presentata dal Consiglio di Stato.

Meno soldi all’estero

Bisogna avere finalmente il coraggio di regalare meno miliardi all’estero, di spendere meno per i finti rifugiati e per gli immigrati nello stato sociale  e di dirottare risorse a vantaggio dei cittadini svizzeri. Non sta né in cielo né in terra che un paese “ricco” come il nostro aiuti  tutti lasciando per ultimi i “suoi”.

Altro borsello a cui si può attingere per ridurre i premi di cassa malati sono gli utili della Banca nazionale.

Certamente occorre essere creativi , ed anche un po’ elastici. Perché con i “sa po’ mia” non si è mai risolto alcun problema!

Serve creatività

Sta di fatto che da un lato ci sono premi di assicurazione malattia che gravano su troppi cittadini in modo sempre più insostenibile, dall’altro risorse che vengono dilapidate nel posto sbagliato. Bisogna quindi riorientare la spesa senza aumentarla. E senza perdersi in troppi cavilli, dato che con quelli non si va da nessuna parte. Come non si va da nessuna parte “limitandosi all’invettiva” (come recita una famosa canzone) quando vengono annunciati gli aumenti di premio per poi rassegnarsi nel giro di 48 ore e lasciare le cose come stanno. Altrimenti va a finire come in un’altra canzone sempre dello stesso autore: “Lo Stato che fa? Si costerna, s’indigna, s’impegna, poi getta la spugna con gran dignità”.

Lorenzo Quadri