Il PPD vuole svendere la Svizzera

Il partito sale armi e bagagli sul carro dello sconcio accordo quadro istituzionale

Ma guarda un po’, questa è proprio bella. Il presidente nazionale del PPD Gerhard Pfister se ne è uscito a dichiarare che la Svizzera “dovrebbe adottare in linea di principio il diritto dell’UE, a meno che i cittadini elvetici non lo rifiutino tramite un referendum”. Traduzione: per impedire agli eurobalivi di venire a dettare legge in casa nostra, nel senso letterale del termine, qualcuno dovrebbe ogni volta lanciare il referendum facendosi carico degli enormi oneri finanziari ed amministrativi che ciò comporta. E in questo modo, secondo il buon Pfister, si preserverebbe la democrazia diretta? Questa è una presa per i fondelli bella e buona.  Tanto più che anche il Gigi di Viganello è ormai perfettamente in chiaro sul fatto che solo i grandi partiti nazionali ed i sindacati sono in grado di far riuscire dei referendum a livello federale. E ovviamente non possono lanciarne su qualsiasi cosa.

Va bene che Carnevale si avvicina, ma qui ci sono solo due possibilità: o il buon Pfister ha esagerato con le libagioni, oppure il PPD vuole svendere la Svizzera all’UE. Proprio come il P$, i “Leider” Ammann ed i Burkhaltèèèr. Per tanto così, chiudiamo direttamente consiglio federale e parlamento e a governare la Confederazione ci mettiamo un gerente nominato da Bruxelles.

E questo sarebbe un partito “di centro”? Schierato armi e bagagli assieme ai kompagni a sostegno dello sconcio accordo quadro istituzionale?

Il bello è che poi gli uregiatti sono i primi a riempiersi la bocca con la difesa del “modello svizzero”; ma naturalmente solo quando fa comodo a loro. Questi signori invocano la “patria in pericolo” per combattere la “criminale” iniziativa No Billag con l’obiettivo di difendere le proprie cadreghe nella SSR e nella CORSI. E poi, questi sedicenti paladini della Svizzera, alla prova dei fatti vogliono svenderla ai balivi di Bruxelles tramite accordo quadro istituzionale! Ricordarsene alle prossime elezioni.

Lorenzo Quadri

PLR: “misure antidumping? Non se ne parla neanche!”

L’ex partitone insiste: neanche uno straccio di argine all’invasione da sud!

I ticinesi se ne ricordino alle prossime elezioni

Almeno una decisione nei giorni scorsi il Gran Consiglio l’ha azzeccata. Non sarà la panacea, certo (anzi, siamo purtroppo ben lungi) ma tutto aiuta. La decisione azzeccata è stata quella di accettare (a maggioranza) l’iniziativa per un controllo sistematico dei nuovi permessi di lavoro presentata dal deputato PPD Giorgio Fonio. Obiettivo dell’iniziativa è quello di verificare, al momento del rilascio del permesso di lavoro, le condizioni salariali, così da sventare eventuali abusi. La Lega evidentemente ha appoggiato la proposta. Diversamente da altre forze politiche, dunque, la Lega sostiene anche iniziative che provengono da “aree” diverse. Altri invece respingono per partito preso qualsiasi proposta che arrivi dalla Lega.

Coscienza lavata?

Visto che qua e là, con bella (anzi brutta) regolarità, si leggono annunci di datori di lavoro che cercano (è notizia di settimana scorsa) un dipendente a tempo pieno laureato per 600 Fr al mese (trattasi di aziende farlocche in arrivo da oltreramina, è evidente) il controllo preventivo ha un suo perché. Ovviamente ci sarà chi indicherà cifre false. Ma già solo sapere che una verifica esiste comporta un benvenuto effetto dissuasivo.

E’ ovvio che, se si rende necessaria questa ulteriore misura burocratica – che costituirà un aiutino, non certo una soluzione – è perché:

  • Partitocrazia, sindacati, padronato e stampa di regime hanno voluto la devastante libera circolazione delle persone;
  • La partitocrazia, con l’appoggio di sindacati, padronato e stampa di regime, ha cancellato il “maledetto voto” del 9 febbraio.

Sicché, va bene sostenere le verifiche preventive sui nuovi permessi, e ci mancherebbe altro; ma non si pensi di essersi lavati la coscienza in questo modo.

Nessuna protezione

L’iniziativa per i controlli dei permessi è stata accolta con 59 voti favorevoli, 23 contrari e due astenuti. Chi sono i contrari? Si  tratta, ma guarda un po’, degli esponenti dell’ex partitone e di qualche compagno. Ecco chi rifiuta qualsiasi iniziativa a tutela del mercato del lavoro di questo sfigatissimo Cantone; ecco chi vuole le frontiere completamente spalancate all’invasione da sud; ecco chi promuove il soppiantamento di ticinesi con frontalieri ed il dumping salariale. Ricordarsene alle prossime elezioni.

L’ex partitone non solo ha votato contro il 9 febbraio (il comitato del PLR ticinese era contrario all’unanimità ed è stato asfaltato dalle urne). Non solo ha rottamato il “maledetto a voto” a Berna. Non solo pretende di fare lo stesso con Prima i nostri. Adesso rifiuta ostinatamente perfino una misuretta come quella appena votata in Gran Consiglio. Guai! “Devono entrare tutti”! Nessuna protezione per i ticinesi! E poi i liblab hanno ancora la faccia di tolla di starnazzare contro il No Billag tirando fuori la scusa farlocca dei posti di lavoro?

Le perle di “Leider” Ammann

Vale anche la pena ricordare che il PLR è il partito del ministro dell’economia  Johann “Leider” Ammann. Quello secondo cui l’iniziativa contro la libera circolazione delle persone sarebbe “inutile” e “fallirà”. Vedremo, “Leider” Ammann, chi fallirà.

E vale pure la pena ricordare che, a proposito della libera circolazione, l’allora presidente PLR Fulvio Pelli ebbe a dire: “grazie ad essa, i ticinesi potranno trovare lavoro a Milano”. Insomma: proprio un bel quadretto!

Il solito ritornello

Naturalmente, per opporsi ad ogni misura volta a limitare gli effetti devastanti della libera circolazione delle persone sul mercato del lavoro ticinese, i soldatini del PLR rispolverano sempre lo stesso ritornello. Ovvero, la presunta incompatibilità con il diritto superiore. Magari sarebbe ora di darci un taglio, perché alla storiella del “sa po’ mia” ormai non ci crede più nemmeno il Gigi di Viganello. Non è vero che “sa po’ mia”. Semplicemente, i liblab non vogliono. “Un parlamento che si dica tale deve rispettare il diritto superiore” ha infatti tuonato il deputato PLR Giorgio Galusero. Giusto. Peccato che alle Camere federali i suoi colleghi di partito – a partire dall’attuale consigliere federale Ignazio KrankenCassis allora capogruppo – quando si trattava di applicare il “maledetto voto” del 9 febbraio abbiano varato una legge che viola la Costituzione (diritto superiore). Si ringrazia dunque Galusero per aver confermato che i deputati PLR a Berna sono dei barlafüs.

Aspettiamo al varco

Prendiamo comunque atto che, a parte i PLR ormai irrecuperabili, la maggioranza dei membri del legislativo cantonale ha ammesso che bisogna intervenire per arginare i disastri fatti dalla libera circolazione delle persone. Li attendiamo dunque al varco quando si tratterà di votare sull’applicazione di Prima i nostri. Gli esponenti del triciclo PLR-PPD-P$ in Gran Consiglio seguiranno la volontà popolare oppure…?

Lorenzo Quadri

Foraggiamo le ONG per diffondere l’antisemitismo! Grazie Didier!

E poi a Berna i politikamente korretti si riempiono la bocca con il “razzismo”

La barcata di soldi pubblici, di proprietà del contribuente, che – invece di venire utilizzata a vantaggio dei cittadini elvetici – parte per l’estero senza alcun beneficio per noi, è giustamente oggetto di discussione. A maggior ragione se si pensa che i camerieri dell’UE in Consiglio federale sarebbero addirittura pronti a regalare 1.3 miliardi di Fr agli eurofalliti senza alcuna contropartita. E costoro, per tutto ringraziamento, ci ricattano sullo sconcio Accordo quadro istituzionale. A  Berna, è ovvio,  nessuno ha gli attributi per prendere delle contromisure. Al massimo si dichiara sommessamente il proprio malcontento. Naturalmente solo per rabbonire il popolazzo elvetico. Perché, quando si tratta di interloquire con i padroni di Bruxelles, le braghe tornano ad abbassarsi ad altezza caviglia. Istantaneamente.

Di tutti i colori

Tra la barcata di soldi di pubblici inviati all’estero senza alcun motivo plausibile, figurano quelli regalati alla cosiddette Organizzazioni non governative (ONG). Su queste ONG se ne sentono di tutti i colori. Una di loro, ad esempio, si è guadagnata nei mesi scorsi gli “onori” della cronaca perché, finanziata anche con i nostri soldi, trasportava allegramente i finti rifugiati dalle coste africane a quelle sicule.

Adesso  “salta fuori” (si fa per dire, perché la questione non è nuova) la vicenda di un’altra ONG cui la Basler Zeitung ha di recente dedicato un interessante approfondimento.

La ONG in questione si chiama “Human Rights and International Law Secretariat” (segretariato per i diritti umani ed il diritto internazionale). Nientemeno. Ebbene tale organizzazione, attiva nei territori dell’autorità palestinese, incassa milioni dalla Confederella, e poi li gira altre ONG. Tra queste ce ne sono alcune che sono particolarmente attive. Ma non nell’aiuto sul territorio, bensì nel sostenere il terrorismo islamico, nell’incitare alla violenza contro lo Stato di Israele (che, secondo costoro, non avrebbe alcun diritto ad esistere) e nel diffondere odio ed antisemitismo.

Queste ONG, oltretutto, mettono sotto pressione i leader palestinesi affinché non si siedano al tavolo delle trattative con Israele e pubblicano cartine in cui lo Stato ebraico non figura (tanto per chiarire da che parte stanno). I loro militanti fanno propaganda antisemita tra la popolazione. Queste ONG non hanno oltretutto alcun interesse a promuovere la pace. Ci fosse la pace, non ci sarebbe più bisogno di loro.

Da un lato si strilla; dall’altro…

E’ assolutamente inaudito che il Consiglio federale da un lato strilli contro il “razzismo” per delegittimare chi si oppone alla scellerata politica delle frontiere spalancate, e dall’altro foraggi con soldi pubblici organizzazioni  che predicano l’antisemitismo. Per questa situazione ringraziamo in coro a cappella l’ex ministro degli esteri PLR Didier Burhkaltèèèr.

Per non parlare – ma qui ci vorrebbe un capitolo a parte – del razzismo d’importazione: quello arrivato in Svizzera con l’invasione di migranti economici. Molti dei quali sono, appunto, razzisti, sessisti e antisemiti. Ma costoro “devono entrare e devono restare tutti”. L’immigrato, per i politikamente korretti, va santificato. Nel senso letterale del termine. Vedi gli scriteriati paragoni natalizi di papa Bergoglio tra la Sacra Famiglia ed i finti rifugiati. Sicché gli si perdona questo ed altro.

Le mele marce

Non è un mistero che nel cesto delle ONG le mele marce abbondino. Non sta né in cielo né in terra che queste mele marce vengano finanziate con i nostri soldi. Svariate organizzazioni sono strutturate a scatola cinese. Quelle che  beneficiano di contributi federali li dirottano su altre ONG i cui obiettivi sono, oltretutto, inconciliabili con la politica estera svizzera. Nel frattempo – tanto per non farsi mancare nulla – remunerano a peso d’oro i propri dirigenti. E’ evidente che il Consiglio federale deve fare urgentemente repulisti in questo ginepraio. Ne va dei nostri soldi. E ne va della credibilità della Svizzera. Altri paesi lo stanno facendo (o l’hanno già fatto). Danimarca e Norvegia, ad esempio, hanno tagliato i fondi alla citata ONG “Human Rights and International Law Secretariat”. E lo hanno fatto proprio per i motivi indicati sopra. Gli svizzerotti invece continuano a pagare. Perché? Visto che, malgrado le promesse fatte, il neo-ministro degli Esteri Ignazio KrankenCassis non schiaccerà alcun tasto “reset” sulla politica europea, si spera che lo farà almeno sui finanziamenti a certe organizzazioni del piffero.

Lorenzo Quadri

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

No Billag: establishment tra panzane e terrorismo

I contrari all’iniziativa fedeli al motto: “in temp da guèra, püssée ball che tèra”

 

Nel clima di isteria generalizzata creato di proposito dall’establishment attorno alla “criminale” iniziativa No Billag (neanche si trattasse di decidere le sorti della Svizzera! No Billag è oggettivamente un tema secondario) i contrari all’iniziativa hanno scelto di ispirarsi al noto principio: “in temp da guèra, püssée ball che tèra”.

Alle balle, lor$ignori hanno aggiunto le campagne denigratorie ad personam contro chi ufficialmente sostiene l’iniziativa (il comitato dei quattro gatti): la modalità è tipica della $inistruccia, che infatti alla Pravda di Comano la fa da padrona.

1200 disoccupati?

Tra le numerose panzane raccontate, cominciamo a prenderne in considerazione un paio.

La prima: “se passa la (criminale) iniziativa No Billag, la RSI chiude e ci saranno 1200 disoccupati in più”.

 Già il fatto che in Ticino la TV di Stato abbia 1200 dipendenti dovrebbe essere motivo di scandalo e non certo di vanto. Sarebbe come se per l’amministrazione cantonale lavorassero 50mila persone. Bullarsi di essersi gonfiati come una rana grazie all’eccesso di soldi prelevati forzosamente dalle tasche dei cittadini, mentre gli altri media si arrabattano per sopravvivere, non pare una grande strategia difensiva.

La strada è segnata

Ma in ogni caso, né la RSI né la SSR chiuderanno. Dovranno però cambiare radicalmente e – è ovvio – ridimensionarsi. Non solo perché oggi sono pachidermiche in modo del tutto ingiustificato anche per rapporto alla produttività ed alle necessità del territorio e del tanto decantato “servizio pubblico”, concetto stiracchiato senza vergogna per farci rientrare di tutto e di più, tanto il conto lo paga il solito sfigato contribuente. Dovranno cambiare e ridimensionarsi perché la rivoluzione digitale lo impone. Lo stesso direttore generale della SSR Gilles Marchand ha ammesso che è sempre più difficile giustificare un canone obbligatorio per tutti. La strada è dunque già segnata. Non si scappa. Se l’iniziativa No Billag venisse asfaltata, la SSR, e quindi anche la RSI, potrà tirare a campare così come è ora al massimo  per qualche altro annetto. Poi la resa dei conti arriverà comunque.

Chi rischia la cadrega?

Certo, il 5 marzo, in caso di approvazione (oggettivamente improbabile) dell’iniziativa No Billag, qualcuno rischia fortemente di venire lasciato a casa: i dirigenti dell’emittente di regime che l’hanno portata alla bocciatura popolare.

Mai una campagna di votazione è stata combattuta con uno squilibrio così clamoroso tra le forze in campo. Da un lato l’establishment al gran completo. Che spazia a 360 gradi. Dalla partitocrazia che vede minacciato un proprio importante centro di potere (la SSR, che le maggioranze politiche utilizzano per manipolare l’opinione pubblica, per farsi propaganda elettorale, per spartirsi cadreghe ed impieghi) ai greppianti della kultura, che attingono a piene mani ai soldi del canone: lampante dimostrazione che la tassa pro-SSR serve a finanziare un’enorme mangiatoia  a beneficio degli amici degli amici; il servizio pubblico è solo un debole – sempre più debole – pretesto.

Se malgrado la grottesca sproporzione tra le forze in campo in vista del 4 marzo (quattro gatti contro l’intero establishment) la TV di Stato dovesse venire bastonata dalle urne, la responsabilità sarà dei suoi dirigenti e dei suoi conducator politici (Doris uregiatta in prima fila) che hanno voluto andare al muro contro muro, rifiutando qualsiasi compromesso. E’ quindi evidente che qualcuno dovrà fare le valigie. I vertici SSR che declamano slogan catastrofisti in caso di approvazione della “criminale” iniziativa No Billag non stanno difendendo il posto di lavoro dei loro collaboratori (dei quali peraltro non necessariamente gliene importa poi granché: o ci siamo già dimenticati dei licenziamenti “all’americana” in  quel di Comano?). Stanno difendendo le proprie cadreghe.

Le promesse da marinaio

Seconda panzana (o gruppo di panzane): tutte le promesse, da parte dei vertici SSR/RSI,  di emendarsi se il popolo vorrà mantenere l’anacronistica, eccessiva ed ingiusta tassa pro-SSR. Nelle scorse settimane ne abbiamo sentite che di più non si potrebbe. Peccato che siano le classiche balle di fra’ Luca. L’emittente di regime ha avuto decenni di tempo per correggere la rotta. Non l’ha mai fatto. Ha scelto di  andare avanti “come se niente fudesse”. Di snobbare le critiche con la consueta spocchia. Di continuare a farsi i propri comodi, in un’illusione di intoccabilità.  Nella primavera del 1789, con la rivoluzione francese alle porte, a Versailles si susseguivano feste e balli. A Comano è successa la stessa cosa.

Nel 2015 (votazione sul canone obbligatorio) la TV di Stato venne già stata bocciata dalla metà dei cittadini svizzeri. Oggi come allora, i rimproveri sono gli stessi: inaccettabile imporre di pagare il canone più caro d’Europa anche a chi non vuole o non può consumare, strutture elefantesche, servizio pubblico trasformato in propaganda di regime (filo UE, pro-frontiere spalancate, pro- multikulti; e sempre contro gli odiati “populisti”).

Cosa hanno fatto la SSR ed i suoi politicanti di riferimento per correggere il tiro? Niente!

La posizione della Lega

A chi si sorprende (o finge di farlo) perché  la Lega sostiene il No Billag, è facile rispondere. La posizione del Movimento non è caduta improvvisamente dal cielo. A parte che fu il Nano ad inventare gli aeroplanini col canone Billag, la Lega per un quarto di secolo ha cercato il dialogo con l’emittente. Che naturalmente è stato rifiutato a priori: alla TV di Stato ritengono di avere ragione per definizione. Si sono sempre reputati i detentori della Verità: atteggiamento tipico della gauche-caviar. La Lega ha anche tentato la via di far sentire la propria voce dall’interno dell’ “azienda”, partecipando alle elezioni della CORSI (organo ormai diventato del tutto inutile). Risultato: la partitocrazia, e la RSI stessa, alle assemblee CORSI hanno mobilitato in massa i propri soldatini per sbarrare la strada all’eventuale elezione di odiati populisti. La CORSI e la RSI sono cosa nostra! Giù le mani!

Quando poi un paio di esponenti del Movimento hanno graziosamente ottenuto l’accesso alla CORSI, si sono ritrovati a  fare le foglie di fico. Ed infatti hanno deciso, dopo un po’, di andarsene. Commento del presidente della CORSI Gigio Pedrazzini: “Se ne vanno? Non è importante”. Mancava che aggiungesse: “non aspettavamo altro, finalmente fuori dai santissimi”, ma il senso è chiaro.

Cambiare la RSI dall’interno non è possibile. Semplicemente perché la RSI non è ormai più in grado di cambiare. I malandazzi sono cementificati e strutturali.  Lo scossone deve venire dall’esterno con il No Billag.

Lorenzo Quadri

 

Lotta alla radicalizzazione? Continuiamo a non fare un tubo!

I terroristi islamici arriveranno tutti in Svizzera perché capiranno che è il paradiso

 Ed ecco che ci risiamo con il politikamente korretto che ci mette nella palta. E lo fa facendoci perdere – o meglio: facendo perdere alla maggioranza politica – tutte le occasioni possibili ed immaginabili per combattere il dilagare dell’ islamismo in Svizzera.

Il famoso piano della Confederazione “contro la radicalizzazione” fa ridere i polli. Tanto per cominciare, si tratta di un non-piano, in quanto i compiti vengono semplicemente scaricati sul groppone dei cantoni e soprattutto dei comuni. Naturalmente senza dotazioni supplementari di risorse. Per la serie: noi bernesi diciamo agli altri quello che dovrebbero fare (?) ma non ci mettiamo un ghello. Classico esercizio-alibi per lavarsi la coscienza. La quale, evidentemente, ne ha parecchio bisogno.

Le basi legali

In effetti, ogni volta che ci sarebbe da prendere misure chiare per ostacolare gli estremisti islamici, ecco che il Consiglio federale, a partire dalla ministra del “devono entrare tutti” kompagna Sommaruga, si nasconde dietro le “basi legali che non ci sono”. Si tratta evidentemente di un pretesto per non fare nulla. Così non si scontentano i multikulti islamofili. E dire che in altri paesi magari a noi confinanti le basi legali ci sono. Naturalmente le famose basi legali mancanti non solo il governicchio federale non si sogna di crearle, ma respinge con sdegno  tutte le proposte in tal  senso, a suon di “sa po’ mia”.

Esempio lampante, la questione dei finanziamenti esteri a moschee e centri culturali islamici. Che spesso e volentieri sono foraggiati da regimi o organizzazioni straniere interessati a diffondere il radicalismo della nostre parti. Ma naturalmente, il Consiglio federale è contrario ad impedire questi “sussidi”, come pure ad obbligare moschee e centri culturali islamici ad indicare la fonte dei propri finanziamenti. Il Consiglio nazionale ha invece per fortuna deciso di misura il contrario; si aspetta ancora di sapere cosa intendono fare gli Stati.

Ma intanto che si continua a restare “al palo” l’estremismo prende piede.

Troppo presto?

Analoga la situazione per quel che riguarda il divieto di distribuzione gratuita del Corano da parte dell’organizzazione salafita “Lies”, che organizza simili iniziative per radicalizzare. Malgrado vari Cantoni e Comuni abbiano già decretato divieti di distribuzione sul proprio territorio, a Berna la partitocrazia pavidamente tentenna e ritiene che sia “troppo presto” per tale misura: vedi la recente decisione della Commissione della politica di sicurezza del Consiglio degli Stati. E cosa aspettiamo allora, il primo attentato terroristico islamico in Svizzera?

Se non si ha nemmeno il coraggio di prendere provvedimenti “basici” come quelli di cui sopra, figuriamoci di più incisivi. Ad esempio, rendere più difficile l’accesso alle prestazioni assistenziali ai musulmani radicalizzati. Costoro infatti nella Svizzera paese del Bengodi possono svolgere indisturbati la propria opera di radicalizzazione e dedicarvi tutto il tempo che vogliono. Di andare a lavorare non hanno bisogno: a mantenerli ci pensa l’assistenza. Vari esperti di estremismo hanno sottolineato che la Svizzera nell’attuale situazione rischia grosso – oltre naturalmente a regalare soldi pubblici a chi non li merita affatto. Ma naturalmente neppure su questo fronte si muove qualcosa!

Nel frattempo aumentano invece le sentenze buoniste-coglioniste con cui i tribunali rifiutano di espellere i jihadisti.

Il Diktat UE

Il massimo è che invece la kompagna Sommaruga e degni colleghi di CF sono prontissimi ad applicare in Svizzera il Diktat UE contro le armi detenute legalmente dai cittadini onesti. Una misura contraria alle nostre leggi, alla nostra volontà popolare e alle nostre tradizioni. I balivi di Bruxelles l’hanno decisa con la scusa della lotta al terrorismo islamico. Ma nessun terrorista islamico si serve, per i suoi attentati, di armi di fuoco legalmente dichiarate. Quei pochi che ancora le usano, evidentemente, se le procurano sul mercato nero.

Questa misura europea dal profilo della lotta al terrorismo non serve assolutamente ad un tubo. La kompagna Sommaruga la vuole solo perché corrisponde alla sua volontà disarmista.

Avanti così…

Avanti di questo passo e presto tutti i terroristi islamici arriveranno qui sul serio, perché  non ci metteranno molto a capire che la Svizzera è, per loro, il   paese del Bengodi.

Grazie partitocrazia politikamente korretta! Grazie, ministra del “devono entrare tutti” kompagna Sommaruga!

Lorenzo Quadri

 

Con la scusa del “razzismo”, la censura di regime dilaga

La dittatura del pensiero unico multikulti vuole ridurre al silenzio gli oppositori 

Redazione pubblica un video che mostra cinque africani che aggrediscono un ragazzo svizzero in stazione: la “solerte” magistratura multikulti minaccia sanzioni penali

Nuovo preoccupante episodio di censura di regime. E nuova conferma che l’articolo del codice penale sul razzismo (261 bis) va abrogato. Questa norma è stata voluta dalle élite spalancatrici di frontiere con il preciso obiettivo di criminalizzare le posizioni contrarie alla politica dell’immigrazione scriteriata e del fallimentare multikulti. Così si crea, appunto, la censura di regime. E soprattutto, si impone l’autocensura. Quest’ultima finisce poi per colpire anche posizioni che sono assai lontane dal ledere l’articolo 261 bis: ma per “non avere storie”, perché “non si sa mai”, meglio girare bene al largo. E quindi rinunciare a formulare qualsiasi opinione che potrebbe sembrare vagamente “a rischio”.

Il nuovo passo

Questi meccanismi sono ben noti. I fautori dell’immigrazione scriteriata ci marciano alla grande. Spesso e volentieri con l’aiuto del loro braccio armato: magistrati che evidentemente non hanno  molto lavoro da svolgere (alla faccia della panzana del “sovraccarico”); o che non hanno un gran senso delle priorità (e allora non sono al loro posto).

Ma adesso si compie il passo successivo. La censura non colpisce solo le opinioni, le idee. Colpisce anche i fatti. Con lo squallido pretesto della violazione della norma antirazzismo, la dittatura multikulti vuole impedire addirittura che eventi scomodi – scomodi per i fautori del “devono entrare tutti”, ovviamente, perché li mettono davanti ai disastri generati dalle loro politiche – vengano resi noti.

Ne sa qualcosa la pubblicazione Schweizerzeit.

Il filmato “proibito”

La  Schweizerzeit è un modesto periodico con sede nel Canton Berna, che si definisce “Rivista borghese-conservatrice per l’indipendenza, il federalismo e la libertà”. L’editore è l’ex consigliere nazionale Udc Ulrich Schlüer.

Cosa ha fatto la Schweizerzeit per finire nel mirino della giustizia? La sua colpa è di aver diffuso, in collaborazione con l’associazione “Sicurezza per tutti”, un video girato alla stazione ferroviaria di Délémont. Nel filmato si vedono cinque africani che aggrediscono e picchiano un adolescente svizzero. Pubblicato su facebook, in poco tempo il video viene visionato da 250mila persone. Conseguenza: il Ministero pubblico contatta la Schweizerzeit, comunicando che rischia  l’apertura di una procedura penale per violazione della norma antirazzismo. Questo perché, nella didascalia che accompagna il video del pestaggio, gli aggressori vengono indicati come “africani”. Mentre invece si sarebbe al massimo potuto scrivere “cinque aggressori africani”. Dove sta la differenza? Riferirsi in modo vago ad “africani” sarebbe una generalizzazione razzista che colpisce tutte le persone provenienti dal continente nero.

Il fatto che la giustizia inquirente elvetica abbia il buon tempo per arrovellarsi in simili improponibili pippe mentali dimostra che c’è un esubero di magistrati. E quindi interessanti possibilità di risparmio.

Precedenti

Non è nemmeno il primo caso di questo tipo. Di recente due dirigenti dell’Udc nazionale sono stati condannati dal Tribunale federale per discriminazione razziale. La causa: un manifesto del partito a sostegno dell’iniziativa “Contro l’immigrazione di massa”, riferito all’ennesimo  grave episodio di criminalità d’importazione: due kosovari hanno accoltellato due svizzeri per futili motivi. Nel manifesto incriminato, la vicenda veniva brevemente riportata ed intitolata “Kosovari accoltellano svizzeri”. E proprio questo titolo sarebbe, secondo i legulei del TF, di rilevanza penale!

Minacce e ricatti

Per tornare al caso della Schweizerzeit: dopo aver ricevuto l’avvertimento del Ministero pubblico, la redazione provvede a cambiare la didascalia del video da “africani” a “a cinque africani”. Tüt a posct? Niente affatto, perché poi arriva il secondo ammonimento: chi ha pubblicato il filmato potrebbe venire reso responsabile per i commenti “sopra le righe” scritti da terzi  (!) sui social a proposito del video. E poco dopo giunge l’avviso numero tre: chi contribuisce a diffondere lo “scandaloso” filmato – che riprende semplicemente un fatto realmente accaduto! – può essere anch’egli sanzionato come corresponsabile.

L’obiettivo di una simile sceneggiata intimidatoria è chiaro: impedire che fatti imbarazzanti per gli spalancatori di frontiere multikulti vengano resi di pubblico dominio. Obiettivo che nel caso concreto viene raggiunto con la fattiva collaborazione di Facebook. Il social media ha infatti provveduto a rimuovere il filmato, argomentando che si trattava di una “rappresentazione di violenza”. Eh già: la violenza di delinquenti stranieri non deve essere mostrata. Quando si dice la censura di regime.

Censura di regime

Ecco dunque la lampante dimostrazione che l’articolo 261 bis del codice penale va sabrogato. Partendo dal politikamente korrettissimo divieto di discriminare, esso dilaga. Diventa così un vero e proprio strumento di censura al servizio delle élite internazionaliste e fautrici del multikulti. E il loro braccio armato, ovvero la magistratura lottizzata dalla partitocrazia PLR-PPD-P$,  lo utilizza senza ritegno. La criminalità straniera deve venire nascosta e taciuta: “bisogna essere aperti e multikulti!”; “devono entrare tutti”! Chi osa evidenziare e rendere pubbliche le deleterie conseguenze di simili politiche, chi osa contraddire il pensiero unico internazionalista, non solo va denigrato e delegittimato come spregevole razzista; va costretto proprio al silenzio, sotto minaccia di condanne penali.

Ecco i risultati della dittatura degli spalancatori di frontiere. Che poi hanno ancora la faccia di tolla di sciacquarsi la bocca con la libertà d’informazione… certo, ma solo per chi fa l’ “informazione” che vogliono loro! Per gli altri, invece, bavaglio e ricatti.

Lorenzo Quadri

LaRegione: dietrologia da tre e una cicca

La stampa di regime propina ormai praticamente un editoriale al giorno contro la “criminale” iniziativa No Billag. Venerdì sia il direttore del Corriere del Ticino che quello della Regione sono riusciti a farlo in contemporanea: quando si dice la pluralità dell’informazione! La casta, con i suoi portavoce, marcia compatta a difesa della TV di Stato, proprio centro di potere e di propaganda.

Nel suo scritto, il direttore del quotidiano radiko$ocialista LaRegione Matteo Caratti  si perde in esercizi di dietrologia da tre e una cicca al proposito della posizione del Municipio di Lugano sull’iniziativa No Billag. Il quale si è espresso a maggioranza, “ma chi l’avrebbe mai detto”, a sostegno del canone più caro d’Europa.

Se proprio si voleva commentare questa decisione, si sarebbe allora potuto dire che non è certo compito di un municipio dare indicazioni di voto su temi federali. E’ vero che ci sono dei precedenti. Ma non è certo questa la regola. E non si venga a raccontare la storiella dell’importanza del tema poiché – ad esempio – su un tema molto più importante come la riforma dell’AVS, non c’è stata alcuna presa di posizione.

Quanto ai contenuti del comunicato municipale, si tratta di una semplice reiterazione delle fake news che la SSR e la partitocrazia ossessivamente pappagallano da settimane. Sperando forse che, a furia di ripetere panzane, queste diventino vere per magia.

Che simili comunicati mandino in brodo di giuggiole il direttore del quotidiano radiko$ocialista ed i suoi amici e correligionari dell’emittente statale (che da mesi fanno stalking su tutti gli esponenti politici per ottenerle) è comprensibile. Nella goduria del momento, tuttavia, sarebbe almeno consigliabile evitare di prodursi in fantozziani voli pindarici.

Che all’interno della Lega non tutti fossero a favore del No Billag non è certo una novità. La Lega non è la Bulgaria. Il sindaco di Lugano aveva peraltro già da tempo espresso pubblicamente, come suo buon diritto, la propria posizione (che non è quella del Movimento). La situazione era dunque nota. E – al contrario di quello che si legge su LaRegione – non c’è alcun “contorsionismo”. Gli unici contorsionismi sono quelli con cui il buon Caratti maldestramente immagina chissà quali calcoli machiavellici dietro ad un comunicato che, da qualsiasi parte lo si prenda, nulla rivela che non fosse già noto. L’obiettivo dell’editorialista, evidentemente, è sempre lo stesso: mettere in cattiva luce l’odiata Lega. Uhhh, che pagüüüraaaa!

Questa è la “qualità” dell’informazione pilotata dalla $inistra. Che è la stessa alla Regione come a Comano. Con la differenza che, almeno per il momento, non siamo ancora obbligati per legge ad abbonarci alla Regione. Il canone più caro d’Europa, invece, lo deve pagare anche chi non guarda né ascolta la RSI (o qualsiasi altra emittente).

A proposito, Caratti: a quando un editoriale sulle decine di migliaia di impieghi di ticinesi distrutte dalla libera circolazione, sostenuta a spada tratta dalla RSI (e dalla Regione)? A quando un editoriale sui quasi 3000 posti di lavoro andati in fumo solo nelle banche di questo Cantone grazie alle calate di braghe sul segreto bancario, accolte a Comano come pure in Via Ghiringhelli con scomposte grida di giubilo?

Caro Caratti, i tuoi sodali hanno devastato il Ticino ed il suo mercato del lavoro a suon di “aperture”, osannati dal tuo giornale e dalla Pravda di Comano. E tu parli di “tradimento” in relazione a chi non ci sta a continuare a pagare il canone più caro d’Europa per finanziare l’anacronistica e stra-gonfiata macchina di propaganda dell’establishment, anche se non usufruisce delle sue prestazioni?  Per fortuna che il ridicolo non uccide. Sennò, di questi tempi, sai le stragi…

Lorenzo Quadri

 

 

Canone: il “servizio pubblico” è diventato una mangiatoia

La casta vuole far pagare ai cittadini la propria macchina di propaganda e di potere

Continuano a fioccare le prese di posizione, vieppiù esagitate, contro la “criminale” iniziativa No Billag; vengono giù più abbondanti della neve in Leventina.

Gruppi, gruppuscoli e gruppetti (spesso e volentieri i referenti sono sempre i medesimi) fanno sentire la propria voce in un crescendo di isteria: il che ci dà la misura delle dimensioni della mangiatoia alimentata col canone, del numero dei greppianti e delle connivenze. Altro che servizio pubblico! L’iniziativa No Billag ha scoperchiato un vaso di Pandora.

La partitocrazia difende ad oltranza il canone radioTV non certo perché da esso dipendano le sorti della Svizzera: sostenere una tesi del genere equivale a prendere la gente per i fondelli, oltre che a rendersi ridicoli. Ci sono state, e ancora ci saranno, votazioni su temi molto, ma molto più importanti di questo. La partitocrazia si tira giù la pelle di dosso a difesa del canone più caro d’Europa perché esso serve a finanziare un suo centro di potere, di propaganda e di spartizione di cadreghe in base a criteri politici e dinastici.

Primaria importanza

La possibilità di servirsi del sovradimensionato carrozzone SSR per fare il lavaggio del cervello ai cittadini è di primaria importanza per l’establishment, che ultimamente non ne azzecca una. Tanto per fare un esempio: è appena stata lanciata l’iniziativa popolare contro la devastante libera circolazione delle persone (firmate tutti!). Quando si tratterà di andare alle urne sul tema, la casta spalancatrice di frontiere avrà bisogno di tutta la potenza di fuoco possibile per minacciare e ricattare il popolazzo. Non sia mai che quest’ultimo voti ancora  “sbagliato” come accaduto il 9 febbraio del 2014! Poter disporre della monopolista SSR per fare propaganda di regime a tappeto diventa fondamentale.

Il paravento

Il servizio pubblico, concetto politikamente korrettissimo con cui la partitocrazia si riempie la bocca per difendere il canone più caro d’Europa, è un paravento di comodo. Va bene per fare marketing politico-elettorale.  Peccato che la Posta da anni stia smantellando il servizio pubblico. Ma l’agitazione dei politicanti non è nemmeno lontanamente paragonabile. Chiaro: gli smantellamenti postali avvengono con la connivenza della partitocrazia, a cominciare dalla Doris uregiatta. “I tempi sono cambiati”, pontificano i “grandi statisti”. Ah ecco. E per la SSR, invece, il tempo non passa mai, nevvero? La rivoluzione digitale esiste solo per la Posta e non per l’emittente di regime? E come la mettiamo, signori politicanti, con il principio del “chi consuma paga” che da anni andate promuovendo, e di cui il canone è una sfacciata negazione? Contrordine compagni?

E che dire delle prese di posizioni delle associazioni dei consumatori, che altro non sono che delle succursali del P$$, le quali difendono ad oltranza l’obbligo dei cittadini di pagare 451 Fr all’anno per un servizio anche se non lo utilizzano affatto? Questa sarebbe difesa dei consumatori? Ma per cortesia. Qui si difende l’orticello degli amici e degli amici degli amici.

Furbetti del quartierino?

E’ poi alquanto penoso che uno degli argomenti principali degli esagitati avversari del No Billag (un’agitazione che ben tradisce la difesa di interessi personali) sia quello della famosa chiave di riparto, favorevole al Ticino. Ah bene. Quindi, secondo questi signori, i ticinesi che pagano il canone come tutti gli altri svizzeri (anzi in proporzione di più, visto che da noi grazie alla devastante libera circolazione delle persone promossa anche dalla SSR, precariato e povertà sono ben superiori rispetto al resto del paese e quindi il canone sul bilancio delle economie domestiche ha un peso maggiore) non dovrebbero ricevere lo stesso prodotto? Siamo cittadini di serie B? Asserire poi che il canone obbligatorio più caro d’Europa sia inattaccabile perché la somma globale che parte dal Ticino è superiore a quella che vi ritorna, significa fare sfoggio di un’imbarazzante mentalità del magna-magna (dalle tasche del contribuente: i soldi del canone non crescono sugli alberi). Una mentalità molto poco svizzera, da furbetti del quartierino, di cui sarebbe prudente non vantarsi troppo. Allo stesso modo, i megadirettori SSR da mezzo milione all’anno farebbero bene a smetterla di ripetere la fanfaluca del piano B che non esiste. Perché un direttore generale da 560mila Fr all’anno  che non ha un piano B semplicemente non è al suo posto e va quindi lasciato a casa subito. 

La RSI non chiude

La realtà è che né la SSR né la RSI chiuderanno i battenti in caso di accettazione dell’iniziativa No Billag. Queste sono balle di fra’ Luca. Panzane. Ricatti. Terrorismo pre-votazione. Come quando vent’anni fa la casta ci veniva a raccontare che, se la Svizzera avesse detto No allo SEE, ci saremmo trasformati nel Terzo mondo.

In caso di approvazione del No Billag, SSR e RSI  dovrebbero, evidentemente, riorganizzarsi e ridimensionarsi. Un processo che – per recente ammissione dello stesso direttore generale Marchand – è in ogni caso inevitabile, indipendentemente dall’esisto della votazione del 4 marzo.

Gonfiata come una rana

E’ forse il caso di ricordare che, senza l’iniziativa No Billag, nessuno si sarebbe sognato di abbassare temporaneamente il canone a 365 Fr e nessuno adesso parlerebbe di riorganizzazioni e di cure dimagranti. Che sono, evidentemente, necessarie: nel corso degli anni la TV di Stato si è gonfiata come una rana riempiendosi di doppioni, di orpelli inutili, di una pletora di livelli gerarchici che producono poco o nulla ma che costano parecchio. Per non parlare dei gruppi familiari assunti dall’emittente di regime, dei “cognomi illustri” che si installano e fanno carriera per meriti dinastici, e via elencando. Tutte distorsioni tipiche di un monopolio statale. Di una struttura che incassa risorse eccessive e sicure;  quindi si inventa il lavoro pur di  spenderle tutte. E come la mettiamo con la questione dei dipendenti SSR che non pagano il canone, perché glielo paghiamo noi? Tutte queste cosucce saltano fuori adesso, grazie all’iniziativa No Billag. Senza No Billag, si sarebbe andati avanti “come se niente fudesse”!

Senza No Billag…

Senza l’iniziativa No Billag non ci sarebbe nemmeno stato uno straccio di dibattito sul servizio pubblico radiotelevisivo nell’era digitale, sul suo contenuto e sui mezzi a disposizione per finanziarlo. La SSR da sola non si sogna di mettersi in discussione.  La partitocrazia del “pensiero unico” vuole il mammuth pagato dal contribuente per farsi campagna elettorale e per mantenere il potere. Già nel 2015 la SSR venne bocciata dalla metà degli svizzeri, e la RSI dalla maggioranza dei ticinesi. Cosa ha fatto l’emittente statale per correggere il tiro, per riconquistare il consenso della popolazione? Assolutamente nulla! Sicché, se l’iniziativa No Billag dovesse venire approvata dalle urne, i boss della SSR potranno solo recitare il “mea culpa”. E, ovviamente, rassegnare immediate dimissioni.

Lorenzo Quadri

 

Altri 20.6 milioni all’anno per il fallimento-Schengen

E nümm a pagum! Invece di investire per la sicurezza dei nostri confini

E nümm a pagum! E’ questo il risultato, a dir poco scontato, dell’ultimo regalo dei fallimentari accordi di Schengen: il fondo europeo per la sicurezza interna. Fondo a cui gli svizzerotti, ça va sans dire, si preparano ad aderire, addirittura retroattivamente.

Il Fondo in questione è stato istituito per il periodo 2014 – 2020. Subentra a quello per le Frontiere esterne, giunto a scadenza alla fine del 2013. Il Consiglio degli Stati – e ti pareva – ha già votato per l’adesione del nostro Paese con 33 voti favorevoli contro uno (!) e cinque astensioni. La Commissione della politica della sicurezza del Consiglio nazionale ha fatto lo stesso nei giorni scorsi, sebbene l’esito sia stato un po’ più decoroso: 13 voti contro 6 e 3 astenuti. Il plenum  della Camera bassa, dal canto suo, deciderà nella sessione primaverile. Visto l’andazzo, non ci vuole il mago Otelma per prevedere come andrà a finire: con un bel (l’ennesimo) “nümm a pagum”, appunto. E “pagum” mica poco. Per la Svizzera, il costo dell’accordo settennale è di 20.6 milioni di franchetti all’anno. Non proprio noccioline. A maggior ragione se si pensa che i fallimentari accordi di Schengen già ci costano la bellezza di 100 milioni di Fr all’anno: vale a dire 14 volte di più di quanto era stato indicato dal Consiglio federale prima della votazione sul tema.

Il calderone

E poi vengono a dirci che non ci sono i soldi per potenziare le guardie di confine? I 20.6 milioni di Fr all’anno, invece di  gettarli nel calderone di Schengen col risultato di perdere il controllo sul loro utilizzo, li potremmo investire in modo assai più utile nella sorveglianza delle nostre frontiere. Perché è evidente che se vogliamo aumentare la nostra sicurezza interna la via è una sola: tornare a controllare sistematicamente chi entra in Svizzera. Altro che foraggiare fondi Schengen “come se piovesse” (o se nevicasse, tanto per restare in tema).

Intanto l’Austria…

Mentre gli svizzerotti pagano e “si aprono”, c’è chi fa tutt’altro. L’Austria, ad esempio, ha appena deciso di istituire una task force di polizia per i controlli di frontiera, che sarà composta da 600 poliziotti ed entrerà gradualmente in funzione da metà del 2018. Verranno potenziati i controlli sui treni e, in caso di necessità, verranno innalzate al Brennero le recinzioni già predisposte.

A proposito di controlli sui treni: come già detto, non vorremmo che il nuovo collegamento Stabio-Arcisate, quello che finora ha cumulato prestazioni fantozziane, diventasse un nuovo veicolo di immigrazione clandestina. E’ noto infatti che molti di loro entrano in Svizzera dal Belpaese con il treno. I controlli sulla nuova tratta sono quindi indispensabili ed essi avranno, evidentemente, un costo. Che pagheremo noi.

Cavallo di Troia

Non dimentichiamoci poi che gli accordi di Schengen, oltre ad essere deleteri per la sicurezza ed a costare sempre più, servono agli eurobalivi di Bruxelles come cavallo di Troia per comandare in casa nostra. Le pesanti limitazioni sulle armi detenute legalmente dai cittadini, già respinte dal popolo in votazione nel 2011 ma che l’UE vorrebbe ora imporci contro le nostre leggi e le nostre tradizioni con la scusa della lotta al terrorismo islamico (come se l’Isis si combattesse colpendo le armi dei cittadini onesti), e questo naturalmente con la connivenza dei suoi camerieri in Consiglio federale, sono infatti uno sviluppo dell’acquis di Schengen.

Ulteriore dimostrazione che questi accordi sono da rottamare. Altro che pagare sempre di più per permettere agli eurobalivi di dettarci gli ordini. Qui qualcuno è caduto dal seggiolone da piccolo…

Lorenzo Quadri

Bidone Via Sicura: “tüt a post”? Mica tanto…

Correzioni in vista a Berna (e ci sarebbe mancato altro); ma l’impianto rimane

 

Anche la Commissione dei trasporti e delle telecomunicazioni del Consiglio nazionale, come la commissione “sorella” degli Stati ed il plenum della Camera alta, si è adeguata a larga maggioranza – e ci sarebbe mancato altro – alla proposta di smussare le ingiustizie più plateali del bidone Via Sicura: quello che punisce un eccesso di velocità senza alcuna conseguenza pratica più duramente di una rapina.

In sostanza, la modifica prevede di reintrodurre il margine di apprezzamento dei giudici nello stabilire se nel caso concreto l’automobilista col piede pesante vada ritenuto un pirata della strada oppure no. Prevista inoltre la rinuncia alla pena minima di un anno di reclusione, mentre la durata minima del ritiro della patente viene abbassata da 24 a 6 mesi.

Si rinuncia anche all’introduzione di scatole nere e di etilometri sulle automobili, mentre l’obbligo di regresso degli assicuratori nei confronti degli automobilisti viene trasformato in una facoltà.

Le punte clamorose

In questo modo vengono smussate le punte più clamorose e vistosamente assurde di Via Sicura. Eppure, la cricca rossoverde non ne voleva sapere nemmeno di queste correzioni minimaliste. La volontà persecutoria nei confronti degli automobilisti è dunque manifesta. E il colmo è che la citata cricca ha pure l’incredibile faccia di tolla di appellarsi alla buona fede e al rispetto della volontà popolare. Su Via Sicura non c’è mai stata alcuna votazione popolare. L’iniziativa su cui essa si basa è infatti  stata ritirata. Quindi, al massimo si può parlare della  volontà dei firmatari della fu iniziativa, ma certamente non della popolazione. La volontà dei promotori dovrebbe dunque venire rispettata in ogni punto; ma a sostenerlo, e senza un minimo di vergogna, è gente che ha cancellato il maledetto voto del 9 febbraio. E lì sì che c’era in ballo una decisione della maggioranza dei cittadini elvetici!

“Tüt a posct”?

Non si pensi poi che, con le correzioni apportate, sia andato improvvisamente “tüt a posct”. Il pacchetto Via Sicura, anche emendato, rimane quello che è: un esempio di legislazione abortita, raffazzonata sotto il ricatto del populismo della $inistra. La quale non ha esitato a sfruttare i morti sulle strade per aggiungere tanti mattoni al proprio edificio di criminalizzazione dell’automobilista. E parecchi di questi mattoni rimangono. Anche dopo le correzioni a Via Sicura.

Due pesi e due misure

Una piccola considerazione conclusiva. Per criminalizzare il solito sfigato automobilista, i consensi per inventarsi basi legali a tutto spiano si trovano senza problemi. Invece, quando si tratta di combattere il terrorismo islamico, tutte le proposte utili allo scopo si scontrano con il consueto muro di gomma. E perché si verifica una simile situazione surreale? Facile. Perché bastonare gli automobilisti è politikamente korretto e “progressista”. Opporsi all’islamismo, invece, è becero populismo e razzismo. La Corte europea è perfino riuscita a decidere che dichiarare che occorre opporsi all’espansione dell’islam in Svizzera – poiché la nostra cultura ed i nostri valori non devono essere soppiantati da altri con essi incompatibili – sarebbe razzismo. Uhhh, che pagüüüraaa!

Avanti così: continuiamo a combattere i cittadini onesti e a lasciar fare ai delinquenti; specie se stranieri e “provenienti da altre culture”.  Poi ci chiediamo come mai siamo diventati il Paese del Bengodi per tutta la foffa d’importazione.

Lorenzo Quadri

 

Valichi secondari: continua la presa per i fondelli!

E intanto entrano tranquillamente in Ticino personaggi “violenti e pronti a tutto”

Allegria! Una nuova puntata si aggiunge alla saga della (non) chiusura dei valichi secondari con il Belpaese. Pare infatti, stando ad un articolo pubblicato nei giorni scorsi sul Corriere del Ticino corredato da intervista al Comandante delle guardie di confine Mauro Antonini, che da questi valichi transitino nottetempo diversi camion sospetti, “in arrivo da paesi lontani”. I quali passano da lì di proposito (viaggiando con difficoltà su stradine strette), perché sanno di non trovare sorveglianza.

Pretesti

Qui i conti non tornano. Ricordiamo infatti che le Camere federali hanno deciso la chiusura notturna dei valichi secondari con il Belpaese (mozione Pantani). Una decisione che non lascia grandi margini d’ interpretazione. Eppure, chissà come mai, essa si è tradotta in qualcosa di ben diverso: ossia nella chiusura in prova per sei mesi di tre valichi secondari. L’ennesima truffa.

Il periodo di prova è terminato lo scorso mese di ottobre. Quindi oltre tre mesi fa.  E adesso, per lasciare le frontiere spalancate, i camerieri dell’UE in Consiglio federale tirano in ballo la scusa che occorre valutare l’esito dei sei mesi sperimentali per vedere se e come continuare.

Punto primo: la necessità di questa “valutazione” se l’è inventata il Consiglio federale.

Punto secondo: non sta né in cielo né in terra che in tutto questo tempo ancora non si sia riusciti a farla, la valutazione. Anche il Gigi di Viganello ha capito che si tratta di un pretesto per prendere tempo. Sperando che nel frattempo si calmino le acque e che i ticinesotti rinuncino a farsi valere per sfinimento. Obiettivo: fare contenti i politicanti della vicina Penisola, che al momento dell’entrata in vigore della chiusura notturna si sono messi a strillare come ossessi.

Richiudere subito

La vicenda dei camion sospetti che passano attraverso i valichi secondari di notte rende evidente che queste dogane vanno richiuse subito. Tanto più che il comandante Antonini, nella citata intervista, invita i cittadini a segnalare subito i movimenti sospetti, dal momento che le guardie di confine non dispongono del dono dell’ubiquità. Come, come? Non abbiamo capito bene. Quando non solo si potrebbe, ma si dovrebbe chiudere i confini, questi rimangono aperti, e poi si fa appello ai cittadini perché segnalino tempestivamente i movimenti sospetti? E se nessuno non si accorge di niente (o se nessuno segnala) entrano tranquillamente in Ticino  i camion di contrabbandieri o altri malintenzionati?

La partitocrazia…

Degna di nota la seguente raccomandazione del Comandante delle guardie di confine: “che a nessuno venga in mente di improvvisarsi poliziotto… occorre evitare di entrare in contatto con personaggi violenti, pronti spesso a tutto per coprire ciò che di illegale stanno compiendo”. Ma bene! Quindi grazie al  rifiuto bernese di richiudere i valichi secondari di notte, ci tiriamo in casa soggetti  “violenti e pronti tutto”.  E li lasciamo tranquillamente fare! Ma si può essere più cocomeri di così?

E intanto che questo accade, la partitocrazia se ne impipa. Evidentemente è troppo impegnata a tirarsi giù la pelle di dosso per combattere l’iniziativa No Billag e per difendere il canone più caro d’Europa e l’emittente di regime. Chissenefrega della sicurezza della popolazione e del territorio!

Lorenzo Quadri

“Frenare l’islam è razzismo”: Strasburgo fuori di cranio

Nuova perla della Corte europea dei diritti dell’Uomo – disdiciamo subito la CEDU!

 

Quando ci lamentiamo, giustamente, dei giudici buonisti-coglionisti del Tribunale federale, ad esempio perché non espellono dalla Svizzera dei seguaci dell’Isis, ricordiamoci una cosa: in giro c’è perfino di peggio. Ad esempio i legulei della Corte europea dei diritti dell’Uomo di Strasburgo. I quali una decina di giorni fa sono riusciti a stabilire – smentendo il Tribunale federale! –  che accusare di “razzismo verbale” chi invita a frenare l’espansione dell’Islam in Svizzera è lecito. Il tutto condito con grotteschi autoerotismi cerebrali sulla differenza che intercorrerebbe tra l’accusa di “razzismo verbale” e quella di “razzismo” ai sensi del codice penale. Ma andate a Baggio a suonare l’organo!

Chi credono di prendere per i fondelli questi azzeccagarbugli politicizzati?

E il razzismo d’importazione?

Ad aver lanciato l’accusa di razzismo arrivata fino a Strasburgo, è una ONG (e ti pareva) denominata  “Fondazione contro il razzismo e – udite udite – contro l’antisemitismo”.

A queste ONG del flauto barocco che vogliono islamizzare la Svizzera va ricordato che, se dalle nostre parti c’è un problema di antisemitismo,  i responsabili sono gli immigrati musulmani radicali. Gli stessi a cui la Fondazione in questione vuole stendere il tappeto rosso.

Per cui, delle due l’una: o si combatte l’antisemitismo, o si promuove l’islamizzazione della Svizzera. Ma fare le due cose contemporaneamente è impossibile. E’ una contraddizione in termini.

Eh già: questi gruppuscoli dai nomi pomposi e politikamente korrettissimi accusano ipocritamente di razzismo gli svizzeri che difendono i propri valori. Però non fanno mai un cip sul problema del razzismo d’importazione. Quello che loro stessi fomentano tramite l’immigrazione scriteriata di stranieri non integrati né integrabili.

La conferma

L’obbrobriosa sentenza di Strasburgo non fa che confermare quanto avevamo previsto. L’élite spalancatrice di frontiere, antioccidentale, islamofila, fautrice dell’invasione e del fallimentare multikulti, sdogana la denigrazione sistematica dei contrari con l’accusa di “razzismo”. Chiunque non è d’accordo con l’élite del “pensiero unico” può dunque venire impunemente screditato come “razzista”. Anche – e soprattutto – quando il razzismo non c’entra un tubo. Criminalizzando le posizioni sgradite si mira, è evidente, alla loro cancellazione: certe cose che non piacciono agli spalancatori di frontiere non si possono dire: è becero razzismo!

Prestandosi a questo giochetto, i legulei di Strasburgo dimostrano di essere delle marionette al servizio della casta delle frontiere spalancate (da cui peraltro provengono). Usano le proprie sentenze per fare politica. Naturalmente politica sempre della stessa parte.

Ecco un bell’assaggio di come sarebbero i giudici stranieri che gli eurofalliti sognano di imporci tramite il famigerato accordo quadro istituzionale. Quello che “Grappino” Juncker ha il coraggio di definire “Accordo di amicizia”. 

Primo passo

La  sentenza di Strasburgo che autorizza gli islamizzatori della Svizzera a trattare da razzisti chi osa non essere d’accordo con le loro boiate, è l’ennesima dimostrazione che la Svizzera deve allontanarsi il più possibile dalle organizzazioni internazionali al servizio degli spalancatori di frontiere. Primo passo: disdire la Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU), di cui la corte di Strasburgo è un’emanazione. La Svizzera, in materia di rispetto dei diritti umani, non ha lezioni da prendere. Semmai ne ha da dare. A rispettare i diritti umani in casa nostra ci riusciamo benissimo da soli. Senza bisogno della CEDU, che all’atto pratico serve solo ad impedire l’espulsione di delinquenti stranieri. In particolare di terroristi islamici, i quali non potrebbero venire rispediti a casa loro se lì si troverebbero in pericolo (sic!).

Intanto sul burqa…

Intanto però per gli islamizzatori della Svizzera si prepara una brutta sorpresa, alla faccia della obbrobriosa sentenza di Strasburgo. Infatti, da un sondaggio recentemente realizzato da Matin Dimanche e dalla SonntagsZeitung, risulta che il 76% dei cittadini elvetici – quindi oltre tre quarti! – sarebbe favorevole al divieto di burqa a livello federale. Come noto sul tema è pendente un’iniziativa popolare. Sicché i cittadini saranno chiamati ad esprimersi.  Si preannuncia l’ennesima asfaltatura degli spalancatori di frontiere, a partire dal Consiglio federale e dalla ministra del “devono entrare tutti” kompagna Simonetta Sommaruga. Che naturalmente del divieto di burqa non ne vogliono sapere.

Se i moralisti a senso unico vogliono accusare di razzismo il 76% degli svizzeri, ossia dei cittadini di un paese con oltre un quarto di stranieri (percentuali che non si trovano da nessun’altra parte al mondo) si accomodino pure. Ricordiamo a lor$ignori che in Giappone gli stranieri sono meno del 2% della popolazione. Questo sì che è un esempio da seguire!

Lorenzo Quadri

 

Il salario minimo non può esistere senza Prima i nostri

Paghe dignitose per i ticinesi SI’, regali ai frontalieri NO: da qui non si scappa

Nel filone del dibattito su soppiantamento dei lavoratori ticinesi ad opera di frontalieri e dumping (per il Gran Consiglio: dömping) salariale (quei fenomeni che, secondo gli studi farlocchi dell’IRE, sarebbero “solo percezioni”) si inserisce anche la molto discussa questione dei salari minimi, in applicazione a quanto votato dal popolo approvando l’iniziativa “Salviamo il lavoro in Ticino”. Che però prevedeva salari minimi differenziati per settori e mansioni. L’iniziativa è stata appoggiata anche dalla Lega.

Il Consiglio di Stato, come sappiamo, nelle scorse settimane ha deciso di proporre un salario minimo che si aggira attorno ai 3300- 3400 Fr al mese.

I problemi non mancano, perché:

  • Per i ticinesi 3300 Fr al mese sono pochi e di certo una famiglia non ci vive, a meno di avere due redditi. In effetti la maggioranza di chi ha salari inferiori a queste cifre è composta da frontalieri.
  • Per i frontalieri, il salario minimo costituisce un regalo ingiustificato. Che ci rende sempre più attrattivi per l’assalto alla diligenza da oltreconfine. Quando invece l’obiettivo (perseguito anche dal famoso nuovo accordo fiscale, che però l’Italia mai sottoscriverà) è quello opposto. Ovvero renderci meno attrattivi per il frontalierato.
  • Oltretutto la norma è facilmente aggirabile. O qualcuno immagina che l’ “imprenditore” d’Oltreramina arrivato in Ticino per sfruttare il territorio, e che assume solo frontalieri, si farà problemi a far figurare ufficialmente assunzione e salario al 50%, quando il carico lavorativo reale è del 100%? Ci siamo forse dimenticati che nel Belpaese il lavoro nero è istituzionalizzato? Dixit Berlusconi quando era premier (sic!): “sotto il 20% non è lavoro nero”.
  • Vivendo in Svizzera, con tutte le spese del caso (a partire dai premi di cassa malati; e se ci sono dei sussidi, ricordarsi che è il contribuente a pagarli) il potere d’acquisto di un salario di 3300 Fr è abissalmente diverso che vivendo in Italia.
  • Anche il Gigi di Viganello si rende conto che fissare un salario minimo significa dare una potente spinta all’appiattimento dei salari superiori verso la cifra minima.

Preferenza indigena

E’ un dato di fatto che qualsiasi discorso su salari minimi non può prescindere dalla preferenza indigena. Di salario minimo senza preferenza indigena non se ne parla. L’obiettivo del salario minimo deve essere quello di garantire agli stipendiati ticinesi di vivere dignitosamente in Ticino. Non di permettere ai frontalieri di fare la bella vita Oltreconfine.

Ci vuole una compensazione

Se si vuole, con finalità antidumping, che il salario minimo sia uguale per tutti (discutibile, perché là dove c’è un salario usuale superiore il frontaliere potrà comunque proporsi al salario minimo, sicché il dumping rimane) allora bisogna elaborare anche un sistema di compensazione tra il potere d’acquisto dei ticinesi e quello dei frontalieri. Se si vuole che ticinesi e frontalieri vengano pagati uguali, il fatto che il costo della vita in Italia è nettamente inferiore a quello ticinese deve essere tenuto in debito conto.  In caso contrario si creano privilegi a vantaggio dei frontalieri. E non se ne parla nemmeno. Non ci sta bene trattare in modo uguale ciò che uguale non è. Ticinesi e frontalieri non sono uguali.  Sì ai salari dignitosi per i ticinesi, e ci mancherebbe, ma no ai regali ai frontalieri.

Ottenere questa quadratura del cerchio non è semplice. Una cosa è certa: senza preferenza indigena, il salario minimo sarà un autogoal. Quello di 3300 Fr proposto dal CdS costituisce solo la parte “regalo ai frontalieri”, che invece bisogna evitare. Mentre non risponde all’aspettativa dei ticinesi di un salario dignitoso, ossia che permetta di vivere qui senza bisogno di aiuti assistenziali.

Una sola via d’uscita

Morale: che nessuno si sogni di introdurre il salario minimo ma di trombare la preferenza indigena perché “bisogna aprirsi”, perché “i padroni di Bruxelles  (quelli ai quali regaliamo 1.3 MILIARDI di Fr senza alcuna contropartita ) non gradirebbero”. Chi vuole il salario minimo ma combatte, in genere con toni isterici, la preferenza indigena è semplicemente uno spalancatore/trice di frontiere che vuole avvantaggiare i frontalieri.

La conclusione è comunque sempre la stessa. Queste difficoltà nel trovare delle misure che tutelino in modo efficace (e non autolesionista) il mercato del lavoro ticinese devastato dalla libera circolazione voluta dalla partitocrazia, dimostrano che abbiamo una sola via d’uscita: ABOLIRE la libera circolazione!

Lorenzo Quadri

Finalmente una voce fuori dal coro

I giovani PLR a livello nazionale schierati a favore dell’iniziativa No Billag

 

Nella stucchevole cacofonia della partitocrazia che – assieme a tutto l’establishment – sbraita contro l’iniziativa No Billag, ricattando e minacciando senza ritegno i votanti, si sente, finalmente, una voce fuori dal coro.

La voce in questione è quella dei giovani PLR, i quali nella loro assemblea di ieri hanno accettato a larga maggioranza l’iniziativa No Billag. Si tratta evidentemente dei giovani PLR a livello nazionale, perché figuriamoci se in Ticino…

Libertà fondamentale

Così scrivono i giovani liberali nel loro comunicato a sostegno dell’iniziativa contro il canone: “La libertà del consumatore nello scegliere di quali media fruire, quando e per quale prezzo è fondamentale, così come la garanzia della pluralità mediatica nel nostro Paese. Il panorama audiovisivo nazionale non può contemplare una posizione di monopolio come oggi, bensì deve orientarsi e svilupparsi secondo la richiesta del mercato. Il servizio pubblico odierno non garantisce tale libertà. Vi sono inoltre aspetti finanziari di questa imposizione che per molti consumatori non possono essere trascurati. La tassa per il mantenimento del monopolio della SSR non è proporzionata all’utilizzo (…)”.  

Stop tromboni

Certo: i giovani PLR sono stati tra i promotori dell’iniziativa No Billag; ci sarebbe dunque mancato che non la sostenessero. Tuttavia, visto il clima isterico creato dall’establishment contro la “criminale” iniziativa, è senz’altro positivo che i giovani liblab non si siano fatti intimidire dalle fake news, dai ricatti, dal catastrofismo farlocco e dall’arroganza dei tromboni della partitocrazia. A partire da quelli del loro stesso partito. Altro che “servizio pubblico”! La casta, e speriamo che questo sia chiaro, nella sua jihad contro il No Billag difende unicamente le proprie cadreghe ed i propri centri di potere. Del servizio pubblico se ne impipa. Ed infatti, lo smantellamento del servizio pubblico della Posta – che è assai più importante della SSR – alla partitocrazia va benissimo.

I giovani sono il futuro, e la televisione non la guardano più. Da un sondaggio di qualche mese fa è emerso che solo tre giovani su dieci (!) seguono la RSI. E non si tratta di sistemi di fruizione diversi. Non la guardano proprio, nemmeno sul telefonino o sul tablet. Perché non interessa.

A proposito di sondaggi: come c’era da aspettarsi, i più recenti danno l’iniziativa No Billag in svantaggio. Che la strada fosse tutta in salita (per usare un eufemismo) l’abbiamo sempre saputo. Ma è importante sostenere l’iniziativa No Billag; in caso contrario, in casa SSR non cambierà assolutamente nulla! Adesso, infatti, gli alti papaveri della TV di Stato, sentendosi traballare sotto le natiche le imbottite poltrone, si profondono in ogni sorta di promesse da marinaio. Poi, dopo il 4 marzo… passata la festa, gabbato lo santo!

Lorenzo Quadri

 

Libera circolazione: il primo passo verso la fine dell’incubo

Lanciata ufficialmente anche in Ticino l’iniziativa per fermare l’invasione da sud

 

Venerdì è stata presentata ufficialmente in Ticino l’iniziativa popolare per l’abolizione della libera circolazione delle persone (iniziativa “Per un’immigrazione moderata”). L’iniziativa è lanciata dall’UDC a livello nazionale. La Lega sarà in prima fila in Ticino nella raccolta firme.

Questa è la “madre di tutte le iniziative”. Da essa dipende il futuro del nostro Cantone, dei nostri figli. (E non certo dal canone radiotv più caro d’Europa, come vorrebbe far credere la partitocrazia ormai uscita completamente di melone).

Se si arriva a questa iniziativa è perché il triciclo PLR-PPD-P$$ alle Camere federali ha cancellato il “maledetto voto” del 9 febbraio, che chiedeva di contrastare l’invasione. Calando le braghe ad altezza caviglia davanti agli eurofunzionarietti, i camerieri bernesi dell’UE hanno rifiutato qualsiasi limitazione alla devastante libera circolazione delle persone. Le frontiere devono rimanere spalancate! Guai ai populisti e razzisti che osano opporsi a questo sacro dogma!

Il citato triciclo vorrebbe ora fare il bis in Gran Consiglio, affossando l’iniziativa “Prima i nostri” con la solita tattica del “sa pò mia”. Non è vero che “sa po’ mia”. Sono loro che non vogliono. C’è una bella differenza. E’ evidente che i becchini della volontà dei ticinesi verranno indicati sul Mattino con nome e cognome.

Situazione sempre più degenerata

Intanto la situazione sul mercato del lavoro ticinese degenera sempre più. Solo nei giorni scorsi abbiamo letto dell’ulteriore ennesimo aumento dei casi d’assistenza, della ditta di Chiasso che cerca laureati a 600 Fr al mese per un impiego a tempo pieno, e avanti con le nefandezze. Le cifre dei frontalieri sono ormai arcinote e manifestamente insostenibili. Se nelle provincie lombarde un terzo dei lavoratori fosse composto da frontalieri ticinesi, il Belpaese avrebbe già costruito un muro sul confine da far impallidire quello di Trump col Messico.

L’unica via d’uscita

Il discorso è molto semplice. O la libera circolazione salta, oppure in questo Cantone di futuro per i ticinesi non ce ne sarà più. Ci trasformeremo in appendice lombarda. I giovani ticinesi (ma anche i meno giovani) per lavorare dovranno tornare ad emigrare come alla fine dell’Ottocento. E per questo sapremo chi ringraziare.

Visto dunque che la partitocrazia non ne vuole sapere di limitare la libera circolazione, l’unica via d’uscita, essendo l’andazzo attuale intollerabile, è la disdetta dello scellerato accordo con l’UE. Se poi la conseguenza dovesse essere la caduta di tutti gli altri trattati del pacchetto bilaterali I, poco male. Questi accordi non sono di certo un regalo degli eurofalliti agli svizzerotti. Essi portano infatti molti più benefici all’UE che alla Svizzera. Inoltre, si possono benissimo concludere trattati commerciali interessanti senza alcun bisogno di inserirvi la libera circolazione delle persone. Un paese che non controlla la propria immigrazione è un paese finito. Se ne stanno accorgendo anche all’interno della stessa DisUnione europea.

I soldatini insorgono

Naturalmente i soldatini delle frontiere spalancate sono subito insorti contro l’iniziativa “Per un’immigrazione moderata”. La casta ci offrirà il solito triste spettacolo, fatto di terrorismo di regime e di tentativi di lavaggio del cervello al popolazzo becero che vota sbagliato. Si moltiplicheranno inoltre gli studi farlocchi e le statistiche taroccate su disoccupazione e frontalierato.

Le perle di “Leider” Ammann

Un primo assaggio di campagna l’abbiamo già avuto con le brillanti esternazioni del ministro dell’economia Johann “Leider” Ammann (naturalmente liblab). Secondo questo luminare, l’iniziativa contro la libera circolazione sarebbe “priva di senso” e “verrà bocciata”.

Bravo “Leider” Ammann, tu sì che sei un grande statista. L’iniziativa sarebbe “priva di senso” perché non piace ai tuoi amichetti liblab delle grandi industrie, quelli che vogliono la manodopera estera a basso costo per lasciare a casa gli svizzeri? Quindi l’unica cosa sensata sarebbe continuare con l’invasione attuale e con la svendita del paese a Bruxelles?
Ricordiamo che il buon Giuànn (Johann) praticamente a due minuti dall’affossamento del 9 febbraio ad opera della partitocrazia PLR-PPD-P$$ alle Camere federali (16 dicembre 2016, venerdì nero della democrazia svizzera), già telefonava tutto scodinzolante al presidente della Commissione UE Jean-Claude “Grappino” Juncker per annunciare con orgoglio la missione compiuta: i camerieri di Bruxelles hanno azzerato la volontà popolare sgradita!

Priva di senso?

Ovunque, anche all’interno della stessa UE, ci si rende conto che l’immigrazione deve essere controllata e Leider Ammann parla di “iniziativa priva di senso”? Chiaro: da uno che, assieme all’ex compagno di merende Didier Burkhaltèèèr, già lo scorso anno avrebbe voluto sottoscrivere subito lo sconcio accordo quadro istituzionale con l’UE, ci si può solo attendere il peggio.  L’unica cosa “priva di senso” è che ci siano consiglieri federali del genere, guarda un po’ dell’ex partitone. Che poi l’iniziativa “sarà respinta”, caro “Leider” Ammann, è tutto da vedere.

Per cui, sotto con le firme!

Lorenzo Quadri

 

Lavoratori di serie A e lavoratori di serie B

Ecco i bei regali della devastante libera circolazione delle persone, sostenuta ad oltranza dalla partitocrazia, dai media di regime (RSI in primis), dal padronato e dai sindacati. Nei giorni scorsi è comparso su un portale l’ennesimo annuncio di lavoro-scandalo: una ditta con sede a Chiasso (evidentemente gestita da italici) cerca un laureato per pagarlo 600 Fr al mese (sic!). Per un impiego a tempo pieno. Fa specie vedere deputati-sindacalisti che – bramosi di farsi marketing professionale e politico – ostentano indignazione davanti a situazioni che loro stessi hanno contribuito a creare, spalancando le frontiere all’invasione da sud e a tutte le sue nefaste conseguenze che non stiamo qui per l’ennesima volta ad elencare.

I sindacati rossi

Il giorno precedente a fare il suo verso su un altro tema, ovvero l’aumento degli iscritti, è stato il sindacato rosso UNIA, di cui il P$ è ormai una succursale.

Con toni drammatici, il sindacato bellamente si autoincensa: “la gente è disperata per la situazione attuale nel mondo del lavoro ticinese, siamo l’ultimo baluardo, per questo gli iscritti aumentano”. Per poi aggiungere una frase alquanto significativa: “noi tra frontalieri e residenti non facciamo differenza”.

Tirando le somme

Motivo principale della situazione catastrofica in Ticino: libera circolazione.
Posizione di UNIA sulla libera circolazione: favorevole.

Posizione di UNIA sulla preferenza indigena: istericamente contraria.
Morale della favola: la protezione del mercato del lavoro è stata sacrificata dai sindacati rossi sull’altare dell’ideologia internazionalista e spalancatrice di frontiere. E anche su quello del tornaconto monetario. Cosa significa infatti la frase “noi non facciamo differenza tra frontalieri e residenti”? Significa che più frontalieri ci sono, meglio è: così gli iscritti ai sindacati lievitano, le entrate idem, ed i dirigenti di UNIA possono girare in Audi A6 e trascorrere le vacanze a Forte dei Marmi.

Sicché, si abbia almeno la decenza di non prendere in giro la gente presentandosi pomposamente come ultimo baluardo  contro una situazione di cui si è corresponsabili.

L’ipocrisia della casta

Che poi politicanti, sindacalisti e compagnia cantante che:

– hanno spalancato le frontiere sfasciando il mercato del lavoro del nostro Cantone;

– gioivano per lo smantellamento del segreto bancario con conseguente sparizione di quasi 3000 impieghi solo nelle banche ticinesi;

adesso istericamente starnazzino contro l’iniziativa No Billag facendo terrorismo sulle pretese conseguenze occupazionali per l’emittente di regime, è il colmo.
Evidentemente, in questo Cantone ci sono alcuni lavoratori di serie A: i privilegiati per cui la casta si mobilita. Mentre tutti gli altri sono di serie B, per non dire di serie Z. E di questi la casta se ne impipa alla grande.

Lorenzo Quadri

Finti rifugiati: sempre più diritti, e nümm a pagum

Deleteria sentenza del TFA che, ancora una volta, fa politica pro-frontiere spalancate

E ti pareva! Ecco che arriva il nuovo regalo natalizio (in ritardo) ai finti rifugiati. A farlo è il Tribunale federale amministrativo. Il TFA ha infatti avuto la brillante idea di conferire ulteriori, nuovi diritti agli asilanti.

In una recentissima sentenza, la Corte federale ha infatti stabilito che degli asilanti iracheni, i quali secondo gli accordi di Dublino avrebbero dovuto essere rimandati in Germania, potranno invece restare in Svizzera. E questo malgrado Berlino avesse accettato di farsene carico.  Ma naturalmente i diretti interessati non ne volevano sapere di partire: in Svizzera si sta meglio; lo sfigato contribuente paga di più per mantenerli.  E l’hanno spuntata.

Si adeguano senza necessità

Come mai degli asilanti potranno restare nel nostro paese malgrado spetterebbe alla Germania occuparsene (ed era pure d’accordo di farlo)? Perché le autorità svizzerotte hanno lasciato decorrere i termini – di poco, ma li hanno lasciato decorrere –  per la richiesta di ricollocamento presso i vicini a Nord.

Ora, a sollevare la lacuna procedurale avrebbe semmai dovuto essere la Germania, rifiutandosi di entrare nel merito della richiesta elvetica. Invece come detto a Berlino non hanno fatto storie. Ad insorgere, “chissà come mai”, sono invece stati i finti rifugiati stessi. E il Tribunale federale amministrativo ha dato loro ragione. Si tratta di una “prima”. Infatti gli asilanti in questione non si sono opposti al trasferimento facendo valere violazioni dei loro diritti fondamentali. Si sono appellati a semplici questioni di termini scaduti. Mere procedure, dunque. Ciononostante, l’hanno avuta vinta. Non era mai accaduto prima. Accade adesso, perché  i legulei del TFA si sono adeguati ad una sentenza in tal senso della Corte europea dei diritti dell’uomo. Ossia, ad una decisione di quei pozzi di scienza secondo i quali dire che bisogna arrestare l’avanzata dell’Islam in Svizzera sarebbe “razzismo”. Al TFA si sono adeguati ma, udite udite, non avevano alcun obbligo di farlo. Però l’hanno fatto lo stesso. Così, spontaneamente. Perché i legulei del Tribunale federale amministrativo  sono politicizzati. Naturalmente lo sono in favore delle frontiere spalancate. Del “devono entrare tutti”, del “devono restare tutti” e del “gli svizzerotti fessi devono mantenere tutti”. Altrettanto naturalmente, la sciagurata sentenza federale farà giurisprudenza.

Nuovi argomenti

Bene, avanti così: non solo siamo lo Stato che si cucca volontariamente più ricollocamenti dal Belpaese (perché, come dice la kompagna Simonetta, “dobbiamo aiutare l’Italia”; che poi per tutto ringraziamento ci frega in ogni maniera). Non solo, secondo alcuni cocomeri, non dovremmo rimandare in Ungheria gli asilanti che spettano a questo paese perché gli ungheresi sono brutti e cattivi. (E naturalmente non li dovremmo rimandare nemmeno in Italia perché i vicini a Sud non garantirebbero condizioni adeguate di ospitalità). Dobbiamo anche arrampicarci sui vetri per fornire ai finti rifugiati sempre nuovi argomenti per rimanere in Svizzera; oltre naturalmente a quelli derivanti dai “diritti fondamentali”, ormai abusati in ogni modo e snaturati da diritti dei cittadini contro l’ingerenza dello Stato in diritti a farsi mantenere dallo Stato!

A proposito: chissà come mai la notizia della balorda sentenza del Tribunale federale amministrativo è stata data solo in Svizzera interna ma qui nessuno ha fatto un cip? Men che meno l’emittente di sedicente “servizio pubblico”? Ah già, ma il mandato di “servizio pubblico” prevede che le notizie che non piacciono alla casta vengano silenziate…

Due domandine

Domandina nr 1: quanto ci costerà la geniale decisione degli azzeccagarbugli federali che conferisce nuovi diritti di restare ai finti rifugiati e – quale logica conseguenza –  provoca nuove spese nel settore dell’asilo? Un settore, è bene ricordarlo, che già ingurgita annualmente svariati miliardi. Nessuno ha mai voluto fare i conti. Ma la Confederella di miliardi ce ne mette oltre due ogni anno. Ad essi vanno aggiunti i costi scaricati sul groppone di Cantone e Comuni. Le nuove spese generate dalla sentenza del TFA, le pagano i legulei che decidono simili boiate, quando sarebbe stato benissimo possibile andare nella direzione opposta?

Domandina nr 2: per colpa di chi la Svizzera ha presentato la domanda di ricollocamento tardiva che ha dato il là a tutta la vicenda di cui sopra ed alle conseguenze che essa porterà? In che modo il – o i – responsabili verranno chiamati alla cassa?

Lorenzo Quadri

 

“Devono entrare tutti”, anche l’omicida straniero

Ennesima scandalosa sentenza del Tribunale federale: a Losanna urgono repulisti

 

I legulei buonisti-coglionisti del Tribunale federale ci regalano una nuova perla: un omicida con doppia cittadinanza macedone e kosovara potrà ottenere il permesso di domicilio (C)  per ricongiungimento familiare in Svizzera  con la moglie kosovara e la figlioletta.

Sicché, per i giudici spalancatori di frontiere, nel nostro paese deve entrare proprio tutta la foffa straniera: assassini compresi.

E le istanze precedenti?

Sulla nota stampa dell’ATS leggiamo che il macedone-kosovaro in questione aveva ucciso una persona al suo paese a 22 anni, nel 1994. Dopo aver passato alcuni mesi in carcerazione preventiva, venne rilasciato e si trasferì in Kosovo. Nel 2001 giunse in Svizzera a seguito del matrimonio con una kosovara residente nel nostro paese. Nel 2008 ottenne il permesso di domicilio. Nel 2009 venne arrestato su mandato di cattura internazionale (!) e nel 2011 fu estradato in Macedonia, dove venne condannato a 7 anni. Nel 2014 è uscito di prigione. Nel 2015 la moglie ha chiesto il ricongiungimento familiare essendo nel frattempo scaduto il permesso C dell’immacolato maritino. L’ufficio cantonale della migrazione (il Cantone in questione è Sciaffusa) ha risposto picche. Stessa cosa hanno fatto il Consiglio di Stato ed il Tribunale cantonale sciaffusano. Il Tribunale federale ha invece ribaltato queste decisioni: l’assassino macedone-kosovaro potrà ricongiungersi in Svizzera con la moglie connazionale.

Ennesima dimostrazione che al Tribunale federale urgono pulizie di primavera. Se infatti all’ufficio cantonale della migrazione, al consiglio di Stato di Sciaffusa, e soprattutto al Tribunale cantonale di Sciaffusa, hanno deciso che l’omicida straniero non poteva stabilirsi in Svizzera, vuol dire che a sostegno di questa scelta c’erano degli argomenti giuridici fondati. A meno che si voglia sostenere che tutte queste istanze siano composte da ignoranti. Il TF si  è invece arrampicato sui vetri alla ricerca di argomenti per rilasciare il permesso B al macedone.

Quindi a Losanna si fa politica per spalancare le frontiere. E la si fa tramite sentenze-ciofeca che però, ahinoi, creano giurisprudenza. Risultato: dentro tutti in Svizzera, assassini stranieri compresi!

Motivazioni deliranti

Le motivazioni della sentenza, così come riportate dagli organi d’informazione, sono prossime al delirio: certo, l’omicidio è un delitto grave ma in fondo “si è trattato di un atto unico, ormai datato e commesso in gioventù”. Che schifo! Pur di spalancare le porte all’ennesimo criminale straniero, anche l’omicidio viene derubricato a reato-bagattella. Come se il buon uomo avesse rubato le ciliegie al mercato rionale quando andava alle elementari! E poi, insomma, è stato “un atto unico”! Il bravo signore “non patrizio” ha ammazzato una sola persona, in seguito non ne ha più uccise altre! Per cui, mica lo vorremo criminalizzare per questo piccolo “sbaglio di gioventù”! Santo subito! Porte spalancate! Il ricongiungimento familiare in Svizzera con la moglie kosovara ha la priorità su tutto il resto!

Ricongiungimento? A casa loro!

A parte il fatto che l’omicida macedone-kosovaro non sembra essere poi tanto pentito dal momento che è stato arrestato su mandato internazionale quando si trovava nel nostro Paese dopo essersi sposato con una connazionale ivi residente, quindi a scontare la pena per il suo crimine non ci pensava proprio:

davanti alle teorie fuori di testa della suprema (?) corte federale, non si può che restare basiti. Ennesima  dimostrazione che la giustizia svizzera è inflessibile solo con gli automobilisti incappati nelle maglie di Via Sicura, mentre con i criminali stranieri è l’apoteosi del buonismo-coglionismo.

E per favore non veniteci a raccontare la fregnaccia del ricongiungimento familiare. La famigliola si sarebbe benissimo potuta ricongiungere in Macedonia o in Kosovo, visto che la moglie oltretutto è kosovara.  Ma naturalmente si preferisce stare in Svizzera, paese del Bengodi per i delinquenti stranieri. Avanti di questo passo e, grazie ai legulei del Tribunale federale, regaleremo i permessi di domicilio anche ai serial killer stranieri.

A quando la naturalizzazione dell’omicida macedone-kosovaro siccome “perfettamente integrato”?

Lorenzo Quadri

 

La santificazione del delinquente

I miracoli del buonismo-coglionismo ed il mondo che gira al contrario

E ti pareva! Si è concluso con una condanna per abuso di autorità e vie di fatto, con pena sospesa condizionalmente, il processo celebrato presso la Pretura penale di Bellinzona a due poliziotti della Cantonale accusati di aver malmenato nel 2015 un ladro rumeno durante una perquisizione in un garage di Camorino. L’ennesimo malvivente straniero “operativo” in Ticino era stato sorpreso in flagranza di reato, assieme ai due complici.

La vicenda è esemplare, in senso negativo, e la condanna pure. Si pretende infatti che, con delinquenti entrati nel nostro paese apposta per commettere reati, che vengono colti sul fatto e che magari sono pure pericolosi (non si può partire dal presupposto che non siano violenti) i poliziotti utilizzino i guanti. Neanche stessero trattando con dei lord inglesi incontrati per un tè al castello di Balmoral. La colpevolezza di chi delinque e viene colto sul fatto è manifesta. Il malvivente sa benissimo che, se viene scoperto nel bel mezzo dell’atto, non si può aspettare riverenze ed  inchini. Se non voleva rischiare di prendersi qualche sberla, non doveva scassinare. Stiamo parlando di delinquenti professionisti, non di verginelle! Ci piacerebbe poi sapere come sarebbe stato trattato il ladro rumeno se fosse stato beccato a rubare dalla polizia del suo paese. Altro che presunte “vie di fatto”…

Questa inversione dei ruoli decisa dal Pretore di Bellinzona con la condanna ai due poliziotti non ci sta bene proprio per niente. Il delinquente è il ladro. Non certo gli agenti che lo hanno assicurato alla giustizia con metodi forse un po’ energici. Visto che si parla solo di vie di fatto, e neppure di lesioni semplici, al momento del fermo (2015) non può certo essere successo chissà cosa. Al massimo saranno volati un paio di scappellotti. Ad uno scassinatore rumeno colto con le mani nel sacco. Mica ad un automobilista che ha lasciato scadere il posteggio…

Conseguenze perniciose

Questo garantismo ad oltranza, questo buonismo-coglionismo assolutamente malriposto, è pernicioso. Bene dunque ha fatto chi, come il granconsigliere Fabio Schnellmann, se ne è indignato pubblicamente. E’ pernicioso perché deborda nella santificazione del delinquente (il mondo che gira al contrario!) e lo è perché costituisce un pericoloso deterrente per chi – i poliziotti – ogni giorno rischia parecchio del proprio per garantire la sicurezza del paese e dei cittadini. Qualche tutore dell’ordine potrebbe anche chiedersi: “perché dovrei intervenire per fermare uno scassinatore se poi questo mi accusa di averlo malmenato e alla fine vengo condannato io? Molto meglio girarsi dall’altra parte e fingere di non aver visto nulla, per non avere guai giudiziari”. E’ infatti chiaro che per un agente una macchia sul casellario giudiziale non è cosa da poco. La sentenza contro i due poliziotti inibisce e mortifica i tutori dell’ordine, e quindi la legalità stessa, mentre ringalluzzisce i delinquenti. In particolare d’importazione. I quali hanno già imparato che in casa degli svizzerotti fessi basta strillare di essere stati malmenati dagli agenti per trasformarsi da delinquenti a vittime. Naturalmente potendo contare su difese d’ufficio coi fiocchi, pagate dal solito sfigato contribuente. Ci piacerebbe infatti sapere quanto ci è costata la difesa del ladro rumeno che sarebbe stato malmenato durante il fermo.  Ma va da sé che non lo sapremo mai.

Lorenzo Quadri

 

Una cappellata di proporzioni epiche

Improvvido ritiro dell’iniziativa “Si alla protezione della sfera privata”

 

Nuovo voltafaccia della partitocrazia che, sulla difesa del segreto bancario dei cittadini svizzeri, ha calato le braghe. E’ infatti stata ritirata l’iniziativa “Sì alla protezione della sfera privata”. L’iniziativa prevedeva l’inserimento del segreto bancario dei residenti nella Costituzione federale. Il motivo della poco onorevole retromarcia è noto. L’ex ministra del 5% Widmer Schlumpf (rottamatrice della piazza finanziaria svizzera ed in particolare ticinese; colei che ha causato la perdita di oltre 2700 posti di lavoro solo nelle banche di questo sfigatissimo Cantone, ma che alla Pravda di Comano veniva osannata come una dea) aveva pronto il progetto per cancellare anche il segreto bancario degli svizzeri. Per contrastare l’insano proposito dell’ex consigliera federale non eletta, era nata l’iniziativa “Per la protezione della sfera privata”. Da notare che i promotori sono esponenti degli stessi partiti borghesi che, quando la Lega lanciò l’iniziativa per inserire il segreto bancario (in generale) nella Costituzione, non l’appoggiarono dicendo che non era necessaria: il segreto bancario era già sufficientemente tutelato. Si è scoperto ben presto quanto lo fosse…

Adesso vediamo che il lupo perde il pelo ma non il vizio.

Iniziativa inutile?

Tanto per una volta, la maggioranza del Consiglio federale non ha dato spago all’ex ministra del 5%. Sicché ha deciso di congelare il progetto di smantellamento del segreto bancario degli svizzeri. In tempi più recenti, ha annunciato di averlo cestinato definitivamente. Sicché – tesi del Consiglio federale – l’iniziativa per la protezione della sfera privata sarebbe diventata “inutile”. Da qui la pressante richiesta ai promotori di ritirarla. E loro, nei giorni scorsi, hanno deciso di ubbidire.

Cappellata epica

Tutto normale dunque? Per niente. Il ritiro dell’iniziativa costituisce una cappellata di proporzioni epiche. Il segreto bancario degli svizzeri, malgrado le promesse (farlocche) del Consiglio federale, non è affatto al sicuro. Lo è solo temporaneamente. Un domani – magari nemmeno tanto lontano – il governicchio federale potrebbe benissimo decidere di riesumare il progetto di Widmer Puffo. In effetti, perché i camerieri dell’UE in Consiglio federale hanno tanto insistito perché i promotori ritirassero l’iniziativa Per la sfera privata? Se davvero fosse “diventata inutile”, una sua eventuale approvazione in votazione popolare non avrebbe dato fastidio a nessuno. E allora, perché scaldarsi?

Il giochetto

Perché, evidentemente, l’inghippo c’è. Il Consiglio federale ha infatti dichiarato che l’eventuale inserimento del segreto bancario degli svizzeri nella Costituzione federale avrebbe potuto provocare problemi con l’UE. Eccoci al dunque! Evidentemente, a Berna si aspetta che gli eurofalliti, nella loro brama di comandare in casa nostra, partano all’attacco del segreto bancario degli svizzeri: sicché i loro camerieri  a Palazzo federale hanno già preparato il terreno per la calata di braghe.

Ecco perché l’iniziativa andava mantenuta. Tanto più che sarebbe passata come una lettera alla Posta. Tutti i sondaggi hanno sempre dato una nettissima maggioranza degli svizzeri come favorevoli al mantenimento del segreto bancario in generale (compreso quello dei clienti esteri delle banche elvetiche); a maggior ragione, dunque, del loro. Per i promotori presentarsi alle urne con l’iniziativa “Per la tutela della sfera privata” sarebbe stato il classico esempio di “vincere facile”. Perché allora ritirarla? Perché il comitato proponente pullula di esponenti PLR e PPD. Quindi della partitocrazia asservita all’UE.

Occasione buttata

Morale: i cittadini – a partire dai quasi 120mila firmatari dell’iniziativa Per la sfera privata – vengono nuovamente presi per i fondelli.

C’era un’occasione d’oro per blindare il segreto bancario degli svizzeri nella Costituzione federale. Questa occasione è stata gettata nel water; e con piena cognizione di causa.  Di modo che la privacy finanziaria rimane in pericolo. Perché alle promesse da marinaio del Consiglio federale non ci crede più nessuno: verranno spazzate via (more solito) al primo “cip” in arrivo da Bruxelles.

Lorenzo Quadri