L’iniziativa No Billag ha già portato benefici ai cittadini

Abbassamento del canone, dibattito sul servizio pubblico, ammissione che bisogna cambiare

In queste settimane contro l’iniziativa No Billag se ne sono sentite di tutti i colori. Nemmeno per temi molto più importanti si è vista una simile agitazione. Che, però, contraddistingue un solo campo: quello dei contrari. I quali hanno tappezzato il Cantone di striscioni (regolarmente autorizzati?) hanno imbrattato la proprietà pubblica con adesivi (tutti abusivi), hanno colonizzato le rubriche di opinioni e di “spazio aperto” dei giornali, hanno inviato volantini a tutti i fuochi (si vede che hanno soldi da spendere ). Costoro possono inoltre beneficiare del sostegno compatto – pochissime e note le eccezioni – della partitocrazia e della stampa.

Principio difficile da contestare

Alla base dell’iniziativa No Billag sta un principio difficilmente contestabile: non si può obbligare ad acquistare dei prodotti mediatici chi non li vuole (o non li può) consumare. Il paragone con servizi essenziali al cittadino (quali ad esempio la scuola, la polizia, la sanità) non reggono: perché, appunto, la radioTV di Stato non è un servizio essenziale. Tanto più che, per essere informati, non c’è bisogno della SSR (e ancora meno ce n’è bisogno per farsi intrattenere). Con la rivoluzione digitale, le possibilità di accedere a prodotti mediatici – sia giornalistici che ricreativi – si sono moltiplicate quasi all’infinito. La pretesa della SSR di essere l’unica fonte di informazione “di qualità” e “indipendente” è arrogante e falsa. Arrogante perché misconosce che il lavoro giornalistico fatto da altri (televisioni private, giornali, portali) può essere altrettanto “qualitativo” di quello della TV pubblica; se non di più. Falsa perché l’emittente di Stato, controllata dalla politica, non è né libera né indipendente. Infatti l’establishment se ne serve  per influenzare (manipolare) l’opinione pubblica. E’ un suo strumento di conservazione del potere. E questo ne spiega la furiosa difesa a spada tratta.

La stessa RSI, commettendo un pacchiano autogol , da mesi si è lanciata in una martellante operazione propagandistica contro l’iniziativa No Billag. Ha così confermato di non essere equidistante e quindi di non fare servizio pubblico. Il suo finanziamento tramite una (pesante) tassa non è dunque giustificato.

Oltre al martellamento ed ai toni esagitati, la campagna in vista del 4 marzo ha “regalato” plateali dimostrazioni di ipocrisia. Che dire infatti di quei politicanti, che dei valori svizzeri hanno sempre fatto strame ogni volta che hanno potuto (perché bisogna essere “aperti” ed “eurocompatibili”) che adesso si riempiono la bocca proprio con questi “valori svizzeri”? E di quelli che vorrebbero rifare le votazioni popolari di cui non gradiscono l’esito, e ora tentano di spacciarsi per paladini della democrazia (come se  far votare i cittadini sul canone più caro d’Europa fosse un attentato alla democrazia e non un legittimo esercizio della medesima)?

Risultati concreti

Intanto, l’iniziativa No Billag ha già ottenuto alcuni risultati positivi concreti, nell’interesse di tutti i cittadini.

  • L’abbassamento del canone a 365 Fr all’anno annunciato per il 2019-2020 (e poi?): mai il Consiglio federale avrebbe compiuto un simile passo in mancanza un appuntamento con le urne.
  • Il dibattito sul servizio pubblico radiotelevisivo, i suoi limiti, i suoi contenuti, ed i mezzi a disposizione. Un dibattito che la SSR e la politica avrebbero dovuto aprire dal giugno del 2015, quando metà della popolazione elvetica respinse la nuova Legge sulla radiotelevisione (approvata per una manciata di schede e con il contributo determinante degli svizzeri all’estero, che il canone neppure lo pagano). Invece nulla è successo. Anzi: politica ed emittente si sono ciecamente arroccate su uno statu quo ormai anacronistico. Grazie alla votazione sul No Billag oggi tutti ammettono che è necessario cambiare, riformare, ridimensionare. Ma cosa succederà dopo il 4 marzo, se l’iniziativa verrà respinta?
  • L’iniziativa No Billag ha aperto gli occhi ai cittadini sulla vera natura del canone: un enorme self-service a cui attingono le categorie più disparate (a cominciare dai sedicenti “creatori di cultura”). Il servizio pubblico radiotelevisivo è ormai una foglia di fico per coprire gli interessi di numerose saccocce private.

La bufala del No critico

Il “No critico” all’iniziativa No Billag è una presa in giro. C’è un solo modo per costringere la politica e l’emittente a mantenere le promesse che abbiamo sentito a profusione nelle scorse settimane. Quel modo è impegnarsi affinché l’iniziativa No Billag raccolga, alle urne, il maggior numero possibile di consensi. In caso di secca bocciatura, l’attuale malandazzo andrà avanti all’infinito: la SSR e le maggioranze politiche non hanno alcuna volontà di cambiamento; e l’hanno ampiamente dimostrato.

Non si capisce poi perché questa iniziativa susciti un tale terrore. Se il prodotto della SSR è così apprezzato dal pubblico come ci viene detto, ciò significa che la grande maggioranza dei cittadini si abbonerà volontariamente, nell’inverosimile ipotesi in cui il No Billag dovesse venire accettato.

 

Lorenzo Quadri

 

Nel Dipartimento Doris saltano fuori gli altarini

Contabilità taroccata solo in AutoPostale? Intanto la Posta si fa gli affari propri

 

La Posta è travolta dallo scandalo della contabilità farlocca di AutoPostale. Non solo 80 milioni sono stati incassati indebitamente dalla Confederella, ma altri milioni li hanno versati i Cantoni, compreso il nostro (un calcolo esatto non c’è ancora).

E’ certamente un segno dei tempi – un segno di brutti tempi – che a rendersi colpevole di pratiche truffaldine ai danni dello Stato sia un’azienda al 100% di proprietà della Confederazione (perché, malgrado a $inistra amino riempirsi la bocca, per motivi “populistici”, con la “privatizzazioni” della Posta, di “privato” nell’ex gigante giallo, non c’è uno spillo). Un’azienda che è, inoltre, controllata dalla politica. E come se non bastasse ritenuta, almeno fino al recente passato, “un simbolo della Svizzera”.

Sostegno uregiatto

Naturalmente, la direttrice generale Susanne Ruoff, pagata un milione all’anno (!) perché “si assume delle responsabilità” (non è ben chiaro dove starebbero queste enormi responsabilità, essendo il rischio aziendale pari a zero), quando si tratta di assumersele sul serio perché  succede un patatrac si affretta a chiamarsi fuori dichiarando la ferma volontà di rimanere con le terga incementate alla cadrega. E subito corre in suo sostegno la “connection” uregiatta: la capodipartimento Doris Leuthard e il presidente del CdA della Posta Urs Schwaller.

Nel Dipartimento Doris cominciano a saltar fuori gli altarini. La SSR che si gonfia come una rana e fa propaganda di regime con i soldi del canone, le FFS che cumulano disfunzioni e ritardi, AutoPostale che si ciuccia sussidi abusivi e poi, nel primo semestre del 2017, realizza 20 milioni di utili…  Finora la ministra uregiatta è rimasta relativamente al riparo di critiche. Ma adesso i coperchi accuratamente collocati su varie pentole cominciano a saltare, uno dopo l’altro.

La presa per i fondelli

La Posta sarà all’ordine del giorno anche della prossima sessione del Consiglio nazionale. Il quale sarà chiamato ad esprimersi sulla mozione, già approvata dal Consiglio degli Stati, come pure dalla Commissione dei trasporti e delle telecomunicazioni del Nazionale, che chiede una moratoria sulla chiusura di uffici postali, almeno fino a quando il gruppo di lavoro creato sul tema non avrà consegnato le sue conclusioni. Certo che serve a tanto creare i gruppi di lavoro sugli smantellamenti se poi, nel frattempo che questi operano, le rottamazioni proseguono! Gruppi di lavoro così concepiti sono dei semplici esercizi-alibi. O, per essere più espliciti, delle prese per i fondelli. Vero Doris?

Spalle coperte

Non ci vuole il Mago Otelma per prevedere che la mozione sulla moratoria della chiusura di uffici postali verrà approvata dal Nazionale. Quindi entrambe le Camere del parlamento avranno decretato lo stop agli smantellamenti “selvaggi”. Il problema è che la Posta, malgrado sia tenuta a seguire le indicazioni della Confederazione, di quello che decide la politica se ne impipa: va avanti imperterrita per la sua strada, fregandosene di tutto e di tutti. Tanta “tolla” ha una sola spiegazione: la Posta e la sua direttrice Susanna “Un milione all’anno” Ruoff sanno di avere le spalle coperte. Da chi? Ma dalla Doris, evidentemente!

Uffici postali chiusi abusivamente?

Lo scandalo AutoPostale inserisce in questo quadro già poco edificante un ulteriore elemento. Infatti, se la Posta ha taroccato i conti di AutoPostale per ottenere più sussidi, chi garantisce che anche i deficit degli Uffici postali, utilizzati come argomento inoppugnabile (?) per giustificare le chiusure a go-go, non siano altrettanto farlocchi? Questo vale in particolare per quel che riguarda gli uffici molto frequentati, che nonostante l’affluenza non manchi vengono chiusi lo stesso; perché si dice che vanno in rosso. Ed infatti gli uccellini bernesi cinguettano che con una diversa imputazione contabile il 60% degli uffici destinati a chiusura potrebbe invece rimanere in esercizio.

Ma che bella tattica…

E intanto che nelle aziende che dipendono dal suo Dipartimento succedono simili sconcezze – con il fondato sospetto di cancellazione immotivata di centinaia di posti di lavoro – la Doris ne difende ad oltranza gli autori.

Contemporaneamente, però, la ministra PPDog fa terrorismo di regime sugli impieghi che sarebbero a rischio con la “criminale” iniziativa No Billag che – è ormai evidente – a livello federale non verrà accettata.

Ma che tattica geniale (?): farsi belli difendendo gli impieghi dell’emittente di regime, e nel frattempo cancellandone nella Posta a centinaia per volta! A maggior ragione se le cancellazioni avvengono sulla base di cifre “manipolate”!

Lorenzo Quadri

 

No Billag: La TV di Stato ricatta la piccole imprese

E inoltre rifiuta a priori qualsiasi ipotesi di riduzione delle sue spropositate entrate

 

Anche il Gigi di Viganello si è accorto che la TV di Stato sta facendo di tutto e di più per recuperare consensi in vista del voto del 4 marzo sulla “criminale” iniziativa No Billag. Vedi l’ipocrita riesumazione delle commedie dialettali, che erano state accantonate perché il diktat della casta recita: “bisogna essere aperti, multikulti, pensare a chi ha trascorsi migratori”!

Questa campagna elettorale di un isterismo mai visto è finanziata con i soldi del canone. In sostanza, il direttore kompagno Canetta e accoliti da mesi lavorano a tempo pieno, con i nostri soldi, per inculcare ai cittadini, tramite lavaggio del cervello, che le sorti della Svizzera, anzi del mondo, anzi dell’Universo, dipendono dal prelievo del canone obbligatorio più caro d’Europa.

Proprio vero che il ridicolo non uccide; altrettanto vero che, se la partitocrazia dedicasse al mercato del lavoro di questo sfigatissimo Cantone o all’esplosione dei premi di cassa malati (tanto per citare due esempi evidenti) la stessa energia e gli stessi soldi che ha investito per difendere la R$I – centro di propaganda e di conservazione del potere dell’establishment – metà dei problemi che affliggono i ticinesi sarebbero già risolti. Invece il triciclo PLR-PPD-P$ in Gran Consiglio è riuscito ad affossare “Prima i nostri”!

Doppia imposizione

A partire dal 2019 (a meno che venga approvata l’iniziativa No Billag) il canone si trasformerà in un’imposta, che tutti saranno costretti a versare. Anche i ciechi dovranno pagare per la TV ed i sordi per la radio. Un’imposta che, oltretutto, è priva della necessaria base costituzionale.

Pagheranno pure le aziende, tutte quelle con una cifra d’affari sopra il mezzo milione. Per loro il canone crescerà in base al fatturato, fino ad un massimo di 36mila Fr. Questa è una forma, sfacciata, di doppia imposizione. Sia i titolari che i dipendenti delle aziende, se vivono in Svizzera, pagano già il canone. Non si capisce perché dovrebbero versarlo anche le imprese, incluse quelle piccole, visto che i collaboratori sono lì per lavorare e non per guardare la TV! Si tratta, è chiaro anche ai paracarri, di un trucchetto per riempire ulteriormente la mangiatoia del canone (a cui, come è apparso con evidenza in queste settimane, attingono “cani e porci”).

Il ricatto

Stupisce che in Ticino i rappresentanti dell’economia non insorgano contro questo sfrontato ladrocinio.  Ma il motivo è presto detto. La Pravda di Comano ricatta le aziende con cui collabora. Vedi la famosa clausola di salvaguardia comparsa (ma tu guarda i casi della vita…) sui contratti  con i fornitori. Clausola che recita così:

La SSR si riserva il diritto di disdire il presente contratto per la fine di un mese civile, nel rispetto di un preavviso di tre mesi, qualora siano apportate modifiche all’articolo 93 della Costituzione federale, alla legge federale sulla radiotelevisione (LRTV) o al quadro normativo di riferimento (ad es. alla Concessione) che potrebbero comportare un peggioramento del finanziamento a svantaggio del gruppo SSR”.

Rifiuto a priori

Capita l’antifona? Non solo l’emittente di regime minaccia di lasciare a piedi i partner commerciali in caso di approvazione dell’iniziativa No Billag ma, sapendo bene che l’iniziativa non passerà, aggiunge anche “il quadro normativo di riferimento che potrebbe comportare un peggioramento del finanziamento”. Quindi, l’emittente di regime rifiuta a priori, e con tanto di minacce, qualsiasi ipotesi di riduzione degli spropositati mezzi finanziari di cui ora dispone; e ne dispone indipendentemente da ogni crisi, perché li pesca direttamente dalle tasche del contribuente! E qualcuno ancora si illude che le promesse di riforma e di emendamento che abbiamo sentito a profusione nelle scorse settimane verranno mantenute dopo il 5 marzo? Ma è come credere a Babbo Natale!

Altro che “svizzera”!

Tramite il ricatto inserito nei contratti, RSI e dintorni hanno costretto l’economia ad un’operazione tafazziana. Quella di scendere in campo a sostegno di un ladrocinio a proprio danno. Ma il messaggio giunto dai grandi “manager” di Comano – quelli che non si assumono uno straccio di rischio aziendale visto che le entrate sono garantite; e che non hanno nemmeno il piano  B – è chiarissimo. O scendete in campo contro il No Billag, o con noi avete chiuso. Vi tagliamo i viveri. Per cui, vedete un po’ voi cosa vi conviene di più… E questa sarebbe l’emittente che pretende di ergersi ad “essenza e simbolo” della Svizzera? Ma non fateci ridere. Altro che Svizzera. Questo è il Venezuela!

Darsi da fare

Un concetto va ribadito. La TV di Stato non si accontenta di vincere la votazione sul No Billag: che le chance di accettazione dell’iniziativa siano prossime allo zero, era chiaro fino dall’inizio. La TV di Stato vuole invece (con i nostri soldi) stravincere. Asfaltare. Perché così potrà rimangiarsi tutte le promesse di riforma e di ridimensionamento fatte negli scorsi mesi. Per impedire questa ennesima presa per i fondelli dei cittadini, c’è un solo modo. Darsi da fare affinché l’iniziativa No Billag ottenga il maggior sostegno possibile. Sicché, per chi non l’avesse ancora fatto: tutti a votare sì!

Lorenzo Quadri

 

 

 

Finti rifugiati: gli pagheremo anche l’educazione sessuale?

Invece di chiudere le frontiere, facciamo entrare tutti i migranti-molestatori e poi…

A formulare l’improponibile richiesta, ma guarda un po’, è una consigliera nazionale $ocialista. Il P$ ha forse qualche “consulente sessuale” da piazzare?

Ah ecco: finalmente una proposta di cui si sentiva l’impellente bisogno, come no!

Da tempo le molestie e le aggressioni sessuali di donne occidentali ad opera di finti rifugiati con lo smartphone sono un tema d’attualità. Al più tardi dopo i fatti di Colonia (Capodanno 2016) che hanno semplicemente  dato visibilità ad una situazione già in essere. Solo che prima veniva imboscata in nome del multikulti e del sacro dogma dell’ “accoglienza”.

Nuova geniale proposta

Come reagisce dunque, davanti a donne molestate ed aggredite sessualmente da migranti economici, la $inistruccia multikulti, spalancatrice di frontiere e rottamatrice della Svizzera? Quella che ha pure una passatrice tra i suoi deputati in Gran Consiglio e poi pretende di fare la morale agli altri riempiendosi la bocca con la “legalità”? Forse chiudendo le porte ai finti rifugiati? Ma no di certo! Ricordiamoci  infatti che la $inistra e le associazioni ad essa contingue sull’asilo ci lucrano.

Sicché ecco arrivare, fresca fresca, la nuova geniale proposta, formulata da una consigliera nazionale P$, tale Silvia Schenker. La signora, giustamente sconosciuta ai più, ama profilarsi con posizioni pro-stranieri e pro-migranti economici.  E adesso chiede, ma  guarda un po’, di introdurre un corso di educazione sessuale per giovani migranti.

Sempre più diritti e prestazioni

Ma bene! Applausi a scena aperta! Sempre più diritti e sempre più prestazioni per i migranti economici: dopo l’avvocato gratis (cioè pagato dal contribuente) introdotto dalla ministra del “devono entrare tutti” kompagna Simonetta Sommaruga con la nuova legge sull’asilo, di recente è arrivata la SEM (Segreteria di Stato della Migrazione, sempre Dipartimento Sommaruga) a dire che ai finti rifugiati bisogna portare assistenza spirituale islamica; e naturalmente la formazione degli imam la deve pagare il solito sfigato contribuente. Così, oltretutto, si creano anche gli imam di Stato. Ed il passo successivo (scontato) sarà dichiarare l’islam religione ufficiale in Svizzera.
Qualcuno forse fa finta di dimenticarsi che il nostro è un Paese cristiano. Per cui, se i finti rifugiati vogliono assistenza spirituale islamica, stanno a casa loro; oppure chiedono asilo ad un Paese musulmano (ce ne sono tanti, e anche ricchissimi).

E il prossimo passo?

Adesso la kompagna  parlamentare di turno, che guarda caso di lavoro fa l’assistente sociale, aggiunge un nuovo tassello. E pretende di far pagare al contribuente i corsi di educazione sessuale per i migrati economici con lo smartphone, tutti giovani uomini soli (altro che “famiglie”). Così si crea un altro bel piano occupazionale per “consulenti sessuali” targati PS!

Col piffero che paghiamo anche i corsi di educazione sessuale per insegnare (?) ai finti rifugiati come ci si comporta con le donne in Occidente. E quale sarà il prossimo passo? Pagare, sempre con denaro pubblico – ma tanto, come abbiamo appreso la scorsa settimana, i conti della Confederella sono in attivo, per cui: largesse! –  delle professioniste del sesso per permettere ai giovanotti in “arrivo da altre (in)culture”, e che naturalmente non si sognano di adeguarsi alla nostra, di dare sfogo alle proprie esigenze senza infastidire nessuno? E magari questa operazione la spacciamo per “prevenzione”, dato che suona sempre bene e soprattutto fa sempre politikamente korrettissimo?

Föö di ball!

Come ebbe a dire la stessa kompagna Sommaruga dopo i fatti di Colonia: “i migranti che non rispettano le donne non sono al loro posto in Svizzera”. Altro che far entrare tutti ed “educarli sessualmente” a nostre spese. Qui bisogna chiudere le frontiere, rispettivamente espellere. Föö di ball!
Stop a qualsiasi iniziativa volta ad aumentare l’attrattività della Svizzera per i finti rifugiati con lo smartphone!

A maggior ragione se queste iniziative sono foraggiate con soldi  pubblici a profusione e qualcuno – ossia i soliti noti – ci “tetta dentro”.

Lorenzo Quadri

Per cambiare e risparmiare Si deve votare Sì a No Billag

Il sondaggio manda in tilt la casta: in Ticino la “criminale” iniziativa potrebbe passare

Dall’ultimo sondaggio in vista della votazione sulla “criminale“ iniziativa No Billag è emerso che in Ticino i Sì al No Billag sarebbero il 48%, mentre a livello federale il 35%. La notizia ha mandato definitivamente in tilt l’establishment e la Pravda di Comano. Infatti il quadro appare chiaro:

  • Non c’è rischio di chiusura della SSR (e nemmeno della RSI) visto che l’iniziativa non passerà a livello federale. La campagna anti-No Billag impostata sul terrorismo di regime e sui ricatti (chiude la TV di Stato, migliaia di posti di lavoro cancellati, e avanti con gli scenari apocalittici) è dunque diventata inutilizzabile.
  • L’iniziativa potrebbe venire approvata in Ticino. Il che non porterebbe evidentemente alla chiusura della RSI. Però  costringerebbe Comano a tener fede alle promesse di “cambiare” fatte a profusione negli scorsi mesi. Promesse che ai piani alti della TV di Stato non hanno alcuna intenzione di mantenere. Il kompagno direttore Maurizio Canetta auspica(va) infatti di “stravincere” per poter poi, a partire dal 5 marzo, applicare il principio del “passata la festa, gabbato lo santo”.
  • Da qui l’improvvisa virata: la casta ora si inventa la storiella che un sì del Ticino a No Billag ridurrebbe drasticamente (?) la quota parte di canone destinata alla RSI. A parte che alla Pravda di Comano una cura dimagrante non farebbe certo male in quanto:
  • E’ gonfiata come una rana in modo assolutamente sproporzionato alle esigenze del territorio. Questo ha generato, tra l’altro, un’ipermediatizzazione perniciosa per il paese (campagna elettorale permanente, politicanti dall’ego a mongolfiera sempre in video).
  • A Comano usano i soldi del canone per fare il lavaggio del cervello ai cittadini in funzione del pensiero unico (libera circolazione, frontiere spalancate, multikulti, stop ai “beceri populisti”, eccetera).

Sta però di fatto che la storiella della quota parte di canone che verrebbe falcidiata in caso di Sì ticinese al No Billag è una balla di fra’ Luca! L’ennesima frottola inventata dalla casta per fare fessi i cittadini. Infatti, finché c’è un canone obbligatorio, c’è anche l’obbligo di servizio equivalente in tutte le regioni linguistiche. Se i ticinesi continuano a pagare lo stesso canone radiotv degli altri cittadini elvetici, hanno diritto alle stesse prestazioni. O la casta vuole magari sostenere che i ticinesi sono svizzeri di serie B?

  • Il nuovo risibile slogan dei contrari al No Billag per spingere i ticinesi ad affossare la “criminale” iniziativa è il seguente: “non seghiamo il ramo su cui siamo seduti”. Qualcuno evidentemente crede di essere ancora a Carnevale. Il ramo su cui “siamo” seduti? Eh no! Su quel ramo ci stanno seduti quelli che intascano il canone, a partire dai vertici di Comano e dai loro galoppini. Sul ramo ci sta la casta. Non certo i cittadini costretti a pagare e a tacere!
  • Un sostegno massiccio al No Billag è importante per aprire la strada ad iniziative future. Come quella per l’abbassamento del canone a 200 Fr. Se invece l’iniziativa No Billag venisse asfaltata, ci terremo in eterno il canone più caro d’Europa. Dopo essere sceso per un paio d’anni a 365 Fr, il balzello tornerà ai 451 Fr precedenti. Volete proprio continuare a pagarli, questi soldi? Vi crescono in tasca?
  • L’emittente di Stato il “servizio” lo fa all’establishment: manipolazione dell’opinione pubblica ai fini della conservazione e della spartizione del potere. Non lo fa certo ai cittadini, etichettati come “chiusi e gretti” e costretti a pagare e a tacere. Chi non è d’accordo con questo “servizio pubblico” al contrario, ha ancora una settimana di tempo per votare SI’ a No Billag.
  • Il “No critico” non esiste. Se scrivete “No critico” sulla scheda di votazione, ve la annullano. Il No critico è in realtà un Sì acritico all’andazzo attuale. Se in Ticino il Sì non sarà forte, e meglio ancora maggioritario, al dinosauro di Comano non cambierà proprio nulla. Chi vuole il cambiamento vota Sì!

Lorenzo Quadri

Mercato del lavoro ticinese? La partitocrazia se ne frega

Il triciclo PLR-PPD-P$ ha annullato la preferenza indigena decisa dai cittadini

Come c’era da aspettarsi, vista l’aria che tira nella partitocrazia, la maggioranza del parlamento cantonale ha tradito i cittadini e calpestato la democrazia, affossando l’iniziativa “Prima i nostri”. Si tratta della replica di quanto accaduto a Berna nel dicembre 2016 con il “maledetto voto” del 9 febbraio.

Diritto superiore?

A Palazzo delle Orsoline il triciclo PLR-PPD-P$ (con qualche eccezione all’interno del PPD) ha deciso che la volontà popolare sgradita alla casta non si applica, continuando a ripetere il ritornello dell’ “incompatibilità con il diritto superiore” ovvero del “sa po’ mia”. Ma anche il Gigi di Viganello ha capito benissimo che il “sa po’ mia” è un pretesto. La realtà è che il triciclo NON VUOLE.

E’ inutile menarla con il diritto superiore, perché “Prima i nostri” è perfettamente conforme alla Costituzione federale (art 121 a). E’ invece la legge federale d’applicazione del “maledetto voto” del 9 febbraio, voluta dalla casta per bastonare il popolazzo becero che vota sbagliato e per fare bella figura con i padroni UE, ad essere anticostituzionale.

“Sa po’ fa nagott”

Senza contare che “Prima i nostri” ha ottenuto la garanzia federale. Signore e signori del triciclo, non ci si può sempre nascondere dietro la storiella del margine di manovra nullo quando il margine di manovra c’è, semplicemente non viene utilizzato. Perfino gli Stati membri UE fanno (giustamente) le leggi per proteggere il proprio mercato del lavoro.

I ticinesotti sono invasi dai frontalieri; la  maggioranza dei lavoratori in questo Cantone non è svizzero. L’emergenza è evidente da anni; e non stiamo qui a dilungarci su ciò che è noto anche ai paracarri. E qual è la posizione della partitocrazia? Il nulla! “Sa po’ fa nagott”! Il Ticino deve rimanere la “valvola di sfogo” per il disastro occupazionale italiano. Oltreconfine se la ridono a bocca larga dei ticinesotti che votano per difendersi dall’invasione e si vedono annullare l’esito della votazione dai propri politicanti.

Se usasse le stesse energie

La vergognosa sceneggiata parlamentare conferma che la partitocrazia pensa solo ai posti di lavoro della Pravda di Comano, tirandosi giù la pelle di dosso per combattere la “criminale” iniziativa No Billag. Mentre di quelli di tutti gli altri ticinesi se ne impipa! Avanti con l’invasione! “Dobbiamo aprirci”! Chissenefrega di quanti rimangono in disoccupazione ed in assistenza!

Se il triciclo usasse le stesse energie che sta utilizzando per reggere la coda alla  TV di Stato (ovvero per difendere un proprio centro di potere e di propaganda, ovvero ancora per farsi gli affari propri) per tutelare il lavoro dei ticinesi, metà dei problemi di questo Cantone sarebbero già stati risolti da un pezzo.

Senza contare che, se la questione dei frontalieri si ponesse in termini inversi, ovvero se  le Province italiane a noi confinanti avessero il 30% dei posti di lavoro occupati da frontalieri ticinesi, i vicini a sud avrebbero già costruito un muro sul confine da fare invidia a quello di Trump col Messico. Da noi invece i politicanti hanno perfino paura ad applicare le decisioni del popolo.

La farsa delle misure accompagnatorie

Particolarmente ridicolo, poi, il richiamo alle misure accompagnatorie. Da un lato queste misure sono il classico cerotto sulla gamba di legno; quindi inutile tentare di spacciarle per la soluzione. Dall’altro, le misure accompagnatorie sono destinate a decadere in caso di sottoscrizione del famigerato accordo quadro istituzionale voluto, ma guarda un po’, sempre dal triciclo (a livello federela). Per cui, ci vuole già una bella tolla ad invocarle, quando in realtà si sta lavorando per la loro cancellazione integrale!

E che dire del kompagno Bertoli che ricorda che “i cittadini svizzeri hanno votato i bilaterali” dimenticandosi invece che i ticinesi li hanno sempre avversati?

Prendere nota

La rottamazione di “Prima i nostri” dimostra l’urgenza di far saltare la devastante libera circolazione delle persone: sotto con le firme! E ovviamente, prendere nota dei becchini della democrazia in Ticino. Per ricordarsi di non votarli quando, alle prossime elezioni, saranno in giro a fare la questua di schede e crocette per salvare le cadreghe.

Lorenzo Quadri

Nuovo record di frontalieri! Grazie “triciclo”!

Due giorni dopo l’affossamento di “prima i nostri” in Gran Consiglio 

Intanto l’ex partitone pontifica: “No a Prima i nostri, Sì a Prima i migliori”. Traduzione: “Ticinesi , siete a casa in disoccupazione e in assistenza? La colpa è vostra: non valete una sverza! I 65mila frontalieri, invece, sono tutti candidati al Nobel!”

Quando si dice “i casi della vita”! Mercoledì la partitocrazia in Gran Consiglio ha preso a pesci in faccia il 60% dei cittadini ticinesi, rottamando l’iniziativa “Prima i nostri”. Lo ha fatto adducendo il solito pretesto del “sa po’ fa nagott” a cui ormai non crede più nemmeno il Gigi di Viganello. La realtà è che la partitocrazia NON VUOLE fare alcunché per tutelare il mercato del lavoro ticinese devastato dall’invasione da Sud. Evidentemente al triciclo PLR-PPD-P$ e partitini di contorno sta bene così.

Neanche a farlo apposta, per colmo di sfiga, venerdì sono usciti i nuovi dati sul frontalierato in Ticino. E cosa emerge? Esatto! Emerge che i frontalieri sono di nuovo aumentati su base annua, raggiungendo quota 64’885. E l’esplosione c’è stata, ma guarda un po’, nel settore Terziario. Ossia in quelle professioni in cui i frontalieri non colmano alcuna lacuna, ma semplicemente soppiantano i lavoratori ticinesi. I frontalieri attivi nel Terziario avevano raggiunto a fine 2017 quota 41mila, con una crescita di quasi 900 unità nel giro di un anno! Davanti a queste cifre, che vanno di pari passo con l’esplosione dell’assistenza, la partitocrazia cosa fa? Affossa la preferenza indigena! Chissenefrega del lavoro dei ticinesi! Dentro tutti i frontalieri!

Del resto l’ex partitone ha respinto con stizza perfino il micro-provvedimento dei controlli sistematici antidumping sui nuovi permessi di lavoro. Per cui, cosa ci vogliamo aspettare?

Già che ci siamo, ricordiamo anche che il comitato del PLR votò  all’unanimità contro l’iniziativa “Contro l’immigrazione di massa”, e venne asfaltato dalle urne ticinesi. E che, ai tempi della votazione popolare sui bilaterali I (era il 2000) l’allora presidente liblab Fulvio Pelli fece la seguente memorabile dichiarazione: “grazie alla libera circolazione delle persone, i nostri giovani potranno andare a lavorare a Milano”.

La ciliegina

Tanto per mettere la ciliegina sulla torta: all’indomani del Njet a Prima i Nostri con cui ha tradito la volontà popolare e fatto un regalo ai frontalieri e agli imprenditori che abusano della libera circolazione (ricordarsene alle prossime elezioni) l’ex partitone se ne è pure uscito con una perla della seguente levatura: “Noi (PLR) non siamo per “prima i nostri”, siamo per “prima i migliori”. Geniale! I grandi economisti (diploma CEPU?) targati liblab, forti di questo dogma, potranno ora andare a visitare tutti i ticinesi senza lavoro, spiegando a questi ultimi che, se sono in disoccupazione e/o in assistenza, è perché sono delle “mazze”! I 65mila frontalieri in continuo aumento grazie alla partitocrazia, invece, sono tutti candidati al Nobel!

Ma il presidente del PLR Bixio Caprara, che sostanzialmente accusa i ticinesi lasciati a casa e sostituiti con frontalieri di essere delle schiappe e di non valere una sverza, non è mica un funzionario federale con il posto di lavoro ben pagato e garantito a vita?

Lorenzo Quadri

 

 

Qualcuno pensa di giocare al “Machiavelli dei poveri”?

Cadregopoli senza freni! La nomina del nuovo PG trasformata nel mercato del bestiame

 

Lunedì il mercato del bestiame in cui si è trasformato il Gran Consiglio è riuscito ad eleggere all’importante carica di Procuratore generale proprio il candidato che il famigerato assessment zurighese secretato (neanche fosse il Terzo Mistero di Fatima) raccomandava di non eleggere. E le pippe mentali sulla sottile differenza semantica (?) tra “non idoneo” e “non raccomandato” si faccia il piacere di risparmiarcele, visto che la differenza è la stessa che intercorre tra la zuppa ed il pan bagnato.

Anche la commissione di esperti, per quel che conta, puntava un aspirante diverso.
L’indecorosa vicenda della nomina del nuovo Procuratore generale (PG), che evidentemente risponde a criteri di idoneità partitocratica (io do una sedia a te, tu dai una sedia a me) e non qualitativa, scredita sia la giustizia che il parlamento. E certo non fa un favore al neo-PG.
La pantomima dell’assessment prima commissionato dall’Ufficio presidenziale del GC su richiesta del PLR e poi rottamato – con tanto di perizia farlocca per giustificarne l’imboscamento – dallo stesso PLR perché non dava la risposta che il partito voleva avere, segna certamente un punto bassissimo nella vita delle istituzioni ticinesi. Sarebbe questo il famoso “Buongoverno” dell’ex partitone?

Naturalmente il conto di simili complotti sbracati (qualcuno magari pensa di giocare al Machiavelli dei poveri?) lo paga il contribuente. Adesso c’è da sperare che il PLR – in nome del tanto evocato “Buongoverno” – abbia almeno il “guizzo” di prendersi a carico i costi dell’assessment “desaparecido”; e anche quelli della perizia per farlo imboscare. Sarebbe il minimo!

Unica nota positiva

L’unica nota positiva di questo mercato del bestiame su una delle cariche più importanti nella Magistratura ticinese (poi ci si chiede come mai i cittadini non hanno fiducia nella giustizia…) è l’iniziativa parlamentare della Lega per l’elezione popolare del PG, presentata proprio lunedì. In effetti, dopo quel che abbiamo visto nelle scorse settimane, è matematicamente impossibile per il popolo fare peggio del parlamento. Almeno l’elezione popolare porta con sé la legittimazione democratica; e anche la possibilità di lasciare a casa l’eletto al turno successivo, nel caso si rivelasse non meritevole.

Ironia della sorte…

E il colmo è che il Consiglio di Stato, in una presa di posizione dello scorso anno, se ne è pure uscito a dire che l’elezione parlamentare dei magistrati consentirebbe la scelta di candidati “non vicini ad un partito”. Certo, come no! E gli asini volano! Da quando in qua i politicanti eleggerebbero in modo “non politico”?
Purtroppo non ci vuole il mago Otelma per prevedere quale sarà il destino dell’iniziativa parlamentare leghista. Appare infatti evidente che la partitocrazia non ha alcuna intenzione di spossessarsi della prerogativa di utilizzare la carica di Procuratore generale per farne una cadregopoli; l’ennesima. Senza un’iniziativa popolare, dunque, ben difficilmente le cose cambieranno.

Lorenzo Quadri

 

 

Schengen: lo studio farlocco per prenderci per i fondelli!

Berna dipinge scenari apocalittici in caso di disdetta degli accordi-ciofeca

I camerieri dell’UE incadregati in Consiglio federale diventano sempre più prevedibili. Visto che i fallimentari accordi di Schengen notoriamente ciurlano nel manico – ormai gli unici rimasti a rispettarli pedissequamente sono gli svizzerotti fessi, mentre gli Stati membri UE se ne impipano – ecco che i “sette maghi”, con la scusa di adempiere ad una richiesta parlamentare, producono un rapporto, clamorosamente farlocco, su quanto costerebbe alla Svizzera uscire da Schengen.

Ed infatti, come da copione, dallo studio taroccato secondo i desideri del committente euroturbo, emerge che uscire da Schengen implicherebbe, per il nostro Paese, una vera catastrofe economica, una tragedia, un’apocalisse! Addirittura si scrive che l’uscita dagli accordi-ciofeca costerebbe 10 miliardi di franchetti! Perdindirindina!

Indagini taroccate

Signori camerieri dell’UE, e queste fregnacce a chi pensate di dare a bere? Anche il Gigi di Viganello è in grado di accorgersi che, se paragonate allo “studio” (?) sui costi dell’uscita da Schengen, perfino le statistiche della SECO sull’occupazione in Ticino (taroccate appositamente per far credere al popolazzo “chiuso e gretto” che la libera circolazione delle persone sia una figata pazzesca) sono meritevoli di candidatura al Nobel per l’economia!

Infatti, si dà il caso che ad allestire il rapporto farlocco sui costi dello “Schengen-exit” sia stato tale istituto Ecoplan, specializzato in analisi “compiacenti”. Non per nulla ne ha già prodotta una, indecorosa, a sostegno dei Bilaterali 1.

Sovranità erosa

Questi studi, che sono semplici strumenti di propaganda di regime ammantati di “scientificità” fasulla per gettare fumo negli occhi ai cittadini, hanno sempre lo stesso obiettivo: fare il lavaggio del cervello agli svizzerotti nel nome del sacro dogma (?) delle frontiere spalancate e del “devono entrare tutti”.

Il rapporto taroccato “pro-sacoccia Consiglio federale”, infatti, spara la cifra di 10 miliardi di costi in caso di uscita della Confederella da Schengen (ma va là…); però non fa un cip su quanto invece spendiamo per restarci, in questi accordi-ciofeca!

I quali accordi, non dimentichiamolo, continuano a gonfiarsi a suon di aggiunte. E ad esse, come paesi firmatari, siamo costretti (?) ad adeguarci. Risultato: la nostra sovranità ed i nostri diritti popolari vengono erosi con la tattica del salame (una fetta alla volta) da accordi internazionali del piffero!

Costi moltiplicati

Tornando ai costi di Schengen: prima della votazione sul tema (giugno 2005) la partitocrazia assicurò che l’adesione ci sarebbe costata 8 milioni all’anno. Ebbene, ma guarda un po’, nel 2010 i milioni annuali erano già diventati 185. Ovvero, ben 23 volte di più! Se questa non è una truffa…! E allo stato attuale la fattura complessiva (che naturalmente “Berna” tiene rigorosamente imboscata) è di certo ancora lievitata. Basti pensare che (come risulta da una presa di posizione dell’Udc nazionale) nel 2010 gli “sviluppi” di Schengen erano 112,  mentre oggi sono diventati più di 200.

Accordi da disdire!

Va da sé che il rapporto farlocco tace sulle conseguenze dello scellerato divieto di controlli sistematici sui confini imposto da Schengen. Un divieto che ha costi sociali ed economici clamorosi: frontalierato del crimine, invasione di finti rifugiati con lo smartphone, rimpatri Dublino che riescono solo in pochi casi, eccetera eccetera.

Ma non è tutto. A dimostrazione della qualità (?) dello studio di Ecoplan, esso indica, tra le disastrose conseguenze di un’uscita da Schengen, una “diminuzione dei frontalieri e un leggero aumento dei salari”. Come se si trattasse di qualcosa di negativo!
Dimostrazione più lampante di questa che lo studio farlocco di Ecoplan va gettato nel cestito della carta straccia, assieme a tutta la ciofeca-Schengen, non la si potrebbe trovare.

Avanti con la reintroduzione dei controlli sistematici sul confine!

Lorenzo Quadri

I diritti popolari sabotati dai camerieri dell’UE

La Commissione degli affari giuridici (CAG) silura l’iniziativa contro i giudici stranieri

La politica delle braghe calate e dello smantellamento della nostra democrazia diretta (o semidiretta) procede. La casta vuole esautorare i cittadini a suon di accordi internazionali del piffero. La democrazia svizzera va rottamata perché bisogna (?) essere “aperti” ed “eurocompatibili”! E visto che negli Stati UE il popolo non può decidere un tubo, perché decide tutto la casta, questo è il modello che i camerieri bernesi di Bruxelles ci vogliono imporre.

Ben lo dimostra il categorico njet (12 a 1) pronunciato la scorsa settimana dalla Commissione degli affari giuridici (CAG) degli Consiglio degli Stati sull’iniziativa “Il diritto svizzero anziché giudici stranieri”, detta anche “iniziativa per l’autodeterminazione”, promossa dall’Udc nazionale.

Iniziativa indispensabile

L’iniziativa chiede che il diritto costituzionale svizzero prevalga sempre su quello internazionale. Fanno eccezione le norme cosiddette “imperative” (ius cogens). I trattati internazionali contrari alla Costituzione vanno rinegoziati; e, se ciò non è possibile, disdetti.

L’obiettivo dell’iniziativa è chiaro: impedire che il diritto internazionale venga utilizzato come pretesto per non applicare la volontà popolare “sgradita” alla partitocrazia spalancatrice di frontiere e multikulti. Che è poi quello che accade sempre più spesso. Vedi il “maledetto voto” del 9 febbraio. Ma anche la non espulsione dei criminali stranieri. Al proposito ha fatto assai discutere, ed a ragione, la sentenza emessa lo scorso mese di ottobre dal Tribunale cantonale zurighese che, con una sciagurata decisione buonista-coglionista (anzi: coglionista e basta), ha gettato nel gabinetto la votazione popolare sull’espulsione degli stranieri che delinquono. Trattandosi infatti di stabilire se un picchiatore 27enne tedesco, che ne ha fatte peggio di Bertoldo, potesse essere sbattuto fuori della Svizzera, il tribunale in questione, smentendo i giudici di prima istanza (tutti beceri leghisti populisti e razzisti? Tutti incompetenti?) ha decretato che “sa po’ mia”: ai dire dei legulei zurighesi, infatti, la devastante libera circolazione delle persone prevale sull’espulsione dei delinquenti stranieri decisa dal popolo, confluita nella Costituzione e poi –  naturalmente in modo molto annacquato (grazie partitocrazia!) – nella nuova legge sugli stranieri.

La scellerata sentenza, che se dovesse venire confermata dal Tribunale federale (aspettarsi il peggio…) segnerebbe la fine dei diritti popolari, è stata aspramente criticata. Non solo dai soliti “razzisti e xenofobi” ma anche da fior di esperti di diritto internazionale, come la professoressa Christa Tobler.

Svendere la Svizzera?

La necessità di approvare in votazione popolare l’iniziativa per l’autodeterminazione appare dunque in tutta la sua evidenza. Se questo non accadrà, quanto stabilito dal tribunale cantonale zurighese, e anche dalla maggioranza bulgara (12 a 1) della Commissione degli Affari giuridici del Consiglio degli Stati, ossia la preminenza del diritto internazionale sulla Costituzione e quindi sulla volontà popolare, diventerà un dato di fatto. Ciò equivarrebbe al funerale della nostra democrazia. Perché a comandare non sarebbero più i cittadini tramite la Costituzione, bensì politicanti bramosi di svendere la Svizzera e funzionarietti stranieri. La vergognosa rottamazione del “maledetto voto” del 9 febbraio ad opera del triciclo PLR-PPD-P$$ alle Camere federali (ricordarsene alle prossime elezioni) diventerà la prassi quotidiana. Quanto deciso dai cittadini rimarrà, sistematicamente, lettera morta.

Smontano i diritti popolari

Del resto è da tempo che l’élite spalancatrice di frontiere attenta ai diritti popolari. Li vuole smontare per potersi fare i propri comodi. Vedi le prese di posizione del sedicente “serbatoio di pensiero” (Think Tank) Avenir Suisse, vicino all’ex partitone, secondo cui l’esercizio dei diritti popolari andrebbe reso più difficile: è inconcepibile che sia il popolazzo che “vota sbagliato” a decidere il futuro del Paese! (Da notare che gli aspiranti Nobel di Avenir Suisse nelle scorse settimane sono pure riusciti a venirci a raccontare la fregnaccia che nel nostro Cantone non esiste un problema legato all’invasione da sud. Il soppiantamento dei residenti con frontalieri ed il dumping salariale sono solo una balla della Lega populista e razzista. Questo tanto per inquadrare meglio da che parte tira il sedicente “serbatoio di pensiero”).

Annullare il modello svizzero

Asfaltare l’iniziativa “il diritto svizzero anziché giudici stranieri” vuol dire sancire la preminenza del diritto internazionale su quello costituzionale svizzero. In parole povere,  significa annullare la nostra democrazia diretta. Ovvero, distruggere la principale caratteristica del “modello svizzero”. E a sostenere questo scempio – un vero e proprio tradimento! – sono poi gli stessi politicanti che si riempiono ipocritamente la bocca con il carnascialesco slogan No Billag – No Svizzera!

Stabilità?

A dir poco inconsistente l’argomento dei senatori contrari all’iniziativa contro i giudici stranieri.  Infatti costoro se ne escono a raccontare che l’iniziativa per l’autodeterminazione “creerebbe solo incertezze”. Ma a chi credono di darla a bere questi politicanti? A creare incertezze è semmai la messa in discussione, leggi rottamazione, delle votazioni popolari! Che quanto deciso dal popolo venga azzerato da camerieri dell’UE e/o da legulei stranieri: questo sì che causerebbe un danno incalcolabile alla stabilità svizzera, e quindi anche alla nostra piazza economica! Quelle dei signori senatori membri della CAG sono solo le solite fanfaluche con cui l’establishment tenta di esautorare i cittadini svizzeri, rei di non essere più così disposti a farsi impressionare dai ricatti e dalle minacce con cui la casta ci inonda prima di ogni  votazione importante, sperando così di indurre la gente, tramite terrorismo di Stato, a votare contro gli interessi della Svizzera e dei suoi abitanti.

Lorenzo Quadri

La chicca

Nella Commissione degli affari giuridici (CAG) del Consiglio degli Stati siede anche il radikale ticinese Fabio Abate. Vuoi vedere che tra i 12 “senatori” che hanno asfaltato l’iniziativa “il diritto svizzero anziché i giudici stranieri”, stabilendo quindi la preminenza del diritto internazionale su quello costituzionale svizzero, ciò che equivarrebbe alla FINE della nostra democrazia diretta, c’è pure lui? Ma il buon Abate non è mica uno di quelli che si riempiono  la bocca con il carnascialesco slogan No Billag – No Svizzera??

 

Il finto rifugiato avvelenatore rimane beato in Svizzera!

TF: ennesima sentenza buonista-coglionista a beneficio di un criminale straniero

 

Evvai con le sentenze buoniste-coglioniste del Tribunale federale a beneficio dei criminali stranieri, che possono rimanere tutti in Svizzera! Ci rimangono a delinquere e, nel contempo, a farsi mantenere dagli svizzerotti fessi!

E’ il massimo: il solito sfigato contribuente è costretto dall’élite spalancatrice di frontiere a mantenere tutta la foffa. E poi la stessa élite – partitocrazia, stampa di regime (a partire dall’emittente di Stato), intellettualini da tre e una cicca,… – senza vergogna accusa i cittadini svizzeri di essere “razzisti, chiusi, gretti”.

Il caso di questa volta è particolarmente grave. Il delinquente straniero in questione è un finto rifugiato afghano di 28 anni, arrivato in Svizzera da bambino e che ha cominciato a delinquere quando di anni ne aveva 15. E non si è trattato di un inciampo isolato. Fin dall’adolescenza questo finto rifugiato infrange la legge in modo grave. E’ un criminale incallito ed evidentemente incorreggibile.

5 anni di prigione

Di condanne ne ha infatti cumulate nove, facendosi in totale cinque anni di prigione. E, con la nostra giustizia lassista (come sappiamo è inflessibile solo con gli automobilisti incappati nel bidone Via Sicura), per farti cinque anni di galera, soprattutto sei giovane, devi già averne combinate di belle grosse!

Ed infatti la fedina penale del migrante afghano sembra l’elenco del telefono:

  • Rapina
  • Furto
  • Vie di fatto
  • Violazioni di domicilio
  • Danneggiamenti
  • E addirittura “lesioni personali semplici con l’uso di veleno”!

A ciò si aggiunge che anche nelle nostre lussuose carceri stellate finanziate dal contribuente (effetto dissuasivo: pari allo zero, soprattutto per chi arriva da  realtà “un po’” diverse dalla nostra) il comportamento dell’asilante emulo dei Borgia è stato tutt’altro che esemplare: infatti si è reso colpevole di episodi di violenza nei confronti di altri detenuti (presumibilmente anche loro “non patrizi”;  basti pensare che all’Hotel Stampa gli “ospiti” stranieri arrivano fino all’80%).

Lo ospitano i burocrati?

Adesso, accade che al “Borgia” afghano è finalmente stato revocato il permesso di domicilio. Già nel 2010 e nel 2014 il servizio della migrazione friborghese (Cantone che ha l’onore ed il piacere di ospitare una simile “risorsa da integrare, che pagherà le pensioni agli svizzeri”) aveva chiesto alla SEM (Segreteria di Stato della migrazione, organo della Confederella) di revocare al galantuomo lo statuto di rifugiato. Alla buon’ora, si potrebbe dire. Ma i burocrati della SEM hanno risposto entrambe le volte picche! Evviva! Il finto rifugiato e criminale incallito, lo ospitano a casa loro questi funzionari con i piedi al caldo?

Il Cantone ha dunque deciso di revocare il permesso di domicilio, intimando all’afghano di lasciare la Svizzera. Decisione confermata dal Tribunale amministrativo cantonale (che presumibilmente non è un covo di beceri leghisti, populisti e razzisti).

Irrompe il TF

Tutto è bene quel che finisce bene? Col piffero, perché sulla vicenda, e ti pareva, irrompono i legulei del Tribunale federale. Irrompono, evidentemente, non di propria iniziativa, ma perché il finto rifugiato avvelenatore ha presentato ricorso. Da notare che gli avvocati glieli paga il contribuente!

E gli azzeccagarbugli del TF, come c’era da temere, se ne escono con l’ennesima sentenza buonista-coglionista a tutto beneficio del delinquente straniero. L’Alta corte ammette che il ricorrente “ha dimostrato una totale incapacità ad adattarsi al sistema giuridico svizzero”. Però gli svizzerotti lo devono accogliere e mantenere lo stesso! Infatti, secondo il TF, la decisione dell’autorità cantonale non rispetta il principio di proporzionalità. E questo perché, qualora il 28enne dovesse tornare in Afghanistan, faticherebbe a reintegrarsi e sarebbe esporto al rischio di tortura (?). “La decisione cantonale ha dunque violato l’art. 96 della Legge sugli stranieri e l’art. 65 della Legge sull’asilo”, conclude il TF.

I conti non tornano

Ohibò. Sinceramente, delle difficoltà di reintegrazione che l’avvelenatore straniero incontrerebbe al suo paese d’origine non ce ne potrebbe fregare di meno. E chi lo dice che sarebbe esposto al rischio di tortura? E’ stata commissionata una perizia segretissima al Gigi di Viganello?

Qui i conti non tornano. Se al Tribunale amministrativo cantonale hanno deciso per l’espulsione, vuol dire che anche questa ipotesi era giuridicamente sostenibile. A meno che si voglia sostenere che i giudici cantonali non capiscano un tubo di diritto… O vuoi vedere che al TF (nominato dalla casta) hanno per l’ennesima volta utilizzato il loro margine di manovra per praticare la politica del “devono entrare tutti” e tenere in Svizzera tutti i delinquenti stranieri, impipandosene delle decisioni popolari in senso contrario?

Lorenzo Quadri

 

 

 

 

 

E noi dovremmo concedere la libera circolazione alla Turchia?

Ankara torna alla carica con l’adesione all’UE; e non è uno scherzo di Carnevale

 

Un paio di settimane fa il presidente (sempre che sia  questa  la definizione adatta) turco Erdogan si è recato in quel di Roma. Il “sultano”, come se “niente fudesse”, ha riportato sul tavolo la questione, che dovrebbe essere morta e sepolta, dell’adesione della Turchia all’Unione europea. E, già che c’era, si è pure messo a blaterare di “xenofobia”: evidentemente ha capito che, con certi occidentali calabraghe – a Berna e non solo – basta pronunciare questa parolina magica affinché le frontiere si spalanchino.

Nemico storico

La Turchia di Erdogan, che si è involuta a ritmo accelerato verso il radicalismo islamico ed il regime autoritario, è quanto di meno europeo ed eurocompatibile si possa immaginare. E non certo da oggi. Da secoli la Turchia è un nemico storico dell’Europa e del Cristianesimo. Vedi le varie battaglie di Lepanto e di Vienna. La sconfitta dei turchi alle porte della capitale imperiale diede origine, secondo le leggende culinarie, al Croissant (ripreso dalla mezzaluna islamica) e al cappuccino. Ma in precedenza anche un altro personaggio cristiano (ortodosso), che in questi giorni di Carnevale è stato ampiamente protagonista, acquisì fama per le battaglie contro l’avanzata islamica. Vlad III, voivoda (=principe) di Valacchia, meglio noto come Vlad Dracula, e poi solo come Dracula, morì alla fine del 1476 combattendo contro i turchi per difendere il proprio principato, oggi confluito nella Romania. (Quattro secoli dopo, il romanzo di Bram Stoker consegnò Dracula a fama “immortale”  – è il caso di dirlo –  aggiungendo il vampirismo alla lunga lista di nefandezze di cui il principe venne accusato in vita, accuse che conobbero larga diffiusione grazie all’invenzione della stampa a metà del Quattrocento. I pamphlet tedeschi contro Vlad sono probabilmente il primo esempio di campagna diffamatoria a mezzo stampa. Grazie a questi fascicoli, l’Europa poté apprendere con sadica libidine il dettaglio delle presunte atrocità commesse dal regnante valacco. Stoker quattro secoli dopo aggiunse alla lunga lista di addebiti anche il vampirismo: uno dei pochi crimini di cui mai Vlad venne accusato prima, malgrado nella sua terra la credenza in queste creature fosse ben radicata. Questo per una contraddizione in termini: secondo le simpatiche usanze del tempo, dopo la sua morte in battaglia la testa tagliata del voivoda venne portata al sultano turco come trofeo, ed esposta a Costantinopoli. Ma tagliare la testa ad un cadavere, assieme al notorio paletto di frassino conficcato nel cuore, era uno dei modi per distruggere un vampiro, rispettivamente per impedire che un morto lo diventasse. Di conseguenza, per il “buon” Vlad, una “carriera” vampiresca era esclusa a priori).

Finanziano la diffusione dell’integralismo

Tornando ai tempi nostri ed alla Turchia attuale. E’ forse il caso di ricordare che proprio da lì arrivano i finanziamenti a centri culturali islamici e a moschee che diffondono il radicalismo alle nostre latitudini. Ed è infatti per questo motivo che chi scrive ha proposto tramite mozione di impedire i finanziamenti esteri a tali organizzazioni. La mozione è stata approvata dalla maggioranza del Consiglio nazionale, contro la volontà del Consiglio federale e della ministra del “devono entrare tutti”, kompagna Simonetta Sommaruga; gli Stati si devono ancora esprimere.

Aggiungiamo poi che l’autorità religiosa turca ad inizio anno ha sdoganato  le spose bambine di 9 anni, e siamo a posto! Pretendere che un paese del genere – che come detto è stato per secoli il nemico storico dell’Europa – entri nell’UE, può essere solo uno scherzo di Carnevale.

Braghe calate

E’ quindi scandaloso che i funzionarietti di Bruxelles, così bravi nel discriminare e ricattare gli svizzerotti fessi, non siano stati capaci di dire a Erdogan che di far entrare la Turchia nell’UE non se ne parla nemmeno. Né ora, né mai.

Intanto, Bruxelles ha calato le braghe davanti alla Turchia già nel 2016. Ha infatti accordato i visti agevolati ai cittadini turchi per lo spazio Schengen, malgrado i requisiti per la concessione di simili agevolazioni non fossero nemmeno lontanamente adempiuti.  Questo dopo che Ankara aveva minacciato, in caso di diniego, di lasciar passare tutti i finti rifugiati diretti ad ovest. Visto che anche la Svizzera fa parte dello spazio Schengen, le capitolazioni di Bruxelles sui visti  toccano direttamente anche noi.
Non osiamo quindi immaginare cosa succederebbe in caso – per fortuna si tratta per ora di ipotesi fantascientifica; ma per quanto? – di adesione della Turchia all’UE. La Svizzera dovrebbe estendere la libera circolazione al nuovo Stato membro della Disunione europea, dove il radicalismo islamico dilaga.

Un motivo in più per abolire quanto prima tale scellerato accordo bilaterale. Firmate tutti l’iniziativa popolare contro la libera circolazione!

Lorenzo Quadri

 

 

Passaporti in regalo alla faccia dell’ “integrazione”

Stranieri di terza generazione: naturalizzazioni agevolate in vigore da metà febbraio

Ma che gioia, che gaudio e che trionfo! Da qualche giorno, ossia dalla metà di febbraio, i giovani stranieri di terza generazione possono beneficiare delle naturalizzazioni quasi automatiche, decise in votazione popolare lo scorso anno. Il Consiglio federale ha infatti emanato le necessarie modifiche di ordinanza. In Ticino l’ennesima agevolazione all’ottenimento del passaporto rosso è stata accettata solo per una manciata di voti.

Ohibò: ma allora, quando si  tratta di naturalizzare a go-go, improvvisamente ecco che la volontà popolare viene applicata! Se invece i cittadini decidono di espellere i delinquenti stranieri o di limitare la libera circolazione delle persone, la musica cambia! La democrazia, per la partitocrazia multikulti e spalancatrice di frontiere, funziona solo a senso unico!

La presa per i fondelli

Dopo aver preso per  i fondelli i cittadini durante tutta la campagna di votazione sulla naturalizzazione (quasi) automatica dei giovani stranieri di terza generazione, il Consiglio federale continua ora sullo stesso tono. Annunciando con la massima goduria la nuova procedura, infatti, i sette scienziati nei loro comunicati scrivono la seguente, vistosa fandonia: “i giovani stranieri le cui famiglie vivono in Svizzera da generazioni e che sono ormai da tempo integrati nel nostro Paese potranno usufruire della procedura di naturalizzazione agevolata”. Bisogna riconoscerlo: per raccontare così tante balle in così poche parole ci vuole del talento.

Terza generazione

Tanto per cominciare, i giovani stranieri di terza generazione non sono affatto “giovani le cui famiglie vivono in Svizzera da generazioni”.

I requisiti per beneficiare  della nuova naturalizzazione agevolata sono infatti i seguenti:

  • essere nato in Svizzera, avervi frequentato per almeno cinque anni la scuola dell’obbligo ed essere titolare di un permesso di domicilio;
  • almeno uno dei genitori (!) deve aver soggiornato in Svizzera per almeno dieci anni, avervi frequentato la scuola dell’obbligo per almeno cinque anni ed aver ottenuto un permesso di domicilio;
  • almeno uno dei nonni (!) deve aver acquisito un diritto di dimora (permesso B!) o essere nato in Svizzera. La titolarità del diritto di dimora dovrà essere resa verosimile (sic!) con documenti ufficiali.

Altro che “giovani le cui famiglie vivono in Svizzera da generazioni”!

Assunti farlocchi

Ulteriore panzana manifesta: la pretesa che questi giovani stranieri di presunta “terza generazione” siano integrati per definizione. Un assunto, questo, che non sta in piedi. Dall’esperienza fatta nei Paesi a noi confinanti emerge che parecchi seguaci dell’Isis sono proprio giovani di terza generazione (alcuni sociologi parlano di “generazione Allah”). Inutile girarci attorno: certi stranieri, provenienti da retroscena culturali, religiosi e sociali incompatibili con i nostri, non potranno mai essere integrati, indipendentemente dalle “generazioni”.

E il massimo è che l’integrazione dei beneficiari della naturalizzazione (quasi) automatica, con le nuove regole non la controllerà più nessuno. O meglio: la controlleranno gli uffici della Confederella, basandosi unicamente sulle scartoffie inviate dai candidati. Che però  da sole non bastano nemmeno lontanamente a farsi un’idea della reale integrazione degli aspiranti svizzeri. Chi non avrà più niente da dire sarà l’autorità di prossimità. I Comuni dunque. Gli unici che possono sapere, con una certa affidabilità (in ogni caso ben lungi dall’infallibilità) se l’aspirante cittadino elvetico è o no integrato, in quanto lo conoscono, non avranno più alcuna voce in capitolo.

Paesi confinanti?

Sicché, le nuove regole servono a facilitare l’accesso alla cittadinanza svizzera – che, come sappiamo, una volta conferita è praticamente irrevocabile –  anche a persone che non sono integrate. Perché, contrariamente a quello che credono o fingono di credere  i politikamente korretti, si può benissimo aver vissuto in Svizzera per decenni senza per questo essere integrati. E’  il caso di non pochi dei padri islamici che proibiscono alle figlie di andare a lezione di nuoto, ad esempio.

E nemmeno si tenti di spacciarci la favoletta che a beneficiare della nuova naturalizzazione agevolata saranno per lo più persone in arrivo da paesi a noi confinanti e di culture simili alla nostra. Il 40% dei naturalizzati degli ultimi 10 anni proviene dalla Turchia e dall’area balcanica.

Taroccare le statistiche

Di conseguenza, le nuove regole spalancheranno le porte a naturalizzazioni immeritate, e soprattutto serviranno a taroccare le statistiche sugli stranieri, che diventano in effetti sempre più imbarazzanti. Attualmente gli stranieri in Svizzera sono un quarto della popolazione. Per i multikulti diventa arduo ricattare gli svizzerotti con accuse di razzismo davanti a cifre del genere. Idem per i loro alleati, ossia gli organismi internazionali che vogliono comandare in casa nostra. Sicché, occorre far sparire dalle statistiche il maggior numero possibile di migranti. Passaporti rossi per tutti!

Intanto in Giappone gli stranieri sono il meno del 2% della popolazione. Ma nessuno osa fare un cip. Forse perché nel Sol levante sono un po’ meno calabraghe che a Palazzo federale?

Lorenzo Quadri

 

“Prima i nostri”: l’ora della verità

Il Gran Consiglio deciderà nei prossimi giorni sulla preferenza indigena  

La partitocrazia, vogliosa di ripetere lo sconcio perpetrato alle Camere federali con il “maledetto voto” del 9 febbraio, dovrà mettere fuori la faccia

Nella seduta che inizierà domani, il Gran Consiglio dovrà decidere sull’iniziativa “Prima i nostri”, quella che prevede l’introduzione della preferenza indigena. In linea di massima, gli schieramenti sono già noti: a sostegno dell’iniziativa, Lega, Udc, ed i Verdi ala “ex Savoia”. Contro, la partitocrazia compatta! Con in testa l’ex partitone, il quale non ha mancato di fare cagnara – anche tramite i propri soldatini piazzati nelle associazioni economiche – perfino contro il modesto provvedimento dei controlli antidumping prima del rilascio di nuovi permessi.  Ricordiamo le sbroccate liblab contro la maggioranza parlamentare rea di aver votato tale misura, certo giusta ma di piccolo cabotaggio: “vergogna! Norma illegale! Il parlamento non è serio!”. Questi gli alti lai che si levavano dal campo dell’ex partitone, che evidentemente non vuole porre alcun freno all’invasione da sud, ed al conseguente soppiantamento dei ticinesi con frontalieri e dumping salariale. E nemmeno si sogna, l’ex partitone, di arginare l’arrivo selvaggio di ditte-foffa dalla vicina Penisola, che semplicemente approfittano del nostro territorio,  assumono solo frontalieri e ne combinano peggio di Bertoldo.

L’assistenza cresce ancora

Nei prossimi giorni il Gran Consiglio voterà dunque su “Prima i nostri” e sulla preferenza indigena. Temi molto più importanti dei controlli antidumping. Proprio di recente è stato reso noto l’ennesimo aumento dei casi d’assistenza in Ticino, ormai vicini agli 8200, con una crescita su base annua del 2.5%. Ironia della sorte, lo stesso giorno la SECO ha divulgato l’ennesima statistica farlocca sulla disoccupazione, la quale ci viene spacciata per stabile; per cui “l’è tüt a posct”!

Peccato che i dati dell’assistenza raccontino invece una storia diversa. Ovvero, raccontano che la libera circolazione delle persone è un disastro. Che essa porta alla sostituzione dei ticinesi con frontalieri. E si abbia almeno la decenza di non venirci più a raccontare la penosa balla dei “lavori che i ticinesi non vogliono più fare”. I frontalieri sono quadruplicati nel settore Terziario – dove non c’è alcun bisogno di importare manodopera dall’estero – passando da 10mila a 40mila!

Inoltre tutte le analisi rilevano che i nuovi frontalieri hanno profili “simili” ai ticinesi. Quindi non li integrano sul mercato del lavoro, semplicemente li soppiantano. Non è certo un caso se in Ticino ci sono ormai più lavoratori stranieri che svizzeri. E poi l’élite spalancatrice di frontiere ci viene a raccontare che non c’è alcuna invasione, che sono tutte balle della Lega populista e razzista?

Ci piacerebbe poi sapere in quale altro paese si trovano cifre e percentuali del genere. O, girando la domanda: in quale altro paese i governanti avrebbero permesso che si giungesse a situazioni così paradossali? E in quale altro paese i politicanti responsabili di un simile sfacelo, che per di più  rifiutano stizziti di rimediare al disastro arrivando al punto di rottamare perfino la volontà popolare, non sarebbero già stati cacciati a calci là dove non batte il sole?

Chi sono i barlafüs?

La Costituzione federale, e questo dal lontano 9 febbraio 2014, prevede la preferenza indigena ed i contingenti. Qualsiasi modifica di legge in questo senso è dunque coperta dalla Costituzione federale. Del resto, “Prima i nostri” ha ricevuto la garanzia federale. Che poi il triciclo PLR-PPD-P$ a Berna, che evidentemente prende ordini dai balivi UE e non dai cittadini svizzeri (sicché, alle prossime elezioni, che lor$ignori i voti li vadano a chiedere a Bruxelles), partorisca una legge d’applicazione scandalosa, ossia il famoso compromesso-ciofeca, che di fatto azzera la volontà popolare, nulla cambia ai contenuti della Costituzione. Dimostra invece che la partitocrazia a Berna vota leggi anticostituzionali. Ecco chi sono i parlamentari-barlafüs, cari soldatini dell’ex partitone! I vostri rappresentanti a Berna! Non certo chi vuole applicare la volontà dei cittadini!

Sfracelli a cascata

Sugli effetti disastrosi della libera circolazione delle persone sul mercato del lavoro ticinese, con sfracelli a cascata anche in altri ambiti come sicurezza, viabilità ed inquinamento, non serve dilungarsi più di tanto. Sono sotto gli occhi di tutti. (Intanto però i Verdi ticinesi difendono la libera circolazione delle persone e dunque l’arrivo quotidiano in Ticino di 65mila frontalieri uno per macchina. Quando si è come le angurie, verdi fuori ma ro$$i dentro, è fatale prodursi in simili boiate).

E’ quindi evidente che la libera circolazione delle persone deve saltare. Ed infatti la Lega sta raccogliendo le firme per l’iniziativa contro la libera circolazione.  Nell’attesa che il popolo possa determinarsi su questa iniziativa – e ci vorranno anni –  ancora più evidente è la necessità di applicare quanto deciso dal 60% dei ticinesi che hanno votato Sì a Prima i nostri.

Presto gli affossatori della volontà popolare dovranno mettere fuori la faccia in Gran Consiglio. Ed è evidente che il Mattino pubblicherà nome e cognome dei deputati che avranno votato contro la preferenza indigena. Così, quando questi signori tra un annetto saranno in giro ad elemosinare voti per confermare la bramata cadrega, i cittadini “stalkerati” da richieste di sostegno sapranno cosa rispondere.

Lorenzo Quadri

 

Restituire i soldi ai cittadini

Nelle casse della Confederazione utile di 2.8 miliardi invece di 250 milioni di deficit?

Ma guarda un po’: altro che “gh’è mia da danée”, altro che “bisogna tirare la cinghia”. Le casse della Confederella ancora una volta scoppiano di soldi. Il bilancio del 2017 avrebbe dovuto chiudere con 250 milioni di rosso ed invece i conti sono in attivo di 2.8 miliardi di franchetti. E c’è chi dice che in realtà i miliardi “in esubero” sarebbero ancora di più.

Un “caso isolato” (per citare  il ritornello che la partitocrazia spalancatrice di frontiere utilizza per qualificare gli stranieri che delinquono)? No di certo, poiché, con una sola eccezione, dal 2004 lo scenario è sempre il medesimo: nelle casse della Confederazione a fine anno appaiono i tesoretti.

Clamoroso quanto accaduto nel 2000. In quell’anno,  invece di un buco di 1.8 miliardi, dopo aver fatto i conti col pallottoliere il Dipartimento delle Finanze scoprì un avanzo di 4 miliardi. Quindi conti sbagliati di quasi sei miliardi, che non sono proprio noccioline! L’allora ministro delle finanze, il liblab Kaspar Villiger, ammise che “abbiamo un problema di credibilità”. Un problema persistente perché – come indica un filmato pubblicato sul sito della RSI – dal 2006 ad oggi si sono registrate eccedenze complessive di 30.5 miliardi di Fr quando invece, se i preventivi fossero stati fedefacenti, ci sarebbe dovuto essere un passivo di un miliardo.

Lo spauracchio

Va bene la storiella delle entrate straordinarie; che però tanto “straordinarie” non devono essere, visto che la commediola si ripete ogni anno.

Nessuno evidentemente si augura il “grounding” della Confederazione. Ma non ci va neanche bene che si continui ad agitare lo spauracchio delle casse vuote per far tirare la cinghia alla gente (ciononostante, però, i miliardi da regalare all’estero si trovano sempre), per inculcare al popolino che bisogna lavorare fino a 70 anni, ed altre amenità. E quando poi le cifre di fine anno smentiscono le previsioni catastrofiste, si fa finta di niente! Anzi, si pretendono addirittura gli applausi…

Gonfiare la burocrazia?

Gli è che lo Stato non può ingrassarsi a spese dei cittadini che fanno invece sempre più fatica. Anche perché poi le eccedenze vengono usate  per gonfiare la burocrazia, per regalare miliardi all’estero, per mantenere finti rifugiati con lo smartphone, eccetera. Mentre – tanto per citare un esempio a caso – quando si tratta di migliorare la sicurezza sulle frontiere col Belpaese si viene a raccontare che non ci sono soldi per potenziare le guardie di confine. I soldi ci sono solo per spendere sempre di più per il bidone-Schengen!

E sul fatto che ci sia bisogno di potenziare la sicurezza delle frontiere a sud, non ci pare proprio che si possa sindacare. A parte il frontalierato del crimine, ricordiamoci che la Penisola è afflitta da un gravissimo problema di clandestinità, ed uno dei nigeriani coinvolto nell’omicidio della 18enne Pamela Mastropietro, raccapricciante caso di cronaca nera che sta infiammando la campagna elettorale italiana, è stato fermato alla stazione di Milano mentre tentava di scappare in Svizzera.

Ridare i soldi

Non vorremmo poi che l’ennesimo tesoretto “inaspettatamente apparso” nelle casse della Confederazione servisse ad agevolare iniziative scellerate, come il regalo di 1.3 miliardi senza alcuna contropartita alla fallita UE. O che autorizzasse qualcuno (ad esempio la ministra del “devono entrare tutti” kompagna Simonetta Sommaruga) a diventare più largheggiante con i finti rifugiati, perché “tanto i soldi ci sono”. Se lo Stato si ritrova con soldi in esubero, non deve inventarsi manovre acrobatiche per spenderli (magari a vantaggio di chi non li merita). Semplicemente, li deve ritornare ai cittadini tramite sgravi fiscali.

Lorenzo Quadri

La TV di Stato danneggia la democrazia

Casta, stop alle fregnacce sulla “patria in pericolo” (uella!) per colpa del No Billag

La propaganda di regime della TV di Stato  contro la “criminale” iniziativa No Billag ha ormai raggiunto livelli insopportabili. Da notare che questa propaganda di regime su un tema posto in votazione popolare, e sul quale la RSI dovrebbe di conseguenza mantenere l’equidistanza, è pagata con i nostri soldi. Un motivo in più per votare Sì a No Billag il 4 marzo.

L’isteria collettiva della casta, che mai aveva toccato simili apici, nemmeno su temi molto più importanti – perché, va detto chiaramente, le sorti del Paese non dipendono in nessun modo da quelle del canone più caro d’Europa – ha una sola spiegazione. L’establishment, che da anni perde terreno (i cittadini sono sempre meno disposti a farsi turlupinare), sbrocca perché vede minacciato il proprio centro di propaganda e di conservazione del potere, finanziato col canone. Questo è il vero problema. Il “servizio pubblico” è solo uno specchietto per le allodole. Idem la preoccupazione per i posti di lavoro alla TV di Stato. La casta ha devastato il mercato del lavoro ticinese con la libera circolazione delle persone; la casta ha calato le braghe sul segreto bancario, provocando la perdita di quasi 3000 impieghi solo nelle banche ticinesi; la casta appoggia gli smantellamenti postali e la relativa cancellazione di migliaia di posti; e gli esempi potrebbero continuare. Quindi, che la casta non tenti di spacciarsi per paladina dell’occupazione: perché non se la beve nemmeno il Gigi di Viganello. Semplicemente, i vertici della TV di Stato e la partitocrazia si servono dei dipendenti della RSI come di scudi umani per contrastare il No Billag.

Populismi da tre e una cicca

Visto che i sedicenti Amici della RSI, ma guarda un po’ capitanati dal Prof Baranzini ospite fisso nei faraonici studi di Comano, oltre ad avere dalla loro parte la partitocrazia e la stampa di regime al gran completo (solo il Mattino, infatti, sostiene l’iniziativa No Billag) , hanno soldi da spendere, proliferano gli striscioni (quanti abusivi?), gli adesivi attaccati a cartelli e pali della luce (questi sono tutti abusivi; e i costi di pulizia chi li copre? Il solito sfigato contribuente?), le inserzioni di tenore apocalittico sui giornali. Ultimamente sono arrivati anche i volantini a tutti i fuochi ad infesciare le bucalettere dei ticinesi. I quali, di questa isterica campagna di votazione, ne hanno da tempo piene le scuffie.

Nei volantini, oltre ai soliti scenari catastrofisti, si arriva a riesumare la defunta Radiomonteceneri. Ohibò. Il tema della votazione è il futuro, la digitalizzazione, i giovani (e non solo) che non guardano più la TV. E questi amici della RSI tentano di fare populismo da tre e una cicca tirando fuori dalla tomba il passato remoto. La prossima mossa sarà proporre la reintroduzione delle carrozze con i cavalli?

Queste campagne “nostalgia” mirano, evidentemente, al pubblico anziano. Ma dimenticano di proposito tutti gli anziani che, nel corso degli anni, sono stati tiranneggiati con metodi da STASI dagli ispettori della Billag. E dimenticano anche quegli anziani che tirano la cinghia, che magari non ascolano la radio e/o non guardano la televisione, ma sono costretti a pagare lo stesso la pesante tassa pro-SSR. E, con la nuova legge, a pagarla per intero. Perché non ci sarà più il canone solo per la radio o solo per la televisione.

Il campus da 100 milioni

La TV di Stato dispone di troppi soldi grazie al canone più caro d’Europa. Di conseguenza, per spenderli tutti, si è gonfiata come una rana. Il concetto di “servizio pubblico” è stato stiracchiato al di là di ogni decenza. Spacciare per “servizio pubblico”  i quiz scopiazzati dalla Vicina Penisola e con concorrenti frontalieri è vergognoso. Pretendere, in generale, che l’intrattenimento mediatico sia un “servizio pubblico” equivale a sostenere che tra i compiti fondamentali dello Stato c’è quello di rincoglionire i cittadini.

E come la mettiamo con il famoso campus da 100 milioni (!) – praticamente la piramide di Cheope – che la RSI vorrebbe costruire a Comano e sul quale, chissà come mai, da quando è iniziata la campagna contro la “criminale” iniziativa No Billag è calato un improvviso (e assai sospetto) silenzio? Se queste dimostrazioni di megalomania, anche edilizia, non sono la conferma dei quintali di grasso che cola…

Ipermediatizzazione deleteria

Il fatto che la RSI si sia gonfiata come una rana ha anche un’altra conseguenza negativa: l’ ipermediatizzazione della politica ticinese. E questo fenomeno danneggia il paese, poiché stimola i troppi politicanti con l’ego a mongolfiera a cercare continuamente le telecamere. Per riempire i palinsesti, la TV di Stato si arrampica sui vetri inventandosi dibattiti sul nulla, cui naturalmente vengono invitati sempre i soliti tromboni. I quali adesso ringraziano difendendo con furia degna di miglior causa l’emittente che gli permette di farsi campagna elettorale con i soldi del canone.

E cosa dire del fatto che, praticamente alla fine di ogni seduta, i membri della Commissione della gestione del Gran Consiglio trovano il codazzo dei giornalisti RSI ad attenderli? Una simile spettacolarizzazione, grottesca e profondamente antisvizzera, esiste solo in Ticino. Non si trova in nessun altro Cantone. E poi ci si chiede come mai da noi vige un clima di campagna elettorale permanente?

Paragoni campati in aria

Pagare il canone più caro d’Europa anche se non si guarda la SSR, nel 2018 non è più accettabile. Costringere la gente a pagare a caro prezzo un servizio che non usa,  è aberrante e lesivo della libertà personale. Le associazioni a tutela dei consumatori dovrebbero essere le prime ad insorgere; ma naturalmente, visto che si tratta di succursali del P$, invece del consumatore difendono la TV di $inistra. L’argomento spesso e volentieri invocato dai contrari al No Billag per giustificare che chi NON consuma deve pagare comunque, è risibile. Dicono lorsignori: anche chi non ha figli contribuisce a finanziare le scuole sebbene non ne usufruisca. Il paragone non sta in piedi. Le scuole, la sicurezza, le strade,… sono tutti dei servizi indispensabili alla collettività. La TV di Stato, invece, fa parte del superfluo. Si può stare benissimo senza.

A sentire i dibattiti e le innumerevoli prese di posizione sull’iniziativa No Billag, tutti sembrano consapevoli della necessità per la SSR di riformarsi, di ridimensionarsi e di costare meno. Ma attenzione: se il 4 marzo l’iniziativa No Billag dovesse venire asfaltata, questi buoni propositi finiranno nel water già il lunedì mattina successivo. Per cui: tutti a votare SI’!

Lorenzo Quadri

 

Scandalo Autopostale: in arrivo camionate di sabbia!

Il PPD, la sua ministra ed il suo presidente della Posta stanno già brigando

 

Mentre la Doris uregiatta ricatta e minaccia i cittadini ­– ed in particolare le minoranze linguistiche – per affossare  la “criminale” iniziativa No Billag, in casa, o meglio nel suo Dipartimento, le scoppia la bomba gialla. Ossia il ben noto scandalo della contabilità taroccata di AutoPostale che, con una serie di trucchetti – “sicuramente illeciti” ha dichiarato l’Ufficio federale dei trasporti, che ha pure presentato denuncia penale – si è ciucciata nel corso degli anni un’ottantina di milioni di sussidi in più solo dalla Confederella. Qui siamo al cortocircuito: un’azienda statale, controllata interamente dalla politica, che truffa lo Stato. Senza dimenticare le altre scelte “discutibili” dell’ex Gigante Giallo, che sta cancellando posti di lavoro a centinaia per volta, con la connivenza della partitocrazia e della Doris in primis. Quella stessa partitocrazia che però ricatta i cittadini con i posti di lavoro della SSR per costringerli a votare contro il No Billag. (Per la serie: “se votate Sì noi licenziamo tutti e diamo la colpa a voi”). Evidentemente anche nello Stato, o nel parastato, ci sono posti di lavoro di serie A (quelli della SSR, che producono propaganda per la casta) e posti di lavoro di serie B (gli altri). A proposito, chissà come mai i presidenti delle aziende statali controllate dal Dipartimento Doris sono tutti uregiatti? Vedi il presidente della Posta, vedi quello della SSR…

Sospensione necessaria

Fatto sta che, da quando è esploso lo scandalo Autopostale, la posizione della direttrice della Posta Susanne Ruoff si è fatta assai scomoda. All’indirizzo di Madame sono fioccate le richieste di dimettersi, o quanto meno di sospendersi fino a quando non si sarà fatta chiarezza sul giallo dei raggiri contabili gialli.

Ora, lo Stato di diritto vale anche per la direttrice della Posta, quindi chiedere dimissioni adesso è prematuro. Ma una sospensione – anche dallo stipendio che ammonta ad milione all’anno, più del doppio di quello di un consigliere federale –  ci sta tutta. Gli accertamenti devono svolgersi senza elementi di disturbo esterni, e la Ruoff sarebbe la prima ad avere interesse ad “intorbidire” visto che in gioco c’è la sua cadrega.

Ed invece non ci sarà nessuna sospensione.

Il PPD si mobilita

Da quando è scoppiato lo scandalo Autopostale, la Doris PPD ha subito preso le difese della buona Susanne “un milione all’anno” Ruoff. I soldatini del suo partito – ma che strano! – sono prontamente corsi a farle l’eco. Il presidente del CdA Urs Schwaller, PPD, giovedì ha annunciato che la direttrice dell’ex Gigante Giallo resterà al proprio posto, tranquilla come un tre lire, a chiudere uffici postali anche durante gli accertamenti sulla contabilità farlocca di Autopostale.
Se come diceva Andreotti (sempre area democristiana) “a pensar male si commette peccato ma ci si azzecca quasi sempre”: vuoi vedere che gli uregiatti hanno già deciso che lo scandalo Autopostale verrà messo via senza prete, onde evitare possibili situazioni di “imbarazz, tremend imbarazz” per la loro Consigliera federale?
Avanti con gli autopostali, pardon con i camion, carichi di sabbia!

Statalismo selvaggio

Evidentemente c’è chi è pagato un milione all’anno per “assumersi le responsabilità” (uella) ma poi, quando si tratta di farlo per davvero, ecco che arrivano gli amici azzurri a puntellargli (puntellarle) la vacillante poltrona. Nel privato ci sono dipendenti e dirigenti che vengono lasciati a casa per un post su facebook. Qui ci sono almeno 80 milioni di franchetti pubblici che ciurlano nel manico, ma sembra che si tratti di noccioline. Cosa volete che sia, in fondo sono solo soldi del solito sfigato contribuente! Soldi di tutti, soldi di nessuno!

I kompagni accusano la “privatizzazione” (?) per i disastri fatti dalla Posta, ma di privato nel Gigante Giallo non c’è uno spillo. L’azienda è al 100% di proprietà della Confederazione. Altro che capitalismo selvaggio. Qui il problema è lo statalismo selvaggio!

Lorenzo Quadri

Prima i nostri anche nella ro$$a ed internazionalissima Ginevra

Mentre in Ticino il triciclo PLR-PPD-P$ brama di affossare la preferenza indigena

 

Ma guarda un po’: anche Ginevra vuole la preferenza indigena. Ed infatti il Muovement citoyens genevois (MCG), Movimento che dichiaratamente si ispira alla Lega, ha lanciato un’iniziativa legislativa cantonale intitolata “Frontalieri: stop!”.

L’iniziativa ricalca in sostanza quanto contenuto in “Prima i nostri” (sulla cui applicazione, come noto, il Gran Consiglio dovrà decidere nei prossimi giorni: noi attendiamo al varco i traditori della volontà popolare).

L’iniziativa ginevrina prescrive infatti che i datori di lavoro possano ottenere il rilascio di un permesso G solo se hanno dimostrato di non aver trovato un candidato svizzero, o residente in Svizzera, con le competenze richieste.

L’MCG argomenta che i frontalieri a Ginevra sono ormai 100mila, un numero eccessivo che preclude ai residenti l’accesso al mercato del lavoro.

Messi peggio

Ohibò. Cos’è che vengono regolarmente a raccontarci i camerieri dell’UE in Consiglio federale, i loro galoppini della SECO (quelli che taroccano le statistiche sull’occupazione per farci credere che la devastante libera circolazione sia una figata pazzesca), gli spalancatori di frontiere dell’IRE e, “last but not least” (uella) i tamberla PLR di Avenir Suisse? Che l’invasione di frontalieri non provoca né soppiantamento né dumping salariale, che questi fenomeni sono solo delle “percezioni”, che sono tutte balle della Lega populista e razzista?

Tu quoque…

E invece, ma guarda un po’, perfino nella rossissima ed internazionalissima Ginevra, patria del multikulti per eccellenza, si accorgono che la libera circolazione delle persone – che, peraltro, la maggioranza dei ginevrini ha sempre voluto – è uno scempio. Da notare che, quanto ad invasione di frontalieri, il Ticino è messo ben peggio di Ginevra. Sia perché in proporzione al numero degli abitanti di frontalieri ne abbiamo di più (ormai nel nostro Cantone la maggioranza dei lavoratori non ha il passaporto rosso) ma anche perché la tipologia di frontalieri presente sul territorio è diversa. La Francia non è l’Italia ed inoltre una fetta dei frontalieri ginevrini sono in realtà svizzeri trasferitisi nei territori francesi di confine.

Solo disastri

Se dunque perfino in un Cantone come Ginevra, che certamente non può essere accusato di “chiusura e xenofobia”, vengono lanciate le iniziative per reintrodurre la preferenza indigena, vuol dire che la libera circolazione delle persone ha fatto davvero solo disastri. Per cui che l’élite spalancatrice di frontiere la pianti con gli isterismi e se ne faccia una ragione: bisogna ripristinare il controllo sull’immigrazione!

Intanto il triciclo…

E intanto che a Ginevra viene lanciata l’iniziativa gemella di “Prima i nostri”, nel parlamento ticinese il triciclo PLR-PPD-P$ brama di affossare la preferenza indigena, prendendo a pesci in faccia il 60% dei cittadini che l’ha votata. Chiaro:  secondo il triciclo, l’invasione deve continuare indisturbata. Braghe calate con l’UE e con i vicini a sud. I quali usano il Ticino come “valvola di sfogo” per la loro disastrata situazione occupazionale, incassano i lauti ristorni dei frontalieri, ci prendono per i fondelli sugli accordi fiscali, strillano al “razzismo” ogni tre per due e – va da sé – se la ridono a bocca larga degli svizzerotti fessi.

Lorenzo Quadri

Magistrati: tempo di elezione popolare

Il triste spettacolo dato dalla partitocrazia sulla nomina del nuovo PG lo conferma

L’assessment “zurighese” sui candidati all’ambita – anche politicamente ambita – cadrega di Procuratore generale sembra diventato il Terzo segreto di Fatima. L’Ufficio presidenziale del Gran Consiglio rifiuta di mostrarlo non a cani e porci, bensì ai deputati chiamati a scegliere il candidato che occuperà l’importante posizione.

Quindi l’Ufficio presidenziale del parlamento rifiuta ai membri del parlamento stesso la visione di un documento da lui commissionato, e pagato con i soldi del contribuente (circa 30mila franchetti). Ai deputati viene in tal modo negato, con scuse ridicole, l’accesso ad informazioni necessarie per poter decidere, come si suol dire, con “scienza e coscienza”. Evidentemente si ritiene che i parlamentari non siano lì per decidere con la propria testa, ma per eseguire gli  ordini di scuderia.

“Buongoverno”?

L’assessment, è chiaro,  viene secretato non certo per la storiella della “privacy” a cui non crede nemmeno il Gigi di Viganello. Viene imboscato perché non dice quello che gli esponenti della partitocrazia che l’hanno ordinato volevano sentirsi dire. E adesso l’ufficio presidenziale del GC, presidente Walter Gianora (già presidente del PLR del “Buongoverno”) si arrampica sui vetri e commissiona perizie giuridiche per trovare scuse per tenere nascosto il  documento diventato scottante. Il solito sfigato contribuente ringrazia commosso: prima paga l’assessment  (circa 30mila franchetti, e scusate se sono pochi) e poi paga anche la perizia commissionata con il preciso mandato di farsi dire che l’assessment va rottamato. “Buongoverno”? Utilizzo efficiente dei soldi pubblici? Ma va là…

La barzelletta della “competenza”

Ogni partito del triciclo PLR-PPD-P$, ma guarda un po’, ritiene che il candidato più “competente” sia quello con in tasca la sua tessera: il PLR dice che il più competente è Pagani (PLR), il PPD dice che è Perugini (PPD) ed il P$ che è Stauffer (P$). Dimostrazione, dunque, che la storiella della “competenza” è solo uno specchietto per le allodole con cui intortare  il popolazzo.
La nomina a Procuratore generale, un posto chiave per la giustizia ticinese, viene gestita con logiche da mercato delle vacche da quelli che poi si sciacquano la bocca con le “competenze” e con il “Buongoverno”. Questo non è solo “poco decoroso”, come ha scritto qualcuno; non solo è un “pasticciaccio”. E’ uno scandalo. Ed uno scandalo che va avanti da anni.

La competenza ai cittadini

A questo punto è pacifico che la facoltà di nomina va tolta ai politicanti, dato il cattivo uso che ne fanno, e attribuita ai cittadini tramite elezione popolare dei magistrati. Dal punto di vista della “competenza” non cambia nulla: come è crudamente emerso dal triste teatrino regalatoci nelle scorse settimane dal solito triciclo PLR-PPD-P$, nella nomina parlamentare la “competenza” degli aspiranti magistrati non gioca alcun ruolo.

Almeno  l’elezione popolare comporta la legittimazione democratica degli eletti e – soprattutto – la possibilità di mandare a casa al turno successivo chi ha lavorato male. Mentre oggi si assiste, de facto, a delle nomine “a vita” (a meno che sia il diretto interessato, o la diretta interessata,  a decidere di levare le tende per motivi suoi).

Lorenzo Quadri

 

Che pagüra! Grappino Juncker sbrocca contro la Confederella

Il presidente della Commissione UE si scordi lo sconcio accordo quadro istituzionale

Al presidente “diversamente astemio” della commissione europea, Jean-Claude “grappino” Juncker, la faccia di tolla non fa mai difetto. Costui in un’intervista alla SRF arriva ad accusare la Svizzera per il peggioramento (?) dei rapporti bilaterali con la fallita UE. Peggioramento imputabile, a suo dire, al fatto che la Confederella ancora non ha concluso lo sconcio accordo quadro istituzionale.

Più volte abbiamo ripetuto che, prima di mettere un microfono davanti a questo bieco personaggio, bisognerebbe fargli soffiare nel palloncino.

Levarselo dalla testa

Tanto per cominciare, caro Juncker: l’accordo quadro istituzionale tu ed i tuoi scagnozzi ve lo levate dalla testa. Metteteci una bella croce sopra perché non l’avrete mai! Capiamo che per Juncker, bramoso di comandare in casa nostra, è una realtà dura da accettare, ma può sempre tirarsi su il morale con un bel doppio whisky.

Non ancora contento della boiata profferita, Juncker prosegue dichiarandosi comunque “amico della Svizzera”. Certo, come no. Peccato che il suo concetto di amicizia sia, per usare un paragone molto in voga di questi tempi, di stampo “weinsteiniano”. Come il famigerato produttore-zozzone Harvey Weinstein, anche Juncker dimostra la sua “amicizia” nei confronti della Confederella tentando di metterle le mani addosso. Non ottenendo quello che vuole, perché la partner rifiuta, passa ai ricatti e alle minacce.

Amici?

Con quale faccia di tolla Juncker si dichiara amico della Svizzera e poi, il giorno dopo aver ottenuto dai camerieri dell’UE in Consiglio la promessa di un regalo di 1.3 miliardi di franchi, decide assieme ai suoi eruofunzionarietti di discriminare la Svizzera limitando ad un anno la durata dell’equivalenza della borsa?

“Grappino” Juncker, è così che tratti gli “amici”, oltretutto quelli che ti promettono soldi?

La discriminazione nei confronti del nostro paese è così plateale che perfino i camerieri di Bruxelles a Palazzo federale si sono sentiti in dovere di prodursi in una flebile protesta (senza peraltro avere nemmeno gli attributi di dire agli eurofalliti che il contributo di 1.3 miliardi se lo possono definitivamente scordare).

Da notare che 11 Stati membri UE hanno protestato contro questa decisione. Tra questi non figura però l’Italia. A dimostrazione che i vicini a sud non sono affatto nostri amici, ma vogliono solo sfruttarci e prenderci per i fondelli. Per cui sarebbe finalmente ora che, sia a Berna che a Palazzo delle Orsoline, “qualcuno” aprisse gli occhi e si decidesse a comportarsi di conseguenza. Ad esempio cominciando col bloccare i ristorni dei frontalieri.

Chi ha promesso?

La parte di più inquietante delle dichiarazioni dell’eurograppino è però la seguente: “più volte mi è stato promesso dagli svizzeri (si intende ministri svizzeri) la conclusione dell’accordo quadro internazionale, che però non è stata mai raggiunta”. Ohibò. Ci piacerebbe proprio sapere chi si è avventurato in simili scellerate promesse! Forse il PLR Didier “dobbiamo aprirci all’UE” Burkhaltèèèèr che per fortuna ha levato le tende? O c’è anche qualcun altro ancora in carica, magari una delle consigliere federali sbaciucciate da Juncker durante le sue visite? E’ evidente che chiunque si sia avventurato dichiarazioni di questo tipo va lasciato a casa in quanto traditore della Svizzera!

Quanto alle promesse: dovessimo conteggiare noi tutte le volte che il Belpaese ci ha promesso il nuovo accordo sulla fiscalità dei frontalieri…

Lorenzo Quadri